Sabato 4 febbraio dalle 18.30 una serata per raccontare la militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari, nel decennale della sua scomparsa. Al VAG61 di via Paolo Fabbri. Sul filo del ricordo…

Alle 18,30 aperitivo e presentazione del libro Sul filo del ricordo (Red Star Press), a cura di Agostino Giordano e Stefania De Salvador: “La militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari raccontati dalle compagne e dai compagni di strada”.

Intervengono: Cristiano Armati (editore Red Star Press), Agostino Giordano e Stefania De Salvador, Rudi Ghedini e altri autori che hanno preso parte a questo libro

Alle 20,30 cena di autofinanziamento con cappellaccio al forno, pasticcio alla ferrarese e lasagne alla zucca.

A seguire immagini, parole e musica dal vivo con alcune/i delle/gli autrici/ori del libro.

Ci sono figure che, con il corso della loro vita, bastano da sole a segnare i margini del tempo. Stefano Tassinari è una di queste. Perché con i suoi libri, le sue sperimentazioni, le sue riviste, le sue iniziative culturali e la sua ininterrotta militanza politica nel movimento operaio, Tassinari ha dato un contributo imprescindibile, favorendo vocazioni artistiche, conquistando spazi di autorganizzazione e costruendo bellezza e amore per la giustizia sociale. Sul filo del ricordo, scritto da chi, con Stefano Tassinari, ha percorso la strada che conduce fino al punto in cui siamo ora, non è solo un omaggio all’artista e al compagno. Ma un caleidoscopio di possibilità sempre aperte, un filo rosso teso verso la meta della fraternità e dell’uguaglianza, una ragnatela di ricordi con cui chiamare per nome la vita.

Contributi di: Vic Albani, Checchino Antonini, Marco Baliani, Matteo Belli, Paolo Bernardi, Nicola Bonazzi, Pino Cacucci, Paolo Capodacqua, Stefano Casi, Mauro Collina, Mauro Covacich, Fausto Bertinotti, Alberto Bertoni, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Isabella Carloni, Daniele e Angelo (“Le Bistrot” di Dozza), Stefania De Salvador, Roberto Formignani, Paolo Fresu, Luca Gavagna, Rudi Ghedini, Agostino Giordano, Massimiliano Gregorio (Casa del Vento), Claudio Lolli, Gigi Malabarba, Roberto Manuzzi, Luigi Monfredini, Alberto Ronchi, Mauro Pagani, Alfredo Pasquali, Darwin Pastorin, Andrea Satta (Têtes de Bois), Roberto Serra, Marino Severini (Gang), Michele Terra, Riccardo Tesi, Fabio Testoni, Filippo Vendemmiati, Wu Ming 1, Yo Yo Mundi.

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Romanzi in tre righe, Félix Fénéon, 1906

In forma anonima, nel 1906, Fénéon compose circa millecinquecento “romanzi in tre righe”, che apparivano ogni giorno su Le Matin.

Questa di Adelphi, nella traduzione di Matteo Codignola, è una selezione di 166 “romanzi”, che cerca di catturare forme di prosa molto diverse: alcuni testi sembrano “brevi” di cronaca nera, altri potrebbero essere “nuclei di possibili romanzi” (rubo l’espressione a Codignola) o almeno dare il via a un racconto, altri somigliano a barzellette imbevute di umorismo nero, non mancano epitaffi a sfondo politico, aggettivi sorprendenti, sintesi formidabili, depistaggi ironici, doppi sensi beffardi, svariati esempi di cinismo e di sarcasmo. Sono circa trenta parole, dischiuse in un equilibrio magico, alla ricerca della perfezione: Le Matin ne pubblicava una ventina al giorno, perché i giornali dell’epoca volevano offrire non solo cronaca, ma anche intrattenimento. È quasi sempre presente una precisa collocazione geografica, a volte associata al nome del protagonista, come se l’autore volesse conferire alle sue noterelle una verità oggettiva. Facile immaginare che nella lingua originale queste nouvelles en trois lignes veicolino sonorità che la traduzione fatica a riprodurre.

Dei circa millecinquecento “romanzi”, ridotti a 166 in questa selezione, ne ho scelti 17.

Ieri a Rouen il signor Colombe si è ucciso con un colpo di rivoltella. Nel marzo scorso sua moglie gliene aveva sparati tre. I due erano in attesa di divorzio.

Dall’ultimo ordine del giorno del generale Privat, che ha lasciato la 32esima Divisione: «Tenetevi alla larga dall’alcol e dalla voluttà».

Tre scioperanti di Fressenneville condannati a pene detentive: uno, due o tre mesi, a seconda del grado di scurrilità delle contumelie rivolte ai soldati.

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Feux Rouges [Luci nella notte], Cédric Kahn, 2004 [filmTv022] – 7

Nel ’53, Simenon l’aveva ambientato nel New England, con i coniugi che da Long Island andavano a riprendersi i figli in campeggio nel Maine. Nel film, invece, si parte dalla Parigi del Ventunesimo secolo e si deve arrivare a una colonia estiva nei pressi di Bordeaux. Steve e Nancy diventano Antoine e Hélène, a interpretarli sono un magnifico, stropicciato Jean-Pierre Darroussin e una sempre troppo perfetta Carole Bouquet. Dal romanzo: “Non si poteva dire che Nancy gli desse ordini, ma certo scandiva i tempi della loro vita a suo piacimento, come se fosse assolutamente naturale”.

Quarantenni, sposati da una dozzina di anni, Antoine è un modesto assicuratore, mentre la moglie è un avvocato in carriera. Già questo rappresenta un motivo di frustrazione e risentimento. Ma la regia non tralascia l’aspetto fisico: tanto è trasandato lui, quanto è impeccabile lei. Ad Antoine, ogni tanto, piace bere, lei non lo sopporta. Sulla strada, comincia una di quelle discussioni che si avvitano, si incistano, marciscono, vanno a finire male. Intanto, la radio parla di un evaso dal carcere di Le Mans, e vari posti di blocco rallentano un viaggio già molto faticoso.

Nei pressi di Tours, lui arresta l’auto per bere l’ennesimo whisky. Quando ritorna, Hélène non c’è più, ha lasciato un biglietto, dice che proseguirà in treno. Preoccupato, forse pentito, Antoine comincia a inseguirla, inutilmente. Non gli resta che ubriacarsi… Un uomo gli chiede un passaggio. Antoine carica lo sconosciuto, si confida con lui, gli descrive la sua malinconica routine, è ubriaco, rischia di uscire di strada, brutalmente lo sconosciuto prende il suo posto al volante. Antoine ha finalmente chiaro con chi ha a che fare. Non sa che, nel frattempo, Hélène è finita in ospedale, rapinata, picchiata e violentata…

Poche trame simenoniane sono così claustrofobiche, questa forse esagera con le coincidenze. Non è sempre chiaro dove finisca l’incubo e cominci la realtà. Note di Debussy come colonna sonora.

