Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, Decalogo

Dekalog – il libro, tradotto per Einaudi nel ’91 da Malgorzata Furdal e Paolo Gesumunno, non coincide con il film. Le pagine contengono scene in più, dettagli mancanti, differenze significative; in sede di montaggio, il regista ha rimodulato gli intrecci, soppesato soluzioni alternative, compiuto scelte di magistrale economia narrativa.

Trasmessi dalla televisione pubblica polacca, i 10 film di 55’ furono preceduti da due lungometraggi per il cinema, Breve film sull’uccidere e Breve film sull’amore (con un diverso finale). In Italia, i 10 episodi vennero proiettati al cinematografo a coppie consecutive; passate 2-3 settimane, usciva una nuova coppia di titoli.

Ogni episodio del Decalogo mette in scena una storia di vita quotidiana ispirata a uno dei Dieci Comandamenti biblici. L’idea di partenza era stata di Piesiewicz: avvocato, alcune di queste storie rimandano alla sua esperienza forense. Kieslowski gli chiedeva di limitare gli aggettivi, i dettagli rivelatori di un sentimento, a vantaggio di scene concrete. Per esempio: “Quest’uomo ha paura”, diventa: “La finestra si è aperta all’improvviso”.

I riferimenti all’attualità politica polacca sono volutamente assenti; rispetto ai testi contenuti nel libro – usciti come racconti, in Polonia – si avverte come in sede di montaggio Kieslowski abbia tagliato vari passaggi che rimandavano ai processi politici degli anni Settanta e Ottanta. Leggi il resto dell’articolo

Il lupo della steppa, Hermann Hesse

Der Steppenwolf uscì a Berlino nel 1927, la traduzione di Ervino Pocar è del 1946 (doveva uscire nel ’41, ma era un testo pacifista). Riletto a distanza di quarant’anni, mi piacque molto più allora.

Nella finzione, un “curatore” decide di dare alle stampe il manoscritto lasciato da un uomo scomparso nel nulla. Il curatore ricorda il primo incontro con quel cinquantenne: si presentò da sua zia a chiedere una camera ammobiliata, poi “abitò in casa nostra per nove-dieci mesi”. Era un individuo “selvatico e un poco ombroso”; accettò ogni condizione, chiese solo di non essere segnalato alla polizia.

Harry Haller era la sua identità. Scrive il nipote dell’affittacamere: “era un genio della sofferenza e aveva catturato … una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole”. Pessimista su tutto, innanzitutto su se stesso, si autodefiniva “lupo della steppa”, a segnare l’estraneità dalla massa di individui che lo circondavano. Al curatore, un giorno, volle far conoscere una frase di Novalis – “La maggior parte degli uomini non vuol nuotare prima di saper nuotare”. Di che genere era la sua sofferenza? Un giorno Harry Haller disse: “una natura come quella di Nietzsche ha dovuto soffrire in anticipo la miseria di oggi, in anticipo di più che una generazione: ciò che egli dovette assaporare solitario e incompreso, oggi lo soffrono migliaia e migliaia di uomini”.

L’ambientazione è vaga, non ben definiti la città e l’epoca in cui si svolge la vicenda. Attraverso il lungo monologo di Haller, il carattere del libro, come lo definì Hesse, è quello di una “biografia dell’anima”.

“Il borghese brucia oggi per eretici e impicca per delinquente quello stesso al quale posdomani erigerà monumenti”. Soffre, il lupo della steppa, per la decadenza della civiltà occidentale: “Oh, è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito”. Si sente estraneo, anzi ostile, alla cultura di massa: cinematografo, teatro di varietà, sale da ballo, sport, giornali, pubblicità. Leggi il resto dell’articolo

La Locanda degli Annegati, Georges Simenon, 1944

Adelphi ha ristampato i 28 racconti sul commissario Maigret che affiancano i 75 romanzi.
Questa è la seconda raccolta, che contiene L’innamorato della signora Maigret (8), La vecchia signora di Bayeux (7), La Locanda degli Annegati (6) e Stan, l’assassino (6).

La Locanda degli AnnegatiA dare il titolo alla raccolta, è il racconto  ambientato a Nemours, un centinaio di chilometri a sud di Parigi. Fu scritto nel 1938.

