Il prezzo del mondo. Canzoniere delle Lame (I Dischi dello Zodiaco, 1975) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 442.

Ecco un autentico, programmatico concept album, con un discorso politico-satirico sul “caro-vita” (l’inflazione a due cifre che impoveriva operai e pensionati, e faceva sembrare colpevoli i bottegai) elaborato da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia e tanto altro) e un discorso musicale – la canzone popolare – che questo Canzoniere bolognese poteva affrontare con giustificata ambizione, dopo otto anni e centinaia di concerti.

Fondato il Primo Maggio 1967 dai ventitreenni Janna Carioli e Gianfranco Ginestri, giovani comunisti con un particolare senso della militanza, il Canzoniere delle Lame ha attraversato un ventennio di straordinaria vitalità. Ho perso il conto di quanti album hanno inciso, forse nemmeno loro sanno quante volte hanno suonato fra il 1967 e l’87, un pezzo di storia che oggi ai più appare incomprensibile.

Come sala prove avevano il salone di una Casa del Popolo, in via Zanardi 184, fuori Porta Lame. Hanno suonato a Berlino Est e Berlino Ovest, all’Avana e a Parigi, Lisbona, Praga, Budapest, Sofia, Vienna, a Roma e nei capoluoghi di tutte le regioni italiane. Del Canzoniere delle Lame, ha fatto parte una cinquantina di persone, tra musicisti, cantanti e tecnici.

In questo album – che dal vivo evolveva a spettacolo audiovisivo di quasi due ore – figurano Sebastiano Giuffrida (direzione musicale), Paola Contavalli, Frida Forlani, Chiara Stanghellini, Pasquale Greco, Ivano Mengoli, Gian Paolo Paio, Gian Paolo Foresti, Luciano Neri e gli immancabili Ginestri e Carioli.

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Davanti alla peggior offerta politica dell’Italia repubblicana – 7

Da una dozzina d’anni ho la tessera di Emergency, ed Emergency è uno dei 3-4 soggetti che, nei miei limiti, sostengo finanziariamente. È tale la considerazione che provo verso Gino Strada (interista, oltretutto), che non posso far finta di niente davanti alla sua invettiva, largamente ripresa – a differenza di quando Strada veniva fatto passare per visionario, mentre denunciava le tante “guerre umanitarie” frequentate dal centrodestra e dal centrosinistra.

Gli esseri umani non sono sacchi di patate, che vengono dirottati, tu ne prendi 10, io 15. Ma dico siamo impazziti? Questo è un mondo di barbari. Qui stiamo tornando con le stesse logiche di tempi che speravamo non dovessero più ripresentarsi. Questa idea di un Europa che si chiude con muri è un’idea che ha un nome molto chiaro: l’idea della Fortezza-Europa è un’idea hitleriana… Siamo di fronte a un governo razzista e fascista che non ha nessun problema a lasciar morire persone. Non è una grande novità perché questo terreno è stato preparato dal governo precedente e dal ministro degli Interni precedente”. Già questo passaggio è stato spesso omesso… Tutti, invece, hanno ripreso la frase che segue, inappellabile: “Quando alla fine si è governati da una banda dove una metà sono fascisti e l’altra metà sono coglioni non c’è una grande prospettiva per il paese”.

Infine, il fondatore di Emergency ha affermato che “i cittadini devono organizzare una resistenza di fronte a questa nuova barbarie, a questo nuovo fascismo misto a incompetenza e a bullismo che sta dilagando. Credo che gli italiani non siano questi mostri che vengono dipinti, ma siano sempre stato un popolo molto solidale e aperto. Sarebbe ora di farsi sentire. Mi rifiuto di credere che in Italia ci sia stato questo cambiamento antropologico in pochi anni”.

Solo quest’ultimo passaggio non mi convince, il resto lo sottoscrivo in pieno. Volete che sia più chiaro?

