L’ultima speranza

3580, mi ricordo

Mi ricordo chi mentiva sapendo di mentire, propinandoci l’elezione diretta dei sindaci come ricetta per aumeNtare la partecipazione.

Ballottaggi, vince chi riporta al seggio tutti i suoi

Ballottaggi senza donne

Più traffico fa bene alla salute

Nel 2020, 42mila statunitensi – pedoni, ciclisti e guidatori – sono morti in incidenti stradali. Più che nel 2019. Il dato appare incomprensibile, se si pensa che nel 2020 si è viaggiato molto meno.

Ma una spiegazione c’è: durante la pandemia, per via dei lockdown e delle quarantene, in circolazione c’era un numero largamente inferiore di veicoli, “quindi il traffico era meno congestionato, e questo ha spinto le persone ad andare più veloce, a rispettare meno il codice della strada, a guidare ubriache e a non indossare le cinture di sicurezza”.

Ho ripreso la citazione dalla bella newsletter «Americana», curata da Alessio Marchionna per «Internazionale».

La mia opinione è che ci sia dell’altro, oltre al crollo nel rispetto delle regole. Lo vedo sulle nostre strade: molti sembrano aver disimparato a guidare.

Quanto all’America e agli americani, invece, non fatico a riconoscermi in questa descrizione: “Dopo la Seconda guerra mondiale le strade statunitensi sono state costruite per permettere alle persone di spostarsi comodamente per lunghi tragitti di lavoro e di viaggio. In pratica per andare veloce. Questo tipo di mentalità ha spinto a progettare strade che non sono comuni in altri paesi. In particolare le cosiddette stroads, quei posti ibridi che chi ha viaggiato negli Stati Uniti conosce bene: da un lato sono vie con negozi e servizi di vario tipo, dall’altro sono strade a scorrimento veloce. Limiti di velocità alti, svolte frequenti, incroci condivisi con pedoni e ciclisti creano le condizioni per molti incidenti”.

Non dispongo di statistiche italiane sugli incidenti stradali prima e durante la pandemia. Ma la mancanza di esercizio la posso verificare anche su indicatori meno drammatici: tanta, tantissima gente ha vistosamente disimparato a parcheggiare.

7 ottobre 2006, sono passati quindici anni da quando, a Mosca, nell’atrio del condominio in cui abitava, venne assassinata Anna Politkovskaja. Aveva 48 anni.

Il 7 ottobre 2006, a Mosca, nell’atrio del condominio in cui abitava, veniva assassinata Anna Politkovskaja. Aveva 48 anni.

Quaderni russi, di Igort, si apre sul disegno di una pistola, una Makarov IZH con il silenziatore, simile a quella usata dal killer che aspettava la giornalista. Nello stesso atrio, poco tempo prima, era già stata uccisa una donna, capelli grigi, stessa corporatura ed età di Anna; i figli le avevano detto: “È te che volevano uccidere”.

Impegnata in un lavoro di raccolta di testimonianze e documenti, Anna Politkovskaja ha fatto conoscere parte di ciò che stava accadendo in Cecenia, la sperduta regione del Caucaso a larga maggioranza musulmana. Di fronte al suo omicidio, Igor Tuveri rimase scioccato: “La brutalità di una democrazia travestita, per la quale i sovietologi hanno coniato il termine democratura, aveva parlato”.

Un paio d’anni dopo, Igort si è messo sulle tracce della giornalista, trascorrendo un lungo periodo fra Ucraina, Russia e Siberia. “La scintilla arrivò al mio arrivo a Mosca, il 19 gennaio 2009, quando con un colpo alla nuca furono assassinati l’avvocato, e amico di Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov e Anastasia Baburova, stagista della Novaja Gazeta, il giornale che pubblicava i reportage di Anna”. Il duplice omicidio avvenne sulla strada, in pieno giorno, a sei minuti a piedi dal Cremlino.

Un popolo di delusi e disillusi, implosi e rabbiosi

Tracolli come quelli di Renzi, di Grillo e di Salvini non avvengono per caso. Rapidi, incontenibili, quasi fossero accentuati dalla voglia di irridere chi poco prima appariva come un euforico trionfatore. Tracolli catartici, provocati dalla delusione e dal risentimento.

