Matteo dice che non è un campanello d’allarme. In effetti, i ballottaggi di ieri somigliano più a una campana a morto.

Pretendere autocritiche da Renzi è assurdo: non ne è capace.

La sua “narrazione” non le prevede.

Quando si vince è merito suo, quando si perde è colpa degli altri.

Mi ricorda il peggior Mourinho (senza averne le qualità, s’intende).

Che i ballottaggi per il Pd siano stati catastrofici – soprattutto al nord – lo capisce chiunque, lui fa finta di niente, anzi cita dati senza confronti con le elezioni precedenti, resi ancor meno significativi dal proliferare di liste civiche.

Persino nei casi in cui il centrosinistra ha vinto – penso a Palermo – ciò è avvenuto perché il candidato ha evitato di farsi vedere accanto a Renzi.

Il Pd passa da 14 a 6 capoluoghi di provincia, perde roccaforti storiche come Genova, La Spezia, Pistoia e Piacenza. Il centrodestra “a trazione leghista” passa da 6 a 16 sindaci, conficcando le banderillas persino a L’Aquila e Asti, Carrara, Como, Lodi e Monza.

Nei 19 ballottaggi in cui era presente un candidato di centro-sinistra, viene sconfitto in 15 casi. Nelle precedenti elezioni, al ballottaggio il centro-sinistra aveva vinto 12 sfide su 18.

In Emilia-Romagna (lo sa Renzi dov’è l’Emilia-Romagna e quali sono le sue tradizioni?) il Pd trascina il centro-sinistra a 5 sconfitte su 5, perdendo a Piacenza, Parma, Riccione, Budrio e Vignola.

Serve altro per riuscire a sillabare l’impronunciabile parola “sconfitta”?

Ancora su “Tecnopolitica”, Rodotà per Laterza, 1997

In questo secondo post, riprendo gli appunti dal libro di Stefano Rodotà a proposito della “società della classificazione”.

Va stabilito un elenco di contenuti informativi essenziali: “si comincia a parlare di un nuovo diritto dei cittadini, il diritto alla trasmissione in diretta e in chiaro”.

C’è differenza fra la democrazia continua e la democrazia immediata: il gioco del sì e del no, anziché il giudizio critico.

“Si rischia di dissipare proprio quello che le tecnologie offrono: la possibilità di non mortificare ricchezza e complessità sociale in procedure che, invece, producono semplificazioni sempre più accentuate. Sarebbe così tradita la promessa che vede in queste tecnologie uno strumento per una nuova distribuzione dei poteri e non per una loro più accentuata concentrazione”.

Ecologia politica. Le tendenze autoritarie vanno nella direzione opposta di quelle mercantili, orientate alla “capillare diversificazione dell’offerta”.

È nel percorso deliberativo, sotto varie forme (consensus conferences, deliberative polls, electronic town meetings) che si può esprimere la ricchezza democratica delle nuove tecnologie. Altrimenti, proseguirà la deriva populista, “una politica di massa sostanzialmente autoritaria, legata all’illusione di un potere restituito al popolo attraverso la sua partecipazione diretta ad alcuni momenti finali del processo di decisione”.

Controllo del lavoro, per finalità statistiche, per impostare campagne pubblicitarie, target-profili costruiti sulle scelte e sui gusti. “Ognuno è implacabilmente seguito dal suo passato. Diventa sempre più arduo non lasciar tracce, o cancellare quelle che indicano quali sentieri abbiamo percorso”. Leggi il resto dell’articolo

2012, mi ricordo

Mi ricordo chi ci raccontava i ballottaggi come il migliore dei sistemi possibili (ma votava il 70% e c’erano i partiti).

Tecnopolitica, Stefano Rodotà: un libro di vent’anni fa

Nel 1997, Laterza ha pubblicato “Tecnopolitica”. Vent’anni dopo, la sinistra italiana dimostra di non averlo letto. E così, come previde Rodotà, siamo passati “dalla democrazia delle opinioni alla democrazia delle emozioni”.

Le nuove tecnologie provocano dubbi con esiti opposti: l’ideale della democrazia diretta o la società della sorveglianza totale? “O dovremo abituarci ad una singolare convivenza, quella di un Orwell che abita ad Atene?”.
Si delinea una nuova forma di democrazia, non più intermittente (il voto ai rappresentanti e i referendum): “una forma di democrazia continua, dove la voce dei cittadini può levarsi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo”.
Il rischio della via plebiscitaria, che si risolve in una radicale semplificazione dell’esistente, grazie alla riduzione delle procedure di partecipazione e controllo, cancellando ogni strumento di mediazione fra Capo e Popolo.

