Arrivederci a marzo

Cos’altro ricavo dai numeri del voto

#analisidel voto. Risultato pessimo, con molti colpevoli e una china ripidissima da risalire. Sinistra dissolta, ex sinistra in coma vigile, M5stelle sotto certe aspettative: 16 milioni di italiani non credono nella politica, ma tanti cercano consolazione nei nomi dei trombati.

#eletti. FDI 184 (118-66), PD 102 (65-37), Lega 94 (65-29), M5S 79 (51-28), FI 63 (45-18), Az+Iv 30 (21-9), V+S 16 (12-4), NoiM 9 (7-2), SVP 5 (3-2), +Eur 2 (2-0), Altri 15 (10-5). Ne manca uno, alla Camera. Sono curioso di vedere quanti troveranno presto casa nel #GruppoMisto.

#votivalidi. Classifica delle prime 10 liste: FDI 7.293.782, PD 5.346.289, M5S 4.324.826, Lega 2.462.245, FI 2.276.499, Az+IV 2.181.779, Ver+Sin 1.017.275, +Eur 792.707, IExit 533.795, UP 401.990. Il Terzo Polo è settimo, i non votanti sono più della somma dei primi tre partiti.

Dieci piccole e sgradevoli verità elettorali

Il centrodestra stravince, eppure perde voti rispetto a cinque anni fa, di voti nuovi non pare averne presi, quelli che conferma se li è redistribuiti al suo interno.

La scissione organizzata da Luigi Di Maio verrà studiata sui libri di Storia, configurandosi come la più intempestiva nella storia infinita delle scissioni.

Chi ha voluto il Rosatellum, pensando di fregare gli altri, è il primo responsabile per aver portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Piazza Affari ha aperto in rialzo, alla Borsa la Destra non è mai dispiaciuta.

Azione e Italia Viva hanno sottratto voti più al PD che a Forza Italia.

La soglia di sbarramento ci sta regalando alcune piccole (forse meschine) soddisfazioni.

Conte ha potuto arrestare l’emorragia 5 Stelle con una campagna elettorale in cui prima Di Maio e poi Letta gli hanno offerto un immenso spazio politico.

Nei secoli dei secoli, Casini e Tabacci insegnano che nessuno sa galleggiare come i democristiani.

L’Agenda Draghi è mortifera.

Dalla Meloni una bruciante lezione alla sinistra: per raccogliere milioni di voti non è necessario puntare sul “nuovismo”, cancellando la propria storia, la tradizione e i simboli.

Fotografia del voto alle 00.53

Quattro tweet preventivi sull’analisi del voto

#analisidelvoto. Gli elettori potenziali sono 46.127.514, se si recheranno al seggio non più dei due terzi, i voti validi saranno poco più di 30 milioni. Chi raccoglie il 25% vale 7,5 milioni, con il 20% circa 6 milioni, con il 7% poco più di 2 milioni, con il 3% circa 900mila.

#analisidelvoto. Se davvero 15-16 milioni di potenziali elettori non si recheranno al seggio, vorrà dire che le prime due forze politiche, nemmeno sommando i loro voti potranno avere un consenso pari al dissenso, al disinteresse e al disgusto di chi se ne sarà rimasto a casa.

#analisidelvoto. Per raggiungere il quorum, le forze politiche che si sono presentate da sole dovranno sfiorare il milione di voti, a quelle che si sono accomodate in qualche tiepida alleanza, più o meno opportunista e duratura, possono bastarne poco più di trecentomila.

#analisidelvoto. Diffidate delle percentuali e dei confronti suggeriti dagli opinionisti con elezioni lontane nel tempo, quando tutti i partiti erano molto diversi. Meglio valutare il numero dei voti validi, consapevoli che i non votanti saranno di gran lunga il primo partito.

Dichiarazione di voto

Voterò Unione Popolare alla Camera e Movimento 5 Stelle al Senato. Non mi sento rappresentato, l’indirizzo del mio voto deriva da valutazioni faticose, che mi si sono chiarite nelle ultime settimane. Inoltre, devo fare i conti con una legge elettorale che squalifica chi l’ha voluta e contribuisce a svilire l’azione politica: il 90% degli eletti è già stato stabilito da una dozzina di persone.

