Era di maggio, Antonio Manzini, Sellerio, 2015

Tre giorni prima, nel suo letto, hanno ucciso Adele, la compagna di Sebastiano, il suo miglior amico. Non è la prima donna che muore al posto suo, era già accaduto all’amatissima Marina, il 7-7-2007, quasi sei anni prima. Qualcuno lo insegue da un feroce passato: Rocco Schiavone è stato trasferito ad Aosta l’8 settembre dell’anno precedente, adesso è primavera, intorno alla metà di maggio. I fatti descritti in questo quarto romanzo si concentrano in due settimane.

Viene da chiedersi quando Manzini abbia maturato la certezza che il quarto romanzo non sarebbe stato l’ultimo, che ne sarebbero seguiti altri. Intorno al vicequestore romano, che ormai tutti identificano in Marco Giallini, ricompaiono tutti i personaggi divenuti familiari nelle puntate precedenti. Nella Questura di Aosta, Italo e Caterina (con la loro contrastata relazione), Antonio e Casella, Deruta e D’Intino. A margine, il giudice Baldi, il questore Costa e Fumagalli, quello delle autopsie. Non può mancare la cagnetta Lupa. E ci sono le visite del fantasma di Marina (le cui apparizioni sono scritte in corsivo). Il cast è al completo, le situazioni topiche arrivano rassicuranti: dallo spinello mattutino, che Schiavone si concede appena arrivato in ufficio, a Italo che vomita ogni volta che entra all’obitorio. Soprattutto, anche questo romanzo aggiorna l’ormai celebre “scala delle rotture di coglioni”, con punteggi da 6 a 10.

Lui, il vicequestore, si presenta con le solite Clarks, il loden, le camicie di lino (mai una cravatta), le giacche di velluto, fuma le Camel e guida una Volvo; ha l’Inno alla Gioia come suoneria telefonica. E alla fine del romanzo avremo la conferma del suo coraggio e della sua lucidità, ma anche dell’effetto nefasto che ha su di lui la soluzione del mistero, la scoperta della verità. Dice alla sua collega preferita: “Non mi abituerò mai alla realtà, Caterina. Passano gli anni, vedo lo schifo ma non riesco ad abituarmi”.

Varie trame si intrecciano. Non tutte si concludono, preannunciando un quinto romanzo, e un sesto… Manzini è abile nel disseminare il racconto di dettagli che acquisteranno significato solo dopo molte pagine: per esempio, il profumo di tuberosa. E strizza l’occhio al lettore con citazioni pop: il cavallo dall’enorme valore, ripreso dal Padrino, lo stalliere che è ben più di uno stalliere, ripreso dalla nostra recente storia politica. E per aggrovigliare la trama e aggiungere moventi, descrive il regime carcerario, lo sproporzionato accanimento verso le droghe leggere, le alleanze per impossessarsi degli appalti pubblici, l’uso selettivo del credito bancario, le amicizie che consentono a un ex terrorista nero di riciclarsi imprenditore vinicolo.

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Rocco Schiavone omaggia Sandro Mazzola

Ho appena finito di leggere “Era di maggio“, presto ne scrivo.

Nota a margine: Rocco Schiavone e Antonio Manzini sono romanisti, idolatrano Totti, ma a pagina 267 di Era di maggio troviamo alcune righe dedicate a un calciatore dell’Inter, e sono righe sorprendenti, e tuttavia coerenti con la psicologia e i valori del vicequestore.

Schiavone sta confrontandosi con due poliziotti a proposito della somiglianza fra un sospetto e un ex calciatore; uno dei due poliziotti osa fare dell’ironia su Sandrino Mazzola:

«Sandro Mazzola è quanto di più vicino all’essenza del calcio questo paese abbia mai avuto. Segnati questa frase nel cervello, scrivitela sul muro della tua cameretta, comprati un poster del campione e veneralo ogni giorno che passa».
«Era dell’Inter però» obiettò Italo, «mica della Roma!».
«Imbecille! Quando c’è di mezzo un campione simile la maglia è un dettaglio insignificante. È patrimonio dell’intera umanità, capito?».

