Mio fratello, Daniel #Pennac

A settantaquattro anni, Pennac compone questo testo malinconico e dolente, inclassificabile: non un romanzo, non un saggio, racconta di un suo fratello e di uno spettacolo teatrale (“lettura scenica”) che lo scrittore ricavò dal Bartleby di Melville. La traduzione è di Yasmina Melaouah; sono un centinaio di pagine, delicatissime, occorrono un paio d’ore.

Fratello maggiore di cinque anni, Bernard era morto da sedici mesi: setticemia, in una clinica privata, in seguito a un’operazione alla prostata. Amava Bartleby e amava lo zenzero, era dotato di notevole umorismo, fu lui a spingere Daniel bambino verso certe letture. Di Bartleby avrebbe detto che non era certo il tipo che aggravava l’entropia.

A teatro, al primo rifiuto di Bartleby – “Preferirei di no” = I Would Prefer Not To – gli spettatori ridono, “è una bella risata di stupore e di solidarietà”. Osservando il pubblico nel corso della lettura, a Pennac pare di cogliere “una stanchezza parigina” diversa dalla stanchezza della provincia. Aveva adattato il testo di Melville, rendendolo un monologo del notaio; dalla lettura, era passato alla recitazione, quando il testo gli si era impiantato nella memoria.

Com’è noto, i fatti accadono intorno al 1850, a riferirli è un notaio di Wall Street, che fa da voce narrante. Ha assunto quel giovane scrivano, che a un certo punto gli oppone una resistenza passiva. All’ennesimo rifiuto, medita di cacciarlo, ma ogni volta rinvia: qualcosa in Bartleby, lo disarmava.

Da bambini, Daniel e Bernard erano molto legati: “non litigavamo; giocavamo a litigare”. Intorno ai ventisei o ventisette anni, Bernard subì una devastante delusione amorosa, che “cambiò definitivamente la qualità della sua solitudine”.

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Il giocatore, Fedor Dostoevskij

Zero, Rouge et Noir, Pair et Dispair, Manque (1/18) e Passe (19/36): il linguaggio della roulette si impara presto, ma è “possibile che non ci sia modo di avvicinarsi al tavolo da gioco senza essere subito contagiati dalla superstizione?”.

Il protagonista, Aleksej Ivanovič, è il giovane precettore al seguito di un generale rovinato, che attende impazientemente la morte della “nonna” e la conseguente eredità. Il luogo è la stazione termale di Roulettenburg, in Renania.

Aleksej è povero e non ha mai giocato. Pensa che “la roulette sia l’unica via d’uscita”, la “salvezza”; ha “necessità di vincere” perché si è innamorato di Polina e solo grazie al denaro potrà diventare ai suoi occhi “un altro uomo”.

La bellissima Polina è la figliastra del generale: “alta e snella. Solo è molto sottile. Mi sembra che si potrebbe farne un nodo e piegarla in due”. Altro personaggio cruciale è mademoiselle Blanche, la giovane parigina che sposerebbe il generale per l’eredità. All’improvviso appare la nonna, una vecchietta energica e autoritaria, con le gambe paralizzate; prende il precettore in simpatia, mentre al generale riserva una frase secca: “denaro non te ne darò”…

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Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, Francis Scott #Fitzgerald

Sono qui raccolti pensieri che lo scrittore ha affidato a lettere private – in particolare alla figlia Frances e alla moglie Zelda, a Max Perkins, direttore della rivista su cui pubblicò i suoi racconti, e al suo editore di romanzi (prevedendo che “il Grande Gatsby, commercialmente parlando, sarebbe stato un fiasco”) -, nonché brani tratti dalle sue opere che hanno al centro la questione della scrittura.

Cos’è lo scrittore e che cosa fa, come si gestiscono i personaggi di un romanzo, qual è il rapporto tra l’autore e il mondo della critica… In questi brandelli di pensieri, caratterizzati da una grazia impareggiabile, si rintracciano molti aspetti autobiografici e si può cogliere l’impegno ossessivo, faticoso, totalizzante, che Fitzgerald pose al suo lavoro, cercando fino alla fine (a 44 anni, nel 1940) di affinare il proprio stile, le cui influenze dichiarate rimandano a Conrad e Flaubert, Dickens e Dostoevskij.

La selezione dei testi è stata effettuata da Larry Phillips, la traduzione per Minimum Fax (2008) è a cura di Leopoldo Carra.

Nel 1919, a New York, FSF inizia a lavorare nella pubblicità e a scrivere racconti. Da marzo a giugno ne compone diciannove, nessuno li accetta, nessuno gli risponde con lettere personali; “Avevo centoventidue biglietti di rifiuto prestampati, appuntati alle pareti della mia stanza, tutt’intorno, quasi a comporre un fregio ornamentale. Scrissi soggetti per il cinema. Scrissi testi di canzoni. Scrissi ingegnosi abbozzi di campagne pubblicitarie. Scrissi poesie. Scrissi degli sketch. Scrissi barzellette. Verso la fine di luglio vendetti un racconto per trenta dollari” (1932).

“Un autore dovrebbe scrivere per i giovani della sua generazione, per i critici di quella successiva e per i professori di tutti i tempi a venire” (1920).

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L’opera al nero, Marguerite Yourcenar

Zenone nasce a Bruges il 24 febbraio 1510 e vive la giovinezza nelle Fiandre. Il padre Alberico de Numi, “uomo sfrenato”, ha vissuto alla corte dei Borgia e frequentato Leonardo e Michelangelo; la madre Hilzonde è la sorella minore di un grande banchiere fiammingo, Enrico-Giusto Ligre.

Di Alberico, Yourcenar scrive che “forse non aveva un’anima. Forse i suoi improvvisi ardori non erano che lo sfogo di una incredibile forza fisica”. Lascia Hilzonde all’improvviso, e rientra in Italia, mentre la donna è incinta: lei “lo sapeva e non glielo disse”. Il primo paradosso di Zenone è nascere illegittimo in una famiglia ricchissima.