In linea teorica, il programma di Unione Popolare è quello che trovo più convincente. So bene che non ci sarà la forza per realizzarlo, andando oltre la pur meritoria “testimonianza”, sull’Italia – anzi sull’Occidente – soffia un vento di destra, di egoismo e di miopia del futuro. Spero di contribuire al raggiungimento del fatidico 3%, ma in ogni caso UP, questo cartello elettorale, ha il merito di contrastare la deriva identitaria che ha contribuito al dissolvimento della sinistra italiana, i cui tanti difetti non riescono a celare quello più grave: l’incapacità di stare insieme.

Non è la prima né la seconda volta che voto M5s, ma non ho difficoltà ad affermare che ancora sei mesi fa pensavo non l’avrei più fatto. Il sostegno al governo Draghi mi era parso una pietra tombale, poi ho apprezzato le posizioni sui temi sociali e sulla questione della guerra, potrò cambiare idea molte volte nella vita, ma non diventerò mai “atlantista”. Dalle innumerevoli scissioni, mi pare emerga un soggetto politico ancora con qualche ambiguità, ma più chiaramente progressista di quanto non fosse quando raccoglieva la protesta a 360 gradi.

In altre campagne elettorali ho firmato appelli e usato questo blog per esprimere ripetutamente le mie posizioni. Stavolta no. Non fingerò convinzioni incrollabili, né farò polemiche con “compagni” che hanno compiuto scelte, a mio giudizio, opportuniste o insensate. L’offerta politica mi appare lontanissima dalle necessità – la questione climatica, per esempio, è rimasta ai margini del dibattito pubblico – non cercherò di convincere nessuno, ma non mi sono mai nascosto, non comincerò a farlo adesso.

Su un solo aspetto mi preme intervenire, perché prima di farla, la politica, l’ho studiata e non sopporto i cialtroni che riducono questa “scienza” a chiacchiera vuota.

Parlare di “voto di scambio”, a proposito del M5s, è un’autentica sciocchezza. Il voto puoi scambiarlo con chi detiene il potere e ti garantisce qualche beneficio; se c’è una certezza, è che “il partito di Conte” non sarà al governo, nella prossima legislatura… Il voto di scambio è ancora molto diffuso, in Italia, perché il potere sa come spartire appalti e lavoro, consenso e clientele, ma chi maneggia questa categoria politologica ha il dovere di studiarne il senso e concludere che sono altri, non il M5s, a gestire “cerchi magici” e piccoli o grandi “sistemi di potere”.

Una volta l’elettorato si poteva dividere fra voto “di scambio”, “di appartenenza” e “di opinione”. Del primo ho detto. Del secondo, restano le nostalgie degli anziani. Del terzo, invece, restano le macerie, perché l’elettorato è sempre più apatico e incosciente della realtà, e giustamente continua a perdere fiducia in chi dovrebbe costruirla, l’opinione pubblica: basti vedere i dati di ascolto dei programmi sulla campagna elettorale o le vendite dei giornali. Una quarta categoria analitica, ormai, ha preso corpo e tende a estendersi: “il voto per rancore”.

Nel 2018, votò il 72,9% degli aventi diritto. Stavolta, tutto lascia pensare che si scenderà sotto il 70. Quello degli astenuti sarà dunque, e nettamente, il primo partito. Le “sorprese” elettorali che sembrano maturare negli ultimi giorni discendono, senza dubbio, dalle capacità di ascoltare un mondo sempre più vasto e contendibile, fatto di persone disilluse e scettiche, spesso ignoranti nell’accezione più larga del termine, vittime di un senso di esclusione e di marginalità, che la sinistra da decenni non sa più intercettare, interpretare, trasformare in speranza.

Ancora su “Tecnopolitica”, Stefano Rodotà per Laterza, 1997 (2, fine)

In questo secondo post, riprendo gli appunti dal testo di Rodotà a proposito della “società della classificazione”.

