Fra Bolognini e Beccantini

Alla fine, ieri pomeriggio, ho dovuto fare il “bravo presentatore”.

Ma per chi non conosce “La squadra spezzata”, il libro di Luigi Bolognini, riproduco quanto ne avevo scritto, l’ottobre scorso.

Uscito nel 2007 per Limina, questo romanzo merita la riedizione accurata che gli offre un editore romano, capace di confezionare “oggetti” librari ormai inconfondibili, grazie alle copertine di Guido Scarabottolo e al progetto grafico di Silvana Amato.

Ho letto il romanzo quando uscì, mi è capitato di presentarlo in pubblico, Luigi è un amico e mi ha chiesto di rileggerlo mentre stava procedendo alla revisione del testo, dunque non può essere la trama a colpirmi. Ho la sensazione che i minimi interventi sul testo originario puntino a un obiettivo implicito: avvicinarsi ancora di più alla forma “romanzo”, senza disperdere nulla del contesto politico e dell’ancor più rilevante sfondo ambientale: il calcio, la Grande Ungheria, l’Aranycsapat di Puskas e Hidegkuti, Bozsik e Kocsis, una delle squadre che hanno reinventato il calcio e resteranno nei libri di storia pur senza aver vinto una Coppa del Mondo, per la sbalorditiva qualità estetica che riuscivano a esprimere. “Una squadra che faceva nascere il gusto per il bello”, un motivo di orgoglio popolare, una delle poche realizzazioni degli ideali del socialismo.

Un record storico, tuttavia, quella squadra se l’è conquistato e nessuno potrà cancellarlo: il 25 novembre 1953, un mercoledì, ha infranto l’inviolabilità casalinga degli inventori del gioco, un leggendario 3-6 a Wembley confermato con un umiliante 7-1 al Népstadion di Budapest, qualche mese dopo. Una doppia, crudele lezione alla storica supponenza inglese. Non so quali immagini avesse visto, ma mio babbo è sempre rimasto convinto che nessuna squadra (non il Brasile del ’58, non l’Olanda dei primi Settanta) abbia giocato così bene come quell’Ungheria.

Mio babbo era comunista. Come gran parte dei personaggi reali o immaginari che Bolognini fa rivivere nelle strade di Budapest, nel periodo compreso fra l’edificazione del Népstadion e la sanguinosa fine della Rivoluzione del 1956.
Gábor è il Nemecsek della via Pál. Il padre Lajos lavora in un’acciaieria. A nove anni, porta il figlio a partecipare alle domeniche di lavoro volontario per costruire il Népstadion, quando le macerie della guerra ancora ingombrano le strade. Di quattro anni più grande, Sándor è il figlio del custode dello stadio della Honvéd, la squadra che si chiamava Kispest come il quartiere dove si trova lo stadio.
Gábor è fra i raccattapalle del 7-1 agli inglesi al Népstadion, il 23 maggio 1954. Il suo compleanno cade il 3 luglio, la mamma Ilona gli regala una maglia rossa con il 10 sullo schiena, come Puskás… il 4 è il giorno della finale della Coppa del Mondo 1954. A Budapest c’è il sole, a Berna piove. Il 4 luglio 1954 si concretizza la più grande delusione nella storia dell’Ungheria, il “miracolo di Berna” nella versione tedesco-occidentale (senza dimenticare le amfetamine e i tacchetti svitabili dell’Adidas, su cui poterono contare i vincitori).

Sándor ha l’età per confezionare un ragionamento politico, che Gábor ascolta attonito. L’amico è contento che si sia perso, “serviva perdere la Rimet per ribellarsi. Per la dittatura non protesta nessuno”.

“Simoni si nasce” alla fiera Tempo di libri di Milano

La sonata a Kreutzer, Lev Tolstoj

QUI e QUI

L’uxoricida viveva a Mosca in una grande casa, ed è lì che compì il suo delitto. Uccise la moglie con “un pugnale ricurvo di Damasco molto affilato ancora mai usato”. Quella notte, “quanto più mi abbandonavo alla cieca collera, tanto più la coscienza mi si schiariva”. Viene arrestato e passa undici mesi in prigione, ma già il terzo giorno, al cimitero, ha pienamente compreso l’enormità di quel che ha fatto.

