#25Aprile, qualcuno aveva torto e se possiamo dirlo, è perché ha vinto chi aveva ragione.

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Le madri, Claire Bretécher, Bompiani, 1983

Edmondo Berselli, il 29 aprile 2005, descrisse su Repubblica l’Italia del fumetto, identificando “un prima e un dopo Linus”. Il mensile di Oreste del Buono e Fulvia Serra “fu uno choc intellettuale. Non era soltanto una moda: era il formarsi di una nicchia di pubblico accomunato da un atteggiamento culturale… Precursore dell’esclusività di massa, politicamente Linus era una cosa di sinistra”.  In quell’articolo, Berselli rammentava come Linus fosse stato “anche il veicolo d’importazione della sinistra parigina, raffigurata nelle strisce dei «frustrati» e delle madri cellulitiche di Claire Bretécher, «il miglior sociologo di Francia», capace di inserire nelle vignette anche qualche sorprendente crudezza sessuale”.

Nata a Nantes 17 aprile del 1940, fu nientemeno che Roland Barthes, nel 1976, a definirla «il migliore sociologo francese».

In queste 68 grandi tavole in bianco e nero, tradotte da Nicoletta Pardi, con il fondamentale lettering di Cettina Novelli, ritrovo gli umori di certe discussioni di quegli anni: fra coetanei e con la generazione del Sessantotto. Bretécher catturò quel linguaggio con precisione chirurgica. Non so immaginare, invece, come il suo femminismo, venato di marxismo e dalla critica francofortese alla società dei consumi, possa essere compreso dai giovani di oggi.

Di cosa parla, Les mères? Di idilliache maternità solo sognate, di dubbi leziosi sull’educazione che andrebbe impartita, del togliere la spirale e cominciare a bere solo aranciata, di nevrosi dilaganti su cosa può nuocere al bambino durante la gestazione, di uomini che fuggono e di donne che temono di perdere ogni attrattiva, di una quantità di problemi insignificanti presi troppo sul serio… Stavano dilagando il giovanilismo e l’immaturità di massa.

Quello che Bretécher conosce, è il milieu delle professioni intellettuali, pieno di borghesi annoiati, insicuri, egoisti. Frustrati per qualunque pretesto, questi personaggi si muovono in un relativismo etico che sconfina nell’opportunismo. In parallelo, andava crescendo la mole di leggi, sentenze di tribunale, scoperte mediche e norme fiscali che contribuivano a sfilacciare l’istituto familiare, annebbiando ogni responsabilità. Diventano possibili soluzioni prèt-a-porter (Il destino di Monique focalizza questo aspetto), vanno alla deriva i tradizionali ruoli maschili e femminili, senza che se ne impongano di altrettanto affidabili.

Viene da chiedersi, da madri come queste, quali figli potranno emergere: Macron?

Notre Drame: l’avidità e la smemoratezza

Il nostro dramma è che vicende come quella della cattedrale di Notre Dame abbagliano, illuminate da milioni di riflettori, e presto scompaiono.

Per qualche ora sono il centro del mondo, poi vengono oscurate da qualcos’altro, e sulla memoria va ad accumularsi uno spesso strato di polvere.

È passata appena una settimana, sembrano anni. Miliardi di esseri umani hanno seguito in diretta lo spettacolare incendio che stava divorando uno dei monumenti più famosi, amati e visitati al mondo. Danni incalcolabili, ma nessun morto e pochi feriti. A margine, un dibattito surreale, in cui si invocavano tonnellate d’acqua dai Canadair, perché ormai tutti si sentono esperti di tutto.

Unico strascico memorabile, l’invio di enormi quantità di denaro da parte di grandi marchi della moda, e un giornalista di Sky, nel gelo dello studio, ha osato ricordare quanto siano elevati gli sgravi fiscali per chi compie questo genere di buona azione.

Come l’incendio sia stato possibile, invece, è subito uscito di scena.

Ci hanno informato che la struttura del tetto era ottocentesca, una foresta di travi di quercia, e che era in corso un restauro di imponenti proporzioni. Non si è capito come mai Notre-Dame non fosse protetta da moderni sistemi antincendio, e come sia possibile effettuare un restauro così imponente senza chiudere la chiesa al pubblico.

