Perché in tutti i sondaggi fra i tifosi brasiliani, #Garrincha risulta più amato di #Pelé

GarrinchaDai ricordi di Nilton Santos:
“Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno”.

Alex Bellos si mette sulle tracce del campione e torna al suo paese natale, Pau Grande, dove incontra l’ultimo dei tredici figli rimasti da quelle parti:
“Il suo vero nome è Terezinha, ma lei preferisce Nenel, il soprannome datole proprio dal babbo. Nenel sorride spesso e volentieri, esibendo il labbro leporino e una fila di denti cariati. Ha un paio di occhi grandi, mento lungo e capigliatura arruffata. Lo squallore della sua stanza è scioccante anche senza sapere chi fosse suo padre. Vive in una stanza che sarà al massimo due metri per due, assieme al figlio di ventidue anni. L’arredamento è costituito da un vecchio letto a una piazza, un grande frigorifero rosso (pieno di birra), un piccolo televisore sintonizzato su una partita di calcio pomeridiana cui nessuno presta attenzione”.

#Garrincha. Un uccellino chiamato Mané, Luis Antezana, Crocetti, 1998 (2002)

Filologo boliviano, in una serie di brevi saggi, Antezana propone una serie di riflessioni sul calcio che ama. “Mi piacciono più i passaggi che i gol: amo maggiormente gli aspetti ‘inutili’ del gioco rispetto a quelli, diciamo così, redditizi; godo delle giocate di abilità individuale o collettiva più che dei forcing dietro una palla lunga”.

Antezana si dice convinto del fatto che la rivoluzione sportiva del Ventesimo secolo vada collocata a fianco delle rivoluzioni elettronica, femminista, ecologica, “che hanno determinato il cambiamento del nostro modo di vivere e di pensare. Il mondo contemporaneo non è semplicemente invaso dalle attività sportive; lo sport è uno dei meccanismi di socializzazione più diffusi e radicati”.

Ho letto e riletto le due pagine dedicate alla “fama postuma” di Walter Benjamin, con citazioni di Hannah Arendt.

Quanto a Garrincha… Non esiste altro luogo al mondo in cui il calcio abbia un significato sociale e culturale pari a quello che assume in Brasile (che è poi la nazionale contro cui l’Italia ha perso due finali di Coppa del mondo).

“L’angelo dalle gambe storte” e dalla corsa sbilenca, viene ricordato per l’allegria che suscitava: artefice di gesti gratuiti, quelli che spingono il calcio sul terreno dell’arte, Garrincha è un eroe tragico, “un uomo che affonda nella miseria (dell’alcolismo e dell’alienazione) e vi si perde dopo aver dato prova delle più alte capacità artistiche ed essere stato oggetto di idolatrico riconoscimento da parte della sua comunità di appartenenza”.

Garrincha è l’eccezione alla regola, il trionfo dell’effimero, dell’inutile che magicamente evolve in efficacia. Con la maglia del Botafogo, vince tre campionati carioca (1957, 1961, 1962).

I destini opposti di Pelè e Garrincha: ricchezza, regalità e potere il primo; miseria, desolazione e amore popolare il secondo. Gli altri giocano per vincere, Garrincha gioca per divertirsi, perciò lo chiamano “l’allegria del popolo”; è un “genio intuitivo”, infantile, un Forrest Gump – scrive Antezana, “un ritardato mentale che realizza imprese sportive ed eroiche senza avere la minima idea di ciò che sta facendo”.

Kim, Rudyard Kipling, 1901

Kimball O’Hara “se ne stava, a dispetto delle ordinanze municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah, di fronte a quella che gli indigeni chiamano la Casa delle Meraviglie e che è il museo di Lahore”. All’epoca, la città di Lahore, nell’alta valle del fiume Indo, era nell’India sotto il dominio britannico (oggi fa parte del Pakistan).

Kim “non faceva niente, e con enorme successo”: orfano di un sergente irlandese e di una bambinaia inglese, veniva accudito dall’ultima amante meticcia del padre, rimasto vedovo. Il bambino conduce un’esistenza vagabonda nelle strade polverose dell’India. Passa le sue giornate mendicando o svolgendo piccole commissioni; occasionalmente, si trova a lavorare per Mahbub Alì, un commerciante pashtun di cavalli, nonché spia indigena al servizio degli inglesi. È così immerso nella cultura locale, che pochi sembrano rendersi conto che Kim è d’origine europea: porta sempre con sé un pacchetto con i documenti lasciati dal padre.

Il tempo del romanzo è quello che segue la seconda guerra anglo-afghana, fra il 1893 e il 1898, sullo sfondo del conflitto tra la Russia e l’Impero britannico. Fu proprio il romanzo di Kipling a rendere popolare il concetto di “Grande Gioco”, introducendo il tema delle rivalità e dell’intrigo spionistico tra le grandi potenze per il controllo dell’Asia centrale.

Dalle vicende personali di Kimball O’Hara, si ricava un secondo conflitto, tra i valori di un’antica civiltà e quelli del colonialismo europeo.

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Cronache romane, Stendhal

Stendhal conobbe l’Italia nell’anno 1800, quando entrò per la prima volta a Milano e ancora si chiamava Henri Beyle, aveva diciassette anni ed era arruolato nel reggimento dei Dragoni al seguito del Primo Console Bonaparte. Fra gli anni Venti e Trenta del XIX secolo, Stendhal scrisse una notevole quantità di opere dedicate all’Italia. Il culmine sarebbe arrivato nel 1839 con la pubblicazione della Certosa di Parma, ma prima diede alle stampe la Storia della pittura in Italia, e poi Roma, Napoli e Firenze, del 1817, poi la Vita di Rossini del 1823 seguita dalle Passeggiate romane e Vanina Vanini del 1829, oltre alle “cronache” qui riunite.