La vicenda si svolge compiutamente durante un viaggio in treno, il lettore raccoglie il lucido delirio dell’assassino. Il sentimento dell’amore è solo una costruzione nata dal bisogno di ammantare di bellezza e di virtù qualcosa che in realtà è bestiale e violento: il desiderio sessuale, soprattutto se disgiunto dal fine riproduttivo, spinge l’uomo verso uno smodato desiderio di possesso. Gli uomini valutano le donne come oggetti per soddisfare le proprie voglie, e le donne si lasciano guardare, desiderose di essere scelte; le donne sono schiave dei desideri degli uomini, ma allo stesso tempo dominano gli uomini, poiché possono eccitare gli istinti maschili, soddisfarli o respingerli a seconda delle esigenze.

A Tolstoj non interessa chiarire se il tradimento avvenne oppure no; certo, la visita ad una donna sposata in piena notte nella Russia di fine Ottocento, e l’evidente intesa tra lei ed il musicista, con la sua educazione libertina nei salotti parigini, generano il sospetto sulla natura del loro rapporto.

Tradotto da Riccardo Rossi. La critica letteraria riservò alla «Sonata» un’accoglienza negativa, infastidita dalla tematica scabrosa. Per la pubblicazione, si rese necessaria l’intercessione dello stesso zar Alessandro III, il quale fornì il “nulla osta” grazie all’influenza della moglie di Tolstoj, Sonja. La quale fornì al marito l’ispirazione di partenza, con l’infatuazione per un musicista ospitato nella casa di Tolstoj.

 

La sonata a Kreutzer, secondi appunti

A loro volta, le donne sanno benissimo che “l’amore, anche il più eletto, il più poetico, non dipende affatto dalle qualità spirituali, ma dall’attrazione fisica”. L’uomo preferisce passare il tempo con donne noiose e superficiali, piuttosto che con donne sciatte e vestite male.
Nel suo caso, non si trattò di matrimonio d’interesse: lui era più ricco di lei, e già questo lo rendeva orgoglioso. E poi, “mentre gli altri si sposavano già con l’intenzione di continuare le precedenti relazioni anche dopo il matrimonio, io mi sposavo con la ferma intenzione di rimanere fedele a mia moglie”.

Comincia con silenzi, tristezze, incomprensioni, litigi; poi si spalanca l’abisso: “Una volta soddisfatti i sensi, si era esaurito quel primo slancio di affetto”.
L’uxoricida ebbe dalla moglie cinque figli in otto anni; eppure, “la gelosia mi afflisse durante tutta la vita che passai con mia moglie… i periodi della gravidanza e dell’allattamento erano gli unici che riuscivano a placare la mia gelosia”. Poi i medici le sconsigliarono altre gravidanze e le insegnarono come evitarle.

Lei cominciò a rifiorire e a divenire provocante, “era come una cavalla ben nutrita alla quale, dopo essere stata molto a freno, siano state tolte le briglie”. Infine, la moglie conobbe un violinista e se ne infatuò. Una sera, mentre i due eseguono (lui al violino, lei al pianoforte) la «Sonata a Kreutzer» di Beethoven, l’uomo avverte quanto sia insostenibile il peso del suo dolore.

La voce narrante è quella di un uomo che rimane senza nome, sia per il lettore che per l’assassino. Costui prima registra le discussioni fra sconosciuti sui principi fondanti dell’amore, poi la confessione di colui che ha ucciso la moglie. – segue – 

La sonata a Kreutzer, primi appunti

Lev Tolstoj scrive questo romanzo breve nel 1889. E sa bene come catturare l’attenzione del lettore.

Nel corso di un lungo viaggio in treno, il narratore descrive brevemente gli altri passeggeri che si alternano nella sua carrozza e frammenti di dialoghi. Finché un anziano mercante teorizza che l’unico matrimonio sensato e destinato al successo è quello in cui la moglie ubbidisce ciecamente al marito. Molti matrimoni falliscono oggigiorno, sostiene il mercante, perché “sono tutti troppo istruiti”. Le repliche degli altri passeggeri e in particolare di una puntigliosa signora non scalfiscono le convinzioni dell’uomo, che poi scende dal treno, ma la conversazione riprende e si focalizza sul sentimento dell’amore, sul suo significato, la sua sincerità, la sua durata. Ed ecco che un passeggero si mostra agitato, nervoso e dichiaratamente scettico: per lui l’amore, inteso come la preferenza assoluta accordata a una sola persona, non dura mai tutta la vita, ma solo per un breve intervallo di tempo.