L’incendio è stato avvertito alle 18.20 di lunedì 15, con l’allarme antincendio nel sottotetto. Chi ha controllato, ha pensato a un falso allarme. Ma alle 18.43 l’allarme è suonato nuovamente, e stavolta i due guardiani che sono saliti a verificare (servono 6 minuti per salire tutte le scale), si sono trovati di fronte a fiamme già troppo estese per poter intervenire. Allertati alle 18.51, i Vigili del Fuoco sono arrivati diciotto minuti dopo.

Se ne deduce che in Notre Dame mancassero sistemi automatici per spegnere le fiamme, e che fosse necessario che qualcuno vedesse “di persona” che un incendio era in corso.

Il Post ha accuratamente ricostruito alcuni aspetti cruciali.

L’ultimo intervento sul sistema antincendio della cattedrale è stato completato nel 2013. Colui che l’ha diretto (l’architetto Benjamin Mouton) avrebbe detto al New York Times che “quando gli fu affidato l’incarico non era mai stata fatta una seria valutazione dei rischi di incendio dell’abbazia, che non aveva nemmeno un vero piano di evacuazione per turisti e personale. Come ha detto Régis Prunet, un ex vigile del fuoco che collaborò con Mouton, sembrava un miracolo che niente fosse mai andato storto”.

Fu valutato che “un legno così vecchio come quello di Notre-Dame sarebbe bruciato lentamente. Per questo, Mouton e i suoi collaboratori decisero di affidarsi a un sistema di prevenzione e allarme, basato su sensori per il fumo e sul lavoro dei guardiani: la loro valutazione era che nel tempo richiesto per completare la procedura di allarme e verifica, un incendio non avrebbe potuto arrivare ad essere incontrollabile”.

Errore umano, dunque? Anzi, doppio errore. Nell’aver minimizzato i primi segnali (quelli delle 18.20) e nell’aver approntato un piano anti-incendio troppo ottimista sui tempi di propagazione.

A me pare che si continui a rimuovere la prima causa del disastro. L’avidità.

È l’avidità, con la scusa di non deludere il turismo di massa, che fa sì che attività fra loro incompatibili – far visitare la cattedrale e intanto lavorare al suo restauro, senza perdere un euro – vengano svolte contemporaneamente.

Non sono un “esperto” di sicurezza anti-incendio. Ma ho lungamente studiato una vicenda ben più drammatica, che si svolse a Ravenna, nel porto, il 13 marzo 1987. Morirono 13 operai, asfissiati nella stiva di una nave.

La sentenza definì un preciso ordine di responsabilità e di colpevolezze, coinvolgendo gli “avidi” imprenditori (con la loro fretta), chi forniva manodopera senza alcuna qualificazione, chi avrebbe dovuto verificare le condizioni del cantiere e negare certe autorizzazioni. Ma un punto essenziale, a me indimenticabile, è questo: “le reali cause del disastro e delle morti” andavano inquadrate nell’ambito della “imprudenza”, rappresentata dalla “esecuzione contemporanea di lavori di saldatura con lavori di pulizia nell’ambito della medesima stiva”.

Gran parte degli incidenti sul lavoro ripropone questo punto critico: l’esecuzione contemporanea di attività fra loro incompatibili. Si fa così, perché si risparmia tempo, e il tempo è denaro… Si risparmia sulla sicurezza. Niente mi toglie dalla testa che qualcuno abbia proposto di chiudere Notre Dame almeno per un breve periodo e si sia sentito rispondere che no, non si può: ogni giorno vi entrano 40.000 persone.

Il destino di Monique, Claire Bretécher, 1983

Brigitte Lemercier ha 38 anni, il suo orologio biologico la spinge irresistibilmente a volere un figlio. Frequenta un uomo sposato, Teo, che ogni tanto si presenta da lei con Lucienne, una bambina che sniffa colla mentre il padre fa sesso con l’amante.

