#Rivincite recensito da Marco Pastonesi

Rivincite uscì quasi tre anni fa.

Mi fa piacere ogni volta che il libro mi offre un segno di vita (da tempo lo si può ordinare solo online) e sono molto contento della recensione che un grande giornalista, Marco Pastonesi, gli ha appena riservato.

Di Pastonesi ho letto vari libri sul rugby, gli All Blacks, Jonah Lomu… lo considero fra i pochi che sanno emozionare senza sotterfugi, scavando nella profonda epica dello sport.

Questa recensione è apparsa su TuttoBiciWeb.

L’ORA DEL PASTO. LO SPORT, LA STORIA, LE RIVINCITE

E’ arte: il rovescio a una mano di Roger Federer, il Cristo agli anelli di Yuri Chechi, il tunnel di Omar Sivori. E’ spettacolo: la sospensione volatile di Michael Jordan, la beduina pallanotistica di Gildo Arena, l’immobilità nelle cronometro di Jacques Anquetil. E’ allenamento: le distanze chilometriche di Fausto Coppi, il martirio quotidiano di Pietro Mennea, le evoluzioni aeronautiche di Klaus Dibiasi. Ed è sempre storia: scritta su una pedana o su un tornante, in un’arena o in un diamante, nell’area dei 22 metri o in quella dei tre secondi.

 
Un’infinità di sfide e avventure. Ghedini evita ordini cronologici e divisioni settoriali, si affida a categorie elastiche, da “messaggi” a “ispirazioni”, passando attraverso “colori” e “palcoscenici”, cominciando e concludendo con Tommie Smith e John Carlos, e anche Peter Norman, sul podio olimpico dei 200 metri nel 1968, i primi due statunitensi neri, il terzo australiano bianco. “I due hanno studiato l’immagine da imporre, ma pare sia proprio Norman, nello spogliatoio, a suggerire di dividersi l’unico paio di guanti: Carlos li ha dimenticati, Smith gli passa uno dei suoi”. E non è tutto. “In quello spogliatoio c’è un altro bianco, Paul Hoffman, membro della squadra Usa di canottaggio: è lui a donare all’australiano la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, ideato da Harry Edwards. Per questo, Hoffman verrà allontanato dalla nazionale e accusato di cospirazione”.

C’è anche il ciclismo in “Rivincite”. C’è Alfonsina Morini, più conosciuta come Alfonsina Strada, “il diavolo in gonnella”, la prima donna (e l’unica) a completare un Giro d’Italia (anche se fuori classifica), nel 1924 (e nel 1938 avrebbe migliorato il record dell’ora). Ci sono Fausto Coppi protagonista nel Giro d’Italia della rinascita, il ritorno alla vita dopo la Seconda guerra mondiale, e Gino Bartali, che salvò la patria al Tour de France del 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Ci sono Alfredo Binda e Vincenzo Torriani, tutti e due candidati democristiani e tutti e due usciti sconfitti dalle elezioni, “il trombettiere” nel 1948 e 1953, “il patron” nel 1953 e nel 1958. Ci sono i corridori partigiani, come Alfredo Martini, e quelli repubblichini, come Fiorenzo Magni, ci sono i corridori colpevoli di doping, come Lance Armstrong e Floyd Landis, ma c’è anche l’ex presidente dell’Uci Hein Verbruggen, accusato dallo stesso Armstrong perché “sapeva del mio utilizzo di sostanze dopanti e mi aiutava a nasconderlo. Fu una delle persone che mi permise di portare a termine il Tour de France del 1999 nonostante fossi risultato positivo a un test”. Infine ci sono 304 opere, tra libri e giornali, citati nella bibliografia.

Sì: lo sport è arte, spettacolo e – sempre – storia. E’ anche letteratura. “Questo – avverte Ghedini – non è esattamente un saggio, né si può definire narrativa. E’ un ibrido necessario al mio scopo: raccogliere storie in bilico fra storia e politica, epica e cronaca. La memoria fa strani scherzi”. “Rivincite” ritorna, ritrova, rivede, riscopre, rivince.

20 gennaio, una ricorrenza storica per il calcio inglese

“Problemi religiosi hanno avuto un notevole rilievo anche nel Paese che ha inventato il gioco del calcio: per quasi un secolo tutte le partite dei campionati britannici si sono disputate il sabato pomeriggio, per non entrare in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche.

Il potere della Chiesa è andato sfumando, rispetto ad altri interessi. Per esempio, l’esigenza politica di risparmiare energia nella fase in cui l’OPEC (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) sospende le forniture agli Stati che hanno appoggiato gli israeliani nella guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973.

Alle 11.30 del 20 gennaio 1974 il tabù viene infranto: Millwall-Fulham si gioca di domenica, il gol di Brian Clark porta alla vittoria i padroni di casa in uno degli innumerevoli derby londinesi.

Da quel momento, nessun freno simbolico può reggere, e saranno gli interessi televisivi – prima fonte di finanziamento per le società calcistiche – a far esplodere il calendario, con partite disputate ogni giorno della settimana, in orari sempre più vari.

È paradossale che in un Paese cattolico come l’Italia, fin dall’inizio, fra fine Ottocento e primi del Novecento, le partite di calcio si disputino la domenica. Al sabato tutti lavorano, la conquista del “sabato inglese” (con la riduzione dell’orario), è ancora solo un’aspirazione del movimento sindacale”.

Rivincite, 2018, pagina 29.

#Rivincite appena recensito da BarCalcio

Per chi ama mescolare la storia, la sociologia e lo sport, è il libro perfetto. Sebbene possa sembrare un’insieme di aneddoti raccolti in un unico volume, è invece un documento ideale per chi vuole conoscere e comprendere il mondo e la sua evoluzione.

