La Sonata a Kreutzer: l’illusione sulla bellezza

Lev Tolstoj scrive questo romanzo breve nel 1889. E sa bene come catturare l’attenzione del lettore.

Nel corso di un lungo viaggio in treno, il narratore descrive brevemente gli altri passeggeri che si alternano nella sua carrozza e frammenti di dialoghi. Finché un anziano mercante teorizza che l’unico matrimonio sensato e destinato al successo è quello in cui la moglie ubbidisce ciecamente al marito. Molti matrimoni falliscono oggigiorno, sostiene il mercante, perché “sono tutti troppo istruiti”.

Le repliche degli altri passeggeri e in particolare di una puntigliosa signora non scalfiscono le convinzioni dell’uomo, che poi scende dal treno, ma la conversazione riprende e si focalizza sul sentimento dell’amore, sul suo significato, la sua sincerità, la sua durata. Ed ecco che un passeggero si mostra agitato, nervoso e dichiaratamente scettico: per lui l’amore, inteso come la preferenza assoluta accordata a una sola persona, non dura mai tutta la vita, ma solo per un breve intervallo di tempo.

Quel passeggero si presenta. Si chiama Pòzdnyshev, il suo nome è assai noto perché ha ucciso la moglie. È ancora giovane, ma ha i capelli grigi.
Alcuni chiedono al controllore di cambiare carrozza, ma il narratore si fa raccontare come sono andate le cose. Raccoglie una confessione. “Al buio non riuscivo a distinguere il suo viso, ma ascoltavo, con il rumore del treno, la sua voce sincera e grave a un tempo”.

L’uxoricida è di famiglia assai benestante, aveva vaste terre di proprietà, si era laureato e fino ai trent’anni aveva condotto una vita dissoluta, fra bordelli, relazioni a pagamento e cure per la sifilide. Poi aveva conosciuto una donna. “All’improvviso decisi che doveva essere lei quella che cercavo. Mi sembrava che quella sera ella pensasse e capisse tutto ciò che io stesso pensavo e sentivo, e mi sembrava di pensare e sentire le cose più sublimi. La vera realtà era questa: ella stava benissimo in quell’abito di jersey e con quei riccioli e, dopo essere stato con lei tutta la giornata, desideravo starle più vicino”.
Ecco come l’amore si confonde con il desiderio. “È straordinario come di solito ci illudiamo che la bellezza non possa essere disgiunta dalla bontà”.

Jeanloup Sieff, il nudo è una forma di paesaggio

Nasce e muore a Parigi (30 novembre 1933 – 20 settembre 2000); figlio di genitori polacchi, inizia la professione come reporter, negli anni Cinquanta, ottenendo i primi riconoscimenti per un servizio sugli scioperi nelle miniere del Borinage belga.
Passa alla fotografia di moda, collabora con Elle, Vogue, Esquire, Harper’s Bazaar, Paris-Match e altre riviste prestigiose. Nei primi anni Sessanta si trasferisce a New York, dove trascorre circa sei anni, per poi tornare a Parigi.

Il nome di Jeanloup Sieff viene solitamente legato al glamour, alla pubblicità, al nudo femminile.

Astrid -cover_Jeanloup_Sieff_Taschen“Tutti gli aspetti della fotografia mi interessano… Io provo per il corpo femminile la stessa curiosità e lo stesso amore così come per un paesaggio, un viso o qualsiasi altra cosa mi interessi. In ogni caso, il nudo è una forma di paesaggio”. Sieff utilizzava di base una Leica con l’obiettivo 35 millimetri, ma spesso preferiva il 21 millimetri, e l’uso insistito dell’obiettivo grandangolare conferisce ironia e nostalgia al suo stile. Uno stile mai volgare, irriverente e malinconico, che esalta la bellezza e l’armonia delle forme. La nudità delle schiene, le trasparenze e la lingerie sono la sua impronta inconfondibile.

Non vanno dimenticati i ritratti (dalla Deneuve ad Alfred Hitchcock, da Yves Montand a Charlotte Rampling, Mia Farrow, Peter Lorre, Francois Truffaut, Rudolf Nureyev…) e i paesaggi (fra i più celebri, quelle in Scozia, nella Death Valley e in Normandia).

