Gigi Simoni ha ottant’anni. E voi l’avete letta (o almeno comprata) la sua autobiografia?

E quando mai vi ricapita di poter leggere lo stesso libro con due copertine diverse?

Fra le varie recensioni, ecco la mia preferita.

Nei prossimi giorni, Gigi verrà celebrato con un riconoscimento per cui nessuno è altrettanto “titolato”.

E infine, ecco cosa scrissi sul blog in occasione dell’uscita del libro…

Breve viaggio intorno a Gigi Simoni, 23 dicembre 2016

Insieme a Luca Carmignani e Luca Tronchetti, ho scritto la biografia di Gigi Simoni, edita da Goalbook e disponibile da circa un mese. Vorrei condividere alcuni pensieri che possano spingere qualche frequentatore del blog a procurarsi il libro. E a leggerlo.

Della biografia, abbiamo cominciato a parlare a gennaio, su iniziativa dei due Luca toscani (coppia di tipi entusiasti, dall’energia trascinante; mi hanno spesso riservato la parte di chi è troppo problematico). Abbiamo intervistato Simoni per oltre 24 ore (tutte rigorosamente sbobinate, e per ogni ora registrata, ce ne vogliono almeno 3 al computer), nella sua bella casa di Marina di Pisa, la prima volta nel pomeriggio di lunedì 18 aprile. Nitide, immediate, le prime impressioni su di lui sono state: “Ma davvero mi merito una biografia? Cosa ho fatto di così speciale?”, e “Ma come fanno a sapere queste cose? A ricordarsi episodi che avevo dimenticato?”… Simoni si è proposto come una persona mite, modesta, serena, e tuttavia consapevole di poter testimoniare una vita intensa e fortunata. Voleva giocare a calcio ed è rimasto in quel mondo per oltre sessant’anni. Ha indossato sette maglie da calciatore, si è seduto su venti panchine diverse, alla fine ha fatto anche esperienze da dirigente. “Tre vite” nel calcio. Leggi il resto dell’articolo

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Il 4-4-2 è vecchio, il 4-2-3-1 è nuovo, ma se non hai chi fa gol è un nuovo che non serve a niente

Titolo alla Wertmuller, per ribadire un pensiero che avrà già sfinito i miei 25 lettori, e che una partita come quella contro il Sassuolo rende di una evidenza sconfortante.
Spalletti può scegliere di andare a fondo con le sue idee, ma se non ha l’umiltà di cambiarle in fretta, il suo destino è segnato.

Non sono fra quelli che credono che un altro quarto posto sia garanzia di conferma. Solo un ottimo percorso nelle coppe (finale di Coppa Italia, semifinale di Europa League) può aiutarlo, ma anche il dare per scontato l’ingresso in Champions mi pare un azzardo: sì, l’Inter ha “girato” a 39 punti, ma l’anno scorso girò a 41 e ne aggiunse solo 31 nel girone di ritorno. Questa Inter è superiore a quella di un anno fa, ma non giurerei che con 72 si torna nell’Europa che conta.

Il 4-2-3-1 è senz’altro uno schema che occupa meglio il campo, soprattutto in fase di non possesso. Anche l’Inter mouriniana visse i suoi giorni di gloria giocando col 4-2-3-1, ma faccio notare che i “3” dietro Milito (fenomeno di intelligenza tattica al quale Icardi non si avvicinerà mai) erano Pandev, Sneijder ed Eto’o. Ecco, se puoi disporre di Pandev, Sneijder ed Eto’o (27 gol complessivi), e anche di Stankovic e Balotelli (altri 16), il 4-2-3-1 diventa una soluzione eccezionale. Leggi il resto dell’articolo

Inter-Sassuolo, prima

Dopo aver vinto i primi 3 confronti, segnando 15 gol senza subirne uno, delle successive 8 partite con il Sassuolo, l’Inter ne ha vinta solo una, perdendo tutte le ultime 4.

Solo contro la Juventus, il bilancio risulta più negativo. In pratica, in 11 partite il Sassuolo ha raccolto 21 punti… Curioso come non sia mai finita in parità (la Legge dei Grandi Numeri è destinata a presentare il conto).

Bestia nera o nero-verde, dunque.

Ma sotto la scaramanzia, c’è almeno un motivo meno irrazionale per spiegare il pessimo rapporto dell’Inter con questa squadra: la sua storica atipicità tattica. Lo si deduce, ricapitolando i nomi dei marcatori nero-verdi.