Maigret è arrivato il giorno prima per sistemare “una questione di poco conto”, per caso di trova a dover gestire un’indagine per omicidio. Pioveva da giorni, era autunno inoltrato, la Locanda dei Pescatori tutti la chiamavano la Locanda degli Annegati: lì accanto passa il canale di Loing, da dove sono stati ripescati molti cadaveri. Questo sembra essere un incidente stradale, ma l’auto ripescata contiene nel bagagliaio una giovane donna dai capelli biondo platino: è morta tre giorni prima, le avevano tagliato la gola.

La morta ha circa 45 anni, non può essere confusa con la ventenne che faceva parte della coppia che ha cenato e dormito nella locanda, per poi scomparire. Viviane è il nome di questa ragazza, e Maigret lo scopre quando si presenta il padre, un notaio di Versailles, che gli dice che è fuggita di casa, volendo sposare – contro il suo parere – un giovane cacciatore di dote…

Fiesta. Il sole sorgerà ancora, Ernest Hemingway, 1926

The Sun Also Rises è il primo romanzo di Hemingway, qui nell’edizione tradotta da Giuseppe Trevisani. Faceva parte della libreria di mio padre.

Fra descrizioni secche, lunghissimi dialoghi e psicologie ridotte al minimo, Hemingway mette in relazione varie persone con Jake, reduce di guerra rimasto ferito “su un fronte da burla come quello italiano”. A causa della ferita, pare sia rimasto impotente. La storia è divisa in quattro parti: la prima ambientata a Parigi, la seconda sui Pirenei per la pesca alla trota, poi i giorni della fiesta di San Firmino a Pamplona, infine il gruppo si sfalda e Jake corre ancora in soccorso a Brett.

Jake (Jacob Barnes) fa il giornalista a Parigi, dove frequenta molti coetanei, americani e inglesi, fra cui Robert Cohn. Ebreo, laureato a Princeton, dove è stato campione dei pesi Medi, Cohn è reduce da un matrimonio fallito.

Istruiti e dotati di confuse aspirazioni artistiche, hanno fra i 30 e i 35 anni, ognuno con una diversa inquietudine. Bevono continuamente: brandy, scotch, whisky, champagne, birra, vino rosso… “Il pernod è una verdastra imitazione dell’assenzio. Aggiungendo acqua, diventa lattiginoso. Sa di liquorizia e vi tira parecchio su ma subito vi lascia ricadere”. Bevono continuamente, e sono sempre in giro per locali: il Napolitain, il Dingo, il Select. All’epoca, ci volevano 5 dollari per fare una sterlina. Fanno parte di quella che Gertrude Stein definì “la generazione perduta”, riferendosi ai giovani coinvolti nella Grande Guerra.

Ecco come Jake descrive la prima volta in cui Robert Cohn vide Brett Ashley, in un locale da ballo: “Teneva il bicchiere in mano ed io vidi che Cohn la guardava a un dipresso come il suo compatriota dovette un giorno guardare la Terra Promessa… Brett era assai ben messa. Portava un bolero di lana e una camicetta a righe, e i capelli tirati a spazzola indietro come quelli di un ragazzo. Era costruita con curve come lo scafo di uno yacht da corsa, e l’occhio non ne perdeva nessuna con quel bolero di lana”. Oltre a bere molto, Brett Ashley sparge il suo fascino con noncuranza, pare sempre un po’ annoiata. Leggi il resto dell’articolo

I delitti della Rue Morgue, Edgar Allan Poe, 1841

Osservare con attenzione, ricordare distintamente, saper analizzare i dati disponibili: sono le qualità che Poe attribuisce a C. Auguste Dupin, un giovane conosciuto a Parigi, di ottima famiglia ma colpito da una serie di disgrazie che l’hanno ridotto in povertà.

Dotato di “una sviluppatissima abilità analitica”, Dupin traeva piacere nel sorprenderlo con le sue ricostruzioni; questa dote gli permetteva di giudicare le persone con estrema facilità, la maggior parte gli si presentava di fronte “con delle finestre spalancate nel petto”.

Poe - Crepax - Rue MorgueIl narratore e Dupin restano colpiti dalla lettura della cronaca di un delitto efferato: madre e figlia sono state barbaramente massacrate nella loro casa di Rue Morgue (un corpo decapitato, l’altro incastrato a testa in giù nel camino, un vistoso accanimento sui cadaveri).