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Davanti alla peggior offerta politica dell’Italia repubblicana – 6

Mai come in questo periodo, scrivere di politica mi sembra un esercizio fatuo: sono circondato da tifosi e le tifoserie tendono a essere impermeabili al ragionamento, il 4 marzo 2018 si è capovolto un tavolo rimasto stabile per un quarto di secolo e le vecchie categorie di interpretazione possono apparire inservibili.

Difficile trovare credibilità negli analisti. Alla viglia del 4 marzo 2018, nessuno ipotizzava quel risultato elettorale. Ma l’umiltà non è una virtù molto frequentata, gli stessi che sbagliarono previsione si sono messi a pontificare un minuto dopo, come se nulla fosse. Non saper prevedere in tempo utile e imporre spiegazioni col senno del poi, mi sembrano le principali ragioni del costante, inesorabile calo di influenza dei media, innanzitutto dei quotidiani. Quando Ezio Mauro va a Propaganda Live e pronuncia una sentenza apodittica – “Siamo a un passo dal dire che solo l’ignoranza è garanzia di innocenza” – Zoro dovrebbe almeno chiedergli: “Vabbé, ma com’è stato possibile?”.

A fine febbraio, undici mesi fa, pubblicai 5 post consecutivi con lo stesso titolo: “Davanti alla peggior offerta politica dell’Italia repubblicana” (il primo sta qui, gli altri li trovate facilmente). Ora, proverò a imbastire un discorso che parta dalle stesse premesse (l’offerta politica continua a sembrarmi di pessimo livello), e innanzitutto si sforzi di mettere a fuoco il dato più rilevante di questa fase: la maggioranza gode di un largo consenso, intorno al 60% secondo i sondaggi, costruita sulla base di un “contratto di governo” che sta avvantaggiando uno dei due contraenti, la Lega, e indebolendo l’altro, il M5stelle. Leggi il resto dell’articolo

Ridateci il nemico!, Renato Calligaro, Feltrinelli, 1977

Donna Celeste “affittacamere, maggioranza silenziosa, Dc”, Oreste “operaio, ex partigiano, Pci”, Nicola “operaio, ex sessantotto, Lc”, Manuel, fricchettone col fiore in bocca, simbolo dei giovani del ‘77, Ragioniere “capitalista, industriale”, Gonzalo “farmacista, intellettuale progressista”, Giovanna “insegnante femminista”, Filippo, nipote di Celeste, di estrema destra… Ecco i protagonisti. Seguono un centinaio di tavole in bianco e nero, nel classico formato della “Feltrinelli Economica”.

Sullo sfondo, i fatti dell’epoca: il processo per lo scandalo Lockheed, la nube di diossina nel cielo di Seveso, la morte di Mao, la chiusura di Lotta Continua, le autoriduzioni, l’ennesimo governo Andreotti, la cacciata di Lama dall’università di Roma, i carri armati per le strade di Bologna (“in questa valle di lacrimogeni”), il compromesso storico…

Bigotta affittacamere, vedova con nostalgie fasciste, Donna Celeste – iniziali D.C. – racconta al ritratto di Giovanni XXIII appeso alla parete i cambiamenti di una società che non riesce più a capire: “Ma insomma, questo mondo è sempre stato lo stesso in 3000 anni / non vorrà mica mettersi a cambiare proprio adesso!?!”.

Vede un corteo giovanile e sbotta: “Ma se non la smettono con tutta questa felicità di massa, che ne sarà di Dio?”.

Gonzalo ha votato Pci e Donna Celeste lo rimprovera: “E le sembra decente per un ricco come lei votare per i rossi?”.

A Donna Celeste non sfuggono le contraddizioni: per esempio, il Pci contro la legge sull’aborto. Gongolando, dice a Oreste: “Suona per tutti l’ora di guardare i cortei dal marciapiede del torto”.

Il capitalista discute con il suo dirigente di fabbrica: “Un Pci inserito potrebbe non essere altro che una risposta alla legittima esigenza di ordine / e l’ordine nella democrazia / non è sempre di destra?”.

