Loustal per Simenon (Tutti i racconti dell’Agenzia O)

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Edgar Allan Poe trasfigurato da Dino Battaglia

Otto storie brevi dalle pagine di Poe.
1. Re Peste, 8 tavole, su «Linus» n.12, dicembre 1968
2. La caduta della casa degli Usher, 9 tavole, su «Linus» n.5, maggio 1969
3. Lady Ligeia, 8 tavole, su «Linus» n.10, ottobre 1969
4. Hop-Frog, 9 tavole, su «Linus» n.12, dicembre 1971
5. La scommessa, 9 tavole, su «Linus» n.4, aprile 1972
6. La maschera della Morte Rossa, 8 tavole, su «Linus» n.10, ottobre 1972
7. Il sistema del dott Catrame e del proff Piuma, 11 tavole, su «Linus» n.8, agosto 1973
8. La straordinaria avventura di Hans Pfall, 13 tavole, su «Il Giornalino» n.12, marzo 1981

Stranamente mancano due storie del 1971 sceneggiate da Mino Milani e uscite sul «Corriere dei Piccoli» (Lo scarabeo d’oro e La lettera rubata).

È una questione di atmosfere…

Facile dedurre che quelle di Poe abbiano affascinato l’autore veneziano, a cui è piaciuto affrontare, prima e dopo, anche Melville e Lovecraft, De Coster e Maupassant, Buchner, Stevenson e Rabelais.

Ma di quali atmosfere e suggestioni si parla, anzi quale interpretazione propone Battaglia, fra le varie letture che sono state fatte di Poe, etichettandolo, di volta in volta, come gotico, horror, poliziesco, grottesco, metafisico, fantastico, paranormale, eccetera?

Dino Battaglia (1923-1983) è stato molto più che un illustratore formidabile, fin dal «Moby Dick» del ’67 affina un gusto per la trasposizione letteraria, che anticipa la graphic novel utilizzando tutto ciò che può offrire la tavola disegnata (titoli e testo, splash page e minuscoli dettagli, didascalie e lettering – quasi sempre in stampatello maiuscolo). Le sue tavole non seguono una gabbia predefinita, viaggiano fra architetture libere. Gli esperti hanno studiato il “segno” di Battaglia e i suoi inconfondibili grigi, frutto di una tecnica sopraffina, che sovrapponeva ombre e tratteggi, sfumature e scontornature, graffi di lametta e delicati ritocchi con il “tampone”.
Riesce così a riprodurre il perenne senso di claustrofobia e incantamento che Poe riversava nei suoi racconti, intrisi di angoscia, macabro, inquietudine, brividi, incubi, incertezze della percezione. Nella prefazione, Gianni Brunoro fa notare che lo stile grafico di Battaglia lambisce il liberty e la Secessione viennese (Klimt, Mucha, Schiele). Ma nei tratti più grotteschi, è immediato il riferimento a George Grosz, e spesso si avverte un retrogusto di cinema espressionista.

In fondo, Battaglia non riproduce Poe. Lo trasfigura.

Dino Battaglia, Edgar Allan Poe, Nicola Pesce editore, 2016

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 14: “Il ricatto dell’Agenzia O”

Torrence finisce in una trappola e viene arrestato dai suoi ex colleghi. Lo accusano di estorsione.

La vittima sarebbe il più famoso scultore dell’epoca. Costui è stato protagonista di un fatto tragico: nella sua casa sull’oceano, a Yport, ha ucciso l’uomo che ha sedotto l’unica figlia diciottenne, approfittando dell’ospitalità che gli veniva offerta.

Lo scultore medita di confessare tutto alla polizia, ma non vuole compromettere la reputazione della figlia; perciò si disfa del cadavere gettandolo dalla scogliera, poi scrive una confessione e la affida a Torrence. Nessuno sa di questa confessione. E invece emerge un ricattatore ben informato: la fuga di notizie non può che essere avvenuta dall’Agenzia O.

Per Torrence sono sospetti distruttivi, Barbet e Berthe negano risolutamente, Émile studia tutti i casi dell’agenzia che possono aver ingenerato un proposito di vendetta. Individuare il ricattatore non può bastare, occorre scoprire come si è procurato le informazioni. Si scoprirà che tutto dipende da un lavoro edilizio e una conversazione intercettata per caso.

Finisce con Émile che chiede la mano di Berthe, e così facendo, come Torrence spiega a Barbet, mette la parola fine alle attività investigative dell’Agenzia O.