Incommensurabile la fatica di raccogliere dati e informazioni su personaggi che, anche nel loro piccolo, hanno contribuito a disegnare la traiettoria culturale di paesi e razze. Bello, da tenere sul comodino, anche sfogliandolo una volta terminato.

https://www.barcalcio.net/recensioni-rivincite-lo-sport-che-scrive-la-storia/

National Pastime, fra passione ed equilibrio competitivo

Baseball, lo sport nazionale, anzi “il passatempo nazionale”: lo sport più presente nella letteratura, nel cinema e nella cultura pop a stelle e strisce.

Si sono appena concluse le World Series, hanno vinto 4-2 i Los Angeles Dodgers, battendo i Tampa Bay Blue Rays.

Non ho visto nulla, ma ho aggiornato una statistica che esce confermata, anzi rafforzata da questo risultato.

Nel Ventunesimo secolo, si sono disputate 20 World Series e hanno vinto 13 squadre diverse.

Quattro volte i Boston Red Sox, tre volte i San Francisco Giants, due volte i St. Louis Cardinals, poi una volta le altre: New York Yankees, Los Angeles Dodgers, Chicago White Sox, Chicago Cubs, Miami Marlins, Kansas City Royals, Philadelphia Phillies, Anaheim Angels, Arizona Diamondbacks e Houston Astros.

Vincere due anni di fila è un evento rarissimo.

I Dodgers non vincevano il titolo da più di trent’anni

La Major League Baseball è giocata da 30 franchigie, 23 hanno vinto il titolo almeno una volta, e appena un paio ci sono riuscite più di dieci volte: i Cardinals (11) e gli Yankees (27). Ma la superpotenza newyorkese ha vinto solo un trofeo negli ultimi vent’anni e solo quattro negli ultimi 42.

Di questa logica dello sport professionistico americano, ho scritto su Rivincite e in parecchi post, fra cui questi: LIV Superbowl MLB 2017.

Una speranza e una certezza sul futuro del baseball USA: che sia Joe Biden a lanciare la prima palla del campionato 2021, e che nessuno – nemmeno il più forte di oggi – partirà nettamente favorito.

Time100. Sette sportivi nel 2020

Come ogni anno, Time ha pubblicato la sua lista dei 100 personaggi più influenti al mondo. Esempi da seguire, personalità edificanti, leggere le motivazioni è sempre interessante, Time è un ottimo termometro della situazione.

In copertina, simbolo dell’anno marchiato dalla pandemia, l’immunologo Anthony Fauci. Ma in queste occasioni, Time esce con varie copertine, stavolta ne ha proposte otto… Nei 100 nomi, non mancano mai gli sportivi; ho cominciato a farci caso, mentre stavo concludendo la stesura di Rivincite.

Nel 2017, gli sportivi erano 5: LeBron James, il quarterback Tom Brady, la ginnasta Simone Biles, Neymar jr. e Colin Kaepernick, il primo a inginocchiarsi durante l’esecuzione di Star Spangled Banner. Leggi il resto dell’articolo

#Rivincite. Santarcangelo di Romagna, domenica 23 alle 18.30

Santarcangelo di Romagna. InVerso. Sport e Letteratura. #Rivincite domenica 23 agosto

QUI e QUI

L’unico paragone possibile per lo spudorato strapotere della Juventus sulle istituzioni sportive rimanda alle pagine più buie della DDR, alla Stasi e alla Dynamo Berlino di Mielke e Honecker.

Ho raccontato questa storia in Rivincite.

A differenza della controparte occidentale, il movimento calcistico della Germania Est arriva ad aggiudicarsi un oro olimpico (Montréal 1976). In patria, per dieci volte consecutive, fra il 1979 e il 1988, la Bfc Dynamo, meglio conosciuta come Dynamo Berlino, vince l’Oberliga.

La Bfc è una creatura di Erich Mielke, potentissimo capo del Ministero per la Sicurezza dello Stato (Stasi). Attraverso la polizia segreta, il regime mantiene il controllo su ogni aspetto della vita sociale; da ogni scuola, fabbrica, condominio, impianto sportivo, qualcuno riferisce alla Stasi.

Fino al 1989, l’ottantenne Mielke, conosciuto come Erich il vecchio per distinguerlo da Erich il giovane (Honecker, capo del partito), mantiene la presidenza della squadra berlinese. Tuttavia, la Dynamo non raggiunge lo scudetto finché il livello di correttezza del torneo si mantiene a livelli accettabili. Sul finire degli anni Settanta, Mielke impone che tutti i migliori talenti calcistici vengano indirizzati a Berlino. In quel periodo, scelte simili vengono compiute a Sofia (Cska) e Praga (Dukla), le squadre verso cui sono raggruppati i migliori calciatori bulgari e cecoslovacchi.

Anche grazie ad arbitraggi compiacenti, la squadra di Berlino conquista un campionato dietro l’altro, suscitando il disprezzo della quasi totalità della popolazione. Nel 1982-83, la Dynamo chiude imbattuta, i tornei sono talmente manipolati che dopo una partita contro la Lokomotiv Lipsia, finita 1-1 e passata alla storia come “lo scandalo di Lipsia”, le polemiche arrivano a scuotere i vertici del governo. Unico effetto, la squalifica a vita dell’arbitro.

Ai calciatori non resta che adattarsi, sanno di essere privilegiati a cui è consentito un tenore di vita inavvicinabile al resto della popolazione. Quasi nessuno osa esprimere le proprie convinzioni: in un’intervista a «Stern», importante rivista dell’altra Germania, Andreas Thom ammette che “le persone cercano di scappare perché non amano la vita che conducono in questo strano Paese”.

