Ancora su “Tecnopolitica”, Rodotà per Laterza, 1997

In questo secondo post, riprendo gli appunti dal libro di Stefano Rodotà a proposito della “società della classificazione”.

Va stabilito un elenco di contenuti informativi essenziali: “si comincia a parlare di un nuovo diritto dei cittadini, il diritto alla trasmissione in diretta e in chiaro”.

C’è differenza fra la democrazia continua e la democrazia immediata: il gioco del sì e del no, anziché il giudizio critico.

“Si rischia di dissipare proprio quello che le tecnologie offrono: la possibilità di non mortificare ricchezza e complessità sociale in procedure che, invece, producono semplificazioni sempre più accentuate. Sarebbe così tradita la promessa che vede in queste tecnologie uno strumento per una nuova distribuzione dei poteri e non per una loro più accentuata concentrazione”.

Ecologia politica. Le tendenze autoritarie vanno nella direzione opposta di quelle mercantili, orientate alla “capillare diversificazione dell’offerta”.

È nel percorso deliberativo, sotto varie forme (consensus conferences, deliberative polls, electronic town meetings) che si può esprimere la ricchezza democratica delle nuove tecnologie. Altrimenti, proseguirà la deriva populista, “una politica di massa sostanzialmente autoritaria, legata all’illusione di un potere restituito al popolo attraverso la sua partecipazione diretta ad alcuni momenti finali del processo di decisione”.

Controllo del lavoro, per finalità statistiche, per impostare campagne pubblicitarie, target-profili costruiti sulle scelte e sui gusti. “Ognuno è implacabilmente seguito dal suo passato. Diventa sempre più arduo non lasciar tracce, o cancellare quelle che indicano quali sentieri abbiamo percorso”. Leggi il resto dell’articolo

Tecnopolitica, Stefano Rodotà: un libro di vent’anni fa

Nel 1997, Laterza ha pubblicato “Tecnopolitica”. Vent’anni dopo, la sinistra italiana dimostra di non averlo letto. E così, come previde Rodotà, siamo passati “dalla democrazia delle opinioni alla democrazia delle emozioni”.

Le nuove tecnologie provocano dubbi con esiti opposti: l’ideale della democrazia diretta o la società della sorveglianza totale? “O dovremo abituarci ad una singolare convivenza, quella di un Orwell che abita ad Atene?”.
Si delinea una nuova forma di democrazia, non più intermittente (il voto ai rappresentanti e i referendum): “una forma di democrazia continua, dove la voce dei cittadini può levarsi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo”.
Il rischio della via plebiscitaria, che si risolve in una radicale semplificazione dell’esistente, grazie alla riduzione delle procedure di partecipazione e controllo, cancellando ogni strumento di mediazione fra Capo e Popolo.

Come colmare il vuoto fra un’elezione e l’altra, come interrompere il silenzio-delega dei cittadini? La democrazia elettronica può offrire strumenti, purché i momenti della decisione vengano preceduti da una fase di informazione.
“La democrazia dei moderni è stata descritta come un passaggio dalla democrazia delle élites a quella dei partiti di massa e, oggi, ad una democrazia del pubblico o dell’opinione, nella prospettiva sempre più ravvicinata di un più radicale passaggio dalla rappresentanza all’autorappresentazione dei cittadini, che proprio la tecnopolitica renderebbe possibile”.

“La tecnopolitica attinge i suoi modelli dal mondo della produzione e del consumo”. L’offerta politica è assimilata a quella dei prodotti: campagna elettorale permanente, sotto forma di flussi di informazioni.
Il primato dell’immagine sulla parola.
1992: Ross Perot raggiunge il 18,9% dei voti.
Brasile: Collor de Mello diventa Presidente con l’appoggio determinante di Rede Globo.
1994: Silvio Berlusconi. “Il caso italiano non si presenta come un’anomalia, e assume il significato di un annuncio”.