Le ultime disfatte sono quelle di chi appena diciotto mesi fa dominava il governo, il famigerato “Conte 1”. Sia la Lega che il Movimento 5 stelle escono da questo voto amministrativo con le ossa rotte. Facile ipotizzare che gran parte dei loro antichi consensi (non tanto antichi, anche se la storia viaggia veloce) siano confluiti nel calderone dell’astensione, un calderone enorme e ribollente, mai così grande, e pochi sottolineano come ciò sia avvenuto in una competizione con decine di migliaia di candidati, persone fisiche che avrebbero dovuto almeno motivare amici e parenti. Fossero state le Europee, il dato della partecipazione al voto sarebbe stato ancora più devastante.

Già così fa impressione: la maggioranza assoluta dei cittadini di Roma e Milano, Napoli e Torino non è andata a votare; a Bologna, un tempo capitale della partecipazione, i votanti sono stati il 51%. Il partito dell’astensione è arrivato primo ovunque.

Capisco chi si esalta per questa vittoria: ha salvato la pelle. E poi, il problema della partecipazione al voto è ormai secondario, in tutto l’Occidente, rispetto alla governabilità. Purché non si sottovaluti il peso assoluto che masse di astenuti possono improvvisamente rappresentare, dando credito al primo che passa.

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280 caratteri bastano e avanzano per una dettagliata e sofisticata analisi del voto

La mitica “partecipazione al voto”

3565, mi ricordo

Mi ricordo di essermi già recato al seggio con scarse motivazioni, ma stavolta sono alquanto depresso per quanto poco mi importi qualsiasi risultato.

Sette morti sul lavoro nelle ultime ventiquattro ore. I motivi sono sempre quelli, le reazioni sempre quelle. E nessuno più si indigna e grida “Mai più”

Sono passati quattordici anni da quando pubblicai Nel buio di una nave. Ne sono passati trentaquattro da quando si verificò quello che, con i suoi tredici morti, rimane il più grave incidente sul lavoro della storia repubblicana.

Di fronte alle ricorrenti morti sul lavoro, confesso di provare solo un’ottusa mestizia, non credo più che le cose possano cambiare, non vedo la volontà politica, non vedo diffondersi la cultura della prevenzione, la sicurezza continua a essere considerata come un “costo del lavoro”. E si lavora in qualunque condizione, aggirando le norme e contando su una sostanziale impunità. Nelle ispezioni – pochissime, purtroppo – si riscontrano dati vergognosi, gli imprenditori che fanno la standing ovation a Draghi sono gli stessi che speculano su dispositivi di sicurezza individuali da pochi euro. E chi è ricattato, fatica ad affermare diritti elementari.

Ogni morto è diverso, ogni caso ha sue particolarità. Ci sono padri e figli, nonni e nipoti, persone esperte e sprovvedute, persone che lavoravano senza contare le ore e persone pagate pochi euro all’ora… Eppure, ogni volta, tutte le volte, non assistiamo a “fatalità”, ma a responsabilità, a eventi catastrofici prevedibili, originati dalla convergenza di una serie di cause. Sempre le stesse.

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Pandemia, i ricchi hanno paura dei poveri

Si vota in Germania, dopo sedici anni con Angela Merkel

Per un altro paio d’anni in Italia, nessuna elezione, a parte quella indiretta per il Quirinale, avrà il peso specifico e il significato profetico che discendono dal voto tedesco di domenica 26 settembre.

Dopo trent’anni da parlamentare e sedici da cancelliere, Angela Merkel ha deciso di non ricandidarsi. Fino alla chiusura dei seggi – alle 18.00 – nessuno avrà la certezza su chi prenderà il suo posto alla guida dello Stato più popoloso e più ricco dell’Unione Europea.

Herlinde Koelbl, vista al MAST di Bologna

Sarà un voto profetico, perché la Germania è da otto anni governata da una “larga coalizione” (non tanto larga come quella che sostiene Draghi, ma quasi). Dunque, bisognerà valutare chi esce meglio e chi con le ossa rotte da una forzata collaborazione che annebbia l’identità delle forze politiche, togliendo loro l’ingrediente essenziale: il nemico.