Il calcio sull’Isola delle Foche

L’Isola delle Foche, Robben Island, dista una decina di chilometri dalla costa di Cape Town: è lì che fino al 1982 si trova Nelson Mandela, per diciotto dei ventisette anni di prigionia.

Utilizzata come colonia per i lebbrosi fino al 1931, nel periodo segnato dall’apartheid l’isola diventa tristemente famosa per le migliaia di prigionieri politici, impegnati nelle cave di pietra. È una fortezza in mezzo all’oceano, viene facile chiamarla “Alcatraz sudafricano”. L’autobiografia di Mandela (Lungo cammino verso la libertà) dedica molte pagine alla descrizione della vita quotidiana: ogni mezzo viene utilizzato per umiliare, sottomettere e punire i detenuti politici, che fanno di tutto per preservare la propria dignità nelle circostanze più terribili. Fra l’altro, decidono di fondare alcune squadre di calcio e di darsi una dettagliata organizzazione interna.

Delle centinaia partite giocate a Robben Island, rimane una sola fotografia, diffusa alla stampa internazionale per dimostrare che i prigionieri vivono in buone condizioni; ma i volti dei calciatori sono cancellati, resi irriconoscibili.

I detenuti danno vita a una vera e propria federazione, la Makana Football Association (MFA), così chiamata in onore di un condottiero di etnia Xhosa, Makana Nxele, rinchiuso dagli inglesi a Robben Island, morto nel 1819 in un tentativo di evasione. La MFA si dota di tutte le sovrastrutture burocratiche: documenti societari, fogli per le distinte, organigrammi, direttive per gli arbitri. Per quattro anni, dal 1969 al 1973, in un campo polveroso e pieno di buche, con reti da pescatori a fare da porte, si giocano partite di calcio articolate in tre divisioni: dalla A, riservata ai calciatori più forti, alla C, per chi non ha mai praticato il calcio.

Ognuno dei nove club registrati schiera una squadra per divisione, ogni stagione circa 300 detenuti scendono in campo. Otto squadre sono rigorosamente divise per etnia e appartenenza politica, fa eccezione il Manong, che non a caso vince i primi due campionati di A e si trova in testa anche nei due successivi (di questi, non è rimasta traccia delle classifiche finali).

Il 18 luglio 2007, alcuni dei calciatori neri più famosi di ogni tempo (Pelé, Eto’o, Weah e Gullit) sbarcano a Robben Island. A turno, uno alla volta, calciano 89 palloni in fondo a una porta arrugginita: 89, come gli anni compiuti quel giorno da Nelson Mandela.

Chuck Norr e Marvin Close, Molto più di un gioco. Il calcio contro l’apartheid, Iacobelli editore, 2010

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 13: “Il dottor Beccamorti”

Le docteur Tant-Pis. 

“Solamente lì si potevano vedere tanti uomini insieme osservare un simile silenzio, mentre il fumo di pipe e sigarette saliva lento in un’atmosfera stagnante come una palude, e i dischetti di cartone smorzavano l’urto dei bicchieri di birra sui tavoli”: è il club degli scacchi di Parigi, dove Émile trattiene il dottor Maupin davanti a una scacchiera per dare il tempo a Barbet di ispezionare il suo appartamento.

L’agenzia sospetta che il dottore abbia ucciso una ricca vedova, la cui nipote ha gettato l’allarme un paio di settimane prima. Il medico è un ottimo giocatore di scacchi e percepisce il pericolo, sa di essere pedinato.

Émile, Torrence e Barbet trovano il cadavere della donna nel suo letto, dove non si trovava poche ore prima.

Tutto spinge a credere che i colpevoli siano Maupin e la sua amante, ma l’intuito di Émile diffida dei casi in cui tutte le prove sembrano convergere; verrà reindirizzato verso la verità dalle analisi sul cadavere compiute dalla Polizia scientifica.

Un uccellino chiamato Mané, Luis Antezana, Crocetti, 1998 (2002)

Filologo boliviano, in una serie di brevi saggi, Antezana propone una serie di riflessioni sul calcio che ama. “Mi piacciono più i passaggi che i gol: amo maggiormente gli aspetti ‘inutili’ del gioco rispetto a quelli, diciamo così, redditizi; godo delle giocate di abilità individuale o collettiva più che dei forcing dietro una palla lunga”.

