Sinn Fein vince le elezioni, Bobby Sands torna ad alzare la voce

A me gli occhi, #Altan

Quasi sempre senza sfondi, immerse nel bianco, le vignette di Altan sono antitetiche rispetto ai suoi romanzi grafici, stracolmi di dettagli. Nelle vignette, non c’è mai la natura, gli unici scenari sono oggetti: il divano, la sedia, la tivù, l’asse da stiro, la cucina economica, il letto, il bancone di un negozio… senza dimenticare gli arzigogolati macchinari da catena di montaggio su cui lavorano Cipputi e gli altri operai.

“Altan non vuole farci nessuna morale” – scrive Paolo Mereghetti. “Si sforza solo di farci vedere quello di fronte a cui tendiamo a chiudere gli occhi, per stanchezza magari o per convenienza o per superficialità”.

Questa raccolta si fa apprezzare per la qualità di stampa, in bianco e nero, tanto superiore a quella dei giornali su cui le vignette vennero presentate, e raccoglie circa 180 opere di Altan che attraversano almeno quattro decenni, divise in capitoli che potremmo intitolare: pace e guerra, ambiente, donne, italiani, libero mercato, migranti, religione, sinistra, mass media.

Altan fa vignette da quasi mezzo secolo. Ogni tanto mi pare un po’ stanco e sconsolato, con meno voglia di attaccare i potenti, ma in ogni giorno del 2022, del 2023, 2024 eccetera, si potrebbe riesumare una sua vignetta perfettamente attuale nel nostro deludente presente.

  • Lei (languida) a lui (concupiscente): “Quanti abitanti ha l’Irak, amore?

– di ieri e + di domani, tesoro”.

  • Giornalista intervista generale pieno di armi e di stellette: “Quante vittime? Quante distruzioni? Quali conseguenze per il futuro del mondo?

Non ci abbiamo mica la palla di cristallo!”.

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Torneremo alle Spartachiadi?

Due mesi di guerra: la vera domanda e i legittimi dubbi sull’efficacia delle sanzioni

La domanda di partenza – che fine farà l’Ucraina? – mi sembra ormai secondaria. La domanda che oggi si impone è un’altra: che fine farà la Russia?

Basta dare un’occhiata alla carta geografica per coglierne le spaventose proporzioni. L’enormità della Russia, il suo stare in due continenti, il suo viversi sia come Europa che come Asia, il suo evidente declino da “paese sottosviluppato con armi nucleari”, pongono problemi giganteschi, che la guerra in Ucraina non potrà risolvere, qualunque sia il suo esito.

Dove si fermerà l’avanzata dell’esercito di Putin? Quali pezzi del territorio ucraino verranno reclamati? Quanti milioni di abitanti verranno deportati? Quanti altri mesi, o anni di guerra ci aspettano? Ognuna di queste specifiche domande rimanda alla domanda più grande, perché la Russia appare come un gigante messo all’angolo, sulla sua carcassa da spolpare si agitano famelici opportunisti, la tentazione dell’arma nucleare si fa ogni giorno più forte, nulla di più terribile all’orizzonte. È la più vasta nazione del mondo, che controlla il secondo arsenale nucleare in ordine di potenza.

Il vecchio “ordine internazionale” è in frantumi. Le alleanze politiche degradano ad alleanze militari. La globalizzazione scricchiola, l’Europa si è inginocchiata alla superpotenza alleata, persino le istituzioni sportive smarriscono ogni autonomia e rispondono al richiamo della foresta: già esclusi dai Mondiali di calcio e dall’Eurolega di basket, i russi si vedono allontanare da Wimbledon, e le Olimpiadi di Parigi sono a un passo.

