L’amante [L’Amant], Jean-Jacques Annaud, 1991 [filmTv138] – 8

Jane March e Tony Leung interpretano la coppia al centro del racconto autobiografico di Marguerite Duras, ambientato nell’Indocina francese, l’attuale Vietnam, a cavallo fra gli anni Venti e Trenta.

E se il romanzo raggiunge notevoli vette linguistiche, Annaud non si limita a un fedele resoconto: ricostruisce magistralmente quei luoghi e quel tempo, offrendo allo spettatore un’intensa esperienza visiva, a partire dall’immensità del Mekong e dalla cacofonia del quartiere cinese di Saigon. Fotografia di Robert Fraisse, musiche di Gabriel Yared.

Per la protagonista, a quindici anni e mezzo, si apre un’esperienza erotica e sentimentale che deve fare i conti con stratificati pregiudizi: l’età (lui ha ventisette anni), la razza e il ceto sociale (una bianca povera è comunque “sopra” un cinese ricco). Annaud suggerisce una visione della giovanissima protagonista più pragmatico e calcolatore, meno ambiguo e sfumato di quanto risulti nel romanzo.

Pur sapendo di essere innamorato, l’amante cinese è destinato a un’altra vita (il ricchissimo padre ne ha già organizzato il matrimonio). Anche la giovanissima francese sa che non c’è futuro, presto tornerà a Parigi, ma non rinuncerebbe mai a quell’esperienza (“esperimento” nelle pagine della Duras), dalla quale ricava piacere e coscienza di sé, lei che aveva appena scelto di indossare le scarpe col tacco e un cappello da uomo senza il quale non si riconosce. La passione dei sensi è il primo e principale canale di comunicazione, il dramma sta nel tempo limitato, nell’impossibilità di sottrarsi a un destino. Ma è questo il rito di passaggio che la porterà a diventare una scrittrice.

Sulla fotogenia di Jane March potrei ripetere ciò che lessi di Björn Andrésen, il giovanissimo attore svedese che Visconti identificò come Tadzio (Morte a Venezia). Impressiona come, in un attimo, possa transitare dalla forma di bambina a quella della piena sensualità.

L’amante, Marguerite Duras, 1984

Di solito, la lettura precede la visione, il romanzo viene prima del film: in questo caso, per me è avvenuto il contrario. Da questo centinaio di pagine, nel 1991 Jean-Jacques Annaud ricavò il film omonimo, con Jane March e Tony Leung.

Vinto il premio letterario Goncourt, L’Amant uscì in Italia nel 1985, nella traduzione di Leonella Prato Caruso; quella che possiedo è la sedicesima edizione.

Nata a Saigon nel 1914, Duras è morta a Parigi nel 1996; dopo aver vissuto nell’Indocina francese fino a diciotto anni, ha preso parte alla Resistenza francese (il marito verrà deportato) e militato nelle file del Pcf, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950.

Parlando di sé in prima o in terza persona, Marguerite Germaine Marie Donnadieu, in arte Duras, rievoca vicende autobiografiche, avvenute oltre mezzo secolo prima, nel periodo in cui, tra i quindici e i diciassette anni, visse con la madre e i fratelli nell’Indocina francese, l’attuale Vietnam. È un racconto in cui il tempo non si srotola come una sequenza ordinata di fatti, ma come un flusso di stati d’animo; il testo è suddiviso in frammenti, inquadrature, suggestioni, singole immagini.

“Presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi. Tra i diciotto e i venticinque anni il mio viso ha deviato in maniera imprevista. Sono invecchiata a diciott’anni”.

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Food. Foto/Industria a Bologna

Quinta edizione, le prime quattro sono state notevoli.

Viene voglia di non parlarne, di non farlo sapere in giro: che a Bologna esiste il MAST, che a Bologna ogni due anni il MAST organizza Foto / Industria… Se non lo sapete, non vi viene voglia di venire a vedere, e i pochi (non più pochissimi) privilegiati non devono vedersela con file e, adesso, limiti di capienza per pandemia.

Food è il titolo e il fulcro delle 11 mostre di quest’anno: le visiterò nei giorni feriali e proverò a scriverne. QUI tutte le informazioni utili.

Intanto, rimetto in circolazione ciò che ho scritto in occasione delle quattro edizioni precedenti (e altro).

Foto / Industria 2013 Foto / Industria 2015 Foto / Industria 2017Foto / Industria 2019

PendulumRichard MosseThomas Struth UniformUSA 68: disordini e sogniPittsburgh. William Eugene SmithAntologica 2017David Lynch fotografoCapitale umano nell’industria

Anime alla deriva, Richard Mason

The Drowning People, nella traduzione per Einaudi di Stefania Bertola, è uno di quegli esordi che proiettano l’autore (22 anni, sudafricano di nascita) al vertice delle classifiche.

Quando si dice un inizio fulminante… “Mia moglie si è sparata ieri pomeriggio. O almeno questo è quanto ritiene la polizia, e io interpreto la parte del vedovo affranto con entusiasmo e con successo. Vivere con Sarah mi ha insegnato a ingannare me stesso, e l’ho trovato anch’io, come lei, un eccellente modo per imparare a ingannare gli altri”. L’ha uccisa, dopo 45 anni di matrimonio, per ristabilire “una specie di giustizia”.

Romanzo sulla gelosia che divora, le convenzioni sociali che fanno da schermo e occultano i sentimenti, il romanticismo e l’impotenza, la colpa e l’espiazione, il tradimento e la vendetta, Anime alla deriva non mantiene tutte le promesse dell’avvio, ma è una lettura potente, capace di gettare ansia in chi aspetta il disvelamento del mistero, la ragione del delitto.

