Perché la Juve questo campionato può solo perderlo (2/2)

Non c’è immagine della sfilata romana, quella che nessuno ha formalmente autorizzato, senza Bonucci in prima fila, a cantare, sventolare il tricolore e arringare la folla. Lui e Buffon li ritroveremo prima o poi in Parlamento… Ma provo a tornare sul discorso tecnico.

Massimiliano Allegri ha vinto più scudetti della somma di tutti gli altri allenatori al via della prossima Serie A. La sua formazione-tipo somiglierà a questa: Sczcesny, Danilo, De Ligt, Bonucci, Alex Sandro, Cuadrado, Bentancur, Rabiot, Chiesa, Morata, Ronaldo… Ognuno degli 11 titolari della Juve 2021-22 gioca nella sua Nazionale; poi ci sono Chiellini (?) e Kulusevski, McKenney e Perin, Bernardeschi e Demiral, Arthur e Ramsey, senza dimenticare Dybala. Di nazionali ne arriverà almeno un altro, Locatelli, e forse tornerà Pjanic. Le riserve della Juve se la giocherebbero per un posto in Europa League.

Con Allegri, assisteremo alla crescita esponenziale di Chiesa e Kulusevski, al rilancio in grande stile di Dybala, all’ennesimo trofeo (capocannoniere) di CR7. Ma l’equivoco tattico che ha affossato Pirlo e ha fatto dire a Sarri che la squadra fosse “inallenabile” potrebbe non essere risolto. Perciò, mi sento di aprire uno spiraglio di speranza, motivato dall’inevitabile permanenza di Cristiano Ronaldo: è il suo pesantissimo condizionamento a rendere contendibile il prossimo campionato.

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Perché la Juve questo campionato può solo perderlo (1/2)

Le quote delle agenzie di scommesse fanno giustizia di tanta retorica sul “campionato equilibrato”: la vittoria della Juve è pagata quattro o cinque volte quella del Milan, sette volte quella del Napoli, la stessa Inter scudettata è staccata di un buon 20-25%.

Dovendo vendere il prodotto, tanti imbonitori si affannano a valorizzarne l’ingrediente più appetibile: l’incertezza del risultato, l’equilibrio competitivo. Perciò, si enfatizzano figure come Spalletti, Sarri e Mourinho, rimuovendo la sostanza: in termini di fatturato e di monte-ingaggi, da almeno un lustro la Juve viaggia a distanze siderali da tutti i competitori. Giustamente, Arrigo Sacchi invita a non fare proclami sull’Atalanta: “Non possiamo caricarla di questa responsabilità. Se io spendo dieci e i miei avversari spendono cento, non posso essere favorito”. E conclude: “Vedo la Juventus favorita su Inter e Milan, ha qualcosa di più”.

Aveva vinto nove scudetti consecutivi, con tre allenatori diversi, ha sfidato la sorte cambiando ancora la guida tecnica e facendo leva sulla migliore rosa della Serie A, e così per una volta non ha vinto (anzi, ha festeggiato un terzo posto, come ha fatto notare Sarri). Ora ritrova l’allenatore dei cinque scudetti e delle quattro Coppe Italia, nonché delle due finali di Champions, e la squadra che l’ha appena battuta ha perso due titolari e l’allenatore, taglia del 15% i costi del personale e cerca prestiti con diritto di riscatto, come una provinciale qualsiasi.

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Tanto, prima o poi, bisogna incontrarle tutte…

La banalità del titolo – la frase che “gli addetti ai lavori” pronunciano immancabilmente al momento in cui vengono sorteggiati i calendari – nasconde due insidie.

Ogni tifoso ha un suo personalissimo calendario. Autobiografico: per esempio, io ho subito guardato alla data di Bologna-Inter, e ho già concluso che non andrò al Dall’Ara. Troppo freddo il 6 gennaio… Con amici, avevamo identificato un paio di trasferte interessanti: Empoli (per la distanza) e Venezia (per l’esotismo). Anche in questo caso, le date non sono le migliori (27 ottobre, infrasettimanale; 28 novembre). Forse la pigrizia ci farà ripiegare sul Bentegodi o sul Mapei Stadium.

Da tanti anni, almeno da quel 5 maggio, vado subito a controllare contro chi si gioca l’ultima giornata. Il 22 maggio ci sarà Inter-Sampdoria, appuntamento in teoria più abbordabile delle trasferte di Juve e Milan a Firenze e Sassuolo. Alla penultima, vedo Cagliari-Inter, Juve-Lazio e Milan-Atalanta; alla terzultima, Inter-Empoli; alla quartultima, il primo maggio, Udinese-Inter. Risalendo il calendario, aprile offre Inter-Roma, Spezia-Inter e Inter-Verona, insomma le ultime sette giornate si presterebbero a un filotto, se i nerazzurri fossero ancora in corsa il 3 aprile, dopo la trasferta all’Allianz.

