Tropico del Cancro, Henry Miller

Parigi, prima persona singolare. Siamo travolti dal flusso di pensieri di uno scrittore americano che vive lì da più di un anno, fra pasti saltati e cimici, alcol e notti in bianco, scrittura e sesso, tanto sesso. “Una sola cosa mi interessa, ora, e ha per me un’importanza vitale: registrare tutto quello che nei libri è omesso”. Ne deriva un romanzo con un flebile ordine cronologico, straripante di idee, edificato sulla registrazione delle casuali circostanze in cui il protagonista si trova coinvolto, da solo o con le persone che frequenta: artisti falliti, esiliati volontari, sbandati che vivono alla giornata. In un attimo si passa dall’introspezione filosofica al linguaggio scurrile, dall’interrogarsi sul senso della vita alla convivenza con i pidocchi.

Nato a New York nel 1891 e morto a in California nel 1980, negli anni Trenta Miller ha lungamente vissuto a Parigi. Precarietà e provvisorietà sono le dimensioni in cui si muove il protagonista, lungo le stesse strade che una dozzina di anni prima avevano percorso Modigliani e altri bohémien. Vivere nell’immediato gli pare l’unico modo coerente ad accumulare esperienze, prendendo tutto ciò che la vita può offrire, senza porre “la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che m’era successo finora era bastato a distruggermi, nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto… Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale”. La vita è, innanzitutto, soddisfare gli appetiti essenziali: fame e sesso. Un po’ d’alcol tiene a bada lo stomaco vuoto, dalle pagine trasuda l’intero campionario delle malattie veneree, anche le principesse possono avere lo scolo. Leggi il resto dell’articolo

#Manchette, Piovono morti (1976)

«Que d’os», tradotto da Luigi Bernardi, riporta in scena Eugène Tarpon, detective privato con sede a Parigi, ex gendarme dimessosi per aver ucciso un uomo (eccesso di legittima difesa) nel corso di una manifestazione in Bretagna.

Tarpon era stato il protagonista di «Un mucchio di cadaveri», pubblicato tre anni prima. Da allora, nella finzione letteraria, è passato un anno, l’ex gendarme cerca ancora di sopravvivere come detective, e stavolta è la polizia a spedirgli un cliente, “una vecchia signora” che cerca disperatamente la figlia, scomparsa da un mese.

A Tarpon – che fa da voce narrante – quella donna ricorda la madre, e anche se teme non ci sia niente da fare (la giovane donna pare fuggita insieme all’amante) accetta di occuparsene, perché non ha altro da fare che pedinare uno dei sei dipendenti di una farmacia che “rubacchiava soldi dalla cassa, come sospettava il titolare”. La vicenda si carica di incertezza quando Tarpon comprende che Philippine Pigot, la ragazza scomparsa, è cieca dalla nascita.

Il pedinamento del farmacista porta Tarpon a Dieppe, dove mangia cozze, patatine e birra (!); il sospettato è un giocatore, stavolta vince un bel po’ di soldi al casinò.

Eugène Tarpon vive solo, nel piccolo appartamento che gli fa anche da ufficio, non gli si conoscono relazioni sentimentali. Manchette ci offre solo un paio di nuovi dettagli: guida una Due Cavalli (che finirà distrutta) ed è un appassionato di scacchi, gli piace “ricostruire” e rigiocare le partite dei grandi campioni. Di sfuggita, sappiamo che gli capita di rivedere Charlotte, ora maritata Malrakis, la giovane protagonista di «Un mucchio di cadaveri» (fa ancora la controfigura nel cinema). Leggi il resto dell’articolo

La signora Bovary: 18 passaggi dalla traduzione di Natalia Ginzburg (Einaudi, 1983) del romanzo di Gustave Flaubert (1857)

[Charles ] “compiva il suo piccolo dovere quotidiano al modo di un cavallo da maneggio, che gira in tondo ad occhi bendati, senza conoscere l’opera in cui sta faticando”.

“A papà Rouault non sarebbe dispiaciuto che lo liberassero della figlia, la quale in casa non gli serviva a nulla”.

“Prima di sposarsi, aveva creduto di sentire amore, ma la felicità che doveva nascere da questo amore non era venuta; dunque, s’era sbagliata, pensava. E Emma cercava di sapere che cosa si intendesse di preciso nella vita, con le parole felicità, passione ed ebbrezza, che le erano sembrate così belle nei libri”.

“La sua vita era fredda come un granaio con l’abbaino a nord, e la noia, ragno silenzioso, tesseva la sua tela nell’ombra, in ogni angolo del suo cuore”.

[Gli uomini della nobiltà]: “Nei loro sguardi indifferenti fluiva la quiete delle passioni giornalmente appagate; e nelle loro maniere dolci, trapelava quella brutalità particolare che nasce dal dominio su cose per metà facili, dove la forza si allena e la vanità si diverte, l’addestramento dei cavalli di razza e la compagnia delle donne perdute”.

“Si comprò una pianta di Parigi, e con la punta del dito, sulla carta, faceva passeggiate nella capitale”.

“Ma a una donna è proibita costantemente ogni cosa. Inerte e flessibile al tempo stesso, ha contro di sé le debolezze della carne, e insieme le sottomissioni alla legge. La sua volontà, come il velo del suo cappello trattenuto dai nastri, palpita a tutti i venti; sempre qualche desiderio la investe, qualche convenzione la raffrena”.

