Finirà che di Walter Veltroni ricorderemo soprattutto la bellezza delle interviste fatte ad altri

Stavolta, per la Gazzetta dello Sport, Veltroni parla con Julio Velasco.

Julio Velasco, cosa ha l’Italia che ti attira? Per te è un po’ come il ritorno di Ulisse, ogni tanto torni nella tua seconda patria.

«Ho vissuto più in Italia che in Argentina. Un argentino qui si sente a casa. Non pensa mai di essere estraneo. A volte chi è nato nel primo mondo, l’Europa, non si rende conto di quale privilegio sia. Si può essere più o meno bravi, nella vita, ma la fortuna dipende anche da dove si nasce. La bellezza dell’Italia è la sua “integrale diversità”, tutto è nello stesso Paese. La montagna, il mare, i borghi. È un Paese in cui la bellezza è sovrana, ovunque. E sono felice di essere tornato a Modena Volley. Quando mi chiamarono la prima volta pensavo scherzassero. Io non mi sarei chiamato. Ero giovane e non formato. Ma qui mi trovo bene. Per questo sono tornato». Leggi il resto dell’articolo

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#Rivincite outtakes 73: Milano-Cortina vs Stoccolma (e sembrano corrotti pure i giapponesi)

Sarà un duello fra Milano-Cortina e Stoccolma, per aggiudicarsi i Giochi invernali del 2026.

Dopo le rinunce di Calgary (Canada), Sion (Svizzera) e Graz/Schladming (Austria), Sapporo (Giappone) ed Erzurum (Turchia), sono rimaste solo due candidature.

Leggo sulla Gazzetta che il governo italiano ha firmato la documentazione necessaria e che il CIO avrebbe ufficializzato che entrambi i dossier relativi alle candidature dovranno pervenire a Losanna entro oggi, ma “potranno esser privi delle garanzie economiche governative di solito vincolanti”. In pratica, il Comitato Olimpico concede una proroga per la “particolare congiuntura politica del momento”, ma si aspetta che tali garanzie vengano fornite “entro tre o quattro settimane”, comunque prima delle visite della commissione di valutazione guidata dal romeno Octavian Morariu, previste per il 12-16 marzo in Svezia e per il 2-6 aprile in Italia.

La situazione politica svedese è particolarmente confusa, ma i leader di tre Contee – Dalarna (la regione di Falun, sede delle gare di fondo), Jamtland (la regione di Åre, sci alpino) e della stessa Stoccolma (sport del ghiaccio) – avrebbero espresso “forte sostegno” al progetto di ospitare i Giochi. Si ipotizza di utilizzare impianti già esistenti e di sfruttare investimenti già preventivati, senza chiedere tasse supplementari ai cittadini.

Testimonial assai credibile sarà Stefan Holm, gloria nazionale, campione olimpico del salto in alto ad Atene 2004. A 42 anni, Holm fa parte del CIO e sostiene che “i Giochi invernali dovrebbe disputarsi in Paesi dediti agli sport invernali. Abbiamo le infrastrutture e gli impianti e abbiamo dimostrato di saper organizzare al meglio importanti rassegne internazionali di discipline della neve e del ghiaccio. In più la nostra candidatura si basa su valori di sostenibilità sociale, economica e ambientale”.

Argomento che avrà un peso, la Svezia non ha mai ospitato un’Olimpiade invernale, mentre l’Italia le ha organizzate due volte (Cortina 1956, Torino 2006).

Per assicurarsi i consensi dei membri del CIO, la corruzione non sarà certo scartata. Proprio in questi giorni, il presidente del Comitato Olimpico giapponese, Tsunekazu Takeda, è indagato a Parigi, per “corruzione attiva” nell’inchiesta sull’attribuzione dei giochi olimpici di Tokyo 2020. I giudici istruttori parigini intendono fare la luce su un pagamento di 2 milioni di euro effettuato durante la vittoriosa campagna per la candidatura giapponese, che nel 2013 sconfisse la concorrenza di Madrid e Istanbul.

Coppa d’Africa, ancora un cambio di sede: #Rivincite outtakes 72

La Coppa d’Africa 1996 venne assegnata al Kenya, ma la Confédération Africaine de Football verificò un forte ritardo nei tempi di costruzione di stadi e infrastrutture. Di solito, simili difficoltà – assai frequenti – venivano minimizzate, quella volta divennero il pretesto per riassegnare il torneo al nuovo Sudafrica, uscito dall’apartheid.