Simenon al Cinema

4047, mi ricordo

Mi ricordo che “al passaggio a livello di Monthéard, nella Sarthe, il 515 ha travolto la signora Dutertre. Un incidente, si presume. Ma la situazione della donna non era incoraggiante”.

Simenon al cinema (17 su 50)

  1. La notte dell’incrocio (La nuit du carrefour, 1932, Jean Renoir) con Pierre Renoir nel ruolo di Maigret
  2. Il delitto della villa (1933, Julien Duvivier), con Harry Baur nel ruolo di Maigret
  3. Les Inconnus dans la maison (1942, da Gli intrusi, Henri-Georges Clouzot e Henri Decoin) con Martine Carol
  4. Il viaggiatore d’Ognissanti (1943, Louis Daquin) con Assia Noris e Serge Reggiani
  5. Picpus (1943, Richard Pottier) con Albert Préjean nel ruolo di Maigret
  6. Cécile est morte (1944, Jacques Tourneur), con Albert Préjean nel ruolo di Maigret
  7. Les Caves du Majestic (1945, Richard Pottier), con Albert Préjean nel ruolo di Maigret, Suzy Prim e Denise Grey
  8. Panico (1946, Julien Duvivier) con Michel Simon e Viviane Romance
  9. Dernier refuge (1947, Le Locataire, Marc Maurette) con Raymond Rouleau
  10. L’uomo della Torre Eiffel (1949, Burgess Meredith) con Charles Laughton nel ruolo di Maigret
  11. LA VERGINE SCALTRA (La Marie du port, 1950, Marcel Carné) con Jean Gabin e Nicole Courcel
  12. Illusione (L’uomo che vedeva passare i treni, 1952, Harold French) con Claude Rains
  13. LA TESTIMONIANZA DEL CHIERICHETTO (in Brelan d’as, 1952, Julien Duvivier), con Michel Simon
  14. La verità su Bébé Donge (1952, Henri Decoin) con Jean Gabin e Danielle Darrieux
  15. Il frutto proibito (1952, Lettera al mio giudice, Henri Verneuil), con Fernandel, Francoise Arnoul, Jacques Castelot
  16. A Life in the Balance (1955, Sept petites croix dans un carnet, Horner e Portillo), con Lee Marvin, Ricardo Montalbán e Anne Bancroft
  17. SANGUE ALLA TESTA (1956, Gilles Grangier) con Jean Gabin e Georgette Anys
  18. Il fondo della bottiglia (1956, Henri Hathaway) con Van Johnson e Joseph Cotten
  19. Maigret dirige l’enquête (1956, Un’ombra su Maigret, Stany Cordier), con Maurice Manson nel ruolo di Maigret
  20. IL COMMISSARIO MAIGRET (Maigret tend un piège, 1958, Jean Delannoy) con Jean Gabin nel ruolo di Maigret
  21. I fratelli Rico (1957, Phil Karlson) con Richard Conte e Dianne Foster
  22. LA RAGAZZA DEL PECCATO (En cas de malheur, 1958, Claude Autant-Lara) con Jean Gabin e Brigitte Bardot
  23. Clandestina a Tahiti (1958, Ralph Habib e Lee Robinson) con Martine Carol, Serge Reggiani e Arletty
  24. MAIGRET E IL CASO SAINT-FIACRE (Francia, 1959, Jean Delannoy) con Jean Gabin nel ruolo di Maigret
  25. Le Baron de l’écluse (1960, Jean Delannoy) con Jean Desailly e Micheline Presle
  26. Il Presidente (1961, Henri Verneuil) con Jean Gabin
  27. La mort de Belle (1962, Édouard Molinaro), con Jean Desailly, Alexandra Stewart, Jacques Monod
  28. Letto, fortuna e femmine (Le bateau d’Émile, 1962, Denys de La Patellière) con Lino Ventura e Annie Girardot
  29. LO SCIACALLO (L’Aîné des Ferchaux, 1963, Jean-Pierre Melville) con Jean-Paul Belmondo e Charles Vanel
  30. MAIGRET E I GANGSTERS (1963, Gilles Grangier) con Jean Gabin
  31. Trois chambres a Manhattan (1965, Marcel Carné), con Annie Girardot e Maurice Ronet
  32. MAIGRET A PIGALLE (Maigret al night club, 1966, Mario Landi), con Gino Cervi
  33. Stranger in the House (1967, Les Inconnus dans la maison, Pierre Rouve) con Geraldine Chaplin e James Mason
  34. IL GATTO (Le Chat, 1971, Pierre Granier-Deferre) con Jean Gabin e Simone Signoret
  35. L’EVASO (La Veuve Couderc, 1971, Pierre Granier-Deferre) con Alain Delon, Simone Signoret, Ottavia Piccolo
  36. NOI DUE SENZA DOMANI (Le train, 1973, Pierre Granier-Deferre) con Jean-Louis Trintignant e Romy Schneider
  37. L’OROLOGIAIO DI SAIN-PAUL (1974, Bertrand Tavernier) con Philippe Noiret
  38. I fantasmi del cappellaio (1982, Claude Chabrol) con Michel Serrault e Charles Aznavour
  39. L’ÉTOILE DU NORD (Le locataire, 1982, Pierre Granier-Deferre) con Simone Signoret e Philippe Noiret
  40. Equator. L’amante sconosciuta (1983, Serge Gainsbourg) con Barbara Sukowa e Francis Huster
  41. L’insolito caso di Mr. Hire (1989, Patrice Leconte) con Michel Blanc e Sandrine Bonnaire
  42. BETTY (1992, di Claude Chabrol) con Marie Trintignant e Stéphane Audran
  43. L’Inconnu dans la maison (1992, Georges Lautner) con Jean-Paul Belmondo e Geneviève Page
  44. L’orso di peluche (1994, Jacques Deray) con Alain Delon e Francesca Dellera
  45. La cliente (1998, Pierre Jolivet) con Virginie Ledoyen e Carole Bouquet
  46. FEUX ROUGES (2004, Luci nella notte, Cédric Kahn) con Jean-Pierre Darroussin e Carole Bouquet
  47. L’uomo di Londra (2007, Béla Tarr e Agnes Hranitzky) con Tilda Swinton
  48. La camera azzurra (La Chambre bleu, 2014, Mathieu Amalric) con Mathieu Amalric e Léa Drucker
  49. MAIGRET (Maigret, 2022, Patrice Leconte) con Gerard Depardieu
  50. Le persiane verdi (Le volets verts, 2022, Jean Becker) con Gerard Depardieu e Fanny Ardant

L’Étoile du Nord – Pierre Granier-Deferre, 1982 [filmTv020] – 7

Da un romanzo di Georges Simenon (Le locataire: Il pensionante, 1934), con Simone Signoret, Philippe Noiret, Fanny Cottençon e Julie Jézéquel (le due sorelle Baron). Ne aveva già scritti più di duecento, ma fu il primo romanzo che Simenon riuscì a pubblicare per Gallimard.

