Video Magic. Flashback, Eberhard Schoener, Mercury 1986 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 173.

Fra le più strane combinazioni fra rock e orchestra. Ancor più strano il fatto che i due più celebri ospiti dell’artista tedesco, mentre frequentavano questi luoghi “sperimentali”, insieme a Stewart Copeland erano sul punto di incidere Reggatta de Blanc.

Sting, basso e voce; Andy Summers, chitarra; Evert Fraterman, batteria e percussioni; Olaf Kubler, sassofoni. Già primo violino della Bavarian State Opera House nel 1960, e direttore della Bavarian Opera dal 1964 al 1968, Schoener qui suona pianoforte e tastiere (Moog e Mellotron), inducendo curiose interferenze fra classica e rock.

Uscito in Italia otto anni dopo la sua registrazione, l’album raccoglie le musiche realizzate nel 1978 per Video Magic e Flashback: otto composizioni firmate da Schoener, che ne cura anche arrangiamento e produzione, e inoltre dirige la Munich Chamber Opera, da lui fondata.

I brani più riusciti mi sembrano Rhine Bow, Codeword Elvis e San Francisco Waitress. Ho letto che Summers aveva già collaborato con Schoener e che la critica tedesca trovò assonanze fra questa musica e quella dei Kraftwerk… A me viene da pensare a come fin da quarant’anni fa, Sting riuscisse ad apparire estraneo ad ogni moda. Anzi, oltre ogni moda.

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Fragile, Yes, Atlantic 1972 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 172.

Quanto erano bravi! E quanto erano freddi!

Inciso negli Advision Studios di Londra nel settembre 1971, con la produzione di Eddy Offord, questo album si fa ricordare per Roundabout, Long Distance Runaround, Heart of the Sunrise.

Jon Anderson, voce, Bill Bruford, batteria e percussioni, Steve Howe, chitarre e voce, Chris Squire, basso e voce, Rick Wakeman, organo, mellotron, sintetizzatori: ecco, finalmente, la formazione-tipo, che si compone in occasione del quarto album della band, il primo con Wakeman (reduce dagli Strawbs) a spargere rutilanti cascate di note, per affreschi sempre più imponenti.

L’arrivo del nuovo tastierista coincide con quello del disegnatore Roger Dean alle copertine – fattore cruciale dell’immagine onirico-atemporale che gli Yes sanno trasmettere – e non saprei dire quale dei due fattori abbia maggiormente contribuito al loro successo. Abbandonato ogni residuo beat, deviano verso sonorità pastose e barocche, all’epoca assai apprezzate, non fosse altro per la stupefacente abilità degli strumentisti (una simile, perfetta fusione fra chitarra e basso veniva inseguita da tanti gruppi).

Questi Yes sono la risposta (sbagliata) del rock che non sapeva come uscire dai complessi d’inferiorità; Wakeman rielabora il Terzo Movimento della Quarta sinfonia di Brahms, per far capire dove si cercassero referenze.

Non ho mai amato il timbro vocale di Anderson, ma in We Have Heaven e Long Distance… riesce ad andare ben oltre l’esercizio di stile.

Pink Floyd, i 10 album che preferisco

Il piccolo dibattito scaturito dai post dedicati agli album solisti di David Gilmour e Richard Wright (senza dimenticare Nick Mason), mi spinge a formulare la mia classifica delle incisioni dei Pink Floyd.
Ho escluso raccolte, live composti dopo The Wall, colonne sonore (anche se More e Obscured by Clouds sarebbero album a tutti gli effetti).

So che come qualunque classifica di gradimento non troverà esatta corrispondenza in chi legge, ma a chi volesse commentare, criticare, proporne una propria… chiedo solo una cosa: indicare subito, all’inizio, l’anno di nascita. Il mio è il 1959.
Tanto tempo fa, arrivai a convincermi che non è la stessa cosa leggere Il giovane Holden a diciotto o a trent’anni. Vale anche per i Pink Floyd…

  1. Ummagumma, 1969
  2. The Wall, 1979
  3. The Piper at the Gates of Dawn, 1967
  4. Atom Heart Mother, 1970
  5. The Dark Side of the Moon, 1973
  6. A Saucerful of Secrets, 1968
  7. Animals, 1977
  8. Wish You Were Here, 1975
  9. Meddle, 1971
  10. A Momentary Lapse of Reason, 1987

Wet Dream, Richard Wright, Harvest 1978 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 171.

Dopo Animals, i Pink Floyd decisero di prendersi una pausa e lasciarsi andare a qualche progetto solista.