Uday Hussein e Muhammad Gheddafi, figli dei dittatori di Iraq e Libia, presiedevano da anni i rispettivi Comitati olimpici nazionali nel 2006, quando la Confédération Africaine de Football assegnò alla Libia la XXIXesima Coppa d’Africa, prevista nell’inverno 2013: la guerra civile che portò alla caduta del regime di Gheddafi, obbligò a trasferire il torneo, riassegnato al Sudafrica a tre anni di distanza dai campionati del mondo.

Prevista in Marocco, la penultima edizione della Coppa, nel 2015, venne dirottata in Guinea Equatoriale per i timori suscitati dalla diffusione del virus Ebola.

Per la quarta edizione consecutiva, la Coppa d’Africa trasloca nuovamente dal Paese scelto al momento dell’assegnazione. Stavolta, la possibilità di ospitare l’evento calcistico è stata tolta al Camerun per ragioni di sicurezza e per la lentezza dei preparativi.

  • 2013: dalla Libia al Sudafrica
  • 2015: dal Marocco alla Guinea Equatoriale
  • 2017: dalla Libia al Gabon
  • 2019: dal Camerun all’Egitto.

Per chi se l’è perso nel 2019, con tanti auguri per il 2020

#Rivincite outtakes: c’erano una volta l’Intercontinentale e l’America Latina

Qualche giorno fa, nella giustificata disattenzione dei più, Il Real Madrid ha vinto per la settima volta, terza consecutiva, la Coppa del Mondo FIFA per squadre di club.

Disputata 57 volte, questa competizione che un tempo si chiamava Coppa Intercontinentale ha ormai il solo merito di certificare uno degli effetti nefasti della globalizzazione liberista, mostrandoci la penosa marginalità in cui è ripiegato il continente latinamericano.

Squadre latinamericane vinsero 7 delle prime 10 edizioni. La statistica diceva 17-10 trent’anni fa, dopo l’edizione 1988 in cui il Nacional di Montevideo prevalse ai rigori sul PSV Eindhoven. Ora la statistica dice 25-32, e delle ultime 24 edizioni, addirittura 19 sono state vinte da squadre europee.

Dal 2005, quando si è imposta la denominazione “Coppa del Mondo per club FIFA”, il bilancio è 11 europee e 3 latinamericane. Ovviamente, è stata completamente disattesa la “promessa democratica”, quella per cui si avrebbero potuto disputarsi il tiolo anche squadre provenienti dalle altre 4 Confederazioni “minori”: i centro-nordamericani della CONCACAF, gli africani della CAF, gli asiatici della AFC, quelli dell’Oceania della OFC.

A volte, le squadre latinamericane non arrivano nemmeno a giocarsi la finale contro la predestinata squadra europea. È già accaduto quattro volte: in finale, seppelliti dalle goleade di Inter, Bayern e Real (due volte) sono arrivati il Mazembe (Congo), il Raja Casablanca (Marocco), il Kashima Antlers (Giappone), e questo dicembre l’Al-Ain (Emirati Arabi). Con ovvie logiche mercantili, la FIFA ha scelto di far ospitare la “sua” nuova formula al Giappone (8 volte), agli Emirati Arabi (4) e al Marocco (2).

Più di vent’anni fa, Eduardo Galeano, descrivendo “le vene aperte” del suo continente, ne evidenziava il crescente ruolo di “industria da esportazione”: i migliori talenti sono destinati ad attraversare l’oceano, sempre più giovani, per giocare nei campionati europei (e riportare un po’ di valuta pregiata). Per poi tornare in patria ricchi e sfiatati, come Carlitos Tevez.

Chiedi chi era il terzo uomo (un racconto orale)

http://www.radioemiliaromagna.it/programmi/racconti-autore/chiedi-terzo-uomo.aspx

Accanto a Brautigan, Angela Davis, Céline, Saks, Lansdale, Fitzgerald… Rivincite fra i 30 libri da regalare a Natale…

Regali di Natale 2018? Proponiamo 30 libri che potreste regalare in questo Natale 2018, tutti corredati dalle nostre recensioni per non effettuare un acquisto al buio. Storie che appassionano, libri ben scritti, pubblicazioni che meritano di stare sugli scaffali. Da regalare a chi sa apprezzare la buona letteratura e vuole leggere libri di cui potersi innamorare. Adatti sia a chi legge molto e quindi è esigente su ciò che gli viene proposto, sia a chi ha un approccio alla lettura più blando e non vuole sbagliare libro.

