Sabato 4 febbraio dalle 18.30 una serata per raccontare la militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari, nel decennale della sua scomparsa. Al VAG61 di via Paolo Fabbri. Sul filo del ricordo…

Alle 18,30 aperitivo e presentazione del libro Sul filo del ricordo (Red Star Press), a cura di Agostino Giordano e Stefania De Salvador: “La militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari raccontati dalle compagne e dai compagni di strada”.

Intervengono: Cristiano Armati (editore Red Star Press), Agostino Giordano e Stefania De Salvador, Rudi Ghedini e altri autori che hanno preso parte a questo libro

Alle 20,30 cena di autofinanziamento con cappellaccio al forno, pasticcio alla ferrarese e lasagne alla zucca.

A seguire immagini, parole e musica dal vivo con alcune/i delle/gli autrici/ori del libro.

Ci sono figure che, con il corso della loro vita, bastano da sole a segnare i margini del tempo. Stefano Tassinari è una di queste. Perché con i suoi libri, le sue sperimentazioni, le sue riviste, le sue iniziative culturali e la sua ininterrotta militanza politica nel movimento operaio, Tassinari ha dato un contributo imprescindibile, favorendo vocazioni artistiche, conquistando spazi di autorganizzazione e costruendo bellezza e amore per la giustizia sociale. Sul filo del ricordo, scritto da chi, con Stefano Tassinari, ha percorso la strada che conduce fino al punto in cui siamo ora, non è solo un omaggio all’artista e al compagno. Ma un caleidoscopio di possibilità sempre aperte, un filo rosso teso verso la meta della fraternità e dell’uguaglianza, una ragnatela di ricordi con cui chiamare per nome la vita.

Contributi di: Vic Albani, Checchino Antonini, Marco Baliani, Matteo Belli, Paolo Bernardi, Nicola Bonazzi, Pino Cacucci, Paolo Capodacqua, Stefano Casi, Mauro Collina, Mauro Covacich, Fausto Bertinotti, Alberto Bertoni, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Isabella Carloni, Daniele e Angelo (“Le Bistrot” di Dozza), Stefania De Salvador, Roberto Formignani, Paolo Fresu, Luca Gavagna, Rudi Ghedini, Agostino Giordano, Massimiliano Gregorio (Casa del Vento), Claudio Lolli, Gigi Malabarba, Roberto Manuzzi, Luigi Monfredini, Alberto Ronchi, Mauro Pagani, Alfredo Pasquali, Darwin Pastorin, Andrea Satta (Têtes de Bois), Roberto Serra, Marino Severini (Gang), Michele Terra, Riccardo Tesi, Fabio Testoni, Filippo Vendemmiati, Wu Ming 1, Yo Yo Mundi.

Pubblicità

4049, mi ricordo

Mi ricordo che quando lo Stato, per distrarci, non ha nulla di meglio, gli viene naturale evocare “la pista anarchica”.

Se la pena è afflittiva, la Serie B è ineluttabile

Comincio a pensare che a Davide Ballardini riuscirà il miracolo di salvare la Cremonese. Peccato che l’Inter debba andare proprio a Cremona, sabato sera…

Se c’è una cosa che anche lo juventino più ottuso ha già capito, è che la “sanzione deve essere afflittiva”. Solo così si spiega il meno 15, a fronte di una richiesta di meno 9. I giudici hanno valutato che sarebbe ridicolo “punire” un colpevole senza che ciò abbia effetti concreti. Impedire alla Juve di giocare le Coppe è il chiaro obiettivo della sentenza.

Ma di sentenze (almeno quelle sportive) ne arriveranno altre, e non credo vorranno contraddire la logica della “afflittività”. Nel caso della cosiddetta “manovra stipendi” – molto più grave e molto più chiara da provare di quanto non fossero le plusvalenze fittizie – una seconda penalizzazione della Juventus non può che prevedere la Serie B: togliere alla Juve altri 15-20 punti, farla scalare al diciassettesimo posto sarebbe inefficace… Ecco, da dove viene la mia preveggenza sulla Cremonese (ma spero ne approfitti la Samp di Dejan Stankovic).

La stipula di accordi privati fra la società bianconera e più di venti tesserati, non mancherà di avere effetti – leggasi squalifiche – anche su chi dalla Juve se n’è già andato: penso a Dybala, e sono curioso di vedere che accadrà a Bentancur, Bernardeschi, De Ligt, Pjanic, Ramsey, Kulusevski, Arthur, allo stesso Sarri. Solo Ronaldo, che non ha mai rinunciato a un euro, non rischia squalifiche.

Continua a leggere

Sovietici

Perché Pd e M5stelle stanno giocando a perdere

Se quella di Sebastiano Messina – la Repubblica – voleva essere una battuta, non coglie il segno. La verità è opposta, limpida, inequivocabile: non va confuso con l’autolesionismo quello di Pd e M5s, che scelgono di allearsi dove sanno di perdere ed evitano di farlo dove potrebbero “rischiare” di vincere.