In libera uscita, il tastierista ne approfitta per produrre questo album carezzevole, “estivo” fin dall’immagine di copertina (Hipgnosis, “alla Hockney”), nonostante sia stato registrato fra il gennaio e il febbraio, in Francia, ai Super Bear Studios.
Summer Elegy, Holiday e Pink’s Song (scritta dalla moglie, Juliette Gale) sono le canzoni più riuscite, della decina qui proposta; ogni tanto, Wright canta, e rimanda alle atmosfere più contigue al classico sound dei Pink Floyd.

Alternando tastiere e sintetizzatore Oberheim, Wright giostra insieme a Mel Collins (sax e flauto), Snowy White (chitarre), Larry Stele (basso) e Reg Isadore (batteria), rilasciando melodie di soffice delicatezza e confermando un’attitudine: a differenza di altri, grandi tastieristi dell’epoca, il cui senso della misura usciva travolto dalle smisurate potenzialità dei sintetizzatori, lui lascia grande spazio agli altri musicisti.

In fondo, sono i fiati di Mel Collins ad assumere un ruolo decisivo, e fanno pensare che Wright avesse qualche simpatia per il jazz (Funky Deux). Alla fine, Wet Dream lascia la stessa impressione di una breve, spensierata vacanza.

2219, mi ricordo

Mi ricordo che non c’era poi tanto da ridere quando Jannacci suggeriva di volatilizzarsi e “vedere di nascosto l’effetto che fa”.

David Gilmour I°, David Gilmour, Harvest 1978 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE.

L’esordio solista del chitarrista dei Pink Floyd va a collocarsi fra Animals e The Wall, inseguendo sogni o sfoghi sempre meno conciliabili con le ossessioni orwelliane di Roger Waters. E tuttavia non è mai stato smentito che Comfortably Numb sia stata concepita e quasi incisa in queste sessioni registrate in Francia, presso i SuperBear Studios, forse per motivi fiscali.

Gilmour convoca alcuni componenti dei Joker Wild, il gruppo in cui suonava prima di diventare famoso.

All’inconfondibile chitarra, aggiunge le tastiere e il canto. Il terzetto-base è composto da Rick Wills, basso, e Willie Wilson, batteria; un trio di coriste accompagna un paio di canzoni. Fra le nove tracce, le più originali mi sembrano Cry from the Street, di alto livello anche So Far Away, I Can’t Breathe Anymore e Short and Sweet.

Nel complesso, l’album lascia delusi, tale è la stima per uno dei cinque migliori chitarristi nella storia del pop inglese. Alcune composizioni sono solo strumentali, Gilmour ha una voce non banale, ma il suono è sempre imperniato sui virtuosismi della chitarra, solo in rari casi gli arpeggi sfiorano la stessa magia, la struggente dolcezza dei migliori Pink Floyd.

È sempre lo studio Hipgnosis a dettare l’immagine.

Dolores

Billie Holiday, Carlos Sampayo e José Muñoz (Edizioni BD)

Morta a 44 anni, il 17 luglio 1959, nata il 7 aprile 1915 a Baltimora, Maryland (la città di «The Wire», afroamericana la maggioranza della popolazione), la vita di Eleanore Holiday è fra le più tragiche e atroci fra quelle dei musicisti che hanno segnato il Ventesimo secolo. Volendo identificare le cinque voci fondamentali del secolo scorso, quella di Billie Holiday non può mancare accanto a Édith Piaf, Maria Callas e Ella Fitzgerald.

Pubblicata su due numeri della rivista «Corto Maltese», nel 1990, e raccolta in volume da Rizzoli nel 1993, questa storia ha impiegato vent’anni a tornare disponibile, anche se in un formato rimpicciolito rispetto all’originale. I bianchi e neri di Munoz offrono a Sampayo l’occasione per una biografia jazz, il racconto di un’esistenza che procede fra cadute e rinascite, e di uno spartito fra assoli e divagazioni. Munoz sa essere caricaturale, quando tratteggia i poliziotti e la borghesia bianca, le sue tavole mandano riverberi espressionisti, con neri color pece.

L’espediente narrativo è semplice: un giovane redattore (bianco) delle pagine culturali di un giornale viene incaricato di comporre un ricordo di Lady Day nel trentennale della morte. Non ne sa niente, è costretto a passare la notte in redazione a cercare informazioni, e intanto ascolta le sue canzoni. Scopre che è stata “prostituta, alcolista, tossicomane, morta giovane…portava un fiore tra i capelli. Una vita sentimentale infelice… Non ebbe molta fortuna con gli uomini…La stampa scandalistica porrà l’accento su questi aspetti…è la legge del mercato. C’è un pubblico che ama tutto questo”. Il giornalista scopre che venne ripetutamente arrestata con varie accuse, fra cui il possesso di droga e atti osceni, reclusa in sanatorio e anche in prigione e morì di cirrosi epatica in un letto di ospedale piantonato da poliziotti.