Non sono per forza libri usciti da poco, si tratta di libri che a noi sono piaciuti e che pensiamo possano essere graditi anche ai destinatari dei regali. QUI

Spartaco, Benjamin, Starostin, madre e padre del fútbol (#Rivincite outtakes 70)

I sovietici ne hanno sbagliate tante, quasi tutte, ma non si può dire fossero sprovveduti in fatto di simboli. Penso a Spartaco, per esempio… A ribellarsi non è tanto il gladiatore, quanto lo schiavo costretto a combattere per il divertimento di chi gli ha tolto la libertà.

Se chiami i proletari di tutto il mondo a unirsi, Spartaco è uno dei tuoi… Se chiami gli sportivi a partecipare a “giochi” alternativi a quelli della borghesia capitalistica, al classista olimpismo decubertiniano, farlo in nome di Spartaco conferisce un immediato segno di riconoscimento… Come avrebbe scritto Walter Benjamin nella Dodicesima delle Diciotto Tesi di Filosofia della Storia, “sia l’odio che la volontà di sacrificio… si alimentano all’immagine degli avi asserviti, e non all’ideale dei liberi nipoti”.

Del 1919, è la fondazione del Comintern, del ’21 la nascita dell’Internazionale Sportiva Rossa. Le Spartachiadi vengono progettate a Mosca nel 1924. Il Manifesto dell’Internazionale Sportiva Rossa declama: “La borghesia è pienamente consapevole dell’importante ruolo svolto dalle organizzazioni ginnastiche e sportive e le sta usando come mezzo per corrompere il proletariato e permearlo con l’ideologia borghese, formando così attivi difensori degli interessi capitalisti nelle lotte economiche di ogni giorno… Da qui la necessità di indire le Spartachiadi, Olimpiadi Rosse che proclamino l’unità degli sportivi proletari in opposizione alla borghesia”.

Già nel 1913, all’interno della Seconda Internazionale (poco prima che deflagrasse sui “crediti di guerra”), era stato posto all’ordine del giorno il problema di sottrarre lo sport al potere della borghesia. E la stremata Socialdemocrazia sopravvissuta alla guerra e alle scissioni ispirate dalla Rivoluzione del ’17 riuscì a programmare nel 1925 le Olimpiadi Internazionali Operaie.

Gustav Gustavovich Klutsis

Nel 1928, Mosca ospita le prime Spartachiadi. Inaugurazione il 12 agosto. I resoconti sono striminziti, poco dettagliati, circolano solo i numeri degli atleti (4.500 rispetto a 2.883 presenti in quei giorni alla IX Olimpiade di Amsterdam, chiusa il 12 agosto). Ma solo 612 sono non sovietici e provengono da 13 Paesi, mentre i Giochi ufficiali poterono contare su 46 delegazioni nazionali.

Dall’elenco di queste nazioni, si verifica che erano quasi tutte europee: unica eccezione l’Uruguay, che spedì a Mosca una squadra di calcio. E così si scopre che a Montevideo, dal 1923, aveva sede la Federación Roja del Deporte (FRD), affiliata all’Internazionale Sportiva Rossa. Questa FRD organizzava un campionato di calcio a cui erano iscritte squadre con nomi assai identitari: Lenin, La Comuna, Hacia la igualidad, Aurora Roja, Deportivo Volga… Sono comunisti, chissà che pensarono dei trionfi calcistici della Celeste (Olimpiadi 1924, Olimpiadi 1928, Mondiali 1930). Nello stadio olimpico della città olandese, l’Uruguay aveva appena sconfitto in semifinale l’Italia di Levratto, Bernardini e Schiavio, e in finale la rivale più feroce, i dirimpettai del Rio de la Plata: l’Albiceleste.

È l’epoca in cui si Inglaterra es la madre del fútbol, Uruguay es el padre. Dopo la vittoria a Parigi 1924, il Parlamento aveva stabilito che il 9 giugno fosse dichiarata festa nazionale.

Ma chi vinse il torneo di calcio delle prime Spartachiadi?

