3489, mi ricordo

Mi ricordo “puoi farci piangere, ma non puoi farci cedere, noi, siamo il fuoco sotto la cenere”, ma più che Luis Miguel nella versione di Nevruz.

3488, mi ricordo

Mi ricordo la donna che ha lottato tanto perché il brillare naturale dei suoi occhi non lo scambiassero per pianto.

Nico 1988 [id.], Susanna Nicchiarelli, 2017 [filmTv106] – 8

Pseudonimo di Christa Päffgen, nata a Colonia e con l’infanzia segnata dai bombardamenti, Nico morì a Ibiza il 18 luglio 1988, nemmeno cinquantenne: era stata modella, attrice, cantante, icona, musa e femme fatale (come cantava insieme ai Velvet Underground). Forse il suo vertice artistico fu The Marble Index, l’album solista uscito nel 1968, ma per altri vent’anni calcò le scene, incurante del numero di spettatori che venivano ad ascoltarla.

“Sono stata in cima e sono caduta in basso. Entrambi i posti sono vuoti.”

Quello della Nicchiarelli è un omaggio accorato, abrasivo, oserei dire scomodo. Si concentra sull’ultima parte della parabola dell’artista, la accompagna al suo destino, sintetizza il fragoroso, luminosissimo passato in brevi flashback, costruisce una sorta di mosaico in cui far convivere l’andirivieni dalla tossicodipendenza e i costanti dubbi sulla maternità.

Girato tra Italia, Belgio e Germania, espone attori di diversi paesi, fra cui spicca la protagonista danese, Trine Dyrholm: non mi pare somigli più di tanto a Nico, ma impone una presenza scenica di prim’ordine, enfatizzata dalla fotografia di Crystel Fournier. Ogni tanto, si incuneano sprazzi d’archivio, vecchi filmati dagli abissi degli anni Sessanta, inframmezzati da immagini estratte dal documentario Walden di Jonas Mekas.

Le canzoni di Nico scelte per la colonna sonora sono state riarrangiate da Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, ed eseguite live durante le riprese: la voce è proprio quella di Trine Dyrholm, di travolgente intensità la sua versione di My Heart Is Empty.

Del cast fanno parte John Gordon Sinclair (Richard), Anamaria Marinca (Sylvia), Sandor Funtek (il figlio Ari) e l’ottimo Thomas Trabacchi (Domenico). Grande merito della Nicchiarelli è aver abbandonato i canoni più frequentati dal genere “biografico”: dovessi trovargli una parentela, mi ha ricordato certi film del Nuovo Cinema Tedesco, esplosi quarant’anni prima.

Uomo Faber, Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia

A una decina d’anni dalla scomparsa, avvenuta l’11 gennaio 1999, i disegni di Milazzo e le parole di Càlzia, genovesi visceralmente legati al cantautore, raccontano a fumetti la vita di Fabrizio De André.

Il volume è costituito da un centinaio di tavole, la cui qualità estetica non sorprende chi abbia amato Ken Parker. Tavole acquerellate nel raccontare il presente, in bianco e nero per i ricordi e i sogni del protagonista. Sempre in scena. Milazzo mostra una particolare predilezione per i primi piani e i dettagli del volto. “Per realizzare De André ho dovuto tornare alle mie origini, quando disegnavo in maniera schizzata – ha detto il disegnatore – perché spesso un segno dinamico ha più valore dell’eccessiva definizione”.

Il volume si apre con un lungo dialogo con Nina (quella di Ho visto Nina volare) nella vecchia casa di campagna in cui Fabrizio passò l’infanzia. Lei lo chiama “Bicio”, come quando erano bambini. Lui resta a dormire nella vecchia casa. E sogna.

La trama si snoda intorno al complicato, conflittuale rapporto fra Fabrizio e il padre Giuseppe, ormai morto. A Nina, Fabrizio confida: “Prima di andarsene mi ha fatto promettere che non avrei più bevuto. Sapeva che avrei mantenuto la promessa. E così mi ha salvato la vita”.

