La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (5, fine)

Quanto al cosiddetto Quarto Potere, la stampa, secondo Robert de Jouvenel («La Repubblica dei compari», 1914) è solo una grande industria come le altre. Particolarmente fragile è la figura del direttore, che è responsabile “nei confronti degli azionisti, che hanno fiducia in lui, nei confronti dei fornitori, che gli fanno credito, e anche nei confronti dei giornalisti, ai quali dà da vivere. È possibile che egli abbia anche responsabilità morali, ma queste vengono per ultime, dopo tutte le altre”.

È di singolare attualità l’analisi sul vero funzionamento della carta stampata: “un giornale può fare a meno dei giornalisti, può persino fare a meno di uscire. Non può fare a meno della pubblicità”. Vendere più copie serve innanzitutto ad “aumentare il valore dei propri spazi pubblicitari”; nessuna illusione, da parte di de Jouvenel, il pubblico non è disponibile a pagare il giornale al prezzo di costo.

Trovo strepitosa la serie di categorie che segue: “Si chiamano i giornali governativi quando sono servili. Li si chiama indipendenti, quando sono solo governativi. Si chiamano giornali di opposizione quelli che civettano col potere. Certo, esistono ancora alcuni rari organi di stampa che non sono legati al governo da niente e da nessuno. Ma, beninteso, non bisogna prenderli molto sul serio”.
A investire nei giornali, nota l’autore, sono soprattutto imprenditori interessati ai lavori pubblici; “in certi giornali, si ritiene di buon gusto non mettere troppo in evidenza la sconfitta di un industriale, di un banchiere o di un ciarlatano, se hanno fatto della pubblicità sulle loro colonne”.

I giornalisti fanno parte a pieno titolo della camaraderie nazionale, gestiscono la fama e la celebrità, sono disprezzati ma adulati. La cosa più importante è “avere delle relazioni”. L’importanza di un giornalista, la sua qualità professionale “si misura meno con la qualità del suo talento che con la qualità delle persone che è in grado di invitare a pranzo”.
I giornalisti si scambiano tra loro le informazioni, “lo spirito di corpo prevale sullo spirito pubblico”. Con tutti gli altri poteri, “i giornali negoziano. Prestano il loro appoggio, non lo vendono”.

Nella pagine finali il sarcasmo dell’autore scade in cinismo: ritiene che tutte le dottrine politiche di natura altruistica abbiano partorito grandi fedi, grandi odi e soprattutto grandi opportunismi: “Amatevi gli uni gli altri, era una formula divina. La formula umana è più semplice: se tu mi tieni il sacco oggi, io te lo terrò domani”. – 5, fine.

La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (4)

Nel suo pamphlet, Robert de Jouvenel descrive la moderna democrazia burocratica, la riduzione della politica a mestiere. Focalizza l’attenzione sulla “camaraderie”, un insieme di spirito di corpo e complicità, prossimità esistenziale che appiana ogni conflitto, azzera ogni differenza ideologica fino a farsi ritenere un unico “gruppo di colleghi”.

“A conti fatti, esistono, in Francia, alcune centinaia, tutt’al più alcune migliaia, di persone che detengono, a differenti titoli, il potere pubblico. E che dovrebbero essere tenute a controllarsi a vicenda. Sfortunatamente, preferiscono intendersela tutti insieme. Quel che ne risulta non è il governo di uno solo, né il governo di tutti: è il governo di un certo numero”.

Compito del Ministro è rendere conto al Parlamento, rispondere alle interpellanze, preparare discorsi, farsi vedere, intervenire in Consiglio dei Ministri, occuparsi dei suoi elettori… “se gli reste del tempo, amministra… Amministrare, significa designare dei funzionari che non si conoscono a compiere funzioni che si ignorano… e soprattutto significa firmare… Agli inizi, il ministro cerca senza dubbio di sapere cosa sta firmando. Vede allora aumentare a vista d’occhio la fila di documenti sulla sua scrivania”, e ovviamente desiste. Raramente i grandi funzionari e i politici in carriera vengono rimossi: se lo Stato “si accorge che non svolgete alcun compito o se semplicemente si ha bisogno del vostro posto, vi toccherà un risarcimento. Se vi rendete pericolosamente inutili nel vostro lavoro, vi si darà una promozione”. Favoritismi, nepotismi, clientele sono gli strumenti per consolidare il proprio potere.

Nel caso dei magistrati, è diversa la natura della loro ambizione: “in mancanza della passione per il lucro hanno quella degli onori”.
Lo spirito da confraternita è ancora più forte fra avvocati e magistrati. “Che cos’è la verità?, domandava Ponzio Pilato, magistrato troppo screditato, che rifiutò, si dice, di salvare un innocente, ma che, in fondo, fece già molto non condannandolo”.
I magistrati sanno che dalle fluttuazioni della politica dipende il loro avvenire, dunque devono decidere a chi “fornire prove di fedeltà”.
Le autorità politiche pretendono di controllare la giustizia e cercano di farlo attraverso il sistema delle promozioni e dei trasferimenti. – 4, segue –

Day Hospital, Valerio Evangelisti, 2011

Il cancro. Un racconto che non è di fantasia, ma frutto di un’esperienza diretta.

A 58 anni, una gengiva gonfia, gli esami, la diagnosi: tumore del sistema linfatico, segue cura (Day Hospital) presso il reparto di Ematologia dell’ospedale Sant’Orsola, dieci minuti a piedi da casa, con la “stadiazione del linfoma e la chemioterapia adeguata”. Minuziosamente descritta: flebo, iniezioni, esami, farmaci per attenuare l’effetto delle cure. La birra anziché l’acqua per ripristinare i liquidi.

“Le mie probabilità di guarigione sono valutate attorno al settanta per cento.
Mercanteggiai con il medico, dottor Stefoni: «Settanta per cento? Non si potrebbe fare di più?».
Si mise a ridere: «No, ma stia tranquillo».
In effetti ero tranquillo”.

Fino al secondo ciclo di chemioterapia, che produce dolori “infernali”, nausea persistente, scomparsa dell’impulso sessuale, caduta di barba e capelli: “Alla fine somigliavo a Zio Tibia”.