“Quanto a Emma, essa non interrogò se medesima per sapere se lo amava. L’amore, pensava, doveva sopravvenire improvviso, con gran lampi e folgorazioni”. Leggi il resto dell’articolo

La strada di casa, Kent Haruf, NN editore, 1990 (2020)

Secondo come stesura, sesto e ultimo in ordine di pubblicazione, Where You Once Belonged, tradotto da Fabio Cremonesi, ci riporta a Holt, Colorado, luogo immaginario ma ormai più vero del vero. Sappiamo che sta a un paio d’ore d’auto da Denver, al centro di sterminate pianure, fra pascoli per il bestiame e coltivazioni di grano e granturco. Sappiamo che a Holt un buon pasto consiste in roast beef con purè di patate e piselli, caffè e torta di frutta; possibili varianti, bistecca, torta di mele calda o ciambelle fritte ripiene di panna (meglio a colazione). Sappiamo che si lavora sodo, non ci sono molti divertimenti, a parte il cinematografo e qualche sala da ballo per il sabato sera. A metà degli anni Ottanta aveva circa tremila abitanti.

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo”.

È un sabato pomeriggio di inizio novembre del 1985, quando Jack Burdette ricompare a Holt al volante di una Cadillac rossa. Vistosa e scintillante, non nuova: la possiede da quasi otto anni. Targa della California, con quel colore acceso faceva pensare a una ferita aperta o al rossetto sulle labbra di una donna.

Il giovane vicesceriffo non ha mai visto Burdette, ma “chiunque nella contea di Holt sa cos’ha fatto”. E qualunque cosa abbia fatto, Burdette sa che è caduta in prescrizione, così gli ha detto più di un avvocato. Però, otto anni prima, lo sceriffo Bud Sealy già c’era, non ha dimenticato niente: non si limita ad arrestare Burdette, lo colpisce brutalmente alla nuca con il calcio della pistola…

La voce narrante è quella di Pat Arbuckle, direttore del settimanale locale, l’Holt Mercury. Pat Arbuckle conosce Jack Burdette da quando erano bambini (Jack del 1941, Pat del ’42). Nato da genitori ormai quarantenni, bocciato in prima elementare per indisciplina, Jack si trovò nella stessa classe di Pat, e per i successivi dodici anni furono insieme: nessun insegnante era più disposto a bocciare Jack per poi ritrovarselo l’anno successivo. Leggi il resto dell’articolo

I superstiti del Télémaque, Georges Simenon, Adelphi, 1938 (2020)

Fécamp, Bretagna, febbraio: “non faceva ancora giorno, ma non era già più buio”; fa freddo, il mare è agitato, sta per rientrare in porto il Centaure, un peschereccio armato per la pesca alle aringhe. Tutta la cittadina è già sveglia, nel Café de l’Amiral stanno facendo le pulizie prima dell’apertura, è tutto come al solito, come sempre, tranne la presenza di quattro uomini che hanno dormito all’Hôtel de Normandie e stanno facendo colazione senza perdere d’occhio il peschereccio.

L’armatore vorrebbe che il Centaure ripartisse al più presto, la sera stessa, con l’alta marea. Non può sapere che quei quattro uomini sono lì per arrestare Pierre Canut, il capitano del Centaure, e portarlo a Rouen dal giudice istruttore.

Al solito strepitose le descrizioni dell’ambiente – i primi capitoli di Simenon spalancano mondo, e chi ama la Bretagna ne assaporerà la luce e gli odori – devo dire che stavolta mi ha meno convinto lo spessore dei personaggi. La situazione è classica: un uomo tranquillo (e in questo caso abbastanza mediocre) si trova costretto ad abbandonare la sua esistenza senza scosse, e in pochi giorni fa esperienze che cambiano il suo modo di vedere la vita. Anche se non è detto che questa nuova consapevolezza cambierà la sua vita vera… Nella traduzione di Simona Mambrini, si dipana la storia di due uomini segnati dalla morte atroce del padre (a 24 anni) e dalla convivenza con una madre rimasta vedova a vent’anni. Nella famiglia Canut, si sorprende a pensare Charles, quando si diceva che potesse capitare “qualcosa”, non era mai qualcosa “di bello o di lieto, ma invariabilmente una disgrazia”. Leggi il resto dell’articolo

Inganno, Philip Roth, 1990

Tradotto da Raul Montanari, è un piccolo romanzo estremo, tutto in forma di dialoghi, quasi sempre nell’intimità dolce e claustrofobica della stanza in cui si trovano, si amano e parlano un uomo di mezza età e una donna più giovane.

Entrambi sposati (lei ha anche una figlia), gli amanti scandagliano le forme dell’attrazione e la profondità dei rispettivi sentimenti. Si frequentano da circa un anno e mezzo. Lui è Philip, scrittore ebreo americano provvisoriamente trasferito a Londra. Lei sa che il marito ha un’altra, da tempo non prova alcuna attrazione sessuale verso di lui, ma non intende chiedergli il divorzio. Ci sono anche dialoghi fra Philip e altre ex amanti (una ragazza cecoslovacca, una che fu sua studentessa, una che si è appena scoperta malata di cancro).

