#Time, 100 Most Influential People

Nella canonica selezione delle 100 persone più influenti del 2017 stilata da Time, fra attori e cantanti, politici e icone popolari, appaiono cinque personaggi del mondo dello sport: LeBron James, Tom Brady, Simone Biles, Neymar e Colin Kaepernick.

Sta scritto in fondo a pagina 429 di Rivincite, chiuso in stampa poco prima che Time aggiornasse la sua “canonica selezione” con i 100 nomi del 2018.

Dal 2004, Time propone una lista annuale con le 100 personalità più influenti che stanno segnando un’epoca. Alla rivista newyorkese piace suddividere questi 100 nomi in 5 categorie: Pionieri, Artisti, Leader, Icone e Titani; un “mix unico che abbraccia governo, affari, intrattenimento, salute, sport e scienza”. Nella lista 2019 ci sono 3 italiani – Massimo Bottura, Matteo Salvini e Pierpaolo Piccioli – e 6 personaggi del mondo dello sport.

Sono Mohamed Salah, Alex Morgan, LeBron James, Tiger Woods, Caster Semenya e Naomi Osaka; ci sarebbe anche il pakistano Imran Khan: viene dal cricket, ma da tempo è diventato un leader politico

Icona è Caster Semenya, sudafricana, due volte campionessa olimpica degli 800 metri. Tra i pionieri compare la tennista giapponese Naomi Osaka, salita al primo posto della classifica WTA. Tra i “titans”, riappare Tiger Woods, di nuovo vincitore di un major di golf undici anni dopo l’ultima volta, e con lui si conferma LeBron James, superstar NBA (peraltro alla sua peggiore stagione agonistica), protagonista anche fuori dal campo con la sua “I Promise School”. Infine, due calciatori: Alex Morgan, attaccante della nazionale femminile Usa, oro olimpico a Londra e campione del mondo 2015, e Mohamed “Momo” Salah, egiziano del Liverpool, finito su una delle 6 copertine della rivista.

Nel 2018 gli sportivi erano 5: Roger Federer, il campione indiano di cricket Virat Kohli, la snowboarder e oro olimpico Chloe Kim e il giocatore di football americano J.J. Watt; per LeBron, soppiantato nel 2018 da Kevin Durant, è la quarta presenza.

Ecco tutti i 100 nomi del 2019 Leggi il resto dell’articolo

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#BrunoNeri. #Rivincite. #FocusStoria

Sta sul numero 150 (aprile 2019) di Focus Storia.

Il quarto da sinistra è Bruno Neri, “il calciatore partigiano”. La fotografia venne scattata a Firenze nel 1931 e ritrae la Fiorentina prima del fischio d’inizio. Solo Bruno Neri non fece il saluto romano.

Sta su Rivincite.

Inaugurano l’impianto nella zona di Campo di Marte, il progetto architettonico lo firma Pier Luigi Nervi: è il 13 settembre 1931, a rimarcare la stretta relazione fra sport e regime, lo stadio di Firenze viene dedicato a Giovanni Berta, squadrista ucciso nel 1921. Una fotografia sgranata ritrae i calciatori che alzano il braccio destro per salutare i gerarchi sulle tribune. Tutti alzano il braccio, tranne Bruno Neri, ventunenne figlio del capostazione di Faenza.

Neri risulta essere l’unico calciatore di Serie A morto nel corso di un’azione partigiana. Accade a Gamogna, lungo la Linea Gotica, sulle colline di Marradi, nel pomeriggio del 10 luglio 1944: Neri, vicecomandante del battaglione Ravenna, nome in codice Berni, e Vittorio Bellenghi, detto Nico, sono sorpresi allo scoperto e abbattuti in uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca.

