2343, mi ricordo

Mi ricordo che il fratello dello Svedese descrisse così il suo dolore inconsolabile: “se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi”.

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Pittsburgh. Ritratto di una città industriale, William Eugene Smith, al MAST di Bologna

Steelers, così si chiama la squadra di football americano che sta di casa a Pittsburgh, Pennsylvania. I colori sociali sono nero, oro e bianco. Non ci sono grandi squadre di baseball o di basket, a Pittsburgh, ce n’è una (i Penguins), che di recente ha scalato la vetta dell’hockey, ma quella di football americano è la più vincente dell’intera NFL, l’unica franchigia ad aver vinto il Super Bowl sei volte, gli Steelers condividono il record per il maggior numero di apparizioni in finale (8) con i Cowboys di Dallas, i New England Patriots e i Denver Broncos.
Steelers viene da Steel, che vuol dire acciaio.

Pittsburgh venne insediata all’incrocio di due fiumi, Allegheny e Monongahela, che confluiscono a formare il fiume Ohio; dopo l’originario insediamento francese di Fort Duquesne, per mezzo secolo, nella seconda metà del Settecento, francesi, inglesi e coloni americani si disputarono il dominio di quel luogo strategico, e intanto sterminavano i nativi. Sui fiumi, scendevano barconi carichi di carbone, ferro, arenaria; negli anni Sessanta dell’Ottocento, arrivò l’acciaio. Pittsburgh è anche la città in cui si insediò George Westinghouse, che diede vita alla seconda azienda elettrica degli Stati Uniti.

Dal 1870, arrivarono ondate di emigrati da Dublino, Manchester, dalla Germania, e poi polacchi, ungheresi, slovacchi, russi, italiani. In seguito, salirono a nord migliaia di profughi neri in fuga dal sud razzista. Scrive il fotografo: “In comune avevano solo le fornaci, gli incidenti, i salari da fame e gli scioperi. L’inglese rimase per loro una lingua estranea”.

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Inarrestabile, Maria Sharapova, Einaudi 2017

L’ho appena vista perdere la semifinale di Roma con la rumena Halep, ma ieri e ieri l’altro era stata capace di vincere due partite da sfavorita. E al Roland Garros, se non avrà un tabellone proibitivo, potrebbe tornare in alto. 

Innamorato di Masha da quando la vidi prima in foto poi in tv, vincere Wimbledon – era il luglio 2004 – non sarei arrivato al punto di acquistare la sua autobiografia, senza due particolari: la foto in copertina e il sottotitolo. Due scelte perfette: “La mia vita fin qui” fa immaginare altri e più meditati bilanci, fra qualche decennio (Bartali ne ha scritte tre, di autobiografie). E di immagini più glamour poteva sceglierne a decine, a centinaia, ma questa è davvero coerente con il titolo («Unstoppable: My Life So Far»).

Chi cercasse confronti con «Open», l’opera attribuita ad Agassi e confezionata dal Pulitzer J. R. Moehringer, sbaglierebbe bersaglio; quello è un capolavoro, questa è solo una bella storia. Comincia con la squalifica per doping dopo gli Australian Open 2016. Masha aveva vinto 5 Slam e si chiedeva se ne avrebbe vinto un altro, il 2016 poteva essere l’ultima stagione. Ma non poteva finire così.

Da più di dieci anni, assume un farmaco che da qualche settimana è entrato nella lista delle sostanze dopanti, anche se non è mai stato provato che migliori le prestazioni. “Serena Williams ha segnato i vertici e i limiti della mia carriera… Affronto tutte le partite contro di lei con trepidazione e rispetto”; anticipa che rivelerà un segreto, qualcosa che forse spiega la natura della loro rivalità.

“Posso esprimerla in termini più raffinati, ma di base la mia motivazione è semplice: voglio battere tutti. Non è solo questione di vincere, ma di non essere sconfitta”. Masha si riconosce una qualità essenziale: la tenacia, la determinazione; “io non mollo”.

Il padre Jurij non amava Gorbacev, gli sembrava debole. La madre Elena era molto più colta del marito, laureata con il massimo dei voti. Vivevano a Gomel, Bielorussia, non lontano da Cernobyl. Elena rimase incinta poco dopo l’esplosione nucleare, i nonni materni la convinsero a trasferirsi da loro, a Niagan, Siberia, vicino al Circolo Polare Artico.

