Band Aid in concerto, 1985

Supplemento celebrativo, in grande formato, allegato al numero di Max che uscì nell’ottobre 1985. Copertina rossa con il marchio dell’evento, in bianco: la chitarra a forma di Africa.

A organizzare Live Aid furono Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox. Obiettivo dichiarato: raccogliere fondi per alleviare la disastrosa carestia in Etiopia. Il supplemento di Max costava 5.000 lire, il ricavato sarebbe stato devoluto alla stessa causa.

Il doppio concerto si svolse il 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra (Inghilterra) e al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia; a Wembley c’erano 72.000 spettatori, al Kennedy 90.000, si stima che quasi due miliardi di spettatori in 150 Paesi abbiano assistito alla diretta televisiva.

Ognuna delle due parti del concerto si chiuse con il rispettivo inno all-star contro la fame: Band Aid in Gran Bretagna con Do They Know It’s Christmas, e USA for Africa a chiusura del concerto americano con We Are the World.

Phil Collins disse: “Ho preso il Concorde e ho cantato in tutti e due i concerti. La gente ne ha parlato parecchio. Ma, onestamente, non è stata gran cosa: che cosa sono tre ore e mezzo di volo?”.

L’introduzione a questo supplemento è firmata da Bob Geldof. Seguono grandi fotografie a colori, fra cui: Sting (camicia bianca senza collo, pantaloni kaki e mani in tasca); Dire Straits; Linda e Paul McCartney in bianco e nero, con il badge del concerto appeso al collo; Neil Young; Crosby Stills e Nash (tanto invecchiati); Bryan Ferry, al solito elegantissimo in bianco e nero; Joan Baez sorridente; Bob Dylan assorto, che guarda in basso; The Who (in un bianco e nero ruvido, quasi sporco), Phil Collins accanto a Bob Geldof; Duran Duran; David Bowie sul palco; Bono sul palco; Jack Nicholson (con sigaretta) accanto a Stephen Stills; Lady D, il principe Carlo e Bob Geldof; Keith Richards in canottiera; Mick Jagger in cinque pose (dominanti, arancio e blu); la folla sterminata e accaldata; Eric Clapton; Elvis Costello; Adam Ant; Freddie Mercury in canottiera; Pete Townshend sul palco in quattro pose scalpitanti; Tina Turner in minigonna che si prepara a entrare; Simon LeBon… Strano come di Madonna, Led Zeppelin, Santana, The Pretenders siano riprodotte solo piccole fotografie quadrate.

Fra tutte le foto, solo cinque sono davvero eccezionali: David Bowie e Mick Jagger mentre cantano testa a testa; Bono e Paul McCartney che cantano insieme; Tina Turner ruggente sul palco accanto a Mick Jagger; Pete Townshend e Paul McCartney sollevano Bob Geldof. E Keith Richards che scherza con Jack Nicholson e Bob Dylan.

Ma Rainey’s Black Bottom [id.], George C. Wolfe, 2020 – [filmTv56] – 8

Chicago 1927: in uno studio di registrazione, i quattro afroamericani che accompagneranno “Ma” Rainey – la madre del blues – attendono l’arrivo della diva per incidere alcune canzoni. Lei fa pesare il suo carisma, sa di valere un sacco di soldi, è autoritaria e ricatta i discografici bianchi – il suo manager e il proprietario dello studio – con richieste provocatorie. «A loro non importa nulla di me. Tutto quello che vogliono è la mia voce».

Fra i quattro, spicca la figura del trombettista Levee, che morde il freno, ha nelle corde un altro sound, più moderno, e si trascina traumi con cui è difficile convivere. Sogna di incidere con una propria band e litiga con i colleghi… Accanto a Viola Davis, che interpreta Ma Rainey, ci sono Glynn Turman, Colman Domingo e Michael Potts. E, soprattutto, Chadwick Boseman, al suo ultimo ruolo cinematografico, un’interpretazione formidabile.

