Maigret e il cliente del sabato, Georges Simenon, 1962

Léonard Planchon, titolare di una piccola impresa di imbiancatura, si presenta un sabato sera all’ora di cena a casa di Maigret, in boulevard Richard-Lenoir. Dice di voler uccidere sua moglie. Ha un vistoso labbro leporino, ha bevuto, ma è lucido.

Un giorno ha trovato la moglie, Renée, di dieci anni più giovane, mentre faceva all’amore con Roger, uno dei suoi imbianchini. Scoperta, gli ha detto: “Ecco, finalmente lo sai!”. Qualche tempo dopo, per il compleanno dell’amante, Renée ha preparato una bella cena, con bottiglia di spumante, e infine ha chiesto al marito di andarsene: “Perché non vai a farti un giro? Non capisci che ci metti in imbarazzo?”.

Da due anni, Planchon è ospite nella sua stessa casa, dorme in salotto, mentre moglie e amante occupano la camera matrimoniale e la figlia, di sette anni, sta al piano di sopra. Umiliato e incapace di reagire, ancora innamorato della moglie, ogni sera Planchon va a ubriacarsi; non vuole divorziare, ha paura di perdere la figlia. Perciò è arrivato a concludere che l’unica soluzione sia un duplice omicidio: sa come fare, ha elaborato un piano perfetto. Forse ha voluto parlare affinché qualcuno lo fermi, pensa Maigret, ma qualcosa gli sfugge. Riesce solo a farsi promettere che tutti i giorni Planchon gli telefonerà.

Un paio di giorni dopo, Planchon scompare. Maigret è infastidito, non sa che fare, “il suo compito non era quello di rimettere ordine nella vita della gente, ma di trovare chi aveva commesso un crimine o un delitto”. Si sente in qualche modo responsabile, per non aver saputo cogliere il senso di quella strana confessione. Maigret interroga gli amanti, lei è “una bella femmina”, lui un uomo deciso, entrambi “sicuri e aggressivi come animali feroci”. Scopre che Planchon ha firmato un documento con cui cede, in cambio di una grossa cifra, la proprietà della ditta a Roger, poi ha raccolto un po’ di cose in due valigie e se n’è andato. Leggi il resto dell’articolo

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Juliet Naked. Tutta un’altra musica [Juliet, Naked], Jesse Peretz, 2018 – [cine41] – 7

Commedia brillante, ricavata dal romanzo di Nick Hornby. Se si respira l’aria frizzantina e malinconica di About a Boy e di Alta fedeltà, è anche perché Peretz ha fatto il musicista, fra i fondatori della band Lemonheads; i suoi gusti musicali compongono una colonna sonora strepitosa, fra le cui gemme va citata Waterloo Sunset, non fosse altro per far sapere agli ignari chi fossero i Kinks e a quali vertici potessero arrivare.

Protagonista (era ora!) è Rose Byrne, già Briseide in Troy, Moira MacTaggert nei film degli X-Men. Intorno alla sua Annie, viene ricostruita la parabola di una rockstar, Tucker Crowe, che dopo aver inciso un solo album – Juliet – da vent’anni ha fatto perdere le proprie tracce. L’assenza ha costruito il mito: verso Tucker Crowe (Ethan Hawke, perfetto) è nato un culto che si rivelerà sproporzionato alla sua levatura umana: passato da una donna all’altra, da uno sballo all’altro, Tucker ha lasciato una fila di figli, e si è ridotto a vivere come un Big Lebowski (ciabatte, pantaloni sformati, camicie grunge). I diritti d’autore gli consentono di nascondersi dal mondo.

A capo della nicchia di fans di Tucker sta un professore di Letteratura, Duncan (Chris O’Dowd), legato più intimamente al suo idolo che alla donna con cui convive stancamente, da tanto, troppo tempo. Ma è proprio Annie che, per caso, entra in contatto con Tucker Crowe, innescando una serie di situazioni agrodolci. Ne deriva una tipica storia sulla “seconda possibilità”, declinata all’inglese, sfuggendo all’insopportabile retorica americana. Fra le righe, qualche riflessione non banale sul rapporto fra arte e vita; ad Annie, Tucker trova il coraggio di raccontare la verità, perché fuggì dalle scene.

