Sugo, Eugenio Finardi, Cramps 1976 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 131.

Rabbia, forza e ribellione. Questo doveva esprimere il rock’n’roll, per il Finardi degli esordi, che in questo secondo album solista fa esplodere due delle canzoni più emblematiche di una fase storica e generazionale: Musica ribelle e La radio, veri e propri inni delle nascenti radio libere.

Mi accorgo di possedere 7 cd dell’Eugenio e solo questo lp (peraltro, una ristampa, uscita dopo Roccando Rollando).
Mi pare che a 24 anni, volesse innanzitutto evitare la deriva melodica del cantautore, e pazienza se non sempre riusciva a contenere gli eccessi di verbosità, un tono quasi comiziante.
Può disporre di musicisti formidabili: Hugh Bullen (basso), Walter Calloni (batteria), Lucio Fabbri (violino), Lucio Bardi (chitarra), Claudio Pascoli (sax), alcuni componenti degli Area (Patrizio Fariselli, Paolo Tofani, Ares Tavolazzi); alle chitarre sta l’amico Alberto Camerini.

“Cantando di gioia e di rivoluzione”, è un rock che, programmaticamente, deve vibrare nelle ossa ed entrare nella pelle.
Il suono sfiora le tonalità del progressive e del jazz, per attestarsi su atmosfere che stanno fra Byrds e Who; La CIA, I soldi e La paura del domani mi sembrano le espressioni più ingenue e datate, Oggi ho imparato a volare la composizione più intensamente poetica.

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Il nostro caro angelo, Lucio Battisti, Numero Uno, 1974 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 130.

“Planando sopra boschi di braccia tese”, nel settembre 1973 esce questo album, a metà strada fra due capolavori: Il mio canto libero e Anima latina. Dal confronto, esce un prodotto meno coeso e convincente, e tuttavia altrettanto ricco di soluzioni melodiche e sperimentazioni linguistiche.

Battisti suona le chitarre e il pianoforte elettrico, Bob Callero sta al basso, Gianni Dall’Aglio alla batteria e Gian Piero Reverberi definisce le coordinate del sound attraverso tastiere ed elettronica.

Il nostro caro angelo è una delle classiche ballate per cui tutti conoscono Battisti; La collina dei ciliegi contiene uno dei passaggi armonici più arditi ed emozionanti della musica italiana degli anni Settanta; Le allettanti promesse suona come la devoluzione delle ingenue speranze del ragazzo della via Gluck; Prendi fra le mani la testa è un rock aspro (già cantato da Ricky Maiocchi nel 1967 e successivamente esaltato dalla Berté).

La voglia di sperimentare cose nuove, spiazzando fans e critica, è particolarmente evidente nell’incedere scarno e nella ritmica tribale de La canzone della terra e Ma è un canto brasileiro.

Quanto ai testi di Mogol, e alle sue oscure invettive, chi vuol capire, capisca.

Altrimenti, ricominciamo a chiederci cosa volesse significare la magnifica copertina freak, costruita nei pressi di Cantù.

Desire + Ninotchka, Tuxedomoon, Celluloid + Les disques du crepuscule , 1981 e 1982 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 128 e 129

Steven Brown e Blaine Leslie Reininger si conobbero a un corso di musica elettronica, al San Francisco City College, nel 1977; le loro tastiere e le loro voci sono stati il marchio di fabbrica della prima fase dei Tuxedomoon, che nei primi anni Ottanta si trasferirono in Europa, dove realizzarono queste due incisioni (il secondo album in studio e un 45 giri di grande formato).

Accanto ai due leader, stavano Peter “Principle” Dachert (basso e percussioni) e Winston Tong (più attore di teatro che cantante). In Desire operano anche altri musicisti, fra cui il violoncellista Al Robinson e la violinista Vicky Aspinall.

È una musica ostica e angosciante, aspra e tagliente. Eppure, in certi momenti si entra in atmosfere che paiono omaggiare le colonne sonore di film romantici. Momenti notevoli sono Jinx, Victims of the Dance e quella Again che farà da lato B a Ninotchka, estratto dal balletto Divine di Maurice Bejart, ispirato al film di Lubitsch e alla vita di Greta Garbo.