Il bambino non segue la madre e rimane nella casa dello zio banchiere: “Zenone crebbe destinato alla Chiesa. Gli ordini sacri restavano per un bastardo il mezzo più sicuro di vivere comodamente e di accedere agli onori”. Ma il giovane frequenta persone disdicevoli, il suo migliore amico è un operaio tessitore, Colas Gheel, insieme al quale studia e realizza un nuovo telaio meccanico. Mentre frequenta la scuola di teologia di Lovanio, i telai meccanici arricchiscono lo zio banchiere e producono una miriade di disoccupati.

A vent’anni, arriva alla “certezza che la fortuna di un uomo dipende dal suo carattere e dal capriccio degli astri”, e trova insopportabile vivere secondo le regole dominanti all’epoca di Carlo V, Francesco I, Papa Giulio II. Studia filosofia e medicina, si laurea in diritto canonico, diventa “alchimista” e viene presto sospettato di eresia. I suoi libri vengono bruciati nei roghi, il suo editore parigino, Dolet (effettivamente esistito), subisce la stessa sorte.

Suscitando la riprovazione del ricco zio e dei preti presso cui studia, Zenone si appassiona all’alchimia e fa esperimenti clandestini (autopsie su cadaveri trafugati, trasfusioni di sangue). A vent’anni fugge dal destino che sembrava scritto per lui, e per un decennio conduce una vita errante, ai quattro angoli del Mediterraneo, studia, compie esperimenti, scrive trattati, provocando un susseguirsi di voci contraddittorie.

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Cosmetica del nemico, Amélie Nothomb

Un aeroporto, un aereo in ritardo, due uomini… Cento pagine per una sola, ininterrotta conversazione fra due sconosciuti, la vittima e il nemico che non sapeva di avere – colui che gli impartisce una minuziosa, inesorabile lezione sulla natura umana, confessandogli i propri delitti e costringendolo ad ascoltare (l’udito è il meno difeso dei nostri sensi).

Chi è quel quarantenne olandese che dice di chiamarsi Textor Texel, e non c’è motivo di dubitare che sia così, perché ostenta una sincerità assoluta, dopo aver imposto la sua presenza (peggio: le sue chiacchiere) all’uomo d’affari Jerome Angust? Un pazzo logorroico, forse. Comunque, un uomo che non ha lasciato niente al caso, dopo aver individuato la sua vittima, a cui fa capire una verità essenziale: “Quando si è destinati a diventare colpevoli, non è necessario avere qualcosa da rimproverarsi. Il senso di colpa si aprirà un varco con qualsiasi mezzo”.

Questo minaccioso individuo non sa concepire rapporti umani se non intrisi di violenza: “La mia brevissima esperienza mi induce a credere che fatto con il consenso dell’altro il sesso debba essere un po’ insulso”.

La vittima cerca di difendersi con la cultura e l’ironia, con ogni arma retorica. Fino allo strepitoso colpo di scena, che ricostruisce il movente di quello strano legame: a quel punto il nemico si propone come vittima sacrificale, mentre l’altro dice provare ripugnanza per la vendetta, ma intanto ne esamina la fattibilità. Un secondo colpo di scena, più prevedibile, conduce il lettore a sciogliere ogni ambiguità nel modo più logico.

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Il ritorno dell’erede, Josephine Tey

Delizioso giallo-rosa, in gran parte ambientato a Latchetts, così si chiama l’idilliaca tenuta nella campagna inglese in prossimità del Canale della Manica.

Otto anni prima, il capofamiglia e la moglie erano morti in un incidente aereo. Rimaste orfane, le gemelle Ruth e Jane Ashby hanno poco più di dieci anni e vivono a Latchetts insieme alla zia Beatrice, detta Bee, la sorella del padre, una trentenne rimasta “signorina” per la pesante responsabilità che le era caduta addosso; Bee è riuscita a far quadrare i conti, il suo ruolo sta per finire, manca poco al ventunesimo compleanno di Simon, che erediterà la proprietà. A Latchetts vive un’altra sorella, Eleanor, detta Nell, vicina ai vent’anni.

Gli Ashby si stabilirono a Latchetts due secoli prima. Non sono mai stati la famiglia più ricca, ma a differenza di altre casate dei dintorni, si sono tenuti a galla con l’allevamento dei cavalli e i corsi di equitazione (Eleanor ha un particolare talento). Poco dopo il dramma dei genitori, otto anni prima, il primogenito Patrick, gemello di Simon, si era gettato in mare: tutto faceva pensare al suicidio, il cadavere venne recuperato mesi dopo, irriconoscibile.

A differenza degli Ashby, i Ledingham avevano vissuto epoche ben più fastose, ma erano stati costretti a trasformare la loro bella villa in un collegio per bambini ricchi. La bellissima Nancy Ledingham aveva sposato un pastore anglicano, George Peck, ed è rimasta la migliore amica di Bee, mentre il fratello maggiore se n’è andato a Londra a fare l’attore, nome d’arte Alec Loding.

Alec nutre un fortissimo risentimento verso gli Ashby. Il caso gli offre l’occasione per vendicarsi: ha conosciuto un giovane, Brat Farrar, incredibilmente simile a come sarebbe Patrick Ashby. Vedendolo, Alec l’aveva scambiato per Simon. La truffa sembra facile, ma il protagonista si mostra pieno di dubbi.

Il suo vero nome è Bartholomew Farrell, è cresciuto in orfanotrofio, ha girato il mondo, per anni ha vissuto negli Stati Uniti, facendo prima il cuoco e poi il domatore di cavalli. In un incidente si è rotto il femore, zoppica, della proposta truffaldina di quell’attore l’ha colpito un dettaglio: a Latchetts lo aspetta una bellissima scuderia.