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Georges Simenon, In caso di disgrazia (Adelphi, 1957)

“Non posso sorvegliarla giorno e notte, e neanche pretendere che passi il suo tempo ad aspettarmi. D’altronde, so bene di non bastarle, e perciò sono costretto a lasciarle cercare altrove quello che io non le do. Se poi ne soffro, tanto peggio per me”.

Lucien Gobillot, brillante avvocato parigino ormai prossimo ai cinquant’anni, sposato con l’affascinante Viviane, decide di aprire un fascicolo su se stesso: intende scrivere di ciò che lo tormenta, cosa gli sta succedendo da quando è comparsa Yvette.
Gobillot ne è diventato l’amante, la mantiene, le paga un appartamento. Viviane è a conoscenza di tutto.

Un anno prima, Yvette si era presentata da Gobillot con “un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo”, un misto di ingenuità e astuzia, di innocenza e di vizio. Era una diciannovenne abituata ad arrangiarsi, una prostituta ricercata per rapina, che aveva subito ammesso di essere colpevole; la parcella voleva pagarla offrendo il suo corpo (sotto la gonna non portava mutandine).
Gobillot aveva la fama di fare assolvere i colpevoli. Fama confermata al processo, dove nessuno ha dubbi sulla colpevolezza delle due imputate, ma l’avvocato difensore riesce a tirarle fuori dai guai. Per la sua spregiudicatezza processuale, Gobillot era ammirato e temuto, ma non sarebbe mai diventato ministro (il cruccio di Viviane).

Il fascicolo autobiografico si riempie di ricordi: non solo quelli riferiti a Yvette, ma anche altri, risalenti all’epoca in cui conobbe Viviane, moglie del grande avvocato presso il quale Lucien faceva pratica. Donna bellissima, “creatura inaccessibile”, che tuttavia Gobillot riuscì a strappare al marito. Di sé, l’avvocato afferma di essere brutto, ma di emanare una “impressione di potenza, o meglio di intensa vitalità”.

Da parte sua, non crede all’amore: non ha mai amato Viviane, ne è stato profondamente turbato; e verso Yvette è spinto da “una fame di sesso puro”, che prescinde da ogni considerazione sentimentale. La ragazza incarna ai suoi occhi la “femmina”, con le sue debolezze, le sue vigliaccherie, “e anche con il suo istinto di aggrapparsi al maschio e diventarne la schiava”.
“Dopo la tensione nervosa di un’arringa importante, dopo l’ansia dell’attesa del verdetto, provo quasi sempre il bisogno di un brusco scarico di tensione. Per anni, appena finito tutto, mi precipitavo in una casa d’appuntamento di rue Duphot”.

Yvette frequenta anche un giovane operaio, Léonard Mazetti, che viene a sapere dell’avvocato e arriva presto a non tollerare la situazione: pretende che Yvette sia tutta per lui, le chiede di sposarlo. Yvette rifiuta, poi confida a Gobillot i suoi timori per qualche gesto impulsivo del giovane.

Non è il migliore fra i Simenon che ho letto, ma è certo il mélo con la più forte carica erotica. Nel ’58, Claude Autant-Lara ne ricavò un film («La ragazza del peccato»), affidando i ruoli principali a Jean Gabin e Brigitte Bardot.

In copertina, un dipinto di Edward Hopper: Scala al 48 di rue de Lille – 1906.

Crepuscolo, Kent Haruf

Holt è Midwest, un puntino al centro dell’America. Non vi accadono storie eccezionali, Haruf si dedica a esistenze comuni, che trasudano fatica e infelicità, dunque umanità.

Il tono del racconto è piano, lineare: una microfisica dei comportamenti ordinari, fatta di piccoli gesti, dettagli all’apparenza irrilevanti, e invece carichi di senso. Sono quei dettagli che stringono i bulloni dell’attaccamento alla vita.

