Rocketman [id.], Dexter Fletcher, 2019 – [cine34] – 6

Nato a Londra il 25 marzo 1947, Reginald Kenneth Dwight nel ’69 diventa Elton John: il film si limita a mostrare un po’ di infanzia e di adolescenza e poi l’esplosione planetaria, chiudendosi alla fine degli anni Settanta.

E siccome, fra biopic musicali, è inevitabile il paragone con Bohemian Rhapsody, dal confronto questo film esce sconfitto. Mi è parso meno emozionante, con numeri musicali meno coinvolgenti. La regia punta molto, forse troppo, sui costumi stravaganti, le maschere e i lustrini, gli occhialoni improbabili, il travestitismo che accompagnò la prima fase della carriera del pianista londinese.

Problemi familiari e affettivi, sessuali e finanziari, di droga e di alcol, di solitudine e depressione… È inevitabile che, nonostante tante pagine oscure fra le pagine chiare, Elton John celebri se stesso. Taron Egerton, che lo interpreta, parla in prima persona, nel corso di una lunga seduta di autocoscienza, che va ad aprire innumerevoli flashback, ellissi temporali con alcune figure di “spalla” che si impongono: Bernie Taupin (Jamie Bell, visto in Billy Elliot: amico e autore dei testi), John Reid (Richard Madden: manager spietato e opportunista), la mamma Sheila (Bryce Dallas Howard), Dick James (Stephen Graham: il primo produttore).

In fondo, il confronto con la biografia di Freddy Mercury è tanto immediato quanto superficiale. Come struttura narrativa, Rocketman è più debitore di Across the Universe, il magnifico film che Juliet Taymor ricavò dalle canzoni dei Beatles. Si dipanano coreografie costruite sul significato dei testi, e sul loro significato nella vita del protagonista; è ovvio che l’ultima parola l’abbia avuta il produttore esecutivo: Elton John, appunto (la rilettura di Freddy Mercury, invece, l’avevano fatta i suoi sodali).

Alcune di queste coreografie emanano una certa potenza: penso a Your Song e Tiny Dancer, Crocodile Rock e Goodbye Yellow Brick Road.

Annunci

Freeway, Mark Kalesniko, 7 canzoni per 7 capitoli

Kalesniko - Freeway

Ogni capitolo prende il titolo di una vecchia canzone:

1. Sentimental Journey, Doris Day, 1944
2. Nice Work If You Can Get In, Fred Astaire, 1937
3. If You Were the Only Girl in the World, Perry Como, 1946
4. At Last, Glenn Miller, 1941
5. San Fernando Valley, Bing Crosby, 1944
6. I Thought About You, Johnny Mercer, 1939
7. Accentuate the Positive, Johnny Mercer, 1944

Il protagonista, Alex, confida a una ragazza incontrata al bar di amare più di ogni altra, la musica degli anni Quaranta: non ha nulla di autobiografico, non restituisce ricordi indiretti, romanticamente disponibile per la sua immaginazione.

#Woodstock ha cinquant’anni: Pace, Amore e Libertà, oggi nessuno riesce quasi a concepirla, questa triade.

Dopo i due album (5 facciate complessive) e il film, nella cinquantennale, inevitabile e spesso banale celebrazione dei tre giorni Woodstock sta emergendo dagli archivi tanta altra musica. All’epoca, per tanti motivi, quei musicisti avevano preferito non incidere le loro performances.

Avevo meno di 10 anni, gli LP li ho comprati molti anni dopo (a spanne, mentre frequentavo il liceo).

Ne avevo scritto qui e qui.

The Raven, Lou Reed e Lorenzo Mattotti

Il testo è stato composto da Lou Reed nel 2003, quando pubblicò l’album omonimo; le illustrazioni di Mattotti sono di sei anni successive; la traduzione è di Riccardo Duranti

Omaggio dichiarato a Poe, uno di quegli scrittori, scrive Reed, “con la capacità di prendere le paure, i sogni o le suggestioni peggiori e di tradurli immediatamente in un’opera. Le migliori diventano arte. La capacità di avere un filo diretto con il pianeta della paura e il demone della perversione – il desiderio di fare ciò che sappiamo essere sbagliato”.

