Parlarne tra amici, Sally Rooney, 2017

Conversation with Friends è un folgorante esordio a ventisei anni, tradotto da Maurizia Balmelli. In copertina un’opera di Alex Katz. Sally Rooney è nata a Dublino nel 1991 e si è laureata al Trinity College in Letteratura americana. Nel 2019 ha pubblicato Persone normali (romanzoserie tv).

La narrazione procede con il discorso indiretto libero, una forma ibrida che assorbe le modalità del discorso diretto e di quello indiretto; niente virgolette, per dare conto del parlato, le voci dei personaggi risultano fuse con quella del narratore.

Chi parla è Frances, ventunenne universitaria a Dublino; Bobbi è la sua migliore amica. Scrivono poesie e le recitano in pubblico (a scrivere è Frances, ma Bobbi è l’interprete migliore). In una di queste occasioni, fanno la conoscenza di Melissa, fotografa di fama, che le invita a casa sua, dove conoscono Nick, suo marito, che fa l’attore. Melissa ha trentasette anni, Nick trentadue. Bobbi è omosessuale, Frances è comunista, o almeno è così che l’amica la presenta a Melissa.

Non è chiaro quanto tempo sia trascorso dall’epoca dei fatti: ipotizzo almeno un anno. Ma è possibile che l’autrice intenda dare una sensazione di immediatezza, riferendo quello che le è appena accaduto. Come il mare d’inverno, la “giusta distanza” è un concetto che Frances non considera… Nonostante la sua evidente fragilità, e i suoi errori di valutazione, potrà apparire troppo sveglia, troppo sensibile, troppo intelligente, per come riesce a leggere dentro se stessa.

Lo stile è asettico, introspettivo e analitico: un diario in prima persona, nel quale chi scrive non intende mostrarsi migliore o peggiore di quel che è, e non nasconde le proprie incertezze. Per esempio, ogni volta che ha a che fare con i genitori, Frances regredisce, smarrisce la propria indipendenza, si mostra più vulnerabile.

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Il commissario Maigret [Maigret tend un piège], Jean Delannoy, 1958 – [filmTv82] – 7

A cinquantaquattro anni, settimo nella lista, Jean Gabin arriva a interpretare Jules Maigret. Lo farà altre due volte (nel 1959 e nel 1963), dieci in totale i suoi film tratti dalle pagine di Simenon. In questa coproduzione franco-italiana, la trama si discosta da quella del romanzo, che da noi è uscito come La trappola di Maigret.

A ventisei anni, Annie Girardot – prima di Rocco e i suoi fratelli e I compagni – assume con Lucine Bogaert i ruoli più importanti, la moglie e la madre del sospettato. Si fanno notare anche Jean Desailly (Marcel), Lino Ventura (ispettore Torrance) e Jeanne Boitel (Louise, la signora Maigret).

Non ricordo Maigret impegnato in altre indagini così sanguinose. Nel Marais, il quartiere più affascinante di Parigi, si sono già trovati tre cadaveri, tre donne formose e brune, uccise all’aperto con un’arma da taglio. Opera di un serial killer, senza dubbio. Ed ecco il quarto omicidio, seguito da una telefonata alla polizia, che solo il giorno dopo Maigret interpreterà come frutto dell’esibizionismo di un killer che lo sfida apertamente.

Fra un delitto e l’altro, l’intervallo di tempo si sta abbreviando. Maigret prova a imbastire una trappola, coinvolge una dozzina di poliziotte e finge di aver messo le mani sull’assassino. Scopriremo che i delitti derivano da un trauma infantile, che la perversione sessuale si sfoga in quella forma, che qualcuno conosce bene il colpevole, ma lo protegge per amore. L’ambientazione è mirabile, fra retrobottega, vicoletti, portici, sedie di legno portate sulla strada per conquistare un po’ di fresco.

Risolto il caso, con due colpevoli che meritano il massimo della pena e il massimo della pietà, l’ultima inquadratura ci mostra Maigret che si incammina sotto la pioggia: il volto di Gabin non è quello di un vincitore, la pioggia laverà via solo una piccola parte del male con cui è condannato a convivere.

La trappola di Maigret, Georges Simenon, 1955

Quarantottesimo dei 75 romanzi che hanno per protagonista Maigret: è una storia parigina, torbida e sanguinaria come raramente accade di trovarne nella sconfinata produzione di Simenon. Per il commissario si tratta di “uno dei casi più angoscianti della sua carriera. Non si trattava solo di scoprire l’autore di un delitto; il problema nei confronti della società non si limitava a punire un assassino. Era un problema di difesa del cittadino. Cinque donne erano morte e nulla faceva sperare che la lista terminasse lì”.

Maigret deve fermare il serial killer che con un coltello ha già ucciso cinque donne a Montmartre. Donne comuni, senza nulla che le colleghi, se non una vaga somiglianza fisica (figure piccole e rotonde), il luogo e l’ora dei delitti (appena si fa buio), il modus operandi (dopo averle accoltellate, l’assassino straccia le vesti, ma non le violenta, né le deruba). La trappola consiste nel tentativo di scuotere la psiche dell’assassino, fingendo di aver identificato il colpevole, così da spingerlo a uscire allo scoperto. Maigret scommette sul fatto che l’assassino vorrà reagire, manifestando un orgoglio esibizionista.

Parigi è avvolta in una calura micidiale, “tenere le finestre aperte non serviva a nulla: entrava solo un’aria calda che sembrava essere emanata dall’asfalto molle, dalle pietre bollenti o dalla Senna stessa che, da un momento all’altro, ci si aspettava di veder fumare come acqua sul fuoco”. Gli accaldati giornalisti che stazionano nei corridoi del Quai des Orfèvres abboccano all’amo e diffondono la notizia dell’arresto di un uomo sospettato dei delitti di Montmartre. Non resta che aspettare.

Maigret chiede la collaborazione della polizia femminile, una delle ausiliarie viene aggredita dall’assassino, si salva, ma quello riesce a fuggire, mostrando di conoscere bene la zona. Unica traccia: nelle mani della donna è rimasto un bottone.

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Alan Turing finirà sulle banconote

L’Inghilterra sta per mettere il volto di Alan Turing sulla banconota da 50 sterline. Riconoscimento simbolico quanto tardivo a una delle personalità più discriminate nella storia inglese del Novecento, nonostante i meriti scientifici e il contribuito fondamentale alla sconfitta del nazismo.

Turing morì suicida a quarantadue anni, dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica.