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Z. L’orgia del potere [Z], Costantin Costa-Gavras, 1969 [filmTv55] – 8

Soggetto di Vasilīs Vasilikos, esule a Parigi, dal suo romanzo del ’66 (Feltrinelli, ristampato da Bietti), sceneggiatura di un altro esule, Jorge Semprún, che nell’88 diverrà ministro della Cultura in Spagna, musiche di Mikīs Theodōrakīs, montaggio della trentenne Françoise Bonnot, produttori Ahmed Rachedi e Jacques Perrin, proprio lui, che di anni ne aveva ventotto, e si ritaglia la parte di un giornalista. Due Oscar – miglior film straniero e montaggio -, la Palma di Cannes a Jean-Louis Trintignant, e un clamoroso successo di pubblico, se si considera che era un film dal dichiarato obiettivo politico. “Divisivo” si direbbe oggi.

Chi fosse Grigoris Lambrakis, la sua straordinaria biografia, potete scoprirlo facilmente. Temo che molti l’abbiano saputo e dimenticato. Deputato dal 1961, fu assassinato a Salonicco il 27 maggio 1963 da fanatici di destra, dopo un comizio, in un agguato organizzato da funzionari governativi. Yves Montand, di cui tutti conoscevano le idee politiche, incarna Lambrakis, Irene Papas la moglie; Trintignant il giudice istruttore che non si accontenta della versione ufficiale e ricostruisce i fatti, superando il muro di gomma delle complicità; Renato Salvadori e Marcel Bozzuffi sono due picchiatori fascisti, poveracci manipolati e ricattati. Del cast, fanno parte Francois Perier, Pierre Dux, Charles Denner, Magali Noel, Georges Géret e Bernard Fresson.

Per la Gendarmeria, la peronospora e il comunismo sono le due infezioni sociali da estirpare. Ogni mezzo è consentito, chi si oppone verrà brutalmente colpito. La Grecia sapeva bene cosa fosse la “sovranità limitata”, nel ’63 comunisti e socialisti erano fuorilegge e nel ‘67 il colpo di stato dei “colonnelli” premiò esecutori e mandanti dell’assassinio di Lambrakis.

Di un film dal ritmo formidabile, gli ultimi dieci minuti lasciano senza fiato. Lo spettatore raggiunge l’indignazione ben prima che scorra il reazionario, grottesco elenco dei divieti imposti dai militari saliti al potere.

«Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trockij, scioperare, la libertà sindacale, Lurçat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostoevskij, Čechov, Gorkij e tutti i russi, il “chi è?”, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, la lettera “Ζ” che vuol dire “è vivo” in greco antico».

3765, mi ricordo

Mi ricordo che «Z», quand’ero giovane, voleva dire «è vivo» in greco antico, rimandava a Lambrakis e alle dittature costruite dalla CIA.

Dopo 50 giorni di guerra, sta collassando la globalizzazione

Fra poche certezze, una si staglia su tutte: tanto odio non mancherà di provocare effetti di lunga durata.

Ci si abitua a tutto, anche ai servizi televisivi che non dicono niente di nuovo ma occupano tre quarti del telegionale; anche alle immagini più atroci, alle accuse più spietate, ai “traditori della patria” messi all’indice dai più zelanti delatori, alla rivalutazione del nazismo quando è patriottico e alla quotidiana denigrazione dei partigiani e del Papa. Ci si abitua a trattare anche la guerra come materia da talk show, oggetto prediletto dell’industria dell’intrattenimento. E ci si abitua alla diffidenza, perché, come ho già scritto, “guerra e menzogna sono sinonimi”.

Ci si è già abituati, del resto, a fingere di volere la verità sulla morte di Giulio Regeni: molto più importante è stringere nuovi accordi commerciali con l’Egitto – e con una serie di altri Paesi non proprio democratici – pur di ridurre la dipendenza dal gas russo. Trovo convincente la descrizione secondo la quale l’Italia non ha un ministro degli Esteri, ma due: quello formale, di cui si vergognano molti nel suo stesso “movimento”, e quello sostanziale, che di mestiere fa l’amministratore delegato di ENI.

Ci siamo rapidamente abituati alle battute infelici del premier. Ci siamo abituati a considerare normale che due alti esponenti del Pd – Letta e Gentiloni – siano i favoriti per guidare la Nato, dal 2023; pare normale che “l’atlantismo” di uno che per tutta la vita ha fatto il banchiere renda anche Draghi papabile a quel ruolo.