All’interno del blocco sovietico, la squadra di calcio per cui tifare è l’unica comunità alla quale si può liberamente scegliere di appartenere. Vittorie come quelle ottenute dalla Dynamo Berlino non bastano a costruire una tifoseria. Infatti, il crollo del Muro provoca una rapida decadenza della società. Cercando di prendere le distanze da un passato indicibile, i nuovi dirigenti cambiano nome alla squadra. Tagliato il cordone ombelicale che legava il club alla Stasi, tutto va a rotoli, la società precipita in Terza Divisione e poi in Quarta; nel 2001 centra la promozione, ma deve rinunciarvi per debiti. Nella stagione successiva dichiara bancarotta.

Chi volesse saperne di più: BBC NewsIl Nobile Calcio

Richard Jewell [id.], Clint Eastwood, 2019 [cine6] – 8

Un Forrest Gump sovrappeso e tanto patriottico, che a 34 anni vive ancora con la madre ma si offende se lo sospettano di omosessualità, che tiene in casa un arsenale di armi ma ha un carattere pacioso e pacifico, che ama portare una divisa e idolatra l’Fbi nonostante lo stia perseguitando, coraggioso e con un indomabile senso di responsabilità, un “puro” che però da due anni non paga le tasse: questo è Richard Jewell, interpretato in modo portentoso da Paul Walter Hauser.

L’avevo visto in Io, Tonya, ma non lo ricordavo; dubito di dimenticarlo ora che ha recitato nella parte che vale una carriera. Fanno parte del cast Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) e Kathy Bates (Misery non deve morire), nei panni dell’avvocato e della madre del protagonista, ed è giusto sottolineare come due sex symbol come Olivia Wilde e Jon Hamm si prestino a ruoli disdicevoli, se non squallidi.

Soffermarsi sullo stile di Eastwood, alla quarantesima regia alla soglia dei novant’anni, mi sembra ozioso: non ha bisogno di “stile”, ha assorbito la lezione dei classici, gli interessa dirigere al meglio gli attori, sa districarsi fra l’alta tensione (l’attesa dell’esplosione si fa insostenibile) e la commedia caustica, gioca con i silenzi intimi e le cacofonie dei media, e come in Changeling e Sully, riprende una pagina ingloriosa della storia americana con la chiara intenzione di incidere una verità morale: troppe volte l’individuo deve difendersi dallo Stato.

Non conoscevo la vicenda umana – scegliere il nome e il cognome come titolo è un esplicito risarcimento – ma sapevo dell’attentato al Centennial Park di Atlanta, una sera di luglio del 1996 nel corso delle Olimpiadi della Coca-Cola. Fra terrorismo e paranoia, capri espiatori e complicità indegne, Eastwood mette a fuoco l’ottusità della Legge e il potere devastante dei media, capaci di costruire un eroe e in un attimo ribaltare la prospettiva, distruggendo un innocente.

Richard Jewell, la storia vera da “Rivincite”

Ho visto Richard Jewell, l’ultimo film di Clint Eastwood; ne scrivo presto. Non conoscevo la vicenda umana che viene raccontata – scegliere quel titolo per il film è un esplicito risarcimento – ma su “Rivincite” avevo scritto una pagina su quanto davvero accadde al Centennial Park di Atlanta, una sera di luglio del 1996.

Terrorismo e paranoia, capri espiatori e complicità indegne: una pagina della storia americana, che Eastwood meritoriamente riprende…

Stabilendo il nuovo record mondiale di 9”84, il canadese di origini giamaicane Donovan Bailey ha appena vinto la finale olimpica dei 100 metri nel caldo umido di Atlanta. Fa molto caldo, la sera del 26 luglio 1996, nel Centennial Park della capitale della Georgia si accalca chi vuole assistere a un concerto rock: mentre stanno suonando gli Heart Attack, una bomba esplode in mezzo alla folla, uccide due persone, ne ferisce oltre cento.

Fin dall’inizio è chiaro che non si tratta di terrorismo islamico, l’ordigno è una rudimentale pipebomb, chiodi, bulloni e cariche di dinamite racchiusi in un tubo. I colpevoli vengono individuati fra i fondamentalisti cristiani, fanatici anti-abortisti, schegge razziste che si firmano Supremazia Bianca, e perseguitano ebrei, gay e afroamericani. Quella sigla ritorna in molti altri attentati: due anni dopo, in una clinica che pratica l’aborto, un’esplosione provoca morti e feriti.

Le indagini sull’attentato di Atlanta arrivano a identificare l’esecutore materiale: si chiama Eric Robert Rudolph, il suo nome fa parte della lista dei 10 ricercati più pericolosi secondo l’Fbi, la taglia è di un milione di dollari. Eppure, senza nemmeno uscire dagli Stati Uniti, Rudolph riesce a sfuggire alla cattura per oltre sei anni, grazie a complicità mai precisate. Al momento dell’arresto, dice di aver voluto colpire “gli ideali del socialismo globale”, a suo dire rappresentati dalle Olimpiadi. Nel suo delirio neo-nazista, si propone di “imbarazzare il governo di Washington agli occhi del mondo per il suo abominevole ruolo nella somministrazione dell’aborto su richiesta”, sperando di “far cancellare i Giochi, o almeno creare uno stato di insicurezza per svuotare le strade intorno all’evento e colpire i grandi capitali investiti”.

Mentre si svolge la Convention Democratica di Denver del 2008, quattro militanti della Supremazia Bianca, in possesso di fucili telescopici, vengono arrestati poco prima che il voto dei delegati formalizzi la candidatura alla presidenza di Barack Obama.

