Manhole, Grace Slick, Grunt 1974 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 77.

Quando era ancora lecito sognare la California e l’eventualità di vederla “governata” da Schwarzenegger Governatore poteva apparire una lugubre distopia, si sviluppa la caotica, contraddittoria, frenetica, travolgente parabola dei Jefferson Airplane.

Fra gli innumerevoli cambiamenti nella composizione della band, Grace Barnett Wing (coniugata Slick una dozzina di anni prima) costituisce uno dei segni distintivi, il più forte fattore di identità del gruppo; la sua presenza scenica era così avvolgente e ipnotica, che la prodigiosa voce finiva quasi in secondo piano.

Dopo la maternità – era nata China, dal rapporto con Paul Kantner – questa è la prima, contestatissima opera solista della Slick, mentre la fase Airplane sta decollando (o precipitando) nella fase Starship.

Per rendere omaggio alla musa della West Coast, al Wally Heider studio di San Francisco accorrono David Crosby, David Freiberg, Jack Casady, Gary Duncan, Jorma Kaukonen e, ovviamente, Kantner.

Ne deriva un album pieno di idee e di stravaganze, la colonna sonora di un film immaginario, intitolato Manhole, appunto; alternando l’inglese e lo spagnolo, la voce raggiunge vibrazioni parossistiche, una passionalità che non teme confronti.

Presente, Enrico Ruggeri, CGD 1984 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 76.

Album atipico nel panorama nazionale: un lato in studio, l’altro live.

Riascoltato oggi, la parte live regge molto meglio all’usura del tempo. Accanto a Ruggeri – occhiali dalla montatura bianca – c’erano Luigi Schiavone (chitarra e sintetizzatore), Renato Meli (basso), Marcello Catalano (batteria), Roberto Rossi e Franco Bernardi (piano e tastiere); questi ultimi lasciavano spazio a Stefania Schiavone nel lato live.

In studio, mi pare vi sia una fastidiosa eccedenza di elettronica e orchestrazione, che finisce per appiattire anche le suggestive melodie e gli ottimi testi (Nuovo swing, Qualcosa, Il mare d’inverno).
Nel lato live, invece, spiccano la cover del Vecchio frac di Modugno, la rabbiosa ripresa del repertorio Decibel dei primi anni Ottanta (Vivo da re e Contessa) e una delle canzoni che incidono la figura di Ruggeri sulla scena canzonettistica italiana: Polvere.

Fra esistenze apparentemente lisce in cerca di scuse per credersi vive, desideri di rendersi irriconoscibile e concetti che il pensiero non considera, pare che la decisione di registrare live, per poche persone, all’Happy Rock Café di via Tibaldi a Milano, fu fatta per questioni di diritti sulle edizioni musicali delle versioni originali.

2047, mi ricordo

Mi ricordo l’unica copia in vinile di “The Cycle Is Complete”, di Bruce Palmer, e noi che la duplicavamo forsennatamente.

2046, mi ricordo

Mi ricordo che si narrava dell’esistenza di una registrazione perduta di Jimi Hendrix con l’Equipe 84.

Red, King Crimson, Atlantic 1974 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 75.

Robert Fripp (chitarra e mellotron), John Wetton (basso e voce) e William “Bill” Bruford (percussioni) stanno in copertina.

Ma la famiglia Crimson non ha dimenticato vecchi compagni come David Cross (violino), Marc Charig (cornetta), Mel Collins (sax soprano), Ian McDonald (sax contralto) e Robin Miller (oboe), per questo che è l’ottavo e ultimo capitolo della prima fase (anche se l’anno dopo, la casa discografica farà uscire un live, USA, altrettanto notevole).