Sondaggi e pronostici convergono nel delineare un netto calo della CDU/CSU, ora guidata da Armin Laschet. Potrebbe tornare a essere il secondo partito e la SPD di Olaf Scholz, dopo tempo immemorabile, il primo. Scholz è l’attuale vice-cancelliere e ministro delle Finanze, dunque l’eventuale sorpasso non sarebbe poi così traumatico, anche perché né i Socialdemocratici né l’Unione CDU/CSU possono sperare di governare da soli. E sembrano condannati a rinnovare l’alleanza.

Fossi tedesco, penso che voterei per i Verdi, a cui viene attribuito un risultato fra il 13 e il 18 per cento: saranno la terza forza parlamentare; a seguire, ma l’ordine è incerto, i Liberali della FDP, l’estrema destra di Alternative For Deutschland e la sinistra della Linke.

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Perché arrivò #Obama? E poi, perché è arrivato #Trump? E cosa succederà fra una generazione? #Demografia torna a essere una parola-chiave per capire dove va l’America

Negli Stati Uniti, tre asiatici su dieci, un ispanico su quattro e un afroamericano su cinque sono sposati con una persona che appartiene a un altro gruppo razziale; più di tre quarti di queste unioni sono con un partner bianco. Un bambino su nove “born in USA” cresce in una famiglia mista in cui uno dei due genitori è bianco.

Jasper Johns, Three Flags, 1958

La società americana sta cambiando faccia e pelle. Gli esperti di demografia prevedono che nel giro di una dozzina d’anni gli Stati Uniti diventeranno una majority-minority nation, cioè una nazione in cui i bianchi rappresenteranno meno del 50% della popolazione.

Il 2 agosto 1790 fu indetto dal presidente George Washington il primo censimento. Il più recente, il censimento numero 24, è stato condotto nel 2020 in piena pandemia. In base agli ultimi dati disponibili, il 60% della popolazione statunitense è bianco, il 19% ispanico, il 12% afro-americano e il 6% asiatico (un 3% si dichiara appartenente ad altre etnie).

Gli Stati con la maggiore percentuale di bianchi – oltre il 90% – sono Maine, Vermont e West Virginia, tutti e tre situati nel vecchio New England. La maggior percentuale di afroamericani si trova invece nella capitale Washington D.C. (i neri sono già più dei bianchi: 45% vs 37%), e in diversi stati del Sud: Mississippi (37%), Louisiana (32%), Georgia (31%). Oltre che nella capitale, i bianchi non sono la maggioranza in tre stati: New Mexico e California (dove la maggioranza relativa della popolazione è composta da ispanici) e nelle Hawaii (il 39% degli abitanti è asiatico).

Rispetto al censimento precedente, la percentuale di bianchi sul totale della popolazione è diminuita in tutti gli Stati; al contrario, la percentuale di ispanici è cresciuta ovunque, mentre per quanto riguarda gli afroamericani è aumentata in alcuni Stati e diminuita in altri.

Dagli anni Cinquanta a oggi, la percentuale di bianchi sul totale della popolazione statunitense è diminuita di quasi 30 punti, gli afroamericani sono rimasti pressoché stabili, mentre sono in rapida espansione gli asiatici e ancor più gli ispanici.

È un cambiamento di portata incalcolabile per un paese che fin dalla sua fondazione è stato dominato da una maggioranza bianca. Impensabile qualche decennio fa che salisse alla Casa Bianca un presidente afroamericano, ma quel fatto ha certo contribuito a radicalizzare l’elettorato bianco conservatore, portando al successo del Tea Party e all’elezione di Donald Trump.

Scoop!, Zerocalcare – Baudoin – Yelin – Tobocman e altri, Internazionale, 2020

Scoop! è il titolo del numero 13 di Internazionale extra, con reportage e inchieste a fumetti da tutto il mondo. Mostra con quanta libertà il dialogo fra giornalismo e fumetti riesca ad assumere declinazioni, linguaggi e tecniche diversi. E con quanta capacità espressiva il fumetto possa raccontare l’attualità politica.

L’autrice taiwanese 61Chi (Liu Yi-Chi, 1988) descrive la vita infernale dei pescatori indonesiani che lavorano su barche di Taiwan, a caccia di tonni. La nave non farà ritorno finché la cella frigorifera non sarà stipata: cosa ne sanno coloro che mangiano sushi e sashimi in ristoranti alla moda?

