#Blueberry, Charlier e Giraud: appunti

Mike Steve Donovan, detto Blueberry, è il protagonista di una famosa saga western a fumetti. A creare il personaggio, lo sceneggiatore belga Charlier e il disegnatore francese Jean Giraud (il futuro Mœbius), che firmava le tavole con il suo soprannome “Gir”.

Blueberry ha il naso schiacciato, il suo volto somiglia a quello di Jean-Paul Belmondo. L’azione si svolge subito dopo la fine della Guerra di Secessione, fra il 1867 (Fort Navajo) e il 1872 (Arizona Love). Il protagonista passa dall’essere tenente dell’esercito nordista a fuorilegge ricercato per il presunto occultamento del bottino di guerra sudista che era stato incaricato di recuperare. Questa saga a fumetti precede quel cinema western “revisionista”, che si caratterizzerà per l’abbandono di certi stereotipi e di verità raccontate dai vincitori.

Figlio di due ricchi piantatori della Georgia, Blueberry disprezzava la schiavitù, perciò era passato nelle file dell’altro esercito. Sfrontato, ironico, ottimo tiratore e ottimo cavallerizzo, insofferente alla disciplina (soprattutto quando gli ordini vengono da qualche laureato a West Point), il tenente Blueberry non esita a barare al gioco, quando ha di fronte dei malviventi. Furbo e coraggioso, non può non affascinare figure femminili

Nella scena fumettistica francese della seconda metà del Novecento, era tradizione pubblicare i fumetti a puntate su riviste, e poi raccogliere i vari archi narrativi in album monografici, dalla confezione cartonata più prestigiosa.

Blueberry fece il suo esordio con la storia Fort Navajo, pubblicata a puntate, a partire dal 31 ottobre 1963, sulla rivista francese Pilote, della casa editrice Dargaud: uscì fra il numero 210 e il 232 del 2 aprile 1964.

Molte trame sono ambientate nell’assolato Sud-Ovest, fra Arizona, Texas e New Mexico.

Quando i due autori raggiunsero la piena maturità espressiva, “Gir” componeva affascinanti e sconfinati paesaggi western, e Charlier elaborava intrecci avventurosi e sorprendenti. Nonostante la fama planetaria raggiunta da Mœbius, nelle storie di Blueberry che conosco, la qualità delle sceneggiature mi è sempre parsa superiore a quella dei disegni.

Jean-Michel Charlier (1924–1989), Jean Giraud (1938-2012).

Catwoman, la run di Joelle Jones

Sul numero 50 di Batman, uscito il 4 luglio 2018, Selina Kyle stava per sposare Bruce Wayne. Aveva rubato l’abito da sposa in una boutique, e quell’abito lavanda con pizzo nero era stato disegnato da Joëlle Jones. Tutto era pronto, ma il matrimonio non si è celebrato: Selina è arrivata alla conclusione di doversi sacrificare, allontanandosi. Fosse rimasta accanto a Bruce, avrebbe potuto renderlo felice, e “non può essere felice ed essere Batman” ha sentenziato Joker.

Nell’aprile 2018, la DC annunciò che Joëlle Jones avrebbe scritto e disegnato una nuova run di Catwoman. Jones è la prima donna nell’intera storia editoriale di Batman ad aver disegnato sia le copertine che l’interno di più di due numeri consecutivi. Nata il 20 febbraio 1980 a Boise, Idaho, Joëlle Jones ha saputo enfatizzare sia la grazia felina che la natura borderline di un’eroina che si muove al di là della legge, ma non transige dal proprio codice morale.

Quella disegnata da Joëlle Jones è la Catwoman più seducente dai tempi di Jim Balent. Sensuale, elegantissima nella vita privata. Corti capelli neri, occhi verdi, alta e flessuosa, in molte tavole sfoggia vestiti d’alta moda.

Questo acclamato ciclo narrativo non ha trame di qualità eccezionale, ma alcune tavole sono fantastiche. Purtroppo, essendo una produzione seriale, alle matite e ai colori si alternano fumettisti di diversa qualità: oltre alla Jones, disegnano Elena Casagrande, Fernando Blanco, Hugo Petrus, Scott Godlewski, Geraldo Borges, Aneke, Inaki Miranda; alle chine, Laura Allred, John Kalisz, Jordi Bellaire.

Solo le copertine, tutte, mantengono uno standard estremamente elevato.

Lontano da Gotham, sulla Costa Occidentale, nella luccicante cornice esotica di Villa Hermosa, Selina Kyle vive nuove avventure.

Nuova location, nuovo costume, Selina Kyle non avrebbe nessuna intenzione di combattere, ma viene inesorabilmente risucchiata: “Sembra quasi che il mondo non voglia lasciarmi in pace”. Comincia con Copycats (Imitatrici), una storia in sei parti nella quale Fernando Blanco affianca Jones ai disegni, mentre Laura Allred a John Kalisz curano le chine.

Ada nella jungla, Altan

Era l’epoca in cui Altan si divertiva a dissacrare il feuilleton, il romanzo d’appendice, la letteratura popolare, prolissa e caotica, melodrammatica e stracolma di colpi di scena, quella in cui gli autori erano pagati a numero di parole.

Altan, che da tempo predilige l’estrema sintesi nelle vignette, sembra sfogarsi nelle storie a puntate, componendo tavole che traboccano di segni. Smaschera e disseziona stereotipi, si diverte con gli eccessi, le citazioni strampalate, i riverberi grotteschi.

Ada nella jungla apparve in 13 brevi puntate su Linus, fra il marzo 1978 e il marzo ’79.