Nei giorni successivi il giornale riporta nuovi particolari e l’esito degli interrogatori. Con questi soli elementi a disposizione, Dupin avvia un’inchiesta privata, che “ci procurerà un po’ di svago”. Per prima cosa, si reca a ispezionare la casa dove è avvenuto il doppio delitto, e le immediate vicinanze. Si convince che l’atrocità del delitto sia la chiave per interpretarlo e arrivare al colpevole. Anzi, a Dupin è sufficiente quel che ha visto, per prevedere quel che sta per accadere.

Testimone di quel metodo apparentemente magico e in realtà scientifico, il narratore si dichiara sbalordito. Dal contrasto fra le varie testimonianze, Dupin ha dedotto qualcosa che sta per rivelarsi, e intanto parla di “impossibilità apparenti”, situazioni che solo a uno sguardo attento evolvono in spiegazioni. Una certezza: l’assassino deve essere dotato “di un grado eccezionalmente inconsueto di agilità”…

Auguste Dupin pare sia stato ispirato dal fondatore della Pubblica Sicurezza francese, l’ex ladro Vidocq.
The Murders in the Rue Morgue fu pubblicato nel 1841 sul Graham’s Magazine.

All’Insegna di Terranova, Georges Simenon, 1931

Au rendez-vous des Terre-Neuvas, tradotto da Anna Morpurgo, è il nono romanzo che Simenon scrisse su Jules Maigret. Fu composto a bordo dell’Ostrogoth, a Morsang-sur-Seine nel luglio del 1931 e pubblicato in agosto dall’editore Fayard. L’ambientazione è pressoché contemporanea allo svolgimento dei fatti narrati.

Un vecchio compagno di scuola scrive al commissario per chiedergli di salvare un innocente. E così, dopo una ventina d’anni di vacanze in Alsazia, presso i familiari della moglie Louise, stavolta i coniugi Maigret finiscono in Bretagna, a Fécamp. Riluttante, la signora Louise porta con sé lavori di cucito e all’uncinetto, non intende fare bagni (per la prima volta, Simenon dedica un certo spazio alla moglie del commissario).

Ecco un paio di esempi di descrizione ambientale: “A destra, il faro. All’estremità di un molo, una luce verde; una rossa sulla punta dell’altro. E il mare: un grande buco nero che esalava un odore intenso”. “A destra e a sinistra, scogliere a picco dai colori tenui. Di fronte il mare di un verde pallido, orlato di bianco, e il fruscio regolare delle piccole onde che si frangevano sulla riva”.

All’Insegna di Terranova è il nome di un caffè del porto di Fécamp. Il morto è Octave Fallut, cinquantenne capitano del peschereccio Océan; è stato ucciso subito dopo il rientro in porto da una battuta di pesca al merluzzo lunga tre mesi. L’accusato è uno dei suoi marinai, il ventenne telegrafista Pierre. Leggi il resto dell’articolo

Il professore di desiderio, Philip Roth, 1977

The Professor of Desire, tradotto da Norman Gobetti; la dedica è per Claire Bloom, l’attrice inglese con cui Roth ebbe una lunga relazione (quasi vent’anni) e con cui fu sposato fra il 1990 e il 1994.

Già apparso in un racconto lungo (Il seno), David Kepesh riemergerà in L’animale morente. Qui si racconta fino a trentacinque anni, fra ribellione ed espiazione, inseguendo risposte che spieghino una perenne insoddisfazione.

Alter ego con la stessa età di chi firma il romanzo, Kepesh è un ebreo di terza generazione (i nonni erano partiti dall’Ungheria), figlio di piccoli albergatori sui Catskill. A nove anni, era “uno degli unici due ebrei in una classe di venticinque”; il suo idolo era uno “sfrontato esibizionista”, Herbie Bratasky, poco più che ventenne intrattenitore che sapeva riprodurre alla perfezione i rumori delle scoregge, delle pisciate e della diarrea.

Al college, nei primi tempi, David faceva le imitazioni ed era il miglior attore. Gli piaceva moltissimo salire su un palcoscenico. Ma di colpo, sui vent’anni, cambiò tutto. Divenne solitario, appassionato di letteratura, dice di essersi riconosciuto in due motti: “Studioso di giorno, dissoluto di notte” (Lord Byron) e “Un libertino fra gli eruditi, un erudito fra i libertini” (Macaulay, a proposito di Steele).