In questa monografia, ripercorre quarant’anni attraverso una selezione di circa 150 fotografie e lunghe didascalie esplicative (scritte nel maggio 1990), che spesso servono a descrivere il contesto in cui venne scattata la foto. Il volume raccoglie molti fra gli scatti più importanti di un fotografo che prediligeva il bianco e nero, i contrasti forti e le ombre allusive. E che sapeva far sprigionare una morbida sensualità dai corpi femminili.

Dice di rispecchiarsi nella poetica del primo Rohmer, quello de Il ginocchio di Claire, e cita Brancusi per manifestare un’identica predisposizione: “Una scultura che non abbiamo voglia di accarezzare è una scultura non riuscita. E ci sono fotografie che fanno venire voglia di accarezzarle, con gli occhi”.

Jeanloup Sieff

Metti, una sera a cena [id.], Giuseppe Patroni Griffi, 1969 [filmtv98] – 7

Tratto dall’omonima commedia teatrale, è un film strano, malamente invecchiato, persino irritante, in cui l’erotismo patinato si mischia all’elucubrazione politica: siamo pur sempre nel Sessantotto, sesso e amore tendono a confondersi come Platone e Mao Tse-Tung.

Fotografia di Tonino Delli Colli, montaggio di “Kim” Arcalli, ottima la colonna sonora di Ennio Morricone, alla sceneggiatura collaborò Dario Argento, e la sua estetica mi pare trasudi in vari momenti.

Jean-Louis Trintignant (Michele), Tony Musante (Max), Lino Capolicchio (Ric), Annie Girardot (Giovanna), ma il film si fa ricordare per Florinda Bolkan (Nina), attrice brasiliana dalla femminilità inquietante: lunghissime gambe, zigomi ossuti, vita stretta, curve aggressive, sguardo assassino, piacque subito a Visconti.

L’ambiente è alto borghese, con malcelate velleità intellettuali: Musante è un famoso attore di teatro, Trintignant è uno scrittore che ha appena accettato di lavorare nel cinema, le due donne sono sempre elegantissime. Estraneo a questo milieu, il solo Ric/Capolicchio, giovane contestatore che si prostituisce. Da chissà quanto tempo, Nina e Max intrattengono una morbosa relazione, di cui Michele pare sia al corrente, mentre tutti sanno che Giovanna è innamorata di Michele e vorrebbe farci un figlio… Ognuno immerso nelle rispettive ipocrisie, ecco che il triangolo amoroso evolve in quadrato, anzi in pentagono. Ma l’atmosfera resta amorale e annoiata, solo Ric riesce a renderla eccitante. Purtroppo si innamora di Nina…

Il succedere delle scene non segue un ordine cronologico, si susseguono salti temporali in avanti e indietro, basta l’aggancio a qualche dettaglio visivo (per esempio, la Bolkan che si appoggia di schiena all’esterno di un’auto). Tutti e cinque si ritroveranno intorno al tavolo imbandito nel salotto di Michele e Nina, un tavolo che a me è parso funebre e che il padrone di casa definisce “una zattera”.

Meteore 19. Barbara Leigh

La sua è una carriera minimalista: finisce in copertina su Playboy e più tardi incarna la Vampirella della Warren, ma il suo momento magico è interpretando Charmagne ne L’ultimo buscadero di Peckinpah, accanto al miglior Steve McQueen.

Come i due si guardano nel saloon e come va a finire la scena, lo lascio alla vostra immaginazione.

Barbara Leigh

La ragazza del peccato [En cas de malheur], Claude Autant-Lara, 1958 [filmtv93] – 7

In caso di disgrazia è il titolo del romanzo di Georges Simenon. Uscito due anni prima, resta superiore al film, per intensità e sfumature, nonostante la pagina scritta non possa contare sul massiccio Jean Gabin (54) e sulla fulgida Bardot (24); a doppiarli, Emilio Cigoli e Fiorella Betti.

Gobillot è un celebre avvocato cinquantenne, vive in una splendida casa e frequenta l’élite. Yvette è senza soldi, da poco a Parigi, pensa sia facile rapinare un orologiaio, ma finisce male. Gobillot accetta di difenderla, Yvette alza la gonna per pagargli l’onorario, lui si limita a proteggerla, sa come usare un falso testimone e riesce a farla assolvere.

