#Brit-Pop 15: Elton John

Reginald Kenneth Dwight pare abbia venduto 500 milioni di dischi; per mezzo secolo, in gran parte insieme al paroliere Bernie Taupin, ha formato la coppia di compositori più prolifica ed esibizionista (700 canzoni, 3500 concerti). Due volte Oscar (1995: Can You Feel the Love Tonight e 2020: (I’m Gonna) Love Me Again), ha attraversato un paio di decenni con motivi d’ispirato romanticismo e irrimediabile impatto. Notevoli i duetti con John Lennon, Kiki Dee, Aretha Franklin e George Michael.

Voce e pianoforte, la formula migliore. Non sempre dotato di senso della misura (e non parlo del suo esibizionismo kitsch), ha sconsideratamente appesantito le sue musiche con arrangiamenti sontuosi, ma certe sue melodie arrivano ancora dritte al cuore. I due album che prediligo risalgono ai primi anni Settanta, sotto il segno di Paul Buckmaster: Tumbleweed Connection e Madman Across the Water.

Pietre miliari: Goodbye Yellow Brick Road, Your Song, Levon, Sacrifice, Rocket Man, Burn Down the Mission, Don’t Let The Sun Go Down On Me, Nikita, Song for Guy.

#Brit-Pop 16, Emerson, Lake & Palmer

Welcome Back, My Friends, to the Show that never Ends – Ladies and Gentlemen Emerson, Lake & Palmer: lo annunciava lo speaker in apertura del secondo live del trio, il monumento a se stessi che chiuse la fase sfolgorante, cinque album uno più bello dell’altro. Fondata una loro etichetta, la chiamarono Manticore come la creatura mitologica sprigionata dai solchi di Tarkus.

Mussorgskij riveduto e corretto, Pictures at an Exhibition (1971) resta il culmine del pop sinfonico, per gli EL&P la frequentazione dei classici fu costante: penso a Hoedown da Aaron Copland, The Barbarian da Bartok, Toccata da Ginastera, Nutrocker da Tchajkovskij, Abaddon’s Bolero… Il giovanissimo Carl Palmer veniva dagli Atomic Rooster, Greg Lake dai prestigiosi King Crimson, ma nessun dubbio su chi fosse il fulcro del prisma triangolare: fin dai tempi dei Nice, zigzagando su Moog e Hammond, Keith Emerson è stato l’incontestato numero 1.

Pietre miliari: Karn Evil 9, Aquatarkus, Jerusalem, Take a Pebble, The Great Gates of Kiev, Fanfare for the Common Man.

#Brit-Pop 17: Genesis

Non basterà a contenere le critiche, ma ho assegnato a Peter Gabriel una posizione autonoma, fra le prime 10, e ritengo che quasi tutto il meglio dei Genesis sia avvenuto prima del 1975. Certo, chiunque altro avesse prodotto A Trick of the Tail, Seconds Out e Wind and Wuthering potrebbe rivendicare un trattamento migliore. Va riconosciuto a questa band di essere stata una pietra angolare del pop sinfonico, con qualità tecniche favolose abbinate a un talento compositivo incomparabile ai tanti, troppi imitatori.

Mike Rutherford, Tony Banks e Phil Collins sono stati il filo conduttore, ma sarebbe un delitto dimenticare Anthony Phillips, Steve Hackett e Bill Bruford. L’esplosione coincide con Trespass, il vertice supremo con The Lamb Lies down on Broadway (fa capolino Brian Eno), ma l’album che prediligo è Selling England by the Pound.

The Lamb Lies venne eseguito dal vivo 102 volte, l’ultima al Palais des Sports di Besançon il 22 maggio 1975, quando Gabriel prese un’altra strada.

Pietre miliari: Firth of Fifth, The Knife, The Musical Box, Dance on a Volcano, The Carpet Crawlers.

#Brit-Pop 18: The Kinks

Nella Swinging London dominata da Beatles e Stones, per un quinquennio ha suonato un’altra band dello stesso livello. Senza i Kinks non avremmo mai avuto Blur e Oasis, forse nemmeno Clash e Pretenders. Quanto alla figura di Ray Davies, per la qualità dei testi, le varianti melodiche e le armonie vocali, non la ritengo meno rilevante di Paul McCartney o Mick Jagger.

