Ocean Rain. Echo & The Bunnymen (Korova, 1984) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 303.

Un quartetto da Liverpool… La formazione comprende Ian McCulloch, voce e chitarra, Will Sergeant, chitarra solista, Les Pattinson, basso, e Pete DeFreitas, batteria; primo collaboratore è Adam Peters, al piano e violoncello (suoi anche gli arrangiamenti orchestrali, fra archi, violini, violoncelli, oboe e clavicembalo).

Verso questa band, ho un rapporto irrisolto: ne riconosco l’originalità architettonica, l’ottima tecnica strumentale, la sofisticata, notturna, invernale compattezza del suono, ma raramente riescono a emozionarmi. Un tempo pensavo fosse “colpa” della voce di McCulloch, oggi non ne sono più sicuro. Certo, non è una colpa venire da Liverpool, ma ho faticato a farmeli piacere.

Registrato in gran parte a Parigi, è il loro quarto album in studio.

Il lato A mi lascia freddo (fanno eccezione Crystal Days e Silver); il lato B mi arriva più accattivante, grazie alla beatlesiana Seven Seas e, soprattutto, a The Killing Moon, uno dei più struggenti singoli degli anni Ottanta (“Fate up against your will…”: incubatore di covers).

Ho letto recensioni e interpretazioni contraddittorie, fatico a ravvisare in queste note una vena angosciosa e visionaria, “la vena” mi sembra, piuttosto, romantica, parigina, infarcita di partiture per archi.

Con il suo incedere enfatico e maestoso, Ocean Rain è un cruciale anello di congiunzione fra new wave e brit-pop. Brian Griffin è l’autore della fotografia in copertina.

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Legend. Henry Cow (Virgin, 1973) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 302

Comincia con Nirvana For Mice (vi partecipa Mike Oldfield) e finisce con Nine Funerals of the Citizen King, le gemme più preziose di questo esordio, che si fa già identificare da un’immagine che diventerà logo. La copertina l’ha realizzata Ray Smith, pare che il calzino faccia il verso alla banana dei Velvet Underground.

Registrato al The Manor, di Shipton-on-Cherwell, Oxfordshire, l’album – il cui vero titolo potrebbe essere Leg End – vede all’opera cinque polistrumentisti in odore di dadaismo: Fred Frith (chitarre, violino, viola, pianoforte), Geoff Leigh (sax, flauto, clarinetto), Tim Hodgkinson (organo, pianoforte, sax, clarinetto), John Greaves (basso e pianoforte) e Chris Cutler (percussioni e batteria). Se Frith appare come il leader silenzioso, in Amygdala, Teenbeat e The Tenth Chaffinch il gioco di specchi si rifrange in provvisori predomini di uno strumento sull’altro. E i fiati occupano la scena.

Fondato all’Università di Cambridge nel 1968 da Frith e Hodgkinson, al gruppo capita di fare da spalla ai Pink Floyd… Nei Settanta, partecipano alla fondazione di Rock In Opposition, l’intransigente impegno politico è una costante della loro attività. Sinfonica, jazz, musica contemporanea e sperimentazioni si mescolano e decollano, membri del quintetto citano fra gli ispiratori Zappa e Captain Beefheart, Syd Barrett e Stockhausen, John Coltrane e i Magma. Dalla totale libertà espressiva, se al primo ascolto il risultato può arrivare ostico, mille sfaccettature cominciano presto a prendere forma.

This Is The Ice Age. Martha & The Muffins (Dindisc, 1981) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 301.

Ecco un album e un gruppo dal valore inversamente proporzionale alla fama e al successo commerciale. Mi permetto di consigliare tutti i primi tre album di questi canadesi, a cominciare dal terzo, questo, che considero il migliore. Le tre incisioni stanno racchiuse in circa venti mesi.

Mark Gane (tastiere), Tim Gane (percussioni), Andy Haas (sassofono e trombone), Jocelyne Lanois (basso, seconda voce) e poi lei, Martha, cioè Martha Johnson (voce solista, front woman e tastiere). Di Martha ce n’erano due, l’altra (Ladly) se n’era andata, ma questa è un’altra storia…

Sono Mark Gane e Martha Johnson a comporre i nove brani e ad alternarsi al canto: il contrasto delle voci a me ricorda i Dead Can Dance, e il paragone è più di un elogio. Collaborano alle incisioni un terzo Gane, Nick (Synth) e un secondo Lanois, Daniel (tastiere e voce) che funge anche da produttore e ingegnere del suono, e qualche anno dopo diverrà famoso con Eno, gli U2 e Dylan.

