Quando meno te lo aspetti, Masha ritorna

Per trovare il nome di Maria Sharapova nel ranking WTA, bisogna scendere fino al numero 30.
Ma stanotte a Melbourne ha battuto Caroline Wozniacki, campionessa uscente degli Australian Open e numero 3 delle classifiche, con un imprevedibile 6-4, 4-6, 6-3.

Vincitrice degli Australian Open nel 2008, Sharapova torna così ad arrampicarsi fino a un Ottavo di finale di uno Slam.
Può perdere contro chiunque, ma non mi stupirei se entrasse nelle prime 4.

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Gonzalo, nuova pietra di paragone

Per tanti anni abbiamo subito giuste irrisioni per aver scambiato Boninsegna con Anastasi, Pirlo con Guglielminpietro, Cannavaro per Carini. Errori clamorosi, ancorché derivati dal bisogno di ridurre le spese.

Ora, lo scambio che ha portato Higuain al Milan con il rientro alla base di Bonucci è destinato a imporsi come uno standard dell’incapacità gestionale.
Penso ci sia molto che non conosciamo (qualcosa sapremo quando farà comodo dircelo), perché Leonardo non è certo uno stupido e atteggiamenti così autolesionisti credo nascondano segreti ancora più negativi.

Resta il fatto che Gonzalo è stato pagato 9 milioni di euro per il prestito e altrettanti di ingaggio: 18 milioni di euro per mezzo campionato… Corrispondono a più dell’intero bilancio annuale dell’Empoli, per un centravanti che ha siglato appena 8 reti in partite ufficiali (2,25 milioni cadauna).
Con la finale di Supercoppa, nella quale ha avuto la conferma – dopo Napoli – che l’arbitro nel dubbio sceglie sempre il bianconero, Higuain lascia il Milan dopo averne indossato la maglia per 1.861 minuti. È costato 9.672 euro al minuto.

Più di quel che costa CR7 e se Wanda lo prende a paragone, può chiedere all’Inter 40 milioni netti all’anno.

Mi piacerebbe conoscere qualche rossonero che ha comprato questa maglietta numero 9.

#Calciopoli da riscrivere? Accomodatevi.

Riesumo un post di tre anni (ottobre 2015), da quale si può dedurre che in questo disgraziato Paese ci sono motivi per rimpiangere Carlo Tavecchio. Fu sua l’espressione “lite temeraria” a proposito della richiesta danni che la Juve ebbe l’ardire di avanzare al TAR. Il suo successore si sta mostrando persino più pavido e accomodante nei confronti di chi non ha mai dato corso alle sentenze.

Giorni fa, la Gazzetta – specificando “non c’è nulla di ufficiale” – aveva scritto che il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio si era infine deciso: “passa all’attacco”. La Federcalcio avrebbe formalizzato la richiesta di danni alla Juventus per Calciopoli.

Richiesta naturale, e decisamente tardiva, se si pensa che il club bianconero, con la sua consueta assenza di autocritica, nel novembre 2011 presentò al TAR del Lazio una richiesta di risarcimento danni quantificata in 443 milioni di euro. Danni che dovrebbe pagare la Federcalcio. Mesi fa, Tavecchio aveva sillabato: “La richiesta di risarcimento della Juventus al Tar è una lite temeraria”. Sperando non se ne facesse niente.

Invece, la Juve, imperterrita, continua a fare finta che Moggi fosse un usciere e Giraudo un addetto alle fotocopie. Nemmeno la sentenza definitiva della Cassazione ha spinto Andrea Agnelli a più miti consigli. Nemmeno la pubblicazione delle durissime motivazioni gli ha fatto accendere un cero in chiesa, visto che, con tutta evidenza, non si fosse trattato della Juve avremmo assistito a una retrocessione in Serie C.

Consapevole della sua debolezza, Tavecchio ha sperato in una soluzione amichevole. Invece, Agnelli ha scritto agli azionisti che già nel 2016 serve “un’accelerazione della spinta riformatrice nelle componenti costitutive del calcio italiano favorendo il naturale ricambio degli uomini… per non passare altri cinque anni a elencare quello che si dovrebbe fare ma nessuno fa”.

La Juve – a ragione, mi costa dirlo – insiste per mandare via l’uomo che rimarrà nella storia per Optì Pobà. Non mi vedrete mai fare il tifo per Tavecchio, ma in questa circostanza spero abbia almeno la dignità di portarla lui, la Juve in tribunale.

