Il lupo della steppa, Hermann Hesse

Der Steppenwolf uscì a Berlino nel 1927, la traduzione di Ervino Pocar è del 1946 (doveva uscire nel ’41, ma era un testo pacifista). Riletto a distanza di quarant’anni, mi piacque molto più allora.

Nella finzione, un “curatore” decide di dare alle stampe il manoscritto lasciato da un uomo scomparso nel nulla. Il curatore ricorda il primo incontro con quel cinquantenne: si presentò da sua zia a chiedere una camera ammobiliata, poi “abitò in casa nostra per nove-dieci mesi”. Era un individuo “selvatico e un poco ombroso”; accettò ogni condizione, chiese solo di non essere segnalato alla polizia.

Harry Haller era la sua identità. Scrive il nipote dell’affittacamere: “era un genio della sofferenza e aveva catturato … una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole”. Pessimista su tutto, innanzitutto su se stesso, si autodefiniva “lupo della steppa”, a segnare l’estraneità dalla massa di individui che lo circondavano. Al curatore, un giorno, volle far conoscere una frase di Novalis – “La maggior parte degli uomini non vuol nuotare prima di saper nuotare”. Di che genere era la sua sofferenza? Un giorno Harry Haller disse: “una natura come quella di Nietzsche ha dovuto soffrire in anticipo la miseria di oggi, in anticipo di più che una generazione: ciò che egli dovette assaporare solitario e incompreso, oggi lo soffrono migliaia e migliaia di uomini”.

L’ambientazione è vaga, non ben definiti la città e l’epoca in cui si svolge la vicenda. Attraverso il lungo monologo di Haller, il carattere del libro, come lo definì Hesse, è quello di una “biografia dell’anima”.

“Il borghese brucia oggi per eretici e impicca per delinquente quello stesso al quale posdomani erigerà monumenti”. Soffre, il lupo della steppa, per la decadenza della civiltà occidentale: “Oh, è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito”. Si sente estraneo, anzi ostile, alla cultura di massa: cinematografo, teatro di varietà, sale da ballo, sport, giornali, pubblicità. Leggi il resto dell’articolo

03. Luoghi in cui tornerei volentieri

Nei 30 giorni di aprile, una al giorno, pubblicherò immagini di luoghi in cui sono stato e che mi piacerebbe rivedere.

Trattasi, come ovvio, di una specie di terapia per ingannare il tempo, nel pieno di una quarantena che non finirà presto e nel timore che la vita post-Covid faticherà a ritrovare la leggerezza precedente. Nel fare viaggi, per esempio.

03. Antigua, Guatemala

2571, mi ricordo

Mi ricordo libri letti sconsideratamente prima del tempo e altri quando non avevano più molto da dirmi.

Bodyguard, la miniserie

Bodyguard è una miniserie britannica creata da Jed Mercurio e diretta da Thomas Vincent (episodi 1-2-3) e John Strickland (4-5-6). Trasmessa dal 26 agosto 2018 su BBC One, si sviluppa in sei episodi, per circa sei ore complessive; l’ultimo ha battuto vari record in Gran Bretagna: 10,4 milioni di telespettatori, con uno share superiore al 40%.

La serie è stata interamente distribuita da Netflix il 24 ottobre 2018

Gli attori principali sono Richard Madden (sergente David Budd) e Keeley Hawes (Segretario di Stato Julia Montague), ma ruoli rilevanti sono interpretati da Gina McKee (capo della Polizia Anne Sampson), Sophie Rundle (Vicky, la moglie separata di David) e Anjli Mohindra (Nadia, l’attentatrice suicida).

Il bodyguard si chiama David Budd, è un sergente di polizia che soffre di un grave disturbo da stress post-traumatico. Veterano dell’esercito, ha combattuto in Afghanistan e in Iraq, ha visto morire amici ed è tornato con una vistosa ustione alla schiena. Separato dalla moglie, frequenta i figli nei fine settimana; opera nel comando di protezione del Metropolitan Police Service di Londra. Dopo un atto eroico compiuto casualmente – sventa un attentato terroristico al treno su cui stava viaggiando con i due figli, Charlie (8) ed Ella (10) – David viene destinato alla protezione personale del ministro dell’Interno Julia Montague. Gli è facile capire che quella donna incarna la politica che più disprezza: mandare a morire inglesi a migliaia di chilometri, limitare le libertà in patria in nome della guerra al terrorismo.

La prima parte della trama ruota intorno al rapporto tra Budd e Montague, anzi fra David e Julia: comincia nella tensione, evolve nella comprensione, si scatena in una relazione intima di cui nessuno deve sapere. Leggi il resto dell’articolo

02. Luoghi in cui tornerei volentieri

Nei 30 giorni di aprile, una al giorno, pubblicherò immagini di luoghi in cui sono stato e che mi piacerebbe rivedere.