Lo statunitense Seth Tobocman (1958) racconta un caso emblematico di abbattimento delle statue che, soprattutto negli Stati secessionisti, vennero innalzate per celebrare eroi bianchi responsabili di violenze e prevaricazioni sugli afroamericani. Ecco come, nel 2018, “Silent Sam” venne rimosso dal parco dell’università di North Carolina.

Olivier Kugler (1970) si occupa dell’emblematica “resistenza del fish and chips” contro le speculazioni che stanno cambiando il volto di Londra. Nel quartiere di Clapham, a sud della capitale, i prezzi degli immobili sono più che raddoppiati fra il 2005 e il 2018.

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L’Altro 11 Settembre

Questa estate ha regalato due sentenze.

Dopo un lunghissimo iter processuale, la magistratura italiana ha ratificato la condanna all’ergastolo per tre ex-militari cileni coinvolti nell’omicidio e nella scomparsa dei corpi dei cittadini italiani Omar Venturelli e Juan José Montiglio. Il colonnello Rafael Ahumada Valderrama, il maresciallo Orlando Moreno Vásquez e il brigadiere Manuel Vásquez Chauan erano stati condannati dalla Corte d’appello di Roma nel luglio 2019 per l’omicidio e la scomparsa dei due cittadini italiani durante la dittatura di Pinochet; la sentenza è stata confermata dopo che il loro avvocato non ha presentato ricorso.

La procura di Roma avrebbe già inviato i mandati d’arresto corrispondenti al governo cileno di Sebastian Piñera.

I giudici della prima sezione penale della Cassazione hanno confermato le condanne all’ergastolo per omicidio plurimo nei confronti di 14 ex alti ufficiali, esponenti delle giunte militari e dei servizi di sicurezzadi Paesi sudamericani, al potere tra gli anni Settanta e Ottanta, legati al cosiddetto Piano Condor, per eliminare fisicamente decine di migliaia di oppositori politici.

La sentenza riguarda desaparecidos di origine italiana, rapiti e uccisi in Sudamerica negli anni delle dittature militari. Sette persone che erano state condannate in primo grado e in appello sono risultate nel frattempo decedute.

Fra questi condannati, c’è Jorge Nestor Troccoli, settantaquattro anni, l’unico attualmente residente in Italia, già membro dell’intelligence uruguayana ai tempi della dittatura.

Cile, Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay, Uruguay, Perù: sotto la direzione degli Stati Uniti, il Piano Condor realizzò il coordinamento delle dittature militari sudamericane negli anni Settanta e Ottanta, attraverso il quale si realizzarono azioni repressive contro gli oppositori, in patria e all’estero. Decine di migliaia di persone furono torturate, assassinate, fatte sparire.

In the Shadow of No Towers, Art Spiegelman, 2004. #11Settembre

L’autore di Maus riparte dalla copertina disegnata “a caldo” per The New Yorker, quelle Torri in controluce – nero su nero, buio su buio – che sintetizzano il primo, soggettivo impatto dell’11 Settembre. In seguito, Spiegelman rielabora il lutto con un’intuizione sorprendente: riandando alle origini del fumetto americano, gli Old Comics nati nei primi del Novecento (Yellow Kid, Krazy Kat, Arcibaldo e Petronilla, Little Nemo…).

In dieci, grandi tavole cartonate si sviluppa il racconto di come l’autore e la sua famiglia hanno vissuto l’attacco terroristico al World Trade Center. È innanzitutto una testimonianza personale, il protagonista della storia ha la fisionomia dell’autore; il quale, nell’introduzione, scrive che appena riunita tutta la famiglia, scoppiò in lacrime e questo ha scioccato i figli più del crollo delle Torri. Sul momento, aveva pensato che non ci sarebbe stato scampo; “tre anni dopo penso ancora che stia arrivando la fine del mondo, ma più lentamente di quel che credevo”.

Dal racconto dell’Olocausto attraverso i Topi, alla riflessione sull’unica azione di guerra portata dall’estero sul suolo americano, Spiegelman conferma di non cercare l’intrattenimento, il fumetto è un linguaggio efficace solo se spinge a riflettere.

