Papa Francesco incontra Lula (e Bolsonaro disprezza Greenpeace)

L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva è stato ricevuto da Papa Francesco; lo scopo, discutere di “diseguaglianza, intolleranza e lotta contro la fame”, come sta scritto sul profilo Twitter del Partito dei Lavoratori del Brasile, di cui Lula è uno dei fondatori.

“Farò visita a Papa Francesco per ringraziarlo, non solo per la solidarietà che mi ha dimostrato in un momento difficile ma anche, e anzitutto, per quanto si dedica alla causa del popolo oppresso”, ha scritto Lula, che in una recente intervista aveva detto che “il papa si contraddistingue per la sua coerenza, per aver fatto che la Chiesa cattolica dimostri un impegno più importante con il popolo” ed è una personalità “impegnata da sempre a favore della difesa dei diritti umani”.

L’arrivo a Roma di Lula – 74 anni, presidente del Brasile dal 2003 al 2011 – rappresenta il suo primo spostamento all’estero da quando, lo scorso 8 novembre, è stato scarcerato dopo 580 giorni di carcere.

Ed ecco la pacata, cristianissima titolazione del sito web del Giornale. e un link alle ultime frasi dell’attuale presidente del Brasile, Bolsonaro.

Herzog incontra Gorbaciov [Meeting Gorbachev], Werner Herzog e André Singer, 2018 [cine7] – 7

Una volta tanto, il titolo italiano ha un valore aggiunto: c’è molto Herzog in questo docu-film di 90’, e la sua presenza serve ad ammorbidire gli 87 anni dell’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica; questo “meeting” poteva essere più incisivo qualche anno prima.

Firmato a quattro mani con il documentarista britannico André Singer, è un documento da conoscere, con momenti emozionanti e rare immagini di repertorio (la catena umana di 600 km nei Paesi baltici; le parate per i funerali in serie di Breznev, Andropov e Cernenko, su una Piazza Rossa fuori dal tempo).

Nell’arco di sei mesi, Herzog ha incontrato Gorbaciov tre volte. Il film comincia raccontando la parabola di “Misha”, questo figlio di contadini, così bravo negli studi da poter lasciare la periferica Stavropol per il centro dell’impero; segue l’ascesa moscovita nelle fila del PCUS. Ogni tanto, l’ottantasettenne – deliziato da una confezione di cioccolato senza zucchero – regala sorrisi e momenti di autentico umorismo.

Davanti alla macchina da presa, sfilano anche Miklós Némesh, ex primo ministro ungherese, George Schultz, segretario di Stato USA sotto Reagan, Lech Walesa, leader di Solidarność e poi presidente della Polonia, James Baker, capo di gabinetto alla Casa Bianca, e Horst Teltschik, consulente alla sicurezza nazionale per Helmut Kohl (è lui a trovare le parole definitive per esprimere la gratitudine dei tedeschi verso il leader sovietico).

La “legacy” di Gorbaciov, nella sua rivoluzionaria leadership fra il 1985 e il 1991, ha due parole-chiave – Perestrojka e Glasnost – e altrettanti paradigmi, il disarmo nucleare e la fine della Guerra Fredda. Putin non viene mai nominato, compare solo ai funerali di Raissa (1999), l’amatissima moglie.

Ho profonda considerazione per Michail Gorbaciov, lo considero uno degli uomini migliori che abbiano saputo cambiare il corso della Storia (purtroppo, la maggioranza dei russi non la pensa così). Sulla sua tomba, vorrebbe fosse scritto solo questo: Ci abbiamo provato.

Anna Politkovskaja, di Francesco Matteuzzi – Elisabetta Benfatto, Becco Giallo, 2010

Romanzo a fumetti su testi del fiorentino Matteuzzi, e 78 tavole in bianco e nero realizzate dalla Benfatto (Camposampiero, Padova) con uno stile che ha più di qualche superficiale somiglianza con il Persepolis di Marjane Satrapi.
Il volume contiene una breve introduzione di Ottavia Piccolo, che per anni ha interpretato a teatro un monologo di Stefano Massini intitolato Donna non rieducabile, e un’intervista a Paolo Serbandini, autore di due documentari sulla Politkovskaja.