Juliet, Naked, il demo del famoso album, fa da detonatore a una storia d’amore ormai sfinita e a un nuovo inizio quantomai auspicato. Ariosa e luccicante l’ambientazione, sulle coste orientali della Manica.

Tutta un’altra musica, Nick Hornby, Guanda, 2009

Duncan è un grande fan di Tucker Crowe, un rocker che a 33 anni scomparve nel nulla. Era il 1986. Ventidue anni dopo, il mistero sulla sua scomparsa continua, i fans continuano a ricamarci sopra attraverso forum su internet. I crowelogisti – tendenzialmente tutti maschi – sono maniaci ossessivi, sanno tutto del loro oggetto di devozione.

Dall’Inghilterra, Duncan ha trascinato Annie in pellegrinaggio sui luoghi topici della carriera di Tucker Crowe, fra il paesino natìo nel Montana e New York, Memphis e Minneapolis, fino a San Francisco. Duncan e Annie hanno quasi quarant’anni, stanno insieme da quindici e lei “aveva dovuto accettare Tucker Crowe fin dall’inizio, come una menomazione”. Duncan sembra non avere altri interessi nella vita; Annie ha qualche desiderio in più: una relazione meno abitudinaria, un compagno meno infantile, qualcuno con cui condividere un figlio. Al ritorno dal viaggio negli USA, il suo senso di vuoto diventa insopportabile.

Nessuno come Nick Hornby sa scrivere di musica e del significato emozionale che può assumere. Per rafforzare l’effetto-realtà, lo scrittore alterna il racconto con pagine riprese da wikipedia – nello stile di wikipedia – sul musicista e le sue opere. Si parla di problemi di alcolismo, si fa riferimento a un’ipotetica figlia, Ophelia, avuta da Julie Beatty, la modella a cui dedicò “Juliet”, un anno prima della scomparsa dalle scene (la madre ha sempre negato).

Fulmine a ciel sereno, in una busta arriva a Duncan la versione “Naked” di “Juliet”; Annie, quasi per ripicca, ascolta l’album prima di Duncan, i due litigano, poi arrivano a opinioni antitetiche sulla qualità del disco: per Duncan è un capolavoro, per Annie solo abbozzi di canzoni. Juliet, Naked è il titolo originale di questo romanzo, tradotto da Silvia Piraccini; trasparente riferimento al Let It Be, Naked dei Beatles, la versione ripulita degli arrangiamenti orchestrali imposti dal produttore Phil Spector. Leggi il resto dell’articolo

Cassandra, Christa Wolf, Edizioni E/O, 1983

La maledizione più atroce che sia mai stata scagliata da quando esiste l’uomo è toccata ai greci, ed è stata mia madre Ecuba a sospendergliela sul capo. Il tempo le darà ragione, bisogna solo saper aspettare“.

Dopo la caduta di Troia, Cassandra, figlia di Priamo ed Ecuba, sacerdotessa di Apollo, è prigioniera di Agamennone e trascinata a Micene, dove Clitennestra sta per uccidere il marito. Cassandra sa cosa sta per succedere, e cosa succederà dopo: “poiché conosco non solo gli uomini, ma, quel che è più difficile, anche le donne, so che la regina non può risparmiarmi”. La sua visione profetica va oltre: “anche lei è colpita da quella cecità, che è connessa al potere. Anche lei non vedrà i segni. Anche la sua casa perirà”.

Il monologo di Cassandra ripercorre la traversata dell’Egeo, gli anni della giovinezza, le menzogne e le crudeltà della guerra. Di lei, tanti hanno pensato fosse “uscita di senno”, tanti altri hanno temuto le sue parole: “Non il misfatto, ma il suo annuncio fa impallidire, anche infuriare, gli uomini, lo so dalla mia esperienza. E so anche che preferiamo punire colui che nomina il fatto, piuttosto che colui che lo compie“.