Comincia nel 1939, nei dintorni di Londra, “in un’aula del sozzo e selettivo collegio di Sbreef”: Ada Frowz è una collegiale concupita da tutti (allieve e insegnanti, soprattutto la prof. Maria). Porta i capelli a caschetto come Louise Brooks.

Un telegramma annuncia che il ricco zio Gordon sta morendo e vuole rivederla. Sul letto di morte, lo zio lascia una cifra colossale ad Ada, nulla al figlio Nancy, nato dal secondo matrimonio, e il resto delle sue immense fortune al figlio Percy (di cui nessuno conosceva l’esistenza).

Altan Ada nella jungla

Flashback 1916: rantolando, Gordon racconta di quanto rientrò a Londra dall’Africa insieme alla moglie Rita e al figlio Percy. Rita voleva il divorzio, un sacco di soldi e cominciare “una vita libera e folle”, senza doversi occupare del figlio; Gordon regala al bambino una tavoletta di “cioccolata nutriente”, un temperino e un anello d’oro, gli infila un paracadute e lo getta giù dal dirigibile, in piena jungla. Colpita da tanta determinazione, Rita rinuncia al divorzio. I coniugi ritrovano l’amore, ma il giorno dopo Rita muore d’asma…

Nancy medita vendetta. Assume Pilic, tassista slavo con l’istinto del killer. Per il giuramento sul letto di morte, Ada parte per la giungla insieme alla cameriera spagnola Carmen: “Se trovo il Percy, lui mi sposerà: così unisco l’ideale al profitto”.

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The Mask – Da zero a mito [The Mask], Chuck Russell, 1994 – [filmTv55] – 7

Può apparire ingenerosa la scelta dell’immagine, sacrificando Jim Carrey – qui in una delle sue interpretazioni più scatenate – a vantaggio di Cameron Diaz. Ma la prima apparizione di quella ventiduenne di San Diego fu sfolgorante, con quel vestito rosso fuoco, attillato come una seconda pelle, all’entrata nella banca dove lavora il timido, grigio, debole, complessato Stanley Ipkiss al quale, come in ogni variante del dottor Jekyll, basterà poco per trasformarsi, facendo emergere la sua vera, compressa, affascinante personalità.

Tina Carlyle è la perfetta incarnazione della “pupa del gangster”. Va in banca per filmarla in vista della rapina organizzata dal suo uomo, che intende spodestare il boss. Tina verrà redenta dall’amore per Ipkiss, che conosciamo come vittima inerme della padrona di casa, del meccanico e del capoufficio, con l’unico riparo della sua stanzetta ammobiliata, con il cane Milo (personaggio che si rivelerà cruciale).

La sorte (il Caso, il Fato, il Destino) fa sì che sia Ipkiss a trovare un’antica maschera con poteri magici. Si trasforma. Assume una faccia verde e un abbigliamento psichedelico, rivelandosi invulnerabile, spezzante e dotato di poteri che violano le leggi della fisica. Per prima cosa, sistema i conti con la padrona di casa e con il meccanico. Poi va al Coco Bongo Club, il locale notturno in cui Tina canta e balla, da cui era stato scacciato la sera prima. La polizia (Peter Riegert: Animal House, Local Hero) sospetta di Ipkiss: chi altri può indossare una cravatta identica al più assurdo dei pigiami? Entra in cena anche una giornalista, che si rivelerà molto diversa dalle apparenze.

Il film è liberamente tratto dalle storie del personaggio a fumetti creato nel 1989 da John Arcudi e Doug Mahnke. La prima ora scorre velocissima e Carrey è unico nella gestione dei tempi comici. Poi la trama perde ogni originalità e non possiamo far altro che aspettare che l’eroe sconfigga i cattivi e salvi la formosa damigella.

The Mask. Il film, Mike Richardson e Kilian Plunkett, Marvel 1995

Creato per la Dark Horse da John Arcudi e Doug Mahnke e apparso nel maggio 1989 sul numero 1 di Mayhem (ma un paio d’anni prima era uscito The Masque, creato da Mike Richardson e Mark Badger, su Dark Horse Presents n. 10).

La popolarità del personaggio è esplosa grazie al film del 1994 The Mask. Da zero a mito, con Jim Carrey e l’esordiente Cameron Diaz, per la regia di Charles Russell. Questo albo di 64 pagine, uscito nel gennaio ’95, è la chiusura del cerchio, “ritrasponendo” il film nel fumetto.

The Mask il filmUna maschera magica conferisce a chiunque la indossi una specie di invulnerabilità fisica e numerosi poteri che violano qualunque legge della fisica (per esempio, estrarre oggetti dall’aria), e allo stesso tempo toglie ogni freno inibitore e amplifica le parti represse della personalità.

È quel che accade, appunto, al timido Stanley Ipkiss, cassiere di banca timido, complessato, tipica vittima sacrificale, il cui carattere si capovolge indossando la maschera. Ambientata a Edge City, è l’ennesima variazione sul tema Jekyll/Hyde, con il sarcasmo estremizzato per sondare le profondità dell’inconscio. Certe manifestazioni di Ipkiss possono apparire eccessive, mettendo in ridicolo anche la polizia, ma quando della maschera si impossessa il criminale, si capisce quanto possa andare oltre.

Purtroppo, la strepitosa scena di ballo con Tina è risola in modo piatto e in generale la qualità artistica di Plunkett rimane assai lontana da quella del film, il cui notevole impatto derivò dalle inedite opportunità offerte dalla computer grafica della Industrial Light & Magic di George Lucas.

