Raccontare, resistere… Un anno fa moriva Luis Sepulveda

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In una lunga conversazione con Bruno Arpaia, Sepúlveda affrontava i temi più appassionanti: la sinistra di ieri e di oggi; la sfida dei movimenti no global; l’orizzonte politico dell’impegno ambientale; la letteratura latinoamericana e cos’è stato per lui scrivere; in che forma si può raccontare la lotta, il carcere, l’esilio…

Da quali scrittori è stato più influenzato? Cortázar, Soriano ed Hemingway. Non mancano indicazioni più concrete sul suo modo di scrivere, sulle sue nevrosi (scrive solo a mano su fogli bianchi senza righe e su una scrivania ordinatissima), l’ultima revisione fatta al registratore, perché la forza delle parole va verificata con la voce.

“La scrittura aiuta ad accettare e a spiegare a noi stessi le situazioni dolorose che abbiamo vissuto, quelle che ci costa fatica rivivere. Quando pensavo a ciò che avevo provato in carcere, non mi veniva in mente solo il dolore fisico, ma anche e soprattutto le umiliazioni subite, il tentativo di farmi perdere la dignità di essere umano. Per anni ho pensato a come esprimere quell’esperienza, giungendo in un primo tempo alla conclusione che era impossibile. Poi, quando mi sono costretto a parlarne, perché era un tema ineludibile, mi è venuto in mente che l’unica maniera di farlo era adottando uno stile fondato su una grande brevità, nettezza e concisione”.

“Tutti i rivoluzionari latinoamericani degli anni Settanta erano generosi e ingenui, e noi cileni molto più degli altri. Ma lo dico quasi con soddisfazione. Quella generosità e quella ingenuità non ci fecero mai raggiungere il grado di paranoia militare dei Montoneros o dell’ERP argentini, non ci ammazzammo mai tra noi per stabilire quale fosse la linea più corretta. Al contrario, cercammo sempre di unire le forze, anche se non ci riuscimmo del tutto. Ciò che salva l’esperienza cilena rispetto a quella argentina è che noi non ci cannibalizzammo”.

“Se non si è convinti di stare usando le parole più belle del mondo… non si sta credendo in ciò che si scrive. Non si può fare nulla in letteratura se non si parte dalla premessa fondamentale che si scrive per sedurre il lettore”. Bachtin ha detto che “La correlazione tra letteratura e vita è come quella tra il vino e l’uva. L’uva è la vita e il vino è ciò che si ottiene dopo un lungo processo di pigiatura, spremitura, fermentazione”.

La sinistra occidentale soffre di pigrizia culturale, manca di conoscenza, la mancanza di immaginazione è il suo limite più grave; “la resistenza, oggi, deve essere guidata da un profondo rispetto nei confronti della pluralità: due idee sono meglio di una, tre idee sono meglio di due”.

Sepúlveda condivide quanto sostenne Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”.

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Carlo e Gigio

E quel giorno uccisero la felicità… #Sankara. #BurkinaFaso. #SilvestroMontanaro. #Rai3

Sostiene Sankara, Becco Giallo, 2014

“La terra degli uomini integri”, questo il significato di Burkina Faso, il paese africano prima denominato Alto Volta. Per lunghi secoli, il Burkina Faso è stato dominato e derubato dai francesi. Finché il 4 agosto 1983 il capitano dell’esercito Thomas Sankara ha preso il potere, dichiarando l’indipendenza del paese, la sua autodeterminazione e libertà.

Liberté – la parola che apre il trittico rivoluzionario dell’Ottantanove, proclamata insieme a Égalité e Fraternité – , nella successiva storia francese si è spesso capovolta nel contrario. Prima a Haiti, poi in Algeria e nell’ex Alto Volta, gli ideali rivoluzionari sono serviti solo a mascherare gli interessi (e il razzismo) dei peggiori colonialisti. La rivoluzione di Sankara è stata presto abbattuta, il suo leader deposto e assassinato in un agguato, il 15 ottobre 1987, preparato e finanziato dai servizi segreti francese e statunitense (ancora oggi, danno lezioni sulle “ingerenze”).