Cassandra ricorda l’arrivo a Troia della nave di Menelao, re di Sparta; la storia d’amore fra Troilo, il più giovane dei figli di Priamo, e Briseide, figlia del rinnegato Calcante; poi, l’arrivo di Paride e Elena.

Ma Elena fu solo un pretesto, Cassandra non l’ha mia veduta, e Paride le confessò che non era mai giunta a Troia. Elena, dunque, è un segreto di stato, la guerra, ammetterà Priamo, è per l’oro e il libero accesso ai Dardanelli. Anchise, padre di Enea, “ci costrinse a riflettere sull’inizio della guerra, considerate che hanno preso una donna. Anche un uomo avrebbe procurato fama e ricchezza. Ma bellezza? Un popolo che combatte per la bellezza!“. Leggi il resto dell’articolo

Benché giovani, Goffredo Fofi, Edizioni E/O 1993

“Sulla difficoltà di crescere oggi”… Sono passati ventisei anni, da quando Fofi scriveva che “i difetti del carattere nazionale cattolico e familista sono peggiorati sino a un marasma di egoismi e corruzione”. Diagnosi sconfortante: i giovani “diventati grandi tra anni Settanta e Ottanta mi sono sembrati troppo spesso vecchi e volgari, privi di quei fondamentali attributi della gioventù che sono la vitalità, la curiosità, la generosità”.

“È spesso il caso, un incontro, una lettura, una minima esperienza diretta a decidere della scelta di un giovane per la destra o per la sinistra”.

Peter Pan, il bambino che non vuole crescere, “è l’emblema di una umanità novecentesca cui di fatto si è impedito di crescere, che la civiltà di massa del consumo e del consenso non vuol più che cresca perché se no che consumatore e consenziente sarebbe?”.

Secondo un sondaggio Doxa, il 90% dei giovani fra il 15 e i 20 anni viveva “bene in famiglia: non c’è l’opposizione generazionale descritta da Gide con l’invettiva: «Famiglie, vi odio!».

Pietro Maso non odiava la famiglia, come André Gide; “voleva l’eredità per godersela subito. Il suo è stato un crimine conformista, nient’affatto ribelle”.

Per crescere – “per diventare, cioè, responsabili, senza perdere la leggerezza e il gioco dell’infanzia” – i giovani degli anni Novanta hanno pochi esempi cui guardare: il lavoro svolto da minoranze o individui nel volontariato, nelle professioni socialmente utili, nelle attività artistiche e culturali.

Handke e il Nobel, rilettura di Falso movimento

Handke vince il Nobel per la Letteratura, e mi viene la curiosità di rileggere alcune pagine (verifico di averlo fatto nel giugno del ’93). Del film di Wenders (1975), ricordo pochissimo: Rüdiger Vogler era il protagonista (Wilhelm) e Hanna Schygulla l’attrice (Therese), ma non ricordavo nemmeno che fosse Nastassja Kinski a interpretare la giovanissima Mignon. Non è un ricordo esaltante: avrei più voglia di rivedere Alice nelle città.

Se lo sapevo, l’ho dimenticato: Handke e Wenders traggono ispirazione da uno dei fondamentali romanzi di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, di Johann Wolfgang Goethe. Scritto a Venezia nel luglio e agosto del ’73, quando Handke aveva 31 anni, Falsche bewegung è stato tradotto da Lorenza Venturi.

Falso movimento è scritto come un “racconto per film”. Gelido, rarefatto, senza psicologia, procede fra descrizioni, stacchi, dissolvenze, montaggio, voce fuori campo. L’inizio è fulminante: “Wilhelm frantuma il vetro della finestra con un pugno… Wilhelm manda un urlo lacerante e poi si accovaccia per terra”. Prende appunti su un taccuino; scrive: “Non sono disperato, solo annoiato e svogliato… Vorrei diventare scrittore. Ma come è possibile, se l’umanità mi lascia indifferente?”.

