Quasi tutto Nick Hornby, sulla pagina e al cinema (17 + 6)

Di nessuno scrittore contemporaneo, ho letto altrettanto. Avevo bisogno di “sistemare” un po’ di post sparsi su Nick Hornby, romanziere da me molto amato, sempre più impegnato in ambito cinematografico.

Perciò ho ripreso appunti su libri letti anni fa; fino all’ultimo, cioè il primo che pubblicò, quel romanzo sul calcio che mi fece appassionare alla scrittura di Hornby, con quel genere di ironia e di riferimenti pop, che credo congeniale ai nati verso la fine degli anni Cinquanta (lui è dell’aprile del ’57).

  1. Febbre a 90°
  2. Alta fedeltà
  3. Un ragazzo
  4. Come diventare buoni
  5. 31 canzoni
  6. Il mio anno preferito
  7. Non buttiamoci giù
  8. È nata una star?
  9. Una vita da lettore
  10. Tutto per una ragazza
  11. An Education
  12. Shakespeare scriveva per soldi
  13. Tutta un’altra musica
  14. Sono tutte storie
  15. Tutti mi danno del bastardo
  16. Funny Girl
  17. Lo stato dell’unione. Scene da un matrimonio

Al Cinema

  1. Febbre a 90°, di David Evans
  2. Alta fedeltà, di Stephen Frears
  3. About a Boy, di Paul e Chris Weitz
  4. An Education, di Lone Scherfigy
  5. Brooklyn, di Jim Crowley
  6. Juliet, Naked, di Jesse Peretz

La lezione di anatomia, Philip Roth, 1983

The Anatomy Lesson – tradotto da Vincenzo Mantovani – porta alla terza apparizione di Nathan Zuckerman, già apparso in Lo scrittore fantasma (1979) e in Zuckerman scatenato (1981).

“La vita e l’arte sono cose distinte ma la distinzione è inafferrabile. Il fatto che scrivere sia un atto dell’immaginazione sembra confondere e far infuriare chiunque”. Al Nouvel Observateur dichiarò: “Quanto alla mia autobiografia, non avete idea di quanto sarebbe noiosa. Consisterebbe per lo più in capitoli con me che sto seduto a fissare una macchina da scrivere”.

Più che narcisismo, quello di Roth è il tentativo di fare della propria vita un’esperienza esemplare. Perciò, in questo romanzo è costretto a domandarsi se abbia esaurito il repertorio, gli argomenti di cui scrivere, le cose da dire: padre e madre sono morti, non vive più a Newark, la maggioranza degli ebrei lo disprezza.

“Ogni uomo, quando è ammalato, ha bisogno della mamma; se la mamma non è disponibile, altre donne dovranno sostituirla. Zuckerman l’aveva sostituita con altre quattro”. Fa sesso con tutte e 4 quelle donne: “coito, fellatio e cunnilungus erano tutte cose che Zuckerman poteva sopportare più o meno senza soffrire, purché stesse supino e tenesse il thesaurus sotto la testa per avere un punto d’appoggio”. Il thesaurus glielo aveva regalato suo padre nel giugno 1946, dopo la licenza elementare, perché vi cercasse le parole per arricchire il suo vocabolario.

Da tempo avverte dolore e indolenzimento al collo (porta un collare), alle spalle e alle braccia. Medici di varie discipline – osteopati, reumatologi, ortopedici, neurologi, fisioterapisti, radiologi, agopuntori e vitaminologi, nonché uno psicanalista – si contraddicono sull’origine del male e non sanno aiutarlo a renderlo sopportabile. Leggi il resto dell’articolo

Febbre a 90°, Nick Hornby

Le ossessioni del tifoso: l’Arsenal, i Gunners, lo stadio di Highbury, i ricordi delle partite ordinati cronologicamente e riportati in prima persona, un “romanzo di formazione” nell’accezione più diretta del termine, un diario privato che evolve in dialogo diretto con il lettore. Autobiografia con autoironia, appassionante e malinconica, spigliata e coinvolgente, e nelle pagine finali, l’autore arriva ad ammettere: “So di essermi scusato parecchio nel corso di queste pagine. Il calcio ha significato troppo per me, ed è arrivato a rappresentare troppe cose, e sento di aver guardato troppe partite, e di aver speso troppi soldi, e di essermi agitato per l’Arsenal quando avrei dovuto agitarmi per qualcos’altro, e di aver chiesto troppa clemenza agli amici e ai familiari”.

I feel in love with football… “Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”.

Dopo la separazione dei genitori, nei sabati in cui è il suo turno, il padre comincia a portare il bambino allo stadio di Highbury. Tutto cominciò con un Arsenal-Stoke City 1-0 del 14 settembre 1968. Hornby è del 1957. Presto seguì la terribile delusione della finale a Wembley contro lo Swindon Town (1969): fu così che il dodicenne scoprì il senso del tradimento.