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I Frenetici, Giandomenico Curi

I giovani sembrano essere ovunque. Protagonisti in tutta la sfera dei consumi. Produttori e consumatori di ogni merce innovativa.

Ma di quale età si parli non è chiaro, la condizione giovanile si è dilatata, per la difficoltà a inserirsi stabilmente nella società adulta, fino a diventare una pura convenzione. Chi se lo può permettere, rimane giovane fino a cinquant’anni, e oltre. Eppure “i giovani” non sono sempre esistiti.

La “questione giovanile”, in Occidente, emerge negli anni Cinquanta. Appare all’improvviso, come una malattia, dai sintomi inequivocabili: una gioventù bruciata dal rock’n’roll. In America, giubbotti di pelle prendono a muoversi al ritmo “frenetico” (2 minuti e 11 secondi) di Bill Haley, «Rock Around the Clock». L’irruzione del rock’n’roll coincide con l’irruzione dei giovani all’interno dell’immaginario hollywoodiano: è alla metà degli anni Cinquanta che arrivano i suoni “pelvici” della nuova musica, proprio mentre Marlon Brando e James Dean interpretano una figura inedita, un “ribelle senza causa” che verrà continuamente riproposto, ancora oggi.

Musica e cinema, combinazione esplosiva, sembrano seguire una regia occulta, agiscono con una perfetta sincronia spazio-temporale. L’America torna frontiera. Elvis ne diventerà la sintesi esemplare, scandalosa e trascinante, sia sul palco dei concerti che sul grande schermo. Da quel momento, politica, cultura ed economia devono fare i conti con l’esistenza di una nuova categoria. Perciò, mi sembra azzeccato il sottotitolo di questa enciclopedia, che raccoglie cinquant’anni di cinema e rock; e il sottotitolo è: «I film che hanno inventato i giovani».

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3450, mi ricordo

Mi ricordo quanto mi dispiacque abbandonare i vinili e quanti album incredibili ristampavano in cd.

Ravel, Jean Echenoz, 2006

Ultimi giorni del 1927: Maurice Ravel esce dalla vasca da bagno, di mattino presto, e si prepara alla partenza. Capelli bianchi, sempre elegante, abita in una piccola casa di Montford-l’Amaury e sta per andare a Parigi, accompagnato in auto da Hélène Jourdan-Morhange, per prendere il treno che lo porterà a Le Havre, da dove partirà per l’America. “È la prima volta che ci va e sarà anche l’ultima. Gli restano, oggi, esattamente dieci anni di vita”. La traversata sul piroscafo France dura sei giorni, la cabina è lussuosa, Ravel “è all’apice della gloria”, ha 52 anni, “la sua foto è spesso sui giornali”. Sembra un fantino, 45 chili nel suo metro e 61.

Pienamente consapevole della sua celebrità e del fatto che vogliano omaggiarlo, ma a bordo del piroscafo come in qualunque altra circostanza, “preferisce non essere presente quando suonano Ravel”. Mentre l’esecuzione – che non gli è piaciuta – sta per finire, sente crescere l’imbarazzo, non sa se applaudire o no: “giacché applaudire la propria opera non è meno increscioso che non applaudire gli interpreti”.

In America resta per quattro mesi, riscuotendo un successo clamoroso in ognuno dei 25 concerti che tiene ai quattro angoli del paese. In quel viaggio, usa tutto il suo monumentale guardaroba, 60 camicie, 25 pigiami, 75 cravatte, le amate scarpe di vernice. Il 27 aprile 1928 è di ritorno a Le Havre, con ventisettemila dollari in più.

Sono le sole date di questo libro, gli altri riferimenti cronologici sono volutamente sfumati.