Mischiano John Cage e Brian Eno, il cinema dell’orrore degli anni Trenta e John Coltrane: una maionese che chiunque altro farebbe impazzire, se non fosse che loro sono ottimi musicisti con un punto di vista originale: venature punk sfregiano le orchestrazioni più melodiche, sembra quasi che la band interpreti la new wave come la necessaria riforma dell’espressionismo mitteleuropeo.

Li ho rivisti un paio d’anni fa dal vivo, in un piccolo cinema appenninico: sempre impeccabili, ieratici e teatrali, fra spigoli e luci intermittenti, litanie atemporali e sconcertanti dolcezze armoniche. Non ci sarà un’altra volta: Pete Principle è morto tre mesi fa.

Picture Music, Klaus Schulze, Disques Clementine, 1973 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 127.

Dopo aver riascoltato Yamash’ta, mi è venuta voglia di sentire questo vecchio corriere cosmico, che insieme al giapponese, a Winwood e altri, costituì uno dei più improbabili “supergruppi”: i Go.

Schulze è berlinese, ha studiato Cage e Stockhausen, e fin dai primi anni Settanta si dimostrò interessato alle nuove sonorità concepibili tramite sintetizzatori: da batterista, partecipò all’esordio discografico dei Tangerine Dream, ne uscì per fondare gli Ash Ra Temple, quindi si dedicò alle incisioni soliste. Questa è la seconda.

Picture Music è composto da due lunghe suite (Totem e Mental Door) interamente realizzate da Schulze – all’epoca ventiseienne – con quattro diverse tastiere elettroniche e un organo Farfisa (il suono resta inconfondibile, per chi era adolescente quando questa musica viaggiava nell’etere).
Atmosfere rarefatte, melodie minimaliste, una dolcezza avvolgente: è uno di quegli album che mettevo sul piatto per coprire i rumori del condominio, cercando la concentrazione – anzi, la fluidità – per studiare.

La mia copia contiene un errore di stampa, che accentua l’effetto-labirinto di questa musica: Totem sta sulla Side One della busta e sulla Face B del vinile, e Mental Door si rovescia dalla Side Two alla Face A. Non saprò mai cosa ho ascoltato…
Nell’immagine di copertina (di Urs Amman) sembrano coagularsi Escher e Magritte.

Rebel Yell, Billy Idol, Chrysalis 1983 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 126.

Già voce e volto dei Generation X, William Michael Albert Broad aveva annusato l’aria, chiuso la pratica punk e proseguito verso lidi meno ribelli e minoritari.

La sua è una new wave da intrattenimento, non priva di asprezze hard rock, ma levigata dalle tastiere e dai fiati, e resa innocua da ampie dosi di glamour.

Questo è il secondo album solista, il più venduto dell’intera carriera. Ben sostenuto dal chitarrista Steve Stevens, coautore dei brani, dal sax di Mars Williams, da patinate coriste e dalla energica produzione di Keith Forsey, Idol si presenta con i capelli platinati e l’aria da bad boy, tutta la carica sensuale è incanalata verso ciò che serve a catturare il pubblico delle adolescenti.

Ho l’impressione che gli adolescenti di tutti i tempi siano predisposti a quel genere di romanticismo “alla Byron”, su cui periodicamente si tuffano furbacchioni come Billy Idol: il cui successo fu esaltato dai video trasmessi dalla dilagante MTV e dall’essere, tutto sommato, ballabile in discoteca.

Se Flesh For Fantasy mi arriva paurosamente datata, e diffido della musica che cattura al primo ascolto, devo ammettere che Eyes Without A Face, Blue Highway e Rebel Yell suonano ancora accattivanti.

The Yes Album, Yes, Atlantic 1971 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 124.

Terzo album, quello della svolta (mancano solo gli artwork di Roger Dean e il rutilante gioco di tastiere di Rick Wakeman).

