Le nostre anime di notte, in attesa del film

“Lui consumò una cena leggera, soltanto un panino e un bicchiere di latte, non voleva sentirsi goffo e appesantito una volta a letto con lei, quindi fece una lunga doccia calda strofinandosi a fondo. Si tagliò le unghie delle mani e dei piedi e la sera uscì dalla porta sul retro e percorse il vialetto posteriore con un sacchetto di carta che conteneva pigiama e spazzolino da denti.

Il vialetto era buio e i suoi piedi facevano un rumore fastidioso sulla ghiaia. Dalla casa sull’altro lato della strada proveniva una luce, vide una donna di profilo accanto al lavandino della cucina. Proseguì fino al cortile sul retro della casa di Addie Moore, ci entrò, superò il garage e il giardino e bussò alla porta posteriore. Attese un po’. Un’automobile percorse la via di fronte alla casa con i fari che brillavano. Sentiva i ragazzi delle superiori che salutavano suonando il clacson lungo Main Street. Poi sopra di lui si accese la luce della veranda e la porta si aprì”.

 

«Our souls at night» è uscito postumo nel 2015, la traduzione è di Fabio Cremonesi.

Da questo romanzo è stato tratto un film che potrebbe essere magnifico. Robert Redford interpreta Louis, mentre Addie è Jane Fonda; i due recitarono insieme in «La caccia» e «A piedi nudi nel parco» (1966) e ne «Il cavaliere elettrico» (1978).

Cathy Haruf, la vedova dello scrittore, ha raccontato di quando Redford le telefonò per dirle che voleva fare il film, e lei rispose d’accordo, purché fosse fedele al libro. Qualche tempo dopo, in casa Haruf è di nuovo squillato il telefono; era Jane Fonda, chiedeva di conoscerla e di passare qualche giorno insieme, se possibile viaggiando un po’ per il Colorado.

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, NNE, 2015 (2017)

Addie Moore è vedova, va da Louis Waters, un vicino di casa anche lui vedovo, e gli dice: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me”. Hanno quasi settant’anni, figli lontani, lei dice di non avere impulsi sessuali da molto troppo, ma è da troppo tempo che dorme sola, Louis le piace e pensa sia desiderabile “attraversare la notte insieme”. Louis è sorpreso, ma sia la donna che l’idea lo attraggono. Ci penserà su.

Il giorno dopo, Louis va a farsi tagliare i capelli, poi chiama Addie e le propone la sera stessa. Esce di casa con un sacchetto di carta che contiene pigiama e spazzolino, va a bussare alla porta sul retro. Addie gli dice che se tornerà, dovrà bussare dalla porta principale, lei ha smesso di preoccuparsi di ciò che possono pensare gli altri. Entrambi vivono a Holt da oltre quarant’anni, Louis faceva l’insegnante ed era sposato con Diane; Addie era sposata con Carl, a suo tempo assicuratore e poi sindaco di Holt per due mandati. Louis è estremamente cauto, non ha il coraggio e l’energia che avverte nella donna.

La volta successiva, lui le chiede “come mai hai scelto proprio me. Non ci conosciamo poi così bene”. Addie risponde: “Perché credo che tu sia una brava persona. Una persona gentile”. Presto il loro segreto finisce sulla bocca dei pettegoli, ma Addie dà forza a Louis…

La narrazione si compone soprattutto di dialoghi. Poche azioni, poche scene collettive, niente di superfluo, i fatti più importanti sono già accaduti, e uno li racconta all’altro. Il tono è quello dell’elegia, l’atmosfera rimanda a certi film di Frank Capra, ma senza la coralità di una comunità: Addie e Louis parlano a bassa voce, l’intimismo è la cifra necessaria per questa felicità avvenuta quando sembrava ormai impossibile. E all’intimismo introspettivo corrisponde la delicatissima narrazione per sottrazione, la prodigiosa essenzialità che ha imposto Haruf all’affetto di una quantità di lettori.

