L’inverno di Frankie Machine, Don Winslow, Einaudi, 2005

Mette la sveglia alle 3.45 del mattino, si fa il caffè mentre ascolta a tutto volume la «Bohème» di Puccini; capelli grigi e corti, sessantadue anni, vive solo in una bella casa che ha sistemato con le sue mani, scegliendo con estrema cura mobili e utensili per la cucina; gli piace cucinare e gli piace fare l’amore con Donna, ha una figlia che sta per laurearsi in Medicina, si alza presto per andare ad aprire il negozio di articoli per la pesca, sul molo di San Diego, estremo sud della California. Fa freddo, è inverno, piove spesso. “Frankie, il venditore di esche, è benvoluto da tutti”.

Il suo nome è Frank Machianno, e Winslow ce lo presenta così. Ma la quarta di copertina dice molto, il lettore sa di cosa parla il romanzo (tradotto da Giuseppe Costigliola), sa che sta per arrivare la svolta, la violenza; si gira pagina con una certa ansia… Frankie si tiene in forma, continua a praticare il surf nella cosiddetta “ora dei gentiluomini”, durante la quale si ritrovano gli appassionati non più giovani, fra cui l’amico Dave Hansen, agente dell’Fbi. La vita – pensa – è come un’arancia, “quando sei giovane ti affretti a strizzarla per prenderne subito tutto il succo. Quando sei maturo la spremi più lentamente, ne assapori ogni stilla. Perché uno, non sai quante gocce ti rimangono, e due, le ultime sono quelle più dolci”.

È stato sposato con Patty, la madre di Jill, con cui ha mantenuto ottimi rapporti; Patty è religiosa, ma da qualche tempo non elargisce più alla Chiesa le somme di un tempo. “I preti dovrebbero sapere quello che i mariti italiani sanno da sempre: una moglie italiana sa come punirti, e di solito lo fa col portafoglio. Se la fai incazzare, a letto continua a fare il suo dovere, ma poi, senza avvertirti, compra un nuovo set per la cucina. E se hai un po’ di cervello non le dici niente”.

Quelle di Frankie sono giornate intense: oltre al negozio, fornisce pesce fresco e biancheria a una serie di ristoranti, nel pomeriggio riscuote affitti e affitta case per la sua società immobiliare. È fiero di Jill, e anche se lei cova ancora un po’ di risentimento ogni martedì si libera per pranzare insieme. Da otto anni, Frankie frequenta Donna, ex ballerina che ora gestisce una boutique, cinquantenne elegante e ancora molto bella. Così seducente e provocante, da far venire la curiosità di sapere che volto avrà, al cinema.

Se ne parla da anni, si è sussurrato di Michale Mann, di DeNiro e Kim Basinger, ma il film è caduto nell’oblio. A me continua a sembrare il più cinematografico fra i romanzi di Winslow.

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Zitti al cinema, di Marquant, Unwired media, 2006

Ideale – come linguaggio, contenuto e formato – per una lettura frammentaria, da autobus; autore, un trentottenne milanese che si nascondeva, chissà perché, dietro uno pseudonimo.

Più riuscita è la prima parte, dove si descrivono alcune fra le più frequenti situazioni di disturbo che gli appassionati del cinematografo – per esempio, chi va spesso al cinema da solo – sono costretti a subire: pretendere silenzio, in un’era dominata dalla maleducazione e dal consumo televisivo, costringe a fare i conti con vari generi di molestatori, dagli “entusiasti molesti” alle “amiche delle otto”, da “sua saccenza, l’annoiato” ai “popcornivori”, da chi scarta caramelle a chi tiene acceso il cellulare, da chi accompagna i bambini a vedere Alla ricerca di Nemo e ride più forte di loro, a chi anticipa al vicino tutti i passaggi fondamentali del film che ha già visto.

È divertente la descrizione delle situazioni sperimentate nelle proiezioni estive, all’aperto, fra zanzare, piogge improvvise, poltrone scomodissime e generi di conforto: sigarette, gelati, bottigliette d’acqua da mezzo litro “il cui prezzo segue le quotazioni del greggio”.