Brigitte vive a Parigi e fa l’attrice, Teo è il suo agente, lei insiste, desidera un figlio, ma Teo è risolutamente contrario: “Tre figli con due madri diverse, non credi che abbia abbastanza problemi?”. Litigano.
Brigitte ha una domestica portoghese, Carmela, con problemi materiali pressanti. Il test di gravidanza la riempie di gioia, ma quando Teo le comunica di averle trovato il miglior contratto della sua vita, nasconde la verità. “Voglio questa parte e l’avrò. Voglio questo bambino e l’avrò”.
Bretecher - Destin de Monique

Il desiderio di avere un figlio passa in secondo piano rispetto a un’occasione di carriera incompatibile con la maternità. Ma non scompare. La soluzione? “Carmela, volete portare avanti la gravidanza al mio posto?”. Servono comprensione e complicità, la domestica ha già avuto tre figli e non pare affatto scioccata: “Mia sorella l’ha fatto per la sua padrona, in Brasile… Sapete signora Lemercier, con tutta questa disoccupazione, è un vero sbocco per gli immigrati”. Per 50.000 franchi (in nero), l’affare è fatto…
Il tono da commedia buffa si impenna quando una certa Monique ruba un embrione da una spedizione veterinaria, convinta si tratti di un vitello di razza e lo spedisce al fratello Dedé, che insemina la vecchia mucca Sue-Ellen…

In un volume collettivo – Eroi del nostro tempo – uscito nel 1986, Letizia Paolozzi mise a confronto Il destino di Monique e Blade Runner. Parallelo potente: in effetti, intorno all’ingegneria genetica, all’enigma della nascita e al senso della vita, si interroga Roy Baty (modello Nexus-6, il più riuscito replicante nel film tratto da Dick), e forse farebbe lo stesso se sapesse da dove viene Monique (nata dalla vecchia mucca Sue-Ellen, dopo vari colpi di scena nel racconto per immagini della Bretécher).

Roy Baty e Monique nascono senza che vi sia atto sessuale fra uomo e donna. Era il 25 luglio 1978, quando nacque il primo bambino in provetta: Louise Brown, a Cambridge. Dieci anni prima, Philip K. Dick aveva scritto Do Androids Dream of Electric Sheep?; migliaia d’anni prima, nel capitolo 30 della Genesi, si racconta di come Giacobbe non potendo avere figli dalla moglie Rachele, si congiunse con la serva Bilha, proprio su richiesta della moglie; e nel 1984 venne alla luce Zoé, la prima bambina “venuta dal freddo”.

Congelamento e stoccaggio di embrioni, donazione di uova, inseminazione artificiale, possibilità di scegliere il sesso del nascituro: “siamo entrati in un vero supermercato genetico”, scriveva Paolozzi. Una volta i bambini erano un dono di Dio o della Natura; in fondo al XXesimo secolo diventano un dono della scienza.

La mediocrità della modernità: Genealogia della morale, #Nietzsche, 1887

La mediocrità della modernità trova nella religione il suo fattore essenziale: il ressentiment si tramuta in fede, amore, speranza, compassione, rassegnazione al proprio destino, Regno dei Cieli (la forma che l’impotente adotta per la sua vendetta). In Nietzsche, il risentimento designa una disposizione emozionale particolare che si riscontra presso gli individui che non si amano come sono, ma ai quali “la reazione vera, quella dell’azione, è interdetta”.
A dare forma – una forma raffinata al ressentiment – è la morale ebraico-cristiana: nata come morale degli oppressi, che, incapaci di ribellarsi apertamente ai loro oppressori, dovettero ricorrere a una via obliqua per contrastarli. Questa via fu trovata nel comandamento “ama il tuo nemico”.

Nietzsche si pone in termini antitetici alla concezione evoluzionista, risuona quasi ilare il suo invito: “Bisogna sempre difendere i forti dai deboli”. Non si può chiedere a un’aquila di avere il carattere di un agnello.

La mediocrità della modernitàLa mediocrità della modernità sfocia nel nichilismo: “L’immeschinirsi e il livellarsi dell’uomo europeo nasconde il nostro massimo pericolo, data la stanchezza che ci infonde questo spettacolo. Oggi nulla vediamo che voglia divenire più grande, abbiamo il presentimento che tutto continui a sprofondare, a sprofondare, divenendo più sottile, più buono, più prudente, più agevole, più mediocre, più indifferente, più cinese, più cristiano… la vista dell’uomo rende ormai stanchi – che cos’altro è oggi nichilismo, se non è questo? Noi siamo stanchi dell’uomo”.