Berardi (4 gol), Politano (3), Iemmello (2), Zaza, Sansone, Pellegrini, Falcinelli. Se si esclude Zaza, sono tutti trequartisti, incursori, attaccanti esterni.

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Gonzalo, nuova pietra di paragone

Per tanti anni abbiamo subito giuste irrisioni per aver scambiato Boninsegna con Anastasi, Pirlo con Guglielminpietro, Cannavaro per Carini. Errori clamorosi, ancorché derivati dal bisogno di ridurre le spese.

Ora, lo scambio che ha portato Higuain al Milan con il rientro alla base di Bonucci è destinato a imporsi come uno standard dell’incapacità gestionale.
Penso ci sia molto che non conosciamo (qualcosa sapremo quando farà comodo dircelo), perché Leonardo non è certo uno stupido e atteggiamenti così autolesionisti credo nascondano segreti ancora più negativi.

Resta il fatto che Gonzalo è stato pagato 9 milioni di euro per il prestito e altrettanti di ingaggio: 18 milioni di euro per mezzo campionato… Corrispondono a più dell’intero bilancio annuale dell’Empoli, per un centravanti che ha siglato appena 8 reti in partite ufficiali (2,25 milioni cadauna).
Con la finale di Supercoppa, nella quale ha avuto la conferma – dopo Napoli – che l’arbitro nel dubbio sceglie sempre il bianconero, Higuain lascia il Milan dopo averne indossato la maglia per 1.861 minuti. È costato 9.672 euro al minuto.

Più di quel che costa CR7 e se Wanda lo prende a paragone, può chiedere all’Inter 40 milioni netti all’anno.

Mi piacerebbe conoscere qualche rossonero che ha comprato questa maglietta numero 9.

Che valore attribuire a una partita in cui Candreva segna una doppietta e Dalbert spara all’incrocio come Roberto Carlos?

Di fronte agli eventi più improbabili, bisogna avere cautela, dunque anche le brutte prestazioni di Gagliardini, Vrsaljko e Brozovic andrebbero minimizzate, prese non troppo sul serio.

Indirizzata da un rigore che non fischierei mai, la partita è stata subito messa al sicuro da Padelli, Icardi (palo) e Candreva. Poi, per una mezzora l’Inter ha giochicchiato, senza alcuna sicurezza in fase di palleggio, con un’infinità di palloni persi, passati all’indietro o, peggio, in orizzontale, su un paio dei quali penso che Spalletti abbia intimamente bestemmiato. Il terzo gol – bellissimo, e molto lucido Perisic – ha chiuso ogni problema, la ripresa è stata giocata a ritimi di amichevole estiva, il Benevento voleva lasciare San Siro con qualche gol all’attivo, non ha difeso la sconfitta, ha giocato “a viso aperto”, consentendo a Lautaro di ribadire di poter essere ben più di un cambio (però, accanto a Icardi non si era visto nulla di notevole).

Spalletti ha provato le due punte, con Lautaro chiamato a ripiegare. Ma è chiaro che l’intensità agonistica non favoriva un’autentica verifica, i 90 minuti passati in campo da Candreva e Gagliardini sono un evento pressoché irripetibile.

Purtroppo, il solo Borja Valero ha dato l’idea di fare il centrocampista nel modo giusto: Gagliardini ha recuperato qualche pallone, ne ha persi il doppio, si è fatto ammonire in modo assurdo, ha sbagliato ogni passaggio più lungo dei 5 metri, mentre Brozovic era in una di quelle serate in cui mostra uno sguardo acquoso, distante, e inutilmente Spalletti gli chiedeva di giocare con più semplicità. I giorni in cui è svagato, sembra che nulla possa svegliarlo.

La Coppa Italia entra nella fase decisiva, l’Inter ha la fortuna di affrontare la Lazio in casa, poi probabilmente il Napoli nella doppia semifinale. Sono due squadre battibili (lo si è appena fatto), ma con un centrocampo nettamente superiore al nostro.

Mi aspettavo Nainggolan in campo, spero di vederlo domenica sera contro il Sassuolo (la bestia nera degli ultimi anni), ma una partita come Inter-Benevento sembra fatta apposta per chiedersi se serve qualcosa subito, nel mercato invernale, e se sì, con quale profilo.

Il dato di fatto mi sembra questo: Spalletti non abbandonerà il 4-2-3-1, evoluto in 4-3-3. Non giocherà a due punte, se non costretto dalla necessità di recuperare il punteggio.