Antezana si dice convinto del fatto che la rivoluzione sportiva del Ventesimo secolo vada collocata a fianco delle rivoluzioni elettronica, femminista, ecologica, “che hanno determinato il cambiamento del nostro modo di vivere e di pensare. Il mondo contemporaneo non è semplicemente invaso dalle attività sportive; lo sport è uno dei meccanismi di socializzazione più diffusi e radicati”.

Ho letto e riletto le due pagine dedicate alla “fama postuma” di Walter Benjamin, con citazioni di Hannah Arendt.

Quanto a Garrincha… Non esiste altro luogo al mondo in cui il calcio abbia un significato sociale e culturale pari a quello che assume in Brasile (che è poi la nazionale contro cui l’Italia ha perso due finali di Coppa del mondo).

“L’angelo dalle gambe storte” e dalla corsa sbilenca, viene ricordato per l’allegria che suscitava: artefice di gesti gratuiti, quelli che spingono il calcio sul terreno dell’arte, Garrincha è un eroe tragico, “un uomo che affonda nella miseria (dell’alcolismo e dell’alienazione) e vi si perde dopo aver dato prova delle più alte capacità artistiche ed essere stato oggetto di idolatrico riconoscimento da parte della sua comunità di appartenenza”.

Garrincha è l’eccezione alla regola, il trionfo dell’effimero, dell’inutile che magicamente evolve in efficacia. Con la maglia del Botafogo, vince tre campionati carioca (1957, 1961, 1962).

I destini opposti di Pelè e Garrincha: ricchezza, regalità e potere il primo; miseria, desolazione e amore popolare il secondo. Gli altri giocano per vincere, Garrincha gioca per divertirsi, perciò lo chiamano “l’allegria del popolo”; è un “genio intuitivo”, infantile, un Forrest Gump – scrive Antezana, “un ritardato mentale che realizza imprese sportive ed eroiche senza avere la minima idea di ciò che sta facendo”.

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 12: “Il Club delle Vecchie Signore”

Quai de Passy, una ricca dimora: Émile fa la conoscenza con “l’ottima signora Pritchard, il cui difetto più manifesto era una predilezione decisamente esagerata per il color malva”.

La signora gli descrive il Club delle Vecchie Signore, un luogo esclusivo, non più dio cinquanta aderenti, in cui sono accettate soltanto donne della buona società che abbiano raggiunto i cinquant’anni. Bridge, giochi di società, tè, pranzi e cene di alto livello… nessun uomo è ammesso, nemmeno come maggiordomo.

L’Agenzia O viene coinvolta perché la ricchissima signora Pritchard ha scoperto che per almeno un anno “un uomo ha fatto parte del Club senza che nessuno se ne accorgesse”; si fa chiamare Leila Sacramento, dice di venire da Panama e di essere imparentata con un ex presidente di quella repubblica. Ovvio si tratti di una faccenda da trattare con la massima discrezione.

Émile scopre che quella signora vive insieme alla nipote Rosita, che le cronache mondane descrivono come molto affascinante. E quando Émile, fingendosi un altro, la incontra, rimane “abbagliato dalla più splendida delle apparizioni”. Incredibile a dirsi, si conoscono già. Lei è Dora, o almeno questo era il suo nome cinque anni prima, quando si erano incontrati a Istanbul: la loro relazione era durata una sola, indimenticabile notte. Lei è un’avventuriera il cui fascino annebbia la lucidità di Émile, che si fa circuire: Rosita e la finta zia svaniscono…

Resta da capire il movente di quella coppia: la chiave del mistero è il patrimonio della signora Pritchard, ricattata dopo un lungo studio del suo passato. E la soluzione viene da un dettaglio: le impronte dei denti. Ma la cosa più importante è che “la bella Rosita (…) richiamava alla sua mente ricordi al tempo stesso voluttuosi e così umilianti”. Émile si chiede se la rivedrà mai più.

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 11: “Il prigioniero di Lagny”

In riva alla Marna, in una sera di fine inverno fredda e piovosa, Émile, Torrence e Barbet sono sulle tracce di un uomo rapito, che ha chiesto il loro aiuto con una lettera anonima fortunosamente arrivata alla sede dell’agenzia; l’uomo si raccomanda di non avvertire la polizia; i tre trovano la prigione, non il prigioniero; però in quella casa abbandonata, un uomo è stato effettivamente sequestrato per varie settimane e solo da poco l’avevano prelevato.

