La storia siamo noi

Olimpiadi rinviate, solo la Serie A ancora sembra crederci

Era successo nel 1940, e anche allora i Giochi dovevano tenersi in Giappone. Non so immaginare un gesto più carico di enfasi che rinviare le Olimpiadi. È accaduto. Avrà effetti incalcolabili. Resterà sui libri di storia accanto al numero spaventoso delle vittime di una pandemia che sta mettendo in ginocchio pezzi d’Italia, e temo si mostrerà ancora più tragica altrove: Spagna e Stati Uniti mostrano curve raccapriccianti.

Sui libri di storia, solo una nota a pié di pagina ricorderà Juventus-Inter e Atalanta-Valencia. Leggi il resto dell’articolo

#coronavirus. #distribuzione. Ieri è stato il primo giorno in cui la Lombardia è scesa sotto il 50% dei casi nazionali e la quota totale delle regioni meno colpite (escluse Lombardia + Emilia-Romagna + Veneto) ha scavalcato il 30%. Non proprio un dettaglio.

L’impressione è che il dato della diffusione venga messo in ombra da quello dei morti: in effetti, finora, il 63,5% delle vittime è in Lombardia, l’82,6% nelle 3 regioni più colpite.

Nel giorno in cui scavalchiamo la Cina

Temo sia già accaduto mentre scrivo, e comunque sarà certificato stasera, nel consueto bollettino diramato dal Dipartimento di protezione civile: i morti in Italia sono già più di quelli dichiarati in Cina.

Nessun Paese al mondo sta scontando dati così drammatici nella diffusione del contagio. Nella sola giornata di ieri, moriva una persona ogni 3 minuti, 20 ogni ora.

Se solo si rialzasse la curva dei contagi e dei decessi – attestata intorno al +12-13% quotidiano, nel primo caso, fra il 16 e il 19% nel secondo – e tornasse sopra il 20 o 25%, avremmo 200 morti in più ogni giorno.

Non dimenticheremo questo mese di marzo. Sempre che in aprile si veda già la luce fuoti dal tunnel… Ma questo quotidiano bollettino di morte, dovrà pure cambiare qualcosa nel nostro “paradigma” interpretativo, nella considerazione su ciò che è davvero importante, nel modo di valutare le persone, le idee, le forze politiche, i comportamenti sociali.

Qualcuno oserà ancora fare l’elogio dei “furbi” che non pagano le tasse?

Altri ricominceranno a scannarsi per l’incoerenza delle “sardine” e le provocazioni nei testi proposti a Sanremo?

Riprenderemo come se niente fosse a discutere dell’opinabilità del VAR e cambieremo canale quando ci verranno mostrare le sconvolgenti immagini di Lesbo?

Faremo i tifosi dell’autonomia differenziata per le Regioni più ricche o affronteremo l’aria fetida della pianura padana?

Se torneremo alla “normalità” del discorso pubblico, quella imperante ancora a fine febbraio, non sarà qualche bel coro dai balconi a salvarci la coscienza.

#Covid-19, fra modello Cina e modello Liberista

Avessimo chiesto un mese fa a 100 italiani, volete vivere in Gran Bretagna o in Cina, sarebbe stato facile prevedere l’esito: un 99 a 1, forse un 98 a 2.

Chiedessimo oggi, vorreste vivere in Gran Bretagna o in Cina per come viene affrontata la pandemia del coronavirus, l’esito sarebbe molto diverso: al netto degli egoisti irresponsabili (una percentuale di italiani non così bassa come vorrebbero farci credere), credo che nell’approccio all’emergenza moltissimi trovino preferibile il “modello cinese”, minimizzandone l’impatto sociale e le modalità di repressione dei comportamenti illeciti.

Roberto Buffagni ha proposto un’analisi sugli “approcci strategici” a cui stiamo assistendo, sostenendo che “lo stile strategico di gestione dell’epidemia rispecchia fedelmente l’etica e il modo di intendere interesse nazionale e priorità politiche degli Stati e, in misura minore, anche delle nazioni e dei popoli”.

