Oligarchie calcistiche (ovvero, vincono sempre gli stessi, al contrario delle Leghe USA)

Forse è la terza, forse la quarta volta che mi ripeto – e in Rivincite avevo tentato di svolgere un ragionamento compiuto – perciò sarò brevissimo.

Ecco chi ha vinto i 5 maggiori campionati di calcio europei nel Ventunesimo secolo.

In tutto, sono 29 squadre, ma appena 10 si sono spartite 86 titoli dei 114 titoli.

In pratica, più de 90% delle squadre gioca campionati che non vincerà mai. Ci avrete fatto l’abitudine, ma è una patologia. Le grandi Leghe USA viaggiano in direzione opposta, e non siamo nemmeno capaci di copiarle.

Non era così negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta del Ventesimo secolo. La situazione ha preso una certa piega trent’anni fa e si è aggravata con le regole finanzieri – tipo il famigerato Financial Fair Play – che avrebbero dovuto garantire il contrario, un maggior equilibrio competitivo.

Torneremo alle Spartachiadi?

#QatarOffside. Fra un anno cominciano i Mondiali: ci ho pensato a lungo e anche a costo di passare per snob, ho deciso che non vedrò nemmeno una partita. Morti sul lavoro, diritti umani, spreco energetico… Da semplice consumatore, non accetterò anche questa. Preferisco di no.

Il calcio africano secondo Simon Kuper

Qualche giorno fa ho scritto del torneo di calcio alle Olimpiadi di Tokyo, e della “scomparsa” dell’Africa. Anni fa, i più solerti ottimisti ci spiegavano che era solo questione di tempo: l’Africa stava arrivando e avrebbe lasciato u8n’impronta sempre più profonda su tutti gli sport, calcio compreso.

Tokyo dimostra che sta accadendo l’esatto contrario: la marginalità africana cresce insieme al peso relativo della sua popolazione.

Ho ritrovato quanto scrissi sul settimanale Carta nel gennaio 2010, in vista dei Mondiali di calcio in Sudafrica. Punto di partenza un libro di Simon Kuper, Calcio e potere, la cui attualità non è stata indebolita.

“Il calcio è uno strumento troppo utile alla comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”: l’ha scritto Simon Kuper in uno dei testi fondamentali per capire certe relazioni fra calcio e politica – «Football Against the Enemy» – pubblicato a Londra nel 1994 e aggiornato per l’Italia da Isbn un paio d’anni fa.

Nato in Uganda nel 1967 da una famiglia di ebrei sudafricani, Kuper è cresciuto in Olanda, si è laureato a Oxford per poi collaborare con vari giornali inglesi. Il suo è il racconto in prima persona di un giovane giornalista in giro per il mondo, un’indagine sociologica, esposta nella forma del racconto (non privo di spunti umoristici). Scrive con lo stupore e l’ingenuità di chi scopre le dittature sudamericane, il filo spinato della Cortina di ferro, le credenze ancestrali dell’Africa che si sta modernizzando. Convinto che la storia di una nazione influenzi e sia influenzata dal gioco del calcio, Kuper arriva a intuire che il calcio è uno spazio simbolico dove prendono forma e si sfogano l’appartenenza e l’avversione. Può essere usato da dittatori e politicanti, accendere rivoluzioni, salvare regimi, rivestire un ruolo fondamentale nella formazione delle identità collettive. Mi limito a riprendere alcuni contenuti delle pagine dedicate all’Africa, in vista di un’edizione dei Mondiali caratterizzata da sei Paesi (Algeria, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Sudafrica) che cercheranno di arrampicarsi almeno fino alle semifinali, e dai tanti naturalizzati e figli di immigrati sparsi nelle nazionali europee.

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Tredici Olimpiadi dopo, l’Africa è inchiodata al Sessantotto

Il Quinto Cerchio sta sempre lì, immobile, fra il 3 e il 4 per cento: niente di più. Il gigantesco continente nero, con il suo miliardo abbondante di abitanti, era e rimane ai margini dei Giochi olimpici, le poche medaglie che conquista arrivano quasi tutte dall’atletica

Era il 1968, fra tanti “miracoli” – sportivi e politici – innescati dall’altitudine di Città del Messico, ci fu la stupefacente entrata in scena degli atleti africani.

In realtà, era tutti uomini e quasi tutti venivano dal Kenya. Conquistando 8 medaglie, i kenyani si piazzarono al secondo posto nel medagliere dell’atletica maschile, precedendo l’Unione Sovietica e le due Germanie; 2 medaglie fra cui un Oro anche per l’Etiopia, un Oro e un bronzo per la Tunisia.

Qualche nome: Kipchoge Keino vinse i 1.500 e fu argento nei 5.000, Mohammed Gammoudi i 5.000, Naftali Temu i 10.000 (più il bronzo nei 5.000), Amos Biwott i 3.000 siepi davanti al connazionale Benjamin Kogo, Mamo Wolde la Maratona. Non meno clamoroso il risultato della sconosciuta staffetta 4×400 del Kenya, che conquistò un incredibile secondo posto alle spalle degli USA, che schieravano tutte e tre le medaglie dei 400.

