Ágnes Keleti su #Rivincite. #Tokyo2020

Nel corso della cerimonia inaugurale dei Giochi, è stato proiettato un video con Ágnes Keleti, cent’anni compiuti a gennaio, la più anziana medaglia d’oro olimpica vivente.

Keleti era una ginnasta; per l’Ungheria, ha vinto cinque titoli olimpici tra il 1952 (Helsinki) e il 1956 (Melbourne), costruendo una fantastica rivalità con la sovietica Larissa Latynina. Su Rivincite le avevo dedicato queste righe.

A Melbourne 1956, “nella sfilata d’apertura, il pubblico tributa un lungo applauso agli ungheresi e un cupo silenzio ai sovietici: dal 23 ottobre, a Budapest, è cominciata l’insurrezione popolare, gli scontri di piazza proseguono anche durante i Giochi.

Fra gli ungheresi, spicca una ginnasta straordinaria, Ágnes Keleti: ha già vinto quattro medaglie a Helsinki, tra cui l’oro al corpo libero, e si ripropone a un’età oggi impensabile (35 anni). Il pubblico assiste al magnifico duello con la sovietica Latynina: l’ungherese prevale al corpo libero, alle parallele e alla trave, si classifica seconda nella gara a squadre, alle spalle dell’URSS, e nel concorso generale, dietro la grande rivale.

Il padre della Keleti è morto ad Auschwitz, mentre procedono le competizioni olimpiche a Budapest si continua a sparare: si diffonde la notizia che la madre e la sorella siano rimaste uccise nel corso degli scontri di piazza. In realtà, la ginnasta sta organizzando la loro fuga, e il ricongiungimento avviene proprio a Melbourne dove, al termine della rassegna olimpica, Keleti e altri quarantaquattro ungheresi ottengono asilo politico.

L’anno successivo si trasferisce in Israele, dove allena la nazionale di ginnastica e insegna all’università di Tel Aviv. Dal 1981, Ágnes Keleti è inserita nella International Jewish Sport Hall of Fame, ed è tuttora l’atleta ebrea più vincente nella storia dei Giochi”.

I Giochi tornano agli antipodi, nel 2032 si va a #Brisbane, nessun’altra città si era candidata. Per il 2036, scommetto su #Berlino

Pare finita l’epoca in cui si corrompevano i membri del CIO per farsi assegnare i Giochi.

L’edizione 2032 delle Olimpiadi estive si disputerà a Brisbane, in Australia, come ha deciso il CIO nel corso della sua 138esima Sessione.

Non proprio una sorpresa: dopo il ritiro di Mumbai e di Città del Messico, Brisbane era l’unica città candidata a ospitare le Olimpiadi del 2032, e sarà la terza città australiana, dopo Melbourne 1956 e Sydney 2000.

Com’è noto, dopo l’edizione di Tokyo2020, slittata al 2021, le prossime due Olimpiadi estive si terranno a Parigi (2024) e a Los Angeles (2028).

Facile immaginare che nel 2036 i Giochi torneranno in Europa.

Sarà passato un secolo e Thomas Bach non sarà più il Grande Capo, in odore di conflitto di interesse: chissà, forse sarà venuto il tempo di correggere la drammatica immagine di Berlino.

Il fumo dei lacrimogeni. #Genova per noi. Vent’anni dopo.

All’alba di vent’anni fa eravamo in viaggio verso Genova.
Poche ore prima era stato ucciso Carlo Giuliani.
Poche ore dopo, mentre eravamo già di ritorno, il vergognoso assalto alla scuola Diaz.

Quel sabato genovese, in mezzo a una folla immensa – nonostante il segretario dei Ds, Fassino, avesse invitato a starsene a casa – è diventato un anniversario. L’ennesimo.
Quando si dice che la sinistra italiana ha perso molti autobus, a me viene da pensare che “non aver visto Genova” resta l’erropre più grave, quello che spiega gran parte delle attuali disgrazie.
Perché – lasciatemelo dire – noi avevamo ragione. Eravamo persino profetici.

Di seguito, quello che scrissi su “Zero in condotta”, un giornale bolognese che per più di otto anni ha provato a esprimere un altro punto di vista. Ne anticipo il finale:
“Potremmo passare qualche ora intorno a un tavolo (metaforico), e mettere in fila tutti gli errori che abbiamo commesso: errori di organizzazione, di analisi della situazione, di forme di lotta, di linguaggi, eccetera. Arriveremmo probabilmente a sommare decine di errori, e dovremmo chiederci come mai, tuttavia, siamo stati capaci di costruire il movimento più imponente che si sia visto in Italia negli ultimi 15 anni. Se non siamo stupidi, questa è la sostanza che rimane, dispersi i fumi dei lacrimogeni”.