Continuare a scrivere, si rivela la miglior evasione possibile dall’ossessione della malattia. Fra gli effetti collaterali, la diarrea: improvvisa, inarrestabile, umiliante.
I cicli di chemio diventano sei. E il 22 settembre, otto mesi dopo che tutto era cominciato, la diagnosi parla di “remissione completa” della malattia.
Sembra finita, non lo è: gli effetti dei farmaci persistono a distanza di mesi, il formicolio ai piedi provoca insicurezza, perdita di equilibrio, difficoltà a camminare. Cerca su Internet qualche gruppo di discussione. Riflette sulla vita che continua e gli torna in mente una frase di Joseph Fouché (“ancora giacobino”) fatta incidere su un muro di un cimitero di Lione. “La morte è un sonno eterno”.

Segue una breve appendice su come morirono i genitori: la madre in pochi giorni, “discreta e garbata com’era stata in vita”, il padre impiegò quasi un anno…

Maigret e i vecchi signori, Georges Simenon, 1960

“Era un maggio eccezionale, come ne capitano due o tre nella vita, di quelli che hanno la luminosità, il sapore, il profumo dei ricordi d’infanzia”. Per caso, invitati dal dottor Pardon e signora, Maigret e la moglie tornano nel ristorantino di Montparnasse dove erano stati trent’anni prima, poco dopo essersi conosciuti.

Il commissario capo viene coinvolto in un caso che riguarda il ministero degli Esteri (altrimenti detto Quai d’Orsay). Per primo incontra Cromières, un funzionario che gli appare “giovanissimo”, “tutto azzimato” e “altezzoso”; costui gli spiega la situazione, un celebre ex ambasciatore, da dodici anni in pensione, è stato trovato ucciso nella sua casa dalla governante, Jaquette Larrieu, che l’ha seguito per quarantasei anni.

È chiaro che l’indagine richiesta la massima discrezione, una “estrema prudenza”: il conte di Armand de Saint-Hilaire aveva settantasette anni ed è stato ucciso nel suo studio con quattro proiettili. Già il primo colpo al volto, sparato a distanza ravvicinata, era stato letale.

Maigret comprende presto quanto sia stata romanzesca la vita segreta – segreta non al Quai d’Orsay e nel milieu diplomatico – del conte di Saint-Hilaire, già ambasciatore a Cuba, Argentina, Roma, Londra e Washington. Lo testimonia il cospicuo pacchetto di lettere ricevute da “Isi”, la principessa Isabelle de V., di cinque anni più giovane. Le prime lettere risalivano al 1910, si erano scritti per cinquant’anni senza mai incontrarsi. Un grande amore platonico.

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La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (3)

Scrive Robert de Jouvenel ne “La Repubblica dei compari” (1914): “I programmi non sono fatti per essere applicati… Un programma realizzato cessa per ciò stesso di esistere e quando si è stati fedeli, a volte per mezzo secolo, a delle idee, non è forse doloroso e angosciante cercarne delle altre?”.

“Il parlamento, in un anno, vota trecento leggi e ne discute tre che, magari, non arriva ad approvare; è il caso di aggiungere che proprio quelle tre erano le più importanti?”.

“I deputati non fanno leggi, fanno solo emendamenti. L’emendamento è la restrizione che un parlamentare rischia al momento di approvare un bilancio che non contiene nessuna delle riforme che ha promesso… è il rimorso che lo frena prima di dare la sua fiducia a un governo che ha appena fatto violenza a tutte le sue convinzioni”.
Il ministro delle Finanze propone di istituire un’imposta sui pianoforti, tutti sono d’accordo per votarla, purché vengano esclusi – e qui scattano gli emendamenti – i musicisti di professione, i maestri di ballo, i genitori con tre figli, chi ha un figlio sotto le armi, chi ha passato almeno dieci anni nelle colonie, gli insegnanti, i commercianti di vino… “Alla fine l’imposta sui pianoforti passa con una stragrande maggioranza. Peccato che non resti più nessuno per pagarla”.

Quando un nuovo ministro dà il cambio a quello vecchio, costui pensa: “Nessuno era meno adatto per questo incarico”. Poi comincia una conversazione cordiale quanto ipocrita: “ – È un’ardua impresa quella di sostituirla. – È una consolazione per me lasciare questo dicastero nelle sue mani”. I grandi funzionari guardano il nuovo venuto “con una punta di disdegnosa indulgenza”. Invariabilmente, ne deriva un conflitto: “Il ministro non si fida degli uffici, ma gli uffici temono il ministro… Solo il ministro può dare ordini, ma solo i funzionari possono garantire, agli ordini del ministro, un destino”.

I deputati si circondano di giovani di belle speranze a cui affidano tutto il lavoro: ma se questi si azzardano ad “apportare idee originali” verranno presto boicottati e convinti a occuparsi dei loro affari.
Questi giovani collaboratori imparano in fretta: “Svanita la possibilità di consacrarsi alla Francia, si consacrano solo a se stessi. Poiché non è stato loro concesso di condividere l’autorità del capo, si accontentano di spartirsene i favori. E se, in questa spartizione, capita loro di perdere la misura è perché sono giovani”.
De Jouvenel spiega molti scandali con l’ambizione di bruciare le tappe, fare carriera. – 3, segue –

La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (2)

Testo istruttivo quanto divertente (e purtroppo quasi introvabile) «La Repubblica dei compari» di Robert de Jouvenel, è pressoché sconosciuto in Italia. Molto apprezzato da Simenon, che gli dedicò una lunga citazione nel romanzo «Maigret e il ministro» (1954), l’opera è ripetutamente ripresa nel famoso «Trattato» di Vilfredo Pareto.

De Jouvenel non va alla ricerca dell’eccezione clamorosa, di per sé scandalosa: descrive la normalità; i «camarades» di cui parla assomigliano a quei compagni di scuola che fanno comunella. “Vivono fianco a fianco… ricevono i loro elettori e le loro amanti negli stessi salotti mal separati da tramezzi di legno; hanno gli stessi uffici, la stessa biblioteca, la stessa carta da lettere e la stessa buvette. Non c’è tra loro altra differenza se non quella delle loro opinioni: e vedremo più avanti che non vale quasi la pena parlarne”.
Aggiunge che ci sono “meno differenze tra due deputati di cui uno sia un rivoluzionario e l’altro no, che tra due rivoluzionari di cui uno sia deputato e l’altro no”.