È Oreste, sempre più confuso – dal compromesso storico, dal femminismo, dai giovani che contestano il Pci, dal Partito che si allontana dall’Urss – a gridare: “Ridateci il nemico!”.

Pittore e scrittore, grafico, vignettista di satira politica, Calligaro ha collaborato a Linus, l’Espresso, Panorama, Reporter, la Repubblica, il manifesto, Tango, Cuore, Le Monde. Lorenzo Mattotti l’ha definito uno dei suoi maestri, insieme ad Alberto Breccia… Lo stile di Calligaro porge i personaggi di profilo, silhouettes graffianti, con qualche tendenza all’astrazione o all’espressionismo (ombre e suoni che occupano la scena).

Ma i buoi sono ormai scappati

In politica, il tempo è quasi tutto: non esiste una proposta politica giusta, se arriva troppo presto o troppo tardi. Innumerevoli i casi in cui la medesima idea si è rivelata giusta o sbagliata per la sola tempistica.

Pensavo di aver assistito a un nuovo record di autocritiche fuori tempo massimo, quando Junker ci ha detto che l’austerità è stata uno sbaglio e l’Europa doveva essere più solidale con la Grecia… Sbagliavo, oggi lo supera Carlo De Benedetti, intervistato dal Sole24Ore. Ecco il passaggio cruciale:

«Quanto alle élite europee, credo che sia necessaria un’autocritica. Negli ultimi 20 anni siamo stati tutti troppo innamorati della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Tenendo in scarsa considerazione i danni che questa combinazione di fattori avrebbe avuto sulla classe media e in generale sui lavoratori. Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea».

Ora, chi la rianima, la famosa sinistra europea? E come farà a essere credibile dovendo compiere un’inversione a U?

#Calciopoli da riscrivere? Accomodatevi.

Riesumo un post di tre anni (ottobre 2015), da quale si può dedurre che in questo disgraziato Paese ci sono motivi per rimpiangere Carlo Tavecchio. Fu sua l’espressione “lite temeraria” a proposito della richiesta danni che la Juve ebbe l’ardire di avanzare al TAR. Il suo successore si sta mostrando persino più pavido e accomodante nei confronti di chi non ha mai dato corso alle sentenze.

Giorni fa, la Gazzetta – specificando “non c’è nulla di ufficiale” – aveva scritto che il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio si era infine deciso: “passa all’attacco”. La Federcalcio avrebbe formalizzato la richiesta di danni alla Juventus per Calciopoli.

Richiesta naturale, e decisamente tardiva, se si pensa che il club bianconero, con la sua consueta assenza di autocritica, nel novembre 2011 presentò al TAR del Lazio una richiesta di risarcimento danni quantificata in 443 milioni di euro. Danni che dovrebbe pagare la Federcalcio. Mesi fa, Tavecchio aveva sillabato: “La richiesta di risarcimento della Juventus al Tar è una lite temeraria”. Sperando non se ne facesse niente.

Invece, la Juve, imperterrita, continua a fare finta che Moggi fosse un usciere e Giraudo un addetto alle fotocopie. Nemmeno la sentenza definitiva della Cassazione ha spinto Andrea Agnelli a più miti consigli. Nemmeno la pubblicazione delle durissime motivazioni gli ha fatto accendere un cero in chiesa, visto che, con tutta evidenza, non si fosse trattato della Juve avremmo assistito a una retrocessione in Serie C.

Consapevole della sua debolezza, Tavecchio ha sperato in una soluzione amichevole. Invece, Agnelli ha scritto agli azionisti che già nel 2016 serve “un’accelerazione della spinta riformatrice nelle componenti costitutive del calcio italiano favorendo il naturale ricambio degli uomini… per non passare altri cinque anni a elencare quello che si dovrebbe fare ma nessuno fa”.

