Il Dario c’è o ci fa?

Roberto Speranza si è detto pronto a incontrare Renzi, che a sua volta può trovare un minuto di tempo.

Basta questo al ministro della Cultura Dario Franceschini per tirare delle conclusioni apodittiche quanto ottimiste. Come se l’accordo fosse ormai prossimo. O fosse solo una questione di buona volontà.

Ma se si va a leggere quel che dice Speranza – e si pensa un attimo a come ragione Renzi – l’accordo è semplicemente impossibile, il dialogo è un pro-forma, e tutto spinge verso il lancio dei piatti fra ex coniugi.

Speranza si dice disponibile a riaprire una discussione con il Pd su due punti immediati: legge elettorale e legge di bilancio. “Sul Rosatellum – chiede – abbandonino la strada della fiducia. Modifichiamo la legge con le preferenze, oppure aumentando i collegi uninominali. E prevediamo il voto disgiunto”.

Speranza chiede, inoltre, di “invertire la rotta anche su Jobs act e scuola”.

Ognuno può pensarla come vuole, ritenere colpevoli gli uni o gli altri, ma intanto sta per arrivare la batosta in Sicilia e sia Pd che Pdp non potranno far altro che incolparsi a vicenda.

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Linguaggio orwelliano: bel tempo è quello che fa scattare l’emergenza smog, maltempo è quello che la fa passare

Otto uomini fuori [Eight Men Out], John Sayles, 1988 – [filmTv102] – 8

World Series 1919: l’America uscita dalla guerra vorrebbe rilassarsi con il “passatempo nazionale”, e il massimo campionato di baseball arrivano a disputarselo i Chicago White Sox, grandi favoriti, e i Cincinnati Reds.

Ne deriva il più grande scandalo nella storia del baseball, quello che molti hanno definito “la perdita dell’innocenza” nei grandi sport professionistici nordamericani. Finisce con otto White Sox radiati dal “commissioner” della Lega, nonostante il tribunale li abbia assolti dal reato penale.

Vincitori delle World Series 1906 e 1917, i White Sox hanno un proprietario, Charles Comiskey, con la pessima fama di essere avaro e di non mantenere le promesse. I giocatori ingoiano amaro, non hanno diritti, sono legati a un contratto e non possono cambiare squadra senza il consenso della proprietà.

È diffuso il sospetto che qualche giocatore arrotondi lo stipendio con le scommesse, il fatto è tollerato, a nessuno viene in mente che si possa vendere la vittoria nella competizione più importante. Uno dei White Sox viene avvicinato dalla malavita organizzata, l’offerta è così ricca da coinvolgere altri sette giocatori, mossi da avidità o risentimento verso Comiskey. Fra loro, “Shoeless” Joe Jackson (Daniel Bernard Sweeney), il più forte giocatore dell’epoca, autentico mito popolare, idolo analfabeta in uno sport in cui anche i fuoriclasse del tempo non diventavano ricchi.

Il film ha l’andamento dell’inchiesta giornalistica, con una particolare attenzione alle motivazioni individuali che portano i singoli giocatori a lasciarsi corrompere. La splendida, romantica fotografia è di Robert Richardson, con più di una somiglianza con le atmosfere della «Stangata».

Sayles si ritaglia la parte di Ring Lardner, cronista sportivo e scrittore realmente esistito. Fra i giocatori, spiccano John Cusack, Charlie Sheen e David Strathairn.

Renzi su Bankitalia conferma lo stile #staisereno. Ma stavolta deve averla fatta grossa, se gli sono contro Gentiloni, Padoan e Veltroni.

Il calcio sull’Isola delle Foche

L’Isola delle Foche, Robben Island, dista una decina di chilometri dalla costa di Cape Town: è lì che fino al 1982 si trova Nelson Mandela, per diciotto dei ventisette anni di prigionia.

Utilizzata come colonia per i lebbrosi fino al 1931, nel periodo segnato dall’apartheid l’isola diventa tristemente famosa per le migliaia di prigionieri politici, impegnati nelle cave di pietra. È una fortezza in mezzo all’oceano, viene facile chiamarla “Alcatraz sudafricano”. L’autobiografia di Mandela (Lungo cammino verso la libertà) dedica molte pagine alla descrizione della vita quotidiana: ogni mezzo viene utilizzato per umiliare, sottomettere e punire i detenuti politici, che fanno di tutto per preservare la propria dignità nelle circostanze più terribili. Fra l’altro, decidono di fondare alcune squadre di calcio e di darsi una dettagliata organizzazione interna.

Delle centinaia partite giocate a Robben Island, rimane una sola fotografia, diffusa alla stampa internazionale per dimostrare che i prigionieri vivono in buone condizioni; ma i volti dei calciatori sono cancellati, resi irriconoscibili.