Ma nessuno oggi saprebbe dire quando la guerra finirà. Cominciano a diffondersi “opinioni” secondo le quali la guerra potrebbe durare molti mesi, forse anni, addirittura potrebbe diventare endemica.

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3757, mi ricordo

Mi ricordo ancora Perry Mason, e so che ogni giudizio sommario è di per sé ingiusto, ma la mia disistima verso avvocati e giudici non è mai stata così definitiva.

Insostenibili: Bush 1992 = Draghi 2022

3748, mi ricordo

Mi ricordo di aver manifestato dubbi sulla Statistica – e sulla narrazione della pandemia – ben prima di scoprire che ieri c’era una Regione italiana al primo posto come numero di ricoverati nei reparti Covid, e appena nona nelle terapie intensive.

3743, mi ricordo

Mi ricordo, fra tanti esempi di retorica guerrafondaia, che il primo sottomarino nucleare fu, neanche a dirlo, americano, e lo battezzarono Nautilus.

Duecento milioni a zero (e anche i tamponi fanno impennare il Pil)

Up il sovversivo, Alfredo Chiappori

Sempre a testa in giù, appoggiato coi piedi sulla linea superiore della vignetta, Up fu uno dei primi personaggi – apparve nel 1969 – che proposero una satira politica di sinistra.

Con un segno essenziale, privo di fondali, sintetizzando in ogni vignetta il rovesciamento del punto di vista dei giovani rispetto alle generazioni precedenti, Up incrocia i morti nelle piazze, la conquista della Luna, il colpo di stato in Grecia, la rivoluzione femminista…

L’autorità costituita – solitamente in divisa – non fa che intimare divieti. Per esempio: “È proibito violare la legge di gravità”. Ecco la colpa di Giuseppe Pinelli.

Il protagonista osserva e commenta i fenomeni da un’ottica capovolta, di per sé sovversiva, non accettando la naturalità delle leggi che regolano il sistema. “Il sistema”, peraltro, cerca di spaventarlo – sono frequenti le presenze militaresche e i manganelli – o recuperarlo attraverso allettamenti consumistici, tentazioni di cui si fa ambasciatrice una donna, Elisabetta.

Non manca la critica rivolta al proprio mondo di riferimento:
“ – I burocrati sono nemici della rivoluzione!
– E tu chi ti credi di essere per parlare in questo modo?
– Un rivoluzionario!
– Fammi vedere la tessera!”.

Alfredo Chiappori, Up il sovversivo, Feltrinelli, 1970

Dopo tre settimane di guerra, i giocatori d’azzardo stanno alzando la posta

Mi sono dato una regola: non credere a niente di quello che ci viene raccontato. Guerra e menzogna sono sinonimi.

Di propaganda, me ne intendo, l’ho fatta (ero pagato per farla), so a quali regole risponda, e siccome il 95% della “narrazione” nostrana è nelle mani di proprietà ben note, l’unica autodifesa è lo scetticismo. Vorrei capire cosa succede, non fosse altro per gestire la paura, dunque leggo, ascolto, cerco fonti straniere, mi concentro su quelle poche figure che mi pare abbiano qualcosa di serio da dire.

Di tutto ciò che ci ha catapultato in questa guerra, si potrebbe discutere a lungo. Per esempio, sapere solo a metà marzo che a dicembre soldati italiani hanno partecipato a esercitazioni NATO in Lettonia e in Georgia, insieme a truppe di altri 32 Paesi, fa capire che siamo tutti arruolati. Chi cerca di ragionare, viene forzatamente iscritto al partito di Putin.

Al partito di Putin non mi iscriverò mai, perché sono un marxista, non ho dimenticato la guerra di classe e la guerra imperialista, e all’invasione decisa dallo Zar del Cremlino corrisponderà l’ennesimo, scandaloso aumento delle spese militari italiane. Quando sento parlare di “Ucraina a sovranità limitata”, non dimentico che la condizione dell’Italia è questa, dal 1945.