Va stabilito un elenco di contenuti informativi essenziali: “si comincia a parlare di un nuovo diritto dei cittadini, il diritto alla trasmissione in diretta e in chiaro”.

C’è differenza fra la democrazia continua e la democrazia immediata: il gioco del sì e del no, anziché il giudizio critico.

“Si rischia di dissipare proprio quello che le tecnologie offrono: la possibilità di non mortificare ricchezza e complessità sociale in procedure che, invece, producono semplificazioni sempre più accentuate. Sarebbe così tradita la promessa che vede in queste tecnologie uno strumento per una nuova distribuzione dei poteri e non per una loro più accentuata concentrazione”.

Ecologia politica. Le tendenze autoritarie vanno nella direzione opposta di quelle mercantili, orientate alla “capillare diversificazione dell’offerta”. Continua a leggere

Tecnopolitica, Stefano Rodotà: un libro di venticinque anni fa (1)

Nel 1997, Laterza pubblicò “Tecnopolitica”. Un quarto di secolo dopo, la sinistra italiana dimostra di non averlo letto. E così, come scrisse Rodotà, siamo passati “dalla democrazia delle opinioni alla democrazia delle emozioni”.

Le nuove tecnologie provocano dubbi con esiti opposti: l’ideale della democrazia diretta o la società della sorveglianza totale? “O dovremo abituarci ad una singolare convivenza, quella di un Orwell che abita ad Atene?”.
Si delinea una nuova forma di democrazia, non più intermittente (il voto ai rappresentanti e i referendum): “una forma di democrazia continua, dove la voce dei cittadini può levarsi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo”.
Il rischio della via plebiscitaria, che si risolve in una radicale semplificazione dell’esistente, grazie alla riduzione delle procedure di partecipazione e controllo, cancellando ogni strumento di mediazione fra Capo e Popolo.

Come colmare il vuoto fra un’elezione e l’altra, come interrompere il silenzio-delega dei cittadini? La democrazia elettronica può offrire strumenti, purché i momenti della decisione vengano preceduti da una fase di informazione.
“La democrazia dei moderni è stata descritta come un passaggio dalla democrazia delle élites a quella dei partiti di massa e, oggi, ad una democrazia del pubblico o dell’opinione, nella prospettiva sempre più ravvicinata di un più radicale passaggio dalla rappresentanza all’autorappresentazione dei cittadini, che proprio la tecnopolitica renderebbe possibile”. Continua a leggere

Elezioni, per ogni lista, dove comincia la sconfitta

Prima decisione sul voto: disgiunto

#QatarOffside. “Qatar: le Mondial ne passera pas par nous”, un quotidiano avvisa i lettori di cercare altrove le notizie sulla prossima Coppa del Mondo di calcio. L’Isola de la Réunion è un Dipartimento francese d’oltremare, che sta nell’oceano Indiano. https://bit.ly/3dyU7tn

Le Quotidien de la Réunion e de l’Océan Indien ha deciso, in nome dei valori proclamati nel giorno della sua nascita 46 anni fa, di boicottare la manifestazione e di non pubblicare più alcun articolo o pubblicità.

Da dove viene questa certezza che questa volta, no, questa volta non è possibile, non i preparativi, non le scommesse, non il dimentichiamo, da dove viene questa tenace sensazione che questo Mondiale non possa essere trattato come i precedenti?

Non si tratta di dare lezioni di eleganza democratica e di affermare, giudicando i costumi politici e istituzionali di questo Paese, che il Qatar non merita di organizzare un evento del genere. Quale Paese al mondo oserà affermarsi irreprensibile, zero corruzione, zero violazioni dei diritti fondamentali, zero discriminazioni?

Non si tratta di condannare uno Stato e un popolo, ma di constatare, osservare e constatare, che una moltitudine di complicità e decisioni aberranti hanno fatto di questo evento il concentrato assoluto di tutto ciò che non è più accettabile. Un apice di pratiche da vietare.

