Colazione da Tiffany, Truman Capote, 1958

Accade raramente, ma può capitare di leggere un libro avendo in mente un film. Anzi, un volto: quello di Audrey Hepburn.

Nel 1961, Blake Edwards dirige il film e lo ambienta a New York, sul finire degli anni Cinquanta: Holly (Audrey) è decisa a sposare un milionario, Paul (George Peppard) è un aspirante scrittore, mantenuto da una ricca signora… La trama è un ricordo vago; Audrey no, ricordo bene le acconciature, i vestiti, gli occhiali, i cappelli, i sorrisi e i pianti. E il gatto.

Nel leggere il libro si corre il rischio di prendere la strada sbagliata: cercare corrispondenze con il film, e quando non le trovi, sfiorare la noia, il disinteresse. Ma la scrittura di Capote è scoppiettante; ecco come descrive un personaggio minore: «le conversazioni che intavolava si comportavano come ceppi verdi, fumavano ma non attaccavano».

New York, Settantesima Est, 1943. La voce narrante è dell’uomo che ha conosciuto Holly Golightly durante la guerra; già all’epoca voleva diventare scrittore. Tredici anni dopo, per caso, ritrova vaghe tracce di Holly, la ragazza di cui tutti gli uomini si innamoravano, e racconta come la conobbe.

«Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito». La sua voce «era sciocca di giovinezza». Aveva la tendenza a dimenticare le chiavi del portone e suonare in piena notte a qualche vicino, per farsi aprire. «Nonostante la sua elegante snellezza, aveva l’aria sana di chi vive di latte e di burro e si lava con l’acqua e il sapone. Aveva le guance di un rosa acceso, la bocca grande, il naso all’insù». Stava per compiere diciannove anni.

Perché Tiffany? Perché, contro le «paturnie» funziona meglio della marijuana, «l’ho fumata per un po’, ma mi fa soltanto ridacchiare. Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro»…

Mala brocca, Valerio Monteventi

Nell’esergo, Don Milani e Felice Gimondi. E dal sottotitolo si ricavano le 3 parole-chiave: “storie” – sono dieci racconti -, “ultimi” e “dignità”. In sintesi, è un libro sulle ingiustizie e su come ci si può impegnare per affrontarle.

Monteventi ha recuperato queste storie negli archivi dei giornali Mongolfiera e Zero in condotta e del Centro di documentazione dei movimenti ‘F. Lorusso – C. Giuliani’ di Vag61, a Bologna. In quale scaffale collocare un libro simile? Nella storia di Bologna, purché sia chiaro che non è saggistica e nemmeno fiction: l’autore riprende vicende rigorosamente vere, accadute nell’ultimo quarto di secolo. A fare da sottofondo musicale, proporrei musica klezmer, oppure Goran Bregovic.

Luigi Malabrocca finì ultimo al Giro d’Italia del 1946 e a quello del ’47, il primo vinto da Bartali, il secondo da Coppi. Al traguardo finale, accumulò oltre 4 ore la prima volta, quasi sei la seconda. Ma non si ritirò, come fecero tanti altri. Anzi, costruì la sua fama sulla “maglia nera” che veniva indossata dall’ultimo che non era finito “fuori tempo massimo”. Oltre a una certa notorietà, la maglia nera garantiva un premio in denaro: occorre un certo tipo di abilità (di scaltrezza e di furbizia) per arrivare ultimi senza finire fuori tempo massimo. Malabrocca diventa il simbolo dell’intraprendenza di tante persone che hanno sempre fatto fatica a tirare avanti.