Sia il regista (quattro volte), che Simone Signoret (tre) e Philippe Noiret (due) si sono più volte immersi nei mondi simenoniani. Assistiamo a un delitto rimosso e al contraddittorio rapporto fra due donne (madre e figlia) e l’assassino; nel romanzo, le donne sono tre, ma la sintesi cinematografica sacrifica la sorella minore della famiglia Baron.

Primi anni Trenta: sulla nave che lo riporta in Francia dall’Egitto in cui ha lungamente vissuto, Edouard incontra Sylvie Baron, ballerina di professione, abbastanza disinibita per accompagnarsi a uomini ricchi e sgradevoli. È Edouard che l’ha presentata a Nimrod, un uomo d’affari egiziano, che le fa fare la bella vita. Approfittando del suo soggiorno in Belgio, Sylvie va a visitare la famiglia a Charleroi, grigissima cittadina mineraria non lontana da Marcinelle. Al ritorno, rivede Edouard: ha scoperto di possedere solo la copia di un anello prezioso, non sa che fare, ma è pieno di rabbia… Arriva il delitto… Sylvie lo fa nascondere dalla madre Louise, che affitta stanze nella sua casa di Charleroi. Sotto un cielo così plumbeo, i ricordi egiziani diventano ancora più colorati. E in quella casa, Edouard si installa piacevolmente.

Louise non ha idea di ciò che ha fatto il suo inquilino. Però ne apprezza la verve, l’ironia, i ricordi romanzeschi, una sorta di generosità. Quella presenza la fa sognare vite che non ha vissuto. Al contrario, Julie, la sorella minore di Sylvie, ha subito in antipatia quel tipo.

Finisce con la partenza dei condannati dall’Île de Rè, destinazione la colonia penale della Cayenna. E se Noiret sa esibire tanta ambiguità, alla sua ultima interpretazione, Simone Signoret consegna un personaggio dolente e indimenticabile.

Simenon al Cinema

Non è un paese per vecchi [No Country for Old Men] – Joel ed Ethan Coen, 2007 – [filmTV128] – 9

Dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, Oscar come miglior film (prodotto da Scott Rudin), miglior regia, migliore sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista (Javier Bardem).

Sono pagine talmente potenti, che si poteva diffidare della loro trasposizione in immagini. Ai Coen riesce di catturarne l’essenza, grazie alla fotografia di Roger Deakins e a perfette scelte di cast (Tommy Lee Jones, Josh Brolin, KellyMacdonald, Woody Harrelson). E riescono a conferire al killer un nuovo limite espressivo: oltre la spietatezza, oltre la crudeltà.

Il valore insignificante della vita umana e l’estrema facilità nel produrre violenza sono gli assi cartesiani dentro i quali si muovono i tre personaggi principali – – l’operaio Llewelyn Moss, lo sceriffo Ed Tom Bell e il killer Anton Chigurh – senza mai comparire nella stessa scena. Si vive o si muore, circondati da un’inedita natura del Male.

Texas, 1980, non lontano dal confine messicano: per caso, mentre va a caccia, un operaio reduce dal Vietnam si imbatte nell’esito di un regolamento di conti fra bande rivali per una partita di droga. Una montagna di cadaveri e una montagna di dollari: quella valigetta è la sua “seconda opportunità”, ciò che gli serve per rifarsi una vita insieme alla moglie. Sa che qualcuno verrà a cercarlo. È abile a far perdere le tracce. Comincia la caccia all’uomo, come in un western assolato e polveroso…

Prossimo alla pensione, l’integerrimo sceriffo insegue la verità, la sfiora, arriva sempre troppo tardi. Non può abituarsi al nuovo livello della violenza, la trova inconcepibile, perciò incomprensibile. Alla donna del reduce, lo sceriffo ha fatto una promessa; la mantiene, ma non ne ricaverà alcuna soddisfazione.

Una nuova malvagità si aggira nel mondo, libera e selvaggia, protetta da chi ha i mezzi per ripulire il denaro da tutto il sangue di cui è intriso. Una malvagità che non lascia testimoni (anzi, no: uno rimane vivo, dopo il lancio di una moneta).

Marvels. L’Era degli Eroi

Alla fine degli anni Trenta, un giovane fotografo, Phil Sheldon, assiste alla nascita della nuova era, quella delle “meraviglie”. Entrano in scena i supereroi, personaggi dotati di enormi poteri, suscitando fascino e paura nella folla che assiste alle loro imprese.

Sheldon è uno spettatore come noi. Questo rovesciamento del punto di vista, alla base della sceneggiatura di Kurt Busiek – intrisa di cultura fumettistica, per intrufolarsi dentro tante storie già raccontate, e raccontarle di nuovo – richiede uno stile grafico di inusuale potenza: Alex Ross assolve perfettamente a questo compito, con un iperrealismo abbagliante, che ricorda la pittura di Norman Rockwell.

Capitan America, Namor e Nick Fury attraversano l’intero arco temporale di Marvels. Ma l’Era delle Meraviglie ebbe inizio nel 1939 con l’apparizione dell’uomo sintetico conosciuto come la prima Torcia Umana. I newyorkesi non vogliono credere a quello che vedono, qualcuno pensa sia uno scherzo di Orson Welles. È la guerra a cambiare ogni percezione: i mostri diventano eroi, la gente li ama. Con un coraggio che sconfina nell’incoscienza, Sheldon cerca di documentare i combattimenti, perde un occhio durante una battaglia fra Namor e la Torcia.

Il secondo capitolo porta il fotografo nei primi anni Sessanta, quando riappare Capitan America, agiscono i supergruppi (Vendicatori e Fantastici Quattro), e comincia a intravedersi “il lato oscuro delle meraviglie”: i mutanti, gli X-Men. Tutti, anche Sheldon, ne hanno paura; finché, davanti a una spaventata bambina dagli occhi enormi, il fotografo ricorda le immagini dei fuoriusciti da Auschwitz, e cambia idea sui mutanti.

Il terzo capitolo è incentrato sull’arrivo di Galactus e Silver Surfer. Il pianeta è a un passo dalla distruzione, ma dopo la salvezza ecco i dubbi sul senso di quanto è accaduto: i pregiudizi contro i supereroi riemergono ogni volta. A Sheldon diventa chiaro che il sentimento che l’umanità deve provare verso “le meraviglie” è la riconoscenza.

Nell’episodio successivo, l’ottica di Busiek diventa esplicita, ed è Sheldon a chiarirla: “Non avevamo fiducia, questo era il nostro problema. Non ci fidavamo delle meraviglie… I Fantastici Quattro o i Vendicatori risolveranno tutto, e una volta che ci avranno salvati torneremo a dargli addosso”. Decide di scagionare l’Uomo Ragno dall’accusa di aver ucciso George Stacy. Conosce Gwen, e la coppia di autori osa l’inosabile, riscrivendo la memorabile battaglia fra l’Uomo Ragno e Goblin in cui Gwen venne uccisa. La più innocente delle vittime. Ormai Sheldon è troppo stanco per continuare…

Una delle saghe più giustamente celebrate degli anni Novanta.