Da terzino prima, da mediano poi, negli anni Trenta Neri disputa più di duecento partite in Serie A con Fiorentina, Lucchese e Torino, indossando undici volte le maglie di varie selezioni nazionali. Si iscrive all’Istituto universitario di studi orientali di Napoli; amico di scrittori e giornalisti, ama visitare mostre e musei. Richiamato alle armi, alla caduta del fascismo Neri si trova in Sicilia. Risale la penisola e torna a Faenza, dove inizia a collaborare con i gruppi partigiani. Prima di entrare in clandestinità, fino alla primavera del ’44 organizza i collegamenti con gli Alleati, li informa sui movimenti delle truppe tedesche e ottiene armi e munizioni attraverso lanci aerei.

Il 13 maggio 1944 un rovinoso bombardamento distrugge la cittadina romagnola, raso al suolo anche lo stadio; l’11 luglio 1946 il consiglio comunale di Faenza delibera di intitolare il nuovo impianto sportivo della Piazza d’Armi al concittadino Bruno Neri, “atleta caduto per la libertà”.

Da leggere: Massimo Novelli, Bruno Neri il calciatore partigiano, Graphot 2002.

#Rivincite su Focus Storia

QUI IL PODCAST

Suprematisti

La strage in Nuova Zelanda riporta alla ribalta una sigla funesta. 

«Stabilendo il nuovo record mondiale di 9”84, il canadese di origini giamaicane Donovan Bailey ha appena vinto la finale olimpica dei 100 metri nel caldo umido di Atlanta. Fa molto caldo, la sera del 26 luglio 1996, nel Centennial Park della capitale della Georgia si accalca chi vuole assistere a un concerto rock: mentre stanno suonando gli Heart Attack, una bomba esplode in mezzo alla folla, uccide due persone, ne ferisce oltre cento.

Fin dall’inizio è chiaro che non si tratta di terrorismo islamico, l’ordigno è una rudimentale pipebomb, chiodi, bulloni e cariche di dinamite racchiusi in un tubo. I colpevoli vengono individuati fra i fondamentalisti cristiani, fanatici anti-abortisti, schegge razziste che si firmano Supremazia Bianca, e perseguitano ebrei, gay e afroamericani. Quella sigla ritorna in molti altri attentati: due anni dopo, in una clinica che pratica l’aborto, un’esplosione provoca morti e feriti.

Le indagini sull’attentato di Atlanta arrivano a identificare l’esecutore materiale: si chiama Eric Robert Rudolph, il suo nome fa parte della lista dei 10 ricercati più pericolosi secondo l’FBI, la taglia è di un milione di dollari. Eppure, senza nemmeno uscire dagli Stati Uniti, Rudolph riesce a sfuggire alla cattura per oltre sei anni, grazie a complicità mai precisate. Al momento dell’arresto, dice di aver voluto colpire “gli ideali del socialismo globale” a suo dire rappresentati dalle Olimpiadi. In un delirio neo-nazista, si propone di “imbarazzare il governo di Washington agli occhi del mondo per il suo abominevole ruolo nella somministrazione dell’aborto su richiesta”, con l’obiettivo di “far cancellare i Giochi, o almeno creare uno stato di insicurezza per svuotare le strade intorno all’evento e colpire i grandi capitali investiti”.

Mentre si svolge la Convention Democratica di Denver del 2008, quattro militanti della Supremazia Bianca, in possesso di fucili telescopici, vengono arrestati poco prima che il voto dei delegati formalizzi la candidatura alla presidenza di Barack Obama».

Rivincite, pagina 288

#Rivincite outtakes 78: Della Pergola e il Totocalcio

Una domenica del 1993 il montepremi del Totocalcio toccò l’astronomica cifra di 34 miliardi di Lire: metà del montepremi andava ai “13”, l’altra metà a chi aveva azzeccato solo 12 pronostici.

Il Totocalcio non è una semplice lotteria, è un concorso a premi che si rivolgeva ai competenti. A inventarlo fu un trentaquattrenne ebreo triestino, Massimo Della Pergola, con due amici e 300mila lire di capitale.

Della Pergola (11/7/1912 – 13/3/2006) fu costretto a lasciare Trieste in seguito alle leggi razziali, scappò a Firenze travestito da mendicante; poi da Milano, in una notte di coprifuoco, recuperò la moglie e il figlio, entrò in Svizzera a piedi la sera di Natale del 1943. Finì in un campo di prigionia, accusato di espatrio clandestino.

