Donna seduta con la gamba sinistra alzata, Egon Schiele, 1917

Selbstbildnis, in tedesco, sta a significare autoritratto. Di autoritratti: Egon Schiele ne dipinse almeno un centinaio. Per l’innaturalità dei gesti, la distorsione figurativa, i corpi ritorti e scavati, queste opere sono sovraccariche di una tensione erotica e psicologica.

Egon Leon Adolf Schiele nasce a Tulln, il 12 giugno 1890; terzo di quattro figli, unico maschio. Morirà a Vienna poco più che ventottenne. Nonostante la breve vita, ha lasciato circa trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni.

Il clima sociale e la situazione politica degli anni che precedono la Grande Guerra appaiono il contesto ideale per ridiscutere i fondamenti dell’esistenza: mai ci si era occupati tanto profondamente della sessualità in letteratura, psicologia, pittura.

Alla morte del capostazione Adolf Schiele, avvenuta nel 1905, la tutela di Egon venne assunta dal ricco zio Leopold Czinaczek, il quale tentò inutilmente di orientarlo verso una carriera nelle ferrovie. Dopo il suo ingresso, nel 1906, all’Accademia di Belle Arti di Vienna, dove studiò pittura e disegno, ma decise di abbandonarla prima della fine.

L’incontro decisivo del suo percorso artistico, con Gustav Klimt, avvenne nel 1907 nel Cafè Museum di Vienna: la personalità dell’affermato pittore influenza profondamente quel diciassettenne; un elemento avvicina i due artisti, l’interesse per la raffigurazione del corpo nudo e della sessualità. Klimt avrà per Schiele una grande stima: aiuta il giovane amico, acquistando suoi disegni, procurandogli modelle, presentandolo a ricchi mecenate, che gli assicurarono una certa tranquillità finanziaria fin dai suoi esordi sulla scena artistica viennese. Già nel 1908, Schiele poté tenere la sua prima mostra personale per la Wiener Werkstätte.

Schiele utilizza una linea tagliente e incisiva per esprimere la sua angoscia e per mostrare impietosamente il drammatico disfacimento fisico e morale. Il colore acquista un valore autonomo, non naturalistico, risultando particolarmente efficace negli acquerelli e nei disegni. Oltre al classico olio su tela, la produzione di Egon Schiele è largamente caratterizzata da dipinti basati sulla gouache (guazzo) – un tipo di colore a tempera reso più pesante e opaco con l’aggiunta di un pigmento bianco mescolato con la gomma arabica – , arricchito da acquerello, gessetti, carboncino, matita.

Le modelle preferite di Schiele sono donne cui era unito da un profondo legame personale. Nei primi anni, è la sorella Gerti ad assumere questo ruolo; in lei Egon osserva lo sbocciare di un corpo di donna. In seguito, il legame sentimentale con Wally Neuzil farà di questa ragazzina la sua seconda modella, ispirandogli ritratti intensamente erotici. Infine, quella che diverrà sua moglie: Edith Harms.

Nel 1911 Schiele incontra la diciassettenne Wally Neuzil, con la quale intreccia una relazione amorosa. Vanno a vivere nella cittadina boema di Krumau, ma gli abitanti li spingono ad andarsene, disapprovando il loro stile di vita. Egon e Wally si traferiscono a Neulengbach, non lontano da Vienna, dove nel 1912 un ufficiale della marina in pensione accusa Schiele di aver sedotto sua figlia Tatjana, non ancora quattordicenne. Il pittore sconta tre settimane di carcerazione preventiva, con accuse pesantissime; alla fine del processo verrà condannato a tre giorni di carcere per pornografia.

Nel 1914 conosce Edith Harms, figlia di un fabbro: Edith pone una condizione per divenire sua moglie, essere l’unica sua musa ispiratrice. Proprio quando la sua fama artistica si va consolidando, scoppia la guerra, che porterà al crollo definitivo dell’Impero Asburgico. Nel 1915, Egon viene chiamato alle armi. Grazie a superiori comprensivi e amanti dell’arte, può continuare a dipingere. In questo periodo realizza ritratti di ufficiali russi e disegni di interni; le opere mostrano una trasformazione della concezione artistica di Schiele: l’espressivo gesto pittorico è segnato da un chiaro ritorno alla rappresentazione naturalistica. Nell’aprile del 1918 è di stanza presso il museo militare di Vienna; tiene esposizioni di successo a Zurigo, Praga e Dresda.

Il 6 febbraio 1918, a cinquantasei anni, muore Gustav Klimt. Quando Schiele è ormai considerato il più importante pittore austriaco, la sua vita viene stroncata dalla terribile epidemia di influenza “spagnola”, che provocò più di venti milioni di morti in Europa. Nell’autunno del 1918, il virus raggiunse Vienna. Incinta di sei mesi, Edith morì il 28 ottobre; durante l’agonia, Schiele la dipinse più volte. Nemmeno l’artista scampò al contagio e morì tre giorni dopo, il 31 ottobre

Maigret e il caso Nahour, Georges Simenon, 1967

È a letto con la moglie e sta facendo un brutto sogno, il commissario Jules Maigret, quando viene svegliato dal telefono. È l’una e mezza di notte, a chiamare è il dottor Pardon, i Maigret erano andati a cena da questi amici la sera prima. Le due coppie si conoscono da una decina d’anni e si invitano a turno, una volta al mese. La notte del 14 gennaio, a Parigi la temperatura è scesa a dodici gradi sotto zero, la città è paralizzata dal gelo, rientrando dalla cena il commissario è scivolato pesantemente sul ghiaccio, nel tornare a casa Pardon cammina con estrema circospezione.

L’amico medico gli racconta che verso l’una si è presentata una coppia di sconosciuti, giovani e molto distinti. La donna perdeva sangue. L’uomo ha detto di non conoscerla, si era limitato a soccorrerla dopo aver visto che le avevano sparato da un’auto in corsa. Dopo la medicazione, prima che il medico potesse chiedere le generalità, la donna ferita era scomparsa, insieme all’uomo che l’aveva accompagnata.

“Maigret considerava Pardon il suo unico amico”, nel tempo avevano scoperto di intendersi e di condividere molte cose, eppure non si erano mai dati del tu. Il medico, che teme di finire nei pasticci, è sicuro che quei due si conoscessero intimamente e che appartenessero all’alta società. Sui trent’anni, lei poteva essere nordica, così bionda ed elegante, lui gli era parso un ispanico, forse un po’ più giovane. Della donna non aveva mai sentito la voce.

Bastano poche telefonate a Maigret per verificare che la coppia (lui colombiano, lei olandese) è già volata ad Amsterdam. E al mattino, scopre che quella notte si è verificato un delitto, la vittima un tale Félix Nahour, libanese, nella grande villa affittata sul Parc Montsouris.

Dalla forma del seno, Pardon aveva dedotto che la donna avesse allattato: ora, sul luogo del delitto, Maigret vede la foto di una bionda che corrisponde alla descrizione, insieme a due bambini: si tratta della moglie del morto, Evelina Nahour. Sotto il cadavere viene trovata una pistola che corrisponde al proiettile estratto da Pardon. È chiaro che la ferita di Evelina è stata inferta in quella casa, nel corso della colluttazione che ha portato all’omicidio.

