Chiosando Beppe Marotta

Ancora prima di dirsi d’accordo o in disaccordo, intendiamoci: quando parla Marotta, a chi parla?

Parto dal presupposto che ci sia sempre una miscela di verità e opportunismi, anzi nel caso di Marotta sono propenso a credere che le prime siano molto più frequenti dei secondi. La strategia è chiara: “Non ditemi che non ve l’avevo detto”.

Marotta parla ai tifosi (meglio, ai clienti) e lancia segnali in codice (ai dirigenti delle altre società e ai procuratori dei calciatori). Si preoccupa di gestire i media, occupa la scena con un notevole dinamismo, i suoi larghi sorrisi servono a celare le magagne della proprietà che gli assicura un lauto stipendio.

Non è un dinamismo fittizio, il suo: l’Inter 2022-23 sarà estremamente diversa da quella che ha finito un’ottima stagione con due trofei, un secondo posto e un Ottavo di Champions.

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Scadenze di mercato

Scadenza numero 1: fra meno di una settimana scade il più che iniquo Decreto Crescita.

Scadenza numero 2: fra meno di due settimane, Inzaghi raccoglie la truppa per l’avvio del ritiro.

Scadenza n. 3: fra otto settimane si gioca Lecce-Inter, e già nelle quattro partite d’agosto è necessario raccogliere non meno di 10 punti.

Formalmente, il calciomercato non è ancora cominciato, ma di chiacchiere ne circolano tante, e l’Inter appare come “la società più attiva”, per la quantità di operazioni imbastite.

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Ancora sul ritorno di Lukaku

Su YouTube c’è un filmato di 6-7 minuti, che ricapitola le 64 reti segnate da Romelu Lukaku con la maglia dell’Inter: 16 rigori (8 in entrambe le stagioni), 9 di testa (7+2) e 39 di piede (una trentina di sinistro). Molte di strapotenza, poche nell’area piccola.

Ho fatto un tweet per segnalare un dubbio, l’Inter di Inzaghi mi pare somigli più al Chelsea di Tuchel che all’Inter di Conte, tiene il pallone più a lungo di quando abbiamo visto Lukaku dare il meglio… Vedremo.

Intanto, torno a parlare di questa operazione di mercato, per la sua differenza rispetto a tutte le altre.

Chiunque comprende che hai venduto a 113 e ora affitti a 8 più bonus: per il Chelsea è un bagno di sangue, e tuttavia accetta di farlo per dimezzare le perdite (solo le proporzioni distinguono la vicenda Lukaku da quelle di Vidal e Sanchez, che l’Inter dovrà pagare affinché se ne vadano).

Come previsto QUI, Lukaku non si dimezza lo stipendio, si dà una sforbiciata del 30% (da 12 a 8,5) e senza l’iniquo Decreto Crescita – che garantisce ai ricchissimi di pagare meno tasse – nemmeno quella rinuncia sarebbe bastata.

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Lukaku e Inzaghi, fra Tuchel e Conte

#Lukaku non si dimezza l’ingaggio, all’Inter prenderà 9 milioni netti, più ricchi bonus. Si taglia lo stipendio dopo un errore rovinoso per la carriera. Lo aspettiamo, lo applaudiremo, ma farne un simbolo nerazzurro mi sembra davvero troppo. La firma arriverà quando…

Marotta l’ha fatto capire: Lukaku sta per arrivare. E dico subito che sono contento, anche se mi sembra assurdo parlare di “progetto”. Finché l’Inter sarà di Suning, si navigherà a vista; finché l’Inter sarà diretta da Marotta, riuscirà a non sfracellarsi.

Lukaku costerà un botto: una decina di milioni per il prestito, 9 netti a lui (no, non si “dimezzerà l’ingaggio”, è banale retorica, ma si darà una bella sforbiciata) e 12 per la società (grazie al pessimo Decreto Crescita), più gli immancabili bonus.