James non prova rimorso. Da una delle stanze del castello di Seton, Cornovaglia, racconta in prima persona la sua giovinezza, l’inclinazione contrastata dai genitori a diventare violinista, la fine delle passioni da riversare nei concerti (rimase solo la tecnica). A 22 anni, James conobbe Ella e poco tempo dopo la cugina Sarah, la donna che ha sposato. Si entra così in una trama contemporanea dai sapori ottocenteschi, il racconto di una vita scardinata, reinterpretata alla luce di una verità tardiva. Leggi il resto dell’articolo

Prima di sposarti ero molto più in forma, Ring Lardner, 1930

Ogni tanto succede di avere una rivelazione, di scoprire un autore favoloso di cui non si è mai letto niente. In questo caso, un americano nato nel 1885 e morto nel 1933, giornalista sportivo, amico di Scott Fitzgerald (la sua figura pare abbia ispirato un personaggio di Tenera è la notte), amatissimo dal giovane Holden, che cita un suo racconto, padre di Ring Lardner jr., due Oscar come sceneggiatore prima e dopo essere stato emarginato come comunista dalla Commissione per le Attività Antiamericane.
Cecilia Mutti ha tradotto tre racconti umoristici sulla natura dell’amore e in particolare sull’asfittica ambiguità dei legami matrimoniali.

Non succede nulla, è tutta una questione di sfumature, lo stile di Lardner si sviluppa con una leggerezza esemplare, diverte e svolazza sui sentimenti.

Lardner copertina“Stando a quanto sostiene mia moglie, ogni volta che inizio a parlare non capisco mai quando è il momento di smettere”. Sono sposati da cinquant’anni, e l’anziano narratore sa che la moglie Lucy riuscirà sempre ad avere l’ultima parola. Dialoghi spumeggianti punteggiano “La seconda luna di miele”, ambientato in Florida, a St. Petersburg, località dove d’inverno si radunano migliaia di anziani, un po’ meno benestanti di quelli che possono permettersi Tampa o Palm Beach…

Approfittando di un sonnellino del marito, Irma, la giovane moglie scrive una lettera da Nassau, Bahamas, all’amica del cuore, Eshter. È in viaggio di nozze, Bob è perfetto, premuroso, carino, geloso. L’aggettivo “meraviglioso”, per il luogo e per il matrimonio, ricorre continuamente nelle lettere che Irma compone ogni 3-4 giorni. Gli sposini definiscono propri codici di intimità, ma alla donna è riservato un ruolo passivo. Del resto, anche certi difetti di Bob appaiono a Irma come incalcolabili pregi…

È la sera del nono anniversario di matrimonio, ma solo la signora Taylor ne è consapevole, il marito si è ricordato della ricorrenza solo per i primi sei anni. Dunque, è una serata come tutte le altre, ripetitiva, sempre uguale: una noia mortale. Senza figli, Bess Taylor inanella decine di solitari con le carte (ogni tanto bara), il marito sta in poltrona e legge ad alta voce notizie curiose dai giornali. La donna è “ancora molto bella, ma in maniera piatta, senza più alcuna luce”…

Il libro si apre con un quarto racconto, di un altro scrittore famoso, Sherwood Anderson, pubblicato su The New Yorker in morte di Ring Lardner.

Prima di sposarti ero molto più in forma, Ring Lardner, Mattioli 1885, 1930

Storie di uomini a cavallo (da Borges)

“Un latifondista dell’Uruguay aveva acquistato uno stabilimento di campagna (sono sicuro che lui ha usato questo termine) nella provincia di Buenos Aires. Si portò dal Paso de los Toros un domatore, uomo di sua fiducia ma assai bizzoso. Lo alloggiò in una pensione dalle parti del quartiere Once. Dopo tre giorni andò a cercarlo; lo trovò che beveva mate nella sua stanza all’ultimo piano. Gli chiese che impressione gli avesse fatto Buenos Aires, e venne a sapere che l’uomo non si era affacciato sulla strada nemmeno una volta”.

Situazione assai simile a quella di questo gaucho, nel rapporto con la città, è quella dell’esercito di Attila, oppure dei mongoli guidati da Gengis Khan, nei primi decenni del Tredicesimo secolo, alla conquista del Celeste Impero: “l’imbarazzo della gente della steppa quando, senza transizione, la sorte consegna nelle loro mani paesi di antica civiltà urbana. Bruciano e uccidono, non per sadismo, ma perché sono sconcertati e incapaci di agire in un altro modo”.

La figura dell’uomo a cavallo è drammatica: “lui distrugge e fonda vasti regni con violento fragore, ma le sue fondazioni e le sue distruzioni sono illusorie. La sua opera è effimera quanto lui. È dal contadino che deriva la parola cultura; dalle città la parola civilizzazione; l’uomo a cavallo è una tempesta che si disperde”.