Enigma, di Michael Apted, 2002, con Kate Winslet e Dougray Scott

Enigma, la strana vita di Alan Turing, 2012, di Tuono Pettinato e Francesca Riccioni

The Imitation Game, di Morten Tyldum, 2014, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley

Tarabas. Un ospite su questa terra, Joseph Roth, 1934

“Sfrenato e tenero, pronto a picchiare e a baciare”, “coraggioso per paura, e violento per debolezza”, Nikolaus Tarabas è fuggito dalla Russia zarista, nel 1914, per trovare rifugio a New York. La fuga è dovuta a un problema con la legge. Giovane e impulsivo, Tarabas sente una forte nostalgia per la patria, e si lega a una giovane connazionale, Katharina, che fa la cameriera. In una fiera ambulante, una zingara gli legge la mano, Tarabas è molto superstizioso; innanzitutto, la zingara indovina la sua lingua materna e in quella lingua gli dice: “Io leggo nella sua mano che lei è un assassino e un santo. Peccherà ed espierà, il tutto ancora sulla terra”.

Quando arriva la notizia dello scoppio della guerra fra l’Austria e la Russia, Tarabas corre incontro al suo destino: va ad arruolarsi. Sbarca a Riga. Impetuoso, facile agli entusiasmi, non ha paura di nulla e si sente in diritto di esaudire ogni suo desiderio. Perciò va incontro a cocenti delusioni. Passa a salutare la sua famiglia, la sera prima di partire per la guerra fa sesso, due volte, con una giovanissima cugina. Promette di sposarla, al ritorno. Se ne dimentica poche ore dopo. Come si era dimenticato dei solenni giuramenti a Katharina.

In guerra, si esalta. “Ubbidiva e comandava, e tuto con lo stesso piacere. Era l’ufficiale più coraggioso del suo reggimento”. Viene promosso capitano. “Conobbe la greve ubriachezza e l’effimero amore. Dimenticati erano casa, podere, padre e madre e la cugina Maria”. Trascinato da un irrefrenabile vitalismo, non gli importa che la guerra si tramuti in disfatta, che le sue terre vengano invase. A Tarabas interessa di essere amato e temuto dai suoi uomini, e lui amava la distruzione e il combattimento. “Non fu mai ferito, né mai malato; e neppure chiese mai un permesso. Era l’unico nel suo reggimento che non riceveva posta e non ne aspettava”. In ogni villaggio, si accoppiava con la ragazza che gli piaceva di più. La sua unica “patria” è la guerra, la caotica guerra che infuria sulla frontiera occidentale dell’Impero russo… Scoppia la Rivoluzione. A Tarabas non importa nulla dello Zar, ma vede sottufficiali e soldati disertare. Con gli ultimi ventisei fedeli, si presenta a Pietroburgo, al ministero della Guerra: lascia una così forte impressione, che lo nominano colonnello e lo incaricano di formare un nuovo reggimento.

Per settimane, non ricevono la paga, perciò rubano. La popolazione di Koropta è costretta a nutrirli. In tempo di pace, le qualità di Tarabas appaiono inutili. Gli viene dato l’ordine, da un piccolo, oscuro generale, di dimezzare il reggimento, scacciandone la parte peggiore, dopo averla ubriacata con alcol e acquavite per sfilarle le armi… Ma gli effetti dell’alcol si rivelano incontrollabili. Alcune decine di soldati lasciano la guarnigione e invadono il paese vicino: “Si preparava la sventura, la grande sanguinosa sventura di Koropta; e insieme il funesto traviamento del potente Nikolaus Tarabas”.

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I turbamenti del giovane Törless, Robert Musil, 1906

Il giovane Törless è una versione riveduta e corretta del giovane Robert, i cui rapporti familiari (a differenza di quelli dipinti nelle pagine del romanzo) furono tutt’altro che idilliaci.

A dodici anni, Robert venne iscritto a un liceo militare e dopo un paio d’anni trasferito in un collegio militare, che più tardi ebbe a definire “il buco del culo del diavolo”. È in questo collegio che si svolgono gli avvenimenti narrati nel romanzo, pubblicato quando Musil aveva ventisei anni e una laurea in Ingegneria (si laureò anche in Filosofia); ho riletto la traduzione per Einaudi di Anita Rho.

“I turbamenti” sono, innanzitutto, impulsi sessuali scaturiti da situazioni diverse. Poi, c’è il bisogno di conoscere e conoscersi, di trovare risposte a domande di senso, inseguendole nella più inquietante esperienza diretta, nella matematica speculativa o sulle pagine di Kant. Crescendo, Törless diverrà una di quelle persone – ci dice l’autore – il cui unico interesse reale “è concentrato sullo sviluppo dell’anima, dello spirito o comunque si chiami la cosa dentro di noi che ogni tanto si arricchisce per l’aggiunta di qualche idea raccolta fra le pagine di un libro o sulle labbra chiuse di un ritratto”.

All’estremità orientale dell’Impero Asburgico, non lontano dal confine con la Russia, c’era un antico collegio riservato ai “rampolli delle migliori famiglie”. In collegio, la prima amicizia fu con un giovane principe, e fu il protagonista a rovinarla, lasciandosi trascinare in un’assurda disputa religiosa: “Come se fosse indipendente da lui, l’intelligenza di Törless martellò inesorabilmente il delicato principino”. Le amicizie che seguirono – Beineberg e Reiting – furono di natura diversa: “strano a dirsi, erano i peggiori del suo corso, benché intelligenti e, non occorre dirlo, di buona famiglia, erano sovente scatenati e selvaggi fino alla violenza”.

Ogni tanto, con un amico, Törless va a fare visita a una puttana non più giovane, Bozena. Lo eccitano, soprattutto, la segretezza, il pericolo e lo squallore di quelle spedizioni. “Durante l’atto prevaleva sempre la ripugnanza per quel che stava facendo e la paura delle possibili conseguenze”. Altri ragazzi fanno come lui, Bozena è sfacciata, svela i loro segreti. Al bordello, non partecipava alle ostentazioni di precoce virilità dei suoi compagni; “mentre gli altri si comportavano sfacciatamente con le donne, quasi più per mettersi in mostra che per desiderio, l’anima del taciturno piccolo Törless era sconvolta e fustigata da una reale lussuria”.

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Band Aid in concerto, 1985

Supplemento celebrativo, in grande formato, allegato al numero di Max che uscì nell’ottobre 1985. Copertina rossa con il marchio dell’evento, in bianco: la chitarra a forma di Africa.

A organizzare Live Aid furono Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox. Obiettivo dichiarato: raccogliere fondi per alleviare la disastrosa carestia in Etiopia. Il supplemento di Max costava 5.000 lire, il ricavato sarebbe stato devoluto alla stessa causa.

Il doppio concerto si svolse il 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra (Inghilterra) e al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia; a Wembley c’erano 72.000 spettatori, al Kennedy 90.000, si stima che quasi due miliardi di spettatori in 150 Paesi abbiano assistito alla diretta televisiva.

Ognuna delle due parti del concerto si chiuse con il rispettivo inno all-star contro la fame: Band Aid in Gran Bretagna con Do They Know It’s Christmas, e USA for Africa a chiusura del concerto americano con We Are the World.