Batman. Urla nella notte, Archie Goodwin e Scott Hampton, RW Lion 1992

Ustionati, massacrati di botte: padre, madre e figlio. Il giovane commissario Gordon accorre nella notte in quella casa dei quartieri popolari. È sottoposto alle pressioni politiche del sindaco, ma in lui prevale l’anima del detective che ha bisogno di risposte, di verità, per illudersi di rimuovere scene come quella a cui assiste sul luogo del delitto.

Nel frattempo, l’ombra di Batman colpisce altrove, cercando inutilmente sollievo alla perdita di Thomas e Martha Wayne; per le strade di Gotham circola una nuova, letale, droga sintetica.

batman_urla_nella_notte 2Entrambi, Bruce Wayne e James Gordon erano attesi a un ricevimento per beneficenza, finalizzato a finanziare un centro di riabilitazione per bambini molestati. “Chi molesta generalmente è stato molestato… Il circolo può essere spezzato”, dice uno psicoterapeuta a Wayne, arrivato in ritardo al ricevimento (e con le nocche sbucciate). Nel frattempo, c’è molta tensione in casa Gordon: la moglie Barbara pensava che da commissario sarebbe stato più presente, più vicino al figlio di sei anni, e non avrebbe più avuto bisogno della pistola.

Una seconda famiglia viene trucidata, stavolta si tratta di una famiglia molto in vista, fra i principali finanziatori del sindaco. Ed è allora che le strade di Gordon e Batman si incrociano.

Cupissima, dominata da tinte bluastre e verdastre, un’oscurità che quasi cancella i volti – la trama si sviluppa su due piani: quello domestico di Gordon, tanto stressato da trattenersi a stento dal picchiare il figlio, e in crisi irreversibile con la moglie, e quello urbano di Batman, che segue una sua pista, si scopre impotente a prevenire la brutalità delle azioni verso le piccole vittime, e arriva a capire che il colpevole non è un serial killer, ma un uomo disturbato “che restituisce ai molestatori ciò che loro hanno fatto ai figli”. Un altro giustiziere, a suo modo… Per fermare questa catena di sangue, Batman è disposto a tutto: persino a mostrare il suo volto dietro la maschera per conquistare la fiducia di una piccola vittima.

Urla nella notte venne dipinta da Scott Hampton e sceneggiata da Archie Goodwin quasi trent’anni fa.

Real Love, Joe Simon e Jack Kirby

Fra il 1947 e la metà degli anni Cinquanta, nelle edicole statunitensi uscivano centinaia di testate riconducibili alla categoria del romance comics. Vendevano milioni di copie. I più diffusi erano opera di Joe Simon (1913-2011) e Jacob Kurtzberg (1917-1994), la coppia che aveva inventato Capitan America. La prima storia di Cap per la Timely (in seguito Marvel) era stata distribuita il 20 dicembre 1940, ma come consuetudine aveva una copertina postdatata (marzo 1941).

Questo volume seleziona i “migliori fumetti romantici” realizzati dalla coppia: nove storie, realizzate fra il 1949 e il ’51, reimpaginate fra le 8 e le 15 tavole di grande formato. Gli ingredienti di queste storie sono onore e disonore, amori contrastati, gelosia e invidia, pettegolezzi e inganni, ingenuità e ambizione, malvagità e razzismo, sensi di colpa e crisi di coscienza, indipendenza dai genitori e difficoltà economiche… Come fa una donna a sapere se quell’uomo è quello giusto? E viceversa.

La ragazza tentatrice” – con una protagonista simile a Jane Russell – sarebbe stato un ottimo storyboard per un film di John Huston, mentre “Ragazza della banda” l’avrei affidato a Jules Dassin.

Il segno di Kirby è già molto dinamico, i lineamenti di certi volti anticipano quelli di Ben Grimm, Reed Richards e Susan Storm. Leggi il resto dell’articolo

Spider-Man 2 [Spider-Man 2], Sam Raimi, 2004 – [filmTv45] – 8

Uno dei migliori film sui supereroi di tutti i tempi, senza dubbio il migliore fra quelli dedicati a Spider-Man. Come nelle migliori saghe supereroistiche (quelle di Frank Miller, Alan Moore, Neil Gaiman), la seconda puntata delle avventure cinematografiche del nostro “stupefacente Uomo Ragno di quartiere” va dritta cuore della schizofrenia del protagonista, costretto a scegliere fra una vita normale (l’amore, innanzitutto; e magari un po’ di soldi e carriera) e i sensi di colpa, che spingono all’espiazione e alla rinuncia. Anche quando vince, questi tipo di eroe perde.

Film ipercinetico, con effetti sonori che mi hanno ricordato King Kong e Godzilla, ed effetti visivi di notevolissimo impatto: la scena sulla metropolitana di superficie rimane sbalorditiva, certe tavole di John Romita senior sembrano riprodotte al millimetro. Rimane l’unico film della saga ad aver vinto un Oscar: merito di John Dykstra, già trionfatore con il primo Star Wars.

Accanto a Tobey Maguire, che ha preso le misure del personaggio, Alfred Molina, Kirsten Dunst e James Franco, nei panni del Dottor Octopus (un cattivo memorabile, ambiguo e colpito dal Fato), di Mary Jane Watson e di Harry Osborn. Riappare Willem Dafoe, il Goblin morto nel primo episodio. Saranno passati un paio d’anni, Peter non è più un liceale, ora frequenta l’università e vive da solo, in una stanza ammobiliata.