Oh, quanto rimpiange le ore passate nella sala di lettura della biblioteca… “un luogo paragonabile al palcoscenico di un locale di spogliarello per il suo potere di stimolare e focalizzare il mio desiderio”. È lì che rimorchia, o almeno abborda le ragazze… Leggi il resto dell’articolo

Sentimental. Diario italiano di amore e disamore, Natalia Aspesi

“Di che amore parla la posta del cuore quando parla d’amore?”: Aspesi rielabora testi scritti per il Venerdì di Repubblica e ricorda come le rubriche giornalistiche di posta del cuore siano state anticipate da un romanzo di Nathanael West uscito nel 1933, Miss Lonelyhearts (Signorina Cuorinfranti).

Da un’esperienza di oltre vent’anni, l’autrice ricava alcune convinzioni. Per esempio: “la grande passione non è quasi mai giovane, si manifesta dopo il matrimonio, dopo i figli, e naturalmente al di fuori dal nucleo familiare”; i mariti tradiscono soprattutto “per bisogno di riconoscimento e di affermazione”, le mogli soprattutto “per bisogno di tenerezza, ma anche di svago”.

Aspesi copAlla posta del cuore arrivano “l’amore che non c’è e non ci sarà mai, l’amore di cui ci si vergogna, l’amore non ricambiato, l’amore inventato, l’amore che deve restare clandestino, l’amore fuori tempo. L’amore perso nel disincanto e nell’inganno, nell’abbandono e nel dolore, nel rancore e nella noia”. Non vi si rivolgono, invece, le vittime e i carnefici: “la cronaca di ogni giorno ci racconta i lutti tragici provocati dall’amore distorto e vendicativo che si placa solo nella cancellazione di chi da quell’amore vuole fuggire”.

Il femminicidio: oltre cento donne uccise ogni anno in Italia, soprattutto da mariti o ex mariti, conviventi o innamorati respinti (quasi la metà dei delitti avviene nella casa della coppia, un altro 14% nella casa della vittima). “C’è una misteriosa, segreta abitudine italiana di considerare le donne come gran brave persone certo, con gli stessi diritti certo, ma diverse, nel senso di un po’ ambigue e sempre un po’ colpevoli”.

La prosa della Aspesi sfiora vette scintillanti: “Ai miei tempi le ragazze non amavano gli uomini ma quei maschi che potevano diventare mariti, su indicazione delle madri sapienti: è laureato, ha il posto fisso. E del resto le madri dei possibili mariti suggerivano: non è una Venere ma ha studiato dalle suore”.

La banalità del male. Hannah Arendt (4 di 4)

Ecco la lezione storica della “spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male”: la parola “banalità” non indica che il male sia frequente, ma che esso viene perpetrato da persone ordinarie. La banalità del male si interroga sulla facoltà di giudizio, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato: “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”.

Adolf Eichmann avviò, su ordine dei suoi capi, il programma della evacuazione di massa degli ebrei da vari Paesi occupati dalla Germania, poi usò gli stessi metodi per organizzare la deportazione e, infine, il sistematico sterminio del popolo ebraico.

Nato in Renania nel 1906, Eichmann aveva una moglie e quattro figli. Era una persona ordinaria, normale, se con “normale” si intende “dotato di tratti di carattere non particolarmente marcati e quindi ordinari”. Persino sotto il nazismo, sostiene Arendt, erano le persone normali, i padri di famiglia e le mogli devote, a costituire il perno della società.

Eichmann “non era uno stupido, era semplicemente senza idee… e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo”. Agì sempre all’interno dei limiti costituiti dalle leggi e dagli ordini (la parola del Fuhrer era, in quanto tale, legge). Questi atteggiamenti costituiscono il nucleo fondamentale della “cieca obbedienza”. Di uomini come lui, in Germania, ce n’erano tanti, e “questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. Emerge un nuovo tipo di criminale, che “commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male”. Leggi il resto dell’articolo

Omero, Iliade, di Alessandro Baricco, Feltrinelli, 2004

Obiettivo: realizzare una lettura pubblica integrale dell’Iliade, di questo inimitabile “monumento alla guerra”. Ma occorrerebbero una quarantina di ore, dunque Baricco sceglie di riscriverla, l’Iliade, prende a base la traduzione in prosa di Maria Grazia Ciani e interviene ripetutamente sul testo, operando tagli e sintesi.