Nonostante sia sposato con una donna intelligente, comprensiva e ancora affascinante (Edwige Feuillère interpreta Viviane Gobillot), l’avvocato resta irretito dal candore e della femminilità di Yvette, la sistema in una camera ammobiliata, poi in un appartamento, infine in una bella casa. Non è subito chiaro se voglia esserle padre, fratello, amante. Forse tutto… Sa della relazione con uno studente spiantato (Franco Interlenghi), sopporta le bizze e le stranezze di Yvette, e quando rimane incinta medita di lasciare tutto e ricominciare altrove insieme a lei.

La debolezza del film venne colta da un giovane critico, tale Francois Truffaut: “Il tema non è nuovo… l’amore di un uomo maturo, ben sistemato, per una ragazza troppo giovane e troppo leggera che rappresenta l’eterno femminino”. Mentre stava per esplodere la Nouvelle Vague, la mano del regista è ancora quella che confezionava il cinema di vent’anni prima.

Fenomenale Gabin, uno dei pochi attori che può rendere altrettanto credibile un soldato, un poveraccio, un poliziotto o un ricco borghese. Della Bardot – nudo integrale, di spalle, per una frazione di secondo – si può dire che brilli sullo schermo, anche quando non si è certi di apprezzarne l’interpretazione. Viene da chiedersi cosa pensasse Gabin quando la stringeva a sé e la baciava.

 

Per superare il visto di censura, fu necessario rifare certe scene.

Simone de Beauvoir: “La Bardot è terrena. È ciò che è… Ha una sua realtà propria. È un intoppo tanto per le fantasie licenziose quanto per i sogni eterei. La maggior parte dei francesi ama alternare i voli mistici con la volgarità e viceversa. Con B.B è fatica sprecata. Li incastra e li costringe a essere onesti con loro stessi, ad ammettere la crudezza del proprio desiderio, il cui oggetto è molto preciso: quel corpo, quelle cosce, quelle natiche, quel senso. La maggior parte della gente non ha il coraggio di limitare la sessualità a quello che è e di ammetterne il potere”.

Meteore, sette anni dopo: 1-2-3

Era l’autunno del 2013, quando cominciai a pubblicare una nuova rubrica, dedicata alle attrici che hanno riempito lo schermo con una sola o poche, grandi interpretazioni. “Morettine” svanite un po’ troppo in fretta.
Ne riproduco il contenuto con l’avanti veloce, tre alla volta.

Linda Fiorentino è quella di L’ultima seduzione (John Dahl, 1994), Bridget Gregory, una dark lady che non esita a usare il sesso per raggiungere i suoi scopi. Aveva già interpretato il Fuori orario di Scorsese e poco dopo Friedkin la sceglie per Jade, ma solo nel film di Dahl ha fatto trapelare ciò che non è più riuscita a essere…

Ella Raines è la segretaria di un uomo ingiustamente accusato di omicidio in La donna fantasma (1944) di Robert Siodmak, da un racconto di Cornell Woolrich. Si chiama Carol Richman, detta “Kansas”. Fa di tutto, fino a rischiare la vita, per salvare la vita dell’uomo che (segretamente) ama. Il regista  è quello de La scala a chiocciola, e la sceglierà per altri tre film; in Phantom Lady sa trasformarla in varie declinazioni, molto diverse fra loro, costruendo un magnifico personaggio.

Mia Kirshner: è vero, la si è rivista in Mad City e il suo piccolo ruolo nel Black Dahlia di De Palma non si fa dimenticare; ma il punto più alto della carriera cinematografica di questa attrice canadese risale a quando, nemmeno ventenne, nei panni di Christina illuminò con torbido candore lo strip club Exotica di Atom Egoyan.

Bardot, Deneuve, Fonda, di Roger Vadim

Tra i sette peccati capitali, l’invidia è quello che pratico con minore intensità: a preservarmi è un altro difetto, la presunzione. Perciò ho messo le mani su un libro come questo: per fare qualche esercizio di invidia, essendo complicato trovare altri uomini che abbiano avuto la fortuna di vivere con tre donne così affascinanti. E anche con altre che non conoscevo, all’interno di un’esistenza avventurosa ed eccitante.

Vadim ha conosciuto le prime due di queste donne quand’erano giovanissime, prima che divenissero le stelle che conosciamo.

