2221, mi ricordo

Mi ricordo che la parola “popolo” ci è sempre stata ambigua, eppure Bandiera Rossa iniziava con “Avanti popolo”, e la gran parte delle sedi del Pci stava nelle Case del popolo.

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Asfalto e cemento

Come è cambiata la mia terra?
Ricevo una semplice immagine, catturata da uno smartphone nel corso di una “lezione”.
Non vedo motivi per commentarla, tanto è evidente il segno di quello che un tempo chiamavamo “modello di sviluppo”.

Sinistra e popolo, Luca Ricolfi, Longanesi 2017

Nella sinistra italiana continua ad albergare “la convinzione – tanto sincera quanto infondata – di essere la parte migliore del paese”. Nemmeno con il tramonto di Berlusconi, la sinistra ha saputo guarire dal “complesso dei migliori”. Anzi, questo complesso si sta rivelando un fenomeno non solo italiano: e intanto negli Usa gli operai scelgono Trump, per la Brexit votano le periferie, in Francia e in Austria Marine Le Pen e Norbert Hofer raccolgono vasti consensi popolari.

A dodici anni di distanza da «Perché siamo antipatici», dove analizzava il tracollo di credibilità della sinistra rispetto a quello che dovrebbe essere il suo popolo, Ricolfi, può facilmente confermare come il popolo non trovi più “nella sinistra la sua naturale espressione politica”, e ciò nonostante la sinistra continui a caratterizzarsi per l’intolleranza e la delegittimazione degli avversari, giudicati inferiori dal punto di vista morale. Per ridare senso alla diade sinistra/destra, occorre ripristinare un confronto sui reciproci valori, abbandonando l’ideologia secondo la quale quelli altrui sono solo disvalori.

Il sentimento di superiorità morale che la cultura di sinistra coltiva nei confronti della destra ha solo ragioni radicate nel passato: la scelta di stare dalla parte dei deboli e degli oppressi, la lunga stagione di esclusione dalle stanze del potere, l’onestà e l’abnegazione di tanti militanti, fino ai tempi di Enrico Berlinguer. Leggi il resto dell’articolo

Dopo la disfatta dei Progressisti nel 1994 e la salita al trono di Berlusconi, «Cuore» titolò: “Saluti da Parigi. Quando il gioco si fa duro, consultate l’orario dei treni” (non era ancora esploso il low coast).

Vogliamo anche le rose [id.] – Alina Marazzi, 2007 [inTv6] – 7

Fra fiction e documentario, tramite originali scelte linguistiche, Alina Marazzi racconta una fase della vita delle donne italiane, quella compresa fra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta.

Lo fa a partire da tre diari – Anita, Teresa e Valentina; voci narranti le omonime Caprioli, Saponangelo e Carnelutti – identificando tre possibili volti di queste confessioni, inseriti all’interno di filmati e animazioni grafiche. Viene così illustrata la presa di coscienza che porta al femminismo e alla liberazione sessuale, sotto lo sguardo attonito dei maschi.

Raccolti presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, i tre diari risalgono al 1967, 1975 e 1979. La repressione sessuale si accompagnava a una complessiva sudditanza, a una visione del mondo da “angelo del focolare” che improntava i rapporti anche all’interno della classe operaia. Dalla famiglia tradizionale – la moglie è al servizio del marito e non mette in discussione la patria potestà e l’asimmetria dell’adulterio (fino al “delitto d’onore”) -, emerge faticosamente una nuova soggettività, che trova insopportabili certi ruoli (anche quelli legati al “sesso libero”, ma sempre dominato dal maschio). Non è un film militante, ma un film politico: l’esito della personale elaborazione dell’autrice sulla “questione femminile” nell’epoca immediatamente precedente alla sua personale scoperta della politica.

Le immagini provengono da amatoriali Super8 e spot pubblicitari, fotoromanzi e film sperimentali (di Adriana Monti, Loredana Rotondo e Alfredo Leopardi), interviste e dibattiti televisivi, recuperati da vari archivi (teche Rai, Aamod, Cineteche); Cristina Seresini è la curatrice di animazioni e titoli, ai testi ha collaborato Silvia Ballestra, la colonna sonora è composta ed eseguita dai Ronin.