Questo Mondiale, più di ogni altro evento sportivo o culturale precedente, cristallizza intollerabili attacchi alla dignità umana e alle libertà, ha calpestato i diritti dei lavoratori e delle minoranze e spazzato via il rispetto per l’ambiente (vedi pagine seguenti). Senza dubbio non ci siamo mai spinti così lontano nella caricatura di un sistema canaglia.

È tempo di dire basta e, in questo anniversario, quando compie 46 anni, Le Quotidien decide di non condonare più tali eccessi. Impossibile esultare per un tiro al volo o un tiro nell’angolo alto in questo contesto. Al contrario, servono parole e azioni forti per evidenziare e denunciare l’intero processo che ha portato questo evento in un tale abisso.

Da oggi non ci sarà più in queste rubriche e sul nostro sito alcun articolo o pubblicità che rievochi l’aspetto sportivo di questo Mondiale 2022.

Sappiamo che optando per un approccio così radicale daremo fastidio ai lettori – che avrebbero voluto trovare le loro solite informazioni sulla competizione – e agli inserzionisti – che pensavano di comunicare intorno all’evento. Ma lo rivendichiamo in nome dei valori proclamati il 13 settembre 1976. In nome dei valori per i quali questi lettori e inserzionisti si fidano di noi da tanti anni.

I veri padroni del calcio, Marco Bellinazzo

“Se la politica è la «divisione entertainment» dell’industria militare, come sosteneva il geniale Frank Zappa, il calcio infatti è la «divisione politica» dell’industria dell’entertainment”.

Ecco un dietro le quinte degno di molta attenzione; Bellinazzo descrive il potere nelle sue moderne incarnazioni, quello che si dirama dalla Cina agli oligarchi russi, dagli emiri mediorientali ai miliardari in dollari. Inserisce gli intrighi di corte che ammorbano le burocrazie di Fifa e Uefa, il peso specifico dei grandi marchi dell’abbigliamento sportivo, la corruzione delle democrazie occidentali e sudamericane, non dimentica l’Africa saccheggiata, e infine abbozza una prima analisi sulle ambiguità della guerra al doping.

Oggi, i quattro tornei sportivi con il maggiore fatturato sono la National Football League, la NBA, la MLB (baseball) e la Premier League di calcio.

Non mancano pagine interessanti sui moventi dei cinesi che hanno comprato Inter e Milan. Qui mi limito a qualche appunto sulle parti del libro che mi hanno destato più interesse.

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#QatarOffside. Anche Eric Cantona si aggiunge alla lista di chi boicotterà i Mondiali della corruzione, dello sfruttamento e dello spreco energetico: meglio rivedersi tutta la serie del tenente Colombo…

Era il lontano 1° giugno 2014 quando ho pubblicato il primo post contro i Mondiali in Qatar. Eccolo: “Per portare i Mondiali 2022 in Qatar c’è voluta la corruzione: è consolante, non siano nelle mani di deficienti, ma solo di corrotti”.

Il 1° aprile 2016 riportavo quanto sosteneva Amnesty International: “Condizioni di semi-schiavitù: sono quelle degli operai – quasi tutti stranieri e provenienti dal sud-est asiatico – che lavorano alla costruzione degli stadi”.

Il 26 febbraio 2021 mi accodavo alla richiesta di cancellare questa squallida e sanguinaria edizione dei Mondiali, riprendendo quanto avevo scritto su Rivincite.

Il 26 ottobre 2021 riportavo la notizia della triste parabola di uno stempiato David Beckham – un tempo working class hero – lautamente pagato per fare da testimonial di questa competizione.

E il 22 novembre 2021, a un anno esatto dal calcio d’inizio, ho lanciato l’hashtag #QatarOffside, citando il mite Bartleby: “Fra un anno cominciano i Mondiali: ci ho pensato a lungo e anche a costo di passare per snob, ho deciso che non vedrò nemmeno una partita. Morti sul lavoro, diritti umani, spreco energetico… Da semplice consumatore, non accetterò anche questa. Preferisco di no”.