Se qualcuno si sta chiedendo cosa fece l’Italia, ricordo i due magnifici bronzi di Eddy Ottoz nei 110 ostacoli e Giuseppe Gentile nel salto triplo.

Chiusa la parentesi messicana, è facile notare che sono passati 43 anni, 13 Olimpiadi e le prestazioni africane possono dirsi migliori solo grazie alle donne, soprattutto le etiopi. Ma i risultati complessivi restano sempre quelli; anzi, l’Olimpiade in Giappone si configura come la peggiore fra le ultime quattro edizioni, con un solo, modesto indicatore in controtendenza: il numero dei Paesi saliti sul podio.

Solo sei della cinquantina di delegazioni giunte a Tokyo mostra una certa continuità nel raccogliere medaglie: Kenya, Etiopia, Tunisia, Marocco, Sudafrica ed Egitto.

Da dove arrivano queste medaglie? La larga maggioranza (la totalità per alcuni Paesi) esce dall’atletica leggera… Anzi, dalle piste dell’atletica… Anzi, dalla corsa.

Ágnes Keleti su #Rivincite. #Tokyo2020

Nel corso della cerimonia inaugurale dei Giochi, è stato proiettato un video con Ágnes Keleti, cent’anni compiuti a gennaio, la più anziana medaglia d’oro olimpica vivente.

Keleti era una ginnasta; per l’Ungheria, ha vinto cinque titoli olimpici tra il 1952 (Helsinki) e il 1956 (Melbourne), costruendo una fantastica rivalità con la sovietica Larissa Latynina. Su Rivincite le avevo dedicato queste righe.

A Melbourne 1956, “nella sfilata d’apertura, il pubblico tributa un lungo applauso agli ungheresi e un cupo silenzio ai sovietici: dal 23 ottobre, a Budapest, è cominciata l’insurrezione popolare, gli scontri di piazza proseguono anche durante i Giochi.

Fra gli ungheresi, spicca una ginnasta straordinaria, Ágnes Keleti: ha già vinto quattro medaglie a Helsinki, tra cui l’oro al corpo libero, e si ripropone a un’età oggi impensabile (35 anni). Il pubblico assiste al magnifico duello con la sovietica Latynina: l’ungherese prevale al corpo libero, alle parallele e alla trave, si classifica seconda nella gara a squadre, alle spalle dell’URSS, e nel concorso generale, dietro la grande rivale.

Il padre della Keleti è morto ad Auschwitz, mentre procedono le competizioni olimpiche a Budapest si continua a sparare: si diffonde la notizia che la madre e la sorella siano rimaste uccise nel corso degli scontri di piazza. In realtà, la ginnasta sta organizzando la loro fuga, e il ricongiungimento avviene proprio a Melbourne dove, al termine della rassegna olimpica, Keleti e altri quarantaquattro ungheresi ottengono asilo politico.

L’anno successivo si trasferisce in Israele, dove allena la nazionale di ginnastica e insegna all’università di Tel Aviv. Dal 1981, Ágnes Keleti è inserita nella International Jewish Sport Hall of Fame, ed è tuttora l’atleta ebrea più vincente nella storia dei Giochi”.

Cinque cerchi di separazione, la mia prefazione al libro di Federico Greco

Non l’avete ancora acquistato? E allora, cosa scrivo a fare?

Ripeto, si tratta di una lettura necessaria a chi volesse affrontare i Giochi di Tokyo con l’interesse a comprendere certi conflitti che continuano ad agitarsi sotto la superficie.

Greco ricostruisce decine di storie di sport, attraverso le quali illumina l’irruzione delle donne in una dimensione che per secoli era rimasta maschile. La storia dell’emancipazione passa anche dalle “barriere di genere infrante nello sport” e si nutre pure di gesti simbolici come il doppio portabandiera italiano alla cerimonia di inaugurazione di Tokyo 2020.

A questo libro, edito dalla milanese Paginauno, ho contribuito con questa prefazione, che ha per titolo Masha e Billie Jean.

E qui ho la possibilità di mostrarvela, la fotografia da cui parte il mio ragionamento…

Ho davanti un’immagine, la fotografia di due tenniste di generazioni diverse, una bruna e una bionda, riunite all’anteprima di un film uscito nel 2017.

All’epoca, la prima aveva 64 anni, corti capelli scuri, piccola di statura, portava enormi occhiali rosa; nata a Long Beach, nel 2009, Barack Obama le aveva attribuito la Medal of Freedom.

Di anni, l’altra ne aveva trenta, alta, bionda, con lunghissime gambe e un portamento da top model, abitino nero con profonda scollatura; nata a Niagan, nella Russia siberiana e cresciuta negli Stati Uniti, ha preferito soffrire sui campi da tennis anziché sfilare sulle passerelle.