La Juve – a ragione, mi costa dirlo – insiste per mandare via l’uomo che rimarrà nella storia per Optì Pobà. Non mi vedrete mai fare il tifo per Tavecchio, ma in questa circostanza spero abbia almeno la dignità di portarla lui, la Juve in tribunale.

Gedda, vergognatevi tutti

Il primo giugno 2018 pubblicavo un post in cui chiedevo chi avesse avuto l’idea di scegliere l’Arabia Saudita, fra 210 Paesi iscritti alla FIFA, per giocare la prima amichevole dell’Era Mancini.

La Supercoppa a Gedda fa parte della stessa, disprezzabile logica: pecunia non olet.

Ecco l’aspetto più spregevole: né la politica, né le istituzioni sportive si assumono la minima responsabilità. Facile dire che la Lega Serie A è un’organizzazione privata, che c’è stato un bando e ha vinto l’offerta più alta. Peccato non vi abbia partecipato il Cartello di Medellìn: lo stadio di Medellìn ha certo più tradizioni calcistiche di qualunque impianto saudita.

Il CONI fa finta di niente. La Lega Calcio incassa. Alcuni commentatori strepitano per qualche minuto, ma poi il rito del palisnsesto televisivo spazza ogni argomento sotto il tappeto. È un’esclusiva RAI, alleluia… C’è persino chi vuol farci credere che giocare Juve-Milan a Gedda sia un passo avanti nell’emancipazione della donna saudita.

Corsi e ricorsi storici. Sarà un caso, ma la Juve c’è sempre di mezzo: nell’agosto 2002 (secondo governo Berlusconi) la finale di Supercoppa fra Juventus e Parma si giocò a Tripoli, nella Libia dominata da Gheddafi. Quante donne erano presenti allo stadio? 7, tutte italiane… Fu una partita oscena, con la sabbia tinta di verde che si sollevava in continuazione, e i figli di Gheddafi a costruirsi una reputazione con degli insulsi complici.

Stavolta, nel King Abdullah Sports City Stadium, le donne potranno assistere solo se accompagnate. Due i biglietti in vendita: per Singles (per soli uomini) e per Families. Due storiche società di calcio italiane si fanno pagare per conferire credibilità a una cultura men che medievale, tale per cui alcuni settori dello stadio di Gedda saranno riservati ai maschi.

Un gruppo di intellettuali di sinistra (Deaglio, Lerner, Ovadia, Boato, Campetti, Ferracuti, Manconi, Piersanti, Raffaeli, Sinibaldi) ha chiesto ai calciatori di fare un piccolo gesto: «Alcuni di coloro che scenderanno in campo il 16 hanno espresso solidarietà nei confronti di Koulibaly, vergognosamente fatto oggetto di insulti razzisti. È troppo augurarsi che la giusta sensibilità mostrata nei confronti del difensore azzurro, si manifesti nuovamente per una causa altrettanto giusta? A noi farebbe piacere se nel riscaldamento prepartita, scendessero in campo con magliette con scritte come Free Women, e Stop War in Yemen. Ma lasciamo a loro l’eventuale scelta. L’importante è che diano un segnale».

Non succederà… Anzi, l’esempio di Koulibaly suscita già un fastidio irresistibile, se si pensa che i buuuu sono razzisti e punibili caso per caso (“Bologna non è razzista”, la curva della Lazio figuriamoci) e Ancelotti sembra un fanatico perché osa ricordare che le partite si possono almeno sospendere.

Quanto alla pagina nera che si sta scrivendo a Gedda, non si può dimenticare che l’Italia fa tanti, tanti affari con il regime saudita. Siamo il secondo paese fornitore nell’UE dopo la Germania, l’ottavo al mondo: del resto, vendiamo il lusso e quelli hanno i soldi per comprarlo. Ah, già, vendiamo anche le armi: era puro centrosinistra, quello che nel 2014 firmò un protocollo per venderne ancora di più, e pazienza se tuttora vengono usate sui civili yemeniti.

