In Turchia e in Polonia

Il comitato esecutivo della Uefa ha appena reso nota la sede della finale della Champions League 2019-20: si giocherà all’Atatürk di Istanbul, già teatro dell’indimenticabile sconfitta del Milan contro il Liverpool nel 2005.

Il peso “politico” della Turchia ne esce ancora rafforzato. Come quello di un’altra democrazia piuttosto discutibile, quella polacca: al PGE Arena Gdańsk di Danzica andrà in scena l’ultimo atto dell’Europa League.

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Revancha, di Lorenzo De Alexandris e Diego Mariottini, Ultra Sport 2018

Pubblico un libro che si intitola “Rivincite” e questo ha quasi lo stesso titolo (al singolare, in spagnolo).

L’ottobre scorso consegno un racconto per un’antologia che uscirà ai primi di giugno – “Notti magiche” – miracolosamente recuperata dopo aver perso per strada un paio di editori, tramortiti dal naufragio degli Azzurri di Ventura. Il mio racconto parla del gol di Javier Zanetti agli inglesi nella Coppa del Mondo 1998, elevandolo a momento magico nella secolare rivalità fra Albiceleste e Bianchi d’Inghilterra. Che è proprio l’argomento di questo libro.

Vado alla bibliografia e trovo 8 titoli in comune: fosse uscito tre mesi prima, “Revancha” sarebbe nella mia bibliografia, e forse “Rivincite” nella loro, che puntualmente collocano lo sport all’incrocio fra storia e politica.

Sostengono gli autori che in Argentina – da Fangio a Monzón, da Vilas a Gabriela Sabatini, da Maradona a Messi – i campioni dello sport godano di una popolarità che nessun altro personaggio riesce a raggiungere.

Analogamente all’inglese “revenge”, mi pare che la parola “revancha” stia a significare sia rivincita che vendetta. De Alexandris e Mariottini descrivono una relazione fra Argentina e Inghilterra in cui “sopravvive un rancore … che non riesce proprio a estinguersi”. Tanti episodi storici, di politica e di calcio, vanno a collocarsi fra due polarità: la guerra per le Falklands/Malvinas e la mano de Diós.

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#Rivincite off limits 25: Jean-Marc Bosman

Il 15 dicembre 1995 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee accolse le istanze del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Così facendo, stabilì un principio di civiltà giuridica, destinato a modificare il rapporto fra un giocatore e la società di appartenenza. Tanti ne hanno beneficiato, Bosman meno di tutti: in “Rivincite” vi ho dedicato qualche pagina.

Classe 1964, Bosman gioca a centrocampo nell’RFC Liegi, dopo essere stato sotto contratto con l’altra squadra cittadina, lo Standard. Il contratto scade nel 1990 e lui intende trasferirsi in Francia, il Dunkerque vuole tesserarlo. Ma l’RFC Liegi pretende un indennizzo, l’affare sfuma, Bosman si trova “separato in casa”, con una riduzione d’ingaggio, poi finisce fuori rosa.
Davanti alla Corte di giustizia dell’UE, in Lussemburgo, il belga diventa il primo calciatore a denunciare l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in armonia con il concetto della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. La battaglia legale va avanti per quasi cinque anni.

La sentenza del 15 dicembre 1995 – scrive Diego Mariottini in Storie maledette, QUI – “stabilisce che il sistema di regole del calcio europeo costituisce in quel momento una pesante restrizione alla libera circolazione dei lavoratori, in chiaro contrasto con l’articolo 39 del Trattato di Roma del 1957… A tutti i calciatori dell’UE viene così permesso di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto”, nel caso di un trasferimento da un club dell’UE a un altro, sempre dell’Unione.

Dalla Sentenza Bosman deriva che le Federazioni nazionali “non possono più limitare il tetto di giocatori stranieri comunitari in campo… Da quel momento le limitazioni riguardano soltanto calciatori extracomunitari”.

Due gli effetti collaterali più evidenti: si registra un’impennata degli ingaggi, soprattutto dei cosiddetti top player, e le differenze fra piccole e grandi squadre si allargano a dismisura.

Quando ci si diverte, il tempo vola

Perché preoccuparsi? Perché criticare chi dice di mettersi in poltrona con champagne e popcorn?

Sta nascendo il governo fra “una costola della sinistra” e un movimento che ha raccolto “milioni di voti di sinistra”.