Nipote di un aristocratico russo, il padre (Plemiannikov) fuggito dopo la Rivoluzione, non aveva ancora vent’anni, Vadim, e già aveva conosciuto una quantità di persone famose… Conobbe Brigitte Bardot quindicenne e la sposò tre anni dopo, nell’inverno 1953, quando era un giornalista di Paris Match e aveva 25 anni. “La bellezza e la sensualità senza pudori di Brigitte sono famose. Essa esemplifica l’erotismo e l’amore per la vita di un’epoca passata. Ma poco si sa dell’angoscia, delle paure e del talento per l’infelicità che spesso la spinsero sull’orlo della tragedia”.

Un altro passaggio illuminante sulla dolce vita di mezzo secolo fa è quello dedicato a Saint-Tropez: “Quello che faceva di Saint-Tropez un posto speciale era il felice connubio di gioventù, ricchezza e classe. Una persona senza denaro poteva vivere come un milionario e un milionario poteva divertirsi come un bohèmien”. In effetti, Vadim pensò bene di regalarsi una Ferrari…

Nelle pagine dedicate alla Deneuve, Vadim pone direttamente la questione che tanti si saranno posti: cosa avranno trovato in lui quelle donne meravigliose? “Per certuni, il segreto erano le mie prestazioni a letto, per altri, io ero soltanto un veicolo per il successo, e per altri ancora ero uno Svengali (un ipnotizzatore malefico) capace di stregare ragazzine innocenti e di plasmarle a mio piacimento. La mia reputazione è altrettanto contraddittoria. O sono un cinico, debosciato impostore, un edonista in cerca del piacere, oppure al contrario un uomo schiacciato dal talento e dalla bellezza delle donne che ama e dalle quali, alla fine, viene invariabilmente abbandonato”.

Inquadramento biografico: Roger Vadim (26 gennaio 1928 – 11 febbraio 2000)

  1. Brigitte Bardot (28 settembre 1934)
  2. Annette Susanne Stroyberg (7 dicembre 1936 – 12 dicembre 2005)
  3. Catherine Deneuve (22 ottobre 1943)
  4. Jane Fonda (21 dicembre 1937)
  5. Catherine Schneider (11 ottobre 1944)
  6. Marie-Christine Barrault (21 marzo 1944)

La natura del divismo: il primo piano

Elizabeth Taylor

Il primo piano era il momento cruciale della costruzione del divo: il suo volto è il migliore specchio dei valori psicologici del personaggio e genera nello spettatore una vicinanza mentale, investendolo di pulsioni e significati affettivi: il divo tende, in quanto protagonista, ad avere il punto di vista che si trasmette allo spettatore, in una sorta di identificazione gratificante. (Cristina Jandelli)

Appuntamento con l’assassino [L’Agression], Gérard Pirès, 1975 [filmTv74] – 6

Due nomi mi hanno spinto alla visione di questa coproduzione Gaumont italo-francese con regista a me sconosciuto: Catherine Deneuve (31 anni) e Jean-Patrick Manchette, scrittore di spietati polar, che firma la sceneggiatura. Nel cast, Jean-Louis Trintignant, Claude Brasseur e il giovanissimo Daniel Auteuil (nonché Franco Fabrizi e Milena Vukotic); la trama mi ha riportato a un illustre predecessore (Duel, Spielberg, 1971) e a un acclamato quasi remake (Animali notturni, Tom Ford, 2016).

La famiglia Varlin viaggia in auto verso la Costa Azzurra. Al volante Paul, accanto la bionda moglie Hélène (Michèle Grellier), sul sedile posteriore la figlia Patty, di dieci anni. In una stazione di servizio, hanno a che fare con una banda di motociclisti, tutti in nero più casco integrale. Paul cade nella provocazione. Comincia l’inseguimento, la banda dispone di motociclette impossibili da seminare, Paul perde il controllo dell’auto e finisce fuori strada, seguono colluttazione e svenimento del capofamiglia. Che al risveglio si trova senza famiglia; morte sia la figlia che la moglie, pure violentata…

Al funerale partecipano solo il vedovo e la cognata, Sarah, sorella minore appena rientrata dall’Inghilterra. Il sopravvissuto non può identificare con certezza i motociclisti, le indagini girano a vuoto, alcuni sospetti si procurano un alibi che puzza di falso, e allora Paul decide di farsi giustizia da sé. Compra fucile e munizioni, parte alla caccia… Non molto sorprendente il colpo di scena finale: quel personaggio è pieno di stranezze patologiche e ritorna troppe volte perché sia solo un caso.