È con l’arrivo del chitarrista Steve Howe, che la band riesce a definire lo “Yessound”, un proprio suono inconfondibile, imperniato sul fraseggio chitarra/basso (Chris Squire), la cui perfetta fusione armonica, soffice e sfarzosa, costituisce il punto di riferimento per un quinquennio di pop, non solo inglese.

Accanto a Howe e Squire, giostrano John Roy Anderson (in seguito Jon, voce melodiosa, a volte mielosa), Bill Bruford (batterista che passerà nei King Crimson) e Tony Kaye (piano e tastiere).

Produttore e ingegnere del suono coincidono in Eddie Offord (Emerson, Lake e Palmer gli hanno dedicato una canzoncina); gli arrangiamenti sono superbi, ma non ancora ridondanti come quando il virtuosismo di questi strumentisti (immancabilmente fra i primi 5 in ogni Olimpo di quegli anni) scadrà in manierismo.

Yours Is No Disgrace e Perpetual Change diventano pietre miliari del repertorio dal vivo, ma trovo assolutamente favolosi gli ultimi minuti di Starship Trooper: la suite si chiude con un movimento chiamato Wurm, il nome dell’ultima glaciazione, fra chiaroscuri elettrici, note gelide e incandescenti, chitarra e basso lanciati in una cavalcata impetuosa e travolgente.

Mr. Fantasy, Traffic, Island 1967 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 124.

Quella che possiedo è una ristampa del 1972, acquistata subito dopo la scoperta di John Barleycorn. È allora che ho conosciuto l’esordio di questa band amatissima e sottovalutata, i cui componenti provenivano dall’area di Birmingham ed erano guidati dal nemmeno ventenne Steve Winwood (voce, organo, chitarra, basso, clavicembalo, percussioni…); accanto a lui, Jim Capaldi (batteria), Chris Wood (flauto, sassofono e organo) e Dave Mason (chitarra, sitar e basso).

I Traffic irrompono con un’energia scoppiettante, che sfugge a ogni catalogazione: rimasticano blues e rock’n’roll, folk e progressive, affidano un ruolo cruciale alla seconda voce e ai cori, e mostrano qualità melodiche che stanno alla pari con quelle dei Beatles. Oserei dire che Giving to You è l’anello mancante fra Sgt. Pepper’s e lo Stand Up dei Jethro Tull, ma anche Moody Blues e Procol Harum sono debitori delle impalcature melodiche avviate con il cantiere di Mr. Fantasy.
Il fatto prodigioso è che ascoltando questo esordio nessuno sarebbe in grado di dire dove vogliono andare: semplicemente, possono andare ovunque.

Registrato agli Olympic Studios di Londra, con l’apporto del tecnico del suono Eddie Kramer (noto per la collaborazione con Beatles e Hendrix), l’album contiene dieci canzoni, e più di una è tuttora vibrante: Dealer, Dear Mr. Fantasy, Utterly Simple.
A chi trovasse irriguardoso o sproporzionato il paragone con i Quattro di Liverpool, chiedo di ascoltare i 3 minuti e 30 secondi di No Face No Name No Number. Poi ne riparliamo.

Relics + Masters of Rock, Pink Floyd, EMI-Harvest 1971 e 1974, 8

LA PUNTINA SUL VINILE 122 e 123

Queste due raccolte intercettano il momento di passaggio fra Syd Barrett e Roger Waters nella leadeship della band. Raccolgono incisioni pubblicate fra il marzo 1967 (Arnold Layne / Candy and a Current Bun) e la fine del 1968, quando erano già usciti tre lp (il terzo è la colonna sonora di More) e cinque 45 giri. C’è un solo, vero inedito: Biding My Time.

Si tratta di operazioni frettolose e poco filologiche, dettate dall’urgenza di cogliere i frutti della celebrità che i Pink Floyd avevano conquistato nei primi anni Settanta; lo dimostra il fatto che quattro canzoni compaiono in entrambe le raccolte.

