Porcupine, The Echo & the Bunnymen (Korova, 1983)

LA PUNTINA SUL VINILE 23.

Lo so, ha poco senso cercare un colpevole, ma la qualità di canzoni come The Cutter, Heads Will Roll e My White Devil spinge a chiedersi come mai questo gruppo non abbia raggiunto una fama planetaria.
Chitarre elettriche lancinanti, un sound potente innervato da una base ritmica dalle qualità non dissimili dai primi U2 o dagli ultimi Joy Division, eppure sono rimasti nel limbo di una new wave inesplosa.

Forse la “colpa” è della voce, cioè del leader, Ian McCulloch, che sembra inseguire il fantasma di Jim Morrison, ma risulta monocorde. La band sono Will Sergeant (chitarra), Les Pattinson (basso) e Pete de Freitas (batteria elettronica: morirà nel giugno 1989 in un incidente motociclistico).

Con una compattezza levigata, queste 10 tracce passano in un lampo. Era il terzo album della band di Liverpool, decisa a sfuggire a ogni categoria (post beat, brit pop, new wave).

Qui provano ad aggiungere sprazzi di violino; certe melodie galleggiano su una voce aspra, che non riesce a essere romantica e trasmette una cupa deriva esistenziale.

The Lounge Lizards I, The Lounge Lizards (Editions EG, 1981)

LA PUNTINA SUL VINILE 22.

Disco d’esordio, so di averlo comprato 5-6 anni dopo l’uscita, quando restai a bocca aperta davanti al primo film di Jim Jarmusch, «Stranger Than Paradise»: John Lurie l’ho conosciuto nei panni d’attore.

Free jazz e jazz classico (due standards firmati Thelonious Monk), rock sperimentale e musica etnica, si mischiano in forme nervose e pirotecniche. Harlem Nocturne (cover di Earle Hagen), Conquest of Rar e Fatty Walks sono i pezzi che preferisco, i più melodici fra i 13 che compongono questo album, quelli dalle armonie più orecchiabili.
A comporre la band erano John Lurie (sax), Evan Lurie (tastiere), Steve Piccolo (basso), Arto Lindsay (chitarra) e Anton Fier (batteria e cimbali).

Prodotto da Teo Macero, l’impeccabile foto di copertina è di Fran Pelzman. Doveva essere effervescente quella New York, doveva essere facile entrare in un locale notturno e ascoltare gruppi incuranti dei generi codificati, che assorbivano di tutto, digerivano e sputavano fuori suoni inclassificabili.

I Lounge Lizards, per esempio, non so ancora se collocarli accanto ai Pere Ubu o ai Weather Report.

Broken English, Marianne Faithfull (Island, 1979)

LA PUNTINA SUL VINILE 21.

Un disco con questa copertina e che contiene The Ballad of Lucy Jordan e Working Class Hero non ha bisogno di altre giustificazioni. Nel mio caso, le splendide immagini di «Thelma & Louise» rimandano a questa voce arrochita che prende per mano le due donne in fuga e le conduce sotto le stelle che illuminano la Monument Valley.

D’altro lato, trovo emblematico il fatto che per scrollarsi di dosso l’immagine di “musa degli Stones”, Faithfull si fosse rivolta a John Lennon, riuscendo a stravolgere il suo inno di protesta.

Voce corrosiva, sfuggita a qualche cristallo difettoso, sigaretta ostentata, sguardo obliquo, tenebre blu in cui affogare le vicissitudini accumulate nei suoi primi 33 anni… Marianne Faithfull assume una veste spettrale e tenebrosa, una specie di Tom Waits al femminile, che passa le giornate nei bar dipinti da Hopper.

Non l’ho mai persa di vista, ma fra Lilì Marlene e la canzone di protesta, mi sembra abbia faticato a ritrovare l’abissale ispirazione che fuoriesce da questo suo settimo album.

1982-1984, Robert Wyatt (Rough Trade, 1984)

Non aspettatevi equilibrio, ogni volta che scriverò di Robert Wyatt, uno dei 4-5 musicisti più influenti dell’ultimo trentennio del Ventesimo secolo (nonché comunista in Inghilterra).