L’aspirante scrittore lascia Heide, la sua città natale nello Schleswig-Holstein, sul Mare del Nord, e viaggia verso sud; giungerà al confine con l’Austria nella Zugspitze nelle Alpi bavaresi. Dopo averlo spinto a partire, la madre (il tassista la chiama “signora Meister”) gli affida due insegnamenti: “Non perdere il tuo disagio e il tuo malumore; ne avrai bisogno, se vuoi scrivere”. E al momento dell’addio, davanti al treno, aggiunge: “Non devi mai farti imporre niente da nessuno. Altrimenti diventerai estraneo a te stesso”. Prima di andarsene, Wilhelm va a salutare Janine; lei gli chiede di portarla via con lui, ma Wilhelm replica: “No, voglio innamorarmi di qualcuno”. Janine ci tiene a ricordargli che “lo devi a me, se puoi innamorarti senza problemi”. Leggi il resto dell’articolo

L’intoccabile, John Banville, Guanda 1997

Non aveva mai tenuto un diario, prima. Ma quel giorno comincia una nuova vita, non deve più preoccuparsi di lasciare prove a suo carico. Era una spia, il primo ministro inglese ha fatto il suo nome al Parlamento, ora tutti sanno.

Banville copChi scrive è un uomo ormai anziano, la sua è stata un’esistenza di accurata dissimulazione: delle vere tendenze sessuali, e dell’essere un infiltrato, una spia, appunto. Il suo nome e il suo tradimento stanno su tutti i giornali. Riceve minacce e ingiurie, finché stacca il telefono. Non prima di aver accettato di concedere un’intervista a una giornalista freelance. “Perché l’ha fatto?”, gli chiede. Per stare dalla parte degli indiani contro i cowboys, risponde, e per odio dell’America. La giovane giornalista è in realtà una scrittrice, vuole ricavare un libro dalla sua storia. Lui le mostra il suo quadro preferito, “La morte di Seneca” di Nicolas Poussin. Un quadro inesistente.

Verità e finzione sono inestricabili in questo romanzo, il cui fondamento è la vicenda di spionaggio a favore dell’Urss da parte del gruppo di spie più famoso del XX secolo: ne facevano parte due alti funzionari inglesi del Ministero degli Esteri, Guy Burgess e Kim Philby, e un famoso storico d’arte, Anthony Blunt, direttore della collezione d’arte della regina Elisabetta II e assiduo frequentatore dei Windsor. Nel romanzo, Blunt assume l’identità della voce narrante, Victor Maskell.

Capolavoro psicologico sulla “doppia vita”, con frequenti pagine di qualità abbagliante, L’intoccabile coglie l’essenziale in frammenti come questo: “Il verme nel bocciolo è più meticoloso del vento che scuote il ramo. Questo è ciò che sa la spia”. La sua vita era “una sorta di recita frenetica in cui io interpretavo tutti i ruoli”, e in cui era costretto a chiedersi le reali motivazioni di chiunque, valutando la “possibilità che nulla, assolutamente nulla, sia ciò che sembra”. Leggi il resto dell’articolo

La chiave di vetro, Dashiell Hammett, Guanda, 1931

La trama si svolge a San Francisco, il protagonista è Ned Beaumont. Giocatore d’azzardo (dadi, cavalli, qualunque cosa), è il braccio destro di Paul Madvig, uomo d’affari non sempre limpidi e importante imprenditore nel settore delle costruzioni, che (contro il parere di Beaumont) intende sposare Janet, la figlia del senatore Ralph Taylor.

A complicare la situazione, il fatto che il senatore si stia giocando la ricandidatura, e che Madvig avesse allontanato suo figlio Taylor, che stava corteggiando Opal, la figlia uscita dal primo matrimonio di Madvig (della prima moglie non sapremo nulla, l’imprenditore vive con la figlia e l’anziana madre). All’amico, Ned Beaumont non risparmia parole spiacevoli: la sua opinione è che il senatore stia usando Janet come esca per assicurarsi l’aiuto di Madvig, in elezioni dall’esito assai incerto.