Le madri, Claire Bretécher, Bompiani, 1983

Edmondo Berselli, il 29 aprile 2005, descrisse su Repubblica l’Italia del fumetto, identificando “un prima e un dopo Linus”. Il mensile di Oreste del Buono e Fulvia Serra “fu uno choc intellettuale. Non era soltanto una moda: era il formarsi di una nicchia di pubblico accomunato da un atteggiamento culturale… Precursore dell’esclusività di massa, politicamente Linus era una cosa di sinistra”.  In quell’articolo, Berselli rammentava come Linus fosse stato “anche il veicolo d’importazione della sinistra parigina, raffigurata nelle strisce dei «frustrati» e delle madri cellulitiche di Claire Bretécher, «il miglior sociologo di Francia», capace di inserire nelle vignette anche qualche sorprendente crudezza sessuale”.

Nata a Nantes 17 aprile del 1940, fu nientemeno che Roland Barthes, nel 1976, a definirla «il migliore sociologo francese».

In queste 68 grandi tavole in bianco e nero, tradotte da Nicoletta Pardi, con il fondamentale lettering di Cettina Novelli, ritrovo gli umori di certe discussioni di quegli anni: fra coetanei e con la generazione del Sessantotto. Bretécher catturò quel linguaggio con precisione chirurgica. Non so immaginare, invece, come il suo femminismo, venato di marxismo e dalla critica francofortese alla società dei consumi, possa essere compreso dai giovani di oggi.

Di cosa parla, Les mères? Di idilliache maternità solo sognate, di dubbi leziosi sull’educazione che andrebbe impartita, del togliere la spirale e cominciare a bere solo aranciata, di nevrosi dilaganti su cosa può nuocere al bambino durante la gestazione, di uomini che fuggono e di donne che temono di perdere ogni attrattiva, di una quantità di problemi insignificanti presi troppo sul serio… Stavano dilagando il giovanilismo e l’immaturità di massa.

Quello che Bretécher conosce, è il milieu delle professioni intellettuali, pieno di borghesi annoiati, insicuri, egoisti. Frustrati per qualunque pretesto, questi personaggi si muovono in un relativismo etico che sconfina nell’opportunismo. In parallelo, andava crescendo la mole di leggi, sentenze di tribunale, scoperte mediche e norme fiscali che contribuivano a sfilacciare l’istituto familiare, annebbiando ogni responsabilità. Diventano possibili soluzioni prèt-a-porter (Il destino di Monique focalizza questo aspetto), vanno alla deriva i tradizionali ruoli maschili e femminili, senza che se ne impongano di altrettanto affidabili.

Viene da chiedersi, da madri come queste, quali figli potranno emergere: Macron?

Due teste senza cervello, il libro

Al documentario, Giancarlo Governi aggiunse un libro, edito da Salani nel 1985.

“Nella vita si sono frequentati poco. Si sono stimati e anche ammirati ma non si sono mai amati. Troppo diversi perché quel magico e perfetto accoppiamento potesse prolungarsi anche fuori dagli studi… Hanno preso a frequentarsi da vecchi, quando i produttori e il pubblico sembra li abbiano dimenticati”. Stan si scoprì una malattia cardiaca sul set di Atollo K, il legame con Ollie si consolidò da allora.

Stan ha sempre espresso una sconfinata ammirazione per Chaplin. Si erano conosciuti poco più che ventenni, quando Stan entrò a far parte della compagnia di Fred Karno, in cui Chaplin era primattore. Figlio di teatranti Stan, di un avvocato Ollie, che perse il padre a dieci anni.

Sullo schermo, con una scelta inedita, “Stan e Oliver usarono i loro nomi veri che nessuno avrebbe mai potuto togliergli”; al contrario, i nomignoli dei personaggi seriali appartenevano agli Studi, che potevano passarli da un attore all’altro.