“Ho scandito i periodi della mia vita con gli incontri dell’Arsenal, e qualsiasi evento di una qualche importanza ha un suo risvolto legato al calcio… Una memoria ossessiva è dunque, forse, più creativa di quella di una persona normale; non nel senso che noi inventiamo cose, ma nel senso che abbiamo una capacità cinematografica e barocca di ricordare, piena di innovazioni come i salti di montaggio e lo split-screen”.

“La triste verità, tuttavia, è che avrei accettato un governo conservatore se questo significava una vittoria dell’Arsenal nella finale di Coppa; non potevo certo prevedere che la signora Thatcher sarebbe stata il Primo Ministro più a lungo in carica di questo secolo. (Avrei fatto lo stesso scambio se l’avessi saputo? Naturalmente no. Non avrei accettato lo scambio per meno di un’altra Doppietta)”. Leggi il resto dell’articolo

L’anno del pensiero magico, Joan Didion, Il Saggiatore

“La vita cambia in fretta. La vita cambia un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita”. John Gregory Dunne, il marito di Joan Didion, muore improvvisamente la sera del 30 dicembre 2003 in seguito a un attacco cardiaco. Pochi giorni prima, per una grave infezione virale era stata ricoverata l’unica figlia, Quintana.

Joan Didion è nata in California nel 1934 e vive a New York; giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, ha pubblicato romanzi e saggi, scrive per The New Yorker. Con John è stata sposata quarant’anni. Entrambi hanno lavorato nel cinema (di John è il romanzo da cui è stato tratto L’assoluzione); hanno viaggiato in tanti Paesi, vissuto a Malibu e a Honolulu, conosciuto persone famose, una certa fama e una sicura agiatezza (fatto non indifferente, quando si tratta di immedesimarsi nel dolore altrui).

Per Joan, ebbe inizio l’anno del pensiero magico: tutto viene rimesso in discussione, riconsiderato, riformulato; le idee sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore. “Il dolore, quando arriva, non è affatto come ce lo aspettiamo… Il dolore è diverso. Il dolore non tiene le distanze. Il dolore arriva a ondate, parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano e cancellano la quotidianità della vita”.

Un grande storico francese, Philippe Ariès, ha osservato che “a partire dagli anni trenta nella maggior parte dei paesi occidentali e in particolare negli Stati Uniti c’era stata una rivoluzione nell’atteggiamento comunemente accettato verso la morte. – La morte – scriveva – così onnipresente nel passato da essere familiare, sarebbe stata cancellata, avrebbe dovuto sparire. Sarebbe diventata vergognosa e tabù”.

Didion si racconta con sincerità, le sue parole toccano chiunque sappia che cosa significa amare qualcuno e perderlo. Le pagine scandiscono un difficile rito di passaggio, in cui si affollano ricostruzioni degli ultimi giorni, riflessioni, letture, stralci di conversazioni, stratagemmi per sopravvivere, fallimenti rovinosi: “Fui improvvisamente assalita da un’ondata di ricordi”. Leggi il resto dell’articolo

Lezione di incipit: Eduardo Galeano, gli splendori e le miserie…

Nelle pagine di El Fútbol a sol y sombra (Splendori e miserie del gioco del calcio), Galeano spalancò 151 finestre. Brevi capitoli, a volte poche righe, organizzati intorno a un solo, labile filo conduttore: l’ordine cronologico. Si parte da alcune riflessioni sul gioco, il portiere, il tifoso, l’arbitro, il gol, lo stadio, il pallone; si passa alle origini del gioco, alle regole, al ruolo degli inglesi.

E poi si dipana una narrazione fluviale, in cui le 151 finestre formano un andirivieni, si aprono su panorami strepitosi e si chiudono con i mondiali del 1994, quelli giocati nella calura californiana.

Ecco alcuni dei migliori incipit, nella traduzione di Pier Paolo Marchetti.

