Libri russi di lettura, Lev Nikolaevič Tolstoj

I Quattro libri di lettura sono un’antologia pedagogica ed edificante. Tolstoj riscrisse e mescolò storie vere, favole e racconti di Esopo e Fedro, di La Fontaine e dei fratelli Grimm, leggende riprese dal folclore russo o da fonti arabe, indiane e giapponesi.

Nei 4 volumi sono raccolte 209 tra favole, storie e poesie, scritte fra il 1870 e il 1875. L’opera era destinata, come disse Tolstoj, “a tutti i fanciulli, da quelli della famiglia imperiale a quelli dei contadini, perché ne traggano le loro prime impressioni poetiche”. Nel realizzare la raccolta, Tolstoj si fece aiutare dai suoi scolari, figli dei servi della gleba, a cui insegnava a leggere e scrivere nella sua scuola di Jasnaja Poljana. Sulla porta aveva appeso un cartello: “Entra ed esci liberamente”. Nel giro di qualche anno, le scuole fondate da Tolstoj furono una dozzina.

La mia edizione è ridotta a 113 racconti, un condensato selezionato dalle Edizioni Paoline e affidato alla traduzione di Giacinta De Dominicis Jorio; impreziosita da belle illustrazioni in bianco e nero di Umberto Sammarini, questo è il numero 53 di una collana di libri per ragazzi dall’inconfondibile copertina gialla.

Ho riletto questo libro a cinquant’anni di distanza dalla prima volta. All’epoca, in estate, passavo tre settimane in una colonia di Igea Marina, gestita dalla Provincia di Bologna (Aurora, Ridente e Vighi, i loro nomi). Ogni estate, facevano il giro delle colonie alcune suore che installavano un banchetto di libri. Immancabilmente, ne compravo uno. Purtroppo, alcuni li ho sfasciati e buttati, conservo questo Tolstoj, Oliver Twist (Dickens) e Ventimila leghe sotto i mari (Verne); da un paio di giorni cerco di ricordare i due titoli scomparsi: sono quasi certo che uno fosse Il richiamo della foresta (London), sull’altro nebbia profonda. Leggi il resto dell’articolo

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Il falco maltese, Dashiell Hammett

Sam Spade è un investigatore privato. Ha circa 35 anni. Lavora a San Francisco alla fine degli anni Venti con un socio, Miles Archer, di una decina d’anni più vecchio. La segretaria, Effie Perine, è molto giovane, vive con la madre, ha “una faccia da maschietto” e verso Spade mostra un’ammirazione che sconfina nella devozione.

Quel giorno, in ufficio, si presenta la signorina Wonderly, 22 anni, elegantissima (“una principessa”, anticipa Effie a Spade), alta, “di una magrezza gradevole senza la minima spigolosità”.

Pare che la sorella minore, ancora minorenne, sia fuggita da casa, a New York, in balia di Floyd Thursby, un tipo poco raccomandabile; vuole ritrovarla e riportarla a New York prima del ritorno, fra due settimane, dei genitori da un viaggio in Europa. Mentre la donna sta parlando a Spade, entra nell’ufficio Archer. Quella sera, la signorina Wonderly vedrà Thursby, un tipo equivoco, sposato e con tre figli. Affascinato da quella donna, Archer promette di occuparsi del caso personalmente.

Quella notte, intorno alle 2 e mezza suona il telefono nell’appartamento di Spade: gli dicono che il suo socio è stato assassinato… Spade si reca sul luogo del delitto e parla con un amico poliziotto, Tom Polhaus, colui che gli ha telefonato. Poi Spade si allontana e telefona a Effie: le chiede di informare Iva, la moglie del morto. Le chiede, inoltre, di tenerla lontana dall’ufficio.