Registrato al Nimbus 6 di Toronto, Boy without filters, Women Around the World at Work, One Days in Paris, You Sold the Cottage e Swimming sono le canzoni d’impatto più immediato. È un pop cristallino e pulsante, elegante e originale, che teme pochi confronti e, soprattutto, non si lascia incasellare fra gli epigoni di questa o quest’altra grande band.

Dalla. Lucio Dalla (RCA, 1979) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 300.

Catturato da Mario Samarughi, il primissimo piano di Lucio incornicia un album fenomenale, prodotto da Alessandro Colombini: non credo sia uscito niente di meglio in Italia nel 1979.

Milano, Anna e Marco, Tango, ecco tre capolavori concentrati in un solo album, l’ottavo in studio, che si chiude con un colpo di coda micidiale: L’anno che verrà (un colpo al cuore al primo ascolto, all’Altra Domenica di Arbore). E davvero nessuna delle altre incisioni (Notte, Stella di mare, L’ultima luna, Cosa sarà, La signora) suona come un passaggio a vuoto.

Alle chitarre Ricky Portera, alla batteria Giovanni Pezzoli, al basso Marco Nanni, Ron alterna chitarra acustica e pianoforte, fra i coristi, Marco Ferradini; vanno ricordate la fisarmonica di Gianni Zilioni e la tromba di Luciano Biasutti, compaiono anche Aldo Banfi e Roberto Colombo, mentre Gianpiero Reverberi lascia il segno con la direzione degli archi. Quanto a Lucio, saltabecca fra tastiere, clarinetto e sax alto. E canta… Il suo senso della misura è ormai prodigioso, ha raggiunto la maturità per imporre uno standard inimitabile, nessuno può negare si tratti di una delle voci fondamentali della musica italiana.

In clamoroso equilibrio fra rime baciate e lessico da autentico poeta (la lunga collaborazione con Roberto Roversi è il fondamento di questa specie di miracolo), i testi entrano nella memoria per non uscirne più: da “Caro amico ti scrivo”, molte strofe diveranno presto proverbiali, da canticchiare con l’allegria e il pathos che convivono e si esaltano nella migliore canzone d’autore.

Earthbound. King Crimson (Islands, 1972) – 7

LA MUSICA IN AIUTO 299.

Live sporco e distorto, imperfetto e sgraziato, e l’aggettivazione ostile potrebbe continuare. Contiene cinque composizioni registrate nel corso del tour americano – fra Willmington (Delaware), Peoria (illinois), Orlando e Jacksonville (Florida) – di un gruppo mutante, abituato a cambiare pelle.

Il master venne ricavato dal mixer di palco su cassette Ampex a bassa fedeltà: i bassi coprono gli alti, la registrazione sembra difettosa. Quando uscì, a giugno, la band che l’aveva registrato, si era già sciolta. Ma se li amavi come li amavo io, dovevi procurati anche questa specie di passo falso.

È il quinto album del Re Cremisi, il più incline al jazz: in questa fase, intorno alla magnetica chitarra elettrica di Robert Fripp – unico superstite delle origini, ed erano passati appena tre anni – ruotano Mel Collins (mellotron e ogni genere di sassofono), Boz Burrell (voce e basso) e Ian Wallace (batteria).

Unanimemente considerato il peggiore fra i nove album della “prima vita” del marchio King Crimson, quella vissuta fra il 1969 e il ’75, ripropone, scartavetrandolo, il manifesto 21st Century Schizoid Man e trova il momento migliore in The Sailors Tale, interrotta bruscamente. Interminabile, la versione dilatata di Groon, fino ad allora lato B di un 45 giri pressoché clandestino; vere e proprie improvvisazioni live, Peoria e Earthbound i non proprio memorabili inediti.

Acquiring the Taste. Gentle Giant (Vertigo, 1971) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 298.

Devo porre e pormi un paio di domande: come mai questa band mi è sempre piaciuta meno di tante altre? E perché i Gentle Giant hanno riscosso più favore dalla critica che dal pubblico?

Li apprezzavo per la scelta di far parlare solo la musica: nessun divismo, in questo caso nessuna foto di scena, non sapevo nemmeno che faccia avessero.