La carriera scolastica di Ollie è fatta di scelte abbandonate a metà: prima il collegio militare, poi il conservatorio, infine la facoltà di Legge. A 14 anni, pesava più di 100 chili. Passava ore intere a osservare le persone che frequentavano l’albergo gestito dalla madre… Per anni, i suoi ruoli cinematografici sono quelli dell’heavy, “il grassone bieco e brutale che rapisce fanciulle, ruba tesori, rapina banche e che alla fine viene immancabilmente punito”. I primi lavori cinematografici di Ollie furono in Florida per la Lubin Martin Pictures; vi passò tre anni. Dopo qualche tentativo a New York, arrivò a Hollywood; ingaggiato dalla Vitagraph, recitò in comiche insieme a Larry Semon (Ridolini). Leggi il resto dell’articolo

Il destino di Monique, Claire Bretécher, 1983

Brigitte Lemercier ha 38 anni, il suo orologio biologico la spinge irresistibilmente a volere un figlio. Frequenta un uomo sposato, Teo, che ogni tanto si presenta da lei con Lucienne, una bambina che sniffa colla mentre il padre fa sesso con l’amante.

Brigitte vive a Parigi e fa l’attrice, Teo è il suo agente, lei insiste, desidera un figlio, ma Teo è risolutamente contrario: “Tre figli con due madri diverse, non credi che abbia abbastanza problemi?”. Litigano.
Brigitte ha una domestica portoghese, Carmela, con problemi materiali pressanti. Il test di gravidanza la riempie di gioia, ma quando Teo le comunica di averle trovato il miglior contratto della sua vita, nasconde la verità. “Voglio questa parte e l’avrò. Voglio questo bambino e l’avrò”.
Bretecher - Destin de Monique

Il desiderio di avere un figlio passa in secondo piano rispetto a un’occasione di carriera incompatibile con la maternità. Ma non scompare. La soluzione? “Carmela, volete portare avanti la gravidanza al mio posto?”. Servono comprensione e complicità, la domestica ha già avuto tre figli e non pare affatto scioccata: “Mia sorella l’ha fatto per la sua padrona, in Brasile… Sapete signora Lemercier, con tutta questa disoccupazione, è un vero sbocco per gli immigrati”. Per 50.000 franchi (in nero), l’affare è fatto…
Il tono da commedia buffa si impenna quando una certa Monique ruba un embrione da una spedizione veterinaria, convinta si tratti di un vitello di razza e lo spedisce al fratello Dedé, che insemina la vecchia mucca Sue-Ellen…

In un volume collettivo – Eroi del nostro tempo – uscito nel 1986, Letizia Paolozzi mise a confronto Il destino di Monique e Blade Runner. Parallelo potente: in effetti, intorno all’ingegneria genetica, all’enigma della nascita e al senso della vita, si interroga Roy Baty (modello Nexus-6, il più riuscito replicante nel film tratto da Dick), e forse farebbe lo stesso se sapesse da dove viene Monique (nata dalla vecchia mucca Sue-Ellen, dopo vari colpi di scena nel racconto per immagini della Bretécher).

Roy Baty e Monique nascono senza che vi sia atto sessuale fra uomo e donna. Era il 25 luglio 1978, quando nacque il primo bambino in provetta: Louise Brown, a Cambridge. Dieci anni prima, Philip K. Dick aveva scritto Do Androids Dream of Electric Sheep?; migliaia d’anni prima, nel capitolo 30 della Genesi, si racconta di come Giacobbe non potendo avere figli dalla moglie Rachele, si congiunse con la serva Bilha, proprio su richiesta della moglie; e nel 1984 venne alla luce Zoé, la prima bambina “venuta dal freddo”.

Congelamento e stoccaggio di embrioni, donazione di uova, inseminazione artificiale, possibilità di scegliere il sesso del nascituro: “siamo entrati in un vero supermercato genetico”, scriveva Paolozzi. Una volta i bambini erano un dono di Dio o della Natura; in fondo al XXesimo secolo diventano un dono della scienza.

Scritti su #Altan

Per indagare l’opera di uno dei più grandi autori di fumetti italiani, Daniele Brolli per Comma 22 ha assemblato una raccolta di interventi (vecchi e nuovi), firmati da Stefano Benni, Marcello Jori, Oreste del Buono, Luca Raffaelli, Marco Belpoliti, Marcelo Ravoni, Georges Wolinsky, Emilio Varrà. Il libro uscì nel 2009.