Questo attaccamento alla vita – nonostante tutta la sofferenza, tutta la solitudine – Haruf sa descriverlo come pochissimi. C’è sempre un motivo di speranza, qualcosa che comincia dove tutto sembra finire.
Alcune pagine sono di un’intensità quasi insostenibile. Vuoi bene a certi personaggi, ne hanno passate tante, ti preoccupi, ti disperi, sei felice, piangi per loro. Hanno tutti qualcosa in comune: sono induriti dalla vita, segnati dalle avversità e dalla natura. Condividono un sistema di valori fatto di solidarietà, che deriva proprio dalla durezza della vita, dalle parti di Holt. Fa molto caldo e fa molto freddo. La vita scorre tranquilla, ma c’è un sottofondo di violenza e di tragedia che può spalancarsi in qualsiasi momento. Spesso sgorga dal mondo dei ragazzini o da quello degli animali.

Avevo cominciato a scriverne qui.

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“Crepuscolo” di Kent Haruf, le prime battute

Leggo per terzo il secondo romanzo della «Plainsong Trilogy», la trilogia ambientata nella immaginaria cittadina di Holt; «Eventide», tradotto da Fabio Cremonesi, riprende alcuni spunti da «Canto della pianura» (1999) e allude a qualcosa che ritroviamo in «Benedizione» (2013).

Comincia con gli anziani fratelli McPheron, Raymond e Harold, che avevano accolto nella loro fattoria la minorenne Victoria Roubideaux, incinta, scacciata dalla madre e abbandonata dal fidanzato. Sono passati due anni, Victoria ha deciso di frequentare l’università, porta con sé la piccola Katie in un piccolo appartamento in affitto, duecento chilometri dalla fattoria; la decisione è presa, ma la tristezza è tanta, quei due vecchi le mancheranno, per i McPheron è altrettanto vero.

Poi entrano in scena Luther e Betty Wallace. Vivono in una vecchia roulotte con due figli in età scolare (Richie e Joy Rae), vanno periodicamente ai servizi sociali della Contea di Holt, dove ricevono buoni spesa e l’assegno di invalidità. Betty ha un’altra figlia, Donna, alla quale da anni non può avvicinarsi per un’ordinanza del tribunale. L’assistente sociale, Rose Tyler, è molto paziente, li invita a dividere i soldi in buste diverse, per non fare confusione con i pagamenti.

Il terzo nucleo narrativo è costruito sull’undicenne DJ: orfano di madre (il padre non ha mai saputo chi fosse), vive con il nonno Walter, settantacinque anni, e riceve un implicito aiuto da una vicina di casa, Mary Wells, madre di due bambine, che gli fa zappare l’orto per potergli dare qualche dollaro. Coscienzioso e intelligente, triste e silenzioso, DJ è un bambino che si prende cura del nonno.

Al solito, Haruf non offre al lettore precisi punti di riferimento temporali. Non ci sono date, non ci sono notizie dal mondo che aiutino a contestualizzare ciò che accade a Holt, immaginaria cittadina del Colorado a un paio d’ore da Denver. Sappiamo che “faceva ancora caldo, benché il sole avesse già iniziato ad abbassarsi verso ovest e nell’aria ci fossero le prime avvisaglie dell’autunno”. (segue)

La mia rivoluzione (l’autobiografia), Johan Cruyff e Jaap de Groot, Bompiani 2016

Dettata a Jaap de Groot e tradotta da Francesco Panzeri, ecco l’autobiografia del più grande uomo di calcio dell’ultimo mezzo secolo, calciatore e allenatore rivoluzionario, morto a Barcellona il 24 marzo 2016. Il libro è uscito postumo, l’ultima intervista venne fatta il 2 marzo; De Groot arrivò alla conclusione che fosse giusto scrivere il libro in prima persona, al tempo presente.

Nato nel 1947, orfano di padre a dodici anni, a quel punto “la mia vita è stata definita dall’Ajax”. I genitori erano proprietari di un negozio di frutta e verdura a poche centinaia di metri dal vecchio stadio De Meer; il padre non mancava mai a una partita casalinga dell’Ajax. Il secondo marito della madre era amico del padre e addetto alla manutenzione dei campi dell’Ajax.
Giocando per strada, sull’asfalto, Johan ha imparato a non cadere (fa male) e a usare ogni opportunità (per esempio il cordolo del marciapiede) per migliorare il palleggio e il controllo della palla. Scrive: “occorre trarre vantaggio da ogni situazione”. Del resto, il papà aveva un occhio di vetro e scommetteva su chi riusciva a guardare più a lungo il sole, coprendosi l’occhio buono… Ventenne, ha sposato Danny e sono rimasti insieme 48 anni.