Quelle che vengono raccontate in queste pagine sono storie “di fughe ed espedienti per difendersi dalla miseria, ma anche di intellettuali, giornalisti e reporter, che hanno puntato il loro sguardo ai margini della società”. Leggi il resto dell’articolo

Cortesie per gli ospiti, Ian McEwan

Un’imprecisata città di mare, Colin e Mary sono in vacanza. Stanno insieme da sette anni, senza essere sposati. In albergo dormono in letti separati, cadono in discussioni litigiose, un tardo pomeriggio, prima di uscire a cena, l’ennesima riconciliazione passa attraverso il sesso. “Non era più una grande passione. Il piacere stava soprattutto nell’amichevole mancanza di fretta, nella familiarità dei rituali e delle procedure, nel sicuro, preciso incastro di membra e corpi, confortevole, come un calco di gesso che torna nella forma”. Viene buio, hanno come una premonizione: “Non erano mai usciti così tardi, e Mary avrebbe poi attribuito molto di quello che successe proprio a questo”…

Cortesie per gli ospitiTuristi in un paese straniero, finiscono per perdersi nel labirinto di strade e vicoli. Mentre sono così disorientati, appare Robert. Per uno strano senso di sollievo, rivelano allo sconosciuto di non essere sposati e che Mary ha due figli. Poi è Robert che comincia a raccontare la storia della sua vita.

Descrive un rapporto molto intimo, quasi morboso, con la madre; si era creato un legame di assoluta complicità, ogni notte lui la chiamava con qualche pretesto, lei gli portava un bicchiere d’acqua e restava con lui finché si riaddormentava. “In certi periodi questo succedeva ogni notte per mesi di seguito, ma lei non mi preparò mai un bicchiere d’acqua vicino al letto. Sapeva che avevo bisogno di una scusa per chiamarla in piena notte”.

Poi Robert racconta dell’incontro a dodici anni con Caroline, figlia dell’ambasciatore canadese, che sposò otto anni dopo.

McEwan non scrive in quale città ci troviamo, ma molti indizi (“la celeberrima cattedrale”, la laguna e i bar galleggianti, “ovunque i piccioni si affollavano”) fanno pensare a Venezia. In una grande casa deserta, fanno la conoscenza di Caroline, la moglie invalida. Caroline chiede a Mary se è innamorata di Colin: “Per innamorata, intendo che si farebbe qualunque cosa per l’altro… e si permetterebbe all’altro di farci qualunque cosa”.

L’atmosfera diventa sempre più morbosa. “Se si è innamorati di qualcuno, bisogna essere pronti a lasciarsi uccidere da lui, se necessario” – conclude Caroline. Ha una grave menomazione alla schiena e, come dice lei stessa, a un certo punto è divenuta “virtualmente prigioniera”. In seguito, confiderà a Colin che non può uscire di casa. Leggi il resto dell’articolo

Maigret e la vita di un uomo, Georges Simenon, 1931

Joseph Huertin, condannato a morte per l’efferato omicidio di due donne, viene aiutato a evadere alla vigilia dell’esecuzione: Maigret è così convinto della sua innocenza da aver convinto il giudice istruttore Coméliau, che a sua volta ha convinto il direttore della Santé a infrangere le regole per arrivare all’arresto del vero assassino.

Fattorino di fiorista, Huertin è stato condannato alla ghigliottina di fronte a prove schiaccianti della sua presenza sul luogo del delitto: in quella villa isolata a Saint-Cloud, periferia di Parigi, sono stati trovati i cadaveri di un’anziana vedova americana e della sua domestica, uccise con decine di coltellate. Nessun furto, nessun movente. “O è pazzo o è innocente”, insiste a dire Maigret.

Come ogni tanto gli accade, soprattutto agli inizi della saga sul commissario, Simenon ne lascia una breve descrizione: “alto un metro e ottanta, largo e possente come un facchino dei mercati generali”; più avanti scrive che pesa 100 chili, ha 45 anni e da 20 lavora nella Polizia giudiziaria.

La tête d’un homme è il quinto romanzo sul commissario Maigret scritto e pubblicato da Simenon (la mia è una vecchia edizione Mondadori).

