Candiderei Donald Trump al Nobel per la Medicina, per la determinazione e pervicacia con cui ha voluto sviluppare lo studio sull’immunità di gregge

#Afroamericani. New Thing, Wu Ming 1, 2004

Dove affonda il razzismo negli Stati Uniti e come si è formata una coscienza di sé negli afroamericani?

In queste settimane segnate dalle manifestazioni di Black Lives Matter, mi è tornata alla mente una lettura di molti anni fa. E ho ripreso gli appunti…

“Alla fine degli anni Cinquanta arrivò la new thing, che per noi fu la liberazione dei suoni. Lo chiamavano anche free jazz, titolo di quell’album di Ornette Coleman, ma le etichette erano roba da bianchi. Noi criticavamo pure la parola jazz, per noi era la musica, punto… Dentro la nostra musica c’erano troppe cose per un solo paio d’orecchie: il mare che separa dall’Africa, conchiglia sull’orecchio e sentirla là in fondo, l’Africa”.

Mentre John Coltrane, appena quarantenne, sta morendo di cancro, un killer uccide una serie di jazzisti neri. Fra il 4 e il 25 aprile 1967, dalle parti di Brooklyn vengono uccisi tre giovani musicisti neri: il misterioso assassino è soprannominato dalla stampa “il figlio di Whiteman”.

Sonia Langmut all’epoca ha 23 o 24 anni; alta, capelli rossi, occhi verdi e lentiggini, scrive articoli di critica musicale per il Brooklynite; appassionata di jazz, gira con un registratore a bobine di fabbricazione tedesca, Butoba Mt5, con il quale registra concerti e raccoglie interviste. Sonia è la prima a cogliere il collegamento fra i delitti, il movente razzista. Le bobine registrate da Sonia trattengono varie voci, fino a catturare la confessione del killer. Leggi il resto dell’articolo

Gli eredi dei figli dei contadini

“La scuola dell’obbligo non può bocciare”. La scuola dell’obbligo non deve lasciare indietro nessuno, altrimenti diventa “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Non avevo mai letto la Lettera a una professoressa, uscito nel 1967. Lo sto facendo perché sono alla ricerca di qualcosa che somigli a un punto fermo, nella convinzione che la sinistra abbia smarrito il suo senso da quando ha smesso di preoccuparsi delle ingiustizie.

Mi pare insopportabile che la vita di un giovane, nell’Italia del 2020, sia ancora così impregnata di predestinazione: poco conta quanto vali, dipende da dove nasci, di chi sei figlio, chi può aiutarti.

Impressiona quanto era ripida, nel 1963/64, la piramide degli iscritti alle scuole elementari, medie, superiori e università.

E, approfondendo i dati sulla Leva 1951 (quasi un milione di bambini), è impressionante quanto fosse classista la scuola italiana: fra bocciati e ritirati, alla fine della scuola elementare, i figli di contadini erano 5 volte più numerosi dei figli di operai, 20 volte più dei figli di commercianti e artigiani, 60 volte più dei figli dei borghesi. 

Sono dati estrapolati dagli annuari statistici, a volte proposti con incisive quanto semplici “infografiche”. E la conclusione “filosofica” è inattaccabile: “Non c’è nulla di più ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”.

Più di mezzo secolo è passato da quando don Milani lanciava questo segnale. La grande differenza è che sono quasi scomparsi i figli dei contadini… Alla scuola di Barbiana, i ragazzi potevano diventare maestri e insegnare ai più piccoli. “Insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme e la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.

Nativi americani, la malinconia di Edward Sheriff Curtis

Dai primi del Novecento, per quasi trent’anni, Edward Sheriff Curtis (1868-1952) ha studiato i pellerossa, gli indigeni a nord della frontiera messicana e a ovest del Mississipi.

Li ha fotografati, ha raccolto documenti, testimonianze, musiche: più che un fotografo, è stato un antropologo autodidatta. Ne è derivata una monumentale enciclopedia in 20 volumi – The North American Indian – che contiene circa 2200 fotografie, selezionate dopo aver visitato 80 diverse tribù.
Dei pellerossa, Curtis conquista la fiducia e immortale la tradizione. Le sue immagini restituiscono la dignità di un popolo sconfitto, ne catturano la fierezza, ne amplificano lo sguardo, ne afferrano brandelli di magia, spiritualità, vita interiore.