La prima si chiama Billie Jean King e ha trionfato in 12 tornei del Grande Slam (6 volte a Wimbledon), la seconda è Maria Sharapova, dei grandi tornei ne ha vinti solo 5, ma per anni è stata la sportiva più pagata al mondo.

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#Rivincite recensito da Marco Pastonesi

Rivincite uscì quasi tre anni fa.

Mi fa piacere ogni volta che il libro mi offre un segno di vita (da tempo lo si può ordinare solo online) e sono molto contento della recensione che un grande giornalista, Marco Pastonesi, gli ha appena riservato.

Di Pastonesi ho letto vari libri sul rugby, gli All Blacks, Jonah Lomu… lo considero fra i pochi che sanno emozionare senza sotterfugi, scavando nella profonda epica dello sport.

Questa recensione è apparsa su TuttoBiciWeb.

L’ORA DEL PASTO. LO SPORT, LA STORIA, LE RIVINCITE

E’ arte: il rovescio a una mano di Roger Federer, il Cristo agli anelli di Yuri Chechi, il tunnel di Omar Sivori. E’ spettacolo: la sospensione volatile di Michael Jordan, la beduina pallanotistica di Gildo Arena, l’immobilità nelle cronometro di Jacques Anquetil. E’ allenamento: le distanze chilometriche di Fausto Coppi, il martirio quotidiano di Pietro Mennea, le evoluzioni aeronautiche di Klaus Dibiasi. Ed è sempre storia: scritta su una pedana o su un tornante, in un’arena o in un diamante, nell’area dei 22 metri o in quella dei tre secondi.

 
Un’infinità di sfide e avventure. Ghedini evita ordini cronologici e divisioni settoriali, si affida a categorie elastiche, da “messaggi” a “ispirazioni”, passando attraverso “colori” e “palcoscenici”, cominciando e concludendo con Tommie Smith e John Carlos, e anche Peter Norman, sul podio olimpico dei 200 metri nel 1968, i primi due statunitensi neri, il terzo australiano bianco. “I due hanno studiato l’immagine da imporre, ma pare sia proprio Norman, nello spogliatoio, a suggerire di dividersi l’unico paio di guanti: Carlos li ha dimenticati, Smith gli passa uno dei suoi”. E non è tutto. “In quello spogliatoio c’è un altro bianco, Paul Hoffman, membro della squadra Usa di canottaggio: è lui a donare all’australiano la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, ideato da Harry Edwards. Per questo, Hoffman verrà allontanato dalla nazionale e accusato di cospirazione”.

C’è anche il ciclismo in “Rivincite”. C’è Alfonsina Morini, più conosciuta come Alfonsina Strada, “il diavolo in gonnella”, la prima donna (e l’unica) a completare un Giro d’Italia (anche se fuori classifica), nel 1924 (e nel 1938 avrebbe migliorato il record dell’ora). Ci sono Fausto Coppi protagonista nel Giro d’Italia della rinascita, il ritorno alla vita dopo la Seconda guerra mondiale, e Gino Bartali, che salvò la patria al Tour de France del 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Ci sono Alfredo Binda e Vincenzo Torriani, tutti e due candidati democristiani e tutti e due usciti sconfitti dalle elezioni, “il trombettiere” nel 1948 e 1953, “il patron” nel 1953 e nel 1958. Ci sono i corridori partigiani, come Alfredo Martini, e quelli repubblichini, come Fiorenzo Magni, ci sono i corridori colpevoli di doping, come Lance Armstrong e Floyd Landis, ma c’è anche l’ex presidente dell’Uci Hein Verbruggen, accusato dallo stesso Armstrong perché “sapeva del mio utilizzo di sostanze dopanti e mi aiutava a nasconderlo. Fu una delle persone che mi permise di portare a termine il Tour de France del 1999 nonostante fossi risultato positivo a un test”. Infine ci sono 304 opere, tra libri e giornali, citati nella bibliografia.

Sì: lo sport è arte, spettacolo e – sempre – storia. E’ anche letteratura. “Questo – avverte Ghedini – non è esattamente un saggio, né si può definire narrativa. E’ un ibrido necessario al mio scopo: raccogliere storie in bilico fra storia e politica, epica e cronaca. La memoria fa strani scherzi”. “Rivincite” ritorna, ritrova, rivede, riscopre, rivince.

20 gennaio, una ricorrenza storica per il calcio inglese

“Problemi religiosi hanno avuto un notevole rilievo anche nel Paese che ha inventato il gioco del calcio: per quasi un secolo tutte le partite dei campionati britannici si sono disputate il sabato pomeriggio, per non entrare in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche.

Il potere della Chiesa è andato sfumando, rispetto ad altri interessi. Per esempio, l’esigenza politica di risparmiare energia nella fase in cui l’OPEC (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) sospende le forniture agli Stati che hanno appoggiato gli israeliani nella guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973.