È una scelta di entrambi. Inevitabile. Una sconfitta comune, oggi, si fa preferire alla vittoria dell’altro. Di questo si tratta: Majorino può fare il capodelegazione della minoranza alla Regione Lombardia, dove Fontana è avviato a rivincere, ma chi poteva essere il candidato vincente alla Regione Lazio?

Uno del Pd no. Uno del M5s nemmeno. Anche se avessero trovato un accordo ai vertici, non sarebbero stati seguiti dalle rispettive basi. La base del Pd non avrebbe mai digerito un candidato presidente del M5s, e viceversa. Si può fare peggio che perdere, si può apparire subalterni.

Ve l’immaginate, il candidato vincente, il giorno dopo la vittoria? Il fuoco amico sarebbe divampato in modo irresistibile, il gregario del vincitore sarebbe più depresso degli sconfitti.

Il problema oggi è irrisolvibile: a due gruppi dirigenti che non si fidano l’uno dell’altro (del resto, chi ha scommesso sulla scissione di Di Maio e operato affinché avvenisse?) corrispondono due “popoli”, due elettorati che si guardano in cagnesco.

Meloni e il centrodestra possono dormire tranquilli. Un’alternativa non è in vista. Il funzionamento degli enzimi per gestire le rispettive nausee, sia nel Pd che nel M5s si arresta sull’orlo della vittoria. Eccolo, l’attuale, unico “criterio” politico.

#Prisma, Juve al contrattacco: ma riesumare Moggi non è stata un’idea brillante

L’addio di Andrea Agnelli alla platea degli azionisti ha rinnovato la tradizione della famiglia: orgoglioso ai limiti dell’arroganza. Certi caratteri non cambiano, chi si aspettava anche solo un parziale mea culpa era un illuso: se sei abituato a comandare, nulla ti renderà umile… I simboli pesano: ieri si è certificato un finale di partita: Andrea è stato il quarto Agnelli – dopo Edoardo, Gianni e Umberto – a capo del più costoso giocattolo della famiglia che da quasi un secolo possiede il club bianconero.

Ma a chi – soprattutto fra i tifosi bianconeri e i giornalisti a libro-paga – ha celebrato questa uscita di scena, andrebbe ricordato un fatto: Andrea Agnelli non ha scelto di dimettersi, ha dovuto dimettersi, è stato costretto a dimettersi. Chi sta più in alto di lui gli ha detto di farsi subito da parte per salvare il salvabile, evitando alla Juventus (e alla famiglia) un’autentica Caporetto.

Il discorso di Agnelli contiene una doppia rivendicazione: la “correttezza” e le “vittorie”. Stabiliranno i giudici – penali e sportivi, italiani ed europei, senza dimenticare la Consob – con quanta correttezza certe vittorie sono state ottenute, e sappiamo, perché è già successo, che si può “retrocedere insieme alla propria reputazione”. Mi pare evidente che in termini di reputazione, la Juventus stia al punto più basso della sua storia, segnata da accuse infamanti: “false comunicazioni sociali, manipolazione del mercato, dichiarazioni fraudolente con utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, ostacolo alle autorità di vigilanza”. Davvero qualcuno può dirsi convinto che se queste accuse venissero provate – e certe intercettazioni sono lampanti – le vittorie “sul campo” sarebbero limpide? Come vedete, ho lasciato da parte il capitolo plusvalenze, questa forma di finanza creativa che la Juve degli ultimi anni ha usato più di chiunque (il “sistema Paratici”), con decine e decine di operazioni finalizzate a rinviare il pagamento del debito.

Ma l’uscita di scena di Andrea Agnelli è stata in parte oscurata dalla riesumazione di Luciano Moggi (a proposito di simboli, l’incarnazione di Calciopoli). La protervia con cui un condannato alla radiazione ha rivendicato i trionfi e preteso di passare da vittima getta una pessima luce sulla Nuova Juventus. Non so quanto abbia fatto piacere a John Elkann. Altro che “Stile Juve”: al solito, Moggi ha recitato la parte della vittima, ripetuto che così facevano tutti, e invitato la Nuova Juve a non fare come la Juve del 2006.

Per rincuorare tifosi spaventati dalla prospettiva di un secco ridimensionamento, certi commentatori ne hanno ricavato questa sintesi: “stavolta la Juve si difende”. Come se nel passaggio traumatico di Calciopoli non l’avesse fatto… Ricordo i 51 ricorsi, tutti persi: non è difendersi? È vero che in certi casi avere buoni avvocati è preferibile ad avere buoni centravanti, ma anche stavolta la prima richiesta difensiva non è stata quella di fare presto e sgombrare il campo da voci infamanti, ma quella di perdere tempo, spostando i processi penali da Torino a Milano o a Roma. Per fortuna, la risposta è stata negativa: Prisma resta a Torino.