Il Totocalcio entra in scena la prima domenica di maggio del 1946. La schedina prevede 12 pronostici, una sola colonna, 30 Lire per giocare, 3 segni: 1, X, 2.

Si gioca nei bar, il primo incasso non arriva a 2 milioni, il montepremi è di appena 463.146 Lire. Ma la crescita sarà impetuosa, impressionante, imprevista dai più, e innanzitutto dal Coni. In due stagioni la Sisal triplica gli incassi e suscita l’attenzione dello Stato.

La Sisal viene nazionalizzata con un Decreto del presidente Luigi Einaudi, nel 1948. È il ministero a battezzare il Totocalcio e a stabilire che le partite siano 13. Della Pergola chiede un indennizzo, fa causa, ma dopo sei anni rinuncia. Il Coni incassa un terzo delle giocate, un terzo va al fisco, l’ultimo terzo ai vincitori.

Nei primi tempi, c’è chi scrive sul retro della schedina cognome, nome e indirizzo, ma presto prevarrà l’anonimato, per difendersi dalle tasse.

Negli Ottanta e Novanta, il Totocalcio arriva a distribuire fino a 1000 miliardi di premi all’anno. Ma il declino è rapido, provocato dalla moltiplicazione dei concorsi a premi (Intertoto, Totogol, Superenalotto) e dalla legalizzazione delle scommesse.

#Rivincite outtakes 77, ancora Kareem, che si mette all’asta

Fra qualche giorno sarà passato un anno dall’uscita di «Rivincite». Là dentro ci sono alcune pagine dedicate a uno dei miei miti sportivi, Lewis Alcindor, rinato come Kareem Abdul-Jabbar.

La sua vita romanzesca, le sue scelte di estrema coerenza, la reputazione conservata molti anni dopo aver smesso di segnare canestri e acchiappare rimbalzi. “Andare in Messico avrebbe dato l’impressione che la mia carriera mi interessasse di più che la giustizia sociale… Se fossimo andati e avessimo vinto, avrei contribuito a dare lustro a un Paese che ci stava negando i nostri diritti”. Postuma, era stata pubblicata l’Autobiografia di Malcolm X, che il giovane Lewis legge e rilegge: “esponeva con chiarezza quello che io riuscivo solo vagamente a dire”.

Tanti anni dopo, scriverà sulla tragedia di Ferguson (2014), un caso di razzismo inestricabile dalla guerra di classe.

Tuttora è il miglior realizzatore NBA di ogni epoca, con 19 convocazioni all’All-Star Game, 6 titoli di MVP stagionale, 6 titoli NBA, 2 premi di MVP delle Finali e 10 nomine nel miglior quintetto NBA stagionale; ma i successi sportivi non spiegano perché Kareem sia uno dei personaggi a cui ho dedicato più pagine, e altre gliene avrei dedicate, se mi fossi procurato in tempo una delle sue autobiografie: me la sono cavata con un altro outtakes, questo.

Ancora oggi, a quasi 72 anni, Kareem non smette di sorprendere. Ha appena organizzato un’asta il cui ricavato andrà alla sua fondazione – l’ha chiamata Skyhook: gancio cielo – per finanziare l’educazione dei bambini svantaggiati.

Cosa ha messo all’asta? 234 oggetti legati alla sua leggendaria carriera nel basket, fra cui 4 dei suoi 6 Anelli di campione NBA, il pallone della sua ultima partita, molte magliette indossate, alcune paia dei celebri “occhialoni”, che gli sono serviti per proteggere la vista nella seconda parte della carriera. Da anni, la Skyhook Foundation si occupa di aiutare i bambini svantaggiati ad apprendere le scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la matematica. Dall’asta sono stati ricavati circa 3 milioni di dollari.