Gedda, vergognatevi tutti

Il primo giugno 2018 pubblicavo un post in cui chiedevo chi avesse avuto l’idea di scegliere l’Arabia Saudita, fra 210 Paesi iscritti alla FIFA, per giocare la prima amichevole dell’Era Mancini.

La Supercoppa a Gedda fa parte della stessa, disprezzabile logica: pecunia non olet.

Ecco l’aspetto più spregevole: né la politica, né le istituzioni sportive si assumono la minima responsabilità. Facile dire che la Lega Serie A è un’organizzazione privata, che c’è stato un bando e ha vinto l’offerta più alta. Peccato non vi abbia partecipato il Cartello di Medellìn: lo stadio di Medellìn ha certo più tradizioni calcistiche di qualunque impianto saudita.

Il CONI fa finta di niente. La Lega Calcio incassa. Alcuni commentatori strepitano per qualche minuto, ma poi il rito del palisnsesto televisivo spazza ogni argomento sotto il tappeto. È un’esclusiva RAI, alleluia… C’è persino chi vuol farci credere che giocare Juve-Milan a Gedda sia un passo avanti nell’emancipazione della donna saudita.

Corsi e ricorsi storici. Sarà un caso, ma la Juve c’è sempre di mezzo: nell’agosto 2002 (secondo governo Berlusconi) la finale di Supercoppa fra Juventus e Parma si giocò a Tripoli, nella Libia dominata da Gheddafi. Quante donne erano presenti allo stadio? 7, tutte italiane… Fu una partita oscena, con la sabbia tinta di verde che si sollevava in continuazione, e i figli di Gheddafi a costruirsi una reputazione con degli insulsi complici.

Stavolta, nel King Abdullah Sports City Stadium, le donne potranno assistere solo se accompagnate. Due i biglietti in vendita: per Singles (per soli uomini) e per Families. Due storiche società di calcio italiane si fanno pagare per conferire credibilità a una cultura men che medievale, tale per cui alcuni settori dello stadio di Gedda saranno riservati ai maschi.

Un gruppo di intellettuali di sinistra (Deaglio, Lerner, Ovadia, Boato, Campetti, Ferracuti, Manconi, Piersanti, Raffaeli, Sinibaldi) ha chiesto ai calciatori di fare un piccolo gesto: «Alcuni di coloro che scenderanno in campo il 16 hanno espresso solidarietà nei confronti di Koulibaly, vergognosamente fatto oggetto di insulti razzisti. È troppo augurarsi che la giusta sensibilità mostrata nei confronti del difensore azzurro, si manifesti nuovamente per una causa altrettanto giusta? A noi farebbe piacere se nel riscaldamento prepartita, scendessero in campo con magliette con scritte come Free Women, e Stop War in Yemen. Ma lasciamo a loro l’eventuale scelta. L’importante è che diano un segnale».

Non succederà… Anzi, l’esempio di Koulibaly suscita già un fastidio irresistibile, se si pensa che i buuuu sono razzisti e punibili caso per caso (“Bologna non è razzista”, la curva della Lazio figuriamoci) e Ancelotti sembra un fanatico perché osa ricordare che le partite si possono almeno sospendere.

Quanto alla pagina nera che si sta scrivendo a Gedda, non si può dimenticare che l’Italia fa tanti, tanti affari con il regime saudita. Siamo il secondo paese fornitore nell’UE dopo la Germania, l’ottavo al mondo: del resto, vendiamo il lusso e quelli hanno i soldi per comprarlo. Ah, già, vendiamo anche le armi: era puro centrosinistra, quello che nel 2014 firmò un protocollo per venderne ancora di più, e pazienza se tuttora vengono usate sui civili yemeniti.

Si poteva evitare, volendo. Ma il presidente della Lega Serie A Miccichè ci fa sapere che “quando è stata scelta Gedda la vicenda dell’omicidio del giornalista Kashoggi non era avvenuta. Altrimenti sarebbe stata presa un’altra decisione”.