In questa fase della sua vita, Ravel tende ad annoiarsi ed è molto esposto all’insonnia (Echenoz ricapitola alcune delle tecniche che usa per combatterla). A Montford-l’Amaury ha una domestica, la signora Révelot, che gli fa anche da cuoca. Non è chiaro quale sia il rapporto con Hélène Jourdan-Morhange, a cui una volta ha chiesto di sposarlo: “che si sappia, non ha mai avuto una relazione amorosa con chicchessia, uomo o donna che fosse”. Leggi il resto dell’articolo

Jules e Jim [Jules et Jim], François Truffaut, 1962– [filmTv78] – 8

Amicizia e amore, fedeltà e felicità, libertà e responsabilità: niente di meno, in questa storia triangolare (coincidenza: è la terza regia di Truffaut), tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché.

Innanzitutto, c’è la vertiginosa scoperta dell’amicizia, un legame indissolubile, autentica affinità elettiva, fra l’austriaco Jules (Oskar Werner) e il francese Jim (Henri Serre). Siamo alla fine del primo decennio del Novecento, vivere a Montparnasse doveva essere meraviglioso, i due amici condividono tutto, si scambiano letture e ragazze, finché non appare Catherine (Jeanne Moreau) ed entrambi capiscono di non poterne fare a meno. Quanto al pubblico, li amerà tutti e tre.

Catherine è anticonformista, travolgente, spensierata, trascina Jules e Jim in una relazione libertina. I due amici la assecondano, ma un’asimmetria fa la differenza: Jules è il primo a riconoscere l’amore, e ovviamente ne parla a Jim, che si sentirà di nascondere i propri sentimenti per non addolorare l’amico. Jules chiede a Catherine di sposarlo, si trasferiscono nel sud della Germania, e nasce Sabine. Ma ecco scoppiare la Grande Guerra: i due amici si trovano al fronte con “la divisa dell’altro colore”, terrorizzati all’idea di darsi la morte.

Dopo la guerra, quando si ritrovano, Catherine è infelice: pur di non perderla, Jules la spinge fra le braccia di Jim, che a Parigi ha lasciato Gilberte, fedele e disposta a tutto pur di aspettarlo. I tre convivono sotto lo stesso tetto, ma non c’è nulla di più lontano dal triangolo marito / moglie / amante: la dialettica sentimentale rafforza l’amicizia tra il francese e l’austriaco, mentre la relazione fra Jim e Catherine naufraga nel tentativo di avere un figlio… Finale struggente, tristissimo quanto necessario.

Magnifiche, le musiche di Georges Delerue; meravigliosa Moreau mentre canta Le tourbillon. accompagnata da Albert, che Jules e Jim sanno essere il suo ultimo amante.

Clic! Battiato l’ho conosciuto così…

Band Aid in concerto, 1985

Supplemento celebrativo, in grande formato, allegato al numero di Max che uscì nell’ottobre 1985. Copertina rossa con il marchio dell’evento, in bianco: la chitarra a forma di Africa.

A organizzare Live Aid furono Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox. Obiettivo dichiarato: raccogliere fondi per alleviare la disastrosa carestia in Etiopia. Il supplemento di Max costava 5.000 lire, il ricavato sarebbe stato devoluto alla stessa causa.

Il doppio concerto si svolse il 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra (Inghilterra) e al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia; a Wembley c’erano 72.000 spettatori, al Kennedy 90.000, si stima che quasi due miliardi di spettatori in 150 Paesi abbiano assistito alla diretta televisiva.

Ognuna delle due parti del concerto si chiuse con il rispettivo inno all-star contro la fame: Band Aid in Gran Bretagna con Do They Know It’s Christmas, e USA for Africa a chiusura del concerto americano con We Are the World.

Phil Collins disse: “Ho preso il Concorde e ho cantato in tutti e due i concerti. La gente ne ha parlato parecchio. Ma, onestamente, non è stata gran cosa: che cosa sono tre ore e mezzo di volo?”.