Facile dimenticare questa insensatezza davanti a gioielli come It Would Be so Nice e See Emily Play, Julia Dream (la più bella ballata acustica scritta da Waters fino a Vera The Wall) e Mathilda Mother, episodi seminali come Bike e Paint Box, irruzioni psichedeliche che diverranno epocali dal vivo (Careful With that Axe, Eugene).

Senza dubbio è stato Barrett a definire la direzione del viaggio, senza scegliere una destinazione precisa, preferendo assecondare intuizioni contraddittorie. La mano di Waters si rivela immediatamente ferma, risoluta, meno sorprendente. Così, si passa da strane filastrocche a racconti più decifrabili, e lentamente si dilata la misura della canzone: dai 2-3 minuti ai vasti spazi interstellari.

La copertina di Relics venne disegnata da Nick Mason; la seconda raccolta uscì solo in Europa.
Istantanee di un gruppo impareggiabile, alle soglie dell’esplosione: mentre cresce vertiginosamente la qualità musicale, l’addio di Barrett fa smarrire la vena di pazzia.

Phaedra, Tangerine Dream, Virgin 1974 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 121.

Inaugurando il contratto del trio tedesco con la neonata Virgin (Tubular Bells è di pochi mesi prima), Phaedra sale fino alla top ten inglese. È l’album in cui si completa l’emancipazione dagli strumenti classici a favore delle macchine elettroniche.

Chris Franke, Peter Baumann ed Edgar Froese (sua anche la grafica di copertina) sviluppano l’uso di mellotron e moog, Vcs3 e organo Farfisa, sintetizzando la cultura rock con le avanguardie psichedeliche, precursori (chissà quanto consapevoli) della new age.

Nei quattro movimenti in cui è articolato, emergono cadenze reiterative e diluite, “meccaniche divine” e mitologiche (Fedra è figlia di Minosse e Pasifae), costruzioni sonore in cui si alternano fasi distese e suoni inqueitanti, con rare esplosioni di tensione drammatica: ottimi esempi sono le spettrali melodia di Mysterious Semblance at the Strand of Nightmares e Movements of a Visionary.

Quello dei Tangerine Dream arriva come un sinfonismo vellutato, l’acqua di un lago con brevi increspature.
I corrieri cosmici socchiudono le porte della percezione, imprimono alle note un andamento androide, dove è facile confondere le sonorità partorite dal computer con il battito cardiaco.

Cruel Sister, Pentangle, Transatlantic 1970 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 120.

Fra i vertici del folk-rock britannico, questo quarto è purtroppo l’unico album che possiedo di una band che sul finire dei Sessanta divenne il punto di riferimento di una corrente musicale indirizzata a riscoprire temi e melodie popolari, partiture rinascimentali e barocche.

Ai cinque lati del pentagono stavano Terry Cox (percussioni e dulcitone), John Renbourn (chitarra acustica ed elettrica, sitar, voce), Danny Thompson (basso e contrabbasso), Bert Jansch (dulcimer e chitarra), e Jacqueline “Jacqui” McShee, la cui voce cristallina è il segno più riconoscibile della band.

Lo stile è caratterizzato dalla sottrazione: mai uno strumento di troppo, suoni sussurrati, arrangiamenti delicatissimi, una sezione ritmica raffinata. I testi rimandano ad antichi canti, storie d’amore o di morte: epica e quotidianità si confondono in queste ballate.

When I Was in My Prime è affidata alla sola voce “a cappella” di Jacqui (a 75 anni, è tuttora in attività); Jack Orion occupa l’intera seconda facciata, e nella strumentazione del gruppo entrano la chitarra elettrica e il distorsore, accostandosi allo stile di Fairport Convention e Steeleye Span.

A differenza di tanti altri album che sto riascoltando, questi Pentangle mi piacciono più di allora.

Companeros, Working Week, Virgin 1986 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 119.

L’anno prima, Working Night era arrivato come un lampo accecante. E se è vero che questo secondo episodio resta lontano dalla vertigine dell’esordio, contiene una delle più belle canzoni degli anni Ottanta, South Africa.
Da brividi, il dialogo fra voce e strumenti a fiato: l’assolo di trombone di Richard Edwards vale da solo il prezzo dell’album.