Cinque candidature all’Oscar: per Boseman come miglior attore protagonista, per Viola Davis (attrice protagonista), per le scenografie, il trucco e i costumi (Ann Roth, già vincitrice nel 1997 per Il paziente inglese).

È un film di gran classe. Distribuito da Netflix il 20 dicembre scorso, prodotto da Denzel Washington, sceneggiato da Ruben Santiago-Hudson, riadatta l’omonima opera teatrale (1984) di August Wilson, uno scrittore da Pulitzer che Washington aveva già omaggiato in Barriere, consentendo a Viola Davis di vincere l’Oscar per l’attrice non protagonista.

Film dalle forti radici teatrali, poche scene all’aria aperta, la maggior parte si concentrano in due stanze, ma la musica è potente e la regia sa accompagnarla con grazia, nel corso della travagliata sessione di registrazione, fino alla tragedia finale. Wilson, Wolfe e gli interpreti rendono concreti una figura mitica e un modo di vivere lontani un secolo, nella convinzione che il blues non sia mai stato solo un modo di usare la voce: «non canti per sentirti meglio, canti perché è così che intendi la vita».

Ero innamorato di Gigliola

Il 21 aprile 2011 pubblicavo il post qui sotto. Ne avevo un vago ricordo… Pochi minuti fa ho rivisto Gigliola Cinquetti a Sanremo e posso perdonarle qualsiasi cosa, anche Telepadania.

Lo so, questo post farà crollare l’opinione che alcuni di voi hanno del sottoscritto. Ma cosa lo uso a fare il blog se non posso stendermi (gratis, insieme a qualche migliaio di curiosi) sul lettino dello psicanalista?
Dunque, vi confesserò una mia perversione: ero innamorato di Gigliola Cinquetti.

Gigliola CinquettiNo, non quella di “Non ho l’età” (sarebbe pedofilia).
Mi riferisco alla Cinquetti trentenne e quarantenne, con quell’aria provocante “alla Deneuve della provincia veneta”, che faceva sospettare una vitalità assai lontana dal cliché perbenino con cui si era affermata a Sanremo (la foto che ho riesumato, lo dimostra).

Belle gambe, bellissimo sorriso, riccioli naturali… Oggi leggo che una canzone della Cinquetti – “E qui comando io” – fa da sigla a Telepadania.
E questa mia perversione svanisce di colpo.

Fonte “Il Giornale”:
“Carrellate sugli sbarchi a Lampedusa, piani sequenza sulla frontiera blindata di Ventimiglia, fermi immagine degli euro-palazzi di Bruxelles e zoomate sul manifesto leghista «Padroni in casa nostra». Il tutto col sottofondo della hit «E qui comando io», successo degli anni settanta di Gigliola Cinquetti.
Così Telepadania, la tv del Carroccio, entra a gamba tesa nella querelle Italia-Francia sull’immigrazione e mette alla berlina – con un video musicale ironico-nostalgico – l’inquilino dell’Eliseo. «L’invito – spiegano da Telepadania – è di boicottare brie e vino francese, come proposto dal Senatùr e dal governatore del Veneto Luca Zaia». Sarkozy è avvisato”.

Lisztomania [id.], Ken Russell, 1975 – [filmTv31] – 6

Fenomenale pianista e compositore, Franz Liszt inaugurò la figura della popstar: è quanto sostiene il regista inglese, riprendendo le pagine scritte nel 1846 dalla nobildonna Marie d’Agoult Nélida; già nel 1840, Heinrich Heine coniò il termine Lisztomania, per descrivere l’isteria dei fans.