Sono storie di “divoranti passioni”, stracolme di avvenimenti e pressoché prive di psicologie, che non siano elementari. In Italia, nel XVI e XVII secolo, “l’amore ha disseminato tanti avvenimenti tragici” e “l’odio, in questo bel paese, non sorge mai da motivi di interesse”. Stendhal sostiene di essersi limitato a ricopiare “cronache” intrise di potentissime emozioni, dominate da quella passionalità che attribuiva agli italiani.

E poi, la stilettata fatale, da un francese che amava il nostro paese e aveva imparato a conoscere il carattere degli italiani: “La prima cosa da fare, se si vuol conoscere la storia d’Italia, è evitare di leggere gli autori generalmente approvati: nessuno meglio di loro conosceva il prezzo della menzogna, nessuno più di loro ne sapeva ricavare lauti compensi”.

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Il giocatore, Fedor #Dostoevskij, 1867

Zero, Rouge et Noir, Pair et Dispair, Manque (1/18) e Passe (19/36): il linguaggio della roulette si impara presto, ma è “possibile che non ci sia modo di avvicinarsi al tavolo da gioco senza essere subito contagiati dalla superstizione?”.

Il protagonista, Aleksej Ivanovič, è il giovane precettore al seguito di un generale rovinato, che attende impazientemente la morte della “nonna” e l’eredità che potrà derivarne. Il luogo è la stazione termale di Roulettenburg (forse ispirata a Baden-Baden), in Renania.

Aleksej è povero e non ha mai giocato. Pensa che “la roulette sia l’unica via d’uscita”, la “salvezza”; ha “necessità di vincere” perché è innamorato di Polina e sa che solo grazie al denaro può diventare ai suoi occhi “un altro uomo”.

La bellissima Polina è la figliastra del generale: “alta e snella. Solo è molto sottile. Mi sembra che si potrebbe farne un nodo e piegarla in due”. Mademoiselle Blanche, che sposerebbe il generale per l’eredità, è stata una giocatrice accanita, aveva perso tutto ed era stata espulsa dalla città. Tornata ricca, non gioca più e fa prestiti a tassi da usura.

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Una lepre con la faccia di bambina, Laura Conti, 1978

Alle 12 e 40 del 10 luglio 1976, a una ventina di chilometri da Milano, dallo stabilimento ICMESA uscì una nube tossica carica di diossina. Fu così che l’Italia scoprì le “aziende ad alto rischio” e quanto spesso fossero collocate in posizioni pericolose per la salute dei cittadini, oltre che per chi era costretto a lavorarci. Quell’incidente segnò un’epoca.

Il vento soffiava verso Seveso: si diffuse un odore acre, seguirono le infiammazioni agli occhi, poi iniziarono a morire gli animali, altri furono abbattuti. La parola “cloracne” entrò nel vocabolario dei media: centinaia di persone vennero colpite da questa malattia alla pelle, tipica dell’eccessiva esposizione al cloro e ai suoi derivati.

Circa 700 persone dovettero lasciare Seveso, senza poter prendere nulla, perché tutto poteva essere contaminato. Cominciò una lunga azione di bonifica, con immagini di uomini dentro scafandri che abbiamo rivisto solo a Chernobyl e Fukushima.

Un’area d 1800 ettari venne evacuata, morirono circa 80.000 animali, frutta e verdura della zona diventarono immangiabili. Si registrò un aumento degli aborti spontanei. Venne autorizzato l’aborto terapeutico perché la diossina, se assunta dalla donna entro il terzo mese di gravidanza, può dar luogo alla nascita di un bambino malformato.

Laura Conti era medico. Eletta nelle liste del PCI come consigliere regionale in Lombardia; faceva parte nella Commissione consigliare Sanità ed Ecologia, e seguì gli sviluppi di quell’incidente. La sua scelta fu quella di usare la finzione narrativa senza inventare nulla: non un saggio ma un romanzo.

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Georges Simenon SENZA Jules Maigret

Raccolgo in un unico post – lo aggiornerò nel tempo – tutti i romans dur che ho letto, quelli che Simenon ha scritto senza coinvolgere il suo personaggio più famoso.

Alla data del 15 gennaio 2022, l’elenco è composto da 43 titoli, nell’ordine di pubblicazione sul blog, dal più recente al più lontano nel tempo. E, come ho già scritto, Betty fu il primo, quasi trent’anni fa.

A quest’altro link, trovate i post sui romanzi della saga di Jules Maigret. E un po’ di racconti stanno qui.