Destinazione Utopia: Ken Parker secondo Graziano Frediani, 1988

Frediani associa Ken Parker ad alcune canzoni di Franco Battiato (Nomadi, E ti vengo a cercare, L’oceano di silenzio, Secondo imbrunire).

Kenneth Parker viene da Buffalo (Wyoming); è un cacciatore di orsi, quaglie, pernici, animali da pelliccia… abituato a cavarsela nei boschi e con una “morale” che sarà indirettamente ripresa da un film epocale (Il Cacciatore). Ken va a caccia con un fucile vecchio tipo, un Kentucky ad avancarica con un colpo solo: “un’arma non da offesa, ma da difesa, che concede alla preda tante possibilità quante ne ha lui. O la centra al primo tiro o la perde”.

Fingendo di fare del western, Berardi e Milazzo parlano di molto altro; la loro non è una rivoluzione narrativa e grafica, nessuna sperimentazione fine a se stessa, per rivitalizzare un genere ormai classico “è necessario risucchiarvi dentro tutto il bagaglio di conoscenze aliene che compongono l’immaginario contemporaneo”.

La prima apparizione di Ken Parker comincia il 29 dicembre 1868; “insieme a lui c’è il giovane fratello William, detto Bill, che muore quasi subito marchiandone a sangue il destino”. Una tragedia familiare, come Batman, come l’Uomo Ragno…

Ken ha il volto di Jeremiah Johnson, il Robert Redford di Corvo Rosso non avrai il mio scalpo; le sue vicissitudini lo portano a lavorare come scout dell’esercito e sfiorerà Little Big Horn, il 25 giugno 1876, quando il Settimo Cavalleria del generale Custer venne travolto dai Sioux di Cavallo Pazzo.

Più volte Ken cambierà mestiere, luogo, attività. I suoi tentativi di inserirsi nella nuova realtà urbana si rivelano complicati: la sua capacità di seguire le tracce di un cervo o di uno scoiattolo gli procureranno un lavoro da investigatore. “Ma le leggi della terra selvaggia, ormai lasciata dietro le spalle, in città non funzionano più. Travestito da operaio, ha l’incarico di mescolarsi ai lavoratori di una fabbrica di Boston”, si accorge che gli chiedono di fare la spia, e quando si rende conto di essere finito dalla parte degli oppressori, Ken lascia l’incarico, partecipa a uno sciopero, viene coinvolto negli incidenti. La pagherà cara.

Il primo numero di Ken Parker esce nel giugno 1977; il numero 59 è del maggio 1984. Ma “un personaggio dei fumetti non muore mai, o, se lo fa, resuscita”. Berardi e Milazzo furono quasi costretti a riprendere le pubblicazioni di questo eroe amatissimo, e lo fecero accentuando il suo carattere di ricettacolo della grande cultura popolare nordamericana, quel cinema e quella letteratura innanzitutto.

Destinazione Utopia: Mister No secondo Luca Boschi, 1988

Boschi associa Mister No ad alcune canzoni di Tom Waits (Potter’s Field, Burma Shave, Foreign Affair, Muriel)

Jerry Drake, detto Mister No, è un reduce: da pilota ha combattuto i giapponesi nella Seconda Guerra mondiale ed è stato richiamato per la Corea. Non ha più voglia di combattere, anzi vorrebbe dimenticare il suo curriculum di pilota dell’USA Air Force, quel ruolo di giustiziere si associava a “un atteggiamento poco riguardoso delle gerarchie e uno scarso entusiasmo”.

Generoso e altruista, Jerry cerca un nascondiglio, un luogo dove nessuno potrà imporgli altre guerre. Trova da vivere, pilotando un malandato Piper sui cieli d’Amazzonia, delle Ande e dell’America subtropicale, portando a spasso ricchi turisti in cerca di emozioni. È “un eroe stanco”, spesso fa baldoria e si ubriaca.

Jerry Drake sceglie di abbandonare la modernità di New York; la vita che conduce a Manaus è soggetta a un caldo asfissiante, acquazzoni, zanzare e moscerini, rettili, giaguari, quanto di più distante dagli anni della giovinezza. È la Manaus di Fitzcarraldo e del Teatro dell’Opera, dove, dice la leggenda, avrebbe cantato anche il grande Caruso.

A scriverne le storie è Sergio Bonelli, figlio dell’inventore di Tex, che preferisce firmarsi con uno pseudonimo (Guido Nolitta). Mister No è forse il primo personaggio a fumetti italiano che incontra un certo consenso del pubblico femminile: i suoi corti capelli neri imbiancati sulla nuca, il profilo aquilino, il fascino… forse piaceva per la sua indolenza: “la noia è da sempre malattia dei ricchi e io, che ricco non sono mai stato, non ho avuto occasione di conoscerla. Conosco la pigrizia”. Se lui piaceva alle donne, le donne piacevano a lui: non si era ancora visto un protagonista di un fumetto popolare con una morale così disinvolta; ma ogni volta prima di formare un legame affettivo, il signor Drake tagliava la corda a bordo del suo Piper.

Il destino costringerà Mister No ad uccidere ancora. Lui che tanto avrebbe voluto restare in pace ad ascoltare Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan. Le sue terre dell’utopia sono l’Amazzonia e la Patagonia, i luoghi più distanti “dove potersi abbandonare tranquillamente alla deriva”.

Destinazione Utopia: Corto Maltese secondo Luigi Bernardi, 1988

Bernardi associa Corto Maltese ad alcune canzoni degli U2 (Where the Streets Have no Name, Seconds, With or Without You, October).

Corto è nato il 10 luglio 1887 a Malta, da una gitana di Siviglia, Niña da Gibraltar, e da un marinaio della Cornovaglia.

Per Corto è molto più importante l’avventura della vittoria, “il cercare che il trovare”. Il suo ruolo sarebbe quello del comandante, ma è troppo individualista e indisciplinato: “Non credo né ai dogmi né alle bandiere… Non sono abbastanza serio per dare consigli e lo sono anche troppo per riceverne”.

Da bambino, a Cordoba, un’amica della madre gli legge la mano, scoprendo che nei suoi palmi manca la linea della fortuna. “E allora, lontano qualsiasi pensiero di arrendersi alla sorte, cerca il rasoio di suo padre, lo prende e se ne incide una lunga e profonda, di certo la linea della fortuna più lunga e profonda che abbia mai segnato la mano di un uomo”.

Le sue avventure sono segnate da un soffio di anarchismo: “Aiutare i rivoluzionari irlandesi o partire alla ricerca di un nuovo, evanescente tesoro? Scendere in prima linea per combattere il colonialismo o sdraiarsi sotto una quercia ad ascoltare il cinguettio degli uccelli? Mettere in pericolo la propria vita per una delle innumerevoli cause che chiedono adesione e solidarietà o giocare all’uomo del destino estraendo dal taschino un sigaro da consumati intenditori?”.

