Il prezzo del mondo. Canzoniere delle Lame (I Dischi dello Zodiaco, 1975) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 442.

Ecco un autentico, programmatico concept album, con un discorso politico-satirico sul “caro-vita” (l’inflazione a due cifre che impoveriva operai e pensionati, e faceva sembrare colpevoli i bottegai) elaborato da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia e tanto altro) e un discorso musicale – la canzone popolare – che questo Canzoniere bolognese poteva affrontare con giustificata ambizione, dopo otto anni e centinaia di concerti.

Fondato il Primo Maggio 1967 dai ventitreenni Janna Carioli e Gianfranco Ginestri, giovani comunisti con un particolare senso della militanza, il Canzoniere delle Lame ha attraversato un ventennio di straordinaria vitalità. Ho perso il conto di quanti album hanno inciso, forse nemmeno loro sanno quante volte hanno suonato fra il 1967 e l’87, un pezzo di storia che oggi ai più appare incomprensibile.

Come sala prove avevano il salone di una Casa del Popolo, in via Zanardi 184, fuori Porta Lame. Hanno suonato a Berlino Est e Berlino Ovest, all’Avana e a Parigi, Lisbona, Praga, Budapest, Sofia, Vienna, a Roma e nei capoluoghi di tutte le regioni italiane. Del Canzoniere delle Lame, ha fatto parte una cinquantina di persone, tra musicisti, cantanti e tecnici.

In questo album – che dal vivo evolveva a spettacolo audiovisivo di quasi due ore – figurano Sebastiano Giuffrida (direzione musicale), Paola Contavalli, Frida Forlani, Chiara Stanghellini, Pasquale Greco, Ivano Mengoli, Gian Paolo Paio, Gian Paolo Foresti, Luciano Neri e gli immancabili Ginestri e Carioli.

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The Clash. The Clash (CBS, 1977) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 441.

L’8 aprile 1977 s’ode uno schianto, direbbe un poeta. Senza i Clash gli U2 non sarebbero mai esistiti, ha aggiunto Bono.

Ma non farò finta di essere un seguace della prima ora: ho acquistato questo album tre o quattro anni dopo l’uscita, sull’onda di London Calling. Nell’aprile 1977 ascoltavo altro. Ero un adolescente di provincia, che guardava con estrema diffidenza a quello che chiamavano punk. Non possedevo gli strumenti per capire chi fossero quegli invasati, la necessità storica della loro irruzione.

Sono in tre sulla copertina (foto di Kate Simon): Paul Simonon al basso, Joe Strummer e Mick Jones voci e chitarre (nonché compositori di musiche e testi); alla batteria picchia Terry (“Tory”) Crimes, ma la sua presenza è provvisoria, verrà presto sostituito, e della meteora di Keith Levene resta una sola, brevissima traccia: What’s My Name.

È l’album che, senza averlo ancora teorizzato, fa esplodere il combat rock, la musica militante contro il capitalismo, con I’m so Bored with the USA, Career Opportunities, Police & Thieves (cover di Junior Murvin), London’s Burning, Garageland.

In quei Clash, c’è la curiosità verso musiche esotiche (reggae, dub, rockabilly), l’energia dei ventenni, ma soprattutto il desiderio di ripartire da un rock senza fronzoli e senza compromessi, puro, dalle radici antiche. Ricetta: canzoni da 3 o 4 minuti; riff immediati ed essenziali; rifiuto di qualunque autorità costituita (la polizia, i genitori, la politica, l’America).

Trapezio, Renato Zero (RCA, 1976) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 440.

Al terzo album, Zero sta per esplodere. Sgangherato, barocco (si preferiva dire glam, sempre che i sorcini non la considerassero un’offesa), con arrangiamenti sovrabbondanti, pari solo alla feroce dolcezza della voce. Ancora oggi, suona spiazzante. Potrei dire che mi piace più oggi di allora.