Quel passeggero si presenta. Si chiama Pòzdnyshev, il suo nome è assai noto perché ha ucciso la moglie. È ancora giovane, ma ha i capelli grigi.
Alcuni chiedono al controllore di cambiare carrozza, ma il narratore si fa raccontare come sono andate le cose. Raccoglie una confessione. “Al buio non riuscivo a distinguere il suo viso, ma ascoltavo, con il rumore del treno, la sua voce sincera e grave a un tempo”.

L’uxoricida è di famiglia assai benestante, aveva vaste terre di proprietà, si era laureato e fino ai trent’anni aveva condotto una vita dissoluta, fra bordelli, relazioni a pagamento e cure per la sifilide. Poi aveva conosciuto una donna. “All’improvviso decisi che doveva essere lei quella che cercavo. Mi sembrava che quella sera ella pensasse e capisse tutto ciò che io stesso pensavo e sentivo, e mi sembrava di pensare e sentire le cose più sublimi. La vera realtà era questa: ella stava benissimo in quell’abito di jersey e con quei riccioli e, dopo essere stato con lei tutta la giornata, desideravo starle più vicino”.
Ecco, l’amore si scambia con il desiderio. “È straordinario come di solito ci illudiamo che la bellezza non possa essere disgiunta dalla bontà”. – segue –

L’albergo rosso, Honoré de Balzac, 1931

L’Auberge rouge, tradotto da Daria Pozzi, è un racconto che fa parte degli Studi filosofici, quelle trame a orologeria, costruite per porre un personaggio dinanzi a una decisione morale. Il fuoco dell’attenzione è su un omicida impunito e insospettato, fino a quando qualcuno scopre la verità. Penetrare in quel terribile segreto, si rivelerà penoso e dannoso: meglio sarebbe stato non aver scoperto nulla.

“Se come me aveste avuto il piacere di partecipare a questa allegra riunione di persone che avevano ritirato gli artigli commerciali per speculare sui piaceri della vita, vi sarebbe stato difficile detestare gli interessi da usuraio o maledire i fallimenti”. Alla fine di quell’ottima cena, fra capitalisti e commercianti e parecchie donne piacevoli e graziose, la figlia del padrone di casa chiede all’ospite tedesco di raccontare una storia. Costui si chiama Hermann.
A quel tavolo c’è anche un uomo già intravisto in Papà Goriot, pubblicato quattro anni dopo, quel tale Taillefer, grande finanziere che non volle riconoscere la figlia – Victorine, non citata – avuta dal primo matrimonio finché l’erede designato non venne ucciso a duello. “La povera ragazza è diventata così una delle più ricche ereditiere di Parigi”. Taillefer ascolta il racconto con evidenti segni di nervosismo.

Non vi racconterò le circostanze del delitto.
Balzac è certo che l’omicida sia Taillefer. Poi vede la figlia Victorine e se ne innamora. Ora, però, sa che la sua fortuna risale a un odioso delitto per il quale un altro è stato punito, e non sa decidersi sul che fare. Perciò invita a cena tutti i suoi amici più probi, onesti e di specchiata moralità, racconta loro i fatti e pone il dilemma. Deve sposare Victorine o allontanarsene? Votano in 17, a scrutinio segreto.

“Dove finiremmo se andassimo a rivangare l’origine di ogni ricchezza”, gli dice uno degli amici. Tutti e 9 i giovani votano a favore del matrimonio, tutti e 8 gli anziani votano contro…

Papà Goriot, Honoré de Balzac 1835

INNANZITUTTO QUI

“Parigi è un vero e proprio oceano. Gettatevi la sonda, non ne conoscerete mai la profondità”.

“Se l’amore avesse rianimato quegli occhi tristi, Victorine avrebbe potuto competere con le più belle ragazze”.

“Vautrin conosceva tutto, le navi, il mare, la Francia, l’estero, gli affari, gli uomini, gli avvenimenti, le leggi, gli alberghi e le prigioni… Egli sapeva o indovinava gli affari di coloro che lo circondavano, mentre nessuno riusciva a scoprire i suoi pensieri o le sue attività”.

“Rastignac possiede l’audacia giovanile che fa compiere delle grandi sciocchezze o ottenere dei grandi successi”.