Far dimettere l’intero Cda è stato il tentativo, tardivo e quasi disperato, di cambiare strategia, smetterla di negare tutto e limitare i danni. Nell’andarsene, Andrea Agnelli vorrebbe farci credere che “i rilievi sollevati nei nostri confronti non sono giustificati”. Nessuno ha osato chiedere all’ultimo erede della dinastia cosa ne pensa delle parole del ministro dello Sport, secondo il quale “negli ultimi anni” il principio cardine “dell’equa competizione” non è stato rispettato.

29 novembre 22 – 30 novembre 22 – 1 dicembre 223 dicembre 226 dicembre 22

Parole giuste, analisi condivisibile, con una ventina d’anni di ritardo

«La questione morale teorizzata da Berlinguer è entrata dentro di noi, nella sinistra. C’è un abbassamento della soglia di sorveglianza. L’accesso al potere è diventato, in alcuni casi, il fine ultimo. Il resto è conseguenza. Se sopprimi ogni forma di finanziamento della politica, rimanere nelle istituzioni diventa il traguardo a cui non puoi rinunciare. I soldi gli strumenti per conservare lo status. Le responsabilità sono sempre personali, ma paghiamo anche gli errori di questi anni, a partire dalla selezione dei gruppi dirigenti. C’è il ritorno a un accesso patrimoniale alle cariche elettive. Chi non è nelle istituzioni non esiste».

Dopo lo scandalo al Parlamento Europeo, mi fa piacere che queste parole vengano pronunciate da una persona perbene come Gianni Cuperlo, che mi pare sia ancora un dirigente del Pd.

Non solo le condivido, queste parole. Le avevo dette vent’anni fa.

La questione morale tracolla perché l’accesso al potere è diventato il fine ultimo”. In altre parole, da almeno vent’anni, quella che era la sinistra (pochissimi come Cuperlo riescono ancora a considerarla erede del pensiero e dell’opera di Berlinguer), è stata introiettata la teoria juventina per cui “vincere è l’unica cosa che conta”.

#Superlega senza scampo: ma il calcio continuerà a restare nelle mani degli avvocati

È stato diffuso il parere dall’avvocato generale della UE, Athanasios Rantos, sul caso Superlega. Sono valutazioni che, ricorda la stessa Corte UE, “non vincolano la Corte di giustizia. Il compito dell’avvocato generale consiste nel proporre alla Corte, in piena indipendenza, una soluzione giuridica nella causa per la quale è stato designato. I giudici della Corte cominciano adesso a deliberare in questa causa”.

Parere istruttorio, dunque: ma cosa ha concluso l’avv. Athanasios Rantos?

“Sebbene la Superlega sia libera di istituire la propria competizione calcistica indipendente al di fuori dell’ecosistema della UEFA e della FIFA, tuttavia essa non può, contemporaneamente all’istituzione di una competizione siffatta, continuare a partecipare alle competizioni calcistiche organizzate dalla FIFA e dalla UEFA senza la previa autorizzazione di tali federazioni”.

Efficacemente, Calcio e Finanza titola così: «Superlega possibile ma club fuori da tornei UEFA e FIFA». Pare chiaro che se la Corte UE confermerà questa interpretazione, la Superlega non nascerà mai.

Sia la FIFA che la UEFA hanno già manifestato il loro rifiuto di riconoscere la European Super League Company (ESLC) e avvisato (minacciato) che qualsiasi giocatore o club che partecipasse alla Superlega sarebbe stato espulso da quelle organizzate dalla FIFA e dalle sue confederazioni.

Continua a leggere

Doonesbury. L’integrale 1970-72, Garry Trudeau

 

Comincia il 26 ottobre 1970 con B.D. (indossa un casco da football americano, che non toglierà mai) che sta aspettando l’arrivo del compagno di stanza al college di Walden, “selezionato dal computer”. Si presenta Mike Doonesbury, presuntuoso complessato playboy, proveniente da Tulsa, Oklahoma.
B.D. è il capitano e quarterback di una squadra di inetti, con forti propensioni patriottiche; Mike è un provinciale, tendenzialmente liberal, che cerca disperatamente di trovare una ragazza, esponendosi ad appuntamenti al buio e fallimenti in serie, senza mai scoraggiarsi.
All’apparenza sono molto diversi; in realtà trovano presto un’intesa, soprattutto quando si tratta di organizzare grandi bevute di birra.

Garry Trudeau è nato a New York City il 21 luglio 1948. Aveva 22 quando, appena finita l’università a Yale, cominciò a produrre queste strisce, che attualmente sono pubblicate su oltre 1400 giornali. Di origini benestanti, Trudeau esprime la classica ribellione di chi non tollera il “sistema” che pure lo privilegia per nascita. La sua opera forma l’opinione pubblica e va ben oltre la dimensione dell’intrattenimento. Fra le caratteristiche della narrazione, il fatto che i personaggi crescono, più o meno in tempo reale.