C’è un cameo di John Landis e della colonna sonora fa parte Raindrops Keep Fallin’ on My Head di B. J. Thomas, in una situazione lontanissima da quella che enfatizzava Butch Cassidy. E se “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, come decretò Stan Lee nei primi anni Sessanta, mentre l’America stava usando la propria superpotenza con cieca arroganza, Peter Parker risolveva i problemi psicosomatici, che gli facevano rifiutare la responsabilità, accettava “il dono” e decideva di convivere con il Ragno.

In cambio, la pura leggerezza, volteggiare sopra i grattacieli.

Spider-Man 3 [Spider-Man 3], Sam Raimi, 2007 – [filmTv51] – 6

Il problema è che lo conosco troppo bene, Peter Parker. Ho letto almeno 500 storie, sfogliato molte migliaia di tavole. Non mi servono gli effetti speciali per immaginarlo assecondare l’imperativo categorico coniato da Stan Lee: “da grandi poteri vengono grandi responsabilità”.

Perciò non posso assistere alle trasposizioni cinematografiche di questo eroe della mia adolescenza con lo sguardo rapito e stupito dei ragazzini. Mi aspetterei che il cinema illumini le vecchie storie con quella luce che i fumetti non possono trasmettere, elevando lo spazio fantastico, l’attitudine ai sogni. È un’alchimia difficile, e questo terzo capitolo mi è piaciuto meno del secondo (il migliore) e del primo, nonostante il cast: a Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, J. K. Simmons e Elizabeth Banks, si aggiungono Thomas Haden Church (Sideways), Topher Grace (In Good Company) e Bryce Dallas Howard (The Village).

La sceneggiatura naufraga nell’abbondanza: troppe storie intrecciate (già si allude a Lizard), troppi sdoppiamenti della personalità (Eddie Brock e Harry Osborn jr., ma anche Mary Jane non scherza), e scarseggia l’ironia, che dei migliori fumetti di Spidey costituisce una componente fondamentale.

Belli gli effetti per l’Uomo Sabbia, ma solo una mezz’ora è godibile, quella in cui Peter si lascia avvolgere dal costume nero, e cambia look e carattere (da timido a spaccone), soccombendo – direbbe uno Jedi – al lato oscuro della forza. In quella mezz’ora, il film fa rimpiangere quello che poteva essere, se l’attenzione dei produttori si fosse dedicata alle psicologie anziché ai duelli da videogames nel cielo di Manhattan e ai gridolini di M.J., sempre sul punto di precipitare.

Imperdonabile il ruolo assegnato a Gwendoline Stacy: il tradimento delle storie realizzate da Lee e Romita sr. non ha la minima giustificazione. E così, la produzione di Spider-Man 4 venne cancellata, a vantaggio di un reboot della saga: The Amazing Spider-Man.

Pirati, Arthur Conan Doyle e José Muñoz

Uno scozzese (1859) e un argentino (1942): combinazione assai efficace. Tales of Pirates raccoglie cinque racconti tradotti da Daniela Alfieri. Faceva parte di un esperimento imbastito da Luigi Bernardi, che pochi mesi prima lanciò una collana nella quale il testo letterario era arricchito da illustrazioni di fuoriclasse del fumetto (Mattotti per Tonino Guerra), scommettendo sul “prepotente ritorno del libro illustrato”.

Muñoz propone 22 illustrazioni, alcune a doppia pagina. Descrivendo lo stile del Conan Doyle “extra Sherlock Holmes”, Bernardi parla di una avvincente miscela di verosimiglianza (frutto di esperienze dirette e vasta documentazione) e di gusto per l’intrattenimento. All’amico Luigi avrei suggerito di inserire una mappa dei luoghi in cui si svolgono i fatti.

“Quando il trattato di Utrecht pose fine all’immane guerra di Successione spagnola, i numerosi corsari che durante il conflitto erano stati assoldati dalle parti contendenti si ritrovarono disoccupati”. Quella guerra finì nel 1714.

I corsari non vanno confusi con i bucanieri, spiega Conan Doyle: “i bucanieri erano qualcosa di più d’una semplice accolita di predoni. Costituivano una sorta di repubblica navigante, con proprie leggi, proprie usanze e una propria disciplina. Nel corso della loro lunga e spietata guerra contro gli spagnoli, essi (inglesi e francesi) ebbero dalla propria parte una qualche parvenza di legalità”. Poi venne il giorno in cui “le flotte dei bucanieri non si radunarono più alla Tortuga e il pirata solitario prese il loro posto… Individui selvaggi e disperati, che ammettevano apertamente di non avere quartiere nella loro guerra contro l’umanità”. Leggi il resto dell’articolo

Titanic, Attilio Micheluzzi, Lizard 1988

Un destino interclassista incombe fra i ricchi di prima classe e i poveracci che stanno emigrando. Una quantità caleidoscopica di fisionomie si affolla a bordo del transatlantico. Micheluzzi - Titanic

Fra queste innumerevoli figure, Micheluzzi sceglie di focalizzare l’attenzione su storie che l’inabbisamento ha cancellato nel nulla.