“Eh sì, sono uno sprovveduto che si metterà tutti contro, se lei si rifiuta di aiutarmi. Ritengo difficilissimo incontrare a Parigi una donna giovane, ricca, elegante che sia libera, e a me ne occorre una che mi insegni quello che voialtre donne sapete spiegare così bene: la vita”.

“Ebbene, monsieur de Rastignac, tratti questo mondo come si merita. Lei vuole arrivare, io l’aiuterò. Scoprirà quanto sia profonda la corruzione femminile e valuterà l’estensione della misera vanità umana… Colpisca senza pietà, sarà temuto. Accetti gli uomini e le donne soltanto come cavalli di posta che lascerà crepare a ogni stazione, in tal modo arriverà alla meta dei suoi desideri”.

(Vautrin): “Il segreto delle grandi ricchezze apparentemente inesplicabili è un delitto caduto nel dimenticatoio grazie al fatto che è stato perpetrato con eleganza”.

(Goriot): “La mia vita è riposta nelle due figlie. Se si divertono, se sono spensierate, se sfoggiano abiti eleganti, se camminano sui tappeti, che importa la stoffa di cui sono vestito e il luogo dove dormo?”.

“Sgomento per quel raffinato parricidio (Rastignac) vedeva il mondo come un oceano di fango, dove l’uomo sprofondava fino al collo”,

Isabelle, Clara, Rosalind ed Eleanor… Di qua dal Paradiso, Francis Scott Fitzgerald, 1920 (due di due)

“La scuola rovinò il suo francese e gli provocò il disgusto per gli autori standard. I professori lo ritenevano pigro, poco serio, e di intelligenza superficiale.
Collezionò ciocche di capelli di molte ragazze. Portò l’anello di parecchie. Alla fine non poté più accettare anelli per via del suo tic nervoso di morderli fino a deformarli. Questo, a quanto si diceva, di solito destava la gelosia sospettosa del suo successore”.
Poi, l’Università: Princeton. Da principio, Amory “si sentiva inutilmente rigido e goffo in mezzo a quella gioventù vestita di flanella bianca e senza cappello”. Ma rapidamente, “Amory amò Princeton: la sua pigra bellezza, il suo significato appena intuito, la folle orgia lunare di fruscii, i gruppi eleganti e prosperosi delle grandi ambizioni e, soggiacente a tutto, l’atmosfera di lotta di cui era pervaso il suo corso”.
Vorrebbe giocare a rugby, ma subisce presto un grave infortunio. Si susseguono gli innamoramenti letterari: Oscar Wilde, Swinburne, Shaw, Keats, Yeats.

Isabelle, ricchissima e forbita, gli scriveva “con provocante discrezione lettere del tutto asentimentali, ma sperò contro ogni speranza che ella avrebbe finito per rivelarsi un fiore abbastanza poco esotico”.
“Poi gli occhi di smeraldo della tragedia fissarono improvvisamente Amory”: in una gita in automobile con amici, abbastanza ubriachi, una delle auto va a sbattere contro un albero, muore un ragazzo, altri due rischiano di morire. Il giorno dopo, al ballo del cenone annuale, Amory rivede Isabelle. “Si guardavano teneramente sul pollo fritto ed erano certi che il loro amore sarebbe stato eterno”.
Amory intuiva “che stava godendo la vita come probabilmente non l’avrebbe goduta mai più. Tutto era intenerito dalla foschia della sua stessa giovinezza. Era arrivato, tra i migliori della sua generazione, a Princeton. Era innamorato e il suo amore era ricambiato … Com’era bello da vedere e come gli stava bene l’abito da sera … Era Isabelle e dalla cima dei capelli lucenti alle scarpette di lamé d’oro non gli era mai parsa così bella”.