Secondo Bernardi, “Rasputin e Corto Maltese sono le facce di un’unica medaglia… nell’affrontare le cose, il primo usa sistemi del mondo della politica, mentre l’altro preferisce far ricorso a quello dell’idealità”.

Quello con le donne, per Corto Maltese, è un rapporto complicato: “se ne innamora con grande facilità e immediatezza, ma altrettanto naturalmente finge il contrario”. L’elenco è lungo e forzatamente incompleto: Marianna, Morgana, lady Rowena, Hipazia, Shangai Lil, Marina Semenova, Cassandra, Louise Brookszowyc, Pandora, Esmeralda, Banshee… e soprattutto Bocca Dorata.

La prima storia di Corto Maltese risale all’estate del 1967, apparve sulle pagine della rivista Sgt. Kirk e aveva per titolo Una ballata del mare salato. L’ultima – quando questo libro uscì – era del 1987, aveva per titolo Rosa Alchemica, ed è meglio nota come Le Elvetiche.

Destinazione Utopia, Elèuthera, 1988

“Dopo un po’ che leggevamo fumetti, ci accorgemmo dell’esistenza delle porte. Ce n’erano dappertutto. Di chiuse, di aperte, di spalancate, di socchiuse… E iniziammo, prima timidamente, poi con sicurezza, poi ancora con sfrontatezza, ad aprire quelle chiuse, e ad entrare in quelle aperte”.

In Italia, a cambiare gli orizzonti dell’avventura disegnata sono stati un marinaio (Corto Maltese, dal 1967), un pilota d’aerei (Mister No, dal 1975), e uno scout (Ken Parker, dal 1977), personaggi romantici, inquieti, perennemente in bilico tra un’illusione e un’evasione, una fuga e una diserzione.

A loro è dedicato questo libro, scritto da tre appassionati del fumetto che hanno riscontrato qualcosa di simile nei tre personaggi. La loro non è un’analisi “(non sono campioni di sangue, né sequenze di numeri)”, ma un colloquio: quei tre “come sono, come abbiamo creduto che siano, come abbiamo voluto che siano”.

A scriverlo, Luigi Bernardi (1953-2013), Luca Boschi (1956-2020) e Graziano Frediani (1957).

Il valzer degli addii, Milan Kundera, 1973

Una piccola stazione termale di montagna, d’autunno: è frequentata da donne che non riescono ad avere figli e da uomini com problemi cardiaci, “nove donne per ogni maschio”.

Ruzena ha una ventina d’anni, fa l’infermiera, è nubile, carina, ha un ritardo di sei settimane. Telefona a Klima, l’uomo con cui ha fatto l’amore una sola notte e che l’ha messa incinta: lui dice che non può essere colpa sua, ma sarà felice di aiutarla. Ad abortire. Ma Ruzena vuole il bambino.

Klima è un famoso trombettista, trentenne sposato con la coetanea Kamila, a suo tempo cantante (è così che si sono conosciuti). Non è la prima volta che Klima si trova di fronte a una gravidanza, eppure ha sempre cercato di essere prudente. I ragazzi del suo gruppo musicale sono solidali, ma gli offrono consigli impraticabili. Klima sa di essere un vigliacco e sa che Kamila è tremendamente gelosa, sospettosa, intuitiva: “Che dicesse la verità o mentisse, lo sospettava sempre di qualcosa”. Deve fare di tutto per convincere Ruzena, il giorno dopo partirà da Praga per tornare alla piccola stazione termale.

Diviso in 5 giornate o 5 atti, la storia ha un andamento amarissimo. Kundera sparge ironia, scetticismo, un modo beffardo di raccontare i sentimenti e le idee che informano la vita delle persone, fra fede e scienza, il caso e la bellezza. Lo fa tramite un intreccio geometrico, un’architettura teatrale, coincidenze sorprendenti e dialoghi impregnati di riflessioni filosofiche.

Otto sono i personaggi che fa agire sulla scena, cinque uomini e tre donne…
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Ken Parker, Avventure in acquerello, 1993

 

In questo volume orizzontale (12.000 lire), necessario a riprodurre il formato integrale dei disegni, la nuova casa editrice fondata da Berardi e Milazzo raccolse le 59 copertine delle avventure di Ken Parker pubblicate dall’Editoriale CEPIM fra il 1977 e il 1984.

Berardi ricorda i primi passi della coppia, intorno al 1970; poi quel Jed Baker ipotizzato nel ’74 per la “Collana Rodeo” della CEPIM, e la scelta degli acquerelli – sulle tracce di Hugo Pratt – per le copertine decisa all’ultimo momento, con Sergio Bonelli recalcitrante, per i costi aggiuntivi e la scarsa omogeneità con le altre testate western.

Milazzo realizza queste opere su fogli 35×50, di preferenza ruvidi, e la decisione essenziale è quella del taglio dell’inquadratura, senza schizzi preliminari, la matita usata solo per la “ricerca dei volumi”. Perché, scrive Berardi, “Milazzo pensa in termini di luce e ombra”.

Fra i riferimenti pittorici più significativi, vengono citati Toulouse-Lautrec e Hopper, i pittori westerners (Bama, Clymer, McCarthy, Tenney, Remington), i grandi illustratori americani (Rockwell, Levine, Pyle, Wyeth), e poi cineasti Usa e della commedia all’italiana.

Da principio, Ken indossava un cappello di pelliccia da trapper. In inglese, “trapper” corrisponde al francese “trappeur”, indicando quei cacciatori che svolgevano l’attività di caccia ad animali selvatici ponendo trappole per catturarli.

Nelle prime tre copertine, c’è sempre il cavallo; nelle prime sei c’è sempre il “lungo fucile”. Ecco le mie dieci preferite: 15. Uomini, bestie ed eroi / 17. La lunga pista rossa / 24. Lassù nel Montana / 28. Il caso di Oliver Price / 35. Il sentiero dei giganti / 43. A due passi dal paradiso / 46. Adah / 50. Storie di soldati / 54. Boston / 58. Sciopero.

Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, Avventure in acquerello, Parker editore, 1993

L’amore del bandito, Massimo Carlotto, 2009

Comincia martedì 31 ottobre 2006 in una cittadina del Nordest, dove “con violenta efficienza venne immobilizzata, imbavagliata e bendata” una donna di quarantasei anni, ancora bellissima, padre bretone e madre algerina. A guidare il trio dei rapitori, uno straniero che si muove con estrema calma e abilità: del resto, è “sopravvissuto a una guerra civile”.

Quella stessa sera, Marco Buratti deve incontrare una sconosciuta in un bar nel centro di Padova. Fa l’investigatore privato senza avere la licenza, ad assumerlo è stato il marito della donna, l’avvocato sospetta vada a letto con il suo socio. L’amante c’è, ma è un altro, un geometra conosciuto in palestra; Buratti mette al corrente la donna e aggiunge di non avere la minima “intenzione di sputtanarla”.