Phil Collins disse: “Ho preso il Concorde e ho cantato in tutti e due i concerti. La gente ne ha parlato parecchio. Ma, onestamente, non è stata gran cosa: che cosa sono tre ore e mezzo di volo?”.

L’introduzione a questo supplemento è firmata da Bob Geldof. Seguono grandi fotografie a colori, fra cui: Sting (camicia bianca senza collo, pantaloni kaki e mani in tasca); Dire Straits; Linda e Paul McCartney in bianco e nero, con il badge del concerto appeso al collo; Neil Young; Crosby Stills e Nash (tanto invecchiati); Bryan Ferry, al solito elegantissimo in bianco e nero; Joan Baez sorridente; Bob Dylan assorto, che guarda in basso; The Who (in un bianco e nero ruvido, quasi sporco), Phil Collins accanto a Bob Geldof; Duran Duran; David Bowie sul palco; Bono sul palco; Jack Nicholson (con sigaretta) accanto a Stephen Stills; Lady D, il principe Carlo e Bob Geldof; Keith Richards in canottiera; Mick Jagger in cinque pose (dominanti, arancio e blu); la folla sterminata e accaldata; Eric Clapton; Elvis Costello; Adam Ant; Freddie Mercury in canottiera; Pete Townshend sul palco in quattro pose scalpitanti; Tina Turner in minigonna che si prepara a entrare; Simon LeBon… Strano come di Madonna, Led Zeppelin, Santana, The Pretenders siano riprodotte solo piccole fotografie quadrate.

Fra tutte le foto, solo cinque sono davvero eccezionali: David Bowie e Mick Jagger mentre cantano testa a testa; Bono e Paul McCartney che cantano insieme; Tina Turner ruggente sul palco accanto a Mick Jagger; Pete Townshend e Paul McCartney sollevano Bob Geldof. E Keith Richards che scherza con Jack Nicholson e Bob Dylan.

Raccontare, resistere… Un anno fa moriva Luis Sepulveda

Il VecchioPatagoniaAtacamaLa Gabbianella

In una lunga conversazione con Bruno Arpaia, Sepúlveda affrontava i temi più appassionanti: la sinistra di ieri e di oggi; la sfida dei movimenti no global; l’orizzonte politico dell’impegno ambientale; la letteratura latinoamericana e cos’è stato per lui scrivere; in che forma si può raccontare la lotta, il carcere, l’esilio…

Da quali scrittori è stato più influenzato? Cortázar, Soriano ed Hemingway. Non mancano indicazioni più concrete sul suo modo di scrivere, sulle sue nevrosi (scrive solo a mano su fogli bianchi senza righe e su una scrivania ordinatissima), l’ultima revisione fatta al registratore, perché la forza delle parole va verificata con la voce.

“La scrittura aiuta ad accettare e a spiegare a noi stessi le situazioni dolorose che abbiamo vissuto, quelle che ci costa fatica rivivere. Quando pensavo a ciò che avevo provato in carcere, non mi veniva in mente solo il dolore fisico, ma anche e soprattutto le umiliazioni subite, il tentativo di farmi perdere la dignità di essere umano. Per anni ho pensato a come esprimere quell’esperienza, giungendo in un primo tempo alla conclusione che era impossibile. Poi, quando mi sono costretto a parlarne, perché era un tema ineludibile, mi è venuto in mente che l’unica maniera di farlo era adottando uno stile fondato su una grande brevità, nettezza e concisione”.

“Tutti i rivoluzionari latinoamericani degli anni Settanta erano generosi e ingenui, e noi cileni molto più degli altri. Ma lo dico quasi con soddisfazione. Quella generosità e quella ingenuità non ci fecero mai raggiungere il grado di paranoia militare dei Montoneros o dell’ERP argentini, non ci ammazzammo mai tra noi per stabilire quale fosse la linea più corretta. Al contrario, cercammo sempre di unire le forze, anche se non ci riuscimmo del tutto. Ciò che salva l’esperienza cilena rispetto a quella argentina è che noi non ci cannibalizzammo”.

“Se non si è convinti di stare usando le parole più belle del mondo… non si sta credendo in ciò che si scrive. Non si può fare nulla in letteratura se non si parte dalla premessa fondamentale che si scrive per sedurre il lettore”. Bachtin ha detto che “La correlazione tra letteratura e vita è come quella tra il vino e l’uva. L’uva è la vita e il vino è ciò che si ottiene dopo un lungo processo di pigiatura, spremitura, fermentazione”.

La sinistra occidentale soffre di pigrizia culturale, manca di conoscenza, la mancanza di immaginazione è il suo limite più grave; “la resistenza, oggi, deve essere guidata da un profondo rispetto nei confronti della pluralità: due idee sono meglio di una, tre idee sono meglio di due”.

Sepúlveda condivide quanto sostenne Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”.

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I Quattro Giusti, Edgar Wallace, 1905

In un caffè di Cadice, in Andalusia, avviene il primo incontro: Leon Gonsalez, Poiccart e George Manfred hanno dato appuntamento a Thery (altrimenti noto come Saimont). I primi tre si conoscono da anni e condividono questa missione: uccidere “per amore della giustizia”. Al quarto uomo dicono che “è questo che ci distingue e ci eleva al di sopra della marmaglia degli assassini di mestiere”. Intervengono quando un malfattore riesce a sottrarsi alle sanzioni della giustizia terrena: adesso, hanno bisogno del diffidente Thery, nel loro mirino è finito il ministro degli Esteri inglese, Sir Philip Ramon.

Quel ministro ha proposto una legge sull’estradizione “concepita al solo scopo di consegnare nelle mani di un governo corrotto e vendicativo uomini che oggi trovano in Inghilterra asilo dalla persecuzione dei despoti e dei tiranni”. L’immediata conseguenza sarebbe l’espulsione dei rifugiati politici. È quanto scrivono al ministro, chiedendogli di recedere dal suo proposito, pena la morte. Si firmano “I Quattro Giusti”.

Un giornale londinese pubblica la lettera anonima e ricostruisce gli episodi (almeno sedici, in varie parti del mondo) in cui i Quattro Giusti avrebbero già imposto la loro singolare idea di giustizia. Pare che uno dei Quattro sia morto a Parigi… Forse il reclutamento del recalcitrante Thery è in sostituzione del quarto complice, che si chiamava Clarice.

Mostrando di poter piazzare una bomba nella sala per fumatori della Camera dei Comuni, i Quattro Giusti si rivelano abilissimi nei travestimenti. Scotland Yard si muove alla cieca, nessuno ha idea dell’identità dei giustizieri, della loro nazionalità, dove si nascondano, come intendano colpire il ministro. Il lettore è appena un passo avanti, sa che i Quattro hanno acquistato una ditta che produceva lastre zincografiche… Dai loro dialoghi, si viene a sapere che Manfred, Poiccart e Gonsalez sono molto ricchi, mentre Thery è stato coinvolto contro la sua volontà.