Alle 11.30 del 20 gennaio 1974 il tabù viene infranto: Millwall-Fulham si gioca di domenica, il gol di Brian Clark porta alla vittoria i padroni di casa in uno degli innumerevoli derby londinesi.

Da quel momento, nessun freno simbolico può reggere, e saranno gli interessi televisivi – prima fonte di finanziamento per le società calcistiche – a far esplodere il calendario, con partite disputate ogni giorno della settimana, in orari sempre più vari.

È paradossale che in un Paese cattolico come l’Italia, fin dall’inizio, fra fine Ottocento e primi del Novecento, le partite di calcio si disputino la domenica. Al sabato tutti lavorano, la conquista del “sabato inglese” (con la riduzione dell’orario), è ancora solo un’aspirazione del movimento sindacale”.

Rivincite, 2018, pagina 29.

#Rivincite appena recensito da BarCalcio

Per chi ama mescolare la storia, la sociologia e lo sport, è il libro perfetto. Sebbene possa sembrare un’insieme di aneddoti raccolti in un unico volume, è invece un documento ideale per chi vuole conoscere e comprendere il mondo e la sua evoluzione.

Incommensurabile la fatica di raccogliere dati e informazioni su personaggi che, anche nel loro piccolo, hanno contribuito a disegnare la traiettoria culturale di paesi e razze. Bello, da tenere sul comodino, anche sfogliandolo una volta terminato.

https://www.barcalcio.net/recensioni-rivincite-lo-sport-che-scrive-la-storia/

National Pastime, fra passione ed equilibrio competitivo

Baseball, lo sport nazionale, anzi “il passatempo nazionale”: lo sport più presente nella letteratura, nel cinema e nella cultura pop a stelle e strisce.

Si sono appena concluse le World Series, hanno vinto 4-2 i Los Angeles Dodgers, battendo i Tampa Bay Blue Rays.

Non ho visto nulla, ma ho aggiornato una statistica che esce confermata, anzi rafforzata da questo risultato.

Nel Ventunesimo secolo, si sono disputate 20 World Series e hanno vinto 13 squadre diverse.

Quattro volte i Boston Red Sox, tre volte i San Francisco Giants, due volte i St. Louis Cardinals, poi una volta le altre: New York Yankees, Los Angeles Dodgers, Chicago White Sox, Chicago Cubs, Miami Marlins, Kansas City Royals, Philadelphia Phillies, Anaheim Angels, Arizona Diamondbacks e Houston Astros.

Vincere due anni di fila è un evento rarissimo.

I Dodgers non vincevano il titolo da più di trent’anni

La Major League Baseball è giocata da 30 franchigie, 23 hanno vinto il titolo almeno una volta, e appena un paio ci sono riuscite più di dieci volte: i Cardinals (11) e gli Yankees (27). Ma la superpotenza newyorkese ha vinto solo un trofeo negli ultimi vent’anni e solo quattro negli ultimi 42.

Di questa logica dello sport professionistico americano, ho scritto su Rivincite e in parecchi post, fra cui questi: LIV Superbowl MLB 2017.

Una speranza e una certezza sul futuro del baseball USA: che sia Joe Biden a lanciare la prima palla del campionato 2021, e che nessuno – nemmeno il più forte di oggi – partirà nettamente favorito.

Time100. Sette sportivi nel 2020

Come ogni anno, Time ha pubblicato la sua lista dei 100 personaggi più influenti al mondo. Esempi da seguire, personalità edificanti, leggere le motivazioni è sempre interessante, Time è un ottimo termometro della situazione.

In copertina, simbolo dell’anno marchiato dalla pandemia, l’immunologo Anthony Fauci. Ma in queste occasioni, Time esce con varie copertine, stavolta ne ha proposte otto… Nei 100 nomi, non mancano mai gli sportivi; ho cominciato a farci caso, mentre stavo concludendo la stesura di Rivincite.

Nel 2017, gli sportivi erano 5: LeBron James, il quarterback Tom Brady, la ginnasta Simone Biles, Neymar jr. e Colin Kaepernick, il primo a inginocchiarsi durante l’esecuzione di Star Spangled Banner. Continua a leggere

L’unico paragone possibile per lo spudorato strapotere della Juventus sulle istituzioni sportive rimanda alle pagine più buie della DDR, alla Stasi e alla Dynamo Berlino di Mielke e Honecker.

Ho raccontato questa storia in Rivincite.

A differenza della controparte occidentale, il movimento calcistico della Germania Est arriva ad aggiudicarsi un oro olimpico (Montréal 1976). In patria, per dieci volte consecutive, fra il 1979 e il 1988, la Bfc Dynamo, meglio conosciuta come Dynamo Berlino, vince l’Oberliga.

La Bfc è una creatura di Erich Mielke, potentissimo capo del Ministero per la Sicurezza dello Stato (Stasi). Attraverso la polizia segreta, il regime mantiene il controllo su ogni aspetto della vita sociale; da ogni scuola, fabbrica, condominio, impianto sportivo, qualcuno riferisce alla Stasi.