I detenuti danno vita a una vera e propria federazione, la Makana Football Association (MFA), così chiamata in onore di un condottiero di etnia Xhosa, Makana Nxele, rinchiuso dagli inglesi a Robben Island, morto nel 1819 in un tentativo di evasione. La MFA si dota di tutte le sovrastrutture burocratiche: documenti societari, fogli per le distinte, organigrammi, direttive per gli arbitri. Per quattro anni, dal 1969 al 1973, in un campo polveroso e pieno di buche, con reti da pescatori a fare da porte, si giocano partite di calcio articolate in tre divisioni: dalla A, riservata ai calciatori più forti, alla C, per chi non ha mai praticato il calcio.

Ognuno dei nove club registrati schiera una squadra per divisione, ogni stagione circa 300 detenuti scendono in campo. Otto squadre sono rigorosamente divise per etnia e appartenenza politica, fa eccezione il Manong, che non a caso vince i primi due campionati di A e si trova in testa anche nei due successivi (di questi, non è rimasta traccia delle classifiche finali).

Il 18 luglio 2007, alcuni dei calciatori neri più famosi di ogni tempo (Pelé, Eto’o, Weah e Gullit) sbarcano a Robben Island. A turno, uno alla volta, calciano 89 palloni in fondo a una porta arrugginita: 89, come gli anni compiuti quel giorno da Nelson Mandela.

Chuck Norr e Marvin Close, Molto più di un gioco. Il calcio contro l’apartheid, Iacobelli editore, 2010

2122, mi ricordo

Mi ricordo che sei mesi fa ho cominciato a chiedere “Cosa vuol fare Pisapia?” (e aggiungevo “ottima persona, per carità”), e sei mesi dopo ne so meno di prima.

Salvato anche Verdini, potrà candidarsi all’estero: rimasto a corto di decenza, il Pd pare abbia deciso di investire sull’amicizia.

QUI

Spartiacque

“Spartiacque”, l’ha definito Giuliano Pisapia, non esattamente un estremista.

Viene da ridere, ripensando a Renzi, con la faccia di circostanza, che meno di una settimana fa dice che quelli usciti dal Pd non sono i nemici: “apertura a sinistra” hanno titolato i giornali di regime.
Infatti, Renzi stringe accordi con Berlusconi, Alfano, Salvini e Meloni, contro quelli con cui a parole dovrebbe allearsi.

La scelta di mettere il voto di fiducia sul testo della legge elettorale uscito dal patto Renzi-Berlusconi è l’ennesima conferma di come a questa legislatura si dovesse staccare la spina, dopo il 4 dicembre 2016.

Non lo si è fatto, e questo è l’ennesimo frutto avvelenato di una concezione della politica che semplicemente non concepisce la democrazia e conosce solo i plebisciti e i voti di fiducia.
Imporre la fiducia su una legge elettorale da parte di un Parlamento morto da mesi è un ulteriore atto di disprezzo degli esiti del referendum del 4 dicembre: un Parlamento screditato, con il silenzio del Quirinale, impone le liste bloccate, le candidature multiple e un esercito di nominati.

Siccome anch’io penso che ci siano spartiacque irreversibili, da ieri ho la certezza di chi non voterò alle prossime elezioni.
Ovviamente questa è una frase retorica, lo sapevo già che non avrei votato Renzi, Berlusconi, Alfano, Salvini e Meloni. E non mi illudo che questa ennesimo schiaffo faccia rinsavire chi da anni, con la scusa del male minore, digerisce di tutto: l’assenza di una sinistra decente, forte e credibile, ha preparato giornate come questa.

Quanto al “nuovo centrosinistra” evocato da Pisapia, Bersani, Prodi, Letta e altre figure un tempo prestigiose, questa fiducia somiglia a una lapide.

2116, mi ricordo

Mi ricordo il referendum sul nucleare anche perché fu l’occasione per conoscere “Tom”, ed era bello stare dalla stessa parte.

 

Ragazze vincenti [A League of Their Own], Penny Marshall, 1992 [Tv98] – 8

A mezzo secolo dai fatti, esce un buon film per celebrarli: ecco come l’America in guerra cercò di surrogare il “passatempo nazionale” – l’amatissimo baseball – con un campionato femminile.