“Quando si è diventati deputati, si deve avere una sola preoccupazione: restarlo”. Le tre occupazioni principali diventano: correre, promettere, scrivere. “Nel giro di poco tempo, il deputato avrà perso definitivamente il contatto con l’opinione pubblica ed il gusto per la lotta”.
“Non è assolutamente proibito avere talento. Ma, in questo caso, è necessario dissimularlo accuratamente”.

Il cittadino non sceglie chi eserciterà la sovranità: “ha la preoccupazione di affidare a un professionista la cura di regolare degli interessi che egli stesso non è in grado di gestire”.

Fra i deputati, ogni giorno che passa, cresce la cordialità: “Al di sopra di tutte le sponde di partito, di tutte le risse da uomo a uomo, c’è una regola imperiosa che domina: rispettare lo spirito della casa e non danneggiarsi”.
De Jouvenel fa notare che quando due eserciti nemici cercano il modo di interrompere i combattimenti, “gli ufficiali inviati in delegazione per trattare assumono, del tutto naturalmente, il nome di ´parlamentari´”. – 2, segue –

La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (1)

Uscito nel 1914, «La Repubblica dei compari» di Robert de Jouvenel, è stato pubblicato nel 1995 da un piccolo editore (Il Segnalibro), introdotto e tradotto da Emanuele Bruzzone.

Sette anni fa, ho pubblicato alcuni post su questo straordinario libretto. Li ripropongo, alla luce di quanto è appena accaduto nel Movimento 5 Stelle.

Morto poco più che quarantenne, Robert de Jouvenel (1882 e il 1924) ha analizzato la Terza Repubblica francese alla vigilia della Prima guerra mondiale: La République des camarades è un pamphlet giornalistico, uno sguardo disincantato, una radiografia del potere e della politica come professione che ha anticipato di novant’anni la denuncia che ha portato al successo de «La Casta» (Stella e Rizzo) e la recente ondata di “antipolitica”. Anzi, a me pare che questa “radiografia” serva anche a spiegare la rapidità del riflusso dell’antipolitica. Continua a leggere

Il segno rosso del coraggio, Stephen Crane, 1995

Guerra di Secessione, un giovane soldato dalla divisa blu, il diciottenne Henry Fleming, da due settimane è accampato in attesa della prima battaglia, il battesimo del fuoco: “i suoi giovani occhi avevano guardato la guerra nel suo stesso paese con incredulità”, pensava che la guerra fosse un fenomeno del passato, che l’istruzione e il benessere l’avessero cancellata dalla storia. Si sussurra che il giorno dopo il reggimento si metterà in marcia.

Più volte, Henry aveva pensato di arruolarsi, per mettersi alla prova; la madre l’aveva dissuaso, c’era bisogno di lui alla fattoria (Henry è orfano di padre). Ora che è al fronte, si chiede come reagirà al momento del combattimento. È malsicuro, pieno di dubbi sul suo coraggio. La paura di morire sembra minore della paura di non essere all’altezza.

Ma il giorno dopo, il reggimento rimane sul posto. E i dubbi di Henry fermentano; “studiava le facce dei suoi compagni, sempre in guardia per scoprire emozioni nascoste”… Infine, arriva il momento in cui i soldati si mettono in marcia. Arriva la battaglia – il rito di passaggio – e Henry vede il primo soldato nemico morto: “Giaceva sul dorso fissando il cielo. Era vestito d’una goffa divisa fra il giallo e il marrone. Il giovane vide che la suola delle scarpe era logora, sottile come la carta, e dal buco che c’era in una sporgeva pietosamente il piede morto. Ed era come se il destino avesse tradito il soldato. Nella morte esponeva ai nemici quella miseria che forse in vita aveva nascosto agli amici”.

Improvvisamente, Henry sente di diffidare dei generali, pensa che li stanno mandando a morire. Travolto da sensazioni contraddittorie, i suoi sensi sono attivi come non mai: “Dopo un poco la brigata si fermò nella luce di cattedrale di una foresta. I tiratori infaticabili continuavano a sparare. Nelle navate del bosco si vedeva galleggiare il fumo dei loro fucili”. Ancora: “Ci fu una breve pioggia di aghi di pino. Cominciarono a fischiare le pallottole fra i rami e a becchettare gli alberi. Cadevano volteggiando foglie e ramoscelli. Era come un menare di mille accette, piccole, invisibili”.

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Correre, Jean Echenoz

Le truppe del Terzo Reich entrano in Boemia e Moravia, e fra le altre città occupano Ostrava. “Protettorato” è il termine tecnico con cui chiamare l’invasione.

A 17 anni, Emil lavora da apprendista alla Bata di Zlín, in mezzo alle gomme e alle polveri, frequenta i corsi serali per diventare chimico. Figlio di falegname, madre casalinga e altri sei fratelli, Emil odia lo sport, si sottrae alle partite di calcio, gli sembra tempo perso. Ma l’esercito occupante organizza manifestazioni sportive per i giovani alle quali è impossibile sottrarsi. Alla prima gara, una corsa di 9 km, Emil arriva secondo, “quasi senza accorgersene”. Suo malgrado, si scopre una vocazione, correre: “quello che non aveva previsto è che dopo un po’ comincia a piacergli”.
Si allena da solo, forsennatamente; comincia a prendere confidenza con il battito cardiaco e le diverse gradazioni della fatica.

Dopo furiosi combattimenti, Zlín viene liberata dall’Armata Rossa. A guerra finita, Emil entra nell’esercito. Comincia a confrontarsi con i campioni stranieri, le prime volte viene regolarmente sconfitto, ma migliora i suoi tempi. Invitato a Oslo, per i campionati europei di atletica leggera (agosto 1946), conosce Viljo Heino, il finlandese primatista mondiale; Emil arriva quinto nella gara dei 5.000 metri. Il suo è uno stile “impuro”, ma sempre più efficace.
“Emil si direbbe che scavi e si incavi, come in trance o come uno sterratore… procede in maniera pesante, scomposta, a scatti… i lineamenti sono alterati, come dilaniati da una spaventosa sofferenza… tutto il suo corpo sembra un meccanismo scassato, sfasciato, sofferente, a parte l’armonia delle gambe, che mordono e divorano la pista voracemente”.
Diventa un idolo per i cecoslovacchi, un eroe del socialismo, viene promosso tenente, riceve pacchi di lettere, richieste di autografi e di matrimonio. Ma sulla pista di allenamento si è innamorato di Dana, un’atleta, lanciatrice di giavellotto.