La figura di Sankara resta incredibilmente attuale. Quella rivoluzione esercitò il potere per combattere l’analfabetismo, emancipare la donna e proibire le mutilazioni genitali, promuovere l’educazione sessuale ed evitare le gravidanze indesiderate, vaccinare per cancellare la malaria e la diarrea, abbattere la mortalità infantile, stabilire scelte produttive improntate alla sostenibilità ambientale.

In questo volume sono riportati alcuni brani del discorso che Sankara tenne all’ONU il 4 ottobre 1984, a nome di “sette milioni di bambini, donne e uomini che si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete”. Sankara affermò di sentirsi parte “del grande popolo dei diseredati, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo”. Citò Josè Martì (la frase è solitamente attribuita al “Che”): “sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo… I nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi”.

Il volume contiene anche estratti da altri discorsi: quello sul debito (Addis Adeba, 29 luglio 1987), davanti all’Organizzazione per l’Unità Africana; quello alle donne del popolo burkinabé dell’8 marzo 1987; quello alla prima conferenza internazionale sull’albero e la foresta (Parigi, 5 febbraio 1986); quello tenuto ad Harlem il 3 ottobre 1984 all’incontro organizzato dalla Coalizione Patrice Lumumba.

Per la parte grafica, segnalo Mauro Biani, David Romero e Daniele Serra con le loro tavole singole; Akab, Marina Girardi, Toni Bruno (sua la copertina) e la coppia formata da Assia Petricelli e Sergio Riccardi per le storie brevi.

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Non ci avevano sempre detto un metro?

Mascherina, igiene delle mani, distanziamento: il mantra è questo da più di un anno. Ma di cosa parliamo quando parliamo di distanziamento?

Un metro: ecco cosa ci è stato detto, ribadito, ripetuto. Si è voluta diffondere la certezza che il virus non possa diffondersi se si resta distanti un metro. Questa narrazione non è stata scalfita nemmeno dalla diffusione delle “varianti”, che pure ci è stato detto siano molto più virulente. In parole povere, più aggressive, come la Terza Ondata ci sta dimostrando.

Ma ecco che ieri l’Università di Bologna – tramite una circolare del prorettore vicario per biblioteche, aule studio, laboratori e uffici – ha stabilito che all’Alma Mater il distanziamento deve salire a due metri. Una nuova misura di prevenzione.

Dunque, un metro di distanza non basta più, l’Università di Bologna modifica il suo protocollo di sicurezza, rivedendo la capienza di aule studio, laboratori e biblioteche, nonché degli uffici amministrativi. La circolare, di fatto, dimezza la densità finora consentita in ognuno di quegli spazi.

La circolare cita le ultime disposizione dell’Istituto Superiore di Sanità, che confermano la distanza di un metro come quella minima da adottare, ma considera opportuno aumentare, laddove è possibile, il distanziamento fino a due metri.

Concretamente, significa che dove prima c’erano tre impiegati, ce ne sarà uno. Che dove prima c’erano quindici studenti, ce ne saranno sette.

Se disposizioni come questa venissero estese in altri ambiti, gli autobus, la metro e i treni avrebbero numeri ancora più bassi. Gli aerei non avrebbero alcuna convenienza a volare. Il 90% dei ristoranti non avrebbe più interesse ad aprire. La capienza degli impianti sportivi verrebbe ridotta a numeri risibili. Un cinematografo da duecento posti, potrebbe accogliere solo quaranta spettatori. In una tipica classe da venticinque, anziché dodici bambini potrebbero entrarne sei o sette. E riuscite a immaginare l’effetto nelle fabbriche e nei supermercati, i luoghi sempre aperti, con minimi vincoli, se si agisse di conseguenza.