Politovskaja - BeccoGialloComincia in Cecenia, dove la giornalista si reca periodicamente dal 1998, e dall’anno successivo pubblica per la Novaja Gazeta articoli sgraditi al Cremlino. Scrive quello che vede, senza omettere dettagli cruenti o scabrosi. I suoi sono reportage terribili: descrive i bombardamenti a tappeto, l’uso sistematico della tortura, le rappresaglie terroristiche, il circolo vizioso reciprocamente alimentato da repressione e terrorismo. È consapevole dei rischi che corre. Ha paura. Assiste agli scontri per il controllo dei pozzi petroliferi e ai “furtarelli” che si consumano intorno alle gigantesche condutture. Riporta fedelmente quanto gli è stata raccontato da un testimone diretto, e viene a sapere che quell’uomo è stato ucciso dai soldati russi.

Quando – il 23 ottobre 2002 – un gruppo di terroristi ceceni prende in ostaggio il pubblico del teatro Dubrovka, a Mosca, la reputazione della Politkovskaja è tale che viene chiamata a negoziare. I terroristi vogliono che l’esercito russo si allontani immediatamente da una delle province cecene, altrimenti faranno esplodere il teatro. Il mattino del 26 ottobre, le forze speciali fanno irruzione dopo aver pompato gas nei condotti di aerazione. Muoiono 130 persone, fra cui tutti i terroristi (stranamente, nessuno viene fatto prigioniero).

Il gas fatto respirare a terroristi e ostaggi non è mai stato identificato. Chi può trarre vantaggio da una simile gestione della vicenda? Politkovskaja non ha dubbi: il presidente Vladimir Putin. Leggi il resto dell’articolo

L’insostenibile leggerezza delle Sardine

Fosse vero che la mobilitazione delle Sardine è stata decisiva alle Regionali dell’Emilia-Romagna (in Calabria pare non se ne siano accorti), Bonaccini e Zingaretti dovrebbero rallegrarsi del fatto che i quattro fondatori del movimento abbiano aspettato il dopovoto per il loro pellegrinaggio a Casa Benetton.

Quella fotografia, comunque, non mancherà di produrre effetti.

Troppo insensata, se fosse una leggerezza. Assurdo farla passare per un’ingenuità, da parte di chi ha mostrato di comprendere alla perfezione le regole della comunicazione politica, tenendo la scena elettorale dal 14 novembre con un’accorta alternanza di apparizioni e sparizioni mediatiche.

Per la cronaca, riprendo quanto scritto da Fanpage: “I fondatori delle Sardine – Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa – si sono recati in visita alla fondazione Fabrica di Treviso, uno spazio creato da Luciano Benetton e diretto da Oliviero Toscani. Gli attivisti hanno incontrato i giovani che collaborano al centro culturale e poi hanno scattato una foto in cui si vedono anche il fotografo vicino al Partito democratico e l’imprenditore veneto”.

Com’è noto, il gruppo Benetton è il fulcro di Atlantia, la società che gestisce la più grande concessione autostradale: sulla cui revoca, dopo la tragedia del Ponte Morandi, si discute da mesi. E qualcuno ricorderà i Mapuches latinamericani e gli spietati latifondi per fornire la lana agli United Colors.