The Juliette Society, Sasha Grey, 2013

Juliette Society è il nome di un club segreto e super esclusivo, formato da uomini fra i più potenti del pianeta, per “levarsi ogni sfizio, soddisfando le fantasie erotiche più sfrenate e decadenti, senza suscitare scandalo”. Juliette è la sorella lussuriosa della virtuosa Justine, il personaggio di un libro del Marchese De Sade.

Si chiama Catherine, dice di essere riuscita a penetrare nella cerchia più interna della società segreta. Eppure, si tratta di una ventunenne studentessa di cinema, che vive nel campus di un college insieme a Jack, impegnato a sostenere l’elezione al Senato di un famoso avvocato. Catherine ha ricevuto un’educazione cattolica, le hanno inoculato l’idea che il sesso e il piacere siano peccati, solo al college ha cominciato a liberarsene. Pare esserci quasi riuscita, almeno sul piano verbale: usa un linguaggio esplicito, zero autocensure, con descrizioni minuziose di ogni tipo di atto sessuale. Per circa centosessanta pagine, il romanzo non si avvicina nemmeno alla fantomatica società segreta, dilungandosi in fantasie sessuali e dotte citazioni cinematografiche, con Catherine che ci descrive le sue preferenze in ordine alla pratica sessuale e al suo lessico. Un esempio: “Lo sento spalancare una parte di me mai varcata prima”.

Ma Catherine è insoddisfatta. Sì, è innamorata di Jack, ma lo vede troppo poco coinvolto rispetto alle sue aspettative. Vuole di più. Vuole concretizzare le sue fantasie sessuali come la Séverine di Belle de jour. Il bisogno diventa irrefrenabile quando Jack la respinge due volte (prima in un voluttuoso rapporto orale, poi alla sua richiesta di picchiarla). Non sono sulla stessa lunghezza d’onda, Jack le impone un periodo di distacco.

Quando si arriva alla situazione che giustifica il titolo del romanzo, Catherine ne ha già viste e fatte tante, e i suoi studi di cinema la portano a cogliere quello che coglierà qualunque altro lettore che abbia visto l’ultimo Kubrick: questi uomini potentissimi e immorali, al di là del bene e del male, nella Juliette Society riversano un immaginario banale, la loro lussuria e le loro perversioni non fanno che ricalcare quanto mostrato da Kubrick in Eyes Wide Shut. Il Viagra per non sentire l’età, le maschere per nascondere la vera identità, lunghi mantelli, tacchi a spillo, lingerie rossa, giovani donne per appagare i propri sogni… Quasi a scusare tanta banalità, l’autrice afferma che Eyes Wide Shut è stato “inteso in senso letterale” da questi individui “ai vertici della ricchezza e del potere, liberi di vivere in base a un proprio codice morale e sessuale diverso da quello dei semplici mortali”.

Sarà l’amicizia con Anna, la più belle e disinibita fra le compagne di corso – nonché amante del professore su cui Catherine aveva focalizzato molte fantasie – a spingere la protagonista verso un nuovo mondo: quello del porno online. Di sé, ci dice: “Il mio sesso è come un gatto randagio. Famelico. Insaziabile. E io devo nutrirlo”. Perciò va alla ricerca di situazioni eccitanti. E così scopre che c’è una quantità di donne che, come Séverine, fanno sesso di nascosto, per pagarsi gli studi, o bei vestiti, o vacanze. O semplicemente perché gli piace farlo.

Californiana, Sasha Grey è lo pseudonimo assunto da Marina Ann Hantzis (14 marzo 1988), attrice prima di intraprendere la carriera da scrittrice.

I suoi genitori divorziarono quando aveva cinque anni e lei crebbe con la madre, risposatasi nel 2000. Ha frequentato il Sacramento City College, preso parte a corsi di cinema, danza e recitazione; conclusi gli studi, ha lavorato come cameriera a Sacramento, per poi trasferirsi a Los Angeles nel maggio 2006. Si è dichiarata atea e bisessuale. Ha fatto la modella e la cantante. Ha vinto premi come attrice pornografica, tra il 2007 e il 2010; il primo nome d’arte è stato “Anna Karina”. Protagonista di un film di Steven Soderbergh The Girlfriend Experience (2009), ha poi recitato in Smash Cut (2009) e interpretato se stessa nella serie televisiva Entourage.

Juliette Society è il suo secondo romanzo.

Il principe del mondo, Antonio Monda, Mondadori, 2021

Romanzo comprato d’impulso, per la copertina – il fenomenale dipinto di Bellows sul match fra Dempsey e Firpo – e il risvolto, che promette di condurre il lettore nell’ottobre 1927, quando si compie una rivoluzione: il sonoro sta per affacciarsi al cinema.

Merito di Sam Warner, il più geniale dei quattro “Bros”; Sam “conosceva come nessuno i desideri degli spettatori”, sapeva di vendere illusioni e si considerava un benefattore. A raccontare la storia è il suo più stretto collaboratore, non ancora trentenne. Siamo alla vigilia della “prima” di The Jazz Singer. Sam Warner aveva scommesso sulla nuova tecnologia, comprando il brevetto dal capo della Paramount, Adolph Zukor, in gravi difficoltà dopo l’improvvisa morte di Rodolfo Valentino. Gli altri fratelli Warner erano meno convinti. Ebrei della famiglia Wonskolaser, venivano da un villaggio sempre in bilico fra Polonia e Russia, i loro nomi erano Szmuel, Abraham, Hirsch Moses e Jacob, ribattezzati Sam, Albert, Harry e Jack. Ebreo è anche il regista del film sonoro, Alan Crosland (Leib Chanoch). Ebrea è pure la voce narrante, Jacob Singer. Ebreo polacco, Jake ha lasciato in patria molti parenti, fra cui il cugino Isaac, che si è messo in testa di fare lo scrittore e si firma Bashevis…

Primo colpo di scena: Sam Warner muore per un tumore nell’immediata vigilia della “prima”: la serata fu trionfale, ma in sala erano in molti a credere che fossero stati i fratelli a ucciderlo… Quella sera, è Jake Singer ad accogliere il sindaco e il governatore, Mae West (in un fiammante abito rosso) e Chaplin (con una giovanissima accompagnatrice), Randolph Hearst con Marion Davies, Buster Keaton, Greta Garbo, Louise Brooks, Eugene O’Neill, Sinclair Lewis e Theodore Dreiser, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, John Barrymore, Franklin Delano Roosevelt e la moglie Eleonor. A fine serata, un uomo si avvicina a Jake Singer: intende offrirgli un lavoro. Il protagonista non lo riconosce immediatamente, ma nella sua decapottabile è seduta Gloria Swanson e da qui deduce l’identità di quell’uomo, sa che ha fatto montagne di soldi con i liquori e nutre un’ambizione sconfinata. Il suo nome è Joseph Patrick Kennedy. Leggi il resto dell’articolo

Cat Ballou [id.], Elliot Silverstein, 1965 – [filmTv47] – 7

Oscar a Lee Marvin come migliore attore – interpreta due ruoli, il buono e il cattivo – è il film della consacrazione per Jane Fonda, che all’epoca viveva in Francia con Roger Vadim.