Da giovane, cantava in un complesso blues (Old Red Alligators), da qui il soprannome; oltre al blues, l’Alligatore ama il calvados, ha quarantasette anni, è un ex galeotto, detenuto politico con l’accusa di terrorismo (in realtà, si era limitato a dare asilo a un latitante). Invecchiando, il suo punto di vista sulla società non si è addolcito; di una spianata polverosa, dove stanno costruendo l’ennesima autostrada, pensa che ospiterà “pezzi del monumento che il governatore della regione andava via via costruendosi per essere ricordato dai posteri come un amministratore illuminato”.

L’Alligatore ha un socio, un coetaneo sovrappeso che tutti chiamano “Max la Memoria”, e lui “il ciccione”; Max è abilissimo nel raccogliere informazioni e costruire dossier, insieme gestiscono un piccolo locale fuori città, “la Cuccia”, dove si possono bere ottimi alcolici e ascoltare ottimo blues. Abitano nei due appartamenti al piano di sopra. Da soli. “Virna, la mia fidanzata, mi aveva lasciato. Mi aveva detto che era stanca di lamentarsi sempre delle stesse cose, che non sarei mai cambiato, e aveva aggiunto un paio di considerazioni che mi avevano fatto male”.

Il terzo del gruppo è ormai vicino ai sessanta, si chiama Beniamino Rossini; contrabbandiere e rapinatore, “il vecchio Rossini” è l’unico dei tre che ha pistola. Ha già ucciso. A ogni morto, aggiunge un braccialetto al polso. Buratti l’ha conosciuto in galera.

Tutto cominciò la sera di quel martedì 31 ottobre 2006, “era il passato che tornava a chiudere vecchi conti lasciati in sospeso con la forza distruttrice di una tempesta”. Il rapimento era una vendetta, Sylvie è la compagna di Rossini. È stata lasciata una firma, un anello, che rimanda a vicende avvenute due anni e mezzo prima.

“Cercammo Sylvie per dieci giorni, inutilmente”.

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Hôtel del ritorno alla natura, Georges Simenon, 1938

Sull’isola di Floreana, da cinque anni si è insediato un medico e filosofo eminente, Frantz Müller, lasciando Berlino, la moglie, l’università, tutto ciò che lo legava alla civiltà. Ora ha cinquant’anni ed è impegnato a scrivere la sua opera definitiva. Unica compagna Rita, sua assistente di vent’anni più giovane, con la quale non ha mai avuto rapporti sessuali o affettivi: era chiaro che Rita “non aveva nulla da aspettarsi da lui”.

Anche lei aveva lasciato tutto “per riavvicinarsi allo stato di natura”; sull’isola se ne sta sempre nuda. Condividevano una specie di capanna senza porte e senza finestre, dormivano nello stesso letto (al centro, un tramezzo di legno, alto una quindicina di centimetri), ciascuno mangiava a modo suo, quando aveva fame. A Berlino, il professore aveva lasciato Liesbeth, che ora vorrebbe formalizzare il divorzio; eppure, era stata lei a tradirlo, con il marito di Rita, collega di Müller.

Quando il professore e Rita erano sbarcati, quel paradiso tropicale era deserto. Pace e solitudine non durarono a lungo: i giornali tedeschi avevano parlato di quell’esilio volontario, suscitando imitatori, gli Herrmann, padre, madre e figlio quindicenne, sofferente di tubercolosi e con un grave deficit cognitivo; sull’isola, la donna rimane nuovamente incinta.

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Struggle for Life: la boxe secondo Jack London e George Bellows. 5 di 5

Il messicano [The Mexican], 1911

Nessuno sapeva da dove venisse, “nessuno conosceva la sua storia” e quel ragazzo suscitava sospetti (forse era una spia, della polizia segreta di Porfirio Diaz). Ma Felipe Rivera, gracile diciottenne, entra nella sede dei rivoluzionari e dice loro “che desiderava lavorare alla Rivoluzione”. Lo mettono a pulire i pavimenti, e lui ubbidisce. Per mesi non gli assegnano alcun compito, e lui ubbidisce. Nessuno sa dove dorma o come si procuri i soldi, ma sarà Felipe a risolvere il “bisogno di denaro” dei rivoluzionari, con la sua doppia vita: gli organizzatori di boxe, negli USA, non sanno niente di lui, proprio come i compagni rivoluzionari.

Felipe affronta sul ring Danny Ward, un campione bianco. La posta è semplice: “Chi vince prende tutto”. A muovere il giovane messicano è una cieca determinazione: “Non primo fra gli esseri umani era venuto a trovarsi ad aver successo in un mestiere che disprezzava”.

London alterna la descrizione del match con un flashback sull’infanzia di Felipe, la sua “causa” si chiarisce prima dell’ultimo gong. Combatte per “visioni lampeggianti e terribili”, non per “il denaro e le comodità della vita”. Al contrario, il sorridente Danny è un mestierante. Anche l’arbitraggio è disonesto. E tutto il pubblico è contro il messicano… Che, tuttavia, la spunta: “Le armi erano sue. La Rivoluzione poteva andare avanti”.

Più che un racconto sulla rivoluzione messicana, London affronta un tema più generale, fuori dal tempo: la formidabile energia che può scaturire dalla vendetta.

Pubblicato dal The Saturday Evening Post: il compenso per lo scrittore fu di 750 dollari.

Struggle for Life: la boxe secondo Jack London e George Bellows. 4 di 5

La sfida del secolo [Jeffries vs. Johnson], 1910

Reportage per il New York Herald. Inviato speciale, London descrive i dieci giorni che hanno preceduto il combattimento fra il bianco James Jeffries e il campione in carica, il nero Jack Johnson; la prima corrispondenza è datata 23 giugno, l’ultima segue il match del 4 luglio, Festa dell’Indipendenza, a Reno. “Spettacolo indecente”: con questa motivazione lo Stato del Nevada impedirà la diffusione del filmato del K.O. di Jim Jeffries.

Nato a Galveston, Texas, John Arthur Johnson era da due anni campione dei Massimi, il primo di pelle nera. Sulle larghe spalle di Jeffries si caricò l’immane peso della razza: fu il primo di una lunga lista di pugili etichettati come Great White Hope, anche se aveva ormai 35 anni e si era ritirato da sei, dopo essere stato campione fra il 1899 e il 1904. Il combattimento era stato programmato a San Francisco, ma i disordini razziali e le minacce del Ku Klux Klan spinsero il Governatore della California a negare l’autorizzazione. Di qui lo spostamento in Nevada.

Più di cento giornalisti vennero inviati a Reno. Jeffries viene descritto come “un grosso orso, pesante e massiccio… ha il temperamento del combattente”. Johnson, invece, sotto la corazza della macchina da combattimento, “ha un carattere spensierato, è allegro e leggero come un bambino”. Nei giorni successivi, London lo definirà “una meraviglia nera”; Johnson ha bisogno di piacere al pubblico, vuole soddisfarne le aspettative; Jeffries non ci pensa nemmeno.