Un giornale riceve una lettera anonima e scrive che Huertin è stato lasciato evadere. Pedinato da Janvier e Dufour con particolare cura – consapevoli del fatto che il commissario si sta giocando il posto -, Huertin trova rifugio in un alberghetto sulle rive della Senna. Maigret prende una stanza sulla riva opposta e osserva al binocolo (situazione di impotenza molto simile a quella descritta da Hitchcock ne «La finestra sul cortile»). Per un malaugurato caso, Huertin riesce a sfuggire al controllo; Maigret scrive la lettera di dimissioni, impegnandosi a darle se non troverà il colpevole degli omicidi entro 10 giorni.

Un ruolo fondamentale nelle indagini è svolto dal timido Moers, della Polizia scientifica; esperto grafologo, deduce indizi importanti dalla lettera anonima pervenuta al giornale. Sia Moers, che Dufour e Javier mostrano una devozione incondizionata verso il commissario, andando ben oltre il senso del dovere. Leggi il resto dell’articolo

Mercoledì 4 dicembre alle 18.00 presento Valerio Monteventi e il suo libro “Mala brocca. Storie di ultimi e dignità” alla libreria Ubik di via Irnerio 27.

La versione di Barney, Mordecai Richler, Adelphi, 1997

Ebreo canadese, produttore televisivo di successo, Barney Panofsky ha sessantasette anni quando decide di scrivere la propria autobiografia. Intende dare la sua “versione” dei fatti che hanno portato alla morte dell’amico Bernard Moscovitch, detto Boogie, e confutare l’accusa di omicidio mossagli da Terry McIver, “amico di un tempo e attuale persecutore”.

Nel buttar giù le memorie, Barney segue associazioni di idee, sovrappone il passato al presente, il resoconto dei fatti del giorno – fra bevute di Macallan e fumate di Montecristo – si confonde con i ricordi: “Sto divagando. Lo so, lo so benissimo. Ma questa è la mia storia, ed è anche l’unica che ho, quindi se non vi spiace vorrei raccontarla a modo mio”. Spesso ha qualche vuoto di memoria; sono esilaranti gli sforzi per ricordare una parola, un nome, un luogo. Si scoprirà essere Alzheimer.

Le memorie sono pubblicate postume, con l’inserimento di una serie di note a piè di pagina (a correggere semplici imprecisioni) curate dal figlio Michael, che figura anche come autore del poscritto, in cui viene chiarito il mistero sulla morte di Boogie (una sorpresa all’ultimo capoverso, logica quanto imprevedibile).

Il romanzo è diviso in tre parti, una per ciascuna delle mogli di Barney: la prima è Clara Charnofsky, ai tempi di Parigi (fra il 1950 e il 1952), poi viene la “Seconda Signora Panofsky” (1958-60), infine Miriam, l’unico grande amore del protagonista, dalla quale ha avuto tre figli (Michael, Saul, Kate). Sono passati tre anni da quando Miriam se n’è andata; ora vive con Blair, professore all’università di Toronto, e Barney non perde occasione per sfogare la propria ostilità sull’uomo che ha preso il suo posto. Leggi il resto dell’articolo

La furia di Maigret, George Simenon, 1947

“In casa faceva fresco, aleggiava un buon odore di cera, di fieno tagliato, di frutta che stava maturando, e di buona cucina”. Maigret è ormai un ex commissario, per il secondo anno, insieme alla moglie, sta passando l’estate nella casa di campagna a Meung-sur-Loire.

In Maigret se fâche, l’ex commissario è ingrassato, cura l’orto, porta un grande cappello di paglia, quando la sua tranquillità viene interrotta da una visita imprevista: “una vecchia signora in lutto”, Bernadette Amorelle, della celebre famiglia di industriali. Di carattere autoritario e collerico, questa ottantaduenne, vedova da lungo tempo, offre a Maigret una forte somma affinché svolga un’indagine segreta: una settimana prima è morta Monita, la nipote di 17 anni, annegata nelle acque della diga.

Per la nonna non può trattarsi di una disgrazia, anzi è convinta che vi sia implicato il genero, Charles Malik, di cui ha una pessima opinione. È arrivata alla conclusione che solo Maigret – “lei ha fama di essere il poliziotto più intelligente di Francia” – possa scoprire la verità.