  • “Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore”.
  • “Corre ansimando sulla fascia”.
  • “I giocatori recitano, con le gambe, una rappresentazione destinata a un pubblico di migliaia o milioni di infervorati”.
  • “In che cosa il calcio assomiglia a Dio? Nella devozione che gli portano molti credenti e nella sfiducia che ne hanno molti intellettuali”.
  • “A sedici anni, come Zamora, Josep Samitier debuttò in prima divisione”.
  • “Per Pedro Ariste la patria non significava niente”.
  • “Accadde nel 1926. L’autore del gol, José Piendibene, non esultò”.
  • “Quarant’anni prima dei brasiliani Pelé e Coutinho, gli uruguagi Scarone e Cea disorientavano le difese avversarie…”.
  • “Una notte di pioggia scrosciante, mentre moriva l’anno 1937, un tifoso seppellì un rospo nel campo di gioco del club Vasco da Gama e lanciò la sua maledizione…”.
  • “Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara”.
  • “Sono parecchi gli argentini che giurano, con la mano sul cuore, che fu Enrique García, el Chueco (dalle gambe storte) mezzala sinistra del Racing…”.
  • “Al momento di scegliere il miglior portiere, i giornalisti del Mondiale del 1950 votarono all’unanimità il brasiliano Moacyr Barbosa”.
  • “Tutto il campo entrava nelle sue scarpe”. (Di Stefano)
  • “Uno dei suoi tanti fratelli lo ribattezzò Garrincha, che è il nome di un uccellino bruttarello e inutile”.
  • “Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta”. (Eusebio)
  • “Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”.
  • “Venuta da chissà quale regione dell’aria, la tigre appare, piazza la zampata e svanisce”. (Romario)
  • “Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”. (Maradona)

Omaggio a Alice Munro e all’arte del racconto

In generale, mi riesce faticoso leggere racconti. Ma «Nemico, amico, amante…» – uscito per Einaudi nel 2001 – ne contiene nove davvero magnifici.
Alice Munro

Sono nove storie di donne canadesi: rapporti tra mariti e mogli, ma anche zie, sorelle, nonne, cugine e matrigne, famiglie solide o frantumate, storie d’amore viste da una prospettiva che può apparire asettica, e all’improvviso commuove.
Munro distilla caratteri con estrema capacità sintetica, e vi aggiunge lampi di tenerezza e coinvolgimento emotivo. Sono donne che vivono esistenze faticose, inseguono illusioni irrealizzabili, idealizzano amori che si rivelano modesti o incompleti, comunque incapaci di dare un senso compiuto. Perciò possono rimanere segnate da momenti fatali, sorprendenti, minimi, felici deragliamenti dalla vita ordinaria.

Il primo racconto – che dà il titolo alla raccolta – è su Johanna: capelli rossi e corporatura robusta, Johanna è una lentigginosa quarantenne. Non è mai stata con un uomo. Un giorno entra in un negozio e compra un vestito elegante: sta per partire da un piccolo paese dell’Ontario verso una sperduta località del Saskatchewan, dove qualcuno la aspetta e lei ha appena provveduto a spedire tutti i suoi mobili. Sa di non essere bella, ma fino ad allora “non aveva mai provato in vita sua la sciocca sensazione di venire valorizzata da qualcosa che aveva addosso”. Spera di indossare quel vestito per sposarsi, anche se di matrimonio, con l’uomo che la sta aspettando, non si era mai parlato.

Johanna, dunque, sta per cambiare vita, lasciando senza preavviso il lavoro di domestica per raggiungere Ken, un uomo visto una sola volta e col quale, negli ultimi tempi, ha scambiato una timida corrispondenza; Ken è stato sposato con la figlia del datore di lavoro di Johanna, da cui ha avuto una figlia, Sabitha. Il colpo di scena prende la forma di uno scherzo crudele e gratuito: sono state Sabitha e un’altra ragazzina a scrivere le lettere che Johanna crede di Ken, le due ragazze volevano prendersi gioco dell’ottusa governante, al solo scopo di divertirsi.
Inconsapevole, Johanna arriva nella sperduta località dove vive Ken. Lo trova in una grande casa squallida e sporca: febbricitante, l’uomo intuisce che quella donna potrà essergli utile… È una storia di larghi spazi solitari, luoghi dove le lenzuola hanno “odore di vento e di prato”. Il finale arriva bruscamente, lasciando trasparire quali, inaspettate conseguenze possano derivare da uno scherzo crudele e gratuito…

Infine, ecco come la voce narrante descrive la scrittura: “il lavoro a cui volevo dedicarmi, più simile a una mano che acciuffa qualcosa nell’aria che alla costruzione di storie… Era questo che volevo, questo su cui pensavo di dovermi concentrare; così volevo la vita”.

“Il mio desiderio era di dipingere la luce del sole sul muro di una casa”: Edward Hopper

Edward Hopper nasce il 22 luglio 1882 a Nyack, sul fiume Hudson, a 40 chilometri da New York. Di famiglia borghese, i parenti sono di origine inglese, gallese e olandese, comincia a dipingere fin dai primi anni del nuovo secolo, ma guadagna da vivere come illustratore (immagini pubblicitarie o per riviste). Nel 1906, il primo viaggio a Parigi; vi torna nel 1909 e 1910, in seguito non attraverserà più l’oceano. Dal 1913 vive a New York in una semplice casa del Greenwich Village, al quarto piano del numero 3 di Washington Square. I pittori che l’hanno più influenzato sono Vermeer, Rembrandt, Manet, Degas e De Chirico.