Arriva il 1948, Emil parte per le Olimpiadi di Londra. Vince i 10.000, battendo Heino e conquistando il primato mondiale, è secondo nei 5.000. Gli chiedono spiegazioni per le sue smorfie, e lui replica: “Non ho abbastanza talento per correre e sorridere insieme”.
Heino riconquista il record dei 10.000, Emil lo migliora di nuovo, due volte, la seconda in Finlandia. Poi diventa il primo uomo a correre più di 20 km in un’ora.
A trent’anni domina i Giochi di Helsinki, vincendo in nove giorni i 10.000, i 5.000 e la maratona, impresa mai compiuta prima (e mai più ripetuta). Poi cominciano le sconfitte, dopo più di un decennio ininterrotto viene superato da un connazionale, si profila l’ombra di Vladimir Kuts. Fallisce la maratona a Melbourne ’56, ma al ritorno è nominato colonnello…

Emil sostiene le riforme di Dubček. Dopo l’invasione, perde il posto al ministero, è espulso dal Partito, radiato dall’Esercito, costretto a lasciare Praga. Spedito nelle miniere di uranio del nord-ovest, vi resta più di sei anni. Lo riportano a Praga, come spazzino, ma è una cattiva idea: i cittadini della capitale lo acclamano dalle finestre, i colleghi portano la spazzatura al suo posto, e lui si limita a correre a brevi falcate dietro il camion, mentre tutti lo incitano come una volta.
Infine, gli presentano un documento da firmare. Un’autocritica. Docilmente, Emil firma e viene rimandato a Praga con un posto da archivista.

Nella traduzione di Giorgio Pinotti, per due terzi del libro, Echenoz lo chiama sempre e solo Emil, poi aggiunge il cognome, Zátopek, la cui musicalità gli fa pensare ai pistoni di un ingranaggio perfetto.

Jean Echenoz, Correre, Adelphi, 2008

Piranesi, Le Carceri, 1761

Antri vertiginosi e inquietanti, dal sapore dell’incubo. Architetture impossibili, camere di tortura alte come cattedrali, le Carceri di Piranesi sono frutto di un’immaginazione distopica, potente e visionaria. E della sbalorditiva capacità di incidere il rame, tramite il linguaggio dell’acquaforte.

In queste immagini, la vista fatica a mettere a fuoco ogni dettaglio, si smarrisce nella loro soverchiante sovrabbondanza: difficile trovare un punto d’appoggio, la luce è sghemba, certe volte sembra illuminare un ambiente sotterraneo. Fortemente drammatiche, frutto di una fantasia eccitata, unita alla conoscenza della forma architettonica e della prospettiva scenica (Piranesi studiò sul manuale di Ferdinando Bibiena), queste incisioni rappresentano spazi immensi e tuttavia claustrofobici, in cui la ripetizione infinita di varchi, spazi e scalinate, l’intrico dei volumi, richiamano una prigione psicologica più che fisica.

Le figure umane sono minuscole, schiacciate dall’imponenza delle architetture, a volte oggetto di supplizi da Inferno dantesco. L’impossibilità di sfuggire a questo carcere, non è reso da mura, inferriate e catene, ma dall’essenza labirintica di questi spazi, dall’incrocio di scale che non conducono in alcun posto, dal dissolversi nell’aria di ogni via di fuga.

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La Marie del porto, Georges Simenon, 1938

La Marie du port, tradotto da Gabriella Luzzani, venne concluso nell’ottobre 1937 all’Hôtel de l’Europe, Port-en-Bessin-Huppain, Dipartimento del Calvados. Uscì in 23 puntate all’inizio del 1938 sul quotidiano Le Jour e poi pubblicato in volume da Gallimard. In copertina, un dipinto di Maurice de Vlaminck: Il porto di Honfleur, 1919.

È uno dei rari casi simenoniani in cui ho visto il film prima di leggere il romanzo: nel Cinema Ritrovato 2019, proiettarono La vergine scaltra (Marcel Carné, 1949), con i dialoghi di Georges Ribemont-Dessaignes e Jacques Prévert, protagonisti Jean Gabin, Nicole Courcel e Blanchette Brunoy.

A Port-en-Bessin, cittadina portuale a nove chilometri a nord di Bayeux, di regola, i pescherecci che arrivano sulla costa inglese, rientrano il martedì mattina; quel martedì, i marinai lasciano piccole offerte “per la Marie del povero Jules”, che sarà sepolto il giorno dopo. È ottobre: “è come se non fossero esistiti né il mattino, né il mezzogiorno, né la sera, perché tutto era di un medesimo grigio di pietra da taglio”.

Tutti, in paese, provavano stima per Jules Le Flem. Vedovo, aveva dovuto mantenere cinque figli, quattro da quando la primogenita se n’era andata. Al funerale, si presenta anche lei, Odile, “arrivata quella mattina da Cherbourg, dove faceva la vita”; Odile, che “si era messa in lutto stretto per venire, ma che sotto il velo era truccata come un’attrice”. L’ha accompagnata l’amante, Chatelard. Saranno gli zii a dividersi gli orfani: non Odile, certo, e nemmeno Marie, che a diciassette anni un lavoro ce l’ha, da cameriera, al Caffé della Marina… “Quasi piatta di seno, e con i fianchi lunghi e il ventre bombato, i capelli dritti e quasi sempre spettinati, non si curava degli altri e meno ancora  di compiacerli. Li guardava di sottecchi. Sicuramente pensava qualcosa ma se lo teneva per sé”. Era impossibile “sapere che cosa pensasse la Marie”, che tutti chiamano “Acqua cheta”.