Betty, 1961Il fidanzamento del signor Hire, 1933La camera azzurra, 1964Ricordi proibiti, 1940I fantasmi del cappellaio, 1949La morte di Belle, 1952La mano, 1968Le campane di Bicêtre, 1963La fattoria del Coup de Vague, 1939Passeggero clandestino, 1947In caso di disgrazia, 1957I superstiti del Télémaque, 1938Pioggia nera, 1941L’angioletto, 1965L’uomo che guardava passare i treni, 1938Il signor Cardinaud, 1942Le signorine di Concarneau, 1936Il clan dei Mahé, 1946Il Presidente, 1958Marie, la strabica, 1952Faubourg, 1937Il gatto, 1967L’orologiaio di Everton, 1954 La verità su Bébé Donge, 1942Il treno, 1961Lettera a mia madre, 1974 – Il sospettato, 1938La fuga del signor Monde, 1945 Le persiane verdi, 1950 I Pitard, 1935 Il fondo della bottiglia, 1948La finestra dei Rouet, 1942 (1945)Il passeggero del Polarlys, 1932Il primogenito dei Ferchaux, 1944Luci nella notte, 1953 La scala di ferro, 1953 Il pensionante, 1934L’uomo di Londra, 1933I clienti di Avrenos, 1935I fratelli Rico, 1952I complici, 1956Il piccolo libraio di Archangelsk, 1956La vedova Couderc, 1942.

Innamoramento e amore, Francesco Alberoni, 1979

«Che cos’è l’innamoramento? È lo stato nascente di un movimento collettivo a due».

A ogni fine d’anno, intorno ai vent’anni, senza legami affettivi e con una vita sessuale assai povera, compravo un paio di riviste di astrologia e cercavo di capire cosa sarebbe accaduto allo Scorpione, meglio se della Prima Decade. Analogamente, leggevo qualsiasi cosa mi potesse offrisse categorie interpretative su ciò che stavo provando: strumenti per affinare l’autocoscienza, per convogliare ogni energia rispetto all’obiettivo assoluto: innamorarmi… Come tanti, mi imbattei su questo libro, il cui enorme successo si spiega con la fatidica formula: “al posto giusto, al momento giusto”.

Alberoni non mi stava simpatico, si atteggiava a guru e nelle sue apparizioni televisive distillava frasi ad effetto. Sospettavo ci fossero banalità, e tuttavia ricordo questa lettura come suggestiva. Era pur sempre una variante della Sociologia che stavo studiando a Scienze politiche.

«L’innamoramento non è un fenomeno quotidiano, una sublimazione della sessualità o un capriccio dell’immaginazione. Ma non è neppure un fenomeno sui generis ineffabile, divino o diabolico. È un fenomeno che può essere collocato in una classe di fenomeni già noti, i movimenti collettivi». Quella di Alberoni si configura come una teoria socio-psicologica: afferma che l’innamoramento sarebbe un processo della stessa natura della conversione religiosa o politica; le persone si innamorano quando sono pronte a mutare, a iniziare una nuova vita.

L’innamoramento, dunque, si innesca tramite un processo di destrutturazione e ristrutturazione chiamato “stato nascente”. Solo entrando in questo stato d’animo, l’individuo diventa capace di fondersi con un’altra persona e creare una nuova collettività ad altissima coesione.

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Lo studio di Giorgio Morandi, Gianni Berengo Gardin, 1993

Realizzato in occasione dell’apertura del Museo Morandi a Bologna, il 4 ottobre 1993 in Palazzo d’Accursio, quando il Comune assecondò le ultime disposizioni delle sorelle dell’artista. Oltre all’intensa introduzione di Marilena Pasquali, il volume propone circa 60 fotografie in bianco e nero.

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, nel 1993, Berengo Gardin effettuò un servizio fotografico nella casa in via Fondazza 36 a Bologna, dove Giorgio Morandi (1890-1964) aveva lungamente vissuto con le sorelle e dipinto fino alla morte. Grazie alla disponibilità di Maria Teresa, l’ultima sorella rimasta in vita, Berengo Gardin poté fotografare le tracce lasciate da Morandi. Nella sua stanza, il pittore passava lunghe ore, alternando il lavoro al riposo; era rimasta spoglia, con il materasso coperto solo da un telo ruvido, un cappello in feltro posato su una sedia. Restavano le impronte sui muri e sulla carta dopo il trasloco dello “studiolo” nel museo allestito a Palazzo d’Accursio.

Più che celebrare il mito dell’artista, Berengo Gardin cerca di evocarne la vita quotidiana, divisa tra relazioni famigliari e pittura. Il fotografo allarga e stringe il campo, alternando vedute d’insieme a immagini che sembrano riecheggiare le opere create dal pittore. Ci sono i pennelli, le bottiglie e i vasi di ogni forma e dimensione accatastati un po’ ovunque, e quelli scelti e posti sul ripiano dove sarebbero stati dipinti.

Nello studio di via Fondazza, Morandi accumulò una grande quantità di memorie. Diceva: “Ho molto rispetto per gli oggetti che ho usato almeno una volta”. Pasquali sottolinea come conservasse di tutto: non solo bottiglie, vasetti, conchiglie e fiori secchi, ma anche “biglietti ferroviari e di mostre, fiammiferi consumati,, noci e frutti dell’ippocastano, sassi a cromie raffinatissime sulla scala dei grigi, santini improbabili e appunti frettolosi agli angoli di frammenti di carta ingialliti”.

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Betty, Georges Simenon, 1961

Il primo romanzo di Simenon senza Maigret che mi capitò di leggere, ai primi di novembre del ‘92. Resta uno dei più potenti e più torbidi.

Diether Kressel, Abschied von Hedy (1979)

“L’aspetto esaltante della situazione era che non sapeva niente, niente di quello che sarebbe successo in seguito, né quella notte, né l’indomani, né i giorni seguenti, e che se ne infischiava”.