Masha nasce a Niagan il 19 aprile 1987. A due anni, i genitori si trasferiscono a Soci. A quattro, conosce il primo allenatore, Jurij Judkin, lo scopritore di Kafelnikov. Ma “in Russia il tennis era un passatempo per nobili decaduti”. Judkin sceglieva i bambini sulla base di un criterio: la capacità di concentrazione, secondo lui, “per eccellere in ogni campo bisogna essere in grado di reggere una tremenda dose di noia”. Il libro preferito è «Pippi Calzelunghe».

Verso i sei anni, Judkin convince il padre ad andarsene dalla Russia per gestire il talento della figlia…

Revancha, di Lorenzo De Alexandris e Diego Mariottini, Ultra Sport 2018

Pubblico un libro che si intitola “Rivincite” e questo ha quasi lo stesso titolo (al singolare, in spagnolo).

L’ottobre scorso consegno un racconto per un’antologia che uscirà ai primi di giugno – “Notti magiche” – miracolosamente recuperata dopo aver perso per strada un paio di editori, tramortiti dal naufragio degli Azzurri di Ventura. Il mio racconto parla del gol di Javier Zanetti agli inglesi nella Coppa del Mondo 1998, elevandolo a momento magico nella secolare rivalità fra Albiceleste e Bianchi d’Inghilterra. Che è proprio l’argomento di questo libro.

Vado alla bibliografia e trovo 8 titoli in comune: fosse uscito tre mesi prima, “Revancha” sarebbe nella mia bibliografia, e forse “Rivincite” nella loro, che puntualmente collocano lo sport all’incrocio fra storia e politica.

Sostengono gli autori che in Argentina – da Fangio a Monzón, da Vilas a Gabriela Sabatini, da Maradona a Messi – i campioni dello sport godano di una popolarità che nessun altro personaggio riesce a raggiungere.

Analogamente all’inglese “revenge”, mi pare che la parola “revancha” stia a significare sia rivincita che vendetta. De Alexandris e Mariottini descrivono una relazione fra Argentina e Inghilterra in cui “sopravvive un rancore … che non riesce proprio a estinguersi”. Tanti episodi storici, di politica e di calcio, vanno a collocarsi fra due polarità: la guerra per le Falklands/Malvinas e la mano de Diós.

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I signori del mistero, antologia a cura di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Editori Riuniti 1982

Les mejores cuentos policiales è una selezione di 15 racconti effettuata da Borges insieme all’amico Bioy Casares con l’evidente intenzione di mostrare la varietà stilistica che informa questo genere letterario.

Mi ha sorpreso la presenza di tanti autori inglesi; gli Editori Riuniti hanno racchiuso questa antologia (pubblicata nel 1962?) in una copertina che riprende il dettaglio di una foto di Luigi Ghirri.

Gli inglesi sono:
William Wilkie Collins (1824-1889)
Gilbert Keith Chesterton (1874-1936)
Hylton Cleaver (1891-1961)
Eden Phillpotts (1862-1960)
Graham Greene (1904-1991)
Michael Innes (1906-1994)

I nordamericani sono:
William Irish, cioè Cornell Woolrich (1903-1968)
Ellery Queen (pseudonimo adottato da due cugini, nati nel 1905 e morti nel ’71 e nell’82).
John Dickson Carr (1906-1977)
Harry Kemelman (1908-1996)
William Faulkner (1897-1962)

Gli argentini, infine:
Silvina Ocampo (1906-1993), dal 1940 moglie di Adolfo Bioy Casares
Adolfo Luis Pérez Zelaschi (1920-2005)
Manuel Peyrou (1902-1974)
e H. Bustos Domecq (uno dei tanti pseudonimi usati da Borges e Bioy Casares).

Fra questi 15 racconti, i miei preferiti sono quelli di Chesterton, Woolrich e Kemelman.

Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, Leonardo Sciascia

Raccolti e commentati per Adelphi da Paolo Squillaciotti, ecco 23 articoli e saggi apparsi fra il 1953 e il 1989, l’anno della morte di Sciascia. Filo conduttore: il romanzo giallo, le sue costanti, le sue variazioni. A Simenon e al suo più famoso personaggio sono dedicati i quattro capitoli centrali, scritti fra il 1961 e l’83.

La più antica indagine poliziesca sta nella Bibbia, nel Libro di Daniele: è la vicenda di Susanna, dei giudici corrotti, degli interrogatori separati con cui Daniele riesce a far emergere la verità (o almeno le versioni difformi del delitto).

L’atto di nascita del poliziesco risale a Edgar Allan Poe e ai tre racconti in cui mise all’opera Auguste Dupin. Si impone un genere fondato su un “puzzle narrativo”, “un giuoco ingegnoso, tutto teso allo scioglimento sorprendente”. Il giallo è “un sottoprodotto” debitore del gotico settecentesco inglese (cita Walpole, Il castello di Otranto, 1764).
“La richiesta del pubblico di un genere letterario fatto di contenuti in cui il delitto, l’orrore, la deformità e la pazzia facessero giuoco assoluto, senza respiro, è stata viva in ogni tempo. Era, per così dire, l’offerta che non riusciva ad adeguarsi alla domanda”.

Non va dimenticata la letteratura del “sottosuolo”, che precede l’elaborazione freudiana: anzi, “il più grande romanzo poliziesco che sia mai stato scritto resta I fratelli Karamazov di Dostojevskij”.

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Libri e fumetti comprati e letti nell’aprile 2018

APRILE 2018: comprati 15 (totale 39), letti 11 (totale 32)

  • Brubaker – Rucka – McDaniel – Lieber, Batman: Espiazione, Planeta DeAgostini, 2002
  • Loeb – Grayson – Lee – Robinson, Batman: Il segreto di Bruce Wayne, Planeta DeAgostini, 2003
  • Jan Struther, La signora Miniver, Mondadori, 1939
  • Brubaker – Grayson – Phillips – Robinson, Batman: Fuggitivo, Planeta DeAgostini, 2002
  • Judd Winick e Guillem March, Catwoman. Il Gioco, RW Lion, 2012
  • Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale, Einaudi, 1924
  • Piero Pruzzo, Musical americano in 100 film, Le Mani edizioni, 1999
  • Antonio Manzini, Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Sellerio, 2016
  • Francis Scott Fitzgerald, Cento false partenze. Autobiografia per racconti, Belleville, 1947
  • Adriano Piccardi, Clint Eastwood. Un cinema che ci riguarda, Le Mani edizioni, 2012
  • Nicola Falcinella, Agnès Varda. Cinema senza tetto né legge; Le Mani edizioni, 2010
  • David Gilmour, L’anno di noi due. Un padre, un figlio, tre film a settimana, Rizzoli, 2007
  • Stephen Tapert, Best Actress. Dizionario delle Dive da Oscar, Silvana editoriale, 2014
  • Marco Paolini e Gianfranco Bettin, Le avventure di Numero Primo, Einaudi, 2017
  • Hugo Pratt, Viaggi con Kipling, Rimbaud e Baffo, l’Espresso, 2018

 

  1. Seymour Hersh, My Lai Vietnam, 1970 (2005)
  2. Loeb – Grayson – Lee – Robinson, Batman: Il segreto di Bruce Wayne, 2003
  3. Jan Struther, La signora Miniver, 1939 (1947)
  4. Judd Winick – Guillem March, Catwoman. Il gioco, 2012
  5. Naima Comotti, Vivian Maier. La bambinaia fotografa, 2014
  6. Rucka – Brubaker e altri, Batman. Fuggitivo + Espiazione, 2002
  7. Luis Sepúlveda, Le rose di Atacama, 2000
  8. David Gilmour, L’anno di noi due, 2007 (2010)
  9. Howard Fast, Mirage, 1951 (2010)
  10. Hugo Pratt, Viaggi con Kipling, Rimbaud e Baffo, 2018
  11. Leonardo Sciascia, Il metodo di Maigret, 2018 

Mirage, Howard Fast, 1951

Uscì con il titolo Fallen Angel e con lo pseudonimo Walter Ericson; solo nel 1965, in seguito al successo della pellicola che ne fu tratta (con Gregory Peck, Diane Baker e Walter Matthau, regia del blacklisted Edward Dmytryk), il romanzo riapparve a firma Howard Fast e con lo stesso titolo del film, Mirage.