Nella trama, fa capolino Alack Sinner, figura feticcio della coppia di autori argentini (è uno dei pochi bianchi che conosce e apprezza la cantante), e assume un ruolo rilevante il sassofonista Lester Bowie, detto Prez, noto omosessuale e tuttavia l’uomo che restò più a lungo accanto a Billie Holiday.

Gli U2 le hanno dedicato «Angel of Harlem», Lou Reed ha intitolato «Lady Day» una delle sue canzoni più famose, Diana Ross l’ha interpretata in «La signora del blues», tratto dalla sua autobiografia, uscita nel 1956. La ballata degli impiccati – «Strange Fruit» – è del 1939: parla di razzismo attraverso la descrizione di “un frutto strano che cresce sugli alberi del Sud”.

Ricochet, Tangerine Dream, Virgin 1975 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 169.

Settimo album pubblicato in meno di sei anni, Ricochet è l’ultima incisione dei Tangerine Dream che mi sono procurato, la più ritmica, movimentata, briosa fra quelle che possiedo.

Ormai completata la rinuncia agli strumenti tradizionali, appare meno forte la tensione melodrammatica, e il trio (Edgar Froese, Chris Franke, Hans Peter Baumann) veleggia verso atmosfere quiete ed eleganti.

In questo tripudio di sintetizzatori suonati magistralmente, le ondulazioni melodiche prefigurano la new age e una certa dance intellettuale. Insieme a Phaedra, resta l’album che prediligo fra tutti quelli usciti dal cantiere “Krautrock”, quello dei “corrieri cosmici”, secondo l’acclamata definizione di Rolf-Urlrich Kaiser.

Registrato dal vivo, in Francia e Inghilterra (al Fairfield Halls di Croydon, Londra): ma che sia un live lo si deduce solo dai timidi, composti applausi all’inizio e alla fine delle due lunghe tracce, di 17 e 21 minuti.

Raffinato esercizio di elettronica suadente, Ricochet si sviluppa tra tamburellanti basi ritmiche e melodie carezzevoli. Ogni tanto inclina al sacro o al metafisico, cullando l’ascoltatore nel lento oblio di una trance interstellare.

Another Green World, Discreet Music, Before and After Science, Brian Eno, Editions E.G., 1975-75-77 – 8 / 7 / 8

LA PUNTINA SUL VINILE 166, 167 e 168.

Ho passato un pomeriggio su questi 3 album, incisi prima che l’autore arrivasse ai trent’anni; si tratta del terzo, quarto e quinto capitolo della sua cangiante discografia solista.

Quanto fosse lunatico e contraddittorio Eno, quanto imprendibile la sua eclettica creatività, lo dimostra questo trittico, dove è impossibile mettere a fuoco un’estetica, un fulcro della ricerca musicale, e cosa invece rappresenti solo un divertimento, una semplice distrazione.

Sono composizioni talmente differenti da rendere irriconoscibile il loro artefice. A fare da filo conduttore, la convinzione che il progresso artistico passi per la cruna dell’ago della tecnica, nella decantata fusione di cervello e istinto: cercando vibrazioni, sforzandosi di stare sempre all’avanguardia di qualcosa, coltivando paradossi, non-sensi, aspirando all’esclusiva aura del non-musicista.

Registrato negli Island Studios con la supervisione di Rhett Davis, Another Green World è una sequenza di frammenti: quattordici tracce, di lunghezza compresa fra i novanta secondi e i 4 minuti.

Fanno la loro comparsa in sala d’incisione Phil Collins, John Cale, Robert Fripp, Fred Frith, Ian MacDonald, Phil Manzanera, Pete Townshend, Robert Wyatt.

Ogni tanto Eno prende a cantare su melodie rese scorrevoli da sottofondi elettronici, ad anticipare la svolta berlinese di Bowie, che avverrà l’anno successivo. Di particolare intensità, Over Fire Island, I’ll Come Running, St.Elmo Fire, Everything Merges with the Night.

Nettamente diverso l’ordine del discorso in Discreet Music.