Scritti su Altan, Comma 22Di particolare interesse una lunga intervista (a Eddy Devolder) in cui Altan descrive il suo metodo di lavoro, come ha cominciato, i meccanismi di costruzione delle vignette e delle storie a puntate, e cita alcuni suoi riferimenti, alcune sue predilezioni.
Per esempio, ricorda la scoperta di Jules Feiffer sulle pagine di Linus.

La prima creazione a fumetti – ancora in Brasile – è stata “Confetto”, a cui ha fatto seguito la storia di “Casanova” per un volume collettivo (vi parteciparono anche Crepax e Mattotti). Altan riconosce a Ravoni e all’agenzia Quipos di averlo indirizzato verso il fumetto politico.

“Ancora oggi non disegno mai con l’idea di giudicare o condannare. In altre parole, non tratto la politica come un tribunale ma piuttosto come un teatro”. L’unico personaggio politico a essergli “rimasto sullo stomaco” è Bettino Craxi.

Quanto alle storie a puntate, confessa che gli piacciono tanto gli intrecci al punto che comincia senza sapere dove andrà a finire; ha una predilezione per le strutture labirintiche, con più vie di accesso e in cui si rischia di perdersi (cita John Le Carré fra gli autori prediletti), per i puzzle a incastro. Il commento a margine è l’anello di congiunzione fra le storie a puntate e le vignette politiche.
A proposito della Pimpa, creata per sua figlia, quando aveva poco più di due anni, ammette: “Io abbellisco la realtà per i bambini, è vero, ma credo che abbiano tutto il tempo per scoprire come gira il mondo”.

Alla richiesta di indicare due vignette da cui si senta particolarmente rappresentato, Altan risponde:
“Mi vengono in mente opinioni che non condivido”
“Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio”.

Due teste senza cervello, Giancarlo Governi

Già artefice di Supergulp, fumetti in tv, e Il Pianeta Totò, Governi confezionò 12 puntate, trasmesse in prima serata su Raiuno, per raccontare la vita e le opere di Stan Laurel e Oliver Hardy. Questo cofanetto contiene anche la ristampa del libro che lo stesso autore pubblicò nel 1985 per la Nuova Eri-Rai.

La prima qualità del documentario – a cui collaborò Alberto Orsi – sta nel recuperare preziosi materiali di repertorio, interviste al primo biografo della coppia, John McCabe, al produttore indipendente Hal Roach, al musicista Marvin Hatley, agli storici del cinema William K. Everson e Richard W. Bann. In un’intervista televisiva dei primi anni Cinquanta, Leo McCarey rivendicò l’intuizione di averli convinti a recitare insieme.

Ci sono rare immagini dell’arrivo negli Stati Uniti di Stanley Jefferson (questo il vero nome di Laurel) insieme a Chaplin, nel 1910; poco più che ventenni, avevano condiviso la cabina durante la traversata (Chaplin riprenderà questa esperienza in L’emigrante). Molto belle le immagini del 1932, quando Laurel rientrò in patria dopo vent’anni, insieme a Hardy, e rivide il padre.

In Duck Soup c’è la prima apparizione di Stan in abiti femminili; rifaranno la stessa trama tre anni dopo in Another Fine Mess. Osservando la frequenza dei travestimenti, si nota come sia stato molto più spesso Stan a indossare vestiti femminili; Ollie non amava farlo, anche perché lo costringeva a tagliarsi i baffetti di cui andava tanto fiero. Leggi il resto dell’articolo

La mediocrità della modernità: Genealogia della morale, #Nietzsche, 1887

La mediocrità della modernità trova nella religione il suo fattore essenziale: il ressentiment si tramuta in fede, amore, speranza, compassione, rassegnazione al proprio destino, Regno dei Cieli (la forma che l’impotente adotta per la sua vendetta). In Nietzsche, il risentimento designa una disposizione emozionale particolare che si riscontra presso gli individui che non si amano come sono, ma ai quali “la reazione vera, quella dell’azione, è interdetta”.
A dare forma – una forma raffinata al ressentiment – è la morale ebraico-cristiana: nata come morale degli oppressi, che, incapaci di ribellarsi apertamente ai loro oppressori, dovettero ricorrere a una via obliqua per contrastarli. Questa via fu trovata nel comandamento “ama il tuo nemico”.