A questa mediocrità siamo pervenuti per la vittoria dei deboli sui forti, degli oppressi sugli oppressori, degli impotenti sui dominatori. Grazie alla religione, innanzitutto. E così, si è completato il capovolgimento, la vendetta, la rappresaglia, la giustizia vengono rimesse a Dio. Perché i deboli non sono forti abbastanza.
Il suggello di questa rappresentazione, che Nietzsche considera sostanzialmente ipocrita, è l’Apocalisse di Giovanni, “la più caotica di tutte le invettive scritte, che la vendetta abbia sulla coscienza”. Un “libro dell’odio” scritto dal “discepolo dell’amore”.

L’uomo “addomesticato”, domato dalla volontà di “livellamento”, reso mansueto come un “animale domestico”, l’uomo moderno è il malato per eccellenza: i sentimenti considerati più nobili nascono nel fondo oscuro di questo risentimento, sono l’effetto di una rinuncia, di una compressione, della negazione della natura umana.

#Time, 100 Most Influential People

Nella canonica selezione delle 100 persone più influenti del 2017 stilata da Time, fra attori e cantanti, politici e icone popolari, appaiono cinque personaggi del mondo dello sport: LeBron James, Tom Brady, Simone Biles, Neymar e Colin Kaepernick.

Sta scritto in fondo a pagina 429 di Rivincite, chiuso in stampa poco prima che Time aggiornasse la sua “canonica selezione” con i 100 nomi del 2018.

Dal 2004, Time propone una lista annuale con le 100 personalità più influenti che stanno segnando un’epoca. Alla rivista newyorkese piace suddividere questi 100 nomi in 5 categorie: Pionieri, Artisti, Leader, Icone e Titani; un “mix unico che abbraccia governo, affari, intrattenimento, salute, sport e scienza”. Nella lista 2019 ci sono 3 italiani – Massimo Bottura, Matteo Salvini e Pierpaolo Piccioli – e 6 personaggi del mondo dello sport.

Sono Mohamed Salah, Alex Morgan, LeBron James, Tiger Woods, Caster Semenya e Naomi Osaka; ci sarebbe anche il pakistano Imran Khan: viene dal cricket, ma da tempo è diventato un leader politico

Icona è Caster Semenya, sudafricana, due volte campionessa olimpica degli 800 metri. Tra i pionieri compare la tennista giapponese Naomi Osaka, salita al primo posto della classifica WTA. Tra i “titans”, riappare Tiger Woods, di nuovo vincitore di un major di golf undici anni dopo l’ultima volta, e con lui si conferma LeBron James, superstar NBA (peraltro alla sua peggiore stagione agonistica), protagonista anche fuori dal campo con la sua “I Promise School”. Infine, due calciatori: Alex Morgan, attaccante della nazionale femminile Usa, oro olimpico a Londra e campione del mondo 2015, e Mohamed “Momo” Salah, egiziano del Liverpool, finito su una delle 6 copertine della rivista.

Nel 2018 gli sportivi erano 5: Roger Federer, il campione indiano di cricket Virat Kohli, la snowboarder e oro olimpico Chloe Kim e il giocatore di football americano J.J. Watt; per LeBron, soppiantato nel 2018 da Kevin Durant, è la quarta presenza.

Ecco tutti i 100 nomi del 2019 Leggi il resto dell’articolo

A 5 settimane dal voto europeo

A cinque settimane dal voto europeo, esce un sondaggio che considero affidabile; lo firmano Ipsos, EMG Acqua, Istituto Piepoli, Euromedia Research, SWG, Termometro Politico e Tecnè.

L’elettore italiano eleggerà 73 eurodeputati, la loro ripartizione oggi sarebbe la seguente:

Lega 26 (31,4%), M5s 18 (21,5%), Pd 16 (20%), Forza Italia 8 (10,1%), Fratelli d’Italia 4 (4,8%), Svp 1.

Non raggiungerebbero il quorum del 4% le liste di +Europa (3,1%) e La Sinistra (2,1%), ancora inferiori le percentuali attribuite a Europa Verde Possibile e ulteriori sigle.

Il confronto con 5 anni fa è abbastanza impressionante.

La Lega passerebbe da 5 a 26 eurodeputati, il M5s da 17 a 18, il Pd da 31 a 16, FI da 13 a 8, Svp confermerebbe il suo seggio. Scompaiono Udc (3 seggi) e Altra Europa (3). I gruppi rappresentati scenderebbero da 7 a 6.