Perciò, la mia opinione è che servirebbe un centrocampista con più corsa, più intensità e più velocità di quelli che stanno in rosa. La regressione di Gagliardini e i ritmi a cui giocano Vecino, Joao Mario e Borja Valero mi sembrano il punto debole su cui intervenire. Un nome? Traoré. Ma il problema rimane quello di saper vendere…

Inter-Benevento, prima

Una volta si diceva “sulla carta”, per esprimere il senso di una valutazione astratta: facile dedurre che questa partita appaia, sulla carta, come la più facile della cinquantina che l’Inter disputerà quest’anno, ma nello stesso tempo è senz’altro quella in cui è maggiore il rischio di fare brutta figura. Se non vinci, sei imperdonabile. Dunque, fino al 2-0, bisognerebbe giocare con l’intensità di una partita di Champions, e l’Inter vista a Empoli non può far dormire sonni tranquilli.

Il precedente contro il Pordenone potrà aiutare, ma fino a un certo punto. A differenza della stagione scorsa, questo esordio in Coppa Italia sarà avvolto nel gelido silenzio di San Siro – a proposito: vediamo che punizione verrà impartita alla Lazio per i cori razzisti e antisemiti di ieri – e se non ci saranno un buon approccio e la giusta determinazione, questa è la tipica partita in cui l’Inter rischia di deragliare.

La Coppa Italia deve essere un obiettivo. Se elimini il Benevento, trovi la Lazio, se elimini la Lazio sei già in semifinale. Spalletti sa bene che non erano parole di circostanza quele di Marotta sulla necessità di tornare ad alzare qualche trofeo.

Vedendo come il Bologna ha spalancato la strada alla Juve con un grottesco errore del portiere, confido nella concentrazione di Padelli, che non tocca il campo da un’infinità di tempo, mentre sono certo della prestazione di Ranocchia (con Skriniar o De Vrji, poco importa) e spero di vedere un buon Dalbert. Ma è evidente che quella di stasera è la partita che può farci capire se Lautaro e Keita sono e resteranno “riserve”, oppure Spalletti dovrà decidersi a innestarli con maggiore frequenza.

Grande curiosità la suscita Nainggolan, io cui agonismo, tuttavia, temo sia il più penalizzato da clima ovattato in cui si svilupperà la partita. Se devo fare un nome che può indirizzare la gara, ecco: Roberto Gagliardini.

Gli allenatori più amati e meno rimpianti: risultati

In due giorni, 52 voti validi, non si pretende certo che sia un campione rappresentativo, ma al netto del prevedibile – l’amore sviscerato per José Mourinho e il malcelato odio verso Marcello Lippi – alcuni risultati mi paiono interessanti.

Da un lato, l’apprezzamento verso Gigi Simoni e quello per Osvaldo Bagnoli – entrambi rimasti meno di un anno e mezzo – il recupero della figura di Eugenio Bersellini, l’hombre vertical alla pari con il Mancio (a cui il ritorno non ha certo giovato). E hanno un certo significato anche i 4 voti a Orrico…

Dall’altro, il trio Tardelli-Gasperini-Mazzarri, “bastonato” ben oltre gli effettivi demeriti (uno aveva Ferrante centravanti, il secondo restò 6 meno di due mesi e vide Zarate giostrare al posto di Eto’o, il terzo, tutto sommato, raggiunse gli obiettivi plausibili). Lo stesso Benitez vinse pur sempre la Supercoppa italiana e l’Intercontinentale.

In fondo, credo che molti abbiano scelto in base al tasso di interismo nel sangue… In rosso ho segnato chi si trova in entrambe le classifiche.

Allenatori dell’Inter: i più amati, i meno rimpianti

Nell’ultimo mezzo secolo, sulla panchina interista si sono avvicendati 38 allenatori. Alcuni per poche partite, altri per vari anni. Ma la profondità della traccia sentimentale, ne sono certo, non dipende dalla durata e, forse, nemmeno dai successi.

38 nomi sono troppi per la “forma sondaggio” messa a disposizione da WordPress: perciò, forzerò la cronologia e lascerò questo post in cima per un paio di giorni.

Vi chiedo di indicare, nei commenti, i nomi degli allenatori più amati e di quelli meno rimpianti.