Rientrato a casa e bevuti un paio di bicchieri di rum, Spade vede arrivare la polizia: vogliono sapere che incarico stesse svolgendo Archer e per quale cliente. Con Tom Polhaus, c’è il tenente Dundy, che non gli è amico. La novità è che hanno sparato quattro colpi alla schiena a Floyd Thursby. Dundy sospetta sia stato Spade a farsi giustizia da sé, il detective privato non ha un alibi per l’ora dell’omicidio. Leggi il resto dell’articolo

Il tempo con Antonioni, Wim Wenders (2)

In una Portofino livida e piovosa, si muovono John Malkovich e Sophie Marceau (i loro sguardi, i loro profili). Fuori stagione, il paesaggio è deserto, ovattato, misterioso, ma i colori delle case brillano anche senza il sole. Lei è elegantissima, del resto fa la commessa in una boutique di Armani (Enrica Antonioni fa la proprietaria).

Immersi nella nebbia di Comacchio, con quel lunghissimo porticato che sembra uscito da un quadro di De Chirico, ci sono Kim Rossi Stuart e Inés Sastre; la loro trama prosegue e si conclude a Ferrara.

Al di là delle nuvoleAix-en-Provence è la location, sempre notturna o in interni (la chiesa di St. Jean de Malte), in cui si muovono Irène Jacob e Vincent Pérez.
“E se mi innamorassi di lei?
Sarebbe come se volesse accendere una candela in una stanza piena di luce”.

Parigi, ultimo piano della Fondation Cartier, un appartamento hi-tech, tutto intonato su sfumature di grigio, non lontano dalla Tour Montparnasse, è dove recitano Jean Reno, Fanny Ardant, Chiara Caselli e Peter Weller.

Infine, “la cornice”: Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni, in un paio di brevi scene; lui fa il pittore, dipinge il fumo e le ciminiere di un impianto siderurgico. In prossimità del Mont Saint Victoire, quello dipinto innumerevoli volte da Cézanne.

Wenders è stato ingaggiato dalla produzione come regista di back-up o di stand-by, pronto cioè ad affiancarsi ad Antonioni o eventualmente a sostituirlo qualora non fosse in grado di condurre a termine il lavoro. Non nasconde lo stupore di fronte a un uomo che, limitato da così gravi difficoltà, riesce a sprigionare una così grande energia.
Sul modo di concepire il film, si sviluppò una certa frizione fra i due registi, ma il tedesco decise di non insistere, il suo contributo doveva limitarsi a “far sì che Michelangelo potesse fare il suo film”.

La scelta del cast (unica sostituzione, Jean Reno anziché Jeremy Irons) venne fatta da Michelangelo ed Enrica, così come la scelta dei luoghi (“in tutti i suoi film aveva sempre mostrato un infallibile senso dell’architettura e del paesaggio”). Ma era vittima di vuoti di memoria, e si decise di procedere con le riprese in senso cronologico. “Tutti partecipammo all’avventura con la stessa pazienza e lo stesso entusiasmo. L’unico modo per riuscire a indovinare quale film Michelangelo avesse in mente era proprio quello di farlo. E dunque doveva essere fatto”. Leggi il resto dell’articolo

In ricordo di Felice Gimondi

Prima o poi dovrò scrivere di Sedrina e di Treviglio, di Figino Serenza e di Leggiuno, luoghi mai visti ma indimenticabili, associati irresistibilmente ai miti della mia giovinezza.

Tifare per Felice Gimondi da Sedrina è stata una delle esperienze più formative, negli anni della scuola dell’obbligo e all’inizio del liceo. C’era il Cannibale, e lo ammiravo moltissimo, come ammiravo Borg, altrettanto irraggiungibile. Ma le volte in cui Gimondi riuscì a mettere la sua ruota davanti a quella di Merckx, il valore della vittoria si enfatizzava.

Penso, innanzitutto, al Mondiale di Barcellona Montjuic del ’73, allo sprint, un’autentica rarità per quel formidabile passista che è stato Gimondi. Quante “onorevoli sconfitte”, quanti piazzamenti prestigiosi… Non poteva essere in discussione chi fosse il più forte: in palio c’era solo la fuggevole realtà di chi fosse più forte quel singolo giorno.

