Sinistra e popolo, Luca Ricolfi, Longanesi 2017

Nella sinistra italiana continua ad albergare “la convinzione – tanto sincera quanto infondata – di essere la parte migliore del paese”. Nemmeno con il tramonto di Berlusconi, la sinistra ha saputo guarire dal “complesso dei migliori”. Anzi, questo complesso si sta rivelando un fenomeno non solo italiano: e intanto negli Usa gli operai scelgono Trump, per la Brexit votano le periferie, in Francia e in Austria Marine Le Pen e Norbert Hofer raccolgono vasti consensi popolari.

A dodici anni di distanza da «Perché siamo antipatici», dove analizzava il tracollo di credibilità della sinistra rispetto a quello che dovrebbe essere il suo popolo, Ricolfi, può facilmente confermare come il popolo non trovi più “nella sinistra la sua naturale espressione politica”, e ciò nonostante la sinistra continui a caratterizzarsi per l’intolleranza e la delegittimazione degli avversari, giudicati inferiori dal punto di vista morale. Per ridare senso alla diade sinistra/destra, occorre ripristinare un confronto sui reciproci valori, abbandonando l’ideologia secondo la quale quelli altrui sono solo disvalori.

Il sentimento di superiorità morale che la cultura di sinistra coltiva nei confronti della destra ha solo ragioni radicate nel passato: la scelta di stare dalla parte dei deboli e degli oppressi, la lunga stagione di esclusione dalle stanze del potere, l’onestà e l’abnegazione di tanti militanti, fino ai tempi di Enrico Berlinguer. Leggi il resto dell’articolo

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Bologna Fotografata, catalogo a cura di Gian Luca Farinelli e Michele Smargiassi, Cineteca di Bologna 2017

Dallo Stato Pontificio al sindaco socialista; dal fascismo alla Liberazione; la rinascita; Fanti, Zangheri, il 2 agosto; Verso il presente. Sono le cinque sezioni in cui si sviluppa la grande mostra fotografica allestita dalla Cineteca di Bologna nel sottopassaggio di via Rizzoli, aperta da giugno 2017 ai primi di febbraio 2018.

“Tre secoli di sguardi” è il titolo, perché sono esposte oltre 600 fotografie dell’Ottocento, del Novecento e del Ventunesimo secolo. Seppiata, l’immagine più antica risale al 1857 e coglie l’esterno del Lanificio Manservisi, nei pressi di via di Capo di Lucca: il fotografo si chiama Dioneo Tadolini.

Ho visto la mostra e la rivedrò, prima che chiuda. E ho trovato utile non disperdere questa esperienza con il catalogo messo in vendita a distanza di mesi dall’inaugurazione (segno di un successo andato oltre le previsioni). Curata da Farinelli in collaborazione con Rosaria Gioia e Antonio Bigini, è una mostra, innanzitutto, sui mutamenti della città. Poi, sui mutamenti di chi la città l’ha attraversata. Le trasformazioni urbanistiche risultano più impressionanti di quelle antropologiche. E già il percorso sotterraneo in cui si sviluppa la mostra – un sottopassaggio ripetutamente aperto e chiuso, un tempo sede di bar, uffici, rivendite e negozi – nei bolognesi suscita un’emozione spaesante (ne parla Eugenio Riccòmini, introducendo il catalogo, dove sono riprodotte foto del cantiere, fra il 1957 e il ’60).

Trovo incisiva l’espressione “la fotografia come macchina del tempo”, soprattutto quando la tecnologia veicola la “magia” come nel caso di Willie Osterman, che nel 1999 fotografò con la stessa, precisa, identica, esattissima angolazione di tanti anni prima, consentendoci di fare confronti fra ciò che c’era e che c’è. Leggi il resto dell’articolo

La Sinistra e altre parole strane, Michele Serra per Feltrinelli, 2017

In una settantina di pagine tascabili, con caratteri grandi e qualche andata a capo per far respirare il testo, al solito scritto benissimo, quasi sussurrasse qualche confidenza al lettore, Serra fa un bilancio semiserio di quelle che sono le parole più ricorrenti nelle quasi ottomila Amache pubblicate dal 1992. La rubrica ha ondeggiato per nove anni all’Unità e negli ultimi sedici a Repubblica.