In fabbriche e supermercati, ci si sfiora e si resta al chiuso per tante ore, ma è più comodo prendersela con certi comportamenti individuali, quelli degli untori chi si riversano nei centri storici il sabato pomeriggio prima che diventi impossibile.

Sento arrivare l’obiezione: starsene ad almeno a due metri, è facile farlo all’Università, non nella vita vera. È un privilegio degli sfaccendati, inapplicabile a chi deve lavorare… Sarà così, ma intanto la vita vera è quella che dal 6 dicembre ci impone il coprifuoco, anche ieri ci sono stati più di 400 morti, e arriveremo a vaccinarci senza alcuna certezza sulla concreta efficacia della gran parte delle misure prese.

No, in questo interminabile anno non siamo stati guidati da un autentico principio di precauzione, ma da un opportunistico principio di opportunità.

Che da un male possa venire un bene…

È una di quelle frasi edificanti, consolatorie quanto fataliste, che ti senti rivolgere da bambino o da adolescente: ti dicono che anche da un grande male può derivare qualcosa di buono. Può darsi che qualcosa del genere torni a emergere quando un amore finisce male, le frasi edificanti agiscono quanto sei più debole…

Da quasi vent’anni abito appena dentro i viali di circonvallazione, a Bologna, nei pressi di piazza dei Martiri. Per chi non la conosce, è una grande piazza quasi circolare con una grande fontana al centro. Intitolata a Umberto I, venne realizzata nel 1889; il nome attuale le è stato attribuito nel 1945 in memoria dei caduti per la liberazione dal nazifascismo. 

Su questa piazza si affacciavano due grandi sale giochi, una dozzina di vetrine e quasi mille metri quadrati complessivi. Entrambe non sono sopravvissute al Covid. È l’effetto collaterale più positivo di cui posso portare testimonianza.

Le sale giochi sono rimaste aperte 5-6 anni. La crisi era cominciata prima della pandemia, manifestandosi con una progressiva riduzione dell’orario di apertura (nel momento di massimo fulgore, restavano aperte 18 ore al giorno). Ora dietro le vetrine sono in corso lavori, le slot machine sono state rimosse, hanno appeso cartelli di “affittasi”.

Nello stesso palazzo, per un appartamento di 100 metri quadrati alcuni studenti fuorisede pagavano 1.500 euro al mese. Facile dedurne che ognuna delle sale giochi pagasse almeno 4.000 euro al mese. Mi chiedo quale attività economica – a parte lo spaccio di cocaina – possa permettersi di spendere 50.000 euro all’anno (più le utenze) per avere una sede in piazza dei Martiri. Vi farò sapere.

Inarrestabile declino

ISTAT fotografa una situazione ormai irrecuperabile. Ogni anno, nuovi record. Il 2020 è l’anno con meno nati dall’Unità d’Italia e con più morti dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Ci fanno credere che siamo ancora una potenza, perché partecipiamo ai G7, ai G8, ai G20, a questi appuntamenti tutte chiacchiere e distintivo, ma la realtà è quella di un’Italia sempre più marginale e insignificante sul piano globale. Che dalla pandemia rischia di uscire come “la seconda casa”, per chi può permettersi di passarci le vacanze.

Lo scarto fra nati e morti ha superato le trecentomila unità, e non ci sarebbe da stupirsi se nel 2021 si scenderà sotto i 400.000 nati e si sorpasseranno gli 800.000 morti. Per tornare a un equilibrio demografico, servirebbero enormi investimenti sul welfare per almeno un quarto di secolo. E per pagare le pensioni, mi chiedo cosa si inventeranno.

Ma il problema sono quelli che arrivano sui barconi.

#Rivincite recensito da Marco Pastonesi

Rivincite uscì quasi tre anni fa.

Mi fa piacere ogni volta che il libro mi offre un segno di vita (da tempo lo si può ordinare solo online) e sono molto contento della recensione che un grande giornalista, Marco Pastonesi, gli ha appena riservato.