Come si fa a concludere che sarebbe il “governo più a destra del dopoguerra”?

E poi, non dura minga…

Mediterraneo, di Sergio Nazzaro e Luca Ferrara, Round Robin editrice, 2018

Diceva Jean-Luc Godard che “bisogna imparare a confrontare le idee confuse con le immagini precise”.
Come raccontare una storia può essere più interessante di quel che racconta, la forma del contenuto, il come del cosa.

Il fumetto è “storie disegnate”. Dunque, nel fumetto, è molto importante lo stile del disegno e l’uso del colore (Luca Ferrara); altrettanto importante della struttura del racconto e dell’uso delle parole (Sergio Nazzaro), di soggetto e sceneggiatura.

Qui si arriva alle estreme conseguenze: un fumetto nel quale la narrazione è affidata solo ai disegni, un racconto per sole immagini… Ulteriore provocazione: un fumetto che si chiama «Mediterraneo» non contiene una sola goccia d’acqua, le acque si sono ritirate, sembra un futuro apocalittico, grandi canyon e fondali aridi emergono alla vista, ogni tanto spuntano speroni di roccia, quelli che noi vediamo come isole … Occorre abbandonarsi al flusso delle immagini, ma per apprezzare in pieno questo fumetto, credo sia necessario fare due cose: fermarsi, ogni tanto, su una tavola (anche un minuto intero) e procedere a due o tre letture distanziate.

Una sigaretta quasi intera cade a terra mentre infuria la pioggia, la mano che l’ha gettata imbraccia un fucile mitragliatore e fa parte di un corpo coperto da una mimetica: ecco la prima tavola.
Poco più avanti, la stessa immagine televisiva fa da sfondo ai mezzibusti di nove reti televisive (Bbc, Cnn, Fox, Tg1, eccetera), mostra un’esplosione avvenuta sotto quella pioggia: è una doppia tavola.
Dal caos di un’imprecisata catastrofe, emerge una bambina dai lunghi capelli neri, ogni tanto raccolti con una matita. Con ogni evidenza è rimasta orfana.

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Quando Luciano Violante rivendicava la “garanzia piena” data a Berlusconi

Il Pd – che, se non ricordo male, ha guidato tre governi nell’ultima legislatura – oggi dall’opposizione annuncia la presentazione di un progetto di legge sul conflitto di interessi…

«Io sono d’accordo con Massimo D’Alema: non c’è un regime sulla base dei nostri criteri. Però, cari amici e colleghi, se dovessi applicare i vostri criteri, quelli che avete applicato voi nella scorsa legislatura contro di noi, che non avevamo fatto una legge sul conflitto di interessi, non avevamo tolto le tv all’onorevole Berlusconi… Onorevole Anedda, la invito a consultare l’onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel 1994 – che non sarebbero state toccate le televisioni… Ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte».

(28 febbraio 2002, Luciano Violante alla Camera dei Deputati)

Cacciari sbaglia, rispettosamente parlando

Grande stima per Massimo Cacciari – il tempo passa per tutti, ma è ancora più lucido di dirigenti politici con la metà dei suoi anni – che ascolto e leggo sempre volentieri, anche se il cinismo comincia a diventare indigeribile.

Ma da uno della sua levatura non si può accettare un assioma così banale: “Chi governa, perde”, ha detto, riferendosi alla sorte del Pd e a quella, secondo lui prevedibile di Lega e M5stelle.

Fosse vero che “Chi governa, perde”, ci si chiede perché Angela Merkel (non dico Putin) sia sempre lì. O perché tutti si affannino a cercare di vincere le elezioni per poter governare.
La realtà a me sembra più complicata. Stare al governo – detenere il Potere – è il motivo per cui agiscono quasi tutti. Per alcuni, anzi, il Potere è l’unica ragione di vita (quando sento dire che il Pd si “rigenererà all’opposizione”, sorrido: dovrebbe innanzitutto imparare a farla, e con la classe politica che ha costruito, l’opposizione è una Cayenna da abbreviare al più presto).