Arrivederci amore, ciao, Massimo Carlotto, Edizioni e/o, 2001

Giorgio Pellegrini, nato a Bergamo l’8 maggio 1957, ha militato nella lotta armata, è stato condannato in contumacia all’ergastolo per un attentato che ha provocato la morte di un metronotte. Dopo la fuga a Parigi, si era rifugiato in America latina, insieme a un compagno e avevano giocato ai guerriglieri; sparò alla nuca al pervertito compatriota, che si accaniva sui prigionieri, come gli era stato chiesto dal capobanda. Si era trasferito in Costarica a lavorare nell’albergo di una quarantenne italiana, ne era divenuto l’amante (la soluzione più comoda), ma non aveva resistito alla tentazione di tradirla con altre “tardone”, finché lei lo aveva scacciato…

Insomma, la voce narrante appartiene a uno dei personaggi più spregevoli mai apparsi nella narrativa italiana. Non fosse altro che per la greve contiguità con l’estremismo politico, mi ha fatto pensare a Jean Fraiger, il protagonista di La vita è uno schifo, di Léo Malet; (c’è anche l’assalto al furgone portavalori).

Giorgio ha ucciso a tradimento uno che si fidava di lui, usa le donne, e quando torna a Parigi lo fa con la precisa intenzione di ricattare i compagni di un tempo. Quegli ideali li ha ormai rinnegati. Si costituisce perché ha ottenuto che un ergastolano si autoaccusi del suo delitto, rendendo la sua condanna assai mite. Ma la Digos ha delle spie a Parigi, hanno capito il suo gioco, e lui non ha problemi a tradire altri compagni. Quando entra in carcere è il 1992. Vi resta meno di tre anni; i suoi familiari non vanno mai a San Vittore, hanno tagliato i ponti quando era fuggito a Parigi con l’accusa di omicidio (se ne deduce che nemmeno loro gli credono)… All’uscita, farà da informatore a un poliziotto corrotto, che si sente intoccabile come quello che Volonté rese immortale nell’Indagine di Elio Petri.

“Sei una carogna. Delle peggiori” – gli dirà un prete conosciuto in carcere, quando lo rivede fuori, a Milano, in cerca d’aiuto. “Ero uno schifoso”, gli aveva detto la donna che pagava al solo scopo di poterla umiliare. Conclusione diretta: “Mi piaceva essere una carogna”.

Pagine dal ritmo infernale, per un personaggio uscito dritto dall’inferno e circondato da tanti, se possibile, peggiori di lui. Non lo si può definire “antieroe”, piuttosto un sadico, un individuo ignobile, uno spietato calcolatore, un predatore che si eccita sessualmente nel fare del male. Nonostante le peggiori efferatezze, il lettore si sorprenderà a flirtare con l’immedesimazione, sollecitata dalla narrazione in prima persona e dalla tracotante sincerità.

“Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine”, diceva Balzac (o forse era Orson Welles). Nelle mani di Carlotto, il noir diventa un’arma affilata con cui scivolare nel ventre molle di questo paese, nel suo opportunismo, nel suo scendere a patti con l’egoismo più bieco. E chissà come verranno intese quelle ultime righe, al funerale, volutamente, totalmente amorali, così laide e crudeli da somigliare a un lieto fine… Magnifica copertina di Igort.

Il vampiro, John William Polidori, 1819

Su una rivista londinese uscì un racconto attribuito a Lord Byron. Immediato, grande successo, con l’inedita apparizione della figura popolaresca del vampiro, fino ad allora confinata nelle leggende orali. Ma l’autore, per ammissione di Byron, era il suo sconosciuto giovane segretario, John William Polidori, che aveva rielaborato un’idea del lord (nella quale non si parla di vampiri, solo i particolari del giuramento sono identici).
Polidori morì nel 1821, a 23 anni.

Nel “bel mondo” londinese, fa la sua comparsa un tipo strano e affascinante, Lord Ruthven, pallidissimo e dallo sguardo glaciale; tutte le donne, dalle più virtuose alle libertine, ne restano incantate.
Anche il giovane, ingenuo Aubrey rimane affascinato, e decide di seguirlo in un lungo viaggio in Europa, uno di quei viaggi di formazione ritenuti necessari “per permettere ai giovani di avanzare rapidamente sulla via del vizio, così da collocarsi su di un piano di parità con gli adulti, non essendo loro consentito di fare la figura di chi cade dalle nuvole, ogniqualvolta intrighi scandalosi vengano menzionati come motivi di scherzo o di elogio a seconda del grado di abilità dimostrato nell’ordirli”. Leggi il resto dell’articolo

Senza veli, Chuck Palahniuk, 2010

Hollywood alla metà degli anni Sessanta: “Se mi consentite di infrangere la quarta parete, io mi chiamo Hazie Coogan”. Da tanti anni, la voce narrante vive accanto a una diva, Katherine Kenton, agisce come la sua “vice spina dorsale”. Per come si esprime, si capisce che Hazie ha studiato e sa come funziona il mondo. Si occupa di tutto, cura ogni dettaglio nella vita della “signorina Kathie”, il suo scopo è “imporre l’ordine nel caos”.

Dopo sette matrimoni, sette divorzi e tre lifting, la signorina Kathie continua a essere celebre e a ricevere premi (stagno placcato oro). Più che una domestica, Hazie Coogan, si considera una sacerdotessa del suo culto. Vivendo in simbiosi da decenni, conosce la diva meglio di chiunque: “Katherine Kenton appartiene a quella generazione di donne per le quali la più sincera forma di lusinga rimane ancora l’erezione maschile”.

Kathie va protetta, accudita, accompagnata, assecondata, consigliata, indirizzata… “Nulla, nella signorina Kathie, è innato, se non il viola quasi ultraterreno dei suoi occhi. Suo è il trono, nello stesso gelido pantheon di Greta Garbo e Grace Kelly e Lana Turner, ma mia è la costante opera di sollevamento pesi che la mantiene lassù”.