Formazione originale: Ray Davies (voce) e suo fratello Dave (chitarra), unici maschi fra otto figli, Mick Avory (batteria e percussioni) e Pete Quaife (poi John Dalton) al basso.

Anticipando gli Who di Tommy, composero una strepitosa opera rock, The Kinks Are the Village Green Preservation Society. A distanza di mezzo secolo, se si eccettuano i riff hard rock degli inizi, certe loro musiche suonano ancora insolite, eleganti e ariose, festose o malinconiche, indifferenti alle mode. I testi? John Lennon li studiava a memoria.

Pietre miliari: You Really Got Me, Waterloo Sunset, Sunny Afternoon, Stop Your Sobbing, Lola, Death of a Clown, Celluloid Heroes.

#Brit-Pop 19. Traffic

#Brit-Pop: il senso del sondaggio

Avete 2 preferenze, fra 8 nomi, e così ho anticipato i primi 10 della classifica finale (manca Robert Wyatt, non l’ho voluto esporre a un immeritato insuccesso). Dopo i Traffic, vi resta l’incertezza dei nomi fra la 18esima e l’11esima posizione.

Se considero il numero delle visite dirette al singolo post, la mia classifica è largamente contraddetta dai visitatori. Ecco i primi 10 nomi, con la posizione a loro assegnata:

Police (27), Queen (21), Eric Clapton (28), Jethro Tull (50), Depeche Mode (41), Van der Graaf (36), Paul Weller (24), Sting (44), Cure (31) e Simple Minds (47).

In fondo alla classifica, Elvis Costello (46), Henry Cow (43) e Donovan (34).

Potevo assegnare questa posizione a Steve Winwood da Birmingham, con la sua lunghissima parabola avviata con lo Spencer Davis Group, passata attraverso Blind Faith, Air Force, Go, fino all’esperienza solista; ma gli album realizzati con il marchio Traffic restano il suo contributo più rilevante alla storia della pop music

Voce vellutata, tastiere, chitarre e basso, Winwood non aveva ancora diciott’anni quando incise Mr. Fantasy; gli erano accanto Dave Mason, Jim Capaldi, Chris Wood e Ric Grech. Capolavoro al primo colpo, sotto l’ala di Chris Blackwell, proprietario della nascente Island Records. Un altro paio di lp si inerpicano ad altezze simili: John Barleycorn Must Die e When the Eagles Flies.

Winwood è stato un fulcro, più che un leader, il repertorio della band non si fa catalogare, assecondando i mutevoli gusti di ogni suo componente, dal rhythm and blues all’improvvisazione jazz, dal rock sudista alle ballate folk.

Pietre miliari: No Face No Name No Number, Glad, Something New, Dear Mr. Fantasy, Empty Pages, Feelin’ Alright.

#Brit-Pop 20. Mike Oldfield

Immaginatevi l’esplosione più accecante: il 25 maggio 1973 arrivò nei negozi Tubular Bells.

Era pop progressivo? Era già new age o ambient? Era pura ipnosi… Su un quaderno a quadretti segnavo gli ascolti dei miei lp, la puntina scorreva ripetutamente lungo quei 49’. Influenzato da Kevin Ayers e David Bedford, Oldfield si trovò al posto giusto al momento giusto, con l’esattezza miracolosa dei geni: Richard Branson aveva appena fondato la Virgin, e quello sconosciuto ventenne trovò ospitalità dividendosi fra venti strumenti (scoprii l’esistenza del glockenspiel). Era ancora primo in classifica l’anno dopo, quando propose l’ancor più ispirato Hergest Ridge, e nel ’75 arrivò Ommadawn. Identica la formula: una lunga suite in due parti.

Le incisioni successive – colonne sonore comprese – hanno veicolato brandelli strepitosi, non la luce accecante di quel trittico. Fra le tante voci femminili, mi limito a citare Maggie Reilly.