Oggi è quasi inconcepibile la libertà narrativa che un regista come Russell poteva permettersi, in quegli anni. Senza freni, compone un affresco delirante, barocco, con vertiginose associazioni di idee. Ci sono molte cadute, ma non mancano le qualità, soprattutto nella prima parte. Oltre a essere un cantante eccezionale, il trentunenne Roger Daltrey conferma le doti istrioniche mostrate in Tommy. Dalla pellicola trasuda tanto cinema: un omaggio a Chaplin, citazioni di Metropolis, richiami al nazismo erede dei miti dei Nibelunghi e di Frankenstein… Rick Wakeman emerge come un grottesco Dio del Tuono (sì, proprio Thor), dal tavolaccio dello scienziato pazzo, nonché vampiro, Richard Wagner.

Liszt conviveva con Marie d’Agoult, dalla quale aveva avuto tre figli. Desiderava suonare alla corte dello Zar, abbandonò l’amante e i figli e strinse una relazione con la principessa Carolina, la quale, essendo sposata, cercò di ottenere dal Papa lo scioglimento del proprio matrimonio, e trascinò Franz a Roma; nel frattempo, Wagner sposa Cosima, figlia di Liszt e Marie… Fra le tante fantasie oscene, spicca quella in cui il musicista sogna di avere un’erezione così gigantesca che il pene viene cavalcato da cinque donne discinte, ma il percorso non avrà nulla di gioioso, anzi finirà sotto la ghigliottina, fatta cadere dalla demoniaca principessa (Sara Kestelman).

Non è un musical, non è una commedia, non è un horror, non è un fantasy: seguendo Liszt nelle corti europee e nelle smodate avventure amorose, Listzomania è un pasticcio fragoroso e incandescente, bizzarro e coloratissimo, oltraggioso e finalizzato allo scandalo. Ringo Starr indossa i panni di un Papa barbuto… Al botteghino fu un disastro.

The Concert in Central Park [id.], Michael Lindsay-Hogg, 1982 – [filmTv32] – 6

Quanti erano? Trecentomila? Mezzo milione? Il più famoso parco urbano del mondo venne invaso da una folla smisurata, il 19 settembre 1981: era annunciato un concerto gratuito, la riunione dei quarantenni Paul Simon e Art Garfunkel, divisi da oltre un decennio.

Ne venne ricavato un doppio album: un capolavoro, che esalta la magia della coppia, l’incrocio di due voci così dolcemente simbiotiche.

Non so quale fosse la qualità dell’amplificazione, ma visto in tv, il concerto avrebbe potuto tenersi in un teatro. Palco senza schermi giganti, nessun gioco di luci, la coppia immobile al centro della scena: jeans, camicia chiara e gilet nero aperto per Garfunkel, giacca e pantaloni scuri su maglietta bianca per Simon, che non molla mai la chitarra. Minima la varietà di inquadrature: primo piano sull’uno o sull’altro, primo piano o piano americano su entrambi, l’angolo di ripresa più frequente è dal lato di Simon, più basso; sugli undici musicisti, pochi secondi; sul pubblico – quella fantastica marea – ancora meno. Nessun movimento di macchina, nessuna steadycam a vagabondare sul palco.

Comincia al tramonto, con Mrs. Robinson. È presto chiaro che sarà una cerimonia quasi acustica. Passano 36’ prima che venga mostrata una porzione di pubblico che balla al ritmo del quartetto di fiati su Mabellene, tributo a Chuck Berry. Ne passano 45, prima di mostrare una visione della folla dall’alto. La tiepida calma viene scalfita quando il servizio d’ordine porta via di peso un individuo salito sul palco, sfrecciando vicino a Simon, che lascia trapelare un accenno di panico. A poche centinaia di metri, nove mesi prima avevano sparato a John Lennon.

Nemmeno un accendino brilla su Bridge over troubled water, tutta mostrata sul volto di Garfunkel. Durante The Boxer, per la prima volta i due si toccano, Art posa brevemente una mano sulla spalla del compagno. E solo la chitarra accompagna The Sound of Silence, con estremo pudore i due si scambiano un abbraccio.

