2675, mi ricordo

Mi ricordo che fin da bambino, almeno dalla Canzonissima del ’68, mi è piaciuto veder scendere la pioggia.

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Bohemian Rhapsody [id.], Bryan Singer e Dexter Fletcher, 2018 [cine4] – 8

Pieno di difetti, alcuni plateali e quasi insopportabili, eppure è un film che pure non lascia indifferenti. Appaiono giustificati anche i premi raccolti nella notte degli Oscar (4, fra cui attore protagonista, Rami Malek, montaggio e suono: John Ottman).

La messa in scena dei concerti è folgorante. Più vera del vero. Un’estasi visiva e acustica, che fa (quasi) perdonare certi dialoghi improbabili e la qualità discontinua degli interpreti. Non Rami Malek, il cui livello di immedesimazione in Farrokh Bulsara (in arte Freddy Mercury) è così stupefacente da ricordare il DeNiro che incarnava Jack LaMotta.

La gestazione del film è stata lunga (8 anni), complicata, contraddittoria, ad altissimi livelli di entropia: il risultato finale non può che risentirne, come quando in troppi pretendono di imporre l’ultima parola. Freddy entra in scena nel 1970 proprio nel momento in cui una band si sta sfasciando, il chitarrista Brian May (Gwilym Lee) e il batterista Roger Taylor (Ben Hardy) meditano di mollare tutto. Il nuovo front-man e l’ultimo arrivato, il bassista John Deacon (Joseph Mazzello) costruiscono un amalgama perfetto, che trova la sua migliore espressione nei concerti.

Momento fatale: Wembley, il Live Aid del 1985. Un ipnotico movimento di macchina pedina Mercury mentre si avvia verso il palco, aprendo il lungo flashback che descrive l’ascesa del gruppo e del suo leader, i loro deragliamenti, artistici e affettivi. ricostruiti con favolosi effetti speciali, quei venti minuti a Wembley sono e continueranno a restare una scossa elettrica.

Fra i falsi storici, quello per cui fosse Paul, il manager/amante di Freddy, a boicottare la partecipazione dei Queen al Live Aid. In realtà, a fare resistenza fu lo stesso Bob Geldof, geniale organizzatore dello show, il cui impegno politico e sociale strideva con le scelte dei Queen (rimosse dal film) di esibirsi in paesi segnati da regimi fascisti e razzisti Argentina e in Sud Africa (Little Steven ne ricavò Sun City).

Lasciando perdere le verità scomode, il film ci consegna una versione agiografica della parabola dei Queen, la bisessualità del leader e l’Aids sono trattati in modo superficiale, ai due reduci della band (May e Taylor) fa comodo far credere che Freddy, anche nel pieno della sua spirale autodistruttiva, abbia amato Mary e lei sia sempre rimasta Love of My Life.

2629, mi ricordo

Mi ricordo, fra i vari segni di una preoccupante fragilità emotiva, la mia reazione a un video di Pierangelo Bertoli.

2603, mi ricordo

Mi ricordo che durante il festival di Sanremo guardai Zagrebelsky suonare Albèniz al pianoforte, nella più surreale delle controprogrammazioni.

Leggendo l’ottusità e il livore di gran parte dei commenti alle parole di Gustavo Zagrebelsky ieri sera a Propaganda Live, posso concludere che la sinistra merita di stare all’opposizione – anzi, di non contare niente – per i prossimi vent’anni.

Soul Deep. The Council Collective (Polydor/EMI, 1984) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 443.

L’iniziativa è di Paul Weller, che ai primi di dicembre dell’84 assembla un “Collettivo”, allo scopo ‎di organizzare iniziative e concerti a sostegno dello sciopero dei duecentomila minatori inglesi, iniziato a marzo e destinato a proseguire nei mesi successivi, per 50 settimane complessive. Finì con la drammatica vittoria del governo conservatore, che portò alla chiusura della maggior parte delle miniere britanniche.

Insieme al nuovo sodale Mick Talbot, Weller compose una canzone dal testo feroce verso la Thatcher, con uno stridente sottofondo elettronico e quasi dance, che portò il Council Collective a esibirsi a Top of the Pops, e poi a The Tube su Channel 4. Oltre ai due Style Council, partecipano all’incisione Dee C. Lee (Diane Catherine Sealy, cantante e moglie di Weller), Jimmy Ruffin, Junior Giscombe, Steve White, Dizzy Hites e Vaughn Toulouse.