È una parodia western, una farsa che inclina al musical, se si pensa al ruolo assegnato a due musicisti di strada – Nat King Cole e Stubby Kaye – due cantastorie che strimpellano e anticipano ciò che sta per accadere. Combinazione rara: un paio di anni fa, i fratelli Coen tentarono un’operazione simile, con La ballata di Buster Scrubbs.

Ma se si vuole trovare qualche parentela meno scontata, credo che questo film sia una delle principali fonti di ispirazione di Bruno Bozzetto per uno dei suoi capolavori, West and Soda.

Catherine Ballou, giovane maestrina, torna a casa nel Wyoming (paesaggi alla Shane) e vede uccidere il padre (il noto caratterista John Marley) da un killer senza naso, e decide di vendicarlo, ingaggiando Kid Shelleen, un famoso pistolero, ma costui si rivelerà un ubriacone in grado di usare la colt solo quando il tasso alcolico raggiunge una certa soglia. “Cat” ha letto troppi romanzi e ha un’indole da sognatrice. Sa che l’assassinio del padre è finalizzato a farle vendere il suo pezzetto di terra, i mandanti sono certi loschi affaristi di Wolf City, e decide di contrattaccare, con l’aiuto del pistolero ubriaco e di alcuni giovanotti innamorati di lei, fra cui un pellerossa. Per finanziare la sua banda, l’ex maestrina organizza anche una rapina al treno, mentre aleggia l’ombra del famigerato Silvernose (il killer senza naso)… Il film è racchiuso in un lungo flashback, perché Cat è stata catturata e sta per essere impiccata.

Dal romanzo La ballata di Cat Ballou, di Roy Chanslor, adattato da Walter Newman e Frank Pierson. Nat King Cole morì di cancro al polmone prima dell’uscita del film.

Il macellaio, Alina Reyes, 1988

Un tempo non troppo lontano, le macellerie erano campi di battaglia, luoghi da evitare per chi fosse impressionabile: larghi pezzi di carne cruda, carcasse squarciate, sembravano essere stati appena staccati dagli animali, su pareti e pavimento piastrellati si vedevano schizzi di sangue, e poi lucidatissimi e affilatissimi coltelli, lame strette e lame larghe, mannaie e disossatori, senza dimenticare gli odori… Potevi restare nauseato o affascinato.

A metà degli anni Settanta, fu Baudrillard a cogliere il cambiamento: l’uomo occidentale cercava di espellere la morte dalle città, perciò smise di collocare i cimiteri dietro il campanile della Chiesa e si preoccupò di anestetizzare l’istinto del carnivoro, impacchettando le carni in confezioni anonime, rivestite di plastica, solo l’etichetta a dichiarare di che pezzo e di che animale si tratti. All’esibizione della genuinità, si è preferita l’asetticità.

In questo racconto – occorre meno di un’ora a leggerlo – la voce narrante è quella di una ragazza poco meno che diciottenne. Vive con i genitori, frequenta la scuola di Belle Arti e quell’estate fa da cassiera in una grande macelleria al mercato coperto, in una località di villeggiatura sul mare.

Alla ragazza, la macelleria piace: “con toni che andavano dal rosa chiaro al rosso scuro, le carni catturavano la luce come gioielli viventi”. Il proprietario e la moglie hanno assunto lei, un paio di commessi che si occupano delle consegne a domicilio e un abile macellaio. Costui, un uomo dall’età imprecisata, ma certo ben oltre i trenta, comincia a corteggiare la giovane cassiera con frasi sfrenate, promesse esplicite di godimento, facendo balenare un delirio erotico, orgasmi a ripetizione, una possessione amorosa da vivere fino allo sfinimento. A volte, il macellaio si china a sussurrarle all’orecchio, ma non osa sfiorarla con un dito. Lei non si ribella né lo incoraggia. I due protagonisti non hanno un nome. Leggi il resto dell’articolo

Signorina Cuorinfranti, Nathanael West, 1933

Miss Lonelyhearts è un romanzo breve che riprende il titolo di una rubrica per un quotidiano newyorkese. Raramente ho letto pagine così intrise di squallore, attraversate da un’umanità dolente, ignorante, sgrammaticata, costretta a convivere con un’infelicità insopportabile.

Lettori e, soprattutto, lettrici raccontano le proprie disgrazie e le proprie sofferenze. La rubrica è tenuta da un uomo, di cui non sapremo il nome. La narrazione è in terza persona, il protagonista – Miss Lonelyhearts – deve rispondere a richieste d’aiuto o di consolazione. Riceve una trentina di lettere al giorno, “e si somigliavano tutte, biscotti di sofferenza ritagliati con uno stampino a forma di cuore”. In larga maggioranza sono donne, quasi tutti si firmano con uno pseudonimo, per esempio “Desolata” oppure “Stufa-marcia-di-tutto”.

“Espressioni inarticolate di autentica sofferenza” debordano da quelle lettere: la moglie in attesa dell’ottavo figlio, la sedicenne troppo brutta per avere un fidanzato, il ragazzino che sospetta che la sorella sordomuta sia stata violentata, la donna che vive con uno storpio con cui non riesce ad avere rapporti sessuali… Sono gli anni della Depressione e del Proibizionismo. Figlio di un pastore battista del New England, Miss Lonelyhearts vive solo, in una camera desolantemente spoglia, va spesso a ubriacarsi in uno speakeasy (spaccio clandestino). Due mesi prima, aveva chiesto a Betty di sposarlo, ma forse non è stata una buona idea. Non hanno ancora fatto sesso.

Frustrato dalla propria incapacità di offrire un aiuto reale, il protagonista non riesce a smettere di pensare a quelle dannate lettere. Crolla. La Grande Depressione si amplifica nella sua personale depressione. Entra in una spirale autodistruttiva, non trova sollievo nell’alcol, nel sesso occasionale, nella religione. La trama si concentra in alcuni mesi, fra la fine di un inverno e l’inizio della primavera. Leggi il resto dell’articolo

Pirati, Arthur Conan Doyle e José Muñoz

Uno scozzese (1859) e un argentino (1942): combinazione assai efficace. Tales of Pirates raccoglie cinque racconti tradotti da Daniela Alfieri. Faceva parte di un esperimento imbastito da Luigi Bernardi, che pochi mesi prima lanciò una collana nella quale il testo letterario era arricchito da illustrazioni di fuoriclasse del fumetto (Mattotti per Tonino Guerra), scommettendo sul “prepotente ritorno del libro illustrato”.

Muñoz propone 22 illustrazioni, alcune a doppia pagina. Descrivendo lo stile del Conan Doyle “extra Sherlock Holmes”, Bernardi parla di una avvincente miscela di verosimiglianza (frutto di esperienze dirette e vasta documentazione) e di gusto per l’intrattenimento. All’amico Luigi avrei suggerito di inserire una mappa dei luoghi in cui si svolgono i fatti.