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Lolite

Nabokov, il romanzo / Kubrick, il film / Lyne, il remake / Sue Lyon

La voglia matta, Spaak / American Beauty, Suvari / Girls, Nick Felman

The Girlfriend Experience, Soderbergh / The Girlfriend Experience, il serial

Giovane e bella, Vacth / Sedotta e abbandonata, Sandrelli

Swimming Pool, Sagnier / Revisionando Twin Peaks

Vita di Henry Brulard, Stendhal

Autobiografia in prima persona, ma sotto pseudonimo. Autobiografia come strumento di autocoscienza, di esplorazione intima della propria personalità e delle proprie scelte.

Sono memorie protette dalla tentazione di correggere: i primi ricordi, per quanto incompiuti, vengono ritenuti preferibili. Dunque, un “romanzo biografico”, nel quale Stendhal reinterpreta esperienze ormai molto lontane. Lo cominciò a scrivere nel 1832, lo riprese nel 1835, lo abbandonò incompiuto nel 1836, mentre era console a Civitavecchia (abitava a Roma. In piazza della Minerva: una targa ricorda il palazzo in cui visse tra il 1833 e il 1836). Stendhal si chiedeva se quelle memorie sarebbero state di qualche interesse nel 1880, in realtà vennero pubblicate solo nel 1890. Varie volte, l’autore manifesta perplessità sul lettore del futuro: per esempio, mezzo secolo dopo qualcuno ancora conoscerà Il rosso e il nero?

Brulard era un prozio monaco dalla testa enorme, a cui si diceva che il bambino assomigliasse. In queste pagine, tradotte per Einaudi da Marisa Zini, il presente si alterna col passato, l’impressione con i fatti accaduti. L’impulso non è tanto sottrarre certi lontani avvenimenti all’oblio, quanto quello di riconoscersi. Nel rievocare la sua infanzia e la sua adolescenza, Stendhal aggiunge alle parole una quantità di schizzi (171, fra piazze e incroci, strade e stanze). In fondo al manoscritto, l’autore lasciò venti incisioni, qui riprodotte. La nota introduttiva è di Emilio Faccioli.

Nato il 23 gennaio 1783 a Grenoble, Henry Beyle scrisse queste pagine quando era ormai prossimo ai cinquant’anni, e pure oltre. “Sono considerato molto intelligente e insensibile, perfino dissoluto, e vedo che sempre fui impegolato a amori infelici”. Promette sincerità (“senza mentire”), come se si rivolgesse a un amico, anche perché non ha intenzione di pubblicare queste note se non trent’anni dopo la sua morte.

Fulminante l’inizio: Stendhal compone un elenco con tredici nomi di donne (l’ultima, del giorno prima), e poi aggiunge che “la maggior parte di quelle deliziose creature non mi hanno onorato delle loro grazie; ma hanno occupato letteralmente tutta la mia vita. A loro sono seguite le mie opere… Il mio stato abituale fu quello di amante infelice, appassionato di musica e di pittura… In realtà, io ho avuto solo sei delle donne da me amate”.

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Donna seduta con la gamba sinistra alzata, Egon Schiele, 1917

Selbstbildnis, in tedesco, sta a significare autoritratto. Di autoritratti: Egon Schiele ne dipinse almeno un centinaio. Per l’innaturalità dei gesti, la distorsione figurativa, i corpi ritorti e scavati, queste opere sono sovraccariche di una tensione erotica e psicologica.

Egon Leon Adolf Schiele nasce a Tulln, il 12 giugno 1890; terzo di quattro figli, unico maschio. Morirà a Vienna poco più che ventottenne. Nonostante la breve vita, ha lasciato circa trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni.

Il clima sociale e la situazione politica degli anni che precedono la Grande Guerra appaiono il contesto ideale per ridiscutere i fondamenti dell’esistenza: mai ci si era occupati tanto profondamente della sessualità in letteratura, psicologia, pittura.

Alla morte del capostazione Adolf Schiele, avvenuta nel 1905, la tutela di Egon venne assunta dal ricco zio Leopold Czinaczek, il quale tentò inutilmente di orientarlo verso una carriera nelle ferrovie. Dopo il suo ingresso, nel 1906, all’Accademia di Belle Arti di Vienna, dove studiò pittura e disegno, ma decise di abbandonarla prima della fine.

L’incontro decisivo del suo percorso artistico, con Gustav Klimt, avvenne nel 1907 nel Cafè Museum di Vienna: la personalità dell’affermato pittore influenza profondamente quel diciassettenne; un elemento avvicina i due artisti, l’interesse per la raffigurazione del corpo nudo e della sessualità. Klimt avrà per Schiele una grande stima: aiuta il giovane amico, acquistando suoi disegni, procurandogli modelle, presentandolo a ricchi mecenate, che gli assicurarono una certa tranquillità finanziaria fin dai suoi esordi sulla scena artistica viennese. Già nel 1908, Schiele poté tenere la sua prima mostra personale per la Wiener Werkstätte.

Schiele utilizza una linea tagliente e incisiva per esprimere la sua angoscia e per mostrare impietosamente il drammatico disfacimento fisico e morale. Il colore acquista un valore autonomo, non naturalistico, risultando particolarmente efficace negli acquerelli e nei disegni. Oltre al classico olio su tela, la produzione di Egon Schiele è largamente caratterizzata da dipinti basati sulla gouache (guazzo) – un tipo di colore a tempera reso più pesante e opaco con l’aggiunta di un pigmento bianco mescolato con la gomma arabica – , arricchito da acquerello, gessetti, carboncino, matita.

Le modelle preferite di Schiele sono donne cui era unito da un profondo legame personale. Nei primi anni, è la sorella Gerti ad assumere questo ruolo; in lei Egon osserva lo sbocciare di un corpo di donna. In seguito, il legame sentimentale con Wally Neuzil farà di questa ragazzina la sua seconda modella, ispirandogli ritratti intensamente erotici. Infine, quella che diverrà sua moglie: Edith Harms.

Nel 1911 Schiele incontra la diciassettenne Wally Neuzil, con la quale intreccia una relazione amorosa. Vanno a vivere nella cittadina boema di Krumau, ma gli abitanti li spingono ad andarsene, disapprovando il loro stile di vita. Egon e Wally si traferiscono a Neulengbach, non lontano da Vienna, dove nel 1912 un ufficiale della marina in pensione accusa Schiele di aver sedotto sua figlia Tatjana, non ancora quattordicenne. Il pittore sconta tre settimane di carcerazione preventiva, con accuse pesantissime; alla fine del processo verrà condannato a tre giorni di carcere per pornografia.