L’introduzione a questo supplemento è firmata da Bob Geldof. Seguono grandi fotografie a colori, fra cui: Sting (camicia bianca senza collo, pantaloni kaki e mani in tasca); Dire Straits; Linda e Paul McCartney in bianco e nero, con il badge del concerto appeso al collo; Neil Young; Crosby Stills e Nash (tanto invecchiati); Bryan Ferry, al solito elegantissimo in bianco e nero; Joan Baez sorridente; Bob Dylan assorto, che guarda in basso; The Who (in un bianco e nero ruvido, quasi sporco), Phil Collins accanto a Bob Geldof; Duran Duran; David Bowie sul palco; Bono sul palco; Jack Nicholson (con sigaretta) accanto a Stephen Stills; Lady D, il principe Carlo e Bob Geldof; Keith Richards in canottiera; Mick Jagger in cinque pose (dominanti, arancio e blu); la folla sterminata e accaldata; Eric Clapton; Elvis Costello; Adam Ant; Freddie Mercury in canottiera; Pete Townshend sul palco in quattro pose scalpitanti; Tina Turner in minigonna che si prepara a entrare; Simon LeBon… Strano come di Madonna, Led Zeppelin, Santana, The Pretenders siano riprodotte solo piccole fotografie quadrate.

Fra tutte le foto, solo cinque sono davvero eccezionali: David Bowie e Mick Jagger mentre cantano testa a testa; Bono e Paul McCartney che cantano insieme; Tina Turner ruggente sul palco accanto a Mick Jagger; Pete Townshend e Paul McCartney sollevano Bob Geldof. E Keith Richards che scherza con Jack Nicholson e Bob Dylan.

Ma Rainey’s Black Bottom [id.], George C. Wolfe, 2020 – [filmTv56] – 8

Chicago 1927: in uno studio di registrazione, i quattro afroamericani che accompagneranno “Ma” Rainey – la madre del blues – attendono l’arrivo della diva per incidere alcune canzoni. Lei fa pesare il suo carisma, sa di valere un sacco di soldi, è autoritaria e ricatta i discografici bianchi – il suo manager e il proprietario dello studio – con richieste provocatorie. «A loro non importa nulla di me. Tutto quello che vogliono è la mia voce».

Fra i quattro, spicca la figura del trombettista Levee, che morde il freno, ha nelle corde un altro sound, più moderno, e si trascina traumi con cui è difficile convivere. Sogna di incidere con una propria band e litiga con i colleghi… Accanto a Viola Davis, che interpreta Ma Rainey, ci sono Glynn Turman, Colman Domingo e Michael Potts. E, soprattutto, Chadwick Boseman, al suo ultimo ruolo cinematografico, un’interpretazione formidabile.

Cinque candidature all’Oscar: per Boseman come miglior attore protagonista, per Viola Davis (attrice protagonista), per le scenografie, il trucco e i costumi (Ann Roth, già vincitrice nel 1997 per Il paziente inglese).

È un film di gran classe. Distribuito da Netflix il 20 dicembre scorso, prodotto da Denzel Washington, sceneggiato da Ruben Santiago-Hudson, riadatta l’omonima opera teatrale (1984) di August Wilson, uno scrittore da Pulitzer che Washington aveva già omaggiato in Barriere, consentendo a Viola Davis di vincere l’Oscar per l’attrice non protagonista.

Film dalle forti radici teatrali, poche scene all’aria aperta, la maggior parte si concentrano in due stanze, ma la musica è potente e la regia sa accompagnarla con grazia, nel corso della travagliata sessione di registrazione, fino alla tragedia finale. Wilson, Wolfe e gli interpreti rendono concreti una figura mitica e un modo di vivere lontani un secolo, nella convinzione che il blues non sia mai stato solo un modo di usare la voce: «non canti per sentirti meglio, canti perché è così che intendi la vita».

Ero innamorato di Gigliola

Il 21 aprile 2011 pubblicavo il post qui sotto. Ne avevo un vago ricordo… Pochi minuti fa ho rivisto Gigliola Cinquetti a Sanremo e posso perdonarle qualsiasi cosa, anche Telepadania.

