Heroes, David Bowie, RCA 1977 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 62.

A trent’anni, con 11 album già pubblicati e una notevole dipendenza dalla cocaina, David Robert Jones si è stufato di recitare da decandentista, di truccarsi da Ziggy, Aladdin, marionetta, marziano o Duca Bianco, e decide di cominciare una nuova vita a Berlino. Tre album in 18 mesi (Low-Heroes-Lodger): la trilogia elettronico-teutonica confezionata negli studi Hansa da Brian Eno.

Una voce inconfondibile accompagna un’elettronica placida, non aggressiva, che risente delle composizioni dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream, e sembra alludere a un vampiro emaciato o alla caduta sulla Terra di un uomo che viene da chissà quale pianeta.

Eno dirige e sintetizza le chitarre di Carlos Alomar, il basso di George Murray, le percussioni di Dennis Davis, le sferzate chitarristiche di Robert Fripp. Concede a Bowie qualche assolo di sax.
Heroes è l’inno straziante che riproietta la star in cima alle classifiche, divenendo l’inarrivabile modello per almeno un decennio di elettronica da classifica. Da ricordare anche Sense of Doubt, Blackout e V-2 Schneider.

Eno perfeziona le sue ricerche “after science”, facendo leva su questa rockstar ambigua, sfuggente, versatile e opportunista, dotata di un’irrefrenabile talento per i travestimenti.

Le cose della vita, Antonello Venditti, RCA 1973 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 61.

Forse è il suo capolavoro, certo è il disco di Venditti a cui sono più affezionato, pieno di idee, passaggi folgoranti: “mia madre è una professoressa, anzi una professoressa madre” e rime ispirate: “le cose della vita fanno piangere i poeti / ma se non le fermi subito diventano segreti”.

Otto canzoni secche, senza una nota o una parola di troppo.

Il secondo album solista segnalò una ribellione che si poteva sperare non implodesse nel sentimentalismo. Arrangiamenti scarni, tastiere timide, un pianoforte che nessun altro, in Italia, percuoteva con altrettanta rabbia, una voce potente e romantica, non ancora manierata… Per qualche tempo Venditti mi è parso il cantautore italiano con la più vasta gamma poetica.

Trovo impressionante il fatto che all’epoca di questo disco – inciso in due giorni – avesse appena 24 anni e fosse capace di avvitare una splendida canzone intorno a queste strofe: “una foglia stupida / cade a caso sull’asfalto e se ne va / una fabbrica occupata sulle nuvole / e un fucile che rimpiange Waterloo”.

Risentendolo oggi, fa malinconia pensare a come si sia poi ripiegato sul proprio ombelico romanocentrico.

The Big Heat, Stan Ridgway, I.R.S., 1985 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 60.

L’esordio solista del leader dei Wall of Voodoo è un album notturno, attraversato da visioni fantasmatiche e sonorità western, con lunghi testi simili a racconti e atmosfere al neon.

Esce poco dopo l’episodio di «Rusty il selvaggio», dove Ridgway e Stewart Copeland avevano duettato nella turbolenta, magnifica Don’t Box Me In.

Rifarsi al titolo di un film di Fritz Lang, un noir torrido e sensuale, voleva dire che dietro la musica di Stanard Ridgway stava sempre qualche ispirazione cinematografica, le sue canzoni potevano diventare soundtrack in qualsiasi momento.

Ridgway è innanzitutto un ottimo cantante. Qui suona armonica, banjo, tastiere e chitarra.
Della strumentazione fanno parte anche mandolino, trombone e violino: chiamati a raccolta una decina di session men (Richard Greene, Bruc Zelesnik, Bill Noland, Louis Van den Berg, Mike Watt, Mark Cohen…) in grado di conferire una levigata compattezza ai singoli brani, fra cui spiccano Walkin’ Home Alone, Pile Driver e quella Camouflage d’ambientazione vietnamita, che mi ha fatto pensare a certi racconti sulla guerra di Secessione scritti da Ambrose Bierce.

In the Court of the Crimson King, King Crimson, Island 1969 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 59.

Partirò dalla strepitosa cover di Barry Godber, per provare a spiegare come un dodicenne di provincia potesse avvicinarsi a una musica simile (il mio lp è una ristampa del 1972): in quello sguardo spaventato vedevo una specie di fumetto, qualcosa di simile a certe grottesche tavole di Magnus.

Sono passati troppi anni, riesco solo a immaginare il trauma dell’attacco: avrò abbassato il volume per non spaventare i nonni, e poi l’avrò rialzato adagio, perché quella musica andava e veniva, saliva e scendeva, fra urla e sospiri. Avevo letto che si trattava del manifesto di un nuovo genere: il “rock progressivo”.