Quattro giorni dopo, ho dovuto aggiungere: “#QatarOffside. Tengo a precisare – ottusi e sciocchi sono assai numerosi – che la mia decisione di boicottare i Mondiali in Qatar non ha alcuna relazione con la qualificazione dell’Italia. Diritti umani, sprechi energetici, la strage per costruire gli stadi… Preferisco di no”.

Il 2 e il 23 luglio 2022 ho ribadito il concetto con altri due post. “Né l’India né il Bangladesh, Sri Lanka, Nepal o Pakistan giocheranno i Mondiali 2022. Ma è da quei paesi che sono partiti quasi tutti gli oltre 6500 migranti morti nei cantieri”: l’ha scritto The Guardian, ce l’ha fatto sapere Internazionale“.

Poi i tifosi dell’Augsburg e del Watford, una squadra tedesca e una squadra inglese, hanno imposto alle rispettive società di cancellare partite amichevoli con squadre qatariote, bollando queste iniziative come “sportswashing”.

Nelle prossime settimane non mancherò di farlo ancora. Per esempio, riprendendo quanto scritto in un libretto assai istruttivo – Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento – scritto da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty per l’Italia, con l’introduzione di Riccardo Cucchi.

E oggi mi piace riportare quanto affermato da “Il mio amico Eric” Cantona, non a caso amato da Ken Loach: “Il Qatar non è un Paese di calcio! Non c’è fervore, non c’è sapore. Un’aberrazione ecologica, con tutti gli stati climatizzati. Che follia, che stupidità! Ma soprattutto un orrore umano, con migliaia di morti per costruire questi stadi che serviranno solo per divertire il pubblico presente per due mesi… L’unico senso di questo evento e lo sanno tutti è il denaro… Che la Francia vinca o perda non deve importare, ci sono cose più importanti del calcio. Al suo posto mi guarderò tutti gli episodi di ‘Colombo’, è da tanto tempo che non li vedo”.

Tempo di festa e tempo di carestia, Emmanuel Le Roy Ladurie, 1967

Histoire du climat depuis l’an Mil è la pietra miliare di un approccio storiografico all’ecologia.

Francese (1929), fra i maggiori esponenti della scuola delle Annales, allievo di Bloch e Braudel, Le Roy Ladurie è fra gli artefici di una “storia totale”, che accanto a un’originale analisi delle fonti più tradizionali propone i risultati di ricerche provenienti dalla demografia, dall’antropologia e dalle scienze naturali.

Gli storici del clima si possono collocare in due grandi categorie: gli esperti di scienze naturali (biologi, meteorologi) e gli esperti di archivi (storici, geografi, archeologi); l’autore scrive di essere arrivato a studiare il clima dalle ricerche sulla storia dell’agricoltura.

I dendrocronologi si sono serviti degli anelli di crescita degli alberi (tree-rings): grazie a sequoie, pini e abeti (e anche alle travi di legno usate nelle costruzioni medievali), si può risalire molti secoli, con i fossili per migliaia di anni.

I fenologi studiano le piante, dunque anche le date della fioritura dei ciliegi o della maturazione dell’uva, per ricostruire la storia delle temperature.

Altri dati utili si possono ricavare dallo studio dei ghiacciai e dalle datazioni ottenibili con il radiocarbonio. Ulteriori contributi potranno venire dallo studio delle rotte migratorie di pesci e uccelli.

Oltre a identificare nuovi metodi di ricerca, Ladurie suggerisce di realizzare una cronologia di eventi da costruirsi a ritroso: dal più conosciuto e recente al meno noto e più lontano nel tempo. Oggi diventa possibile “illuminare il passato con il presente”, studiare a ritroso i secoli per i quali non esistono osservazioni meteorologiche scritte.

La storia del clima sta muovendo i primi passi, perciò “lo storico del clima non si pone soltanto problemi che può risolvere”.