Da Kubala a Messi, 120 anni di storia del Barcellona: “Esercito disarmato della Catalogna”

Un amico – fra gli amici, forse quello che scrive meglio – ha recensito i 120 anni del Barcellona e l’uscita di un libro che immagino magnifico (purtroppo solo in inglese, spagnolo e catalano).

Gronda amore, questo articolo. E a Luigi – che lavora a Repubblica e va spesso al Camp Nou per aggiornamento professionale – posso perdonare certe omissioni (i dirigenti del Barca accusati di tratta dei minori; il lucroso cedimento allo sponsor sulle maglie). Nella sostanza, il Barca è un Mito, e lo è con merito, persino al di là delle vittorie: scorrete le 29 immagini della slideshow, e chiedetevi quali altre squadre di calcio possano vantare una storia simile.

Ho simpatia per il Barca perché è storicamente l’antitesi dell’odioso Real, e anche perché l’Inter ne ha sconfitto una delle versioni più formidabili (ha ragione Luigi: Guardiola ha vinto tanto, ma poteva vincere di più).

In Rivincite ho scritto anch’io dell’incredibile tributo a Kubala, nel centenario della fondazione (1999). Fosse rifatto oggi quel sondaggio, forse vincerebbe Cruyff, che non a caso chiamò suo figlio Jordi…

Auferstanden aus Ruinen, per 192 volte risuonò l’inno della DDR. #Rivincite outtakes 90

Fra Grenoble 1968 e Seul 1988, nelle undici edizioni dei Giochi (sei invernali e cinque estive), per 192 volte risuona «Auferstanden aus Ruinen», l’inno scritto da Johannes Recher e musicato da Hanns Eisler, già compositore ufficiale dell’Olimpiada Popular di Barcellona 1936.

“Risorta dalle rovine”, come canta l’inno, fra Olimpiadi e Mondiali di atletica, la Germania Est accumula 541 medaglie senza che un solo protagonista rimanga incastrato nelle reti antidoping. I programmi farmacologici vengono testati presso la Deutsche Hochschule fur Korperkultur, la Scuola per la Cultura del Corpo dell’università di Lipsia.

Sofisticate ricerche consentono di cogliere un duplice obiettivo: migliorare le prestazioni e rendere le sostanze proibite irrilevabili ai controlli antidoping. In oltre vent’anni di biochimica sistematica, la Germania Est non subisce nemmeno una squalifica.

Sta su Rivincite, in uno dei tanti passaggi che ho riservato allo sport nella Germania Est.

Siccome da anni non si fa che parlare del doping, che avrebbe esaltato un movimento sportivo corrotto, alla viglia del trentennale del crollo del Muro trovo molto positivo quanto scritto da un ottimo giornalista, Nicola Roggero, sul sito di SkySport, vi invito a leggerlo e ne riproduco un paio di frasi.

Un quarto di secolo che rivoluzionò lo sport, con una forza che inevitabilmente si trascinò dietro i sospetti del doping e le perplessità di un sistema di reclutamento e indirizzo alla competizione possibile solo in un paese senza democrazia. L’errore, però, sarebbe di spiegare quel miracolo solo con la chimica. Che c’era, ovvio, ma da sola non sarebbe stata sufficiente se non supportato da un magistero tecnico assoluto da parte degli allenatori, del talento di chi scendeva in pista, in acqua, sul ghiaccio esibendo una ferocia volontà di vittoria… Non poteva essere solo doping, ma il frutto di un sistema che invogliava a dare il meglio chi, emergendo nello sport, poteva davvero cambiare la sua vita…

Barrilete Cosmico, intervistato da Radio Popolare

Il podcast QUIHo detto più o meno questo

Siamo di fronte a sportivi che assumono esplicite prese di posizione su vicende politiche. Non commettere l’errore di valutarle a seconda del nostro soggettivo livello di condivisione. Gli sportivi sono cittadini, devono disporre degli stessi diritti.

Nel 1968 a Città del Messico, abbiamo assistito al pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos, ma un altro afroamericano, il pugile George Foreman, vinse l’Oro dei pesi Massimi, sconfisse in finale un sovietico e salì sul podio con una bandiera a stelle e strisce (Nixon lo definì un patriota).

  • Le autorità sportive tendono a punire quei protagonisti che prendono posizione.
  • A volte basta il ricatto implicito degli sponsor, che vorrebbero dagli atleti una specie di astratta apoliticità.
  • Oppure, le autorità sportive (il CIO, la FIFA) dettano regole di comportamento nel corso delle grandi manifestazioni planetarie, minacciando espulsioni e altre pesanti sanzioni.
  • Oppure, succede che Trump si rivolga direttamente ai proprietari delle franchigie dei grandi sport professionistici, chiedendo loro di punire chi adotti comportanti a suo parare anti-patriottici.

La differenza è fra chi prende posizioni scomode, controcorrente, e chi si presta a fare da megafono del potere. Leggi il resto dell’articolo

Rivincite! Tommie Smith e John Carlos nella Hall of Fame USA

Senza scarpe. Calze nere ai piedi. Alle 20.41 del 16 ottobre 1968 Tommie Smith e John Carlos si presentano così, davanti al podio per la premiazione dei 200 metri. Dal primo e dal terzo gradino del podio, alzano un pugno coperto da un guanto nero e abbassano la testa, ostentando distanza dalle bandiere a stelle e strisce che salgono sul pennone. Un gesto plateale, il più emozionante atto di insubordinazione nella storia olimpica. Un’immagine vista e rivista, riprodotta infinite volte, senza perdere un grammo della propria potenza.