Juliet Roberts è una vocalist incantevole, dalla potenza cristallina, Simon Booth (chitarre) e Larry Stabbins (sax) sono musicisti di alta qualità; appaiono anche Kim Burton (piano), Nic France e Preston Heyman (batteria), Bosco De Oliveia (percussioni), Paul Williams (basso) e Paul Spong (tromba).

È trasparente lo sforzo di innestare la tradizione jazz e soul in un ambito internazionalista, ai confini con il combat rock.

I Working Week partecipano a una delle prime iniziative di massa contro il razzismo che si sviluppò in Europa: SOS Racisme inventò la manina nera che diventava segnale stradale, sotto cui stava la scritta Touche Pas a Mon Pote (slogan ripreso nella canzone Friend).

Se cercate paragoni per questa musica, potrei indirizzarvi da Billie Holiday o da Carlos Santana; oppure, provate a immaginare Marvin Gaye che canta Lost in Supermarket e Spanish Bombs.

Concerti, Paolo Conte, CGD 1985 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 118.

Alcune fra le più notevoli melodie e rime poetiche della canzone italiana stanno stipate in questo doppio album, registrato a Parigi (Theatre de la Ville), Lodi (Teatro alle Vigne) e Perugia (Teatro Morlacchi) fra il marzo e il giugno 1985. Fotografie di Roberto Serra.

Antonio Marangolo al sax, Ellade Bandini alla batteria, Jimmy Villotti alla chitarra, Mimmo Turone alle tastiere e Ares Tavolazzi al contrabbasso: la strumentazione è ricca, eppure il suono esce scarno, ovattato, trattenuto… il risultato finale non è all’altezza delle premesse.
Mi sono convinto sia un problema di qualità della registrazione, come se fosse “filtrata” o troppo distante per catturare vibrazioni, suoni e voci.

Questo è il primo live ufficiale di Conte, che ha già 48 anni. In 21 episodi e 76 minuti, la sua musica sembra sempre lì lì per impennarsi, passando da Come Di a La fisarmonica di Stradella, da Azzurro a La topolino amaranto.

Solo in rari momenti, la voce si incrina e dà i brividi, per esempio sulle ultime parole di Il nostro amico Angiolino. Poi, certo, ci si illumina d’immenso davanti a frasi che arrivano come se l’avessimo sempre saputo: “Una giornata al mare, tanto per non morire, nelle ombre di un sogno, o forse di una fotografia lontano dal mare, con solo un geranio e un balcone”.

Chelsea Girl, Nico, MGM 1968 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 117.

Abissale, profonda, tenebrosa, con imprevedibili accensioni liriche e squarci di tenerezza: quelle di Nico sono tonalità calde quanto monotone, tendenti alla cantilena.
Qualcosa di goticamente religioso (e spigoloso) aleggia nel suo modo di porre la voce.

Christa Paffgen, da Colonia, aveva 23 anni. Questo album si colloca nel momento in cui Warhol la impose come femme fatale attraverso l’album d’esordio dei Velvet Underground.

Diafana e glaciale, con quegli zigomi prominenti che la identificano, in questo primo episodio solista, Nico canta testi di John Cale e Lou Reed, e persino del giovanissimo Jackson Browne.

Fra le 10 tracce, si fanno notare Eulogy to Lenny Bruce, The Fairest of the Seasons e It Was a Pleasure Then. Riascolto I’ll Keep It With Mine, la trovo orecchiabile, ma sfido chiunque a identificarla come una canzone di Dylan. Flauti, viole e violini, chitarre smozzicate e harmonium (ci sono anche Sterling Morrison e Larry Fallon a suonare) compongono il reticolo musicale di Chelsea Girl, istantanea sconcertante, con momenti sublimi e momenti noiosi, fuori dal tempo.

Avevo dimenticato quando Nico fosse morta, e come: a Ibiza nell’88, per un’emorragia cerebrale seguita a una caduta dalla bicicletta.