Di Pastonesi ho letto vari libri sul rugby, gli All Blacks, Jonah Lomu… lo considero fra i pochi che sanno emozionare senza sotterfugi, scavando nella profonda epica dello sport.

Questa recensione è apparsa su TuttoBiciWeb.

L’ORA DEL PASTO. LO SPORT, LA STORIA, LE RIVINCITE

E’ arte: il rovescio a una mano di Roger Federer, il Cristo agli anelli di Yuri Chechi, il tunnel di Omar Sivori. E’ spettacolo: la sospensione volatile di Michael Jordan, la beduina pallanotistica di Gildo Arena, l’immobilità nelle cronometro di Jacques Anquetil. E’ allenamento: le distanze chilometriche di Fausto Coppi, il martirio quotidiano di Pietro Mennea, le evoluzioni aeronautiche di Klaus Dibiasi. Ed è sempre storia: scritta su una pedana o su un tornante, in un’arena o in un diamante, nell’area dei 22 metri o in quella dei tre secondi.

 
Un’infinità di sfide e avventure. Ghedini evita ordini cronologici e divisioni settoriali, si affida a categorie elastiche, da “messaggi” a “ispirazioni”, passando attraverso “colori” e “palcoscenici”, cominciando e concludendo con Tommie Smith e John Carlos, e anche Peter Norman, sul podio olimpico dei 200 metri nel 1968, i primi due statunitensi neri, il terzo australiano bianco. “I due hanno studiato l’immagine da imporre, ma pare sia proprio Norman, nello spogliatoio, a suggerire di dividersi l’unico paio di guanti: Carlos li ha dimenticati, Smith gli passa uno dei suoi”. E non è tutto. “In quello spogliatoio c’è un altro bianco, Paul Hoffman, membro della squadra Usa di canottaggio: è lui a donare all’australiano la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, ideato da Harry Edwards. Per questo, Hoffman verrà allontanato dalla nazionale e accusato di cospirazione”.

C’è anche il ciclismo in “Rivincite”. C’è Alfonsina Morini, più conosciuta come Alfonsina Strada, “il diavolo in gonnella”, la prima donna (e l’unica) a completare un Giro d’Italia (anche se fuori classifica), nel 1924 (e nel 1938 avrebbe migliorato il record dell’ora). Ci sono Fausto Coppi protagonista nel Giro d’Italia della rinascita, il ritorno alla vita dopo la Seconda guerra mondiale, e Gino Bartali, che salvò la patria al Tour de France del 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Ci sono Alfredo Binda e Vincenzo Torriani, tutti e due candidati democristiani e tutti e due usciti sconfitti dalle elezioni, “il trombettiere” nel 1948 e 1953, “il patron” nel 1953 e nel 1958. Ci sono i corridori partigiani, come Alfredo Martini, e quelli repubblichini, come Fiorenzo Magni, ci sono i corridori colpevoli di doping, come Lance Armstrong e Floyd Landis, ma c’è anche l’ex presidente dell’Uci Hein Verbruggen, accusato dallo stesso Armstrong perché “sapeva del mio utilizzo di sostanze dopanti e mi aiutava a nasconderlo. Fu una delle persone che mi permise di portare a termine il Tour de France del 1999 nonostante fossi risultato positivo a un test”. Infine ci sono 304 opere, tra libri e giornali, citati nella bibliografia.

Sì: lo sport è arte, spettacolo e – sempre – storia. E’ anche letteratura. “Questo – avverte Ghedini – non è esattamente un saggio, né si può definire narrativa. E’ un ibrido necessario al mio scopo: raccogliere storie in bilico fra storia e politica, epica e cronaca. La memoria fa strani scherzi”. “Rivincite” ritorna, ritrova, rivede, riscopre, rivince.

Se confronto l’Italia e il Texas…

Lone Star State, così lo chiamano. Il Rio Grande fa da confine fra Texas e Messico, lo Stato della Stella Solitaria confina a est con Louisiana e Arkansas, a nord-est con Oklahoma, a ovest con il New Messico; a sud-est è bagnato dal Golfo del Messico.