Lo stile grafico si è rapidamente standardizzato in due formule: una striscia di quattro vignette sei volte la settimana, e una tavola domenicale di otto-dieci vignette. È quasi incredibile la coscienza della serialità mostrata da questo ventiduenne, che sembra già avere l’intenzione di costruire un vasto gruppo di personaggi, senza alcuna figura centrale, esaltando la lezione di Schulz e dei Peanuts, fino a trasformare il fumetto politico in una nuova forma d’espressione: il giornalismo grafico. Continua a leggere

Fa bene la Procura di Torino a non insistere con la richiesta di arresto per Agnelli, Nedved e soci. Fanno male Coni, Leghe calcio, Arbitri e Ordine dei giornalisti a patrocinare il premio alla carriera per Luciano Moggi

Nel giorno in cui si scopre che Luciano Moggi riceverà un “premio alla carriera” – lunedì 19 nel corso dell’undicesimo “Festival del calcio italiano”, ad Altavilla Silentina (Salerno) – si può correre il rischio di scambiare fischi per fiaschi anche nel processo istruito dalla Procura di Torino nei confronti degli eredi di Moggi.

Sul premio, il mio massimo disprezzo. Il problema non è chi lo concede, ma che sia patrocinato dal Coni, dalle Leghe calcio, dall’AIA (arbitri), dall’Ordine nazionale giornalisti e dal Comune di Altavilla Silentina. In particolare, il silenzio complice dell’Ordine dei giornalisti è una vergogna senza rimedio.

Sul processo, invece, esprimo il mio apprezzamento per la scelta fatta dalla Procura torinese, che ha rinunciato a rinnovare la richiesta di misure cautelari verso la Juventus, sia per quanto riguarda la società che le persone fisiche. Già il gip del Tribunale di Torino, Ludovico Morello, in ottobre, aveva respinto le richieste di misure interdittive per Andrea Agnelli e altri indagati dell’inchiesta sui conti della società bianconera. Com’è noto, a tarda sera del 28 novembre il presidente Andrea Agnelli e l’intero Consiglio di Amministrazione si sono dimessi.

È stata un’ottima mossa, suggerita dagli avvocati di Elkann. Per i magistrati inquirenti, insistere nella richiesta di “arresti domiciliari” e blocco dei passaporti sarebbe apparsa come una persecuzione, visto che gli indagati non paiono più nelle condizioni di reiterare i reati.

Viene a cadere anche la richiesta di sequestro preventivo nei confronti della Juventus – in quanto persona giuridica – di circa 437mila euro, in relazione al presunto reato di dichiarazione fiscale fraudolenta.

Ora, la Procura attende la data della prima udienza preliminare, avendo evitato di apparire mossa da un pregiudiziale accanimento verso la Juventus. Il che la renderà più credibile ogni volta che motiverà le sue accuse.

I capi di imputazione sarebbero quattro: manipolazione del mercato, false comunicazioni sociali, emissione di false fatturazioni e ostacolo delle funzioni dell’attività vigilante.

Chi ancora perde tempo sulle plusvalenze, lo fa per consolare i tifosi bianconeri, o non sa di cosa parla.

29 novembre 22 – 30 novembre 22 – 1 dicembre 22 – 3 dicembre 226 dicembre

Autocritica sul (mio) tentativo di boicottaggio

Ero convinto di farcela, non è andata così. Ho sopravvalutato la mia forza di volontà e ceduto alle sirene della Coppa del Mondo.

Le motivazioni erano, sono, restano valide. I Mondiali di calcio in Qatar erano, sono, restano un sanguinoso scandalo, e purtroppo la grande maggioranza dei tifosi ha preferito voltare la testa dall’altra parte, far finta di niente, raccontarsi che è solo un passatempo (oltretutto, stavolta i diritti televisivi sono in chiaro). Aggiungo che è mancata una mobilitazione organizzata, ognuno è rimasto solo nel suo personale rifiuto, e con il passare dei giorni questa solitudine ha indebolito la determinazione. Pochi di noi possiedono l’irriducibile spirito di Bartleby.

Che i Mondiali si siano svolti in Qatar, tuttavia, non andrà dimenticato: la corruzione nella Fifa prima, e adesso le vicende legate al Parlamento europeo, con il coinvolgimento di esponenti della cosiddetta sinistra italiana, non fanno che confermare che ci sono soggetti in grado di corrompere chiunque. E che quasi chiunque si può corrompere.

Il pallone è bello quando rotola, e i Mondiali di calcio possiedono una forza di attrazione persino superiore a quella dei Giochi Olimpici. Per un appassionato di calcio, scacciare i Mondiali dal proprio orizzonte, richiede di isolarsi dalla realtà, staccare i collegamenti con radio e tv, giornali e web, con ciò di cui parlano amici e colleghi. Boicottando l’evento, ci si isola, si sfiora lo snobismo, ma per tutta la vita sono stato abituato a scansarlo, lo snobismo, e a curiosare intorno ai fenomeni di massa.