In comune con Maus, il protagonista si trova di fronte a tragedie inconcepibili. L’aver respirato la nube di ceneri tossiche sollevata dalle macerie delle Torri, innesca un nuovo legame con la sua storia personale, rinnova il senso di ciò che gli dicevano i genitori reduci da Auschwitz: bisogna avere sempre i bagagli pronti… È il Topo di Maus a proporre il confronto: “Ricordo mio padre che tentava di descrivere a cosa somigliasse l’odore che si sentiva ad Auschwitz. La cosa più simile che riuscì a dirmi fu ‘indescrivibile’. Questo è esattamente come odorava l’aria di Manhattan dopo l’11 settembre”.

Ora che – grazie a Grillo e Draghi – abbiamo un ministro alla “transizione ecologica” che torna a evocare il nucleare, rilancio quel che pensavo 26 anni fa, quando nemmeno gli ecologisti radical chic come il sottoscritto immaginavano la catastrofe del Climate Change

Mururoa, mon amour 

Mururoa, nella lingua locale, significa “luogo del grande segreto”. Da questo luogo lontano, agli antipodi, disperso nel Pacifico fra gli atolli della Polinesia francese, vengono suoni musicali (le barriere coralline di Fangataufa), sussulti sismici, immagini aeree di acque azzurre che diventano bianche per qualche secondo, ed un’infinità di storie esotiche. Nelle settimane scorse, ad esempio, si è parlato di Paul Gaugain, di Marlon Brando, e dell’ammutinamento del Bounty. Più nel concreto, si tratta di un arcipelago di circa 130 isolotti di origine vulcanica, a mezza strada fra il Sudamerica e l’Oceania, con una popolazione di 200mila abitanti, per metà residente a Tahiti, l’isola più grande. Un paradiso terrestre, si legge nei depliant delle agenzie turistiche. Il posto più lontano dalla politica che si potesse immaginare. E invece…

Appena eletto Presidente, Jacques Chirac ha decretato la fine della moratoria nucleare voluta da Mitterand; la Francia ha annunciato un programma di otto test sperimentali da compiersi nel sottosuolo polinesiano. All’inizio, le proteste sono state minime, non molto superiori a quelle seguite all’esperimento atomico sotterraneo effettuato in maggio dalla Cina. Anzi, i primi sondaggi indicavano un largo consenso dei francesi alla ripresa dei test nucleari. Poi é successo qualcosa. Forse solo una sfortunata coincidenza: le prime esplosioni nucleari sono state all’inizio di agosto, proprio nei giorni in cui, cinquant’anni fa, venivano sganciate le bombe su Hiroshima e Nagasaki. In seguito, alcuni hanno spiegato il salto di qualità nella protesta con la capacità spettacolare di Greenpeace (le incursioni marittime, la forza evocativa dei Rainbow Warriors).

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3534, mi ricordo

Mi ricordo lunghi mesi passati a verificare quale fra le forze politiche fosse più d’accordo con Mario Draghi.

3524, mi ricordo

Mi ricordo la sagra del cotechino, la sagra della lumaca, la sagra dell’ortica… quante feste dell’Unità hanno ritenuto preferibile cambiare nome e simbolo.

Il calcio africano secondo Simon Kuper

Qualche giorno fa ho scritto del torneo di calcio alle Olimpiadi di Tokyo, e della “scomparsa” dell’Africa. Anni fa, i più solerti ottimisti ci spiegavano che era solo questione di tempo: l’Africa stava arrivando e avrebbe lasciato u8n’impronta sempre più profonda su tutti gli sport, calcio compreso.

Tokyo dimostra che sta accadendo l’esatto contrario: la marginalità africana cresce insieme al peso relativo della sua popolazione.

Ho ritrovato quanto scrissi sul settimanale Carta nel gennaio 2010, in vista dei Mondiali di calcio in Sudafrica. Punto di partenza un libro di Simon Kuper, Calcio e potere, la cui attualità non è stata indebolita.

“Il calcio è uno strumento troppo utile alla comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”: l’ha scritto Simon Kuper in uno dei testi fondamentali per capire certe relazioni fra calcio e politica – «Football Against the Enemy» – pubblicato a Londra nel 1994 e aggiornato per l’Italia da Isbn un paio d’anni fa.