I tagli più massicci hanno a che fare con le apparizioni degli dei: “quel che resta non è tanto un mondo orfano e inspiegabile, quanto un’umanissima storia, in cui gli uomini vivono il proprio destino come potrebbero leggere un linguaggio cifrato di cui conoscono, quasi integralmente, il codice”.

Poi, sceglie la narrazione in soggettiva: in ogni capitolo, è un personaggio a raccontare gli eventi in cui è coinvolto o di cui è stato testimone. Non mancano, infine, poche ed evidenti aggiunte al testo (in corsivo): “restauri dichiarati, in acciaio e vetro, su una facciata gotica”.

Resta l’essenziale, un testo recitabile in 4-5 ore, che tre millenni dopo ancora “canta la bellezza della guerra” e ci chiede di elaborare una cultura di pace all’altezza di tanta bellezza.

Un paio di squarci…

Per prima, la voce narrante di Criseide. Sono passati nove anni da quando la guerra è cominciata, Troia è sotto assedio. Gli Achei fanno periodiche razzie di viveri, animali e donne. Quando assaltano Tebe, del bottino a parte Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo.

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La banalità del male. Hannah Arendt (3 di 4)

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il numero di ebrei in Europa era valutato in 11 milioni. Meno di seicentomila in Germania: il 30 giugno 1943, il Reich fu proclamato judenrein.

In molti casi, “gli ebrei erano stati massacrati in quanto ebrei, senza tener conto della nazionalità che avevano in quel momento”. Ma ci furono situazioni in cui la cittadinanza faceva la differenza, e perciò divenne regola privare gli ebrei della cittadinanza e renderli apolidi.

La “complicata burocrazia della macchina di distruzione nazista”, di cui Eichmann era un fulcro essenziale, scontava rapporti complicati con altre autorità. Arendt dedica alcuni capitoli agli esiti, assai diversi, delle deportazioni dai vari Paesi europei. A un estremo, Polonia e Romania. All’altro, Danimarca e Serbia. Incredibili le differenze fra paesi confinanti come Belgio e Olanda.

Mi sono parse poco documentate e sbrigative le pagine sull’Italia: il fascismo viene trattato con indulgenza, la Arendt scrive che le leggi speciali antisemite furono emanate per compiacere l’alleato tedesco, ma restarono largamente inapplicate. Parole più dure vengono rivolte all’atteggiamento tenuto dallo Stato Vaticano. A suo parare, governi come quelli di Quisling (Norvegia), Pavelić (Croazia) e Horthy (Ungheria) collaborarono alla deportazione più di Mussolini. Sulla Croazia, Arendt fa un inciso agghiacciante: molti fra i capi degli ustascia erano sposati con ebree, una legislazione opportunista le trasformò in “ariani onorari”. Leggi il resto dell’articolo

La banalità del male. Hannah Arendt (2 di 4)

Il nazismo, in tempi successivi, adottò misure diverse per risolvere il problema ebraico. Fin dall’inizio fu chiaro che nessuna assimilazione era possibile, si doveva agire per una rapida “dissimilazione”.

La prima soluzione fu quella dell’espulsione, dell’emigrazione forzata. Quando operava a Vienna, Eichmann si fece una reputazione: organizzava l’espatrio, dopo aver costretto gli ebrei a rinunciare a gran parte dei loro beni. Al processo di Gerusalemme, si vantò di aver salvato migliaia di vite. Questa fase finì con l’inizio della guerra: invadendo la Polonia, il Terzo Reich si trovò a gestire due milioni e mezzo di ebrei in più; Eichmann fu richiamato a Berlino.

La seconda fase fu quella del concentramento, gli ebrei vennero rastrellati e chiusi nei ghetti. Venne persino ipotizzato di evacuare centinaia di migliaia di ebrei e trasferirli in Madagascar. Poi si organizzarono i lager, con una notevole attenzione alla logistica, per esaudire le richieste di manodopera da parte di industrie impegnate nella produzione bellica.

La terza e ultima fase fu “la soluzione finale”, lo sterminio. Già valutata e soppesata, venne definitivamente scelta dopo che il 22 giugno 1941 Hitler attaccò l’Unione Sovietica; Eichmann ne fu informato dal suo capo, Reinhard Heydrich. Al processo, sostenne di non aver capito subito il significato di quella scelta; poi si mise al lavoro e cominciò a cercare i luoghi più adatti, verso Est. Le prime deportazioni di massa avvennero nel settembre 1941. Leggi il resto dell’articolo

La banalità del male. Hannah Arendt (1 di 4)

Comprai il libro quasi vent’anni fa, finalmente l’ho letto. Vi proporrò qualche appunto in 4 puntate: la prima è una sintesi del contesto storico, la seconda contiene alcune digressioni sorprendenti, la terza sfiora l’Italia e contiene gli auspici della Arendt, l’ultima è la più “filosofica”.