Contro il parere della moglie, Maigret decide d’impulso e accetta di seguire “quella vecchia pazza”, nonostante avesse fino ad allora rifiutato “tutti gli affari che erano venuti a proporgli”, specialmente banche, gioiellieri e compagnie di assicurazioni…

Lanzarote, Michel Houellebecq, 2000

Houellebecq è così: spudorato e sempre identico a se stesso. Chi abbia letto Le particelle elementari (1994) o Estensione del dominio della lotta (1998), in queste pagine ritroverà gli stessi ingredienti.

Una lingua di altissima qualità, quasi trattenuta per non dare soddisfazione al lettore; personaggi vacui e depressi, senza aspirazioni né aspettative, destinati al grigiore; scene di sesso piene di dettagli anatomici e vuote di affettività; e parecchie sentenze, più o meno fastidiose: “Vivevamo in un’epoca capace di partorire qualunque distruzione e qualunque messia”.

Con l’abile reiterazione di questi ingredienti, Houellebecq è stato acclamato come “il nuovo Céline”, e viene da credere che ci abbia preso gusto a scandalizzare, dedicandosi a questa umanità cinica e sgradevole, persino un po’ ridicola, ritratta con più cattiveria che ironia.

Lanzarote è pieno di foto a colori dello stesso Houellebecq. Parla di una settimana di vacanza su questa isoletta vulcanica delle Canarie (60 pagine il racconto, altrettante di foto).

È un paesaggio aspro, una specie di mondo dopo-bomba, l’ambientazione ideale per una storia in cui il protagonista incrocia un belga depresso cronico (si chiama Rudi…) e una coppia di lesbiche tedesche (Pam e Barbara) che vorrebbero avere figli, e cercano l’uomo da cui farsi fecondare.

Il racconto di viaggio devia verso questioni come la clonazione, le sette religiose e la pedofilia. Fissazioni dell’autore, ripensando ai romanzi precedenti…

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Canzoni. Storia dell’Italia leggera, Edmondo Berselli, Il Mulino, 1999

Berselli era uno dei rari intellettuali capaci di studiare la cultura pop – il calcio come la musica – con la stessa serietà appassionata di chi si dedica agli studi accademici. Frase paradigmatica: “A me non sembra più il caso di spiegare le passioni con le teorie”.

In questo testo, affronta con destrezza alcune curve fondamentali della musica pop italiana, le canzonette su cui è cresciuta l’identità nazionale, a partire dai primi anni Sessanta, quelli segnati dal boom economico, da Mina e Celentano, per poi passare attraverso il beat dei “complessi”, con una particolare attenzione ai Rokes di Shel Shapiro; seguono Giulio Rapetti e i due Battisti (quello mogoliano e quello che cantava testi di Pasquale Panella), fino a Vasco Rossi, Claudio Baglioni e gli 883 di Max Pezzali.

Interrogandosi sui cambiamenti di costume, mentalità, ideologia, intervenuti a partire dal 1960, Berselli riesce nell’impresa di rinnovare quanto sosteneva Fanny Ardant in un film di Truffaut: “le canzonette contengono la verità; e più son sceme, più sono vere”. La sua è un’ermeneutica focalizzata sull’interpretazione di testi, frequentemente citati, evitando di scadere nella nostalgia, consapevole di quel che Pasolini definiva il “potere magico, abiettamente poetico” delle canzonette. Vale la pena ricordare che a intervistare i giovanissimi Mina e Celentano, erano Oriana Fallaci, Mario Soldati e Camilla Cederna. Leggi il resto dell’articolo

Hard, Raffaela Anderson, Guanda, 2001

Autobiografia di un’attrice del porno hardcore. Ho comprato il libro attratto dalla copertina e perché l’autrice aveva recitato in Baise-moi – Scopami, film-scandalo del 2000. Se non ingannevole, il risvolto di copertina è decisamente enfatico: “Nella sua asciuttezza sconcertante Hard è una testimonianza lucida e spietata di una vita e di un mondo ai margini, una discesa agli inferi, nel cuore del porno”. Tradotto da Carlotta Clerici.