Pietre miliari: To France, Moonlight Shadow, Cuckoo Song, William Tell Overture, Arrival.

#Brit-Pop 21: Queen

Freddie Mercury più Brian May più Roger Taylor più John Deacon: avessi fatto la classifica degli spettacoli dal vivo, sarebbero fra i primi 5 e continuo a ritenere che nessuno a Live Aid abbia prodotto una performance a livello dei loro 20 minuti nel catino di Wembley.

Band da greatest hits più che da album, da ricombinazione di ingredienti più che da invenzioni originali, ci ha consegnato fiammeggianti inni da stadio; Mercury era il leader, ma tutti e 4 hanno firmato pezzi formidabili.

Hanno elevato il barocco verso limiti impensati, bordeggiando stili diversi e saccheggiando chiunque. Celebrati nel film Bohemian Rhapsody, va riconosciuto ai Queen di aver tenacemente inseguito il successo popolare con equivoci sbandamenti (imperdonabile l’aver suonato a Sun City), ma senza smarrire una certa onestà intellettuale, consapevoli del mondo working class da cui provenivano.

Pietre miliari: Bohemian Rhapsody, Don’t Stop me Now, We Are the Champions, Who Wants to Live Forever, The Show Must Go On, Killer Queen, Bicycle Race, Love of My Life.

#Brit-Pop 22: The Smiths

Da Manchester, Steven Patrick Morrissey (voce), Johnny Marr (chitarre), Andy Rourke (basso) e Mike Joyce (batteria), hanno brillato per pochi anni, ma il loro impatto può essere fotografato da un sondaggio condotto dalla rivista New Musical Express , che esagerò, decretando gli Smiths la “band più influente di tutti i tempi”.

Il pop inglese stava languendo, furono le smaglianti sonorità di Marr e l’inafferrabile personalità di Morrissey a ridargli vigore, indicando nuove prospettive alla forma canzone. Pubblicati dalla Rough Trade di Geoff Travis, esibirono il veganesimo, il disprezzo per la Thatcher e l’afflato con la “gente comune”, evitando di farsi coinvolgere nei progetti “Aid” di Bob Geldof. Merito di Morrissey fu anche quello di scegliere alcune delle più intense copertine della storia del pop. The Queen Is Dead arrivò a metà fra lo sberleffo e l’auspicio.

Pietre miliari: Reel Around the Fountain, What Difference Does It Make?, Cemetery Gates, How Soon Is Now?, Shoplifters of the World Unite, Sheila Take a Bow.

#Brit-Pop 23: Eurythmics

Sono a disagio quando mi accorgo di sottovalutare le donne, in questo caso le musiciste. Cioè Annie Lennox. E nessuna sta più in alto, in questa mia classifica… La carriera solista della cantante scozzese contiene momenti brillanti (album come Diva, l’Oscar con Into the West), ma l’impronta più profonda l’ha lasciata a metà degli anni Ottanta, con Be Yourself Tonight e Revenge.

Insieme a David Stewart, Lennox ha proposto melodie avvincenti, apprezzabili più in studio che dal vivo, in cui l’elettronica veniva modellata con arrangiamenti superlativi, accogliendo riverberi di musica nera, e testi spesso segnati da una vena ecologica. Quanto alla voce – vibrante, inconfondibile – riusciva a esaltare anche chi le stava accanto (da Aretha a Costello). Per questa rubrica, mi sono imposto un arco temporale (1960-1990), ma farò un’eccezione per I Saved the World Today (1999).

Pietre miliari: Thorn In My Side, Sweet Dreams (Are Made of This), Sisters Are Doin’ It for Themselves, Don’t Ask Me Why, Here Comes the Rain Again.

#Brit-Pop 24: Paul Weller

La sua discografia solista comincia solo negli anni Novanta, ma ho ritenuto giusto esaltare l’individuo rispetto alle band trascinate al successo. Il diciottenne John William Weller irrompe sulla scena con The Jam: mentre divampa la ribellione Punk, il trio (gli altri sono Bruce Foxton e Rick Buckler) è fra i responsabili del rilancio della sottocultura Mod. Camicia bianca e vestito nero, capelli corti e lisci, affiancano i Clash nel White Riot Tour e il loro This Is The Modern World mantiene una briosità energetica.