In un campionato a 20 squadre, con metà delle partecipanti che a marzo non hanno più nulla da chiedere, affrontare chi è già salvo e non ha ambizioni europee può garantire vittorie altrimenti ben più ostiche. Ricordate la differenza di rendimento di Cagliari, Napoli e Torino (al ritorno), di Roma, Benevento e Verona (all’andata)?

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Sono convinto che con Marotta, cinque estati fa non saremmo caduti nel burrone, eppure bastava un’infarinatura di fisiognomica. #Kia. #JoaoMario

Con l’addio di Hakimi, si apre anche un problema numerico

Fra dieci giorni, Simone Inzaghi arriverà alla Pinetina per iniziare la preparazione: Skriniar e De Vrij si uniranno dopo una decina di giorni, ma all’appello mancheranno anche i due cileni, Lautaro, Vecino, Lukaku, i due croati, Barella e Bastoni. Sperabilmente, ci sarà qualche novità che oggi è ancora avvolta nel mistero.

Achraf Hakimi è stato il settimo calciatore più utilizzato da Antonio Conte: 45 presenze, 3260 minuti (74,9% del totale), 11 volte subentrato, 13 volte sostituito.

Se n’è andato come se nulla fosse anche Ashley Young, che di fatto è stato un titolare, figurando come undicesimo assoluto nel minutaggio (1985’, 45,6%), con 34 presenze.

Non giocherà Christian Eriksen, che è stato il dodicesimo come presenza complessiva in campo (sempre presente da gennaio in poi: 1690’ in 34 partite).

E se ne andrà Aleksandr Kolarov, diciannovesimo con 715’ in 11 partite. Aggiungo, per completezza, Daniele Padelli, con la sua unica presenza e i suoi 45 minuti.

Leggo di possibili o desiderabili partenze di Perisic (decimo), Vidal (tredicesimo), Pinamonti e Radu (in fondo alla classifica), e invito a riflettere sulla scarsa “profondità” della nostra rosa. Finora, sono arrivati solo Alex Cordaz e Hakan Calhanoglu.

La stagione 2020-21 è stata caratterizzata da una preparazione atletica strepitosa (il girone di ritorno lo dimostra), da pochissimi infortuni muscolari (a parte Sensi), e dalla insistenza di Conte su una formazione-tipo mai così riconoscibile nell’ultimo ventennio.

Si sono giocate 48 partite, Lautaro le ha giocate tutte, Lukaku ne ha perse appena quattro, il trio difensivo si è stabilizzato da novembre (De Vrij 42, Bastoni 41, Skriniar 40), Barella e Brozovic si sono gestiti alla perfezione… Difficile credere che ognuna di queste condizioni si ripeterà nel 2021-22. E le partite potrebbero essere più di 48, già l’anno prima furono 54. Dunque, anche se è lecito sperare che Sensi e Vecino giocheranno di più, rispetto alla stagione scorsa è necessario allungare la rosa di almeno un paio di elementi. Prima di spedire in prestito i vari Dimarco, Pirola e Agoumé ci penserei su. E se per Lazaro, Dalbert, Joao Mario e Nainggolan non arrivassero offerte degne di questo nome, li terrei stretti almeno fino alla fine della tournée amer

Interspac m’interessa, eccome

Azionariato popolare: è un’ottima idea, ho compilato il questionario e dichiarato la mia disponibilità, mille euro non mi cambiano la vita, ma è chiaro che un simile progetto può fallire per un’infinità motivi. Non a caso, in Italia, nessuno ci è ancora riuscito.

Problemi di comunicazione, innanzitutto: indicare 42 nomi di cui 41 uomini, non è il miglior punto di partenza. Non è colpa loro, ma anche l’espressione “tifosi vip” somiglia a una pietra al collo. Però, fra questi nomi ce ne sono parecchi di cui ho stima (Lerner, Serra, Mentana Ligabue, Salvatores, Severgnini, Vecchioni, il professor Galli, Boeri, Bergomi, Bertolino), c’è l’amico Gianfelice e le rughe di Cottarelli (non sempre convincente quando agisce in politica) garantiscono che non andrà sprecato mezzo euro. Di Lerner e Serra, Severgnini e Bergomi ho il nitido ricordo delle interviste che facemmo per il film su Javier Zanetti.

Altro “errore”, forse inevitabile, mi pare quello di aver manifestato la massima disponibilità a lavorare con Suning. Certo, l’Inter è nelle mani di Suning, ma questa iniziativa parte col vento in poppa anche perché Suning sta deludendo, anzi deprimendo gravemente, fino ad apparire poco affidabile anche al sindaco di Milano (la coincidenza del lancio di Interspac con la cessione di Hakimi vale più di mille discorsi).