Insomma, non sono stato capace di praticare la dura coerenza che avevo manifestato. Ho evitato le prime 34 partite, poi ho ceduto.

Ero curioso di vedere USA-Iran, per tutto ciò che significa fuori dal campo. Dopo di che, con motivazioni varie (dalle polemiche su Adani al mio storico tifo per l’Uruguay, fino alla prospettiva di vedere una nazione africana in semifinale) ho cominciato a guardare certe partite.

Ecco quali: Polonia-Argentina 0-2, Costa Rica-Germania 2-4 Ghana-Uruguay 0-2, Argentina-Australia 2-1, Brasile-Corea del sud 4-1, Marocco-Spagna (0-0, rigori), Croazia-Brasile (1-1, rigori), Marocco-Portogallo 1-0.

Sono 9 partite su 60, il 15% del totale: di certe edizioni dei Mondiali credo di aver visto l’80% o più, ma ciò non toglie che ho fallito l’obiettivo di boicottare questa manifestazione. Debolezza senile: mi è venuto da pensare che potrò assistere a non più di altre tre o quattro edizioni, e nel frattempo avrò una cicatrice sui ricordi condivisi. “Quella volta che il Marocco arrivò quasi in fondo”, eccetera.

Ecco, ci tenevo a dirvelo.

#Prisma. Le parole del ministro Abodi innescano un salto di qualità, non potrà finire a tarallucci e vino: il prodotto è così guasto, che servono diserbanti efficaci

Certi tifosi sognano punizioni esemplari, altri si illudono che si tratti dell’ennesima caccia alle streghe. Agli juventini che giustamente invitano ad aspettare le sentenze, chiedo di valutare l’arroganza di quei 38 scudetti esposti allo Stadium, dopo 51 sentenze sfavorevoli. Ma anche in questo post mi sforzo di ragionare, evitando il livore e la polemica faziosa: il calcio italiano è sull’orlo di un burrone, sono almeno tre i livelli giudiziari che dovranno stabilire qualche “verità processuale”. La verità sostanziale vivrà nella coscienza di ognuno, in ogni caso l’agonia non sarà breve.

Si gioca su tre piani: giustizia civile e penale, giustizia sportiva italiana, Uefa.

Ed ecco quale potrà risultare la gravità delle accuse: 1°: Borsa; 2° fondi neri; 3° plusvalenze.

Nonostante la storica abilità dei suoi avvocati, sono convinto che la Juventus sarà dichiarata colpevole in tutte le sedi, che altre squadre verranno implicate (sembrano confermati i sospetti di alleanze inconfessabili della Juve con Genoa, Sampdoria, Atalanta, Sassuolo, Siena, Empoli, Udinese), che il nuovo Cda bianconero uscirà dalla Borsa, che la sanzione europea sarà micidiale.

Colpevole su tutta linea, dunque; ma non mi sbilancio a indicare la gravità delle sanzioni, invito solo a considerare la pesantezza delle parole pronunciate ieri dal Ministro dello Sport, Andrea Abodi: “Abbiamo bisogno di sapere presto cosa sia successo, a partire dal rispetto del principio cardine dell’equa competizione. Mi pare del tutto evidente che negli ultimi anni questo non sia stato rispettato”.

Se al Ministro – che rispetto agli atti processuali ne sa più dei giornalisti – pare che “negli ultimi anni” il principio cardine “dell’equa competizione” non sia stato rispettato, qualcosa di grosso bolle in pentola. La sua prima preoccupazione è difendere il valore del prodotto-calcio, un prodotto che ha un valore di mercato direttamente proporzionale alla spettacolarità e alla credibilità dei risultati.

Continua a leggere

#Prisma: un «contesto criminale di allarmante gravità», ma se cadrà la Juventus, non moriranno Sansone e tutti i filistei

Da tempo il calcio professionistico non è più sport, ma una forma della società dello spettacolo, e ha ragione Marotta quando dice che i calciatori professionisti non andrebbero stipendiati come lavoratori dipendenti, ma come gli attori affittati per un film. Con una differenza sostanziale: senza tifosi questo spettacolo muore, la passione di milioni di persone merita rispetto, se si finge che sia ancora uno sport, le regole devono essere uguali per tutti.

L’esito processuale non lo conosce nessuno, ma lo stato dei fatti è chiaro: la Procura di Torino e la Consob contestano alla Juve varie irregolarità finanziarie e amministrative, manovre spericolate che hanno garantito un vantaggio competitivo alla squadra e mostrato un volto meno negativo ai bilanci di una società quotata in Borsa. Manovre spericolate che potrebbero rivelarsi illeciti: alla Juve ne erano pienamente consapevoli, altro che “buona fede”, come dimostrano le dimissioni dell’intero Cda e il doppio rinvio disposto dal Cda dimissionato per l’approvazione del bilancio al 30 giugno 2022. Il nuovo Cda è chiamato, innanzitutto, a riscriverlo.