Romanzo sulla paranoia, individuale e di massa, con un’ottima idea di partenza – che in qualche modo anticipa Manchurian Candidate – e un finale non all’altezza; per Polillo editore, la traduzione è di Giovanni Viganò.

“Vi dirò com’è andata e dopo potrete giudicare voi”: comincia così, la voce narrante (il protagonista) si rivolge direttamente al lettore. È un piovoso marzo a Manhattan, chi parla non ha moglie, non ha amici, lavora come contabile in un ufficio al ventiduesimo piano, dalle nove alle cinque. Un’improvvisa interruzione dell’elettricità lo costringe a scendere decine di rampe di scale, al buio; una bella donna dai corti capelli neri mostra di conoscerlo, ma lui non la ricorda.

All’uscita dal grattacielo, c’è un cadavere: un uomo si è gettato dal ventiduesimo piano, si chiamava Charles Calvin. Poco prima aveva finito di dettare una lettera al Presidente degli Stati Uniti, da cui aveva ricevuto una richiesta a proposito degli armamenti atomici. Nulla faceva presagire la tragedia. Lascia una moglie e una figlia, Joyce. Era considerato incorruttibile, aveva rifiutato varie cariche governative.

Tutto questo, il protagonista lo scopre leggendo l’edizione della sera di un quotidiano, in un bar dove si è fermato a bere un whisky, prima di rincasare. Vive in un monolocale.
“Come entrai in casa, c’era questo tizio seduto nella mia poltrona, che mi stava aspettando. Fumava uno dei miei piccoli sigari”.

Lo sconosciuto viene a nome di un tale Vincent, ha degli ordini per lui; se non li eseguirà, verrà ucciso. Deve partire per l’Ungheria quella sera stessa. L’uomo ha tutto per superare le sue obiezioni, un biglietto aereo, un passaporto nuovo, e una pistola per costringerlo. Ma il protagonista si ribella, colpisce l’intruso, lo disarma, lo getta giù dalle scale. “Così rientrai in casa, chiusi la porta a chiave e andai in bagno a vomitare”…

L’anno di noi due, David Gilmour, Rizzoli, 2007

Mi hanno attirato, innanzitutto, l’omonimia – lo scrittore è canadese, nulla a che fare con il chitarrista dei Pink Floyd – e poi le prime righe della sinossi e il fatto che fosse a metà prezzo: The Film Club, tradotto da Michele Foschini, è il racconto autobiografico di una relazione fra padre e figlio adolescente, ricostruita attraverso la visione cadenzata di tanti film.

Assomiglia, soprattutto nell’uso dell’autoironia, al Nick Hornby di «Un ragazzo» («About a Boy»), ma resta almeno un gradino sotto. Non mi pare raggiunga pienamente l’obiettivo implicito: descrivere le potenzialità di una pedagogia alternativa a quella scolastica.

Jesse è motivo di forte preoccupazione per i genitori separati, il rendimento scolastico fra la prima e la seconda superiore è precipitato, “la scuola lo stava rendendo sfuggente e aveva fatto di lui un bugiardo”. Il narratore, David, arriva a concludere che sarebbe una liberazione se abbandonasse la scuola; vive con la seconda moglie, Tina, ma è rimasto in ottimi rapporti con Maggie, la madre di Jesse; abitano tutti a Toronto, Quebéc.

Quel ragazzone di un metro e novanta non legge libri, detesta gli sport, l’unica cosa che gli piace è guardare film. Non è esattamente un ribelle, vuol far contenti i genitori, ma a scuola proprio non riesce a starci. Vengono poste due condizioni all’abbandono della scuola: evitare la droga e garantire la visione di 3 film a settimana, scelti dal padre; “è la sola forma di educazione che ti impartirò”. Leggi il resto dell’articolo

Le avventure di Numero Primo: stavolta Paolini mi ha lasciato freddo

Fra teatro e televisione, ho visto Marco Paolini molte volte. Fra l’Arena del Sole e il Duse, «La Ballata di uomini e cani» (da Jack London), «La macchina del capo», «Miserabili. Io e Margaret Thatcher», fino a «Il Sergente». Stavolta, mi sono ritrovato meno emozionato di tutte le altre volte: ammirato, sì, è sempre magnifico seguire l’oralità di Paolini; affezionato, ormai lo sarò per sempre (e ho altrettanta stima dell’altro autore, Gianfranco Bettin). Eppure, il racconto mi è arrivato freddo, e ho faticato a coglierne la lunghezza d’onda.