La memoria informatica consente di sottoporre un documento, o un insieme di documenti, al text mining, una specie di radiografia o di carotaggio, che riconsegna dati quantitativi su ciò che è stato scritto. Nel caso delle Amache, l’autore può compiacersi di aver trovato conferma a un sentimento che prova da lungo tempo: “i governati NON sono migliori dei governanti”. Il più imperdonabile dei vizi italiani sarebbe quello di sentirsi irresponsabili, dunque occorre procedere nella “annosa battaglia contro il mito della gente”. Serra la ritiene una cosa di sinistra, anzi “chissà che non sia proprio questo, alla fine, ‘essere di sinistra’: sentirsi irrimediabilmente responsabili”.

Lo urlava il Maggio francese, l’ha cantato De André che è sbagliato sentirsi assolti. Nel 2002, Serra lo esprimeva così: “Si trattava, una volta, di convincere la gente della bontà delle proprie idee. A costo di discutere o di litigare. Oggi si tratta di blandire la gente, di parassitarne gli umori, di imitarne le pulsioni”. Leggi il resto dell’articolo

Undici solitudini, Richard Yates, Minimum Fax, 2006

“Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine”: pare che questa frase stesse sulla scrivania di Yates, che la riteneva emblematica; l’aveva pronunciata Adlai Stevenson, il candidato Democratico alla Presidenza sconfitto due volte da Ike Eisenhower e poi rimpiazzato da JFK. Per un breve periodo, Yates ha fatto da ghost writer del Ministro della Giustizia, Robert Kennedy.

Questa raccolta di racconti è stata composta negli anni Cinquanta e pubblicata nel ’62, dopo il successo del romanzo d’esordio, «Revolutionary Road».

Nato nel 1926, Yates ha combattuto in Francia e a fine guerra è stato dislocato in Germania. Non ha mai nascosto la natura autobiografica delle sue opere. A differenza di Carver, non prova compassione per i suoi personaggi, tantomeno indulgenza per le loro esistenze. Perciò la lettura di queste solitudini può risultare assai malinconica, e persino disturbante.

Attraverso una scrittura calibrata, essenziale, priva di romanticismo, si delinea un nitido filo conduttore: l’infelicità. Ogni racconto declina una forma diversa di tristezza, impotenza, scacco esistenziale. Di invincibile debolezza.

I racconti sono tradotti da Maria Lucioni, con una prefazione di Paolo Cognetti.

“Nessuno si aspettava che Grace lavorasse quel venerdì prima delle nozze”. Il capoufficio, che per un po’ le aveva fatto una timida corte, la gratifica con un assegno da 10 dollari. Anche al fidanzato Ralph il capoufficio stacca un assegno, da 50 dollari. Grace è insicura: “Non poteva sposarlo, lo conosceva appena”; oppure: “Non poteva sposarlo, lo conosceva troppo bene”.

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Lenticchie alla julienne, Antonio Albanese per Feltrinelli, 2017

Dal falò delle vanità di questo scorcio di secolo emerge una nuova figura idolatrata oltre ogni soglia del ridicolo: il cuoco, anzi lo Chef. Ovviamente “stellato”.

Variazione sul tema del fashion e del trendy, new entry nello star system, lo Chef viene trattato come fosse un artista, o almeno come uno stilista negli anni Ottanta; Alain Tonné (come vitel tonné) è l’acclamato leader della “gastrocrazia mondiale”, la quintessenza dello Chef, figura vacua e celebratissima, che brevetta piatti astrusi e impone una terminologia da iniziati (la creatività linguistica è almeno pari a quella culinaria). Dopo aver approfittato della luce folgorante dei riflettori per accrescere la propria vanità e il conto in banca, ha smarrito ogni senso del limite e si merita le acidità di Albanese, la cui parodia risulta tanto più feroce quando pare di sentirne la voce, mentre pronuncia idiozie inafferrabili.