Roth indaga nella particolare bolla di intimità che nasce nell’adulterio. L’adulterio è eccitante anche perché costituisce un “esercizio di slealtà”; la coppia ha un nascondiglio segreto, ed è solo lì che vive. Non ci sono azioni, solo conversazioni. Parole pronunciate prima o dopo aver fatto l’amore. A volte somigliano a sedute di psicanalisi, lei si confida, lui ascolta e mentalmente prende appunti per un libro. Nello stilare un’autopsia dell’adulterio – immancabile, l’esplicito omaggio a Emma Bovary – il protagonista ammette di averlo praticato sia con le mogli di amici che con le mogli di estranei, e tuttavia costruisce varie scatole cinesi per poter usare dialoghi e situazioni veri e trasfigurarli nell’immaginazione letteraria.

L’argomento centrale, in fondo, non è l’adulterio ma la letteratura: “Nel cuore della natura dello scrittore c’è il capriccio”. Non la purezza, semmai la curiosità, le fissazioni, le perplessità, l’infantilismo. Per diventare uno scrittore, occorre perdere gli scrupoli… Ogni tanto sembra solo uno sfoggio di gelida intelligenza, con frasi apodittiche e banali come: “Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura”.

Philip sa – e non lo nega – di strumentalizzare il sesso, la passione, l’amore per ottenere spunti narrativi. Arriva a concludere che quella relazione adulterina sia destinata ad attraversare una serie di fasi: l’iniziale distrazione evolve in tentazione, segue il divenire fonte di fantasie, poi di possibilità concrete, infine, inevitabile, la delusione. Leggi il resto dell’articolo

Il teatro di Sabbath, Philip Roth, 1995

Il ventesimo romanzo di Roth fa eccezione alla regola Einaudi: a pubblicare Sabbath’s Theater fu Mondadori, nella traduzione di Stefania Bertola. In queste pagine, Roth non si limita a continui salti temporali, abbatte il confine tra la prima e la terza persona, alternando la voce dello scrittore onnisciente a quella di Mickey Sabbath, l’oltraggioso protagonista.

Nato nel 1929, Morris Sabbath, detto Mickey, ci viene presentato a 64 anni con un insaziabile appetito sessuale. Ha un’amante, Drenka Balich, di 52, che un giorno gli pone questo ultimatum: “Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita”.

Sono amanti da tredici anni, entrambi sposati: Drenka con Matija Balich, Mickey con Roseanna, lei ha anche un figlio, Matthew, poliziotto di pattuglia. Fra Drenka e Mickey, la complicità sessuale ha costruito un legame “di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza”. Non particolarmente bella (“attestata sul più provocante limitare del sovrappeso”), Drenka emana un’energia sessuale persino superiore a quella dell’amante. Nonostante l’età, la condotta di Mickey è rimasta amorale e sfrenata: di fronte all’ultimatum, fa resistenza, ma gli sovviene il pensiero che “l’estrema perversione per un libertino è essere fedele”. Drenka gli confessa di avere un tumore. Ne morirà sei mesi dopo.

Mickey Sabbath è descritto così: “un uomo piccolo e tarchiato con la barba bianca e irritanti occhi verdi e dita tormentate dall’artrite deformante”. In superficie, non somiglia a Roth, ma è ebreo, è nato e ha vissuto infanzia e adolescenza nel New Jersey. Il ritratto che scaturisce da questo romanzo è quello di un monumento alla vitalità e alla degradazione, al dubbio che vi sia un unico modo per sconfiggere Thanatos: attraverso l’Eros.

Quella imbastita da Roth è una struttura temporale fra le più complesse in cui mi sia imbattuto. Seguendo la trama orizzontale, tutto si svolge in pochi giorni dell’aprile 1994, ma le trame verticali scavano nel tempo, avanti e indietro, dagli innocenti anni Trenta nel New Jersey al dopoguerra nei bordelli per marinai, dalla vita newyorkese nei Cinquanta e Sessanta all’immaginaria località montana di Madamaska Falls, New England, dove il racconto prende il via. Leggi il resto dell’articolo

Rinviato il Tour, il primo #senzaMura

L’edizione numero 107 del Tour de France doveva partire oggi da Nizza, invece si correrà dal 29 agosto al 20 settembre, forse senza pubblico in strada. Un’altra assenza sarà pesante: il 21 marzo è morto Gianni Mura, al racconto della Grande Boucle mancherà il narratore più coinvolgente.

Anni fa ho letto Giallo su Giallo, il romanzo di Mura ispirato alle esperienze al Tour; a 62 anni, faceva il suo esordio da romanziere.

Innesta una trama noir sulle strade del Tour 2005 – “una chanson de gestes sempre più sforacchiata (Epo sforacchia Epos)” -, dove Mura può rilassarsi scrivendo, al tempo stesso, da “cronista e colorista”.

Nelle 220 pagine, gli riesce agevole divagare, alternare il racconto della corsa con quello delle indagini, inseguire suggestioni, profumi e sapori della cucina, della musica, dei paesaggi e della femminilità francesi (dall’origine della Tarte Tatin alla predilezione per il Roquefort, dalla crisi della baguette a qualche sogno erotico). Mura restituisce al ciclismo una bellezza struggente, regala pagine memorabili come quelle dedicate a Luis Ocaña, magnifico quanto sfortunato ciclista spagnolo, colui che più di tutti mise in crisi Eddy Merckx, e aneddoti fulminanti, come quello sulla morte di Tommy Simpson sul Mont Ventoux (ricordo quel giorno, avevo scoperto il Tour l’anno prima, quando vinse il mio Gimondi).