Carlo Giuliani, ragazzo

Il fumo dei lacrimogeni
Tre suggestioni prepolitiche da uno dei trecentomila testimoni oculari

1. L’Anabasi
Genova è bellissima. Persino così, dentro un film di fantascienza, dove gli abitanti sono fuggiti e il mare riverbera ondate di luce abbagliante. Sabato mattina fa caldo, in fondo a via Cavallotti, da una terrazza che suscita invidia, due signore di mezz’età ci lanciano bottiglie d’acqua, fra gli applausi, e innaffiano i manifestanti, rinfrescandoli. Venerdì sera avevo fatto e ricevuto tante telefonate: convincendo qualcuno a partire comunque (nonostante l’indimenticabile “farfugliare” di Fassino a Porta a porta), ma anche convincendo qualcuno a non venire. Ma lì, sabato mattina, in quella città bellissima, dentro un corteo di cui non si vedevano l’inizio o la fine, mi ero sentito stupido: che motivo c’era di dubitare? davanti a una manifestazione così, cosa poteva succedere?
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La pandemia e il suo impatto sulle altre cure

Meno 1,3 milioni di ricoveri ospedalieri. Meno 144,5 milioni di prestazioni (esami, visite, eccetera). La speranza di vita alla nascita che, per la prima volta da decenni, si è drasticamente ridotta di molti mesi.

Ecco l’impatto indiretto della pandemia sull’erogazione di prestazioni sanitarie, nel confronto 2020 su 2019 (e si può star certi che il 2021 non abbia avuto un impatto meno rilevante),

Prendetevi il tempo di leggere il rapporto curato da GIMBE e realizzato da Nino Cartabellotta, Elena Cottafava, Renata Gili, Roberto Luceri e Marco Mosti. QUI

“La riduzione delle attività varia notevolmente da Regione a Regione e in molti casi non è possibile giustificarne l’entità con riferimento alla situazione epidemiologica: alcune Regioni del Sud, per esempio, meno coinvolte dall’epidemia COVID-19 durante la prima ondata, hanno registrato un taglio delle attività confrontabile, in variazione percentuale, alle Regioni del Nord maggiormente colpite.
Inevitabilmente tale impatto potrebbe tradursi nei prossimi anni in un peggioramento degli outcome di salute per la popolazione generale, a causa della rinuncia ad effettuare interventi chirurgici, visite di controllo o esami diagnostici o dell’incapacità del sistema sanitario di provvedere agli stessi“.

Cinque cerchi di separazione, la mia prefazione al libro di Federico Greco

Non l’avete ancora acquistato? E allora, cosa scrivo a fare?

Ripeto, si tratta di una lettura necessaria a chi volesse affrontare i Giochi di Tokyo con l’interesse a comprendere certi conflitti che continuano ad agitarsi sotto la superficie.

Greco ricostruisce decine di storie di sport, attraverso le quali illumina l’irruzione delle donne in una dimensione che per secoli era rimasta maschile. La storia dell’emancipazione passa anche dalle “barriere di genere infrante nello sport” e si nutre pure di gesti simbolici come il doppio portabandiera italiano alla cerimonia di inaugurazione di Tokyo 2020.

A questo libro, edito dalla milanese Paginauno, ho contribuito con questa prefazione, che ha per titolo Masha e Billie Jean.

E qui ho la possibilità di mostrarvela, la fotografia da cui parte il mio ragionamento…

Ho davanti un’immagine, la fotografia di due tenniste di generazioni diverse, una bruna e una bionda, riunite all’anteprima di un film uscito nel 2017.

All’epoca, la prima aveva 64 anni, corti capelli scuri, piccola di statura, portava enormi occhiali rosa; nata a Long Beach, nel 2009, Barack Obama le aveva attribuito la Medal of Freedom.

Di anni, l’altra ne aveva trenta, alta, bionda, con lunghissime gambe e un portamento da top model, abitino nero con profonda scollatura; nata a Niagan, nella Russia siberiana e cresciuta negli Stati Uniti, ha preferito soffrire sui campi da tennis anziché sfilare sulle passerelle.

La prima si chiama Billie Jean King e ha trionfato in 12 tornei del Grande Slam (6 volte a Wimbledon), la seconda è Maria Sharapova, dei grandi tornei ne ha vinti solo 5, ma per anni è stata la sportiva più pagata al mondo.

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#Seveso, 45 anni fa: uno dei 10 momenti fatali che hanno segnato la mia coscienza politica

Ohibò, esistono i diciottenni

Dunque, anche i diciottenni potranno eleggere i senatori. Il Senato ha votato il sì definitivo alla riforma costituzionale che abbassa l’età del voto dagli attuali venticinque anni; dalle prossime elezioni politiche, l’età minima per poter votare per il Senato sarà uguale a quella per la Camera.

È la tipica “riforma” di questi orridi tempi. Non costa nulla, non si spenderà un solo euro, e si lancia un segnale (una narrazione) di stampo egualitario. Del resto, chiunque capisce che il limite posto nel 1948 era ormai anacronistico.

Ai miei occhi, si tratta di una riforma tremendamente paternalista, non essendoci stati movimenti giovanili che abbiano manifestato per ottenere questo diritto di voto; la logica è semplice, si concede bonariamente un diritto da parte di chi ce l’ha già. Nessun conflitto, anzi un generalizzato volemose bene.

Ma questa riforma della Costituzione non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi né alla Camera né al Senato, dunque prima della promulgazione occorrerà attendere tre mesi, durante i quali potrebbe essere chiesto un referendum confermativo. Mi chiedo quale forza politica possa essere così folle da impegnare energie per fare una cosa simile.