In molte presentazioni pubbliche di «Rivincite» ho voluto raccontare un aneddoto che trovo perfetto per definire l’affetto che i tifosi provavano per lui: “Un tempo possedevo una delle più grandi collezioni di jazz su vinile del Paese, con più di cinquemila album. Poi, nel 1983 un incendio distrusse la mia casa e la mia preziosa raccolta di dischi. In seguito, grazie in gran parte ai generosi regali di centinaia di tifosi di basket la mia collezione non soltanto era stata ripristinata, ma aveva superato quella originale”.

La battaglia dei sessi [Battle of the Sexes], Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2017 [filmTv23] – 6

Mi dispiacque non aver ancora visto il film, quando andò in stampa «Rivincite»: l’avrei senz’altro citato, una paginetta l’ho dedicata alla celebre partita di tennis del 20 settembre 1973 all’Astrodome di Houston, tra Robert Larimore Riggs, detto Bobby, e Billie Jean King (un uomo contro una donna: l’ideale per il marketing). Fu uno degli eventi sportivi televisivi più visti dell’epoca, entrato nella mitologia a stelle e strisce dell’emancipazione femminile.

Lui è Steve Carell, lei è Emma Stone. Briggs aveva 55 anni ed era stato un grande campione, King ne aveva 28 ed era la Numero 1 al mondo. Fu lui a lanciare la sfida, proclamando un disprezzo verso le donne che serviva a montare il clima della partita. Tesi del film – diretto dai registi di Little Miss Sunshine – è che Riggs, scommettitore compulsivo, recitasse la parte del misogino (al suo fianco riappare fugacemente Elizabeth Shue).

Insignita nel 2009 della Medal of Freedom da parte del presidente Obama, Billie Jean King ha il merito di aver mosso le acque per arrivare alla parità fra donne e uomini nei premi attribuiti ai vincitori di tornei (il rapporto era 8 a 1). Fra le fondatrici della Women’s Tennis Association (WTA), che riunisce le giocatrici professioniste, King fu anche la prima atleta nordamericana ad ammettere in pubblico la sua omosessualità, nel 1981, pagando un prezzo molto alto. Il film dedica a questa vicenda privata i suoi momenti migliori: la tennista era sposata, quando si innamorò di una parrucchiera (nel film, Andrea Riseborough).

Della “battaglia dei sessi” e dei primi passi della WTA non conoscevo due aspetti che nel film giocano una certa importanza: il ruolo di Gladys Heldman (interpretata da Sarah Silverman), fondatrice della rivista World Tennis, primo capo dell’organizzazione “ribelle” che rivendicava l’equilibrio nel montepremi, e l’ottuso oscurantismo di un ex campione, Jack Kramer (Bill Pullman).

#Rivincite outtakes 76, Enes Kanter

Le pagine 91 e 92 di «Rivincite» parlano di Turchia, di Recep Tayyip Erdoğan e di Arda Turan, Burak Yilmaz e Fatih Terim, delle idee politiche dei gruppi ultrà delle tre principali squadre della capitale (Beşiktaş, Fenerbahçe e Galatasaray), della rivolta di Gezi Park e Piazza Taksim, del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016.

In breve, con le scarne conoscenze che possiedo, ho riservato qualche riga ai calciatori e dirigenti di club accusati di complicità con gli insorti; fra loro, due famosi ex calciatori, Arif Erdem e Hakan Şükür, trascinatori del Galatasaray che vinse una Coppa UEFA e della Nazionale turca che arrivò fino alle semifinali della Coppa del Mondo 2002.

Avrei dedicato almeno una pagina a Enes Kanter, giocatore di basket attualmente ai New York Knicks, se fossi stato a conoscenza di quanto ha raccolto Michele Pettene sull’Ultimo Uomo (5 febbraio).

Dal luglio 2016, dopo un fallito colpo di stato di cui sappiamo pochissimo, il regime turco guidato da Recep Tayyip Erdoğan considera Fethullah Gülen come il leader di un’organizzazione terroristica. Chiunque venga considerato suo complice, è a sua volta un terrorista. Pare che almeno ottantamila oppositori siano finiti in carcere, e il governo turco persegue gli affiliati (o presunti tali) a Hizmet, il movimento di Gülen – un tempo grande alleato di Erdoğan – in tutto il mondo. Più di 100 persone sono già state catturate e deportate in Turchia.