Il giallo fa da sfondo; le pagine migliori non sono quelle dedicate alle indagini sulle quattro morti all’interno della carovana del Tour. La voce narrante trova un controcanto dialettico dopo il secondo omicidio, quando entra in scena il commissario Magrite, “un tipo robusto ma non grasso, ricorda un po’ Paolo Conte, occhi ironici tra il grigio e il verde, baffi abbastanza folti, una casacca da rugby su un paio di jeans”. Leggi il resto dell’articolo

Delitto al luna-park, Léo Malet, Fazi, 1957

Parigi, maggio, XII Arrondissement: casualmente, venne scritto proprio come il dodicesimo dei quindici “Nuovi misteri di Parigi” che trovò così la sua ambientazione. Casse-pipe á la Nation uscì nella traduzione di Giuseppe Pallavicini.

All’estremità orientale della città, il XII è il quartiere della Bastiglia e di Place de la Nation, del Bois de Vincennes e di Bercy, nonché della Gare de Lyon, la grande stazione dove arrivano i treni da sud (compreso il mio, all’alba di un giorno d’agosto del 1980, la prima volta che vidi Parigi).

Non avendo altro da fare, Nestor Burma va al grande luna-park installato in Avenue du Trône, accanto a Place de la Nation. Nota due belle gambe e le segue. Sul carrello delle montagne russe, Nestor prende una botta in testa e sviene. Al risveglio, trova la polizia: aggredito alle spalle da uno sconosciuto, il detective si era difeso e quell’uomo è precipitato al suolo. Il morto ha quarant’anni, molti soldi nel portafoglio, Burma non l’ha mai visto. La donna dalle belle gambe pare abbia assistito alla colluttazione, sotto shock è stata ricoverata in ospedale.

Entrano in scena due amici di Burma: il commissario Florimond Faroux, che garantisce per lui con i colleghi, e il giornalista Marc Covet, che da quella strana vicenda vorrebbe ricavare un articolo. Hélène telefona, si è slogata una caviglia, resterà ancora qualche giorno in Costa Azzurra. Del resto, l’agenzia investigativa Fiat Lux non ha alcun caso da seguire. Leggi il resto dell’articolo

#Afroamericani. New Thing, Wu Ming 1, 2004

Dove affonda il razzismo negli Stati Uniti e come si è formata una coscienza di sé negli afroamericani?

In queste settimane segnate dalle manifestazioni di Black Lives Matter, mi è tornata alla mente una lettura di molti anni fa. E ho ripreso gli appunti…

“Alla fine degli anni Cinquanta arrivò la new thing, che per noi fu la liberazione dei suoni. Lo chiamavano anche free jazz, titolo di quell’album di Ornette Coleman, ma le etichette erano roba da bianchi. Noi criticavamo pure la parola jazz, per noi era la musica, punto… Dentro la nostra musica c’erano troppe cose per un solo paio d’orecchie: il mare che separa dall’Africa, conchiglia sull’orecchio e sentirla là in fondo, l’Africa”.

Mentre John Coltrane, appena quarantenne, sta morendo di cancro, un killer uccide una serie di jazzisti neri. Fra il 4 e il 25 aprile 1967, dalle parti di Brooklyn vengono uccisi tre giovani musicisti neri: il misterioso assassino è soprannominato dalla stampa “il figlio di Whiteman”.

Sonia Langmut all’epoca ha 23 o 24 anni; alta, capelli rossi, occhi verdi e lentiggini, scrive articoli di critica musicale per il Brooklynite; appassionata di jazz, gira con un registratore a bobine di fabbricazione tedesca, Butoba Mt5, con il quale registra concerti e raccoglie interviste. Sonia è la prima a cogliere il collegamento fra i delitti, il movente razzista. Le bobine registrate da Sonia trattengono varie voci, fino a catturare la confessione del killer. Leggi il resto dell’articolo

Gli eredi dei figli dei contadini

“La scuola dell’obbligo non può bocciare”. La scuola dell’obbligo non deve lasciare indietro nessuno, altrimenti diventa “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Non avevo mai letto la Lettera a una professoressa, uscito nel 1967. Lo sto facendo perché sono alla ricerca di qualcosa che somigli a un punto fermo, nella convinzione che la sinistra abbia smarrito il suo senso da quando ha smesso di preoccuparsi delle ingiustizie.

Mi pare insopportabile che la vita di un giovane, nell’Italia del 2020, sia ancora così impregnata di predestinazione: poco conta quanto vali, dipende da dove nasci, di chi sei figlio, chi può aiutarti.

Impressiona quanto era ripida, nel 1963/64, la piramide degli iscritti alle scuole elementari, medie, superiori e università.

E, approfondendo i dati sulla Leva 1951 (quasi un milione di bambini), è impressionante quanto fosse classista la scuola italiana: fra bocciati e ritirati, alla fine della scuola elementare, i figli di contadini erano 5 volte più numerosi dei figli di operai, 20 volte più dei figli di commercianti e artigiani, 60 volte più dei figli dei borghesi. 

Sono dati estrapolati dagli annuari statistici, a volte proposti con incisive quanto semplici “infografiche”. E la conclusione “filosofica” è inattaccabile: “Non c’è nulla di più ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”.

Più di mezzo secolo è passato da quando don Milani lanciava questo segnale. La grande differenza è che sono quasi scomparsi i figli dei contadini… Alla scuola di Barbiana, i ragazzi potevano diventare maestri e insegnare ai più piccoli. “Insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme e la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.

La nostra gang, Philip Roth, 1971

Our Gang, tradotto da Norman Gobetti, venne composto mentre Richard Nixon, detto Tricky, stava alla Casa Bianca, nella seconda parte del suo primo mandato. Rivincerà le elezioni nel novembre 1972, anzi le stravincerà (anche perché fece spiare gli avversari, all’hotel Watergate). È una lettura che sembra riverberarsi sugli anni di Donald Trump.