Giustissimo, invece, procedere con prudenza, ma senza porsi limiti: raccogliere 100 milioni non sarebbe indifferente, ma non cambierebbe abbastanza. Di milioni bisogna raccoglierne almeno 200, meglio 300, se si vuole diventare decisivi e non limitarsi a prestare soccorso a una proprietà che ha deciso che non è ancora il momento per vendere, e ha il merito di aver portato Marotta e Lukaku, Conte e Eriksen, ma di calcio (e di calcio italiano) ha mostrato di capire pochissimo, come ha dimostrato il ruolo gregario e opportunista giocato nella vicenda Superlega.

Le parole-chiave sono due: identità e appartenenza.

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Il Caso Calhanoglu raccontato dai media

Il giornalista è un animale strano, onnivoro e capace di tutto.

Può consolare e può innervosire, può attaccare e può difendere, può sostenere una tesi e subito dopo l’esatto contrario.

Il giornalista è malleabile e suscettibile: se gli fai notare che si sta contraddicendo, rispetto a quanto aveva sostenuto un minuto prima, replicherà che le cose cambiano e lui si limita a registrarle e riferirle.

Non sto parlando dei giornalisti dichiaratamente tifosi, quelli che stanno in tv, sulla radio e nei social per fare il paladino di una causa; no, sto parlando di quelli da cui ti aspetteresti analisi ed equilibrio, razionalità e precisione. Quelli che dovrebbero riferire i fatti.

Prendiamo il Caso Calhanoglu.

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Quattro buone notizie dopo un mese intossicato da quelle cattive. #amala

Parlando con il sindaco di Milano, Steven Zhang avrebbe assicurato che per molti anni ancora Suning resterà ai vertici dell’Inter: la costruzione del nuovo stadio, infatti, è un affare che richiederà minimo tre anni, più probabilmente quattro, sempre che le elezioni Comunali di ottobre non rimescolino le carte, producendo altri ritardi e altra confusione.

Sala è stato molto criticato, nei mesi scorsi, per aver preteso un chiarimento sulla continuità aziendale. A me pare che un sindaco dovesse fare proprio questo, la scelta sull’area di San Siro muoverà un sacco di soldi e un sacco di cemento, cambiando il volto di una larga porzione della città.

Seconda buona notizia: al contrario di quanto riferito da informatissimi opinionisti, prima di ripartire per la Cina, Steven Zhang avrebbe chiarito che Suning vuole confermare tutto il management fino alla scadenza degli impegni con Oaktree, dunque prolungando i rapporti di lavoro con Marotta, Ausilio, Baccin e Samaden fino al 30 giugno 2024. Purtroppo, la Gazzetta scivola sulla frasetta inquietante (“Tutto fatto, manca solo la firma che però è una formalità”). Quando c’è di mezzo Suning, nemmeno la firma dal notaio è una sentenza definitiva.

Terzo: l’Inter Under 18 allenata da Chivu ha concluso al primo posto la stagione regolare e appare la favorita per la vittoria in campionato, mentre la Primavera di Madonna ha perso questa opportunità subendo un gol allo scadere a Bergamo, ma è fra le quattro che si giocheranno il trofeo. Ottenere simili risultati con una società frastornata dalle capriole cinesi, mi sembra un grande titolo di merito. Confido che su Casadei e Satriano non si facciano errori di sottovalutazione.

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3455, mi ricordo

Mi ricordo le estati passate in attesa dell’inevitabile arrivo di De Paul, appena meno numerose di quelle impegnate su Lavezzi.

Via entrambi, sia Hakimi che Lautaro

A voler credere ai giornali e agli opinionisti di rango, “l’Inter non svende”: sarebbe disposta a cedere Achraf Hakimi e/o Lautaro Martinez, ma a solo a certe condizioni.

Le condizioni? 80 milioni per il marocchino, 90 per l’argentino. E gli ottimisti chiosano che basterebbe cederne uno.

Incassando quei 170 milioni cash, l’Inter potrebbe accontentare Steven Zhang e reinvestire 70 o forse 90 milioni per mantenere la squadra competitiva (anche perché, se non si entrerà in Champions, questi sacrifici somiglieranno drammaticamente a quelli derivanti dall’aver regalato il cartellino a Eto’o, Julio Cesar e Sneijder). E bisognerà vendere magliette e abbonamenti…

A voler credere ai giornali e agli opinionisti di rango, le intenzioni dell’Inter si potrebbero concretizzare innescando qualche asta. Indiziati, i soliti: Real e Barca, City e Chelsea, e l’onnipresente PSG, che già ci consentì il secondo affare del secolo: sbarazzarsi di Icardi (il primo? Ibra + 50 per Eto’o).

Purtroppo, la pandemia ha tolto 5-6 miliardi di euro dal mercato calcistico, l’80% delle perdite si sono concentrate sulle società più ricche, e tutti sanno quanto sia impellente il bisogno di vendere di Suning. Ne ho scritto fino allo sfinimento: dire la verità, in questo mondo, è farsi il più ridicolo degli autogol.