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3729, mi ricordo

Mi ricordo dottissime e raffinatissime analisi della guerra in corso, che puntualmente arrivano a conclusioni opposte.

L’altro, di Ryszard Kapuściński

In queste poco più di sessanta pagine edite da Feltrinelli sono raccolte quattro conferenze tenute dal reporter polacco fra il 1990 e il 2004; la quarta di copertina le definisce il suo “testamento spirituale”. In un momento come questo, anziché schierarsi come tifosi, è una lettura necessaria.

La curiosità per l’altro è un fenomeno assai limitato. E il viaggio intrapreso volontariamente è una rarità.
“La tentazione del viaggio è una passione meno diffusa di quanto si creda. L’uomo è per sua natura portato alla sedentarietà, caratteristica radicatasi soprattutto dopo la scoperta dell’agricoltura e dell’arte di costruire le città. Di solito l’uomo abbandona il suo nido solo se costretto, se scacciato dalla guerra, dalla fame, da un’epidemia, dalla siccità o da un incendio. A volte parte da casa perché perseguitato per le sue convinzioni, a volte alla ricerca di un lavoro o di migliori opportunità per i figli. In molti, infatti, lo spazio provoca ansia, timore dell’ignoto e perfino paura della morte. Ogni cultura dispone di una serie di incantesimi e di pratiche magiche destinati a proteggere colui che si mette in viaggio”.
L’altro può essere visto sia come nemico, sia come cliente. Dipende dalle circostanze: è questo che fa dell’altro un essere dalla natura ambigua, inafferrabile.

Gli europei che partirono alla “conquista” del pianeta pensavano all’altro come a un selvaggio che era giusto sottomettere e calpestare.
“Una delle cause dell’inaudita brutalità e crudeltà che caratterizzavano i bianchi non era soltanto l’avidità d’oro e di schiavi che divorava le menti e accecava le élite europee, ma anche il livello morale e culturale incredibilmente basso di coloro che venivano mandati per il mondo in avanscoperta degli altri. Le ciurme delle navi si componevano per buona parte di malfattori, di criminali e di notori banditi o, nel migliore dei casi, di vagabondi, di senzatetto e di falliti… Il fatto che per secoli l’Europa abbia spedito a incontrare l’altro (e soprattutto a incontrarlo per la prima volta) i suoi rappresentanti più abietti stenderà un’ombra sinistra sui nostri rapporti con gli altri, formerà le nostre opinioni correnti su di essi, consoliderà nelle nostre menti stereotipi, preconcetti e fobie”. Continua a leggere

Anna Politkovskaja, di Francesco Matteuzzi – Elisabetta Benfatto, Becco Giallo, 2010

Romanzo a fumetti su testi del fiorentino Matteuzzi, e 78 tavole in bianco e nero realizzate dalla Benfatto (Camposampiero, Padova) con uno stile che ha più di qualche superficiale somiglianza con Persepolis di Marjane Satrapi.
Il volume contiene una breve introduzione di Ottavia Piccolo, che per anni ha interpretato a teatro un monologo di Stefano Massini intitolato Donna non rieducabile, e un’intervista a Paolo Serbandini, autore di documentari sulla Politkovskaja.

Politovskaja - BeccoGialloComincia in Cecenia, dove la giornalista si reca periodicamente dal 1998, e dall’anno successivo pubblica per la Novaja Gazeta articoli sgraditi al Cremlino. Scrive quello che vede, senza omettere dettagli cruenti o scabrosi. I suoi sono reportage terribili: descrive i bombardamenti a tappeto, l’uso sistematico della tortura, le rappresaglie terroristiche, il circolo vizioso reciprocamente alimentato da repressione e terrorismo. È consapevole dei rischi che corre. Ha paura. Assiste agli scontri per il controllo dei pozzi petroliferi e ai “furtarelli” che si consumano intorno alle gigantesche condutture. Riporta fedelmente quanto gli è stata raccontato da un testimone diretto, e viene a sapere che quell’uomo è stato ucciso dai soldati russi.