È un 12 pollici a 45 giri. Ricopio parte della dichiarazione d’intenti: “L’obiettivo era di raccogliere fondi per i minatori in sciopero e le loro famiglie prima di Natale, ma ovviamente alla luce del tragico e disgustoso evento nel Sud del Galles con l’omicidio di un autista di Cab, alcuni dei fondi andranno anche alla vedova dell’uomo. Sosteniamo lo sciopero dei minatori, ma non la violenza. Non aiuta nessuno e crea solo ulteriori divisioni tra le persone… Se i minatori perdono lo sciopero, le conseguenze saranno avvertite da tutte le classi lavoratrici. Ecco perché è così importante sostenerli. Ma la violenza porterà solo alla sconfitta – come tutte le violenze alla fine”.

Il prezzo del mondo. Canzoniere delle Lame (I Dischi dello Zodiaco, 1975) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 442.

Ecco un autentico, programmatico concept album, con un discorso politico-satirico sul “caro-vita” (l’inflazione a due cifre che impoveriva operai e pensionati, e faceva sembrare colpevoli i bottegai) elaborato da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia e tanto altro) e un discorso musicale – la canzone popolare – che questo Canzoniere bolognese poteva affrontare con giustificata ambizione, dopo otto anni e centinaia di concerti.

Fondato il Primo Maggio 1967 dai ventitreenni Janna Carioli e Gianfranco Ginestri, giovani comunisti con un particolare senso della militanza, il Canzoniere delle Lame ha attraversato un ventennio di straordinaria vitalità. Ho perso il conto di quanti album hanno inciso, forse nemmeno loro sanno quante volte hanno suonato fra il 1967 e l’87, un pezzo di storia che oggi ai più appare incomprensibile.

Come sala prove avevano il salone di una Casa del Popolo, in via Zanardi 184, fuori Porta Lame. Hanno suonato a Berlino Est e Berlino Ovest, all’Avana e a Parigi, Lisbona, Praga, Budapest, Sofia, Vienna, a Roma e nei capoluoghi di tutte le regioni italiane. Del Canzoniere delle Lame, ha fatto parte una cinquantina di persone, tra musicisti, cantanti e tecnici.

In questo album – che dal vivo evolveva a spettacolo audiovisivo di quasi due ore – figurano Sebastiano Giuffrida (direzione musicale), Paola Contavalli, Frida Forlani, Chiara Stanghellini, Pasquale Greco, Ivano Mengoli, Gian Paolo Paio, Gian Paolo Foresti, Luciano Neri e gli immancabili Ginestri e Carioli.

The Clash. The Clash (CBS, 1977) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 441.

L’8 aprile 1977 s’ode uno schianto, direbbe un poeta. Senza i Clash gli U2 non sarebbero mai esistiti, ha aggiunto Bono.

Ma non farò finta di essere un seguace della prima ora: ho acquistato questo album tre o quattro anni dopo l’uscita, sull’onda di London Calling. Nell’aprile 1977 ascoltavo altro. Ero un adolescente di provincia, che guardava con estrema diffidenza a quello che chiamavano punk. Non possedevo gli strumenti per capire chi fossero quegli invasati, la necessità storica della loro irruzione.

Sono in tre sulla copertina (foto di Kate Simon): Paul Simonon al basso, Joe Strummer e Mick Jones voci e chitarre (nonché compositori di musiche e testi); alla batteria picchia Terry (“Tory”) Crimes, ma la sua presenza è provvisoria, verrà presto sostituito, e della meteora di Keith Levene resta una sola, brevissima traccia: What’s My Name.

È l’album che, senza averlo ancora teorizzato, fa esplodere il combat rock, la musica militante contro il capitalismo, con I’m so Bored with the USA, Career Opportunities, Police & Thieves (cover di Junior Murvin), London’s Burning, Garageland.

In quei Clash, c’è la curiosità verso musiche esotiche (reggae, dub, rockabilly), l’energia dei ventenni, ma soprattutto il desiderio di ripartire da un rock senza fronzoli e senza compromessi, puro, dalle radici antiche. Ricetta: canzoni da 3 o 4 minuti; riff immediati ed essenziali; rifiuto di qualunque autorità costituita (la polizia, i genitori, la politica, l’America).

Trapezio, Renato Zero (RCA, 1976) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 440.

Al terzo album, Zero sta per esplodere. Sgangherato, barocco (si preferiva dire glam, sempre che i sorcini non la considerassero un’offesa), con arrangiamenti sovrabbondanti, pari solo alla feroce dolcezza della voce. Ancora oggi, suona spiazzante. Potrei dire che mi piace più oggi di allora.