Anche facendo lo sforzo di inserire il Pd nella sinistra, il bilancio sarebbe questo: 34 eletti nel 2014, 16 nel 2019. Di sconfitta in sconfitta, fino alla vittoria finale.

L’uomo del Texas, Galleppini e Nolitta, 1977

Nono volume della collana “Un uomo un’avventura”, nel classico formato 24×32 cm di 48 tavole a colori.
Galep e il Texas sono un binomio “classico”, essendo quella l’ambientazione delle prime storie di Tex Willer e dei suoi pards. Classica è anche l’accoppiata di Galep (all’epoca sessantenne) con Nolitta (pseudonimo di Sergio Bonelli), autore di soggetto e sceneggiatura.

Uomo del Texas di Galep1887, Little Field: viene rapinata la banca del paese, ucciso il cassiere, quattro banditi escono sparando, il vicesceriffo (simile a Kit Willer) cerca di fermarli, ne uccide uno ma viene a sua volta colpito. Lo sceriffo organizza l’inseguimento.

Il primo colpo di scena vede Frank, uno dei tre banditi superstiti, uccidere a sangue freddo gli altri due per impossessarsi di tutto il bottino.

Il secondo colpo di scena vede il risveglio, due giorni più tardi, di una delle due vittime, Roy, soccorso e salvato dal medico del 3° Cavalleggeri; presto si scopre che il capitano del reparto, Jerry Vance (biondo, somiglia a Richard Widmark) è un vecchio amico di Roy, e ovviamente non sa delle sue responsabilità nella rapina.

Terza sorpresa: Roy offende Jerry definendo “macellai” Custer e Chivington, due generali famosi per il massacro di pellerossa. Ma fra i due vecchi amici prevale un sentimento di complicità, ognuno decide di non impicciarsi nei fatti dell’altro.
Lentamente Roy si riprende e medita vendetta nei confronti di Frank: fonde in una sola pallottola le tre che il medico gli ha estratto dal corpo, deciso a uccidere con quella l’ex complice; intanto gli scout del 3° Cavalleggeri setacciano il territorio alla ricerca di Cheyennes. Li trovano… Il vanitoso, ambizioso capitano Vance, uscito da West Point per ottenere la sua parte di gloria nella chiusura delle guerre indiane, scopre che quella tribù, stremata e senza viveri, intende consegnarsi senza combattere…

Dall’introduzione di Gino D’Antonio:
“L’esempio dei Cheyenne di Black Kettle è indicativo poiché questo capo era stato sempre fra i meno bellicosi. Il suo campo a Sand Creek fu attaccato e distrutto senza preavviso nel novembre del 1864 una prima volta, e tutti quelli che non riuscirono a fuggire furono abbattuti senza distinzione di età o di sesso. Il colonnello Chivington che guidò il massacro fu messo sotto inchiesta ma ne uscì senza danni.

Nel ’68, quattro anni dopo, il 7° cavalleggeri del generale Custer si materializzò di sorpresa in un’alba nevosa sulle rive del fiume Washita dove i Cheyenne avevano messo le tende. Al suono della banda militare i cavalleggeri piombarono sul campo tirando a tutto quel che si muoveva. Anche Black Kettle, che era scampato all’attacco precedente, fu ucciso quasi certamente pagando per colpe che non erano sue.

L’ultimo di questi ingiustificati massacri avvenne sulla sponda del torrente Wounded Knee nel dicembre del 1890, quando gli ultimi indiani ancora liberi erano ridotti a poche bande di disperati vaganti senza meta, intenti solo a sfuggire la caccia dei soldati. Erano Sioux della banda di Big Foot e sulla riva del torrente dove erano accampati i soldati li raggiunsero. È certo che vi fu un’intimazione di resa, ma lo è altrettanto il fatto che i cannoni puntati sulle tende aprirono quasi subito il fuoco dando il via a un massacro indiscriminato che continuò anche quando i Sioux dopo un abbozzo di resistenza si diedero alla fuga. Alla fine, sulla neve rossa di sangue si contarono non meno di centocinquanta corpi di uomini, donne e bambini”.

A sinistra del Pd: l’autopsia di Alessandro Gilioli (l’Espresso, 5 aprile 2019)

Questa breve premessa ha il solo scopo di agevolare la vita di chiunque abbia di meglio da fare che dedicarsi all’entomologia (lo studio degli insetti). Ma invito a leggere l’intera ricostruzione compiuta dal giornalista dell’Espresso, al solito elegante ed istruttiva.