Nel 1914 conosce Edith Harms, figlia di un fabbro: Edith pone una condizione per divenire sua moglie, essere l’unica sua musa ispiratrice. Proprio quando la sua fama artistica si va consolidando, scoppia la guerra, che porterà al crollo definitivo dell’Impero Asburgico. Nel 1915, Egon viene chiamato alle armi. Grazie a superiori comprensivi e amanti dell’arte, può continuare a dipingere. In questo periodo realizza ritratti di ufficiali russi e disegni di interni; le opere mostrano una trasformazione della concezione artistica di Schiele: l’espressivo gesto pittorico è segnato da un chiaro ritorno alla rappresentazione naturalistica. Nell’aprile del 1918 è di stanza presso il museo militare di Vienna; tiene esposizioni di successo a Zurigo, Praga e Dresda.

Il 6 febbraio 1918, a cinquantasei anni, muore Gustav Klimt. Quando Schiele è ormai considerato il più importante pittore austriaco, la sua vita viene stroncata dalla terribile epidemia di influenza “spagnola”, che provocò più di venti milioni di morti in Europa. Nell’autunno del 1918, il virus raggiunse Vienna. Incinta di sei mesi, Edith morì il 28 ottobre; durante l’agonia, Schiele la dipinse più volte. Nemmeno l’artista scampò al contagio e morì tre giorni dopo, il 31 ottobre

Maigret e il caso Nahour, Georges Simenon, 1967

È a letto con la moglie e sta facendo un brutto sogno, il commissario Jules Maigret, quando viene svegliato dal telefono. È l’una e mezza di notte, a chiamare è il dottor Pardon, i Maigret erano andati a cena da questi amici la sera prima. Le due coppie si conoscono da una decina d’anni e si invitano a turno, una volta al mese. La notte del 14 gennaio, a Parigi la temperatura è scesa a dodici gradi sotto zero, la città è paralizzata dal gelo, rientrando dalla cena il commissario è scivolato pesantemente sul ghiaccio, nel tornare a casa Pardon cammina con estrema circospezione.

L’amico medico gli racconta che verso l’una si è presentata una coppia di sconosciuti, giovani e molto distinti. La donna perdeva sangue. L’uomo ha detto di non conoscerla, si era limitato a soccorrerla dopo aver visto che le avevano sparato da un’auto in corsa. Dopo la medicazione, prima che il medico potesse chiedere le generalità, la donna ferita era scomparsa, insieme all’uomo che l’aveva accompagnata.

“Maigret considerava Pardon il suo unico amico”, nel tempo avevano scoperto di intendersi e di condividere molte cose, eppure non si erano mai dati del tu. Il medico, che teme di finire nei pasticci, è sicuro che quei due si conoscessero intimamente e che appartenessero all’alta società. Sui trent’anni, lei poteva essere nordica, così bionda ed elegante, lui gli era parso un ispanico, forse un po’ più giovane. Della donna non aveva mai sentito la voce.

Bastano poche telefonate a Maigret per verificare che la coppia (lui colombiano, lei olandese) è già volata ad Amsterdam. E al mattino, scopre che quella notte si è verificato un delitto, la vittima un tale Félix Nahour, libanese, nella grande villa affittata sul Parc Montsouris.

Dalla forma del seno, Pardon aveva dedotto che la donna avesse allattato: ora, sul luogo del delitto, Maigret vede la foto di una bionda che corrisponde alla descrizione, insieme a due bambini: si tratta della moglie del morto, Evelina Nahour. Sotto il cadavere viene trovata una pistola che corrisponde al proiettile estratto da Pardon. È chiaro che la ferita di Evelina è stata inferta in quella casa, nel corso della colluttazione che ha portato all’omicidio.

The Juliette Society, Sasha Grey, 2013

Juliette Society è il nome di un club segreto e super esclusivo, formato da uomini fra i più potenti del pianeta, per “levarsi ogni sfizio, soddisfando le fantasie erotiche più sfrenate e decadenti, senza suscitare scandalo”. Juliette è la sorella lussuriosa della virtuosa Justine, il personaggio di un libro del Marchese De Sade.

Si chiama Catherine, dice di essere riuscita a penetrare nella cerchia più interna della società segreta. Eppure, si tratta di una ventunenne studentessa di cinema, che vive nel campus di un college insieme a Jack, impegnato a sostenere l’elezione al Senato di un famoso avvocato. Catherine ha ricevuto un’educazione cattolica, le hanno inoculato l’idea che il sesso e il piacere siano peccati, solo al college ha cominciato a liberarsene. Pare esserci quasi riuscita, almeno sul piano verbale: usa un linguaggio esplicito, zero autocensure, con descrizioni minuziose di ogni tipo di atto sessuale. Per circa centosessanta pagine, il romanzo non si avvicina nemmeno alla fantomatica società segreta, dilungandosi in fantasie sessuali e dotte citazioni cinematografiche, con Catherine che ci descrive le sue preferenze in ordine alla pratica sessuale e al suo lessico. Un esempio: “Lo sento spalancare una parte di me mai varcata prima”.

Ma Catherine è insoddisfatta. Sì, è innamorata di Jack, ma lo vede troppo poco coinvolto rispetto alle sue aspettative. Vuole di più. Vuole concretizzare le sue fantasie sessuali come la Séverine di Belle de jour. Il bisogno diventa irrefrenabile quando Jack la respinge due volte (prima in un voluttuoso rapporto orale, poi alla sua richiesta di picchiarla). Non sono sulla stessa lunghezza d’onda, Jack le impone un periodo di distacco.

Quando si arriva alla situazione che giustifica il titolo del romanzo, Catherine ne ha già viste e fatte tante, e i suoi studi di cinema la portano a cogliere quello che coglierà qualunque altro lettore che abbia visto l’ultimo Kubrick: questi uomini potentissimi e immorali, al di là del bene e del male, nella Juliette Society riversano un immaginario banale, la loro lussuria e le loro perversioni non fanno che ricalcare quanto mostrato da Kubrick in Eyes Wide Shut. Il Viagra per non sentire l’età, le maschere per nascondere la vera identità, lunghi mantelli, tacchi a spillo, lingerie rossa, giovani donne per appagare i propri sogni… Quasi a scusare tanta banalità, l’autrice afferma che Eyes Wide Shut è stato “inteso in senso letterale” da questi individui “ai vertici della ricchezza e del potere, liberi di vivere in base a un proprio codice morale e sessuale diverso da quello dei semplici mortali”.

Sarà l’amicizia con Anna, la più belle e disinibita fra le compagne di corso – nonché amante del professore su cui Catherine aveva focalizzato molte fantasie – a spingere la protagonista verso un nuovo mondo: quello del porno online. Di sé, ci dice: “Il mio sesso è come un gatto randagio. Famelico. Insaziabile. E io devo nutrirlo”. Perciò va alla ricerca di situazioni eccitanti. E così scopre che c’è una quantità di donne che, come Séverine, fanno sesso di nascosto, per pagarsi gli studi, o bei vestiti, o vacanze. O semplicemente perché gli piace farlo.