Scritto in collaborazione con Piero Pintucci, Franca Evangelista e Mogol (c’è chi dice che fu solo una trovata pubblicitaria), vi suonano Achille Oliva e Mario Scotti (basso), Luciano Ciccaglioni e Giancarlo De Matteis (chitarre), Marco Pirisi e Massimo Buzzi (batteria), Rodolfo Bianchi (sax), Carlo Giancamilli (tastiere), Piero Pintucci, Albert Verecchia e Ruggero Cini (pianoforte). È l’album di Motel, Inventi, Salvami, Un uomo da bruciare e, naturalmente, Madame.

Impossibile confinare questo Zero in una categoria: non è un cantautore, non è solo un cantante, ognuno dei brani sembra un pezzo di vita vissuta, fra sussurri e grida, il canto sorprende per la metrica e la varietà, con vari passaggi di denuncia (depressione, aborto, disabilità, prostituzione) all’interno di una plateale preminenza per la provocazione verbale.

Pare che su questo album, Zero si sia giocato tutto: i precedenti No! Mamma, no! e Invenzioni avevano venduto pochissimo, la RCA non gli avrebbe fornito altre occasioni. Madame lo porta dritto nelle discoteche.

Mingus Ah Um. Charles Mingus (Columbia, 1959) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 439.

Le registrazioni avvennero in appena due sedute, il 5 e il 12 maggio 1959 presso il Columbia 30th Street Studio di New York City. Ecco un esempio della considerazione in cui questo album viene tenuto: nel 2003, è stato uno dei 50 selezionati dalla Biblioteca del Congresso USA per essere inclusi nel National Recording Registry, in conservazione per i posteri.

Tutti scritti da Mingus, Goodbye Pork Pie Hat, Self-Portrait in Three Colors, Open Letter to Duke e Bird Calls sono i brani di più immediata impressione, Better Git It In Your Soul: lascia stupefatti a ogni ascolto. Sono omaggi alle radici del Jazz e alle sue icone (Lester Young, appena morto, Duke Ellington, Jelly Roll Morton, Charlie Parker, il gospel, New Orleans…).

A 37 anni, il gigantesco contrabbassista venuto dall’Arizona si concede ogni tanto il pianoforte. Lo affiancano (sassofoni e clarinetto) Booker Ervin, John Handy e Shafi Hadi; al trombone, Willie Dennis e Jimmy Knepper, al pianoforte, Horace Parlan, alla batteria Dannie Richmond. Il procedimento di registrazione doveva simulare la situazione del concerto dal vivo: scarso o nullo il ricorso a partiture scritte, ai musicisti Mingus chiedeva di affidarsi all’orecchio e all’istinto, così da rispondere alle sue sollecitazioni nel modo più spontaneo.

Ho scoperto un retroscena su Fables of Faubus, così intitolata in disonore a Orval E. Faubus (1910-1994), famigerato Governatore dell’Arkansas che nel ‘57 fece istanza contro l’integrazione razziale nelle scuole, costringendo il Presidente Eisenhower a inviare la Guardia Nazionale nella cittadina di Little Rock.

In copertina, un dipinto di S. Neil Fujita.

Li sarracini adorano lu sole. Nuova Compagnia di Canto Popolare (EMI, 1974) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 438.

«È nato nu creaturo, è nato niro / e ‘a mamma ‘o chiamma Ciro»… A dircelo sono Fausta Vetere (voce portentosa, chitarra e flauto), Eugenio Bennato (voce, chitarra, mandolino e fisarmonica), Giovanni Mauriello (voce e percussioni), Nunzio Areni (flauto e chitarra), Patrizio Trampetti (voce, chitarra, mandolino e percussioni) e Peppe Barra (voce e percussioni). Sullo sfondo, la figura di Roberto De Simone, ispiratore e arrangiatore della Compagnia, nonché autore delle musiche, riprese dalla tradizione partenopea. Alla produzione concorre Renato Marengo, fra gli strumenti compaiono anche chitarriola, mandola, mandoloncello, thiorba, tromba de’ zingari, putipù, tammorra, clavicembalo.