Pare che lo slogan «Vogliamo il pane, ma anche le rose» risalga al 1912 e alle operaie tessili in sciopero nel Massachusetts.

2217, mi ricordo

Mi ricordo l’accurata pulizia dei residui d’inchiostro dal rullo del ciclostile, una volta buttata la matrice, a volantino stampato.

2216, mi ricordo

Mi ricordo i comizi volanti, con l’impianto di amplificazione montato sul portapacchi dell’auto e il microfono nelle mani di quello che non guidava.

Buon compleanno, Paolo Sollier

Oggi Paolo Sollier compie settant’anni.
L’ho conosciuto una sera di 5 o 6 anni fa, e mi ha lasciato un’ottima impressione.
Impressione rafforzata dalla magnifica intervista – un autentico tributo – che gli ha fatto Paolo Brusorio per “La Stampa”.
Leggetela, scoprirete una persona fuori dal comune. Per il calcio italiano, un’autentica eccezione.

QUI

Ruberò a Paolo Sollier un pensiero espresso con nitido sconforto, e lo riporterò sul mio libro, in fase di correzione bozze. Eccola: “Il calcio di oggi allontana dalla realtà, poi magari qualcuno nel privato agisce in altra maniera. Ma l’impegno politico è uscire allo scoperto, prendere posizione”.

Aggrappati a Checco Zalone

Ieri ho riportato alcuni dati sul tracollo dei cinematografi italiani: il 2017 risulta essere il secondo peggior anno della storia (dopo il 2014), con un netto segno meno sia nei biglietti venduti (12%) che negli incassi (11,6%).
Poi sono usciti i dati sulla quota di mercato del cinema italiano. E qui si spalanca una voragine ancor più rovinosa, con oltre il 40% in meno, rispetto al 2016, sia di spettatori che di incassi. Ma nel 2016, ci dicono, il dato era “gonfiato” dal film di Checco Zalone, e così scopriamo che oltre il 10% dell’intero fatturato del cinema italiano dipende dal comico barese.

A me pare che i commenti al post di ieri esprimano visioni e sensibilità contraddittorie, come se non fossero in dubbio le possibili soluzioni, ma persino la realtà effettuale.

La questione del prezzo del biglietto, per esempio, a me non convince. Capisco chi scrive che una famiglia di 4 persone non può spendere 40 euro per vedere un film che pochi mesi dopo passerà in tv. Ma abito a Bologna e non conosco cinematografi che facciano pagare più di 8 euro e 50. E quello è il prezzo al sabato e alla domenica, perché tutte le sale fanno sconti legati a varie “tessere”, tali per cui il prezzo effettivo del biglietto, nel mio caso, scende quasi sempre sotto i 5 euro…

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Fuga dal cinematografo: proviamo il biglietto a mezzo euro?

Sono usciti i dati sui biglietti staccati nei cinematografi italiani nel corso del 2017.
È il secondo peggior anno della storia, dopo il 2014.
Oltre il 12% di spettatori in meno rispetto al 2016, 89 milioni di euro di mancati incassi (meno 11,6%).

Come si legge nel rapporto sui “Dati del mercato cinematografico italiano 2017” , l’anno passato al box office italiano si sono incassati 584.843.610 euro per un numero di presenze in sala pari a 92.336.963.
Rispetto al 2016 si registra una diminuzione dell’11,6% degli incassi al box office e un decremento del 12,38% delle presenze: il secondo peggior risultato sia in termini di presenze che di incassi dopo la stagione del 2014.

Viene da chiedersi quale contributo alla disfatta sia venuto dall’assurda campagna promozionale voluta dal Governo – contrari attori, produttori ed esercenti – per imporre il cinema a 2 euro il mercoledì…

Kap e MLK

The New Yorker di gennaio 2018 espone questa copertina.
Martin Luther King inginocchiato fra due giocatori di football americano, Michael Bennett e Colin Kaepernick.
L’autore è Mark Ulriksen.