Se poi rileggiamo Malagò (atto di contrizione come pochi altri), vediamo come il buon esempio provenga dall’alto. Magnifici, gli ipocriti che accusano tutti gli altri… «Sul caso della Supercoppa a Gedda c’è il trionfo dell’ipocrisia da parte di tante persone. La migliore offerta è stata quella dell’Arabia Saudita e che il bando è stato giudicato a luglio del 2018. Il problema è sorto con la vicenda dei biglietti, la donna che prima non poteva andare allo stadio ora ci può andare in determinati settori. Poi ovviamente tutto quello che succede in Arabia non mi trova d’accordo ed è da criticare, ma noi abbiamo governi che fanno accordi con questo Paese, con il quale facciamo scambi commerciali… Con la Nazionale di calcio, dopo la mancata partecipazione a Russia 2018, stiamo sperando di andare a giocare il Mondiale in Qatar, le cui leggi sono decisamente peggiori rispetto a quelle dell’Arabia Saudita. Quindi se si vuole, si prende una linea chiara, forte, che personalmente non condivido, ma in ogni caso tutto questo non si può fare quando i cavalli sono scappati».

Finché ci saranno Malagò e quelli come lui, di cavalli ne scapperanno tanti altri. Sembra impossibile, ma le massime autorità sportive sono riuscite a regalare una bella figura a Salvini, scaltro quanto basta per affermare che non guaderà la partita: “Non ce la faccio a vedere una gara tra veli e burqa”.

Farò come Salvini.

Vogliono riaprire #Calciopoli? D’accordo

Dopo aver chiesto a Fabio Capello – parte in causa, che festeggiò quegli scudetti rubati e non si è mai smarcato da Moggi – un’opinione sullo scudetto del 2006, mi chiedo perché il giornalismo italiano non vada a chiedere al Comandante Schettino un parere sulla riforma del Codice della Navigazione.

Ma l’ironia e il sarcasmo non servono a molto contro la pura prepotenza. Siamo di fronte alla più arrogante manifestazione di disprezzo per le regole della storia dello sport italiano e il neopresidente della Lega Calcio, il Cuodileone Gravina, si limita ad auspicare una stretta di mano, mentre il CONI del bel Malagò brilla per codardia, come ha sempre fatto in questi 12 anni.

Per l’ennesima volta, intasando le aule dei Tribunali, la Juventus torna a cercare un giudice che le dia ragione.

Ho perso il conto delle sentenze – un tweet di Pistocchi (l’Inter dovrebbe assumerlo, visto che non sa difendersi da sola) ne enumera 32 – che hanno condannato i massimi vertici della Juventus, ma trovo che l’aspetto più orribile (oserei dire, schifoso) sia il silenzio di tanti juventini “perbene”. Parlo dei Veltroni, Veronesi, Linus, Minoli, Crosetti, Beccantini, Pastorin… che non osano smarcarsi dall’ennesimo tentativo di riscrivere la storia, dopo aver assistito con tiepido malumore alla scandalosa esposizione di due scudetti farlocchi nel salotto casalingo.

Ha sbagliato – non è la prima volta – Massimo Moratti nel dirci che Calciopoli era finita e con la Juve cominciava una nuova fase. Sbagliò ancora più gravemente nel non difendere la figura di Giacinto Facchetti, oggetto di una vigliacca e inaudita aggressione giudiziaria, quando non poteva difendersi.

Da oggi, finché ne avrò voglia, pubblicherò post su Calciopoli. Comincio con qualcosa che pubblicai su Splinder a fine giugno 2006, quando Luciano Moggi andò ospite da Floris (allora stava in RAI).

Moggi non ha detto niente di nuovo, davanti a Floris (certo, più accondiscendente di Borrelli). Ha trattenuto le lacrime quando – lui stesso – ha ritenuto di parlare della sua famiglia e della famiglia di suo figlio.

Ha negato l’evidenza, riascoltando l’ormai famosa telefonata a Bergamo, quella in cui la coppia concordava le griglie (truccate) per il sorteggio (truccato). Ha lanciato le solite allusioni, con il solito linguaggio (simpatico per i fans, mafioso per i più). Non ha ammesso alcuna responsabilità, confermando di rifiutare gli interrogatori della Giustizia sportiva.

L’unico affondo l’ha riservato a Franco Carraro – ormai un ex, in vista delle rispettive radiazioni: “Lui contro la Juve? Non è un timore, ma una certezza. Qualcosa non funzionava, avevamo scoperto che Carraro aveva detto di aiutare i club che portavano i voti. Abbiamo messo in atto tutto questo, non per avere favori, ma per evitare svantaggi”.

Dopo aver affermato di sentirsi “l’unico capro espiatorio” dell’intera vicenda, ha lanciato un’oscura profezia: “Moggi e Giraudo erano un piccolo fortino in cui ci si difendeva da tutto quello che poteva accadere. Adesso le lobby verranno fuori ancora di piu”.