L’ambientazione è la solita: Holt, nelle pianure del Colorado, un luogo inventato e tuttavia vivido, “dove, se si escludevano i frangivento e gli alberi lungo le strade della cittadina e intorno alle fattorie, tutto era piatto e spoglio”.
A Holt, i fatti politici dell’America e del mondo non fanno presa, il tempo è scandito solo dal succedersi delle stagioni. Fanno scandalo, questi due anziani vedovi che scelgono di fare una cosa sconveniente: mostrare di aver ancora voglia di emozioni, e di condivisione. Sono persone comuni che, accantonata la paura del giudizio degli altri, mostrano la possibile verità di un’affermazione a cui tutti vorremmo credere: non è mai troppo tardi per essere felici.

Manchette, Piovono morti (1976). Un’imprevista quinta lettura (dovrò procurarmene altre)

«Que d’os», tradotto da Luigi Bernardi, riporta in scena Eugène Tarpon, detective privato con sede a Parigi, ex gendarme dimessosi per aver ucciso un uomo (eccesso di legittima difesa) nel corso di una manifestazione in Bretagna.

Tarpon era stato il protagonista di «Un mucchio di cadaveri», pubblicato tre anni prima. Da allora, nella finzione letteraria, è passato un anno, l’ex gendarme cerca ancora di sopravvivere come detective, e stavolta è la polizia a spedirgli un cliente, “una vecchia signora” che cerca disperatamente la figlia, scomparsa da un mese. A Tarpon – che fa da voce narrante – quella donna ricorda la madre, e anche se teme non ci sia niente da fare (la giovane donna pare fuggita insieme all’amante) accetta di occuparsene, perché non ha altro da fare che pedinare uno dei sei dipendenti di una farmacia che “rubacchiava soldi dalla cassa, come sospettava il titolare”. La vicenda si carica di incertezza quando Tarpon comprende che Philippine Pigot, la ragazza scomparsa, è cieca dalla nascita.

Il pedinamento del farmacista porta Tarpon a Dieppe, dove mangia cozze, patatine e birra (!); il sospettato è un giocatore, stavolta vince un bel po’ di soldi al casinò.

Eugène Tarpon vive solo, nel piccolo appartamento che gli fa anche da ufficio, non gli si conoscono relazioni sentimentali. Manchette ci offre solo un paio di nuovi dettagli: guida una Due Cavalli (che finirà distrutta) ed è un appassionato di scacchi, gli piace “ricostruire” e rigiocare le partite dei grandi campioni. Di sfuggita, sappiamo che gli capita di rivedere Charlotte, ora maritata Malrakis, la giovane protagonista di «Un mucchio di cadaveri» (fa ancora la controfigura nel cinema). Leggi il resto dell’articolo

Un poker di Manchette – 4. Un mucchio di cadaveri, 1973

Parigi, Rive Droite, nei pressi di rue Saint-Martin, “una primavera piovosa come certe primavere”. Comincia il racconto in prima persona di un personaggio che si presenta come peggio non potrebbe: abita un “due vani e cucina” con il gabinetto comune sul pianerottolo, quarto piano senza ascensore, incombe una scadenza di pagamento a cui non sa come far fronte; “mi vedevo messo male”, comincia a bere l’alcol scadente che tiene nell’appartamento che gli fa anche da ufficio.

Costui si chiama Eugène Tarpon, fa l’investigatore privato, ha una madre di 69 anni nella regione dell’Allier e mentre beve, sta meditando di tornarsene a casa. Aveva fatto il gendarme e si era beccato un sampietrino in faccia. Rifiuta un incarico per fare il sorvegliante di manodopera, offertogli da un ex collega che disprezza. Si presenta un cliente: vent’anni, porta gli occhiali, si dice vittima di un’estorsione, ma Tarpon rifiuta anche quell’incarico, sa che non c’è più niente da fare, la sua esperienza di “sbirro” glielo dice chiaramente, nonostante sia quasi ubriaco.

Quella stessa notte bussano alla sua porta, la ragazza è sconvolta: “Griselda è sgozzata”, dice.