L’indagine porta a identificare una chiatta trasformata in residenza di lusso e atelier di pittura; nella casa ambulante vive un pittore celebre per essere circondato da giovani modelle. Le pitture sono tutti nudi, “a quel che pareva, non solo non aveva mai ritratto una persona vestita, ma le sue opere erano quanto meno lascive, talora decisamente oscene”.

Come è già capitato, l’agenzia lavora senza che nessuno l’abbia formalmente ingaggiata, dunque senza alcuna certezza di guadagno. Ma Émile segue un’idea e nella cantina allagata della casa sulla Marna trovano un cadavere in avanzato stato di decomposizione. La conclusione è immediata: quel pittore è un assassino. Come provarlo?

L’intrigo punta al rapimento e al ricatto di un senatore, la cui figlia Germaine “era una delle più belle brune che Torrence ed Émile avessero mai avuto agio di ammirare”. Il cadavere ritrovato nella cantina è di una giovane donna; simile a Landru, il pittore è, dice Émile, “uno di quegli uomini che non esitano a servirsi del loro fascino su certe donne”.

L’Agenzia O di Simenon. Quarta raccolta: “Il Club delle Vecchie Signore e altri racconti”

Pare li abbia scritti tutti in un mese. Era il giugno 1938, mentre stava a Villa Agnès, a La Rochelle, Simenon compose quattordici racconti dedicati a un’agenzia investigativa di Parigi, l’Agenzia O. Questo volume raccoglie gli ultimi quattro (tradotti da Leopoldo Carra). Da come si conclude il quattordicesimo, pare proprio che Simenon avesse la certezza di chiudere il discorso.

Così come aveva cominciato, Simenon decise di abbandonare questo cast di personaggi: Torrence (già ispettore al seguito di Maigret), Berthe (affabile segretaria ancora senza fidanzato), Barbet (l’ex borseggiatore assunto per pedinare a fare lavoretti borderline) ed Émile (capelli rossi, sigaretta spenta fra le labbra, forte tendenza al mimetismo, il vero leader dell’agenzia). I quattordici racconti apparvero in piena occupazione nazista, nella collana «Police-Roman», nel 1941, riuniti in volume due anni dopo.

Lo stile di Simenon è abbastanza diverso da quello conosciuto nei Maigret, meno psicologico e spesso solo abbozzato. L’Agenzia O conduce indagini strane, largamente improntate dall’intuito di Émile, in cui non mancano ironia e sarcasmo. Nel terzo racconto si precisa un dato a cui si era già alluso: l’agenzia, “imitando in questo i grandi chirurghi, a volte chiedeva cifre considerevoli per occuparsi di un caso, a volte si dimenticava di esigere l’onorario. Dipendeva dal cliente. E anche dall’interesse umano che l’indagine presentava”.

Il ruolo di Berthe e quello di Barbet è spesso minimo, ma ci sono racconti in cui prendono la scena o sono autentici co-protagonisti. Quanto al panciuto Torrence, la sua reputazione, che viene dalla lunga esperienza al Quai des Orfèvres, fa ritenere agli estranei che si tratti del capo dell’agenzia, e lo stesso Émile prova gusto nel farlo capire, ma il più delle volte arriva a scoprire l’intrigo insieme al lettore.

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 10: “Emile a Bruxelles”

«Émile a Bruxelles» è un titolo frettoloso, quasi depistante: in realtà, Émile e Torrence viaggiano da Parigi a Bruxelles, ad Anversa, Amsterdam e Rotterdam, inseguendo prima un uomo con una voglia di vino sulla guancia, poi la pelliccia di visone che quell’uomo ha rubato a una domestica, che a sua volta l’aveva sottratta alla padrona per fare bella figura a un ballo.

È un’indagine sul filo dell’assurdo, grottesca e pantagruelica, le spese da sostenere superano il valore della refurtiva, “l’Agenzia O non aveva mai affrontato un’inchiesta con così poca fiducia nelle possibilità di successo”.

Mai come in questa occasione, non essendoci fatti di sangue da perseguire, Émile e Torrence se la spassano nei ristoranti tipici. Diventa chiaro che il visone contiene qualcosa di molto più prezioso, il tono di questo racconto è ancora più brillante e scanzonato di quelli precedenti.