A bordo, ci sono un magnate americano che potrebbe diventare senatore (ma ha un torbido segreto), un anarchico spagnolo salito per far deflagrare una bomba, un aristocratico inglese con la snobistica passione per la velocità, un ambizioso e arrogante principe russo che sta attraversando l’oceano per la stessa corsa automobilistica…

Seconda di tre navi gemelle, il Titanic viene dopo l’Olympic, il cui viaggio inaugurale è avvenuto nel giugno 1911, e prima del Britannic. Costruirla, è costato un milione e mezzo di sterline, il transatlantico è lungo 268,8 metri, largo 28, alto 29,57 (dalla chiglia al ponte lance), trasporta 2500 passeggeri e 860 uomini di equipaggio. Partito il 10 aprile 1912 da Southampton, ha fatto scalo a Cherbourg e poi a Queenstown (Irlanda), prima di entrare nell’Atlantico.

Il torbido segreto del futuro senatore evolve in esplicito ricatto, ma la potenziale vittima preferisce uccidere piuttosto che pagare. Appena il delitto si concretizza, si entra in una delle tipiche atmosfere alla Agatha Christie. Intanto, l’anarchico inaugura una furtiva, torrida relazione con Molly, la bionda cameriera di prima classe che ha scoperto il cadavere, e il principe russo sabota l’auto da corsa dell’aristocratico inglese. Infine, un nuovo ricattatore si palesa di fronte al magnate americano, che pensava di averla fatta franca…

L’iceberg cambia ogni prospettiva per i protagonisti scelti da Micheluzzi, che risolve l’intreccio con una serie di regolamenti di conti, una fine tragica aspetta ognuno di loro.

Le tavole hanno un che di classico, ritmato, con minime indulgenze alla caricatura; l’uso dei colori è raffinato, il lettering agisce sul corpo di certe parole, raddoppiato rispetto al resto del testo, a segnalare che aumenta il volume della voce.

Il Trump di Trudeau

L’autore di «Doonesbury» cominciò a prendere di mira Donald Trump il 14 settembre 1987, ventinove anni prima che divenisse, contro ogni pronostico, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Non perché potesse prevederlo, ma perché già negli anni Ottanta Donald Trump faceva parlare di sé e occupava grossolanamente la scena mediatica – “Un uomo che non ha mai avuto il senso dello Stato né quello del ridicolo” -, imponendosi come un modello per tanti americani wasp, frutto superbo del reaganismo più volgare, che rivendicava le agevolazioni fiscali garantite ai più ricchi.

Già alla fine degli anni Ottanta – scrive Trudeau nell’introduzione – Trump era diventato “l’emblema dell’arroganza sguaiata, e ignorarlo sarebbe stata una grave negligenza per un comico”. Oltretutto, Trump si è candidato alla Presidenza (o ha finto di farlo), almeno due volte prima di quella fatale.

L’esibizione pacchiana del lusso (e delle donne) è sempre stata una caratteristica di “The Donald”: la Trump Tower a Manhattan, la Trump Princess negli oceani, i Trump Casinò, la Air Trump, la Trump Plaza, la Trump University (solo online)… Del faraonico yacht, il cinico Duke diventa il capitano, e vi ritroverà la zelante “Zolletta” Huan. Nel suo costante elogio dell’ignoranza, il Trump di Trudeau crede alla ricomparsa del “Re”, Elvis, anche se canta solo il repertorio di John Denver.

Nei primi anni Novanta, dopo il divorzio da Ivana (sua moglie per dodici anni), Trudeau fa dire a Trump: “Mi spiace davvero che le cose non si siano risolte per il meglio. Insomma, a questo matrimonio ci abbiamo lavorato… Ci siamo consultati coi migliori chirurghi plastici del paese. Ma le persone cambiano”.

È l’avidità dell’uomo a produrre il progresso: sta tutta qui l’American Way of Life di Donald Trump, un Briatore all’ennesima potenza, di cui tanti nordamericani “liberal” si vergognano, salvo rimuovere le ragioni profonde per cui costui sia stato preferito agli altri candidati.

Nelle strisce compaiono anche J.J. (pittura i bagni dello yacht con scene “riviste” del Giudizio Universale) e Boopsie, che si candida a fare la presentatrice del suo gioco a premi televisivo e insieme a B.D. (sempre con il suo casco da football americano) si fa ospitare da Mike Doonesbury; ma nel ruolo di presentatrice di quiz, Trump preferirebbe Meryl Streep. Sempre che risulti sexy nel costume di scena.

Garry B. Trudeau, Trump!, Rizzoli/Lizard, 2016 (2017)

Le traduzioni sono di Enzo Baldoni, della moglie Giusi Bonsignore e del figlio Guido (che scrive un breve intervento, che parte dai problemi derivanti dall’evoluzione dello slang e descrive l’evoluzione grafica della figura di Trump nelle strisce di Trudeau). In un centinaio di tavole a colori sono riprese circa 300 strisce.

Stratagemmi di O. Henry

A volte, O. Henry si rivolge al lettore: “Non cominciate, in nessun caso, un racconto in questo modo”. E non mancano le frasi simili a sentenze:

“La vita è fatta di singhiozzi, sospiri e sorrisi, con una certa preponderanza di sospiri”.

“Sapessero gli uomini come passano il tempo le donne quando sono sole, e che si sposerebbero?”.

“Vi è differenza tra camera ammobiliata e pensione. In una camera ammobiliata, quando si ha fame, gli altri non lo sanno”.

“Quando vi dicono che le ricchezze non danno la felicità, non credeteci”.

“Avevano l’aria di uomini cui la vita si fosse presentata come una giacca rivoltabile: sempre a rovescio, da qualunque parte la si infili”.

“Si suol dire che non ha gustato il sapore della vita chi non abbia sperimentato povertà, amore e guerra”.

“Abitudine, la forza che impedisce alla terra di volare in pezzi, sebbene si senta discorrere di non so che sciocca teoria della gravitazione”.