Lorenzo Mattotti - The Raven (Lou Reed)

Reed ha rielaborato Poe, i suoi racconti e le sue poesie, scritti quasi due secoli fa. Ne ha tratto una serie di canzoni, un poema di amore e morte, impulsi primordiali e tentazioni irresistibili, sogni e spettri, follia e magia, droghe e angeli, dolore e terrore, sensi di colpa e ossessioni sessuali. Il poema in due atti è stato allestito con la regia di Robert Wilson e recitato da Willem Defoe, Steve Buscemi, Amanda Plummer, Elizabeth Ashley e altri attori, con un accompagnamento musicale composto dallo stesso Lou Reed, con la collaborazione di David Bowie, Laurie Anderson, Ornette Coleman, Blind Boys of Alabama e altri ancora.

the ravenIn scena e sulla pagina ci sono Poe da giovane e da vecchio, Ligeia, Lady Rowena, Lenore, la Morte, il Corvo, Annabel Lee, il Re e Saltaranocchio, la principessa Tripitena, Roderick e Madeline Usher, e altre voci narranti.

A sua volta, Mattotti illustra il poema con la massima libertà stilistica. Alterna tavole a colori ad altre in bianco e nero, varia stile e tecnica dei dipinti – fra pennino e carboncino, più o meno rifiniti, a volte ridotti a profili essenziali – con un dominio assoluto dei neri e delle ombre, e del suo rosso accecante.

Intrecciando corpi e ombre, Mattotti dà forma alle allucinazioni e alle più colorite fantasie sessuali. Tramite artigli e coltelli, orbite e labirinti, nudità e simboli di rapacità, aggiorna e amplifica il discorso avviato anni prima insieme a Kramsky intorno a Jekyll e Hyde.

Chimera [id.] – Ettore Maria Fizzarotti, 1968 [filmTv67] – 6

Quando si parla del Sessantotto, in Italia, bisognerebbe ricordare anche il successo di opere come questa e dei musicarelli in generale.

A 24 anni scarsi, Gianni Morandi – il mio primo idolo – aveva venduto 10 milioni di dischi, vinto due volte Canzonissima e due volte il Cantagiro, si era sposato, aveva perso un bambino, assolto agli obblighi di leva (15 mesi) e interpretato sette film (questo è il quinto con la regia di Fizzarotti). Anche il 45 giri di Chimera venderà un sacco di copie, ma solo un paio d’anni dopo Morandi entrerà in una fase quasi irriconoscibile, con un drastico cambio di repertorio musicale e la recitazione in un film di Pietro Germi.

Qui è ancora “il Gianni nazionale”, cioè Gianni Raimondi, un cantante con un clamoroso inizio di carriera: si è sposato da poco con Laura e l’ha fatto in segreto, per non deludere le fans, ma la parentesi del servizio militare lo sta destabilizzando: ha bisogno di rilanciarsi e la casa discografica nicchia. Comprensibile la sua euforia alla notizia del lauto contratto offerto da “José” Da Costa (Nino Taranto); parte per il Brasile, dove la lontananza da Laura viene “compensata” da Maria, la figlia del boss, innamorata di lui fino al punto da organizzare un piano per separarlo dalla moglie.

Nei panni di Laura, Laura Efrikian, conosciuta sul set di In ginocchio da te; in quelli della rivale Maria, la sconosciuta Katia Moguy. Non c’erano ancora i videoclip, e il film serve innanzitutto a far cantare Gianni, che si esibisce in 8 canzoni, quasi tutte su testi di Franco Migliacci e musiche di Bruno Zambrini: Una sola verità, Il giocattolo, La fisarmonica, Io per lei, Se perdo anche te, Questa vita cambierà, Un mondo d’amore, Chimera.

Oltre a Nino Taranto, prezzemolino nei musicarelli, il cast annovera Roberto Carlos, Pippo Franco, Lino Toffolo, Franco Giacobini, Gino Bramieri, Enzo Cannavale e Carlo Taranto: il factotum del boss è all’origine del presuntuoso Mago ingaggiato da Sordi, nei panni del presidente del Borgorosso Football Club.

Quasi imbarazzanti le sovrapposizioni fra la vita vera del cantante e la trama cinematografica: il moralismo della pellicola è spesso ridicolo, e le ultime scene – quando Gianni prega perché la moglie esca viva dalla sala operatoria – sono davvero imperdonabili.

La musica che gira intorno a Paz

Paz per Vecchioni

Ci ho rinunciato, a inseguire tutto ciò che viene pubblicato, ripubblicato, rieditato con altre spoglie. L’opera di Andrea Pazienza, per tanti motivi, non troverà mai pace in un’edizione definitiva e integrale. Ma su un banchetto dell’usato ho trovato “La musica che gira intorno” (Edizioni Di, 2007) e non ho resistito.