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Dopo, Claire Tristram, 2004

Una giovane vedova, il marito ebreo è stato assassinato in un attentato terroristico islamico: è passato quasi un anno, si avvicina l’anniversario, lei non ne può più, prova un disperato bisogno di fare sesso e recuperare un minimo di affettività.

Ha dato appuntamento a un uomo a cui sa di piacere. Per mantenere il segreto, si troveranno in un albergo isolato, sulla costa californiana; lei arriva la sera prima, lui il mattino dopo. È inverno, fa freddo: la donna è bianca, l’uomo è un musulmano dalla carnagione olivastra, il marito morto era ebreo. Nessun nome, né per i protagonisti né per i luoghi.

La donna amava il marito, il trauma è tutt’altro che superato; la psicologa le ha consigliato di scrivere lettere al marito, lei ne scrive una anche in quella sera d’attesa in albergo. Un’altra la scriverà alla fine della storia.

Nel frattempo, il futuro amante è seduto accanto alla moglie sulle tribune della palestra dove sta giocando la loro primogenita. La protagonista sa che quell’uomo è sposato e ha figli. A sua volta, lui si è informato, ha saputo della tragedia, ama sua moglie, da tanti anni non va con altre, ma quella donna l’ha sedotto con una forza sconosciuta.

Quando già pensa che abbia cambiato idea – in effetti, è in ritardo – lui arriva. La vede sovreccitata, “come se la paura e il desiderio che la consumavano non avessero lasciato più niente di lei”. Fra i due si crea un forte imbarazzo. Lei sente il bisogno di una certa ritualità. Fanno l’amore, scoprono la differenza che passa fra intimità fisica e riservatezza. È soprattutto lui a sentire il bisogno di una conoscenza più profonda, ma “troppe domande avrebbero ostacolato una comprensione profonda, una comprensione al di là delle parole”. È una continua alternanza di eccitazione e ripulsa (soprattutto in lei: “il corpo di cui si stava occupando sembrava disabitato”). Lentamente la donna abbassa le difese e avverte un senso di vitalità che temeva perduto per sempre. Continua a leggere

Il rosso è “il colore della forza sicura di se stessa”. Kandinskij 1900-1940 Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 26 giugno 2022

Il rosso è “il colore della forza sicura di se stessa”. A sostenerlo era Vassilij Kandinskij, nato a Mosca, il 16 dicembre 1866 e morto in Francia, Neuilly-sur-Seine, 13 dicembre 1944.

A Rovigo (Palazzo Roverella) gli è stata dedicata una mostra notevole, curata da Paolo Bolpagni e Evgenia Petrova. Chiude il 26 giugno; il catalogo è edito da Silvana editoriale.

La mostra comincia con la folgorazione che l’artista ebbe entrando in una dacia, nel 1889, durante una missione – condotta per il dipartimento di economia politica dell’università di Mosca – nel governatorato di Vologda, alla scoperta della minoranza etnica dei Sireni. “Non dimenticherò mai le grandi case di legno ricoperte di incisioni. In queste case meravigliose ho vissuto un’esperienza che non si è più ripetuta da allora. Esse mi insegnarono a muovermi nel quadro, a vivere in esso”, annota nella sua autobiografia. Forse fu in quel momento che decise di voler dipingere senza soggetto, trasformando le proprie impressioni in danze di forme e colori.

La mostra si apre con una selezione dalla sua collezione di disegni e oggetti del folclore russo, a cui seguono ottanta opere del pittore, concesse da musei russi, innanzitutto, e da varie istituzioni culturali.

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Maigret e la vecchia signora, Georges Simenon, 1950

Da cinque anni vedova, Valentine Benson è una vecchia signora dai capelli candidi, più vicina ai settanta che ai sessanta, ma dall’aria giovanile. “Vivace e spigliata, con una fiamma quasi sbarazzina nello sguardo”, è partita da Étretat e si è presentata al Quai des Orfèvres per parlare con Maigret, di cui da anni segue le imprese. Tre giorni dopo, Maigret sale sul treno per Étretat: arriva alle otto del mattino, si concede un Calvados, ha già voglia di cozze…

Valentine gli ha riferito che Rose Trochu, la cameriera, è “morta al posto suo”. Avvelenamento. Era il 3 settembre, giorno del suo compleanno; il 6, mentre a Yport si svolge il funerale, Maigret ha il tempo di andare “a vedere il mare e le scogliere bianche che racchiudevano la spiaggia di ciottoli”.

Per anni, Valentine era stata ricchissima, il marito aveva inventato prodotti cosmetici di grande successo, possedevano una casa a Parigi, un panfilo, un castello, oltre alla “casa di bambola” di Étretat, dove si era infine ritirata. Anche se era in una condizione di quieto benessere, la donna continuava ad aiutare i bisognosi, non le si riconosceva un solo nemico. La polizia di Le Havre, guidata dall’ispettore Castaing (un po’ troppo prolisso, secondo Maigret, che tuttavia ne apprezza lo scrupolo), raccoglie vari indizi. È un’indagine delicata, un figliastro di Valentine, Charles Besson, nato dal primo matrimonio del padre, è deputato.

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Jeanloup Sieff, il nudo come forma di paesaggio

Figlio di polacchi, Sieff nasce e muore a Parigi il 30 novembre 1933 (20 settembre 2000); inizia la professione come reporter, negli anni Cinquanta, ottenendo i primi riconoscimenti per un servizio sugli scioperi nelle miniere del Borinage belga.
Passa alla fotografia di moda, collabora con Elle, Vogue, Esquire, Harper’s Bazaar, Paris-Match e altre riviste prestigiose. Nei primi anni Sessanta si trasferisce a New York, dove trascorre circa sei anni, per poi tornare a Parigi.

Il nome di Jeanloup Sieff viene solitamente legato al glamour, alla pubblicità, al nudo femminile.

Astrid -cover_Jeanloup_Sieff_Taschen“Tutti gli aspetti della fotografia mi interessano… Io provo per il corpo femminile la stessa curiosità e lo stesso amore così come per un paesaggio, un viso o qualsiasi altra cosa mi interessi. In ogni caso, il nudo è una forma di paesaggio”.