Con la sua reputazione da cinefilo, nella stretta cerchia di amici e conoscenti, l’autore sa che da lui ci si aspetta giudizi rapidi e incisivi, per spingere a vedere un certo film, oppure per evitarlo; “carino” è aggettivo abusato e svuotato di senso; “bello!” va riservato agli inevitabili candidati all’Oscar; “delizioso” è ancora meglio, ma non tutti potranno cogliere certe sfumature; “straordinario” viene in soccorso quando la qualità della fotografia o delle musiche deve far dimenticare una breve crisi di sonno; “lento” è già una stroncatura, che cresce allungando la “o” finale; “pesante”, strascicando la “a”, è il peggior giudizio che si possa esprimere. Leggi il resto dell’articolo

Dopo, Claire Tristram, Guanda, 2004

Una giovane vedova, il marito ebreo è stato assassinato in un attentato terroristico islamico: è passato quasi un anno, si avvicina l’anniversario e lei non ne può più, prova un disperato bisogno di fare sesso e recuperare un minimo di affettività.

Ha dato appuntamento a un uomo a cui sa di piacere. Per mantenere il segreto, si troveranno in un albergo isolato, sulla costa californiana; lei arriva la sera prima, lui il mattino dopo. È inverno, fa freddo: la donna è bianca, l’uomo è un musulmano dalla carnagione olivastra, il marito morto era ebreo. Nessun nome, né per i protagonisti né per i luoghi.

La donna amava il marito, il trauma è tutt’altro che risolto; la psicologa le ha consigliato di scrivere lettere al marito, e lei lo fa, e ne scrive una anche in quella sera d’attesa in albergo. Un’altra la scriverà alla fine della storia.

Nel frattempo, il futuro amante è seduto accanto alla moglie sulle tribune della palestra dove sta giocando la loro figlia maggiore. La protagonista sa che quell’uomo è sposato e ha figli. A sua volta, lui si è informato, ha saputo della tragedia, ama sua moglie, da tanti anni non va con altre donne, ma quella l’ha sedotto con una forza sconosciuta.

Quando già pensa che l’uomo abbia cambiato idea – in effetti, è in ritardo – lui arriva. La vede sovreccitata, “come se la paura e il desiderio che la consumavano non avessero lasciato più niente di lei”. Fra i due si crea un forte imbarazzo. Lei sente il bisogno di una certa ritualità. Fanno l’amore, scoprono la differenza che passa fra intimità fisica e riservatezza. È soprattutto lui a sentire il bisogno di una conoscenza più profonda, ma “troppe domande avrebbero ostacolato una comprensione profonda, una comprensione al di là delle parole”. È una continua alternanza di eccitazione e ripulsa (soprattutto in lei: “il corpo di cui si stava occupando sembrava disabitato”). Lentamente la donna abbassa le difese e avverte un senso di vitalità che temeva perduto per sempre. Leggi il resto dell’articolo

Sull’attualità di Leonard Zelig

Uscito nel 1983, Zelig si impone come pietra miliare del mockumentary, quel genere di fiction che stravolge i linguaggi del documentario. In 80 minuti, Allen costruisce un brillante apologo sulla malattia dell’uomo occidentale: farsi accettare, assomigliare alle persone con cui viene a contatto, diventare come loro. Lo fa, rinnovando il genere comico con una pellicola che incrocia meravigliosamente forma e contenuto.

Alterna interviste (a colori) a filmati fatti passare per materiale di repertorio, a veri documentari d’epoca, in un bianco e nero sgranato e pellicole fintamente deteriorate, cucendo il tutto con una voce fuori campo. Il depistaggio si compie anche tramite la manipolazione di foto autentiche, indistinguibili da quelle scattate per l’occasione, un falso film degli anni Trenta che raccontava la storia romanzata di Zelig e persino falsi oggetti (canzoni, balli, gadgets, indumenti, eccetera). Vengono miscelati tutti i possibili materiali visivi e sonori, anche il montaggio serve a confondere lo spettatore. E per conferire verosimiglianza alla storia, Allen ottiene la complicità di intellettuali come Susan Sontag, Irving Howe, Saul Bellow e Bruno Bettelheim.

Fotografia di Gordon Willis, costumi di Santo Loquasto, musiche di Dick Hyman, che ha composto un certo numero di brani ispirati al fenomeno Zelig, tra cui Chameleon Days, interpretato da Mae Questel, la voce di Betty Boop: il mockumentary viene esaltato nel suo intrinseco iperrealismo, nel suo essere, al tempo stesso, perfettamente plausibile e più vero del vero. Così facendo, Allen aggiorna la doppia lezione di Orson Welles, quella che cominciò alla radio descrivendo un’invasione marziana e proseguì al cinema con la vita di Charles Foster Kane.