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Spionaggio industriale (ma tanta deferenza verso un’antica monarchia fa capire che la Storia non sta affatto procedendo verso le magnifiche sorti e progressive)

5 settembre: a mezzo secolo dalla strage di Monaco, che cancellò il mito edificante e consolatorio della “tregua olimpica”

All’alba del 5 settembre 1972, un commando palestinese formato da otto appartenenti a Settembre Nero penetrò nel Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera. Si è poi scoperto che le misure di sicurezza erano minime: poche decine di poliziotti, pochissimi armati.

Il commando terroristico uccise due membri della delegazione israeliana e prese una decina di ostaggi. Cominciò una frenetica trattativa. Golda Meir, primo ministro d’Israele, mise a disposizione un nucleo speciale per procedere alla liberazione degli ostaggi, ma il cancelliere tedesco Willy Brandt respinse questa proposta.

All’arrivo in aeroporto, il 6 settembre, il sequestro si concluse con una strage: la polizia tedesca sparò decine e decine di colpi, uccidendo 9 ostaggi e 5 terroristi, morirono anche un poliziotto e il pilota di un elicottero. Si discusse di interrompere i Giochi, ma The Show Must Go On.

Sono passati quasi cinquant’anni, e infine Germania e Israele hanno raggiunto un accordo sulle compensazioni che Berlino verserà alle famiglie degli atleti uccisi: 28 milioni di euro, che andranno agli eredi dei morti. Inoltre, l’accordo prevede “la rivalutazione degli eventi da parte di una commissione di storici tedeschi e israeliani, la divulgazione di documenti in conformità con la legge, l’assunzione di responsabilità”.

Steven Spielberg – nel film Munich – ha mostrato come Israele abbia imposto la sua letale giustizia nei mesi immediatamente successivi alla strage. Su Rivincite, ho scritto: “L’assalto dei fedayn palestinesi colpisce al cuore i Giochi del 1972. Su ordine diretto di Golda Meir, Primo ministro israeliano, si scatena una caccia fuori da ogni regola del diritto internazionale, i servizi segreti del Mossad arrivano a uccidere tutti i responsabili, veri o presunti, dell’azione terroristica. Nome in codice della missione: Operazione Ira di Dio”.

Ancora da Rivincite: “In Baviera, alle Olimpiadi del 1972 si registra una partecipazione oltre ogni precedente: 7.129 atleti, provenienti da 122 Paesi. Tutto è predisposto per celebrare il miracolo economico tedesco: impianti di straordinaria bellezza, ardite soluzioni tecniche, studi meteorologici finalizzati a stabilire gli orari più favorevoli per le prestazioni.

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Scena e retroscena: la foto dei leader al Meeting di CL, la pretesa di recitare due parti in commedia

Luogo e contesto: Rimini, il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione.

Autore della foto: Luciano Ghelfi, giornalista RAI al TG2, autorevole cronista parlamentare.

Protagonisti: Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Enrico Letta (Partito democratico), Matteo Salvini (Lega), Maurizio Lupi (Noi moderati) e si riconoscono anche Antonio Tajani (Forza Italia), Luigi Di Maio (Impegno Civico), inoltre l’autore della foto ha identificato Ettore Rosato (Italia Viva).

Intenzione innocente: documentare un momento in cui tanti protagonisti della politica italiana stavano in pochi metri quadrati. Ma forse nemmeno Ghelfi si è reso conto di quanto poco potesse apparire innocente lo scatto che ha pubblicato su Twitter.

Sotto un bel tendone, allo stesso tavolo, tanti leader di partito. Non starò a sottolineare chi manca, perché il semplice fatto di non far parte di quella foto è un gol all’incrocio dei pali, una medaglia da vantare. Sottolineo, piuttosto, che chi va al Meeting di Comunione e Liberazione – in piena campagna elettorale –sta per cercare applausi e consensi nell’elettorato di centro-destra.

In ritardo, qualcuno ha fatto capire a Letta che era necessario spiegare la sua presenza in quella foto. Il segretario del Pd ha provato a farlo: ha scritto che si trattava di mettersi d’accordo sulle “regole d’ingaggio” del dibattito che stava per cominciare. Risposta algida e che non convincerà nessuno, perché la potenza dell’immagine è straripante. Fa capire la vicinanza umana, oserei dire antropologica, fra coloro che recitano la parte degli avversari politici, e si lanciano insulti alternati a proclami sui pericoli per la democrazia.