Ma c’è una frase che avrà fatto sobbalzare gli avvocati della Juventus e il nuovo management; “la Juventus era informata, anche nelle virgole, di quello che facevo“. Undici parole, e un’intera linea difensiva va a farsi friggere.

Finirà che di Walter Veltroni ricorderemo soprattutto la bellezza delle interviste fatte ad altri

Stavolta, per la Gazzetta dello Sport, Veltroni parla con Julio Velasco.

Julio Velasco, cosa ha l’Italia che ti attira? Per te è un po’ come il ritorno di Ulisse, ogni tanto torni nella tua seconda patria.

«Ho vissuto più in Italia che in Argentina. Un argentino qui si sente a casa. Non pensa mai di essere estraneo. A volte chi è nato nel primo mondo, l’Europa, non si rende conto di quale privilegio sia. Si può essere più o meno bravi, nella vita, ma la fortuna dipende anche da dove si nasce. La bellezza dell’Italia è la sua “integrale diversità”, tutto è nello stesso Paese. La montagna, il mare, i borghi. È un Paese in cui la bellezza è sovrana, ovunque. E sono felice di essere tornato a Modena Volley. Quando mi chiamarono la prima volta pensavo scherzassero. Io non mi sarei chiamato. Ero giovane e non formato. Ma qui mi trovo bene. Per questo sono tornato». Leggi il resto dell’articolo

#Rivincite outtakes 73: Milano-Cortina vs Stoccolma (e sembrano corrotti pure i giapponesi)

Sarà un duello fra Milano-Cortina e Stoccolma, per aggiudicarsi i Giochi invernali del 2026.

Dopo le rinunce di Calgary (Canada), Sion (Svizzera) e Graz/Schladming (Austria), Sapporo (Giappone) ed Erzurum (Turchia), sono rimaste solo due candidature.

Leggo sulla Gazzetta che il governo italiano ha firmato la documentazione necessaria e che il CIO avrebbe ufficializzato che entrambi i dossier relativi alle candidature dovranno pervenire a Losanna entro oggi, ma “potranno esser privi delle garanzie economiche governative di solito vincolanti”. In pratica, il Comitato Olimpico concede una proroga per la “particolare congiuntura politica del momento”, ma si aspetta che tali garanzie vengano fornite “entro tre o quattro settimane”, comunque prima delle visite della commissione di valutazione guidata dal romeno Octavian Morariu, previste per il 12-16 marzo in Svezia e per il 2-6 aprile in Italia.

La situazione politica svedese è particolarmente confusa, ma i leader di tre Contee – Dalarna (la regione di Falun, sede delle gare di fondo), Jamtland (la regione di Åre, sci alpino) e della stessa Stoccolma (sport del ghiaccio) – avrebbero espresso “forte sostegno” al progetto di ospitare i Giochi. Si ipotizza di utilizzare impianti già esistenti e di sfruttare investimenti già preventivati, senza chiedere tasse supplementari ai cittadini.

Testimonial assai credibile sarà Stefan Holm, gloria nazionale, campione olimpico del salto in alto ad Atene 2004. A 42 anni, Holm fa parte del CIO e sostiene che “i Giochi invernali dovrebbe disputarsi in Paesi dediti agli sport invernali. Abbiamo le infrastrutture e gli impianti e abbiamo dimostrato di saper organizzare al meglio importanti rassegne internazionali di discipline della neve e del ghiaccio. In più la nostra candidatura si basa su valori di sostenibilità sociale, economica e ambientale”.

Argomento che avrà un peso, la Svezia non ha mai ospitato un’Olimpiade invernale, mentre l’Italia le ha organizzate due volte (Cortina 1956, Torino 2006).

Per assicurarsi i consensi dei membri del CIO, la corruzione non sarà certo scartata. Proprio in questi giorni, il presidente del Comitato Olimpico giapponese, Tsunekazu Takeda, è indagato a Parigi, per “corruzione attiva” nell’inchiesta sull’attribuzione dei giochi olimpici di Tokyo 2020. I giudici istruttori parigini intendono fare la luce su un pagamento di 2 milioni di euro effettuato durante la vittoriosa campagna per la candidatura giapponese, che nel 2013 sconfisse la concorrenza di Madrid e Istanbul.