Ecco l’involuta autodifesa dei 4: “Una foto non fa primavera. Ieri siamo andati a visitare Fabrica. Si tratta di un centro di formazione per giovani comunicatori creato da Oliviero Toscani e Luciano Benetton, che ospita ragazzi e ragazze da tutto il mondo mettendo a disposizione borse di studio e lavoro… Alla fine dell’incontro è passato Luciano Benetton per salutare e ascoltare parte del dibattito. Quando i ragazzi ci hanno chiesto di fare una foto di gruppo ci è sembrata una richiesta legittima. Non abbiamo pensato che quella foto sarebbe stata strumentalizzata per associare le sardine ai poteri forti, alle concessioni autostradali, alle tematiche sociali e ambientali legate alla produzione industriale di abbigliamento nel mondo… Ci dispiace per tutte le sardine che in queste ore si sono dovute giustificare per la nostra ingenuità”.

Già il fatto di doversi spiegare, anzi difendere, fa capire che l’errore è stato grande. E se sono scontate le accuse della Meloni e di altri del centro-destra, e ai M5stelle non par vero di poter replicare dopo mesi disastrosi, il vero danno alle Sardine lo stanno facendo quei dirigenti del Pd che intervengono per difenderli. Eccesso di zelo: farà danni pure quello.

Oltre alla foto con i ragazzi di Fabrica, sul prato, ne circola un’altra, e questi sorrisi in posa non verranno perdonati da qualcuno che aveva visto nelle Sardine “spontaneità” e alterità ai “poteri forti”.

La fotografia ha una potenza mnemonica che nessun testo può eguagliare: non dimenticheremo Salvini farsi un selfie con il figlio di un boss dell’area vesuviana, né Giorgia Meloni a Ostia con uno del clan Spada.

Erano “ingenui” Salvini e Meloni? Quel che vale per l’avversario politico non deve valere anche per chi consideriamo dalla nostra parte?

Ci penseranno altre Sardine a far pesare quel che è successo a Treviso; anzi, hanno già cominciato a farlo. In quel movimento si agitano pulsioni contraddittorie, che solo il pericolo-Salvini poteva coagulare. È sperabile comincino a discutere su quale sia il modo migliore per uscire da questo continuo ricatto emotivo.

Infine, ci sono o ci fanno? Cioè, i quattro “fondatori” del movimento vanno considerati in malafede?

La mia opinione è che si tratti di dilettanti allo sbaraglio, “grillini che hanno fatto l’Erasmus” – la perfida etichetta che si sta diffondendo. A voler credere alla leggendaria genesi, una sera si sono trovati a chiacchierare in salotto e hanno deciso di lanciare un appello alla mobilitazione. Si sono imbarcati in un’azione dall’esito impronosticabile, convinti di poter “fare politica” senza conoscerne le regole e senza farsi strumentalizzare. “Uno vale uno”, ci siamo sentiti raccontare negli anni scorsi, da un MoVimento che doveva vivere di democrazia diretta e ha finito per non sapere nemmeno se presentarsi alle elezioni. La giusta critica ai “professionisti della politica” ha partorito l’assenza di senso del limite, la convinzione che basti la buona volontà per improvvisare progetti politici.

Non è così. Servono tante altre cose: un metodo democratico per discutere e decidere, un minimo di organizzazione per stabilire come prendere le decisioni, regole per scegliersi i rappresentanti, un’analisi della situazione che regga più della durata di un talk show, qualche ipotesi di riforma per cui battersi. Servirebbe anche una coerente visione del mondo, che distingua fra amici e nemici, individui possibili alleati e ingiustizie intollerabili, ma pretenderla dalle Sardine mi espone al ridicolo.

2511, mi ricordo

Mi ricordo che si può essere ottusi ma non ingenui, a fare politica nel Ventunesimo secolo, e abbaiare alle strumentalizzazioni è l’anticamera della fine.

Le #sardine alla corte di Benetton, un’immagine emblematica, immagino fosse una tappa verso il Ponte Morandi, resta solo da capire se questa sia una foto o una lapide.

Elezioni Regionali: saper vincere è un’arte che si sta disperdendo

Oggi niente parole, solo due infografiche: ognuno ne tragga le conclusioni che crede. Convincere le rispettive tifoserie è un compito per cui non mi sento all’altezza.