Fino al 1989, l’ottantenne Mielke, conosciuto come Erich il vecchio per distinguerlo da Erich il giovane (Honecker, capo del partito), mantiene la presidenza della squadra berlinese. Tuttavia, la Dynamo non raggiunge lo scudetto finché il livello di correttezza del torneo si mantiene a livelli accettabili. Sul finire degli anni Settanta, Mielke impone che tutti i migliori talenti calcistici vengano indirizzati a Berlino. In quel periodo, scelte simili vengono compiute a Sofia (Cska) e Praga (Dukla), le squadre verso cui sono raggruppati i migliori calciatori bulgari e cecoslovacchi.

Anche grazie ad arbitraggi compiacenti, la squadra di Berlino conquista un campionato dietro l’altro, suscitando il disprezzo della quasi totalità della popolazione. Nel 1982-83, la Dynamo chiude imbattuta, i tornei sono talmente manipolati che dopo una partita contro la Lokomotiv Lipsia, finita 1-1 e passata alla storia come “lo scandalo di Lipsia”, le polemiche arrivano a scuotere i vertici del governo. Unico effetto, la squalifica a vita dell’arbitro.

Ai calciatori non resta che adattarsi, sanno di essere privilegiati a cui è consentito un tenore di vita inavvicinabile al resto della popolazione. Quasi nessuno osa esprimere le proprie convinzioni: in un’intervista a «Stern», importante rivista dell’altra Germania, Andreas Thom ammette che “le persone cercano di scappare perché non amano la vita che conducono in questo strano Paese”.

All’interno del blocco sovietico, la squadra di calcio per cui tifare è l’unica comunità alla quale si può liberamente scegliere di appartenere. Vittorie come quelle ottenute dalla Dynamo Berlino non bastano a costruire una tifoseria. Infatti, il crollo del Muro provoca una rapida decadenza della società. Cercando di prendere le distanze da un passato indicibile, i nuovi dirigenti cambiano nome alla squadra. Tagliato il cordone ombelicale che legava il club alla Stasi, tutto va a rotoli, la società precipita in Terza Divisione e poi in Quarta; nel 2001 centra la promozione, ma deve rinunciarvi per debiti. Nella stagione successiva dichiara bancarotta.

Chi volesse saperne di più: BBC NewsIl Nobile Calcio

Richard Jewell [id.], Clint Eastwood, 2019 [cine6] – 8

Un Forrest Gump sovrappeso e tanto patriottico, che a 34 anni vive ancora con la madre ma si offende se lo sospettano di omosessualità, che tiene in casa un arsenale di armi ma ha un carattere pacioso e pacifico, che ama portare una divisa e idolatra l’Fbi nonostante lo stia perseguitando, coraggioso e con un indomabile senso di responsabilità, un “puro” che però da due anni non paga le tasse: questo è Richard Jewell, interpretato in modo portentoso da Paul Walter Hauser.

L’avevo visto in Io, Tonya, ma non lo ricordavo; dubito di dimenticarlo ora che ha recitato nella parte che vale una carriera. Fanno parte del cast Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) e Kathy Bates (Misery non deve morire), nei panni dell’avvocato e della madre del protagonista, ed è giusto sottolineare come due sex symbol come Olivia Wilde e Jon Hamm si prestino a ruoli disdicevoli, se non squallidi.

Soffermarsi sullo stile di Eastwood, alla quarantesima regia alla soglia dei novant’anni, mi sembra ozioso: non ha bisogno di “stile”, ha assorbito la lezione dei classici, gli interessa dirigere al meglio gli attori, sa districarsi fra l’alta tensione (l’attesa dell’esplosione si fa insostenibile) e la commedia caustica, gioca con i silenzi intimi e le cacofonie dei media, e come in Changeling e Sully, riprende una pagina ingloriosa della storia americana con la chiara intenzione di incidere una verità morale: troppe volte l’individuo deve difendersi dallo Stato.

Non conoscevo la vicenda umana – scegliere il nome e il cognome come titolo è un esplicito risarcimento – ma sapevo dell’attentato al Centennial Park di Atlanta, una sera di luglio del 1996 nel corso delle Olimpiadi della Coca-Cola. Fra terrorismo e paranoia, capri espiatori e complicità indegne, Eastwood mette a fuoco l’ottusità della Legge e il potere devastante dei media, capaci di costruire un eroe e in un attimo ribaltare la prospettiva, distruggendo un innocente.

Richard Jewell, la storia vera da “Rivincite”

Ho visto Richard Jewell, l’ultimo film di Clint Eastwood; ne scrivo presto. Non conoscevo la vicenda umana che viene raccontata – scegliere quel titolo per il film è un esplicito risarcimento – ma su “Rivincite” avevo scritto una pagina su quanto davvero accadde al Centennial Park di Atlanta, una sera di luglio del 1996.