A Hollywood, Kathie conosce tutti. Tutti quelli che contano. Lo dimostrano le condoglianze che riceve alla morte dell’ennesimo cagnolino, poi cremato, la cui urna viene deposta in un’enorme cripta piena di liquori rari. Hazie teme che possa diventare preda per individui senza scrupoli. Ecco apparire un giovane, attraente corteggiatore, il suo nome è Webster Carlton Westward III, si firma Webb. Hazie lo valuta così: potrebbe essere “uno di quei giovani perdigiorno sorridenti e danzanti che si insinuano nella vita privata di stelle del cinema sole e in declino”. Ma questa è solo “la migliore delle ipotesi”. Potrebbe essere un aspirante scrittore, che intende carpire segreti e ricavarne memorie pronte per la stampa appena la diva morirà.

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Wyatt Earp secondo Rino Albertarelli, 1975. #WyattEarp. #OKCorral

L’OK Corral di Tombstone, Arizona, è luogo di pellegrinaggi turistici; narra la leggenda che vi si affrontarono 4 “buoni” (Wyatt Earp e i fratelli Virgil e Morgan, oltre a John Holliday, detto “Doc”) e 5 “cattivi” (due Clanton, due McLovery e Bill Claiborne). Tre banditi rimasero uccisi, due riuscirono a fuggire, i due fratelli minori di Wyatt rimasero feriti. Ma dietro la leggenda si nasconde una realtà molto meno edificante: quello dell’OK Corral fu un regolamento di conti pianificato da parte di Earp e Holliday per liberarsi di testimoni che sapevano cose compromettenti.

Numero 6 della serie “I Protagonisti”, uscì nel febbraio 1975, sei mesi dopo la morte dell’autore, a 66 anni. La collana è forse la prima in cui un fumetto è sostanziato da una ricca bibliografia; lo stesso autore, cura l’introduzione al volume. Dalla meticolosa ricerca storica di Albertarelli, si ricava che il West non era una terra di eroi, e che certi atti di coraggio hanno origini ben più umane e discutibili di quante si sia voluto ammettere.

Wyatt Earp morì nel 1929, dopo una vita lunga, avventurosa, stracolma di menzogne. Antiretorico, con un taglio documentaristico, e un pennino che tratteggia vignette molte dettagliate, Albertarelli prova a fare i conti con la distanza siderale fra la mitologia e la realtà, almeno per come l’hanno raccontata vari testimoni diretti, a loro volta contraddittori. Il fumettista mostra di dare credito, innanzitutto, alla versione dei fatti raccontata da Allie Earp, moglie di Virgil.

Gli Earp erano un clan, con uno spirito da clan; Wyatt ne era a capo e i fratelli gli perdonavano tutto, anche il fatto che trattasse male la moglie e la tradisse. Il ritratto che esce da questo centinaio di tavole in bianco e nero è quello di un individuo violento, ambizioso, senza scrupoli, bugiardo e frustrato. Persino bigamo…

Wyatt Earp secondo William R. Burnett – Wyatt Earp secondo John Ford

Sfida infernale, William Riley Burnett, 1932. #WyattEarp. #OKCorral

Dai racconti e dai romanzi di Burnett sono stati tratti molti film, talvolta da lui stesso adattati per il cinema: da Piccolo Cesare (1931) di Mervyn LeRoy e Una pallottola per Roy (1941) di Raoul Walsh, da Giungla d’asfalto (1950) di John Huston a Sfida infernale di John Ford, che uscì nelle sale nel 1946 e rese immortali “la sfida all’OK Corral”, la cittadina di Tombstone e il ritornello di “Oh My Darling Clementine”.

Fa molto caldo di giorno e molto freddo di notte, Alkali è circondata da praterie, grandi spazi desertici. Da quelle parti scorrazzano alcune bande Apaches di Geronimo.

Palizzata davanti al saloon, sputacchiere dentro: Luther Johnson dice a Wayt: “Penso che questa città non è ancora pronta per la legge e l’ordine e se cerchi di rifilarglieli, ti cacci nei guai”.

Luther ha un incarico da aiutante sceriffo, ma non ha buoni rapporti con lo sceriffo in carica. Da circa un anno, i Johnson si sono trasferiti ad Alkali, tutti sanno che venivano da Dodge City, dove “avevano instaurato la pace”. I Johnson sono originari del Kansas; Wayt ha trentadue anni, da dieci lavora come “peace officer”, la sua ambizione è stabilirsi definitivamente da qualche parte dopo essersi fatto eleggere sceriffo. Ora ha una quota di proprietà del saloon Golden Girl.

Quella di sceriffo era un’ottima posizione sociale: gli avrebbe permesso di riscuotere le tasse e tenere per sé una percentuale. “San Johnson” o “Rettitudine”, lo chiamano, quelli che lo disprezzano. “Quando era stanco, quando capitavano troppe cose e troppo in fretta, gli piaceva cavalcare di notte nel deserto. Lo calmava”.

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Ricordi proibiti, Georges Simenon, 1940

“Attraverso una Parigi dorata come una pesca”, in un primo mattino di giugno, la voce narrante – in prima persona – avverte trattarsi di uno di quei giorni più rapidi degli altri, vertiginosi e frenetici.