Buffagni delinea due stili strategici di gestione dell’emergenza:

  • Non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati (modello tedesco, britannico, parzialmente francese)
  • Si contrasta il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione (modello cinese, italiano, sudcoreano)”.

Invito a leggere tutta la riflessione che segue, piena di spunti lucidamente sgradevoli, ma siccome so che molti di voi sono pigri, ricopio due passaggi a proposito dei due modelli.

Chi sceglie il modello 1 fa un calcolo costi/benefici, e sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione. Questa quota è più o meno ampia a seconda delle capacità di risposta del servizio sanitario nazionale, in particolare del numero di posti disponibili in terapia intensiva”.

La scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili, e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché”.

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Finita la pandemia, tutto come prima? Oppure qualcuno riuscirà a costruire un progetto politico intorno alle idee di André Gorz?

Quello che segue è un post di 7256 battute (10-12 minuti), la sintesi, in forma di appunti, di un libro di André Gorz uscito nel 1992: Capitalismo, socialismo, ecologia. Uscì per ilmanifestolibri.

In questi giorni, cerco di riflettere sul senso del “pensiero unico” che sta collassando. Ci hanno raccontato la globalizzazione e vediamo alzare muri, personaggi che guidano superpotenze come Usa e Gb sembrano aspettare che la pandemia faccia un po’ di selezione naturale, le categorie economiche non incidono sugli umori del “mercato”, le Borse tracollano, gigantesche montagne di carta (moneta) vengono bruciate in poche ore.

Da tempo non c’è più un soggetto politico che osi mettere in discussione le “compatibilità” su cui si è retto l’Occidente. E vediamo il Modello Cinese che affronta e risolve problemi giganteschi, sacrificando la democrazia alla salute pubblica, mentre i nostri governanti fanno calcoli a 48-72 ore. Potrei continuare, ma continuo a trovare evidente la necessità di una critica al capitalismo, che rimetta al centro l’umanità e ai margini il profitto.

Va estesa la sfera delle attività di cui si possa dire “Questo non è in vendita, questo non ha prezzo”.

Per questo, ho riletto Gorz.

Per questo, vi chiedo 10 minuti per coglierne le intuizioni, a quasi trent’anni da quando le scrisse.

È avvenuto, in Occidente, un drastico calo degli effettivi della classe operaia, mentre cresceva un proletariato precario che non trae dal lavoro la propria identità sociale: “Per la stragrande maggioranza, il lavoro non è più la vita. La vita non è più nel lavoro”.

Dopo il “crollo del sovietismo”, la questione del superamento del capitalismo dovrebbe apparire più attuale. Il socialismo “si definisce come opposizione al capitalismo, cioè come critica radicale di quelle forme di società nelle quali il rapporto tra le forze sociali, i processi decisionali, la tecnica, il lavoro, la vita quotidiana, i modelli di consumo e di sviluppo portano il segno di una pretesa di rendimento più grande possibile”. Come sosteneva Habermas, “il socialismo non sparirà che con l’oggetto della sua critica”. Leggi il resto dell’articolo

Cos’altro manca per fermare tutto il calcio?

Cosa ho detto ieri a Radio Popolare, Barrilete Cosmico.

Da 5’20 al 20’00.

2549, mi ricordo

Mi ricordo quando dicevo che solo da una catastrofe in Europa avrebbe potuto rinascere la sinistra, ora il primo ingrediente è servito.

#coronavirus, la crescita quotidiana, quanto e dove, l’effetto delle misure di contenimento

Rousseau Jean-Jacques, Il Contratto sociale, 1762

Du contrat social: ou principes du droit politique, venne pubblicato dal filosofo svizzero quando aveva cinquant’anni. Apre con questa frase: “L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. Come si è prodotto questo cambiamento? Lo ignoro. Cosa può renderlo legittimo? Credo di poter risolvere tale problema”.