Tricky stava in politica dal 1946, ma gli piaceva definirsi un avvocato. Usava il linguaggio capziosi degli avvocati.

Reduce dal trionfo di Il lamento di Portnoy, Roth mostra di non avere timore di cambiare registro. Sfacciato, nella parossistica dissacrazione del potere, il quinto romanzo tocca nuovi vertici di grottesco. È una satira politica che non fa prigionieri: mi ha fatto pensare al Dottor Stranamore, più che a La fattoria degli animali… Roth non si limita a sbeffeggiare l’autorità politica, colpisce anche chi dovrebbe fare da cane da guardia; nella conferenza stampa, i giornalisti accreditati sono Mr Leccaculo, Mr Audace, Mr Sagace, Mr Rispettoso e Miss Incantevole. Il film preferito da Tricky? Patton; l’aveva visto molte volte, l’ultima insieme a Kissinger subito prima di scatenare l’esercito in Cambogia.

Scritto sotto forma di dialoghi o monologhi, il romanzo si sviluppa in sei atti teatrali:

  • Tricky rassicura un cittadino preoccupato
  • Tricky tiene una conferenza stampa
  • Tricky ha un’altra crisi; ovvero, la riunione di spogliatoio
  • Tricky parla alla nazione
  • L’assassinio di Tricky
  • Il ritorno in auge; ovvero, Tricky all’Inferno

Meditando con i suoi più stretti collaboratori sul contenuto di un discorso televisivo che dovrà ribadirne l’assoluta moralità, Tricky valuta di mostrare “un grafico in cui fossero enumerate le ore che ho dedicato ad attività umane ordinarie come il tramare, il complottare, il diffamare e così via, in confronto a quelle che ho passato ad avere rapporti sessuali”.

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Manchester United. La leggenda dei Busby Babes, Luca Manes

Manes ricostruisce la storia di questo club leggendario, passato attraverso catastrofi e trionfi, a partire dalla costruzione dell’Old Trafford (il Theatre of Dreams, come viene definito dai tifosi bianco-rossi), negli anni compresi fra il 1908 e il 1910.

Lo United retrocesse due volte in Second Division, nel 1931 e nel 1937, e vi giocò cinque campionati. L’11 marzo 1941 la Luftwaffe aveva attaccato i Salford Docks e l’intero distretto industriale, l’Old Trafford fu quasi distrutto. La ricostruzione richiedeva ingenti spese, la squadra doveva essere rifondata con ragazzi di Manchester e dintorni. Il presidente Gibson affidato questo progetto a Matt Busby, scozzese, nato il 26 maggio 1909 ad Orbiston, già calciatore nel Manchester City e nel Liverpool. Nell’ottobre 1945, Busby firma un contratto quinquennale.

Nel 1948 vince la FA Cup, battendo il Blackpool di Matthews e Mortensen nella finale di Wembley. Nel 1949, Cockburn e Aston fanno parte della nazionale che travolge 0-4 l’Italia imperniata sul Grande Torino. Nel 1951-52, dopo quarant’anni, l’United rivince il campionato.

La generazione del dopoguerra esce di scena, sostituita da un gruppo di giovanissimi (Lewis, Pegg, Doherty, Viollet, Foulkes, Edwards): si comincia a parlare dei Busby Babes.

Nel 1955-56, con una squadra con un’età media di 22 anni, Busby rivince il campionato con undici punti sulla seconda. La superiorità dei Red Devils è confermata l’anno successivo, quando debutta il diciassettenne Bobby Charlton e l’United fa il suo esordio in Coppa dei Campioni. Leggi il resto dell’articolo

Nativi americani, la malinconia di Edward Sheriff Curtis

Dai primi del Novecento, per quasi trent’anni, Edward Sheriff Curtis (1868-1952) ha studiato i pellerossa, gli indigeni a nord della frontiera messicana e a ovest del Mississipi.

Li ha fotografati, ha raccolto documenti, testimonianze, musiche: più che un fotografo, è stato un antropologo autodidatta. Ne è derivata una monumentale enciclopedia in 20 volumi – The North American Indian – che contiene circa 2200 fotografie, selezionate dopo aver visitato 80 diverse tribù.
Dei pellerossa, Curtis conquista la fiducia e immortale la tradizione. Le sue immagini restituiscono la dignità di un popolo sconfitto, ne catturano la fierezza, ne amplificano lo sguardo, ne afferrano brandelli di magia, spiritualità, vita interiore.

Sono ritratti e situazioni in posa, tutt’altro che spontanei: Curtis ha attirato critiche per la pretesa di artisticità che è parsa prevalere sulla spontaneità necessaria a un approccio documentaristico. Spesso si tratta di inquadrature pazientemente “costruite”, non si faceva scrupolo di pagare le comparse e di ritoccare le foto. Volendo eliminare ogni traccia della civiltà moderna, cancellò una sveglia da un’immagine del 1910 scattata all’interno di un tepee… Leggi il resto dell’articolo

Indignazione [Indignation], James Schamus, 2016 [filmTv63] – 8

Un’anziana donna dallo sguardo assente osserva i fiori nella tappezzeria della sua casa di riposo. Segue un mortale combattimento notturno nel corso della guerra di Corea. Si riveleranno essere due premesse successive ai fatti narrati.