Nell’anno 1919, le rendite famigliari subiscono un forte colpo (sfortunate speculazioni sul petrolio); non passerà molto tempo prima che Amory si ritrovi in una condizione economica assai distante da quella dell’adolescenza. Amory riflette, parla con i compagni d’università, legge, scrive poesie, incontra più volte un amico della madre, Monsignor Darcy, in cui ritrova molte affinità. Conosce Clara, una lontana cugina, coetanea, vedova con due bambini.
“Che cervello aveva Clara! Riusciva a trasformare in conversazione affascinante e quasi brillante l’aria più lieve che mai fluttuasse in un salotto”. Amory comincia a frequentarla; “lentamente egli si innamorò e incominciò a pensare chimericamente al matrimonio”. Sarebbe diventata “la sola ragazza che Amory avesse mai conosciuta a proposito della quale riuscisse a capire perché potesse preferirgli un altro”. Leggi il resto dell’articolo

Di qua dal Paradiso, Francis Scott Fitzgerald, 1920 (uno di due)

Il primo romanzo, scritto a 23 anni. Fitzgerald aveva già accumulato 122 rifiuti da riviste a cui aveva proposto racconti.
Il protagonista, Amory Blaine, è ricco, bello, intelligente; frequenta una delle Università più prestigiose (Princeton); si innamora di quattro donne (Isabelle, Clara, Rosalind ed Eleanor) come Frédéric Moreau nell’Educazione sentimentale di Flaubert.
Con questo romanzo comincia il decennio – fra la fine della Prima Guerra Mondiale e il Crollo di Wall Street – che proprio da Fitzgerald prese il nome di Età del Jazz.

Fernando Pivano scriveva, nel 1951: “Fu quello un periodo nel quale tutti i gesti, anche quelli che nella prospettiva storica sembrano ormai insignificanti, assumevano un carattere di protesta, di sfida. Una donna non poteva tagliarsi i capelli, mettersi le calze color carne, accorciarsi le gonne, senza che la società prendesse questi fatti come simboli di ribellione quando non di anarchismo”.
Nel 1919, il panico per il bolscevismo: e la psicosi isterica per l’infiltrazione di stranieri.
Nel gennaio 1920 entrò in vigore il Proibizionismo. In tre anni, Alphonse Capone costruì un’impresa con almeno 700 dipendenti.
Nel 1919 Fitzgerald conobbe Zelda (lui 23, lei 18 anni). Non c’era uomo che non si innamorasse di Zelda, e di Zelda si innamorò anche lui. La Rosalind del romanzo pare proprio Zelda.

“Amory Blaine ereditò dalla madre ogni tratto, tranne quei pochi sparsi e indefinibili che lo resero di qualche valore. Il padre, inefficiente e disarticolato, con una predilezione per Byron e l’abitudine di sonnecchiare sopra l’Enciclopedia Britannica, divenne ricco a trent’anni grazie alla morte di due fratelli maggiori … Stephen Blaine tramandò alla posterità la sua altezza di un metro e ottanta scarsi e la sua tendenza a esitare nei momenti cruciali, caratteristiche che riapparvero nel figlio Amory”.

La madre, Beatrice O’Hara, era una donna di grande fascino e temperamento. Istruita, ricchissima, frequentatrice delle corti europee, “assorbì il tipo di educazione che non sarà mai più possibile … In uno dei momenti meno importanti della sua vita Beatrice ritornò in America, conobbe Stephen Blaine e lo sposò: quasi esclusivamente perché era un tantino stanca, un tantino triste”.
Unico figlio, Amory, nacque in un giorno di primavera del 1896.
Per dire come vivessero, lui e la madre, ecco un episodio: dopo quattro ore di viaggio verso l’Europa, sopra una nave, “gli scoppiò l’appendice, probabilmente per i troppi pasti consumati a letto; e dopo una serie di telegrammi forsennati in Europa e in America, tra lo stupore dei passeggeri la grande nave virò lentamente di bordo e ritornò a New York a depositare Amory sul molo. Dovete ammettere che anche se non era vita era magnifico”. (1 di 2)

Simenon, i racconti (con o senza Maigret)

RUE PIGALLE
Maigret e la chiatta degli impiccati
Il caso del boulevard Beaumarchais
La finestra aperta
Il signor Lunedì
Jeumont, 51 minuti di fermata
Pena di morte
Le lacrime di cera
Maigret in Rue Pigalle
Un errore di Maigret

LA LOCANDA DEGLI ANNEGATI
L’innamorato della Signora Maigret
La vecchia signora di Bayeux
La locanda degli annegati
Stan l’assassino

ASSASSINIO ALL’ÉTOILE
Assassinio all’Étoile
Tempesta sulla Manica
L’amico della signorina Berthe
Maigret e le tre figlie del notaio