A parte Haaland e Mbappé, non mi pare ci sia la fila disposta a spendere 80 o 90 milioni per un calciatore. Anche i ricchissimi vanno dritti sugli svincolati, ricoprendoli d’oro. All’Inter non riesce nemmeno di vendere Joao Mario alla squadra con cui ha vinto un imprevedibile scudetto, mentre il Cagliari parla di Nainggolan come se fosse suo e avanza pretese inaccettabili persino da chi ricorderemo affettuosamente per averci preparato Barella. Di Vidal e Perisic, meglio non parlare: nessuno busserà alla porta per accollarsi gli ingaggi spaventosi di chi è in evidente parabola terminale. “Non vendi chi vuoi, ma chi puoi” (cit).

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Non vendi chi vuoi, ma chi puoi. E se non arrivano offerte?

Fare il tifoso è emotivamente faticoso, a volte dispendioso: dovremmo limitarci a inseguire sogni, a implorare un vice Lukaku o un vice Brozovic, il nuovo Messi o il clone di Sneijder, anziché dover frequentare le scuole serali per darci un tono e cianciare di alta finanza.

L’Inter deve vendere, ce l’hanno detto in tutte le salse. Le cifre ballano, si fa una discreta confusione fra entrate secche e plusvalenze, ma sembra chiaro che “almeno un big” debba essere ceduto. La fuga di Antonio Conte ce l’hanno spiegata così.

Perciò, da settimane il tifoso studia gli ammortamenti e si dilania su chi debba essere sacrificato sull’altare del bilancio.

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Rinnovi: dimostrare di saper vincere senza Conte

Due settimane fa – QUI – avevo proposto una lista di partenti e di sicuri confermati (appena 7: Lukaku, Handanovic, Barella, Darmian, De Vrij, Bastoni e Gagliardini).

Scrivevo: “Ragionando freddamente, non mi pare che Antonio Conte – il massimo protagonista di questa stagione nerazzurra – possa ambire a qualcosa di meglio. Arsenal e Tottenham sono piene di soldi, ma da ricostruire, Conte non ha il glamour per il Real o il Psg, dunque o resta all’Inter o se ne sta fermo un anno. Forse l’esperienza di Allegri (e Spalletti, e Sarri) gli avrà fatto capire che stare alla finestra può essere controproducente, i treni passano e l’età avanza”.

Ero convinto che si sarebbe proceduto a un netto svecchiamento della rosa, liberando gli svincolati: l’addio a Padelli, Young, Radu, Kolarov, Pinamonti, D’Ambrosio, Perisic e Vecino stava fra il 60 e il 100 per cento. Padelli è già partito, lo sostituirà Cordaz, che a Crotone ha avuto un buon rendimento e certo garantisce una maggiore abitudine a stare in campo.

Invece, si sta verificando un’inversione di rotta: D’Ambrosio e Ranocchia avranno un prolungamento, lo si è proposto anche al trentacinquenne Young. Ingaggi limati e affidabilità accertata: mi paiono queste le ragioni. E non mi stupirei se a Inzaghi venisse concesso di portarsi qualche fedelissimo (Radu e Lulic sono svincolati, Caicedo e Marusic hanno un solo anno di contratto).

Entro il 30 giugno dovrà essere conclusa una cessione dolorosa: sembrava fatta con Hakimi, ma il Psg sta firmando contratti pazzeschi a svincolati come Wijnaldum e, pare, Donnarumma. Giusto non cedere di un euro dagli 80 milioni richiesti per il laterale marocchino. Giusto, anzi giustissimo, non fosse per l’assoluta necessità di vendere e di fare plusvalenze, che le ultime interviste di Zhang hanno platealmente confermato. Ho già scritto che mi sembra un atteggiamento sbagliato, se tutti sanno che devi vendere, non puoi sperare di spuntare il prezzo più alto.

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#Lille: saper vendere per tornare a vincere. Anche #Hakimi ha un prezzo. Ecco chi avrebbe senso cedere

Consiglio non richiesto a Beppe Marotta: provi a studiare il Lille.

Il Lille Olympique Sporting Club (LOSC) ha vinto la Ligue 1 per la quarta volta, a dieci anni di distanza, e la sorpresa è doppia se si pensa alla cessione del trascinatore e cannoniere, Victor Osimhen.

La vittoria del Lille era già passata da altre, recenti, lucrosissime cessioni: El Ghazi all’Aston Villa, Thiago Mendes al Lione, Nicolas Pépé all’Arsenal, Gabriel all’Arsenal, Rafael Leao al Milan. Fra il 2019 e il 2020, queste sei partenze hanno portato nelle casse del Lille circa 270 milioni di euro.

Lille ha gli abitanti di Brescia, il LOSC gioca nel futuribile stadio Pierre Mauroy (50mila spettatori).

Riproduco queste due grafiche sul calcio europeo, perché sottolineano il valore dell’impresa: il XIX scudetto nerazzurro è stato ottenuto a una quota superiore a quella raggiunta da chi ha vinto campionati paragonabili.