Lo so, questo post farà crollare l’opinione che alcuni di voi hanno del sottoscritto. Ma cosa lo uso a fare il blog se non posso stendermi (gratis, insieme a qualche migliaio di curiosi) sul lettino dello psicanalista?
Dunque, vi confesserò una mia perversione: ero innamorato di Gigliola Cinquetti.

Gigliola CinquettiNo, non quella di “Non ho l’età” (sarebbe pedofilia).
Mi riferisco alla Cinquetti trentenne e quarantenne, con quell’aria provocante “alla Deneuve della provincia veneta”, che faceva sospettare una vitalità assai lontana dal cliché perbenino con cui si era affermata a Sanremo (la foto che ho riesumato, lo dimostra).

Belle gambe, bellissimo sorriso, riccioli naturali… Oggi leggo che una canzone della Cinquetti – “E qui comando io” – fa da sigla a Telepadania.
E questa mia perversione svanisce di colpo.

Fonte “Il Giornale”:
“Carrellate sugli sbarchi a Lampedusa, piani sequenza sulla frontiera blindata di Ventimiglia, fermi immagine degli euro-palazzi di Bruxelles e zoomate sul manifesto leghista «Padroni in casa nostra». Il tutto col sottofondo della hit «E qui comando io», successo degli anni settanta di Gigliola Cinquetti.
Così Telepadania, la tv del Carroccio, entra a gamba tesa nella querelle Italia-Francia sull’immigrazione e mette alla berlina – con un video musicale ironico-nostalgico – l’inquilino dell’Eliseo. «L’invito – spiegano da Telepadania – è di boicottare brie e vino francese, come proposto dal Senatùr e dal governatore del Veneto Luca Zaia». Sarkozy è avvisato”.

Lisztomania [id.], Ken Russell, 1975 – [filmTv31] – 6

Fenomenale pianista e compositore, Franz Liszt inaugurò la figura della popstar: è quanto sostiene il regista inglese, riprendendo le pagine scritte nel 1846 dalla nobildonna Marie d’Agoult Nélida; già nel 1840, Heinrich Heine coniò il termine Lisztomania, per descrivere l’isteria dei fans.

Oggi è quasi inconcepibile la libertà narrativa che un regista come Russell poteva permettersi, in quegli anni. Senza freni, compone un affresco delirante, barocco, con vertiginose associazioni di idee. Ci sono molte cadute, ma non mancano le qualità, soprattutto nella prima parte. Oltre a essere un cantante eccezionale, il trentunenne Roger Daltrey conferma le doti istrioniche mostrate in Tommy. Dalla pellicola trasuda tanto cinema: un omaggio a Chaplin, citazioni di Metropolis, richiami al nazismo erede dei miti dei Nibelunghi e di Frankenstein… Rick Wakeman emerge come un grottesco Dio del Tuono (sì, proprio Thor), dal tavolaccio dello scienziato pazzo, nonché vampiro, Richard Wagner.

Liszt conviveva con Marie d’Agoult, dalla quale aveva avuto tre figli. Desiderava suonare alla corte dello Zar, abbandonò l’amante e i figli e strinse una relazione con la principessa Carolina, la quale, essendo sposata, cercò di ottenere dal Papa lo scioglimento del proprio matrimonio, e trascinò Franz a Roma; nel frattempo, Wagner sposa Cosima, figlia di Liszt e Marie… Fra le tante fantasie oscene, spicca quella in cui il musicista sogna di avere un’erezione così gigantesca che il pene viene cavalcato da cinque donne discinte, ma il percorso non avrà nulla di gioioso, anzi finirà sotto la ghigliottina, fatta cadere dalla demoniaca principessa (Sara Kestelman).

Non è un musical, non è una commedia, non è un horror, non è un fantasy: seguendo Liszt nelle corti europee e nelle smodate avventure amorose, Listzomania è un pasticcio fragoroso e incandescente, bizzarro e coloratissimo, oltraggioso e finalizzato allo scandalo. Ringo Starr indossa i panni di un Papa barbuto… Al botteghino fu un disastro.