Del 1920 è la prima “personale”, a New York, dove non riuscì a vendere un solo quadro. Nel 1924 sposa “Jo”, Josephine Verstille Nivison, a sua volta pittrice. South Truro è una località nella penisola di Cape Cod, Massachussetts: Hopper e la moglie vi arrivano nel 1930 e cominciano a passarvi le vacanze estive; dal 1934 vivono lunghi mesi nella loro casa sull’oceano. Hopper muore il 15 maggio 1967; “Jo” lo segue nel 1968, e dona circa 3000 opere al Whitney Museum of American Art.

Le immagini più famose di Hopper, quelle per cui è inconfondibile, raccontano incomunicabilità, silenzio, solitudini. I suoi sono paesaggi quieti, immersi in un’immobilità senza suoni; le sue sono persone – anzi, individui – che compiono azioni minime, impassibili, sprofondate nei loro pensieri, all’interno di stanze o locali pubblici disadorni.

Pittore figurativo, Hopper non ha mai amato l’astrattismo. La sua estetica punta alla semplificazione della forma, all’essenzialità della visione. Nelle opere della maturità, si delinea una scelta di punti di vista e prospettive (dall’alto o dal basso), che fanno pensare all’emergente arte cinematografica. Alcuni tagli dell’inquadratura possono apparire strani, eccentrici: servono a dare l’idea che il soggetto sia colto quasi per caso. Certi scorci – frammenti di visione attraverso una finestra, sguardi fugaci all’interno di edifici intravisti da un treno o dalla metropolitana – sembrano annunciare la fine della privacy, la sua impossibilità in quest’epoca. I personaggi sembrano presi di sorpresa, l’artista li ha osservati sapendo di non poter essere visto.

Forme geometriche riempiono lo spazio dipinto, il ruolo più significativo è svolto dalle linee orizzontali e soprattutto verticali (lampioni, pali elettrici, alberi, grattacieli, ciminiere, ponti, fari). Più che le persone, a Hopper interessa l’incastro degli angoli e dei volumi, il modo in cui luci e ombre colpiscono le figure geometriche. Costruisce scene con una sorta di neutralità: ogni osservatore viene chiamato in causa per colmare i vuoti narrativi volutamente lasciati dal pittore, trovando nell’immagine qualcosa che ha a che fare con la propria esperienza personale.

Hitchcock prese ispirazione dalla Casa vicino alla ferrovia per l’edificio che incombe sul motel di Psycho, e certe suggestioni di Hopper guidano lo sguardo del regista ne La finestra sul cortile.

Gattini. Un mese fa se n’è andato Cholo

Ha per titolo Antica saggezza dei gatti; uscì nel 2006 per Baldini Castoldi Dalai editore; mi pare di averlo comprato in una stazione ferroviaria, lettura da viaggio, poco impegnativa, e invece ci ho messo 14 anni a trovare la mezz’ora per leggerlo. In questo tascabile dalla copertina rigida, con 11 disegni in bianco e nero (non viene indicato l’autore), sono raccolti 239 “aforismi felini”, ripresi da scrittori, poeti, comici, scienziati e filosofi di varia notorietà, molti a me sconosciuti. Ne ricopio 21.

Un gatto non vuole che tutto il mondo lo ami, solo quelli che lui ha scelto di amare – Helen Thompson.

Un gatto arriva sempre quando lo si chiama, a meno che non abbia qualcosa di meglio da fare – Bill Adler.

Se sei degno del suo amore, un gatto sarà tuo amico, ma mai il tuo schiavo – Théopile Gautier.

Dopo aver rimproverato il proprio gatto, se lo si guarda negli occhi si è afferrati dal tremendo sospetto che abbia capito ogni parola, e che la terrà a mente – Charlotte Gray.

Il gatto è una creatura indipendente, che non si considera prigioniera dell’uomo e stabilisce con lui un rapporto alla pari – Konrad Lorenz.

Non si può possedere un gatto. Nella migliore delle ipotesi si può essere soci alla pari – Harry Swanson.

La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita – Albert Schweitzer.

L’idea che hanno i gatti della comodità è assolutamente incomprensibile agli uomini – Sidonie Gabrielle Colette.

I gatti sono stati messi al mondo per contraddire il dogma secondo il quale le cose sarebbero state create per servire l’uomo – Paul Gray.

Il gatto lecca raggi di luna nella scodella dell’acqua, pensando che siano latte – proverbio indù.