Questo secondo album in studio è magistrale, ma arrivato alla fine non ho avuto la spinta per riascoltarlo.

Manca un Peter Gabriel o un Hammill, uno Jan Anderson o un Daltrey, d’accordo, ma la voce di Derek Shulman (anche al sax) non sfigura e dal punto di vista strettamente musicale Kerry Minnear (tastiere e seconda voce), Gary Green (chitarra), Phil Shulman (fiati e voce), Ray Shulman (basso e violino) e Martin Smith (batteria) stanno allo stesso livello delle migliori band progressive che animavano la scena inglese nella prima metà dei Settanta. Anzi, le loro strutture musicali appaiono più colte, originali ed elaborate di quanto non sapessero esprimere gruppi di maggiore successo commerciale. La varietà del suono esce da clarinetto e violini, vibrafono e moog, flauto e mellotron, clavicembalo e sax.

Fra gli ott brani di questo album, Pantagruel’s Nativity (dal romanzo di Rabelais), Edge of Twilight, The Moon Is Down (omaggio al compositore Samuel Barber) e Plain Truth mi sembrano i più incisivi. Ma non so ancora rispondere alle domande di partenza…

Solo Concert. Ralph Towner (ECM, 1980) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 297.

Un assolo di 47’ e 29” (applausi compressi), registrato dal vivo presso l’Amerika Haus di Monaco di Baviera e il Limmathaus di Zurigo, nell’ottobre 1979: delle sette composizioni, quattro sono firmate da Towner, due da John Abercrombie, una (Nardis) da Miles Davis. Il dipinto in copertina è dell’artista svizzero Michel Delprète, di Roberto Masotti la bella fotografia sul retro (solo sul palco, il musicista mentre cambia chitarra).

Partito da Chehalis, estremo nord-ovest dello Stato di Washington, ormai prossimo ai quarant’anni, Towner alterna la chitarra classica con la dodici corde (in altre incisioni mostrava formidabili qualità di polistrumentista, passando dal pianoforte alla tromba, dal synth alle percussioni). Aveva fondato gli Oregon, suonato con Paul Winter e i Weather Report, Keith Jarrett e Jan Garbarek, e poi mollato gli ormeggi. Indirizza il suo jazz verso mappe poco esplorate, all’incrocio con la world music.

Questa performance dal vivo, senza altra amplificazione che un microfono indirizzato verso la cassa armonica, testimonia sia la coscienza del proprio talento, che l’aura di creatività che già avvolgeva questo personaggio.

Nessuno aveva ancora osato amalgamare la classicità di un repertorio chitarristico con l’improvvisazione jazz. Towner compie questo passo con impeccabile senso della misura: il suo rigoroso minimalismo va a incastrarsi alla perfezione nel mosaico estetico dell’etichetta di Manfred Eicher.

Talking with the Taxman about Poetry. Billy Bragg (Go! Discs, 1986) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 296.

Registrato presso il Livingston Studios di Londra, resterà il maggior successo commerciale di questo ventinovenne di Barking, grazie a una dozzina di ballate intense e orecchiabili, fra cui There Is Power in a Union, Ideology, The Home Front, Greetings to the New Brunette, The Warmest Room. Chitarra elettrica e voce restano al centro del discorso, ma gli arrangiamenti appaiono più elaborati del solito, con la presenza di pianoforte, violino, fiati e tastiere.

Bragg compone lunghi testi dall’afflato pedagogico, che ricordano il primo Dylan. La vena narrativa è, al solito, nitida: Red Wedge all’ennesima potenza, un attivismo schiettamente politico, slogan ritmati e strofe che aggiornano lo sguardo sulla lotta di classe, inni a disposizione della working class e contro l’imperialismo, fino alla splendida invettiva contro l’avido yuppismo che si andava affermando nell’Era Thatcher. C’è spazio anche per qualche storia d’amore (in fondo, diceva di suonare anche per trovare una nuova ragazza).

Fra le presenze, Johnny Marr alla chitarra, Dave Woodhead (tromba), John Porter (mandolino e basso), Ken Jones (percussioni) e Kirsty MacColl ai cori: qualcuno la ricorderà per i capelli rossi o come moglie di Steve Lillywhite, o per aver cantato con i Pogues; morì a trent’anni nel corso di un’immersione al largo dello Yucatan.