Nato a Brooklyn intorno al 1900, Leonard Zelig è un ebreo americano povero, figlio di seconde nozze di un mediocre attore yiddish, Morris Zelig (non mi pare che il nome della madre venga mai pronunciato). Pare che i genitori non lo difendano mai, anzi gli addossino “la colpa di tutto”. Spesso, per punizione, “lo rinchiudono in uno stanzino buio. Quando poi sono proprio arrabbiati, si rinchiudono in quello stanzino insieme a lui”. Infanzia e adolescenza sono segnati dalle turbolenze familiari, “tanto che, sebbene gli Zelig abitassero sopra un bowling, erano i clienti del bowling a lamentarsi continuamente del baccano”. Leggi il resto dell’articolo

Marlene Dietrich & Betty Boop

È il catalogo pubblicato dagli Editori del Grifo in occasione della mostra «Cinema e fumetto» nell’ambito del Festival internazionale del Film di Locarno (1985). Copertina di Sesar, in quarta bozzetti di Guido Crepax, appare anche Andrea Pazienza, con una tavola a colori («Dresda»): i testi sono di Vincenzo Mollica, Gerda Huber (amica della Dietrich), a cui si aggiungono un paio di poesie di Vito Riviello.

Fra i fumetti, spiccano: Vittorio Giardino in un fulminante noir dove compaiono Bogart, Von Stroheim e Peter Lorre; Pablo Echaurren con tre tavole nello stile pittorico Der Blaue Angel; Crepax che mette allo specchio la sua Valentina con Betty prima e Marlene poi; Ivo Milazzo, che riprende la Marlene entraineuse già apparsa in Ken Parker, e vi aggiunge un intenso primo piano di profilo; Giorgio Trevisan, che portò Lola e il succube professor Emil in un saloon di Springville; e Hugo Pratt, che inserì Marlene nella trama in cui Corto Maltese sta sulla frontiera fra Siberia e Manciuria.

Vi sono, inoltre, gli omaggi grafici di Marcello Jori, Silvio Cadelo, Monica Meyer, Micheli, Marina Comandini, Patrizia Zanotti, Cinzia Leone, Magnus, Bondroit, Attilio Micheluzzi, Guido Hugues, Jesus Liceras, Milo Manara, Sergio Staino e José Munoz.

Femmes fatales dalle traiettorie assai diverse, Marlene Dietrich e Betty Boop sono accomunate dallo spirito di un’epoca: gli anni Trenta. La loro sensualità si sprigiona a partire da due focalizzazioni visive: gli occhi e le gambe. Più notturno e perverso lo scandalo evocato da Lola Lola e altre creature partorite dalla mente di Joseph Von Sternberg, più solare e allegra la malizia emanata da Betty, scandalosa signorina di carta, creata dal disegnatore Miron “Grim” Natwick e da Bud Counihan, ma esplosa grazie ai cortometraggi animati dei fratelli Fleischer (qui sotto il capolavoro con Cab Calloway, 1932). Marlene continuerà a diffondere fascino fino agli anni Sessanta, mentre Betty scomparirà nel 1939, a causa dei bacchettoni moralisti che spinsero la censura americana a vietarne le proiezioni.

Max Fleischer si ispirò alla diva Clara Bow per delineare il volto di Betty Boop, il cui corpo sinuoso riprende anche Jean Harlow, le diede la voce dell’attrice Mae Questel, e le fece portare la minigonna in grande anticipo sui tempi. In anni più recenti, a questa eroina di carta si sono ispirate Marilyn e altre attrici, catalogate come “oche giulive”.

Bariloche, di Andrés Neuman (Bompiani, 1999)

Organizzato in 55 brevi capitoli, è il romanzo d’esordio di un ventiduenne argentino, che usa una lingua misteriosa, più poetica che romanzesca, con un lirismo che deve aver messo a dura prova il traduttore (Angelo Morino), e una particolare ricercatezza nel riprodurre il parlato: “Strano che queste cose non le dici mai prima di infilarci a letto, quando hai i pantaloni che ti scottano, come dici tu. E cosa succederebbe se le dico? Non sei uomo fino a questo punto. Lo sarà tuo marito, ma allora perché ti sei messa a cornificarlo con me? Sei un gran figlio di puttana! E, di nascosto, Verónica si asciugò due lacrime d’ira”.