Di questa raccolta, fa parte Il dono dei Magi, che nel 1952 divenne un episodio di un film collettivo. Questo episodio era interpretato da Jeanne Crain e Farley Granger, alla regia Henry King. In Italia, il film uscì con il titolo La giostra umana, il titolo originale è O. Henry’s Full House; prodotto dalla 20th Century Fox, oltre a King venne diretto da Henry Koster, Henry Hathaway, Jean Negulesco e Howard Hawks.

Il dono dei Magi ci porta alla Vigilia di Natale, e ci mostra i coniugi Dillingham, Della e Jim, poco più che ventenni, che vivono in povertà ma desiderano fare un bel regalo al coniuge. In quella casa c’erano solo due tesori, l’orologio d’oro ereditato da Jim e i lunghi, bellissimi capelli di Della. Pur di non deludere l’altro, entrambi sacrificano il loro bene – Della si fa tagliare i capelli, Jim vende l’orologio – e comprano proprio ciò che l’altro può desiderare: una catenella di platino per l’orologio, una serie di magnifici pettini di tartaruga.

Altri racconti di questa raccolta sono ripresi ne La giostra umana: il vagabondo che cerca di farsi arrestare per sistemarsi in galera d’inverno; il rapimento del bambino insopportabile, che costringerà i banditi a pagare un riscatto per restituirlo; il poliziotto che non può arrestare un vecchio amico omicida, finché non gli restituisce un prestito.

Silver Surfer 1966-1970 #StanLee. #JackKirby. #JohnBuscema.

QUI

Silver Surfer, l'ultima tavola di Jack Kirby

Concrete, una roccia di umanesimo, Paul Chadwick

Concrete - Paul Chadwick

Un gigante di roccia, quasi informe e privo di lineamenti, tanto forte quanto gentile; sotto la superficie grigia nasconde un individuo sofferente e malinconico, sempre pronto ad aiutare il prossimo e ad esserne respinto.

L’autore, Paul Chadwick, l’ha presentato su una famosa rivista americana (Dark Horse Presents), estranea ai colossi Dc e Marvel. Ora appartiene alla linea Legend, la produzione “adulta” di autori come Frank Miller, Byrne e Mignola: ha vinto numerosi premi della critica, nonostante i limiti commerciali dell’editoria indipendente. Del resto, Concrete non è fotogenico né ipercinetico, non agisce su sfondi colorati al computer, ma in un essenziale bianco e nero, non affronta alieni cattivissimi, ma umani dalla cattiveria “normale”. Le sue difficoltà distributive riflettono la sua emarginazione esistenziale.

Però è un capolavoro.

Sceneggiatore straordinario, Chadwick è fra i pochi che sanno congegnare storie che non hanno quasi bisogno di trama. Bastano i dettagli, certi accenni di dialogo, le tenere occhiate che sfuggono dalla massa rocciosa del protagonista. Concrete è già diventato un simbolo: della paura per le “diversità”, dei rischi ecologici prodotti dalla ricerca del massimo profitto, della fatica di vivere dei portatori di handicap.

Ha scritto Frank Miller: “Questa è una storia sulla gente di tutti i giorni, fragile e turbata, incattivita e ansiosa, ritratta con cura e superba maestria. E nessuna di queste persone è più umana della tonnellata di pietra che dà il titolo alla serie, ovvero Concrete”.

#Peanuts, 27 anni fa compariva Andy, l’ennesimo fratello di Snnopy

Prima venne il Bracchetto (2 ottobre 1950).
Poi, Schulz gli fece trovare un fratello, Spike (era il 1975), quindi apparve Olaf (1989) e infine ecco Andy: era il 14 febbraio 1994.

L’esistenza delle formiche, Silvia Rocchi, BeccoGiallo, 2013 #Terzani

Conoscere il mondo. E in questo tentativo, senza fine, avvicinarsi alla comprensione dell’animo umano. “Volevo capire”, dice Tiziano Terzani (1938-2004). Credo sia questa la sua grande eredità. Giornalista viaggiatore e viaggiatore scrittore, tanto curioso quanto coraggioso, Terzani è stato testimone di vicende che il 99% degli occidentali ignora o dimentica un attimo dopo averle sentite nominare al tigì della sera.

Purtroppo, “la storia esiste solo se qualcuno la racconta”; la testimonianza di Terzani è stata raccolta dal figlio Folco nella primavera del 2004 a Orsigna, nel pistoiese, pochi mesi prima della morte, e trasfigurata da Silvia Rocchi. Pisana dell’86, Rocchi è un’autentica rivelazione: confeziona un omaggio accorato, morbido e intenso come i suoi colori, 128 tavole su carta pesante, fra matite, acquarelli, grafite, incisioni, pastelli… In certi momenti, mi è venuto da pensare a Mattotti, anzi al Mattotti successivo, quello di Patagonia.

Rocchi non compone una biografia, piuttosto rincorre certe atmosfere, aspira a sfiorare l’essenza del viaggio, come stato dell’anima e forma cruciale della conoscenza: “Sai c’è una vecchia teoria che dice: se diventi esperto di formiche, arrivi a capire il mondo. È così. Il Vietnam, l’Indocina. E poi l’Asia in generale sono stati il mio giardino”.

Tramite Terzani, l’autrice ci porta in Oriente. Anzi, in Estremo Oriente, ai confini del mondo. Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia, Birmania, Cina, Giappone, Hong Kong, Singapore, Mongolia… Luoghi che collochiamo con molte incertezze sulla carta geografica, abitati da un paio di miliardi di esseri umani. Luoghi che fanno notizia solo per stragi, colpi di stato, guerre di frontiera e guerre civili, purché siano abbastanza cruente.