“Alla base del grande exploit dell’Ajax ci fu una combinazione di talento, tecnica e disciplina, in cui Jany van der Veen e Rinus Michels ebbero un ruolo determinante”. Da Michels ha imparato che “difendere consiste nel concedere il minor tempo possibile agli avversari. O che gli spazi si debbano allargare in fase di possesso palla e restringere in fase di non possesso”. Leggi il resto dell’articolo

Un cadavere in scena, Léo Malet, Fazi editore, 1956

Un vecchio e sgangherato attore di teatro, calvo e sdentato, tale Auguste Colin detto Nicolss (con due “s” e senza apostrofo, tiene a precisare), si presenta agli uffici dell’agenzia investigativa Fiat Lux e dice al titolare, Nestor Burma, di voler parlare con la segretaria, Hélène Chatelain. Era amico di suo padre. Più tardi, Hélène informa Burma della richiesta di un prestito: Nicolss avrebbe trovato un ingaggio ma deve rifarsi il guardaroba, eccetera. Burma non ha dubbi: “Il tutto puzzava di truffa lontano un miglio. Ciononostante, tirai fuori qualche banconota dal mio portafoglio e la stesi sulla scrivania”.

Ottobre a Parigi, Rive Droite a nord-est, per la precisione nel X Arrondissement: quello della Gare de l’Est, di avenue de Verdun, del Quai de Valmy, del canale Saint-Martin, di Place de la Republique… E poi, “Rue de la Fidelité è tra le più corte di Parigi. Non so se bisogna vederci un significato”.

All’appuntamento per ricevere il denaro, Nicolss non si presenta. Anziché lasciar perdere, Nestor e Hélène si mettono a cercarlo. In quel periodo il detective privato ha abbastanza quattrini per non diversi occupare di adulteri. “E poi, io sono amico delle donne e non ho pregiudizi. Che dispongano liberamente del proprio corpo”. Gli piace il suo lavoro, soprattutto quando può sceglierlo. Accetta l’incarico che gli offre una donna impresario teatrale, Madeleine Souldre, detta Mado, forse perché affascinato dalla “più bella bionda platinata che avessi mai incontrato nel corso della mia esistenza”.

La sensuale Mado dice di voler evitare fastidi al più famoso dei suoi assistiti, Gil Andréa (vero nome: André Gilet), un cantante di music hall che Burma trova insopportabile. “Se sta per commettere qualche sciocchezza, ammesso non ne abbia già commesse, devo difenderlo da se stesso. È interesse di entrambi”.

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Il boulevard delle ossa, Leo Malet per Fazi (1957)

Primavera a Parigi, su rue des Petits-Champs, negli uffici dell’Agenzia Fiat Lux, si brinda: il titolare, Nestor Burma, e la fidata segretaria Hélène Chatelain, hanno appena vinto due milioni di Franchi alla lotteria. Non avrebbero nessuna voglia di occuparsi di un cliente, e invece ne arriva uno a rovinare la festa: si chiama Omer Goldy, è “un ometto sulla cinquantina”, un ebreo tutto in grigio.
Spazientita, Hélène “incrocia le sue belle gambe in un malizioso lampo di nylon frizzante”, ma Goldy non la guarda nemmeno. Commercia in diamanti e chiede di investigare su un cinese, proprietario di un ristorante nel IX Arrondissement. La motivazione è reticente, per saggiare il terreno Burma chiede una cifra eccessiva, ma Goldy decide ne valga la pena.