More – Di più, ancora di più [More], Barbet Schroeder, 1969 – [filmTv30] – 6

Lisergica, può essere l’esperienza di chi abbia ascoltato innumerevoli volte Cymbaline e Green Is the Colour e tutto il resto di More, il terzo album inciso dai Pink Floyd, e sia riuscito a collegare la musica e le immagini del film molti decenni dopo.

Davanti allo schermo, ho spesso pensato a Zabriskie Point (1970), e non solo per le affinità nella colonna sonora. Forse, sia Schroeder che Antonioni hanno accarezzato l’idea di un cinema che poteva fare a meno degli attori e della sceneggiatura. Bastavano volti e corpi plasmati dall’occhio del regista – per Antonioni, Mark Frechette e Daria Halprin, per Schroeder, Klaus Grünberg e Mimsy Farmer – spazi dilatati (oceani e deserti) e un po’ di filosofia new age sullo spalancare le porte della percezione, per confezionare film belli da vedere quanto vuoti di psicologie. Trame riassumibili in un tweet.

Stefan è un giovane tedesco, che attraversa l’Europa senza soldi, vive di espedienti e a Parigi incontra Estelle. Lo mettono in guardia dalle tendenze distruttive della disinibita biondina, ma Stefan la segue a Ibiza, dove sperimenta l’amore libero e ogni tipo di droga. Estelle sta sempre un passo avanti, mente spudoratamente o confessa il peggio; Stefan la asseconda e la imita, prova ogni sostanza e si presta a un ménage a trois. Sentendosi invulnerabile, cerca di oltrepassare i propri limiti e cade sempre più in basso…

Prodotto da Les Films du Losange, la casa fondata da Schroeder ed Éric Rohmer, il film può contare sulla sfolgorante fotografia di Néstor Almendros, fra i preferiti di Truffaut e di Malick, che alterna lo splendore della natura agli stati di allucinazione. Ma il movente di Stefan presto sbiadisce, e non giovano le allusioni al passato nazista di colui che comanda il traffico di droga a Ibiza, e si fa pagare in natura da Estelle. Anche Stefan, come gli Adoratori del Sole, la setta di Calcutta che ha descritto a Estelle, sembra desiderare di diventare cieco e avvizzire.

Le copertine di Life (6. Barbra)

A distanza di quasi vent’anni dalla prima volta (1983 e 1964), Barbra Streisand conquistò la sua quarta copertina di Life; le altre due risalivano al 1966 e al 1969.

Streisand ha vinto sei Emmy Award, undici Golden Globe, dieci Grammy Award, un Tony Award, due Cable Ace Award, due David di Donatello (migliore attrice straniera).

Ha vinto due Oscar: nel 1968 come attrice per Funny Girl, nel 1976 come cantante per Evergreen da È nata una stella, e resta l’unica ad averlo fatto in due categorie così diverse. Al numero 6925 di Hollywood Boulevard sta la sua Stella sulla Walk of Fame.

Blinded by the Light – Travolto dalla musica [Blinded by the Light], Gurinder Chadha, 2019 – [filmTv8] – 7

Dalla biografia (Greetings from Bury Park) di Sarfraz Manzoor, il film ricostruisce una parte della vita di un giornalista del Guardian, con la sua ossessione giovanile per Bruce Springsteen. La regista è la stessa di Sognando Beckham, e fra i due titoli c’è molto in comune.

Il racconto comincia nel 1987 a Luton, cinquanta chilometri a nord di Londra: non proprio una meta turistica, e non aggiungo altro. Alla periferia di Luton, Javed Khan vive con la sua famiglia, i genitori sono nati in Pakistan, lui e le due sorelle faticano a emanciparsi da una cultura patriarcale e tradizionalista. Quando un compagno di scuola gli fa conoscere le canzoni di Springsteen, per Javed è un’autentica folgorazione. L’impatto sarà persino più potente di quello suscitato dall’infatuazione per Eliza, una coetanea impegnata politicamente.