Lo scrittore segue gli allenamenti, le reazioni all’altitudine di Reno, fa previsioni sull’andamento del match. Sono entrambi imbattuti, combattono per “onore, fama e un premio di 100.000 dollari”. Previsti ventimila spettatori; a bordo ring, 4 ex campioni dei Massimi: Sullivan, Corbett, Fitzsimmons e Burns. Tutti bianchi.

Il pugilato, secondo London, è uno sport leale. Anzi, esemplare: “sarebbe di grande aiuto per tutto il pianeta se un po’ della lealtà che troviamo su un ring in cui combattono dei professionisti venisse trasposta nel mondo degli affari”.

Il combattimento finisce con la vittoria di Johnson: K.O. alla quindicesima ripresa. Nel racconto di London traspare la delusione per la modestia di Jeffries, dominato dal campione nero davanti a una folla quasi esclusivamente bianca. Mentre l’arbitro contava fino a 10, “da molti degli spettatori prorompeva un urlo che insieme alle lacrime recava un appello abbietto e accorato: «Non permettete al nero di metterlo K.O.»”.

Fra le notazioni più acute di London, una ha fatto epoca: “Ogni combattente ha in sé un certo numero di incontri. Una volta fatti, il pugile è finito”. Contro quel tipo di usura non c’è rimedio: si consumano cellule, si bruciano tessuti. Ma nessuno può saperlo prima.

Al netto di evidenti cadute nel razzismo, rimane la qualità della sua scrittura, asciutta e potente. Frutto di una capacità di osservazione non comune e di un’inimitabile propensione a mettersi nei panni di figure diversissime, una dall’altra.

Struggle for Life: la boxe secondo Jack London e George Bellows. 3 di 5

Una bistecca [A Piece of Steak], 1909

“Con l’ultimo boccone di pane, Tom King ripulì il piatto dagli ultimi rimasugli di sugo”. Alzandosi da tavola, avverte la netta sensazione di essere ancora affamato: “eppure era l’unico della famiglia ad aver mangiato”.

Nocche tumefatte, naso rotto, orecchio deforme, Tom King ha “la tipica faccia da pugile”. Il suo stile ha una finalità precisa: “colpiva per far male, per ferire e distruggere, ma in lui non c’era cattiveria”. Ha una moglie e due figli da sfamare; vivono in ristrettezze, il cibo migliore va dedicato al suo prossimo combattimento. La bistecca del titolo sua moglie non è riuscita a procurargliela per la cena prima del match; nessuno ha voluto farle ancora credito.

Tom è un peso massimo di quarant’anni, combatte da venti, un tempo era ricco e famoso. Quand’era giovane, ha sconfitto vecchi come lui, che dovevano guadagnarsi la pagnotta, non la gloria. Ora “era lui il vecchio, e su di lui facevano fare esperienza ai giovani”.

Con quella voglia insoddisfatta di bistecca, “mentre la moglie si stringeva a lui, Tom King cercò di ridere di cuore. Lanciò uno sguardo alla stanza nuda, alle spalle di lei: era tutto quel che possedeva al mondo, più un affitto arretrato, una moglie, due bambini. E ora stava per lasciare tutto e uscir fuori, nella notte, in cerca di cibo per la sua femmina e i suoi cuccioli, non come un operaio moderno che si reca alla macchina, ma nel vecchio modo primigenio, eroico, animale: combattendo per il cibo”.

Tom è scaltro, lascia sfogare il suo giovane avversario, visibilmente “troppo sicuro di sé”. L’altro spreca energie, lui sa come centellinarle. Saggezza e giovinezza sono inconciliabili, è impossibile sommarle. Tom fa tutto al meglio, ma contro quell’impeto giovanile finisce per esaurire le forze; più che dall’avversario, è sconfitto dalla sua spossatezza.

Mestamente, torna a casa a piedi. Deve dirlo alla moglie: “Quello era peggio di qualsiasi knockout, sembrava impossibile da affrontare”. Crolla a piangere.

A Piece of Steak fu pubblicato dal The Saturday Evening Post, che pagò a London 500 dollari.

Ivanhoe, Walter Scott, 1819

Le vicende narrate sarebbero avvenute nell’Inghilterra centrale; vengono citati luoghi riconoscibili (York, Sheffield), altri sono solo congetture (Ashby-de-la-Zouche, oppure la grande foresta che si stendeva fra Sheffield e Doncaster).

Lo schema del romanzo prevede che le parabole dei singoli personaggi procedano separate per poi incrociarsi, dividersi, incrociarsi di nuovo. Questa rottura della continuità lineare (una sorta di “montaggio alternato”), Scott la rivendica, rivolgendosi così al lettore: “Potremmo spiegare questa interruzione solo riassumendo le avventure di un altro gruppo dei nostri personaggi, perché al pari del vecchio Ariosto, noi non ci ostiniamo a seguire con continuità tutte le figure della nostra storia”.

Per primi appaiono due servitori sassoni, il porcaro Gurth e il buffone Wamba, al servizio del nobile Cedric, che nella residenza di Rotherwood ospita la bellissima figliastra, Lady Rowena, di sangue reale.

Poi entra in scena una coppia di normanni: si tratta di Aymer, priore dell’abbazia de Jorvaulx, “appassionato della caccia, dei banchetti e, se la fama non gli faceva torto, di altri mondani piaceri ancor meno conciliabili con i voti monastici”, e di Brian de Bois-Guilbert, cavaliere Templare altezzoso e feroce, “per metà monaco e per metà soldato”. Del seguito, fanno parte alcuni schiavi neri. Aymer e Brian hanno fatto una ricca scommessa a proposito della leggendaria bellezza di Rowena.

Sulla strada, il convoglio incontra Gurth e Wamba, a cui chiede come arrivare a Rotherwood, ricevendo indicazioni volutamente confuse; per loro fortuna, incontrano un anonimo “pellegrino”, che conosce bene quelle terre e li conduce a ricevere l’ospitalità di Cedric il Sassone. “I voti sono i nodi che ci avvincono al Cielo”, dice al padrone di casa il priore Aymer, che mostra tutta la sua abilità retorica, tenendo a freno il tenebroso Templare.

Cedric ha lunghi capelli biondi, un carattere impulsivo e vivace, “nei suoi occhi vi erano orgoglio e diffidenza, perché egli aveva dedicato la vita a difendere diritti continuamente minacciati”. Alla sua tavola si beve idromele, birra, “morat (bevanda di miele e succo di frutti di gelso)”, sidro e vino speziato.

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Struggle for Life: la boxe secondo Jack London e George Bellows. 2 di 5

La sfida [The Game], 1905

Joe Fleming, questo il nome del pugile, ama Geneviève Pritchard. Vent’anni lui, diciotto lei: il loro è stato, al tempo stesso, il primo amore e un amore a prima vista, con un corteggiamento lungo quanto rispettoso. Domani entreranno nella loro nuova casa. La descrizione del loro innamoramento è dolcissima; si guardano per ore, scambiandosi poche parole, lui le manda frutta, non fiori, finché vede un fiore fra i suoi capelli: “Non aveva mai sentito di un uomo che mandasse fiori a una donna”. Per lei, Joe ha deciso di abbandonare la boxe dopo l’ultimo combattimento. Quella sera.