Il lato A è occupato da un’unica suite di oltre 30 minuti, note dilatate fino allo sfinimento e incise negli studi domestici di Eno, il 9 maggio 1975. I 20 minuti del lato B sono divisi in tre parti, traducibili come “variazioni sul canone in D major” di tale Johann Pachelbel; Eno sinfoneggia sulle arie di Pachelbel insiema al Cockpit Ensemble diretto da Gavin Bryars, in una registrazione effettuata il 12 settembre 1975 presso i Trident Studios.

Il retro di copertina contiene una specie di diagramma matematico, il disegno della manipolazione del suono, che parte dal sintetizzatore, passa nel digital recall system, poi nel graphic equalizer, quindi nell’echo unit; a questo punto il suono è registrato, e può riverberarsi e disperdersi in una delay line, da cui fa ritorno alla cabina di registrazione. Una musica carezzevole, che spalanca le porte all’ambient.

Infine, in Before and After Science, ecco dieci “canzoni alla Eno”, con un gruppo di collaboratori con cui ha lavorato spesso: Paul Rudolph, basso e chitarra, Bill MacCormick, basso, Phil Collins e Jaki Liebezeit, batteria, Percy Jones, basso, Rhett Davis, Phil Manzanera e Fred Frith, chitarre, Achim Roedelius e Möbi Moebius (Cluster) piano elettrico.

Le “strategie oblique” si dipanano in una veste pop, incoerente e sfuggente, raffinata negli studi londinesi di Basing Street e in quelli di Colonia (Conny’s Studios). Momenti magici: Backwater, King’s Lead That, Here He Comes, Through Hollow Lands. Ma l’album contiene uno dei vertici assoluti della parabola solista di Eno: By This River, incisa insieme alla coppia dei Cluster.

Cercando spunti fra i libri, ho trovato una frase di Al Aprile e Luca Mayer (La musica rock-progressiva europea, Gammalibri, 1979) che mi sembra perfetta per identificare il Brian Eno di quei tempi: un giocoliere mentale, capace di distillare “il nettare di un piccolo, tascabile, esistenzialismo sonoro”.

La La Land [id.] – Damien Chazelle, 2017 [inTv5] – 9

Quintessenza dell’artificiale, agli antipodi del realismo, il musical rinasce vicino alla favola, in prossimità della magia e del romanticismo, esaltandosi nel Technicolor e nel Cinemascope: Visto tre volte al cinema – QUI e QUI – risulta evidente lo scarto con la visione domestica, soprattutto per la qualità dell’audio. Ma resta la sensazione di trovarsi di fronte a un capolavoro, che ha rivitalizzato un genere che sembrava condannato all’inedia.

Damien Chazelle e Justin Hurwitz avevano in mente questo film già nel 2010, ben prima di «Whiplash», anzi «Whiplash» venne fatto (2014) perché due venticinquenni appena usciti da Harvard, non potevano sperare nei dollari necessari per un musical così ambizioso.

Vidi il film prima della Notte degli Oscar, quando ne raccolse 6, da 14 Nominations: miglior Regista, migliore Attrice protagonista, migliore Fotografia (Linus Sandgren), migliore scenografia (David Wasco), migliore Colonna sonora e migliore Canzone originale («City of Stars»). E poi, 7 Golden Globe su 7 candidature.

Per dare forma a questa “La La” (Los Angeles idealizzata), rifugio di tanti anonimi inseguitori di un sogno, servono le coreografie di Mandy Moore (quattro mesi di prove per i ballerini, “formati” anche sulla visione serale di grandi musical) e la fotografia curata dallo svedese Linus Sandgren. Le scenografie sono curate da David Wasco e dalla moglie Sandy Reynolds, la costumista è Mary Zophres, che ha scelto colori primari e sfavillanti (ennesimo omaggio alla vecchia Hollywood in Technicolor). Alla quarta visione, la scena più sorprendente è quella che si snoda all’interno del party hollywoodiano, con un inaspettato cambiamento di ritmo.

La fluidità delle scene è meravigliosa, vertiginosi l’uso della gru e della steadycam: già con la scena iniziale sulla highway losangelina (la rampa sopraelevata tra le Interstate 105 e 110), «La La Land» propone alcuni dei piani sequenza più sbalorditivi dell’ultimo quarto di secolo. Nello stile, Chazelle si è ispirato a Minnelli e Donen, a Fred Astaire e Ginger Rogers, Norman Taurog e Gene Kelly, aggiungendoci decine di esplicitazioni citazioni, ma nella dozzina di extra del dvd, parla diffusamente di Jacques Demy («Les parapluies de Cherbourg» e «Les demoiselles de Rochefort»: mai visti e difficili da intercettare).