Portare al cinema le pagine di Philip Roth è assai complesso. Il cinquantaseienne Schamus – collaboratore di Ang Lee nella sceneggiatura di La tigre e il dragone e nella produzione di Brokeback Mountain – per l’esordio alla regia, ha avuto l’accortezza di scegliere un romanzo breve (2008), focalizzato su due personaggi e con scene da ricalcare al millimetro. Avrebbe comunque fallito se la scelta dei due protagonisti – Marcus e Olivia – fosse stata meno che discreta. Invece, è ottima; fra qualche anno, si potrà rivalutare questo film alla luce del successo di due giovani attori nel frattempo esplosi.

Logan Lerman e Sarah Gadon sono Marcus Messner e Olivia Hutton; accanto a loro, Tracy Letts fa il decano Caudwell, Linda Emond è la madre di Marcus, Pico Alexander è lo studente Cottler.

Ho visto Lerman (1992) nella miniserie Hunters, accanto ad Al Pacino, era il fratello minore di Christian Bale in Quel treno per Yuma e Cam, uno dei figli di Noah). Quanto alla Gadon (1987) era stata la moglie di Carl Gustav Jung in A Dangerous Method, protagonista assoluta nella miniserie Grace e accanto a James Franco in 22-11-63.

La trama ricalca il romanzo, con un’abile ellissi finale. Descrive l’educazione sentimentale di Marcus Messner, diciottenne ebreo del New Jersey, che nel 1951 frequenta un college ultraconservatore nell’Ohio. Intelligente e ipersensibile, con qualche problema di socializzazione, ateo e intransigente, Marcus è un solitario, non si iscrive ad alcuna confraternita, la sua vita svolta quando conosce Olivia.

I due sfiorano la più incompiuta delle storie d’amore, accomunati da una diversa ma altrettanto terribile fragilità, che quel sistema sociale farà precipitare nel dolore.

Il cane giallo, Georges Simenon, 1931

Porto di Concarneau, novembre: Maigret arriva in questa cittadina bretone, dove la notte precedente hanno sparato al più importante commerciante del luogo, per strada, quasi uccidendolo.

Il tentato omicidio sembra senza movente, ma ecco che altri notabili con cui il ferito aveva giocato a carte, rischiano di morire avvelenati (stricnina nel pernod). In rapida successione, uno di loro scompare, lasciando tracce di sangue nell’auto; un secondo – il medico del paese – è visibilmente terrorizzato, e l’altro viene trovato morto nel suo appartamento. Numerosi giornalisti piombano da Brest e da Parigi. La cittadina è nel panico. Aleggia l’ombra inquietante di un grande cane giallo, che appare e scompare in prossimità dei delitti.

Il quartetto delle vittime non godeva di buona reputazione: vivevano di rendita, stavano sempre a bere e a giocare, nessuno osava dire niente contro di loro, anche se era noto a tutti che se la spassassero con le ragazze più povere. Maigret segue il filo di un ragionamento imperscrutabile, fin dall’inizio si è fissato su Emma, la cameriera dell’Hotel de l’Amiral, dove il quartetto giocava a carte. Quando arresta il medico, sembra quasi volerlo proteggere, e non dà soddisfazione al sindaco, che pretende qualche arresto immediato. Il commissario svelerà a tutti la successione e il senso dei fatti in una scena-madre che sembra ricalcata su quelle che hanno come protagonista il Poirot di Agatha Christie. Leggi il resto dell’articolo

Il duello, Heinrich von Kleist

Oltre a Michele Kohlhaas, La Marchesa von O… e Il terremoto in Cile, il volume Garzanti contiene altri racconti di Kleist: La mendicante di Locarno, Il fidanzamento a Santo Domingo, Il trovatello, Santa Cecilia, e Il duello, uno dei drammi più intricati, contorti e perversi che mi sia mai capitato leggere.

Siamo alla fine del XIV° secolo, nei pressi di Basilea: il duca Guglielmo ha appena ottenuto dall’imperatore che il figlio di primo letto della moglie sia “legittimato” dall’imperatore, quando viene ucciso da una freccia scoccata a tradimento. La sua eredità andrà al figliastro, anziché al fratellastro Iacopo, che tuttavia accoglie la notizia con “nobiltà d’animo… magnanimità e moderazione”. Dalle indagini della duchessa emerge che la freccia mortale faceva parte di una scorta comprata tre anni prima dal conte Iacopo. La duchessa pensa si tratti di una calunnia, ne è così convinta che invia le prove all’accusato, “con l’espressa preghiera, poiché era già convinta in anticipo della sua innocenza, di risparmiarle ogni confutazione”.

Inaspettatamente, il conte vuole essere giudicato da un tribunale. E la duchessa si rimette alle decisioni dell’imperatore. In tribunale, per rispondere a un’accusa così infame, il conte Iacopo si sente libero di svelare che il suo alibi è una relazione segreta e l’amante è donna Littegarda, fino a quel momento “la più irreprensibile e senza macchia fra le dame del ducato”.

Le conseguenze discendono a valanga: il padre di Littegarda muore di crepacuore, il furore dei due fratelli raggiunge i parossismo quando scoprono che la sorella non è in grado di “addurre nulla a difesa della propria innocenza”: la scacciano di casa. Lei trova riparo da un ex spasimante, il camerlengo Federico, che le crede ciecamente.

Il tribunale assolve Iacopo. Federico lo sfida a duello. Iacopo accetta, perché “Dio, nel giudizio delle armi, decide secondo giustizia”… E i colpi di scena non finiscono qui.