Fra l’83 e l’86, gli Style Council si impongono come il nucleo più raffinato del pop britannico, con le tastiere di Mick Talbot accanto alle chitarre di Weller, la batteria di Steve White e le incursioni vocali, fra le altre, di Tracey Thorn e Dee C. Lee. Lo si può definire “soul bianco” o come volete, con qualunque etichetta è musica di altissima classe.

Pietre miliari: Headstart For Happiness, Paris Match, Long Hot Summer, You’re the Best Thing, Walls Come Tumbling Down!, My Ever Changing Mood.

#Brit-Pop 25: Soft Machine

In termini di influenza, stanno fra i primi 10, “rimedierò” con un omaggio a chi all’epoca non era nemmeno il leader. Nati a Canterbury, Kent, inseguendo William Burroughs, alcuni di loro venivano dall’esperienza Wilde Flowers.

Mike Ratledge, tastiere, è stata la paziente calamita intorno alla quale si sono aggregati pulviscoli irrequieti come Robert Wyatt (batteria e voce) e Hugh Hopper (basso). Alle origini della Macchina Morbida stanno anche due outsiders come Daevid Allen e Kevin Ayers, e agli ultimi bagliori del crepuscolo presero parte Elton Dean, Keith Tippett, Mark Charig e Nick Evans.

At the Beginning sprigionò musica mai sentita prima, One ne fu la magnifica evoluzione, Volume Two viaggiava quasi allo stesso livello, Fourth sacrificava quel brodo primordiale puntando su jazz e fusion. Incise nella mitologia, restano le quattro facciate di Third. E quando si cita Moon In June, si entra in un (nemmeno tanto piccolo) nucleo di iniziati, quelli che sanno riconoscere il punto dove mille strade si biforcano.

#Brit-Pop 26: This Mortal Coil

Un lampo fugace, 3 album (5 facciate) agli estremi limiti dell’estasi: It’ll End in Tears, Filigree & Shadow, e infine Blood. È il frutto di un progetto – estetico, prima ancora che musicale – che si riassume in due nomi: l’etichetta 4AD, e il suo artefice, Ivo Watts-Russell. Non è un gruppo, ogni canzone è affidata a un insieme differente, Watts-Russell e John Fryer sono le presenze più frequenti.

Sublimi le voci femminili: Elizabeth Fraser (dagli scozzesi Cocteau Twins), Lisa Gerrard (dai Dead Can Dance), Tanya Donelly (Throwing Muses) e Caroline Crawley (Shelleyan Orphan); altri esponenti imprescindibili, Robin Guthrie (chitarra), il bassista Simon Raymonde, e poi Brendan Perry, Gordon Sharp e Steve Young… Parte del repertorio è composto da cover rivisitate come meglio non si potrebbe. E se l’intero catalogo 4AD porta il segno dell’eleganza, questi tre album viaggiano ad altezze irraggiungibili.

Pietre miliari: You and Your Sister, Song to the Siren, Another Day, Morning Glory, Barramundi, Strenght of Strings, Late Night.

2550, mi ricordo

Mi ricordo le reazioni quando osai mettere i Police al ventisettesimo posto.

#Brit-Pop 27: Police

Cinque album in studio in sette anni, e solo un mezzo passo falso (Zenyatta Mondatta): nella mia personale classifica spiccano Reggatta de Blanc e Synchronicity, ma anche gli altri li riascolto sempre volentieri.

Figura chiave, Gordon Matthew Sumner: presenza scenica formidabile, Sting stava al basso, cantava (su come lo facesse, ho passato ore in discussioni), firmava la maggioranza dei pezzi e indicava la direzione di marcia, facendo prevalere l’una o l’altra delle sue passioni musicali (reggae, soul, jazz, mod, new wave). Che i contributi di Andy Summers, chitarre e tastiere, e di Stewart Copeland, batterista venuto dall’America, non fossero solo decorativi, lo dimostrano le intense collaborazioni con Robert Fripp e la colonna sonora per un film di Coppola. Il meglio dei Police sta in riff che si inchiodano nella memoria già al primo ascolto, fin troppo perfetti.