Emma Stone e Ryan Gosling sono al terzo film insieme. La loro chimica scenica si è affinata in due film che non ho visto: «Crazy, Stupid Love» (Glenn Ficarra, 2011) e «Gangster Squad» (Ruben Fleischer, 2013).

Sulle musiche composte da Justin Hurwitz, i testi scritti da Benj Pasek e Justin Paul offrono ulteriore enfasi e malinconia a una storia d’amore senza lieto fine, ma con uno scambio di sguardi che va persino oltre. Uno dei meriti meno appariscenti che attribuisco a Chazelle è aver gestito con equilibrio i passaggi critici su cui spesso il musical collassa: le transizioni tra la recitazione e l’arrivo del canto e del ballo. Hanno studiato a lungo, Stone e Gosling, Mia e Sebastian, ma non saranno mai Astaire e Rogers, le loro danze aggraziate non possiedono la sublime levità di quei modelli. Semmai, stupisce la loro abilità come cantanti (e Gosling ha imparato a suonare il piano senza saper leggere la musica).

Talking Heads: 77, Talking Heads (Sire, 1977) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 165.

È l’album di Psycho Killer, ma anche di New Feeling, The book I read, No Compassion e Pulled Up (e altre sei tracce), l’esordio a 33 giri di quattro newyorkesi aggregati intorno alla figura di David Byrne (chitarra e voce); sono Christopher Frantz (batteria), Jerry Harrison (chitarra, tastiere e seconda voce) e una ragazza bionda, Martina Weymouth, che suona il basso. Tutti, più o meno, venticinquenni. Anni dopo, “Tina” e “Chris” si sposeranno e daranno vita ai Tom Tom Club.

Sembra incomprensibile, oggi, che questi suoni acerbi e stralunati, dadaisti e dance, potessero venire etichettati come “punk”. Ma il 1977 è un anno tumultuoso, di svolta, di esordi fragorosi, sconvolgimenti e fermenti, sperimentazioni impensabili appena pochi mesi prima, e le categorie identificate dalla critica non possono che rivelarsi provvisorie.

Presto si comincerà a parlare di “new wave”, ma loro, le Teste Parlanti, avranno sempre cura di non farsi incasellare, e fin dall’inizio irridono ogni possibile appartenenza.

Di clamoroso, questo esordio, ha l’eleganza formale, la grazia degli arrangiamenti, la frequente tentazione di aprirsi al ritornello, indugiando sula dimensione cantabile.

I primi Talking Heads battono strade parallele a quelle dei Devo, ma presto divergono; con un’andatura discreta e sincopata, la voce di Byrne si fa inconfondibile e il sound del gruppo veleggia verso un rock eclettico che cercherà nuovi approdi nell’elettronica e nella world music.

L’apprendista, Stormy Six, Cooperativa L’Orchestra 1977 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 164.

“Niente resta uguale a se stesso / la contraddizione muove tutto”: da questa consapevolezza, scaturisce la svolta degli Stormy Six, il salto di qualità linguistico rispetto all’epoca delle “canzoni di lotta” (Stalingrado, su tutte).

Della band fanno parte Giorgio Albani (tecnico del suono), Carlo De Martini (violino, viola, mandolino, chitarra), Franco Fabbri (voce, chitarre, vibrafono e xilofono), Umberto Fiori (chitarra e voce), Salvatore Garau (batteria), Tommaso Leddi (violino, mandolino, chitarre, piano), Luca Piscicelli (basso e voce); fra i collaboratori, un ruolo assai incisivo lo svolgono il sassofonista Renato Rivolta e Leo Dosso, al fagotto.

Il sesto album della loro discografia si sviluppa in otto composizioni. Spiccano Il barbiere, L’apprendista, L’orchestra dei fischietti e Rosso (in morte di Mao-Tse-Tung).
Ritmi orecchiabili si sovrappongono a strutture dodecafoniche, canti a controcanti, tesi antitesi e sintesi. Nutrite di ricerca e sperimentazione, le notevoli qualità tecniche dei musicisti vengono indirizzate a sorreggere inaudite espressioni di critica sociale: “Mentre parli ai comizi più edificanti / te lo leggo negli occhi che non sai dire / né a te stesso né a chi ti sta a sentire / se noi siamo gli Enrichi o siamo i Franti”. Da leggere e rileggere le note a margine dei testi.

Sono passati quarant’anni, ma nessuno ha più saputo scrivere con tanta intensità dell’apprendista tredicenne e dell’alienazione di lavoratori senza voce. Ma allora, almeno in certi momenti, cantando, “noi eravamo un popolo”.