Scritto in collaborazione con Piero Pintucci, Franca Evangelista e Mogol (c’è chi dice che fu solo una trovata pubblicitaria), vi suonano Achille Oliva e Mario Scotti (basso), Luciano Ciccaglioni e Giancarlo De Matteis (chitarre), Marco Pirisi e Massimo Buzzi (batteria), Rodolfo Bianchi (sax), Carlo Giancamilli (tastiere), Piero Pintucci, Albert Verecchia e Ruggero Cini (pianoforte). È l’album di Motel, Inventi, Salvami, Un uomo da bruciare e, naturalmente, Madame.

Impossibile confinare questo Zero in una categoria: non è un cantautore, non è solo un cantante, ognuno dei brani sembra un pezzo di vita vissuta, fra sussurri e grida, il canto sorprende per la metrica e la varietà, con vari passaggi di denuncia (depressione, aborto, disabilità, prostituzione) all’interno di una plateale preminenza per la provocazione verbale.

Pare che su questo album, Zero si sia giocato tutto: i precedenti No! Mamma, no! e Invenzioni avevano venduto pochissimo, la RCA non gli avrebbe fornito altre occasioni. Madame lo porta dritto nelle discoteche.

Mingus Ah Um. Charles Mingus (Columbia, 1959) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 439.

Le registrazioni avvennero in appena due sedute, il 5 e il 12 maggio 1959 presso il Columbia 30th Street Studio di New York City. Ecco un esempio della considerazione in cui questo album viene tenuto: nel 2003, è stato uno dei 50 selezionati dalla Biblioteca del Congresso USA per essere inclusi nel National Recording Registry, in conservazione per i posteri.

Tutti scritti da Mingus, Goodbye Pork Pie Hat, Self-Portrait in Three Colors, Open Letter to Duke e Bird Calls sono i brani di più immediata impressione, Better Git It In Your Soul: lascia stupefatti a ogni ascolto. Sono omaggi alle radici del Jazz e alle sue icone (Lester Young, appena morto, Duke Ellington, Jelly Roll Morton, Charlie Parker, il gospel, New Orleans…).

A 37 anni, il gigantesco contrabbassista venuto dall’Arizona si concede ogni tanto il pianoforte. Lo affiancano (sassofoni e clarinetto) Booker Ervin, John Handy e Shafi Hadi; al trombone, Willie Dennis e Jimmy Knepper, al pianoforte, Horace Parlan, alla batteria Dannie Richmond. Il procedimento di registrazione doveva simulare la situazione del concerto dal vivo: scarso o nullo il ricorso a partiture scritte, ai musicisti Mingus chiedeva di affidarsi all’orecchio e all’istinto, così da rispondere alle sue sollecitazioni nel modo più spontaneo.

Ho scoperto un retroscena su Fables of Faubus, così intitolata in disonore a Orval E. Faubus (1910-1994), famigerato Governatore dell’Arkansas che nel ‘57 fece istanza contro l’integrazione razziale nelle scuole, costringendo il Presidente Eisenhower a inviare la Guardia Nazionale nella cittadina di Little Rock.

In copertina, un dipinto di S. Neil Fujita.

Li sarracini adorano lu sole. Nuova Compagnia di Canto Popolare (EMI, 1974) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 438.

«È nato nu creaturo, è nato niro / e ‘a mamma ‘o chiamma Ciro»… A dircelo sono Fausta Vetere (voce portentosa, chitarra e flauto), Eugenio Bennato (voce, chitarra, mandolino e fisarmonica), Giovanni Mauriello (voce e percussioni), Nunzio Areni (flauto e chitarra), Patrizio Trampetti (voce, chitarra, mandolino e percussioni) e Peppe Barra (voce e percussioni). Sullo sfondo, la figura di Roberto De Simone, ispiratore e arrangiatore della Compagnia, nonché autore delle musiche, riprese dalla tradizione partenopea. Alla produzione concorre Renato Marengo, fra gli strumenti compaiono anche chitarriola, mandola, mandoloncello, thiorba, tromba de’ zingari, putipù, tammorra, clavicembalo.

Il quinto album della NCCP si sviluppa in 10 brani, 8 sono tradizionali, rivisitati. Spiccano Tammuriata nera, composto nei primi anni Quaranta da Mario e Nicolardi, ‘O cunto ‘e Masaniello, ‘E spingole frangese e ‘O guarracino. È musica dall’energia incomprimibile, magica e malinconica, con scoppi di furibonda allegria. Spesso, al di là delle intenzioni, sono sonorità che scatenano il ballo: villanelle, tarantelle e tammuriate dal ritmo ipnotico, impossibile star fermi.