Sono ritratti e situazioni in posa, tutt’altro che spontanei: Curtis ha attirato critiche per la pretesa di artisticità che è parsa prevalere sulla spontaneità necessaria a un approccio documentaristico. Spesso si tratta di inquadrature pazientemente “costruite”, non si faceva scrupolo di pagare le comparse e di ritoccare le foto. Volendo eliminare ogni traccia della civiltà moderna, cancellò una sveglia da un’immagine del 1910 scattata all’interno di un tepee… Leggi il resto dell’articolo

La storia su misura: su e giù dai monumenti

Statue distrutte o imbrattate, personaggi fatti scendere dal piedistallo su cui erano stati celebrati… Cambiano i punti di vista sui fatti, la tragedia americana di George Floyd (e di tanti altri) sta rinnovando il periodico dibattito sui monumenti celebrativi. La sostanza è sempre la stessa: la storia viene scritta dai vincitori.

La storia di Place Vendôme inizia verso il 1710, quando la piazza parigina venne progettata intorno ad una grande statua equestre del Re Sole.

Come tanti simboli della monarchia, anche quel monumento venne distrutto nella Rivoluzione del 1789.

L’attuale colonna di bronzo fu eretta nel 1810 con i cannoni dei nemici sconfitti ad Austerlitz e Napoleone nelle vesti di Giulio Cesare.

Nel 1814, la sconfitta di Lipsia trascinò a terra la statua: sulla colonna salì quella di un altro re, Enrico IV.

Cinquant’anni dopo, con Napoleone III, il primo imperatore venne risollevato, stavolta nell’uniforme dell’esercito francese.

Il 16 maggio 1871, al tempo della Comune, l’intera colonna venne abbattuta e la piazza fu dedicata all’Internazionale dei Lavoratori: “sarebbe stato troppo sopportare l’immagine del primo Napoleone mentre i generali del terzo ci stavano bombardando”, disse il pittore Gustave Courbet.

Sconfitta l’insurrezione, nel 1874 la colonna di bronzo fu rialzata insieme ad una copia della prima statua di Napoleone; la restaurazione politica prese la forma del restauro.

Tipica dei vincitori è la pretesa di fare i conti col passato, rinominando i luoghi. La finzione del “ministero della verità”, come la descrisse Orwell, è realmente accaduta ad opera di Stalin, Hitler e Deng, che hanno voluto costruirsi una storia su misura, dove Trotzki, le SA e la Banda dei Quattro non esistono, cancellati anche da filmati e fotografie. In quelle dittature si è manifestato un particolare accanimento nel distruggere il ricordo – non solo la vita – di personaggi che avevano condiviso gli stessi ideali.

Ma anche le democrazie occidentali diffondono una “storia ufficiale” piena di situazioni edificanti, fortemente illuminate, e di “zone d’ombra” e vuoti di memoria. Nelle guide turistiche di Parigi, ci sono minime tracce della Comune, e anche la Rivoluzione dell’89 non viene celebrata con luoghi dedicati a Robespierre, Danton, Saint Just e Marat. A differenza di Napoleone, con le sue vittorie e i suoi generali…

(pubblicato nel luglio 2013)

Le curve del virus

Stasera assisteremo al secondo incrocio positivo fra le 4 curve del virus, per come abbiamo imparato a conoscerle. Le quattro curve indicano lo sviluppo del numero di contagiati (BLU), guariti (VERDE), ancora positivi (ROSSO) e morti (NERO).

Il 6 maggio si è verificato il primo incrocio: il numero dei guariti scavalcò quello degli ancora positivi. Stasera, con ogni probabilità, il numero dei positivi scenderà sotto il numero dei morti, la curva ROSSA scenderà sotto la curva NERA: ieri, i numeri ufficiali dicevano 35.262 / 33.899, i morti crescono di 50-80 unità al giorno, i guariti crescono, in media, di più di 1.200.