Heinrich von Kleist è nato a Francoforte sull’Oder nel 1777, da una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia militare prussiana; il 21 novembre 1811 si diede la morte a Berlino, sulle rive del Wannsee, insieme all’amica Henriette Vogel, malata di tumore. Fu un omicidio-suicidio: prima Kleist le sparò, poi si tolse la vita.

L’ultima volta che chiese aiuto alla famiglia, questa si riunì in consiglio e decretò la sua condanna come “un membro inutile della società umana”. Sembra un racconto di Kafka, ed è proprio Kafka ad aver annotato nei suoi Diari ciò che, un secolo dopo la morte, i von Kleist fecero incidere sulla tomba di Heinrich: “Al migliore della sua stirpe”.

Il tuo posto è vuoto, Anne Tyler, Guanda, 1975

Cinque storie brevi. Descrivono stati d’animo dischiusi da situazioni accomunate da un filo conduttore: le difficoltà di comunicazione fra i membri di una famiglia.

Anche fra le persone più vicine, con legami di sangue, si possono scoprire differenze abissali, distanze inconciliabili, tensioni logoranti, silenzi e incrinature sulla superficie dell’esistenza, incomunicabilità insormontabili.

In questi racconti, il dramma incombe e sfuma; le vite scorrono piatte, piene di frustrazioni, prive di grandi avvenimenti. In scena, ordinary people, gente comune con pensieri e preoccupazioni comuni. Il dramma resta ai margini, non viene esibito (per comunicare un suicidio, si preferisce spedire una lettera). Si tira avanti, provando a ricacciare la disperazione alle proprie spalle.

Tradotti da Laura Pignatti per Guanda, fra i cinque racconti, il più doloroso è questo.

Average Waves in Unprotected Waters

Arnold ha nove anni ed è diventato troppo difficile da gestire, in casa. Arnold non parla, soffre di un deficit intellettivo. Finora se n’è occupata Bet, la madre, con l’aiuto di un’anziana vicina di casa. Il padre di Arnold, Avery, se n’era andato dopo aver saputo la diagnosi del medico; Bet sapeva “come doveva essersi sentito, più o meno. Per metà dava la colpa a lei, per metà a se stesso. Uno non può credere che una cosa del genere gli cada in testa così, dal nulla”. Leggi il resto dell’articolo

La Marchesa Von O… + Il terremoto in Cile, Heinrich von Kleist

Quasi altrettanto straordinario di Kohlhaas – Eric Rohmer ne ha tratto un film – è il racconto di Kleist che ha per titolo La Marchesa Von O…

“A M…, una importante città dell’alta Italia, la vedova del marchese di O…, signora di specchiata reputazione e madre di ben educati fanciulli, volle rendere noto, attraverso i giornali, di trovarsi, senza sapere come, in stato interessante”. Dunque, una vedova virtuosa si ritrova incinta senza sapere come, ne dà l’annuncio tramite un giornale e si dice disposta a sposare il padre del bambino, chiunque esso sia. Da qui si dipana il racconto.

Quello che viene solo suggerito e che rende straordinaria questa novella sono il contesto e i sottintesi: impensabile, alla fine del Settecento, che una donna riconosca l’attrazione del sesso in quanto tale. Giulietta non può ammettere di aver ceduto alla passione, così improvvisa, primitiva e selvaggia, con uno sconosciuto che le si era presentato come un angelo. Non lo ammette e lo cancella dalla mente, lo rimuove. Non sta fingendo, quando è sorpresa della gravidanza.

Dovrà passare un anno dopo il matrimonio prima che lei possa godere apertamente della sua passione. Ben diverso è l’atteggiamento del conte, che non ha problemi nel riconoscere il desiderio sessuale: è questo che giustifica la sua fretta con la domanda di matrimonio.

Anche Il terremoto in Cile ha un avvio formidabile: “A Santiago, capitale del regno del Cile, nell’esatto momento in cui si veniva scatenando il grande terremoto del 1647, nel quale migliaia e migliaia di persone incontrarono la morte, un giovane spagnolo di nome Jéronimo Rugera, accusato d’un grave misfatto, se ne stava in piedi, vicino a un pilastro della prigione dentro la quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi”. Leggi il resto dell’articolo

Kohlhaas, Heinrich von Kleist

Anni fa, lessi i racconti che Kleist scrisse fra il 1808 e il 1811. L’edizione Garzanti, con la traduzione di Andrea Casalegno, restituisce la forza di un linguaggio fra romanticismo e barocco, le metafore pessimiste (incendi, epidemie, terremoti, febbri violente, miracoli), le atrocità ai limiti dello splatter, le costruzioni esibitamene complesse, le apparenze ingannevoli, gli intrecci melodrammatici, stracolmi di fatti e dettagli, la capacità di catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime righe (una necessità, trattandosi di novelle pubblicate su riviste).

Per esempio, ecco l’inizio fulminante di Michele Kohlhaas: “Sulle rive del Havel verso la metà del 1600 viveva un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, il quale, figlio di un maestro, era uno degli uomini più onesti e più terribili del suo tempo… Il mondo avrebbe dovuto benedirne la sua memoria, se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino”.

La tragedia incombe su Kohlhaas, trasforma un uomo buono e onesto in un ribelle spietato, un giustiziere che mette a ferro e fuoco città e villaggi, rifiuta le regole per arrivare a colpire il Male che si è annidato ovunque, e che l’Autorità non intende combattere.