Come colmare il vuoto fra un’elezione e l’altra, come interrompere il silenzio-delega dei cittadini? La democrazia elettronica può offrire strumenti, purché i momenti della decisione vengano preceduti da una fase di informazione.
“La democrazia dei moderni è stata descritta come un passaggio dalla democrazia delle élites a quella dei partiti di massa e, oggi, ad una democrazia del pubblico o dell’opinione, nella prospettiva sempre più ravvicinata di un più radicale passaggio dalla rappresentanza all’autorappresentazione dei cittadini, che proprio la tecnopolitica renderebbe possibile”.

“La tecnopolitica attinge i suoi modelli dal mondo della produzione e del consumo”. L’offerta politica è assimilata a quella dei prodotti: campagna elettorale permanente, sotto forma di flussi di informazioni.
Il primato dell’immagine sulla parola.
1992: Ross Perot raggiunge il 18,9% dei voti.
Brasile: Collor de Mello diventa Presidente con l’appoggio determinante di Rede Globo.
1994: Silvio Berlusconi. “Il caso italiano non si presenta come un’anomalia, e assume il significato di un annuncio”.

Leggi il resto dell’articolo

Stefano Rodotà: nel dubbio, bastava chiedersi come la pensava lui ed eri sicuro – direbbe «il manifesto» – di essere dalla parte del torto.

Vivere in Danimarca è meglio

Questo post ha il solo scopo di attirare un commento: quello di un’amica che anni fa è andata a vivere a Copenhagen.

Il Social Progress Index ha appena sancito che la Danimarca è il posto migliore al mondo in cui vivere.
L’Italia sta al 24esimo posto, la Repubblica Centrafricana all’ultimo.

Per stilare questa classifica, il Social Progress Imperative ha valutato 50 indicatori in 128 Paesi. Gli indicatori sono stati raggruppati in: bisogni umani di base, opportunità, benessere.
Tra i bisogni umani di base: l’accessibilità alle cure mediche, la sicurezza personale e l’igiene.
Il benessere è stato valutato tenendo conto anche della circolazione delle informazioni e della situazione educativa.
Tra le opportunità, sono state considerate la libertà, la tolleranza e la possibilità di raggiungere un alto grado di istruzione.

Il successo danese deriva, innanzitutto, da diritti civili, accessibilità dell’istruzione, possibilità per la popolazione di curarsi al meglio e situazione igienica generale.
L’Italia precipita nella classifica a causa del livello di tolleranza, delle libertà personali e di scelta, per la sicurezza individuale, i diritti civili, l’accesso a un livello di istruzione avanzata.

All’amica che vive in Danimarca, affiderei anche il “compito” di spiegarci cosa non va anche in quel paradiso terrestre.

Lo stadio della Roma a Tor di Valle: alla prova dei fatti, il naufragio Cinque Stelle

“Un privato (la Roma calcio) sceglie l’area di Tor di Valle che è completamente priva di infrastrutture. Dunque, per poter raggiungere lo stadio dovevano essere costruite una serie imponente di infrastrutture che realizzerà la stessa società in cambio di maggiori cubature rispetto a quelle previste dal piano urbanistico.

Le amministrazioni intelligenti scelgono i luoghi per costruire gli stadi in modo che le nuove infrastrutture (metropolitane o strade) siano utili anche ai quartieri limitrofi. Si poteva pensare ad un luogo più interno alla città; più vicino alle periferie devastate che nella capitale sono ampiamente diffuse e che stanno andando verso un degrado senza fine.

È utile ricordare ancora che i quattro consiglieri comunali 5stelle all’opposizione di Marino – tra cui Virginia Raggi – avevano condotto contro quella scelta una limpida opposizione. Ora hanno mutato giudizio. Uno dei motivi principali della scelta possiamo trovarlo nei rapporti economici tra proprietà dei terreni (gruppo Parnasi) e tra il conglomerato societario della Roma di James Pallotta e la banca che vanta nei loro confronti crediti per oltre 100 milioni di euro, e cioè Unicredit. Scegliendo un’altra area per costruire lo stadio i terreni non sarebbero stati dei debitori dell’istituto bancario che non avrebbe potuto così rientrare dalle esposizioni”.