Quando – il 23 ottobre 2002 – un gruppo di terroristi ceceni prende in ostaggio il pubblico del teatro Dubrovka, a Mosca, la reputazione della Politkovskaja è tale che viene chiamata a negoziare. I terroristi vogliono che l’esercito russo si allontani immediatamente da una delle province cecene, altrimenti faranno esplodere il teatro. Il mattino del 26 ottobre, le forze speciali fanno irruzione dopo aver pompato gas nei condotti di aerazione. Muoiono 130 persone, fra cui tutti i terroristi (stranamente, nessuno viene fatto prigioniero).

Il gas fatto respirare a terroristi e ostaggi non è mai stato identificato. Chi può trarre vantaggio da una simile gestione della vicenda? Politkovskaja non ha dubbi: il presidente Vladimir Putin. Continua a leggere

Picchettini, Mecnavi, 13 morti una mattina di 35 anni fa, stasera il ricordo a Bertinoro. Qui un documentario di 47 minuti

Mai più, regia di Fausto Pullano, sceneggiatura di Nello Ferrieri e Rudi Ghedini, presentato al Torino Film Festival 1997

Dopo due settimane di guerra

Ogni guerra impone una sua implacabile razionalità, diffonde paure e sofferenze, distrugge vite e risorse, toglie dalla scena tante questioni (persino la pandemia pare scomparsa), riduce tutto alla volontà di potenza. A due settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, cosa ci dicono gli analisti più seri?

Ci dicono che ogni attore sta cinicamente scommettendo sul disastro altrui. E che la vita umana è una variante assai poco significativa.

  • La Russia scommette sul collasso dell’Ucraina, isolandola e tagliando i rifornimenti finché la popolazione sarà alla fame, senza acqua, senza luce, al freddo.
  • L’Ucraina scommette sulla durata della guerra, fino a renderla insostenibile per gli invasori, per le morti fra i soldati e per i costi di una spedizione militare che non potrà proseguire all’infinito.
  • Gli USA scommettono sulla caduta di Putin, deposto da qualche potente russo che arrivasse alla conclusione che la Russia si stia drammaticamente indebolendo con la guerra.
  • La Cina scommette sull’indebolimento reciproco di Russia ed Europa, che costringerà l’Europa a sacrifici inediti e quasi costretta a un’alleanza totale con gli USA.
  • L’Europa scommette sulle sanzioni alla Russia, nella speranza che arrivi prima il momento in cui siano insopportabili per i russi piuttosto che insostenibili per le economie europee.
  • L’Europa, inviando armi all’Ucraina senza scendere direttamente in campo, scommette sul fatto che Putin raggiunga i suoi obiettivi pagando un prezzo molto più alto del previsto e con tempi più lunghi.
  • La Russia scommette su un’Europa incapace di reggere a rinunce sul piano delle forniture energetiche (quantità e costi), delle materie prime (innanzitutto il grano,) e per l’ospitalità di milioni di profughi.

Tutti fingono di credere che andrà a finire come hanno previsto: da qualche secolo: si chiama propaganda. In Italia, mi pare che il 95% delle narrazioni sia segnato da uno scriteriato ottimismo.

Un’altra cosa ci viene detta dai migliori analisti, quelli stranieri. Sotto traccia, tutti parlano con il nemico.

Lo fanno in pubblico, cercando di accreditarsi come mediatori, e più di frequente in segreto. Dunque, a fianco della narrazione odiosa (Putin folle / Ucraina nazista), fatta a uso e consumo dell’opinione pubblica, c’è una realtà concreta, nella quale nessuno demonizza il nemico, e si sforza di comprenderne le ragioni. In particolare, tutti stanno cercando di capire a quali condizioni Putin potrebbe fermarsi, raccontando ai suoi di avere vinto, e Zelensky potrebbe accettare le condizioni russe, raccontando ai suoi di non avere perso.