Questa produzione è caratterizzata dalle distorsioni chitaristiche e dal continuo dialogo fra archi e fiati. Fra le cinque suite, One More Red Nightmare e Starless sono quelle che preferisco.
La prima appare come un’anticipazione della scena dark e new wave (Joy Division e Killing Joke), nel suo susseguirsi di geometriche, glaciali improvvisazioni. Nella seconda, archi e mellotron ricamano una melodia dolcissima, che si infrange sugli scogli di un riff scarno e ossessivo, che a sua volta evolve in una dimensione sinfonica ed esplode in due minuti finali di straripante lirismo. Ai miei occhi, Starless sta sullo stesso piano di 21st Century Schizoid Man, nel riassumere la grandezza epocale di questo gruppo.

Wetton veniva dai Family, Bruford dagli Yes: all’uscita di Red, Fripp annunciò lo scioglimento della band. Per fortuna, la storia del Re Cremisi si prendeva solo una pausa: ricomincerà sette anni dopo.

After-math, The Rolling Stones, Decca, 1966 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 74.

Ho almeno una dozzina di cd degli Stones e un solo un paio di album, ma questo sta senza dubbio al vertice della loro discografia.

Registrato negli RCA Studios di Hollywood, contiene quattordici tracce e almeno quattro gemme abbaglianti: Mother’s Little Helper, Lady Jane, Under My Thumb e la strepitosa Out of Time.

Della band facevano parte Mick Jagger (voce), Keith Richard (chitarra e voce), Brian Jones (chitarra, dulcimer, vibrafono, sitar, piano), Bill Wyman (basso) e Charlie Watts (percussoni); non vanno dimenticati Ian Stewart (piano) e Jack Nitzsche (tastiere e percussioni).

Tutte le canzoni sono firmate Jagger-Richard, 23 anni entrambi, il blues è una presenza immanente e celebrata, ma sono le passioni orientali di Brian Jones a produrre i momenti più originali. Stracolmo di idee, di forza e di melodia, è forse l’album più psichedelico degli Stones, una delle più nitide allusioni alla musica come strada maestra per l’eterna giovinezza.

Richard e Jones si producono in duetti di febbricitante energia, la base ritmica è potentissima, Jagger sa essere suadente e sguaiato, seducente e oltraggioso… Vederli all’opera, i ragazzi di quella band, quando non erano ancora il monumento a se stessi, doveva essere uno spettacolo della natura.

Voyage of the Acolyte, Steve Hackett, Charisma 1976 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 73.

Peter Gabriel se n’è appena andato, la direzione di marcia dei Genesis è ancora confusa ed ecco che il chitarrista Steve Hackett si concede un progetto solista.

Lo accompagnano 2/3 dei superstiti della band, Phil Collins e Mike Rutherford, il fratello John Hackett (flauto e sintetizzatore), Robin Miller (oboe), Nigel Warren-Green (cello), John Acock (piano e tastiere). Hackett canta qualche strofa e Sally Oldfield vocalizza The Lovers.

Cinque brani strumentali e tre cantati: Star of Sirius è una tipica canzone dei Genesis, Hands of the Priestess inclina al folk e fa pensare alle pause romantiche dei King Crimson, Shadow of the Hierophant è una conclusione solenne, incalzante, travolgente, con qualche eco di Firth of Fifth.

Nell’insieme, l’album è gradevole, con numerosi passaggi di strepitosa abilità tecnica e arrangiamenti ai limiti della perfezione; le atmosfere incantate trasportano in boschi magici, lontani dalla civiltà. Le due immagini di copertina (della pittrice brasiliana Kim Poor) ne sono la traduzione grafica.

I nuovi Genesis sbancheranno le classifiche, ma appena due anni dopo, inciso il live Seconds Out, anche Steve Hackett lascerà la band.

Rain Dogs, Tom Waits, Island, 1985 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 72.

Occhieggia alla polka e al tango, con la stessa innocenza sfiora i territori del jazz e del blues, e persino quelli delle sigle dei telefilm.

Desolazione e intimità, stordimento e voglia di sopravvivere sono le locations tipiche di Tom Waits e immancabilmente, quando lo ascolto, mi vengono in mente certi quadri di Hopper. Quadri notturni, con il buio interrotto da qualche neon difettoso.