“Quando il trattato di Utrecht pose fine all’immane guerra di Successione spagnola, i numerosi corsari che durante il conflitto erano stati assoldati dalle parti contendenti si ritrovarono disoccupati”. Quella guerra finì nel 1714.

I corsari non vanno confusi con i bucanieri, spiega Conan Doyle: “i bucanieri erano qualcosa di più d’una semplice accolita di predoni. Costituivano una sorta di repubblica navigante, con proprie leggi, proprie usanze e una propria disciplina. Nel corso della loro lunga e spietata guerra contro gli spagnoli, essi (inglesi e francesi) ebbero dalla propria parte una qualche parvenza di legalità”. Poi venne il giorno in cui “le flotte dei bucanieri non si radunarono più alla Tortuga e il pirata solitario prese il loro posto… Individui selvaggi e disperati, che ammettevano apertamente di non avere quartiere nella loro guerra contro l’umanità”. Leggi il resto dell’articolo

Steffi Graf, Elena Marinelli, 66thand2nd, 2020

Truffaut fa dire al protagonista di un suo film: “Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia” (L’uomo che amava le donne, 1977). Fra il 1987 e il 1999, le gambe della Graf erano una delle sette meraviglie del mondo.

Timidezza, introversione, spasmodica concentrazione… E poi quel dritto fulminante, fosse incrociato, lungolinea o, meraviglia delle meraviglie, sparato in uscita dalla sinistra del campo. Il volto di Steffi Graf era impassibile, sempre a un millimetro dalla sofferenza. L’ho istintivamente inserita fra quegli sportivi che ci comunicano una verità essenziale: il dolore per una sconfitta può essere ben più intenso della felicità per una vittoria.

È una lettura piacevole, fin troppo trattenuta, quasi che Elena Marinelli non volesse offendere la ricercata riservatezza della protagonista (nulla a che vedere con la l’epica di Open, più vicina al taglio di Inarrestabile).

La scrittrice si ritaglia poche pagine autobiografiche. Molisana, nata nel 1981 o ’82, scopre il tennis in vacanza al mare. Non tifa Milan, ama Troisi. Dal web si ricava che l’anno di nascita è l’82, il paese d’origine Casacalenda, ha studiato Scienze della Comunicazione e poi al DAMS di Bologna, porta gli occhiali, aveva già pubblicato un romanzo (Il terzo incomodo) e con Steffi Graf non è mai riuscita a parlare. Da Las Vegas, dove vive, pare che l’ex campionessa risponda a tutti così: «Grazie, ma non sono interessata a libri che riguardano la mia vita».

Passione e perfezione”, più che una biografia, un’ecografia, uno scandaglio di riverberi e ombre, uno studio meticoloso e documentatissimo del gioco di Steffi Graf e di come corrispondesse alla sua personalità.

Stefania Maria nasce il 14 giugno 1969, primogenita di Peter Graf, che vende auto usate e assicurazioni automobilistiche, e Heidi Schalk, “che adora ballare e ogni tanto dà lezioni private”. Vivono a Mannheim, Germania Ovest. È stato il padre ad avvicinarla al tennis, quando non aveva ancora cinque anni. Alla bambina piace vincere per compiacere i genitori e per il gusto della ricompensa: merendine, fragole, gelato. Scopre in sé una fortissima capacità di dedizione al gioco. Se ha paure, non le mostra. Fin dagli otto anni, Dunlop le fornisce le racchette; poi sarà Adidas a vestirla. Il padre la asseconda quando si accorge che a Steffi non piace giocare il topspin, allora così di moda, ma preferisce colpire la pallina forte e diritta.

Dal 1983, Steffi entra nel circuito professionistico. Mostra doti rare: impara dalle sconfitte e non lascia trasparire le emozioni. È precoce, ma meno di Austin, Shriver e altre. Non vince uno Slam nelle prime quattro stagioni da professionista. Solleva il primo trofeo al quarantasettesimo tentativo.

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Katherine Mansfield, due racconti: Alla baia – Garden-Party

Alla baia

Comincia con una descrizione dettagliata, minuziosa, acutamente sensoriale. Prima di proporre i personaggi e i loro conflitti psicologici, Mansfield descrive l’ambiente, la baia di Crescent: ciò che vedono gli occhi, ciò che si può sentire, ciò che si può annusare… “Era caduta una pesante rugiada . L’erba era azzurra, e grosse gocce pendevano dai cespugli, erano lì lì per cadere; il toi-toi argenteo e lanuginoso era fiacco sul suo lungo stelo, e tutte le calendule e i garofani dei giardini s’inchinavano fino a terra sotto il peso dell’umidità.

Sembrava che il mare fosse avanzato furtivamente nell’oscurità, che un’unica immensa ondata fosse salita gorgogliando – fino a dove? Forse, se ti fossi svegliato nel mezzo della notte avresti potuto vedere un grosso pesce guizzare per un attimo davanti alla finestra”. Leggi il resto dell’articolo

Operazione Shylock, Philip Roth, 1993

Mai avevo assistito a un gioco altrettanto abile nel rapporto fra verità e finzione, a un intreccio altrettanto complesso sui temi dell’identità. Il sottotitolo di Operation Shylock è “Una confessione”, ma nella nota finale Roth ci informa che questa confessione è falsa… Tradotto da Vincenzo Mantovani, l’immagine di copertina sembra di Chagall, invece è di Emilio Tadini (Oltremare, 1991).

Gennaio 1988: Philip Roth è un celebre scrittore ebreo americano, vive fra New York e Londra, ha pubblicato sedici libri, e scopre che un altro Philip Roth lo sta impersonando in Israele, dove si sta svolgendo il processo a John Demjanjuk, “il boia di Treblinka”; costui ha appena incontrato a Danzica Lech Walesa, per parlargli della sua idea di una nuova diaspora, da Israele ai paesi europei dai quali gli ebrei erano fuggiti.

Philip Roth da cima a fondo

Il narratore si trova dentro un incubo “classico” della letteratura occidentale, quello del sosia. Colui che sta scrivendo (il vero Philip Roth) confessa di essere appena uscito da un drammatico esaurimento nervoso, innescato dal dolore fisico successivo a un intervento chirurgico; per dormire, aveva assunto un sonnifero, l’Halcion (da tempo fuorilegge in altri Paesi) e questo farmaco gli aveva provocato effetti collaterali disastrosi, facendogli meditare il suicidio e provocandogli sensi di colpa verso l’anziano padre e verso la moglie Claire.

Nei suoi romanzi, Roth ha spesso usato alter-ego (Zuckerman, Portnoy, Tarnopol, Kepesh), queste altre identità gli sono servite per costruire fiction. E quell’uomo sotto processo è davvero John Demjanjuk?