Al nostro protagonista non manca il senso dell’umorismo. Alcuni esempi:

“Ho pensato che quasi certamente non era uno sbirro, perché pareva davvero molto contorto farmi salire su un’auto, farmi inseguire da un’altra, e far seminare questa da quella, il tutto solo per conquistare la mia fiducia”.

Oppure: “Abbiamo percorso velocemente boulevard de Sébastopol. Dopo che hanno tolto le vecchie Halles, si marcia più spediti. È quello che ho sentito dire, almeno. Non ero qui quando c’erano le vecchie Halles”.

Ancora: “Quel tipo aveva la stessa aria nervosa di un litro di latte”. Infine: “Aveva la stessa aria da artista di un reggimento di paracadutisti invasori”.

Eugène Tarpon si dimostra impulsivo e coraggioso (o forse non ne può più di venire picchiato): in un caotico conflitto a fuoco, uccide uno dei rapitori senza sapere nemmeno chi sia e quale fosse il movente. Da ex poliziotto, sa come depistare la polizia.

Nei dialoghi successivi, si capisce che Charlotte ha studiato, conosce Sam Spade e Chick Corea, mentre il detective non ne ha idea: “Sono nelle mani di un ex gendarme di provincia totalmente incolto”…

Un poker di Manchette – 3. Pazza da uccidere, 1972

Abilissimo e crudele, Thompson è un killer senza emozioni, a parte un’ulcera che gli procura dolori sempre più lancinanti. Prima di uccidere, non può toccare cibo per molte ore; dopo, lo assale la fame, ma è solo una parentesi di sollievo.

Alta e magra, capelli neri e occhi viola, lineamenti molto marcati, Julie Ballanger ha passato gli ultimi cinque anni in un ospedale psichiatrico. Dalla reclusione, viene a sottrarla Michel Hartog, ricchissimo e senza scrupoli. Lei sa che Hartog è “il re del sapone, dell’olio e dei detersivi”, ha fama di benefattore, nelle sue società ha assunto molti portatori di handicap, ed è divenuto ricchissimo dopo la morte del fratello e della cognata in un incidente aereo.

Appena arrivati a Parigi, Julie vede Hartog aggredito da un certo Fuentès, ex socio caduto in disgrazia. E scopre di essere stata scelta per fare da baby sitter a Peter, sette anni, il nipote di Hartog rimasto orfano. Il lettore sa che Peter è il prossimo bersaglio di Thompson…

Nato a Marsiglia nel 1942 e morto di cancro ai polmoni a 53 anni, Manchette non offre la minima traccia di psicologie, e nemmeno dialoghi significativi: sono le crude azioni a definire il profilo dei personaggi.

Le prime righe: “L’uomo che Thompson doveva uccidere, un pederasta colpevole di aver sedotto il figlio di un industriale, entrò nella stanza. Chiudendosi la porta alle spalle, ebbe il tempo di sobbalzare alla vista di Thompson addossato alla parete. Poi Thompson gli piantò nel cuore la lama di una sega rigida montata su una grossa impugnatura cilindrica e provvista di una guaina circolare in lamiera”.

Un poker di Manchette – 2. Fatale, 1977

Aimée è un’assassina. Ha già ucciso molti uomini, cambiando città ogni volta e riuscendo a far perdere le sue tracce. E a Bléville organizza un complotto che poi si rovescia in massacro.
Aimée uccide per interesse, con la massima freddezza. Ma soltanto uomini. E Manchette descrive questa assassina con lo stesso sguardo gelido che riserva alle sue vittime: borghesi corrotti e ipocriti, solitamente attratti da Aimée, e da lei strumentalizzati.