Non essendo possibile tornare allo stato di natura, l’obiettivo di Rousseau è definire un modello di società che assicuri la tutela della libertà di ciascuno. Il discorso si sviluppa intorno a due poli: l’individualismo dei cittadini e il contrattualismo, l’idea che alla base dell’associazionismo politico vi sia un accordo razionale, che permette di superare la legge del più forte.

La fine dello “stato di natura” avviene attraverso l’affermazione della proprietà: un atto di forza (“usurpazione”) che crea disordine, oltre alla necessità del proprietario di giustificare le sue ricchezze. Serve una legittimazione giuridica delle proprietà, per sostituire alla forza il diritto. Compito dello Stato è preservare le intrinseche libertà dell’uomo, e garantirne la sicurezza e l’incolumità.

Per Rousseau, l’unica forma di proprietà giustificabile è quella basata sul lavoro: chi per primo arriva su una terra non può prenderne più di quella che può effettivamente coltivare.

La diseguaglianza, oltre che fattore di disordine, è immorale. Occorre moderarne gli effetti, facendo sì che “tutti possiedano qualcosa e nessuno abbia nulla di troppo”. Leggi il resto dell’articolo

#coronavirus, non trovo parole migliori

#coronavirus. Il peggio dell’Italia è che gli stessi che sostengono che la situazione è molto più grave e non ci dicono tutto, strillano perché bozze del decreto sono circolate liberamente, anziché restare segrete. Tenere un segreto in Italia fu possibile solo fino ad Andreotti.

In un Paese con 200 morti, 2 ogni ora negli ultimi giorni, scuole chiuse, tribunali quasi e limitazioni alle libertà individuali mai praticate dal 1945, solo una cosa pare impossibile: far ragionare la Lega Serie A e imporre la trasmissione in chiaro delle partite.

Se non ci sarà un rapido sussulto di buon senso, non seguirò partite alla radio, alla televisione e nemmeno in rete. Mi hanno disgustato.

Rinviare gli Europei di Calcio: se non ora, quando?

La Uefa sta lanciando segnali tanto tranquillizzanti quanto miopi: ci viene detto che l’emergenza sanitaria non comprometterà lo svolgimento degli Europei di calcio, il cui calcio d’inizio è previsto per il 12 giugno. Meno di 100 giorni.

Mi sono convinto, al contrario, che gli Europei andrebbero rinviati di un anno, o almeno a fine agosto, e che la decisione debba essere assunta entro pochi giorni.

Il 12 giugno, mi pare ovvio che vari Paesi europei saranno ancora alle prese con la diffusione del contagio. Inoltre, lo svolgimento della competizione, per la prima volta, è previsto in 12 città diverse, di Paesi diversi: Roma, Copenaghen, Bucarest, Amsterdam, Dublino, Bilbao, Budapest, Glasgow, Baku, Monaco di Baviera, San Pietroburgo e, infine, Londra.

Giocare a porte chiuse? Impedire ai tifosi di fare turismo? Cambiare idea e giocare solo in Inghilterra (sempre ammesso che l’isola resti ai margini della diffusione del Coronavirus)?

Considerando che vari campionati nazionali escono terremotati, con rinvii di partite e recuperi ravvicinati (soprattutto per le grandi squadre che giocano le Coppe), lo spazio effettivo lasciato alle Nazionali si riduce al minimo. E le possibilità di infortunio dei calciatori più impegnati crescono esponenzialmente.

A mio parere, ci sono già oggi le condizioni per rinviare gli Europei. Ma forse all’Uefa aspettano il casus belli: uno o più casi di positività di un calciatore o di un arbitro. Quel campionato verrebbe immediatamente fermato per almeno due settimane di quarantena. Sta già accadendo in Lega Pro.

Leggete Arianna Ravelli sul Corriere.