Elisabeth Étamble, nata a Foyet, 28 anni, professione casalinga, residente a Parigi, in Avenue de Wagram 22 bis, ha ventotto anni. Tutti la chiamano Betty. Ci viene presentata ben vestita ma con le calze smagliate, infangata: pare abbia fatto qualcosa di così terribile da aver bisogno di ubriacarsi finché non cade stesa sul pavimento.

Scopriamo che ha due figli, che il marito si chiama Guy Étamble: figlio di un defunto generale, occupa un posto di rilievo in un ministero, dopo essersi laureato a pieni voti all’École Polytechnique. Il padre di Betty, invece, aveva un negozio di vernici e fu fucilato dai nazisti negli ultimi giorni di guerra.

Laure – la donna altissima e bruna – e Mario – il proprietario de La Buca – sono i primi personaggi a cui Simenon concede un nome; gli altri avventori compongono un anonimo popolo di “svitati”, alla deriva come la protagonista del romanzo. Grazie alle chiacchierate con Laure, che per giorni la accudirà amorevolmente in una camera d’albergo di Versailles, il lettore ricostruisce la vita di Betty, ne intuisce la personalità, la ragione per cui si è trovata in quel locale notturno.

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Acqua dal sole, Bret Easton Ellis, 1994

Uscì tre anni dopo American Psycho, a soli trent’anni l’autore era già al quarto titolo, con traduzioni in tutto il mondo (per Bompiani, Francesco Saba Sardi). All’apogeo del “minimalismo”, si potevano considerare pubblicabili persino questi testi partoriti al tempo del college e rimasti nel cassetto.

Siamo in pieno “edonismo reaganiano”, sesso, droga e violenza dilagano, il piacere fisico appare come il miglior anestetico possibile. Gli status symbol dell’epoca: videoregistratori Betamax, occhiali da sole Wayfarer, orologi Rolex, il ristorante Spago… “Gli anni Ottanta raccontati dal loro figlio più celebre” griderà la fascetta della ristampa Einaudi.

Più che un romanzo, The Informers è una raccolta di tredici short stories che si rincorrono nella Los Angeles dei primi anni Ottanta. Forse la formula giusta è “racconti interconnessi”: si può incrociare più di una volta lo stesso personaggio, il vampiro frequenta lo stesso psichiatra di altri personaggi, gli occhiali da sole sono onnipresenti, eccetera… È una galleria di ritratti spettrale, l’empatia sta a “meno di zero”, lo stile è gelido, anaffettivo: allo scrittore piaceva l’algida sintassi dei dialoghi telefonici.

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I ragazzi di Varsavia, Winfried Bruckner, 1963

“Sono ebrei. Non cominciare a credere che siano uomini come gli altri! Se tu hai una scatola piena di mosche e l’accosti all’orecchio, le senti ronzare. Forse per questo ti fanno pietà?”: sono le parole che un soldato tedesco rivolge al commilitone intenerito dal canto dei bambini che esce dal ghetto.

Rivolto agli adolescenti, Die toten Engel arrivò in Italia con una copertina impressionante. Austriaco, Winfried Bruckner era nato nel 1937 (morì nel 2003): è stato scrittore e giornalista, lungamente impegnato nel movimento sindacale. Ha scritto vari libri per i giovani e testi destinati al teatro; questo è il suo primo romanzo e resta il titolo più famoso. Lo lessi nel corso della scuola media, più o meno cinquant’anni fa.

Negli anni Trenta, il quartiere Nalewki era abitato dalla comunità ebraica di Varsavia, allora la più numerosa al mondo dopo quella di New York. Nel novembre 1940, quasi mezzo milione di ebrei (centomila fra bambini e ragazzi) vennero ammassati in uno spazio ristretto: il ghetto. Quello di Varsavia fu il ghetto più grande tra quelli che i nazisti istituirono in Polonia: il 16 novembre 1940 fu ufficialmente sigillato, racchiuso da un muro di cinta sorvegliato da militari con le mitragliatrici.

Per mesi, continuarono a stiparsi altri ebrei. “Rifornimento del cimitero”: così venivano chiamati i nuovi arrivati nel ghetto. La vita quotidiana era segnata dal terrore fisico e psicologico. Fame e freddo, pidocchi e tifo falcidiavano la popolazione, le guardie sparavano su chiunque tentasse di fuggire. Il 22 luglio del 1942 cominciarono le deportazioni verso Treblinka; presto si diffusero le voci sulle camere a gas.

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Il fidanzamento del signor Hire, Georges Simenon, 1933

Léon Spilliaert – La camera da letto – 1908

Villejuif, estrema periferia di Parigi, inverno. Le strade sono gelate. Piove spesso. Due settimane prima è stato trovato il cadavere sfigurato di una donna, forse una prostituta.

Nel portare la posta al signor Hire, la portinaia vede un asciugamano sporco di sangue. Chiama la polizia. È facile sospettare di quell’uomo basso e grassoccio, “i baffetti arricciati col ferro, neri come fossero disegnati a china”. Nessuno sa che lavoro faccia. Nessuno conosce suoi amici.

La ferita che il signor Hire celava con un cerotto, si rivela un taglio di rasoio del giorno stesso: ha capito di essere sospettato e pedinato.

Villejuif (città degli ebrei) è un piccolo mondo sovraffollato; anni prima vi si era insediata la famiglia Horowitz, profughi ebrei dall’Est Europa. Il capofamiglia faceva il sarto, si diceva fosse un usuraio. Suo figlio aveva cambiato il nome in Hire, nella speranza di occultare le sue origini.