Contiene interventi di Marina Comandini, Vincenzo Mollica, Gino Castaldo, che scrive: “Zanardi sarebbe stato un pezzo dei Sex Pistols, se mai i Pistols fossero riusciti ad articolare un disegno organico, Penthotal un disco dei Talking Heads e Pompeo una dolente sinfonia inventata da Syd Barrett”.
Fra le testimonianze, quelle di Franz Di Cioccio, Claudio Lolli, Enzo Avitabile, Roberto Vecchioni, Amedeo Minghi, David Riondino (“Era un attore che invece di parlare disegnava”).

Letto e sfogliato, riletto e risfogliato, sono arrivato alla conclusione che “Hollywood Hollywood” (1982) sia la cosa migliore che Paz ha composto per il pop. Insieme ai disegni per il videoclip di “Milano e Vincenzo” (1986, per Alberto Fortis), che in tv non ho mai visto.

2675, mi ricordo

Mi ricordo che fin da bambino, almeno dalla Canzonissima del ’68, mi è piaciuto veder scendere la pioggia.

Bohemian Rhapsody [id.], Bryan Singer e Dexter Fletcher, 2018 [cine4] – 8

Pieno di difetti, alcuni plateali e quasi insopportabili, eppure è un film che non lascia indifferenti. Appaiono giustificati anche i premi raccolti nella notte degli Oscar (4, fra cui attore protagonista, Rami Malek, montaggio e suono: John Ottman).

La messa in scena dei concerti è folgorante. Più vera del vero. Un’estasi visiva e acustica, che fa (quasi) perdonare certi dialoghi improbabili e la qualità discontinua degli interpreti. Non Rami Malek, il cui livello di immedesimazione in Farrokh Bulsara (in arte Freddy Mercury) è così stupefacente da ricordare il DeNiro che faceva rivivere Jack LaMotta.

La gestazione del film è stata lunga (otto anni), complicata, contraddittoria, ad altissimi livelli di entropia: il risultato finale non può che risentirne, come quando in troppi pretendono di imporre l’ultima parola. Freddy entra in scena nel 1970 proprio nel momento in cui una band si sta sfasciando, il chitarrista Brian May (Gwilym Lee) e il batterista Roger Taylor (Ben Hardy) meditano di mollare tutto. Il nuovo front-man e l’ultimo arrivato, il bassista John Deacon (Joseph Mazzello) costruiscono un amalgama perfetto, che trova la sua migliore espressione nei concerti.

Momento fatale: Wembley, il Live Aid del 1985. Un ipnotico movimento di macchina pedina Mercury mentre si avvia verso il palco, aprendo il lungo flashback che descrive l’ascesa del gruppo e del suo leader, i loro deragliamenti, artistici e affettivi. ricostruiti con favolosi effetti speciali, quei venti minuti a Wembley sono e continueranno a restare una scossa elettrica.

Fra i falsi storici, quello per cui fosse Paul, il manager/amante di Freddy, a boicottare la partecipazione dei Queen al Live Aid. In realtà, a fare resistenza fu lo stesso Bob Geldof, geniale organizzatore dello show, il cui impegno politico e sociale strideva con le scelte dei Queen (rimosse dal film) di esibirsi in paesi segnati da regimi fascisti e razzisti Argentina e in Sud Africa (Little Steven ne ricavò Sun City).

Lasciando perdere le verità scomode, il film ci consegna una versione agiografica della parabola dei Queen, la bisessualità del leader e l’Aids sono trattati in modo superficiale, ai due reduci della band (May e Taylor) fa comodo far credere che Freddy, anche nel pieno della sua spirale autodistruttiva, abbia amato Mary e lei sia sempre rimasta Love of My Life.

2629, mi ricordo

Mi ricordo, fra i vari segni di una preoccupante fragilità emotiva, la mia reazione a un video di Pierangelo Bertoli.

2603, mi ricordo

Mi ricordo che durante il festival di Sanremo guardai Zagrebelsky suonare Albèniz al pianoforte, nella più surreale delle controprogrammazioni.

Leggendo l’ottusità e il livore di gran parte dei commenti alle parole di Gustavo Zagrebelsky ieri sera a Propaganda Live, posso concludere che la sinistra merita di stare all’opposizione – anzi, di non contare niente – per i prossimi vent’anni.

Soul Deep. The Council Collective (Polydor/EMI, 1984) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 443.

L’iniziativa è di Paul Weller, che ai primi di dicembre dell’84 assembla un “Collettivo”, allo scopo ‎di organizzare iniziative e concerti a sostegno dello sciopero dei duecentomila minatori inglesi, iniziato a marzo e destinato a proseguire nei mesi successivi, per 50 settimane complessive. Finì con la drammatica vittoria del governo conservatore, che portò alla chiusura della maggior parte delle miniere britanniche.