Chi odia i gatti rispecchia uno spirito brutto, stupido, grossolano e bigotto – William Burroughs.

Quando gioco con il mio gatto, chi mi dice che io non sia per lui un passatempo più di quanto lui lo è per me? – Michel de Montaigne.

Non c’è niente di più minaccioso per la propria autostima dell’affettuoso disprezzo di un gatto amato – Monica Edwards.

Una casa senza un gatto, ben nutrito, coccolato e propriamente riverito, potrà essere una casa perfetta, forse, ma come si potrebbe provarlo? – Mark Twain.

Chi ha inventato i gatti si poteva permettere di sbagliare tutto il resto – Maurizio Migliaccio.

Come ogni proprietario di gatti sa bene, nessuno può possedere un gatto – Ellen Perry Berkeley.

Come quelle enormi sfingi distese per l’eternità in nobile posa nel deserto sabbioso, essi scrutano il nulla senza curiosità, calmi e saggi – Charles Baudelaire.

L’uomo è civile nella misura in cui sa comprendere un gatto – Jean Cocteau.

Mi era stato detto che l’addomesticamento con i gatti è molto difficile. Non è vero. Il mio mi ha addomesticato in un paio di giorni – Bill Dana.

La città dei gatti e la città degli uomini coesistono una dentro l’altra, ma non sono la stessa città – Italo Calvino.

Fu chiaro fin dall’inizio che, ogni qualvolta c’era un lavoro da fare, il gatto si rendeva irreperibile – George Orwell.

23 letture rimaste incompiute

Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Dee Brown), Breaking Bad (Chiara Checcaglini), Racconti dell’età del Jazz (Francis Scott Fitzgerald), Jailhouse Rock (Patrizio Gonnella e Susanna Marietti), L’insospettabile Joseph L. Mankiewicz (a cura di Franco La Polla), Sex! I 50 film più erotici della storia del cinema (a cura di Maurizio Porro), Le mie stelle nere (Lilian Thuram), Bardot, Deneuve, Fonda (Roger Vadim), Appuntamenti in nero (Cornell Woolrich), Storie di soldati (Ambrose Bierce), Lo straniero (Albert Camus), Discorso sul metodo (Cartesio), Underworld (Don DeLillo), Divi e divine (a cura di Turcato e Sacchi), Il Vij (Nikolaj Gogol’), America (Franz Kafka), La tregua (Primo Levi), La mia storia (Marilyn Monroe e Ben Hecht), Questa pazza fede (Tim Parks), Gli assassini sono tra noi (Simon Wiesenthal), Perramus (Alberto Breccia e Juan Sasturain), Palestina (Joe Sacco), Persepolis (Marjane Satrapi)…

Continuo ad acquistare più libri (e fumetti) di quelli che leggo. Motivi diversi possono spingermi a iniziare una lettura e a perdere interesse prima di averla finita. Fra questi titoli, ce ne sono almeno 4-5 che mi vergogno di aver abbandonato così… Nel corso del 2020, oltre all’ambizioso “progetto Roth”, mi riprometto di finire 7-8 di questi titoli.

Alta fedeltà, Nick Hornby, Guanda, 1995

Si sfoga, vorrebbe urlarle a Laura, che l’ha appena lasciato, “le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico: 1) Alison Ashworth, 2) Penny Hardwick, 3) Jackie Alien, 4) Charlie Nicholson, 5) Sarah Kendrew. Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura?”.

High Fidelity fu la mia prima lettura di Nick Hornby, nel ’96. In copertina, Lorenzo Mattotti, La dolce vita.

Londra, 1995: Rob Fleming comincia il suo monologo. “Tutte le mie storie d’amore successive sono come variazioni raffazzonate della prima”: lei si chiamava Alison, lui aveva 13 anni.

Poi venne Penny, a 14 anni, con la coperta dei “preliminari”; lui voleva “infilare a mano sotto il reggiseno”, ma Penny non glielo concedeva.

Terza fu Jackie, a 16 anni: era la ragazza di un amico, e la conseguenza fu perdere sia lei che l’amico.

Charlie durò fra i 18 e i 20, in un misto di ammirazione e passione, ma lei era troppo per lui, Rob è consapevole del fatto che lei “non apparteneva alla mia categoria”. Entrò in depressione, lasciò l’università e cominciò a lavorare in un negozio di dischi.

Fra i 25 e i 27 ci fu Sarah; Rob era ormai consapevole della sua “medietà”, “se piaccio alle donne non è per le virtù che ho, ma per i vizi che non ho”.

Tipico di Rob è compilare classifiche. Top Five. Rob può fare classifiche su tutto. Il tono è lieve, ironico, forse un po’ troppo debitore della lingua di Holden Caulfield.