Lo stile di Manchette è impulsivo, propone il colpo di scena con una rapidità mai vista, e in poco più di cento pagine, propone una narrazione fitta, strapiena di cose, difficilmente riassumibile.
L’inizio: ci sono sei cacciatori che “dopo tre ore di caccia non avevano ancora ucciso niente. Erano frustrati e di cattivo umore”. Davanti a uno dei sei, Roucart, appare questa ragazza: “poteva avere tenta, trentacinque anni. Aveva gli occhi scuri e un viso delicato. Il suo accenno di sorriso scoprì appena i denti piccoli e regolari”. Roucart è contento di vederla: “Questa sì che è una sorpresa! Una bella sorpresa! – gridò mentre lei imbracciava il calibro 16, lo puntava contro di lui e, prima ancora che lui smettesse di sorridere, gli scaricava le due canne nello stomaco”.

Perché Aimée faccia tutto questo, perché sia diventata un’assassina professionista, non viene spiegato. Manchette non ha interesse per le psicologie, ma solo per l’azione. E Aimée si tiene in forma, è piccola e magra, fa ginnastica e karate. Fa spesso il bagno. Ha una perfetta padronanza del proprio corpo, si sveglia quando vuole senza la sveglia.
L’alta borghesia locale si frequenta abitualmente, gioca a bridge, consuma adulteri con mogli decorative, nasconde i propri scandali. L’unico che rompe questa quiete è un nobile decaduto, trattato come un pazzo, il barone Jules.

Aimée descrive il suo metodo di lavoro. “Alla fine si trova sempre qualcosa … Ce n’è sempre uno o due che hanno voglia di uccidere qualche altro fesso. Il resto è un problema di diplomazia. Bisogna entrare in intimità col cliente. Mettergli in testa l’idea di uccidere, sapendo che quella è già lì. Infine offrirgli i propri servizi, se possibile in un momento di crisi. Ma non dico mai di essere io il killer. Dato che sono una donna, non mi prenderebbero sul serio”.

Scrive Jean Echenoz: Quello di Aimée Joubert è un “progetto politico”: “impadronirsi del denaro là dove quello si trova. A Aimée interessano i ricchi e lei va solo dove si trova il denaro”.

Un poker di Manchette – 1. Posizione di tiro, 1982

Uomo in attesa sopra un furgone. Con la massima calma, tiene a portata di mano una pistola con silenziatore. Si chiama Martin Terrier, non ha ancora trent’anni, la scena si svolge in una città inglese spazzata da un vento gelido. Il bersaglio esce di casa, corre e riesce a salire sull’autobus che sta arrivando proprio in quel momento. Costretto a cambiare piano, Terrier segue la sua vittima e rapidamente procede all’esecuzione, con un’imprevista uccisione in più, l’amante dell’uomo. La glaciale freddezza è la cifra dell’operazione, Terrier si dirige verso Londra, arriva a notte fonda, ha una stanza prenotata in un hotel, se ne va a dormire. Senza una sola parola.

Martin Terrier è un killer professionista, uccide per soldi. Rientrato a Parigi, ha deciso che quello è stato il suo ultimo incarico, e per prima cosa rompe ogni legame affettivo con Alex, la donna che si è innamorata di lui. Un individuo sordido e untuoso, Mister Cox, gli versa il compenso pattuito e cerca di convincerlo a non tagliare i ponti con la Compagnia. Irremovibile, Terrier sembra avere un’unica debolezza: un gatto chiamato Soudan. Mister Cox insiste, c’è un’ultima operazione che richiede il suo coinvolgimento, ma Terrier, dopo aver consegnato i soldi al suo agente finanziario, comincia a far perdere le sue tracce (Alex, infuriata, gli sottrae il gatto). Mentre lascia Parigi, si accorge di essere seguito: costruisce una trappola e uccide a sangue freddo.
Dopo un lungo viaggio notturno, arriva a Nauzac, il paese del sud-ovest da cui se ne andò una decina d’anni prima. Scopre che Anne Freux ha sposato Felix Schrader, e accetta l’invito a cena dal vecchio conoscente. Intanto, i giornali già parlano dello stupro e dell’omicidio di Alex, a Parigi. Quando Terrier suona il campanello di casa Schrader, “la porta si aprì su Anne, e la donna si trovò in piena luce, bella esattamente come Terrier l’aveva conservata nella memoria”…
Siamo a un quinto del romanzo, raramente ho letto pagine così prorompenti, allo spasimo, senza tregua. Non tutte le promesse verranno mantenute, certe soluzioni appaiono forzate, altre convenzionali, ma la serie di scosse a cui si è sottoposti nelle prime pagine, costringe il lettore a proseguire con l’ansia di chi si sente braccato.