E così, alla vigilia del ventunesimo compleanno, quando Simon si preparava a ereditare ogni proprietà, ricompare Patrick, “l’erede”. Oltre alla fortissima somiglianza, Brat mostra di essere a conoscenza di informazioni che solo un Ashby può possedere. Dice di essere fuggito e di aver vissuto all’estero sotto falso nome (quello di Bart Farrar). Si comporta in modo da dissipare ogni dubbio sul fatto che possa essere un impostore. Le ricerche legali confermano ogni dettaglio delle sue dichiarazioni.

Recitare quella parte, procura al falso Patrick uno stato di esaltazione, era “una delle cose più emozionanti che avesse mai fatto”. Come camminare sul filo, come domare un cavallo selvaggio.

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Naufragi, Francisco Coloane

Ormai novantenne, Coloane rilegge e aggiorna il libro omonimo di Francisco Vidal Gormaz, pubblicato nel 1901, e costruisce un’antologia di disastri marini e salvataggi avventurosi, avvenuti lungo i litorali cileni e peruviani, fra il 1520 e il 1965. Al solito, il traduttore è Pino Cacucci.

Coloane conosce bene questi luoghi, vi è nato e vi ha vissuto; “nelle regioni del Cile meridionale, le coste frastagliate, i canali e gli isolotti costringono gli scolari a usare le barche per raggiungere la propria scuola”. Per quasi duemila anni gli indios Yámana popolarono la regione a sud del canale Beagle; navigando a bordo di piccole canoe di corteccia d’albero, rivestite di pelli di foca.

Direttore del dipartimento idrografico dell’Università del Cile, Vidal Gormaz aveva realizzato un censimento che comprendeva circa 1500 naufragi avvenuti in meno di quattro secoli lungo le coste di Cile e Perù. I burrascosi mari dell’estremo sud delle Americhe ospitano migliaia di relitti. Coloane descrive navi fracassate contro le scogliere, scialuppe inghiottite dalla tempesta, marinai morti di freddo, fame e sete, rimasti senza carte in grado di orientarli in quel labirinto di promontori e isolotti. Molte catastrofi furono determinate dall’incompetenza o dalla negligenza dei capitani, dai materiali scadenti con cui erano costruite le navi, dai carichi stivati male, dalle carte nautiche imprecise.

Il 20 agosto 1578, tre navi di Francis Drake imboccarono lo Stretto di Magellano dal lato est, e il 6 settembre raggiunsero il Pacifico. Nelle sue incursioni, Drake combatté gli spagnoli, si arricchì smisuratamente e consegnò una parte del bottino alla regina Elisabetta, che gli conferì il titolo di baronetto.

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La mano, Georges Simenon, 1968

Tradotto per Adelphi da Simona Mambrini, La main è uno degli ultimi capitoli della sterminata produzione di Simenon (secondo certe bibliografie, si tratta del 368º dei 375 romanzi senza Maigret). Uno dei più devastanti ritratti dell’insoddisfazione maschile. Dei desideri compressi e frustrati, dei sentimenti recitati, della devastante scoperta della propria essenza.

A raccontare i fatti, in prima persona, è un avvocato quarantacinquenne pienamente inserito nella società, conduce una vita agiata e ha una bella famiglia, vivono nel Connecticut a un’ora d’auto da New York. Il suo nome è Donald Dodd, sposato con Isabel da diciassette anni, le due figlie sono in collegio. Il tono è quello di una confessione: “Dirò tutto, va da sé, altrimenti non valeva neanche la pena di iniziare”. Comincia con un flashback, a qualche ora prima: “sono un giurista e ho l’abitudine, anzi – sostiene chi mi conosce – la mania della precisione”.

È notte, vento e neve sferzano la bella casa colonica di Brentwood. Poche ore prima, Donald e Isabel, insieme al vecchio amico Ray (Donald lo conosce dai tempi di Yale) e alla moglie Mona si erano recati a un party dagli Ashbridge, a una ventina di miglia. Socio di una grande agenzia pubblicitaria su Madison Avenue (Mad Men…) ed ex attrice televisiva, Ray e Mona non hanno mai conosciuto gli Ashbridge, la famiglia più ricca della zona.

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Marvels. L’Era degli Eroi

Alla fine degli anni Trenta, un giovane fotografo, Phil Sheldon, assiste alla nascita della nuova era, quella delle “meraviglie”. Entrano in scena i supereroi, personaggi dotati di enormi poteri, suscitando fascino e paura nella folla che assiste alle loro imprese.
Sheldon è uno spettatore come noi. Questo rovesciamento del punto di vista, alla base della sceneggiatura di Kurt Busiek – intrisa di cultura fumettistica, per intrufolarsi dentro tante storie già raccontate, e raccontarle di nuovo – richiede uno stile grafico di inusuale potenza: Alex Ross assolve perfettamente a questo compito, con un iperrealismo abbagliante, che ricorda la pittura di Norman Rockwell.

Capitan America, Namor e Nick Fury attraversano l’intero arco temporale di Marvels. Ma l’Era delle meraviglie ebbe inizio nel 1939 con l’apparizione dell’uomo sintetico conosciuto come la prima Torcia Umana. I newyorkesi non vogliono credere a quello che vedono, qualcuno pensa sia uno scherzo di Orson Welles. È la guerra a cambiare ogni percezione: i mostri diventano eroi, la gente li ama. Con un coraggio che sconfina nell’incoscienza, Sheldon cerca di documentare i combattimenti, perde un occhio durante una battaglia fra Namor e la Torcia.

Il secondo capitolo porta il fotografo nei primi anni Sessanta, quando riappare Capitan America, agiscono i supergruppi (Vendicatori e Fantastici Quattro), e comincia a intravedersi “il lato oscuro delle meraviglie”: i mutanti, gli X-Men. Tutti, anche Sheldon, ne hanno paura; finché, davanti a una spaventata bambina dagli occhi enormi, il fotografo ricorda le immagini dei fuoriusciti da Auschwitz, e cambia idea sui mutanti.