Uscito nell’ottobre 1969, l’album rivelò al pubblico un gruppo di coetanei, nati nel 1946, aggregati intorno alle chitarre di Robert Fripp. I loro nomi: Michael Giles (percussioni e voce), Greg Lake (basso e voce solista) e Ian McDonald (tastiere, flauti, mellotron e voce); il primo nucleo del Re Cremisi musicava testi di Peter Sinfield.

Fripp è il leader, ma la sua firma sta solo su 3 brani. Il lato A è un concentrato di idee e di variazioni di clima: si passa dal grido pre-punk dell’apertura, alla sconfinata dolcezza di I Talk to the Wind, fino all’incedere maestoso di Epitaph. Il lato B è più discontinuo, pieno di sperimentalismi non ancora incanalati, discese ardite e risalite, intuizioni che partono per la tangente, scarti irrisolti fra l’epica e l’intimismo; i cori che inseguono le melodie rimangono di una perfezione abbagliante.

Impossibile identificare il punto più alto di questa sinfonia epocale, ma suscita tuttora un’emozione fortissima lo scarto fra la furibonda violenza di 21st Century Schizoid Man e i bucolici sussurri che seguono.

È un esordio che sgretola lo schema classico della canzonetta radiofonica, afferma il gusto per le composizioni dilatate, le architetture imponenti, l’identificazione di una cosmologia. In quei momenti, qualcuno aveva l’impudenza di gridare al mondo che il linguaggio del rock poteva ancora riservare una marea di sorprese.

Music for Films, Brian Eno, E.G. Records, 1979 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 58.

“Minimalista” si avvicina all’idea, ma non la rende completamente.

Qui siamo oltre il minimalismo, dalle parti del bozzetto, dell’appunto sonoro, delle prove tecniche in vista di eventuali, successivi progetti. Diciotto sottofondi dai titoli evocativi compongono questa raccolta in piena era “ambient”.

Eno attraversava un periodo di bulimica produttività e godeva di una tale reputazione che nulla sfuggiva alle stampe (quel furbacchione sapeva dell’esistenza di tipi come me, che avrebbero senz’altro abboccato).

In forme impalpabili, pressoché irriconoscibili, in questi frammenti compaiono personaggi come Phil Collins (batteria), John Cale (viola), Fred Frith e Robert Fripp (chitarre), Rhett Davies (tromba)…

Teorico ancor prima che musicista, Eno definì così la sua musica d’ambiente: “deve essere capace di andare incontro a numerosi livelli di attenzione nell’ascolto senza esaltarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto è interessante”.

Non ignorabile ma nemmeno troppo interessante, Music for Films è un campionario di stati d’animo.

Mister Heartbreak, Laurie Anderson, Warner Bros, 1984 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 57.

Poetessa, scultrice, violinista, artista multimediale d’avanguardia, Laurie Anderson è un personaggio fuori dall’ordinario, inafferrabile per le categorie del pop.

Fra due capolavori come Big Science (1982) e Strange Angels (1989), azzardai l’acquisto di questo album, che mi sembra un passo falso. Rimango freddo, non dico deluso, incapace di entrare davvero dentro questo “concept” colto e cerebrale, sussurrato più che cantato, con lunghissimi testi poetici, brevi intrusioni progressive e lunghe divagazione giapponeggianti.

All’acquisto, fui certo convinto dalla parata di stelle che accompagnavano la musicista: Peter Gabriel, innanzitutto, e poi Adrian Belew (chitarra), Bill Lasswell (basso), Nile Rodgers (chitarra) e persino William Burroughs, voce in Sharkey’s Night.

Dalle note di copertine ricavo che Gravity Angel (cantata insieme a Gabriel) deriva dal monumentale romanzo di Thomas Pynchon.

Voci celestiali spuntano dal reticolo elettronico, ma alla fine dell’ascolto, non ho provato il desiderio di rimettere la puntina sul primo solco.

Night and Day, Joe Jackson, A&M, 1982 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 56.

Al quinto album, sbarca nella Grande Mela questo musicista di Portsmouth (UK), eclettico fino all’opportunismo, eppure capace, almeno in questo caso, di lasciare una traccia importante.

Ritmi funky e jazz (espliciti tributi a Cole Porter e Duke Ellington), salsa e gospel, ma c’è soprattutto swing in queste nove composizioni, che a distanza di trentacinque anni suonano ancora cristalline e briose, languide e raffinate.