Tutti si stanno esercitando nell’indicare chi sarebbe meglio sacrificare, nella stagione del “ridimensionamento” imposto da #Suningout. Farò lo stesso esercizio, nella consapevolezza che tutta la rosa – anche se alla Curva Nord è stato detto diversamente – ha il prezzo del cartellino esposto. Nessuno è davvero incedibile, e non sarà un caso se vorresti vendere Vidal e ti vengono a chiedere Hakimi. Due mi paiono gli argomenti: chi può garantire più cash e/o maggiori plusvalenze.

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Mi farò piacere anche #Inzaghi, ma non so immaginare quanto tempo passerà prima di tornare a vincere… #Zeman. #Marotta. #Superlega

Non manco mai di leggere Zeman. Lo scorso 22 maggio – un secolo fa, anzi sei giorni fa – la Gazzetta ha pubblicato un breve testo a sua firma, nel quale sosteneva che: «Era difficile immaginarsi Milan e Juve impegnate in questo testa a testa all’ultima giornata. Innanzitutto perché la Juve ha di gran lunga la rosa più forte rispetto a tutte le altre, Inter compresa. E per me è già una grossa sorpresa che non abbia vinto lo scudetto, figurarsi trovarla attualmente al quinto posto».

Condivido anche le parole che seguono: «Senza gli infortuni la squadra di Gattuso avrebbe potuto lottare per lo scudetto con l’Inter. Arrivare in Champions League è una soddisfazione per come si erano mese le cose, ma il Napoli se ci riuscirà avrà fatto il suo, perché la rosa è certamente da primi quattro posti».

Sappiamo com’è finita: il rigore inventato da Juan Cuadrado e Gianpaolo Calvarese ha sacrificato il Napoli sull’altare dell’unica superpotenza italiana. Quella che ha appena licenziato Paratici, immaginando che un colpevole andrà pur trovato per il Caso Suarez… In questi sei giorni, Gattuso è stato accompagnato alla porta, Conte ha fragorosamente sbattuto la sua (ma l’aveva fatto sapere un mese fa), la Juve ha ripescato Allegri con un contratto faraonico, l’Inter è stata costretta a inseguire soluzioni avventurose, finendo per scippare Inzaghi a Lotito. Molto se non tutto nasce da Cuadrado e Calvarese, ma chi ci racconta il calcio non può sputare nel piatto dove mangia.

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Applausi a Conte, e storia chiusa

Antonio Conte è entrato a far parte dei primi 10 allenatori con più panchine della storia dell’Inter.

Dei 67 gli allenatori che si sono succeduti dal mitico 1908, al primo posto rimane Helenio Herrera, con 366 panchine; seguono Roberto Mancini con 302, poi Giovanni Trapattoni con 230, Arpad Weisz 212, l’ultimo con più di duecento è Eugenio Bersellini 207.

Herrera è lì perché, a più riprese, è stato l’allenatore dell’Inter per 9 stagioni, Mancini e Weisz per 6, come Virgilio Fossati, settimo con 110 panchine, dietro Alfredo Foni (135); poi Héctor Cuper (110), José Mourinho (108) e, appunto, Antonio Conte (102). Undicesimo e ultimo sopra “quota cento”, Giovanni Invernizzi (100). A seguire, Spalletti (90), Roy Hodgson (89), Giuseppe Chiappella (83), Giuseppe Meazza (82), Aldo Olivieri (76), Luis Suarez (76), Osvaldo Bagnoli (74), Carlo Carcano (74) e Luigi Simoni (73).

Sono sicuro che nessuno saprebbe dire qual è l’allenatore che ha la miglior percentuale fra partite e vittorie. Ve lo dico io… Si tratta di Vincenzo “Nino” Resegotti, che insieme a Francesco Mauro guidò l’Inter nella stagione 1919-20, al termine della quale arrivò il secondo scudetto. Uscendo dalla preistoria, la sorpresa: al primo posto sta Leonardo De Araujo: 21 vittorie in 32 partite, 65,6%.

Le 102 panchine di Conte – che, come scandiscono le tre righe del comunicato ufficiale della società – “rimarrà per sempre nella storia del nostro Club”, derivano dal numero di partite che si giocano oggi, rispetto ai tempi di Weisz, di Fossati o di Foni, ma anche di Invernizzi e di Bersellini. E, in un certo senso, comunicano una sensazione distorta: la parabola di Conte in nerazzurro è stata rapidissima, come quella di quasi tutti: nell’ultimo mezzo secolo, solo tre allenatori sono rimasti seduti per almeno tre anni consecutivi sulla panchina dell’Inter: Bersellini, Trapattoni e Mancini. Tutti e tre riuscirono a sopravvivere alla “centrifuga” (copyright del Trap) e arrivarono a vincere al terzo anno; Conte saluta dopo il secondo.