Capriccioso, umorale, maleducato, Tonné usa ingredienti reperibili solo in un bazar azero o in “valli alpine disabitate fin dal Neolitico”, fra cui l’immancabile sale dell’Himalaya, ed effettua accostamenti delittuosi per comporre il suo ricettario: i Granchi spossati al cedro, le Alghe sferificate all’alito di cernia, il Riso tatuato all’incenso, la Mousse di cervo albino, le Polpette di licheni con corteccia al pesto, il Consommé di cormorano al mirtillo, il Gallo Forcello astemio con bacche di rugiada, il Brodo alla griglia (attenzione: la griglia non serve)…

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Le migliori letture del 2017

Haruf – Ashe – Balzac – Fenoglio – Tolstoj – London – Garanzini – Gardner – Manchette – Pastonesi

#coltelli. Ho sfogliato un magnifico libro, provando brividi a ogni giramento di pagina e trovando vertici espressivi nelle lame giapponesi, Deba e Usuba.

Le 11 virtù del leader, Jorge Valdano per ISBN

“La parola leader mi dà più allergia che allegria”, scrive Gianni Mura nella prefazione, e anch’io la penso come lui. Ma anche nelle gare di bocce fra pensionati “c’è qualcuno più ascoltato degli altri, un punto di riferimento nel bene e nel male”.

Secondo Valdano, il leader deve avere un’etica, sapere cosa fare per vincere ma, soprattutto, deve importargli come si vince. È una questione di stile, e giustamente Mura va a chiudere sulla qualità stilistica del Valdano scrittore. Un autentico fuoriclasse.

Focalizzando l’attenzione sulla leadership, a partire dalla sua esperienza sportiva, Valdano evita di proporre un serioso decalogo. Le “virtù” sono 11: come una squadra di calcio, come il numero che portava sulla maglia. L’autore si definisce idealista: crede nell’uomo, ha fiducia nello sport e guarda al futuro con speranza. Diffida dei cinici e di coloro che antepongono il fine ai mezzi. Ed è pienamente consapevole del fatto che “gli allenatori hanno conquistato sempre più spazio nella struttura di potere dei grandi club”. Facile ravvisare qualcosa in comune con l’approccio di Sun-Tzu all’Arte della guerra e, anche se non sono citate, non mi stupirebbe scoprire che Valdano conosce le Lezioni americane di Italo Calvino.

Le 11 virtù sono: credibilità, speranza, passione, stile, parola, curiosità, umiltà, talento, spogliatoio, semplicità e successo.

Il volume si chiude con una serie di ritratti di personaggi al centro dell’attuale scena calcistica, e sono pagine raffinate, piene di spunti linguistici e giudizi illuminanti. La maggior finezza emerge nelle stroncature: Bale, Balotelli, soprattutto Mourinho: la pagina a lui dedicata è una pietra miliare di garbata e spietata vis polemica.

Martin Eden [The Adventures of Martin Eden], Sidney Salkow 1942 [filmTv126] – 2

È una fortuna che Jack London fosse morto da un quarto di secolo: davanti a un film come questo, avrebbe messo mano alla pistola o perlomeno preso a cazzotti regista, produttore e sceneggiatori. Peggio di un tradimento, il film travisa il senso del romanzo, omette ogni riferimento sociale, banalizza il divorante desiderio di diventare scrittore, aggiunge personaggi e ne capovolge altri, si sviluppa sull’oceano e in un’aula giudiziaria e inventa un grottesco triangolo amoroso. Nefandezze in serie, per le quali si poteva fare a meno di scopiazzare qualche pagina di «Martin Eden» (1909) e dotarsi di una trama, diciamo così, “originale”.