Sieff utilizzava di base una Leica con l’obiettivo 35 millimetri, ma spesso preferiva il 21 millimetri, e l’uso insistito dell’obiettivo grandangolare conferisce al suo stile una sorta di nostalgia. Mai volgare, irriverente e malinconico, esalta la bellezza e l’armonia delle forme: la nudità delle schiene e le trasparenze della lingerie sono la sua impronta inconfondibile.

Non vanno dimenticati i ritratti (dalla Deneuve a Hitchcock, da Yves Montand a Charlotte Rampling, Mia Farrow, Peter Lorre, Francois Truffaut, Rudolf Nureyev…) e i paesaggi (fra i più celebri, quelle in Scozia, nella Death Valley e in Normandia).

In questa monografia edita da Taschen, vengono ripercorsi quarant’anni di carriera attraverso una selezione di circa 150 fotografie e lunghe didascalie esplicative (scritte nel maggio 1990), che spesso servono a descrivere il contesto in cui venne scattata la foto. Il volume raccoglie molti fra gli scatti più importanti di un fotografo che prediligeva il bianco e nero, i contrasti forti e le ombre allusive. E che sapeva far sprigionare una morbida sensualità dai corpi femminili.

Sieff diceva di rispecchiarsi nella poetica del primo Rohmer, quello de Il ginocchio di Claire, e citava Brancusi per manifestare un’identica predisposizione: “Una scultura che non abbiamo voglia di accarezzare è una scultura non riuscita. E ci sono fotografie che fanno venire voglia di accarezzarle, con gli occhi”.

L’attualità di Roberto Roversi: stasera a Bologna, al Vag di via Paolo Fabbri 110

Roberto Roversi, per come l’ho conosciuto

Roversi e le sue innumerevoli riviste

Nuvolari. Frusta implacabile di velocità e furore

Anidride solforosa, Lucio Dalla, 1975

Il giorno aveva cinque teste, Lucio Dalla, RCA 1973

(Bologna) Venduta chiavi in mano, Roberto Roversi 2002 (introduzione a Bye Bye Bologna)

L’emeroteca di Roberto Roversi a VAG 61, Bologna, via Paolo Fabbri 110

Il 10 giugno, in tutta Italia, più di 400 archivi daranno vita ad Archivissima – La notte degli archivi.

Il Centro di documentazione bolognese intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani ha deciso di partecipare a questo appuntamento, facendo conoscere, soprattutto ai giovani, la figura di Roberto Roversi, intellettuale rigoroso, partigiano e poeta, scrittore e animatore di decine di iniziative editoriali, da molti riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della cultura italiana del Novecento.

Agente #007. Vivi e lascia morire, Ian Fleming, 1954

Live and let Die è il secondo romanzo di Fleming della serie dedicata a James Bond, segue di un anno Casino Royale. Bond usa una pistola Beretta 25, la traduttrice, Norah Bonetti, scelse le locuzioni “il CIA” e “la FBI”.

James Bond atterra a New York, è gennaio, fa freddo, i colleghi americani lo accolgono bene: “Vogliamo rendere il più possibile piacevole il vostro soggiorno qui”. Ritrova Felix Leiter, l’agente della CIA con cui ha già collaborato.

La missione di Bond è quella di mettersi sulle tracce di un gangster nero, il gigantesco Mister Big: nato a Haiti, istruito a Mosca, era stato iniziato al Voodoo fin da bambino, i seguaci lo consideravano l’incarnazione vivente del Baron Samedi. E così, stavolta, Bond si trova a combattere non solo la malvagità, ma anche le sopravvivenze irrazionali, le paure ancestrali, le superstizioni e le credenze che impediscono alle persone di essere libere.

Già il primo giorno a New York, mentre fa colazione, Bond è oggetto di un attentato minatorio. Un avvertimento. Mister Big lo sta già osservando.

Bond e Leiter passano una serata a Harlem: Mister Big ha occhi ovunque. Fleming ci fa sapere che Bond ha fatto la guerra e aveva operato per qualche tempo al di là delle linee in campo nemico: ad Harlem prova le stesse sensazioni.

Occhi gialli, pelle grigia, un corpo enorme e un cuore malato, ad Harlem Mister Big sembra onnipotente, cattura Bond facilmente. Poi entra in scena “una delle donne più belle che Bond avesse mai veduto”, il suo nome è Solitaire, Mister Big intende sposarla perché possiede enormi poteri telepatici. Ma sembra di capire che la donna sia ancora vergine…

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#Roversi. Bologna venerdì 10 giugno, via Paolo Fabbri 110, dalle 18 alle 24: il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” e Vag61 organizzano: “Roberto Roversi, agitatore culturale”, nell’ambito di “Archivissima – La notte degli archivi”

Fino a qualche settimana fa, sulla facciata di Palazzo dei Notai, in piazza Maggiore, c’erano tre gigantografie. Una la riconoscevano tutti, era l’immagine di Lucio Dalla; al lato opposto, un’altra nota ai più, quella di Pier Paolo Pasolini; in mezzo, c’era il ritratto di un uomo anziano con il pizzo bianco, e c’è da scommettere che i più (i giovani e non solo) si domandassero chi fosse Roberto Roversi: a dieci anni dalla morte, anche nei palazzi delle istituzioni e della “cultura ufficiale” qualcuno ha preso coscienza del fatto che a Bologna ha vissuto e operato uno degli intellettuali più influenti del Novecento italiano.

Fra i tanti fondi che custodisce, il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” conserva la prestigiosa raccolta di riviste politiche e letterarie di Roberto Roversi, a suo tempo donata al collettivo Bartleby. Venerdì 10 giugno, il Centro – che ha sede presso lo spazio autogestito Vag61 – ospita un’iniziativa dal titolo “Roberto Roversi, agitatore culturale”.

Il 10 giugno, in tutta Italia, più di 400 archivi daranno vita ad “Archivissima – La notte degli archivi”. Il Centro di documentazione ha deciso di partecipare a questo momento divulgativo, facendo conoscere, soprattutto ai giovani, la figura di Roberto Roversi, intellettuale rigoroso, partigiano e poeta, scrittore e animatore di decine di iniziative editoriali, da molti riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della poesia italiana del Novecento.