Visivamente, questi incroci trasmettono ottimismo. Del resto, se si dà credito ai numeri ufficiali, ieri erano solo 287 i ricoverati nelle terapie intensive, come il 4 marzo, a fronte dei 4.068 del 3 aprile. E se si dà credito ai numeri ufficiali, il 70,6% dei sintomatici può definirsi guarito. Nell’ultima settimana, sono stati identificati appena 2.137 casi, a fronte dei 6.557 nella sola giornata del 21 marzo.

Eppure, non si può stare tranquilli. Leggi il resto dell’articolo

Spostamenti fra regioni, facile beffare gli algoritmi

Il governo è al bivio: aprire agli spostamenti tra le regioni dal 3 giugno, o rinviare di una settimana. Per tutti, senza distinzioni: come se la situazione fosse la stessa in Sardegna e in Lombardia. Spero venga deciso il rinvio, non ho la minima fiducia nei numeri che ci vengono raccontati.

Alcune Regioni del sud, soprattutto Sicilia e Sardegna, hanno minacciato di far entrare sul proprio territorio solo chi si presenterà con un test sierologico effettuato nei tre giorni precedenti. Il ministro Boccia ha già brandito l’impugnazione di simili provvedimenti davanti al Tar, ma un problema come questo non può essere risolto senza il massimo consenso.

Al solito, il governo si trincera dietro i dati. Forse già oggi arriveranno quelli dell’ultimo monitoraggio settimanale effettuato dal ministero della Salute per misurare l’andamento della curva epidemica, con il famoso fattore Rt: il tasso di contagiosità del virus. Leggi il resto dell’articolo

Forme di lotta: una lezione dal Belgio

Ho visto questo breve filmato su Twitter.

Mostra il primo ministro belga in visita a un ospedale, con medici e infermieri che ostentatamente gli voltano le spalle.

Mi ha colpito per due motivi: era dai tempi di Till Eulenspiegel che il Belgio non forniva qualche lezione di politica a tutto l’Occidente.

E, poi, provate a immaginare un brusco rialzo della curva dei contagi in Italia, grazie al sostanziale “liberi tutti” di questa Fase 2. Provate a immaginarlo, qualche leader politico di quelli che ora cianciano di “riprendersi la normalità”, che osi presentarsi davanti a un ospedale…

2614, mi ricordo

Mi ricordo che nella Fase 1 pensavo necessaria una riforma per ridimensionare le Regioni, mentre nella Fase 2 non mi sento di escludere la loro abolizione.

La palla non rotola

Quando discutiamo intorno all’eventuale ripartenza della Serie A, non stiamo parlando di sport. Parliamo di soldi (e un po’ di psicologia delle masse). Ogni scelta fa i conti con il gigantesco danno finanziario che incombe sul “passatempo nazionale”.

Ricapitoliamo; sabato 16 maggio riparte la Bundesliga; il 12 giugno ripartirà la Premier League; a metà giugno è prevista la ripresa della Liga spagnola; solo della Ligue 1 francese, con un atto governativo, è stata decretata la fine.

Come spesso accade in economia, il primo punto di riferimento è il “modello tedesco”: prevede di isolare il calciatore che dovesse risultare positivo, mentre il resto della squadra potrà proseguire gli allenamenti e le partite. La solitaria quarantena durerà 7 giorni. Pare che anche la Premier e la Liga intendano attestarsi su quel modello.

In Italia, invece, il Comitato Tecnico Scientifico ha stabilito che se risultasse positivo anche un solo giocatore, tutta la squadra va posta in quarantena. Per 14 giorni. E pare automatico che se la scoperta avvenisse dopo una partita, in quarantena dovrebbe andare anche la squadra avversaria.

Il 18 maggio riprendono gli allenamenti collettivi. In teoria, sabato 13 giugno potrebbe ripartire la Serie A. Sempre in linea teorica, se entro il 2 giugno nessuno fosse trovato positivo, con la clausura imposta alle squadre nessuno dovrebbe poi ammalarsi. Ma se succede? “La festa appena cominciata è già finita”, cantava Sergio Endrigo… Leggi il resto dell’articolo

Linea Alternativa, 28 aprile

Questo video “casalingo” riprende la parte conclusiva dell’intervista che ho rilasciato martedì scorso per il Numero Zero di un programma trasmesso da una web tv.