Nato in Uganda nel 1967 da una famiglia di ebrei sudafricani, Kuper è cresciuto in Olanda, si è laureato a Oxford per poi collaborare con vari giornali inglesi. Il suo è il racconto in prima persona di un giovane giornalista in giro per il mondo, un’indagine sociologica, esposta nella forma del racconto (non privo di spunti umoristici). Scrive con lo stupore e l’ingenuità di chi scopre le dittature sudamericane, il filo spinato della Cortina di ferro, le credenze ancestrali dell’Africa che si sta modernizzando. Convinto che la storia di una nazione influenzi e sia influenzata dal gioco del calcio, Kuper arriva a intuire che il calcio è uno spazio simbolico dove prendono forma e si sfogano l’appartenenza e l’avversione. Può essere usato da dittatori e politicanti, accendere rivoluzioni, salvare regimi, rivestire un ruolo fondamentale nella formazione delle identità collettive. Mi limito a riprendere alcuni contenuti delle pagine dedicate all’Africa, in vista di un’edizione dei Mondiali caratterizzata da sei Paesi (Algeria, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Sudafrica) che cercheranno di arrampicarsi almeno fino alle semifinali, e dai tanti naturalizzati e figli di immigrati sparsi nelle nazionali europee.

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Tredici Olimpiadi dopo, l’Africa è inchiodata al Sessantotto

Il Quinto Cerchio sta sempre lì, immobile, fra il 3 e il 4 per cento: niente di più. Il gigantesco continente nero, con il suo miliardo abbondante di abitanti, era e rimane ai margini dei Giochi olimpici, le poche medaglie che conquista arrivano quasi tutte dall’atletica

Era il 1968, fra tanti “miracoli” – sportivi e politici – innescati dall’altitudine di Città del Messico, ci fu la stupefacente entrata in scena degli atleti africani.

In realtà, era tutti uomini e quasi tutti venivano dal Kenya. Conquistando 8 medaglie, i kenyani si piazzarono al secondo posto nel medagliere dell’atletica maschile, precedendo l’Unione Sovietica e le due Germanie; 2 medaglie fra cui un Oro anche per l’Etiopia, un Oro e un bronzo per la Tunisia.

Qualche nome: Kipchoge Keino vinse i 1.500 e fu argento nei 5.000, Mohammed Gammoudi i 5.000, Naftali Temu i 10.000 (più il bronzo nei 5.000), Amos Biwott i 3.000 siepi davanti al connazionale Benjamin Kogo, Mamo Wolde la Maratona. Non meno clamoroso il risultato della sconosciuta staffetta 4×400 del Kenya, che conquistò un incredibile secondo posto alle spalle degli USA, che schieravano tutte e tre le medaglie dei 400.

Se qualcuno si sta chiedendo cosa fece l’Italia, ricordo i due magnifici bronzi di Eddy Ottoz nei 110 ostacoli e Giuseppe Gentile nel salto triplo.

Chiusa la parentesi messicana, è facile notare che sono passati 43 anni, 13 Olimpiadi e le prestazioni africane possono dirsi migliori solo grazie alle donne, soprattutto le etiopi. Ma i risultati complessivi restano sempre quelli; anzi, l’Olimpiade in Giappone si configura come la peggiore fra le ultime quattro edizioni, con un solo, modesto indicatore in controtendenza: il numero dei Paesi saliti sul podio.

Solo sei della cinquantina di delegazioni giunte a Tokyo mostra una certa continuità nel raccogliere medaglie: Kenya, Etiopia, Tunisia, Marocco, Sudafrica ed Egitto.

Da dove arrivano queste medaglie? La larga maggioranza (la totalità per alcuni Paesi) esce dall’atletica leggera… Anzi, dalle piste dell’atletica… Anzi, dalla corsa.

Les Jeux sont faits, rien ne va plus: perché rovinare #Tokyo2020 con la grancassa della retorica?

Scriverò ancora delle Olimpiadi appena concluse: sono state emozionanti, avvincenti, con momenti sublimi.

Ma, come era facile temere, l’Italia sembra avere bisogno di una “narrazione” roboante, enfatica, da primi della classe. Perciò si fanno confronti numerici insensati (a Tokyo sono state distribuiti 33 Ori e 106 medaglie più che a Rio: qualcuno l’ha mai detto?) e si rimuovono gli aspetti sgradevoli.

Il medagliere per nazioni è un indicatore rozzo, ma i cantori degli Azzurri (la Rai, innanzitutto, ma anche Discovery e la grande stampa) sembrano avere qualche problema con la matematica.

A me non pare che per l’Italia sia stata, la più grande Olimpiade di sempre.