Album a prezzo politico: non doveva superare le 4 sterline e 49. Il titolo è ispirato a un breve poema di Vladimir Majakovskij, scritto nel 1926 e riprodotto nella busta interna.

Somebody To Love. In Tua Nua (Island, 1986) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 295.

Dai tempi de La figlia di Ryan, ho sempre amato le piovose atmosphere irlandesi (oggi un po’ meno). A dare l’impronta a questo album, il quarto della band, sono Take Me Hand, scritta dalla diciannovenne Sinéad O’Connor, la cover della Somebody To Love resa immortale da Grace Slick, un altro pezzo trascinante e ispirato come Fire In My Heart e le svisate di una coppia di violini (Steven Wickham affianca Aingeala De Burca)

Otto canzoni, incise a Dublino, nei Windmill Lane Studios, da sette elementi: la voce solista (meno acuta ma non dissimile dalla O’Connor) è Leslie Dowdall, alle chitarre sta Ivan O’Shea, al basso Jack Dublin, tastiere pianoforte e synth di Martin Clancy, Vinnie Kilduff soffia nelle cornamuse, batteria e percussioni di Paul Byrne, oltre alla De Burca.

Il nome della band è la trascrizione fonetica dell’irlandese An Tuath Nua (la nuova tribù). Nutrita da strumenti della tradizione, la dimensione folk convive con una spinta rock che per vari aspetti sembra più americana che inglese. Per alcuni anni, furono una delle migliori espressioni della musica irlandese, nella fase in cui veniva portata sulla cresta dell’onda da un altro, celeberrimo gruppo dublinese.

Va ricordato che Wickham era presente nell’incisione di Sunday Bloody Sunday e che gli In Tua Nua sono stati la prima formazione a firmare nel 1983 con la Mother, l’etichetta fondata dagli U2 per promuovere, patriotticamente, le nuove leve dell’Isola Verde.

Seconds Out. Genesis (Charisma, 1977) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 294.

L’abbiamo atteso inutilmente, il grande live da “10” che i Genesis avrebbero dovuto lasciare a chiusura della prima, strepitosa fase della loro parabola, chiusa dall’uscita di Peter Gabriel.

Non sono all’altezza degli album in studio né lo smagrito first Live del ’73, né questo doppio, che raccoglie squarci dei concerti parigini dall’11 al 14 giugno 1977 (The Cinema Show, invece, risale a un concerto di un anno prima). È un live asettico, teatrale, la presenza del pubblico si sente pochissimo.

Nelle dodici composizioni, si assiste a passaggi fantasmagorici quanto gelidi. Phil Collins fa il possibile, la sua timbrica insegue (e ricalca) il fantasma del predecessore, l’apparato melodico si inerpica ai suoi vertici, quello ritmico no: serve qualcuno che affianchi la nuova voce solista, alla batteria e alle percussioni vengono coinvolti Chester Thompson e l’ottimo Bill Bruford.

Dilagano le sonorità partorite dalle tastiere di Tony Banks e dalle corde di Mike Rutherford; più raro il marchio di fabbrica della Gibson Les Paul (anche Steve Hackett sta già facendo i bagagli).

Entusiasma la maestosità di alcune trame: Afterglow e Firth of Fifth sono i fuochi d’artificio, e non mi stancherei di riascoltare alcuni movimenti che appartengono a Supper’s Ready (l’intero lato C). Al contrario, The Lamb Lies arriva banale e The Carpet Crawl manca di mordente.

Il duetto batteristico che sfuma fra Dance on a Volcano e Los Endos diverrà una pietra angolare nei concerti di una band sempre più ricca e sempre meno necessaria.

Communiqué. Dire Straits (Warner Bros, 1979) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 293.

Mark Knopfler e il fratello minore David, chitarre e voce, John Illsley al basso e Pick Withers alla batteria, incidono questo secondo album dopo lo straordinario successo dell’esordio (due anni prima), e dopo che il leader – autore di testi e musiche di tutti e nove i brani – è stato chiamato da Dylan per Slow Train Coming (ma il suo contributo sarà ben più apprezzabile per Infidels). Ci sarebbe un quinto membro della band, ma nessuno lo considera alla pari degli altri: suona le tastiere, il suo nome è Barry Beckett, si fa chiamare B. Bear.