Nato a Marsiglia nel 1942 e morto a Parigi il 3 giugno 1995, Manchette ha scritto romanzi e sceneggiature, si è occupato di critica letteraria, viene considerato fra gli artefici del rinnovamento del noir francese, all’inizio degli anni Settanta. La sua specialità è la violenza parossistica, agita al solo scopo di terrorizzare. Non ci sono eroi, solo diverse forme di malavita, destini a cui è impossibile sfuggire, squarci di integrità da rintracciare nelle circostanze meno prevedibili.

Ben prima che i suoi romanzi venissero proposti da Einaudi, fu la Granata Press di Luigi Bernardi (che aveva assorbito Metrolibri) a inaugurare la parabola italiana di Manchette, con questo titolo.

Simoni si nasce, vicino a Lucca

«Simoni si nasce»

Borgo a Mozzano (LU)

venerdì 11 agosto, 21.00

Teatro di Verzura

con Gigi Simoni, Luca Tronchetti, giornalisti e ospiti a sorpresa.

L’editore GoalBook ci fa sapere che il libro è quasi esaurito e sta provvedendo a una ristampa.

Altre spigolature di Peanuts

Il libro d’oro dei Peanuts – uscito nel 2000, cinquantesimo anniversario della prima striscia apparsa sui quotidiani – contiene molte “prime volte”.

Lucy che toglie il pallone a Charlie Brown mentre sta per calciarlo (1952);
Lucy che si dichiara a Schroeder,
Linus che non vuole staccarsi dalla coperta,
Charlie Brown che scrive all’amico di matita,
la bancarella psichiatrica di Lucy,

il culto del Grande Cocomero (1959),
l’aquilone che si incastra nei rami,
Snoopy che si mette a due zampe,
Sally che si innamora di Linus (1959),
Schroeder che innalza il cartello per il compleanno di Beethoven,
Snoopy che comincia a scrivere un romanzo noir (1965),
Snoopy combatte il Barone Rosso (1965),
Charlie Brown si candida a spalare la neve,
arriva “Piperita” Patty (1966),
Snoopy litiga con lo “stupido gatto dei vicini”,
uno degli uccellini prende il nome di Woodstock (1970),
Snoopy si immedesima in Joe Falchetto,
appare Marcie al campeggio estivo accanto a “Piperita” Patty e la chiama “Capo” (1971),
nasce “Replica” (Rerum) fratello minore di Lucy e Linus Van Pelt (1972),
arriva Franklin il bambino nero (1968),
la prima visita di Spike (il fratello maggiore di Snoopy),
Harriet si aggiunge agli uccellini di cui fanno parte Woodstock, Bill, Conrad e Olivier (1980),
Sally comincia a chiamare Linus “il mio scimmiottino d’oro” (1981).

Bogey, i film con Humphrey Bogart, Clifford McCarthy

Questo notevole volume fotografico, in bianco e nero, ricapitola la carriera cinematografica – lunga 77 film, girati in 27 anni – di una delle maggiori icone del secolo scorso, nato a New York il 25 dicembre 1899 e morto a Hollywood il 14 gennaio 1957.
Nel 1999, l’American Film Institute l’ha indicato come la più grande star maschile del Ventesimo secolo.