Stasera, pare, si dice, intorno alle 21.00 dovrei partecipare alla puntata Numero 1.

Ping-pong fra le due massime autorità sportive

Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: “Dal 18 maggio riprenderanno gli allenamenti di squadra. Sul campionato ci baseremo su elementi scientifici, oggi non disponibili. A metà maggio si potrà fare una previsione realistica… La maggioranza degli italiani non vede di buon occhio la ripresa del campionato, ma io non bado in questo momento ai sondaggi”.

Il presidente del Coni Giovanni Malagò: “La ripartenza? Siamo in buona compagnia con gli altri settori del Paese, oggi una buona parte degli sport si è rimessa in moto e speriamo il prima possibile di coinvolgere tutti… Calcio? Non metto bocca su una questione politica”.

Il problema è che saranno ancora lì quando l’emergenza sarà finita.

Serie A, il gioco delle parti

Due giorni fa ero convinto che il destino della Serie A fosse segnato.

Il Governo francese imponeva lo stop alla Ligue 1 – approvo il ricorso del Lione e, intanto, spero si sfogherà contro la Juve -, in Germania qualche ripensamento, le voci sulla lunga positività di Dybala, le inconciliabili divisioni fra presidenti (Lotito e Cellino a capo delle opposte fazioni, basta questo a far capire cos’è il calcio in Italia), Sky che non vuole pagare per un prodotto che non può trasmettere, la scarsissima autorevolezza dei Del Pino e dei Gravina, la strana alleanza fra Spadafora e Malagò… tutto spingeva a concludere che si saremmo rivisti a settembre. O peggio.

Sto cambiando idea.

Questo Governo ha troppi fronti aperti per sfidare l’impopolarità, dichiarando chiuso il campionato. Già con i Vescovi è in atto un’evidente retromarcia, si farà messa dal 10 maggio, e mi aspetto altri cedimenti, altre retromarce, altre eccezioni alla regola.

È un Governo debole, posto di fronte a un’emergenza disastrosa, non può fare la voce grossa con tutti. Oltre ai Vescovi, deve digerire che Regioni di centrodestra e centrosinistra applichino misure estensive, giustificate dal PIL. Facile dedurre che il famoso protocollo Figc verrà ritoccato e approvato (anche se non sarà facile giustificare tanti tamponi a una categoria di privilegiati), e anche qui si potrebbe passare alla Fase 2, ricominciando le chiacchiere sull’auspicabile trasmissione in chiaro di un po’ di partite a porte chiuse.

Con qualche giro di parole, a metà giugno potrebbe ripartire il campionato.

Tutto risolto, dunque? Neanche per sogno.

C’è un gigantesco non detto, che può far naufragare ogni ripartenza ma salvare capra e cavoli, cioè la faccia dei tanti, mediocri protagonisti di questo asperrimo conflitto. Faccio un’ipotesi: fino al 10-12 maggio, i dati dei nuovi contagiati andranno in discesa, e così pure il numero dei morti. Del resto, il numero dei “nuovi positivi” ieri è molto simile a quello del 9 marzo, quando certe autorità volevano far giocare Juve-Inter a porte aperte.

Ma verso il 12-14 ci sarà una lieve risalita, e forse intorno al 20 una risalita più pronunciata. Ecco, allora, che tornerà tutto in discussione. A fare la differenza, potrebbe essere il caso di 2-3 calciatori della stessa squadra che risultassero positivi, imponendo la quarantena dei compagni.

“Ci abbiamo provato!”, diranno, con il viso atteggiato a mestizia. E allora sì, ci rivedremo a settembre.

Infine, una domanda retorica: Andrea Agnelli che dice che non accetterebbe mai uno scudetto a tavolino, è lo stesso Andrea Agnelli che dopo Calciopoli ha fatto 38 ricorsi e chiesto 444 milioni di risarcimento alla Federcalcio?