Lo disputarono 20 squadre, solo 5 straniere (Uruguay, Finlandia, Gran Bretagna, Spagna e Svizzera), le altre 15 provenienti dall’Unione Sovietica. A vincere fu la selezione di Mosca, nella quale giocavano due dei quattro celeberrimi fratelli Starostin; battuta in finale la selezione ucraina, terzo posto per l’Uruguay, quarta la Finlandia.

Sarebbe bello disporre di fotografie per confrontare l’accoglienza ricevuta dai fenomenali olimpionici uruguaiani e da questa selezione comunista che non vinse ma ebbe il privilegio di poter raccontare cosa stava avvenendo nel Paese dei Soviet.

Perù-Austria, scandalo a Berlino 1936 (#Rivincite outtakes 69)

Ecco una storia che ho conosciuto solo dopo aver chiuso Rivincite. Una bella storia, poco nota, piena di incertezze e versioni discordi. Rimanda all’epopea dei Giochi di Berlino 1936 – quelli di Jesse Owens e Lutz Long, di Leni Riefenstahl e Ondina Valla.

Accadde l’8 agosto sul campo dell’Hertha Berlino: Perù e Austria si affrontavano nei Quarti di finale del torneo di calcio, che sarebbe stato vinto dall’Italia di Pozzo, tuttora l’unico Oro olimpico degli Azzurri.

Eduardo Galeano, parlando a un programma della tv uruguaiana, disse che sugli spalti, fra gli oltre cinquemila spettatori, sedeva anche il Führer, ovviamente tifando Austria (era pur sempre austriaco). Inoltre, con sommo disgusto, il giorno prima la Grande Germania era stata eliminata dalla Norvegia (doppietta di Magnar Isaksen, d’origine ebrea: questa storia c’è su Rivincite). Galeano è un gigante dell’identità latinamericana (ricordo Chavez quando regalò a Obama Le vene aperte), crederei a qualsiasi cosa raccontasse, ma non ci sono prove della presenza di Hitler sugli spalti. Serve a dare spessore alla leggenda.

Né l’Uruguay, né l’Argentina, né il Brasile avevano attraversato l’oceano, quella peruviana fu l’unica squadra sudamericana venuta a Berlino. Se ne sapeva pochissimo, ma divenne presto chiaro, dopo il 7-3 alla Finlandia (arbitro il nostro Rinaldo Barlassina), che disponeva di un’ottima coppia di attaccanti: Teodoro Fernández, detto Lolo, e Alejandro Villanueva (rispettivamente, 5 e 2 gol).

Sotto la supervisione del grande Hugo Meisl, l’Austria era allenata sul campo dall’inglese James Hogan, la qualità della rosa era assai lontana dagli standard del Wunderteam: Meisl aveva aderito, come Pozzo, a quanto stabilito dal CIO in merito ai calciatori utilizzabili nel torneo olimpico, selezionando atleti senza precedenti in Nazionale. Agli Ottavi, era bastato per battere 3-1 l’Egitto, ed è evidente chi fosse favorita nell’incontro con il Perù.

L’8 agosto gli austriaci segnarono per primi, raddoppiarono, si trovarono sul 2-0 a un quarto d’ora dalla fine; ma contro ogni pronostico, Jorge Alcalde e Alejandro Villanueva riportarono i peruviani in parità. Tempi supplementari… “Quello che segue dipende dal continente in cui la storia sarà raccontata”, ha scritto David Wallechinsky nel suo The Complete Book of the Summer Olimpics Games.

Nei supplementari, pare che l’arbitro norvegese Kristiansen abbia annullato due gol ai peruviani (qualche fonte sostiene che i gol annullati furono 3), ma al minuto 117 Villanueva ne segnò uno convalidato e due minuti dopo Lolo Fernández decretò il 4-2 finale. Leggi il resto dell’articolo

Abbiamo toccato le stelle, Riccardo Gazzaniga, Rizzoli, 2018

Tommie Smith e John Carlos, Alex Zanardi, Kathrine Switzer, Muhammad Alì, Kim Vilfort e sua figlia Line, Jesse Owens e Lutz Long, Surya Bonaly, Dorando Pietri, Vera Caslavska, Emile Griffith, Terry Fox, Martina Navratilova e Chris Evert, Gino Bartali, Mikael Lindnord e Arthur, Shizo Kanakuri, Yusra Mardini, Dick Fosbury, Jermain e Bradley, Johann Rukeli Trollmann, Peter Norman.