Il terzo capitolo è incentrato sull’arrivo di Galactus e Silver Surfer: il pianeta è a un passo dalla distruzione, ma dopo la salvezza ecco i dubbi sul senso di quanto era accaduto: i pregiudizi contro i supereroi riemergono ogni volta. Solo Sheldon ha ormai chiaro che il sentimento che l’umanità dovrebbe provare per le meraviglie è la riconoscenza.

Nell’episodio successivo, l’ottica di Busiek diventa esplicita, ed è Sheldon a chiarirla: “Non avevamo fiducia, questo era il nostro problema. Non ci fidavamo delle meraviglie… I Fantastici Quattro o i Vendicatori risolveranno tutto, e una volta che ci avranno salvati torneremo a dargli addosso”. Decide di scagionare l’Uomo Ragno dall’accusa di aver ucciso George Stacy. Conosce Gwen, e la coppia di autori osa l’inosabile, riscrivendo la memorabile battaglia fra l’Uomo Ragno e Goblin in cui Gwen venne uccisa. La più innocente delle vittime. Ormai Sheldon è troppo stanco per continuare…

Una delle saghe più giustamente celebrate degli anni Novanta.

Tre Racconti (Erodiade – La leggenda di San Giuliano ospitaliere), Gustave Flaubert

Il racconto di un giorno alla corte del Tetrarca Erode Antipa, in Palestina, verso l’anno 30 d.C.

Erodiade è la seconda moglie di Antipa, Salomè la figlia che Erodiade ha avuto dal precedente matrimonio. Salomè appare alla fine, ed è lei che ottiene, dopo un ballo sensuale e turbinoso, la testa di Giovanni Battista, su un piatto. L’Esseno, che aveva chiesto al Tetrarca di liberare il Profeta – e che aveva previsto una morte per quella stessa notte – ora comprende il senso delle parole pronunciate da Giovanni: “Perché Egli cresca, bisogna che io diminuisca”.

Leggenda, favola, sogno: la vita di san Giuliano è intrisa di segni premonitori di un destino ineluttabile. Appena nato: santo o imperatore?

La passione “selvaggia” per la caccia, fino alla strage di animali in un giorno d’inverno: “Giuliano non si stancava di uccidere”. Poi, il grande cervo nero gli predice che avrebbe ucciso i suoi stessi genitori. Giuliano fugge dalla famiglia, conduce la vita del soldato di ventura, si sposa e infine la profezia del cervo si compie. Dopo essersi macchiato del sangue di innumerevoli esseri viventi, ecco l’espiazione: l’incontro con il lebbroso, l’ascesa in cielo…

Ha scritto Lalla Romano, dopo aver tradotto i “Tre racconti”, a proposito del loro autore: “Si sa come Flaubert lavorava: metteva sulla pagina certe parole essenziali, e poi intorno e su quelle armonizzava, sovrapponendo, con tutto un reticolato di toni proprio come fanno i pittori. Tutta un’erudizione storica, tecnica, consultazione di biblioteche e di amici specialisti era necessaria a Flaubert per il suo lavoro. Eppure il suo scopo non era di creare un milieu alla Balzac, perché la sua esigenza non era veristica: anzi, ciò gli ripugnava, e affermava che l’arte deve, come la natura, far sognare”.

“Flaubert non scrisse mai versi, e raggiunse la poesia attraverso le condizioni più genuine della prosa”. Un esempio: “Il disteso silenzio aumentava la tranquillità delle cose. In lontananza, i martelli dei calafati picchiavano sulle carene, e una pigra brezza portava l’odore del catrame”.

Mio marito Maigret, di Barbara Notaro Dietrich

Posso immaginare il dubbio: se scegli di scrivere con “la voce di Louise”, la moglie del commissario Maigret, sai che prima di te qualcuno ne ha fatto un personaggio amatissimo, il protagonista di oltre settanta romanzi. Devi decidere, innanzitutto, se ammettere l’esistenza di Georges Simenon, sovrapponendo finzione a finzione. L’autrice decide di farlo, e forse avrebbe dovuto osare di più: contraddire Simenon su qualche punto essenziale, proporre qualche verità sfuggita allo scrittore belga. Uscire dall’ombra, alzando la voce, per una volta.

A proposito del tono di voce: chi ricorda gli sceneggiati con Gino Cervi, nell’andamento della narrazione non potrà evitare di pensare alla calma avvolgente, solo in apparenza remissiva, di Andreina Pagnani, la signora Maigret (le quattro serie televisive andarono in onda fra il 1964 e il ’72 con la regia di Mario Landi).

Jules Maigret è appena morto, mentre stava dormendo sullo sdraio davanti alla casa di campagna. Louise illude il lettore, affermando di sapere molte cose del marito che Simenon non sa. A partire dalla smentita più netta: “Non è vero quello che ha sempre ribadito Simenon in tutti i suoi libri, e cioè che io sapevo poco o nulla del lavoro di Jules”.

Figlia unica, alsaziana, conobbe Jules a Parigi, in casa di parenti. La loro è stata una lunga storia d’amore, non hanno avuto figli, sebbene li volessero: “non era destino”.

La geografia sentimentale della coppia oscilla fra due poli: il piccolo appartamento di boulevard Richard-Lenoir, in cui hanno vissuto appena sposati, e la vecchia casa colonica di Meung-sur-Loire, acquistata in vista della pensione del commissario. Altre coordinate spaziali: i caffè all’aperto, qualche ristorante, il cinema in boulevard Bonne Nouvelle. La concezione dell’amore di Louise è placida e ripetitiva, ha a che fare con tutto ciò che scorre uguale nel tempo e si ripete, “un giorno dopo l’altro” (era il titolo della sigla dello sceneggiato, cantata da Luigi Tenco): riconoscere il passo sulle scale, il caffè a letto all’inizio della giornata…

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Displaced. Richard Mosse, MAST Bologna, #climatechange. #migrazioni. #guerre

Al solito, una mostra di altissima qualità, impressionante, di altissimo impatto visivo, con un ingrediente diverso dal solito. Più che un grande fotografo, questo quarantenne irlandese è uno sperimentatore di linguaggi, si impadronisce di ogni tecnologia disponibile (tipo di pellicola, strumentazione, eccetera), che gli offra la possibilità di scandagliare sotto la superficie del visibile. Nato nel 1980 a Kilkenny, più che come fotoreporter, da tempo Mosse si muove al confine dell’arte contemporanea. Displaced è la prima mostra antologica a lui dedicata (il catalogo è piccolo gioiello).