Prende il treno alla Gare Saint-Lazare, scende a Evreux, viene accolto da un collega, il dottor Fachot, e va a eseguire tre piccole operazioni chirurgiche. Deve fare un’infinità di cose, quel giorno, perché l’indomani lui, il dottor Edouard Malempin, la moglie e i due figli partiranno per le vacanze. Per la prima volta si dirigeranno verso sud. Perciò, il dottor Malempin va a ritirare l’auto nuova, verde come l’aveva sempre desiderata, passa a salutare l’anziana madre, quindi si reca in ospedale a visitare i ricoverati nel suo reparto (si è affezionato a una bambina gravemente malata, le regala una bambola). Arriva a chiedersi: “come mai sono perseguitato fin dal mattino da una fretta che non mi fa risparmiare un secondo? Di che ho paura? Ogni tanto ho l’impressione di voler sfuggire a qualche cosa, di voler ingannare il destino”. Rientrato a casa, Malempin trova la moglie che lo sta aspettando sulla porta: il figlio minore ha la febbre altissima e respira a fatica.

A otto anni, Bilot è reduce dal morbillo; è sempre stato fragile, a differenza del primogenito Jean, che ne ha ormai undici e non ha mai sofferto di malattie serie. Diventa presto chiaro che Bilot soffre di una rara forma di difterite, che può rivelarsi mortale fino al fatidico decimo giorno. Mentre veglia sul figlio, è colpito da certi sguardi, Bilot non distoglie mai gli occhi da lui: il padre si chiede quale ricordo conserverà di quei momenti. Nelle lunghe ore che seguono, il dottor Malempin prende un quaderno del figlio e comincia a scrivere. Ritorna a trentacinque anni prima, a “ricordi proibiti” – una volta tanto il titolo italiano ha un valore aggiunto – difficili da decifrare, a partire dall’immagine del padre che si è stagliata nella sua memoria. Aveva sette anni, vivevano in Vandea, “era l’inverno in cui, in tutta la regione, da Rochefort a Saint-Jean-d’Angély, i campi erano allagati”.

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Armance, Stendhal, 1827

Melodramma stracolmo di equivoci e malintesi, parabola di un amore infelice, reso impraticabile da un mondo che si delizia con gli intrighi, nel quale “la parola è stata data all’uomo per nascondere il suo pensiero”.

Comincia descrivendo Octave, il ventenne figlio dei marchesi di Malivert. Capelli biondi e ricci, profondi occhi neri, amava così profondamente la madre, che dopo aver lasciato il Politecnico rinunciò alla carriera militare. Pareva privo di qualsiasi ambizione, la madre temeva fosse malato, ma alcuni medici le dissero che “suo figlio non aveva altra malattia che quella specie di tristezza scontenta e critica, caratteristica dei giovani del suo tempo e della sua condizione”.

La diciottenne Armance de Zohiloff era una sua lontana cugina, priva di mezzi; bella, con quei lineamenti un po’ orientali, Octave non aveva mai provato interesse per lei. Comincia ad apprezzarla, perché solo Armance sembra disinteressata ai suoi soldi. Ma ascolta una maldicenza, vi crede, e scambia il disinteresse per invidia. È solo un esempio di come Octave nutra passioni tanto violente quanto contraddittorie. Se non fosse che porta quel nome, che sa come parlare in pubblico e che è molto attraente, Octave potrebbe essere preso per pazzo. In realtà, è solo infelice e immaturo, un disadattato in un mondo fatuo, “in cui l’invidia sa assumere tutte le forme”.

In un’alta società dominata dall’ipocrisia, dagli intrighi e dalle dissimulazioni, in cui il peccato mortale è la noia, Octave cerca di fare nuove, discutibili esperienze. Preoccupata, sua madre fa chiamare Armance e le confida di sperare che sposi suo figlio. Ma la giovane, convinta di non poter sposare un uomo tanto più ricco di lei, non fa parola della promessa di segretezza sul suo fantomatico matrimonio.

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Il 24 settembre del 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Qualche appunto su «Gli ultimi fuochi», il romanzo incompiuto. Una storia d’amore infelice, vista con gli occhi di una giovane donna innamorata di un uomo che adora un’altra

A parere di Fernanda Pivano e di tanti altri, l’Età del Jazz, gli anni compresi fra il 1919 e il 1929, è stata il periodo aureo della storia americana, un dopoguerra sfolgorante, bruscamente interrotto dal crollo di Wall Street. Sono gli anni del charleston, degli speakeasy (anche le donne potevano bere alcolici), di Al Capone, della morte di Rodolfo Valentino, della trasvolata oceanica di Lindbergh, dell’utopia del benessere per tutti.

Nel 1920, l’anno in cui iniziò il Proibizionismo, le donne già esercitavano il diritto di voto, entravano in commercio le calze di rayon, cominciano le trasmissioni radio della Westinghouse. Il 1920 è anche l’anno in cui Fitzgerald pubblica Di qua dal Paradiso, esordio folgorante. Nel 1941 uscì Gli ultimi fuochi, romanzo incompiuto, corredato da note dell’autore che precisava le sue intenzioni. Parla di Hollywood, dove Fitzgerald lavorò negli ultimi tre anni della sua vita, alla Metro Goldwyn Mayer, con profonda insoddisfazione. Pensato in otto capitoli, solo dei primi sei è stata ritrovata una stesura.

È scritto con gli occhi di Cecilia, “la figlia del produttore”, innamorata di Monroe Stahr, una figura geniale dietro la quale molti hanno visto Irving Thalberg.