Il tono è effettivamente asettico, l’emotività minima, le frasi brevi, spesso banali, interrotte da una rigida punteggiatura. Il ritratto del Pianeta Porno – cinema, fotografia, sexy shop, locali notturni – non è particolarmente crudo, anche se non mancano passaggi disgustosi. Si esprime il punto di vista della giovanissima Raffaela, detta “Rapha”, diciottenne parigina ancora vergine: ci tiene a rimarcare la propria autonomia e libertà di scelta. Solo nelle ultime pagine, la ragazza si affaccia sopra qualche abisso di degradazione.

Il 18 marzo 1994 Rapha risponde all’annuncio di un giornale – “la mia vita cambierà, è l’unica cosa che conta: l’indipendenza tanto desiderata” – e si trova immersa in un mondo con regole e orari impiegatizi, in cui la maggior parte lavora come professionista eppure sembra sottovalutare l’Aids, dove le donne sono usate – “di solito siamo pagate col contagocce, mentre i maschi, basta che gli diventi duro per essere generosamente remunerati” – e disprezzate.

Il disprezzo per il corpo delle donne, Rapha lo scoprirà fuori dal set, violentata da due uomini che l’hanno riconosciuta e che pensano sia una puttana; questa violenza prosegue davanti alla polizia e al magistrato, che non danno importanza alla sua versione dei fatti, pure esatta in ogni dettaglio: “Di vittime come lei non ne abbiamo bisogno”, dice il procuratore.

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La strada, Cormac McCarthy, 2006

Bisogna sopravvivere, raggiungere un imprecisato mare, ultimo progetto, ultima speranza in un mondo che non ne ha più. Il futuro è pura sopravvivenza, legato all’unico legame emotivo, fra padre e figlio, il passato ritorna sotto forma di ricordi e sogni, il presente è annichilito, un monotono grigio cenere che avvolge alberi carbonizzati, strade fuse dal calore, acque limacciose, carcasse di uomini e animali, detriti della civiltà scomparsa.

Fa sempre freddo, il sole non scalda; non ci sono pesci, né uccelli, nulla che si possa cacciare o mangiare. Padre e figlio procedono in un silenzio opprimente. Polvere e fango, neve e pioggia lividi. Il bambino non conosce il mondo di prima, è nato poco dopo il disastro, del quale non ci viene detta la causa. La sua ingenuità lo porta a sperare che da qualche parte ci siano altri “buoni”, come lui e il padre, su quel pianeta dannatamente hobbesiano. Lupi, solo lupi, ovunque.

The Road, il film

All’età di 73 anni, McCarthy pubblica questo incubo apocalittico, tradotto per Einaudi da Martina Testa, che per certi aspetti rimanda a Matheson (Io sono leggenda), con un’ulteriore, disperante perdita di coordinate spazio-temporali. Una scrittura spezzata in piccoli paragrafi, senza capitoli, quasi che voglia lasciare al lettore il tempo di riprendere fiato, e riprendere il cammino, oltre l’orrore più cupo.

Non hanno un nome, quell’uomo e quel bambino, ma si capisce subito che sono dei sopravvissuti. Fuggono da chissà dove, verso un generico sud. Spingono un carrello da supermercato, alla maniglia del quale “era attaccato un retrovisore da motocicletta cromato che l’uomo usava per tenere d’occhio la strada dietro di loro”. Si proteggono con una mascherina di cotone davanti alla bocca, l’aria è impregnata di fuliggine, polvere e cenere; un telo di plastica li ripara dalla pioggia. Mangiano scatolette, attraversano paesaggi desolati, nessun segno di vita nemmeno nei piccoli centri urbani, solo “terra mangiata dal fuoco a perdita d’occhio”, un’intera pianura “cauterizzata”. Piove e nevica spesso, le notti sono di un’oscurità assoluta.