Il fatto che la società sia quotata in Borsa è un’aggravante da non sottovalutare: agli investitori non piace essere ingannati sui conti e la Consob non può accettare di apparire stupida o impotente. Ma l’attenzione dei media si sta focalizzando sull’inchiesta Prisma, che indaga sui conti della Juventus dal 2018 al 2021, e presto si tramuterà in una serie di rinvii a giudizio, a cui seguirà un processo destinato a fare scalpore, non fosse altro perché alla sbarra verrà chiamato anche il più celebre esponente della dinastia Agnelli.

Intanto, i PM sono arrivati a sostenere di trovarsi di fronte a “un contesto criminale di allarmante gravità, essendo di fronte a condotte illecite, reiterate e protratte nel tempo, per ben tre esercizi, di indubbio spessore ponderale. I reati analizzati… per le modalità effettive di realizzazione, delineano un’elevata pericolosità soggettiva dei rei, rendendo innegabilmente concreto il pericolo che gli stessi, qualora si presenti l’occasione, continuino a delinquere”. Perciò, nei confronti dei tredici indagati, erano state chieste misure limitative della libertà personale.

Le plusvalenze si fanno in due: e certe intercettazioni fanno intuire quali rapporti la Juve intrattenesse con società “amiche”. Forse, l’aspetto meno difendibile nell’operato del Cda bianconero è stata la gestione contabile degli stipendi congelati all’epoca del Covid: secondo i PM ne sono derivati “scritture private… e un’autentica contabilità in nero”.

Se i bilanci non sono veritieri, campionati e coppe non possono esserlo: basti pensare agli acquisti di Vlahovic e Bremer, a prezzi inaccessibili alla concorrenza. Di qui la necessaria riapertura di altre inchieste: dalla pavida giustizia sportiva italiana mi aspetto pochissimo, ma dopo l’attacco frontale della Liga spagnola, dubito che l’Uefa potrà insabbiare, facendo finta di niente.

Per cercare di salvaguardare l’immagine della “famiglia” e del gruppo Exor e provare a limitare i danni alla Juventus, John Elkann non ha voluto seguire il cugino nello scontro frontale con la Consob e la Procura, e ha azzerato il Cda. Ed è partita la strategia comunicativa. Fra tifosi e media a libro-paga si cerca di sostenere due tesi indigeribili: la prima è che se un reato lo fanno in tanti non è più un reato (nel paese dei 100 miliardi all’anno di evasione fiscale questa teoria può trovare molte simpatie); la seconda è che se crolla la Juve, se la società verrà duramente punita e ridimensionata, l’intero calcio italiano andrà a picco.

Ricordo solo che Calciopoli esplose nel 2006, la Juve giocò la Serie B nel 2006-07, il Milan vinse la Champions League nel 2007, l’Inter fece il Triplete nel 2010.

29 novembre 2230 novembre 221 dicembre 22

Ci abbiamo fatto l’abitudine?

La Juve non è una risorsa, è una zavorra (ma se non arrivano a capirlo i suoi tifosi, non cambierà mai niente)

Malati di tifo, gli italiani credono a tutto, anche a dimissioni di massa per “rilanciare la Juventus”. Invece, all’estero pensano che la Serie A sia un campionato farlocco, qualcosa di più vicino al wrestling che allo sport, e per vedere il wrestling è giusto pagare meno che per il calcio.

“Rubo” questa tabella a un tweet di Maurizio Pistocchi; la trovo emblematica della cecità che affossa il calcio italiano e da tanti anni lo rende il meno credibile d’Europa. Il calcio italiano del XXI secolo è deturpato da una mancanza di credibilità che sembra ormai definitiva: non a caso, la Bundesliga – dove vince sempre il Bayern – e la Liga – dove vincono sempre le stesse tre – riescono a incassare molto più della Serie A dalla vendita dei diritti televisivi all’estero.

Non so se l’ultima vicenda processuale della Juventus avrà effetti sportivi. A me pare che le accuse riecheggino quelle per cui Siena è quasi sparita dal basket. Ma dubito si vorrà arrivare fino in fondo: con “autorità” come Gravina – capaci solo di minimizzare e giustificare ogni cosa – ho smesso di farmi il sangue cattivo anche davanti a certe truffe reiterate.

Al contrario, non sono ancora riuscito ad accettare l’odiosa, zelante, servile accondiscendenza del 95% del giornalismo, non solo quello sportivo. Alcuni per pura faziosità, altri per paura di perdere clienti (i tifosi della Juve sono tanti). Di giornalisti a libro-paga, ce ne sono sempre stati, immagino ce ne siano anche all’estero, ma la quantità di quelli nostrani che pontificano su giornali, tv e social media spiega il mediocrissimo valore dei diritti tv. Ecco due frasi emblematiche: “solo salvando la Juventus si salva tutto il nostro sistema”; “Il nostro calcio tutto può permettersi, meno che fare a meno della Juventus”. Emblematiche, no: omertose.