Oltre al negozio di dischi, c’è la personale raccolta, a casa. Niente di meglio che scordare Laura, riordinando la collezione di dischi, “mi capita spesso di farlo nei momenti di stress emotivo”. Prima li aveva sistemati in ordine alfabetico, e prima ancora in ordine cronologico. “Stasera, però, voglio cambiare ancora, così provo a ricordare l’ordine in cui li ho comprati: è un po’ come se scrivessi la mia biografia”. E nessun altro saprà dove mettere le mani… Leggi il resto dell’articolo

Zuckerman scatenato, Philip Roth, 1981

Nathan Zuckerman si è trasferito nell’Upper East Side, ha un agente letterario e sta per incontrare un consulente finanziario… Tanta fortuna, “piovutagli addosso così all’improvviso, e in così grande scala, non era meno inquietante di una disgrazia”.

Con la pubblicazione del quarto romanzo, ha ottenuto un clamoroso successo. È diventato ricco e famoso raccontando le vicende (soprattutto erotiche) dell’ebreo Gilbert Carnovsky: un gioco degli specchi, trasparente parodia dello stesso Roth e di Alexander Portnoy (il Lamento uscì nel 1969). Tutti sembrano credere che Carnovsky coincida con Zuckerman (“Ehi, ma lei ha fatto veramente tutte quelle cose nel libro?”).

Zuckerman è finito sulla copertina di Life. Viene riconosciuto per strada: la cosa gli riesce insopportabile. Medita di farsi crescere i baffi e portare lenti a contatto. Ma il suo successo non è stato digerito da molti ebrei, qualcuno dice che dovrebbero sparargli. E in quella primavera del 1969, non è proprio un’espressione astratta: sono passati più di dodici anni dalla giornata a casa di Lonoff.

Nel romanzo in cui l’aveva fatto apparire, Roth non aveva dato alcun elemento descrittivo del suo alter ego. Stavolta, invece, ci dice che è alto uno e novanta, porta gli occhiali, ha naso prominente e capelli neri; ci viene anche detto che ha trentasei anni, è stato sposato (con Betsy, la ballerina a cui si era accennato ne Lo scrittore fantasma) e hanno divorziato.

Esaurite le premesse, in un piccolo e appartato diner, Zuckerman viene riconosciuto e avvicinato da un ebreo che si presenta come Alvin Pepler, pure lui nativo di Newark.

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Un ragazzo, Nick Hornby, Guanda, 1998

Londra, 1993: Marcus, dodicenne, vive con la mamma separata, da quattro anni. Di anni, Will Freeman ne ha 36; vive solo, non lavora ma è benestante, grazie ai diritti d’autore di una canzone natalizia scritta dal padre. Non ha nessuna voglia di mettere su famiglia (ha sempre usato il contraccettivo anche “prima che diventasse necessario”), vede i coetanei con uno sguardo egoista quanto immaturo.

Marcus non si trova bene a scuola; i compagni lo offendono, a volte lo picchiano, non ha veri amici. Sa di apparire “strambo”. Come sua mamma. I suoi coetanei hanno passioni diverse, non ascoltano Joni Mitchell, né si vestono da post-hippy.

Per ammazzare il tempo, Will si finge genitore separato, con annesso figlio, Ned, di due anni, e va a una riunione del GASS (associazione di genitori soli). Si è convinto a farlo, dopo essere stato scaricato da Angie, “bella in modo molto seducente, sano, tipo Julie Christie. E questo era il punto. Quando mai era uscito con una donna che assomigliava a Julie Christie? … Decise che quel che stava succedendo erano i figli … Forse i bambini democratizzavano le belle donne sole”.

Fiona, la mamma di Marcus, è depressa; piange, e Marcus se ne accorge.

Alla riunione del GASS, Will trova solo donne, alcune col mito di Lorena Bobbitt. Conosce Suzie, e ne è attratto. Ascolta confidenze, ricambiandole con pure invenzioni.

Certi giorni, la tristezza di Fiona si fa insopportabile. Affida Marcus all’amica Suzie, per una scampagnata.

Will comincia a uscire con Suzie e inventa scuse per il bambino inesistente.

Un pomeriggio Marcus suona al campanello di Will. E capisce subito che Will non ha un bambino. “- Ti propongo un patto. Non dirò niente a mia mamma se tu esci con lei”. Leggi il resto dell’articolo

Maigret e il ministro, Georges Simenon, 1954

Raramente le strade di Jules Maigret incrociano quelle della politica, e la diffidenza manifestata dal commissario è molto simile al pensiero del suo inventore: la politica è un’attività che ha a che fare con il potere, e l’esercizio del potere può corrompere e far sentire al di sopra della legge. Ogni volta che ha dovuto indagare in ambienti politici, Maigret ha concluso trattarsi di “faccende alquanto sgradevoli”.