Hire è un individuo abitudinario, segue orari fissi, mangia sempre le stesse cose, ripete gli stessi gesti. Una volta al mese va in una casa d’appuntamenti; la descrizione è strepitosa: “In piedi nella vasca, il signor Hire si stava insaponando quando la porta si spalancò. Una donna entrò esclamando: ‘Sei tu? Salve…’. Poi chiuse la porta e subito si sfilò la vestaglia, rimanendo nuda, più nuda in quell’intimità di quanto non sarebbe apparsa altrove. Era prosperosa, rosea, anche lei lavata e rilevata, imbevuta di vapore, di sapone, di profumo. Sprizzava salute e vigore da tutti i pori”. Regolarmente, il primo lunedì del mese, Hire va a giocare a bowling, dove – colpo di scena- si trasfigura, è un campione, dotato di una singolare grazia e leggerezza. Nel suo ufficetto, in un seminterrato, confeziona centinaia di pacchettini: ha escogitato una piccola truffa, è il suo sistema per vivere. Ogni sera, nella sua camera al quarto piano, spegne la luce e si mette a spiare la finestra di fronte: puntualmente, la lattaia dai capelli rossi si spoglia, fuma una sigaretta, legge seminuda sdraiata sul letto.

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Le avventure di Tom Sawyer, Mark Twain, 1876

Avevo l’edizione dei Fratelli Fabbri, pubblicata nel 1953, con le belle illustrazioni a colori di Gianni Benvenuti, ma quel libro – letto, immagino, fra il 1968 e il 1969 – l’ho sfasciato e gettato via. Anni dopo, ho trovato su una bancarella un Garzanti dell’89, tradotto da Vincenzo Mantovani.

Twain fu un grande sostenitore dell’abolizione della schiavitù e dell’estensione del voto alle donne… È il libro scelto da Frank Capra, quello che l’angelo Clarence regala a George Bailey nel film La vita è meravigliosa.

Lo ricordo poco, forse perché ho letto Le avventure di Huckleberry Finn molti anni dopo, e tutti concordano nel giudicarlo un romanzo nettamente superiore (questo è narrato in terza persona, mentre Huck si rivolgerà al lettore con la sua viva voce). Quel che ricordo è l’inevitabile immedesimazione nello spirito ribelle di Tom, le cui avventure – comprensive di grandi pericoli – avevano la funzione di farmi sognare al calduccio della mia stanza e riflettere su verità da mettere a fuoco. Tre esempi:

«Scoprì allora un fatto nuovo, e cioè che promettere di non fare una cosa è il metodo più sicuro al mondo per farsi venire voglia proprio di quella cosa».

«Il Lavoro consiste in qualunque cosa una persona sia costretta a fare, mentre il Divertimento consiste in qualunque cosa quella stessa persona non sia affatto costretta a fare».

«Tom si disse che, dopotutto, il mondo non era poi questa gran voragine buia. Senza rendersene conto, aveva scoperto una legge importantissima che regola l’agire umano: e cioè che per indurre un uomo o un ragazzo a desiderare qualcosa, basta far sì che quella cosa risulti difficile da ottenere».

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Marcia di sinistra, Vladimir Maiakovski

Edizione di 18.000 esemplari fuori commercio, destinati ai diffusori del settimanale Vie Nuove. È uno di quei libri che stavano nella casa in cui sono nato prima che io nascessi.

Dalla produzione poetica di Maiakovski, venne ricavata una breve raccolta di testi su temi politici; un tascabile dalla copertina rigida, 68 pagine con illustrazioni in bianco e nero e a colori dello stesso poeta e scrittore, drammaturgo e giornalista, nato nel 1893 e morto suicida nel 1930. Non c’è il nome del traduttore.

  1. Marcia di sinistra (1918)
  2. Il poeta operaio (1918)
  3. Terza internazionale (1920)
  4. La mania delle riunioni (1922)
  5. Una giornata al giornale (1923)
  6. Vladimir Ilic Lenin (dal poema, 1924)
  7. Il corrispondente operaio (1925)
  8. Guida generale per i leccapiedi principianti (1927)
  9. La Komsomolskaia Pravda (19277)
  10. Bene, poema d’ottobre (1927)
  11. Critica dell’autocritica (1928)
  12. Versi sul passaporto sovietico (1929)
  13. A piena voce (dal poema, 1930).

Sono versi catalogabili alla voce “esortazione”, Maiakovski sostiene che la Rivoluzione debba proseguire con l’impegno di tutti, un impegno solidale e collettivo. “Non si cade se si sta spalla a spalla”.

Della Rivoluzione d’Ottobre dice: “Tra tutte le guerre / che hanno devastato il corso della storia / questa è l’unica grande giusta guerra”.

Dal poema sui funerali di Lenin, questi versi: “La disgrazia è nell’uomo quando è solo. La sciagura è nel cuore del solitario. L’uomo solo è facile preda / d’ogni potente. E persino dei deboli purché si mettano in due”.

“Il partito è una mano / con milioni di dita / stretta in un solo minaccioso pugno”.

Lilj Brik e Vladimir Maiakovski

Vladimir Maiakovski, Marcia di sinistra, Editori Riuniti, 1959

La camera azzurra, Georges Simenon, 1964

“Tony aveva conosciuto molte donne nei suoi trentatré anni, ma nessuna gli aveva procurato lo stesso piacere di Andrée. Un piacere assoluto, animalesco, senza secondi fini, e mai seguito da disgusto, disagio o stanchezza”.