Ipnotizzato davanti al televisore in bianco e nero, un bambino di nove anni, da un piccolo paese della pianura padana, assiste a quella scena. Scoprirò molti anni dopo che l’uomo bianco sul secondo gradino, l’australiano Peter Norman, era tutt’altro che estraneo al senso della protesta.

Rivincite comincia con queste parole.

Ora, a 51 anni dalla loro espulsione dal Villaggio Olimpico di Città del Messico, voluta dal connazionale Avery Brundage, gran capo del CIO, Tommie Smith e John Carlos stanno per ricevere un risarcimento simbolico; il 1° novembre, a Colorado Springs, il Comitato Olimpico USA conferirà loro il massimo onore: entrare nella Hall of Fame dello sport a stelle e strisce.

È l’ennesimo episodio che conferma come la Storia Ufficiale degli Stati Uniti sia oggetto di continua revisione, riscritta e aggiornata ai valori che cambiano; già nel 2016, come gesto di riconciliazione, Barack Obama invitò Smith e Carlos alla Casa Bianca. Del resto, l’Australia ha impiegato quasi altrettanto tempo per fare autocritica sul terzo protagonista di quel momento epocale: Peter Norman, il bianco che stava sul secondo gradino del podio, la sera del 16 ottobre 1968.

Smith, Carlos e Norman misero in scena la più celebre protesta politica nella storia dello sport. I due afroamericani temevano di venire uccisi da un cecchino col teleobiettivo. Espulsi dai Giochi, vennero descritti come traditori della patria, la loro carriera agonistica fu spezzata, ricevettero minacce e intimidazioni, per anni spiati dall’Fbi, subirono l’emarginazione riservata ai peggiori criminali.

Dalle ricostruzioni storiche, si ricava che il Comitato olimpico USA si sarebbe limitato a una sospensione; fu Brundage, razzista e antisemita, a pretendere una risposta più drastica, minacciando di escludere dai Giochi l’intera delegazione statunitense.

Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos stanno sulla copertina di Rivincite, ad aprire le ambiziose 460 pagine di un libro che ha trovato in loro la sua prima ispirazione.

Il 16 ottobre di un anno fa, chiesi a Gianfelice Facchetti di aiutarmi a focalizzare l’incrocio fra storia, sport e politica. The Times they Are a-changin’. Il potere dei simboli.

#Rivincite outtakes 91: Catalogna, Guardiola non ha cambiato idea

La Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader dell’indipendenza catalana con pene che vanno dai 9 ai 13 anni. Pep Guardiola, che ha ripetutamente manifestato a favore dell’indipendenza della Catalogna, ha pubblicato un video di 2′ per commentare la sentenza:

“Oggi è stata resa pubblica dallo Stato spagnolo una sentenza del tribunale equivalente a attacco diretto ai diritti umani. Il diritto di manifestare, il diritto alla libertà di espressione. È inaccettabile nel Ventunesimo secolo. La Spagna sta vivendo una deriva autoritaria attraverso la quale si utilizza la legge antiterrorista per criminalizzare la dissidenza, incluso perseguire chi esercita la libertà di espressione. I leader condannati rappresentano i partiti maggioritari e gli organi della società civile più importanti della Catalogna. Né il governo di Pedro Sanchez, né nessun governo spagnolo può permettersi una cosa del genere. Ha optato per la repressione senza dialogo. L’indipendentismo è un movimento trasversale, inclusivo e con una grande storia, basato sulla volontà di autogoverno dei catalani. Non è xenofobo, ma è un movimento che basa la sua forza sul riconoscimento del pluralismo e le diversità culturali. Una lotta non violenta. Chiediamo al governo spagnolo una soluzione politica e democratica. Ciò che chiediamo è ‘Spagna, siediti e ne parliamo’. Chiediamo alla società civile internazionale che metta pressione al suo governo per intervenire in questo conflitto, trovando soluzioni politiche e democratiche. Il tutto basato sul dialogo e il rispetto. Perché c’è solo una soluzione, sedersi e parlare”.

Futebol. Lo stile di vita brasiliano, Alex Bellos, 2002

Notare l’ardire del sottotitolo: lo “stile di vita” di un popolo si può spiegare attraverso il calcio. Prova a farlo un giornalista (The Guardian), che confeziona uno studio di antropologia contemporanea per capire come sia stato possibile che un gioco inglese abbia plasmato le sorti di una nazione tropicale: “Credo che nessun altro Paese venga associato a uno sport come il Brasile al calcio”. Bellos conosce bene il portoghese, ma scrive in inglese, il libro è tradotto da Andrea Inzaghi.

L’autore dedica alcune pagine ai club di tifosi, pericolosamente vicini alla squadra, ai santuari pieni di reliquie calcistiche, agli stregoni assoldati dalle società per scacciare il malocchio, al disoccupato che viene pagato dagli sponsor per mostrarsi nelle immagini dei grandi eventi sportivi, al calcio giocato sulle rive dei fiumi amazzonici… C’è un campo di calcio realizzato esattamente sulla linea dell’equatore: Machapà, la capitale dello Stato di Amapà; lo stadio si chiama Zerão.

Alex Bellos, FutebolBianchi, neri, mulatti e indios: “il Brasile è il più grande esportatore di zucchero, di caffè e di calciatori”.
Senza particolare talento, approfittando della reputazione del calcio brasiliano, centinaia di disperati vanno a giocare in ogni parte del mondo; secondo la CBF (Confederação Brasileira de Futebol), la potentissima Federcalcio locale, sono più di 5.000 i brasiliani che giocano da professionisti in 66 Paesi diversi.