Una ventina d’anni fa ho letto un libro pubblicato da Limina: l’autore è Maurizio Ruggeri, ottimo giornalista, il titolo è Felice l’ultimo Tour. Titolo indirettamente profetico, perché l’anno dopo sull’Albo d’Oro del Tour de France si sarebbe iscritto Marco Pantani. Ma fra quel 1998 e il 1965 – la vittoria di Gimondi – passarono 33 anni. Per 33 anni – non credo sia facile rendersi conto di quanto sono lunghi 33 anni – nessun italiano seppe replicare l’impresa dell’esordiente di Sedrina.

Il libro di Ruggeri non si focalizza solo sul Tour del ’65. Inserisce Gimondi nel contesto storico-sportivo, fra Sonny Liston, Sandro Mazzinghi, la Grande Inter, Roy Emerson, Jim Clark, Ignis-Simmenthal… Ricorda la grande rivalità con Gianni Motta, rivali come Poulidor Darrigade e Van Looy, la bottiglietta della dissenteria che pregiudicò la vittoria di Felice nel Tour ’67, la vittoria del Giro di Lombardia 1966 davanti a un giovanissimo belga di cui tanti storpiavano il nome, la trionfale Milano-Sanremo del ’74 indossando la maglia iridata.

L’ombra del Cannibale, con pagine quasi pulp, accompagna un decennio della carriera di Gimondi, condannandolo a sconfitte in serie. Da incubo. Ma almeno oggi dovremmo ribaltare il senso del discorso, e considerare ancora più grande Merckx perché riusciva a battere Gimondi.

Il tempo con Antonioni, Wim Wenders (1)

Sul set di Al di là delle nuvole, il diario tenuto da Wenders e una meravigliosa raccolta di fotografie. Meravigliosa, perché Wenders è un fotografo abilissimo, e fra i soggetti ci sono alcune delle donne più affascinanti del cinema di quegli anni, da Sophie Marceau e Irène Jacob, da Inés Sastre a Fanny Ardant.

Il tempo con Antonioni copL’ottantaduenne Antonioni veniva da anni di silenzio e da una grave malattia invalidante (ictus e afasia); poté realizzare quel film in quattro atti – tratto da una raccolta di suoi racconti, Quel bowling sul Tevere, pubblicata una decina d’anni prima – grazie all’aiuto o meglio all’assistenza di Wenders. Che annota quotidianamente le sue impressioni, descrive cos’è accaduto sul set, le difficoltà incontrate, il rapporto con gli attori e, soprattutto, quello con Antonioni, studiato con una devozione e un’ammirazione sconfinate. Ne derivò un film destinato a dividere, per lo scarto nettissimo fra un contenuto impalpabile e una forma luminosa: io che l’ho visto due volte, ricordo bene quanto fossero splendide certe immagini, mentre ho ricordi vaghissimi sui fatti raccontati. Quattro storie di amori impossibili.

Il volume contiene immagini di Tonino Guerra, della troupe, di Enrica, la moglie di Antonioni, lui che disegna certe inquadrature con il pennarello su grandi fogli di carta.

Le foto a colori (140) sono del regista tedesco, quelle in bianco e nero (225) della moglie Donata, la traduzione dei testi è di Silvia Bortoli. Wenders scatta direttamente le foto di scena perché vuole mostrino “quello che vede la cinepresa e lo scopo per il quale è stata fatta la luce”; l’esperienza con i grandi fotografi l’ha lasciato deluso, perché loro hanno un proprio punto di vista che spesso non restituisce la scena per quel che era.

Il testo è un’indiretta lezione di cinema (e di psicologia): al diario di lavorazione si accompagnano gli aneddoti. Spesso bisognava indovinare le sue intenzioni, Antonioni non poteva parlare, si esprimeva con le mani, gli occhi, i disegni (fatti con la sinistra, l’ictus aveva colpito anche la mano destra).