Questa raccolta di 7 canzoni, alcune uscite su 45 giri, non rientra fra i suoi capolavori, ma contiene numerosi squarci di struggente bellezza: penso alle sussurrate parole di Memories of You (Eubie Blake) e all’omaggio al Monk di Round Midnight; la versione di Biko è più intima e meno epica (Peter Gabriel l’ha molto apprezzata), Te recuerdo Amanda avrebbe commosso Victor Jara, la dolcissima Yolanda mi fece conoscere il cubano Pablo Milanès, Amber and Amberines (Hopper) parla del colpo di stato con cui Reagan rovesciò il legittimo governo di Grenada; infine, Shipbuilding, sulla guerra coloniale nelle isole Malvine, mi sembra persino più intensa di quella di Costello.

Canzoni di altri, segnate da un forte impegno politico, in un momento difficile della parabola artistica del fondatore di Soft Machine e Matching Mole.
Wyatt fa tutto da solo: strumentazioni scarne, pianoforte e tastiere a sostituire l’amata batteria, e la voce… la voce dovete ascoltarla, e vi sorprenderete a chiedervi come mai la reputazione di questo fenomenale musicista sia rimasta confinata in ambienti tanto ristretti.

Mekanik Dekstruktiv Kommandoh, Magma (A&M, 1973)

LA PUNTINA SUL VINILE 19.

Presto maturai la sensazione che Christian Vander, Klaus Blasquiz, Jannick Top e soci avessero trovato il modo per apparire intelligentissimi, sofisticatissimi e progressivissimi, con questa storia del pianeta Kobaia e della colonia terrestre che vi si era insediata, mantenendo complicati rapporti con chi era rimasto sulla Terra.

Del resto, i testi sono volutamente incomprensibili e ipnotici, recitati come un mantra, su un tappeto elettro-acustico, con voci acutissime, strilli e lamenti, solennità da marcia funebre, ritmi tribali e litanie da setta segreta… Mi ha fatto pensare ai «Carmina Burana» di Carl Orff e, per immediata estensione, alle saghe di Excalibur e del Conan cimmeriano.

Questo è il terzo album della band, sette tracce prodotte da Giorgio Gomelsky, con i cori che assumono un ruolo essenziale.
Mi piaceva la grafica e per motivi insondabili (forse perché nella mia discografia gli unici francesi erano Brassens e Brel), restai affascinato dai Magma fino a comprare anche il capitolo successivo, Kohntarkosz. E per altri motivi insondabili, ieri sera ho riascoltato il disco due volte di fila, senza riuscire a staccarmene.

1948, mi ricordo

Mi ricordo quel diciotto aprile/ d’aver votato democristiani / senza pensare all’indomani / a rovinare la gioventù.

Juju, Siouxsie & the Banshees (Polydor, 1981)

Siouxsie Sioux (suona decisamente meglio di Susan Janet Ballion, se vuoi presentarti con una certa immagine) aveva 24 anni e questo era già il suo quinto album.

La sua voce – esplosa al primo colpo: The Scream – guida gli assalti dei Banshees, le schitarrate di John McGeoch (ottima tecnica), i giri di basso di Steven Severin e le potenti percussioni di Budgie (vero nome Peter Edward Clark). Se vi piace la sua voce, il gioco è fatto: a una notevole presenza scenica, Siouxsie abbinava la capacità di emettere suoni nelle tonalità più dark: da profondità abissali sapeva inerpicarsi verso vette spigolose, e tuttavia non prive di dolcezza.

Il suono dei Banshees, invece, tende a essere ipnotico e ripetitivo: Arabian Knights, Night Shift e Sin in My Heart sono i pezzi che ho (ri)trovato più interessanti (saranno vent’anni che non riascoltavo queste nove tracce).

In copertina, un tappeto grafico di pentagrammi sparsi, su cui spicca una statuetta africana. L’hanno chiamato “post punk”, “gothic rock” e in altri modi cupi: in effetti, se i titoli grondano parole come “night”, “Halloween”, “heart” e “voodoo”, l’etichetta viene facile.

A vos desirs, Gwendal (Pathé, 1976)

LA PUNTINA SUL VINILE 17.