Terrorismo e paranoia, capri espiatori e complicità indegne: una pagina della storia americana, che Eastwood meritoriamente riprende…

Stabilendo il nuovo record mondiale di 9”84, il canadese di origini giamaicane Donovan Bailey ha appena vinto la finale olimpica dei 100 metri nel caldo umido di Atlanta. Fa molto caldo, la sera del 26 luglio 1996, nel Centennial Park della capitale della Georgia si accalca chi vuole assistere a un concerto rock: mentre stanno suonando gli Heart Attack, una bomba esplode in mezzo alla folla, uccide due persone, ne ferisce oltre cento.

Fin dall’inizio è chiaro che non si tratta di terrorismo islamico, l’ordigno è una rudimentale pipebomb, chiodi, bulloni e cariche di dinamite racchiusi in un tubo. I colpevoli vengono individuati fra i fondamentalisti cristiani, fanatici anti-abortisti, schegge razziste che si firmano Supremazia Bianca, e perseguitano ebrei, gay e afroamericani. Quella sigla ritorna in molti altri attentati: due anni dopo, in una clinica che pratica l’aborto, un’esplosione provoca morti e feriti.

Le indagini sull’attentato di Atlanta arrivano a identificare l’esecutore materiale: si chiama Eric Robert Rudolph, il suo nome fa parte della lista dei 10 ricercati più pericolosi secondo l’Fbi, la taglia è di un milione di dollari. Eppure, senza nemmeno uscire dagli Stati Uniti, Rudolph riesce a sfuggire alla cattura per oltre sei anni, grazie a complicità mai precisate. Al momento dell’arresto, dice di aver voluto colpire “gli ideali del socialismo globale”, a suo dire rappresentati dalle Olimpiadi. Nel suo delirio neo-nazista, si propone di “imbarazzare il governo di Washington agli occhi del mondo per il suo abominevole ruolo nella somministrazione dell’aborto su richiesta”, sperando di “far cancellare i Giochi, o almeno creare uno stato di insicurezza per svuotare le strade intorno all’evento e colpire i grandi capitali investiti”.

Mentre si svolge la Convention Democratica di Denver del 2008, quattro militanti della Supremazia Bianca, in possesso di fucili telescopici, vengono arrestati poco prima che il voto dei delegati formalizzi la candidatura alla presidenza di Barack Obama.

Da Kubala a Messi, 120 anni di storia del Barcellona: “Esercito disarmato della Catalogna”

Un amico – fra gli amici, forse quello che scrive meglio – ha recensito i 120 anni del Barcellona e l’uscita di un libro che immagino magnifico (purtroppo solo in inglese, spagnolo e catalano).

Gronda amore, questo articolo. E a Luigi – che lavora a Repubblica e va spesso al Camp Nou per aggiornamento professionale – posso perdonare certe omissioni (i dirigenti del Barca accusati di tratta dei minori; il lucroso cedimento allo sponsor sulle maglie). Nella sostanza, il Barca è un Mito, e lo è con merito, persino al di là delle vittorie: scorrete le 29 immagini della slideshow, e chiedetevi quali altre squadre di calcio possano vantare una storia simile.

Ho simpatia per il Barca perché è storicamente l’antitesi dell’odioso Real, e anche perché l’Inter ne ha sconfitto una delle versioni più formidabili (ha ragione Luigi: Guardiola ha vinto tanto, ma poteva vincere di più).

In Rivincite ho scritto anch’io dell’incredibile tributo a Kubala, nel centenario della fondazione (1999). Fosse rifatto oggi quel sondaggio, forse vincerebbe Cruyff, che non a caso chiamò suo figlio Jordi…

Auferstanden aus Ruinen, per 192 volte risuonò l’inno della DDR. #Rivincite outtakes 90

Fra Grenoble 1968 e Seul 1988, nelle undici edizioni dei Giochi (sei invernali e cinque estive), per 192 volte risuona «Auferstanden aus Ruinen», l’inno scritto da Johannes Recher e musicato da Hanns Eisler, già compositore ufficiale dell’Olimpiada Popular di Barcellona 1936.

“Risorta dalle rovine”, come canta l’inno, fra Olimpiadi e Mondiali di atletica, la Germania Est accumula 541 medaglie senza che un solo protagonista rimanga incastrato nelle reti antidoping. I programmi farmacologici vengono testati presso la Deutsche Hochschule fur Korperkultur, la Scuola per la Cultura del Corpo dell’università di Lipsia.

Sofisticate ricerche consentono di cogliere un duplice obiettivo: migliorare le prestazioni e rendere le sostanze proibite irrilevabili ai controlli antidoping. In oltre vent’anni di biochimica sistematica, la Germania Est non subisce nemmeno una squalifica.

Sta su Rivincite, in uno dei tanti passaggi che ho riservato allo sport nella Germania Est.

Siccome da anni non si fa che parlare del doping, che avrebbe esaltato un movimento sportivo corrotto, alla viglia del trentennale del crollo del Muro trovo molto positivo quanto scritto da un ottimo giornalista, Nicola Roggero, sul sito di SkySport, vi invito a leggerlo e ne riproduco un paio di frasi.