In base all’articolo 138 della Costituzione, il referendum costituzionale sul voto ai diciottenni potrebbe essere chiesto da 500.000 elettori o da 5 Consigli regionali o da 1/5 dei membri di una Camera (ottima alternativa ai banchetti sotto il torrido sole). Altrimenti, la riforma entrerà automaticamente in vigore, rendendo ancora più stridente l’italico bicameralismo perfetto.

Hanno calcolato che si tratta di una platea di circa quattro milioni di giovani. E qualcuno ha già fatto altri calcoli: trovo istruttivo il grafico elaborato da YouTrend su chi sarebbe stato beneficiato dall’allargamento della platea elettorale del Senato. Appena tre anni fa…

Aria rovente: come perdemmo la guerra

Il primo semestre 2021 è stato a livello globale il più caldo dal 1880.

Il mese di giugno è il mese più caldo in assoluto, da quando si rilevano i dati delle temperature.

Tutti i dieci anni più caldi a partire dal 1880 si sono verificati negli ultimi quindici.

Sono alcuni dei dati resi noti da un autorevole ente americano, il NOAA (National Oceanic and Atmospherical Administration). Dalla copertina di Time sono passati undici anni, la situazione globale è ancora peggiorata.

A Miami, la più grande città della Florida, gli effetti della crisi climatica sono più gravi che in qualsiasi altra zona del paese. Le strade finiscono sott’acqua anche nei giorni di sole, le tempeste tropicali fanno più danni e sono più frequenti, tanto che ormai è normale vedere le persone che girano in canoa o in moto d’acqua nei loro quartieri.

Tutta la regione occidentale degli Stati Uniti è alle prese con la peggiore siccità degli ultimi vent’anni. Alcune zone sono uscite dalla categoria “siccità estrema” per entrare in quella della “siccità eccezionale”. In tutta la regione, i livelli delle riserve idriche sono vicini ai minimi storici, la neve sulle montagne, è già sciolta, e i mesi più caldi devono ancora arrivare.

Un articolo di David Wallace-Wells su Internazionale fa capire come si annunci una “stagione degli incendi” ancora più grave di quella del 2020, che già era stata da record. Più foreste bruciate, più infrastrutture danneggiate, più case distrutte, più morti. E oltre alla devastazione immediata, altri problemi meno visibili ma altrettanto gravi.

L’aspetto più preoccupante è il circolo vizioso tra incendi e carenze idriche. I terreni aridi fanno aumentare il rischio di roghi, e gli incendi mettono a rischio le forniture idriche già in difficoltà. Quando i pendii di una foresta bruciano, lo strato che serve a rendere permeabile il terreno viene eroso, sulla superficie rimangono cenere, detriti e metalli tossici che, con la pioggia, scivolano a valle, finendo per inquinare le riserve idriche.

3476, mi ricordo

Mi ricordo una sconsolata raccolta di poesie intitolata “Il dubbio dei vincitori”.

Un fascio di bombe, Milo Manara – Alfredo Castelli – Mario Gomboli

Dalla quarta di copertina, il fascicolo originale, graffettato, grida uno slogan a lettere bianche su sfondo rosso: “Quelli che vi promettono l’ordine, non ve lo daranno mai, anche perché non la smettono di organizzare il disordine”.

Ai testi Alfredo Castelli e Mario Gomboli, futuri artefici di Martin Mystère e Diabolik; ai disegni il non ancora trentenne Milo Manara, già “gruppettaro” maoista all’università di Venezia; nella gerenza sta scritto che hanno collaborato alla realizzazione del fumetto anche Angela e Luciana Giussani. Sono 45 tavole in bianco e nero di straordinario valore, politico e propagandistico. Fu il Partito Socialista Italiano (segretario Francesco De Martino; Craxi arriverà l’anno dopo, con il congresso all’hotel Midas), a commissionare 48 tavole in bianco e nero, con una formidabile tiratura – 600mila copie – in parte allegato al quotidiano l’Avanti!, in vista delle elezioni Regionali del 1975. Vistosa questa nota: “Ogni rassomiglianza di questo fumetto con persone viventi o vissute o con fatti realmente accaduti non è casuale. È volontaria”.

Più volte ristampato, questo fumetto resta una pietra miliare della nona arte, o almeno di quel che avrebbe potuto essere il fumetto politico, in un Paese meno conformista e intimamente democristiano. L’oggetto era e rimane urticante: la bomba di piazza Fontana, che il 12 dicembre 1969 provocò 13 morti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Di quella strage viene indicata esplicitamente la matrice fascista con la collaborazione di parti dello Stato. Nelle tavole di Manara, scorrono i volti di Fanfani e Almirante, Valpreda e Pinelli, dei neonazisti Freda e Ventura. La sceneggiatura scorre ad alto ritmo, alternando tavole suddivise in canoniche vignette ad altre in cui l’artista poteva muoversi con la massima libertà espressiva. La qualità del prodotto si abbassa solo nel finale, i primi due terzi si avvicinano a uno dei capolavori di Magnus, la storia dello Sconosciuto che ha per titolo Largo delle tre api (uscirà pochi mesi dopo, nel settembre 1975, per le Edizioni del Vascello).