Man Ray

Mentre facevano l’amore, Andrée gli ha morso un labbro, facendolo sanguinare; Tony la tranquillizza, sua moglie non farà domande. È l’ottava volta che si incontrano in undici mesi, in quella camera dalle pareti azzurre dell’Hotel del Voyageurs, nella piazza della stazione di Triant, un paese vicino a Poitiers.

Quel giorno, Andrée chiede a Tony: “Ti piacerebbe passare con me il resto della tua vita?”. Tony risponde “Certo”, quasi sovrappensiero.

L’albergo è di Vincent, il fratello di Tony. Ma proprio quel giorno, Tony vede arrivare Nicolas, il marito di Andrée: fugge, temendo li abbia scoperti.

Simenon ci mostra Tony che viene interrogato mentre sta in carcere: lo svolgimento dei fatti è inframmezzato dalle domande del giudice istruttore. Dev’essere successo qualcosa di grave, un delitto: ma chi sarà la vittima?

Gli amanti si conoscevano dai tempi della scuola. Tony aveva sposato Gisèle, era nata Marianne; oriundo italiano, orfano di madre dall’età di sette anni, Tony è un uomo modesto, ma non privo di ambizioni. Fa l’artigiano, si è riempito di debiti per poter lavorare in proprio. Non ha mai pensato di lasciare la famiglia. Andrée, invece, ha sposato un ricco commerciante, possiedono una drogheria, alcune case e fattorie; Nicolas, come il padre, soffre di una grave forma di epilessia.

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Non siamo Stato noi, Stefano Benni, 1980

L’ho letto nei primi anni di università (azzardo, nella primavera 1979), quando la casa editrice Savelli sfornava libri a ripetizione, avendo il buon gusto di tenere basso il prezzo: in questo caso, 2.500 lire. In copertina, un’illustrazione di Folon.

Nato a Bologna il 12 agosto 1947, Stefano Benni aveva circa trent’anni quando scrisse questi “corsivi e racconti”, in gran parte pubblicati su il manifesto, oppure su Il Mondo e Il Caffè.

A scrivere la prefazione fu Luigi Manconi, Classe 1948, che all’epoca si firmava anche Simone Dessì, quando si occupava di musica. Manconi fa notare come l’Unità, in quel periodo, fosse un giornale paralizzato dalla paura di apparire “irrispettoso”, essendo “in gioco il quadro politico”, altrimenti noto come “solidarietà nazionale”. La satira politica era un fenomeno “extraparlamentare”: Manconi cita Vincino, Gianfranco Manfredi, Filippo Scozzari e Benni come “quanto di meglio ha prodotto la cultura italiana nel 1977, anno di dolori e di intuizioni”. Del resto, per garantire la sopravvivenza della satira e della sua forza sovversiva e critica “essa deve essere rigorosamente non costruttiva, non progettuale, non positiva (esattamente ciò che viene rimproverato). Deve essere negativa”.

Nella notte fra il 14 e il 15 agosto 1977 avvenne la clamorosa, vergognosa evasione di Herbert Kappler dal carcere militare del Celio.

«Come carabiniere di guardia al Celio, posso raccontare tutta la verità. Il colonnello Skappler si trovava rigidamente e implacabilmente vigilato nella sua stanza di ospedale. Nessuno poteva venirlo a trovare, ad eccezione della moglie, di suo padre e di suo nonno, due tedesconi baffuti che si facevano chiamare Sigfrido e Odino Skappler. Solo ogni tanto tale Delle Chiaie, elettricista, veniva a controllargli la lampada sul comodino perché al colonnello piace la luce soffusa.

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Kokoschka and Scotland, 1990

Uno dei viaggi più belli della mia vita risale all’estate del 1990: insieme a quattro amici, visitammo la Scozia. Diciotto giorni, viaggio compreso. In auto, risalimmo l’Inghilterra, da Port William ci imbarcammo per l’isola di Skye, poi facemmo una lunga sosta a Glasgow, attraversammo le Highlands, salimmo fino a Inverness, vedemmo Lochness, St. Andrews e l’impressionante cattedrale di Elgin, sfiorando Dundee arrivammo infine a Edimburgo.

Presso la Scottish National Gallery of Modern Art, trovammo una mostra su Kokoschka, focalizzata sui suoi lunghi soggiorni scozzesi. Il primo nell’agosto 1929; poi nel 1939 e varie volte fra il ’41 e il ’46: “un totale di 46 settimane in cinque anni”; infine nel 1969. Un fascicoletto in lingua inglese accompagnava la mostra, aperta il 24 giugno e chiusa il 2 settembre.

Mull of Kintyre di Paul McCartney, Chariots of Fire di Vangelis, la colonna sonora di Birdy incisa da Peter Gabriel, e i Simple Minds di New Gold Dream facevano da colonna sonora…

Nato a Pöchlarn, Austria, il 1º marzo 1886 e morto a Montreux, Svizzera, il 22 febbraio 1980, Oskar Kokoschka è stato un artista poliedrico, ha fatto teatro, ma la mia superficialissima conoscenza si limita alla pittura.