Primi numeri emiliano-romagnoli

Prima di imbarcarmi in qualche commento, ecco qualche numero che ritengo significativo.

Stefano Bonaccini avrà una maggioranza di 29 consiglieri su 50: oltre a lui, ci saranno 22 del Pd, 3 della Lista Bonaccini, 2 dei Coraggiosi, uno dei Verdi.

All’opposizione, Lucia Borgonzoni sarà accompagnata da 14 consiglieri della Lega, da 3 di Fratelli d’Italia e da uno di Forza Italia (totale 19).

Infine, il Movimento 5 stelle elegge 2 consiglieri.

In Aula non c’è più un’opposizione di sinistra.

Ha votato il 67,7% degli aventi diritto, molti più del 2014, ma meno di quanti votarono nel 2010; a Bologna si è sfiorato il 71%, a Piacenza si è superato il 62%.

L’enfasi sulla partecipazione al voto nasconde un dato rilevante: il Pd è la prima lista per numero di consensi con 749.976 voti, la Lega si ferma a 690.864, ma il vero primo partito è l’astensione con 1.182.682 individui che sono rimasti a guardare questa specie di battagkia di Stalingrado in sedicesimo.

I voti raccolti da Bonaccini (1.195.742) quasi coincidono con quelli ricevuti da Vasco Errani nel 2010 (1.197.789).

Il centro-destra ha spinto Borgonzoni a 1.014.672 voti, molti più di quelli che nel 2010 raccolse Anna Maria Bernini.

Fra chi ha votato solo il Presidente e chi ha votato le liste c’è uno scarto di 163.281 voti. Bonaccini ha un segno più di 155.260 voti, ma anche Borgonzoni ha un più di 32.885. In questa sorta di implicito “ballottaggio”, hanno perso voti il candidato M5stelle (meno 21.772) e i candidati di Potere al Popolo (meno 1.021) e l’Altra Emilia-Romagna (meno 1.847).

Hanno fatto voto disgiunto – immagino a favore di Bonaccini – il 21% dei votanti M5stelle e il 24% degli elettori dell’Altra Emilia Romagna.

2504, mi ricordo

Mi ricordo quando ancora si studiavano caratteristiche e dimensioni del “voto di scambio”.

Aeroporti

Nei primi 25 aeroporti del mondo – come numero di passeggeri (fra 105 e 65 milioni all’anno), ce ne sono 8 negli Stati Uniti, 5 in Europa e 12 in Asia.

  1. Hartsfield–Jackson-Atlanta
  2. Pechino
  3. Dubai
  4. Tokyo-Haneda
  5. Los Angeles
  6. O’Hare-Chicago
  7. Heathrow-Londra
  8. Chek Lap Kok-Hong Kong
  9. Pudong-Shanghai
  10. Charles de Gaulle-Parigi
  11. Schiphol-Amsterdam
  12. Dallas-Fort Worth
  13. Francoforte sul Meno
  14. Atatürk-Istanbul
  15. Sukarno-Giacarta
  16. Changi-Singapore
  17. Incheon-Seul
  18. Denver
  19. Suvarnabhumi-Bangkok
  20. Baiyun-Canton
  21. John F. Kennedy-New York
  22. Kuala Lumpur-Malaysia
  23. San Francisco
  24. Barajas-Madrid
  25. McCarran-Las Vegas

Elezioni meno 1: penultimo esercizio di reticenza

Giovedì, venerdì, sabato e domani: quattro post per motivare le ragioni per cui non faccio una dichiarazione di voto – né a una lista né a un presidente – e userò il voto disgiunto. Andare al seggio è una conquista politica che non posso offendere con l’astensione, ma diffido dei proclami roboanti, vedo molte più somiglianze che differenze fra chi si disputa la vittoria finale, e trovo sintomatica la doppia rimozione sintetizzata su Twitter da Francesca Fornario (@Fornario): “Emilia, sfida alla pari. Tra un partito che nasconde la sua candidata e un candidato che nasconde il suo partito”.