Questa analisi è proposta da Paolo Berdini, per breve tempo assessore all’Urbanistica di Virginia Raggi, ispiratore del programma elettorale dei Cinque Stelle a Roma. L’intero articolo sta qui.

Cosa concludere? Che chi tocca Roma muore? Che nemmeno l’alterità dei Cinque Stelle riesce a salvarsi davanti al mattone e alla speculazione fondiaria? Che in questa fase storica da ogni proposta politica si può solo venire delusi? Che presto vedremo Raggi e Malagò e Pallotta (e Unicredit) in una sorridente foto di gruppo?

Non ho (più) l’età

Nel giorno in cui Francesco Guccini annuncia l’addio definitivo ai concerti – non salirà più su un palco, nemmeno per parlare – arriva la disponibilità di Romano Prodi a fare da collante all’eventuale alleanza fra Renzi e Pisapia.

La carta d’identità dice che Guccini ha 77 anni, da quattro non incide album, e il 26 giugno canterà per l’ultima volta al Carpi Summer Fest. “È una decisione presa con maturità. Per me è stato un grande sollievo. Facevo fatica. La tensione era sempre presente. L’età avanzava e non avevo più la forza di stare in piedi due ore e mezza”. Guccini aggiunge che non suonerà nemmeno più in privato: “La chitarra è in un angolo della casa e non si sposta dai tempi dell’ultimo disco. Ho provato qualche volta con gli amici ma non ci riesco più. Non ho più i calli sulle dita. Mi fa subito male”.

La carta d’identità dice che Prodi ha 78 anni, da nove non ha più incarichi governativi, il 19 aprile 2013 non è diventato presidente della Repubblica grazie a 101 parlamentari Pd. Qualche giorno fa Pisapia ha detto che Prodi sarebbe l’ideale candidato premier, il professore bolognese ha replicato di sentirsi felicemente in pensione, ma ieri ha incontrato Renzi e la stampa descrive l’esito del colloquio come un nuovo impegno “non da candidato premier ma da ispiratore del nuovo centrosinistra”.

Traduco: Prodi – che controvoglia dichiarò il suo Sì al referendum del 4 dicembre – cercherà di evitare che si coaguli una sola forza politica a sinistra del Pd.

18 giugno e/o primo luglio: per fare cosa, insieme o divisi?

Il 18 giugno al Teatro Brancaccio di Roma si riuniscono quelli che lavorano alla creazione dal basso di una lista nazionale unitaria di sinistra, sulla base di questo appello

Il primo luglio, sempre a Roma, si riuniscono quelli che lavorano per costruire una “Alleanza per il cambiamento” alternativa a Renzi…

Non è semplicissimo comprendere le sfumature che spingono a due appuntamenti distinti.
Nel primo, si afferma categoricamente: “Lo diciamo una volta per tutte: chi partecipa a questo processo costituente di una nuova sinistra partecipa alla costruzione di una forza radicalmente alternativa al Pd”. E si aggiunge: “Pensiamo che il Movimento 5 Stelle sia prigioniero di un’oligarchia imperscrutabile. E vediamo che nella sua agenda – sempre più spostata a destra, con tratti preoccupanti di xenofobia e intolleranza – non c’è posto per la parola eguaglianza”.
Nel secondo, si ricorda che “la rottura con il Pd è avvenuta sul merito, sull’idea di Paese e di partito, sui valori, sulle politiche intraprese dal governo Renzi. Tasse, investimenti, diritti del lavoro, scuola pubblica, sanità pubblica e protezione sociale, riforma dello Stato sono le principali ragioni politiche delle nostre divisioni”.

Il 18 giugno si riuniscono Possibile, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista e altri che hanno trovato comune ispirazione nel No al referendum del 4 dicembre, che è poi l’atto di nascita di questo progetto.
Il primo luglio si riuniscono Articolo Uno (Speranza, Bersani, D’Alema, esuli da Sel) e il cantiere del Campo progressista guidato da Giuliano Pisapia.

Ammesso e non concesso che questi progetti riescano a chiarirmi le idee, una ce l’ho già chiara: se non si mettono d’accordo e confezionano un’unica proposta, il mio voto se lo scordano.