Californiana, Sasha Grey è lo pseudonimo assunto da Marina Ann Hantzis (14 marzo 1988), attrice prima di intraprendere la carriera da scrittrice.

I suoi genitori divorziarono quando aveva cinque anni e lei crebbe con la madre, risposatasi nel 2000. Ha frequentato il Sacramento City College, preso parte a corsi di cinema, danza e recitazione; conclusi gli studi, ha lavorato come cameriera a Sacramento, per poi trasferirsi a Los Angeles nel maggio 2006. Si è dichiarata atea e bisessuale. Ha fatto la modella e la cantante. Ha vinto premi come attrice pornografica, tra il 2007 e il 2010; il primo nome d’arte è stato “Anna Karina”. Protagonista di un film di Steven Soderbergh The Girlfriend Experience (2009), ha poi recitato in Smash Cut (2009) e interpretato se stessa nella serie televisiva Entourage.

Juliette Society è il suo secondo romanzo.

Il principe del mondo, Antonio Monda, Mondadori, 2021

Romanzo comprato d’impulso, per la copertina – il fenomenale dipinto di Bellows sul match fra Dempsey e Firpo – e il risvolto, che promette di condurre il lettore nell’ottobre 1927, quando si compie una rivoluzione: il sonoro sta per affacciarsi al cinema.

Merito di Sam Warner, il più geniale dei quattro “Bros”; Sam “conosceva come nessuno i desideri degli spettatori”, sapeva di vendere illusioni e si considerava un benefattore. A raccontare la storia è il suo più stretto collaboratore, non ancora trentenne. Siamo alla vigilia della “prima” di The Jazz Singer. Sam Warner aveva scommesso sulla nuova tecnologia, comprando il brevetto dal capo della Paramount, Adolph Zukor, in gravi difficoltà dopo l’improvvisa morte di Rodolfo Valentino. Gli altri fratelli Warner erano meno convinti. Ebrei della famiglia Wonskolaser, venivano da un villaggio sempre in bilico fra Polonia e Russia, i loro nomi erano Szmuel, Abraham, Hirsch Moses e Jacob, ribattezzati Sam, Albert, Harry e Jack. Ebreo è anche il regista del film sonoro, Alan Crosland (Leib Chanoch). Ebrea è pure la voce narrante, Jacob Singer. Ebreo polacco, Jake ha lasciato in patria molti parenti, fra cui il cugino Isaac, che si è messo in testa di fare lo scrittore e si firma Bashevis…

Primo colpo di scena: Sam Warner muore per un tumore nell’immediata vigilia della “prima”: la serata fu trionfale, ma in sala erano in molti a credere che fossero stati i fratelli a ucciderlo… Quella sera, è Jake Singer ad accogliere il sindaco e il governatore, Mae West (in un fiammante abito rosso) e Chaplin (con una giovanissima accompagnatrice), Randolph Hearst con Marion Davies, Buster Keaton, Greta Garbo, Louise Brooks, Eugene O’Neill, Sinclair Lewis e Theodore Dreiser, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, John Barrymore, Franklin Delano Roosevelt e la moglie Eleonor. A fine serata, un uomo si avvicina a Jake Singer: intende offrirgli un lavoro. Il protagonista non lo riconosce immediatamente, ma nella sua decapottabile è seduta Gloria Swanson e da qui deduce l’identità di quell’uomo, sa che ha fatto montagne di soldi con i liquori e nutre un’ambizione sconfinata. Il suo nome è Joseph Patrick Kennedy. Leggi il resto dell’articolo

Cat Ballou [id.], Elliot Silverstein, 1965 – [filmTv47] – 7

Oscar a Lee Marvin come migliore attore – interpreta due ruoli, il buono e il cattivo – è il film della consacrazione per Jane Fonda, che all’epoca viveva in Francia con Roger Vadim.

È una parodia western, una farsa che inclina al musical, se si pensa al ruolo assegnato a due musicisti di strada – Nat King Cole e Stubby Kaye – due cantastorie che strimpellano e anticipano ciò che sta per accadere. Combinazione rara: un paio di anni fa, i fratelli Coen tentarono un’operazione simile, con La ballata di Buster Scrubbs.

Ma se si vuole trovare qualche parentela meno scontata, credo che questo film sia una delle principali fonti di ispirazione di Bruno Bozzetto per uno dei suoi capolavori, West and Soda.

Catherine Ballou, giovane maestrina, torna a casa nel Wyoming (paesaggi alla Shane) e vede uccidere il padre (il noto caratterista John Marley) da un killer senza naso, e decide di vendicarlo, ingaggiando Kid Shelleen, un famoso pistolero, ma costui si rivelerà un ubriacone in grado di usare la colt solo quando il tasso alcolico raggiunge una certa soglia. “Cat” ha letto troppi romanzi e ha un’indole da sognatrice. Sa che l’assassinio del padre è finalizzato a farle vendere il suo pezzetto di terra, i mandanti sono certi loschi affaristi di Wolf City, e decide di contrattaccare, con l’aiuto del pistolero ubriaco e di alcuni giovanotti innamorati di lei, fra cui un pellerossa. Per finanziare la sua banda, l’ex maestrina organizza anche una rapina al treno, mentre aleggia l’ombra del famigerato Silvernose (il killer senza naso)… Il film è racchiuso in un lungo flashback, perché Cat è stata catturata e sta per essere impiccata.

Dal romanzo La ballata di Cat Ballou, di Roy Chanslor, adattato da Walter Newman e Frank Pierson. Nat King Cole morì di cancro al polmone prima dell’uscita del film.

Il macellaio, Alina Reyes, 1988

Un tempo non troppo lontano, le macellerie erano campi di battaglia, luoghi da evitare per chi fosse impressionabile: larghi pezzi di carne cruda, carcasse squarciate, sembravano essere stati appena staccati dagli animali, su pareti e pavimento piastrellati si vedevano schizzi di sangue, e poi lucidatissimi e affilatissimi coltelli, lame strette e lame larghe, mannaie e disossatori, senza dimenticare gli odori… Potevi restare nauseato o affascinato.

A metà degli anni Settanta, fu Baudrillard a cogliere il cambiamento: l’uomo occidentale cercava di espellere la morte dalle città, perciò smise di collocare i cimiteri dietro il campanile della Chiesa e si preoccupò di anestetizzare l’istinto del carnivoro, impacchettando le carni in confezioni anonime, rivestite di plastica, solo l’etichetta a dichiarare di che pezzo e di che animale si tratti. All’esibizione della genuinità, si è preferita l’asetticità.