Malavita cinese e prostituzione russa, uno scheletro con una gamba sola e un traffico di diamanti: sono questi gli ingredienti di «Boulevard… ossements», tradotto da Federica Angelini. La trama attraversa i luoghi del IX Arrondissement, sulla Rive Droite; è l’area in cui si trovano l’Opéra, l’Olympia, il Museo delle cere Grévin, le Folies Bergère, le Galeries Lafayette e Boulevard Haussmann, rue de Mogador, place de la Trinité, place du Havre.
Hélène e Nestor si conoscono da anni, lui la corteggia, ma non si danno del tu.

L’Agenzia Fiat Lux dispone anche di un “assistente a intermittenza”, Roger Zavatter, a cui Burma affida ricerche, pedinamenti, eccetera. Già la prima sera in cui lavora al caso, in perlustrazione al ristorante cinese, fingendosi un avventore in coppia con Hélène, Burma finisce in una rissa e scopre un cadavere: una giovane bionda, nuda, nascosta in un armadio. E prima che provveda a pagare la seconda parte della cifra pattuita, Omer Goldy viene ucciso – forse involontariamente – nella sua abitazione. Leggi il resto dell’articolo

La Forza delle Immagini al MAST di Bologna

In via Speranza, a Bologna, c’è un luogo che non sembra bolognese e nemmeno italiano: è la sede della Fondazione MAST, che da qualche giorno e fino al 24 settembre presenta una mostra realizzata con una minima parte del suo straordinario archivio di fotografia industriale. In attesa della terza Biennale di Foto Industria, prevista a ottobre, questa mostra – come sempre gratuita – fino al 24 settembre offre l’opportunità di scoprire autori sconosciuti e imbattersi in scatti celeberrimi (un solo esempio: Salgado e la Serra Pelada).

Della Collezione MAST ho letto fanno parte oltre tremila fotografie di mille autori diversi; ne sono esposte un centinaio, di sessantasette fotografi (sei italiani), con un’introduzione di Urs Stahel che punta a far riflettere sul “potere degli archivi” una volta che vengono portati alla luce e cominciano a raccontare, “riportando il loro potenziale nel presente”. Dal semplice accostamento di immagini può scaturire un nuovo livello di interpretazione, le fotografie sembrano dialogare implicitamente, fra parallelismi e incroci, associazioni di idee, diversi punti di vista e diversissime ambientazioni.

Le fotografie possiedono, innanzitutto, un valore documentario; alla Collezione MAST interessa documentare il lavoro industriale, la fabbrica, la meccanica, gli utensili, l’evoluzione tecnologica. È precisa la coscienza di come questo mondo attraversi una gigantesca crisi di senso, appaia o venga fatto apparire come anacronistico, vecchio, superato; soprattutto quando a essere rappresentata è la metallurgia, con i suoi capannoni, la sua pesantezza, i suoi neri, i suoi fumi, la sua fatica.

In certe foto, le macchine e i loro ingranaggi sembrano creature viventi, animali ingranditi al microscopio o risaliti dagli abissi marini. In altre immagini, si scopre quanto il nostro immaginario sia ormai segnato dai simboli: i cancelli di una fabbrica e i binari del treno che li attraversano riportano ai campi di concentramento. E poi ci sono le figure umane, immerse nel contesto del lavoro industriale, sia quello “pesante” del passato, che quello liquido e non meno alienato dell’era digitale. Molte delle foto che preferisco – e che mi ero segnato nel corso della visita – hanno al centro una figura umana. Un’identità costruita sul lavoro.

1. Germaine Krull, Metallo; 64 collotipie, 1927-28
2. Richard Avedon, Bill Mudd camionista, Alto, Texas, 7 maggio 1981
3. Federico Patellani, Contadino, 1970
4. Sebastiao Salgado, Serra Pelada. Schiene, 1986
5. Nino Migliori, Zona industriale, 1955
6. Edward Steichen, Ciminiere, 1925
7. Lewis W. Hine, Guardafreni. New York Central Lines, 1921
8. Kiyoshi Niyama, Saldatore, 1950-60
9. Jim Goldberg, Mezzogiorno di fuoco. Discarica di Dhaka, Bangladesh, 2007
10. Dorothea Lange, Banchina di San Francisco. Lo sciopero generale, 1934
11. Otto Steinert, Alta tensione II, 1953

Poi, tre splendide fotografie di Margaret Bourke-White:
• Saldatore nero, 1931
• U.S.S. Akron. Il dirigibile più grande del mondo, 1931
Lame di aratro. Oliver Chilled Plow Company, 1930

Gigi Simoni e la sua biografia al Salone del Libro di Torino, lunedì 22

Lunedì 22 Maggio alle 17:30

Gigi Simoni presenta la sua biografia “Simoni si nasce”.