C’è un gruppo di cinque registi – Lloyd Bacon 7, Michael Curtiz 6, John Huston 6, Lewis Seiler 5, Raoul Walsh 5 – con cui Bogart ha girato ben 29 film.
Nei primi anni Trenta, recita accanto a Ruth Etting, Mona Maris, Claire Luce, Sidney Fox, Bette Davis, Dorothy Mackaill, Joan Blondell, Margaret Lindsay, Claire Trevor, Priscilla Lane, Mona Barrie… La foresta pietrificata (Bogart nei panni del sanguinario bandito Duke Mantee), accanto a Bette Davis e Leslie Howard, è il primo film che attira l’attenzione su di lui. Nel giro di pochi film, viene condannato alla sedia elettrica una dozzina di volte e riceve condanne per un totale di circa 800 anni di carcere… È con Angels With Dirty Faces, accanto a James Cagney e Pat O’Brien, che la sua carriera ha una svolta.

Il noir o gangster-movie è senz’altro il genere prediletto, con la singolarità per cui il giovane Bogart era spesso usato come fuorilegge, mentre dagli anni Quaranta capovolge il suo ruolo. Ma ci sono anche rare incursioni nel western (The Oklahoma Kid, Virginia City), film di guerra (Body and Soul, Action in North Atlantic, Battle Circus, The Caine Mutiny) film esotici (Sahara, Sirocco, To Have and Have Not, The Treasure of the Sierra Madre, Tokyo Joe), commedie sofisticate (Sabrina, The African Queen, Beat the Devil, The Barefoot Contessa).

Candidato all’Oscar tre volte – per Casablanca, La regina d’Africa, L’ammutinamento del Caine – ha vinto la statuetta grazie al film di Huston del 1952 accanto a Katharine Hepburn. In Italia, è stato doppiato da Bruno Persa, Emilio Cigoli e Renato Cialente, e in seguito ridoppiato da Paolo Ferrari.

Al momento in cui scrivo, di Bogey ho visto almeno 23 film. I 10 ruoli per cui resterà immortale:
Samuel Spade (Il mistero del falco), Harry Morgan (Acque del sud), Rick Blaine (Casablanca), Philip Marlowe (Il grande sonno), Dobbs (Il tesoro della Sierra Madre), Charlie Allnut (La regina d’Africa), Philip Francis Queeg (L’ammutinamento del Caine), Roy Earle (Una pallottola per Roy), Paul Fabrini (Strada maestra), Duke Mantee (La foresta pietrificata).

Il valzer degli addii, Milan Kundera, 1973

Una piccola stazione termale di montagna, d’autunno: è frequentata da donne che non riescono ad avere figli e da uomini com problemi cardiaci, “nove donne per ogni maschio”.

Ruzena ha una ventina d’anni, fa l’infermiera, è nubile, carina, ha un ritardo di sei settimane. Telefona a Klima, l’uomo con cui ha fatto l’amore una sola notte e che l’ha messa incinta: lui dice che non può essere colpa sua, ma sarà felice di aiutarla. Ad abortire. Ma Ruzena vuole il bambino.

Klima è un famoso trombettista, trentenne sposato con la coetanea Kamila, a suo tempo cantante (è così che si sono conosciuti). Non è la prima volta che Klima si trova di fronte a una gravidanza, eppure ha sempre cercato di essere prudente. I ragazzi del suo gruppo musicale sono solidali, ma gli offrono consigli impraticabili. Klima sa di essere un vigliacco e sa che Kamila è tremendamente gelosa, sospettosa, intuitiva: “Che dicesse la verità o mentisse, lo sospettava sempre di qualcosa”. Deve fare di tutto per convincere Ruzena, il giorno dopo partirà da Praga per tornare alla piccola stazione termale.

Diviso in 5 giornate o 5 atti, la storia ha un andamento amarissimo. Kundera sparge ironia, scetticismo, un modo beffardo di raccontare i sentimenti e le idee che informano la vita delle persone, fra fede e scienza, il caso e la bellezza. Lo fa tramite un intreccio geometrico, un’architettura teatrale, coincidenze sorprendenti e dialoghi impregnati di riflessioni filosofiche.