Niente foto con Trump

Votano e l’esito è unanime: i Golden State Warriors comunicano che non andranno in visita alla casa Bianca, come è usanza per le squadre che vincono il campionato in una delle grandi Leghe professionistiche. Il giorno prima, nell’atto conclusivo, hanno battuto i Cleveland Cavaliers, che con ogni probabilità avrebbero fatto lo stesso, negandosi la foto di gruppo con Donald Trump.

A differenza di quanto accaduto con i New England Patriots, campioni del football americano, quando 6 giocatori scelsero di non recarsi da Trump, la scelta unanime dei Warriors ha un chiaro significato politico, perché due anni fa quando vinsero il titolo, si presentarono compatti all’appuntamento con Barack Obama.

L’immancabile analisi del voto

Provare a fare un’analisi del voto, non sapendo nemmeno se e per chi avrei votato, è una specie di ripasso (fuori tempo massimo) di ciò che studiavo 35 anni fa. Rifarei Scienze Politiche, se qualcuno se lo chiede.
Ecco, dunque, quattro dati macroscopici:

– nei 1005 Comuni chiamati al voto la percentuale di votanti è stata del 60% contro il 66,8% delle precedenti elezioni (sei punti in meno anche nei capoluoghi di provincia);
– i Cinque Stelle sono fuori da tutti i ballottaggi importanti e a Parma subiscono una lezione storica (“uno vale uno”? spiegatelo a Pizzarotti);
– l’elettorato di Forza Italia, almeno al nord, segue leader della Lega senza alcun problema;
– il Pd perde tanti voti, ma lo nasconde con le liste civiche.
– nei 22 Comuni che vanno al ballottaggio, il centrodestra parte in vantaggio in 15 – erano 2 nel 2012; il centrosinistra arriva al primo posto in 4, rispetto ai 13 del passato.

Chi si illudesse della rinascita del bipolarismo, andrebbe incontro a bruschi risvegli: le Amministrative sono il terreno ideale per le personalità locali, le quali spesso tengono alla larga i leader nazionali (Leoluca Orlando non li avrebbe fatti uscire dall’aeroporto), paventandone i danni anziché i vantaggi. In questa tornata, il più abile è stato Renzi, che non si è presentato ad alcun evento elettorale.

Solo i Cinque Stelle sono in grado di arginare l’astensionismo: non è un giudizio di valore, ma un dato di fatto, quando il MoVimento sbaglia, all’elettore viene a mancare il veicolo della rabbia e se ne sta a casa.

A Genova ha votato il 48,4% degli aventi diritto. Qualcuno può dire di aver vinto?

Lampedusa, Italia

Giusi Nicolini non è stata rieletta sindaco di Lampedusa. Peggio, non entrerà nemmeno in consiglio comunale.
Il vincitore si chiama Salvatore detto “Totò” Martello con 1.566 voti; era già stato sindaco per due legislature, fino al 2001.
Secondo è Filippo Mannino, che farà l’opposizione dopo aver raccolto 1.116 voti.
Il sindaco uscente, Giusi Nicolini, si ferma a 908, meno di un quarto dei voti, e non avrà consiglieri.
Componente della segreteria nazionale del Pd, premio Premio “Unesco per la Pace”, a ottobre Nicolini era una delle quattro donne “simbolo dell’eccellenza italiana” che hanno accompagnato Renzi alla Casa Bianca per la cena con Obama.

Identikit politico del frequentatore di questo blog

In tempi di scarsi entusiasmi, malumori e scissioni, sconfitte a ripetizione, progetti confusi e riferimenti esteri ancor più contraddittori – si può essere per Macron ma anche per Corbyn? – il sondaggio suggerito da Francesco fa emergere un identikit largamente prevedibile.

A chi mi chiede perché non scrivo mai “contro” Salvini o Berlusconi, potrò rispondere che i loro simpatizzanti non mi leggono e chi mi legge è già convinto di suo.

A chi mi chiede che ne penso di Pisapia, oggi rispondo che ha un paio di mesi di tempo per delineare un progetto convincente, e che se non capisce di doverlo fare in alternativa a Renzi, è tempo perso. E se si sommano i voti di Letta e Draghi, “il meno peggio” di Matteo sprofonda al quarto posto.

A chi mi chiede cosa penso di Grillo, mi limito a far notare che l’elettorato non è poi così impermeabile alla realtà: Pizzarotti convince più della Raggi, e le frasi come “uno vale uno” escono triturate dal voto di Genova.