Dunque Suning, per poter disporre delle prestazioni di Lukaku nella stagione 2022-23, affronterà una spesa di 23-25 milioni. Mezzo milione di euro ogni volta che scenderà in campo; qualcosa di simile a quanto pagato dalla Juve, nell’ultimo biennio, per avvalersi di Alvaro Morata. Giova ricordare che 4-5 squadre affronteranno la prossima Serie A, spendendo per l’intera rosa meno di quanto l’Inter spenderà per il prestito annuale di Big Rom.

Ma perché non si è ancora arrivati alla firma?

La mia opinione è che il nodo del contendere sia il futuro del centravanti belga.

A meno di non considerare realistico che Tuchel fallisca su tutta la linea, e venga esonerato, fra un anno saremmo daccapo, con Lukaku di ritorno al Chelsea… Non so se si possa scrivere su qualche documento ufficiale – l’Uefa ha corretto le norme sui “prestiti”, cancellando quelli biennali – ma fra Inter e Chelsea è necessario un patto: poiché Lukaku non intende fare il pacco postale (Milano-Londra-Milano-Londra), va trovato il modo per evitare che uno come lui – non proprio un tipo dalla volontà irrevocabile – possa sentirsi parte di un progetto più lungo. All’Inter o altrove, certo non al Chelsea (dove fra un anno peserà a bilancio per circa 60 milioni)

Forse questo “dettaglio” futuribile non ci verrà rivelato, ma non credo proprio sia un dettaglio.

Cedere Dzeko, che enorme sciocchezza!

Su Edin Dzeko c’è l’interesse del Real Madrid. Cioè della squadra che ha appena rivinto la Champions. Cioè dell’allenatore più vincente d’Europa. Cioè della società più ricca del mondo… E cosa fa il tifoso interista – non tutti, ma troppi – di fronte a questa notizia? Esulta.

Sì, perché il tifoso moderno ha la memoria di una marmotta e la logica del commercialista.

Arriva Dybala, torna Lukaku, resta Lautaro: bisognerà pure cedere qualcuno. E gli ultimi due mesi di Dzeko – a differenza dei primi sette – fanno concludere che sia ormai un peso morto. Che lo voglia il Real per dare fiato a Benzema o, peggio, la Juve per alternarsi con Vlahovic, sembra un dettaglio ininfluente. Al contrario, riterrei la cessione di Dzeko un errore catastrofico, per vari motivi.

Romelu Lukaku, ai miei occhi, è un gigantesco punto interrogativo. L’ho detto e lo ripeto: sono favorevole al suo ritorno, le condizioni mi sembrano ottime, ma il BigRom che conoscevamo era allenato da Conte e preparato da Pintus. Non ritroverà nessuno dei due (nemmeno i cross di Perisic), e il gioco di Inzaghi è molto diverso.

Sacrificare Dzeko per tenere Correa mi sembra un insulto alla logica. Nessuna squadra al mondo può permettersi di avere tre argentini fra i quattro attaccanti, sarebbe un rischio micidiale. Lo sarebbe comunque, ancor più nella stagione inframmezzata da un Mondiale d’inverno.

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Calciomercato: attese, speranze, certezze

In attesa di Dybala e Mkhitaryan, di Bellanova e Asllani – i quattro “affari” che paiono prossimi alla conclusione – , il tifoso si interroga su quale sarà il “grande sacrificio rituale”. Per raggiungere l’obiettivo finanziario, Suning ha dettato a Marotta condizioni inesorabili, e pare evidente che prevedano la partenza di uno dei 4 o 5 calciatori che hanno più mercato.

I nomi li ho fatti il 31 maggio, sono sempre quelli, con l’aggiunta di Denzel Dumfries, e la sottrazione di Nicolò Barella (nessuno ne parla). Dunque, uno fra Lautaro, Bastoni, Skriniar e Dumfries.

Vero è che l’Inter potrebbe incassare una bella sommetta con le cessioni di chi “non rientra nei programmi” (Sensi, Pinamonti, Pirola, Esposito, forse anche De Vrji), ma non bisogna farsi illusioni. E trovo sinceramente grottesco che si pensi di eludere la stretta finanziaria con i ragazzini della Primavera.