Un ministro, in via strettamente confidenziale, gli chiede un appuntamento: ha scelto Maigret per la sua reputazione. Il commissario prova un’istintiva simpatia verso quest’uomo, un corpulento provinciale come lui, trova sincero il suo smarrimento, ma quando capisce di cosa si tratta, vorrebbe non aver accolto l’invito.

Oltre cento bambini erano morti nel crollo di un sanatorio: solo ora, al ministro Point è stato consegnato un rapporto tecnico del Genio civile che sconsigliava la costruzione del sanatorio in quel contesto. Pur di realizzare il sanatorio – affidato a un famoso, influente costruttore – il rapporto era stato fatto sparire. Ora quel documento – la cui esistenza è nota solo al capo del governo e a un settimanale scandalistico – è di nuovo scomparso, rubato dall’abitazione privata del ministro.

Quando lo scandalo esplode sui giornali. il commissario è ormai convinto dell’onestà del ministro, qualcuno vuole farne il capro espiatorio della tragedia del sanatorio.

L’indagine può uscire dalla dimensione della riservatezza, i sospetti di Maigret tendono a concentrarsi su un ambizioso deputato di opposizione, con cui Point non ha mai voluto fraternizzare…

Sipario nero, di Cornell Woolrich, Fanucci, 1941

Scritto a 38 anni e qui tradotto da Simona Fefè, The Black Curtain è un noir strano, dall’andamento discontinuo: la prima parte – quella centrata sull’amnesia, la disperazione, l’istinto – è ipnotica e travolgente, mentre la soluzione dell’enigma risulta più convenzionale. Finché il protagonista – Frank Townsend o Daniel Nearing che sia – si dibatte senza capire in che gioco è coinvolto, la produzione di tensione è magistrale. Una volta che il protagonista e il lettore hanno scoperto la natura del delitto, si rientra nel canone rassicurante dell’individuo accerchiato, che cerca le prove della propria innocenza.

Frank Townsend si risveglia su un marciapiede, dopo lo svenimento provocato da un pezzo di cornicione che l’ha colpito sulla testa. Gli porgono il cappello e ci sono altre iniziali (D.N.) ma il cappello gli calza perfettamente, in tasca ha un lussuoso portasigarette che non ricorda di aver mai posseduto, e non sa cosa ci facesse da quelle parti.

Torna a casa e già dall’esterno la vede diversa. Nessuno gli apre. La moglie del custode gli dice che lui e la moglie se n’erano andati anni prima… Al nuovo indirizzo, sul campanello c’è il nome della moglie (Virginia) con il cognome da signorina. Frank pensa di essere uscito di casa quella mattina, Virginia gli dice che è successo oltre tre anni prima… Lui non ricorda nulla di quei tre anni: “Dov’ero? Dove sono stato e chi ero, in tutto quel tempo?”…

È nata una star?, Nick Hornby, Guanda, 2006 (2010)

“Ho scoperto che mio figlio era una pornostar quando Karen, la vicina di casa, ci ha lasciato una busta nella buca della posta. Nella busta c’era un video e un biglietto”.
Comincia così questo racconto spacciato per romanzo: 60 pagine in corpo 11 e interlinea per miopi. La voce narrante è quella di Lynn, la madre della pornostar; il nucleo narrativo (la morale della storia, se preferite) è imparare a “prendere le cose per il verso giusto”.

Il figlio Mark, dunque, è una pornostar. Scoperta traumatica, dalle implicazioni tragicomiche. Lynn è sbalordita nel vedere le dimensioni del pene del figlio (“non sembrava nemmeno suo, pareva un effetto speciale”), ragazzo comune, che vive ancora con i genitori, ha sempre faticato a scuola e non è mai sembrato dotato in niente. Vedendo il video, la madre deve ricredersi: “Alla fine bisognava ammettere che Mark qualcosa di speciale ce l’aveva”.

Ora che Lynn sa, come dirlo al marito? Come comportarsi con Mark? E da chi avrà ereditato questo particolare “talento”?
Attraverso dialoghi intrisi di imbarazzo e involontari doppi sensi, si scoprirà che di quella carriera cinematografica è all’oscuro anche la fidanzata di Mark…

Not A Star, tradotto da Silvia Piraccini, è una sequenza di pagine leggerissime, si arriva alla fine in una mezzoretta; ho letto da qualche parte che sono state pubblicate nella collana inglese “Open Door”, specializzata in storie brevi per avvicinare alla lettura i non-lettori.