Caratterizzato da una trasparente (e perciò apprezzabile) tensione pedagogica, Un fascio di bombe comincia con gli ossequi a un generale e a un’eccellenza che arrivano in una villa nei pressi di Roma, il 15 novembre 1969. Nella villa si svolge una riunione alla quale partecipano molti industriali, deputati e militari, l’oratore enuncia frasi che Castelli e Gomboli ripresero da testi di Pino Rauti e Guido Giannettini, infine l’intera platea si alza e solleva il saluto romano.

Franco Moretti è un biondo e occhialuto giornalista dell’Avanti!; sta svolgendo un’inchiesta sui movimenti extraparlamentari di destra e ha scoperto qualcosa. Chiede udienza all’Ufficio Politico della Questura, ma il poliziotto sembra non credere a una parola. In realtà, è un poliziotto onesto, ma sa di muoversi sulle sabbie mobili, e infatti verrà neutralizzato dal suo superiore (l’oratore nella villa), e infine trasferito. Nel frattempo, il giornalista subirà un violento pestaggio.

Si arriva al 12 dicembre 1969, gli sceneggiatori scelgono di mostrare un montaggio alternato fra i movimenti di una delle vittime della strage, il tentativo di far fallire l’attentato da parte di un pentito, le frenetiche telefonate del giornalista e del poliziotto onesto… Le 16.37: la banca, una valigetta abbandonata, un lampo… Seguono due splash page che paiono ispirate a Guernica. Qualche minuto dopo, a Roma, esplodono altre due bombe, nei sotterranei di una banca e davanti all’Altare della Patria. Un quarto ordigno non esplode; ma anziché disinnescarlo per trovare qualche traccia o impronta, arriva l’ordine di farlo brillare.

“La pista anarchica”; ai disegni di Manara si aggiungono le riproduzioni delle prime pagine di vari quotidiani.

Il 16 dicembre muore Giuseppe Pinelli e presto appaiono scritte sui muri: “Pinelli è stato suicidato”. Poi si concretizza il complotto per incolpare Pietro Valpreda. In seguito, alcuni potenziali testimoni muoiono misteriosamente. Il 17 maggio 1972 viene assassinato il commissario Calabresi.

Già nel giugno 1970, un gruppo di giornalisti aveva ricostruito quanto accaduto a Piazza Fontana con un libro intitolato La strage di Stato. Nel 1971 vennero catturati Franco Freda e Giovanni Ventura, il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio li accuserà di aver organizzato la strage.

Il 28 maggio 1974 scoppiò una bomba in piazza della Loggia, a Brescia; il 4 agosto 1974 un’altra bomba esplose sul treno Italicus, vicino a San Benedetto val di Sambro. Gli autori hanno il coraggio di mostrare Almirante a capo del MSI, un partito che con la sua sola esistenza stava violando la Costituzione, e il leader democristiano Fanfani, a cui si deve la famigerata “teoria degli opposti estremismi”.

Milo Manara – Alfredo Castelli – Mario Gomboli, Un fascio di bombe, PSI Sezione Stampa e Propaganda, 1975

Ne usciremo migliori… Ma non stavolta

I Frenetici, Giandomenico Curi

I giovani sembrano essere ovunque. Protagonisti in tutta la sfera dei consumi. Produttori e consumatori di ogni merce innovativa.

Ma di quale età si parli non è chiaro, la condizione giovanile si è dilatata, per la difficoltà a inserirsi stabilmente nella società adulta, fino a diventare una pura convenzione. Chi se lo può permettere, rimane giovane fino a cinquant’anni, e oltre. Eppure “i giovani” non sono sempre esistiti.

La “questione giovanile”, in Occidente, emerge negli anni Cinquanta. Appare all’improvviso, come una malattia, dai sintomi inequivocabili: una gioventù bruciata dal rock’n’roll. In America, giubbotti di pelle prendono a muoversi al ritmo “frenetico” (2 minuti e 11 secondi) di Bill Haley, «Rock Around the Clock». L’irruzione del rock’n’roll coincide con l’irruzione dei giovani all’interno dell’immaginario hollywoodiano: è alla metà degli anni Cinquanta che arrivano i suoni “pelvici” della nuova musica, proprio mentre Marlon Brando e James Dean interpretano una figura inedita, un “ribelle senza causa” che verrà continuamente riproposto, ancora oggi.

Musica e cinema, combinazione esplosiva, sembrano seguire una regia occulta, agiscono con una perfetta sincronia spazio-temporale. L’America torna frontiera. Elvis ne diventerà la sintesi esemplare, scandalosa e trascinante, sia sul palco dei concerti che sul grande schermo. Da quel momento, politica, cultura ed economia devono fare i conti con l’esistenza di una nuova categoria. Perciò, mi sembra azzeccato il sottotitolo di questa enciclopedia, che raccoglie cinquant’anni di cinema e rock; e il sottotitolo è: «I film che hanno inventato i giovani».