Alberto Zaccheroni, Alfredo Foni, Andrea Stramaccioni, Claudio Ranieri, Corrado Orrico, Corrado Verdelli, Enea Masiero, Eugenio Bersellini, Frank De Boer, Giampiero Marini, Gian Piero Gasperini, Giovanni Invernizzi, Giovanni Trapattoni, Giuseppe Chiappella, Héctor Cuper, Helenio Herrera, Heriberto Herrera, Ilario Castagner, José Mourinho, Leonardo de Araujo, Luciano Castellini, Luciano Spalletti, Luigi Radice, Luigi Simoni, Luis Suarez, Marcello Lippi, Marco Tardelli, Mario Corso, Mircea Lucescu, Osvaldo Bagnoli, Ottavio Bianchi, Rafael Benitez, Rino Marchesi, Roberto Mancini, Roy Hodgson, Stefano Pioli, Stefano Vecchi, Walter Mazzarri.

Tre nomi positivi e tre nomi negativi… Ovvio che queste immagini siano la mia dichiarazione di voto.

#Godin: secondi appunti sul calciomercato nerazzurro

L’ultimo nome che scrivevo nel post del 4 gennaio – Diego Godin – sembra sia stato bloccato per l’estate. Come “percentuale di gradimento”, avevo dato a Godin il 100%, dunque ne sarei molto contento. È la migliore delle scelte possibili per dare personalità e leadership alla difesa.

Godin appartiene alla razza dei Samuel e degli Stam (e dei Vidic, che fu rovinato da assurde scelte tattiche), e ancora oggi non vedo 5 difensori centrali più forti del capitano di Atlético e Uruguay. Per essere chiaro, sostengo che Godin sia oggi superiore a Skriniar e a De Vrji, dunque non un sostituto di Miranda.
Non conosco i motivi per cui l’Atlético se ne privi, ma la sua integrità fisica è certificata dalle presenze in campo e dalla struttura filosofica del “cholismo”, che parte da una difesa imperforabile e al tempo stesso capace di impostare l’azione.

Godin viene all’Inter per giocare titolare. Vuol dire che si potrà giocare a 3, ma forse si è deciso di monetizzare con Skriniar, avendo valutato la complicata convivenza con De Vrji: entrambi destri, entrambi con limiti di leadership (vedi l’azione del gol di Pellissier su spizzata di Stepinski su lancio da lontanissimo di Rossettini).
Siccome non vorrei vedere la squadra che difende a 3, non mi fascerò la testa se venisse ceduto Skriniar (o De Vrji) e con quei soldi arrivasse Milinkovic Savic. È a centrocampo, infatti, che l’Inter deve compiere non uno ma due salti di qualità.

Come alternative a Skriniar, del resto, ci possono essere Andersen, Bastoni, Vanheudsen, e a 80 milioni qualunque difensore va ceduto. Oppure si crede che basterà piazzare Perisic per rifare la squadra?

Le mille voci di questi giorni, piuttosto, segnalano l’ambizione di inseguire Milinkovic Savic, Barella, De Paul e Modric (e anche Pellegrini). Un nuovo centrocampo così impostato sarebbe meraviglioso, ma è evidente che dovrebbero avvenire altre cessioni (e mancati riscatti), oltre a quelle di Skriniar e Perisic.

Quanto a Godin, invito a riflettere su un semplice punto: gli verrà sottoscritto un ingaggio biennale da 5 milioni più bonus. Diciamo 24 milioni lordi su due stagioni, più altri di provvigioni. Immaginando un’Inter che giochi 50 partite a stagione e un Godin ancora integro che ne giochi 70, vorrebbe dire che ogni volta che scenderà in campo ammortizzerà il suo costo di circa 500mila euro. In altre parole: si può tenere in panchina il secondo calciatore più costoso dell’intera rosa?

Insisto sul fatto che già a gennaio servirebbe un altro centrocampista, con caratteristiche di velocità e rapidità che mancano a questa rosa.

Primi appunti sul calciomercato nerazzurro

Da questa “riparazione” di gennaio, mi aspetto poco: trovo sensato puntare su prestiti (uno fra Donsah e Jankto) per allungare le rotazioni a centrocampo, e se proprio si deve cedere Miranda (preferirei di no), serve un altro centrale difensivo, più rapido di Ranocchia.

Quel che mi aspetto è che si gettino le basi per un grande mercato estivo. Partendo da questo presupposto: mi sono convinto che non basterà a Spalletti un terzo posto a 74-76 punti. Deve alzare un trofeo, o arrivarci dannatamente vicino. Altrimenti, credo che Marotta abbia già in mente l’alternativa: non Conte, non Mourinho, ma qualcuno con un grande appeal internazionale.