Francesi di area celtica, i Gwendal appartengono a quel periodo della mia vita in cui ogni estate speravo di partire per la Bretagna o l’Irlanda (la prima l’avrei visitata solo nell’85, la seconda mai).

Ballate senza canto, titoli un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in gaelico (Cam’ye ower frae France, da un tradizionale del XVIII secolo), mi sembra che i Gwendal debbano aver lungamente ascoltato Jan Anderson e i Jethro Tull, e anche i Focus di Jan Akkermann.
Non mancano le inflessioni canterburyane e medievaleggianti, soprattutto nella suite (Mon joli scooter) che occupa l’intero lato B, quando il sax si sostituisce spesso al flauto (Youenn LeBerre li suonava entrambi, oltre alle cornamuse), e il ritmo si fa inebriante.

Della band facevano parte anche Bruno Barré (violino), Jean-Marie Renard (chitarre), Roger Schaub (basso), Ricky Caust (chitarra e mandolino) e Arnaud Rogers (batteria): una strumentazione eclettica, fra il rock e la tradizione.

Questo era il loro terzo album. Fra i motivi per cui lo comprai, la copertina fantasy del grande Enki Bilal.

More, Pink Floyd (Columbia, 1969)

Un lungo cinguettio apre il sipario su Cirrus Minor, la prima e la più intensa delle tredici tracce che compongono il terzo album dei Pink Floyd, il secondo senza Syd Barrett, il primo pensato come colonna sonora.

Ho lungamente inseguito e mai visto il film di Barbet Schroeder con Mimsy Farmer, e mi sono limitato a immaginarne la trama, con questi suoni e con l’allucinata copertina dello studio Hipgnosis. Anche se il mistero circondava quella pellicola, sapevamo si sviluppasse fra Parigi e Ibiza, e che si trattava di una storia d’amore, di droga e di morte.

Il lato A è più godibile e immediato, grazie alla forma-canzone che la band non aveva ancora abbandonato, dopo la serie di 45 giri poi raccolti in Masters of Rock e Relics; nei 45 giri, il quartetto non fa che oscillare fra beat e psichedelia, e in questo caso gli episodi più convincenti hanno per titolo Cymbaline e Green Is the Colour (spesso nelle scalette dei concerti, conservati in numerosi bootleg).

L’ultimo arrivato, David Gilmour, si impone come prima voce solista e ricorda che incisero tutto in otto giorni. La mia sensazione è che il sound del gruppo fosse allora dominato dalle tastiere di Richard Wright, che alternava Farfisa e Hammond, pianoforte e vibrafono, ricavandone sogni e incubi, ombre e luci, libertà e psicosi.

Night of a Thousand Candles, The Men They Couldn’t Hang (Demon, 1985)

LA PUNTINA SUL VINILE 15.

Se mai è esistito un “folk punk”, eccolo all’opera. Orgogliosi e arrabbiati, “gli uomini scampati al’impiccagione” si affacciano con questo lp pieno di riferimenti politici.

Affidano a Paul Simmonds (tastiere, chitarre, bouzouki e mandolino) la scrittura dei pezzi; Shanne Bradley (una donna al basso), Jon Odgers (percussioni), Philip “Swill” Odgers (chitarre) e Stefan Cush (chitarra e corno) completano la band. Stephen Cush e Phil Odgers si dividono le parti vocali.

Non avranno il successo dei Pogues, ma sapevano riscoprire melodie popolari e tradurle in ritmi travolgenti (Hush Little Baby e Scarlet Ribbons); censurata alla radio, Ironmaster divenne una delle canzoni simbolo nella lotta dei minatori contro la Thatcher.

Questo album si fa ricordare per una magnifica ballate antimilitarista: The Green Fields of France. Cconosciuta anche come No Man’s Land, è la rienterpretazione di un brano di Eric Bogle, scozzese, inciso nel 1971. Dopo aver visitato i cimiteri di guerra della prima guerra mondiale, Bogle trasformò una canto popolare in un dialogo con il soldato semplice William McBride, ispirato dalla sua pietra tombale.

Steve Winwood I, Steve Winwood (Island, 1977)

LA PUNTINA SUL VINILE 14.