Per decenni, non c’è stato un vero e proprio campionato brasiliano, ma tanti campionati statali. Il Brasile è un paese immenso, dall’estremo nord all’estremo sud c’è una distanza maggiore di quella fra Londra e Baghdad; il sistema dei trasporti interni è rimasto a lungo sottosviluppato e solo con la diffusione dei viaggi aerei è stato possibile impostare un campionato confederale. Era il 1971.

La finale fatidica: “Probabilmente, un risultato calcistico non ha mai avuto un effetto altrettanto forte e duraturo sui sentimenti di una nazione”. Dal 16 luglio 1950, la “Tragedia del Maracanà” continua a esercitare un fascino morboso sui brasiliani; “gli argentini, sfregandosi le mani dalla gioia, la chiamano El Maracanazo”.
Per celebrare la Coppa del Mondo e dare corpo alle ambizioni di grandezza nazionale, il Brasile decise di edificare il più grande stadio del mondo: poteva contenere 183mila spettatori; i lavori cominciarono nel 1948.
La finale registrò 173.850 ingressi con biglietto pagante, nello stadio erano presenti più di 200mila persone. Il gol decisivo dell’Uruguay, segnato da Alcides Ghiggia, si verifica alle 16:33.

Il Brasile disputò quei campionati del mondo in magliette bianche con il colletto blu. Tale fu il trauma che si decise di cambiare colore alle maglie, fu fatto un concorso pubblico e venne scelta la divisa verde-oro…

#Rivincite outtakes 88: a Froome la Vuelta 2011

Dopo Tour e Giro, la Vuelta a España è la terza corsa a tappe più importante al mondo, si sta correndo la 74esima edizione, ma la notizia, qualche settimana fa, ha avuto scarsissimo risalto sui media italici: Chris Froome si è visto riconoscere la vittoria “a tavolino” della Vuelta 2011; il vincitore “sul campo”, lo spagnolo Juan José Cobo, è stato squalificato per doping.

La decisione della UCI (Unione Internazionale del Ciclismo) è avvenuta dopo l’effettuazione di nuovi test sul passaporto biologico del ciclista spagnolo e la scadenza dei i termini entro i quali Cobo avrebbe potuto fare ricorso contro la squalifica per doping.

Cobo, oggi trentottenne, si è ritirato dalle corse nel 2014. La sentenza dispone la sua sospensione retroattiva per tre anni, dal 2009 al 2011, e lo priva delle vittorie e dei piazzamenti ottenuti in quel periodo.

Secondo nella classifica generale della Vuelta 2011, Froome è il nuovo vincitore. Diventa così il primo ciclista britannico ad aggiudicarsi una grande corsa a tappe (il primato apparteneva a Bradley Wiggins, trionfatore nel Tour de France 2012); il ciclista nato a Nairobi può aggiungere alla sua personale bacheca il settimo grande giro (4 Tour, il Giro 2018, e 2 Vuelta).

Nessuno ha vinto per più di 3 volte la Vuelta a España, e a 3 sono riusciti ad arrivare solo gli spagnoli Roberto Heras e Alberto Contador, e lo svizzero Tony Rominger. Sei i vincitori italiani: Fabio Aru (2015), Vincenzo Nibali (2010), Marco Giovannetti (1990), Giovanni Battaglin (1981), Felice Gimondi (1968) e Angelo Conterno (1956).

#Rivincite outtakes 89: Gwen Berry e Race Imboden ai Giochi Panamericani

Vincere, ti offre l’opportunità di farti ascoltare.

Lo sapevano gli afroamericani che nel Sessantotto inscenarono la più plateale forma di protesta nella storia dello sport. E lo hanno imparato le autorità sportive, che hanno imposto regole militaresche per impedire agli atleti di manifestare il proprio pensiero sulla società in cui vivono.

Ma, come ho scritto su Rivincite, “il salto di qualità nella protesta avviene quando il presidente Trump, con un linguaggio volutamente offensivo, invita i proprietari dei club professionistici a cacciare i giocatori che non rimangono in piedi durante l’esecuzione dell’inno. Il commissioner NFL, Roger Goodell, risponde che quelle parole mancano di rispetto alla Lega e ai suoi protagonisti”.

A poche settimane dal rifiuto della nazionale femminile di calcio di presenziare alla Casa Bianca, dopo aver vinto i Mondiali 2019, ai Giochi Panamericani di Lima, Perù, abbiamo assistito a due scene potenti. Prima Gwen Berry, poi Race Imboden, hanno usato la salita sul podio per protestare contro il razzismo, la violenza della polizia americana e le ingiustizie sociali.

Oro nel lancio del Peso, Gwen Berry (afroamericana), durante l’esecuzione dell’inno statunitense ha alzato il pugno chiuso.

Oro nel Fioretto a squadre, Race Imboden (bianco e biondo) si è inginocchiato sul podio.

L’hanno fatto pur sapendo di rischiare molto: il Comitato olimpico Usa medita di escluderli dalla partecipazione a Tokyo 2020.

#Rivincite outtakes 88 – La globalizzazione del CIO procede per cooptazione

Nella 134esima Sessione del CIO – Losanna, 23-26 giugno 2019 – sono stati cooptati 10 nuovi componenti. Gran parte dei nomi mi sono sconosciuti, ma colpisce la loro provenienza: solo un europeo, 5 africani e 3 asiatici. Evidente l’intenzione di riequilibrare la rappresentatività geopolitica dell’organismo.