Il “boia di Treblinka” era un ucraino fatto prigioniero dai nazisti e destinato a far funzionare la camera a gas. Quel John Demjanjuk era arrivato negli Stati Uniti nel 1952, viveva a Cleveland, Ohio, con la moglie ucraina e i quattro figli, tre nati in America… A Treblinka, “Ivan il Terribile” per oltre un anno aveva posseduto un potere assoluto, “poteva fare a chiunque tutto quello che voleva”. Uccideva fino a tremila persone al giorno. Picchiava, seviziava, sventrava… “In tutta la storia del mondo era mai stata concessa a qualcuno, in qualche posto, la possibilità di uccidere tante persone tutte da solo?”. Nell’aula processuale, davanti a trecento spettatori, Demjanjuk si presenta calvo, grasso; dietro di lui siede un figlio ventiduenne. Philip Roth li osserva: approfittando di un’intervista all’amico Aharon Appelfeld, è andato a Gerusalemme. E presto si trova faccia a faccia con l’altro Philip Roth. Leggi il resto dell’articolo

Picnic a Hanging Rock, Joan Lindsay, 1967

Una roccia vulcanica alta circa centocinquanta metri, un nero complesso megalitico pieno di grotte e crepacci, che si alza nella pianura a nord di Melbourne: questa è Hanging Rock.

Nell’anno 1900, quel luogo fu teatro di un evento misterioso e spaventoso: tre donne scomparvero nel nulla. Miranda e Marion erano due diciassettenni dell’Appleyard College, la quarantacinquenne signorina Greta McCraw vi insegnava matematica. Non è un fatto storico, ma un autentico mito, su cui le interpretazioni si sono moltiplicate e contraddette. Scrive Joan Lindsay: «Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per conto proprio. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nell’anno 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza.»

Il romanzo uscì nel 1967, otto anni dopo Peter Weir ne ricavò un notevole film; la traduzione per Sellerio è di Maria Vittoria Malvano. Picnic a Hanging Rock è anche il titolo di un dipinto di William Ford, realizzato nel 1875 ed esposto alla National Gallery di Melbourne.

Diciannove ragazze e due insegnanti, il giorno di San Valentino del 1900, andarono a fare un picnic alla base della grande roccia vulcanica. Era una mattina d’estate, “calda e quieta”, le collegiali “svolazzavano nei loro vestiti da festa di mussola come un nugolo di farfalle elettrizzate”.

Miranda aveva “lisci capelli biondi come il grano”; la coetanea Irma era bruna con splendidi ricci; Marion era magra e sottile come un levriero. Di pochi anni maggiore di queste tre allieve, “Mademoiselle” Dianne de Poitiers insegnava danza e conversazione in francese, ed era una delle due insegnanti, con la McCraw, a cui la Appleyard ha affidato la gestione del picnic. Vi partecipano tutte le collegiali, tranne la tredicenne Sara, orfana, punita per non aver imparato a memoria una poesia. Leggi il resto dell’articolo

Teoria imperfetta dell’amore, Scott Hutchins, Einaudi, 2012

San Francisco, è importante dirlo subito. Natura fantastica più massima libertà sessuale più Silicon Valley. A parlarne, in prima persona, è Neill Bassett Jr., trentasei anni, divorziato, dunque con un fallimento alle spalle.

L’ex moglie è la coetanea Erin. Sono passati due anni; da allora, “ogni tanto ho stiracchiato una storiella con qualche tipa e di quando in quando mi sono consolato con una botta e via”. Neill vive con un gatto, ha uno strano lavoro in una start up nel campo dell’intelligenza artificiale, dopo aver lungamente lavorato nella pubblicità. Il padre – Neill Bassett Sr. – si suicidò quando Neill frequentava il college. Neill viene dall’Arkansas, dove vive ancora la madre, guida una Subaru ed è tifoso dei San Francisco Giants.

Come spiegare il lavoro di Neill? Contribuire all’implementazione di un computer in grado di riprodurre le conversazioni, dunque le emozioni umane. In altri termini, Neill cerca di conferire caratteristiche umane a una macchina, innescando scambi affettivi. Per realizzare questo ambizioso progetto, il suo capo, un genio ottantenne di nome Henry Livorno, ha inserito nella memoria del computer ogni frase estraibile dai diari del padre di Neill.

Un giorno Neill conosce Rachel, ventenne, alta e bionda, arrivata a San Francisco da un mese e già membro di una specie di setta (“un pot-pourri di buddhismo, chakra e cristalloterapia”); Rachel è rimasta traumatizzata quando un suo ex fidanzato ha messo in rete alcuni filmati di loro due che facevano sesso. Rachel vuole provare le ostriche, nello stesso ristorante arriva Erin insieme al nuovo compagno: Rachel è abbagliata, dice che somiglia a Audrey Hepburn…

A Working Theory of Loveworking, non imperfect – è stato tradotto da Marco Rossari.

Neill passa ore a chattare con il fantasma del padre. Non ha le competenze né la mentalità di un ingegnere, ma si trova a operare su come l’uomo potrà interagire con la tecnologia. Un giorno il computer comincia a porgli domande personali, e comprende che a rispondere è il figlio. Fa pensare all’autocoscienza di HAL 9000; Henry Livorno afferma: “La coscienza è un incidente cosmico, ma forse non è poi così difficile da provocare”.

Anche quando conosce Jenn (una donna che sembra la sua copia al femminile), Neill continua a ripensare a Rachel e a Erin. “Piuttosto che pensare all’amore come se fosse una decisione su un acquisto importante… noi proiettiamo delle qualità ideali sulla persona che amiamo”. Dopo una lunga sospensione, quando la chat riprende vita, Livorno stabilisce che sia indispensabile far rispondere al computer dalla madre di Neill. È arrivato il momento in cui la macchina si crede umana.

Neill vorrebbe riprovarci con Rachel, ma lei diffida: “Allora perché mi sento come se tu fossi l’ottanta per cento della mia vita e io il dieci per cento della tua?”. Forse, il segreto nascosto dietro il suicidio del padre sta nei diari mancanti, quelli dell’anno 1976, quando nacque Neill. Che continua a fare i conti con il passato…

Miracoli o coincidenze

Primo marzo 1950, Beatrice è il nome di una cittadina sperduta nel Nebraska. Fa freddo. Alle quattro del pomeriggio, il reverendo Walter Klempel e sua moglie fanno quei pochi passi che servono per entrare in chiesa e accendere la caldaia, le prove del coro inizieranno alle 19.30.

I tredici membri del coro sono sempre puntualissimi, il reverendo ci tiene molto, alla puntualità; l’impegno è quello di presentarsi almeno un quarto d’ora prima. Ma quel giorno succede qualcosa.

Il reverendo ha un contrattempo: la sua bambina di diciotto mesi si sporca il vestito un attimo prima di uscire. Mentre la moglie riveste la bambina, un’esplosione fa tremare le loro finestre. Sono le 19.25.

Pochi minuti prima, la direttrice del coro era pronta per andare in chiesa, ma sua figlia Marilyn – la pianista del coro – si è addormentata sul divano, e si sta lentamente vestendo.

Intorno alle 19.10, Herbert Kipf, uno dei tre membri del coro di sesso maschile, già in ritardo, è ancora bloccato alla scrivania dalla stesura di una lettera urgente.