Registrato al Blue Rock Studio di SoHo, Jackson passa dal piano all’organo, dal minimoog al sax alto; gli ruotano accanto Graham Maby, basso e percussioni, Larry Tolfree, percussioni, Sue Hadjopoulos, xilofono, flauto e voce, Ricardo Torres, bonghi, Ed Rynesdal al violino; e poi un po’ di coristi.

Nella “night side” spiccano Another World e la celeberrima Steppin’ Out, ma ho sempre preferito la “day side” e in particolare le ballate che hanno per titolo Real Men e A Slow Song.
Lo stempiato Joe te lo immagini iprnotizzato dalle streets e dalla avenues, con il collo girato verso i grattacieli, bretelle e berrettino, oppure in smoking, un inglese che voleva fare l’americano.

Men Without Women, Little Steven, EMI America 1982 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 55.

Little Steven, altrimenti detto Miami Steven, nomi d’arte di Steven Van Zandt (Silvio Dante nei «Soprano’s») raduna i Discepoli del Soul per questo esordio solista.

Si è stancato di seguire il Boss, fa parte della E Street Band da 7-8 anni, ma in seguito dovrà ammettere che fu stupido andarsene: “Avevo coprodotto la maggior parte di Born in the USA e me ne andai ben prima che l’album uscisse per pubblicare i miei due primi album solisti. Ero ossessionato dalla politica, la gente dimostrava per le strade ma non c’era nessuno che scrivesse su quei temi”.

Dalla E Street lo seguono in tanti: a Danny Federici (tastiere), Gary Tallent (basso) e Max Weinberg (batteria), si aggiungono Felix Cavaliere e Dino Danelli (già nei Rascals), Kevin Kavanaugh (pianoforte) e una truppa di cinque fiati, che ogni tanto divenyano sei (Clarence Clemons).

È un album acerbo, che prelude ad altri ben più riusciti (Sun City, Freedom No Compromise). La title track pare sia ispirata a uno dei 49 racconti di Hemingway. La voce a me pare monocorde, i ritmi troppo battenti, per un’urgenza espressiva ancora poco misurata.
Ho poi scoperto che Springsteen canta nei cori di Angel Eyes e di Until the Good is Gone.

L.A. Woman, The Doors, Elektra 1971 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 54.

Settimo e ultimo album in studio della band, pubblicato pochi mesi prima del tragico 3 luglio parigino.

A proiettare i suoni su Jim Morrison sono Robbie Krieger, chitarra, Ray Manzarek, piano e organo, John Densmore, batteria (i quattro nella foto), con l’aggiunta di Jerry Scheff al basso e Marc Benno alla chitarra.

Una strana copertina dai bordi arrotondati racchiude un rock blues compatto, più scaltro e meno psichedelico dei dischi precedenti.

Fra le dieci incisioni, trovano spazio alcuni momenti di valore assoluto: Love Her Madly (forse la canzone più scanzonata, certo una delle mie preferite del loro repertorio), L.A. Woman, con Manzarek e Krieger particolarmente ispirati, Hyacinth House, fosca e cupa, che gruppi come i Cure devono aver imparato a memoria, le svisate gotico-dark che si aprono su L’America, fino ai sette minuti di Riders on the Storm, uno dei vertici dello spirito sturm und drang del Ventesimo secolo.

Blake e Artaud, Poe e Huxley, Byron e Rimbaud… la leggenda è stata arricchita da una quantità di riferimenti poetici, che spingono a cercare doppi sensi nei testi e presentimenti nella voce, quasi che questo album debba apparirci come l’implicito testamento del Re Lucertola.

Non ho (più) l’età

Nel giorno in cui Francesco Guccini annuncia l’addio definitivo ai concerti – non salirà più su un palco, nemmeno per parlare – arriva la disponibilità di Romano Prodi a fare da collante all’eventuale alleanza fra Renzi e Pisapia.

La carta d’identità dice che Guccini ha 77 anni, da quattro non incide album, e il 26 giugno canterà per l’ultima volta al Carpi Summer Fest. “È una decisione presa con maturità. Per me è stato un grande sollievo. Facevo fatica. La tensione era sempre presente. L’età avanzava e non avevo più la forza di stare in piedi due ore e mezza”. Guccini aggiunge che non suonerà nemmeno più in privato: “La chitarra è in un angolo della casa e non si sposta dai tempi dell’ultimo disco. Ho provato qualche volta con gli amici ma non ci riesco più. Non ho più i calli sulle dita. Mi fa subito male”.

La carta d’identità dice che Prodi ha 78 anni, da nove non ha più incarichi governativi, il 19 aprile 2013 non è diventato presidente della Repubblica grazie a 101 parlamentari Pd. Qualche giorno fa Pisapia ha detto che Prodi sarebbe l’ideale candidato premier, il professore bolognese ha replicato di sentirsi felicemente in pensione, ma ieri ha incontrato Renzi e la stampa descrive l’esito del colloquio come un nuovo impegno “non da candidato premier ma da ispiratore del nuovo centrosinistra”.