In questo intreccio un po’ slabbrato, si sviluppa un’ambigua attrazione fra vedovo e cognata: inedita forma di elaborazione del lutto… Dell’eleganza della Deneuve, non vale la pena discutere. Stavolta cambia psicologia a seconda di come si sistema i capelli, ed è protagonista di un paio di scene conturbanti.

Gli innocenti dalle mani sporche [Les innocents aux mains sales], Claude Chabrol, 1975 [filmTv72] – 7

Chabrol adorava Hitchcock. Gli piaceva ricalcarne certi schemi, logici e onirici. Ma solo nel descrivere la sensualità è arrivato a eguagliarlo.

Qui può farlo grazie alla bellezza abbagliante di Romy Schneider, fulgida trentasettenne. Bellezza ed eleganza, bellezza e seduzione, bellezza e pericolo: accanto a Julie, tutti vacillano. Nella prima scena è sdraiata pancia a terra, mentre prende il sole nuda, un aquilone svolazza fino a posarsi sulle sue rotonde natiche. Arriva Jeff, l’aitante proprietario dell’aquilone, e Julie decide di non negargli la visione del lato A.

Siamo nella villa isolata di Saint-Tropez, dove vivono i coniugi Wormser; Louis (Rod Steiger) ha diciotto anni più di Julie, pare sia cardiopatico, da tempo non hanno rapporti sessuali, per la frustrazione il marito tende a cadere ubriaco. Inevitabile che l’uomo dell’aquilone (attore dimenticabile) diventi l’amante di Julie, e che i due decidano di uccidere Louis e vivere felici e contenti. Il piano prevede che Julie lo tramortisca e Jeff lo getti in mare, nottetempo, simulando un incidente in barca.

Nulla va come previsto. È presto chiaro che Louis è vivo e si sta nascondendo, e anche Jeff non la racconta giusta. Due commissari di polizia, fra cui un parigino in vacanza, subodorano che la presunta vedova abbia molto da nascondere. Julie trova aiuto in un avvocato scaltro e sbruffone (Jean Rochefort), e l’intreccio – avviato con gli ingredienti più classici del noir – si contorce in vari colpi di scena. Troppi, forse… Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Neely, il film arriva discontinuo e melodrammatico. Non mi pare azzeccata la scelta di Rod Steiger, ben più adatto ad altri ruoli: stavolta, ci si chiede perché Julie non lo abbia lasciato da tempo, e anche nel capovolgimento finale si resta confusi sugli effettivi sentimenti che lui prova per lei, e lei per lui.

In ogni caso, di questo film ci si potrà ricordare solo per il corpo e il volto di Romy.

Lucia Bosè, un altro addio

L’avevo già definita l’attrice italiana più affascinante degli anni Cinquanta; in qualunque rubrica sulle “morettine”, trovavo il modo di inserirla; il suo volto – ai miei occhi – vale quello della Garbo.

Della vita romanzesca e del suo talento cinematografico, potete leggere qui. Con i link che seguono, mi limito a ricapitolare le sue apparizioni folgoranti su questo blog.

Gli sbandati, Francesco Maselli, 1955

Le ragazze di Piazza di Spagna, Luciano Emmer, 1952

La signora senza camelie, Michelangelo Antonioni, 1953

I Vicerè, Roberto Faenza, 2007

Antonioni e le arti a Ferrara

Chimica delle coppie 40: Guido e Paola

Sguardi da edicola 21

Smoke 99

Morettine prima del colore 73

Masha, l’ultimo grande amore platonico

Ripropongo il post che pubblicai il 20 maggio 2018 dopo aver letto l’autobiografia di Maria Sharapova – Inarrestabile – pubblicata da Einaudi. Il sottotitolo era “La mia vita fin qui”. Da ieri, con un ritiro dal tennis troppe volte rinviato, assume un altro significato.