A margine: spero che il governo abbia il buon gusto (e il buon senso) di rinviare il referendum costituzionale del 29 marzo. E spero, ma non ci credo, che nessuno faccia polemiche su questa decisione.

Biggest and darkest clown

Ecco come ho deciso di comportarmi. Per me, il campionato di calcio di Serie A 2019-20 è finito, lo facciano vincere a chi vogliono.

Quanto alla Coppa Italia, è “interesse nazionale” che l’Inter venga eliminata dal Napoli, così che salti fuori uno straccio di data per recuperare Inter-Samp: e chi sono io per oppormi all’interesse nazionale?

Dunque, non guarderò Juve-Inter – la giochino anche a Villar Perosa con solo gli stretti familiari della Grande Famiglia che paga le tasse in Olanda. Ed eviterò di farmi il sangue marcio con la semifinale di ritorno.

Riallaccerò i contatti con l’Inter il 12 marzo, quando affronterà il Getafe (non che l’Uefa sia molto meglio della Lega Serie A, ha avuto presidenti arrestati, ma forse il conflitto di interessi è meno unilaterale).

Come ho già scritto, eviterò di spendere un solo euro – tv e giornali compresi – per sostenere il baraccone calcistico italiano. Sono arrivato alla conclusione che non c’è possibilità di rinascita senza un fragoroso fallimento, con i libri in tribunale, e invito Suning a rompere unilateralmente l’accordo per la trasmissione della Serie A in Cina (accordo fatto anche per entrare nel “salotto buono”, salvo scoprire che c’è un salottino ancora più buono al quale non si viene invitati).

Sono decisioni piccole, le mie, e mi costeranno: se vorrò essere coerente dovrò evitare di scroccare partite da amici con Sky, mentre mi verrà facile non comprare Gazzetta o altri giornali: ho smesso di farlo da almeno 5 anni.

Poche passioni vengono maltrattate e strumentalizzate come quella del tifoso. Io che tifoso lo sono da 55 anni, da questo distacco ricaverò un bel po’ di malumore, ma confido di poter trovare altri interessi, sempre che presto riaprano i cinema… La diffusione del virus è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso. Ha reso evidenti i caratteri della classe dirigente che gestisce il calcio italiano e, temo, lo sport in generale. Gente messa lì per far andare le cose come vogliono quelli che comandano. Per “valorizzare il prodotto”. La cui doratura esteriore, purtroppo, non riesce più a occultare il marcio.

Spero di riuscire a tenere fede a questo impegno. Singolare coincidenza, questo è il centesimo post dedicato all’Inter dai primi di luglio (chi passa da qui per quello, molte centinaia al giorno, forse smetterà di farlo). Trovo divertente che la pentola sia scoppiata per un pretesto, tutto sommato, secondario: la Juve che si inventa qualsiasi pretesto per non giocare a porte chiuse, persino quando sono chiuse le scuole.

Storia della Colonna infame, Alessandro Manzoni, 1840

Dello stesso periodo storico de I promessi sposi, è un breve “componimento misto di storia e d’invenzione”, così lo definì l’autore, che in seguito preferì una seconda stesura, meno romanzesca e più banalmente votata al verosimile.

A Milano, fra il 1629 e il 1633, sotto la dominazione spagnola, si sviluppò una catastrofica epidemia di peste, che lasciò oltre sessantamila morti. Più di un milione le vittime nell’Italia settentrionale, quasi un quarto della popolazione. A Milano, dilagò la convinzione che la peste fosse diffusa da untori, paura e paranoia fecero altre vittime.

La memoria dei fatti ci deriva dalla ricchezza di uno degli accusati, che a sue spese pubblicò la sua autodifesa. Costui fu assolto, a differenza di due innocenti che vennero condannati a morte, dopo atroci supplizi. Come monito, sulle macerie della casa di uno di loro venne innalzata la Colonna infame. Restò in piedi 148 anni…

Tutto cominciò il 21 giugno 1630, un giorno piovoso, nei pressi di Porta Ticinese. Dalle loro finestre, due donne videro un uomo coperto da mantello e cappello che compiva strani gesti. Una delle donne volle vedere cosa aveva fatto e trovò tracce di “un unto giallognolo”.