Forse è una questione di fantascienza. Il genere è da tempo in grande crisi, ogni futuro che ci viene prospettato ci appare debole, la velocità del cambiamento tecnologico (e, purtroppo, anche climatico) rende quelle profezie meno avvincenti e temibili della realtà.
Forse è una questione di messinscena, non avevo mai visto Paolini silenzioso davanti a uno schermo che rimanda un dialogo in inglese, e il palco era scarno, e la musica e i cori sono intervenuti poco. Al cinema, la fantascienza può ancora riempire gli occhi con gli effetti speciali; a teatro, si fatica a immagazzinare parole che trattano di filosofia e neuroscienze (e il pubblico non aspetta altro che sfogarsi in un momento comico: ottima idea la capra, ordinata su Amazon).

Mi resta la sensazione di girare a vuoto, di non riuscire ad avvicinarmi abbastanza al problema di fondo.

La trama è ambientata nel triveneto, fra Porto Marghera e le Dolomiti, l’enorme Gardaland che ha circondato l’intero lago e una Venezia futuribile che tuttavia è sempre e solo una meta turistica.
Il narratore è Ettore, professione fotografo free-lance, un cinquantenne solitario che vive in un appartamento dimesso e che scopre una singolare affettività con una voce femminile che esce da internet (echi di «Her», Spike Jonze?), quella di Echné, la madre scienziata. Leggi il resto dell’articolo

Le rose di Atacama, Luis Sepulveda, Guanda, 2000

Su una pietra di Bergen Belsen, forse con un chiodo, qualcuno ha lasciato la più drammatica delle proteste: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”. In queste “storie marginali”, Sepúlveda omaggia figure sconosciute, ai margini, spesso sconfitte, la cui vita è segnata da un gesto di coraggio, da una coerenza intransigente, nell’opporsi al potere, all’arbitrio e all’ingiustizia.

Historias marginales, nella traduzione di Ilide Carmignani.

Sono effimere, vivono meno di un giorno, le rose di Atacama: nascono e muoiono, rosse come il sangue, alterando la desolazione salmastra di un deserto, ma il prodigio è così puntuale e sorprendente da spingere gli uomini e le donne a attendere per giorni la fioritura. Analogamente, uomini e donne di cui Sepúlveda parla in queste pagine hanno illuminato per un lunghissimo momento la realtà in cui vivevano, e il valore delle loro azioni non è stato dissipato, qualcuno ha raccolto la loro fiaccola.

Delle oltre trenta storie qui raccontate, riprendo solo quella di Vidal, un agitatore, un sindacalista contadino che furtivamente organizzava assemblee e distribuiva volantini in lingua quechua, “i nostri occhi si incontrarono, perché per una legge fantastica della vita la gente che è stata fottuta s’incontra. Lui era ricercato e io ero agli inizi di un esilio che sarebbe durato anni”. Era il 1977, il paese l’Ecuador… In tasca, Vidal tiene una fotografia di Greta Garbo strappata a una rivista: “Me la porto dietro perché mi protegge. Sono ateo, ma è sempre bene avere qualcuno a cui raccomandarsi”.