Curata da Urs Stahel, l’esposizione presenta una selezione dell’opera di Mosse, con immagini che alludono al cambiamento climatico, alle migrazioni bibliche, alle guerre etniche, alla devastazione innescata da un virus: le 77 fotografie (alcune di grande formato) e le videoinstallazioni provocano un’esperienza di rara intensità, con fortissimi stimoli visivi e sonori.

Fin dal principio della sua ricerca, il fotografo si è concentrato sulla questione della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare, intendere la realtà. Il suo obiettivo è “rilanciare la fotografia documentaria”, scrive Stahel, attraverso l’uso di tecnologie spesso di derivazione militare.

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Tre Racconti (Un cuore semplice), Gustave Flaubert

Normandia, primi dell’Ottocento, a pochi chilometri dalle spiagge di Deauville: “Per mezzo secolo, le signore di Pont-l’Evêque invidiarono alla signora Aubain la sua serva Félicité”.

Protagonista del racconto è questa “serva”: “a venticinque anni si poteva dargliene quaranta. Ma dopo la cinquantina, non dimostrò più nessuna età; e, sempre silenziosa, diritta sul busto e misurata nei gesti, sembrava una donna di legno che si movesse come un automa”.

Presto orfana, senza alcuna istruzione, maltrattata e costretta a lavorare fin da bambina, Félicité ebbe un’infanzia segnata da una “durezza di miserabili”. Da giovane, “aveva avuto anche lei, come qualunque altra, la sua storia d’amore”, ma quell’unica relazione – platonica, a diciott’anni – fu con un uomo che la lasciò per sposare una vecchia ricca pur di evitare il servizio militare. Scoperto il fatto, Félicité se ne andò in un paese vicino ed entrò come domestica in casa Aubain. Un tempo ricca, questa signora “poco amabile” era da poco rimasta vedova e con due bambini.

Nel mezzo secolo seguente, gli avvenimenti domestici segnano il tempo più degli avvenimenti storici. L’episodio più emozionante della vita di Félicité fu quando, in aperta campagna, facendo ricorso al coraggio e all’incoscienza, salvò la padrona e i bambini dall’assalto di un toro.

Il candore e l’ingenuità della domestica sono proporzionali all’assenza di ambizione e all’abissale ignoranza. Félicité accumula lutti e dolori (muoiono, in mare, l’amato nipote, e di malattia Virginie, la figlia minore della padrona), senza altri scambi affettivi: il primo abbraccio con la signora arriverà dopo oltre vent’anni di servizio.

Alla morte della padrona, gli eredi si affrettano a vendere tutto il possibile, ma nessuno vuole affittare o comprare la casa, ormai in pessime condizioni: è la fortuna di Félicité…

Flaubert ebbe una domestica, Julie, che lo seguì dall’età di quattro anni fino alla morte, a 59 (Julie morì tre anni dopo). È inarrivabile l’equilibrio, lo spirito di osservazione intriso di pietà con cui l’autore descrive la scena in cui Félicité chiede che gli venga mostrato sulla carta geografica dove sta L’Avana: il nipote naviga da quelle parti, lei si aspetta di vedere sulla carta la casa in cui abita, forse persino la sua stessa faccia…

Fatherland, Robert Harris, 1992

Spy-story avvolta nella fantapolitica, si sviluppa nell’arco di una settimana, nella primavera del 1964, a pochi giorni dal settantacinquesimo compleanno del Führer, a poche settimane dalla visita a Berlino del presidente Kennedy (Joseph, il padre di JFK), che dovrà aprire una fase di distensione fra i vincitori della Guerra.

L’ucronìa è un genere di narrativa fantastica, fondato sulla premessa che la storia abbia seguito un percorso alternativo rispetto a quello che conosciamo; in questo caso, l’ucronìa è lo sfondo di un’investigazione, il protagonista è un poliziotto tedesco, che cerca di scoprire come sia morto un anziano gerarca nazista. Il contesto è quello di un Terzo Reich che ha vinto la guerra; Mosca è stata conquistata e rasa al suolo, la guerriglia continua sui monti Urali, la potenza del Reich si estende su quasi per tutta l’Europa. L’unico paese libero rimane la Svizzera, la Russia, alleato degli USA, è confinata alle terre asiatiche.

Il centro di Berlino è stato riprogettato da Albert Speer, con enormi opere celebrative il regime. Anche i bambini vengono educati a odiare le razze inferiori. L’omosessualità e le unioni miste avevano preso il posto dello stupro e dell’incesto come reati capitali. L’aborto era punibile con la morte, in quanto “atto di sabotaggio contro il futuro razziale della Germania”. Secondo la teoria nazionalsocialista, “la criminalità era nel sangue: era innata come il talento musicale o i capelli biondi. Quindi era il carattere del criminale a determinare la sentenza, più del reato commesso”.

Le forze di sicurezza dipendevano da Reinhard Heydrich ed erano divise in tre: in fondo alla gerarchia l’Orpo, la polizia comune; al vertice la Sipo, che comprendeva i servizi segreti, cioè la Gestapo; in mezzo la Kripo, che si occupava della criminalità senza risvolti politici. La sorte di milioni di Ebrei è avvolta nel mistero: la versione ufficiale è che siano stati deportati nelle terre colonizzate dell’Est.