Sono le canzoni di Springsteen a ispirare la presa di coscienza di Javed, a offrirgli la bussola per comprendere il mondo, a infondergli il coraggio per affrontare il razzismo e inseguire qualcosa che somigli alla felicità. Scrivere è la cosa che sa fare meglio… Ma l’ipoteca della predestinazione si rivelerà pesantissima, portando il protagonista a un duro conflitto familiare, aggravato dal licenziamento del padre dalla Vauxhall Motors (licenziare era facile: siamo all’apogeo dell’Era thatcheriana).

Non è un musical, ma le canzoni attraversano la trama ripetutamente (Springsteen e Patti Scialfa hanno collaborato a sceglierle). Il ventunenne Viveik Kalra è Javed Khan, Kulvinder Ghir e Meera Ganatra interpretano i genitori, Nell Williams è Eliza, David Hayman il vicino di casa antifascista, Hayley Atwell (il primo amore di Capitan America) è la bella professoressa. Del romanzo di formazione di Javed farà parte anche un viaggio ad Asbury Park, New Jersey, e il finale può lasciare un sapore dolciastro. Ma l’energia e l’integrità del Boss hanno il potere di dissipare tutte le ombre.

3259, mi ricordo

Mi ricordo le mutandine rosa e la bella sposa, una vita mal spesa e una giornata uggiosa.

3246, mi ricordo

Mi ricordo che “sembra proprio McKenzie che chiama”, poi silenzio e niente più.

C’è sempre un motivo per ricordare Jacques #Brel

Il Doodle di Google, oggi, è dedicato a Jacques Romain Georges Brel,  nato l’8 Aprile 1929 a Bruxelles e morto nemmeno cinquantenne. L’omaggio che sta sulla home page del motore di ricerca è firmato da Antoine Maillard.

Perché questa data? Perché il 15 Novembre del 1966 Brel ha compiuto la sua ultima performance dal vivo, al Palais des Beaux-Arts, a Bruxelles.

Mi associo all’omaggio, riprendendoo un post di un paio d’anni fa, La Puntina sul Vinile 325.

Dal primo anno di università – corso di lingua Francese – ricordavo Les Flamandes (1959), Les Bourgeois (1962), La Chanson de Vieux Amants (1967); e dall’abrasiva versione di Bowie, ricordavo Amsterdam (1964, qui dal vivo).

In questo doppio album sono racchiuse 20 canzoni dello chansonnier fiammingo (1929-1978), registrate fra il 1955 e il ’72. Due, le scoperte più intense: Quand on n’a que l’amour (1957) e Ne me quitte pas (1959, già sentita da una voce femminile, non saprei dire quale).

A proposito di voci, quella di Brel è calda, impetuosa e affilata, la timbrica nitida, capace di impennate frenetiche e di profondissimi languori, dolcezze romantiche e ironie scanzonate. Si faceva accompagnare da una strumentazione spesso esigua, imperniata sull’acustica di pianoforte, fisarmonica e violini. Influenzò due generazioni di cantautori; sue canzoni sono state trasposte in italiano da Paoli, Endrigo, Lauzi, Del Prete, Gaber, Califano, Patty Pravo, Milly, Vanoni, Dalida, Battiato e Vecchioni.

Nel ‘73 partì per la Polinesia francese, rimanendovi per quattro anni; al ritorno a Parigi, registrò il suo ultimo album. Morì nel 1978, a 49 anni, di cancro ai polmoni, e fu sepolto in un cimitero delle Isole Marchesi, a pochi metri da Gauguin.

È quasi irriconoscibile, nel passare da un repertorio drammatico al tono da invettiva (quei borghesi che “sono come i maiali, più diventano vecchi e più assomigliano alle bestie”), da musiche tristi e solenni ad altre dal ritmo vivacissimo: non si limita a cantare, interpreta i personaggi evocati dalla canzone. “Io ti offrirò perle di pioggia / venute da dove non piove mai”.