La Sinistra e altre parole strane, Michele Serra per Feltrinelli, 2017

In una settantina di pagine tascabili, con caratteri grandi e qualche andata a capo per far respirare il testo, al solito scritto benissimo, quasi sussurrasse qualche confidenza al lettore, Serra fa un bilancio semiserio di quelle che sono le parole più ricorrenti nelle quasi ottomila Amache pubblicate dal 1992. La rubrica ha ondeggiato per nove anni all’Unità e negli ultimi sedici a Repubblica.

La memoria informatica consente di sottoporre un documento, o un insieme di documenti, al text mining, una specie di radiografia o di carotaggio, che riconsegna dati quantitativi su ciò che è stato scritto. Nel caso delle Amache, l’autore può compiacersi di aver trovato conferma a un sentimento che prova da lungo tempo: “i governati NON sono migliori dei governanti”. Il più imperdonabile dei vizi italiani sarebbe quello di sentirsi irresponsabili, dunque occorre procedere nella “annosa battaglia contro il mito della gente”. Serra la ritiene una cosa di sinistra, anzi “chissà che non sia proprio questo, alla fine, ‘essere di sinistra’: sentirsi irrimediabilmente responsabili”.

Lo urlava il Maggio francese, l’ha cantato De André che è sbagliato sentirsi assolti. Nel 2002, Serra lo esprimeva così: “Si trattava, una volta, di convincere la gente della bontà delle proprie idee. A costo di discutere o di litigare. Oggi si tratta di blandire la gente, di parassitarne gli umori, di imitarne le pulsioni”. Leggi il resto dell’articolo

Sfogliando margherite

Nessuno come i Radicali sa passare da vittima del sistema, ma siccome sono un convinto sostenitore del valore della partecipazione al voto, mi fa piacere che chi vuole il 4 marzo possa votare +Europa. Non io, comunque.

Noto solo la facilità con cui, in Italia, le leggi si possono aggirare: è bastato che Tabacci consegnasse “generosamente” il suo simbolo per bypassare la raccolta firme su cui i Radicali hanno strepitato nell’ultima settimana.
Ma non si fa in tempo a chiudere una polemica, che ne nasce un’altra. Ancora sui simboli. Ancora fra gli alleati del Pd.

Riappare Francesco Rutelli – quello del «Berlusconi, recordate delli amici!», immortalato da Corrado Guzzanti – e lo fa per difendere la “sua” Margherita. Per denunciare una appropriazione indebita, sceglie questo titolo: “Una storia preziosa. E un tentativo impossibile (e sbagliato) di impadronirsene”.

La storia preziosa è quella della Margherita.
L’appropriazione indebita sarebbe quella della lista partorita da Dellai e Lorenzin. Una “diffida” a usare quel simbolo è già stata presentata “dagli avvocati Morganti e Grassi, che difendono gli interessi della Margherita-DL”. Motivo: “nessuno può impadronirsi del simbolo di un importante partito politico contro la volontà di chi ha il mandato indiscutibile a tutelarlo. Sarebbe come svegliarsi la mattina e decidere di presentare alle elezioni il marchio del PCI, o di Forza Italia”.

Ma Rutelli non si ferma al tribunale. Scrive che la nuova lista “è stata presentata in modo avventato (e autolesionistico): Rinasce la Margherita; ecco la Margherita 2.0”, e questo sarebbe avvenuto nonostante lui, Rutelli, “da diverse settimane” avesse “spiegato loro che la richiesta di sfruttare il simbolo della Margherita era sbagliata politicamente e impossibile sul piano giuridico”.

Il piano giuridico non mi interessa, ho appena visto Tabacci aggirarlo bellamente per recuperare alla sua causa i Radicali.
Il piano politico, invece, mi sembra esilarante.
Rutelli perde la pazienza: “Il PD si troverebbe corresponsabile di un abuso politico grave se ammettesse, con la propria coalizione, che il grande e generoso contributo dato dalla Margherita venga utilizzato contro la volontà inequivocabilmente espressa dalla Margherita”. E non si lascia scappare la battuta riferita all’attuale ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, che in almeno 4 elezioni si è candidata contro la Margherita nelle liste di Forza Italia.