Nata il 14 ottobre 1906 a Hannover, emigrata nel ’33 in Francia, dal ’41, Hannah Arendt ha insegnato in varie università degli Stati Uniti. Inviata dal settimanale The New Yorker a Gerusalemme, nel 1961 seguì le 121 sedute del processo Eichmann. Morì il 4 dicembre 1975. Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil è stato tradotto per Feltrinelli da Piero Bernardini.

L’11 maggio 1960, i servizi segreti israeliani catturarono Adolf Eichmann in un sobborgo di Buenos Aires, dove da anni viveva sotto falso nome, e lo portarono a Gerusalemme. Venne lungamente e segretamente interrogato. Dall’11 aprile 1961, si svolse il processo pubblico.

“Questa aula è certo una sede indovinata per il processo spettacolare che David Ben Gurion, Primo ministro d’Israele, già prevedeva quando decise di far rapire Eichmann in Argentina e di farlo portare a Gerusalemme perché il Tribunale distrettuale lo giudicasse per la parte avuta nella soluzione del problema ebraico”. Il presupposto era che solo un tribunale ebraico potesse rendere giustizia agli ebrei. Toccava agli ebrei giudicare i loro nemici. Leggi il resto dell’articolo

Il seno, Philip Roth, 1972

The Breast è un racconto scopertamente kafkiano, tradotto da Silvia Stefani per Bompiani e ripubblicato nel 2011 da Il Sole 24 Ore.

David Kepesh è uno degli alter ego di Roth, il protagonista di tre episodi della sua autobiografia letteraria: Il seno (1972), Il professore di desiderio (1977) e L’animale morente (2001).

Il professor David Alan Kepesh si scopre trasformato in un enorme seno. Costretto a letto, e poi su un’amaca, in questa nuova condizione può sentire e parlare, ma ha perso la vista e vive il suo rapporto con gli altri soprattutto attraverso il tatto. Il suo monologo e la sua vita interiore escono dalla sua viva voce.

Trentotto anni, alto uno e ottanta, “postura eretta e fisico asciutto, quasi tutti i capelli e tutti i denti”, Kepesh insegnava Scienze umanistiche all’università, la trasformazione si era concretizzata in quattro ore notturne, ma era stata anticipata da un lieve, sporadico formicolio all’inguine. Vive a New York, da tre anni intrattiene una relazione con Claire (25), ma vivono in case diverse; Kepesh aveva attraversato un matrimonio “grand guignol” con Helen, cinque anni, più altri cinque di sedute psicanalitiche.

Dopo ventuno giorni di incubazione, in cui il desiderio verso Claire era tornato ai livelli dei primi tempi (al contrario, da almeno un anno quel desiderio si era rarefatto), una notte la situazione precipita. “Sono diventato un seno”… fra la mezzanotte e le quattro del mattino del 18 febbraio 1971, “trasformandomi in una ghiandola mammaria scissa da qualsiasi forma umana, una mammella come si immaginerebbe di vedere soltanto in un sogno, o in un dipinto di Dalì”.

Le spiegazioni medico-scientifiche non spiegano nulla. Kepesh ha la forma di una palla da football americano o di un dirigibile, pesa 70 chili, è sempre lungo un metro e 80. “Il mio capezzolo è roseo” e alto 18 centimetri. Ecco compiuta la metamorfosi. Leggi il resto dell’articolo

Il complotto contro l’America, Philip Roth, 2004

Philip aveva sette anni nel giugno 1940, quando Charles Lindbergh fu scelto come candidato alla presidenza degli Stati Uniti dalla convenzione repubblicana. Philip abitava a Weequahic, un sobborgo alla periferia sud-ovest di Newark, New Jersey, insieme a Herman, il padre assicuratore, a Bess, la madre casalinga, e al fratello maggiore, Sanford detto Sandy. Sono i Roth, famiglia ebrea in un quartiere ebreo, in un Paese in cui gli ebrei costituiscono un trentesimo della popolazione.