Nella notte di Buenos Aires, il Moro e Demetrio sono impegnati nella raccolta dell’immondizia. Tute fosforescenti, camion della nettezza urbana, attraversano la città seguendo un ritmo consolidato. Fa freddo, nelle ossa entra l’umidità del Rio de la Plata. Il Moro ha imparato a conoscere l’evoluzione notturna di Demetrio: “dapprima un sonnambulo; poi, l’indolenza; in seguito, quella vaga reazione in sintonia col mattino; e infine, una loquacità quasi disperata”. All’alba fanno colazione, sempre al medesimo bar di Calle Bolívar.
Una mattina, la coppia di spazzini incrocia un bambino che sta cercando cibo fra i rifiuti. Lo portano a fare colazione: “il bambino annuì con la prudenza di chi conosce l’improbabilità dei favori a San Telmo alle sette del mattino”.

Demetrio vive solo nel quartiere periferico di Chacarita. Viene dal sud, dalle sponde del lago Nahuel Huapí, provincia di Rio Negro, non lontano dalla città di Bariloche. Laggiù si innamorò di una ragazza dai capelli rossi: “Era bellissima e più vecchia di me. Vestiva come gli uomini del luogo, nascondendo il corpo quanto più possibile”. Tutte le sere, dopocena, prima di andare al lavoro, Demetrio si mette davanti a un puzzle da 500 pezzi che riproduce immagini del suo lago, delle sue montagne. Leggi il resto dell’articolo

Con le pupille dilatate (ripresa dalla lettura di Ettore Messina)

Potendo scrivere poco, ho saccheggiato una vecchia rubrica –
Incursioni – che tenni per il giornale aziendale di una grande cooperativa di Carpi:

Per quel giornale scrissi 34 lunghi articoli, per otto anni esatti, fra l’autunno 2006 e 2014. Ovviamente, proposi anche testi che facevano leva sullo sport. Come quello che segue…

Lo sport spiega e insegna, parola di Ettore Messina

Potreste non amare il basket, non sapere cosa siano il pick-and-roll (uno dei più frequenti schemi d’attacco), l’overcoaching (eccesso di presenza dell’allenatore), il timing e lo spacing (due modi per cercare l’equilibrio, con la fluidità dei passaggi e la distanza fra i giocatori), né sapere chi fosse Zharmukhamedov o perché Ron Artest si fa chiamare Metta World Pace, ma sono convinto che trovereste illuminante la lettura dell’ultimo libro di Ettore Messina.

Uscito un paio di mesi fa, ha per titolo “Basket, uomini e altri pianeti”, è stato scritto con la collaborazione di Flavio Tranquillo, e racconta i sei mesi passati da Messina nell’Nba, con l’incarico di consulente speciale nei Los Angeles Lakers.

Ora, se non sapete cosa sia l’Nba – la Lega professionistica del basket nordamericano – o chi sia Ettore Messina – il più carismatico e vincente fra gli allenatori italiani dell’ultimo quarto di secolo – forse ho dato troppo per scontato, ma non cambierò una virgola sull’interesse della lettura: un testo illuminante, suggestivo, che fa riflettere ben al di là della sfera sportiva.

L’appartamento con vista sull’oceano, la Maserati, l’aereo privato, le palestre più belle del mondo… La Nba è lusso, stress, stanchezza, pochi allenamenti, tanti viaggi, esasperata preparazione tattica: “è un mondo che si può definire severo e giusto, competitivo e spietato, arido e motivante”. Dopo 22 anni da capo allenatore, quella ai Lakers è una parentesi in cui Messina può dedicarsi alle aree che predilige, “la preparazione e l’analisi”: una specie di dorato corso di aggiornamento. Gli viene chiesto di valutare le prestazioni dei giocatori e collaborare agli allenamenti; in partita, siede in seconda fila, ogni tanto l’allenatore Mike Brown gli fa prendere la parola durante un time-out. Leggi il resto dell’articolo

America, il Paese dello “strano ma vero”

Un uomo di 84 anni si perde nel deserto, a nord di Phoenix, Arizona. Non ha acqua né provviste, eppure riesce a sopravvivere per 5 giorni, finché non lo trovano alcuni escursionisti. Che ci faceva nel deserto? E come ha fatto a cavarsela?