Confesso una certa stanchezza. Questo voto non mi appassiona, vedo sventolare drappi rossi davanti alle rispettive tifoserie per farle infuriare (“arrivano i barbari”, oppure “liberiamo l’Emilia-Romagna”) e sostenere argomenti ai confini dell’irrazionalità. Diffido da chiunque se la senta di proclamare una propria superiorità morale, tale per cui sarebbe legittimo che solo i VIP che sostengono il Bene possano farlo, mentre chi sostiene il Male faceva meglio a starsene zitto.

Bene e Male sono categorie che poco hanno a che fare con il conflitto politico. Faccio notare che c’era chi prevedeva catastrofi per la sconfitta della sinistra a Bologna nel ’99, poi ha fatto il confronto fra Guazzaloca e Cofferati e si è trovato in forte imbarazzo. Non credo sia un caso che un pezzo di chi sostenne Guazzaloca oggi stia con Bonaccini. Mi fermo qui: so che ricordare certe cose oggi può apparire urticante. Ma voglio segnalare un altro paio di sciocchezze sparse a piene mani, su entrambi i fronti, al solo scopo di allargare e aizzare le rispettive tifoserie. Leggi il resto dell’articolo

2502, mi ricordo

Mi ricordo che per quanti sforzi dialettici si faccia, il dibattito politico non si schioderà mai dal dilemma Noi / Loro.

Elezioni meno 2: secondo esercizio di reticenza

Come ho già scritto, non dirò per chi voto. Mi limiterò a motivare le ragioni che mi spingono al voto disgiunto: per una lista e per un diverso candidato alla presidenza. Nessuna offerta politica, infatti, mi pare adeguata al passaggio storico, e ricopio la frase che fotografa lo scontro in atto, postata su Twitter da Francesca Fornario (@Fornario); alle 0:36 PM di giovedì 16 gennaio: “Emilia, sfida alla pari. Tra un partito che nasconde la sua candidata e un candidato che nasconde il suo partito”.

Da una parte, la Regione locomotiva, quella del buongoverno riformista. Dall’altra, la Regione da liberare dal dominio secolare dei comunisti e loro epigoni… Retoriche speculari, utili a semplificare la posta in palio, ad azzerare il confronto sui programmi, spingendo ai margini le questioni davvero dirimenti: cos’è il regionalismo differenziato, quali infrastrutture prioritarie (quante strade e autostrade ci aspettano), come affrontare il cambiamento climatico e l’invecchiamento della popolazione, su che tipo di turismo investire, come offrire servizi pubblici essenziali alle parti marginali del territorio (collina e bassa pianura), che tipo di sfibrata democrazia vivremo nei prossimi cinque anni.

Per esempio, l’enfasi sul “duello” non aiuta a capire quanto siano simili i programmi di Bonaccini rispetto ai governatori leghisti, con cui ha sviluppato il progetto dell’autonomia differenziata. Resta ai margini del dibattito pubblico – voluto e imposto da Salvini e Sardine, convergenti nel dare al voto una valenza nazionale – l’idea di democrazia di chi si candida a governare. Leggi il resto dell’articolo

Elezioni meno 3: primo esercizio di reticenza

Confermare Stefano Bonaccini o “provare” Lucia Borgonzoni? Nell’era della personalizzazione della politica, la rappresentazione dei media si limita a questo, ad allestire il ring per il duello fra i candidati delle due coalizioni.

L’analisi più convincente l’ho trovata su Twitter, a firma Francesca Fornario (@Fornario); alle 0:36 PM di giovedì 16 gennaio, ha scritto: “Emilia, sfida alla pari. Tra un partito che nasconde la sua candidata e un candidato che nasconde il suo partito”.