Freeway, Mark Kalesniko, Panini Comics, 2013

Kalesniko COPAlex Kalienska, alterego dell’autore, è un sognatore, uno a cui basta poco per rivedere il passato: un vecchio modello di automobile o una ragazza intravista dal finestrino dell’auto gli accendono fantasie, l’insegna di un hotel lungo una freeway losangelina lo riporta a quando arrivò a L.A. per la prima volta, giovane disegnatore della provincia canadese, all’inseguimento di un sogno professionale: fare il disegnatore di fumetti nel mondo dell’animazione cinematografica. Alex ha le fattezze di un animale antropomorfo.

Da bambino, stava lunghe ore davanti alla tv, consumatore onnivoro di serial e cartoni animati. Arrivò pieno di speranze alla Babbitt Jones, la più grande società del mondo, che già portava il nome del fondatore, trasparente identificazione con la Walt Disney per cui Kalesniko ha lungamente lavorato.
All’inizio gli venivano affidati solo i layout, gli sfondi delle inquadrature: i personaggi sono riservati agli autori più esperti. Presto conosce l’affascinante Chloe e comincia discretamente a corteggiarla. Ora, nell’ingorgo, gli sembra di rivedere Chloe, dopo diciassette anni. È solo una delle innumerevoli compresenze di passato e presente che affollano le autobiografiche tavole di Freeway.

L’ambiente di lavoro non si rivela stimolante come Alex credeva, il disincanto ha presto il sopravvento: assiste ai conflitti per il potere, al cambiamento delle persone (non tutte) che il potere lo conquistano, alla dedizione dei veri artisti, all’ambizione dei mediocri. Leggi il resto dell’articolo

Itinerari stupefacenti, Diane Johnson, Feltrinelli, 1993

Comprai questo libro appena uscito, un quarto di secolo fa: era il primo di una nuova collana (Traveller) di Feltrinelli, l’esplicita dichiarazione di intenti stava in copertina: “Narrativa di Viaggio”. La collana ha poi prodotto alcuni ottimi titoli, ma non ha avuto successo.

Non sapevo nulla dell’autrice: Diane Johnson (1934) è californiana, finalista al Pulitzer 1988 con il romanzo Persian Nights. Ha scritto insieme a Stanley Kubrick la sceneggiatura di Shining (1980). A ventun anni sposò Lamar Johnson, Jr da cui ebbe tre figli; si è risposata nel 1968 con il professore di medicina John Frederic Murray (chiamato “J” In queste pagine).

La narratrice mostra notevoli qualità descrittive, ma occorre astrarsi da un pensiero invidioso: è difficile provare empatia verso chi, in poche pagine, ti fa sapere di essere stato a Tikal (Guatemala), nel parco tanzaniano del Serengeti, nelle Filippine, in Cina, a Bangkok, al Taj Mahal, in Persia, in Cina, Svizzera, Singapore, Hong Kong, Egitto, Sudafrica, Alaska, Spagna… Non è una colpa aver viaggiato tanto, e non lo è nemmeno l’aver goduto di sistemazioni upper class, trovando il tempo per fare quattro figli e un disastroso processo di divorzio con il primo marito.

Tre frammenti.

Al largo dell’Australia, verso Est, la Grande Barriera Corallina: “Avevo l’idea che il corallo fosse duro e rosso, un grosso blocco che emerge dall’oceano, qualcosa di appuntito che ti taglia se ci cadi sopra… Invece sembrava spugna. Sprofondava sotto i nostri piedi, sospirava e succhiava. Sconvolta, la osservai, e vidi che era tutta viva”.

A Arusha, Tanzania, “l’ospedale non aveva né aspirina né insulina, e i pazienti malati di Aids, due per materasso, venivano lasciati morire su lettini da campo con un foro al centro, così che la loro diarrea inarrestabile potesse colare nei secchi”.

A Pechino, “in un primo momento, ero rimasta turbata dall’incapacità di parlare o di leggere, che mi costringeva a esprimermi a gesti e mi gettava nel panico quando mi perdevo nelle strade, mi sentivo inerme come un bambino. Poi appresi i caratteri cinesi più semplici – Uscita, Entrata, Donne”.