Il quinto album della NCCP si sviluppa in 10 brani, 8 sono tradizionali, rivisitati. Spiccano Tammuriata nera, composto nei primi anni Quaranta da Mario e Nicolardi, ‘O cunto ‘e Masaniello, ‘E spingole frangese e ‘O guarracino. È musica dall’energia incomprimibile, magica e malinconica, con scoppi di furibonda allegria. Spesso, al di là delle intenzioni, sono sonorità che scatenano il ballo: villanelle, tarantelle e tammuriate dal ritmo ipnotico, impossibile star fermi.

Per chi fatica a comprendere testi e sottintesi del folklore napoletano – In galera li panettieri, scopro, prende spunto dai tumulti per il pane del 1570, ma restano i dubbi sul perché Ciro sia nato niro – e non ha la minima nozione di melodie attinte ad antiche tradizioni popolari, quel che colpisce in questo album è il ritmo. Sbalorditivo, perché sotteso a una strepitosa tecnica strumentale. Pura world music, l’avesse scoperta Peter Gabriel.

Il Grande Blues

Nel 2004, l’editoriale l’Espresso mandò in edicola 6 cd sotto il titolo Il Grande Blues: in totale, 111 brani e circa 7 ore di musica. Progetto editoriale e testi di accompagnamento erano firmati Ernesto Assante e Gino Castaldo.

Non riascoltavo quei cd da allora. Ora che, mio malgrado, ho avuto tutto il tempo per farlo, passando alcuni pomeriggi in questo clima, ne ho ricavato una lista di 32 pezzi (le mie preferenze) e dai libretti ho ricavato un po’ di appunti: Leggi il resto dell’articolo

Mia Martini. Mia Martini (Ricordi, 1982) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 437.

L’ho fatto raramente, ma qualche disco in vinile l’ho comprato anche in edicola. Questo appartiene alla collana “Profili musicali”, che l’etichetta Dischi Ricordi, con il traino di Sorrisi e Canzoni TV, mise in vendita a prezzi popolari.

Contiene quasi tutti i titoli fondamentali degli anni Settanta di una delle più straordinarie voci della canzone italiana, da Minuetto a Inno, da Al mondo a Piccolo uomo; nelle 8 tracce vi sono incisioni meno note: La porta socchiusa, Agapimu, Dove il cielo va a finire, Alba. A dirigere l’orchestra, il maestro Natale Massara.

Caratteristica di questi “Profili” era un opuscolo a colori, con molte foto dell’artista, corredate da dati biografici e aneddoti (in questo caso, i testi sono di Andrea Lo Vecchio, che intervista l’amico Shel Shapiro), testi di canzoni e accordi per chitarra. Nel caso specifico, i testi sono banali e gli accordi sono di canzoni non presenti nella raccolta…

Da Bagnara Calabra (20 settembre 1947), figlia di insegnanti, Domenica Berté era sbarcata a Roma esibendo un timbro vocale secondo solo a Mina. Al netto di vicende personali che ai tempi la danneggiarono notevolmente, la gestione della sua carriera artistica ha sempre lasciato perplessi. Già nei primi anni Settanta, Mimì aveva raccolto un successo favoloso, vincendo due edizioni consecutive del Festivalbar, una manifestazione in cui votava il pubblico, e che un simile consenso lo riservò solo a Lucio Battisti.

Scritto da Franco Califano (testo) e Dario Baldan Bembo (musica), Minuetto venne inciso nel 1973; presero parte al coro Bruno Lauzi, Maurizio Fabrizio, Adriano Panatta e la sorellina Loredana, di tre anni più giovane.

E fu subito Aznavour… Charles Aznavour (Barclay, 1970 ) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 436.