Gli auguro di allenare il Real e di eliminare la Juve allo Stadium.

L’Inter, ora, è aggrappata al talento dell’ultimo fuoriclasse, Beppe Marotta. Se le alternative sono Mihajlovic e Fonseca, concluderei che va fatto l’impossibile per assicurarsi quella che è sempre stata la prima scelta.

Se ti chiama il Real… #Conte. #Zhang. #Madrid. #Burgnich.

Non è la conclusione che speravo, è quella che temevo, ma possiede un’irresistibile forza intrinseca, e spero che il 90% dei tifosi nerazzurri saluteranno Antonio Conte con un lungo applauso. Lo ripeto per l’ennesima volta: questo scudetto è targato Conte, nessun altro allenatore avrebbe ottenuto questi risultati con questa rosa, con Conte in panchina almeno un paio di altre squadre avrebbero fatto più punti dell’Inter.

Immagino che con i programmi di Zhang, Conte abbia valutato che l’Inter poteva ambire al terzo o al quarto posto, che in Europa ci si sarebbe fermati a febbraio-marzo, che non era in vista nessun salto di qualità, ma un secco ridimensionamento. A scanso di equivoci: è Suning che ha cambiato le carte in tavola, Conte ha ragione al 100 per 100. Gli si vuol chiedere di essere “interista”? Nemmeno Suning lo è: a parte il voltafaccia ispirato dalla pandemia, i cinesi ragionano secondo parametri che tifosi come noi arrivano a stento a capire, se domani ci fosse la Juve in vendita, Suning potrebbe comprarla senza battere ciglio.

Antonio Conte non è mai stato “aziendalista”, e a me pare una qualità. Ha sbattuto la porta alla Juve, ha fatto causa al Chelsea, se ne andrà bruscamente dall’Inter. È un professionista con le idee chiare, un ego ipertrofico, una strepitosa capacità di costruire gruppi vincenti, una voglia spasmodica di arrivare in cima.

«Per quanti anni ancora allenerò?» «Per quanti anni ancora sarò competitivo ai massimi livelli?» Credo che Conte ragioni così. Dunque, dall’Inter di Zhang non si aspetta nulla di buono. Ha un contratto faraonico, cercherà di ottenere una ricca buonuscita, forse Marotta gli chiederà di portare a Madrid un calciatore, a prezzi da Real, perché le casse nerazzurre hanno bisogno di soldi veri, oltre che di plusvalenze.

“Il Madrid” fattura quattro volte l’Inter. “Il Madrid” ha vinto 13 volte la Champions. “Il Madrid” è strapieno di campioni e ha alcuni giovani di sicuro avvenire. Se l’Uefa non colpirà Real, Juve e Barca con qualche pesante sanzione, si può già scommettere che “il Madrid” arriverà primo o secondo in campionato e fra le prime otto o ancora più su in Europa. “Il Madrid” l’ha già illuso e abbandonato, e certo non potrebbe certo ambire alla panchina del Bernabeu, venisse da una stagione nerazzurra chiusa al terzo o quarto posto.

Resta da stabilire chi allenerà l’Inter 2021-22, sapendo di dover fare miracoli anche solo per avvicinarsi a quello che ha ottenuto Antonio Conte.

Confido in Marotta. Non dico chi spero, perché l’ultima speranza si è appena capovolta in dispiacere.

ps – che brutta giornata… se ne è andato anche “la Roccia”, Tarcisio Burgnich.

La mia formazione ideale di questa Serie A

Avendo vinto l’Inter, nessuna discussione su allenatore e modulo: Conte e il suo 3-5-2.

Donnarumma

De Ligt – De Vrij – Romero

Hakimi – Barella – De Paul – Zielinski – Gosens

Ronaldo – Lukaku

Ed ecco le riserve: Gollini, Skriniar, Acerbi, Bastoni, Hernandez, Kessié, Milinkovic Savic, Malinovski, Mikhitarian, Insigne, Vlahovic.

Mi secca escludere Muriel e Berardi, ho deliberatamente escluso Cuadrado e Chiesa.

Questa tabella fotografa il rendimento di Juve, Inter e Milan negli ultimi 10 campionati, evidenziando una “storica” differenza nel punteggio conseguito nel girone d’andata e in quello di ritorno.

Tendenzialmente, in questo decennio, la Juve cala, l’Inter crolla e il Milan cresce. Fra i tanti meriti di Antonio Conte anche quello di avere invertito questa tendenza.

È festa!

Assaporare i momenti belli sta diventando sempre più difficile. Il modello consumistico spinge all’attesa e alla frustrazione. Ma da almeno un mese gli interisti che non si sono fatti travolgere dalle chiacchiere – e da campagne disfattiste, orchestrate anche per distrarre dai fallimenti altrui – sono appesi sulle nuvole, assistono alle ultime partite quasi sperando che il tempo si sia fermato. Sanno, per esperienza, che giornate come quella di oggi possono farsi aspettare per lunghi, lunghi anni.