Il diner nel deserto, James Anderson, NN editore, 2015

In prima persona. Un lunedì mattina di fine maggio, poco prima dell’alba, il narratore – Ben Jones – parcheggia il suo camion con rimorchio nel parcheggio del Premiato Diner del Deserto. Da vent’anni effettua consegne lungo la statale 117, che passa attraverso il deserto dello Utah, “in mezzo a un nulla piatto e aspro”.

È un diner leggendario, apparso in dozzine di B-movie. Quel mattino, non c’è traccia dell’uomo che ci vive da oltre mezzo secolo, Walt Butterfield. Ma “la curiosità non era mai stata un problema per me. La trattavo come un cane che dorme in una discarica”.

Walt Butterfield ha 79 anni, si installò in quel luogo nel 1953 e ha gestito il diner fino all’87. Poi è rimasto lì a vivere. La sua passione sono le moto d’epoca, ne fa collezione, le ricostruisce in una specie di hangar che sta sul retro. Ben Jones nota che all’interno del diner, chiuso da un quarto di secolo, tutto “era sempre tirato a lucido”, i sei tavoli e i dodici sgabelli, il jukebox Wurlitzer del 1948.

Un giorno, il camionista scopre una tenuta che non aveva mai notato, una grande casa pressoché invisibile dalla strada. Non è disabitata come sembra: all’interno c’è una donna che sembra suonare un violoncello. “Se stai per fare qualcosa che forse non dovresti fare, il miglior consiglio che tu possa dare a te stesso è non pensarci troppo a lungo. Rovina l’effetto sorpresa quando poi accade il peggio”. Ecco, Anderson scrive così, e quando fa prevalere il tono dell’amarezza, lo addolcisce con qualche zolletta di ironia. Quella donna si chiama Claire, ha lasciato il marito e si è rifugiata in un luogo ai margini di tutto, dove la civiltà marca il passo: non esistono GPS, copertura telefonica, personal computer.

La spiritualità può prendere la forma di un uomo, John, che da anni trascina una pesante croce di legno alta tre metri. Ha fondato la Prima Chiesa della Croce del Deserto, la cui sede era un negozio di ferramenta, a Rockmuse; ogni giorno, John trascina la croce per una ventina di chilometri, è la sua personale via crucis. Certi giorni fa così caldo che “se avessi lanciato l’acqua contenuta in un bicchiere sarebbe evaporata prima di toccare terra”. Leggi il resto dell’articolo

Hollywood Babilonia, Kenneth Anger (Adelphi, 1975)

Scandali e pettegolezzi, lusso e lussuria, vizi e dolori, tragedie e perversioni: lo star system hollywoodiano – il più potente sistema mitologico che il nostro tempo abbia saputo offrirci – nasconde un cuore di tenebra, segreti inconfessabili, abitudini sordide, menzogne protette finché il protagonista funziona come una macchina da soldi. E a volte nemmeno questo basta.

Nei 33 capitoli di questo volume di grande formato, pieno di immagini, si sviluppa una contro-storia del cinema, piena di ombre quanto è sfavillante quella ufficiale.

Otto giganteschi elefanti di gesso firmavano la Babilonia di David Wark Griffith, un mondo dei sogni fatto di 4000 comparse al giorno, nell’anno 1915, per edificare «Intolerance». Se Babilonia era la più corrotta città del passato, Hollywood ne ha raccolto l’eredità. Le mastodontiche scenografie babilonesi restarono per anni a marcire nei pressi di Sunset Boulevard.
HB Anger copCommercianti ebrei della Costa Orientale erano stati attirati dalla California del sud con i suoi 355 giorni di sole all’anno e il prezzo modico dei terreni.

Era nata una nuova industria, che fin dagli anni Dieci fa di Hollywood la Nuova Babilonia, “il cui malefico influsso rivaleggiava con la leggendaria depravazione del modello originale”. Nasce in quegli anni lo star system, il disprezzato ruolo dell’attore si trasforma in una munifica fonte di fama e di reddito.