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Vedendo Londra bruciare, Smith non sarebbe accorso con un idrante per spegnere il fuoco. La solitudine del maratoneta. #Sillitoe

Colin Smith sta in riformatorio e si allena al freddo a digiuno, alle cinque del mattino. Vive in un “marcio paese”, dove tutti sono pronti a denunciare quelli come lui, appena fanno “un passo falso”. E’ un ambiente aspro e povero, ma “anche in una strada come la nostra c’è sempre qualcuno che non vede l’ora di fare un favore ai poliziotti, sebbene non sia mai riuscito a capire il perché”.

Courtenay - Gioventù amore e rabbiaIl riformatorio si spaccia per essere “un istituto progressista e moderno”; il direttore “mi parla quasi come parlerebbe al suo prezioso cavallo da corsa, se ne avesse uno”.
La superiorità di Smith rispetto al direttore e a tutta quella gente dagli “occhi bovini” sta nel fatto che lui li conosce più a fondo di quanto loro potranno mai conoscerlo.

“Voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara, anche se, com’è vero che Dio m’ha fatto, so che quando avrò perso mi toccheranno i più infami lavori di sguattero e nettacessi nei mesi che avanzano prima che abbia finito di scontare la pena”.

Il padre è morto per un cancro alla gola: 500 sterline è la cifra pagata dall’assicurazione. La madre aveva altri uomini. Il ragazzo esprime rabbia, risentimento e diffidenza: sono tutti nemici, tranne quei pochi di cui gli importa il giudizio, giovani come lui. Non vuole vincere la corsa, perché sente che la vincerebbe per i suoi carcerieri.

La solitudine del maratoneta, il più famoso fra i racconti scritti da Alan Sillitoe, uscì nel 1959: è una magnifica parabola sulla forza di volontà, e sulla capacità di cogliere il vero significato della vittoria e della sconfitta. Tony Richardson ne ha ricavato un film epocale, con Tom Courtenay.

Fra gli altri racconti, tutti focalizzati sul proletariato e sottoproletariato inglese degli anni Cinquanta, ne segnalo uno di ambiente calcistico. In un freddo e nebbioso sabato pomeriggio, fra trentamila spettatori che vedono poco o niente, c’è il meccanico Lennox, che assiste alla sconfitta casalinga della sua squadra, i bianco-neri del Notts County, davanti al modesto Bristol City. Lennox vede la partita accanto a Fred, sposato da un mese. Fred fa presto a consolarsi, pensando a cosa l’aspetta a casa. Lennox, invece, mantiene il suo pessimo umore: rientrato per cena, scarica la rabbia sulla moglie, come lui quarantenne, ma dall’aspetto “scialbo e scontento”, che infine decide di andarsene insieme ai tre figli. Fred e la giovane moglie ascoltano dietro il muro dell’appartamento vicino.

Alan Sillitoe divenne celebre poco più che trentenne grazie a un altro romanzo (Sabato sera, domenica mattina) e fu presto iscritto nella categoria degli Angry Young Writers, i giovani arrabbiati, la generazione di autori (letterari e cinematografici), che risvegliarono bruscamente la paludata cultura britannica, anticipando Beatles e Stones, e anche il Free Cinema.

Atlantismo? Fate pure senza di me

Come bravi soldatini rincuorati dal ritorno del vecchio e amato generale – Joe Biden – al posto dello spettinato pazzoide che c’era prima, il Pd e quelli come il Pd si dichiarano convintamente “europeisti” e, al tempo stesso, “atlantisti”. Mai come oggi, la NATO appare come la concretizzazione della migliore delle alleanze possibili.

Sul fatto che l’europeismo – concetto discutibile, ma tutto sommato difendibile – sia coerente con l’atlantismo, ho molti dubbi, ma fa troppo caldo perché oggi riesca ad argomentarlo. Mi limiterò a dire che non diventerò mai atlantista, e che provo pena per quella presunta sinistra che – anche per conferire spessore morale al governo Draghi – insegue la benevolenza della Casa Bianca.

Quel poco di memoria non ancora svaporata con il calore, mi consente di richiamare un ricordo dell’ottobre 2009 (ne scrissi sul blog che viaggiava su Splinder).

Qualcuno ricorderà cos’era Guantanamo. Qualcuno ricorderà quanti presidente hanno promesso di chiudere quella prigione. Qualcuno forse si sorprenderà nello scoprire che Guantanamo sta sempre lì, sull’isola di Cuba (sempre soggetto a embargo), e serve agli stessi scopi. Su tutti: azzerare ogni regola quando pare e piace al vertice dell’atlantismo, quello che fa le guerre umanitarie, finge di disprezzare il razzismo (ma una vita americana ne vale 20 di altri popoli) ed esporta la democrazia. E, oggi, annuncia in pompa magna di voler regalare vagonate di vaccini ai Paesi poveri.

Nell’estate-autunno 2009, c’era anche il tema musicale di un programma televisivo per bambini (“Sesame Street”) fra le musiche sparate a tutto volume – raffinata forma di tortura – nel carcere speciale di Guantanamo. Ex detenuti rivelarono all’associazione Humans Right Watch che gli agenti della CIA usavano la musica nelle loro tecniche di interrogatorio, sparandola ad altissimo volume per giorni e giorni, senza interruzione, allo scopo di provocare un sovraccarico sensoriale nei detenuti e portarli al crollo psichico.