Molte delle ragioni dello sfacelo della sinistra, secondo me, risalgono a un’insufficiente analisi del Potere. E proprio da Massimo Cacciari vengono analisi acuminate sulla degenerazione del Potere e di chi lo esercita. Continuo a credere che una delle carte più formidabili dell’ascesa del M5stelle è quella del vincolo dei due mandati: come a dire che la politica fa male, rovina i migliori, dunque meglio frequentarla il meno possibile, prima di esserne contagiati. A me pare un rimedio discutibile, che apre la strada a dilettanti alo sbaraglio e a maniche di opportunisti, ma a milioni di italiani pare una soluzione apprezzabile (forse perché stanchi dell’undicesima legislatura di Casini).

Chi sta al governo ha enormi vantaggi su chi sta all’opposizione. Pensate solo alla Rai, alle direzioni dei ministeri, alle nomine nelle forze armate, alla possibilità di erogare i soldi in fretta agli “amici” (Regioni, Comuni, eccetera) e con esasperante lentezza agli “avversari”. Sono vantaggi competitivi che i più scaltri sanno usare per mantenersi al Potere. Ovvio che si tratti di vantaggi tanto maggiori quando l’economia è in crescita e ci sono margini per redistribuire ricchezza. Ricordo gli 80 euro, anzi gli 80 euro a chi… e mi fermo qui.

Certo, chi governa deve mantenere le promesse. Ma parte da una forza che manca agli altri: il sostegno dell’80% dei media, la cui vocazione governativa è una costante della storia d’Italia: le promesse non mantenute potranno essere ribaltate in accuse su chi ha impedito questo e rallentato quello, sui conti in disordine lasciati dai predecessori, su qualche “nemico” odioso (meglio se tecnocratico) che ha messo i bastoni fra le ruote.

“Chi governa, perde”, mi sembra un’illusione. Pare stia per nascere un governo inedito e pieno di contraddizioni, per certi aspetti persino pericoloso, ma a me quello che spaventa è altro: all’opposizione vagolano, sbandati, due o tre dead men walking.

Che cos’è e a chi giova l’astensione benevola

L’espressione è attribuita a Giovanni Toti, forzista a capo della Liguria: descrive l’atteggiamento “costruttivo” che Berlusconi ha deciso di tenere di fronte all’ipotesi di un governo M5s-Lega.

All’origine, un immediato calcolo di convenienza: Forza Italia teme le elezioni più di chiunque altro partito (persino il Pd sta messo meglio), dunque lasciar partire un governo garantisce almeno un anno di tempo per riassettare le fila.

La sorpresa – mia e di altri, immagino – per il clamoroso passo indietro del Cavaliere, che fino a 24 ore fa ne parlava come di un’inaccettabile umiliazione sua e di 5 milioni di elettori, non può spiegarsi solo con la paura del voto. Quello è il lato negativo. Deve esserci un lato positivo, ancora avvolto nell’ombra, ma destinato a chiarirsi presto.

Che Berlusconi sappia fare i suoi interessi, è risaputo. Luciano Violante e Massimo D’Alema glieli garantirono pubblicamente, altri “leaders” del centro-sinistra si accontentarono di rimandare sine die una legge decente sul conflitto di interessi. E in generale, i potenti sanno quasi sempre come restarlo.

Non è la prima volta che l’orgoglissimo Berlusconi ci stupisce: quello che i suoi fans chiamano “senso di responsabilità”, si è già manifestato almeno 3 volte: lasciando nascere il governo Dini nel 1995 dopo il ribaltone della Lega (ma l’effetto fu catastrofico per FI), contribuendo al governo Monti nel 2012 (e in quel caso il danno lo pagarono Bersani e il PD), e sostenendo il governo Letta nel 2013 (che ha magnificamente tirato la volata all’unico, autentico erede dell’uomo di Arcore).

Questo quarto giro di giostra – ammesso che si riveli decisivo – a chi gioverà?

2330, mi ricordo

Mi ricordo quando – pur di non tornare al voto – si invocava il senso di responsabilità di Berlusconi, l’astensione benevola, il passo di lato.

Berlusconi e il passo di lato

“Il centralino di casa Berlusconi è stato ingolfato dalle telefonate che giungevano da Roma: renziani ortodossi e nostalgici del prodismo si sono messi in attesa al pari di grand commis di Stato ed epigoni democristiani. Ognuno con il proprio consiglio (interessato), ognuno con la propria speranza (coltivata), insieme hanno esortato l’ex premier con l’identico ragionamento: assecondare il disegno di Salvini e Di Maio, lasciarli andare per vederli schiantare, consegnargli l’esercizio del potere e aspettarli al varco delle loro contraddizioni, in attesa di denunciarle al momento opportuno. Ma l’idea di farlo passare per il salvatore della Patria non ha convinto Berlusconi, che più ascoltava quei ragionamenti più si vedeva esposto al sacrificio per risolvere problemi altrui”.