3231, mi ricordo

Mi ricordo che dovremo dare aria a queste stanze / molto prima che sia Natale / prima che quest’ossido di carbonio / cominci a farci male.

#Che. Da qualche parte un giorno, dove non si saprà…

Ernesto Guevara de la Serna, 14 giugno 1928, Rosario (Argentina); 9 ottobre 1967, La Higuera (Bolivia).

E qualcosa negli anni terminò per davvero, cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero

i compagni di un giorno o partiti o venduti, sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti

Proprio per questo ora io vorrei ascoltare una voce che ancora incominci a cantare

in un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto “Che” Guevara

Da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l’aspettate, il “Che” ritornerà…

(Francesco Guccini, Stagioni, 2000)

Juliette Gréco, che era stata Belfagor

A 93 anni, è morta la grande interprete di Je suis comme je suis e di splendide canzoni di Brel e Prévert, Aznavour e Brassens, icona di Saint-Germain-des-Près ai tempi dell’esistenzialismo; Si tu t’imagines di Raymond Queneau fu uno dei suoi primi successi.

Juliette era nata il 7 febbraio (come mia mamma) 1927 a Montpellier, da padre italo-corso e madre francese. Partecipò alla Resistenza, venne fatta prigioniera della Gestapo, deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück. Fu femminista e sempre impegnata per i diritti civili. Amica di Sartre, Camus e Boris Vian, ebbe una breve relazione con Miles Davis, frequentò l’eroina, sposò Michel Piccoli (secondo di tre mariti), cantò spesso nella Fête de l’Humanité.

Ma per me, Juliette Gréco resterà la protagonista di Belfagor, il Fantasma del Louvre, lo sceneggiato televisivo che orientò le mie paure più oscure.

QUI

Altri appunti su #Furore

Cosa sia stato il socialismo americano si può riassumere in una scena del film di John Ford. «Chi è la Shawnee Land and Cattle Company? » chiede Muley, un vicino di casa dei Joad che si rifiuta di vendere. «Non è nessuno», gli rispondono. «È un’azienda».

Quanto il socialismo americano somigliasse a una religione laica, Steinbeck e Ford lo mostrano nei primi segni del New Deal rooseveltiano, quel campo del Dipartimento dell’Agricoltura in cui si può persino ballare. Ma soprattutto sta nell’addio di Tom alla madre.

Qui, con la voce di Emilio Cigoli

Splendido, vero? Eppure è un clamoroso falso.

Falso, come la traduzione che in Italia ha circolato per oltre settant’anni, dalla quale vennero ritoccati passaggi cruciali come, appunto, l’ultimo dialogo fra Tom e la madre, decisamente diverso da quello che ci venne mostrato: “Io ci sarò sempre […] Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì […] Sarò negli urli di quelli che si ribellano e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito, io sarò lì”.

Queste omissioni sono state eliminate nella nuova traduzione di Furore, uscita nel 2013.

Furore è l’unico romanzo che citai nella  mia tesi di laurea. Ho provato una certa rabbia nello scoprire di aver letto un testo edulcorato, o peggio censurato.

Invito alla lettura di questo articolo di Elena Bicchierai, su Steinbeck e Springsteen, Ford e Woody Guthrie.

3179, mi ricordo

Mi ricordo che gli UB40 presero il nome dal modulo con cui si chiedeva il sussidio di disoccupazione.

3123, mi ricordo

Mi ricordo un filo di voce sussurrare “son fedele a questo dolce fiele, amara ti amerò”.

Concerti, i 30 più emozionanti

Prevale il giudizio sulla performance, rispetto a quello sui musicisti. E, forse, qualche ricordo di tanti anni fa è ammantato da un’aura parzialmente immeritata, non fosse altro perché tendevo a stare più vicino al palco…

Copertine leggendarie 40: oblò e neon

Mike Doud, già artefice di Physical Graffiti degli Zep (rielaborando uno scatto di Elliott Erwitt), è l’art director che insieme a Mick Haggerty elaborò la pluripremiata cover di Breakfast in America.