Il “sistema” si difende facendo rispettare le regole. Ogni altra interpretazione è complicità. Da oltre un quarto di secolo, la Juve vive sul filo del rasoio – doping, Calciopoli, Suarez, Superlega, plusvalenze, eccetera – sentendosi al di sopra delle regole. Onnipotente e impunibile. Chi invoca l’arrivo taumaturgico di Alex Del Piero, non ricorda la figuraccia sul banco dei testimoni, nel 2006, quei patetici “non so” e “non ricordo”.

Credibilità significa che allo start tutti partono alla pari. Negli sport di squadra pare ovvio che ci siano enormi differenze fra chi ha tanto e chi ha poco da spendere. Ma se il più ricco aumenta il divario dalle altre con plusvalenze artificiali, notizie false sugli stipendi pattuiti (traduzione: fondi neri), bilanci in cui si dichiarano perdite inferiori a quelle reali, e lo fa tramite “false comunicazioni sociali, manipolazione del mercato, dichiarazioni fraudolente con utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, ostacolo alle autorità di vigilanza”, viene da concludere: giocatevelo da soli, ‘sto campionato. La malattia sta nel dna, in quel devastante “vincere è l’unica cosa che conta”.

Quello che si ripagava con le magliette

Juventus, titoli di coda su Andrea Agnelli, azzerato il Consiglio di amministrazione: ora che succede?

Solo alla Juventus poteva riuscire l’impresa di oscurare i Mondiali di calcio con una propria vicenda interna: il Consiglio di amministrazione si è dimesso in blocco, se ne vanno il presidente Andrea Agnelli, il suo vice Pavel Nedved, l’amministratore delegato Maurizio Arrivabene e tutti i membri.

“Decisive le contestazioni della Consob sulle plusvalenze”, scrive la Gazzetta (la Consob è l’organo che vigila sulle società quotate in Borsa)… Secondo la Gazzetta, la drastica decisione di ieri sera deriva dal “coinvolgimento” del Cda Juve “nell’indagine Prisma, aperta dalla Procura di Torino con l’accusa di falso in bilancio”. Quell’indagine ha già spinto a modificare il progetto di bilancio da approvare, facendo slittare per due volte l’assemblea degli azionisti, convocata prima il 28 ottobre, poi il 23 novembre. Ora è fissata al 27 dicembre, mentre il 18 gennaio 2023 verrà nominato il nuovo Cda. Mesi fa, sui giornali era uscita una stima delle perdite di esercizio al 30 giugno 2022 quantificata in 258 milioni di euro: qualcosa di pazzesco se si pensa che la Juve da anni dispone di uno stadio di proprietà.

Il comunicato del Cda riferisce “delle criticità evidenziate da Consob” sui bilanci della Società e delle “contestazioni della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino… relative alle c.d. «manovre stipendi» realizzate negli esercizi 2019/2020 e 2020/2021”. Secondo gli amministratori della Juventus, “si tratta di profili complessi relativi ad elementi di valutazione suscettibili di differenti interpretazioni circa il trattamento contabile applicabile”. È l’autodifesa che verrà portato in Tribunale, se mai ci si arriverà. Ma non sembra un’autodifesa molto convincente, alla luce delle dimissioni di ieri sera.

Continua a leggere

Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento, Riccardo Noury, 2022 (2 di 2)

Per i Mondiali di calcio, sono attesi in Qatar 1,2 milioni di tifosi.

Tutti e otto gli stadi sono situati nell’Est del paese, due nella capitale Doha. Sono costanti almeno 6 miliardi di euro. Sono raffreddati per mantenere la temperatura sotto i 30 gradi.

In Qatar, la discriminazione delle donne è molto evidente; l’omosessualità è un reato punibile con sette anni di carcere; per le relazioni sessuali extraconiugali, le donne sono punibili con anni di reclusione e 100 frustate.

Nei dodici anni fra l’assegnazione del torneo e il suo svolgimento, la popolazione qatariota è cresciuta di quasi due terzi. Dall’Africa e dell’Asia sono arrivati più di due milioni di lavoratori migranti, occupati nelle costruzioni, nell’ospitalità, nella logistica, nella vigilanza e nell’assistenza domestica. Più del 90% delle persone impegnate nella costruzione degli stadi è migrant

Migliaia di lavoratori sono morti per “cause naturali”, “cause sconosciute” o “arresto cardiaco”; ai morti sul lavoro andrebbero aggiunti i “morti di lavoro”. Le temperature estreme sono all’origine di molte morti etichettate con cause cardiovascolari.

Continua a leggere

Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento, Riccardo Noury e Riccardo Cucchi, 2022 (1 di 2)

Dal portavoce italiano di Amnesty International, un libretto pubblicato da un piccolo editore di Formigine (MO), con introduzione di Riccardo Cucchi, già giornalista Rai, che seguo con interesse su Twitter.