Un quarto di secolo che rivoluzionò lo sport, con una forza che inevitabilmente si trascinò dietro i sospetti del doping e le perplessità di un sistema di reclutamento e indirizzo alla competizione possibile solo in un paese senza democrazia. L’errore, però, sarebbe di spiegare quel miracolo solo con la chimica. Che c’era, ovvio, ma da sola non sarebbe stata sufficiente se non supportato da un magistero tecnico assoluto da parte degli allenatori, del talento di chi scendeva in pista, in acqua, sul ghiaccio esibendo una ferocia volontà di vittoria… Non poteva essere solo doping, ma il frutto di un sistema che invogliava a dare il meglio chi, emergendo nello sport, poteva davvero cambiare la sua vita…

Barrilete Cosmico, intervistato da Radio Popolare

Il podcast QUIHo detto più o meno questo

Siamo di fronte a sportivi che assumono esplicite prese di posizione su vicende politiche. Non commettere l’errore di valutarle a seconda del nostro soggettivo livello di condivisione. Gli sportivi sono cittadini, devono disporre degli stessi diritti.

Nel 1968 a Città del Messico, abbiamo assistito al pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos, ma un altro afroamericano, il pugile George Foreman, vinse l’Oro dei pesi Massimi, sconfisse in finale un sovietico e salì sul podio con una bandiera a stelle e strisce (Nixon lo definì un patriota).

  • Le autorità sportive tendono a punire quei protagonisti che prendono posizione.
  • A volte basta il ricatto implicito degli sponsor, che vorrebbero dagli atleti una specie di astratta apoliticità.
  • Oppure, le autorità sportive (il CIO, la FIFA) dettano regole di comportamento nel corso delle grandi manifestazioni planetarie, minacciando espulsioni e altre pesanti sanzioni.
  • Oppure, succede che Trump si rivolga direttamente ai proprietari delle franchigie dei grandi sport professionistici, chiedendo loro di punire chi adotti comportanti a suo parare anti-patriottici.

La differenza è fra chi prende posizioni scomode, controcorrente, e chi si presta a fare da megafono del potere. Continua a leggere

Rivincite! Tommie Smith e John Carlos nella Hall of Fame USA

Senza scarpe. Calze nere ai piedi. Alle 20.41 del 16 ottobre 1968 Tommie Smith e John Carlos si presentano così, davanti al podio per la premiazione dei 200 metri. Dal primo e dal terzo gradino del podio, alzano un pugno coperto da un guanto nero e abbassano la testa, ostentando distanza dalle bandiere a stelle e strisce che salgono sul pennone. Un gesto plateale, il più emozionante atto di insubordinazione nella storia olimpica. Un’immagine vista e rivista, riprodotta infinite volte, senza perdere un grammo della propria potenza.

Ipnotizzato davanti al televisore in bianco e nero, un bambino di nove anni, da un piccolo paese della pianura padana, assiste a quella scena. Scoprirò molti anni dopo che l’uomo bianco sul secondo gradino, l’australiano Peter Norman, era tutt’altro che estraneo al senso della protesta.

Rivincite comincia con queste parole.

Ora, a 51 anni dalla loro espulsione dal Villaggio Olimpico di Città del Messico, voluta dal connazionale Avery Brundage, gran capo del CIO, Tommie Smith e John Carlos stanno per ricevere un risarcimento simbolico; il 1° novembre, a Colorado Springs, il Comitato Olimpico USA conferirà loro il massimo onore: entrare nella Hall of Fame dello sport a stelle e strisce.

È l’ennesimo episodio che conferma come la Storia Ufficiale degli Stati Uniti sia oggetto di continua revisione, riscritta e aggiornata ai valori che cambiano; già nel 2016, come gesto di riconciliazione, Barack Obama invitò Smith e Carlos alla Casa Bianca. Del resto, l’Australia ha impiegato quasi altrettanto tempo per fare autocritica sul terzo protagonista di quel momento epocale: Peter Norman, il bianco che stava sul secondo gradino del podio, la sera del 16 ottobre 1968.

Smith, Carlos e Norman misero in scena la più celebre protesta politica nella storia dello sport. I due afroamericani temevano di venire uccisi da un cecchino col teleobiettivo. Espulsi dai Giochi, vennero descritti come traditori della patria, la loro carriera agonistica fu spezzata, ricevettero minacce e intimidazioni, per anni spiati dall’Fbi, subirono l’emarginazione riservata ai peggiori criminali.

Dalle ricostruzioni storiche, si ricava che il Comitato olimpico USA si sarebbe limitato a una sospensione; fu Brundage, razzista e antisemita, a pretendere una risposta più drastica, minacciando di escludere dai Giochi l’intera delegazione statunitense.

Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos stanno sulla copertina di Rivincite, ad aprire le ambiziose 460 pagine di un libro che ha trovato in loro la sua prima ispirazione.