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Favole

Barella in Azzurro e in Nerazzurro

Ringiovanire la rosa: esigenza urgentissima, ma se ne parla troppo poco

Non so se fosse vero che quella dell’Inter era la rosa più “vecchia” dell’ultima Serie A, ma certo il confronto con il Milan era impietoso: per i nerazzurri, quasi cinque anni di età media più elevata.

Pur con la certezza che non vedremo più Kolarov e Ranocchia, Caicedo e Sanchez, Vidal, Vecino e Perisic, la situazione non è cambiata. Anzi, è peggiorata: erano 29 anni e 4 mesi al primo settembre 2021, sarebbero 29 anni e 7 mesi al primo settembre 2022.

L’età media della rosa nerazzurra è senza dubbio troppo alta. Era 25,7 all’inizio della stagione 2019-20, salì a 27,7 quando arrivò Antonio Conte, ora sfiora i trent’anni.

Mentre si discute di cedere Bastoni o Lautaro, Barella o Dumfries, tutti fra i più giovani, la caccia ai parametri zero non può certo consentire un significativo ringiovanimento.

Nei 26-27 nomi con cui Inzaghi inizierà la stagione, vanno assolutamente inseriti 3 o 4 calciatori con meno di 23-24 anni.

Già le sento le obiezioni di chi ricorderà che si vince con i Modric e i Kroos, e con i Benzema; come se Vinicius e Rodrygo, Valverde e Mendy, Camavinga e Ceballos fossero dettagli.

L’aspetto più preoccupante mi sembra questo: tre quarti dell’attuale rosa hanno già dato il meglio, pochi – forse pochissimi – hanno ampi margini di miglioramento.

Dove finisce lo “zoccolo duro”?

Al Milan sono abituati alla finanza creativa, ma l’arrivo di RedBird può rivelarsi una buona notizia per l’Inter: se i nuovi proprietari del Milan facessero da soli lo stadio a Sesto San Giovanni, a Suning e al Comune di Milano resterà da decidere che fare dell’area di San Siro.

Verità&Affari, quotidiano finanziario diretto da Franco Bechis, ha ricostruito l’architettura finanziaria dell’operazione che porterà entro l’estate all’ingresso maggioritario nella proprietà del Milan di RedBird Capital Partners, il fondo diretto da Gerry Cardinale.

In pratica, sarà un affare da 1,2 miliardi di euro. Singolare la tecnica di finanziamento: la metà dei soldi con cui RedBird sta acquistando il Milan arriverà direttamente da Elliott: Rossoneri Lux, la controllante lussemburghese dei rossoneri, avrebbe prestato 600 milioni a RedBird a un tasso del 15% (90 milioni all’anno di interessi…). Altri 300 milioni arrivano, invece, da un finanziamento concesso da JP Morgan (che, a sua volta, 40-50 milioni all’anno di interessi li ricaverà senz’altro). E così, il fondo di Cardinale metterà le mani sul Milan sborsando solo 300 milioni di euro liquidi, un quarto del valore attribuito alla società, ma si condanna a pagare almeno 130 milioni all’anno per i prestiti ricevuti. Pare incredibile…

Nel comunicato che sancisce il passaggio di quote, il club rossonero ha comunicato che il fondo di Paul Singer manterrà due membri nel Consiglio di Amministrazione: il figlio di Singer, Gordon, e Giorgio Furlani, portfolio manager di Elliott.

Verità&Affari evidenzia come si tratti della seconda volta che Elliott finanzia l’acquisto del Milan. Era già avvenuto, infatti, quando il club passò dalle mani di Silvio Berlusconi a quelle di Yonghong Li. Il misterioso uomo d’affari cinese non onorò il rimborso del prestito e quindi Elliott ne acquisì le quote, divenendo proprietario della società da cui si sta liberando.