Insieme al nuovo sodale Mick Talbot, Weller compose una canzone dal testo feroce verso la Thatcher, con uno stridente sottofondo elettronico e quasi dance, che portò il Council Collective a esibirsi a Top of the Pops, e poi a The Tube su Channel 4. Oltre ai due Style Council, partecipano all’incisione Dee C. Lee (Diane Catherine Sealy, cantante e moglie di Weller), Jimmy Ruffin, Junior Giscombe, Steve White, Dizzy Hites e Vaughn Toulouse.

È un 12 pollici a 45 giri. Ricopio parte della dichiarazione d’intenti: “L’obiettivo era di raccogliere fondi per i minatori in sciopero e le loro famiglie prima di Natale, ma ovviamente alla luce del tragico e disgustoso evento nel Sud del Galles con l’omicidio di un autista di Cab, alcuni dei fondi andranno anche alla vedova dell’uomo. Sosteniamo lo sciopero dei minatori, ma non la violenza. Non aiuta nessuno e crea solo ulteriori divisioni tra le persone… Se i minatori perdono lo sciopero, le conseguenze saranno avvertite da tutte le classi lavoratrici. Ecco perché è così importante sostenerli. Ma la violenza porterà solo alla sconfitta – come tutte le violenze alla fine”.

Il prezzo del mondo. Canzoniere delle Lame (I Dischi dello Zodiaco, 1975) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 442.

Ecco un autentico, programmatico concept album, con un discorso politico-satirico sul “caro-vita” (l’inflazione a due cifre che impoveriva operai e pensionati, e faceva sembrare colpevoli i bottegai) elaborato da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia e tanto altro) e un discorso musicale – la canzone popolare – che questo Canzoniere bolognese poteva affrontare con giustificata ambizione, dopo otto anni e centinaia di concerti.

Fondato il Primo Maggio 1967 dai ventitreenni Janna Carioli e Gianfranco Ginestri, giovani comunisti con un particolare senso della militanza, il Canzoniere delle Lame ha attraversato un ventennio di straordinaria vitalità. Ho perso il conto di quanti album hanno inciso, forse nemmeno loro sanno quante volte hanno suonato fra il 1967 e l’87, un pezzo di storia che oggi ai più appare incomprensibile.

Come sala prove avevano il salone di una Casa del Popolo, in via Zanardi 184, fuori Porta Lame. Hanno suonato a Berlino Est e Berlino Ovest, all’Avana e a Parigi, Lisbona, Praga, Budapest, Sofia, Vienna, a Roma e nei capoluoghi di tutte le regioni italiane. Del Canzoniere delle Lame, ha fatto parte una cinquantina di persone, tra musicisti, cantanti e tecnici.

In questo album – che dal vivo evolveva a spettacolo audiovisivo di quasi due ore – figurano Sebastiano Giuffrida (direzione musicale), Paola Contavalli, Frida Forlani, Chiara Stanghellini, Pasquale Greco, Ivano Mengoli, Gian Paolo Paio, Gian Paolo Foresti, Luciano Neri e gli immancabili Ginestri e Carioli.

The Clash. The Clash (CBS, 1977) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 441.

L’8 aprile 1977 s’ode uno schianto, direbbe un poeta. Senza i Clash gli U2 non sarebbero mai esistiti, ha aggiunto Bono.

Ma non farò finta di essere un seguace della prima ora: ho acquistato questo album tre o quattro anni dopo l’uscita, sull’onda di London Calling. Nell’aprile 1977 ascoltavo altro. Ero un adolescente di provincia, che guardava con estrema diffidenza a quello che chiamavano punk. Non possedevo gli strumenti per capire chi fossero quegli invasati, la necessità storica della loro irruzione.

Sono in tre sulla copertina (foto di Kate Simon): Paul Simonon al basso, Joe Strummer e Mick Jones voci e chitarre (nonché compositori di musiche e testi); alla batteria picchia Terry (“Tory”) Crimes, ma la sua presenza è provvisoria, verrà presto sostituito, e della meteora di Keith Levene resta una sola, brevissima traccia: What’s My Name.

È l’album che, senza averlo ancora teorizzato, fa esplodere il combat rock, la musica militante contro il capitalismo, con I’m so Bored with the USA, Career Opportunities, Police & Thieves (cover di Junior Murvin), London’s Burning, Garageland.

In quei Clash, c’è la curiosità verso musiche esotiche (reggae, dub, rockabilly), l’energia dei ventenni, ma soprattutto il desiderio di ripartire da un rock senza fronzoli e senza compromessi, puro, dalle radici antiche. Ricetta: canzoni da 3 o 4 minuti; riff immediati ed essenziali; rifiuto di qualunque autorità costituita (la polizia, i genitori, la politica, l’America).