Con poco meno di settecentomila chilometri quadrati, il Texas è il secondo stato (dopo l’Alaska) degli Stati Uniti come superficie, ed è anche al secondo posto (dopo la California) come numero di abitanti: circa 29 milioni. Quasi metà dei texani vive nelle aree urbane di Dallas-Fort Worth, San Antonio e Houston.

La superficie dell’Italia ammonta a 302.073 chilometri quadrati, molto meno della metà del Texas. La popolazione italiana supera appena i sessanta milioni, più del doppio del Texas.

Secondo i dati del nostro Ministero della Giustizia, al 31 dicembre 2020, in Italia erano detenute 53.364 persone (a fronte di una capienza regolamentare di 50.562 posti), gli stranieri erano 17.334, le donne 2.200.

Se il Texas funzionasse come l’Italia, avrebbe 25-26 mila detenuti. Invece ne ha 163.000…

Fra gli incarcerati in Texas negli ultimi dieci anni, il 62% sono afroamericani, il 21% sono ispanici, i bianchi solo il 17%,

Ovviamente non tutti gli incarcerati in Texas sono texani, ma fra quelli rinchiusi negli ultimi dieci anni, il 21% sono ispanici, il 17% sono bianchi e il 62% sono afroamericani (pur rappresentando solo l’11% della popolazione texana).

Stato di emergenza a geometria variabile

Covid, numeri incomprensibili nel confronto fra Veneto, Campania, Emilia-Romagna e Piemonte

Negli ultimi 4 giorni si sono riscontrati oltre centomila nuovi contagiati e più di 1400 morti. E chi lanciava l’allarme due settimane fa, si sentiva rispondere che era il momento di aprire i ristoranti anche alla sera.

Segnalo un aspetto che può sembrare marginale, ma che mette in discussione ogni certezza statistica, virologica, epidemiologica accumulata in qualche secolo di studi.

Prendo in esame quattro regioni simili per popolazione e numero di casi (dati aggiornati al 13 marzo 2021). Fate caso agli scarti delle singole regioni rispetto alle medie interregionali.

Qualcuno dovrebbe spiegare perché in Campania ci sono più del triplo dei malati certificati in Piemonte, ma solo poco più della metà in terapia intensiva.

Oppure, perché in Emilia-Romagna si muore tanto di più.

Oppure, perché in Piemonte si finisca in terapia intensiva cinque volte più che in Campania.

Sembra che in Campania sia molto più facile ammalarsi e molto più difficile morire, che in Piemonte se ti ammali ti aggravi più spesso che altrove, che in Emilia-Romagna vi sia una letalità peggiore di ogni altra (Lombardia esclusa) e che il Veneto, per motivi insondabili, stia vivendo la seconda e la terza ondata meglio delle altre.

Qualcosa non torna.

#segretariocercasi. #Letta. #corsiericorsi. #2001. #CorradoGuzzanti. #Veltroni. Raoul Bova, Paola e Chiara, Fichi d’India, DiCaprio, Amedeo #Nazzari, Heidi, Topo Gigio, Napo Orso Capo… E Batistuta, che – proprio come Suarez – non ha il passaporto italiano.

Era l’Ottavo Nano, il 2001, quando Corrado Guzzanti e Germana Pasquero rispondevano ai militanti alla disperata ricerca di un leader.

Vent’anni passati in un lampo e sperperati inutilmente.

 

Oggi è l’11 Marzo, per il secondo anno consecutivo non ci sarà quasi nessuno davanti alla lapide di via Mascarella. Ma quei cerchi di gesso non saranno dimenticati.