Innamorato di Masha da quando la vidi (prima in foto poi in tv) vincere Wimbledon – era il luglio 2004 – non sarei arrivato al punto di acquistare la sua autobiografia, senza due particolari: la foto in copertina e il sottotitolo. Due scelte perfette: “La mia vita fin qui” fa immaginare altri e più meditati bilanci, fra qualche decennio (Bartali ne ha scritte tre, di autobiografie). E di immagini più glamour poteva sceglierne a decine, a centinaia, ma questa appare coerente con il titolo.

Chi cercasse confronti con «Open», l’opera firmata da Andre Agassi e confezionata dal Pulitzer J. R. Moehringer, sbaglierebbe bersaglio; quello è un capolavoro, questa solo una bella storia. Comincia con l’accusa di doping dopo gli Australian Open 2016. Dopo aver vinto 5 Slam, Masha si chiedeva se ne avrebbe vinto un altro, quella poteva essere l’ultima stagione. Ma non poteva finire con una squalifica per doping. Da più di dieci anni, assumeva un farmaco che da poche settimane era entrato nella lista delle sostanze dopanti, anche se non è mai stato provato che migliori le prestazioni.

“Posso esprimerla in termini più raffinati, ma di base la mia motivazione è semplice: voglio battere tutti. Non è solo questione di vincere, ma di non essere sconfitta”. Masha si riconosce una qualità essenziale: la tenacia, la determinazione, “io non mollo”.

Il padre, Jurij Sharapov, non amava Gorbacev, gli sembrava debole. La madre Elena era molto più colta del marito, laureata con il massimo dei voti. Vivevano a Gomel, Bielorussia, non lontano da Cernobyl. Elena rimase incinta poco dopo l’esplosione nucleare, i nonni materni la convinsero a trasferirsi da loro, a Niagan, Siberia, vicino al Circolo Polare Artico.

Masha nacque a Niagan il 19 aprile 1987. A due anni, i genitori si trasferiscono a Soci. A quattro, conosce il primo allenatore, Jurij Judkin, lo scopritore di Kafelnikov. “In Russia il tennis era un passatempo per nobili decaduti”, Judkin sceglieva i bambini sulla base di un criterio: la capacità di concentrazione; secondo lui, “per eccellere in ogni campo bisogna essere in grado di reggere una tremenda dose di noia”. La bambina ha come libro preferito «Pippi Calzelunghe».

Verso i sei anni, Judkin convince il padre ad andarsene dalla Russia per gestire il talento della figlia. Una conferma viene da un raduno a Mosca, dove la bambina – in mezzo a centinaia di altre – viene notata da Martina Navrátilová, che ancora oggi considera “la più grande tennista di sempre”. In quei primi anni Novanta, “l’Unione Sovietica si stava sfasciando”; miracolosamente, Jurij riesce a ottenere un visto triennale per gli Stati Uniti, ma è solo per due persone, la mamma dovrà restare in patria. Sono avventurose le pagine sullo sbarco in Florida, all’Academy di Nick Bollettieri; da lì erano già passati Andre Agassi, Jim Courier, Monica Seles e Mary Pierce, vi stava crescendo Anna Kurnikova. Talenti precoci, ma non quanto lei.

Masha afferma ripetutamente che è stato il padre a forgiarla. A un certo punto, dopo aver citato le Williams e Agassi, propone un pensiero lucidissimo: “Il genitore di un tennista è la volontà dell’atleta prima che quest’ultimo ne sviluppi una propria”.

2535, mi ricordo

Mi ricordo le raggianti fotografie di Maria Sharapova sulla terrazza del Trocadéro, con vista Tour Eiffel.

 

Ben Hecht e Marylin

Due volte Oscar per il miglior soggetto, Ben Hecht è l’uomo che ha scritto Scarface e Notorious, Partita a quattro, Ventesimo secolo, Viva Villa!, Le notti di Chicago, lo strepitoso La signora del venerdì.

Erano gli anni in cui Hollywood attirava Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Dorothy Parker, Christopher Isherwood (e anche Bertolt Brecht e Thomas Mann). Era lo Studio System: gli scrittori lavoravano alla catena di montaggio, obbligati a confezionare un certo numero di pagine a settimana.