Sono affezionato a Nick Hornby, ho letto tutto quel che è stato pubblicato in Italia; l’ho considerato una specie di guida spirituale – lui del ’57, io del ’59 – ed è stato leggendo Alta fedeltà e Febbre a 90° (usciti in Italia in ordine inverso rispetto all’Inghilterra), che mi decisi a scrivere una specie di romanzo intorno al calcio.
Ma questa operazione editoriale di Guanda -a 10 euro – è sinceramente pessima: Not A Star uscì 4 anni fa, poteva essere inserito in una delle tante raccolte a cui Hornby ha variamente contribuito.

Non buttiamoci giù, Nick Hornby, Guanda, 2005

Ancora una “vecchia” lettura di Horbny, risalente all’ottobre 2005… Non ho visto il film che ne è stato tratto (so che vi compare Aaron Paul, subito dopo Breaking Bad).

Londra, oggi. Quattro persone che più diverse non si può, si trovano all’ultimo piano della Casa dei Suicidi la notte di Capodanno.

Ognuno di loro ha qualche motivo per farla finita: Martin era un famoso conduttore di talk show, prima di venire scoperto a fare sesso con una minorenne, perdere lavoro e reputazione, moglie e figli; Jess è una diciottenne punk, incattivita dalla scomparsa della sorella e dall’essere stata lasciata senza spiegazioni dal ragazzo con cui faceva l’amore; Maureen ha dedicato tutta la vita al figlio Matty, disabile psichico, non esce mai di casa, è timorata di Dio ma ormai esausta, dopo diciotto anni di cure assidue; JJ è un ragazzo americano che consegna pizze, dopo aver perso in poche settimane la ragazza e, soprattutto, la rock band che rappresentava il suo senso della vita.

Hornby attinge a sue vicende personali (il musicista fallito, il disabile psichico…) per costruire quattro caratteri che sembrano incompatibili, e affida a ognuno di loro, con le ovvie diversità di stile e linguaggio, il compito di raccontare il seguito della storia. Perché è presto chiaro che ci sarà un seguito, l’attimo fuggente è passato, il suicidio verrà almeno posticipato. La prima proroga è San Valentino (seconda notte dopo Capodanno nella classifica dei suicidi); un ulteriore rinvio sarà al 31 marzo, novanta giorni dopo il primo incontro.

La scrittura è piena di ironia, capace di passare da un tono all’altro, dalla farsa alla tragedia, con una rapidità stupefacente. Ognuno dei quattro restituisce un punto di vista difforme sui medesimi fatti: una specie di Rashomon da esaurimento nervoso.

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Come diventare buoni, Nick Hornby, Guanda, 2001

Sto recuperando gli appunti sui libri di Hornby che ho letto: questo le lessi nell’ottobre 2001.

Hornby spiazza il lettore con un cambiamento clamoroso: non scrive più di sé o di qualcuno che gli somiglia (classifiche, ossessioni, problemi sentimentali), ma usa una voce femminile, Katie, poco più che quarantenne in crisi matrimoniale. Qualche immedesimazione, semmai, sfiora il marito, David, invidioso e rancoroso, arrabbiato con tutti e talmente insopportabile, nelle prime pagine, che non si riesce a credere di rimpiangerlo, alla fine, dopo la cura: un guaritore ha posato le sue “mani calde” sulle tempie, l’ha curato dal mal di schiena e dall’emicrania, convincendolo a indirizzare tutta la vita a una missione: diventare buono.

Diventando buono, David diventa un pericolo pubblico. La sua pretesa di migliorare il mondo lo spinge a regalare metà dei giocattoli dei suoi bambini, ai bambini poveri di un orfanotrofio; a convincere i vicini di casa (benestanti, Londra, zona residenziale) ad accogliere dei senzatetto; a manifestare compassione verso certi malati cronici di Katie, verso i quali, lei, “una persona buona, un medico”, non sa più che fare. David rovescia la sua vita e pretende di coinvolgere tutta la famiglia. Una donna che li conosce, dice alla moglie: “Dev’essere molto orgogliosa di lui”; Katie sorride educatamente, e non risponde.

Il libro comincia con Katie che ha appena comunicato a David di voler divorziare. Né Katie né David vogliono continuare a vivere così, lei confessa di avere un amante, ma lui non vuole il divorzio. Continuano a vivere insieme, in attesa di chissà cosa. Lla storia prende una piega inaspettata quando David ritorna dal guaritore (BuoneNuove, scritto proprio così) e il guaritore comincia a vivere nella loro casa. La differente reazione dei due bambini, Tom e Molly, di 8 e 10 anni, innesca una dialettica famigliare che alterna il comico al tragico, il sarcasmo alla tenerezza. Leggi il resto dell’articolo