Otto sono i personaggi che fa agire sulla scena, cinque uomini e tre donne.
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Le nozze di Cadmo e Armonia, Roberto Calasso, 1988

Storie di metamorfosi e rapimenti, discordie e atti di forza, sacrifici e simulacri, corone e bende, ghirlande e collane, bestie mitiche e fanciulle regali, giuramenti e spergiuri, vizi e virtù, nettare e ambrosia, sapienza e follia, lutti e gesta cariche di conseguenze, viltà e coraggio, odio e seduzioni, nascite e stragi, prodigi e meschinità, devozioni e tradimenti, possessioni e purificazioni, splendori e decadenze, distruzioni ed edificazioni, crudeltà e passioni, parole indecifrabili e sangue che scorre, dèi terribilmente umani e statue perdute di Fidia e Prassitele… Gli eroi e i miti greci, insomma: e il mito, secondo la magnifica definizione di Sallustio, racconta “le cose che non avvennero mai ma sono sempre”.

“I miti greci erano storie trasmesse con varianti. Lo scrittore – fosse Pindaro o Ovidio – le ricomponeva, ogni volta in modo diverso, omettendo e aggiungendo”.
“Gli dèi non si contentano di imporre agli uomini la colpa. Sarebbe troppo poco, poiché la colpa appartiene già alla vita. Ciò che gli dèi esigono è la coscienza della colpa. E questa si raggiunge soltanto attraverso il sacrificio”. La legge si limita a punire la colpa, non può darne coscienza. “Sono sempre vergini radiose che devono essere sacrificate. E quel sacrificio è sempre un’oscillazione tra il suicidio e la cerimonia nuziale”.

L’apparizione degli eroi copre un periodo brevissimo nella storia della Grecia, appena un paio di generazioni: il ciclo di Creta, il ciclo degli Argonauti, il ciclo di Tebe e il ciclo di Troia sono concentrati in un breve intervallo di tempo. Fra l’uccisione del Minotauro e l’uccisione di Agamennone passano poche decine di anni, Acamante, figlio di Teseo, era uno degli Achei acquattati nel cavallo di Troia.

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Bologna 900, di Giorgio Diritti

Il contesto: le celebrazioni per i 900 anni del Comune di Bologna dall’atto di emancipazione (Diploma) siglato dall’imperatore Enrico V alle idi di maggio del 1116.
Il libro riprende gran parte delle immagini che affollano il documentario (35 minuti) che Diritti ha confezionato giustapponendo rare incisioni e fotografie, mappe e pergamene, libri e pubblicità, miniature e dipinti, oltre alle riprese all’aperto. Una lunga frequentazione di archivi e biblioteche si è resa necessaria per comporre questo ricco repertorio, che riassume nove secoli di storia della città.

La Torre degli Asinelli, edificata fra il 1109 e il 1119. Del centinaio di torri innalzate fra il XII e il XIII secolo, ne rimangono solo 24, alcune integre, altre mozzate o inglobate in altri edifici.

Liber Paradisus: il memoriale della liberazione dei servi della città e del contado (5.855 servi di 379 padroni, riscattati dal comune con i denari del tesoro pubblico), approvato dal Comune nel 1257.

Lo Studium: nato come libera e laica organizzazione fra studenti nel 1088. Viene considerata l’università più antica d’Europa. Gli studenti sceglievano e pagavano i docenti, i primi studiosi chiamati a insegnare furono i giuristi, i glossatori, come Irnerio. In seguito divennero materie logica, filosofia, retorica, grammatica, aritmetica, astronomia e medicina.

La storia di Bologna è impregnata di commerci e professioni artigiane. Nel Trecento la città si afferma come uno dei maggiori centri europei per la lavorazione della seta, grazie allo sfruttamento dell’energia idraulica. Nel Seicento, vennero censiti 119 mulini mossi dall’acqua dei canali. Dopo la costruzione delle chiuse di Casalecchio e di San Ruffillo, sui fiumi Reno e Savena, una fitta rete di canali attraversava la città; si poteva arrivare in barca da Bologna al mare. Leggi il resto dell’articolo