MINACCE DI MORTE
L’enigmatico signor Owen
Quelli del Grand Café
Minacce di morte
Il prigioniero della strada
Vendita all’asta

LA PIPA DI MAIGRET
La pipa di Maigret
La testimonianza del chierichetto
L’uomo più ostinato di Parigi

UN NATALE DI MAIGRET
Non si uccidono i poveri diavoli
Maigret e l’ispettore scontroso
Un Natale di Maigret

ISPETTORE G.7
Il Grand Langoustier
La notte dei sette minuti
L’enigma della Marie-Galante

LA PAZZA DI ITTEVILLE (Ispettore G.7) 

INCHIESTE DELL’AGENZIA O. 1. L’UOMO NUDO
Lo spioncino d’Émile
Il capanno di legno
L’uomo nudo

INCHIESTE DELL’AGENZIA O. 2. LO STRANGOLATORE DI MORET –
L’arresto del musicista
Lo strangolatore di Moret
Il vecchio con il portamine

Interismo Leninismo, Luigi Cavallaro e la sua concezione materialistica della zona (manifestolibri, 2017)

L’autore lo dice subito, avverte il lettore di non cercare nel calcio una banale metafora della politica. Piuttosto, ha scritto queste pagine per soddisfare il bisogno “di discettare della mia passione per il calcio e per l’Inter, camuffando questa esigenza con i rimandi alla politica”; così facendo, si è convinto di poter rendere accettabile questo “recupero settimanale dell’infanzia”, come lo definì Javier Marias in un magnifico libretto finalizzato a smarcare il Real Madrid dal franchismo.

In realtà, l’ambizione di Cavallaro è quella di “(ri)provare a parlare di politica e dunque di destra e di sinistra”, facendo leva sulla assoluta serietà del gioco, sulle sue regole costitutive e sulle “pure relazioni” che originano. Il calcio è uno sport di squadra segnato dall’individualismo, anzi “dall’estro individuale”, ma le figure centrali si sono progressivamente decentrate dal campo, hanno smesso di essere il centravanti o il Numero 10, e sono diventate gli allenatori, i progettisti del gioco, del suo “disegno tattico”. Sono gli allenatori, ormai, a concretizzare la teoria sistemica per cui “il tutto è maggiore della somma delle parti e possiede proprietà che le singole parti non hanno, al punto che queste ultime si trasformano nel momento in cui vengono a costituire il tutto”: non vi viene da pensare allo spaesamento di Messi fuori dal Barcellona, appena certificato dal fallimento di Guardiola al City?

Cavallaro ha rimesso le mani sul libro omonimo, pubblicato sette anni fa, appena prima del Triplete. Nella nuova edizione tiene conto di ciò che è accaduto nel frattempo. Mentirei se dicessi che è una lettura facile, ma citando tale Frygies Karinthy, l’autore chiosa: “Non sono io a essere complicato, ma ciò di cui sto parlando” (Ovviamente ho dovuto scoprire chi fosse Karinthy: scrittore, poeta, drammaturgo, giornalista e traduttore ungherese, pare sia stato il primo, nel ’29, a proporre il concetto dei sei gradi di separazione).

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Rastignac, la vita non riesce a guastarlo

Goriot muore e alla sua memoria Eugène de Rastignac lancia la sua sfida alla società: “A noi due, adesso!”.

Il vecchio Goriot viveva assai modestamente della sua pensione, alloggiato presso Madame Vauquer. Amava alla follia le sue due figlie, tremendamente egoiste e ingrate: una ha sposato un aristocratico, l’altra un banchiere.

Rastignac è uno studente di diritto, un cognome di antica nobiltà e pochi quattrini; è venuto a cercare fortuna a Parigi. Impara a vivere osservando, e grazie ai consigli di un altro pensionante di Madame Vauquer, lo scaltro e cinico Vautrin.

È dall’esperienza diretta e dalle parole di Vautrin che Rastignac comprende che l’onestà non serve a niente e che l’amore è una debolezza. Uomini e donne non fanno che fingere, si sfruttano per raggiungere i loro obiettivi, la loro affermazione personale. In una parola, “arrivare”. E questo romanzo è una pietra miliare nella descrizione dell’arrivismo.