In un’intervista, Roth disse: “Charles Lindbergh, nella realtà come nel mio romanzo, sarà anche stato un vero razzista antisemita suprematista bianco simpatizzante del fascismo, ma – grazie alla straordinaria impresa della trasvolata atlantica in solitario all’età di venticinque anni – era anche un vero eroe americano tredici anni prima che io nel romanzo gli faccia conquistare la presidenza. Nella storia Lindbergh è il giovane pilota coraggioso che nel 1927 per la prima volta attraversò l’Atlantico, da Long Island a Parigi in trentatré ore e mezza, su un monoplano monoposto e monomotore”.

Dicesi ucronìa la sostituzione di avvenimenti immaginarî a quelli reali di un determinato periodo o fatto storico; per esempio, Napoleone che vince a Waterloo, Hitler che vince la Seconda guerra mondiale, John Fitzgerald Kennedy che sfugge all’attentato… Da lì discendono esiti storici diversi da quelli che si sono verificati. È una forma di narrazione fantastica. In questo caso, si immagina che le elezioni del 1940 non siano state vinte da Franklin Delano Roosevelt, ma da Charles Lindbergh, famosissimo aviatore con evidenti simpatie naziste; così gli ebrei americani sono costretti a confrontarsi con un odio razziale mai visto prima. Leggi il resto dell’articolo

Il senso di Simenon per la fuga

Georges Simenon a Milano, dicembre 1957.

Raccolta di saggi sull’opera di Georges Simenon, scritti da Francis Lacassin (1973), Giuseppe Bonura (2000), Robert J. Courtine (1973) e Ralph Messac (1973); in appendice, una breve antologia di brani di François Mauriac (1963), Jean Paulhan (1963), Henry Miller (1961) e André Gide (1941 e 1973). Traduzioni di Claudina Fumagalli per Medusa edizioni.

Lacassin – Molti personaggi di Simenon appaiono rispettabili, rassegnati a stare al loro posto, docili e riservati, gonfi di rimpianti, imprigionati da un destino che non hanno scelto, frustrati al punto da tollerare varie umiliazioni, finché all’improvviso decidono di essere finalmente se stessi. E si danno alla fuga. Una liberazione: Norbert Monde, Oscar Donadieu, Marie Gladel, Émile Boin, Charles Dupeux, Hector Loursat, Kees Popinga… la serie è lunga.

Fu cruciale il lungo viaggio intorno al mondo che lo scrittore compì fra il 1934 e il ’35; la sua immaginazione ha come base l’osservazione. Ma queste fughe verso la libertà, che libertà immaginano? Fino ai romanzi del 1938, chi fugge sembra solo cercare un’evasione, poi i personaggi cominciano ad affrontare le cause stesse della loro insoddisfazione. A volte, ritornano… A me pare di sentire il riverbero di Wakefield, il favoloso racconto di Hawthorne. Leggi il resto dell’articolo

Rousseau Jean-Jacques, Il Contratto sociale, 1762

Du contrat social: ou principes du droit politique, venne pubblicato dal filosofo svizzero quando aveva cinquant’anni. Apre con questa frase: “L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. Come si è prodotto questo cambiamento? Lo ignoro. Cosa può renderlo legittimo? Credo di poter risolvere tale problema”.

Non essendo possibile tornare allo stato di natura, l’obiettivo di Rousseau è definire un modello di società che assicuri la tutela della libertà di ciascuno. Il discorso si sviluppa intorno a due poli: l’individualismo dei cittadini e il contrattualismo, l’idea che alla base dell’associazionismo politico vi sia un accordo razionale, che permette di superare la legge del più forte.

La fine dello “stato di natura” avviene attraverso l’affermazione della proprietà: un atto di forza (“usurpazione”) che crea disordine, oltre alla necessità del proprietario di giustificare le sue ricchezze. Serve una legittimazione giuridica delle proprietà, per sostituire alla forza il diritto. Compito dello Stato è preservare le intrinseche libertà dell’uomo, e garantirne la sicurezza e l’incolumità.

Per Rousseau, l’unica forma di proprietà giustificabile è quella basata sul lavoro: chi per primo arriva su una terra non può prenderne più di quella che può effettivamente coltivare.

La diseguaglianza, oltre che fattore di disordine, è immorale. Occorre moderarne gli effetti, facendo sì che “tutti possiedano qualcosa e nessuno abbia nulla di troppo”. Leggi il resto dell’articolo