Pare stesse guidando la sua vecchia auto, ha sbagliato strada, non si è accorto di essere entrato nel deserto e quando ha cercato di fare inversione a U, l’auto è finita in una profonda buca. Il cellulare si è scaricato quasi subito, l’uomo è sopravvissuto per 5 giorni bevendo l’acqua del tergicristalli filtrata con il fazzoletto.

Notizie come questa non possono che venire dall’America. Di fronte a certe stranezze, bizzarrie, assurdità assortite, siamo soliti chiamarle “americanate”. Come se si trattasse di fatti riferibili a uomini primitivi, e non – il più delle volte – dell’anticipazione di quanto potrà accaderci.

Da tempo, alcune agenzie di viaggi propongono itinerari stravaganti attraverso gli Stati Uniti, fuori dai percorsi consolidati. Mi è tornato alla mente un libro di Carlo Masi (That’s America!, Cooper Castelvecchi), che contiene un divertente catalogo di monumenti al kitsch e al trash. Oltre a descriverli, l’autore offre tutte le indicazioni logistiche: indirizzi postali, siti Internet, prezzi, persino qualche immagine utile a conferire realismo a situazioni inverosimili. Con un duplice filo conduttore: passione e business. Pressoché ovunque campeggia la scritta: “Si accettano indifferentemente carte di credito e contanti”.

Questa America ruota intorno a quattro pulsioni elementari – sesso, morte, cibo e religione – che si sovrappongono e confondono tramite il mezzo televisivo, perfetto miscelatore delle culture pop. Nel libro, Masi descrive musei fondati da persone variamente ossessionate, collezionisti e catalogatori della loro ossessione (un museo dedicato alle mestruazioni, un museo di soli water, un altro che espone solo vibratori). Nella cultura pop, qualunque cosa può diventare oggetto di studio e venerazione. Qualunque collezione può partorire shops e souvenirs, per il collezionismo indotto. Leggi il resto dell’articolo

Ricerca scolastica? La montagna incantata

Dal pomeriggio di ieri, 28 visitatori unici, più altri 4 stamattina, sono andati a cliccare su un chilometrico post che scrissi il 23 maggio 2016 a proposito del romanzo di Thomas Mann.

Molti lo hanno condiviso su fb e vi hanno apposto un like. Non nego la vanità per essere improvvisamente diventato un’autorità nell’analisi di un’opera fondamentale del Novecento letterario…

Ogni tanto succede. Succede che un vecchio post divenga oggetto di revival, e quando accade con un “classico” a me pare probabile che si tratti di studenti a cui è stato dato un compito per le vacanze.

Mi restano due dubbi: come mai l’algoritmo di Google li ha spediti su questo blog e poi, chi ha letto il mio post l’ha fatto sapere ad altri o si è tenuto l’esclusiva per sé?

Comunque, in bocca al lupo per l’interrogazione.

Place Vendôme e Madre notte: le cose sono andate così. O no?

La storia di Place Vendôme, come la riportano le guide turistiche, inizia verso la fine del Seicento, quando il Re Sole decretò di costruire palazzi per accogliere la Biblioteca reale e alcune Accademie; al centro, un largo spiazzo ottogonale, disegnato da Jules Hardouin-Mansart (l’architetto da cui è derivato il termine mansarda), con una statua equestre di Luigi XIV. Come tanti simboli della monarchia, anche quel monumento venne distrutto nel corso della Rivoluzione del 1789. Si salvò solo un piede, tuttora conservato nel Museo Carnavalet.