Per chi fatica a comprendere testi e sottintesi del folklore napoletano – In galera li panettieri, scopro, prende spunto dai tumulti per il pane del 1570, ma restano i dubbi sul perché Ciro sia nato niro – e non ha la minima nozione di melodie attinte ad antiche tradizioni popolari, quel che colpisce in questo album è il ritmo. Sbalorditivo, perché sotteso a una strepitosa tecnica strumentale. Pura world music, l’avesse scoperta Peter Gabriel.

Il Grande Blues

Nel 2004, l’editoriale l’Espresso mandò in edicola 6 cd sotto il titolo Il Grande Blues: in totale, 111 brani e circa 7 ore di musica. Progetto editoriale e testi di accompagnamento erano firmati Ernesto Assante e Gino Castaldo.

Non riascoltavo quei cd da allora. Ora che, mio malgrado, ho avuto tutto il tempo per farlo, passando alcuni pomeriggi in questo clima, ne ho ricavato una lista di 32 pezzi (le mie preferenze) e dai libretti ho ricavato un po’ di appunti: Leggi il resto dell’articolo

Mia Martini. Mia Martini (Ricordi, 1982) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 437.

L’ho fatto raramente, ma qualche disco in vinile l’ho comprato anche in edicola. Questo appartiene alla collana “Profili musicali”, che l’etichetta Dischi Ricordi, con il traino di Sorrisi e Canzoni TV, mise in vendita a prezzi popolari.

Contiene quasi tutti i titoli fondamentali degli anni Settanta di una delle più straordinarie voci della canzone italiana, da Minuetto a Inno, da Al mondo a Piccolo uomo; nelle 8 tracce vi sono incisioni meno note: La porta socchiusa, Agapimu, Dove il cielo va a finire, Alba. A dirigere l’orchestra, il maestro Natale Massara.

Caratteristica di questi “Profili” era un opuscolo a colori, con molte foto dell’artista, corredate da dati biografici e aneddoti (in questo caso, i testi sono di Andrea Lo Vecchio, che intervista l’amico Shel Shapiro), testi di canzoni e accordi per chitarra. Nel caso specifico, i testi sono banali e gli accordi sono di canzoni non presenti nella raccolta…

Da Bagnara Calabra (20 settembre 1947), figlia di insegnanti, Domenica Berté era sbarcata a Roma esibendo un timbro vocale secondo solo a Mina. Al netto di vicende personali che ai tempi la danneggiarono notevolmente, la gestione della sua carriera artistica ha sempre lasciato perplessi. Già nei primi anni Settanta, Mimì aveva raccolto un successo favoloso, vincendo due edizioni consecutive del Festivalbar, una manifestazione in cui votava il pubblico, e che un simile consenso lo riservò solo a Lucio Battisti.

Scritto da Franco Califano (testo) e Dario Baldan Bembo (musica), Minuetto venne inciso nel 1973; presero parte al coro Bruno Lauzi, Maurizio Fabrizio, Adriano Panatta e la sorellina Loredana, di tre anni più giovane.

E fu subito Aznavour… Charles Aznavour (Barclay, 1970 ) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 436.

L’autobiografica L’istrione, Devi sapere, Com’è triste Venezia (scritta da Françoise Dorin), Ed io fra di voi: basta questo poker di titoli a dare la dimensione di questa raccolta di successi, cantati in italiano, dal grande artista d’origine armena.

Sono dodici canzoni, con una grande orchestra alle spalle diretta da Claude Denjean, che cura anche gli arrangiamenti; della raccolta fa parte anche Dopo l’amore, che per un certo periodo lo chansonnier eseguì insieme a Mia Martini.

A tradurre i testi di Aznavour furono celebri parolieri come Sergio Bardotti e Giorgio Calabrese, e poi Beretta, Mogol, Daiano e Giacotto. Canzoni di Aznavour sono state riprese da Gino Paoli, Domenico Modugno, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi, Mina, Gigliola Cinquetti, Mia Martini, Enrico Ruggeri, Renato Zero, Massimo Ranieri e Franco Battiato.

Cantava in sette lingue, ha venduto oltre 300 milioni di dischi, la sua personalità ha oltrepassato i confini della musica leggera: nato a Parigi nel 1924, è stato insignito della Legion d’Onore, e fu ambasciatore dell’Armenia in Svizzera dal febbraio 2009; attore per Jean Cocteau, Cayatte e Verneuil, Schlöndorff e Chabrol, senza dimenticare il giovanissimo Truffaut.

Charles Aznavour ha continuato a esibirsi in lunghi concerti fin quasi a novant’anni.