Traduco: Prodi – che controvoglia dichiarò il suo Sì al referendum del 4 dicembre – cercherà di evitare che si coaguli una sola forza politica a sinistra del Pd.

A=MH2, Clark & Hutchinson, Nova/Deram, 1969 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 53.

Nel decennio passato fra liceo e università (e obiezione di coscienza), la mia disponibilità a scoprire musica era notevole.
Ascoltavo album come questo, mai passato in televisione e nemmeno alla radio. Di certe riviste o almeno di certe firme, all’epoca, mi fidavo ciecamente.

Facile definirlo “underground”. Difficile etichettarlo in modo meno generico; per farmi capire, mi limito a suggerire assonanze con Peter Green, Clapton e Santana.

Questo è l’esordio di un duo londinese che ha pubblicato 3 lp. Registrarono le 5 suites fra un mercoledì e un venerdì del maggio 1969. Andy Clark suonava le tastiere, il pianoforte, le percussioni, il sax e il flauto; Mick Hutchinson si dedicava a chitarre, basso, tastiere e timpani; spiccano Acapulco Gold, Textures in 3/4 e Improvisation on an Indian Scale.

È forte l’influenza di certe sonorità orientali, ma ciò che appare sbalorditivo è la “pubblicabilità” di una musica come questa, lontanissima dal rock, fatta di lunghe improvvisazioni strumentali, senza testi, dove entrambi potevano esibire le proprie inclinazioni, le notevoli qualità tecniche e compositive.

Red Queen to Gryphon Three, Gryphon, Bell Records 1974 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 52.

“Cari vecchi madrigali” titolava un articolo di «Ciao 2001» – firmato Enzo Caffarelli e Carlo Massarini – che ho ritrovato nella busta di questo album registrato presso il Chipping Norton Studios, Oxfordshire.

Il folklore celtico non è fatto solo di druidi, incantesimi e pietre disposte misteriosamente: qui ci sono quattro lunghe ballate strumentali di un’allegria contagiosa, profumate di sidro e di fieno, momenti intimisti alternati a piccole esplosioni sinfoniche.

Metà Leone e metà Aquila, il Grifone fa da marchio a un gruppo che è a sua volta un ibrido, fra i menestrelli di corte e le bande che suonavano nelle sagre paesane. Lament e Second Spasm sono le incisioni più originali e accattivanti, mentre in Checkmate e in Opening Move sembra di ascoltare Yes o Jethro Tull.

Il ritmo è la qualità migliore dei Gryphon, al terzo album. Della band fanno parte cinque elementi: Richard Harvey, Brian Galland, Graeme Taylor, David Oberlé e Philip Nestor.
Fra le sonorità, spicca quella del krumhorn, lunghissimo strumento a fiato dal becco ricurvo.

Il flautista Richard Harvey è poi divenuto celebre come compositore di colonne sonore (Interstellar, fra le altre).

I buoni e i cattivi, Edoardo Bennato, Ricordi 1974 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 51.

Il primo anno di liceo scoprii Bennato, imparai a memoria Un giorno credi e provai a suonare l’armonica e il kazoo. Smisi presto.

Ho conosciuto questo secondo album prima di Non farti cadere le braccia, e l’ho riascoltato fino a consumarlo; purtroppo quella che ricomprai è la ristampa (collana Orizzonti), senza le fotografie contenute nella doppia copertina originale.

Il cantautore non ha ancora 25 anni; il produttore Sandro Colombini gli affianca il fratello Eugenio (chitarre), Tony Esposito (batterie), Andrea Sacchi (chitarra), Bruno Limone (basso) e Roberto De Simone (direzione orchestrale e un paio di testi). Quel ragazzo napoletano pieno di riccioli già si percepisce come un burattino senza fili, inseguito dai carabinieri. Riversa le sue invettive su ogni genere di autorità: l’esercito in La bandiera, la scuola e l’esercito di In fila per tre, le élites culturali in Bravi ragazzi, che sembra prevedere l’inquietante salotto di Bruno Vespa.

Arrivano i buoni sembra quasi presagire le degenerazioni del politicamente corretto. E poi c’è Napoli, sia nella veste di chi ti dice “tira a campare”, che in quella di chi non vuole rassegnarsi e invita a non cercare alibi, a farsi forza e andare incontro al tuo giorno, a ricominciare da zero…

Altri dischi di Bennato sono più ricchi ed elaborati sul piano musicale, nessuno ha questa forza dentro.