Ispirandosi alla colonna Traiana, nel 1810 una colonna di bronzo dedicata alla Grande Armée, alta 44 metri, venne ricavata da 1200 cannoni dei nemici sconfitti ad Austerlitz; nell’occasione Napoleone fu celebrato nelle vesti di Giulio Cesare. Ma già nel 1814, la sconfitta di Lipsia trascinò a terra la statua dell’imperatore: sulla colonna salì quella del re Enrico IV. Nel 1831, dopo la abdicazione dell’ultimo Borbone, Carlo X, una statua di Napoleone in abiti da “piccolo caporale” fu riportata sulla sommità della colonna. Sotto Napoleone III, quella statua fu sostituita con un’altra che ritraeva Bonaparte in abiti imperiali. Finché, il 16 maggio 1871, al tempo della Comune, l’intera colonna venne abbattuta e la piazza dedicata all’Internazionale dei Lavoratori: “Sarebbe stato troppo sopportare l’immagine del primo Napoleone mentre i generali del terzo ci stavano bombardando”, pare abbia detto il pittore Gustave Courbet. Sconfitta l’insurrezione comunarda, nel 1874 la colonna di bronzo fu rialzata insieme a una copia della prima statua di Napoleone. Leggi il resto dell’articolo

Letture, romanzi e altro, il mio meglio del 2018

I primi sono romanzi, i secondi sono testi di altra natura. Digitando  il titolo nel motore di ricerca in alto a destra, si può arrivare a ciò che ho scritto di questi libri sul blog.

A mezzo secolo dal Padrino

The Godfather (1969) arrivò in Italia l’anno successivo alla pubblicazione americana, pubblicato da un piccolo editore (dall’Oglio) ed ebbe un rapidissimo successo. Se penso a quante volte ho visto i primi due film della saga, alla forza straripante delle immagini di Coppola, fatico a individuare quando lessi avidamente queste 450 pagine. Almeno due volte, forse tre: la prima già negli anni delle scuole medie.

Ancora prima di vedere Marlon Brando, Robert De Niro e Al Pacino, ero affascinato da Vito Corleone e dal giovane Michael. Quella frase, che passa di padre in figlio – “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” – si impose come la quintessenza della mafia: il suo carattere pervasivo e irresistibile, allusivo e violentissimo.

Il Padrino è un affresco della società mafiosa e della sue logiche nel primo decennio dopo la Seconda guerra mondiale: descrive i legami della “famiglia”, l’omertà, gli intrecci con il potere politico e giudiziario, gli spietati regolamenti di conti, la capillare organizzazione degli affari illeciti, nella fase di passaggio dal controllo del gioco d’azzardo e della prostituzione, al traffico di droga. Solo Michael Corleone vede più avanti, e lavora affinché tutti gli affari della famiglia rientrino nella legalità. Leggi il resto dell’articolo

Libri e fumetti – comprati e letti – nel mese di dicembre

Dicembre 2018: comprati 12 (totale anno 112), letti 11 (totale anno 94)

  • Wu Ming, New Italian Epic, Einaudi, 2009
  • Cain James Mallahan, Il postino suona sempre due volte, Adelphi, 1934
  • Malet Léo, Il cadavere ingombrante, Fazi, 1959
  • Galeano Eduardo, Donne, Sperling & Kupfer, 2015
  • Criaco Gioacchino, Anime nere, Rubbetino, 2008
  • Bevilacqua Maria Grazia, Greta Garbo. Un viaggio alla ricerca della Divina, Baldini Castoldi Dalai, 2003
  • ZZ – Zona Letteraria, 01. La colpa di essere poveri, Prospero editore, 2018
  • Guadagnini e Roffi (a cura di), Lichtenstein e la Pop Art americana, Silvana Editoriale, 2018
  • Simenon Georges, Il morto piovuto dal cielo, Adelphi, 1940
  • Autori Vari, Jack Kirby. Mostri, uomini, dei, Hamelin, 2018
  • Gipi (Gianni Pacinotti), Boschi mai visti, Coconino Press, 2018
  • Dreiser Theodore, Nostra sorella Carrie, Einaudi, 1900

 

  1. Antoni Gronowicz, Garbo, 1990
  2. Maria Grazia Bevilacqua, Greta Garbo, 2003
  3. Ted Benoit, Ospedale, 1979 (1983)
  4. Attilio Micheluzzi, Rosso Stenton, 1985-86
  5. Baldazzini e Canossa, Stella Noris (Risvegli + One Shot), 1989-95
  6. Urs Stahel (a cura di), Pendulum, 2018
  7. Autori Vari, Jack Kirby. Mostri, uomini, dei, Hamelin, 2018
  8. James M. Cain, Il postino suona sempre due volte, 1934
  9. Gipi, Boschi mai visti, 2018
  10. Honoré de Balzac, Louis Lambert, 1846
  11. Willy Vlautin, Io sarò qualcuno, 2018