Oltre 500 giocatori delle Major Leagues, compreso Joe Di Maggio, erano sotto le armi. Venne l’idea di far giocare le donne. Selezionate 60 “professioniste”, furono costruite 4 franchigie – Rockford (Illinois), South Bend (Indiana), Racine e Kenosha (Wisconsin) – che salirono a 10 qualche anno dopo. Nel film, assistiamo all’avventurosa prima stagione delle Rockford Peaches, allenate dall’ex campione Jimmy Dugan (Tom Hanks) e trascinate dalla fenomenale Dottie Keller (Geena Davis). Fanno parte del cast anche Lori Petty («Point Break»), Madonna (sui titoli di coda, canta «This Used to Be My Playground»), Bill Pullman e David Strathairn.

Comincia e finisce con l’ingresso nella Hall of Fame di Cooperstown. È lì che si ritrovano le sopravvissute a quegli anni indimenticabili. Giocare a baseball costituì una distrazione dalla guerra – ma avevano fratelli, mariti e fidanzati al fronte – e creò forti legami, fonte di rimpianto come gli anni della giovinezza.

La regista mette a fuoco il complicato rapporto fra due sorelle, venute da una piccola fattoria nell’Ohio; la minore, Kit, non sopporta di vivere di luce riflessa rispetto a Dottie, che a sua volta non sembra amare il gioco e lo abbandona senza remore appena fa ritorno il marito ferito. In realtà, Dottie torna per giocare la finale e si trova davanti Kit nel punto decisivo del nono inning.

Alle giocatrici era proibito bere o fumare, vietato indossare pantaloni in pubblico, la loro immagine doveva rispecchiare certi canoni di femminilità: gonnellino corto, braccia scoperte, capelli sciolti, un po’ di trucco… La guerra finisce, ma queste donne non hanno nessuna intenzione di tornare al ruolo di sorelle, mogli, madri. L’afflato femminista del film si esprime bene nell’evoluzione dell’allenatore, all’inizio ottusamente misogino e infine conquistato dalla forza e dallo spirito di sacrificio delle giocatrici.

L’All American Girls Professional Baseball League tenne aperti i battenti, il campionato proseguì per undici stagioni, fino al 1954. La figura di Dottie è ispirata a Dorothy Kamenshek, che non abbandonò il gioco alla fine della prima stagione; la vera Dottie è stata All Star in tutte e 7 le occasioni in cui la Lega femminile ha eletto le sue stelle.

Bei momenti: l’autocritica di Massimo D’Alema

Pare che l’ultima autocritica di D’Alema risalisse agli anni in cui era segretario regionale del Pci in Puglia (metà anni Ottanta, per chi non avesse tempo da perdere su wikipedia).
Da allora, D’Alema ha preso un migliaio di decisioni ed effettuato diecimila dichiarazioni… forse forse forse un paio delle une e delle altre le ha sbagliate (non ditelo ai suoi fans, che ancora difendono le scelte per le catastrofiche Regionali del 2000).
Voglio dire – senza offesa – che almeno un po’ dell’antipatia che sembra avvolgere D’Alema deriva dalla sua incapacità di ammettere gli errori.

Ma ecco la buona notizia: D’Alema sa fare autocritica.
Oggetto: la Roma allenata da Eusebio Di Francesco.

Ricapitoliamo i fatti. Poche settimane fa, D’Alema aveva rimpianto Spalletti e giudicato inadeguato Di Francesco, sostenendo che la Roma “non ha gioco e quest’anno è destinata a lottare per la salvezza”.
La replica era arrivata rapida e pungente: “Visto che è un grande esperto di vittorie, chiederò a lui le condizioni giuste per poterlo fare”.

L’altro ieri, durante una trasmissione televisiva in cui si parlava di tutt’altro, D’Alema ha trovato la forza per dire: “Da romanista, chiedo scusa a Di Francesco, perché è una persona seria, perché è stato protagonista di una grande stagione della Roma nel passato. La sua figura di calciatore è legata ad una grande Roma del passato e dello scudetto e perché sono convinto che progressivamente sta imponendo il suo stile. Il mio è stato un giudizio affrettato”.

Adesso qualcuno dovrebbe chiedergli conto del Kosovo. O di come scelse i Lothar. O del risotto da Vespa…

Il miracolo di Berna [Das Wunder von Bern], Sönke Wortmann, 2003 [Tv96] – 7

Conosciamo bene il punto di vista della Grande Ungheria, beffata all’ultimo centimetro dopo quattro anni di calcio stellare e senza sconfitte.

La stessa storia, raccontata dal punto di vista opposto, si trasforma in uno dei momenti fondamentali della rinascita tedesca dopo la disfatta nazista: nientemeno che il “miracolo di Berna”, l’imprevista vittoria di un paese traumatizzato, il suo riscatto attraverso la prima, grande competizione calcistica a cui la Germania viene riammessa.