Un gruppo di musicisti – tra cui Springsteen, Pearl Jam, R.E.M., Rosanne Cash (figlia di Johnny), Trent Reznor, David Byrne, Billy Bragg, Roots, Steve Earle, Jackson Browne, Bonnie Raitt e T-Bone Burnett – chiese al presidente Obama di rendere pubblici i titoli delle canzoni utilizzate.

Trapelarono alcuni titoli: “Born in the Usa” di Springsteen, “American Pie” di Don McLean, “We Are the Champions” dei Queen, “March of the Pigs” dei Nine Inch Nails, “The Real Slim Shady” di Eminem… e poi canzoni di Britney Spears, Prince, Christina Aguilera, Metallica, Rage Against the Machine… Non poteva mancare “Star Spangled Banner”, ma dubito fosse nella versione di Hendrix: l’autoironia non fa parte dell’addestramento della CIA.

Ancora sul crollo della “speranza di vita” e sulle conseguenze politiche che dovranno derivarne

Un mese fa pubblicavo un post così intitolato: In un anno, la “speranza di vita alla nascita” è diminuita di 14 mesi. Finisce Quota 100, ma non si potrà far finta di niente.

Ora escono nuovi dati, ancora più impressionanti, forniti dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. In sintesi: Covid-19 ha bruciato la speranza di vita conquistata dagli italiani nei precedenti dieci anni.

Da febbraio 2020 si sono registrati oltre 4 milioni e duecentomila contagi e quasi 127 mila decessi, cifre tali da far diventare Covid-19 la seconda causa di morte, dopo le malattie del sistema cardiocircolatorio; da ciò deriva un’inedita e assai sensibile riduzione della speranza di vita della popolazione italiana (-1,4 anni di media, con punte di -2,6 anni in Lombardia tra gli uomini e -2,3 in Valle d’Aosta tra le donne). Oggi possiamo “sperare di vivere” 17 mesi in meno di quanto sperassimo prima della pandemia.

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#Uefa e #Superlega non possono fare prigionieri

Ero convinto che sarebbe finita “all’italiana”, con una multa salata, l’immancabile ricorso, i mesi che passano, l’attenzione che sfuma, la multa dimezzata in appello e tutti che ne escono senza perdere la faccia. Comincio a credere che non finirà così: oggi scommetterei sulla squalifica dalle coppe di Real, Barcellona e Juventus.

Un tribunale di Madrid ha chiesto e ottenuto che si pronunci la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il primo vaglio di ammissibilità è stato superato: la Corte ritiene la questione di sua competenza, dunque non è più solo una questione di sport, diventa una questione giuridica, che investe le regole europee in materia economica e di libera concorrenza.

Da più di mezzo secolo, l’ordinamento calcistico funziona in modo autonomo, secondo regole proprie, su cui gli Stati non intervengono: la famosa “autonomia dello sport”. Ma questa autonomia non può contraddire i diritti fondamentali, nello sport non si può praticare la schiavitù, né l’esproprio proletario, il lavoratore (persino se proviene dall’angolo più povero del Terzo Mondo) non deve emigrare di nascosto sui barconi delle ong, le società non possono possederne le prestazioni a vita, almeno dal 1995, dopo la Sentenza Bosman.

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Fino all’estremo: Paz torna a Bologna. #MostraAndreaPazienza

Una mostra su Andrea Pazienza a Bologna è comunque un appuntamento imprescindibile, ma fateci la cortesia di non eccedere con la retorica.

Chiamarla “grande mostra”, per esempio, è irritante: sono esposte un centinaio di opere, in poco più di mezz’ora si arriva alla fine, considerando la mole esorbitante di segni lasciati da Paz, siamo di fronte a meno dell’1% della sua produzione. “Grande” è Pazienza (1956-88), non questa mostra, che non regge al confronto con quella di Palazzo Re Enzo del 1997, anche se non mancano i momenti esaltanti.

Da quasi un quarto di secolo, Bologna non dedicava una mostra al più famoso dei suoi studenti fuorisede. È qui che visse il suo periodo più creativo e rivoluzionario, sperimentando ogni tecnica grafica e pittorica. Nel 1974, Pazienza si era trasferito a Bologna per studiare al Dams. Con il suo giocoso e drammatico flusso di coscienza seppe avvertire cosa stesse incubando nel marzo 77, prima che i carrarmati lo rendessero esplicito. Fu sotto le Due Torri che vennero alla luce Le straordinarie avventure di Pentothal (non era uno sprazzo, semmai un inizio). Fu qui che, quasi suo malgrado, si scoprì essere la voce della sua generazione. E fu per salvarsi da Bologna (e dalla droga), che fuggì a Montepulciano: su una parete hanno riprodotto una sua frase, un po’ risentito perché già a ventinove anni lo chiamavano “vecchio Paz”.

Fino all’estremo era il titolo della prima stesura di quello che diverrà Gli ultimi giorni di Pompeo, il suo vertice autobiografico. Oltre a Pentothal, troviamo Zanardi e Pompeo, Pertini e tavole sparse, tratte da Cannibale, Frigidaire, Il Male. C’è anche il foruncolo schiacciato, capolavoro del politicamente scorretto.