Venne arrestato Guglielmo Piazza, che una delle donne disse di aver visto incrociare l’untore. Interrogato, Piazza non disse niente. Poi “l’infelice fu atrocemente, lungamente, inutilmente martoriato”. Non aveva niente da confessare. Gli fu promessa l’impunità, in alternativa ad altre torture, se avesse confessato chi erano i suoi complici. E a questo punto, Piazza fece il nome di Giangiacomo Mora, un barbiere. Leggi il resto dell’articolo

L’unico paragone possibile per lo spudorato strapotere della Juventus sulle istituzioni sportive rimanda alle pagine più buie della DDR, alla Stasi e alla Dynamo Berlino di Mielke e Honecker.

Ho raccontato questa storia in Rivincite.

A differenza della controparte occidentale, il movimento calcistico della Germania Est arriva ad aggiudicarsi un oro olimpico (Montréal 1976). In patria, per dieci volte consecutive, fra il 1979 e il 1988, la Bfc Dynamo, meglio conosciuta come Dynamo Berlino, vince l’Oberliga.

La Bfc è una creatura di Erich Mielke, potentissimo capo del Ministero per la Sicurezza dello Stato (Stasi). Attraverso la polizia segreta, il regime mantiene il controllo su ogni aspetto della vita sociale; da ogni scuola, fabbrica, condominio, impianto sportivo, qualcuno riferisce alla Stasi.

Fino al 1989, l’ottantenne Mielke, conosciuto come Erich il vecchio per distinguerlo da Erich il giovane (Honecker, capo del partito), mantiene la presidenza della squadra berlinese. Tuttavia, la Dynamo non raggiunge lo scudetto finché il livello di correttezza del torneo si mantiene a livelli accettabili. Sul finire degli anni Settanta, Mielke impone che tutti i migliori talenti calcistici vengano indirizzati a Berlino. In quel periodo, scelte simili vengono compiute a Sofia (Cska) e Praga (Dukla), le squadre verso cui sono raggruppati i migliori calciatori bulgari e cecoslovacchi.

Anche grazie ad arbitraggi compiacenti, la squadra di Berlino conquista un campionato dietro l’altro, suscitando il disprezzo della quasi totalità della popolazione. Nel 1982-83, la Dynamo chiude imbattuta, i tornei sono talmente manipolati che dopo una partita contro la Lokomotiv Lipsia, finita 1-1 e passata alla storia come “lo scandalo di Lipsia”, le polemiche arrivano a scuotere i vertici del governo. Unico effetto, la squalifica a vita dell’arbitro.

Ai calciatori non resta che adattarsi, sanno di essere privilegiati a cui è consentito un tenore di vita inavvicinabile al resto della popolazione. Quasi nessuno osa esprimere le proprie convinzioni: in un’intervista a «Stern», importante rivista dell’altra Germania, Andreas Thom ammette che “le persone cercano di scappare perché non amano la vita che conducono in questo strano Paese”.

All’interno del blocco sovietico, la squadra di calcio per cui tifare è l’unica comunità alla quale si può liberamente scegliere di appartenere. Vittorie come quelle ottenute dalla Dynamo Berlino non bastano a costruire una tifoseria. Infatti, il crollo del Muro provoca una rapida decadenza della società. Cercando di prendere le distanze da un passato indicibile, i nuovi dirigenti cambiano nome alla squadra. Tagliato il cordone ombelicale che legava il club alla Stasi, tutto va a rotoli, la società precipita in Terza Divisione e poi in Quarta; nel 2001 centra la promozione, ma deve rinunciarvi per debiti. Nella stagione successiva dichiara bancarotta.

Chi volesse saperne di più: BBC NewsIl Nobile Calcio