Fra questi 19 frammenti, Time, Downtown Train e Rain Dogs brillano della luce più viva. Parlano di outsiders, gente che per vari motivi è finita ai margini della società, e che la società non ha nessuna intenzione di recuperare. Anzi, di vedere.

L’artista si fa accompagnare da una schiera di musicisti: Larry Taylor (basso), Marc Ribot (chitarra), Ralph Carney (sax e clarinetto), Robert Musso (banjo), Michel Blair e Stephen Arvizu (batteria), Bon Funk (trombone), William Shimmel (fisarmonica); fra loro si aggira Keith Richards, che aggiunge la sua chitarra in tre canzoni, fra cui Blind Love. John Lurie fa la sua capatina in Walking Spanish.

Viene da immaginarlo, Waits, mentre scola un ultimo whisky in un anonimo, squallido bar, scrive due frasi sul retro di una scatola di fiammiferi, e passata la sbronza ci costruisce una di quelle canzoni che sanno di ruggine.

Apocalypse, Mahavishnu Orchestra, Columbia 1974 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 71.

John McLaughlin – chitarrista inglese dalle qualità non inferiori a quelle di Carlos Santana, con cui, l’anno prima, aveva inciso Love Devotion & Surrender – maturò per le filosofie orientali un sentimento meno superficiale di quello accarezzato dai Beatles (il paragone si impone, la produzione di questo album è affidata a George Martin).

Aveva frequentato il meglio del jazz, partecipando all’incisione del Bitches Brew di Miles Davis; in seguito collaborò, fra gli altri, con Jack DeJohnette e Bill Evans.

Dal jazz, la Mahavishnu Orchestra riprende ed enfatizza la vena di spiritualità, infondendovi una pulsione multietnica. McLaughlin chiama a raccolta strumentisti abilissimi; in totale, 15 elementi, fra cui il guru indiano Sri Chinmoy Ghose, Jean-Luc Ponty (violini), Gayle Moran (tastiere), Narada Michael Walden (percussioni) e Ralphe Armstrong (basso); accanto a loro, la London Symphony Orchestra, diretta da Michael Tilson Thomas, spinge il jazz a fondersi con i quartetti d’archi e la strumentazione classica.

Cinque suite: Vision Is a Naked Sword (con i vocalizzi della Moran) è quella che preferisco. Mentre allude alla fine del mondo, ecco un album che irradia pace e serenità.

A Song For All Seasons, Renaissance, Sire, 1978 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 70.

Romantico, bucolico e leggiadro: mi sembrano questi gli aggettivi più adatti a sintetizzare la seconda incarnazione dei Renaissance, qui giunti al settimo album (il nono in totale).

Intorno al leader Michael Dunford (chitarre), ci sono Jon Camp (basso, chitarra e voce), Terence Sullivan (batteria), John Tout (tastiere) e Annie Haslam, voce inconfondibile e autentica icona della band.

Il gruppo conferma pregi e difetti: all’ottima vena melodica non corrisponde un’adeguata consistenza della base ritmica. È la prodigiosa estensione vocale di Haslam a conferire identità a un pop sinfonico che altrimenti scivola nell’esangue.

La dominanza delle tastiere li fa assomigliare a Nice e Procol Harum; altri riferimenti inevitabili sono gli Yes e i Gentle Giant, per le inclinazioni favolistiche e le divagazioni medievaleggianti, per fortuna meno appesantite dai barocchismi.

Fra le otto composizioni, quelle più degne di nota mi sembrano Opening Out, Closer Than Yesterday e Northern Lights (il singolo più venduto nella storia della band).

Copertina dello studio Hipgnosis.

1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano, Area, Ascolto, 1978 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 69.