Nietzsche si pone in termini antitetici alla concezione evoluzionista, risuona quasi ilare il suo invito: “Bisogna sempre difendere i forti dai deboli”. Non si può chiedere a un’aquila di avere il carattere di un agnello.

La mediocrità della modernitàLa mediocrità della modernità sfocia nel nichilismo: “L’immeschinirsi e il livellarsi dell’uomo europeo nasconde il nostro massimo pericolo, data la stanchezza che ci infonde questo spettacolo. Oggi nulla vediamo che voglia divenire più grande, abbiamo il presentimento che tutto continui a sprofondare, a sprofondare, divenendo più sottile, più buono, più prudente, più agevole, più mediocre, più indifferente, più cinese, più cristiano… la vista dell’uomo rende ormai stanchi – che cos’altro è oggi nichilismo, se non è questo? Noi siamo stanchi dell’uomo”.

A questa mediocrità siamo pervenuti per la vittoria dei deboli sui forti, degli oppressi sugli oppressori, degli impotenti sui dominatori. Grazie alla religione, innanzitutto. E così, si è completato il capovolgimento, la vendetta, la rappresaglia, la giustizia vengono rimesse a Dio. Perché i deboli non sono forti abbastanza.
Il suggello di questa rappresentazione, che Nietzsche considera sostanzialmente ipocrita, è l’Apocalisse di Giovanni, “la più caotica di tutte le invettive scritte, che la vendetta abbia sulla coscienza”. Un “libro dell’odio” scritto dal “discepolo dell’amore”.

L’uomo “addomesticato”, domato dalla volontà di “livellamento”, reso mansueto come un “animale domestico”, l’uomo moderno è il malato per eccellenza: i sentimenti considerati più nobili nascono nel fondo oscuro di questo risentimento, sono l’effetto di una rinuncia, di una compressione, della negazione della natura umana.

Perec, L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, 1968

Il protagonista deve attrezzarsi a una corsa a ostacoli un frenetico susseguirsi di azioni e reazioni tendenti a infinito di atti ipotetici che innescano strategie divaricanti fra razionalità e irrazionalità citazioni di Ionesco (quando suonano alla porta a volte c’è qualcuno e a volte non c’è nessuno e la verità sta nel mezzo) un labirinto in cui si torna spesso al punto di partenza dovendo fare i conti con l’umore del capoufficio con i suoi impegni con quello che ha mangiato a pranzo la sua sincerità e la sua falsità e gli imprevisti che possono verificarsi in qualsiasi organizzazione ben sapendo che in qualsiasi organizzazione è sempre il momento meno adatto per chiedere l’aumento e ci sono innumerevoli variabili che possono frapporsi alla semplice possibilità di esporre la propria richiesta (le figlie del capo potrebbero avere il morbillo lui potrebbe aver mangiato uova marce o ingoiato una lisca di pesce) senza dimenticare che ogni capoufficio ha un capoufficio sopra di lui (mr z) e comunque se si ha il coraggio o la fortuna di trovare il momento giusto per chiedere un aumento è meglio farlo seduto (sempre che il capoufficio ti abbia detto di accomodarti) perché stando seduti pare ci sia più tempo per discuterne e può darsi che per preparare il terreno alla richiesta sia opportuno anticiparla con la descrizione di un proprio progetto organizzativo anche se è lecito supporre che la cosa non gli interessi più di tanto “si è mai visto un capoufficio interessarsi a un’idea propostagli da un sottoposto al massimo potrebbe scorgervi uno spunto interessante per sé che si affretterà a proporre al suo di capo mr z” e a ogni rimbalzo negativo non prenderla come un fallimento ma lasciar passare ore giorni settimane mesi prima di chiedere un nuovo appuntamento e nel frattempo fare due chiacchiere con mlle yolande che magari avrà la luna storta e ti accoglierà “come un cristallo in un negozio di elefanti” ma almeno così passano ore giorni settimane mesi e si è pronti a tornare alla carica perché è improbabile che a parlar d’aumento sia il capoufficio per primo anzi è pressoché certo che si comporti come lucy van pelt quando invita charlie brown a calciare il pallone e poi glielo toglie provocandogli una caduta “resa ogni volta più dolorosa dall’umiliazione che l’accompagna se non ci si fidasse dei propri superiori non si otterrebbe nulla” e tuttavia non bisogna scoraggiarsi anche se passa il tempo si avvicina la pensione e l’aumento non arriva ma rimane un’aspirazione e il circuito ricomincia daccapo avviando un ennesimo tentativo nella consapevolezza che colui che è chiamato a giudicare la richiesta tenderà a negarla per acquisire meriti con mr z e ottenerlo lui l’aumento…