Ecco, l’elenco dei partiti o movimenti che – guarda un po’ – nemmeno stavolta sono riusciti a mettersi d’accordo. In ordine sparso, viaggiano Liberi e Uguali, MdP-Articolo 1, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, L’Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo!, DemA, Possibile, Diem25, Italia in Comune, I Verdi.

La maggioranza di queste sigle ha deciso di lasciare libertà di voto ai propri seguaci, scommettendo sulla loro esistenza; altre hanno scommesso su nuovi, affascinanti progetti:

  • Italia in Comune andrà insieme a +Europa;
  • Mdp-Articolo 1 sosterrà i suoi due candidati (Cecilia Guerra e Massimo Paolucci, circoscrizioni Nord-Est e Sud) nelle liste del Pd;
  • Europa Verde Possibile è il nome dato alla lista formata dai Verdi e da Possibile;
  • Sinistra Italiana e Rifondazione presentano La Sinistra.

Da parte mia, non sono mai stato così vicino al non voto… Alla descrizione dei fatti e dei retroscena, Gilioli aggiunge una conclusione che anticipo, condividendola: “l’area della cosiddetta sinistra radicale è ai suoi minimi storici, almeno in termini di partiti, sigle e forza attrattiva del suo ceto politico. E il voto del 26 maggio potrebbe mettere fine alla sua agonia danzante di rivolgimenti, risse, livori, scissioni, ricongiunzioni, caroselli di somme e sottrazioni.

E non è detto che sia una disgrazia, per i suoi stessi ideali”.

 

La grottesca telenovela della sinistra radicale che continua a litigare e a spaccarsi

Alle europee, fuori dal Pd, ci saranno  tre liste divise. Vi raccontiamo come ci si è arrivati: tra veti, tradimenti e vanità. Un viaggio solo per stomaci forti

di Alessandro Gilioli, l’Espresso, 5 aprile 2019

In Italia, dove c’è stato il più grande Partito Comunista d’Occidente, la vita dell’altra sinistra non è mai stata facile. Oggi però la sua situazione è tragica (o tragicomica), almeno a livello di rappresentanza e di ceto politico. E le elezioni europee potrebbero segnarne la fine. Leggi il resto dell’articolo

Tempo di festa e tempo di carestia, Emmanuel Le Roy Ladurie, 1967

Histoire du climat depuis l’an Mil è la pietra miliare di un approccio storiografico all’ecologia. Storico francese (1929), fra i maggiori esponenti della scuola delle Annales, allievo di Bloch e Braudel, Le Roy Ladurie è fra gli artefici di una “storia totale”, che a un’originale analisi delle fonti unisce i risultati delle ricerche provenienti dalla demografia, dall’antropologia e dalle scienze naturali.

Gli storici del clima si possono collocare in due grandi categorie: gli esperti di scienze naturali (biologi, meteorologi) e gli esperti di archivi (storici, geografi, archeologi); l’autore scrive di essere arrivato a studiare il clima dallo studio della storia dell’agricoltura.

I dendrocronologi si sono serviti degli anelli di crescita degli alberi (tree-rings): grazie a sequoie, pini e abeti (e anche alle travi di legno usate nelle costruzioni medievali), si può risalire molti secoli, con i fossili per migliaia di anni.

I fenologi studiano le piante, dunque anche le date della fioritura dei ciliegi o della maturazione dell’uva, per ricostruire la storia delle temperature.

Altri dati utili si possono ricavare dallo studio dei ghiacciai e dalle datazioni ottenibili con il radiocarbonio. Ulteriori contributi potranno venire dallo studio delle rotte migratorie degli uccelli e dei pesci.

Oltre a identificare metodi di ricerca, Ladurie suggerisce di realizzare una cronologia di eventi da costruirsi a ritroso: dal più conosciuto e recente al meno noto e più lontano nel tempo. Oggi diventa possibile “illuminare il passato con il presente”, studiare a ritroso i secoli per i quali non esistono osservazioni meteorologiche scritte.

La storia del clima sta muovendo i primi passi, perciò “lo storico del clima non si pone soltanto problemi che può risolvere”.