Presenti alcuni autori e personaggi del mondo del calcio.

Salone del Libro di Torino. Padiglione 3, Spazio Autori.

QUI l’ultima recensione che ho ricevuto.

Léo Malet, una lettura disintossicante

Primavera a Parigi, nell’Agenzia Fiat Lux si brinda: il titolare, Nestor Burma, e la fidata segretaria Hélène Chatelain, hanno appena vinto due milioni di Franchi alla lotteria. Non avrebbero nessuna voglia di occuparsi di un cliente, e invece ne arriva uno a rovinare la festa: si chiama Omer Goldy, è “un ometto sulla cinquantina”, tutto in grigio.

Spazientita, Hélène “incrocia le sue belle gambe in un malizioso lampo di nylon frizzante”. Ma Goldy non la guarda nemmeno. Commercia in diamanti e chiede di investigare, anzi di raccogliere informazioni confidenziali, su un cinese, proprietario di un ristorante nel IX Arrondissement, che è poi il quartiere in cui si svilupperà la storia.

La motivazione è reticente, Burma chiede una cifra eccessiva ma Goldy decide ne valga la pena. Hélène e Nestor si conoscono da anni, lui la corteggia, ma non si danno del tu…

Ho cominciato a leggere “Il boulevard delle ossa”, pubblicato da Fazi con la traduzione di Federica Angelini, e in poche pagine sono ripiombato nelle atmosfere tipiche delle indagini di Nestor Burma.

QUI quello che di Malet ho letto finora (Burma e non solo)

Enzo Ferrari. Un eroe italiano, Leo Turrini, Mondadori 2002

Il ritratto dell’italiano più conosciuto al mondo. Un uomo che disse di sé: “Io sono uno che ha sognato di essere Enzo Ferrari”, facendoci capire quanto sia stata intensa e visionaria la sua vita.
Più che un’esistenza, quella di Enzo Ferrari è ormai una leggenda romanzesca. Vi si intrecciano trionfi sportivi e tragedie personali, una strenua volontà di successo e i prezzi pagati per inseguire una vocazione.

Enzo Anselmo Ferrari nasce a Modena il 18 febbraio 1898 – cinque settimane prima di mio nonno Alceste – ma viene registrato all’anagrafe solo due giorni dopo, il 20, per una nevicata; secondogenito di Alfredo e Adalgisa, due anni prima era nato Alfredo, detto Dino.

“Non era il coraggio a mancargli al volante. Quello, glielo riconoscevano tutti. Però dava l’impressione di guidare conoscendo e rispettando l’esistenza di un limite, di un punto oltre il quale non era opportuno spingersi”. Quelli come Campari, Borzacchini e Ascari andavano oltre. E morivano giovani.

Mi ha colpito la sua ostinata volontà di non scendere più a Roma, mantenendo l’impegno negli ultimi 53 anni di vita. Con uno stile scattante, Turrini ricostruisce gli incontri con Benito Mussolini a Palmiro Togliatti, Italo Balbo a Sandro Pertini, Giovanni Guareschi e Ingrid Bergman… Descrive le sue predilezioni per certi tipi di pilota (Ascari, Nuvolari, Von Trips, Bandini, Villeneuve) e le antipatie verso Varzi, Fangio e Lauda. “Non a caso all’inizio e alla fine delle sue avventure automobilistiche si stagliano due figure che alla freddezza e alle strategie preferivano ben altre qualità: Tazio Nuvolari e Gilles Villeneuve”.