Dunque, i soldi viaggiano leggeri come l’aria, pare ovvio che Elliott nel Milan continuerà ad avere voce in capitolo, e a sommergerci di chiacchiere sulla “sostenibilità” sono proprio i club che si dissanguano con gli interessi sui prestiti. E intanto si diffondono voci sull’interesse di RedBird a farsi lo stadio di proprietà senza l’Inter. A Suning potrà dispiacere, certo non ai tifosi, il 95% dei quali non hanno mai apprezzato le ipotesi di coabitazione. E il 99% – sia fra i nerazzurri che fra i rossoneri – non ha mai apprezzato l’ipotesi che il nuovo stadio avesse meno di sessantamila spettatori. L’ha detto pure Paolo Maldini. Quel progetto, di cui si parla da quasi quattro anni continua ad apparirmi illogico per due tifoserie di grandi dimensioni e alla luce dei numeri delle presenze sulle tribune, sanciti con il ringraziamento sul tabellone luminoso di San Siro all’ultima di campionato.

Unici con la Stella

Semifinale da 0-3 a 3-3 negli ultimi sedici minuti.

Finale da 0-1 a 2-1, Casadei e Iliev.

Stagione nerazzurra irripetibile, tre trofei tutti vinti ai supplementari.

Inter Out e In al 31 maggio

Inzaghi vuole una rosa di 24 calciatori: 3 portieri, 6 difensori, 4 laterali, 6 centrocampisti e 5 attaccanti.

Non abbandonerà la difesa a 3, ma in alternativa al 3-5-2 proverà il 3-4-1-2 e il 3-4-2-1.

A bilancio, la differenza fra entrate e uscite dovrà essere di 60-70 milioni: per arrivare a tanto, andrà ceduto uno fra Bastoni, Barella, Skriniar e Lautaro. Oggi, l’indiziato sembra Bastoni.

Il monte-ingaggi dovrà scendere del 10-15% (circa 20 milioni).

Il ritorno di Lukaku mi pare fantascienza, nel caso sarà Lautaro a cambiare aria.

Se ne vanno a zero (o, peggio, con buonuscita): Sanchez, Vidal, Vecino, Kolarov, Caicedo, Ranocchia e Perisic.

Se ne andranno Radu (0), Di Gregorio (4), Sensi, Lazaro, Dalbert. Probabile l’addio anche di Pinamonti, Gagliardini, Satriano, Esposito, Vanheudsen o Pirola.

Arrivano: Onana (0), Mkhitaryan (0), Dybala (0), Asllani (13), Bremer (28): un camerunese, un armeno, un albanese e due sudamericani. Ricordavo si volesse accentuare la componente italiana della rosa…

Oggi la rosa sarebbe più o meno questa:

ONANA, Handanovic, Cordaz

SKRINIAR, BREMER, BASTONI, De Vrij, D’Ambrosio, Dimarco, Vanheudsen (o Pirola)

DUMFRIES, GOSENS, Darmian, Cambiaso (o Bellanova o Bernardeschi)

BARELLA, BROZOVIC, CALHANOGLU, Mkhitaryan, Asllani, Agoumé

LAUTARO, DYBALA, Dzeko, Correa, XXX

Chi sarà il “sacrificato”: Bastoni o Barella, Skriniar o Lautaro…

Sarebbe bello capire se a Suning servono soldi veri o “solo” plusvalenze (tarocchi contabili per rinviare il pagamento del debito grazie a supervalutazioni con società compiacenti). A oggi non è chiaro: i media, anzi, propagano versioni opposte. La mia opinione è che il livello del debito e la spesa per interessi siano tali, che ci sarebbe da festeggiare se partisse solo uno dei quattro nomi che tutti fanno.

Pare evidente il rischio di dover cedere uno fra Barella, Skriniar, Bastoni o Lautaro. Nessun altro della rosa può garantire entrate altrettanto significative.