A sedici anni suonava organo, pianoforte e chitarra nello Spencer Davis Group, facendo irruzione nelle classifiche con quella Gimme Some Lovin’ poi ripresa dai Blues Brothers.
Non ancora ventenne, fondava i Traffic e un paio d’anni dopo, all’apice della fama, si compiaceva di monetizzare il tutto con i Blind Faith (una mezza truffa, per come la ricordo; tipico “supergruppo” con tanta tecnica e poco da dire).

Strano che l’esordio solista dell’ex ragazzo prodigio partito da Birminghan avvenga a ventinove anni e con un album minimalista, quasi sottotono. Sono sei lunghe ballate, tre per lato, con divagazioni dal folk al blues, dal progressive alla world music; spiccano Midland Maniac e la conclusiva, Let Me Make Something in Your Life, in cui la voce di Winwood arriva come un’autentica delizia. Quattro brani sono firmati dall’amico Jim Capaldi, la seconda voce è Nicole, che Steve sposerà l’anno dopo.

Registrato al Basing Street Studios, il dipinto in copertina è di James Hutchinson. A ripensarci, è assurdo che io abbia perduto di vista questo straordinario personaggio non ancora trentenne: di tutta la sua produzione successiva, ricordo solo Higher Love, a metà anni Ottanta.

Sunrise, Terje Rypdal – Miroslav Vitous – Jack DeJohnette (ECM, 1979)

LA PUNTINA SUL VINILE 13.

Un norvegese, Terje Rypdal, un cecoslovacco, Miroslav Vitous. e un afroamericano, Jack DeJohnette, nel giugno 1978 registrano questo album presso i Talent Studios di Oslo.

In realtà, l’album non ha titolo (Sunrise è quello del primo dei sei brani), in copertina ci sono solo i nomi dei tre musicisti e una delle solite, fuggevoli fotografie che fondano l’identità dei prodotti ECM, sotto il segno del deus ex machina, Manfred Eicher.
Il fotografo si chiama Dieter Rehm, sul retro di copertina sta un’altra immagine, i tre seduti su un marciapiede avvolti dalla luce ripida di un’alba o di un tramonto (li fotografa Roberto Masotti).

Sono sei composizioni, per 42 minuti complessivi: le prime due firmate da Rypdal (che suona chitarre, tastiere e sintetizzatore), poi due di Vitous (basso e piano elettrico; il praghese è fra i fondatori dei Weather Report) e le ultime dall’intero terzetto (formidabile batterista che nasce pianista, DeJohnette evolve sotto l’influenza di John Coltrane e Miles Davis).

È musica di sconfinata raffinatezza, conduce in luoghi mai visitati e solo immaginati. Cresce ad ogni ascolto. Il problema, semmai, è incrociarla con uno stato d’animo all’altezza.

Ommadawn, Mike Oldfield (Virgin, 1975)

L’ho ascoltato fino allo sfinimento, questo terzo lp di Oldfield ha fatto da sottofondo a molti pomeriggi passati fra fumetti e matematica, e ieri mi sono accorto di conoscerle ancora a memoria, le due lunghe suite. Possiedo ancora la precisa nozione dell’istante in cui partirà la filastrocca per bambini che va a chiudere l’album.

A due anni di distanza dall’esplosione delle campane tubolari, la fascinazione per Oldfield era all’apogeo. Lunghi movimenti avvolgenti, melodie dolcissime, oserei dire celestiali, un po’ folk e un po’ new age, alle quali contribuivano percussioni africane e alcune coriste (fra cui la sorella Sally), mentre il tappeto sonoro stava saldamente nelle mani dell’autore. La cui fama derivò dall’essere ostentatamente, narcisisticamente polistrumentista (qui suona l’arpa, chitarre acustiche ed elettriche, banjo, mandolino, basso, tastiere, pianoforte e glockenspiel). Ma più dello stupore per l’abilità tecnica, Oldfield brillò per le doti da compositore, perfetto interprete dello spirito del tempo.

In gaelico, Ommadawn pare stia a significare pazzo o idiota. Forse Oldfield si sentiva così: aveva 22 anni ed era appena diventato ricchissimo, trascinando il marchio Virgin verso un futuro radioso.

La fotografia di David Bailey, in copertina, non sembra preludere all’ascesi?