Con le pupille dilatate (ripresa dalla lettura di Ettore Messina)

Potendo scrivere poco, ho saccheggiato una vecchia rubrica –
Incursioni – che tenni per il giornale aziendale di una grande cooperativa di Carpi:

Per quel giornale scrissi 34 lunghi articoli, per otto anni esatti, fra l’autunno 2006 e 2014. Ovviamente, proposi anche testi che facevano leva sullo sport. Come quello che segue…

Lo sport spiega e insegna, parola di Ettore Messina

Potreste non amare il basket, non sapere cosa siano il pick-and-roll (uno dei più frequenti schemi d’attacco), l’overcoaching (eccesso di presenza dell’allenatore), il timing e lo spacing (due modi per cercare l’equilibrio, con la fluidità dei passaggi e la distanza fra i giocatori), né sapere chi fosse Zharmukhamedov o perché Ron Artest si fa chiamare Metta World Pace, ma sono convinto che trovereste illuminante la lettura dell’ultimo libro di Ettore Messina.

Uscito un paio di mesi fa, ha per titolo “Basket, uomini e altri pianeti”, è stato scritto con la collaborazione di Flavio Tranquillo, e racconta i sei mesi passati da Messina nell’Nba, con l’incarico di consulente speciale nei Los Angeles Lakers.

Ora, se non sapete cosa sia l’Nba – la Lega professionistica del basket nordamericano – o chi sia Ettore Messina – il più carismatico e vincente fra gli allenatori italiani dell’ultimo quarto di secolo – forse ho dato troppo per scontato, ma non cambierò una virgola sull’interesse della lettura: un testo illuminante, suggestivo, che fa riflettere ben al di là della sfera sportiva.

L’appartamento con vista sull’oceano, la Maserati, l’aereo privato, le palestre più belle del mondo… La Nba è lusso, stress, stanchezza, pochi allenamenti, tanti viaggi, esasperata preparazione tattica: “è un mondo che si può definire severo e giusto, competitivo e spietato, arido e motivante”. Dopo 22 anni da capo allenatore, quella ai Lakers è una parentesi in cui Messina può dedicarsi alle aree che predilige, “la preparazione e l’analisi”: una specie di dorato corso di aggiornamento. Gli viene chiesto di valutare le prestazioni dei giocatori e collaborare agli allenamenti; in partita, siede in seconda fila, ogni tanto l’allenatore Mike Brown gli fa prendere la parola durante un time-out. Leggi il resto dell’articolo

Governo del Cambiamentoooo: continuiamo a fare da paradiso fiscale?

Scrivo sempre più raramente di politica. Non ho quasi nulla da dire, verifico che un governo che certo non brilla per competenza riscuote un gradimento maggiore di quando si è andati a votare (a dimostrazione di quanto si è votato “contro” chi c’era prima), e aspetto i dettagli su Quota 100 e Reddito di Cittadinanza prima di aggiornare il mio voto.

Ma quattro mesi fa ho pubblicato un post – con questa stessa immagine – che nutriva qualche speranza.

Per spiegare la fuga dal Real di CR7 (riuscita) e Modric (solo tentata), il Corriere della sera scriveva: “l’abrogazione della famigerata legge Beckham ha sconvolto lo scenario, oggi la Spagna è fiscalmente meno conveniente di altri Paesi fra cui l’Italia, dove invece, grazie alla norma introdotta nel 2017 dalla legge di Stabilità, CR7 se la caverà — per dire — con un’imposta forfettaria da 100mila euro per tutti i redditi di fonte estera”.

Per gli strapagati supercampioni e per i grandi nomi dello Star System, traslocare in Italia sarebbe enormemente conveniente. Siamo una specie di paradiso fiscale.

Quattro mesi fa mi chiedevo se fosse di centro, di centro-sinistra o di sinistra-sinistra colui che ebbe l’idea di “attirare in Italia” i ricconi garantendo loro una scandalosa forfettizzazione sui redditi di fonte estera. Aggiungevo che Gentiloni non si era posto problemi nell’inserire questa norma nella sua ultima Legge di Bilancio.

Ora sta per nascere la nuova Legge di Bilancio e non mi pare che il Governo del Cambiamento – che pure colpisce le “pensioni d’oro” e si sciacqua la bocca con la parola “popolo” – si sia preoccupato di cambiare questa piccola, ma insopportabile iniquità.