Nato il 24 settembre 1896 a St. Paul (Minnesota), Fitzgerald morì il 21 dicembre 1940, dopo un periodo drammatico di insuccesso (pubblico e nella vita privata): “brutalmente, come gli respingevano i racconti vent’anni prima: in mezzo c’era stato un successo favoloso, una celebrità leggendaria, ineguagliata da qualsiasi altro scrittore americano di tutti i tempi”, scrive Pivano.

Cecilia studia in una università dell’Est e sta tornando a casa, a Hollywood. “Mi domando che aspetto potevo avere in quell’alba, cinque anni fa. Un po’ sgualcito e pallido, immagino, ma a quell’età, quando si ha l’illusione giovanile che quasi tutte le avventure siano piacevoli, mi occorreva soltanto un bagno e cambiarmi d’abito per tirare avanti ore e ore”.

In volo da costa a costa, Cecilia incrocia Monroe Stahr, il famoso produttore cinematografico, e se ne innamora: “Era un uomo per il quale qualunque donna avrebbe fatto follie, con o senza incoraggiamento. Io non ero decisamente incoraggiata, ma mi aveva in simpatia”.

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Coppa Rimet 1930-1970. I Mondiali in bianco e nero. Bagatelle su Gianni #Brera. Gunnar #Nordahl, John #Langenus

Alla vigilia di Italia 90, venne pubblicato questo volume, che ho appena trovato su una bancarella dell’usato: contiene quasi 150 grandi immagini in bianco e nero, che ricapitolano la storia della Coppa del mondo intitolata a Jules Rimet, primo presidente della FIFA (dal 1920 al 1954).

Dopo nove edizioni, la Coppa venne assegnata al Brasile, capace di rivincerla per la terza volta, a Città del Messico nel 1970, battendo l’Italia 4-1.

Sottotitolo: “Immagini di costume e sport in quarant’anni di calcio”: diviso più o meno a metà, fra immagini di contesto e di partite, l’apparato fotografico è notevole, mentre testi (Lorenzo Merlo, Lamberto Cantoni, Marco Pasi). e didascalie aggiungono poco. Unica eccezione la prosa breriana: “il bianco e nero ha immediata presa romantica… Montevideo è un’ariosa Zurigo senza lustre bancarie artificiali”, eccetera.

Da quel testo di Gianni Brera, ricavo che l’estate del 1938 fu per lo sport italiano non meno gloriosa di questo celebratissimo 2021: la Nazionale di Pozzo rivinse il Mondiale davanti a un pubblico politicamente ostile, Gino Bartali trionfò al Tour de France e Nearco dominò l’Arc de Triomphe, spingendo il presidente della Repubblica francese Lebrun a pronunciare questa frase stizzita: “Ils gagnent tout, ces italiens!”.

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I fantasmi del cappellaio, Georges Simenon, 1949

Labbé e Kachoudas, il cappellaio e il sarto, abitano e lavorano uno di fronte all’altro, “la strada era così stretta che sembrava di vivere nella stessa casa”. Entrambi sposati, ma di ben diversa estrazione: Labbé è nato e cresciuto a La Rochelle, dove la storia è ambientata, mentre Kachoudas, moglie e cinque figli vengono dall’Armenia.

I fantasmi del cappellaio, SimenonDal 13 novembre al 3 dicembre, data in cui comincia la narrazione, sono state assassinate cinque donne, sessantenni. I commercianti hanno organizzato delle ronde. Un giovane giornalista, Jeantet, conduce un’indagine parallela a quella della polizia, ha intuito che l’assassino è un uomo stimato e rispettabile di La Rochelle.

Come tutte le sere alle cinque in punto, Léon Labbé va a prendere un paio di aperitivi nel bar in centro, dove si riuniscono tutte le personalità di La Rochelle, che lui conosce e frequenta da anni; Kachoudas lo segue timidamente, a qualche metro di distanza. Tutti sanno che l’assassino scrive lettere al giornale locale, ritagliando i singoli caratteri dalle stesse pagine.

Quella sera al bar, per caso, Kachoudas vede un rettangolino di carta sui pantaloni di Labbé, capisce tutto, ma non fa nulla per evitare il sesto delitto, anzi ne è quasi testimone, mentre sta pedinando il cappellaio: “Il rumore fu quasi impercettibile, come il frullo di un fagiano che si alzi in volo da un bosco”. Il sarto ha paura, sembra stia per denunciare tutto alla polizia, ma quando è sul punto di entrare in commissariato, Labbé – che sa di essere stato scoperto – gli si accosta per dirgli, con la massima calma: “Al suo posto non lo farei, Kachoudas”. Leggi il resto dell’articolo

Jean Fraiger, André Arnal, Paul Blondel: la Trilogie noire di Léo Malet

La vita è uno schifo, 1947 – Il sole non è per noi, 1949 – Nodo alle budella, 1969

Il morto di Maigret, Georges Simenon, 1948

Tradotto da Ida Sassi, Maigret et son mort venne scritto a Tucson, Arizona, eppure è una storia quantomai parigina. Ventinovesimo dei settantacinque romanzi con Maigret, la stesura pare abbia impegnato una decina di giorni, dall’8 al 17 dicembre 1947, fu pubblicato nel maggio successivo presso l’editore Presses de la Cité.