Venti storie, venti racconti di “uomini e donne in grado di utilizzare la propria forza e il proprio talento non solo per il trionfo personale, ma anche per rivendicare diritti e scardinare pregiudizi, per riscrivere le regole e aiutare gli altri. Atleti e atlete che non hanno abbattuto solo i muri dei record, ma anche quelli della storia”.

Il libro è impreziosito dalle illustrazioni in bianco e nero di Piero Macola, traduzioni di foto d’epoca.

Ho ammirato lo stile di Gazzaniga, la limpida scorrevolezza delle parole. Mi ha fatto tornare alla mente un certo modo di scrivere, l’eloquenza di una letteratura per ragazzi che riusciva a spremere ciò che ci poteva essere di edificante da biografie di personaggi ed eventi sportivi. Penso a Teresio Bosco, Grandi sport, grandi campioni, uscito per SEI nel 1971, a Giorgio Gandolfi con i suoi I re del football e Le grandi nazionali, usciti nel ’73 e nel ’74 per MEB. In fondo, questo stile rimanda a De Amicis, ai magnifici racconti che inframmezzano la trama di Cuore.

Frasi così: “Nello sport, di solito, vince il migliore”, “Spesso le storie di sport sono storie di successi”, “Il suo coraggio, ancora oggi, è un faro che ci illumina”, “La gara è un viaggio, pieno di rischi e insidie, verso l’oggetto del desiderio: la vittoria”. Sembra di ascoltare la voce di un padre che racconta una storia al figlio, che non vuole saperne di addormentarsi. Per l’emozione, si possono perdonare anche le inesattezze (per esempio nella ricostruzione della finale di salto in lungo a Berlino 1936 o le premesse politiche all’invasione della Cecoslovacchia).

Storie edificanti, dunque, all’incrocio fra sport, storia e politica che fa da fulcro a Rivincite. Avessi letto il libro un anno fa, almeno un paio di storie – quelle di Surya Bonali e Yusra Mardini – le avrei senz’altro sviluppate e riprese.

#Rivincite outtakes 68: la lezione di Calgary

Più che la fortuna di Milano/Cortina – la cui candidatura ai Giochi invernali del 2026 rischia di divenire obbligata per mancanza di alternative – mi interessa capire – come sempre, quando si mette a fuoco l’incrocio fra sport e politica – perché la città di Calgary, abbia deciso di ritirarsi.

A Calgary – provincia di Alberta, Canada – si è svolto un referendum consultivo, il cui esito, seppure non vincolante, non lascia spazio ai dubbi: la popolazione locale, infatti, ha votato No ai Giochi nella misura di oltre il 56%, e il sindaco ha già detto che la candidatura verrà ritirata.

Ora, Calgary ha già ospitato i Giochi, nel 1988. I suoi abitanti, almeno una larga parte, hanno memoria diretta di cosa quell’evento abbia significato, in termini di visibilità, attrattività, investimenti. Trent’anni dopo, a larga maggioranza, valutano che sia meglio farne a meno.

È parso convincente lo slogan: “Tre settimane di festa, 30 anni di debiti: NO allo spreco olimpico”.

Le prime interpretazioni del voto parlano di abitanti “spaventati dagli ingenti costi che una candidatura di questa portata avrebbe potuto causare”. Pare che la caduta del prezzo del petrolio abbia impoverito l’economia canadese, e che il contributo statale sarebbe stato assai ridotto, scaricando molte spese sulla comunità locale. Argomenti simili avevano già fatto recedere altre città candidate: Sion (Svizzera) e Graz/Schladming (Austria), Sapporo (Giappone) ed Erzurum (Turchia). Città molto diverse, arrivate ad analoghe conclusioni, nonostante il fatto che a favore dei Giochi si siano sempre schierati due soggetti: le industrie locali e la quasi totalità degli sportivi professionisti.

Rimangono solo Milano/Cortina e Stoccolma a candidarsi per ospitare le Olimpiadi bianche del 2026. Al netto della retorica patriottica, resta la curiosità di capire come mai per Milano/Cortina sia un “affare” ciò che non lo è per Sion, Graz, Sapporo, Erzulum e Calgary.

#Rivincite stasera all’Arci Guernelli di Bologna

#Rivincite + birra, per i bolognesi mercoledì 14 dalle 19 in via Gandusio 6 (circolo Arci “Guernelli”), organizzato dall’Associazione LEIB (Il corpo che Resiste)