L’autobiografica L’istrione, Devi sapere, Com’è triste Venezia (scritta da Françoise Dorin), Ed io fra di voi: basta questo poker di titoli a dare la dimensione di questa raccolta di successi, cantati in italiano, dal grande artista d’origine armena.

Sono dodici canzoni, con una grande orchestra alle spalle diretta da Claude Denjean, che cura anche gli arrangiamenti; della raccolta fa parte anche Dopo l’amore, che per un certo periodo lo chansonnier eseguì insieme a Mia Martini.

A tradurre i testi di Aznavour furono celebri parolieri come Sergio Bardotti e Giorgio Calabrese, e poi Beretta, Mogol, Daiano e Giacotto. Canzoni di Aznavour sono state riprese da Gino Paoli, Domenico Modugno, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi, Mina, Gigliola Cinquetti, Mia Martini, Enrico Ruggeri, Renato Zero, Massimo Ranieri e Franco Battiato.

Cantava in sette lingue, ha venduto oltre 300 milioni di dischi, la sua personalità ha oltrepassato i confini della musica leggera: nato a Parigi nel 1924, è stato insignito della Legion d’Onore, e fu ambasciatore dell’Armenia in Svizzera dal febbraio 2009; attore per Jean Cocteau, Cayatte e Verneuil, Schlöndorff e Chabrol, senza dimenticare il giovanissimo Truffaut.

Charles Aznavour ha continuato a esibirsi in lunghi concerti fin quasi a novant’anni.

Blackdance. Klaus Schulze (Virgin, 1974) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 435.

Per il compositore tedesco, che fu fra i fondatori di Tangerine Dream e Ash Ra Temple (in entrambi i casi si dedicava soprattutto alle percussioni), questo è il terzo album in studio, il primo in cui si fa accompagnare da una voce (Ernst Walter Siemon in Voices of Syn) e “osa” introdurre una chitarra acustica a 12 corde (Ways of Changes).

Tutte e tre le lunghe tracce (la terza ha per titolo Some Velvet Phasing) sono composte da Schulze, che alterna vari sintetizzatori, organo, pianoforte e percussioni.

A confronto di monoliti cosmici come Irrlicht e Cyborg, le musiche di Blackdance arrivano addolcite, meno angoscianti, inclini al melodico; per lungo tempo si è creduto che fosse successivo a Picture Music, ma pare sia stato registrato prima e distribuito dopo.

Scopro adesso che al tenore Siemon, Schulze chiese di riecheggiare un’aria verdiana, e mi chiedo chi l’abbia riconosciuta, così immersa in percussioni martellanti e ipnotiche atmosfere “alla Stockhausen”. Per quanto adolescenziale e per certi versi incomprensibile, c’è stata una non breve fase della mia vita in cui io e alcuni amici ascoltavamo molta musica elettronica: di questo lp di Schulze, dicevamo fosse già “troppo commerciale”.

Ispirata ai paesaggi surrealista di Salvador Dalì, la copertina è opera dell’artista svizzero Urs Amann.

2574, mi ricordo

Mi ricordo Debbie Harry cantare Sunday Girl a Top of the Pops, vestito bianco con grosse righe, senza mai togliersi gli occhiali.

Ummagumma. Pink Floyd (Harvest, 1969) – 10

LA PUNTINA SUL VINILE 434.

Doppio epocale, anomalo e parossistico; album della rinascita, dopo l’uscita di scena del “pazzo diamante”. Considero la parte live come il vertice assoluto del pop progressivo, o psichedelico, se preferite. Le registrazioni avvennero in piccole sale universitarie, il 27 aprile 1969 al Mothers Club di Birmingham e il 2 maggio al Manchester College of Commerce; la parte in studio, con i brani inediti, venne incisa fra agosto e settembre presso i celeberrimi Abbey Road Studios. Passaggio di testimone quantomai simbolico…

Ognuna delle quattro esecuzioni dal vivo – Astronomy Domine (8:29, di Syd Barrett), Careful with That Axe, Eugene (8:50), Set the Controls for the Heart of the Sun (9:12) e A Saucerful of Secrets (12:48) – dilata ed esalta le versioni già stampate su vinile. La ricerca sonora e l’abilità tecnica raggiungono dimensioni inesplorate, divenendo motivo di ispirazione per gruppi di ogni parte del mondo (per motivi di spazio, furono escluse Interstellar Overdrive ed Embryo).