La signora Schuster e sua figlia Susan, che di solito arrivano per prime, sono andate in visita dalla nonna, e sono state trattenute più del previsto per impacchettare aiuti umanitari.

Anche Harvey Ahl esce di casa in ritardo: sua moglie non è in città, ed è costretto a occuparsi dei figli, che lo rallentano e forse gli fanno perdere la nozione del tempo.

Invece, Royena e Sadie Estes sono uscite di casa come sempre, puntualissime. Ma stavolta l’auto non parte. Aprono il cofano inutilmente. Sadie rientra in casa e telefona a un’altra corista, Ladona Vandergrift: per andare in chiesa, può passare dalle loro parti e dare loro un passaggio.

Ladona Vandergrift frequenta ancora il liceo e non sta riuscendo a risolvere un compito di geometria, risponde alla telefonata e promette di caricare Royena e Sadie.

Lucille Jones e Dorothy Wood vanno alle prove dopo aver ascoltato il loro programma preferito alla radio; quel pomeriggio il programma è molto divertente, decidono di aspettare che finisca, non sarà la fine del mondo se per una volta arrivano in ritardo.

Infine, Joyce Black abita a poche decine di metri dalla chiesa e perciò non ha nemmeno bisogno di guardare l’orologio, le basta muoversi quando sente il rumore delle auto degli altri coristi. Quel pomeriggio non le ha sentite, forse non sa nemmeno di essere in ritardo, ma ecco l’esplosione. Sono le 19.25.

Una fuga di gas dalla caldaia, la chiesa brucia in pochi minuti. Nessun morto. Tutti e tredici i membri del coro erano in ritardo.
Un miracolo o una decina di coincidenze?

Breviario comico, Michele Serra, 2008, Feltrinelli

“A perpetua memoria” – così recitava il sottotitolo – sono qui raccolte alcune delle rubriche scritte settimanalmente per «L’Espresso», fra il 2002 e il 2008. Sono 72 frammenti satirici, spesso esilaranti. In diversi casi, il riso esplode incontenibile: fatto ancora più significativo, a distanza di anni dagli episodi narrati.

La costruzione della rubrica seguiva uno schema prefissato: un argomento affrontato con 4-5 variazioni sul tema. Bersagli ricorrenti: i vip e le famiglie reali, l’integralismo cattolico, la new economy, la regressione leghista, il culto e la vanità della ricchezza, la moda e il tracimare del gossip, i giovani scrittori e le tendenze letterarie, e naturalmente Berlusconi, anzi il berlusconismo, nelle sue infinite forme.

L’esplosione dell’effetto comico avviene per accumulo, grazie alla ridondanza, all’aggettivo perfetto, allo spiazzante capovolgimento del punto di vista. Ogni tanto Serra finge di essere un giornalista, costretto – da contratto – a occuparsi di certe sciocchezze… È evidente la piega moraleggiante, alla Nanni Moretti; l’autore non cerca nemmeno di dissimularla. Meno evidente, ma altrettanto forte, mi sembra il fastidio per l’attualità politica, ridotta a rumore di fondo. Ecco tre fra i passaggi più divertenti, segni dell’amarezza dei tempi.

“Fu effettivamente Carlo d’Inghilterra a commissionare ai servizi segreti l’incidente d’auto che uccise Diana Spencer e Dodi al-Fayed, e il movente fu passionale: Carlo non sopportava che Dodi avesse un’altra”. (Gossip, 2002)

“Il reverendo Watt è la guida spirituale della piccola Chiesa testamentale del Supplizio, una setta del Middle West che pratica la lettura al megafono della Bibbia durante l’intera giornata. Gli adepti di Watt hanno accumulato enormi ricchezze ricattando gestori e clientela di cinema, teatri e ristoranti, disposti a pagare qualunque cifra pur di tenerli lontani. Liberista in economia, creazionista in pedagogia e veramente stronzo nella vita privata, il reverendo Watt intende abolire il senato e sostituirlo con un Sinedrio degli Eletti composto dai suoi dodici figli”. (Politici americani, 2003)

“È consentito, senza limitazioni, solo un caso di fecondazione assistita: quella in cui alla fecondazione assiste un catechista, filmando i momenti più entusiasmanti dell’amplesso e commentandoli, a cose fatte, con i giovani sposi”. (Pdl Buttiglione, 2004)

Big Fish, Daniel Wallace, 1998

Edward, il padre, sta morendo di una malattia incurabile, e William, l’unico figlio, comincia a raccontarne la storia. Una vita fantastica, magica, difficile da credere, in cui la fantasia vola senza limiti (lo scrittore lo dichiara fin dal sottotitolo: A Novel of Mythic Proportions).

Da bambino, Edward Bloom cresceva così in fretta da dover restare bloccato a letto, perché la calcificazione delle ossa non teneva il ritmo; perciò, Edward “impiegava il suo tempo molto giudiziosamente, leggeva. Lesse quasi tutti i libri che c’erano ad Ashland”. Era un minuscolo paese dell’Alabama, più piccolo di una nave; quando qualcuno accendeva il rasoio elettrico, l’illuminazione pubblica si abbassava.

Per tutta la vita, il padre “era come se vivesse in uno stato di costante aspirazione”, sempre alla ricerca di qualcosa, “arrivare, dovunque fosse, non era importante”. Era sempre in viaggio, e ogni volta che faceva ritorno, aveva storie da raccontare alla moglie e al figlio; esperienze straordinarie: la donna con due teste, la pianta che cresceva fino alle nuvole, il gigante che aveva sempre fame, il cane che tranciava le dita a chi voleva andarsene, la vecchia con l’occhio di vetro (nel quale ognuno poteva leggere il proprio futuro).

Sul letto di morte, Edward dice al figlio: “Ricordare le storie che un uomo ha raccontato lo rende immortale, lo sapevi?”. William non lo sapeva, il figlio non assomiglia al padre, avrebbe voluto conoscerlo meglio, gli ha voluto bene ma non l’ha mai capito, la sua fredda razionalità gli ha impedito di credere a quelle storie. Leggi il resto dell’articolo

Stratagemmi di O. Henry

A volte, O. Henry si rivolge al lettore: “Non cominciate, in nessun caso, un racconto in questo modo”. E non mancano le frasi simili a sentenze:

“La vita è fatta di singhiozzi, sospiri e sorrisi, con una certa preponderanza di sospiri”.

“Sapessero gli uomini come passano il tempo le donne quando sono sole, e che si sposerebbero?”.

“Vi è differenza tra camera ammobiliata e pensione. In una camera ammobiliata, quando si ha fame, gli altri non lo sanno”.

“Quando vi dicono che le ricchezze non danno la felicità, non credeteci”.

“Avevano l’aria di uomini cui la vita si fosse presentata come una giacca rivoltabile: sempre a rovescio, da qualunque parte la si infili”.

“Si suol dire che non ha gustato il sapore della vita chi non abbia sperimentato povertà, amore e guerra”.

“Abitudine, la forza che impedisce alla terra di volare in pezzi, sebbene si senta discorrere di non so che sciocca teoria della gravitazione”.