Primo Maggio, non sta succedendo niente, le fabbriche riapriranno, arresteranno qualche studente…

oppure…

Strepiti

Bella ciao, Yves Montand, 1963

#bellaciaoinognicasa. 25 Aprile, flashmob alle 15.00

L’ANPI ha rivolto un appello alle radio locali.

Abbiamo chiesto al Paese di intonare dalle finestre, dai balconi l’inno della Resistenza, di coloro che si sono battuti contro la criminalità nazifascista regalandoci i diritti civili, sociali, la libertà di poter essere ed esistere.

Ci appelliamo alle emittenti radio sparse in tutto il territorio nazionale, affinché mettano in campo la propria professionalità e curiosità civili per dar conto adeguatamente dell’evento.

Come allevare un animale che possa fare promesse

La memoria si fonda sul dolore: “il passato, il più lungo, profondo, spietato passato alita su di noi e zampilla dentro di noi… Quando l’uomo ritenne necessario formarsi una memoria, ciò non avvenne mai senza sangue, martiri, sacrifici; i sacrifici e i pegni più spaventosi (in cui si ricomprendono i sacrifici dei primogeniti), le più ripugnanti mutilazioni (per esempio le castrazioni), le più crudeli forme rituali di tutti i culti religiosi (e tutte le religioni sono, nel loro ultimo fondo, sistemi di crudeltà) – tutto ciò ha la sua origine in quell’istinto che colse nel dolore il coadiuvante più potente della mnemonica”.

Affinché si creasse memoria, bisognava vincere la naturale tendenza all’oblio e solo un sistema della crudeltà poteva riuscirci.

Alexander Calder - Debout (In piedi)La colpa deriva dal debito, il danno va sanato col dolore, la sofferenza inflitta è la compensazione di debiti-promesse non mantenuti.
“Per infondere fiducia nella sua promessa di restituzione, per dare una garanzia della serietà e santità della sua promessa, per imporre, in se stesso, alla propria coscienza la restituzione come dovere e obbligazione, il debitore dà in pegno, in forza del contratto, al creditore, per il caso che non paghi, qualcosa d’altro che ancora possiede, su cui ha ancora potere, per esempio il proprio corpo o la propria donna o la propria libertà o anche la propria vita”.

Il rapporto fra compratore e venditore, creditore e debitore, è all’origine del “sentimento della colpa”: “Stabilire prezzi, misurare valori, escogitare equivalenti, barattare – ciò ha preoccupato il primissimo pensiero dell’uomo in una tale misura, che in un certo senso pensare è tutto questo: qui è stata coltivata la più antica sorta di perspicacia, qui si potrebbe supporre il primo avvio dell’umano orgoglio, del suo sentimento di primato rispetto agli altri animali”.

L’evoluzione del diritto penale cresce insieme alla potenza e all’autocoscienza di una comunità, e va invariabilmente mitigandosi. “Non sarebbe inconcepibile una consapevolezza di potenza della società, in cui essa potesse concedersi il più nobile lusso che per lei esista – lasciare impuniti i suoi offensori”.
La pena e la colpa, dunque, hanno origini mercantile: non si tratta di vendetta o intimidazione.

appunti da Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, 1887

21 e 25 Aprile

L’emergenza epidemiologica renderà impossibile, per la prima volta nella storia repubblicana, celebrare nelle piazze e negli spazi pubblici il 75° anniversario della Festa della Liberazione.

La foto qui sopra è presa dall’archivio IBACN.

Il link che segue è dedicato al mio paese, San Giorgio di Piano.

Fase 2: gli orizzonti della task force

Come e quando si riparte? Sono le domande che ci assillano, buona l’idea del governo di dare vita a un “gruppo di lavoro” che avanzi proposte circostanziate. Sarei curioso di assistere alle loro discussioni, e ancor più di sapere se questa task force avrà poteri effettivi.

I nomi sono notevoli: a guidarli un supermanager come Vittorio Colao. E scorrendo i “titoli”, corre immediato il pensiero che si tratti di personalità di cui è giusto fidarsi. Certo, c’è la solita sotto-rappresentanza femminile (4 su 17), ma vorrei attirare l’attenzione su un altro paio di giganteschi “ma”.