Un flusso ininterrotto di parole quasi monotone, senza la minima punteggiatura e senza maiuscole, costruisce questo divertissement, viaggio ai limiti della letteratura, gioco fantastico in cui Perec ipotizza un’imprecisata organizzazione di cui fanno parte il protagonista, un impiegato dalle mansioni indefinite, con la sua inesausta aspirazione a un aumento, un capoufficio (mr x), il capo del capoufficio (mr z) e una collega (mlle yolande), nonché varie figure di sfondo, che si muovono lungo interminabili, labirintici corridoi, con minime, pressoché impercettibili variazioni lessicali.

Il testo appare nella traduzione di Emanuelle Caillat; nel 1970, ne venne ricavata una pièce teatrale dal titolo L’augmentation.

Amras, Thomas Bernhard, 1964

Incubo morboso e angosciante, maniacale e ossessivo, snervante e impietoso, nella traduzione per Einaudi di Magda Olivetti (uscì nel 1989, l’anno della morte dello scrittore austriaco). Parla di due fratelli che assomigliano ai tragici protagonisti della “Trilogia della città di K.” di Agata Kristof, ma certe pagine sembrano uscite direttamente da un delirio visionario di Kafka (l’atroce sedia per epilettici ricorda la macchina che incide le sentenze sul corpo: “Nella colonia penale”).

Due fratelli nemmeno ventenni, K e Walter, dopo il suicidio dei genitori a cui avrebbero voluto seguisse il loro, sono stati portati via da Innsbruck e rinchiusi dallo zio in una torre accanto al fiume Sill, nei pressi della cittadina tirolese di Amras. Il fratello della madre ha segregato K. e Walter per sottrarli alle maldicenze del paese e sfuggire alla legge che impone l’internamento in manicomio nei casi di tentato suicidio.
K – la voce narrante – studia scienze naturali, Walter musica; minore di un anno, Walter è gravemente malato di epilessia. “Costretti a vivere ancora”, contro la loro volontà, in totale isolamento, ricordano il rito collettivo del suicidio familiare, una sera di marzo resa afosa dal föhn, con le compresse sciolte nell’acqua e ognuno che si era ritirato nella propria stanza.

Emergono i moventi del suicidio dei genitori: la “malattia mortale” della madre (a sua volta epilettica), i debiti del padre; un tempo non lontano, la famiglia era assai benestante, K e Walter hanno potuto studiare in Inghilterra.
“Nella torre la nostra vita non era altro che un’unica notte senza sonno”…. “Spesso infliggevamo ferite ai nostri corpi”… “La nostra reciproca avversione naturale, innata e rafforzata da noi, era la fonte del nostro affetto”. Leggi il resto dell’articolo

Guardando Kafka, di Philip Roth

“Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero, guardando Kafka, di Philip Roth

Prezzo assurdo, 8 euro, per un libretto di 33 paginette consigliato solo ai fans e ai collezionisti compulsivi di Roth. Quelli come me, che cambiano umore alla lettura di poche pagine di Roth sull’immaginario incontro fra il sopravvissuto Franz Kafka e zia Rhoda.
Einaudi – con la traduzione di Norman Gobetti – pubblica oggi questo testo scritto nel 1973 per la American Review, quando Roth aveva quarant’anni, Looking at Kafka comincia con l’osservazione di una fotografia di Kafka quarantenne. Era il 1924, “l’anno più dolce e pieno di speranze della sua vita adulta, e l’anno della sua morte”.