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Auguste Dupin, investigatore, Edgar Allan Poe

Osservare con attenzione, ricordare distintamente, saper analizzare i dati disponibili: sono le qualità che Poe attribuisce a Charles Auguste Dupin, un giovane conosciuto a Parigi, di ottima famiglia ma colpito da una serie di disgrazie che l’hanno ridotto in povertà.

Dotato di “una sviluppatissima abilità analitica”, Dupin traeva piacere nel sorprenderlo con le sue ricostruzioni; questa dote gli permetteva di giudicare le persone con estrema facilità, la maggior parte gli si presentava di fronte “con delle finestre spalancate nel petto”.

Dupin vede oltre. Districa la sostanza dei fatti dal caos delle ipotesi. Coglie le inesattezze, le superficialità, gli schemi stereotipati delle indagini poliziesche e giornalistiche. Minuziosamente, smonta le conclusioni precipitose. Illumina le tenebre del mistero. Teorizza che “una porzione vasta o addirittura la maggior parte della verità scaturisce da fatti apparentemente irrilevanti”.

Dupin fa la sua prima comparsa nel 1841 con I delitti della Rue Morgue, e riappare due volte l’anno successivo (Il mistero di Marie Roget e La lettera rubata). Sono storie narrate in prima persona, in cui lo scrittore introduce altri punti di vista attraverso notizie di fonte giornalistica o frasi attribuite all’autorità di polizia.

Poe propone i principali ingredienti della detective story. Per la prima volta, il lettore si trova di fronte allo schema narrativo di un crimine risolto tramite un calibrato procedimento analitico. Il narratore ascolta e riferisce, fa domande e sbalordisce, quando la verità si schiude davanti ai suoi occhi: il narratore è per Dupin ciò che il dottor Watson sarà per Sherlock Holmes.

Edgar Allan Poe, Auguste Dupin, investigatore, Passigli

4 luglio 1921, all’Overlook si balla

Stephen King – Shining – 1977

I dolori del giovane Werther, Johann Wolfgang Goethe, 1774

Romanzo epistolare su un amore infelice: il protagonista è un intellettuale borghese, un giovane colto e raffinato che si reca in campagna per sistemare questioni familiari e a un ballo incontra Lotte. La ragazza è “già impegnata con un altro giovane”, Albert, in quel momento lontano per la morte del padre (il che consente a Werther di coltivare speranze). Comincia una frequentazione assidua, la bellezza e la nobiltà d’animo di Lotte fanno conoscere a Werther una passione sconvolgente.

Al ritorno di Albert – razionale, privo di slanci emotivi – fra i due uomini si instaura un’ambigua amicizia. Trovando insopportabile la vicinanza di Lotte con Albert, il protagonista cerca di riacquistare la calma allontanandosi, al seguito di un ambasciatore (su consiglio dell’amico Wilhelm). Dopo qualche settimana, ha già chiaro che non è un ruolo adatto a lui: formalismi e meschinità, gli rendono detestabile quella nobiltà esangue. A sua insaputa, Lotte e Albert si sposano, ma questo non gli impedirà di amarla, in silenzio. Finché una sera cerca di baciarla: lei lo respinge, nonostante avverta di essere sul punto di cedere a quel sentimento.

Werther si trova sopraffatto da un pensiero insopportabile (condiviso da chiunque abbia vissuto una storia d’amore tormentata): “Lei con me sarebbe stata più felice che con lui. Ah, lui non è uomo da appagare tutte le aspirazioni di quel cuore”.

Con la sua evidente immaturità e la crescente insofferenza verso le convenzioni sociali che limitano l’individuo e la sua capacità di farsi condurre dai sentimenti, Werther conclude: “ho imparato a capire che tutti gli uomini straordinari che hanno compiuto qualcosa di grande, qualcosa che prima pareva impossibile, sono stati in ogni tempo ritenuti ebbri o pazzi”.

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La cerimonia del massaggio, Alan Bennett, 2001

In una chiesa alla periferia di Londra, sta per svolgersi una cerimonia funebre. Non è un funerale, la persona “da celebrare era morta da un pezzo”; per cui non pare necessario fingere dolore, né vestire a lutto. Quasi nessuno dei presenti frequenta abitualmente luoghi di culto.
Clive Dunlop, morto da sei mesi, in Perù, aveva 34 anni e, come i più scoprono in chiesa, molte conoscenze nel mondo dello spettacolo. Faceva il massaggiatore, lo sapevano tutti. Era bravissimo. E ai massaggi, molto spesso, seguiva il sesso.

Aleggia l’incubo Aids, in molti dei presenti (prete compreso, il modernista padre Jolliffe). E si scopre che c’è qualcuno incaricato di esaminarlo, senza che Jolliffe lo sappia. Si chiama Treacher, è un acuto, pedante conservatore; non lo infastidisce il fatto che Jolliffe sia omosessuale, purché non lo dichiari pubblicamente.

“Per motivi di tatto la domanda – Di cosa è morto? – ricorreva di rado; altrimenti poteva suscitare uno sguardo sornione che consigliava di lasciar perdere”.

La cerimonia del massaggio ha momenti di notevole umorismo. Bennett irride l’ipocrisia alto-borghese con alcune notazioni antropologiche. Per esempio: “La natura definitiva della morte viene esorcizzata grazie alla suddivisione in due turni”: il classico funerale e la moderna commemorazione, dove si può andare eleganti e rilasciare dichiarazioni alla stampa, sui gradini della Chiesa, con il volto intonato al lutto.