La parola “casta” è diventata uno schiaffo, chiamarla consorteria temo sia altrettanto irritante: ma che ci sia un mondo di professionisti della politica che recitano due parti – in scena e nel retroscena – questo mi pare evidente.

La geometrica perfezione del Rosatellum

La mediocrità della modernità: Genealogia della morale, #Nietzsche, 1887

La modernità è mediocre e trova nella religione il suo fattore essenziale: il ressentiment si tramuta in fede, amore, speranza, compassione, rassegnazione al proprio destino, Regno dei Cieli (la forma che l’impotente adotta per la sua vendetta). Il risentimento designa una disposizione emozionale particolare che si riscontra presso gli individui che non si amano come sono, ma ai quali “la reazione vera, quella dell’azione, è interdetta”.

A dare forma – una forma raffinata al ressentiment – è la morale ebraico-cristiana: nata come morale degli oppressi, che, incapaci di ribellarsi apertamente ai loro oppressori, dovettero ricorrere a una via obliqua per contrastarli. Questa via fu trovata nel comandamento “ama il tuo nemico”.

Tutte le nostre idee morali vengono mostrate per quello che sono, l’esito di conflitti, vittorie e sconfitte. Fino a negare i fondamenti della natura umana… Nietzsche si pone in termini antitetici alla concezione evoluzionista, risuona quasi ilare il suo invito: “Bisogna sempre difendere i forti dai deboli”. Non si può chiedere a un’aquila di avere il carattere di un agnello.

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54 volte (ovvero: persino Calenda può inavvertitamente pronunciare una mezza verità)

L’ho appena scritto, dovrei lasciarla perdere, la politica. Mi farebbe bene alla salute. Ci proverò, lo prometto.

Ma per uno che ancora rimpiange le assemblee di classe e di istituto, che si è laureato in Scienze politiche, ha fatto il funzionario di partito per sette anni, partecipato a non meno di tremila riunioni, scritto e fondato giornali, la campagna elettorale resta un passaggio cruciale, pieno di segnali in codice, un’attrazione irresistibile.

Mi limito a un brevissimo ragionamento sulle parole con cui Calenda ha motivato la rottura dell’accordo con Letta (parlo di persone, perché i partiti non esistono).

Non mi unirò alla schiera dei detrattori di Calenda, perché nemmeno per un minuto sono mai stato un suo fan, sarebbe come se mi mostrassi deluso dei Maneskin.

Ma vi invito a riflettere su una sua frase, quella in cui ha sostenuto di non poter stare accanto a chi aveva votato la sfiducia a Draghi ben 54 volte.

Le verità più profonde, uno come Calenda le pronuncia inavvertitamente.

Ieri ci ha detto di non potersi alleare con chi non ha votato la fiducia al governo Draghi, quello della fantomatica Agenda Draghi, che per Calenda costituisce il Nuovissimo Testamento.

Quel che gli sfugge, quello che sfugge a Calenda e a Letta, a Di Maio e a Gelmini, quello che non potranno mai spiegarci è come sia possibile che un governo di salute pubblica, di unità nazionale, che sventolava la fantomatica Agenda Draghi e poteva disporre di quasi il 90% dei deputati e senatori in 500 giorni, abbia potuto chiedere la fiducia 54 volte. Una ogni nove giorni.

È un’idea di democrazia che sta collassando, il teatro delle alleanze fatte e disfatte in pochi giorni non ha nulla di strategico, è solo un banale gioco di potere per dare le carte alla prossima mano.

3872, mi ricordo

Mi ricordo mia moglie dirmi di darci un taglio con la politica, perché mi fa male alla salute e non ha più niente a che fare con quella che mi appassionava: meglio evitare discussioni e pensare ad altro.

Alleanze tattiche, alleanze strategiche, comunque durevoli