Del famoso incontro Zhang/Conte sapremo a giochi fatti. Ragionando freddamente, non mi pare che Antonio Conte – il massimo protagonista di questa stagione nerazzurra – possa ambire a qualcosa di meglio. Arsenal e Tottenham sono piene di soldi, ma da ricostruire, Conte non ha il glamour per il Real o il Psg, dunque o resta all’Inter o se ne sta fermo un anno. Forse l’esperienza di Allegri (e Spalletti, e Sarri) gli avrà fatto capire che stare alla finestra può essere controproducente, i treni passano e l’età avanza.

Il prestito fornito da Oaktree fornisce ossigeno, ma non cambia la sostanza: Suning vorrebbe vendere e cerca di farlo alle migliori condizioni. Dunque, non avrebbe senso svalutare la rosa, deprezzando il marchio.

Ma se non ci sono soldi per fare mercato, non vuol dire che la rosa 2021-22 sarà molto simile a quella attuale. Anzi, penso che quasi metà della rosa (una decina di calciatori) verrà sostituita, abbassando il monte-ingaggi e l’età media.

Solo su sette nomi metterei la mano sul fuoco; ho evidenziato quelli di Skriniar, Lautaro ed Eriksen perché penso che uno verrà ceduto, i cileni potrebbero garantire un minimo risparmio, ma sono anche quelli con più esperienza internazionale (e a Conte piacciono).

Per valutare la prossima stagione, diventa cruciale lo snodo di stasera, quando una fra Napoli, Milan e Juventus si vedrà costretta all’Europa League: se il calcio ha una logica, sarà il Milan; per gli interessi dell’Inter, spero sia la Juventus.

Ma è la mattina del 23 maggio e la cosa migliore da fare è assecondare la PFM di Franco Mussida e Mauro Pagani, riascoltando quell’inno trascinante: «È festa / come sempre é la festa / d’un leggero uccello che va / come sempre è la festa / di chi è.»

Quelli del Triplete e Quelli del Diciannovesimo: un confronto

Era un sabato anche quello del 22 maggio di undici anni fa, ma chi vorrà utilizzare lo spazio dei commenti non dovrà farlo, come spesso accade, confrontando la forza di quegli 11 rispetto a quella di chi gioca oggi. Su questo piano, vi dirò che solo De Vrij mi pare all’altezza di Lucio, e nemmeno la LuLa si fa preferire alla coppia Milito-Eto’o.

Il confronto che propongo è un altro. A me pare che degli 11 di Madrid non ci fosse nessuno ancora “in crescita”: erano tutti al culmine della carriera, anzi alcuni avevano già avviato la parabola discendente. Che Goran Pandev sia ancora decisivo per la salvezza del Genoa, non cambia la sostanza. Purtroppo, lo strepitoso nucleo argentino incapperà presto in infortuni che ne hanno accorciato il declino.

Ricordo il Cuchu al Leicester, Eto’o al Chelsea e all’Everton, l’Acchiappasogni al Queens Park Rangers, El Principe di Bernal al Racing di Avellaneda, The Wall al Basilea, il Colosso ripiegare a Roma, solo di Sneijder si può dire che la sua cessione fu troppo anticipata (giocò altri cinque anni in Nazionale).

Degli 11 di oggi, invece, penso che Handanovic, Perisic e Brozovic abbiano già espresso il meglio. È difficile immaginare una crescita di De Vrij (se non in zona gol) e di Lukaku (se non nella gestione delle forze), mentre ampi margini di miglioramento mi paiono associabili a Barella, Bastoni e Skriniar. Dove possano arrivare Lautaro e Hakimi è l’argomento su cui farei leva per trattenere Conte. Quanto a Eriksen, ora che ha capito qualche calcio si gioca in Italia, me lo aspetto molto più incisivo sia nei gol che negli assist.

Anche nel più smodato ottimismo, tuttavia, mi pare chiaro che gli 11 di oggi non arriveranno a eguagliare gli 11 di undici anni fa. Continuare a vincere in Italia, questo sì…

Come il girone di ritorno ha capovolto i valori

Esauriti i recuperi, con il pareggio che ha definitivamente affossato il Benevento, a una giornata dalla fine è possibile ricavare valutazioni abbastanza precise sulla parabola di questo campionato.

È facile identificare le squadre che sono cresciute e quelle che hanno peggiorato il proprio rendimento.

Immaginando che Sassuolo e Juve finiscano con il segno più, e accantonando gli scostamenti minimi, è evidente come vi siano cinque squadre che hanno nettamente migliorato e altrettante che sono drasticamente calate: Napoli, Cagliari, Torino, Inter, Atalanta da un lato, Verona, Roma, Benevento, Milan e Parma dall’altro.

Strano verificare come il rendimento della Juventus sia stato assolutamente stabile, dunque lo scudetto aveva iniziato a scucirsi ben prima che i commentatori (e il sottoscritto) ne prendessero atto.