Quanto valutarli? Barella a 75, Skriniar a 80, Bastoni a 65, Lautaro a 90… Se qualcuno si presenta con queste offerte e garantisce ai calciatori due milioni netti in più all’anno, Suning non è in grado di reggere l’urto.

Conservo una speranziella: l’esito nefasto si potrebbe evitare, cedendo bene almeno un paio fra Correa, De Vrij e Dumfries, oltre a piazzare i vari Pinamonti, Esposito, Satriano, Agoumé (di Dalbert, Sensi e Lazaro, altri vi diranno che c’è la fila per assicurarseli. Gratis).

Come affetto e legame emozionale, non rinuncerei a Barella, che pure viene da una stagione non eccezionale e ha fatto riemergere qualche limite comportamentale.

Come legame tecnico, non rinuncerei a Skriniar, che può giocare in due ruoli e sull’uomo è stato il miglior difensore del campionato.

Come ragionamento di prospettiva, non rinuncerei a Bastoni, che pure ha fatto un’annata molto discutibile (solo un gol in 45 partite), ma è un 1999 e può diventare inamovibile in Nazionale.

Come valore assoluto, non rinuncerei a Lautaro, che con il partner giusto può competere per la classifica dei cannonieri (purché non insista a battere i rigori).

Dunque, per una ragione o per l’altra, non riesco a decidermi. Dovessi scommettere, sarà Bastoni. Ma un nome devo pur farlo, e allora dico Lautaro: con il probabile ingaggio di Dybala, non vedendo grandi estimatori di Correa, mi pare assurdo ripartire con tre attaccanti convocabili dalla Nazionale argentina.

Fra Conte e Inzaghi, chi è migliorato e chi no

L’atteggiamento del pubblico a San Siro e nell’accoglienza alla squadra mi conforta: vincere, almeno per molti di noi, non è l’unica cosa che conta.

Ognuno resterà della sua opinione, nel giudicare questa stagione, ma io mi porto avanti e anticipo che sarei felice di ripeterla: gli odiatori seriali di Suning non hanno tutti i torti, ma davvero non vedo chi possa investire un miliardo di euro per acquisire una società così piena di debiti, senza uno stadio e immersa in un sistema malato (a volte lo definirei marcio) come quello italiano… Ma il post di oggi è di natura comparativa.

Ai miei occhi, considerando solo quelli che hanno giocato una certa quantità di minuti, ci sono cinque calciatori che in questa stagione hanno avuto un rendimento superiore a quella scudettata. Sono Perisic, Skriniar, Brozovic, Lautaro e Sanchez.

Di altri, penso il contrario: Handanovic, De Vrij, Bastoni, Barella, Darmian, Vidal, Vecino e D’Ambrosio.

Non trovo significative differenze per Gagliardini e Ranocchia. E nemmeno per Sensi. Rispetto alle cessioni e agli acquisti, ritengo che Calhanoglu abbia prodotto più di Eriksen (poi, si può discutere la sua leadership), che Dimarco e Young si siano equivalsi, che le pur buone prestazioni di Dzeko e Dumfries non abbiano eguagliato quelle di Lukaku e Hakimi. Quanto a Correa, ha senz’altro offerto un contributo insoddisfacente, ma superiore a Pinamonti; e di Padelli si potrà dire che non ha provocato i danni di Radu.

Due parole devo spenderle su Nicolò Barella, il mio nerazzurro preferito.

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Cinque Sliding Doors dimenticate

Scrivo di dettagli. Dettagli simili al sassolino che provoca la valanga. Non riprendo Radu, e nemmeno Tatarusanu che para un rigore a Lautaro. Di “momenti fatali”, potrei aggiungerne tanti altri: per esempio le pessime figure in Coppa d’Africa rimediate dalla Costa d’Avorio di Kessié e dall’Algeria di Bennacer, con i due rossoneri tornati disponibili ben prima del previsto, ma poi penso che l’Inter non aveva calciatori in quella Coppa (semmai sono le Nazionali cilena ed argentina ad aver riconsegnato Sanchez rotto e Lautaro spremuto). Trovo cruciale anche il fatto che Maldini e Massara abbiano evitato di acquistare un difensore centrale a fine gennaio, da allora il Milan è rimasto imbattuto. Fatta eccezione per la Coppa Italia, dove Pioli la butta in caciara per il gol annullato a Bennacer, e nessuno ha osato chiedergli spiegazioni di un 3-0 persino brutale: ma essersi risollevati da una botta simile, è comunque un grande merito.