Il cast è il meno colpevole: Glenn Ford (quattro anni prima di «Gilda») duetta con Claire Trevor (tre anni dopo «Ombre rosse») ed Evelyn Keyes (comparsa in «Via col vento» e in seguito moglie anche di Charles Vidor, quello di «Gilda», e John Huston). Alla Trevor il compito di interpretare la sincera donna del popolo, alla Keyes la sofisticata dei quartieri alti.

Il nucleo drammatico viene ambientato in alto mare. Il marinaio Martin Eden tiene un accurato diario di viaggio. La nave cade a pezzi, ma il comandante – un vecchio compagno di avventure di Martin: i due non hanno mai smesso di fare a botte – aggrava la situazione con comportamenti sadici e prepotenti. Segue una specie di ammutinamento, il cui responsabile verrà condannato a dieci anni di carcere, da un tribunale che non permette a Martin di raccontare la verità dei fatti.

A terra, quando il giovane incontra lo scrittore che più l’ha influenzato, costui si rivela un individuo che non merita la sua ammirazione (stendo un velo pietoso su come viene costruito il suo suicidio). Martin si invaghisce di Ruth, il cui padre, guarda un po’, sarebbe l’armatore della nave su cui è successo il fattaccio. Al dunque, Ruth si mostrerà succube della sua classe sociale, mentre Martin farà di tutto per scagionare il marinaio condannato.

Martin Eden, Jack London, 1909

Pubblicato a puntate su «Pacific Monthly» e poi in volume dalla The Macmillan Company. Su un banchetto dell’usato, ho visto un’edizione (Einaudi, traduzione di Enzo Giachino) che mi piaceva (possedevo un’economica Garzanti del ’75). In «C’era una volta in America» (Sergio Leone, 1984), Noodles legge Martin Eden; ho poi scoperto l’esistenza di un film («Martin Eden», 1942) diretto da Sidney Salkow e interpretato da Glenn Ford.

E così, ho avviato la terza lettura: la prima risale al 27 giugno 1978, la seconda al 12 febbraio 1998. Per caso, ogni vent’anni… Non posso dire di aver riletto molti romanzi, ma questo è senza dubbio quello in cui le sensazioni sono state più diverse. A una certa età, puoi immedesimarti in Martin Eden, può apparirti eroica la sua diversità da tutti gli altri, il suo feroce impulso a realizzare il suo sogno; quarant’anni dopo, la reazione alla perdita di senso (artistica e sentimentale) e la mortale solitudine che ne deriva possono apparire inconsistenti, quasi fossero l’esito di una malattia, una specie di esaurimento nervoso.

Goffo, inesperto, autodidatta, dotato di un’estrema sensibilità, Martin Eden ha fatto il marinaio, ha viaggiato molto, compiuto varie esperienze, ma non ha studiato e si sente a disagio nella casa borghese dei Morse, dove lo invita Arthur, che Martin ha difeso in una rissa. Quella sera conosce la sorella, Ruth Morse.
Martin fatica a esprimere ciò che sente, ma è subito affascinato da Ruth, che a sua volta è turbata dalla virilità di Martin. Lui, che si sente “assolutamente indegno di respirare la stessa aria che respirava lei”, non manca di attrattive: a quelle fisiche, aggiunge la capacità di raccontare cosa ha visto e vissuto, Ruth lo guarda abbagliata, “il fuoco di lui la riscaldava”.

Siamo a Oakland, non lontano da San Francisco, nei primi anni del Novecento.