In questo racconto – occorre meno di un’ora a leggerlo – la voce narrante è quella di una ragazza poco meno che diciottenne. Vive con i genitori, frequenta la scuola di Belle Arti e quell’estate fa da cassiera in una grande macelleria al mercato coperto, in una località di villeggiatura sul mare.

Alla ragazza, la macelleria piace: “con toni che andavano dal rosa chiaro al rosso scuro, le carni catturavano la luce come gioielli viventi”. Il proprietario e la moglie hanno assunto lei, un paio di commessi che si occupano delle consegne a domicilio e un abile macellaio. Costui, un uomo dall’età imprecisata, ma certo ben oltre i trenta, comincia a corteggiare la giovane cassiera con frasi sfrenate, promesse esplicite di godimento, facendo balenare un delirio erotico, orgasmi a ripetizione, una possessione amorosa da vivere fino allo sfinimento. A volte, il macellaio si china a sussurrarle all’orecchio, ma non osa sfiorarla con un dito. Lei non si ribella né lo incoraggia. I due protagonisti non hanno un nome. Leggi il resto dell’articolo

Signorina Cuorinfranti, Nathanael West, 1933

Miss Lonelyhearts è un romanzo breve che riprende il titolo di una rubrica per un quotidiano newyorkese. Raramente ho letto pagine così intrise di squallore, attraversate da un’umanità dolente, ignorante, sgrammaticata, costretta a convivere con un’infelicità insopportabile.

Lettori e, soprattutto, lettrici raccontano le proprie disgrazie e le proprie sofferenze. La rubrica è tenuta da un uomo, di cui non sapremo il nome. La narrazione è in terza persona, il protagonista – Miss Lonelyhearts – deve rispondere a richieste d’aiuto o di consolazione. Riceve una trentina di lettere al giorno, “e si somigliavano tutte, biscotti di sofferenza ritagliati con uno stampino a forma di cuore”. In larga maggioranza sono donne, quasi tutti si firmano con uno pseudonimo, per esempio “Desolata” oppure “Stufa-marcia-di-tutto”.

“Espressioni inarticolate di autentica sofferenza” debordano da quelle lettere: la moglie in attesa dell’ottavo figlio, la sedicenne troppo brutta per avere un fidanzato, il ragazzino che sospetta che la sorella sordomuta sia stata violentata, la donna che vive con uno storpio con cui non riesce ad avere rapporti sessuali… Sono gli anni della Depressione e del Proibizionismo. Figlio di un pastore battista del New England, Miss Lonelyhearts vive solo, in una camera desolantemente spoglia, va spesso a ubriacarsi in uno speakeasy (spaccio clandestino). Due mesi prima, aveva chiesto a Betty di sposarlo, ma forse non è stata una buona idea. Non hanno ancora fatto sesso.

Frustrato dalla propria incapacità di offrire un aiuto reale, il protagonista non riesce a smettere di pensare a quelle dannate lettere. Crolla. La Grande Depressione si amplifica nella sua personale depressione. Entra in una spirale autodistruttiva, non trova sollievo nell’alcol, nel sesso occasionale, nella religione. La trama si concentra in alcuni mesi, fra la fine di un inverno e l’inizio della primavera. Leggi il resto dell’articolo

Pirati, Arthur Conan Doyle e José Muñoz

Uno scozzese (1859) e un argentino (1942): combinazione assai efficace. Tales of Pirates raccoglie cinque racconti tradotti da Daniela Alfieri. Faceva parte di un esperimento imbastito da Luigi Bernardi, che pochi mesi prima lanciò una collana nella quale il testo letterario era arricchito da illustrazioni di fuoriclasse del fumetto (Mattotti per Tonino Guerra), scommettendo sul “prepotente ritorno del libro illustrato”.

Muñoz propone 22 illustrazioni, alcune a doppia pagina. Descrivendo lo stile del Conan Doyle “extra Sherlock Holmes”, Bernardi parla di una avvincente miscela di verosimiglianza (frutto di esperienze dirette e vasta documentazione) e di gusto per l’intrattenimento. All’amico Luigi avrei suggerito di inserire una mappa dei luoghi in cui si svolgono i fatti.

“Quando il trattato di Utrecht pose fine all’immane guerra di Successione spagnola, i numerosi corsari che durante il conflitto erano stati assoldati dalle parti contendenti si ritrovarono disoccupati”. Quella guerra finì nel 1714.

I corsari non vanno confusi con i bucanieri, spiega Conan Doyle: “i bucanieri erano qualcosa di più d’una semplice accolita di predoni. Costituivano una sorta di repubblica navigante, con proprie leggi, proprie usanze e una propria disciplina. Nel corso della loro lunga e spietata guerra contro gli spagnoli, essi (inglesi e francesi) ebbero dalla propria parte una qualche parvenza di legalità”. Poi venne il giorno in cui “le flotte dei bucanieri non si radunarono più alla Tortuga e il pirata solitario prese il loro posto… Individui selvaggi e disperati, che ammettevano apertamente di non avere quartiere nella loro guerra contro l’umanità”. Leggi il resto dell’articolo

Steffi Graf, Elena Marinelli, 66thand2nd, 2020

Truffaut fa dire al protagonista di un suo film: “Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia” (L’uomo che amava le donne, 1977). Fra il 1987 e il 1999, le gambe della Graf erano una delle sette meraviglie del mondo.

Timidezza, introversione, spasmodica concentrazione… E poi quel dritto fulminante, fosse incrociato, lungolinea o, meraviglia delle meraviglie, sparato in uscita dalla sinistra del campo. Il volto di Steffi Graf era impassibile, sempre a un millimetro dalla sofferenza. L’ho istintivamente inserita fra quegli sportivi che ci comunicano una verità essenziale: il dolore per una sconfitta può essere ben più intenso della felicità per una vittoria.

È una lettura piacevole, fin troppo trattenuta, quasi che Elena Marinelli non volesse offendere la ricercata riservatezza della protagonista (nulla a che vedere con la l’epica di Open, più vicina al taglio di Inarrestabile).

La scrittrice si ritaglia poche pagine autobiografiche. Molisana, nata nel 1981 o ’82, scopre il tennis in vacanza al mare. Non tifa Milan, ama Troisi. Dal web si ricava che l’anno di nascita è l’82, il paese d’origine Casacalenda, ha studiato Scienze della Comunicazione e poi al DAMS di Bologna, porta gli occhiali, aveva già pubblicato un romanzo (Il terzo incomodo) e con Steffi Graf non è mai riuscita a parlare. Da Las Vegas, dove vive, pare che l’ex campionessa risponda a tutti così: «Grazie, ma non sono interessata a libri che riguardano la mia vita».

Passione e perfezione”, più che una biografia, un’ecografia, uno scandaglio di riverberi e ombre, uno studio meticoloso e documentatissimo del gioco di Steffi Graf e di come corrispondesse alla sua personalità.