Sesso, droga e divismo cominciano a viaggiare insieme. Gli anni ruggenti sono segnati dagli eccessi sontuosi e dallo sfarzo reso possibile dai compensi stellari.

Un lusso regale trionfava nelle abitazioni di Gloria Swanson, Rodolfo Valentino, Marion Davies, Pola Negri, Barbara La Marr, Harold Lloyd, Tom Mix, John Gilbert, Clara Bow, Charles Ray, Mae Murray e molti altri. Rubinetterie d’oro massiccio, macchine fuoriserie, barche e pellicce erano la norma nella vita delle star. Incredibili feste venivano date nelle case in stile ispano-moresco, l’alcol scorreva a fiumi, nonostante il Proibizionismo.

Gli anni Venti si aprono con una serie di brillanti carriere che vanno a rotoli. “I fan adoravano, ma erano volubili e se le loro divinità mostravano di avere i piedi d’argilla, le abbattevano senza pietà”…
A margine dei racconti sulle star, ritorna spesso un personaggio: Jerry Geisler, l’avvocato che ebbe come clienti, fra gli altri, Charles Chaplin, Errol Flynn, il gangster Bugsy Siegel e Lana Turner.

“In tutte quelle storie sulla gente che vende l’anima al diavolo, non avevo mai capito perché il cattivo fosse il diavolo, o perché fosse consentito cercare di fregarlo”.

Chi ha scritto questa frase. E in quale romanzo sta?

Questo post mi serve solo a recuperare il nome di chi mi ha suggerito di leggere quello che sto leggendo.

Se si imbatte di nuovo in questo blog, lo ringrazio molto.

Faubourg, Georges Simenon

Notte, un treno ferma in un’imprecisata stazione di provincia. Ne scendono un uomo e una donna. De Ritter, carnagione olivastra e baffi sottili, aveva l’aria di un attore in tournée, e conosceva bene quel luogo. Léa, invece, era “morbida e grassottella, volgare, vestita di seta nera. Era una brava ragazza”. Dopo aver preso qualche accordo, i due si dividono e trovano alloggio in due alberghi diversi. Faranno finta di non conoscersi.
Faubourg cop Adelphi

De Ritter porta con sé un baule, un misterioso bagaglio molto ingombrante. Aveva vissuto in quella città fino ai diciotto anni, ne sono passati ventiquattro da quando se ne andò. Ricorda tutto, i rumori e gli odori, le facce delle persone. Nessuno si ricorda di lui. Ecco come Simenon, magistralmente, introduce il lettore al romanzo.

De Ritter e Léa si erano conosciuti un paio di mesi prima a Clermont-Ferrand, lei lavorava in una casa chiusa. “Senza passione, senza un progetto preciso, le aveva proposto di andar via con lui”. De Ritter sembra essere un piccolo truffatore, ha cercato di entrare in una banda, ma l’hanno umiliato, etichettandolo come “dilettante”. L’idea è quella di usare Léa per sedurre l’albergatore e spillargli un bel po’ di soldi con la paura dello scandalo.

Tanti anni prima, esasperato per la vita che conduceva, De Ritter si era arruolato e fatto spedire nei possedimenti del Tonchino. Non era più tornato, e non aveva mai scritto. La madre è rimasta vedova tre anni prima…

Tradotto da Massimo Romano, pare sia il 246esimo romanzo senza Maigret, collocabile fra Corte d’Asse e Turista di banane. Un testo breve e a suo modo lancinante su un bisogno di vendetta generalizzata, che mi ha fatto ricordare – con tutte le differenze del caso, a cominciare dalla psicanalisi – il ritorno a casa del Conte di Montecristo.

Indagine su Philip Marlowe (5 di 5)

A Marlowe piace il suo mestiere, per la libertà che gli concede e perché asseconda la sua naturale curiosità. Ma non nasconde che può essere noioso, fatto di lunghi appostamenti, di pioggia che bagna fino alle ossa, di sorsi di whisky per cercare di scaldarsi. E poi c’è l’intuito: “Non sapevo perché stessi lì ad aspettare, ma qualcosa mi diceva di aspettare”.