Di questa raccolta, fa parte Il dono dei Magi, che nel 1952 divenne un episodio di un film collettivo. Questo episodio era interpretato da Jeanne Crain e Farley Granger, alla regia Henry King. In Italia, il film uscì con il titolo La giostra umana, il titolo originale è O. Henry’s Full House; prodotto dalla 20th Century Fox, oltre a King venne diretto da Henry Koster, Henry Hathaway, Jean Negulesco e Howard Hawks.

Il dono dei Magi ci porta alla Vigilia di Natale, e ci mostra i coniugi Dillingham, Della e Jim, poco più che ventenni, che vivono in povertà ma desiderano fare un bel regalo al coniuge. In quella casa c’erano solo due tesori, l’orologio d’oro ereditato da Jim e i lunghi, bellissimi capelli di Della. Pur di non deludere l’altro, entrambi sacrificano il loro bene – Della si fa tagliare i capelli, Jim vende l’orologio – e comprano proprio ciò che l’altro può desiderare: una catenella di platino per l’orologio, una serie di magnifici pettini di tartaruga.

Altri racconti di questa raccolta sono ripresi ne La giostra umana: il vagabondo che cerca di farsi arrestare per sistemarsi in galera d’inverno; il rapimento del bambino insopportabile, che costringerà i banditi a pagare un riscatto per restituirlo; il poliziotto che non può arrestare un vecchio amico omicida, finché non gli restituisce un prestito.

Memorie di un cane giallo, O. Henry, Adelphi

O. Henry – pseudonimo di William Sidney Porter – nacque in North Carolina nel 1862 e morì a New York nel 1910. Scrisse solo racconti, questa antologia ne raccoglie trentanove.

Storie brevi, dalle trame semplici. Quasi parabole. Ambientati a New York o nel West (ma non mancano ambientazioni più esotiche), negli anni del ragtime, delle presidenze di Grover Cleveland (1885-89, 1893-97) e di Theodore Roosevelt (1901-1908), questi racconti si svolgono in un tono bonario, colloquiale; ma il colpo di scena è ben congegnato, e non sempre illumina un lieto fine.

Protagonista è un’umanità che deve conciliare il pranzo con la cena; per alcuni, d’inverno, il carcere si fa preferire al dormire all’aperto, ma farsi arrestare può rivelarsi complicato. Allo scrittore piace soffermarsi sulle piccole truffe, gli espedienti (a volte geniali) per sbarcare il lunario. A volte si fa portavoce di storie riferitegli da altri, davanti a qualche bevanda alcolica: “Riferisco la storia così come mi venne raccontata, quasi parola per parola”.

È un’epoca in cui si viaggia a cavallo o in carrozza, il vetturino è una figura chiave. Darsi un appuntamento dopo vent’anni può produrre brutte sorprese fra vecchi amici. Non sono così prevedibili le dinamiche che si innescano fra due cameriere di un ristorante, una attraente e piena di spasimanti, l’altra bruttina e senza corteggiatori. Nelle camere ammobiliate si accumulano un’infinità di tracce umane da decifrare, l’innamorato che insegue la sua donna può persino avvertirne l’odore. I più triti luoghi comuni sui “bifolchi” sono duri a morire, ma bisogna dare il giusto peso al salto di qualità da contadini ad agricoltori. Leggi il resto dell’articolo

Cuori a barre, Cesare Fiumi, Casagrande, 2003

Schegge di cronaca italiana, recuperate in fondo al cestino: “Ci sono storie che lo sguardo sorvola veloce. Storie della grandezza di un insetto che scivolano via d’un fiato… storie stipate in poche righe di giornale”.

Minimalismo? Tutt’altro: “dietro le poche righe curiose o impietose o perfino clamorose di una breve in cronaca, non ci sono tanto l’anomalia e la stranezza, quanto una banale normalità”.

Fiumi sa raccontare con i dettagli; le sue Storie esemplari di piccoli eroi, raccolte da Feltrinelli qualche anno fa, riportavano a galla personaggi dimenticati dal mondo dello sport – gente a suo tempo famosa, come Aldo Ossola, Carlo Tagnin e Franco Bitossi – accantonati per carenza di glamour. E anche in questa raccolta di articoli, apparsi sulle pagine del Corriere della sera e raccolti da un piccolo editore svizzero, si trova la stessa magia: sono frammenti di cronaca che fa dubitare di essere vera, perché la cronaca ci ha disabituato alla verità, e questi squarci di fatti realmente accaduti si elevano fra Borges e Spoon River, a ricordarci quanto siamo bravi a dimenticare, a girare la testa, a non farci caso.

Eppure, “ci sono vite che sono corde tese di coerenza”, persone che non smettono mai di assumere responsabilità, di portare pesi, terribilmente dignitose, quasi eroiche, e perciò destinate a passare inosservate. Una “breve di cronaca” è il loro destino. Leggi il resto dell’articolo

Le amicizie pericolose, Pierre Choderlos de Laclos, 1782

Prima Frears, poi Forman… Per due volte in pochi mesi, alla fine degli anni Ottanta, Les liaisons dangéreuses – tradotto per Einaudi da Adolfo Ruata – conquistarono il grande schermo come una moderna indagine sull’amore e sul potere, sul conflitto fra i sessi e sulla violenza intrinseca a ogni convenzione sociale. Dal film, si passa al libro – capolavoro del romanzo epistolare – e si scopre una complessa architettura stilistica (vi appaiono, cioè scrivono, dieci soggetti diversi) e si resta abbagliati dall’acutezza dello sguardo sulla natura umana.

Sono 175 lettere, scritte fra agosto e dicembre. La tecnica narrativa di Choderlos de Laclos pone il lettore nella condizione di vedere, insieme, il dramma e il dietro le quinte (i trucchi ideati e realizzati dai due burattinai, Valmont e Merteuil); pur disprezzandoli, il lettore dovrà ammirarne le doti psicologiche, l’ironia e il sarcasmo nella scrittura; i comprimari sono ridotti a pedine, mosse a piacimento al solo scopo di conseguire il risultato desiderato: il potere e la vittoria, in qualsiasi forma.

A sette anni dalla Rivoluzione, Choderlos de Laclos mise in scena un dramma della gelosia e dell’ipocrisia. Complici fino alla mortale inimicizia, il visconte e la marchesa sono i simboli di un’epoca libertina, dove la morale della nobiltà è vampiresca e senza scrupoli, purché tenuta rigorosamente segreta. Nel momento in cui le lettere che dovevano servire come prova dei successi di Valmont diventano pubbliche, crolla il castello di carte, e l’ignominia colpisce anche la marchesa de Merteuil. Viene da pensare che entrambi – visconte e marchesa, coppia dissoluta, dotata di una malefica intelligenza – siano mossi da un istinto di autodistruzione.