Il visitatore si imbatte in pennarelli, matite, tempere, pastelli, acrilici, ogni tipo di supporto cartaceo; l’esposizione bolognese riesce a dare l’idea della varietà stilistica di Paz. Arrivasse qualcuno da un altro pianeta e vedesse le opere appese ai muri di Palazzo Albergati, potrebbe farsi l’idea che l’autore le abbia composte in trenta o quarant’anni, non in una striminzita dozzina. Ero alla mostra il 24 maggio, il 23 Paz avrebbe compiuto 65 anni.

Queste opere provengono dagli archivi personali della moglie e di altre persone a lui vicine. Arricchito da alcune storiche immagini del fotografo Enrico Scuro, il percorso espositivo procede in senso inverso a quello cronologico. Verso la fine, si arriva davanti a una parete di specchi, con la firma “Paz” e la sagoma nera di Zanardi che impugna un bastone chiodato.

Ho chiesto a Laura di fotografarmi lì accanto, con la mascherina, simbolo di questi tempi non meno feroci.

Palazzo Albergati, Via Saragozza 28, Orari: da lunedì a venerdì 15-20; sabato e domenica 10-20.

Contro la dittatura del presente, Gustavo Zagrebelsky

cop Zagrebelsky“Il punto non è deprecare il presente, ma comprendere il significato delle tante cose che accadono e avvolgono la nostra democrazia”. Tutti si qualificano come democratici, nessuno osa presentarsi come antidemocratica, ma si tratta di un concetto “mimetico”, facile da travisare e capovolgere.
“Perché è necessario un discorso sui fini”, il sottotitolo di questo pamphlet, trova una prima risposta con l’apologo dell’isola di Pasqua: un luogo paradisiaco, vivibile per migliaia di persone, divenuto desertico e inospitale al punto da arrivare quasi all’estinzione degli abitanti. Il monito che viene dall’isola di Pasqua: “per soddisfare appetiti di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani”.

Uscì nel 2014… Il denaro è sempre stato una fonte di potere. Ma per lungo tempo, è stato un mezzo, non un fine in sé: è servito a comprare proprietà, beni, titoli nobiliari, prestigio, servitori… poi a sostenere la produzione industriale e ad assumere lavoratori. “Oggi, il denaro concepito come mezzo si è trasformato in finanza. La finanza è denaro volatile, cioè distratto dalla cosiddetta ‘economia reale’. L’economia della finanza usa il denaro, sottraendolo ai cicli produttivi, per produrre altro denaro”. Leggi il resto dell’articolo

In un anno, “la speranza di vita alla nascita” è diminuita di 14 mesi. Finisce Quota 100, ma non si potrà far finta di niente

Secondo l’Istat, la popolazione italiana al 1° gennaio 2021 ammontava a 59.258.000 persone.

Erano circa 384mila in meno di quelle al 1° gennaio 2020.

L’impatto della pandemia sulla demografia italiana è stato analizzato da Lorenzo Ruffino per YouTrend QUI, evidenziando alcuni aspetti critici: nel 2020, si è assistito al nuovo record negativo delle nascite, a un alto numero di morti (circa centomila in più di quelli attesi) e così l’età media si è ulteriormente alzata, anche perché il saldo migratorio netto con l’estero si è fermato a 1,3 per 1000 abitanti, la metà di quello rilevato nel 2019 (gli stranieri residenti in Italia sono 5.036.000, dato pressoché identico a quello di fine 2019).

Nel 2020, per il settimo anno consecutivo la popolazione italiana è diminuita. Nel 2014, i residenti erano 60,3 milioni. I cali più netti risultano in Molise, Basilicata, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.

In un anno, la “speranza di vita” è precipitata di 14 mesi: il forte aumento della mortalità dovuto al coronavirus ha portato a un forte calo della sopravvivenza media, la speranza di vita alla nascita è scesa a 82 anni, 1,2 anni sotto il livello del 2019, in pratica si è bruscamente tornati al 2012 (e la pandemia non è certo finita a San Silvestro 2020).

Gli uomini sono i più penalizzati (la loro speranza di vita alla nascita è scesa a 79,7 anni, 1,4 anni in meno i fine 2019); mentre per le donne si attesta a 84,4 anni (un anno di sopravvivenza in meno).

Questo calo è avvertibile in tutte le regioni, ma con dati assai diversi: dagli 0,5 anni (sei mesi di vita) della Calabria, ai 2,6 anni (oltre 31 mesi) della Lombardia.

L’età pensionabile è stata da tempo “agganciata” a indicatori demografici, e ripetutamente alzata mentre si alzava la speranza di vita.

Va bene cancellare Quota 100, ma da governo e sindacati è giusto pretendere che dati come questi vengano attentamente valutati per stabilire le nuove condizioni per accedere alla pensione.

Raccontare, resistere… Un anno fa moriva Luis Sepulveda

Il VecchioPatagoniaAtacamaLa Gabbianella

In una lunga conversazione con Bruno Arpaia, Sepúlveda affrontava i temi più appassionanti: la sinistra di ieri e di oggi; la sfida dei movimenti no global; l’orizzonte politico dell’impegno ambientale; la letteratura latinoamericana e cos’è stato per lui scrivere; in che forma si può raccontare la lotta, il carcere, l’esilio…

Da quali scrittori è stato più influenzato? Cortázar, Soriano ed Hemingway. Non mancano indicazioni più concrete sul suo modo di scrivere, sulle sue nevrosi (scrive solo a mano su fogli bianchi senza righe e su una scrivania ordinatissima), l’ultima revisione fatta al registratore, perché la forza delle parole va verificata con la voce.