11 MARZO 1977

CHI NON HA MEMORIA NON HA FUTURO

QUI SI INFRANSE IL PIOMBO DEL POTERE CHE ATTRAVERSO’

FRANCESCO LORUSSO

GIOVANE COMUNISTA, IN LOTTA PER UN FUTURO MIGLIORE

SIANO QUESTI CERCHI DI GESSO STIMOLO PER UNA

RIFLESSIONE COLLETTIVA PER SEGUIRE L’ESEMPIO DI

FRANCESCO NELL’UNICO MODO POSSIBILE CONTINUANDO LA SUA CORSA VERSO LA LIBERTA’

LA SUA LOTTA CONTINUA

I COMPAGNI DI FRANCESCO

Farsi gli affari degli altri

Farsi gli affari della Juve, apparirà di cattivo gusto agli juventini.

Mi autoassolvo perché troppi commentatori, da anni, a ogni delusione europea, ci propongono questa insana logica: quando perde l’Inter, è crisi Inter; quando perde la Juve, è crisi del calcio italiano.

Trovo grottesco che adesso il problema si chiami Cristiano Ronaldo e tanti suggeriscano di cederlo: come se ci fosse la fila degli acquirenti… Non vedo chi possa accollarsi quello stipendio e quell’ammortamento, CR7 costa da solo quanto 6-7 squadre di Serie A, il monte-ingaggi della Juve è da anni doppio di qualsiasi antagonista nostrana, ci avevano dottamente spiegato che il suo ingaggio si sarebbe ripagato con le magliette.

Farsi gli affari del Pd, apparirà di cattivo gusto a chi ancora crede nel Pd.

Mi autoassolvo perché apprezzo le ospitate di Enrico Letta a Propaganda Live, e mi spiacerebbe rinunciarvi. Leggo che il giovane Letta (qualcuno avrà già dimenticato chi sia suo zio) sta meditando se accettare il richiamo di chi lo sacrificò all’irresistibile ascesa di Renzi (tutti i dirigenti del Pd, a parte Civati), e mi pare che abbia posto due condizioni inaccettabili. Dunque verranno accettate e tradite subito dopo.

Per “salvare il Pd”, Letta pare disposto a rinunciare alla sua invidiabile vita parigina, purché sia l’intero gruppo dirigente a chiederglielo (in questo, c’è un po’ di stalinismo) e, soprattutto, purché si tratti di fare il segretario fino alla naturale scadenza congressuale, cioè fino al 2023.

Questa seconda richiesta mi pare sinceramente insensata. L’ultimo congresso, il Pd l’ha celebrato dopo aver costretto Renzi alle dimissioni, con la bella trovata di eleggere un personaggio che già faceva il Presidente di Regione, chiamato a smaltire le rovine lasciate dal predecessore. Non sta a me valutare con che risultato, fatto sta che Zingaretti si è dimesso in quel modo, i sondaggi viaggiano verso il basso, e nel frattempo la linea politica congressuale è stata capovolta due volte, senza mai coinvolgere il partito. Ingessare la discussione per altri due anni, non credo servirà a salvare la pelle.

Alla fine, temo che Letta accetterà, la pandemia giustifica qualsiasi “stato di eccezione” e la coerenza abbiamo smesso di aspettarcela da chi fa politica. Ma anche in un mondo dalla memoria corta, non gli sarà possibile far dimenticare che sette anni fa lui, Enrico Letta, pronunciò parole analoghe a quelle del suo “nemico”, giurando di lasciare la politica. Se vi rientra, comincerà a somigliare a colui che gli disse “Stai sereno”.

3353, mi ricordo

Mi ricordo che al primo anno di liceo, mio babbo si vide recapitare una lettera con tassa a carico del destinatario, nella quale lo si informava che il figlio si era “assentato arbitrariamente dalle lezioni per la durata di ore 2 per prendere parte a un’assemblea non autorizzata”.