Nel cortile e nelle sale di Vag61, in via Paolo Fabbri 110, a partire dalla 18.00 verrà allestita una mostra con le riviste del “Fondo Roversi” e ci saranno visite guidate agli archivi del Centro di documentazione “Lorusso – Giuliani”.

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In ricordo di Gianni Clerici: Erba rossa

Strana coppia, un trentacinquenne giornalista al seguito della squadra di Coppa Davis a Praga e Pigi, studente di chimica idealista e inquieto. Siamo intorno alla metà degli anni Sessanta. Ambedue comaschi, appartengono a famiglie borghesi, hanno frequentato lo stesso liceo; a dividerli è il giudizio sul Paese che attraversano. Oltre la Cortina di Ferro, l’esperienza dell’Est comunista viene vissuta diversamente: “nel ricordare tutto quanto avevamo in comune, mi andavo ripetendo che l’identificazione con questo o quel partito contava sempre meno, e avrebbe finito per contare quasi nulla, quando le grandi passioni del dopoguerra si fossero stemperate nella suprema necessità di vivere meglio”.

La Coppa Davis è poco più di un pretesto; il risultato è amaro per gli azzurri, Merlo e Pietrangeli vengono sconfitti dai semisconosciuti tennisti cechi. Ma il soggiorno praghese dei due amici prosegue per un altro paio di settimane, incrociando un’umanità varia e colorita: l’aspirante regista Raul e la sua fidanzata Jana, affamata d’Occidente; Criscuolo, faccendiere dai mille e oscuri contatti, colleghi di altre testate giornalistiche che s’atteggiano a latin lover, ragazze disponibili e disperate. Oltre al tennis, il narratore vorrebbe scrivere un reportage, ma più passa il tempo e più si deprime, le interviste sono deludenti; comincia a chiedersi “se valesse la pena di continuare una serie di dialoghi penosi, interrotti di continuo dalla domanda: lo posso scrivere?”

Lo stile di Clerici è cortese, gentile, ma in certi momenti sa esprimere il moto di ribellione “di fronte all’atteggiamento di vinta remissività” di tanti praghesi.

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In ricordo di Gianni Clerici: Divina (su Suzanne Lenglen)

Se non il più grande, certo il più elegante. Gianni Clerici è stato un inarrivabile modello di stile, ogni suo articolo, ogni sua telecronaca ha esaltato “i gesti bianchi” dello sport che ha tanto amato e contribuito a celebrare.

“Suzanne Lenglen, la più grande tennista del mondo” è il sottotitolo di questa biografia, che comincia da una bambina prodigio intervistata da un famoso giornalista, Jean Laporte, che si recò a Marest sur Matz, Piccardia, poco dopo che questa quindicenne aveva vinto a Parigi quello che allora era definito “il campionato del mondo su terra battuta”. Clerici attinge alle memorie pubblicate da vari testimoni dei fatti e va alla ricerca degli ultimi sopravvissuti; da alcuni ottiene il permesso di leggere la corrispondenza privata con Suzanne. Alcune fotografie ritraggono la Divina sui campi e nella vita privata, nei ruggenti anni Venti.

Dal 1921, Suzanne cominciò a introdurre la moda nel tennis, indossando capi di Jean Patou: bandeau di georgette colorata, abiti semitrasparenti e plissé, sbracciati, scollati, corti al ginocchio, cardigan in tinta, soprabiti bordati di ermellino, turbanti con penne di pavone…

Suzanne Lenglen

Nata il 24 maggio 1899 a Parigi, da Charles e Anaïs, la piccola Suzanne era cresciuta in Piccardia per motivi di salute. Di famiglia altoborghese (i Lenglen furono fra i primi parigini a possedere un’automobile), Charles aveva sposato Rachel, sorella maggiore di Anaïs, ma la donna era presto morta per un fibroma. Morì anche il fratello minore di Suzanne, di meningite, ad appena tre anni. Tutto l’investimento affettivo del padre si scaricò su Suzanne, spinta o assecondata a praticare ogni attività sportiva (nuoto, ginnastica, ciclismo). A undici anni, il padre le regalò una racchetta. Bastarono tre mesi perché la bambina stupisse tutti. A quel punto, il padre si mise alla ricerca dei migliori allenatori (maschi) e fece costruire un campo da gioco a Marest sur Matz.
I segni della predestinazione si susseguono. C’è pure il pronostico di una veggente. Nemmeno quindicenne, Suzanne viene accolta in prima categoria. A Stoccolma, due anni prima, il titolo olimpico era stato vinto dall’affascinante Marguerite Broquedis. Suzanne se la trova di fronte nella sua prima finale, e quasi la sconfigge; il padre la rifocillava con zuccherini imbevuti di cognac. Poche settimane dopo, Suzanne Lenglen vince a Parigi il titolo del singolare femminile. Di lì a poco, scoppia la guerra.

Nel 1920, Lenglen vince Wimbledon e le Olimpiadi di Anversa.

Suzanne Lenglen scultura al Roland Garros

Il mantra del padre: “Vincere senza sbagliare. Vincere senza lasciare un punto. Impressionare l’avversaria con la propria disumana sicurezza”, rendersi così terribile che l’altra sarà appagata dall’aver salvato l’onore. È il padre a chiederle una dedizione assoluta al gioco del tennis; scrive Clerici, che “l’invincibilità crea semidei, ammirati ma soli, angosciati al pensiero di smarrire quello status semidivino”.
Morì di leucemia a 39 anni, il 4 luglio 1938.

Wimbledon: 6 titoli di singolare (1919, 1920, 1921, 1922, 1923, 1925); 6 di doppio (1919, 1920, 1921, 1922, 1923, 1925; 3 di misto (1920, 1922, 1925)
Mondiali su terra a Parigi: 4 singolo (1914, 1921, 1922, 1923); 3 doppio (1914, 1921, 1922); 3 misto (1921, 1922, 1923).
Campionati di Francia: 2 singolo (1925, 1926); 2 doppio (1925, 1926); 2 misto (1925, 1926)
Olimpiadi Anversa 1920: oro nel singolo e nel doppio misto.

Con Kubrick, Michael Herr

“Stanley Kubrick era mio amico”. Herr sostiene che non fosse un solitario o, peggio, un misantropo. Anzi, era molto socievole, ma non amava uscire di casa, preferiva parlare per ore al telefono. Non perse mai l’accento del Bronx, aveva “una voce che suggeriva l’aprirsi e il chiudersi delle virgolette… per segnalare una citazione”.