Verderami sul Corriere descrive così il retrobottega del governo che potrebbe nascere.
Incredibilmente, c’è ancora qualcuno che pensa di fare gli interessi di Berlusconi meglio di lui.

2329, mi ricordo

Mi ricordo i cento passi.

Nel panico, una sinistra senza scampo

Tutti i sondaggi danno Lega e M5stelle in crescita, e gli altri partiti in calo.
Nessun sondaggio arriva a definire un chiaro vincitore di elezioni che potrebbero svolgersi a fine luglio o in settembre, ma quel voto potrebbe funzionare come una specie di ballottaggio fra i due “vincitori” del 4 marzo. Non a caso, Lega e M5stelle chiedono il voto subito, e tutti gli altri dicono che sarebbe da “irresponsabili”.

Forse tardiva, la proposta del Quirinale a me pare decente: un governo per sei mesi, poi si vota, con una legge elettorale un po’ diversa; questo governo “neutrale” dovrà garantire scelte largamente condivise e impegnarsi a non svolgere un ruolo attivo nella futura competizione elettorale.
Ma sia Lega che M5stelle, cioè oltre metà del Parlamento, hanno già annunciato che voteranno contro questo governo. Calcolano di averne un danno, mentre chi vorrebbe sostenerlo – innanzitutto, Pd e Forza Italia – calcolano di averne un vantaggio.

Per due mesi si è assistito a tatticismi chiamati “trattativa”: Lega e M5stelle hanno cercato di attirare sulla loro linea i potenziali alleati. La Lega l’ha fatto con più nettezza, Di Maio con troppi cambi di fronte, ma la sostanza è identica. I voti mancanti non sono stati trovati, e l’unico governo plausibile – Lega + M5stelle – non poteva nascere per l’ovvio motivo che avrebbe prodotto una sanguinosa lacerazione nel centro-destra. Che invece, unito, ha vinto le Regionali sia in Molise che in Friuli Venezia-Giulia, e in giugno si appresta a conquistare molti Comuni.

A me pare che gli “irresponsabili” stiano ovunque, in tutti i partiti. Per due mesi, si è giocato a ciapanò, come se fosse divertente vedere come e dove fallivano gli altri. Un “tanto peggio, tanto meglio”, in cui si è distinto Renzi, che tuttavia non ritengo più colpevole di altri: ha fatto i suoi calcoli, da giocatore di poker qual è sempre stato, e concluso che per la sua sorte personale era preferibile non far partire un governo Di Maio. Certo, anche il pokerista più incallito, se ha brutte carte evita di alzare la posta…

Mi riconosco in queste parole di Antonio Polito (Corriere): “nessuno tra i protagonisti di questa crisi è esente da colpe. Né chi avendo preso molti voti aveva la responsabilità di accettare i compromessi inevitabili a far nascere un governo di coalizione. Né chi, avendo preso meno voti, ha pensato solo a mettersi di traverso per dimostrare che gli elettori si erano sbagliati… Lo scambio di accuse finali ha il solo scopo di prendere la posizione migliore per la griglia di partenza del nuovo gran premio elettorale”.

Chi mi legge sa che questo esito mi pareva il più prevedibile: l’ho scritto il 29 marzo (titolo: Vicolo cieco)
e poi il 20 aprile, e ancora il 24 aprile.

Ovviamente esprimo un punto di vista, assisto a uno sfacelo e non vedo nessuno impegnato a ricostruire.
Si votasse a luglio o a settembre, infatti, una delle poche certezze è che la sinistra subirebbe un’altra batosta. È pressoché certo che l’Italia si avviterebbe in un bipolarismo M5stelle vs. centro-destra.
Qualcuno si illude che basti rimettere insieme i cocci? Pd + Leu? È un’illusione penosa.

Bisogna, innanzitutto, capire il voto del 4 marzo, e quasi nessuno ci prova. È più comodo e consolatorio fare finta che gli elettori siano stupidi, egoisti, “irresponsabili”, che credano alle promesse impossibili.

2325, mi ricordo

Mi ricordo le coccarde alla festa dell’Unità prima ancora che diventassero adesive.