L’Amaro del Capo

Da tempo ho smesso di credermi un genio, nell’analisi politica. Ho commesso tanti errori, valutato male, previsto erroneamente, immaginato soluzioni che non si sono verificate e sono rimasto sbalordito di fronte a soluzioni che si sono imposte: da ultimo, Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Con un certo profitto, ho studiato Scienze Politiche, ma era fra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, c’erano i partiti di massa, io stesso militavo in uno di quelli, ci ho persino lavorato (per sette anni) e mi sono trovato eletto – grazie alle preferenze organizzate – in un’importante assemblea elettiva (per otto anni).

Scrivere di politica, non vuol certo dire capirla: la prova sta nel tracollo della stampa, sempre meno credibile, sempre meno autorevole, sempre meno libera. E se mi paragono a certi illustri commentatori, la tentazione di credermi un genio ogni tanto riemerge.

Detto questo, almeno un errore non l’ho mai commesso: credere nel Pd. Leggi il resto dell’articolo

Schizofrenie

Oggi o domani arriveremo a tre milioni di contagiati (facile immaginare siano almeno il doppio), il 6 o il 7 marzo saremo a centomila morti, tutte le peggiori curve che tornano a salire… Ma gli stessi che ostentavano di non portare la mascherina, e negavano la possibilità di una Seconda Ondata, davanti alla Terza ci fanno lezioni sui vaccini, e chiedono di estendere la somministrazione anche allo Sputnik.

Il nuovo governo scrive un nuovo decreto per aiutare le fasce della popolazione più colpite dal punto di vista economico… Nessuno osa negare la “continuità” con i famigerati Dpcm del governo precedente, ma c’è una grande novità: il decreto non parlerà più di “ristori”, ma di “sostegno”.

Sembra ormai certo che la sospensione della democrazia riceverà un ulteriore timbro, con il rinvio a ottobre delle regionali in Calabria e delle amministrative a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e in 1200 altri Comuni… Ma a giugno l’Italia insiste nel voler ospitare le partite dei campionati europei di calcio, mentre Glasgow, Dublino e Bilbao hanno già cancellato i loro appuntamenti. Leggi il resto dell’articolo

Il Trump di Trudeau

L’autore di «Doonesbury» cominciò a prendere di mira Donald Trump il 14 settembre 1987, ventinove anni prima che divenisse, contro ogni pronostico, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Non perché potesse prevederlo, ma perché già negli anni Ottanta Donald Trump faceva parlare di sé e occupava grossolanamente la scena mediatica – “Un uomo che non ha mai avuto il senso dello Stato né quello del ridicolo” -, imponendosi come un modello per tanti americani wasp, frutto superbo del reaganismo più volgare, che rivendicava le agevolazioni fiscali garantite ai più ricchi.

Già alla fine degli anni Ottanta – scrive Trudeau nell’introduzione – Trump era diventato “l’emblema dell’arroganza sguaiata, e ignorarlo sarebbe stata una grave negligenza per un comico”. Oltretutto, Trump si è candidato alla Presidenza (o ha finto di farlo), almeno due volte prima di quella fatale.

L’esibizione pacchiana del lusso (e delle donne) è sempre stata una caratteristica di “The Donald”: la Trump Tower a Manhattan, la Trump Princess negli oceani, i Trump Casinò, la Air Trump, la Trump Plaza, la Trump University (solo online)… Del faraonico yacht, il cinico Duke diventa il capitano, e vi ritroverà la zelante “Zolletta” Huan. Nel suo costante elogio dell’ignoranza, il Trump di Trudeau crede alla ricomparsa del “Re”, Elvis, anche se canta solo il repertorio di John Denver.

Nei primi anni Novanta, dopo il divorzio da Ivana (sua moglie per dodici anni), Trudeau fa dire a Trump: “Mi spiace davvero che le cose non si siano risolte per il meglio. Insomma, a questo matrimonio ci abbiamo lavorato… Ci siamo consultati coi migliori chirurghi plastici del paese. Ma le persone cambiano”.

È l’avidità dell’uomo a produrre il progresso: sta tutta qui l’American Way of Life di Donald Trump, un Briatore all’ennesima potenza, di cui tanti nordamericani “liberal” si vergognano, salvo rimuovere le ragioni profonde per cui costui sia stato preferito agli altri candidati.