Ho voluto leggere questo libro perché sapevo che vi era citato Jan Palach (ho una mezza idea, da trent’anni…). Qui, Sepúlveda ricorda un amico cecoslovacco, Miki Volek, conosciuto nel 1967 a un raduno della gioventù socialista che si teneva a Córdoba, in Argentina. Suonava la chitarra in un gruppo rock, i Crazy Boys, mise in musica anche una breve poesia di un tale Jan Palach, che si svolge così: “Io oso perché / tu osi perché / lui osa perché / noi osiamo perché / voi osate perché / loro non osano”.
Miki Volek si fece sei mesi di carcere dopo l’invasione dei carri armati del Patto di Varsavia, poi lavorò come giardiniere in un cimitero di Praga, gli era stato vietato di suonare in pubblico. Fu fra i fondatori di Carta ’77. E il racconto va divagando sulla chitarra Fender e sui Tupamaros…

Libri e fumetti comprati e letti nel marzo 2018

MARZO 2018: comprati 8 (totale 24), letti 9 (totale 21)

  1. Adrien Bosc, Prendere il volo, Guanda, 2015
  2. Francesco Gallo, Le Dee di Olimpia, Ultra Sport, 2016
  3. Giacomo Mondadori (a cura di), Un tempo, una vita (Bobby Fischer), Feltrinelli, 2012
  4. Edward Sorel, I diari bollenti di Mary Astor, Adelphi, 2016
  5. ZZ – Meridiani, Bologna, Editoriale Domus, 2018
  6. Georges Simenon, Il fondo della bottiglia, Adelphi, 1949ù
  7. Leonardo Sciascia, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, Adelphi, 1989
  8. Hugo Pratt, Chine, l’Espresso, 2018

 

  1. Georges Simenon, Maigret ha paura, 1953
  2. Edward Sorel, I diari bollenti di Mary Astor, 2016
  3. Stig Dagerman, Autunno tedesco, Iperborea, 1947
  4. Amitav Ghosh, La grande cecità, Neri Pozza, 2016
  5. Rino Albertarelli, Wyatt Earp, DAIM Press, 1975
  6. Hugo Pratt, Chine, l’Espresso, 2018
  7. Adrien Bosc, Prendere il volo, Guanda, 2014
  8. Georges Simenon, Il fondo della bottiglia, Adelpgi, 1949
  9. Howard Zinn e altri…, Storia popolare dell’impero americano, il manifesto, 2008

Omaggio a Nick Hornby 3.

Vivian Maier, appunti sul film, il libro, la mostra

“Un documentario ripercorre la storia incredibile della babysitter che passò la vita a fare foto magnifiche senza mostrarle a nessuno”: a scriverlo è stato Fabio Ferzetti sul «Messaggero» del 17 aprile 2014, e trovo sia una sintesi mirabile.

Il ventinovenne John Maloof, per puro caso, entra in possesso di una scatola di suoi negativi, battuti all’asta a Chicago, nel 2007. Solo due anni dopo comincerà a stampare le foto. Cercando notizie su Internet, scoprì che Vivian Dorothea Maier era morta pochi giorni prima (il 21 aprile 2009), a 83 anni, sola e in povertà.
Imbattersi in un archivio così favoloso, è come trovare la cassa del tesoro nascosta sulla famosa isola. Maloof scopre che di negativi ce ne sono oltre 150.000, e con una minima spesa li recupera tutti. Comincia una classica storia all’americana, la ricerca/inseguimento di un’ombra e dei suoi segreti, John Maloof si mette sulle tracce di Vivian Maier.
Perché scattò tante foto? E perché non fece nulla per farle vedere e condividerle?

Faceva la bambinaia, la governante, la “tata”, una specie di Mary Poppins. Non si lasciava fotografare da altri, ma si è concessa centinaia di autoritratti, utilizzando specchi o vetrine.
La macchina fotografica era una Rolleiflex. Stava appesa al collo e Vivian Maier poteva scattare dal basso, a volte senza farsi notare. La fotocamera biottica “impone al fotografo di chinare il capo per fotografare”, dunque consente di non rivolgere lo sguardo verso la persona o l’oggetto che si sta fotografando.
Trovo vi sia qualcosa in comune con il cinema di Ozu, per la particolare altezza da cui scatta le fotografie: non quella degli occhi, ma del diaframma.

Autodidatta, le prime fotografie identificate risalgono al 1951. Sono quadrate, in bianco e nero. Non diede mai titoli alle sue foto; le indicazioni su date e luoghi non sono sempre certe.
Pare fosse di origini francesi, lo fa supporre il suo accento, invece si scopre che era nata a New York City l’1 febbraio 1926 e che solo la madre era francese. Leggi il resto dell’articolo