Sullo sfondo, lo skyline di New York, Manhattan come tavolo per la colazione, in primo piano la prosperosa cameriera Libby a incarnare la Statua della Libertà, la cui fiamma è sostituita da un bicchiere di succo d’arancia. Sul lato posteriore della copertina, i membri della band sono seduti in una tavola calda, ognuno legge il giornale della rispettiva città natale: nati in Gran Bretagna, i Supertramp si erano da poco trasferiti negli States.

Di Elliott Gilbert i due scatti che racchiudono Blue Valentine (1978).

Prevalgono le luci al neon e le sfumature fra il verde e il blu, più che mai malinconici il volto e la postura di Tom Waits, che sul retro appare insieme a una giovane donna dai lunghi capelli biondi, vestito rosso fiammante.

Lei è Rickie Lee Jones, l’anno dopo pubblicherà l’album d’esordio. I due facevano coppia all’epoca.

Copertine leggendarie 39: Old Absinthe House

Per l’imprevedivile commiato dei Led Zeppelin, In Through the Out Door (1979), lo studio Hipgnosis realizzò il suo capolavoro: sei variazioni sul tema, covers diverse per i diversi mercati (Usa, Europa, America latina). Foto in bianco e nero, bagnate con l’acqua, divenendo seppiate.

Protagonista un uomo in completo bianco e cappello, che se ne sta seduto al bancone dell’Old Absinthe House di New Orleans, in Bourbon Street; ci sono sette persone nel locale, l’uomo al bancone e altre sei: il barman, un tipo con cappello e sigaretta vicino alla porta, una ragazza bionda, una donna nera su uno sgabello, il pianista, una ragazza mora appoggiata al juke-box.

Dalla prospettiva di quelle sei persone, Hipgnosis ricavò dodici immagini diverse, il protagonista è illuminato da un effetto simile a quello di uno straccio passato sul vetro.

Copertine leggendarie 38. Impatto

Non saprei definire l’efficacia di una copertina per un long playing, ma ecco quattro esempi di immagini conficcate nella memoria.

Ron Hugo è il fotografo della bambina associata alla più famosa copertina degli allora giovanissimi Violent Femmes (1983).

Norman Rockwell, ha prestato la sua opera a Mike Bloomfield e Al Kooper per The Live Adventure (1969), il doppio album ricavato da un memorabile concerto al Fillmore di San Francisco.

Steven Meisel è l’inventore della “scandalosa” immagine grafica di Like a Virgin (1984).

Di Peter Blake, infine, lo scavo nelle personalità degli Who orfani di Keith Moon, sulla copertina di Face Dances (1981).

Copertine leggendarie 37: DWF

Usare l’arma del fascino e della seduzione… Ecco due posture del corpo e due tagli dell’inquadratura particolarmente efficaci; nel primo caso è lo scatto di un “dilettante”, nel secondo di un celebre fotografo di moda.

La foto per la copertina di Anticipation, l’album di Carly Simon uscito nel 1971, venne scattata dal fratello Peter a Londra, alle porte del Queen Mary’s Garden in Regent’s Park.

Peter Lindbergh ha confezionato la sensualissima immagine della cinquantenne Tina Turner per Foreign Affair (1989).

Copertine leggendarie 36, ancora Hipgnosis

Oltre ai Pink Floyd, lo studio Hipgnosis ha creato le copertine per molti altri musicisti; dai primi tre album solisti di Peter Gabriel, pubblicati fra il 1977 e l’80, ad altrettanti dei Led Zeppelin, a cominciare dal quinto, Houses of the Holy (1973).

Fra tante altre firme di Hipgnosis, scelgo quella per Prologue, l’album d’esordio dei Renaissance (1971).