Gli anni Venti del Diciannovesimo secolo sono segnati dalla Restaurazione, lo stesso plumbeo clima in cui diventa adulto Julien Sorel (Il rosso e il nero). La vicenda di papà Goriot è tratta da una storia vera, riferita a Balzac; la parabola di Rastignac, invece, è la trasposizione della giovinezza del romanziere (non è solo una coincidenza che abbiano lo stesso anno di nascita, il 1799).

Dice Vautrin a Rastignac: “Il segreto delle grandi ricchezze apparentemente inesplicabili è un delitto caduto nel dimenticatoio grazie al fatto che è stato perpetrato con eleganza”. Aggiunge: “Si possono prendere solo due decisioni: o una stupida ubbidienza, o la rivolta… Sapete come ci si fa strada qui? Con la forza del genio o con la corruzione. Si deve entrare in questa massa di uomini come una palla di cannone o insinuarcisi come la peste”.

Quando Balzac comincia a scrivere è il 1854, pensa di farne solo una novella, ma la materia narrativa lievita e la stesura finisce alla metà del 1835. Maestro dell’esagerazione drammatica, Balzac costruisce con Rastignac un archetipo di arrivista, di ambizioso, un individuo che insegue il successo ma vuole sfuggire alla degradazione che spesso lo accompagna. “La vita non riesce a guastarlo” (l’espressione è di Maurice Bardèche).

Ho deciso di affrontare Papà Goriot dopo aver letto un articolo intitolato “Emmanuel Macron, le Rastignac de Bercy”. Ma parto dal pregiudizio che a Macron la vita sia riuscita a guastarlo…

Non solo baci (a cura di Robert Marich)

Con un titolo così, mi aspettavo altro: di baci ce ne sono pochi, pochissimi. Ci sono sguardi, sorrisi, gesti d’affetto e di corteggiamento.
Il volume propone una selezione di 55 film, temporalmente collocati fra il 1932 di fra Luci della città (l’unico muto) e il 2009 di Avatar. E se i testi non offrono particolari spunti, è il buon repertorio fotografico a giustificare i 10 euro spesi su una bancarella dei remainders.

Ci sono 7 film di animazione: Cenerentola, Lilli e il Vagabondo, La bella addormentata nel bosco, La bella e la bestia, Aladdin, Pocahontas, Shrek.
Ci sono 6 film oggettivamente dimenticabili: Coco avant Chanel, King Kong (Peter Jackson), Una lunga domenica di passioni, 50 volte il primo bacio, Tutto può succedere, Il mio grosso grasso matrimonio greco.
Ci sono 8 blockbuster di qualità discutibile, imperniati su sex symbol: Vento di passioni, Twilight, Insonnia d’amore, Pretty Woman, Ufficiale e gentiluomo, Ghost, Il paziente inglese, Shakespeare in Love.

Ci sono una dozzina di titoli imprescindibili se si parla di romanticismo: Via col vento, Casablanca, Vacanze romane, L’amore è una cosa meravigliosa, Un amore splendido, Il dottor Zivago, A piedi nudi nel parco, Love Story, Un uomo una donna, La mia Africa, I ponti di Madison County, Titanic.
Ci sono 10 capolavori della commedia sofisticata: Accadde una notte, Ninotchka, La regina d’Africa, Un uomo tranquillo, Sabrina, Ieri oggi e domani (De Sica), Romeo e Giulietta (Zeffirelli), Camera con vista, Io e Annie, Come eravamo.

E poi ci sono 10 titoli scelti in base a chissà quale criterio: Anna Karenina (anziché Il bacio – da cui è preso il fotogramma), Alta società (anziché Caccia al ladro), My Fair Lady (anziché Robin e Marian), Gangster Story, Sul lago dorato, Ladyhawke, Stregata dalla Luna, Mamma mia!, Harry ti presento Sally, Fermata d’autobus (anziché Niagara).

Per motivi insondabili, il volume contiene anche grandi foto in bianco e nero tratte da Sangue e arena (Valentino nel 1922) e La donna dell’anno (Hepburn e Tracy nel 1942).
Oltre ai due titoli italiani, ce ne sono 3 inglesi (Lean, Ivory e Lloyd) e 3 francesi (Lelouch, Jeunet e Fontaine).
Le donne regista sono appena 5: Nora Ephron, Nancy Meyers, Phyllida lloyd, Catherine Hardwicke e Anne Fontaine.
Gli attori più presenti, con 3 interpretazioni, sono Bogey e Audrey, Redford e Streep.