“La scrittura aiuta ad accettare e a spiegare a noi stessi le situazioni dolorose che abbiamo vissuto, quelle che ci costa fatica rivivere. Quando pensavo a ciò che avevo provato in carcere, non mi veniva in mente solo il dolore fisico, ma anche e soprattutto le umiliazioni subite, il tentativo di farmi perdere la dignità di essere umano. Per anni ho pensato a come esprimere quell’esperienza, giungendo in un primo tempo alla conclusione che era impossibile. Poi, quando mi sono costretto a parlarne, perché era un tema ineludibile, mi è venuto in mente che l’unica maniera di farlo era adottando uno stile fondato su una grande brevità, nettezza e concisione”.

“Tutti i rivoluzionari latinoamericani degli anni Settanta erano generosi e ingenui, e noi cileni molto più degli altri. Ma lo dico quasi con soddisfazione. Quella generosità e quella ingenuità non ci fecero mai raggiungere il grado di paranoia militare dei Montoneros o dell’ERP argentini, non ci ammazzammo mai tra noi per stabilire quale fosse la linea più corretta. Al contrario, cercammo sempre di unire le forze, anche se non ci riuscimmo del tutto. Ciò che salva l’esperienza cilena rispetto a quella argentina è che noi non ci cannibalizzammo”.

“Se non si è convinti di stare usando le parole più belle del mondo… non si sta credendo in ciò che si scrive. Non si può fare nulla in letteratura se non si parte dalla premessa fondamentale che si scrive per sedurre il lettore”. Bachtin ha detto che “La correlazione tra letteratura e vita è come quella tra il vino e l’uva. L’uva è la vita e il vino è ciò che si ottiene dopo un lungo processo di pigiatura, spremitura, fermentazione”.

La sinistra occidentale soffre di pigrizia culturale, manca di conoscenza, la mancanza di immaginazione è il suo limite più grave; “la resistenza, oggi, deve essere guidata da un profondo rispetto nei confronti della pluralità: due idee sono meglio di una, tre idee sono meglio di due”.

Sepúlveda condivide quanto sostenne Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”.

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Carlo e Gigio

E quel giorno uccisero la felicità… #Sankara. #BurkinaFaso. #SilvestroMontanaro. #Rai3

Sostiene Sankara, Becco Giallo, 2014

“La terra degli uomini integri”, questo il significato di Burkina Faso, il paese africano prima denominato Alto Volta. Per lunghi secoli, il Burkina Faso è stato dominato e derubato dai francesi. Finché il 4 agosto 1983 il capitano dell’esercito Thomas Sankara ha preso il potere, dichiarando l’indipendenza del paese, la sua autodeterminazione e libertà.

Liberté – la parola che apre il trittico rivoluzionario dell’Ottantanove, proclamata insieme a Égalité e Fraternité – , nella successiva storia francese si è spesso capovolta nel contrario. Prima a Haiti, poi in Algeria e nell’ex Alto Volta, gli ideali rivoluzionari sono serviti solo a mascherare gli interessi (e il razzismo) dei peggiori colonialisti. La rivoluzione di Sankara è stata presto abbattuta, il suo leader deposto e assassinato in un agguato, il 15 ottobre 1987, preparato e finanziato dai servizi segreti francese e statunitense (ancora oggi, danno lezioni sulle “ingerenze”).

La figura di Sankara resta incredibilmente attuale. Quella rivoluzione esercitò il potere per combattere l’analfabetismo, emancipare la donna e proibire le mutilazioni genitali, promuovere l’educazione sessuale ed evitare le gravidanze indesiderate, vaccinare per cancellare la malaria e la diarrea, abbattere la mortalità infantile, stabilire scelte produttive improntate alla sostenibilità ambientale.

In questo volume sono riportati alcuni brani del discorso che Sankara tenne all’ONU il 4 ottobre 1984, a nome di “sette milioni di bambini, donne e uomini che si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete”. Sankara affermò di sentirsi parte “del grande popolo dei diseredati, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo”. Citò Josè Martì (la frase è solitamente attribuita al “Che”): “sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo… I nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi”.

Il volume contiene anche estratti da altri discorsi: quello sul debito (Addis Adeba, 29 luglio 1987), davanti all’Organizzazione per l’Unità Africana; quello alle donne del popolo burkinabé dell’8 marzo 1987; quello alla prima conferenza internazionale sull’albero e la foresta (Parigi, 5 febbraio 1986); quello tenuto ad Harlem il 3 ottobre 1984 all’incontro organizzato dalla Coalizione Patrice Lumumba.

Per la parte grafica, segnalo Mauro Biani, David Romero e Daniele Serra con le loro tavole singole; Akab, Marina Girardi, Toni Bruno (sua la copertina) e la coppia formata da Assia Petricelli e Sergio Riccardi per le storie brevi.

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