Hammett prosciuga la sua prosa all’essenziale, senza alcuna ricercatezza stilistica e senza dare spazio alle psicologie. I personaggi sono quello che fanno. Lo stile è secco, senza fronzoli, un susseguirsi di azioni. I primi tre capoversi di pagina 14 cominciano così: “Ned Beaumont levò le mani… Ned Beaumont guardò in su e in giù… Ned Beaumont, dopo aver osservato l’automobile per qualche secondo, voltò all’improvviso il capo”. Del protagonista, sappiamo che è alto e magro, ha gambe lunghe, fuma sigari costosi e, sovrappensiero, passa sui baffi l’unghia del pollice. Ha circa 35 anni, emana un fascino che sembra colpire tutte le donne.

È Ned Beaumont a trovare il corpo senza vita del ventiseienne Taylor Henry, figlio del senatore, sul marciapiede a pochi metri dal Log Cabin Club, il locale gestito da Madvig. Immediatamente, il capo della Polizia Rainey dichiara che non lascerà nulla di intentato per assicurare l’assassino alla giustizia…

The Glass Key, nella traduzione di Elisa Morpurgo, venne pubblicato in quattro puntate sulla rivista Black Mask da marzo a giugno del 1930, e raccolto in volume l’anno successivo dalla casa editrice Knopf.

Nel film di Stuart Heisler (Paramount, 1942), Alan Ladd interpreta Ned Beaumont, Veronica Lake è Janet, Bonita Granville è Opal, Brain Donlevy è Paul.

L’erede, Gianfranco Bettin, Feltrinelli 1992

Era il 17 aprile 1991, quando il ventenne Pietro Maso ammazzò i suoi genitori: ad aiutarlo tre amici, il luogo è un paese in provincia di Verona (Montecchia di Crosara), come armi un tubo di ferro e altri corpi contundenti. Sembra di stare dentro “A sangue freddo” di Truman Capote.

Pietro diceva agli amici: “C’è un mucchio di soldi da guadagnare. Soldi miei, beninteso. Non dobbiamo mica rubarli. Però bisogna liberarsi di alcune persone”. Avevano pensato di assumere un killer, ma non riescono a procurarselo: “immaginarono molti modi di sterminare la famiglia di Pietro, ne parlarono per mesi, fino ad abituarsi all’idea”.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Una società improntata all’apparenza, incapace di risolvere nuovi problemi che tende solo a negare o nascondere, che frequenta la Chiesa senza alcun vero sentimento religioso… apparentemente pacifica, in realtà aggressiva o ancor peggio vittimista… L’unico vero dio di questi luoghi è il denaro”.

Il delitto diventa inevitabile, “prima di essere scoperti”, quando Giorgio e Pietro spendono, in 40 giorni, i 23 milioni che dovevano servire all’acquisto di un’auto. Dal massacro alla confessione passano due giorni: due amici che sanno, non vanno però alla polizia. Gli investigatori entrano nella stanza di Pietro e trovano un telefonino da 4 milioni, decine di vestiti firmati e 50 profumi diversi.

Dalla confessione di Pietro Maso: “Nel mese di novembre del 1990 mi è venuto in mente di condurre una vita brillante e quindi mi servivano molti soldi. Per avere questo denaro, l’unica soluzione possibile era quella di aver subito l’eredità che mi spettava dai genitori qualora fossero morti, nonché mi sarebbe piaciuto di averla intera dovendo così essere costretto ad uccidere anche le mie sorelle”.

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Fuori tutti, a cura di Antonelli, Delogu e De Luca, Einaudi 1996

Non avrei “concesso” il voto ai sedicenni negli anni Ottanta e Novanta, quando ce ne sarebbe stato ben più motivo, figurarsi oggi che appare solo come un buffetto paternalistico. E, devo ammetterlo, c’è stato un tempo in cui i giovani mi sembravano molto più interessanti…

Questo era l’esordio di una collana – Stile libero – il cui sottotitolo spiega dove si voleva andare a parare: “Una generazione in camera sua”.