Terzani era a Saigon nel 1972 e di nuovo nel marzo 1975. Ha assistito a esodi biblici. “Piansi, perché la storia mi passò a fianco”. Catturato dai Khmer Rossi, è sopravvissuto perché riuscì a far capire di essere italiano, non americano. Rientrato in Cambogia dopo la fine della terribile esperienza di Pol Pot, ebbe “la scoraggiante riprova di come al mondo non c’è giustizia, di come l’umanità ha perso la capacità morale di indignarsi e di come la vita finisce sempre per trionfare sulla morte, ma lo fa nel più primitivo e crudele dei modi”.

In una progressiva ricerca spirituale, volle conoscere molti indovini, imparò a viaggiare lentamente, scoprì la meditazione grazie a un monaco tibetano venuto dall’Italia. Le parole di Terzani suonano come un allarme: l’Oriente va scomparendo, si sta occidentalizzando, dissipando una cultura millenaria.

È questo il fiore, Mauro Biani, People, 2020

Sta nascendo un governo politico ma senza alleanze politiche, fatto di partiti alleati nel governo ma che si dicono alternativi…

In un momento in cui la coerenza è al grado zero, tutti sono europeisti, tutti sono green, tutti usano l’emergenza per giustificare capriole opportunistiche, è lecito temere che stia franando anche il primo spartiacque, il primo discrimine costituzionale: l’antifascismo.

C’è da dubitarne, perché l’intera Seconda Repubblica ci ha abituato a parole menzognere, a frasi costruite per non dire, per sostenere che il passato è passato, che le leggi razziali furono un errore, che però i treni arrivavano in orario, eccetera.

L’antifascismo, Mauro Biani lo delinea in 72 vignette: una decina inedite, le altre pubblicate, fra il 2018 e il 2020, su il manifesto, la Repubblica e l’Espresso. Il punto di partenza è la parabola di Liliana Segre.

Il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, vede un’Italia “umiliata e offesa da un ritorno nel senso comune e nel messaggio politico di idee e pratiche di odio, esclusione, discriminazione, violenza verbale (e spesso fisica)”. Queste vignette sono una sorta di Urlo di Munch, “che ci mette in guardia e ci difende dal più pericoloso degli stati d’animo: l’indifferenza”. Dà un brivido pensare che nessun partito dell’attuale Parlamento ha contribuito a scrivere la Costituzione.

People è la casa editrice fondata da Pippo Civati, insieme a Stefano Catone e Francesco Foti, con sede a Gallarate (VA). Di Civati, l’introduzione e le note che aprono i capitoli, nonché l’uso della parola “staffetta” per ricordare Carla Nespolo e, soprattutto, per rinnovare il compito di chi oggi non vuole limitarsi ad assistere ai rigurgiti fascisti – sotto forma di razzismo, sovranismi, suprematismi – e continua a trasmettere un messaggio – quello dei partigiani – di pace, di liberazione, di speranza.

Lo stile di Biani è ormai consolidato. Colori piatti, nessuna sfumatura, segni nitidi e tavole che distillano la realtà con sintesi molto efficaci. L’essenzialità di quel papavero rosso mi farebbe sperare in un nuovo partito che lo prenda a simbolo. È un segno che si presta alla riproduzione di massa, sui muri, come la migliore street art; ma intanto, compratevi il libro…

Le nostre idee non moriranno quasi mai, Ellekappa, 2002

Ne aveva per tutti, Ellekappa (Laura Pellegrini, Roma, 1955): la sua satira si rivolgeva contro la nuova razza padrona dei berlusconidi, ma anche contro i vari spezzoni della sinistra, i suoi slogan e i suoi stereotipi, con un particolare accanimento verso Fausto Bertinotti, uno dei bersagli più frequenti.

È uno dei tanti libretti “furbi” che compongono la collana Stile Libero di Einaudi, a cui rimprovero l’assenza di un apparato redazionale e la scarsa cura dei particolari.

Assurdo che manchi la data in cui ogni vignetta venne pubblicata… Incidentalmente – il famoso avverbio di Commoner – l’assenza di precisi riferimenti temporali rende molte vignette sempre attuali.

Ancora oggi, Ellekappa predilige i dialoghi, spesso li colloca davanti al televisore o alle pagine di un quotidiano, come fossero stati innescati da qualcosa di appena sentito, o letto.

Moving Pictures, Kathryn e Stuart Immonen, 2010

Immonen - Moving Pictures 2

Bianco e nero di pulizia essenziale, 136 tavole afferibili alla ligne claire, per la nettezza del segno e la misurata varietà delle inquadrature.

Jacques Tardi e David Mazzucchelli sono i primi nomi a cui mi viene da associare il segno grafico scelto da Stuart Immonen per illustrare la trama sceneggiata della moglie. Da anni pubblicano con Marvel e DC Comics, ma questa graphic novel è assai diversa dalle produzioni che li hanno resi celebri.

Uscito in nordamerica per la Top Shelf, Moving Pictures è una storia intimista, che trae la sua forza dai dettagli, dall’atmosfera. Spesso le ombre avvolgono il volto e il contorno dei protagonisti; per lunghi tratti, il racconto si sviluppa attraverso la sola forza delle immagini; della guerra che incombe, deformando ogni relazione umana, il disegno offre poche, minime tracce.