La vicenda arriva nelle pagine sportive quando il bersaglio diventa Enes Kanter. Terza scelta assoluta al Draft NBA 2011 (chiamato dagli Utah Jazz), legato al movimento di Gülen, di cui è grande finanziatore, Kanter viene innanzitutto emarginato dalla Nazionale turca. È di gran lunga il miglior giocatore turco nel 2015 (gioca a Oklahoma), quando non viene convocato per gli Europei.

Dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016, Enes Kanter diventa un pericoloso terrorista, la sua fama lo rende molto attrattivo sui social media, e su di lui si riversano numerose minacce di morte.

Per non finire in carcere, e dimostrare di non aver alcun rapporto con il figlio, il padre e la madre di Kanter – residenti in Turchia con la sorella, e privati del passaporto – l’8 agosto 2016 disconoscono pubblicamente il figlio, affermando che ha disonorato loro e il suo Paese.

A fine 2017, arriva la prima condanna ufficiale a quattro anni di carcere, per insulti al presidente turco (definito “l’Hitler del nostro secolo”). Mentre gli Stati Uniti respingono l’ennesima richiesta di estradizione per Gülen, il cestista sfugge all’arresto in Indonesia e si trova bloccato in un aeroporto rumeno: la Turchia gli ha cancellato il passaporto. Uscisse fuori dai confini statunitensi, si troverebbe in grave pericolo.

Perciò, a gennaio 2019, Enes Kanter evita di seguire i suoi Knicks a Londra, consapevole della richiesta di estradizione emessa dalla Turchia e del mandato d’arresto richiesto all’Interpol.

#Rivincite outtakes 75: Bert Trautmann arriva al cinema

Alla storia favolosa ed edificante di un nazista che diventò un eroe per gli inglesi, avevo già dedicato un paio di pagine su «Rivincite» e l’Outtakes 31 (25 maggio 2018). Ma oggi scopro che sta per uscire un film – The Keeper, Il portiere – nelle sale dai primi d’aprile (chissà se anche in Italia); coproduzione anglotedesca, a interpretare il protagonista è David Kross, la regia è di Marcus H. Rosenmüller.

Nato a Brema nel 1923, Bert Trautmann nel ’40 divenne un giovane hitleriano perché, “crescendo nella Germania di Hitler, non avevi altre scelte”. Si arruolò nella Luftwaffe come paracadutista, poi entrò a far parte di un corpo speciale che combatteva sul fronte orientale (Polonia, Ucraina, Russia). Ricevette 5 medaglie al valore, compresa una Croce di Ferro di prima classe, ma nel 1945 fu catturato dagli inglesi e rinchiuso nel campo di prigionia di Ashton, Lancashire.

Nel campo, si giocava a calcio… Trautmann pare fosse un ottimo mediano, ma si fece male a un ginocchio, e pur di giocare, chiese di essere messo in porta: fu presto notato da un osservatore del Saint Helens Town, squadra di quarta categoria, ma il suo talento lo portò al Manchester City.

Molti tifosi non volevano un tedesco nella loro squadra. Ci furono cortei, manifestazioni di piazza, disdette di abbonamenti. Con le sue prestazioni e il suo coraggio fuori dal comune, Bert Trautmann conquistò la fiducia dei tifosi. Rifiutò di andare allo Schalke 04, che nel ’52 cercò di riportarlo in Germania, e così facendo sapeva di dire addio alla sua Nazionale, che prendeva chi giocava in patria.

La leggenda sbocciò in occasione della finale della Coppa d’Inghilterra 1956, fra Manchester City e Birmingham. Con i Citizens in vantaggio, gli avversari si riversarono in attacco e a un quarto d’ora dalla fine Trautmann effettuò un’uscita spericolata, scontrandosi duramente con l’attaccante Peter Murphy. Colpito alla testa, restò vari minuti privo di sensi. All’epoca non erano consentiti i cambi, Trautmann si riprese, rimase in porta, effettuò altre parate decisive e permise al City di vincere la Coppa.