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Il disordine ci rende peggiori

Anni fa, in Olanda, alcuni ricercatori dell’università di Utrecht hanno compiuto un esperimento. Durante uno sciopero dei netturbini, hanno scaricato un po’ di spazzatura all’interno della stazione ferroviaria. Poi hanno intervistato i viaggiatori, costretti a convivere con la sporcizia mentre attendevano di salire sul treno.
Nella stazione sporca, i bianchi preferivano starsene vicini, evitando (per quanto possibile) di sedersi accanto ai neri. Nella stazione pulita, questo non succedeva. Il test è stato replicato più volte, ottenendo gli stessi risultati.

La spiegazione dei ricercatori è che il caos e la sporcizia inducano nelle persone un desiderio di ordine, che nel breve termine può essere realizzato attraverso un processo mentale drasticamente semplificato. Le persone diventano più propense a usare categorie rozze e a riesumare pregiudizi, arrivando presto a identificare un “nemico” appartenente a qualche minoranza.

Investire in manutenzione ed evitare che l’ambiente urbano si degradi, aiuta a contrastare pregiudizi e discriminazioni sociali.

Otto anni fa, Tronti scriveva a Ingrao: “Se abbiamo qualcosa da rimproverarci…”

«Oggi non mancano, come vediamo ad occhio nudo, le rivolte, il tumulto, le emergenze, i barconi inzeppati di dannati della terra è uno spettacolo su cui vorresti chiudere gli occhi, non manca, purtroppo, la guerra. Ma io mi chiedo: perché abbiamo bisogno di queste cose per accorgerci, solo allora, che così questo mondo non va e che bisognerebbe di nuovo, anche qui in forme nuove, sovvertirlo?

Mi pare di aver capito una cosa, che ritengo preziosa, e che ogni giorno pazientemente metto in pratica, guardandomi intorno: è che proprio nel tran tran del giorno per giorno, è quando non succede niente, quando tutto è apparentemente tranquillo, e l’ordine sembra perfetto – se ci pensiamo bene è poi il più gran tempo, il tempo normale – è lì che si esprime la vera subdola violenza del dominio. È quando non te ne accorgi, e ti illudi di essere libero, è allora che sei veramente sottomesso.

Tra i pensieri folli che spesso mi vengono, oggi molto attuali, uno è questo: beati quei popoli che hanno da buttar giù dal trono un tiranno. L’invisibile tirannide che ci opprime, giorno per giorno, ora per ora, in questi nostri meravigliosi giardini democratici d’Occidente, come la buttiamo giù?

E allora, di nuovo, se abbiamo qualcosa da rimproverarci, è questa qui: che lasciamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, una condizione di vita, individuale e sociale, e uno stato interiore, che con una parola a me, ma so anche a te, cara, possiamo definire spirituale, peggiore di tutto quanto noi abbiamo vissuto. Difficile perdonarci questa colpa. I potenti, i ricchi, i sovrapposti, i possessori delle nostre vite, non si sono mai sentiti così bene al sicuro come in questo tempo. Lo dimostrano il peso della loro arroganza, la volgarità della loro egemonia, le certezze della loro indiscutibile ragione.

È qui che va posta la domanda: dove abbiamo sbagliato? Una domanda per tutti, uomini e donne, credenti e non credenti, rivoluzionari e riformisti. Non ci si può sottrarre. Non per disperarsi, tanto meno per rassegnarsi. Al contrario, per riacciuffare il filo della lotta decisiva, come tu volevi “acciuffare” la luna dietro i monti di Lenola»…

(Mario Tronti, il manifesto 31 marzo 2011)

Dieci lezioni di geopolitica, da Tim Marshall (9 e 10: America Latina e Mar Glaciale Artico)

L’America Latina è suddivisa in 20 Paesi, con circa 600 milioni di abitanti (compresi il Messico e i Caraibi). È un continente abitato soprattutto lungo le coste, le zone interne restano mal collegate. Il PIL dell’intero continente non raggiunge quello di Francia + Regno Unito. Il confine fra Messico e Usa è lungo 3.200 km.

Dalla frontiera con gli Usa a Capo Horn ci sono 11.000 km. Nel punto di massima larghezza (Perù / Brasile) misura oltre 5.000 km. La catena delle Ande è la più lunga del mondo, corre in parallelo con il Pacifico per circa 7.500 km. Leggi il resto dell’articolo