Si poteva evitare, volendo. Ma il presidente della Lega Serie A Miccichè ci fa sapere che “quando è stata scelta Gedda la vicenda dell’omicidio del giornalista Kashoggi non era avvenuta. Altrimenti sarebbe stata presa un’altra decisione”.

Se poi rileggiamo Malagò (atto di contrizione come pochi altri), vediamo come il buon esempio provenga dall’alto. Magnifici, gli ipocriti che accusano tutti gli altri… «Sul caso della Supercoppa a Gedda c’è il trionfo dell’ipocrisia da parte di tante persone. La migliore offerta è stata quella dell’Arabia Saudita e che il bando è stato giudicato a luglio del 2018. Il problema è sorto con la vicenda dei biglietti, la donna che prima non poteva andare allo stadio ora ci può andare in determinati settori. Poi ovviamente tutto quello che succede in Arabia non mi trova d’accordo ed è da criticare, ma noi abbiamo governi che fanno accordi con questo Paese, con il quale facciamo scambi commerciali… Con la Nazionale di calcio, dopo la mancata partecipazione a Russia 2018, stiamo sperando di andare a giocare il Mondiale in Qatar, le cui leggi sono decisamente peggiori rispetto a quelle dell’Arabia Saudita. Quindi se si vuole, si prende una linea chiara, forte, che personalmente non condivido, ma in ogni caso tutto questo non si può fare quando i cavalli sono scappati».

Finché ci saranno Malagò e quelli come lui, di cavalli ne scapperanno tanti altri. Sembra impossibile, ma le massime autorità sportive sono riuscite a regalare una bella figura a Salvini, scaltro quanto basta per affermare che non guaderà la partita: “Non ce la faccio a vedere una gara tra veli e burqa”.

Farò come Salvini.

Sull’attualità di Leonard Zelig

Uscito nel 1983, Zelig si impone come pietra miliare del mockumentary, quel genere di fiction che stravolge i linguaggi del documentario. In 80 minuti, Allen costruisce un brillante apologo sulla malattia dell’uomo occidentale: farsi accettare, assomigliare alle persone con cui viene a contatto, diventare come loro. Lo fa, rinnovando il genere comico con una pellicola che incrocia meravigliosamente forma e contenuto.

Alterna interviste (a colori) a filmati fatti passare per materiale di repertorio, a veri documentari d’epoca, in un bianco e nero sgranato e pellicole fintamente deteriorate, cucendo il tutto con una voce fuori campo. Il depistaggio si compie anche tramite la manipolazione di foto autentiche, indistinguibili da quelle scattate per l’occasione, un falso film degli anni Trenta che raccontava la storia romanzata di Zelig e persino falsi oggetti (canzoni, balli, gadgets, indumenti, eccetera). Vengono miscelati tutti i possibili materiali visivi e sonori, anche il montaggio serve a confondere lo spettatore. E per conferire verosimiglianza alla storia, Allen ottiene la complicità di intellettuali come Susan Sontag, Irving Howe, Saul Bellow e Bruno Bettelheim.

Fotografia di Gordon Willis, costumi di Santo Loquasto, musiche di Dick Hyman, che ha composto un certo numero di brani ispirati al fenomeno Zelig, tra cui Chameleon Days, interpretato da Mae Questel, la voce di Betty Boop: il mockumentary viene esaltato nel suo intrinseco iperrealismo, nel suo essere, al tempo stesso, perfettamente plausibile e più vero del vero. Così facendo, Allen aggiorna la doppia lezione di Orson Welles, quella che cominciò alla radio descrivendo un’invasione marziana e proseguì al cinema con la vita di Charles Foster Kane.