The Concert in Central Park [id.], Michael Lindsay-Hogg, 1982 – [filmTv32] – 6

Quanti erano? Trecentomila? Mezzo milione? Il più famoso parco urbano del mondo venne invaso da una folla smisurata, il 19 settembre 1981: era annunciato un concerto gratuito, la riunione dei quarantenni Paul Simon e Art Garfunkel, divisi da oltre un decennio.

Ne venne ricavato un doppio album: un capolavoro, che esalta la magia della coppia, l’incrocio di due voci così dolcemente simbiotiche.

Non so quale fosse la qualità dell’amplificazione, ma visto in tv, il concerto avrebbe potuto tenersi in un teatro. Palco senza schermi giganti, nessun gioco di luci, la coppia immobile al centro della scena: jeans, camicia chiara e gilet nero aperto per Garfunkel, giacca e pantaloni scuri su maglietta bianca per Simon, che non molla mai la chitarra. Minima la varietà di inquadrature: primo piano sull’uno o sull’altro, primo piano o piano americano su entrambi, l’angolo di ripresa più frequente è dal lato di Simon, più basso; sugli undici musicisti, pochi secondi; sul pubblico – quella fantastica marea – ancora meno. Nessun movimento di macchina, nessuna steadycam a vagabondare sul palco.

Comincia al tramonto, con Mrs. Robinson. È presto chiaro che sarà una cerimonia quasi acustica. Passano 36’ prima che venga mostrata una porzione di pubblico che balla al ritmo del quartetto di fiati su Mabellene, tributo a Chuck Berry. Ne passano 45, prima di mostrare una visione della folla dall’alto. La tiepida calma viene scalfita quando il servizio d’ordine porta via di peso un individuo salito sul palco, sfrecciando vicino a Simon, che lascia trapelare un accenno di panico. A poche centinaia di metri, nove mesi prima avevano sparato a John Lennon.

Nemmeno un accendino brilla su Bridge over troubled water, tutta mostrata sul volto di Garfunkel. Durante The Boxer, per la prima volta i due si toccano, Art posa brevemente una mano sulla spalla del compagno. E solo la chitarra accompagna The Sound of Silence, con estremo pudore i due si scambiano un abbraccio.

More – Di più, ancora di più [More], Barbet Schroeder, 1969 – [filmTv30] – 6

Lisergica, può essere l’esperienza di chi abbia ascoltato innumerevoli volte Cymbaline e Green Is the Colour e tutto il resto di More, il terzo album inciso dai Pink Floyd, e sia riuscito a collegare la musica e le immagini del film molti decenni dopo.

Davanti allo schermo, ho spesso pensato a Zabriskie Point (1970), e non solo per le affinità nella colonna sonora. Forse, sia Schroeder che Antonioni hanno accarezzato l’idea di un cinema che poteva fare a meno degli attori e della sceneggiatura. Bastavano volti e corpi plasmati dall’occhio del regista – per Antonioni, Mark Frechette e Daria Halprin, per Schroeder, Klaus Grünberg e Mimsy Farmer – spazi dilatati (oceani e deserti) e un po’ di filosofia new age sullo spalancare le porte della percezione, per confezionare film belli da vedere quanto vuoti di psicologie. Trame riassumibili in un tweet.

Stefan è un giovane tedesco, che attraversa l’Europa senza soldi, vive di espedienti e a Parigi incontra Estelle. Lo mettono in guardia dalle tendenze distruttive della disinibita biondina, ma Stefan la segue a Ibiza, dove sperimenta l’amore libero e ogni tipo di droga. Estelle sta sempre un passo avanti, mente spudoratamente o confessa il peggio; Stefan la asseconda e la imita, prova ogni sostanza e si presta a un ménage a trois. Sentendosi invulnerabile, cerca di oltrepassare i propri limiti e cade sempre più in basso…

Prodotto da Les Films du Losange, la casa fondata da Schroeder ed Éric Rohmer, il film può contare sulla sfolgorante fotografia di Néstor Almendros, fra i preferiti di Truffaut e di Malick, che alterna lo splendore della natura agli stati di allucinazione. Ma il movente di Stefan presto sbiadisce, e non giovano le allusioni al passato nazista di colui che comanda il traffico di droga a Ibiza, e si fa pagare in natura da Estelle. Anche Stefan, come gli Adoratori del Sole, la setta di Calcutta che ha descritto a Estelle, sembra desiderare di diventare cieco e avvizzire.