Moving Pictures coverSiamo nel pieno della Seconda guerra mondiale, Parigi è occupata. Ila Gardner, una giovane bionda canadese, è sottoposta a un interrogatorio. Conosce bene l’uomo che le pone le domande: si chiama Rolf Hauptmann, fa parte della Commissione Militare per l’Arte.

I francesi stanno inventariando, catalogando e occultando le opere più preziose, gli occupanti cercano di impossessarsene. Ila non ha alcuna intenzione di collaborare. Lavora nei sotterranei del Louvre, da dove, per motivi di sicurezza, sono stati trasferite famosissime opere d’arte, Gioconda e Nike comprese.

C’è una piccola opera d’arte che Rolf vorrebbe rivedere, e pensa lei sappia dove si trova. Hanno avuto una breve relazione sentimentale, ora si trovano su lati opposti della barricata. Il duello verbale non può svolgersi alla pari, l’ufficiale tedesco ha tutte le carte in mano, ma sembra sinceramente preoccupato per la sorte di Ila, se non collabora…

“Se il mondo può diventare un posto simile, se possiamo girarci e scoprire che intere scuole piene di bambini sono sparite, che città si sono svuotate in una notte e nessuno ha visto nulla… nulla ha importanza”. Tranne la propria integrità e uno spasmodico amore per l’arte.

La sparatoria. Flagranza di reato, David Chauvel e Erwan Le Saëc, Phoenix, 1999

In 112 tavole in bianco e nero – tavole squadrate, nelle quali la sperimentazione non riguarda la grafica, quanto il montaggio della trama – si snodano, avanti e indietro nel tempo, le vite parallele di un poliziotto e un fuorilegge. I dettagli sono fondamentali, oserei dire ossessivi: il loro senso si rivelerà funzionale alla trama.

Flag è il titolo originale del graphic novel, a tradurre i testi di Chauvel è Silvia Teodosi.

Pierre è il poliziotto, Lucas un piccolo delinquente: le loro vite si incrociano ripetutamente, con un’impronta realistica e disincantata.

È un giovedì in un’imprecisata città francese, la narrazione comincia due ore prima della sparatoria.

Ventidue mesi prima: il poliziotto acciuffa il piccolo delinquente, che ha appena messo a segno uno scippo; è il loro primo incontro, Pierre sembra simpatizzare con Lucas.

Un’ora prima della sparatoria: Lucas e due complici stanno ultimando i preparativi per il colpo.

Diciannove mesi dopo lo scippo: Pierre ritrova Lucas in commissariato, è stato arrestato per un piccolo furto.

Venti minuti prima della sparatoria: Pierre è nella grande stanza della Squadra Anticrimine con altri poliziotti, si scambiano facezie…

Prima che si arrivi alla sparatoria, c’è spazio per un intervistatore (fuori campo) che intervista prima Pierre e poi Lucas, chiedendo loro come sono diventati quello che sono, e che vita privata conducano. Dice Pierre: “sembra che nel momento in cui sentono la parola poliziotto si mettano subito a pensare a tutto quello di cui possono essere accusati”.

Accorta e concitata, questa gestione dei piani temporali fa pensare al Kubrick di Rapina a mano armata.

Peanuts, settant’anni fa compariva Violet, quella delle torte di fango per Charlie Brown

Era il 7 febbraio 1951, quando apparve Violet Gray.

La bambina tende a tormentare Charlie Brown, che un po’ si innamora. Portava le trecce, poi cambiò acconciatura e scelse la coda di cavallo. Specialista nel preparare tortini e zuppe di fango, che fa assaggiare a Charlie Brown.

Amica di Lucy, Violet restò fra i personaggi principali della striscia fino ai primi anni Ottanta, poi le sue apparizioni si fecero sempre più rare, fino a scomparire (il 16 novembre 1984).

Modesty Blaise, Peter O’Donnell e Enrique Badía Romero, Albatros, 1971 (1975)

Modesty Blaise è un personaggio creato dal fumettista Peter O’Donnell e disegnato da Jim Holdaway. Doveva essere pubblicato dal Daily Express, ma la direzione del giornale rifiutò il fumetto, che fu accettato dall’Evening Standard, dove venne pubblicato a partire dal 13 maggio 1963 fino all’11 aprile 2001. Totale: 10.183 strisce giornaliere; sono state pubblicate in trentacinque paesi e su più di settanta quotidiani.

Nell’arco di trentotto anni, O’Donnell ha sceneggiato 95 storie, e scritto 13 romanzi, riprendendo personaggi e situazioni della saga a fumetti. Ai disegni, è rimasto Jim Holdaway fino alla morte, avvenuta nel 1970; lo sostituì lo spagnolo Enrique Badía Romero fino al 1979, poi John Burns e Pat Wright dal 1979 al 1980, Neville Colvin dal 1980 al 1986, e da allora fino all’ultima tavola – pubblicata nel 2001 – di nuovo Badía Romero.

Nato a Lewisham, vicino Londra, nel 1920, O’Donnell iniziò scrivendo libri per bambini, per poi approdare alle comic strip dopo la Seconda guerra mondiale, sceneggiando serie come Garth (1953-66). Nel 1965, pubblicò il romanzo Modesty Blaise, e l’anno dopo è uscito il film omonimo (in Italia con il sottotitolo “La bellissima che uccide”), con la regia di Joseph Losey e Monica Vitti nel ruolo della protagonista. In una scena di Pulp Fiction, John Travolta, seduto sul water, legge uno dei romanzi ispirati al personaggio. Leggi il resto dell’articolo