  1. Tidjane Thiam, Costa d’Avorio, A.D. di Credit Suisse
  2. Narinder Batra, India, capo Federazione Internazionale di Hockey su prato
  3. Kee Heung Lee, Corea del Sud, presidente del suo comitato olimpico
  4. Spyros Capralos, Grecia, ex campione di pallanuoto, presidente del suo C.O.
  5. Mustapha Berraf, Algeria, presidente dell’Associazione dei C.O. africani
  6. Ntsama Epse Engoulou, Camerun, vicepresidente del suo C.O.
  7. Matlohang Moiloa-Ramoqopo, Lesotho, presidente del suo C.O.
  8. Filomena Spencer Africano Fortes, Capo Verde, presidente del suo C.O.
  9. Erick Thohir, Indonesia, presidente del suo C.O.
  10. Laura Chinchilla Miranda, Costa Rica, Presidente della Repubblica 2010-14

Dal 2013, il massimo organismo sportivo mondiale è presieduto dal tedesco Thomas Bach. Quattro i Vicepresidenti: Nawal El Moutawakel (Marocco), Craig Reedie (Regno Unito), John Coates (Australia) e Zaiqing Yu (Cina). Direttore generale è il belga Christophe De Kepper. Gran parte delle decisioni vengono assunte dal Comitato Esecutivo (10 membri) è composto da: Wu Ching-kuo (Taipei), René Fasel (Svizzera), Patrick Joseph Hickey (Irlanda), Claudia Bokel (Germania), Juan Antonio Samaranch Salisachs (Spagna), Sergey Bubka (Ucraina), Willi Kaltschmitt Luján (Guatemala), Anita DeFrantz (USA), Uğur Erdener (Turchia), Gunilla Lindberg (Svezia).

A Coates, Erdener e Mamadou Ndiaye (Senegal), è stato concesso di differire il loro limite di età, fino al 2023 o 2024. Il mandato di Coates è stato prorogato in quanto presidente della Commissione Affari Legali del comitato; Erdener, invece, presiede la Commissione medica e scientifica, e Ndiaye è a capo dei preparativi per i Giochi olimpici della Gioventù che si svolgeranno a Dakar nel 2022.

#Rivincite outtakes 87: la parità è lontana, a parte il tennis

Non granché come film, La battaglia dei sessi, nonostante Emma Stone e Steve Carell, ma aveva un merito: mostrare come stessero le cose alla metà degli anni Settanta, la differenza abissale fra uomini e donne, nel tennis professionistico.

Fu Billie-Jean King, con la sua determinazione, a denunciare e scardinare una discriminazione che oggi sembra incredibile. È grazie alla King se abbiamo assistito alla parificazione dei premi nei grandi tornei.

Oggi, nella annuale classifica delle atlete più pagate – stilata da Forbes – troviamo Serena Williams, per il quarto anno consecutivo, davanti ad altre due tenniste: Naomi Osaka e Angelique Kerber.

L’analisi di Forbes prende in considerazione premi, bonus, sponsorizzazioni e quote di partecipazione tra il 1° giugno 2018 e il 1 ° giugno 2019. Vi figurano le 15 atlete che hanno guadagnato almeno 5 milioni di dollari in quell’intervallo di tempo.

Considerando la cifra di 5 milioni di dollari come spartiacque, sarebbero circa 1.300 gli atleti di sesso maschile ad averla incassata nell’identico periodo… La parità è lontanissima, dunque, ma Forbes evidenzia come questa classifica comprenda donne di 11 paesi diversi.

  1. Serena Williams, tennis, 29,2   (4,2   in premi, 25 da sponsor);
  2. Naomi Osaka, tennis, 24,3   (8,3   in premi, 6,5 da sponsor);
  3. Angelique Kerber, tennis, 11,8   (5,3   in premi, 6,5 da sponsor);
  4. Simona Halep, tennis, 10,2   (6,2   in premi, 4 da sponsor);
  5. Sloane Stephens, tennis, 9,6   (4,1   in premi, 5,5 da sponsor);
  6. Caroline Wozniacki, tennis, 7,5   (3,5   in premi, 4 da sponsor);
  7. Maria Sharapova, tennis, 7   (1   in premi, 6 da sponsor);
  8. Karolina Pliskova, tennis, 6,3   (4,6   in premi, 1,7 da sponsor);
  9. Elina Svitolina, tennis, 6,1   (4,6   in premi, 1,5 da sponsor);
  10. Venus Williams, tennis, 5,9   (0,9   in premi, 5 da sponsor);
  11. Garbine Muguruza, tennis, 5,9   (2,4   in premi, 3,5 da sponsor);
  12. Alex Morgan, calcio, 5,8   (0,25   in premi, 5,5 da sponsor);
  13. P.V. Sindhu, badminton, 5,5   (0,5   in premi, 5 da sponsor);
  14. Madison Keys, tennis, 5,5   (2,5   in premi, 3 da sponsor);
  15. Ariya Jutanugarn, golf, 5,3   (3,3   in premi, 2 da sponsor).

#Rivincite outtakes 85: Alejandro Bedoya, dopo Kristi Catlin

Fai gol e non aspettavi altro: corri a prendere un microfono per urlare quel che pensi. Ma non vuoi parlare di calcio (o soccer, come lo chiamano i nordamericani), approfitti di quel momento in cui tutti ti guardano per fare una richiesta precisa alla tua classe politica: cambiare le leggi sulle armi, ridurre drasticamente la possibilità di accedervi.

È quel che ha fatto Alejandro Bedoya, trentaduenne attaccante dei Philadelphia Union, la sera del 4 agosto, durante una partita della Major League Soccer (MLS) contro i DC United. Il suo gesto si colloca a poche ore di distanza dalle stragi di El Paso e di Dayton, che hanno lasciato 29 cadaveri e decine di feriti.