Le copertine di Life (6. Barbra)

A distanza di quasi vent’anni dalla prima volta (1983 e 1964), Barbra Streisand conquistò la sua quarta copertina di Life; le altre due risalivano al 1966 e al 1969.

Streisand ha vinto sei Emmy Award, undici Golden Globe, dieci Grammy Award, un Tony Award, due Cable Ace Award, due David di Donatello (migliore attrice straniera).

Ha vinto due Oscar: nel 1968 come attrice per Funny Girl, nel 1976 come cantante per Evergreen da È nata una stella, e resta l’unica ad averlo fatto in due categorie così diverse. Al numero 6925 di Hollywood Boulevard sta la sua Stella sulla Walk of Fame.

Blinded by the Light – Travolto dalla musica [Blinded by the Light], Gurinder Chadha, 2019 – [filmTv8] – 7

Dalla biografia (Greetings from Bury Park) di Sarfraz Manzoor, il film ricostruisce una parte della vita di un giornalista del Guardian, con la sua ossessione giovanile per Bruce Springsteen. La regista è la stessa di Sognando Beckham, e fra i due titoli c’è molto in comune.

Il racconto comincia nel 1987 a Luton, cinquanta chilometri a nord di Londra: non proprio una meta turistica, e non aggiungo altro. Alla periferia di Luton, Javed Khan vive con la sua famiglia, i genitori sono nati in Pakistan, lui e le due sorelle faticano a emanciparsi da una cultura patriarcale e tradizionalista. Quando un compagno di scuola gli fa conoscere le canzoni di Springsteen, per Javed è un’autentica folgorazione. L’impatto sarà persino più potente di quello suscitato dall’infatuazione per Eliza, una coetanea impegnata politicamente.

Sono le canzoni di Springsteen a ispirare la presa di coscienza di Javed, a offrirgli la bussola per comprendere il mondo, a infondergli il coraggio per affrontare il razzismo e inseguire qualcosa che somigli alla felicità. Scrivere è la cosa che sa fare meglio… Ma l’ipoteca della predestinazione si rivelerà pesantissima, portando il protagonista a un duro conflitto familiare, aggravato dal licenziamento del padre dalla Vauxhall Motors (licenziare era facile: siamo all’apogeo dell’Era thatcheriana).

Non è un musical, ma le canzoni attraversano la trama ripetutamente (Springsteen e Patti Scialfa hanno collaborato a sceglierle). Il ventunenne Viveik Kalra è Javed Khan, Kulvinder Ghir e Meera Ganatra interpretano i genitori, Nell Williams è Eliza, David Hayman il vicino di casa antifascista, Hayley Atwell (il primo amore di Capitan America) è la bella professoressa. Del romanzo di formazione di Javed farà parte anche un viaggio ad Asbury Park, New Jersey, e il finale può lasciare un sapore dolciastro. Ma l’energia e l’integrità del Boss hanno il potere di dissipare tutte le ombre.

3259, mi ricordo

Mi ricordo le mutandine rosa e la bella sposa, una vita mal spesa e una giornata uggiosa.

3246, mi ricordo

Mi ricordo che “sembra proprio McKenzie che chiama”, poi silenzio e niente più.

C’è sempre un motivo per ricordare Jacques #Brel

Il Doodle di Google, oggi, è dedicato a Jacques Romain Georges Brel,  nato l’8 Aprile 1929 a Bruxelles e morto nemmeno cinquantenne. L’omaggio che sta sulla home page del motore di ricerca è firmato da Antoine Maillard.