Da parte mia, ho deciso due cose: non farò una “dichiarazione di voto” e sceglierò la strada del voto disgiunto, non trovando una sola proposta politica convincente; posto per l’ennesima volta davanti al meno peggio, dimezzerò il disagio con due scelte diverse, una per la lista e una per il presidente.

Qualche dato, intanto, e qualche accenno di pronostico.

In E-R, sono chiamati al voto 3 milioni e 508mila persone (1.704.295 uomini e1.804.037 donne), che potranno votare in una delle 4.520 sezioni elettorali dei 328 Comuni. Nelle ultime elezioni, votò meno del 38%, un terrificante record negativo subito rimosso dal dibattito. Stavolta, i sondaggisti prevedono un netto rialzo della partecipazione. Votassero i due terzi degli aventi diritto, sarebbero da conteggiare 2.315.280 schede; qualcuno ipotizza un 70% di partecipazione (non ci credo), ma nessuno azzarda a dire chi ne trarrebbe vantaggio.

A consigliere regionale si sono candidati in 788, considerando le pluricandidature si scende a 739 persone fisiche. L’età media è di 46,9 anni. Il 58,6% dei candidati non ha avuto nessuna esperienza politica precedente. Ma ci sono anche professionisti della politica: un Parlamentare europeo, 8 fra deputati ed ex deputati, 9 Sindaci in carica (35 compresi gli ex Sindaci). Fra gli uscenti, si ricandidano 5 assessori e 38 consiglieri regionali.

I candidati alla presidenza sono 7. Di questi, 5 hanno alle spalle solo una lista, mentre Borgonzoni e Bonaccini guidano pattuglie di 6 componenti (compresa la Lista che porta il loro nome: usanza ormai data per scontata, nonostante sia Bonaccini che Borgonzoni siamo dirigenti di un partito che pure presenta il suo simbolo).

Quanti voti serviranno per diventare presidente dell’Emilia-Romagna?

Vado a spanne, ma sono convinto di avvicinarmi al risultato con una certa esattezza. Se faccio la somma dei 5 candidati che non possono vincere, arrivo circa al 10% dei voti validi. Dunque, con il 66% di votanti, sarebbero 231.528. Sottraggo questa cifra ai 2.315.280, e arrivo alla conclusione che per vincere, con un voto in più dell’avversario, possano bastare 1.050.000 voti.

Pubblico impiego

Un secolo fa, nel Regno Unito, per lavorare in un ufficio pubblico erano richieste le seguenti qualità: puntualità, onestà, buona calligrafia e predisposizione per i calcoli.

Tre su quattro non le possiedo.

A una settimana dal voto in Emilia-Romagna e Calabria

La fotografia della situazione mi arriva sfuocata.
Da tempo, penso che una larga parte della società resta rabbiosamente invisibile, i media tradizionali non hanno mai saputo raccontarla, i social ne offrono solo lo specchio deformante.

Diffido da qualunque pronostico fondato sui sondaggi: i sondaggi si fanno su campioni statistici, e costruire affidabili campioni statistici è diventato quasi impossibile, se si pensa alla volatilità di una buona metà dell’elettorato. Ci sono persone che in due anni sono passate dal votare Pd al votare M5stelle e infine la Lega… E se in Emilia-Romagna voteranno 2,5 milioni di persone, gli esperti ci dicono che almeno mezzo milione non ha ancora deciso dove lasciare il segno sulla scheda.

Del resto, la classe politica non appare meno confusa, se è vero – come scrive Luca Sofri – che viviamo in un Paese in cui la decisione di processare un politico è indesiderata dai suoi avversari, perché potrebbe favorire lui.

Affido il mio stato d’animo a Vauro, Altan e Banksy, nella certezza di assistere a uno spettacolo in cui sono fuorigioco.

Il mondo che entra nella terza decade del Ventunesimo secolo (4)

Un po’ di senso delle proporzioni…