Kafka e RothNei panni del critico letterario, Roth spiega il desiderio di distruggere le proprie opere, sempre incomplete, con “una follia perfezionistica e un insaziabile desiderio di solitudine e purezza spirituale”. Si chiede cosa sarebbe successo – della sua vita e delle sue opere – se fosse vissuto più a lungo, guarito dalla tubercolosi e scampato all’Olocausto (ad Auschwitz morirono tre sorelle). Leggi il resto dell’articolo

#KenParker, Avventure in acquerello, 1993

Avventure in acquerello Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, Parker editore, 1993

Quasi a riprodurre il formato orizzontale delle copertine “aperte”, vengono qui raccolte le 59 della serie regolare di Ken Parker, pubblicate dalla Cepim fra il 1977 e il 1984.

Berardi ricorda i primi passi quel Jed Baker ipotizzato già nel ’74 per la Collana Rodeo della stessa casa editrice, e come la scelta degli acquerelli per le copertine venne decisa all’ultimo momento, Sergio Bonelli recalcitrante, per i costi aggiuntivi e la scarsa omogeneità con le altre testate western.

Milazzo, che tanto ammirava gli acquerelli di Pratt, realizzò queste opere su fogli 35×50, di preferenza ruvidi, e la decisione essenziale è quella del taglio dell’inquadratura, senza schizzi preliminari, la matita usata solo per la “ricerca dei volumi”. Perché, scrive Berardi, “Milazzo pensa in termini di luce e ombra”.

Fra i riferimenti pittorici più significativi, vengono citati Toulouse-Lautrec e Hopper, i pittori westerners (Bama, Clymer, McCarthy, Tenney, Remington), i grandi illustratori americani (Rockwell, Levine, Pyle, Wyeth), e poi cineasti Usa e della commedia all’italiana.

Ecco le mie dieci preferite:
15. Uomini, bestie ed eroi
17. La lunga pista rossa
24. Lassù nel Montana
28. Il caso di Oliver Price
35. Il sentiero dei giganti
43. A due passi dal paradiso
46. Adah
50. Storie di soldati
54. Boston
58. Sciopero

La promessa, Friedrich Dürrenmatt, 1958 (Feltrinelli)

“Un requiem per il romanzo giallo”, è il sottotitolo. In una Svizzera dal cielo pesante, atmosfera ideale per delitti senza testimoni, prima ancora che la storia venga narrata, è resa esplicita la morale.
Dürrenmatt non crede alla possibilità di arrivare alla verità e alla giustizia attraverso la forma dell’indagine di polizia. Smonta i meccanismi che stanno alla base del romanzo poliziesco, trasforma l’eroe in un folle, evoca sordide complicità, confessabili solo sul letto di morte.

Il genere poliziesco viene demolito in quanto meccanismo logico, partita a scacchi, dove la razionalità dell’investigatore ha il compito di riportare ordine nel caos scaturito dal delitto.
L’autore mostra di non credere a questa “promessa” di razionalità, e si sofferma sul ruolo del caso, dell’incalcolabile (come Kubrick in “Rapina a mano armata” o Allen in “Match Point”).

Nove anni prima è avvenuto un abominevole delitto a sfondo sessuale, il terzo con le stesse caratteristiche. Di fronte al dolore dei genitori della bambina, il commissario Matthäi promette – sulla sua anima – di trovare il colpevole.
Un pregiudicato confessa il delitto, dopo un lungo interrogatorio; poi si suicida. Matthäi non crede in questa confessione. Riprende le indagini fuori dalla polizia ed “elegge a metodo la pazzia”. Si affida a un indizio assai labile: “il gigante dei porcospini”, un disegno della bambina assassinata. Leggi il resto dell’articolo