«La solitudine della creazione letteraria ha molto poco a che vedere con il lavoro che si fa per il cinema», scrisse Ben Hecht. «Di solito scrivi con il telefono che suona come un disperato, con il tuo capo che entra e esce dalla stanza dove tenti di lavorare, con il regista che inveisce e grugnisce nella sedia accanto a te. E poi ci sono le riunioni che interrompono il lavoro, gli agenti che arrivano con idee più o meno geniali, per non parlare degli amici che ti sottopongono storie senza senso. Il disastro incombe sulla tua scrittura. La star per cui stai scrivendo si ammala. Lo studio per cui stai lavorando cambia di mano e tutto cambia, per cui la scena che stavi descrivendo a Brooklyn, ora la devi spostare a Pechino».

La velocità di scrittura di Hecht era leggendaria. Scrisse Scarface in sette giorni, Viva Villa! in quindici. Non gli interessava più di tanto vedere la sua firma nei titoli di coda di un film: se aveva dei dubbi sul successo di una pellicola, preferiva restare anonimo, se invece il film diventava un successo (come Via col vento, su cui Hecht intervenne pesantemente, in sette giorni, rimaneggiando una sceneggiatura nata male: e David Selznick lo ricompensò con un assegno di quindicimila dollari), allora faceva in modo di far sapere in giro che era anche merito suo.

Quella di Hecht è una vita avventurosa: ha lavorato con le parole in tante forme: reporter, romanziere, commediografo (The Front Page nasce a Broadway), propagandista politico, autore radiofonico, conduttore televisivo, regista e produttore cinematografico indipendente.

Nel 1954, Norma Jean Baker decise di scrivere un’autobiografia. Il suo agente, Charles Feldman, contattò Ben Hecht perché le facesse da ghost writer.
Per alcune settimane, Hecht ascoltò Marylin Monroe raccontare nei dettagli la sua infanzia e la sua vita da star. Ma qualcosa andò storto: al momento di pubblicare il testo, né Marilyn né Hecht erano soddisfatti del risultato.
La mia storia rimase nei cassetti fino al 1974, e solo nel 2000 è uscita con la firma del suo vero autore.

Molly e Betsy, conturbante evoluzione della stagista

Il protagonista delle Idi di marzo fa il lavoro che avrei voluto fare io: il consulente per l’immagine di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Anche a me, come a lui, è accaduto di vederli molto da vicino, certi animali politici. Purtroppo, non ho frequentato stagiste altrettanto attraenti.

Quando aveva ventiquattro anni, Evan Rachel Wood era una morettina particolare, abbastanza inquietante, esibendo il genere di bellezza a cui sono più esposto. Un fascino mutevole, fatale, da far paura.

Considerando la parte di Veda nel Mildred Pierce televisivo (dal romanzo di Cain), sono ormai numerose le interpretazioni che ricordo: la prima è S1m0ne, segue Across the Universe, poi Basta che funzioni, The Conspirator.

Mi è venuto immediato il parallelo evolutivo con Cybill Shepherd, indimenticabile interprete dell’Ultimo spettacolo di Bogdanovich, poi Betsy, la ragazza per cui perde la testa il tassista Travis Bickle, cioè DeNiro (in Taxi Driver, Cybill aveva 26 anni), e infine star televisiva (Moonlighting accanto al capelluto Bruce Willis).

Bionde algide, seducenti e ambigue, capaci di dolcezza e crudeltà, Evan e Cybill sarebbero piaciute a Hitchcock.

Chimica delle coppie 88: Anna e il conte Vronsky

ANNA E VRONSKY – Greta Garbo e Fredrich March – Anna Karenina

Chimica delle coppie 87: Georgie e Bernie

GEORGIE E BERNIE – Grace Kelly e William Holden – La ragazza di campagna

Chimica delle coppie 86: Dale e Jerry

DALE E JERRY – Ginger Rogers e Fred Astaire – Cappello a cilindro

Chimica delle coppie 85: Michelle e Julian

MICHELLE E JULIAN – Lauren Hutton e Richard Gere – American Gigolò

Chimica delle coppie 84: Sandy e Danny

SANDY E DANNY – Olivia Newton-John e John Travolta – Grease

Chimica delle coppie 83: Redmond e Lady Lyndon

REDMOND E LADY LYNDON – Ryan O’Neal e Marisa Berenson – Barry Lyndon

Chimica delle coppie 82: Karen e Jack

KAREN E JACK – Jennifer Lopez e George Clooney – Out of Sight

Chimica delle coppie 81: Dominic e Mal

DOMINIC E MAL – Leonardo DiCaprio e Marion Cotillard – Inception