Il disco in studio, invece, si caratterizza per la scomposizione del gruppo in quattro parti, ognuno lascia il segno con le sue specifiche preferenze musicali (fu di Wright l’idea dei quattro segmenti “individuali”); le mie preferenze vanno a Grantchester Meadows (Waters) e The Narrow Way (Gilmour).

Storm Thorgerson, dello studio Hipgnosis, realizzò una copertina sfaccettata e di inedita densità. Oltre ai musicisti, alternati in primo piano, spicca un’istantanea sulla pista dell’aeroporto di Biggin Hill, nel Kent, con tutta l’imponenza spaziale di strumenti e amplificazioni a dominare sulle minuscole figure dell’ingegnere del suono Peter Watts e di Allan Styles.

Per la colonna sonora di Zabriskie Point, Michelangelo Antonioni pretese di migliorare le urla strazianti di “Eugene Waters”. Fu un errore.

Dove stanno Bob Dylan e Tina Turner nel video di Window in the Skies?

Ho visto varie volte questo strepitoso videoclip, ma Dylan e Tina proprio non riesco a individuarli. Mi dite in quale punto sarebbero?

Da wikipedia:
Il video è un montaggio di circa 100 clip estratte da una panoramica di 50 anni di concerti di altri famosi musicisti, realizzato in modo tale che i movimenti delle labbra dei cantanti o dei musicisti seguano le parole e la musica del brano degli U2.

Tra gli artisti e i gruppi scelti per il video figurano: Frank Sinatra, Jim Morrison, PJ Harvey, Nirvana, Frank Zappa, Radiohead, Nat King Cole, Rolling Stones, Nina Simone, Marvin Gaye, Ella Fitzgerald, Mary J. Blige, Beatles, George Harrison, Paul McCartney, John Lennon, Ray Charles, David Byrne, Elvis Presley, Simon & Garfunkel, Public Enemy, Who, Queen, Clash, Bob Marley, Jerry Lee Lewis, Elvis Costello, Jimi Hendrix, Beck, Green Day, R.E.M., Ramones, Jacky Wilson, The Smiths, Elton John, Louis Armstrong, Iggy Pop & The Stooges, Jay-Z, Jane’s Addiction, Bob Dylan, Charlie Mingus, Led Zeppelin, John Bonham, David Bowie, The White Stripes, Johnny Cash, The Pretenders, The Police, Sam Cooke, Smokey Robinson, Tina Turner, Talking Heads, Stevie Wonder, Patti Smith, Kanye West, Alicia Keys e Beyoncé. Compare anche il pianista Vladimir Horowitz…

Ritengo l’elenco incompleto, c’è almeno un assente: Roy Orbison (fra i primissimi omaggiati).

Musica riascoltata, il mio meglio del 2018

Della rubrica che ho intitolato “La puntina sul vinile”, ho finora pubblicato 433 brevi recensioni degli LP che possiedo.Cominciai il 6 aprile 2017, faticosamente, arriverò alla fine entro febbraio-marzo.

Nel corso del 2018, ho riascoltato 272 album. Ecco gli 11 a cui ho dato il punteggio massimo:

Immagino si tratti di giudizi ampiamente condivisi. Le mie preferenze emergono con più nettezza dall’elenco dei 51 titoli (in ordine di riascolto) a cui ho dato 9/10. Come sempre, chi volesse leggere cosa ne avevo scritto, può digitare il titolo nel motore di ricerca in alto a destra. Leggi il resto dell’articolo