Registrato presso i Compass Point Studios di Nassau, Bahamas, e prodotto da Jerry Wexler e Barry Beckett, con un’illustrazione di copertina firmata da Geoff Halpin, questo album contiene un paio di canzoni che ebbero successo (Lady Writer e Once Upon a Time in the West), ma preferisco le più minimaliste Portobello Belle e Single-Handed Sailor. Quasi tutte sono state sovraccaricate di suoni nelle versioni live.

Potevano permetterselo, ma ho sempre trovato nei Dire Straits un’eccessiva indulgenza al virtuosismo.

Stile chitarristico inconfondibile, squillante e accattivante, sound vellutato e ripetitivo, di immediato impatto e dall’andamento disteso, limiti vocali evidenti: ne deriva una specie di country-western londinese, se l’espressione suonasse sensata. Di assoli con la Stratocaster, se ne dovrebbero consentire non più di tre ad album…

Con il senno del poi, stupisce che melodicissimi blues come questi potessero farsi largo nel pieno dell’esplosione punk.

Vecchioni. Roberto Vecchioni (Armando Curcio editore, 1981) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 292.

Stranamore (1978), Un uomo navigato (1976), Ninni (1978), A.R. (1976), Samarcanda (1977), Canzone per Laura (1975), Luci a San Siro (1971) e Per un vecchio bambino (1977). Ma non scriverò delle singole canzoni, lo trovo assurdo.

Piuttosto, in quel periodo della mia vita almeno un paio di volte al mese entravo in un negozio di dischi (ne compravo una cinquantina all’anno): come ho potuto cadere in tentazione davanti all’edicola?

Credo di ricordare che la discografia di Vecchioni non fosse mai “in offerta”, e che di buone antologie non ve ne fossero. Anni dopo, in CD, mi sono procurato Parabola, Elisir, Samarcanda, Hollywood Hollywood e Il grande sogno, ma è ancora in edicola che ho acquistato Le canzoni del dissenso, sul Vecchioni degli anni Novanta.

Settimo di 29 titoli della collana SuperStar, questa antologia uscì nell’81. All’interno della copertina, fascicoli di 12 pagine di grande formato, con fotografie e una bella monografia sul personaggio: in questo caso, l’autore è Enzo Caffarelli.

Col senno del poi, mi piace riconoscere un ruolo profetico a questo “professore” interista, classe 1943 (come Bonimba): quando canta A.R. (dedicata ad Arthur Rimbaud), ci fa sapere che “le luci di Marsiglia non arrivan mai”. La canzone è del ’76, sta in Elisir, e anticipa di quindici anni la sera in cui le luci di Marsiglia si spensero sopra il soprabito bianco di Galliani, che invitava il Milan a uscire dal campo del Vélodrome, per sfuggire a un’ormai inevitabile sconfitta sul campo dell’Olympique, rimediando una figuraccia epocale, di cui Sacchi ancora si vergogna.

Difesa francese. Enrico Ruggeri (CGD, 1986) – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 291.

“Qualcuno poi sutura le ferite / c’è qualcuno da fuori che ci aspetta alle uscite / come il giocatore sconfitto che si allena per nuove partite”..

Mini LP fatto da cinque brani, meno di 20 minuti complessivi, uscì in fretta per raccogliere i frutti del Sanremo ‘86 dove Rien ne va plus aveva meritatamente vinto il premio della Critica (ma nella Categorie Big arrivò 17esimo…). Dubito che le vendite siano state all’altezza delle attese.

Al quinto album – settimo considerando quelli con i Decibel – il ventinovenne Ruggeri arriva insieme a Luigi Schiavone (chitarra) e alla sorella Stefania (pianoforte), la fisarmonica di Amleto Zonca, la tromba di Demo Morselli, il contrabbasso di Riccardo Vigorè, e poi Alberto Rocchetti (tastiere), Renato Meli (basso) e Luigi Fiore (batteria).

La difesa francese è un’apertura degli scacchi un tempo molto utilizzata, ma il doppio senso vuole rimandare anche alla dichiarata passione dell’autore per i grandi chansonniers. L’impressione è che i testi siano troppo lunghi – quasi sceneggiature di cortometraggi – e molte rime troppo ricercate, ma delle altre quattro canzoni salverei almeno Cuba, che Ruggeri propone in modo coinvolgente (“A Cuba non conoscono ombrelli  e con il sole si asciugano i capelli… si parla spagnolo / che è così facile, ci si capisce al volo… negli alberghi di lusso /così lontani dal lungo inverno russo”).