Un disco sbagliato, ma quanto erano bravi…

A dieci anni dal Sessantotto, in piena esplosione punk, gli Area decisero di fare i conti con una serie di eredità e suggestioni: dalla Rivoluzione francese a quella bolscevica, da Jacques Lacan a André Breton, da Nietzsche ad Aragon…
Ne deriva un album che suona artificioso, cerebrale, sovraccarico di intenzioni e spiegazioni (quanto è sovraccarica di riferimenti la copertina interna, quasi una tesi di laurea: con un clamoroso refuso sulla data della presa della Bastiglia).

Giulio Capiozzo (batteria), Patrizio Fariselli (piano e tastiere, sintetizzatori e chitarre), Demetrio Stratos (voce, piano e organo) e Ares Tavolazzi (basso, trombone, mandola) hanno raggiunto un grado di abilità tecnica da lasciare stupefatti. Ma non sempre sanno a cosa finalizzarla.

Riascoltandoli, mi sono piaciuti il mantra lisergico di Acrostico in memoria di Laio e la cupezza elettronica di Return From Workuta (il nome di un gulag). Ma il pezzo davvero eccezionale è Hommage à Violette Nozières, dove l’inarrivabile vocalità di Stratos raggiunge gli squilli necessari a duettare con la mandola di Tavolazzi, componendo un libertario inno alla follia.

The Turning Point, John Mayall, Polydor, 1969 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 68.

Forse nessun altro ha fertilizzato e accompagnato la nascita di rockstar quanto John Mayall.

All’epoca di questo album, aveva già svezzato Eric Clapton e Jack Bruce, John McVie e Mick Taylor, Peter Green e Jon Hiseman, ispirando la musica di Fleetwood Mac, Colosseum, Cream e Rolling Stones.

In un decennio di prorompente fertilità artistica, Mayall ha cambiato continuamente formula, equipaggio, sonorità.
Questo è un unplugged irripetibile, registrato dal vivo presso il Fillmore East di New York City, il 12 luglio 1969. Fotografa l’ennesima “svolta”: Mayall suona l’armonica e la chitarra, si fa accompagnare da musicisti che assecondano il suo gusto per l’improvvisazione: Jon Mark è l’altro chitarrista, Steve Thompson sta al basso, Marc Almond alterna le percussioni a sax e flauto.

The Turning Point arriva poco dopo lo scioglimento dei Bluebreakers, a pochi mesi di distanza da un altro capolavoro (Blues From Laurel Canyon).
Fra queste sette incisioni, sono fenomenali il duetto basso-armonica di The Laws Must Change (con omaggio a Lenny Bruce) e le incursioni del sax in So Hard To Share; poi strappa applausi Room To Move, danza scatenata e ansimante.

Impressiona pensare a quanti abbiano poi scopiazzato questi blues, trasformandoli in dollari e sterline.

Black Market Clash, The Clash, Epic, 1980 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 67

Ecco Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon quando qualunque cosa facessero era rivoluzionaria.

L’album esce nel momento magico compreso fra la pubblicazione di London Calling e quella di Sandinista!, raccogliendo incisioni sparse e remissaggi, realizzati fra il rabbioso punk 1977 (City of the Dead, Capital Radio One, Cheat) e il ben più riflessivo 1980: in queste ultime (Bankrobber, Justice Tonight e la splendida Armagideon Time) si assapora la nuova aria reggae.

Negli ultimi 24 mesi degli anni Settanta, chissà quanto materiale i Clash hanno composto, suonato, provato, inciso…
Trovano anche il tempo per girare un film (Rude Boy); sentono il bisogno di cambiare strada, di uscire dal ghetto (politico e musicale) e gridare al mondo che la white riot e il combat rock possono mutare forma ed esprimersi attraverso qualsiasi musica si possa ascoltare al centro dell’impero.

Fra i meriti storici dei Clash, verificabili anche nei capitoli meno fiammeggianti come questo, l’aver compreso che capito che l’impero era ormai inesorabilmente accerchiato da altri suoni, altre voci, altre speranze.