Una mattina tiepida e soleggiata, “come sempre quegli sprazzi di primavera, a metà febbraio, si apprezzavano di più della primavera stessa”. Nel suo ufficio al Quai des Orfèvrés, Maigret sta ascoltando una ricca vedova (visone, seta, gioielli), un tempo bellissima: sostiene che la figlia, il genero e la nipote, uno all’insaputa dell’altro, stiano cercando di avvelenarla, per mettere le mani sulla sua fortuna. È stata ricevuta direttamente dal commissario su sollecitazione di un ministro. Annoiato, Maigret si ridesta grazie a una strana telefonata: un uomo si dice certo che lo stiano pedinando al fine di ucciderlo. Chiede aiuto, Maigret invia Janvier sul luogo dove è stata fatta la telefonata. Di telefonate ne arriveranno altre, l’uomo sta scappando, ha sempre più paura, “sceglieva i quartieri animati, i luoghi pieni di gente”.

Maigret torna a casa per cena, hanno un’ospite, Odette, la sorella di Louise, quella cognata “come sempre profumava di lavanda”. Alle due e venti della notte, il commissario viene svegliato dalla telefonata dell’ispettore Lucas: un uomo è stato trovato morto sul selciato di Place de la Concorde. Corrisponde alla descrizione. Maigret si convince subito che la coltellata mortale non sia stata inferta lì, in quella piazza “troppo vasta, troppo ariosa, troppo aperta”.

Di solito, Maigret non assisteva alle autopsie; ma di quel cadavere l’aveva colpito il fatto che fosse stato picchiato, scalciato, colpito con violenza, fino a sfigurarlo. Doveva capire l’apparente contraddizione: “di solito, se uno affronta il rischio di trasportare un cadavere, soprattutto in una città come Parigi, è perché vuole nasconderlo, cercare di farlo sparire o ritardarne la scoperta”. Invece, gli assassini volevano che il cadavere venisse scoperto in fretta.

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Nodo alle budella, Léo Malet

Ultimo atto della Trilogie noire, curata da Luigi Bernardi. Rimasto chiuso nel cassetto per ventidue anni, Sueur aux tripes fa seguito alla coppia di romanzi uscita alla fine degli anni Quaranta.

Ci sono sempre sogni inquietanti in questi cupissimi romanzi di Malet, stavolta è proprio un sogno ad aprire la trama: ne ricaviamo che un “persecutore onirico”, occhialuto e con i baffetti, si sta accanendo contro l’inconscio del protagonista – sua la voce narrante – e che Jeanne se n’è andata.

Piccolo truffatore, con un anno di galera alle spalle, il protagonista ha da poco fatto un salto di qualità, entrando a far parte della “cricca del Caïd”. Certe truffe, sostiene, fanno leva “sulla disonestà latente delle persone perbene”.

Ricorda quando conobbe Jeanne, quanto la trovò attraente: cercò di derubarla quasi per rabbia, disperando di averla. Quanto alla truffa, lei si rivelò più scaltra di lui, e tuttavia lui fu felice come non lo era mai stato, perché finirono a fare l’amore. Solo dopo ebbero modo di presentarsi: Jeanne Perrichaux lei, Paul Blondel lui, ventidue anni lei, quasi trenta lui, orfani entrambi. Jeanne cominciò a chiamarlo Paulot.

“Cosa fai nella vita?” le chiede Paulot; lei risponde “L’amore”. “E a parte questo?” “Niente di speciale”.

Paul comprende che Jeanne è l’attrazione del bistrot di periferia sopra cui vive: “Riempiva le narici dei ragazzetti del suo odore di cagna in calore e forse se una mano si soffermava sulle sue chiappe, non la toglieva proprio subito. Eccitati, i poveri fessi preferivano venire a spendere i loro quattrini qui, in piacevole compagnia”. Al protagonista non sfugge con chi ha a che fare, sa che non durerà, ma accetta la proposta di vivere insieme e si trasferisce da lei, sopra al bistrot gestito dal vecchio Robert. “Per un mese ho davvero creduto di raggiungere la vera felicità”. Ma per non perdere Jeanne (per “meritarla”), Paulot dovrà alzare il livello del rischio, con le sue truffe. E un giorno si presenta al bistrot l’altro Paulot, l’amante di prima, appena uscito di galera. A quanto pare, ha un sacco di soldi…

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Spoon River: l’antologia di Edgar Lee Masters, l’album di Fabrizio De André

Cinquant’anni fa usciva Non al denaro non all’amore né al cielo.

Spoon River Anthology è una raccolta di poesie di Edgar Lee Masters, pubblicata tra il 1914 e il 1915 sul Mirror di Saint Louis, prima di essere raccolta in volume. In forma di epitaffio, ogni testo fa parlare un abitante dell’immaginaria cittadina di Spoon River, sepolto nel cimitero locale; il nome deriva dal fiume che scorre vicino a Lewistown, Illinois. Quando Lee Masters pubblicò i versi, inizialmente su una rivista e sotto pseudonimo, esercitava il mestiere di avvocato, ma aveva studiato tedesco (leggeva Goethe in originale), greco e latino.

La prima edizione della raccolta contava 213 poesie, diventate poi 243 nella versione definitiva. Con estrema semplicità, Masters si ispirò a persone realmente vissute nei paesi di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield, dove era cresciuto; alcune sono sepolte e individuabili nel cimitero di Oak Hill, sotto nomi differenti. Caratteristica essenziale di queste persone è l’essere morte, dunque possono esprimersi con sincerità.

Nel ventennio fascista, la letteratura americana venne ostracizzata dalla censura; la prima edizione italiana (Antologia di S. River) porta la data del 9 marzo 1943, nella traduzione di Fernanda Pivano, la quale raccontò: «Ero una ragazza quando ho letto per la prima volta Spoon River: me l’aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese». La traduzione impegnò dal 1937 al ’41, ed ecco quali riteneva fossero i temi principali: “la rivolta al conformismo, la brutale franchezza, la disperazione, la denuncia della falsa morale, l’ironia antimilitarista, anticapitalista, antibigottista: la necessità e l’impossibilità di comunicazione”.