Retrocedere dopo aver accumulato 22 punti nel girone d’andata, diverrà una scomoda pietra di paragone (e questa è una certezza); non entrare in Champions dopo aver conquistato il platonico titolo di “campione d’inverno”, rischia (non è ancora una certezza) di diventare uno sberleffo valido per qualche decennio.

Juve-Inter non merita il nostro sangue amaro

Partite come Juve-Inter andrebbero abolite. Meglio se una delle due se ne vada altrove (nella Superlega, per esempio). L’odio sportivo è un sentimento infantile, eppure ci si va puntualmente a sbattere con ignominia. Al centesimo “errore arbitrale”, come si può pretendere di dare credibilità a questo gioco?

Il calcio è un giocattolo fragile. Tutto si tiene. Puoi fare come Vigorito, solo se arrivi alla conclusione che in quel mondo il Benevento è a malapena sopportato… Puoi fare come Commisso, solo se hai bisogno di sfogarti e vuoi distrarre l’attenzione dai tanti errori dei tuoi collaboratori… Gli altri fingeranno di battibeccare, ma non sputeranno nel piatto dove mangiano. Tutti si sentiranno impegnati a farci credere che Calvarese (e Abisso) sono andati in confusione, che il protocollo VAR è ancora difettoso, che gli errori più grotteschi avvengono in buona fede.

La Juventus non è solo la società più ricca. È anche quella che spende di più in pubblicità, che controlla grandi giornali e tiene a libro-paga tanti opinionisti. Penalizzare la Juventus, significa pregiudicare la propria carriera: andate a chiedere a Fourneau quali partite ha arbitrato dopo Crotone-Juventus…

L’Inter sta solo un gradino sotto. Il che significa che gode di privilegi secondi solo a quelli della Juve. Per esempio, può ostracizzare Orsato, e da tre anni evitare i fischi di quell’arbitro. Se Orsato vuole venire a San Siro, dipende solo dal Milan. Che, a sua volta, con i 18 rigori a favore, mi pare possa stare alla pari dell’Inter nel novero delle società privilegiate. Quelle che fanno e disfano. Che ricattano e controllano, prestando calciatori a destra e a sinistra, in cambio di “amicizia”.

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Ago e filo, passione e attenzione, altrimenti lo scudetto farà presto a scucirsi. #Juve-Inter

L’amico Gianfelice Facchetti mi ha spedito una foto di famiglia, che risale al 1966: Giacinto osserva la sorella Giovanna mentre cuce la stella del decimo scudetto su una di quelle meravigliose maglie che il modernissimo marketing insegue grossolanamente (addirittura quattro quelle esibite quest’anno, gratificando l’ego di disegnatori incuranti del valore della tradizione).

Appena l’ho ricevuta, ho pensato che questa foto, nella sua struggente malinconia (le pettinature di Giacinto e Giovanna rimandano agli anni Sessanta dei nostri genitori), avrebbe accompagnato il post sul Derby d’Italia.

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La cavalcata nerazzurra, secondo la Gazzetta

Ho ceduto, non mi capitava da undici anni, ho speso 9 euro e 90 per la pubblicazione celebrativa della Gazzetta, non fosse altro per le magnifiche fotografie.

Sfogliando queste pagine (si chiudono alla 34esima giornata, quando “la matematica” ha assegnato lo scudetto), mi è venuto da prendere qualche appunto. Per esempio, chi è stato il migliore in campo fra i nerazzurri, secondo la Gazzetta?

Undici nomi diversi: Lukaku 8 volte, Lautaro 7, Hakimi 6, Barella 4, Darmian e Sanchez 2, Perisic, Handanovic, Brozovic, Skriniar ed Eriksen 1; fra i titolarissimi, mancano De Vrij e Bastoni, dal mio punto di vista Lukaku sarebbe primo con un distacco maggiore, ma la distribuzione di questo “titolo” è largamente condivisibile. Con due sottolineature.

Fra la terza e la nona giornata, per sei volte la LuLa (3 a testa) si è aggiudicata il voto del miglior nerazzurro; fra la sedicesima e la ventunesima, invece, il migliore è sempre stato un centrocampista (Barella 3, Hakimi 2, Brozovic).

Aggiungo qualche altro numero, aggiornato alla 35esima (più le Coppe): l’Inter ha colpito 23 pali, gli avversari 8; fra i tiratori più sfortunati, Lautaro 7 e Lukaku 6, seguono Barella 3, Eriksen 2, Hakimi, Brozovic, Gagliardini, Young e De Vrij 1.

L’arbitro ci ha concesso 8 calci di rigore, chi se li è procurati? Lautaro e Barella 2, Hakimi, Sensi, Sanchez e Darmian 1. Quanto ai 6 rigori contro, chi li ha provocati? Young e Vidal 2, Kolarov e Barella 1.

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