Il 16 ottobre di un anno fa, chiesi a Gianfelice Facchetti di aiutarmi a focalizzare l’incrocio fra storia, sport e politica. The Times they Are a-changin’. Il potere dei simboli.

#Rivincite outtakes 91: Catalogna, Guardiola non ha cambiato idea

La Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader dell’indipendenza catalana con pene che vanno dai 9 ai 13 anni. Pep Guardiola, che ha ripetutamente manifestato a favore dell’indipendenza della Catalogna, ha pubblicato un video di 2′ per commentare la sentenza:

“Oggi è stata resa pubblica dallo Stato spagnolo una sentenza del tribunale equivalente a attacco diretto ai diritti umani. Il diritto di manifestare, il diritto alla libertà di espressione. È inaccettabile nel Ventunesimo secolo. La Spagna sta vivendo una deriva autoritaria attraverso la quale si utilizza la legge antiterrorista per criminalizzare la dissidenza, incluso perseguire chi esercita la libertà di espressione. I leader condannati rappresentano i partiti maggioritari e gli organi della società civile più importanti della Catalogna. Né il governo di Pedro Sanchez, né nessun governo spagnolo può permettersi una cosa del genere. Ha optato per la repressione senza dialogo. L’indipendentismo è un movimento trasversale, inclusivo e con una grande storia, basato sulla volontà di autogoverno dei catalani. Non è xenofobo, ma è un movimento che basa la sua forza sul riconoscimento del pluralismo e le diversità culturali. Una lotta non violenta. Chiediamo al governo spagnolo una soluzione politica e democratica. Ciò che chiediamo è ‘Spagna, siediti e ne parliamo’. Chiediamo alla società civile internazionale che metta pressione al suo governo per intervenire in questo conflitto, trovando soluzioni politiche e democratiche. Il tutto basato sul dialogo e il rispetto. Perché c’è solo una soluzione, sedersi e parlare”.

Futebol. Lo stile di vita brasiliano, Alex Bellos, 2002

Notare l’ardire del sottotitolo: lo “stile di vita” di un popolo si può spiegare attraverso il calcio. Prova a farlo un giornalista (The Guardian), che confeziona uno studio di antropologia contemporanea per capire come sia stato possibile che un gioco inglese abbia plasmato le sorti di una nazione tropicale: “Credo che nessun altro Paese venga associato a uno sport come il Brasile al calcio”. Bellos conosce bene il portoghese, ma scrive in inglese, il libro è tradotto da Andrea Inzaghi.

L’autore dedica alcune pagine ai club di tifosi, pericolosamente vicini alla squadra, ai santuari pieni di reliquie calcistiche, agli stregoni assoldati dalle società per scacciare il malocchio, al disoccupato che viene pagato dagli sponsor per mostrarsi nelle immagini dei grandi eventi sportivi, al calcio giocato sulle rive dei fiumi amazzonici… C’è un campo di calcio realizzato esattamente sulla linea dell’equatore: Machapà, la capitale dello Stato di Amapà; lo stadio si chiama Zerão.

Alex Bellos, FutebolBianchi, neri, mulatti e indios: “il Brasile è il più grande esportatore di zucchero, di caffè e di calciatori”.
Senza particolare talento, approfittando della reputazione del calcio brasiliano, centinaia di disperati vanno a giocare in ogni parte del mondo; secondo la CBF (Confederação Brasileira de Futebol), la potentissima Federcalcio locale, sono più di 5.000 i brasiliani che giocano da professionisti in 66 Paesi diversi.

Per decenni, non c’è stato un vero e proprio campionato brasiliano, ma tanti campionati statali. Il Brasile è un paese immenso, dall’estremo nord all’estremo sud c’è una distanza maggiore di quella fra Londra e Baghdad; il sistema dei trasporti interni è rimasto a lungo sottosviluppato e solo con la diffusione dei viaggi aerei è stato possibile impostare un campionato confederale. Era il 1971.

La finale fatidica: “Probabilmente, un risultato calcistico non ha mai avuto un effetto altrettanto forte e duraturo sui sentimenti di una nazione”. Dal 16 luglio 1950, la “Tragedia del Maracanà” continua a esercitare un fascino morboso sui brasiliani; “gli argentini, sfregandosi le mani dalla gioia, la chiamano El Maracanazo”.
Per celebrare la Coppa del Mondo e dare corpo alle ambizioni di grandezza nazionale, il Brasile decise di edificare il più grande stadio del mondo: poteva contenere 183mila spettatori; i lavori cominciarono nel 1948.
La finale registrò 173.850 ingressi con biglietto pagante, nello stadio erano presenti più di 200mila persone. Il gol decisivo dell’Uruguay, segnato da Alcides Ghiggia, si verifica alle 16:33.

Il Brasile disputò quei campionati del mondo in magliette bianche con il colletto blu. Tale fu il trauma che si decise di cambiare colore alle maglie, fu fatto un concorso pubblico e venne scelta la divisa verde-oro…