Nonostante qualche caduta di gusto, la cerimonia sembra concludersi bene, Treacher è già pronto ad andarsene, quando ecco il fuori programma (per colpa del quale, la giornalista che era andata a pranzo, anziché seguire la cerimonia fino alla fine, sarà licenziata): Jolliffe, incautamente, dà la parola al pubblico per i ricordi privati sul defunto. Ed ecco l’irruzione del sesso…

“Il primo segnale che le cose stavano andando alla deriva furono, come Treacher notò, le disinvolte telefonate al cellulare, fatte probabilmente per spostare gli appuntamenti”.
Il pensiero di quasi tutti i convenuti è che Clive sia morto di Aids; un ragazzo che stava in Perù a studiare geologia dice che è morto per una puntura d’insetto, ma non riesce convincente, perché “nessuno poteva scopare tanto senza pagarne le conseguenze”. Finché il medico curante non dichiara che Clive era assolutamente sano. Qualcuno piange. “Ma spesso ai funerali la gente piange soprattutto per se stessa, e quello non faceva eccezione”. All’uscita dalla chiesa, l’ondata di sollievo si tramuta in eccitazione sessuale, qualche coppia non arriva nemmeno a casa, e lo fa in automobile…

Non esistono piccoli campioni, Johannes Bückler

Nascono come “storie al ritmo di tweet”, scritte in prima persona e possono far pensare a Spoon River (larga parte di questi personaggi sono morti).

Coglie il punto Paolo Condò: “La scrittura di Johannes Bückler è implacabile. Disossata dagli aggettivi superflui, ostentatamente sobria per non dire minimalista, inchioda alla realtà delle vite speciali perché rivolte a un interesse collettivo nonché al vantaggio personale”. Questo scrittore – che vuole restare anonimo – mostra “la capacità dello sport di ispirare”.

In queste 46 storie, vi sono infinite le assonanze con Rivincite, a partire dalla citazione di Mandela posta in esergo; ho posto più attenzione alle vicende che non conoscevo, alcune storie sono notevoli, emozionanti e commoventi, ma a me pare che a volte il tono finisca per essere troppo edificante. Le storie che preferisco:

Roger Bannister, il primo a correre il Miglio in meno di 4 minuti, a Oxford, il 6 maggio 1954.

Giannis Antetokounmpo è figlio di una coppia di nigeriani immigrati clandestinamente in Grecia nel 1992. Giannis e il fratello Thanasis erano molto alti, cominciarono a giocare a basket, “ma mai insieme. Perché? Perché avevamo solo un paio di scarpe da gioco”.

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Fuga senza fine, Joseph Roth

Scritto a Parigi e pubblicato nel 1927 a Monaco di Baviera, Die Flucht ohne Ende (tradotto per Adelphi, da Maria Grazia Fanucci) è la storia, chiaramente autobiografica, di Franz Tunda, “amico e compagno d’armi e di idee”.

Viennese di famiglia borghese, il tenente Tunda viene fatto prigioniero dai Russi. È l’agosto 1916. Riesce a fuggire: per tre anni vive in Siberia con un nome falso, insieme a un cacciatore che vive nella taiga come un eremita. Con oltre sei mesi di ritardo, scopre che la guerra è finita e riparte verso casa. A Vienna l’aspetta una bella e ricca fidanzata, Irene, figlia di un industriale, ed è da lei che si dirige: “L’amava due volte: come una meta e come una cosa perduta”. L’Impero Austro-Ungarico è finito, Tunda è orfano, non ha più una patria, lo considerano “disperso”.

Per coerenza, pur di non guastare la qualità della sua produzione (matite…), il padre di Irene è finito in rovina. Per coerenza, Irene continua ad aspettare il fidanzato, di cui non ha notizie: “i dispersi hanno un fascino irresistibile. Si può ingannare uno che è presente, uno sano, anche uno malato, e in certi casi persino un morto. Ma uno che è scomparso misteriosamente lo si aspetta finché si può”. “Disperso” è la parola-chiave per seguire la parabola di Tunda, sovraccarica di avvenimenti in un’epoca di per sé turbinosa. Passati sei mesi dopo la fine della guerra, Irene si convince a sposare un ricco cugino milanese.

Intanto il protagonista è stato catturato dai controrivoluzionari “bianchi”, poi liberato dai “rossi” e, quasi per caso, si trova a combattere per la causa della Rivoluzione. La sua strada devia verso il Caucaso, attratto da Natascia, che combatte in quella brigata. Natascia è una rivoluzionaria che nega la propria bellezza, sfida i maschi con il suo coraggio, deride i valori borghesi, a cominciare dalla fedeltà coniugale, eppure sceglie Tunda in quanto borghese, senza accorgersi della venerazione che suscita in altri uomini.

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Jim Thompson, L’assassino che è in me, 1952

Tutti pensano che il vicesceriffo Lou Ford sia un brav’uomo, è benvoluto e sempre cordiale. Suo padre era il dottore del paese, va in giro disarmato, a Central City, una cittadina del Texas occidentale esplosa con il petrolio (in vent’anni la popolazione è decuplicata, ora sfiora i cinquantamila abitanti). Tre mesi prima Lou ha conosciuto Joyce Lakeland. È dalla voce del vicesceriffo che veniamo a conoscenza dei fatti. La sua è una confessione senza rimorsi, in un crescendo di cieca violenza: Lou Ford conosce bene la sua “malattia”, il suo lato oscuro.

Lo sceriffo Maples gli ha detto di convincerla a lasciare la città, la richiesta è partita da Chester Conway, il costruttore edile con cui Lou ha un conto in sospeso. Da decenni, la famiglia Conway è la più potente di Central City, domina il settore delle costruzioni. Il fratellastro di Lou è morto cadendo da un’impalcatura, mentre lavorava per i Conway. Non fu aperta alcuna indagine.

Non ancora trentenne, Lou indossa sempre uno Stetson, il tipico cappello texano a larghe falde. Da anni frequenta Amy Stanton, fa la maestra e vuole sposarlo, ma lui inventa scuse; arriva a dirle di essere sterile, il padre gli fece fare una vasectomia.

Era andato da Joyce per minacciarla, lei lo aveva aggredito e offeso, Lou aveva perso la testa e l’aveva selvaggiamente picchiata. Poi avevano fatto sesso. E l’avevano rifatto nei giorni successivi. “Sapevo che lei mi stava rendendo peggiore; sapevo che se non ci davo un taglio in fretta, non ci sarei riuscito più. Sarei finito in gabbia o sulla sedia elettrica”. Non solo Joyce rimane a Central City, ma tra lei e il vicesceriffo si consolida un perverso legame di cui nessuno deve sapere.