La sua formazione artistica va ricondotta alla Secessione Viennese. Studiò a diretto contatto con Gustav Klimt, divenne amico di Adolf Loos e influenzò, tra gli altri, Egon Schiele. Si trasferì a Berlino, rimase colpito dall’opera di Edvard Munch e dai pittori che annunciavano l’Espressionismo tedesco. Divenne membro del gruppo chiamato Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro), la cui stella era Vassilij Kandinskij. È noto che Kokoschka ebbe una burrascosa e infelice relazione con Alma Mahler, vedova di Gustav.

Durante la Grande Guerra, partì volontario: rimase ferito sul fronte orientale, congedato per instabilità mentale. Dal 1917 al 1924 insegnò all’Accademia di Dresda, dove ebbe modo di studiare Rembrandt e la pittura antica. Espose alla Galleria Dada di Zurigo con Max Ernst, Paul Klee e Kandinskij, e partecipò alla Biennale di Venezia. Dal 1924, fece vari viaggi in Egitto, Turchia e Palestina; nel 1933 soggiornò a Rapallo. Nel 1935 conobbe Olga Palkowska, che diverrà sua moglie; fece un ritratto al presidente boemo Thomas Masaryk. Rientrato a Vienna, dopo l’Anschluss preferì rifugiarsi a Praga. Ma nel 1938, quando anche Praga stava per essere occupata dai nazisti, emigrò a Londra.

Il regime hitleriano confiscò le sue opere, alcune delle quali erano state esposte a Monaco nell’estate 1937, nella celeberrima mostra di “arte degenerata”.

In Scozia, Kokoschka ha dipinto soprattutto ad acquerello e sperimentato un nuovo mezzo, la matita colorata. Fra le sue opere, quelle che prediligo sono i fiori.

Dieci lezioni di geopolitica, da Tim Marshall (America Latina / Mar Glaciale Artico). FINE

L’America Latina è suddivisa in 20 Paesi, con circa 600 milioni di abitanti (compresi il Messico e i Caraibi). È un continente abitato soprattutto lungo le coste, le zone interne restano mal collegate. Il PIL dell’intero continente non raggiunge quello di Francia + Regno Unito. Il confine fra Messico e Usa è lungo 3.200 km.

Dalla frontiera con gli Usa a Capo Horn ci sono 11.000 km. Nel punto di massima larghezza (Perù / Brasile) misura oltre 5.000 km. La catena delle Ande è la più lunga del mondo, corre in parallelo con il Pacifico per circa 7.500 km.

1494, Trattato di Tordesillas: Spagna e Portogallo, con la benedizione del Papa si spartiscono le terre che vanno a conquistare.

I movimenti per l’indipendenza iniziarono ai primi dell’Ottocento con Simon Bolivar in Venezuela e José de San Martin in Argentina.

Situazione critiche sui confini persistono fra Bolivia e Cile (nel 1884 la Bolivia perse ogni sbocco al mare), fra Guatemala e Belize, fra Cile e Argentina lungo il Canale di Beagle, fra Ecuador e Perù.

Nel 1914 venne inaugurato il Canale di Panamá, lungo 81,6 km e controllato dagli Usa; faceva risparmiare quasi 13.000 km per passare da un oceano all’altro. A partire dal 1999, il Canale è controllato da Panamá, ma la sicurezza è assicurata dalla marina statunitense. La Cina sta cercando una soluzione per far arrivare il petrolio venezuelano senza passare dal Canale. L’ipotesi è costruire un nuovo Canale in Nicaragua. Servono 50 miliardi di dollari. Sarà un canale più largo e più profondo. Leggi il resto dell’articolo

Piccoli uomini, Louise May Alcott, 1871

È uno dei primi dieci romanzi che ho letto, non saprei dire con precisione quando, certo durante le scuole elementari, più di cinquant’anni fa, nella traduzione di Assunta Mazzoni, con illustrazioni in bianco e nero di Fiorenzo Faorzi.

Natalino “vedeva davanti a sé una grande casa quadrata: una casa dall’aspetto ospitale, con un portico all’antica, scalini larghi e comodi e luce scintillante dietro a molte finestre. L’allegro bagliore non era velato né da tendaggi né da persiane, così come si fermava un istante prima di bussare, Nat poté vedere molte piccole ombre danzare sulle pareti, udì il piacevole ronzio di voci giovanili. Tutto ciò gli diede, quasi, la sensazione che tanto calore e tante comodità non dovessero essere riservate a un figliuolo senza casa come lui”.

Little Men: Life at Plumfield with Jo’s Boys narra gli esordi della Plumfield School di Jo, nella dimora ereditata dalla zia March. Queste vicende seguono quelle narrate in Piccole donne e Piccole donne crescono (1868-69) e si concluderanno nell’ultima parte della saga: I ragazzi di Jo (1886).

Sposata al professor Baher, Jo lavora in questa sorta di casa-famiglia insieme al marito, prendendosi cura dei ragazzi loro affidati. Alcuni di essi sono “problematici”: vengono descritte le avventure di Rob e Teddy (figli di Jo e Fritz), Demi, Daisy e Josie (figli di Meg e John) e Beth (figlia di Laurie e Amy); tra gli altri bambini, il “violinista randagio” Natalino, il suo amico scapestrato Dan, l’esperto di mare Emil, e poi Franz e Tom, Dolly e Stuffy, e “Nan la monella”.

L’integrazione tra studio e lavoro, la convinzione che la bontà valga più della forza, e se un ragazzo sbaglia il primo responsabile è l’educatore… Più che un romanzo, un trattato sull’educazione e sui diritti dell’infanzia.