I tre curatori hanno visitato le “astronavi-camerette” di 48 adolescenti (ma pure trentenni che ancora vivevano in casa), selezionando le immagini e accompagnandole da brevissime autobiografie, nei rispettivi slang.

Sono microstorie, frammenti scelti con la preoccupazione di rappresentare il ventaglio delle differenti individualità: quelli dei poster e quelli dei quadri alle pareti, di estrema sinistra o di estrema destra, con i genitori separati, innamorati del rock o di una squadra di calcio, ordinati o che sguazzano nel disordine.

Ne deriva un campionario della gioventù italiana di metà anni Novanta, per come poteva apparire nel suo ambiente privato, dove accumulava memorie, una specie di “diario spaziale”. Quella non era un’inchiesta: piuttosto un sopralluogo, abile e un po’ furbetto.

Romina, 18 anni, ha una grande foto di Di Pietro; “ho letto tutti i suoi libri, ma questo non vuol dire che lo consideri un mito. In famiglia e a scuola si sono ormai abituati a questa mia passione, e mi rendo conto che possa sembrare un po’ atipica”. Leggi il resto dell’articolo

31 canzoni, Nick Hornby, Guanda, 2003

Fossi stato in grado di scrivere musica, non mi sarei mai curato dei libri”: questo pensiero, sussurrato fra due parentesi, parlando d’altro, spiega l’approccio quasi timoroso di Hornby a queste canzoni. Ascolta musica pop e la preferisce ancora, perché “la musica classica non ha la capacità di farmi sentire meglio”.

Questo non è un romanzo, nonostante l’impianto scopertamente autobiografico e il solito stile inimitabile (anzi, pieno di imitatori).

Non è nemmeno una raccolta di recensioni. Sono ricordi sparsi, innescati da una canzone. Il lettore che volesse seguire il suo autore preferito in una delle sue manie preferite (“un paio di volte all’anno mi faccio una cassetta da mettere in macchina, un nastro pieno di tutte le nuove canzoni che ho amato nel corso degli ultimi mesi”), registrando le 31 canzoni scelte, troverà autori poco conosciuti, e pochi nomi famosi (Springsteen, Dylan, Beatles, Santana, Led Zeppelin) con titoli di secondo piano.

Parafrasando Pennac, Hornby invita i ragazzi ad abbandonare le paure referenziali: “Siete autorizzati ad andarvene” da un concerto, da un film, da uno spettacolo teatrale senza aspettare la fine, se prevale la noia.

Come al solito, Hornby si fa seguire come il pifferaio magico, con una meravigliosa leggerezza. Passa da un argomento all’altro, da un ricordo all’altro, e la colonna sonora è un filo sottile, c’è lui in ogni pagina, a insistere sul fatto che ogni canzone a cui siamo davvero legati, va oltre ogni ricordo specifico: “volevo scrivere soprattutto di cos’è che di queste canzoni mi ha fatto innamorare, non dei significati di cui le ho investite”. Leggi il resto dell’articolo

Non è stagione, Antonio Manzini, Sellerio, 2015

Sappiamo chi sono di due morti: al volante c’era un italiano, l’altro era uno slavo, sappiamo che era notte e pioveva forte sulla strada che collega Saint-Vincent e Aosta.

Da nove mesi (e dieci paia di Clarks rovinate), il vicequestore Rocco Schiavone è stato trasferito ad Aosta, e per la prima volta quella notte ha abbassato la guardia ed è rimasto a dormire con una donna, fuori casa. Lei si chiama Anna. L’ha conosciuta perché è la migliore amica di Nora, che Schiavone ha lasciato da poco. Capelli neri, gambe muscolose e braccia tornite (fa pilates), Anna ha gli occhi “da gatta assassina” e indossa “la solita mise da dark lady di provincia”. Schiavone si rimprovera di essersi fermato da lei e silenziosamente esce mentre non è ancora l’alba.