Non emerge un personaggio simpatico, tutt’altro. Basti pensare a cosa lo spinse a fare la sua ambizione feroce, quando vide Lauda bruciare al Nurburgring, o alle ambiguità politiche sotto il fascismo e poi nel cuore dell’Emilia rossa. Per non parlare della vita privata, dello strano intreccio di fedeltà e tradimenti da cui è costellata. “Le donne che si sono illuse di contare qualcosa, nel cuore di Ferrari, sono state persino più numerose dei piloti che ha fatto correre”. Ha avuto due figli, il primo perduto troppo presto e continuamente rimpianto; il secondo “riconosciuto con la concessione del cognome soltanto nella fase finale della vita”.

Ne deriva una di quelle parabole “bigger than life”, come dicono gli americani, con un’espressione che può significare dire che una sola vita, a Ferrari, gli andava stretta.

Trentacinque secondi ancora, Lorenzo Iervolino, 66thA2nd, 2017

Nato nell’81, 13 anni dopo il gesto di Città del Messico, Iervolino atterra a San José, California, a fine aprile 2016. Si è lungamente documentato, è entrato in empatia con Tommie Smith e John Carlos, descrive le ricerche preliminari, le suggestioni accumulate, la preparazione ad alcuni incontri. Attinge largamente alle autobiografie pubblicate dai due atleti; vi aggiunge l’intervista con Harry Edwards e le notizie recuperate da Alfonso De Alba, l’ex dirigente scolastico a cui si deve la costruzione della grande statua dedicata a Smith e Carlos nel campus di San José.

Di fotografie del podio dei 200 metri di Città del Messico ne circolano moltissime; in alcuni casi, la terza figura – il bianco che ha vinto l’argento – è semplicemente tagliata dall’inquadratura. L’autore della fotografia più celebre, quella dalla composizione perfetta, che congela l’attimo fatale, l’ha scattata John Dominis, fotoreporter di «Life», sorpreso dall’evento come chiunque altro.

Negli interminabili minuti della premiazione e soprattutto sul podio, i due afroamericani avevano il timore di venire assassinati da un cecchino: come JFK, Malcolm X, il reverendo King.

Tommie è il settimo di dodici figli; i genitori coltivavano la terra ad Acworth, minuscola frazione di Clarksville, Texas. Erano poverissimi.
John cresce a Harlem, ha due fratelli maschi e una femmina; organizza spettacolini di canto, tamburi e tip tap, una volta Fred Astaire gli allungò un dollaro d’argento.
Il libro descrive la lenta presa di coscienza politica dei due ragazzi, entrambi vengono da famiglie che non votano alle elezioni. Quella di Smith è decisamente più povera, ma entrambi avevano potuto studiare solo grazie alle grandi prestazioni sportive. Tommie Smith “era arrivato fino all’università spinto dalla voglia di vincere, affamato di applausi e approvazione che aveva trovato solo nello sport. E più di ogni altra cosa, su una pista di atletica”.

Iervolino ha il merito di ricostruire il clima che portò al divampare del Progetto Olimpico per i diritti umani, anticamera del gesto compiuto sul podio di Città del Messico, che costò assai caro a tutti e tre i protagonisti.

16 ottobre 1967; ore 20.07, lo starter.

307 è il numero sulla pettorina di Tommie Smith, 111 quello di Peter Norman, 259 quello di John Carlos. Mercoledì 16 ottobre 1968 la finale olimpica e la premiazione; venerdì 18 l’espulsione dalla squadra e dal Villaggio olimpico; lunedì 21 il rientro a San José.

Alle 20.41 escono per la premiazione, dal tunnel al podio occorrono 35 secondi… Le medaglie vengono consegnate da Lord David Burghley. Su come venne presa la decisione di effettuare la protesta sul podio, Iervolino prima accredita la versione di Tommie Smith, poi quella di Norman, infine quella di Carlos. Sono diverse: sfumature, retroscena di un gesto storico il cui senso era e rimane inequivocabile. Ma che tanti, troppi, non conoscono.

Al solito, magnifiche la grafica e la copertina di Guido Scarabottolo.