Si erano conosciuti nel 1980, grazie a un amico comune: David Cornwell (meglio noto come John le Carré). Da poco tempo, Kubrick e famiglia si erano trasferiti a Childwick Bury, vicino St Albans, a un’ora da Londra in direzione nord.

Stanley era “infinitamente curioso”, non faceva altro che “raccogliere informazioni”, imparava da chiunque sapesse qualcosa che lui trovava interessante. Aveva maturato un’opinione sconsolata sulla democrazia: “Si trattava di un nobile esperimento fallito lungo la via della nostra evoluzione, rovinato dagli istinti più bassi, dal denaro, dagli interessi personali e dalla stupidità”. Si potrebbe dire lo stesso del comunismo…

Herr disse no all’ultima richiesta di Kubrick, quella di revisionare la sceneggiatura di Eyes Wide Shut (“lavaggio e risciacquo”, la definiva il regista); non accettò, perché avrebbe dovuto lasciare la famiglia e trasferirsi a casa di Kubrick per un tempo imprecisato (non c’era altro modo affinché il regista si garantisse la segretezza). “Penso di averlo offeso… Non ebbi mai nessun rimpianto. Ora, naturalmente, ne ho più di uno”.

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Agente #007. L’uomo dalla pistola d’oro, Ian Fleming, 1965

Giornalista, prima all’Agenzia Reuters poi al Sunday Times, Fleming fu a lungo un collaboratore dei servizi segreti britannici. La sua visione del mondo è nitida, schiettamente reazionaria: i malvagi tendono ad allearsi fra loro (in questo caso, Mafia, narcotrafficanti e Kgb) e il “mondo libero” non può fare affidamento sugli americani, strapotenti ma poco intuitivi. Per questo, c’è bisogno di uomini come l’Agente 007.

Tredicesimo e ultimo romanzo di Fleming, l’ultima avventura concepita per James Bond, The Man with the Golden Gun uscì pochi mesi dopo la morte dell’autore, in Italia per Garzanti, nella traduzione di Mariapaola Ricci Dèttore. Fa parte delle storie scritte da Fleming dopo il trionfo cinematografico di un paio di pellicole con Sean Connery.

Quanto alla psicologia del suo eroe, Fleming ne fa un edonista con gusti sofisticati, nonché un irresistibile sciupafemmine: la Bond Girl di questo romanzo gli piace molto, Bond deciderà di passare con lei una lunga convalescenza, ma “al tempo stesso sapeva, intimamente, che l’amore di Mary Goodnight o di qualsiasi altra donna, non gli era sufficiente”; anzi, “si sarebbe annoiato di godere sempre del medesimo panorama”.

Li ho visti quasi tutti, i film su Bond, mentre questo è il primo romanzo che ho letto: la differenza è notevole, e stavolta è la pagina scritta ad apparirmi di qualità inferiore. In Fleming l’ironia langue, non c’è il retrogusto da commedia sofisticata che ha fatto la fortuna dell’Agente 007 sul grande schermo.

La sua nuova missione può rivelarsi suicida: il bersaglio è un killer, Francisco Scaramanga, mercenario spesso al servizio del KGB. Cubano, lo chiamano “l’Uomo dalla pistola d’oro” perché usa una Colt 45 placcata in oro, a canna lunga. Passaporto diplomatico, ha fama di essere un tiratore velocissimo e micidiale; dal dossier che M sta rileggendo, si deduce abbia già assassinato cinque agenti del servizio segreto britannico. Sta scritto, anche, che risulta essere “un donnaiolo insaziabile ma indiscriminato, che invariabilmente ha rapporti sessuali prima di uccidere, convinto che questo migliori il suo occhio”. Del rapporto top secret, fa parte una nota nella quale si ipotizza che Scaramanga nasconda profonde turbe sessuali.

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La Certosa di Parma, Stendhal, 1839

L’ho letto a diciott’anni e riletto da cinquantenne, prendendo appunti.

La Chartreuse de Parme – tradotto da Bruno Schacherl – venne scritto tra il 4 novembre e il 26 dicembre 1838 a Parigi, al numero 8 di rue Caumartin; pare incredibile che siano bastati 53 giorni per comporre un romanzo di questa grandiosità, anche se l’autore lo dettò a un copista. La revisione della bozza avvenne fra il 6 febbraio e il 26 marzo 1839.

Per scrivere, Stendhal aveva bisogno di partire da qualche fatto reale (aneddoti, vecchie cronache, atti processuali, ecc.). La storia di Fabrizio del Dongo pare sia ricalcata su quella di Alessandro Farnese, prima che divenisse papa Paolo III, mentre la corte di Ranuccio Ernesto IV è la trasfigurazione dell’Italia della Restaurazione.

Ha scritto Guido Piovene nella prefazione, che per Stendhal la “corrente vitale” della storia è incarnata da Napoleone, erede della Rivoluzione dell’89. Nel mondo della Restaurazione ci si fa strada solo con l’intrigo, la seduzione, la doppiezza. Ma “quelli di Stendhal sono strani opportunisti ed arrivisti, che apprestano da sé la trappola in cui cadranno prima che la loro diplomazia riceva il premio a cui aspirava”; sia Julien Sorel che Fabrizio del Dongo distruggono il proprio successo con le loro mani, manifestando un insopprimibile desiderio di integrità.

Dal romanzo, nel 1947, Christian Jacque ricavò un film, con Gérard Philipe nei panni di Fabrizio del Dongo, Maria Casares (la Sanseverina), Renée Faure (Clelia), Tullio Carminati (il conte Mosca).

Comincia così: “Il 15 maggio 1796, il generale Bonaparte faceva il suo ingresso a Milano alla testa di quella giovane armata che aveva appena passato il ponte di Lodi, e annunciato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore”. L’esercito austriaco fugge dalla Lombardia. L’azione militare dei francesi pare ridestare “un popolo assopito”; dopo l’epoca aurea dei Visconti e degli Sforza, dal 1624 gli Spagnoli erano diventati padroni del Milanese.

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