La storia è narrata con gli occhi di Matthias Lubanski, un bambino biondo che è diventato amico e portafortuna di Helmut Rahn, uno dei calciatori della nazionale tedesca che sconfiggerà la Grande Ungheria nella finale di Coppa Rimet disputata a Berna il 4 luglio 1954. Quel giorno piove, e anche questo contribuisce al miracolo: solo la Germania, infatti, può contare sui tacchetti a vite, rimovibili, inventati da Adi Dassler, e si trova a suo agio nel fango di Berna.

I grigi anni del dopoguerra, Matthias li vive a Essen, nella regione mineraria della Ruhr; la famiglia Lubanski è sopravvissuta grazie al duro lavoro della madre e alla forza d’animo che ha saputo trasmettere ai figli. Rientrato dopo 12 anni di prigionia, il padre fatica a riadattarsi alla vita civile, vorrebbe imporre una disciplina che i due figli maggiori non tollerano e che fa ripiegare Matthias su se stesso. Sarà il calcio a innescare la nuova vita: il padre sembra uscire dal tunnel depressivo e decide di accompagnare il bambino a Berna.

Difficile fare un bel film sul calcio. Lo stesso John Huston ha dovuto ricorrere alla scorciatoia del divismo. In questo caso, la rappresentazione delle partite (movimenti, gesti tecnici, senso del gioco) appare particolarmente efficace. La ricostruzione è fedelissima: le azioni dei gol e le inquadrature sono ricalcate sui filmati in bianco e nero del 1954.

Ovviamente, il punto di vista tedesco ignora la violenza sistematica che l’allenatore Herberger suggerisce ai suoi nella partita del girone contro l’Ungheria, finita 8-3 ma con l’infortunio di Puskás. Né si fa cenno al gol del pareggio, segnato da Puskás a pochi minuti dalla fine e annullato per un discutibile fuorigioco. Figuriamoci se può trovare spazio l’intossicazione in odore di doping che colpisce tutti i tedeschi il giorno dopo la finale… La storia la scrive chi vince, e sotto la pioggia di Berna ai tedeschi accade di passare in un attimo dal ruolo degli sconfitti a quello dei trionfatori.

Riscrivere l’Articolo 1: l’Italia è un paese fondato sull’evasione fiscale.

Sergio Rizzo su Repubblica ricapitola i dati che spiegano il fallimento delle classi dirigenti di questo Paese.

Fallimento pilotato, voluto, confermato – 80 condoni dal 1861 – depistato con frasi di circostanza – “la lotta all’evasione è strategica” – ma che pesa come un macigno su ogni possibilità di effettiva “crescita”. E quando si passa sul piano degli esattori, la capitolazione è totale: in Italia riescono a incassare solo l’1,13% delle somme da riscuotere contro il 17% dei paesi Ocse.
Cinque anni di centro-sinistra non hanno nemmeno scalfito questo disastro.
L’evasione fiscale ammontava a 107,6 miliardi nel 2012, 109,7 nel 2013, 111,7 nel 2014. Non c’è ancora il dato definitivo sul 2015, ma si “viaggia” fra i 109 e 1 113 miliardi.

Chi evade?
Scrive Rizzo: “la propensione a evadere l’Irpef da parte del lavoro autonomo ha raggiunto nel 2014 un impressionante 59,4 per cento. Significa che entrano nelle casse pubbliche solo quattro euro su dieci delle imposte sul reddito dovute da chi esercita un’attività non dipendente”. In questo ambito, si assiste a un aumento costante; nel 2010 la somma evasa era intorno ai 20 miliardi, in quattro anni ha superato i 30.

Quanto all’IVA, l’Italia è il Paese europeo che detiene il record dell’evasione di questa imposta. Viene evasa al 30% (40 miliardi all’anno di mancati introiti); e l’Italia rappresenta quasi un quarto dell’evasione Iva dell’intera UE (6 volte più della Spagna…).

Ricordiamo tutti Berlusconi che teorizzava l’evasione come “diritto naturale” di persone falcidiate da troppe tasse. Letta, Renzi e Gentiloni non sarebbero mai così grevi, ma i loro governi hanno confermato il lassismo dell’Era del Cavaliere. Infatti, anche nella nuova Finanziaria si parla di “rottamazione delle cartelle esattoriali”, premiando i furbi (che, del resto, se lo aspettano)

L’articolo di Rizzo ha il merito di approfondire altre questioni (quanto è complicato il nostro fisco, i lunghissimi tempi delle pratiche e dei ricorsi, l’esosità del peso fiscale – per chi paga – l’assurdità delle rateizzazioni, eccetera). Resta il fatto che l’Italia cammina con due insopportabili zavorre, che ne pregiudicano un avvenire decente: e fra la lotta alle mafie e quella agli evasori, non saprei dire quale sia la sconfitta peggiore.