“Dovresti essere morto o almeno paralizzato”, pare gli abbia detto il medico: aveva una vertebra cervicale spezzata. Lo stesso anno Trautmann venne eletto miglior calciatore del campionato inglese, riconoscimento assegnato per la prima volta a uno straniero. Continuò a parare fino oltre i quarant’anni; nella partita d’addio, davanti a 60.000 spettatori, vollero portagli omaggio anche Bobby Charlton e Stanley Matthews.

#Rivincite su “Sabato Sera”, il settimanale imolese

All’interno di “Rivincite”, racconti una quantità di storie; fra tutte, quale ti fa più piacere ricordare?

Di storie, ne ho raccolte più di duecento, alcune brevi, altre più dettagliate. Non è un saggio, semmai una collana di racconti accostati liberamente. Sono molto affezionato alla vicenda di Jim Thorpe, poco conosciuta, e invece meriterebbe un romanzo, un graphic novel, una canzone di Dylan o di Springsteen… Di film, gli americani ne hanno già ricavati un paio, uno muto nel 1925 e uno con Burt Lancaster nei primi anni Cinquanta, ma entrambi sono rimasti molto lontani dalla potenza di un personaggio talmente straordinario che sembra inventato. Pellerossa, due volte medaglia d’oro a Stoccolma 1912, le medaglie gli vennero requisite per professionismo (accusa ridicola, in mezzo a tanti altri che dallo sport ci guadagnavano davvero). Poi, Thorpe diventa campione di football americano e di baseball. Morì in miseria. Celebrato come il più grande atleta americano della prima metà del Ventesimo secolo, una copia delle medaglie olimpiche venne restituita ai nipoti solo negli anni Ottanta. Una delle figlie, Grace, era fra i pellerossa che occuparono l’isola di Alcatraz, nel ’68, per rivendicare il rispetto dei famosi Trattati che gli Stati Uniti imposero alle tribù. Leggi il resto dell’articolo

#Rivincite outtakes 74: il Qatar trionfa nella Coppa d’Asia 2019

Quando ho “chiuso” Rivincite, Gianni Infantino, capo della Fifa, non aveva ancora annunciato che i Mondiali in Qatar si giocheranno dal 21 novembre al 18 dicembre 2022; in inverno, per la prima volta. Ma l’outtakes di oggi è per un’altra prima volta, di strettissima attualità, avendo il Qatar appena vinto la Coppa d’Asia di calcio, battendo un Paese di ben maggiore tradizione e peso specifico, il Giappone.

È evidente che questa vittoria si iscrive nel piano in preparazione al Mondiale casalingo del 2022. A quell’appuntamento, lo Stato del Qatar vuole fare bella figura anche in campo…

Appena quattro anni fa, nella Coppa d’Asia 2015, organizzata in Australia, il Qatar si era classificato ultimo nel suo girone, subito eliminato. Stavolta, invece, sotto la guida di Felix Sanchez (ex allenatore dell’Under 19 del Barcellona), i qatarioti (maglia color granata) hanno raccolto i primi frutti di un gigantesco investimento: nell’avveniristica Aspire Academy, l’accademia dello sport con sede a Doha, hanno visionato e reclutato calciatori tredicenni provenienti da 17 Paesi diversi. I migliori prospetti vengono spediti all’Eupen, squadra della Serie A belga di proprietà dello Stato del Qatar dal 2012.

Nelle ultime convocazioni per le qualificazioni al Mondiale 2018, 16 giocatori su 28 erano stranieri naturalizzati. Fra loro, una stella nascente, Almoez Ali, capocannoniere della Coppa d’Asia, nato a Khartum, Sudan, il 19 agosto 1996, notato da bambino dagli osservatori della Aspire Academy e portato in Qatar. Ora è tesserato per l’Al Duhail, la squadra che ha appena acquistato dalla Juventus Mehdi Benatia.