Trattasi, come ovvio, di una specie di terapia per ingannare il tempo, nel pieno di una quarantena che non finirà presto e nel timore che la vita post-Covid faticherà a ritrovare la leggerezza precedente. Nel fare viaggi, per esempio.

02. A nord di Amsterdam, Olanda

 

2570, mi ricordo

Mi ricordo quando divoravo le pagine di Hermann Hesse.

Cuore di tenebra: Watamu-Mombasa 02.45 – 22 febbraio 2014

01. Luoghi in cui tornerei volentieri

Nei 30 giorni di aprile, una al giorno, pubblicherò immagini di luoghi in cui sono stato e che mi piacerebbe rivedere.

Trattasi, come ovvio, di una specie di terapia per ingannare il tempo, nel pieno di una quarantena che non finirà presto e nel timore che la vita post-Covid faticherà a ritrovare la leggerezza precedente. Nel fare viaggi, per esempio.

01. Aigues-Mortes, Camargue, 1990

 

2569, mi ricordo

Mi ricordo il primo aprile per il compleanno di due gemelle.

2568, mi ricordo

Mi ricordo che un mese fa organizzavamo viaggetti primaverili a Napoli, a Parigi, e forse ce ne stava anche un altro.

2567, mi ricordo

Mi ricordo che in certi momenti puoi lamentarti di tutto, fuorché dello scompenso prodotto dall’Ora Legale.

2566, mi ricordo

Mi ricordo quando la passeggiata più lunga serviva a portare via l’immondizia.

Boogie Nights. L’altra Hollywood [Boogie Nights], Paul Thomas Anderson, 1997 [filmTv19] – 7

Nomination a Burt Reynolds e Julianne Moore, e anche al regista ma per la sceneggiatura: da ammiratore di Anderson (qui ventisettenne), non posso tacere la sensazione che il film (155’), che pure contiene scene memorabili, gli sia un po’ sfuggito di mano.

Mark Wahlberg, Heather Graham, William H. Macy, Don Cheadle, John C. Reilly e Philip Seymour Hoffman completano un cast micidiale, del primo non saprei citare un altro titolo in cui mi sia apparso più convincente.

Nell’assolata California della seconda metà degli anni Settanta, assistiamo all’ascesa e alla caduta di un giovane che entra nel mondo della pornografia, grazie al più prezioso degli attributi che si possano desiderare per quel genere cinematografico. Sembra evidente che la trama ricalchi la parabola di John Holmes, ma il regista preferisce mantenere l’ambiguità.

Eddie è un lavapiatti diciassettenne, quando viene notato da un noto regista pornografico, Jack Horner, con astruse velleità d’artista. Così il ragazzo fa la conoscenza della stordita Rollergirl e della materna Amber Waves (drogata e costretta a stare lontana dal figlio). Della troupe, che vive come in una comune, fanno parte il frustrato Little Bill e il timido Scotty, omosessuale represso.

Il tono grottesco piena rapidamente al tragico (Little Bill si stufa della moglie che la dà a tutti), ma per Eddie – che ha scelto come pseudonimo Dirk Diggler – la salita al successo è travolgente. Anche il porno può concretizzare il Sogno Americano. Finché, in rapida successione, quel mondo crolla: dalla pellicola si passa al videotape; il produttore viene arrestato per pedopornografia; il regista scopre un nuovo giovane talento, che mette ai margini Eddie/Dirk, il cui tenore di vita è ormai difficile da confermare.

Segue, immancabile, la caduta. Anzi, il precipizio, quando Eddie cade nelle mani brutali teppisti omofobi. Finale ottimista, non so quanto sincero.

2565, mi ricordo

Mi ricordo la vischiosa lentezza nell’uscire da un delirio notturno, dove forse sai che stai sognando, ma non sai distinguere fra sogno e vita vera.

L’origami argentato insinua il dubbio: che anche Rick Deckard fosse un Replicante?

La mia risposta è no. La risposta giusta è forse; ma non mi pare che sciogliere questa ambiguità migliori il film, può anzi nuocergli.

Blade Runner galleggia sul dubbio e sulla suggestione: forse anche tu non sei quello che credi di essere… Dice Bryant a Deckard: “I progettisti pensano che col passare degli anni siano in grado di sviluppare delle reazioni emotive proprie: odio, amore, paura, rabbia, invidia”. E Tyrell gli spiega l’inedita funzione dei ricordi (Memories). Leggi il resto dell’articolo

2564, mi ricordo

Mi ricordo un’indigestione notturna, e non so se mai la dimenticherò.

2563, mi ricordo

Mi ricordo il nome di un ospedale di Città del Capo, Groote Schuur, quello in cui Christiaan Barnard effettuò i primi trapianti di cuore.