Joe non sa spiegare a Geneviève la sua passione per il pugilato; la donna ne è quasi gelosa. “Per lui la boxe rappresentava il potere e il successo. Potere e successo raggiunti grazie al lavoro e al sudore”. È il maggiore di sei fratelli, lavora in fabbrica e la sera va ad allenarsi: è un bravo ragazzo, consegna alla madre ogni soldo guadagnato. Chiede a Geneviève di assistere all’ultimo incontro e lei, sopprimendo il disgusto, accetta. Il senso di tragedia si fa incombente…

Per osservare il combattimento, Geneviève si traveste da uomo: conosce così la paura e il sentimento della vendetta, quanto siano lunghi i tre minuti di un round, quant’è breve il minuto di riposo. Gode dell’abilità tattica di Joe, delle sue capacità di “bloccare, coprirsi, schivare e cercare la salvezza in un corpo a corpo”. Ma il suo avversario, John Ponta, sembra dotato di una selvaggia vitalità, e Joe finisce al tappeto. La reazione silenziosa del pubblico fa infuriare Ponta, che sente di avere tutti contro. Quando Joe si rialza, “Ponta gli si avventa contro con violenza terrificante”.

Joe è intelligente, si riprende, riesce a logorare l’avversario e a spedirlo ripetutamente al tappeto. A quel punto si alza “l’urlo sanguinario della folla”, qualcosa di simile all’ululato dei lupi: Ponta è “la belva che attende di essere divorata”.

Joe scivola su una chiazza umida e Ponta lo colpisce con tutta la forza che aveva ancora in corpo: il protagonista cade e batte la testa. È sconfitto, Geneviève pensa che l’avrà tutto per sé. Quando sente la parola “medico” comincia a preoccuparsi…

Il ritorno dell’erede, Josephine Tey

Delizioso giallo-rosa, in gran parte ambientato a Latchetts, così si chiama l’idilliaca tenuta nella campagna inglese in prossimità del Canale della Manica.

Otto anni prima, il capofamiglia e la moglie erano morti in un incidente aereo. Rimaste orfane, le gemelle Ruth e Jane Ashby hanno poco più di dieci anni e vivono a Latchetts insieme alla zia Beatrice, detta Bee, la sorella del padre, una trentenne rimasta “signorina” per la pesante responsabilità che le era caduta addosso; Bee è riuscita a far quadrare i conti, il suo ruolo sta per finire, manca poco al ventunesimo compleanno di Simon, che erediterà la proprietà. A Latchetts vive un’altra sorella, Eleanor, detta Nell, vicina ai vent’anni.

Gli Ashby si stabilirono a Latchetts due secoli prima. Non sono mai stati la famiglia più ricca, ma a differenza di altre casate dei dintorni, si sono tenuti a galla con l’allevamento dei cavalli e i corsi di equitazione (Eleanor ha un particolare talento). Poco dopo il dramma dei genitori, otto anni prima, il primogenito Patrick, gemello di Simon, si era gettato in mare: tutto faceva pensare al suicidio, il cadavere venne recuperato mesi dopo, irriconoscibile.

A differenza degli Ashby, i Ledingham avevano vissuto epoche ben più fastose, ma erano stati costretti a trasformare la loro bella villa in un collegio per bambini ricchi. La bellissima Nancy Ledingham aveva sposato un pastore anglicano, George Peck, ed è rimasta la migliore amica di Bee, mentre il fratello maggiore se n’è andato a Londra a fare l’attore, nome d’arte Alec Loding.

Alec nutre un fortissimo risentimento verso gli Ashby. Il caso gli offre l’occasione per vendicarsi: ha conosciuto un giovane, Brat Farrar, incredibilmente simile a come sarebbe Patrick Ashby. Vedendolo, Alec l’aveva scambiato per Simon. La truffa sembra facile, ma il protagonista si mostra pieno di dubbi.

Il suo vero nome è Bartholomew Farrell, è cresciuto in orfanotrofio, ha girato il mondo, per anni ha vissuto negli Stati Uniti, facendo prima il cuoco e poi il domatore di cavalli. In un incidente si è rotto il femore, zoppica, della proposta truffaldina di quell’attore l’ha colpito un dettaglio: a Latchetts lo aspetta una bellissima scuderia.

E così, alla vigilia del ventunesimo compleanno, quando Simon si preparava a ereditare ogni proprietà, ricompare Patrick, “l’erede”. Oltre alla fortissima somiglianza, Brat mostra di essere a conoscenza di informazioni che solo un Ashby può possedere. Dice di essere fuggito e di aver vissuto all’estero sotto falso nome (quello di Bart Farrar). Si comporta in modo da dissipare ogni dubbio sul fatto che possa essere un impostore. Le ricerche legali confermano ogni dettaglio delle sue dichiarazioni.

Recitare quella parte, procura al falso Patrick uno stato di esaltazione, era “una delle cose più emozionanti che avesse mai fatto”. Come camminare sul filo, come domare un cavallo selvaggio.

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Struggle for Life: la boxe secondo Jack London e George Bellows – 1 di 5

Nato a San Francisco nel 1876, John Griffith Chaney London, detto Jack, ha avuto una vita turbolenta e vagabonda. Poco più che trentenne, partì per la corsa all’oro del Klondike. Pescatore di ostriche, contrabbandiere, agente assicurativo… solo dopo il successo de Il richiamo della foresta (The Call of the Wild, 1904) poté dedicarsi completamente alla scrittura. Aderì agli ideali socialisti, in difesa dei diseredati e degli sfruttati e scrisse opere di denuncia sociale; anticipò Kerouac con un romanzo itinerante intitolato On the Road. Da giornalista, seguì la Rivoluzione messicana. Morì appena quarantenne, forse per un’overdose di medicinali in seguito a una malattia. Jack London fu un pugile dilettante: per descrivere la boxe, poteva contare su una solida preparazione autobiografica.

Anche la vita di George Wesley Bellows fu breve (nato nel 1882, morì nel 1925 di peritonite): pittore, illustratore e litografo statunitense, la sua fama derivò soprattutto dalla serie di opere sul pugilato. Caratterizzate da atmosfere oscure, le figure umane sono realizzate con colpi di pennello luminosi e duri che danno un forte senso di movimento. Nei primi anni Dieci, Bellows frequentò ambienti artisti e politici radicali tendenti all’anarchismo, creando illustrazioni e stampe di protesta sociale; ma si allontanò però presto da questi movimenti per la sua opinione che la libertà artistica dovesse trionfare su qualsiasi ideologia e per il suo appoggio pubblico all’intervento degli Stati Uniti nella Grande Guerra.