Il primo ha a che fare con i numeri: non pare affidabile nessuno fra quelli che viene quotidianamente diffuso. Non i contagiati (forse sono 10 volte di più), non i guariti (si confondono con i dimessi), non i morti (tanti sono morti a casa), non i tamponi (indicano il numero degli esami non le persone). Forse l’unica cifra davvero significativa è quella dei ricoverati nelle terapie intensive. Ma se i numeri su cui si fanno le valutazioni sono così incompleti, il rischio è siano scorrette anche le soluzioni dedotte.

Secondo: le competenze di queste 17 persone sono pesantemente segnate dall’economia di mercato, quella che fa crollare le Borse per la pandemia e alza lo spread a danno di chi ne soffre di più. La logica del capitalismo, del resto, era quella che Boris Johnson e Donald Trump ci ammannivano prima che il contagio li costringesse al dietro front: scommettere sull’immunità di gregge…

Questi 17, sono nomi che farebbero bella figura in qualunque Consiglio di Amministrazione: economisti, statistici, esperti di business, bancari, revisori contabili, avvocati, luminari di nuove tecnologie. Ci sono un paio di psicologi, un docente di diritto del lavoro, un paio di medici-dirigenti (disabilità e salute mentale), il presidente della Cassa depositi e prestiti. Tutti esperti nel maneggiare soldi.

Viene da temere che la Fase 2 somigli sinistramente alla Fase 0, quella che ha preceduto questo sconvolgimento epocale. A parte Enrico Giovannini (Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e Filomena Maggino, a cui è associata l’espressione “benessere equo e sostenibile”, la task force non sembra comprendere “esperti” che sappiano immettere nella Fase 2 le novità necessarie: come affrontare il cambiamento climatico, l’inquinamento delle città, una riconversione agricola e nella distribuzione dei prodotti alimentari, la riorganizzazione della sanità, un nuovo modello organizzativo per la Pubblica Amministrazione, la modernizzazione dell’offerta turistica, nuovi sistemi per lavorare limitando gli spostamenti. Eccetera.

È chiaro che sto chiedendo troppo a queste 17 persone, convocate a “rimborso spese”. Ma saranno loro, a quanto pare, a dare la direzione di marcia, e l’orientamento che si assume nel pieno di un’emergenza è destinato a protrarre gli effetti fino alla cosiddetta normalità.

Perciò è lecito sperare che almeno la task force sia consapevole che è il “ritorno alla normalità” non è ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Financial Times o Hokusai?

L’omaggio regale a Vera Lynn

Elisabetta II si è recata da sola nella sua White Drawing Room del castello di Windsor. E a due metri di distanza da un solo cameraman (con mascherina e tuta protettiva) ha registrato il quarto discorso straordinario della sua ormai leggendaria reggenza: 68 anni.

Indossava un abito verde, gli esperti di protocollo ci dicono sia un omaggio ai medici e agli infermieri, il colore delle loro divise.

Alla fine dei 4 minuti del suo discorso, la regina – 94 anni il prossimo 21 aprile – ha rivolto l’augurio che possano arrivare presto giorni migliori, citando una canzone del 1939 di Vera Lynn, We’ll Meet Again.

Cantante e canzone non diranno molto agli italiani, a parte quelli che conoscono a memoria The Wall dei Pink Floyd.

Vera Lynn è stata una cantante molto famosa in Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale.

Qualcuno qui ricorda Vera Lynn? Ricorda ciò che disse, che ci saremmo incontrati di nuovo in un giorno di sole… Parole di Roger Waters.

Untori, Immunità, Stato di eccezione, Cittadinanza, Europa: di Luigi Cavallaro

Era il 2 Marzo, è passato già un mese (anzi, solo un mese) da quando ho scritto qualcosa sulla Storia della Colonna Infame.

Ma dalla rilettura del Manzoni possono scaturire riflessioni ben più dense, e vertiginose domande sul senso di quanto sta avvenendo e sui conflitti che ci aspettano: lo fa un amico, Luigi Cavallaro, a cui rimando per una lettura tanto illuminante quanto inquietante…