È maggio, sta uscendo la primavera. In Questura, Rocco incrocia gli ormai soliti personaggi, D’Intino e Deruta, poi coinvolge il suo agente migliore, Italo Pierron per il sopralluogo dell’incidente del furgone. Quell’incidente stradale nasconde qualcosa di illecito: la targa del furgone è falsa, l’hanno sostituita con un’altra, proveniente da un’auto rubata.

Nella scena successiva, c’è una ragazza, Chiara, che si risveglia: è legata, imbavagliata, con una pezza nera sul viso. È stata rapita, non sa dove si trova.

Il lettore è un passo avanti al vicequestore: sa del rapimento e sa, dall’autopsia, che uno dei morti aveva una malattia venerea.

Manzini ha costruito un personaggio, il genere “giallo” è il contesto in cui si muove, ma al lettore interessa soprattutto Rocco Schiavone, il suo essere un sopravvissuto, come convive con il dolore per la perdita della moglie e si adatta a vivere in un ambiente così diverso da Trastevere. Alcune delle pagine migliori sono focalizzate sulla vita privata di Rocco. Non mancano i consueti dialoghi con Marina, la moglie che non c’è più, assassinata accanto a lui. Leggi il resto dell’articolo

Dodici appunti sulla serialità di Rocco Schiavone

Sto finendo di leggere Non è stagione – che venne adattato per il piccolo schermo nel quarto episodio della prima stagione televisiva con Marco Giallini, regia di Michele Soavi – ma oggi mi limito a elencare alcune delle “spezie”, dei sapori di contorno che Antonio Manzini non manca mai di inserire all’interno dei suoi romanzi.

  1. Ad Aosta, un trasteverino non può che rimpiangere Roma; per esempio, in Non è stagione, Rocco fa l’elogio del tramezzino. Va fatto col pane bianco, “sono ammessi tonno, carciofini, pomodoro, insalata di pollo, spinaci e mozzarella”, diffida della maionese, non ama gamberetti e formaggi, men che meno il prosciutto. Soprattutto, il tramezzino deve essere tenuto al fresco sotto i tovaglioli di cotone, non avvolti nel cellophane.
  2. Lo spinello mattutino, all’arrivo in Questura, preso dall’unico cassetto chiuso a chiave.
  3. La Scala delle rotture di coglioni, dal sesto al decimo grado.
  4. Il “bestiario” in cui Rocco cataloga certe persone, per la loro somiglianza con qualche animale.
  5. L’abbigliamento standard, loden verde e Clarks (tendono a bagnarsi e a essere gettate al ritmo di un paio ogni quindici giorni).
  6. L’Inno alla Gioia come suoneria del cellulare.
  7. Alberto Fumagalli, il toscano anatomopatologo con il suo macabro senso dell’umorismo: è lui che fornisce le prime tracce ricavata dai cadaveri.
  8. Il giudice Baldi, con il suo complicato rapporto coniugale, le cui evoluzioni Rocco può verificare dalla presenza o meno, sulla scrivania, del ritratto della moglie.
  9. Il questore Costa, con il suo disprezzo generalizzato verso i giornalisti (la moglie lo ha lasciato “per uno de La Stampa”).
  10. I dialoghi immaginari fra Rocco e la moglie assassinata, marina, detta Marì.
  11. Sebastiano, Furio e Brizio, gli amici romani fin dall’infanzia, borderline rispetto alla legalità che dovrebbe essere incarnata da un vicequestore.
  12. Ecco, non si dice “commissario”, si dice “vicequestore”.

Stasera comincia la terza serie tv. Della prima e della seconda avevo già scritto. E ho scritto anche di alcuni dei romanzi che Manzini ha dedicato a Schiavone: Pista neraLe cinque indagini romane, Era di maggio, 07/07/2007