A Vivian Sternwood che gli chiede se sia onesto, Marlowe risponde: “Penosamente onesto”. I gangster con cui entra in contatto somigliano a James Cagney, Paul Muni, Edward G. Robinson, George Raft: parlano “con l’elaborata noncuranza dei gangster sullo schermo. Il cinema li ha fatti diventare tutti uguali”.

Ancora, Marlowe non agisce contro la polizia, vi collabora a modo suo, scegliendo come e quando far sapere ciò che ha scoperto. Ha coraggio, non c’è indagine in cui non finisca picchiato o stordito con un colpo alla testa.

 

“Che importa dove si giace, quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in una torre di marmo sulla vetta di una montagna? Si è morti, si dorme il grande sonno, non ci si preoccupa più di certe miserie”.

“La cosa mi riguardava soltanto per curiosità. Ma, a rigore, da un mese ero praticamente senza lavoro. Anche un lavoro gratis, significava cambiare”.

“Avrei avuto bisogno di bere qualcosa. Avrei avuto bisogno, inoltre, di un’assicurazione sulla vita, di una bella vacanza e di una casa in campagna. Tutto quello che avevo, invece, erano un soprabito, un cappello e una rivoltella. Presi queste tre cose e uscì dalla stanza”.

“A trenta passi di distanza era un tipo di gran classe. A dieci passi, aveva l’aria di un oggetto fabbricato per essere guardato a trenta passi di distanza. Aveva la bocca troppo grande, gli occhi troppo azzurri, il trucco troppo vivace”.

“Il lavoro della polizia è un problema infernale. Assomiglia un po’ alla politica. Richiede uomini di primissimo ordine, ma non ha nulla per attirare uomini di primissimo ordine. Perciò dobbiamo accontentarci di quelli che abbiamo”.

“Il mio odio per voi è già svanito. So odiare ferocemente, ma non a lungo”.

“- I vostri modi non mi piacciono – disse, con voce tagliente.

– Altri si sono già lamentati – risposi”. (FINE)

Un tenebroso affare, Honoré de Balzac, Paginauno, 1841 (2014)

Une ténébreuse affaire – tradotto da Felice Bonalumi, che propone un’interessante postfazione – venne scritto tra la fine del 1840 e il gennaio successivo, in esplicita concorrenza con il successo dei romanzoni popolari di Eugène Sue. Il soggetto poliziesco e lo stile delle scene d’azione hanno fatto dire che possa trattarsi del primo “noir”, anticipando le imprese di Auguste Dupin, il detective introdotto da Edgar Allan Poe.

La trama ruota intorno a un intrigo politico, che si sviluppa in un sequestro di persona e in un processo: Balzac riprende due fatti storici – la congiura antinapoleonica che costò la vita al duca d’Enghien, unico figlio del principe di Condé, e il rapimento del senatore Clément de Ris – per raccontare come gli ideali della Rivoluzione fossero ormai degradati a scontro di potere, un potere opportunista e implacabile, simboleggiato da Fouché, già prete, poi Giacobino, poi bonapartista, onnipotente ministro della Polizia, capace di restare al potere anche dopo la Restaurazione.

Balzac propone questo ritratto di Fouché e del suo “tenebroso genio”: “Oscuro membro della Convenzione, uno degli uomini più straordinari e più mal giudicati del suo tempo, si formò nella tempesta”. Anche Napoleone arrivò a diffidare di lui, del resto, “la disgrazia degli usurpatori è di avere come nemici sia quelli che hanno dato loro la corona, sia quelli ai quali l’hanno tolta”.

Parte del romanzo si sviluppa come una vera e propria “indagine” sul misterioso rapimento del senatore Malin. Altre pagine sono ambientate nell’aula della Corte criminale di Troyes (circa 170 km a est di Parigi), con l’alternanza di testimonianze, reazioni del pubblico, colpi di scena. Leggi il resto dell’articolo