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Le nostre anime di notte [Our Souls at Night], Ritesh Batra, 2017 [filmTv108] – 7

Prodotto da Netflix, con la regia di un regista indiano a me sconosciuto, è l’adattamento cinematografico del magnifico romanzo di Kent Haruf (NN Editore).

Non vale il romanzo, ma il film è tutt’altro che banale, non fosse altro per la quarta e ultima volta insieme di Robert Redford e Jane Fonda, dopo La caccia (1966) A piedi nudi nel parco (1967) e Il cavaliere elettrico (1978).

Cathy Haruf, la vedova dello scrittore, ha riferito di quando Redford le telefonò per dirle che voleva fare il film, e lei rispose di essere d’accordo purché fosse fedele al libro. Qualche tempo dopo, il telefono di casa Haruf squillò di nuovo; era Jane Fonda, chiedeva a Cathy di passare qualche giorno insieme, viaggiando un po’ per il Colorado.

Addie Moore e Louis Waters sono vedovi, abitano uno vicino all’altra in due tipiche villette con giardino ai margini di una cittadina del Colorado. Si conoscono da anni, ma superficialmente. È lei ad avanzare la proposta di iniziare a frequentarsi, anzi di dormire insieme: a una certa età le notti sono lunghe, è preferibile non affrontarle da soli. «Posso pensarci su?», replica lui. Ci penserà su e deciderà di farlo, ma per un po’ andrà a bussare alla porta sul retro, temendo i giudizi dei conoscenti. Il segreto durerà pochissimo. Sarà il figlio di lei a provocare la crisi più significativa. E sarà il nipotino a cementare la nuova, strana unione.

Atmosfere dolcemente malinconiche: fotografato da Stephen Goldblatt, questo Colorado ha una tavolozza di colori pastello, ogni tanto sembra di vedere le ombre dei personaggi che Fonda e Redford hanno interpretato mezzo secolo fa. Emanano un’aura incantevole, sembrano aver vissuto (e recitato in cento film) per prepararsi a questa parte. E tuttavia manca qualcosa, qualcosa di piccolo ma essenziale.

Delitto senza passione, Ben Hecht per Sellerio

Tradotti da Maria Martone, ecco 5 short stories scritte da uno dei più grandi soggettisti e sceneggiatori hollywoodiani dei primi due decenni del sonoro, svariando dalla commedia brillante al noir: l’uomo che ha scritto Scarface e Notorious, Partita a quattro, Ventesimo secolo, Viva Villa!, Io ti salverò, Gilda, Le notti di Chicago, Vacanze romane, Il bacio della morte, La Cosa da un altro mondo, fino allo strepitoso La signora del venerdì (His Girl Friday, dalla commedia The Front Page, Premio Pulitzer 1928). A volte il suo nome è assente dai credits, come nel caso di Via col vento, riscritto in 7 giorni insieme al produttore Selznick e al regista Fleming (Hecht confessa di non aver nemmeno letto il romanzo di Margaret Mitchell, ricorda Enrico Ghezzi nella postfazione).

In un accesso d’ira, un avvocato libertino uccide l’amante – Carmen, ballerina di cabaret che si era fatta troppe illusioni e a cui ha appena detto che è finita – colpendola con un candelabro alla testa. L’avvocato non aveva mai perso il controllo e presto riconquista la sua proverbiale freddezza. Comincia a costruirsi un alibi, la sua lunga esperienza professionale ne guida le mosse…

Una famosa attrice di Broadway viene trovata morta nel suo appartamento “con tre palle nel cuore”. Marzia era bella e affascinante, il soggetto ideale per ricamarci sopra un‘orgia di congetture, sembrò “un epilogo quasi troppo teatrale”. L’ipotesi prevalente porta a un “amante impazzito”, ma la voce narrante richiama l’attenzione sul padre, a suo tempo attore di successo e ormai scomparso dalle scene…

Il San Marino, vecchio albergo di sette piani, a Manhattan, passati i 50 anni “più che invecchiare si decomponeva” (la trama mi ha fatto pensare a “Il palazzo”, la graphic novel di Will Eisner). Leggi il resto dell’articolo