“Quel giorno, sabato, fu una giornata impegnativa. La città era piena di ubriachi al loro giorno di paga, dato che si era a metà del mese, e quaggiù ubriachi significa risse”. Per puro sadismo, Lou spegne un sigaro sulla mano di un balordo ubriaco, che gli chiede l’elemosina.

Il capitolo 18 si apre con questa frase lapidaria: “Ho ucciso Amy Stanton sabato sera 5 aprile 1952, qualche minuto prima delle nove”. Sembra American Psycho… Qualche riga dopo, Lou aggiunge: “Credo di non essere ancora pronto a raccontarlo. È troppo presto e non è ancora necessario”, prima vuole riferire cosa accadde nelle due settimane che precedettero il 5 aprile.

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I Frenetici, Giandomenico Curi

I giovani sembrano essere ovunque. Protagonisti in tutta la sfera dei consumi. Produttori e consumatori di ogni merce innovativa.

Ma di quale età si parli non è chiaro, la condizione giovanile si è dilatata, per la difficoltà a inserirsi stabilmente nella società adulta, fino a diventare una pura convenzione. Chi se lo può permettere, rimane giovane fino a cinquant’anni, e oltre. Eppure “i giovani” non sono sempre esistiti.

La “questione giovanile”, in Occidente, emerge negli anni Cinquanta. Appare all’improvviso, come una malattia, dai sintomi inequivocabili: una gioventù bruciata dal rock’n’roll. In America, giubbotti di pelle prendono a muoversi al ritmo “frenetico” (2 minuti e 11 secondi) di Bill Haley, «Rock Around the Clock». L’irruzione del rock’n’roll coincide con l’irruzione dei giovani all’interno dell’immaginario hollywoodiano: è alla metà degli anni Cinquanta che arrivano i suoni “pelvici” della nuova musica, proprio mentre Marlon Brando e James Dean interpretano una figura inedita, un “ribelle senza causa” che verrà continuamente riproposto, ancora oggi.

Musica e cinema, combinazione esplosiva, sembrano seguire una regia occulta, agiscono con una perfetta sincronia spazio-temporale. L’America torna frontiera. Elvis ne diventerà la sintesi esemplare, scandalosa e trascinante, sia sul palco dei concerti che sul grande schermo. Da quel momento, politica, cultura ed economia devono fare i conti con l’esistenza di una nuova categoria. Perciò, mi sembra azzeccato il sottotitolo di questa enciclopedia, che raccoglie cinquant’anni di cinema e rock; e il sottotitolo è: «I film che hanno inventato i giovani».

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Vedendo Londra bruciare, Smith non sarebbe accorso con un idrante per spegnere il fuoco. La solitudine del maratoneta. #Sillitoe

Colin Smith sta in riformatorio e si allena al freddo a digiuno, alle cinque del mattino. Vive in un “marcio paese”, dove tutti sono pronti a denunciare quelli come lui, appena fanno “un passo falso”. E’ un ambiente aspro e povero, ma “anche in una strada come la nostra c’è sempre qualcuno che non vede l’ora di fare un favore ai poliziotti, sebbene non sia mai riuscito a capire il perché”.

Courtenay - Gioventù amore e rabbiaIl riformatorio si spaccia per essere “un istituto progressista e moderno”; il direttore “mi parla quasi come parlerebbe al suo prezioso cavallo da corsa, se ne avesse uno”.
La superiorità di Smith rispetto al direttore e a tutta quella gente dagli “occhi bovini” sta nel fatto che lui li conosce più a fondo di quanto loro potranno mai conoscerlo.

“Voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara, anche se, com’è vero che Dio m’ha fatto, so che quando avrò perso mi toccheranno i più infami lavori di sguattero e nettacessi nei mesi che avanzano prima che abbia finito di scontare la pena”.

Il padre è morto per un cancro alla gola: 500 sterline è la cifra pagata dall’assicurazione. La madre aveva altri uomini. Il ragazzo esprime rabbia, risentimento e diffidenza: sono tutti nemici, tranne quei pochi di cui gli importa il giudizio, giovani come lui. Non vuole vincere la corsa, perché sente che la vincerebbe per i suoi carcerieri.

La solitudine del maratoneta, il più famoso fra i racconti scritti da Alan Sillitoe, uscì nel 1959: è una magnifica parabola sulla forza di volontà, e sulla capacità di cogliere il vero significato della vittoria e della sconfitta. Tony Richardson ne ha ricavato un film epocale, con Tom Courtenay.

Fra gli altri racconti, tutti focalizzati sul proletariato e sottoproletariato inglese degli anni Cinquanta, ne segnalo uno di ambiente calcistico. In un freddo e nebbioso sabato pomeriggio, fra trentamila spettatori che vedono poco o niente, c’è il meccanico Lennox, che assiste alla sconfitta casalinga della sua squadra, i bianco-neri del Notts County, davanti al modesto Bristol City. Lennox vede la partita accanto a Fred, sposato da un mese. Fred fa presto a consolarsi, pensando a cosa l’aspetta a casa. Lennox, invece, mantiene il suo pessimo umore: rientrato per cena, scarica la rabbia sulla moglie, come lui quarantenne, ma dall’aspetto “scialbo e scontento”, che infine decide di andarsene insieme ai tre figli. Fred e la giovane moglie ascoltano dietro il muro dell’appartamento vicino.

Alan Sillitoe divenne celebre poco più che trentenne grazie a un altro romanzo (Sabato sera, domenica mattina) e fu presto iscritto nella categoria degli Angry Young Writers, i giovani arrabbiati, la generazione di autori (letterari e cinematografici), che risvegliarono bruscamente la paludata cultura britannica, anticipando Beatles e Stones, e anche il Free Cinema.