Il lettore viene spinto a dubitare: l’editore avverte che i fatti raccontati non sono, come pretende “il compilatore”, contemporanei, ma remoti, e che sono verosimili, certo, ma non è detto che si siano davvero verificati. La morale sarebbe quella di “svelare i mezzi adoperati dalle persone scostumate per corrompere quelle di buoni costumi”. Leggi il resto dell’articolo

Un’arancia a orologeria, Anthony Burgess, 1962 #Kubrick. #ClockworkOrange.

Non c’è nemmeno un personaggio positivo. Si finisce per pensare: “per forza Alex è diventato così”… Si può addirittura provare simpatia per lui, soprattutto dopo che è stato sottoposto alla Cura Ludovico.

Ma non è il mio caso: la violenza del potere e la strumentalizzazione della violenza privata per togliere il libero arbitrio, non riescono a farmi dimenticare la gratuita ultraviolenza di Alex e dei suoi Drughi. Comunque, il protagonista non è un eroe, e l’orrore più profondo lo desta il mondo in cui si muove.

La storia è vista con gli occhi del non ancora sedicenne Alex, dalla sua prospettiva; non fa altro che rivolgersi al lettore, chiedendo comprensione, ma non cerca di giustificarsi per le azioni compiute. Alex ama svisceratamente Beethoven e soprattutto la Nona Sinfonia. Usa un linguaggio inedito, nel quale miscela parole comuni a uno slang giovanile (gli individui “scricciano” e “locchiano” invece di strillare e guardare; gli uomini si chiamano “soma”, hanno “biffe” e “sgranfie” invece di facce e mani).

Ambientata in un non lontano futuro distopico, la trama si articola in tre parti: nella prima, Alex e i suoi amici si drogano e compiono azioni violentissime, per puro divertimento, fino al tradimento degli amici, che non sopportano le sue prevaricazioni, e all’arresto di Alex; nella seconda, condannato a quattordici anni per l’omicidio di una donna, aggredita in casa, il protagonista viene rinchiuso in un istituto per minori, e chiede di essere sottoposto a un trattamento sperimentale, la Cura Ludovico; nella terza, condizionato a fare solo il bene da una terapia che associa alla violenza una nausea insostenibile, Alex viene rispedito nella società, del tutto indifeso, ritrova alcune delle sue vittime di un tempo, arriva a desiderare il suicidio, si salva e viene premurosamente curato dal governo, che vorrebbe neutralizzare le polemiche emerse sulla Cura Ludovico.

A Clockwork Orange venne pubblicato in Italia nel ’69 con la traduzione di Floriana Bossi; tre anni dopo, Stanley Kubrick ne ricavò il film. Esistono due edizioni del romanzo, si differenziano per la presenza di un ultimo capitolo, pare quasi che lo scrittore sia stato costretto a fornire un finale più consolante. Leggi il resto dell’articolo

L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez, 1985

Dal primo romanzo pubblicato da “Gabo” dopo il premio Nobel, non posso ricavare che suggestioni. Misere suggestioni, a confronto con una lingua non meno stordente di questa fantastica storia d’amore. Non indugiando sulla quantità di momenti tragici che si accumulano nel lungo periodo narrato, la scrittura è spesso divertente. L’ambientazione è calda e umida, impregnata di odori e umori, ci sono caimani, zanzare e tanto sudore, la vita scorre in luoghi fra i meno vivibili che io possa immaginare. Eppure…

Primi anni Trenta, una decadente città del Caribe, un tempo ricca sotto il dominio spagnolo, quando ospitava il più grande mercato di schiavi africani nelle Americhe. Comincia la domenica di Pentecoste con il suicidio del sessantenne Jeremiah de Saint-Amour, certificato dall’amico dottore, l’ottantunenne Juvenal Urbino, che scopre la vera identità del morto e la sua vita segreta. Entra in scena Fermina Daza, settantadue anni, da più di cinquanta sposata con il dottore.

Juvenal Urbino era molto abitudinario. Cercava così di rallentare l’erosione dei ricordi. Fermina Daza “aveva scoperto a poco a poco l’incertezza dei passi del marito, i turbamenti d’umore, le crepe della memoria, l’abitudine recente di singhiozzare nel sonno, ma non li aveva considerati segni inequivocabili della ruggine finale, bensì un ritorno felice all’infanzia. Per questo non lo trattava come un vecchio difficile ma come un bambino senile, e quell’inganno era stato provvidenziale per entrambi avendoli messi in salvo dalla compassione”.

Tutti i giorni, il dottore si concedeva un breve sonnellino. Quella domenica, “lo svegliò la tristezza. Non quella che aveva provato la mattina davanti al cadavere dell’amico, ma la nebbia invisibile che gli riempiva l’anima dopo la siesta e che lui interpretava come la notifica divina che stava vivendo i suoi ultimi pomeriggi”. E pochi minuti dopo, muore… Accade in modo buffo, Juvenal Urbino cade dalla scala su cui era salito per riacciuffare l’amato pappagallo. La moglie accorre, “e il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile di morirsene senza di lei e la guardò l’ultima volta per sempre con gli occhi più luminosi, più tristi e più riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, e riuscì a dirle con l’ultimo respiro: «Solo Dio sa quanto ti ho amata»”.

A pagina 56 compare il terzo protagonista, Florentino Ariza, andato a porgere le condoglianze. “Era quello che sembrava: un vecchio socievole e serio”, ha settantasei anni ed è sempre rimasto scapolo. “Fermina Daza lo aveva respinto senza appello dopo alcuni amori lunghi e sofferti, ed erano trascorsi da allora cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni”. L’aveva conosciuta quattro anni prima, poco più che tredicenne, e “quello sguardo casuale fu l’origine di un cataclisma amoroso che mezzo secolo dopo non era ancora terminato”. Leggi il resto dell’articolo

Nulla succede per caso, Robert Hopcke

A volte restiamo increduli di fronte a un certo tipo di coincidenze, quasi romanzesche: ci fanno temere di non avere il pieno controllo della nostra vita, di non essere gli unici autori della nostra storia.

“Quando noi decidiamo di modellare la nostra vita sulla base di quello che sappiamo di noi, decidendo l’intreccio come se fossimo uno scrittore, ci dimentichiamo che, di noi, sappiamo solo una parte della storia: ci sfugge tutto quello che è inconsapevole. Ed è l’inconscio che modella la nostra storia”.

Un “evento sincronistico” è una coincidenza dotata di un significato soggettivo per la persona coinvolta. “Alcuni fra i più memorabili eventi sincronistici nella vita di un individuo riguardano l’incontro casuale con la persona giusta al momento giusto”. Si assiste a una convergenza di eventi esterni e condizioni interiori. 

Nel 1952, Carl Gustav Jung pubblicò La sincronicità come principio di nessi acausali. Mise le basi per un’analisi delle coincidenze significative (sempre soggettive), come “sequenza insolita di avvenimenti simultanei in qualche misura collegati fra loro”. Jung definiva le coincidenze “eventi sincronistici”, fenomeni in grado di cambiare la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo, di aprirci nuove prospettive. Hopcke aggiunge che le coincidenze più significative si verificano in concomitanza con cambiamenti di vita importanti e non derivano da rapporti di causa/effetto. Leggi il resto dell’articolo