Perché tutti – Russia e Ucraina, USA e Cina, persino l’Europa che ancora una volta è il vaso di coccio – hanno bisogno di far ripartire l’economia globale, la globalizzazione dei mercati, i consumi e il turismo, eccetera.

La grande promessa della globalizzazione capitalista – fare affari fra tutti, comprare e vendere merci e forza-lavoro fra Paesi diversi – era quella di evitare la guerra, rendendo tutti convinti della desiderabilità di una pace fondata sul libero mercato. È una promessa che sta fallendo, ma per sperare nella pace in Ucraina non vedo nulla di meglio all’orizzonte.

3723, mi ricordo

Mi ricordo ministri affermare, senza suscitare particolari proteste, che è vessatorio fare un’ispezione sun posto di lavoro senza avvisare prima il proprietario.

È stata Lucy, con i suoi metodi, a debellare la pandemia

#nowar. Quando ti proclami “dalla parte giusta della storia”, dimenticando le decine di volte in cui i fatti hanno mostrato che eri da quella sbagliata – fino a inventare le armi di distruzione di massa – diventa necessaria una narrazione che aderisca alle tue ragioni…

Perciò, al sesto giorno di guerra, aperta dall’indifendibile invasione dell’Ucraina da parte delle truppe della Federazione Russa, ecco cosa ci dicono gli analisti.

  • Putin ha sottovalutato la resistenza e la compattezza della popolazione ucraina.
  • Putin ha sottovalutato la forza e la modernità dell’esercito ucraino.
  • Putin ha sottovalutato l’unità dell’Europa e la sua capacità di far fronte alla dipendenza dal gas russo.
  • Putin ha sottovalutato l’entità e la vastità delle sanzioni economiche, in particolare l’esclusione dal sistema dei pagamenti Swift.
  • Putin ha sottovalutato il pacifismo di tanti russi, che manifestano rischiando l’arresto.
  • Putin ha sottovalutato la forza degli attacchi informatici degli hacker.
  • Putin ha sottovalutato le conseguenze simboliche dell’isolamento internazionale, per esempio quelle sul piano sportivo (dal judo al calcio, al basket).

In generale, Putin avrebbe sottovalutato ogni aspetto del nemico e del contesto, e a dircelo sono gli stessi che ci spiegano che era tutto previsto, che Putin stava preparando l’invasione da almeno due anni. Sempre loro adesso ci ricordano che da quelle parti è in atto una guerra civile lunga otto anni, con più di quattordicimila morti e due milioni di profughi.

Fosse vera la metà degli errori attribuiti allo Zar del Cremlino, ormai descritto come un pazzo paranoico, isolato dal mondo (ma non mi pare che la Cina stia contribuendo a questo isolamento), basterebbe sedersi sulla riva del fiume: tempo un paio di settimane, e Putin sarà deposto da un colpo di stato e salirà al trono un nuovo Zar filo-occidentale. Unica alternativa: la democratura diventa dittatura e Putin andrebbe trattato come Saddam Hussein…

Se si vuole fermare la guerra, bisogna avere in mente, innanzitutto, le vittime civili, quelle condannate all’etichetta di “effetti collaterali”.

Nessuna ragione politica giustifica la guerra, ma se la si vuole fermare, si dovrebbe far funzionare il cervello e capire le ragioni che hanno portato a questa situazione. Se non c’è alternativa alla trattativa, non serve a nulla demonizzare l’altro: vanno trovate soluzioni di reciproca garanzia, oppure si deve concludere che il nemico è talmente dalla parte sbagliata della storia da dover essere annichilito.

Invece, due delegazioni hanno cominciato a trattare su questioni molto prosaiche: il riconoscimento dell’annessione della Crimea alla Russia e la futura neutralità dell’Ucraina.

3709, mi ricordo

Mi ricordo la Nato, non mi ricordo quale sia il nemico che giustifica il continuo allargamento a Est e l’annuale aumento delle spese militari, ma senz’altro sono io che sbaglio, un nemico lo si trova sempre.