Se resta Spalletti, sono probabili i riscatti di almeno due fra Politano, Keita e Vrsaljko. Se cambia l’allenatore, non mi sorprenderei se tutti e 3 venissero lasciati alle squadre di appartenenza. E tutti i croati sarebbero a rischio. Per non parlare di Nainggolan…

L’altra variabile cruciale è Mauro Icardi (Skriniar è solo questione di prezzo: a 90 milioni come si fa a non cedere un difensore centrale?). Se resta, resta alle condizioni dell’Inter. Altrimenti, andrà a Madrid. Se così fosse, l’unico nome abbordabile mi sembra quello di Belotti, e il riscatto di Keita (oltre al rientro di Karamoh) diverrebbe necessario.

Ma scriverò ancora di questo asfittico mercato di gennaio. Oggi mi limito a indicare una percentuale di gradimento – in vista di giugno – per i 13 nomi che circolano con più insistenza. Di Brazao e Kabak non so che dire, anzi sì :da Marotta mi aspetto che in due anni costruisca un “sistema” di relazioni quasi al livello di quello juventino. Dunque, sì a Kabak, sì a a Brazao, sì a Lincoln, sì a qualunque ’99 e 2000 che rafforzi questo sistema.

Barella (100), Tonali (70), Romero (30), Andersen (80), Mancini (90), Ramsey (100, ma se va alla Juve è chiaro che mancano i mezzi per reggere l’urto), Trincao (60), Milinkovic-Savic (100), Modric (10), Kroos (40), Ozil (10), Pellegrini (90), Godin (100).

Empoli-Inter, dopo

I due tweet – a fine primo tempo e a fine partita – fanno capire l’umore istantaneo.

L’Inter di Empoli non mi è piaciuta. Peggio: il primo tempo è stato deprimente, mi è parso di tornare all’inverno scorso, al lungo periodo in cui la squdra non vinceva mai e giocava peggio. In particolare, ho rivisto Spal-Inter, uno 0-0 squallido, poi un autogol su cross di Cancelo e infine Paloschi a toglierci (giustamente) 3 punti immeritati.

La differenza con la stagione scorsa la fa la panchina, chi si alza dalla panchina. Poter inserire Lautaro, anche quando ha la luna storta, provoca quasi sempre degli effetti. Ed è evidente come Keita Baldè sia un valore aggiunto, perché vede la porta e in una squadra che schiera centrocampisti da cui è impossibile aspettarsi un gol (che dico? un tiro nello specchio della porta), rinunciare a Keita o Lautaro diventa un delitto.

Icardi sta giocando a calcio molto più che in passato. È una buona notizia. Ma vede la porta meno che in passato: un solo gol su azione nelle ultime 6 partite, 9 a confronto dei 17 di un anno fa, su azione ha segnato solo in 6 delle 16 partite disputate, se escludo i rigori (che vanno segnati…) ha un gol ogni 185 minuti. Keita sta appena sopra: un gol ogni 198 minuti. E Lautaro sta addirittura sotto: un gol ogni 173 minuti.

I numeri non dicono tutto, ma i numeri di Perisic (un gol ogni 572 minuti, pari a 6 partite e mezzo) e Politano (un gol ogni 863 minuti, cioè ogni 9 partite e mezzo) fanno capire che non li si può considerare attaccanti. Da Perisic e Politano, Spalletti ha ricavato appena 5 gol in un intero girone, e i due sono fra i 7 nerazzurri con più minutaggio (Politano le ha giocate tutte).

Vai a Empoli, contro una difesa che ha incassato 10 gol nelle ultime 3 partite e dopo un’ora hai effettuato solo un tiro in porta, da fuori area?

Poi arriva il golletto, la difesa non si distrae, tocchi quota 39 a fine andata (punteggio eccezionale, se escludi la Juventus) e certe questioni finiscono sotto il tappeto. A me pare, invece, che un centrocampo “alla Barcellona” con Vecino/Busquets, Joao Mario e Borja Valero sia insostenibile. Troppo compassati, troppo lenti, giocano tutti come se si stesse vincendo 2-0 e si dovesse solo far passare il tempo. Per un’ora, Bennacer è sembrato Pirlo, Traoré ha giganteggiato. Le lacune in fatto di ritmo e velocità di esecuzione sono apparse incurabili.