Indipendente dal 1971, questa monarchia ereditaria è sempre stata dominata dalla famiglia al-Thani. Aveva fatto parte dell’Impero Ottomano fino al 1916, per poi divenire protettorato della Gran Bretagna; dagli anni Quaranta al 1971, fu la Anglo-Persia Oil Company a gestire la produzione e l’esportazione di petrolio.

Il 5 giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche e commerciali con il Qatar, accusato di fiancheggiare i movimenti legati alla Fratellanza Musulmana; questa frattura si è ricomposta il 5 gennaio 2021.

Scrive Cucchi che il confine, “purtroppo sempre più sottile, fra sport e puro intrattenimento” è segnato da un concetto: i valori. Senza valori, non è più sport. Anzi, lo sport deve esportarli e promuoverli, certi valori: no al razzismo, parità di genere, inclusione sociale, rispetto delle diversità.

Continua a leggere

Libera. Diventare grandi alla fine della storia, Lea Ypi, 2021

Dicembre 1990, Albania: Lea, una ragazzina di undici anni, a cui hanno insegnato ad amare Stalin e “lo zio Enver”, si trova nei pressi di una manifestazione, sente i manifestanti gridare “Libertà, democrazia” dopo aver decapitato la statua di Stalin. In quei giorni, “per la prima volta mi era sorto il dubbio che libertà e democrazia non fossero la realtà in cui vivevamo, ma una condizione futura ancora misteriosa e di cui sapevo ben poco”. Comincia così questo notevole romanzo di formazione, che potrà piacere moltissimo – lo paragono a certe pagine di Kundera – ma qualcuno lo troverà irritante. Chi ha vissuto l’esperienza dittatoriale albanese nella maniera più dura, non si è sentito rappresentato dalla “leggerezza” con la quale la Ypi descrive quell’epoca.

Quella di Lea è una famiglia di intellettuali, un tempo assai benestante; un nonno aveva studiato alla Sorbona, la nonna che vive con Lea conosce bene il francese, entrambi i genitori si erano laureati, “ma non avevano studiato ciò che avrebbero voluto”. Il padre scienze forestali anziché matematica; la madre matematica anziché lettere. Era il Partito unico a stabilire il percorso scolastico. “L’appartenenza al Partito era un privilegio, riservato solo a chi avesse una buona biografia. I miei genitori non potevano iscriversi”. Il ritratto dei genitori è intenso, ma il personaggio più incisivo è quello di Nini, la nonna paterna.

Lea era nata prematura il mattino dell’8 settembre 1979. Dopo cinque mesi nell’incubatrice, pesava appena tre chili. Non aveva ancora sei anni quando, l’11 aprile 1985, era morto il leader supremo, Enver Hoxha. Fra le altre cose, il Partito aveva abolito le religioni (gli avi di Lea erano musulmani); chiese e moschee erano state trasformate in palestre e sale da conferenza.

Volendo rievocare l’infanzia, Lea si sforza di farlo con gli occhi di quel tempo; “quando sarai grande capirai”, le diceva spesso suo padre. Si passava molto tempo in fila per poter acquistare qualcosa (dal formaggio al cherosene), le volte in cui si veniva a sapere che i negozi, di solito vuoti, sarebbero stati riforniti. “La padronanza del confine sfuggente tra rispetto e violazione delle regole era, per noi bambini, il marchio distintivo della crescita, della maturità e dell’integrazione sociale”.

I bambini collezionano incarti di caramelle, una lattina di Coca-Cola è il soprammobile più ambito. Orientare l’antenna sul tetto è ciò che fa il padre di Lea per vedere programmi italiani o il basket jugoslavo. È dalla tv che Lea scopre che altrove, all’estero, non si faceva la fila davanti ai negozi e i prodotti avevano marche diverse.

Ironia e autoironia caratterizzano la faticosa presa di coscienza della bambina. “I figli dei turisti avevano giocattoli appariscenti e insoliti, talmente diversi dai nostri che a volte ci chiedevamo se fossero davvero giocattoli”. Un giorno, restò avvolta da un odore mai sentito, la nonna le spiega che si tratta di crema solare, ma loro usano l’olio d’oliva, che è più sano.

Continua a leggere

Bartleby in Qatar

“Io so”. Pasolini per chi l’ha dimenticato: 14 novembre 1974

Pier Paolo Pasolini, 14 novembre 1974, Corriere della Sera: “Che cos’è questo golpe”

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Continua a leggere

#QatarOffside. I tifosi tedeschi espongono striscioni, anche se la loro Nazionale giocherà per vincere, i tifosi italiani aspettano di sedersi sul divano?

Ieri, in vari stadi della Bundesliga sono stati esposti striscioni di protesta contro lo svolgimento del prossimo Mondiale in Qatar. Il “Muro Giallo” di Dortmund, nel corso della partita contro il Bochum, ha espresso questo messaggio di contestazione: Boycott Qatar 2022.

Nella trasferta di Berlino, i tifosi del Bayern Monaco hanno esposto uno striscione con su scritto: 15.000 morti per 5760 minuti di calcio. Vergognatevi.