Martedì 7 dicembre 2011: a San Siro, il Milan affronta le riserve del Liverpool (in campo con tre titolari), e rimedia una figuraccia. Vincendo, passava il turno. Pareggiando, si giocava l’accesso all’Europa League. Invece, arriva una netta sconfitta a domicilio, e sono appena 4 punti conquistati nel girone di Champions League (secondo peggior risultato di una italiana nella storia della competizione). In EL va il Porto, e per il Milan (come per l’Inter di Conte), si rivelerà provvidenziale non dover giocare partite infrasettimanali.

La Befana del 2022: diventa ufficiale che Bologna-Inter non si gioca, rinviata a data da destinarsi; discutibile la tempistica, l’Inter era già a Bologna, Mihajlovic aveva dichiarato che i rossoblù erano in condizione di giocare, il Bologna FC commette errori formali nelle procedure, ma la partita sarà recuperata 110 giorni dopo. E 109 giorni dopo, Samir Handanovic si infortuna alla schiena.

Sabato 22 gennaio 2022: a San Siro arriva il Venezia, fanalino di coda, con in porta Lezzerini e altre assenze pesanti, ma l’Inter gioca una partita pessima. Sotto per un gol di Henry, su lancio di quaranta metri, inconcepibile per una squadra d’alto livello, l’Inter pareggia con Barella, attacca confusamente (24 tiri in porta), e quando sembra ormai scontato il pareggio, Edin Dzeko insacca di testa al minuto 89, su cross di Dumfries. Quella sera ho pensato che avremmo vinto lo scudetto, perché quando vinci partite così, con quel tipo di buona sorte, puoi arrivare a concludere che il vento soffi dalla tua parte.

Sabato 5 febbraio, sul punteggio di 1-0, in un derby dominato, al minuto 70 Simone Inzaghi sostituisce Lautaro e Perisic con Sanchez e Dimarco, tre minuti dopo Calhanoglu con Vidal. Fra il 75esimo e il 78esimo Giroud segna una doppietta, fino al settantesimo il Milan non aveva tirato in porta.

Per una “espressione ingiuriosa agli ufficiali di gara”, alla fine del derby che il Milan ha ribaltato nel finale, Alessandro Bastoni si prende due giornate di squalifica. Salta Atalanta-Inter, Marotta fa ricorso, nel 90% dei casi la squalifica viene ridotta (accadrà per esempio a Gary Medel, guardacaso proprio in vista dell’Inter), invece Bastoni – che pure è un Nazionale, e sappiamo quante volte sono stati benevolmente assolti Bonucci e soci (fino alla multa dopo aver preso per il collo un dirigente dell’Inter) – resta squalificato anche per Inter-Sassuolo. La sentenza è del 18 febbraio… L’ho scritto all’epoca: senza Bastoni, la marcatura di Berardi sarebbe stata impossibile. E dopo 25 minuti l’Inter sta sotto 0-2.

Ieri nella festa rossonera si sono ripetute scene già viste. La Procura federale ha aperto un’indagine, che si potrebbe chiudere in dieci secondi e invece confermerà la faziosità della Giustizia Sportiva. Non sono fra quelli che sparano pallettoni sulla gestione di Suning, ma se mi verrà chiesto di pagare un biglietto per entrare in un nuovo stadio costruito insieme da Inter e Milan, ve lo dico oggi: non contate su di me.

Loro non sanno vincere, noi non sappiamo fare da soli

Inter, il mio bilancio stagionale

Dalle classifiche del girone d’andata e del girone di ritorno, si capisce qualcosa.