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Beniamino Placido, un grande juventino che non poteva vedere Moggi

Giornalista, critico letterario, universalmente noto come critico televisivo (1986-1994 su «la Repubblica» la rubrica «A parer mio»): Placido era un intellettuale nel senso pieno del termine, cercava di usare l’intelletto mosso da autentica curiosità verso le persone e le cose. L’abbiamo conosciuto per il Processo a Rambo (dicembre 1985) e rimarrà uno degli incontri più fertili della mia vita… Sapeva dare un valore alle opere d’arte, ma evitava stroncature. Anzi, faceva notare come cambi il gusto del tempo: dai romanzi di Jules Verne ai film di Totò. Però ricordo un suo pezzo in cui diceva di non capire il successo di Jovanotti…

Ieri sera, su una di quelle reti che non si vergognano di niente, era ospite Luciano Moggi. Ovviamente ho cambiato canale. Lo faccio sempre, lo farò sempre. Vi invito a leggere quanto scriveva di Moggi uno juventino appassionato come Beniamino Placido.

Nel 1990, uscì un suo libretto per Il Mulino intitolato «Tre divertimenti». Placido si “diverte” ad attualizzare Manzoni, Collodi e Orazio.

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I barbari, Alessandro Baricco, 2006

Un saggio in 30 puntate: il volume raccoglie 30 articoli pubblicati su «la Repubblica» fra il 12 maggio e il 21 ottobre 2006, dove l’autore si definisce “attento più all’urgenza del pensare, che alla prudenza del pubblicare”.

È in corso una mutazione, un cambiamento di paradigma: “Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell’aria, un’incomprensibile apocalisse imminente e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari”.

La mutazione scaturisce da due cause: l’affermarsi di alcune, formidabili innovazioni tecnologiche, che comprimono spazio e tempo, e l’irruzione sulla scena socio-culturale di classi e ceti prima esclusi.

Da tempo mi sono convinto che uno dei punti di riferimento essenziali di Matteo Renzi sia Alessandro Baricco. Ne ama l’eloquio ricercato, la musicalità delle parole, la teatralità della narrazione, la ricchezza ubriacante delle citazioni. Qui Baricco compie un piccolo gioco di prestigio: finge di aiutare a comprendere ciò che tanti temono – l’invasione dei barbari, il tracollo della nostra cultura, ben più di un normale avvicendamento generazionale – e invece propone un’arringa difensiva a favore di questi innovatori.

Ecco i fattori da considerare per decodificare questa invasione barbarica: commercializzazione spinta, linguaggio moderno, adesione al modello americano, scelta della spettacolarità, innovazione tecnologica, scontro fra potere vecchio e nuovo. Baricco prova a descrivere la mutazione in corso, focalizzando l’attenzione su tre sintomi: il vino, il calcio, il libro. Leggi il resto dell’articolo

La rivoltella di Maigret, Georges Simenon, Mondadori, 1952

Le revolver de Maigret – qui tradotto da Lidia Ballanti – è il quarantesimo dei settantacinque romanzi dedicati al commissario, certo non uno dei più riusciti; l’edizione negli Oscar ha la copertina di Ferenc Pinter.

Un’amica mi ha descritto l’inizio e mi è venuta voglia di leggerlo. Mi è parso riecheggiare Kurosawa (Cane randagio, 1949) e anticipare Bigelow (Blue Steel, 1989); in quei casi, il poliziotto si sente colpevole, responsabile di quanto accadrà per mezzo dell’arma che gli è stata rubata. Recuperarla, diventa un’ossessione.

“Un giovanotto” suona a casa Maigret, la signora lo fa entrare, poi telefona al marito, al quai des Orfèvres per sapere se tornerà per pranzo e informarlo della visita. Ma quando il commissario rincasa, il giovanotto se n’è già andato. E ha sottratto la rivoltella che i colleghi dell’Fbi hanno regalato anni prima a Maigret, al termine di una sua visita negli Stati Uniti. La signora Maigret si sente colpevole, ma quel giovanotto nemmeno ventenne le aveva fatto una buona impressione.

Parigi, giugno, fa già caldo. Quella sera i Maigret sono ospiti dal dottor Pardon, per una delle periodiche ottime cene (cucinare è passione di quel medico); sentono parlare di un suo paziente e l’intreccio è presto chiaro, a Maigret serve poco tempo per scoprire l’identità del giovanotto. Resta da chiarire il movente del furto.

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