Dopo aver segnato, Bedoya è corso verso un microfono ambientale piazzato sulla linea laterale del campo e ha scandito: «Hey Congress, do something now! End gun violence, let’s go!». (Coraggio deputati, agite subito! Fate qualcosa contro la violenza causata dalle armi).

Bedoya è di Miami, ha giocato 26 partite con la Nazionale USA. Secondo The Guardian, sarebbe particolarmente sensibile alla questione perché è cresciuto a Weston, in Florida, a pochi chilometri dal liceo di Parkland dove è avvenuta una delle più gravi stragi degli ultimi anni.

Finora, la MLS non ha preso provvedimenti contro il calciatore, anzi la sua presa di posizione è entrata negli highlights ufficiali della partita.

Su «Rivincite», ho citato un precedente. Risale alla premiazione dei 100 ostacoli alle ultime Olimpiadi (Rio de Janiero, 2016). Dopo le edizioni blindate di Atene, Pechino e Londra, anche a Rio gli atleti hanno preferito evitare di assumere posizioni politiche. Con qualche eccezione.

Kristi Castlin è una delle tre ostacoliste afroamericane che occupò l’intero podio della specialità. Orfana di padre, ucciso nel corso di una rapina per poche decine di dollari, Kristi Castlin decise si usare il megafono olimpico per chiedere di porre un freno alla vendita delle armi.

#Rivincite outtakes 84: Quota System e Transformation Strategic Plan… Quali Antilopi vedremo a ottobre?

«Invictus» l’abbiamo visto tutti: non sarà fra i capolavori di Clint, ma è una storia di rara potenza immaginifica, con Nelson Mandela che mostra come si può usare lo sport per costruire la Rainbow Nation. Comprimario fondamentale, il capitano biondo, Jean-François Pienaar. Nella finale della terza edizione della Coppa dedicata a William Webb Ellis, disputata il 24 giugno 1995 nel catino di Ellis Park, Johannesburg, vinsero gli Springboks (poi emerse che gli All Blacks denunciavano un’intossicazione collettiva).

Dai quarti contro le Isole Samoa, nella squadra sudafricana, insieme a 14 bianchi gioca un nero, Chester Williams, velocissimo tre quarti ala. Sulle tribune, il giorno della finale, siede anche Mandela, indossa la maglia verde con i bordi dorati e il numero 6, che gli ha donato Pienaar.

Ma anche dopo il favoloso trionfo sportivo, la fine della segregazione razziale ja incontrato nuovi ostacoli. Un allenatore degli Springboks viene allontanato per avere usato termini dispregiativi a proposito di giocatori neri. Nel ‘99 la federazione sudafricana introduce il Quota System, imponendo un tetto minimo di quattro neri sui ventidue giocatori che ogni selezione provinciale deve schierare in gare ufficiali. Tre anni dopo, Chester Williams svela qualche retroscena dell’epica vittoria del 1995: sostiene che la sua figura era mal tollerata dagli altri Springboks, in trasferta e nei ritiri, mangiava e dormiva in solitudine.

Solo nel gennaio 2008 un nero, Pieter de Villiers, è stato scelto come commissario tecnico degli Springboks.

E solo il 9 giugno 2018 – dopo 127 anni di storia della nazionale dell’Antilope – si situa un’altra pietra miliare: un terza linea (flanker) di 26 anni, Siya Kolisi, è nominato capitano degli Springboks.

È un’altra tappa dello Strategic Transformation Plan, che prevede per la Coppa del Mondo del 2019 una nazionale composta per il 50% da giocatori non bianchi. Un progetto che fatica a decollare. A ottobre, in Giappone, vedremo se ce l’hanno fatta.

Ma a gennaio Siya Kolisi – da anni sposato con una donna bianca, Rachel, da cui ha avuto due figli – ha rilasciato una dichiarazione sorprendente, sulle cosiddette “quote nere”: “Non credo che Mandela le avrebbe sostenute, anche se ovviamente non l’ho conosciuto per dirlo. Su queste cose non si possono mettere numeri predeterminati. Se si vuole parlare di cambiamento, bisogna partire dalla base; li il talento esiste e va alimentato. Io non voglio pensare di essere stato scelto per il colore della mia pelle”.

Sulla forza dei nuovi social, la morte dei blog, eccetera

Ieri, 297 visitatori sono passati da qui per leggere un post pubblicato il 5 ottobre 2017. Altri 32 sono già passati oggi, all’ora in cui scrivo.
Ancora, oltre un centinaio di visitatori sono arrivati su un post del 18 ottobre 2016.

Il primo post è una recensione di un film tedesco del 2003, Il miracolo di Berna.
Parla della vittoria ai Mondiali di Calcio del 1954 della Germania Ovest sulla Grande Ungheria.

Il secondo post, invece, illustra la fotografia storica che riproduco: quella scattata alla fine della partita di Berna 1954, che vede sul campo in mezzo ai calciatori e all’allenatore tedeschi, il signor Adolph “Adi” Dassler, fornitore delle scarpe e delle attrezzature tecniche.

Adi Dassler è il fondatore dell’Adidas; il fratello Rudolph è il fondatore della Puma. Le due aziende nascono a Herzogenaurach, e si sviluppano in parallelo, dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

E’ ovvio che non ho fatto niente per attirare quei visitatori. Ha fatto tutto Google. Ieri sera, infatti, un importante canale televisivo mandava in onda un programma sulla rivalità fra i fratelli Dassler. Chissà se quel programma ha osato parlare di doping, appurato che quasi tutti i calciatori tedeschi finirono intossicati…

E’ solo un piccolo episodio, quello dei due post riesumati una sera d’estate di 2-3 anni dopo, ma: poteva accadere con Facebook? poteva accadere con Twitter? i blog sono davvero un cimitero degli elefanti?