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Dieci lezioni di geopolitica, da Tim Marshall (Estremo Oriente)

India e Pakistan dispongono di armi nucleari e condividono oltre 3000 km di confini. L’Indian ha quasi 1,3 miliardi di abitanti, il Pakistan poco meno di 200 milioni; la crescita economica dell’India è impetuosa, il Pakistan cresce molto più lentamente.

Nel 1947, la Camera dei Comuni votò il ritiro dell’esercito inglese dall’India, un territorio che coincide con quelli che oggi sono Pakistan, India e Bangladesh. “Ne seguì un gigantesco movimento di masse, perché milioni di musulmani abbandonarono i nuovi confini dell’India, dirigendosi a Ovest verso il Pakistan, mentre milioni di indù e di sikh facevano il percorso inverso”. Nel 1971, il Pakistan orientale si separò dal Pakistan occidentale, dando vita al Bangladesh.

“L’islam, il cricket, i servizi di intelligence, le forze armate e la paura dell’India sono tutto ciò che tiene insieme il Pakistan”. Il controllo del Kashmir è il primo punto di conflitto fra i due3 vicini; sul Kashmir nasce il fiume Indo, che garantisce l’approvvigionamento idrico di vaste zone pakistane.

Quando i sovietici invasero l’Afghanistan, l’India diede il suo appoggio. Il Pakistan, invece, finanziò o mujaheddin prima e i talebani poi. Alleato degli USA, il Pakistan ha fatto il doppio gioco con i talebani, fingendo di combatterli. Ma Osama bin Laden si nascondeva in Pakistan, quando fu ucciso.

Dopo l’annessione del Tibet da parte della Cina, l’India ha ospitato il Dalai Lama a Dharamsala, nello stato di Himachal Pradesh. In India, vivono 170 milioni di musulmani e 21 milioni di Sikh. Leggi il resto dell’articolo

La ballerina del Gai-Moulin, Georges Simenon, 1931

Quello di entraîneuse è un mestiere ambiguo: ci si esibisce davanti ai clienti di un locale notturno, e a volte si accettano inviti al loro tavolo, lo si fa per spingerli a bere, a ordinare champagne e altre bevande costose; per sbarcare il lunario, l’ entraîneuse potrà accettare inviti più intimi.

Il Gai-Moulin è il locale notturno di Liegi nel quale, da un paio di mesi, passano le serate due giovanissimi, René Delfosse diciottenne, e Jean Chabot, che di anni non ne ha ancora diciassette. Vogliono sembrare più adulti, sono attratti dall’atmosfera, dalla “familiarità delle donne con le spalle nude che sollevavano la gonna per tendersi le calze”. Sia René che Jean sono affascinati da Adèle, la ballerina. René è di famiglia ricca, mentre il padre di Jean ha un modesto impiego a cui aggiunge l’affitto di un paio di stanze a studenti.

“Erano le ultime belle giornate d’autunno, inondata dal sole, la città brulicava di vita”. Nel Gai-Moulin, invece, “come quasi tutte le sere, si aveva un’impressione di vuoto. La sala era troppo grande. E gli specchi alle pareti ampliavano prospettive interrotte solo dai divanetti granata e dal marmo livido dei tavoli”. René e Jean vivono ancora con i genitori e hanno piccoli debiti da saldare: hanno deciso di svuotare la cassa, a fine serata il padrone vi lascia sempre un po’ di soldi. Il piano prevede che i due fingano di andarsene, si nascondano in cantina e risalgano quando il locale è ormai chiuso. È quanto succede, ma nel risalire al salone un’immagine li gela: c’è un cadavere sul pavimento. Fuggono in preda al panico…

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Dieci lezioni di geopolitica, da Tim Marshall (Africa / Medio Oriente)

L’Africa ha splendide spiagge e pessimi porti naturali, fiumi con tanta acqua ma pieni di cascate e inadatti al trasporto. Duecentomila anni fa, l’homo sapiens partì dall’Africa.
È un continente enorme, ma nella nostra mente è ancora presente la distorta “proiezione” di Mercatore. L’Africa è 3 volte più grande degli Usa, il solo deserto del Sahara è grande quasi come gli Usa.
Il terzo superiore dell’Africa è a netta prevalenza musulmana, i due terzi inferiori sono più vari.

Secondo l’Indice di Sviluppo Umano, tutti e 18 i Paesi in fondo alla classifica stanno in Africa.

Lo schiavismo fu largamente praticato dall’Impero Ottomano, fra il XV e il XVI secolo vennero deportati centinaia di migliaia di africani (moti dal Sudan) a Istanbul, al Cairo, a Damasco. Poi fu il turno delle potenze europee: Spagna, Olanda, Portogallo…

I 56 Paesi africani hanno spesso confini stabiliti arbitrariamente sulla carta geografica dai colonialisti europei. Alcuni Paesi sono “costruzioni artificiose”. La Libia, dopo Gheddafi, si sta frantumando in Tripolitania (a Ovest), Cirenaica (a Est) e Fezzan (a Sud).
La Repubblica Democratica del Congo è un fallimentare “buco nero”, delimitato da confini artificiosi e devastato da una perenne guerra civile. Grande quanto Germania + Francia + Spagna, la RDC ospita oltre 200 gruppi etnici, il più numeroso dei quali è quello dei Bantu. Dal 1908 al 1960 è stata dominata dal Belgio, che ha imposto la lingua francese. Leggi il resto dell’articolo