Pietre miliari: Every Breath You Take, Walking on the Moon, Message in a Bottle, Roxanne, Don’t Stand So Close to Me, Invisible Sun, So Lonely.

#Brit-Pop 28: Eric Clapton

Slowhand, e ho detto tutto: quando un soprannome ti identifica, non sei più un musicista, sei un mito. So di fans che sanno riconoscere con quale chitarra stesse suonando, fra le varie Fender (Telecaster, Stratocaster) e Gibson (Cherry Red, Black Beauty, Les Paul).

E’ l’unico musicista che può vantare tre inserimenti nella Rock and Roll Hall of Fame: come solista, come membro degli Yardbirds e dei Cream. Quando la rivista Rolling Stone selezionò i 100 migliori chitarristi, finì secondo, dietro solo a Jimi Hendrix. E negli unplugged, Clapton non teme confronti.

Irrequieto, senza casa, in un’esistenza costellata di tragedie, ha trascinato un’anima blues negli Yardbirds e nei Cream, vagato fra i Bluesbreakers (la band di John Mayall) e il gruppo di Frank Zappa, inciso insieme ai Beatles, ha fondato e affondato Blind Faith, Delaney & Bonnie, Derek & the Dominos. Ovunque comparisse Slowhand, si parlava di “supergruppi”.

Pietre miliari: Tears in Heaven, Layla, Cocaine, Sunshine in Your Love, Presence of the Lord, Running on Faith, Badge.

#Brit-Pop 29: Van Morrison

Attivo da oltre 55 anni, George Ivan Morrison è una specie di eroe nazionale nordirlandese, grazie all’inconfondibile, roca vocalità e alle cangianti melodie sprigionate dall’armonica a bocca, da chitarre e tastiere, sassofono e persino batteria.

Nel 1964 fonda il gruppo dei Them e incidono una delle canzoni da cui verranno ricavate più cover nella storia del rock. Appassionato di tutta la musica nera (blues, soul, gospel, jazz), ha saputo rielaborarla e vivificarla in un paio di album favolosi (Astral Weeks e Moondance), un live mozzafiato (It’s Too Late to Stop Now), ma il vero capolavoro (Bang Masters) uscirà fuori da vecchi solchi con tanti anni di ritardo.

Swing e boogie convivono con momenti psichedelici. Ma sarebbe assurdo non ricordare la collaborazione con i Chieftains, perché le tradizioni celtiche, nella sua musica, non sono meno significative di quelle afroamericane.

Pietre miliari: Brown Eyed Girl, Astral Weeks, Summertime In England, Caravan, Listen to the Lion, And It Stoned Me, Gloria.

#Brit-Pop 30: Penguin Cafe Orchestra

Sono passati 23 anni dalla prematura scomparsa di Simon Jeffes, l’artefice (altri termini appaiono riduttivi) di un progetto musicale così originale da diventare inconfondibile.

Jeffes suonava di tutto, ma soprattutto il basso, la chitarra elettrica e l’ukulele, la spinetta e il piano elettrico; nell’album d’esordio aveva coinvolto Helen Liebmann (violoncello), l’altra figura permanente del progetto, Steve Nye (pianoforte elettrico), Gavin Wright (violino e viola) ed Emily Young (voce); i testi erano firmati da Neil Rennie. Obscure Records, l’etichetta di Brian Eno… Ci si può perdere negli aggettivi usati per inseguire una pallida definizione della loro musica. Mi limito a quattro: intima e malinconica, languida e inafferrabile. No, ne serve un quinto: elegantissima. Ibridando folk rinascimentale e musica barocca, cabaret viennesi e premonizioni di “ambient”, l’Orchestra scavò atmosfere impalpabili.

Pietre miliari: Telephone and Rubber Band, Heartwind, Milk, Sound of Someone, Salt Bean Fumble, Walk Don’t Run, Perpetuum Mobile.