Nato a Brooklyn intorno al 1900, Leonard Zelig è un ebreo americano povero, figlio di seconde nozze di un mediocre attore yiddish, Morris Zelig (non mi pare che il nome della madre venga mai pronunciato). Pare che i genitori non lo difendano mai, anzi gli addossino “la colpa di tutto”. Spesso, per punizione, “lo rinchiudono in uno stanzino buio. Quando poi sono proprio arrabbiati, si rinchiudono in quello stanzino insieme a lui”. Infanzia e adolescenza sono segnati dalle turbolenze familiari, “tanto che, sebbene gli Zelig abitassero sopra un bowling, erano i clienti del bowling a lamentarsi continuamente del baccano”. Leggi il resto dell’articolo

#Rivincite outtakes 73: Milano-Cortina vs Stoccolma (e sembrano corrotti pure i giapponesi)

Sarà un duello fra Milano-Cortina e Stoccolma, per aggiudicarsi i Giochi invernali del 2026.

Dopo le rinunce di Calgary (Canada), Sion (Svizzera) e Graz/Schladming (Austria), Sapporo (Giappone) ed Erzurum (Turchia), sono rimaste solo due candidature.

Leggo sulla Gazzetta che il governo italiano ha firmato la documentazione necessaria e che il CIO avrebbe ufficializzato che entrambi i dossier relativi alle candidature dovranno pervenire a Losanna entro oggi, ma “potranno esser privi delle garanzie economiche governative di solito vincolanti”. In pratica, il Comitato Olimpico concede una proroga per la “particolare congiuntura politica del momento”, ma si aspetta che tali garanzie vengano fornite “entro tre o quattro settimane”, comunque prima delle visite della commissione di valutazione guidata dal romeno Octavian Morariu, previste per il 12-16 marzo in Svezia e per il 2-6 aprile in Italia.

La situazione politica svedese è particolarmente confusa, ma i leader di tre Contee – Dalarna (la regione di Falun, sede delle gare di fondo), Jamtland (la regione di Åre, sci alpino) e della stessa Stoccolma (sport del ghiaccio) – avrebbero espresso “forte sostegno” al progetto di ospitare i Giochi. Si ipotizza di utilizzare impianti già esistenti e di sfruttare investimenti già preventivati, senza chiedere tasse supplementari ai cittadini.

Testimonial assai credibile sarà Stefan Holm, gloria nazionale, campione olimpico del salto in alto ad Atene 2004. A 42 anni, Holm fa parte del CIO e sostiene che “i Giochi invernali dovrebbe disputarsi in Paesi dediti agli sport invernali. Abbiamo le infrastrutture e gli impianti e abbiamo dimostrato di saper organizzare al meglio importanti rassegne internazionali di discipline della neve e del ghiaccio. In più la nostra candidatura si basa su valori di sostenibilità sociale, economica e ambientale”.

Argomento che avrà un peso, la Svezia non ha mai ospitato un’Olimpiade invernale, mentre l’Italia le ha organizzate due volte (Cortina 1956, Torino 2006).

Per assicurarsi i consensi dei membri del CIO, la corruzione non sarà certo scartata. Proprio in questi giorni, il presidente del Comitato Olimpico giapponese, Tsunekazu Takeda, è indagato a Parigi, per “corruzione attiva” nell’inchiesta sull’attribuzione dei giochi olimpici di Tokyo 2020. I giudici istruttori parigini intendono fare la luce su un pagamento di 2 milioni di euro effettuato durante la vittoriosa campagna per la candidatura giapponese, che nel 2013 sconfisse la concorrenza di Madrid e Istanbul.

#climatestrike, #FridaysForFuture, #schoolstrike4climate

Notizia di ieri, il 2018 è stato l’anno più caldo di sempre nella storia d’Italia.
Si usa dire che è stato l’anno più caldo degli ultimi 150, da quando esistono rilevazioni comparabili, ma bisogna risalire a ere geologiche per ritrovare temperature medie così alte. I 18 anni successivi al Duemila coincidono con i 18 anni più caldi mai vissuti in Italia.

La politica non se ne cura. Il cambiamento climatico è addirittura negato da irresponsabili come Trump, e da quella minoranza di “scienziati” a cui piace negare l’evidenza.