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 9: “Il biglietto del métro”

In una fredda e nebbiosa mattinata parigina, alla sede dell’Agenzia O si presenta un cinquantenne con “l’aspetto di un solido borghese abituato a comandare”. Lo sconosciuto si accascia sul pavimento e muore. Gli hanno sparato pochi minuti prima. Nelle tasche, una pistola a cui manca un colpo e un biglietto del métro, 50.000 franchi in contanti e un biglietto del treno venuto da Saint-Etienne. Il giorno dopo era previsto il matrimonio del figlio con la figlia del direttore dello stabilimento presso cui il morto era divenuto vicedirettore.

«Le ticket de métro» è l’unico di questi racconti ambientato a Parigi. È anche il più “duro” per la natura e le caratteristiche del delitto.

È chiaro che il morto aveva un appuntamento a Parigi e si sentiva in pericolo. Émile studia ogni dettaglio della vita di quell’uomo: “una vita tranquilla, metodica, talmente ordinata che non si capiva da quale crepa avesse potuto introdursi la tragedia”.

Si scoprirà che la vittima è a sua volta un assassino, e che l’origine di quei crimini risale a molti anni prima. Per caso, aveva incontrato un uomo che poteva rovinarlo, costui aveva cominciato a ricattarlo e alzato le sue richieste in vista del matrimonio del figlio… per non compromettere la felicità degli inconsapevoli eredi, Émile decide di non rivelare la verità alla polizia.

 

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 8: “La fioraia di Deauville”

Da Deauville, Torrence ha chiesto aiuto, ed Émile accorre. “E ora, in pieno agosto, abbandonava la torrida costa mediterranea per l’aria deliziosamente tersa della Manica. Aveva dormito benissimo. Al risveglio era stato accolto da un solicello inebriante come champagne”.

Sono avvenuti due omicidi: una fioraia e l’usciere del Grand Hotel Royal. Torrence doveva solo sorvegliare Norma Davidson, ventiduenne moglie del cinquantenne miliardario Oswald, che in quel momento opera al Cairo.

All’Agenzia O. si era chiesto di evitare gli “scandali troppo clamorosi” (Oswald sa che la moglie sperpera il suo denaro al gioco e con i gioielli, e che è circondata di ammiratori).

«La fleuriste de Deauville» ruota intorno ai due delitti: la fioraia è stata uccisa sui gradini del casinò con la pistola di Norma, l’usciere del Grand Hotel nella sua stanza con un altro colpo al cuore, ma stringe fra le mani la sciarpa di Norma. Pare che la fioraia, Loulou, e l’uscire, Henry, fossero amanti: ogni tanto, di nascosto, lei saliva nella stanza di lui.

Una delle abilità di Émile è giocare di sponda con la polizia: si finge sempre collaborativo, non intralcia le indagini e fornisce le informazioni che crede necessarie, e riesce a farsi trasmettere informazioni che da borghese non riuscirebbe a ottenere. In questo caso, arriva a scoprire che Norma e Loulou erano sorelle e Henry il loro padre.

Gli omicidi derivano da una vecchia vendetta partorita in Ungheria, ma lo scioglimento dell’enigma è l’ingrediente meno saporito di questa ratatouille.

L’Agenzia O di Simenon. Racconto numero 7: “Le tre barche della caletta”

Era agosto, un miliardario americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tenere d’occhio una moglie incline al tradimento, e Émile si trova solo a Parigi quando riceve un altro incarico, che lo porta in Costa Azzurra a Le Lavandou. Si fa aiutare dalla signorina Berthe, che stava a Cassis in vacanza; nell’occasione, il timido Émile, che pure conosce Berthe da tre anni, si accorge per la prima volta del fatto che “era graziosa e piacevolmente rotondetta”.

Un antipatico banchiere olandese paga l’Agenzia O per evitare uno scandalo, in seguito all’omicidio dell’amante, Eva. La donna è stata annegata mentre faceva il bagno al largo, in pieno giorno. Mentre nuotava, è stata avvicinata da qualcuno, in barca, che l’ha colpita al capo e poi strangolata. La polizia del luogo mostra disprezzo per l’Agenzia parigina, ma Émile riesce a conquistare le simpatie di molti nativi grazie a un magnifico colpo a bocce.

Al lettore interessa pochissimo chi sia l’assassino. Gli basta lasciarsi avvolgere dalle situazioni imbastite da Simenon, dalle atmosfere impalpabili, venate da un tono da commedia.

La tragedia è già avvenuta e l’ambientazione è pur sempre la soleggiata Costa Azzurra (Le Lavandou è di fronte alle cosiddette isole d’Oro: Port-Cros, l’isola del Levante e Porquerolles). Ma chi spera che Émile faccia un passo verso Berthe…