Fu Pavese – che aveva scoperto l’Antologia nel 1930 – a convincere Giulio Einaudi a pubblicare la traduzione della Pivano. Nel 1950, Pavese scrisse: “le spettrali, dolenti, terribili, sarcastiche voci di Spoon River ci hanno tutti commossi e toccato a fondo”.

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Cronaca di una morte annunciata, Gabriel García Márquez

Crónica de una muerte anunciada è una “novella”, un racconto che ricostruisce l’assassinio di Santiago Nasar da parte dei gemelli Vicario. L’azione si svolge nelle prime ore di “un lunedì ingrato” di febbraio, in un anno imprecisato, in un’imprecisata cittadina portuale della Colombia. L’anonimo narratore era amico di Santiago: presente all’epoca dei fatti, a distanza di ventisette anni volle ricostruirli con la massima esattezza, interrogando i testimoni diretti.

Avvolgente e musicale, la lingua di García Márquez travolge ogni resistenza razionale, immergendo il lettore in un modo mitico e fatato, leggendario e pulsante, intriso di odori e di umori. In quel mondo iperbolico e fatale, si può cercare la verità ma è impossibile arrivare a coglierla, ogni esistenza si trascina fra istinti e onore, tradizioni e tabù, vizi privati e pubbliche virtù, cura delle apparenze e ricerca dell’appagamento dei sensi.

La morte di Santiago Nasar costituì il punto di svolta nella vita di tante persone, “nessuno di noi poteva continuare a vivere senza sapere con esattezza qual era il posto e la missione che ci aveva assegnato la fatalità”.

È un “poliziesco” in cui l’enigma non consiste nello scoprire il colpevole, ma nell’indagare sulla realtà del movente, ponendo il dilemma se la vittima fosse a sua volta colpevole di quanto gli venne imputato. Ma il narratore non arriverà nemmeno alla certezza se quel mattino fosse sereno o piovesse.

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Il sole non è per noi, Léo Malet, 1949

Secondo capitolo della Trilogie noire, il più scopertamente autobiografico. Malet era nato nel 1909, il suo protagonista ha sedici anni e la trama è preceduta da una frase sarcastica: “Questo romanzo è ambientato nel 1926, l’epoca della gioia di vivere”. Si comincia con il protagonista rinchiuso da due mesi in un carcere minorile, la Petite-Roquette; in lontananza si sentono note di fisarmonica, il vento le porta da Parigi.

“Mi ero fatto fregare abbastanza stupidamente, anche se non era stata solo colpa mia”. Vagabondaggio, l’accusa; tutta colpa di un barbone troppo rumoroso. Non ha ancora compiuto sedici anni, è orfano, il suo nome è André Arnal.

Il giorno successivo a quello della più acuta crisi di depressione, senza preavviso, André viene scarcerato. In quella notte di fine estate, esce anche il quattordicenne Fernand. I due non si conoscono, non sanno dove andare, Fernand è finito nel carcere minorile su richiesta della madre, André gli dice che da una madre così se ne starebbe lontano, oppure la butterebbe giù dalla finestra. Lo accompagna a casa, Fernand dice di poterlo ospitare, ha comprato un mazzo di fiori. Da basso, mentre aspetta un segnale per salire, André assiste a questa scena: “Qualcosa di simile a un grosso pacco di biancheria è precipitato lungo la costruzione a cinque piani. Il cranio si è schiantato sul marciapiede e si sfracellato con un rumore orribile, un flaccido rumore di focaccia rancida”. Da lassù, il ragazzino “sghignazzava e lanciava i suoi fiori sul cadavere della mammina”. Costretto a vagabondare, André cerca rifugio in un bistrò. “La miseria non te la puoi scrollare di dosso”, dice a uno sconosciuto.

La prima serata di libertà, André la conclude con una prostituta dagli stivali alti e dai seni appuntiti, l’ha lungamente osservata nella confusione notturna delle Halles. Alla donna, dice di essere appena uscito di prigione, “le ho mostrato il foglio di scarcerazione, un po’ per darmi delle arie, un po’ per desiderio di protezione”; in una fetida camera a ore, lei si stende su un letto ricoperto da una tovaglia cerata, lo accarezza e sussurra: “E pensare che potrei essere tua madre”.

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Perché in tutti i sondaggi fra i tifosi brasiliani, #Garrincha risulta più amato di #Pelé

GarrinchaDai ricordi di Nilton Santos:
“Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno”.

Alex Bellos si mette sulle tracce del campione e torna al suo paese natale, Pau Grande, dove incontra l’ultimo dei tredici figli rimasti da quelle parti:
“Il suo vero nome è Terezinha, ma lei preferisce Nenel, il soprannome datole proprio dal babbo. Nenel sorride spesso e volentieri, esibendo il labbro leporino e una fila di denti cariati. Ha un paio di occhi grandi, mento lungo e capigliatura arruffata. Lo squallore della sua stanza è scioccante anche senza sapere chi fosse suo padre. Vive in una stanza che sarà al massimo due metri per due, assieme al figlio di ventidue anni. L’arredamento è costituito da un vecchio letto a una piazza, un grande frigorifero rosso (pieno di birra), un piccolo televisore sintonizzato su una partita di calcio pomeridiana cui nessuno presta attenzione”.