Ma anche chi ha una buona consapevolezza del pericolo in corso, è ben lontano dall’attuare le misure necessarie a scongiurarlo. Se l’Occidente è responsabile al 90% di questo fuoco (CO2) che sta bruciando la Terra, l’impegno a spegnerlo si limita a generici appelli, obiettivi minimalisti, percentuali più basse di ulteriore crescita (penso all’Accordo di Parigi di fine 2015). E poi, i migranti climatici perché devono venire proprio da noi?
In questa triste insipienza, impressiona la voce flebile di ciò che fu la sinistra. Anziché fare della lotta al cambiamento climatico la priorità assoluta per la difesa del genere umano e della vita sulla Terra – nella consapevolezza che i danni maggiori già li pagano i più deboli e li pagheranno i nuovi nati – la sinistra si fa complice del minimalismo, teme di impaurire quello che fu il suo popolo prospettando la dimensione dei cambiamenti necessari. Urgentissimi e forse già tardivi.

Poi appare Greta Thunberg, una sconosciuta studentessa svedese di nemmeno sedici anni, ed esprime una verità elementare: “Ci stanno rubando il futuro, perché dovremmo andare a scuola?”.

Nasce uno sciopero per il clima.

Da mesi, tutti i venerdì, Greta Thunberg ha cominciato a non andare a scuola. Che senso ha studiare per un futuro che non ci sarà più?

America, il Paese dello “strano ma vero”

Un uomo di 84 anni si perde nel deserto, a nord di Phoenix, Arizona. Non ha acqua né provviste, eppure riesce a sopravvivere per 5 giorni, finché non lo trovano alcuni escursionisti. Che ci faceva nel deserto? E come ha fatto a cavarsela?

Pare stesse guidando la sua vecchia auto, ha sbagliato strada, non si è accorto di essere entrato nel deserto e quando ha cercato di fare inversione a U, l’auto è finita in una profonda buca. Il cellulare si è scaricato quasi subito, l’uomo è sopravvissuto per 5 giorni bevendo l’acqua del tergicristalli filtrata con il fazzoletto.

Notizie come questa non possono che venire dall’America. Di fronte a certe stranezze, bizzarrie, assurdità assortite, siamo soliti chiamarle “americanate”. Come se si trattasse di fatti riferibili a uomini primitivi, e non – il più delle volte – dell’anticipazione di quanto potrà accaderci.

Da tempo, alcune agenzie di viaggi propongono itinerari stravaganti attraverso gli Stati Uniti, fuori dai percorsi consolidati. Mi è tornato alla mente un libro di Carlo Masi (That’s America!, Cooper Castelvecchi), che contiene un divertente catalogo di monumenti al kitsch e al trash. Oltre a descriverli, l’autore offre tutte le indicazioni logistiche: indirizzi postali, siti Internet, prezzi, persino qualche immagine utile a conferire realismo a situazioni inverosimili. Con un duplice filo conduttore: passione e business. Pressoché ovunque campeggia la scritta: “Si accettano indifferentemente carte di credito e contanti”.

Questa America ruota intorno a quattro pulsioni elementari – sesso, morte, cibo e religione – che si sovrappongono e confondono tramite il mezzo televisivo, perfetto miscelatore delle culture pop. Nel libro, Masi descrive musei fondati da persone variamente ossessionate, collezionisti e catalogatori della loro ossessione (un museo dedicato alle mestruazioni, un museo di soli water, un altro che espone solo vibratori). Nella cultura pop, qualunque cosa può diventare oggetto di studio e venerazione. Qualunque collezione può partorire shops e souvenirs, per il collezionismo indotto. Leggi il resto dell’articolo

Santiago, Italia [id.], Nanni Moretti, 2018 [cine52] – 8

Fra i generi cinematografici, il documentario si sta rivelando il più vitale e capace di rinnovarsi, anche attraverso prospettive d’autore. Michael Moore ha spalancato una strada, che Moretti percorre con uno stile personale, non “imparziale”, ricostruendo il percorso umano di alcuni cileni che trovarono rifugio in Italia, dopo il golpe dell’11 settembre 1973. È un ritorno sui passi di Aprile e La Cosa, la conferma di una diversa possibilità di utilizzo della macchina da presa (spero che Moretti la mostrerà ancora).