E anche quando disarma le sue truppe in cambio dell’amnistia e, di nuovo, si assoggetta alla Legge, non capisce l’opinione pubblica, l’opportunismo delle convenzioni sociali: “si trovava del tutto intollerabile il suo rapporto con lo Stato e, nelle case private e sulle pubbliche piazze, si fece strada l’opinione che fosse meglio commettere contro di lui una palese ingiustizia, e mettere di nuovo tutto quanto a tacere, piuttosto di rendergli una giustizia estorta con azioni violente, in una questione così insignificante, soltanto per soddisfare la sua folle ostinazione”.

La trama si appesantisce con la divagazione sulla profezia, ma la prima parte – l’escalation del disincanto e l’inizio della vendetta, nella pura, diamantina coerenza dei sentimenti estremi – sarebbe stata degna di un film di Kubrick. In Pickwick, Baricco ne parlò come uno degli archetipi del racconto moderno.

Con Borges, Alberto Manguel, Adelphi, 2004

“Per qualche anno, dal 1964 al 1968, ebbi la fortuna di essere uno dei molti che leggevano per Jorge Luis Borges… Per Borges, il nocciolo della realtà stava nei libri: nel leggere libri, scrivere libri, parlare di libri”.

Immaginate un sedicenne che arriva ai venti frequentando la casa di Borges in Calle Maipù, Buenos Aires, leggendo ad alta voce per lo scrittore cieco. Con Borges racconta come Alberto Manguel, da aiutante in una celebre libreria della capitale argentina, conobbe l’anziano scrittore e divenne il suo lettore privato. Uno dei suoi lettori, anzi: perché Borges, divenuto cieco a cinquantotto anni, aveva sempre saputo di aver ereditato una vista debole, e si costruì “un folto gruppo di persone che hanno letto ad alta voce” per lui.

Inevitabilmente, le conversazioni con quel mito avevano a che fare con i libri “e i loro ingranaggi”, in quell’appartamento “ovattato, caldo, lievemente profumato”. Lo scrittore viveva con l’anziana, iperprotettiva madre, Doña Leonor, e un grande gatto bianco (Beppo). In un appartamento tutt’altro che sfarzoso, la sua camera era simile a quella di un convento.

Non era, come si potrebbe pensare, una casa piena di libri, anzi i libri occupavano solo qualche angolo, e mancavano le sue stesse opere: “agli ospiti che chiedevano di vedere le prime edizioni di qualche suo libro diceva con orgoglio di non possedere un solo volume che portasse il suo nome «eminentemente dimenticabile»”. Dotato fino in tarda età di una memoria prodigiosa, Borges ricordava a memoria “tutti i suoi scritti, lasciando sbalorditi e deliziati coloro che lo ascoltavano. L’oblio era un auspicio spesso ripetuto (forse perché sapeva che per lui era impossibile) e il dimenticare una posa”. Leggi il resto dell’articolo

Pioggia nera, Georges Simenon, 1941

I ricordi di Jérôme sono diversi, “di una nitidezza crudele”, rispetto a quelli della madre: “È un campo nel quale non siamo quasi mai d’accordo. I suoi ricordi sono dolciastri e sbiaditi come i santini col bordo a forma di merletto che i devoti conservano nei messali”.

Più avanti, il narratore mostra di essere consapevole delle ragioni di certi suoi vuoti di memoria: “oggi mi dico che i bambini registrano i fatti con troppa acutezza e intensità per poter tenere tutto a mente”.

Jérôme ricorda bene la pioggia che cadeva per giorni interi sulla piazza di quella cittadina normanna dove la madre gestiva un piccolo negozio di stoffe, mentre il padre girava per fiere e mercati. Ricorda un episodio avvenuto quando aveva sette anni: venne a vivere da loro la vecchia zia Valérie, e bisognava essere molto gentili con lei. Per motivi che saranno chiariti in seguito, i suoi genitori erano costretti a ospitare la tirannica zia, la cui presenza nella piccola casa, in quella stagione così piovosa, divenne rapidamente insopportabile.

È un’epoca tumultuosa, i primi anni del Secolo: si susseguono scioperi operai (la zia disprezza gli scioperanti) e gesti di ribellione anarchica, un certo Ferrer era appena stato giustiziato, a Parigi qualcuno aveva lanciato una bomba contro il presidente della Repubblica e il re di Romania. Leggi il resto dell’articolo

#Luther, ancora dal romanzo di Neil Cross, 2011

La polizia ha trovato quattro morti e una terrificante scena del crimine: l’ispettore capo John Luther non ha mai visto niente di simile. Però, ha un’idea e si rivolge così al suo superiore, Rose Teller:
“ – Capo, devo fare una cosa.
Sputa il rospo.
Non posso dirti nulla. – Poi aspetta. Meglio non metterle fretta.
Su un’ipotetica scala da uno a dieci – riprende Teller – fino a che punto è bene che io resti all’oscuro?
Venti. – Luther fa un passo avanti prima di darle il tempo di protestare”.

Idris Elba 3

I coniugi Lambert sono stati assassinati. Meglio, massacrati. Lui 38 anni, lei 33, uccisi in camera da letto. Da tempo, per evitare di toccare inavvertitamente qualche traccia, Luther “si infila le mani nelle tasche del soprabito”.

È un gesto fatto proprio da Idris Elba, che vi ha aggiunto una forte curvatura delle spalle, stanchezza o il dover portare il peso del mondo… Leggi il resto dell’articolo