Dell’ormai storico peggioramento nerazzurro fra andata e ritorno, bisognerà riparlare.

Non parlerei di fortuna, ma di schemi consolidati… Oppure, di Fato

Serie A: ecco chi è stato in testa più a lungo

Nelle 37 giornate di campionato finora disputate, l’Inter è stata al comando della classifica in appena 9, fra cui le prime 2, insieme a molte altre squadre.

Di fatto, l’Inter è rimasta in vetta per un breve intervallo di tempo, meno di due mesi, fra la XVII e la XXIV giornata, fra il 13 dicembre e il 7 febbraio. E non è più in cima alla classifica da cento giorni.

Il Napoli è stato in vetta per 16 giornate.

Il Milan per 21, quasi cinque mesi…

Dopo il primo terzo di campionato, completata la dodicesima giornata, il 14 novembre, l’Inter era staccata di sette punti da Napoli e Milan, e molti cianciavano sull’inadeguatezza dell’organico e di Inzaghi. Bisognava guardarsi alle spalle, e non farsi rimontare da Juve, Atalanta e dalle due romane. Troppi l’hanno dimenticato.

Non riesco a spiegarmi la presunzione di tanti interisti, abbindolati da una narrazione tossica, secondo la quale siamo sempre stati i più forti e questo scudetto l’avremmo buttato via.

Quanto sia tossica, questa narrazione, lo dimostra la stretta attualità: adesso tutti sostengono che “il Milan ha meritato”, e continueranno a dirlo anche se le due squadre finissero con gli stessi punti.

Dybala di qua, Perisic di là: riti di passaggio

Sarei molto favorevole al chiacchieratissimo doppio trasloco.

Mi spiego: fosse un affare orchestrato dalle due società – un classico scambio di cartellini – ci sarebbe da discutere su chi ci guadagna e chi ci perde. Non è questo il caso. Da svincolati, Ivan Perisic e Paulo Dybala avrebbero valutato insufficienti le proposte delle rispettive società e trovato più conveniente trasferirsi presso la “nemica” storica.

Il dato tecnico diventa insignificante. Si tratta di due liberi professionisti che decidono di prestare la loro opera al miglior offerente.

Resto dubbioso: sono così scaltri, i procuratori, che non faticano a trovare giornalisti compiacenti, utili a far rimbalzare “voci” che dovrebbero mettere pressione alle società proprietarie del cartellino. Ma il Milan insegna che si può salutare Donnarumma senza particolari danni.

Ivan è nato il 2 febbraio 1989, nell’Inter ha giocato 253 partite e segnato 54 gol.

Paulo è nato il 15 novembre 1993, nella Juve ha giocato 291 partite e segnato 115 gol.

Pur avendo quasi cinque anni in più, dal punto di vista fisico, sembra più integro e affidabile il croato, la cui carriera in Nazionale è stata senza dubbio più entusiasmante di quella, assai deludente, dell’argentino. Dal punto di vista tecnico, a me farebbe piacere che Dybala vestisse il nerazzurro, perché lo trovo molto divertente.

È possibile che in entrambi i calciatori, la scelta di “tradire” la maglia proprio con la nemica storica abbia a che fare con un desiderio di vendetta: sentendosi poco considerati dalle rispettive società, intendono mostrare palesemente che i dirigenti hanno sbagliato.

Ma per i tifosi questo eventuale doppio tradimento può rivelarsi istruttivo. Può insegnare che il tifo, in uno sport di squadra, non può mai far prevalere l’affetto per un singolo sugli interessi del gruppo. Nel mio caso, l’ultima eccezione si chiama Ronaldo, fra poche settimane saranno passati vent’anni.

Si tifa Inter.

Volendo, si può persino tifare Juve.

E se davvero Perisic vorrà beffarci in malo modo, gli augurerò di trovare presto nuovi amici: per esempio, Cuadrado…

Bisogna pur venderlo, il prodotto…