Stefania Maria nasce il 14 giugno 1969, primogenita di Peter Graf, che vende auto usate e assicurazioni automobilistiche, e Heidi Schalk, “che adora ballare e ogni tanto dà lezioni private”. Vivono a Mannheim, Germania Ovest. È stato il padre ad avvicinarla al tennis, quando non aveva ancora cinque anni. Alla bambina piace vincere per compiacere i genitori e per il gusto della ricompensa: merendine, fragole, gelato. Scopre in sé una fortissima capacità di dedizione al gioco. Se ha paure, non le mostra. Fin dagli otto anni, Dunlop le fornisce le racchette; poi sarà Adidas a vestirla. Il padre la asseconda quando si accorge che a Steffi non piace giocare il topspin, allora così di moda, ma preferisce colpire la pallina forte e diritta.

Dal 1983, Steffi entra nel circuito professionistico. Mostra doti rare: impara dalle sconfitte e non lascia trasparire le emozioni. È precoce, ma meno di Austin, Shriver e altre. Non vince uno Slam nelle prime quattro stagioni da professionista. Solleva il primo trofeo al quarantasettesimo tentativo.

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Katherine Mansfield, due racconti: Alla baia – Garden-Party

Alla baia

Comincia con una descrizione dettagliata, minuziosa, acutamente sensoriale. Prima di proporre i personaggi e i loro conflitti psicologici, Mansfield descrive l’ambiente, la baia di Crescent: ciò che vedono gli occhi, ciò che si può sentire, ciò che si può annusare… “Era caduta una pesante rugiada . L’erba era azzurra, e grosse gocce pendevano dai cespugli, erano lì lì per cadere; il toi-toi argenteo e lanuginoso era fiacco sul suo lungo stelo, e tutte le calendule e i garofani dei giardini s’inchinavano fino a terra sotto il peso dell’umidità.

Sembrava che il mare fosse avanzato furtivamente nell’oscurità, che un’unica immensa ondata fosse salita gorgogliando – fino a dove? Forse, se ti fossi svegliato nel mezzo della notte avresti potuto vedere un grosso pesce guizzare per un attimo davanti alla finestra”. Leggi il resto dell’articolo

Operazione Shylock, Philip Roth, 1993

Mai avevo assistito a un gioco altrettanto abile nel rapporto fra verità e finzione, a un intreccio altrettanto complesso sui temi dell’identità. Il sottotitolo di Operation Shylock è “Una confessione”, ma nella nota finale Roth ci informa che questa confessione è falsa… Tradotto da Vincenzo Mantovani, l’immagine di copertina sembra di Chagall, invece è di Emilio Tadini (Oltremare, 1991).

Gennaio 1988: Philip Roth è un celebre scrittore ebreo americano, vive fra New York e Londra, ha pubblicato sedici libri, e scopre che un altro Philip Roth lo sta impersonando in Israele, dove si sta svolgendo il processo a John Demjanjuk, “il boia di Treblinka”; costui ha appena incontrato a Danzica Lech Walesa, per parlargli della sua idea di una nuova diaspora, da Israele ai paesi europei dai quali gli ebrei erano fuggiti.

Philip Roth da cima a fondo

Il narratore si trova dentro un incubo “classico” della letteratura occidentale, quello del sosia. Colui che sta scrivendo (il vero Philip Roth) confessa di essere appena uscito da un drammatico esaurimento nervoso, innescato dal dolore fisico successivo a un intervento chirurgico; per dormire, aveva assunto un sonnifero, l’Halcion (da tempo fuorilegge in altri Paesi) e questo farmaco gli aveva provocato effetti collaterali disastrosi, facendogli meditare il suicidio e provocandogli sensi di colpa verso l’anziano padre e verso la moglie Claire.

Nei suoi romanzi, Roth ha spesso usato alter-ego (Zuckerman, Portnoy, Tarnopol, Kepesh), queste altre identità gli sono servite per costruire fiction. E quell’uomo sotto processo è davvero John Demjanjuk?

Il “boia di Treblinka” era un ucraino fatto prigioniero dai nazisti e destinato a far funzionare la camera a gas. Quel John Demjanjuk era arrivato negli Stati Uniti nel 1952, viveva a Cleveland, Ohio, con la moglie ucraina e i quattro figli, tre nati in America… A Treblinka, “Ivan il Terribile” per oltre un anno aveva posseduto un potere assoluto, “poteva fare a chiunque tutto quello che voleva”. Uccideva fino a tremila persone al giorno. Picchiava, seviziava, sventrava… “In tutta la storia del mondo era mai stata concessa a qualcuno, in qualche posto, la possibilità di uccidere tante persone tutte da solo?”. Nell’aula processuale, davanti a trecento spettatori, Demjanjuk si presenta calvo, grasso; dietro di lui siede un figlio ventiduenne. Philip Roth li osserva: approfittando di un’intervista all’amico Aharon Appelfeld, è andato a Gerusalemme. E presto si trova faccia a faccia con l’altro Philip Roth. Leggi il resto dell’articolo

Picnic a Hanging Rock, Joan Lindsay, 1967

Una roccia vulcanica alta circa centocinquanta metri, un nero complesso megalitico pieno di grotte e crepacci, che si alza nella pianura a nord di Melbourne: questa è Hanging Rock.

Nell’anno 1900, quel luogo fu teatro di un evento misterioso e spaventoso: tre donne scomparvero nel nulla. Miranda e Marion erano due diciassettenni dell’Appleyard College, la quarantacinquenne signorina Greta McCraw vi insegnava matematica. Non è un fatto storico, ma un autentico mito, su cui le interpretazioni si sono moltiplicate e contraddette. Scrive Joan Lindsay: «Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per conto proprio. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nell’anno 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza.»

Il romanzo uscì nel 1967, otto anni dopo Peter Weir ne ricavò un notevole film; la traduzione per Sellerio è di Maria Vittoria Malvano. Picnic a Hanging Rock è anche il titolo di un dipinto di William Ford, realizzato nel 1875 ed esposto alla National Gallery di Melbourne.

Diciannove ragazze e due insegnanti, il giorno di San Valentino del 1900, andarono a fare un picnic alla base della grande roccia vulcanica. Era una mattina d’estate, “calda e quieta”, le collegiali “svolazzavano nei loro vestiti da festa di mussola come un nugolo di farfalle elettrizzate”.

Miranda aveva “lisci capelli biondi come il grano”; la coetanea Irma era bruna con splendidi ricci; Marion era magra e sottile come un levriero. Di pochi anni maggiore di queste tre allieve, “Mademoiselle” Dianne de Poitiers insegnava danza e conversazione in francese, ed era una delle due insegnanti, con la McCraw, a cui la Appleyard ha affidato la gestione del picnic. Vi partecipano tutte le collegiali, tranne la tredicenne Sara, orfana, punita per non aver imparato a memoria una poesia. Leggi il resto dell’articolo