Perché questa data? Perché il 15 Novembre del 1966 Brel ha compiuto la sua ultima performance dal vivo, al Palais des Beaux-Arts, a Bruxelles.

Mi associo all’omaggio, riprendendoo un post di un paio d’anni fa, La Puntina sul Vinile 325.

Dal primo anno di università – corso di lingua Francese – ricordavo Les Flamandes (1959), Les Bourgeois (1962), La Chanson de Vieux Amants (1967); e dall’abrasiva versione di Bowie, ricordavo Amsterdam (1964, qui dal vivo).

In questo doppio album sono racchiuse 20 canzoni dello chansonnier fiammingo (1929-1978), registrate fra il 1955 e il ’72. Due, le scoperte più intense: Quand on n’a que l’amour (1957) e Ne me quitte pas (1959, già sentita da una voce femminile, non saprei dire quale).

A proposito di voci, quella di Brel è calda, impetuosa e affilata, la timbrica nitida, capace di impennate frenetiche e di profondissimi languori, dolcezze romantiche e ironie scanzonate. Si faceva accompagnare da una strumentazione spesso esigua, imperniata sull’acustica di pianoforte, fisarmonica e violini. Influenzò due generazioni di cantautori; sue canzoni sono state trasposte in italiano da Paoli, Endrigo, Lauzi, Del Prete, Gaber, Califano, Patty Pravo, Milly, Vanoni, Dalida, Battiato e Vecchioni.

Nel ‘73 partì per la Polinesia francese, rimanendovi per quattro anni; al ritorno a Parigi, registrò il suo ultimo album. Morì nel 1978, a 49 anni, di cancro ai polmoni, e fu sepolto in un cimitero delle Isole Marchesi, a pochi metri da Gauguin.

È quasi irriconoscibile, nel passare da un repertorio drammatico al tono da invettiva (quei borghesi che “sono come i maiali, più diventano vecchi e più assomigliano alle bestie”), da musiche tristi e solenni ad altre dal ritmo vivacissimo: non si limita a cantare, interpreta i personaggi evocati dalla canzone. “Io ti offrirò perle di pioggia / venute da dove non piove mai”.

3231, mi ricordo

Mi ricordo che dovremo dare aria a queste stanze / molto prima che sia Natale / prima che quest’ossido di carbonio / cominci a farci male.

#Che. Da qualche parte un giorno, dove non si saprà…

Ernesto Guevara de la Serna, 14 giugno 1928, Rosario (Argentina); 9 ottobre 1967, La Higuera (Bolivia).

E qualcosa negli anni terminò per davvero, cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero

i compagni di un giorno o partiti o venduti, sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti

Proprio per questo ora io vorrei ascoltare una voce che ancora incominci a cantare

in un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto “Che” Guevara

Da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà…

(Francesco Guccini, Stagioni, 2000)

Juliette Gréco, che era stata Belfagor

A 93 anni, è morta la grande interprete di Je suis comme je suis e di splendide canzoni di Brel e Prévert, Aznavour e Brassens, icona di Saint-Germain-des-Près ai tempi dell’esistenzialismo; Si tu t’imagines di Raymond Queneau fu uno dei suoi primi successi.

Juliette era nata il 7 febbraio (come mia mamma) 1927 a Montpellier, da padre italo-corso e madre francese. Partecipò alla Resistenza, venne fatta prigioniera della Gestapo, deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück. Fu femminista e sempre impegnata per i diritti civili. Amica di Sartre, Camus e Boris Vian, ebbe una breve relazione con Miles Davis, frequentò l’eroina, sposò Michel Piccoli (secondo di tre mariti), cantò spesso nella Fête de l’Humanité.

Ma per me, Juliette Gréco resterà la protagonista di Belfagor, il Fantasma del Louvre, lo sceneggiato televisivo che orientò le mie paure più oscure.

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