Mi è venuto in mente Ken Loach e il suo episodio in 11’09″01, il film collettivo che uscì nel 2002: gli episodi erano 11, ma solo il regista inglese scelse di trattare l’11 settembre cileno, anziché quello delle Torri Gemelle. Espediente: Pablo, profugo cileno a Londra, scrive una lettera ai familiari delle vittime degli attentati del 2001, ricordando la sua storia rimossa – Allende, il golpe, le migliaia di morti, le torture, l’esilio – auspicando che tanti americani si uniscano a lui nel ricordare anche le vittime dell’11 settembre 1973.

Attraverso materiali di repertorio e interviste ai superstiti (pochi nomi noti, tutti rimandano all’entusiasmo scaturito dall’esperienza di governo di Unidad Popular), dopo un’accurata ricostruzione dei fatti fino al bombardamento del Palacio de la Moneda, Moretti focalizza l’attenzione sull’ambasciata italiana a Santiago, dove trovarono rifugio centinaia di perseguitati dalla dittatura militare, circa 250 dei quali scelsero di raggiungere l’Italia (alcuni vi hanno vissuto per trent’anni). Si salvarono grazie all’azione di funzionari dell’ambasciata, e dell’arcivescovo Raúl Silva Henriquez (incontenibile, la commozione da uno degli intervistati, ateo dichiarato).

In 80 minuti, Moretti si concede solo due brevi inquadrature. Parlando del Cile di 45 anni fa, spinge a pensare all’Italia di allora e a quella di oggi. Il paragone può deprimere, ma il film lascia una traccia potente.

Place Vendôme e Madre notte: le cose sono andate così. O no?

La storia di Place Vendôme, come la riportano le guide turistiche, inizia verso la fine del Seicento, quando il Re Sole decretò di costruire palazzi per accogliere la Biblioteca reale e alcune Accademie; al centro, un largo spiazzo ottogonale, disegnato da Jules Hardouin-Mansart (l’architetto da cui è derivato il termine mansarda), con una statua equestre di Luigi XIV. Come tanti simboli della monarchia, anche quel monumento venne distrutto nel corso della Rivoluzione del 1789. Si salvò solo un piede, tuttora conservato nel Museo Carnavalet.

Ispirandosi alla colonna Traiana, nel 1810 una colonna di bronzo dedicata alla Grande Armée, alta 44 metri, venne ricavata da 1200 cannoni dei nemici sconfitti ad Austerlitz; nell’occasione Napoleone fu celebrato nelle vesti di Giulio Cesare. Ma già nel 1814, la sconfitta di Lipsia trascinò a terra la statua dell’imperatore: sulla colonna salì quella del re Enrico IV. Nel 1831, dopo la abdicazione dell’ultimo Borbone, Carlo X, una statua di Napoleone in abiti da “piccolo caporale” fu riportata sulla sommità della colonna. Sotto Napoleone III, quella statua fu sostituita con un’altra che ritraeva Bonaparte in abiti imperiali. Finché, il 16 maggio 1871, al tempo della Comune, l’intera colonna venne abbattuta e la piazza dedicata all’Internazionale dei Lavoratori: “Sarebbe stato troppo sopportare l’immagine del primo Napoleone mentre i generali del terzo ci stavano bombardando”, pare abbia detto il pittore Gustave Courbet. Sconfitta l’insurrezione comunarda, nel 1874 la colonna di bronzo fu rialzata insieme a una copia della prima statua di Napoleone. Leggi il resto dell’articolo