Conclusione: giocando così non si può vincere niente, né la Coppa Italia, tantomeno l’Europa League; si può arrivare terzi o quarti, ma di momenti di gloria se be vedranno pochissimi. Se davvero non ci saranno acquisti a gennaio, Spalletti ha solo una carta: imporre a Nainggolan di giocare a centrocampo, dietro un vero tridente.

Empoli-Inter, prima

Sarà un dettaglio, ma nelle ultime dieci partite, l’Inter ha segnato 10 gol e l’Empoli 17.

In queste dieci partite, l’Inter ne ha subiti 10, l’Empoli 26, addirittura 10 nelle ultime tre.

Considerata da alcuni come la squadra più debole della Serie A, l’Empoli sta costruendo la sua salvezza al “Carlo Castellani”, dove ha battuto Cagliari, Udinese, Atalanta e Bologna e pareggiato col Milan; alla fine del primo tempo, era in vantaggio anche contro la Juve (gol del solito Caputo), poi è finita la benzina ed è arrivata una doppietta di Ronaldo.

L’Inter vista contro il Napoli vincerebbe facilmente, ma non potrà essere la stessa squadra. Intanto, perché manca Brozovic, il più necessario fra tutti i centrocampisti e il più efficace in marcatura. Poi, sappiamo che fin qui i cicli di tre partite in sette giorni hanno sempre comportato un netto calo fisico. Chi batte il Napoli può inconsciamente sottovalutare l’Empoli. Infine, l’Inter fuori casa non vale l’Inter di San Siro: non a caso viene da 4 partite consecutive senza vittorie.

Bisogna segnare almeno due gol e giocare con intelligenza. Fallire l’ultima partita prima di una lunga, lunga, lunga pausa, sarebbe un delitto. Già ci macereremo a discutere di ciò che serve in sede di calciomercato… Chiunque vede che il punto debole della squadra di Iachini sta in difesa, e oggi mancheranno un paio di titolari. Sarebbe assurdo giocare sotto ritmo, perché l’Empoli ha corsa, velocità e capacità di ripartenza, Traoré e Bennacer possono mettere in difficolta i compassati Borja Valero e Joao Mario, e siccome so (e temo) che Spalletti vorrà inserire Nainggolan e Vecino, il rischio di esporsi al contropiede mi sembra evidente.

Infine, la variabile Zajc: in giornata è capace di tutto, ma Iachini lo sta tenendo in panchina da un mese abbondante. Spero in Keita e in Icardi, che prende 7 in pagella ma su azione ha segnato solo in 6 partite.

“Non è uno di noi”

L’indignazione, in Italia, compie parabole brevi o brevissime. Il quieto vivere tornerà presto, insieme alle discussioni, fra noi, sul tipo di centrocampista che manca, sulla gestione dei cambi da parte di Spalletti e sulla necessità di giocare con due punte.

Ma intanto, apprezzo il comunicato dell’Inter e la decisione di non ricorrere contro i provvedimenti disciplinari che colpiranno, indiscriminatamente, tutti i tifosi che vanno a San Siro e, incidentalmente, le casse della società.

“In relazione ai fatti accaduti durante la partita Inter-Napoli di ieri e alla conseguente decisione assunta dal giudice sportivo della Lega Nazionale di Serie A, il Club ribadisce che dal 9 marzo del 1908 Inter significa integrazione, accoglienza e futuro.

La storia di Milano è fatta di questo, di inclusione e di rispetto.

Assieme alla nostra città noi lottiamo da sempre per un futuro senza discriminazioni. Ci impegniamo nel territorio facendoci portavoce di questi valori che sono da sempre un vanto per il nostro club.

L’Inter è presente in 29 paesi del mondo, dalla Cambogia alla Colombia, dove oltre diecimila bambini sono coinvolti nel progetto Inter Campus, che ha l’obiettivo di restituire loro il diritto al gioco in contesti delicati, attività la cui importanza è stata riconosciuta anche dall’ONU.

Da quando una notte di 110 anni fa i nostri fondatori hanno messo la firma su quello che sarebbe stato il nostro percorso, noi abbiamo detto no ad ogni forma discriminazione.

Per questo ci sentiamo in dovere oggi, una volta di più, di affermare che chi non dovesse comprendere e accettare la nostra storia, questa storia, non è uno di noi”.

A margine della notte del Boxing Day – novità introdotta per “avvicinare le famiglie” agli stadi – tengo a sottolineare che l’Inter, dopo lunghi anni, sta tornando ad avere un capitano.