#Rivincite domattina a Imola

È un appuntamento organizzato mesi fa, così domani prendo una mezza vacanza da un periodo davvero micidiale e vado a presentare Rivincite nella biblioteca comunale di Imola. Con me, Walter Fuochi, storica forma dello sport di Repubblica, fra i massimi esperti di basket viventi.

Rivincite è uscito circa dieci mesi fa. Ha avuto un’accoglienza lusinghiera, ho potuto presentarlo una dozzina di volte, anche in località molto lontane da Bologna; per un po’ di sfortuna, non sono riuscito a concretizzare le presentazioni previste a Milano e Torino, ma resteranno il booktrailer curato da Lara Peviani, con la partecipazione straordinaria di Gianfelice Facchetti (online dal 16 ottobre, cinquantesimo anniversario del memorabile podio di Città del Messico), le esperienze a Sky, alla Rai (Radio2 e Rai2), a Tv2000, in un paio di tv locali di Bologna e Modena, le recensioni accumulate dall’editore (QUI).

Nella mia vita non scriverò più nulla di così “definitivo”: quasi 500 pagine, oltre un milione di battute di word, più di 200 storie intrecciate nei modi più disparati (e discutibili). “L’idea di partenza”, come la chiamava Wenders, è semplice: mettere lo sport all’incrocio fra storia e politica. Lo sviluppo dell’idea di partenza si è rivelato quasi ingestibile. Ne è derivato un libro-senza-fine, che non avrei mai concluso, non fosse stato per Walter Pozzi, l’anima di Paginauno: è lui che mi ha fatto capire che si poteva finalmente mettere un punto.

Mi aspettavo che Walter chiedesse di tagliare centomila, forse duecentomila battute. Invece, mi ha convinto del contrario. Il titolo l’ho proposto io. Quando avrò più tempo, scriverò sul blog delle ultime discussioni sulla copertina, c’erano due ipotesi, ho lasciato a lui l’ultima parola, non fosse altro perché è la sua casa editrice a investire un po’ di soldi, e il fatto che sia stata prodotta una prima ristampa, mi ha fatto piacere per due motivi: perché ha allungato la vita al libro, e perché ha certificato che Paginauno non ha perso un euro.

L’ho definito un libro definitivo, ma lo è fino a un certo punto: dalla sua uscita, su questo blog ho pubblicato 72 “outtakes”, brevi storie che potevano entrare nel libro se le avessi conosciute prima (o avessi rinviato il “si stampi”); chi volesse cercarle, non ha che da digitare “rivincite” nel motore di ricerca del blog.

L’avrete capito: sono molto orgoglioso di questo libro. Ne conosco i limiti e so che dopo poche settimane era già impossibile trovarlo sugli scaffali delle librerie. Non posso lamentarmi di un destino comune al 99% dei titoli; anzi, è una fortuna che vi siano piattaforme di vendita online, sulle quali l’esistenza in vita di Rivincite potrà proseguire per chissà quanto altro tempo.

Finirà che di Walter Veltroni ricorderemo soprattutto la bellezza delle interviste fatte ad altri

Stavolta, per la Gazzetta dello Sport, Veltroni parla con Julio Velasco.

Julio Velasco, cosa ha l’Italia che ti attira? Per te è un po’ come il ritorno di Ulisse, ogni tanto torni nella tua seconda patria.

«Ho vissuto più in Italia che in Argentina. Un argentino qui si sente a casa. Non pensa mai di essere estraneo. A volte chi è nato nel primo mondo, l’Europa, non si rende conto di quale privilegio sia. Si può essere più o meno bravi, nella vita, ma la fortuna dipende anche da dove si nasce. La bellezza dell’Italia è la sua “integrale diversità”, tutto è nello stesso Paese. La montagna, il mare, i borghi. È un Paese in cui la bellezza è sovrana, ovunque. E sono felice di essere tornato a Modena Volley. Quando mi chiamarono la prima volta pensavo scherzassero. Io non mi sarei chiamato. Ero giovane e non formato. Ma qui mi trovo bene. Per questo sono tornato». Leggi il resto dell’articolo