Nelle strisce compaiono anche J.J. (pittura i bagni dello yacht con scene “riviste” del Giudizio Universale) e Boopsie, che si candida a fare la presentatrice del suo gioco a premi televisivo e insieme a B.D. (sempre con il suo casco da football americano) si fa ospitare da Mike Doonesbury; ma nel ruolo di presentatrice di quiz, Trump preferirebbe Meryl Streep. Sempre che risulti sexy nel costume di scena.

Garry B. Trudeau, Trump!, Rizzoli/Lizard, 2016 (2017)

Le traduzioni sono di Enzo Baldoni, della moglie Giusi Bonsignore e del figlio Guido (che scrive un breve intervento, che parte dai problemi derivanti dall’evoluzione dello slang e descrive l’evoluzione grafica della figura di Trump nelle strisce di Trudeau). In un centinaio di tavole a colori sono riprese circa 300 strisce.

La strage degli stadi: cancellate i Mondiali del Qatar!

Il torneo dovrebbe cominciare lunedì 21 novembre 2022 alle 11.00 italiane… Sto parlando dei Mondiali di calcio in Qatar. . Il post che segue sarà di inusuale lunghezza – 8-9 minuti di lettura -, perché in larga parte riprende quanto avevo scritto su Rivincite, quasi tre anni fa.

L’attualità sta nell’inchiesta appena pubblicata dal Guardian e rimbalzata su alcuni quotidiani italiani, secondo la quale per costruire gli stadi e le infrastrutture in Qatar sarebbero già morte 6.750 persone, nel novantanove per cento dei casi migranti schiavizzati, venuti dall’Asia.

Il calcio non era mai stato così disumano. Notizie come questa vengono digerite senza colpo ferire. È la più diffusa e subdola forma di razzismo, si tratta del doppio delle vittime delle Twin Towers, e non avranno celebrazioni o monumenti, anzi resteranno anonime, in vista di un grande spettacolo planetario di cui dovremmo vergognarci.

La politica, in Occidente, è ormai pura forma, senza valori. Nemmeno il socialismo europeo è più capace di indignazione. Quanto vorrei potermi riconoscere in un partito o un movimento che cominciasse a dirlo oggi, e ripeterlo in ogni sede: i Mondiali in Qatar sono stati uno scandalo fin da prima che venissero assegnati, ora vanno annullati e trasferiti altrove!

E se ciò non avvenisse, qualcuno dovrebbe organizzare un boicottaggio delle trasmissioni tv, per togliere ogni legittimazione a un regime medievale e a quegli ignobili sponsor che sanciscono il primato dei profitti sui più elementari diritti umani.

Ecco cosa avevo scritto su Rivincite. Leggi il resto dell’articolo

Arancione molto scuro

Era dal 16 gennaio – sei settimane fa – che non si registravano tanti nuovi contagi come i 16.402 registrati ieri.

Era dal 2 febbraio – tre settimane fa – che il numero dei ricoverati nelle terapie intensive non superava i 2.157 registrati ieri.

Non ci sono variazioni significative nel numero settimanale dei morti dal 24 dicembre.

Non ci sono variazioni significative nel numero settimanale dei contagi dal 26 dicembre.

In media, ogni ora, tutte le ore, vengono individuati 505 nuovi contagiati.

In media, ogni ora, tutte le ore, vengono dichiarati 13 morti.

Non parlo dei cacciatori di voti, ma è possibile che qualche persona comune ritenga sensato “ammorbidire” le attuali disposizioni?

3339, mi ricordo

Mi ricordo che ci fu un tempo in cui più di 3 milioni di italiani ogni anno sottoscrivevano una tessera di partito.

Nuova, Vecchia Fase

3338, mi ricordo

Mi ricordo Brecht sostenere che fondare una banca è molto peggio che rapinarla.