Gennaro “Che” Gattuso e la gara di populismo

Ho una certa familiarità con 4-5 milanisti, tutti amano Gattuso, nessuno ritiene possa essere l’allenatore di un Milan che torna a vincere qualcosa.
Un paio di lo paragona a Mazzarri, e non è esattamente un complimento.
Un altro paio l’avrebbe esonerato dopo il derby – perso al 94esimo grazie a Donnarumma – per ingaggiare seduta stante Conte.

Voglio dire che su Gattuso non c’è il problema di mettere in fila i fans: anche chi lo ama per ciò che ha rappresentato nel Milan che fu, spera di non rivederlo sulla panchina rossonera nel 2019-20.

Poi, vai a vedere i numeri e scopri che da quando è arrivato Gattuso ha fatto più punti di Spalletti, Di Francesco e Inzaghi…

Ma è stato sufficiente che Salvini aprisse bocca – dicendo cose sensate, cosa che non gli capita così di frequente – per far diventare Gattuso qualcosa di più di un allenatore: una specie di eroe, di leader dell’opposizione che non c’è.

In effetti, la panchina su cui Gattuso poteva contare all’Olimpico non era stracolma di talento: il lungodegente Andrea Conti, il desaparecido Montolivo, e poi Halilovic, Simic, Laxalt, Bertolacci, Castillejo e José Mauri. A chi, come Salvini, dice che bisognava spezzare il ritmo della Lazio con i cambi, andrebbe chiesto di specificare chi avrebbe fatto entrare e al posto di chi. Resta l’assurdità di un allenatore che non fa nemmeno un cambio, in un campionato in cui si viaggia a oltre 2,5 di media a partita.

Se avesse sgraffignato la vittoria, Gattuso sa bene che persino Salvini gli avrebbe fatto i complimenti. E’ finita 1-1, non può impedirgli di dire quel che hanno pensato in tanti: semmai poteva rispondergli che non aveva nessun cambio con cui migliorare la squadra che stava in campo.

A me pare populismo anche dire a Salvini che dovrebbe occuparsi di cose ben più importanti.

Spartaco, Benjamin, Starostin, madre e padre del fútbol (#Rivincite outtakes 70)

I sovietici ne hanno sbagliate tante, quasi tutte, ma non si può dire fossero sprovveduti in fatto di simboli. Penso a Spartaco, per esempio… A ribellarsi non è tanto il gladiatore, quanto lo schiavo costretto a combattere per il divertimento di chi gli ha tolto la libertà.

Se chiami i proletari di tutto il mondo a unirsi, Spartaco è uno dei tuoi… Se chiami gli sportivi a partecipare a “giochi” alternativi a quelli della borghesia capitalistica, al classista olimpismo decubertiniano, farlo in nome di Spartaco conferisce un immediato segno di riconoscimento… Come avrebbe scritto Walter Benjamin nella Dodicesima delle Diciotto Tesi di Filosofia della Storia, “sia l’odio che la volontà di sacrificio… si alimentano all’immagine degli avi asserviti, e non all’ideale dei liberi nipoti”.

Del 1919, è la fondazione del Comintern, del ’21 la nascita dell’Internazionale Sportiva Rossa. Le Spartachiadi vengono progettate a Mosca nel 1924. Il Manifesto dell’Internazionale Sportiva Rossa declama: “La borghesia è pienamente consapevole dell’importante ruolo svolto dalle organizzazioni ginnastiche e sportive e le sta usando come mezzo per corrompere il proletariato e permearlo con l’ideologia borghese, formando così attivi difensori degli interessi capitalisti nelle lotte economiche di ogni giorno… Da qui la necessità di indire le Spartachiadi, Olimpiadi Rosse che proclamino l’unità degli sportivi proletari in opposizione alla borghesia”.

Già nel 1913, all’interno della Seconda Internazionale (poco prima che deflagrasse sui “crediti di guerra”), era stato posto all’ordine del giorno il problema di sottrarre lo sport al potere della borghesia. E la stremata Socialdemocrazia sopravvissuta alla guerra e alle scissioni ispirate dalla Rivoluzione del ’17 riuscì a programmare nel 1925 le Olimpiadi Internazionali Operaie.

Gustav Gustavovich Klutsis

Nel 1928, Mosca ospita le prime Spartachiadi. Inaugurazione il 12 agosto. I resoconti sono striminziti, poco dettagliati, circolano solo i numeri degli atleti (4.500 rispetto a 2.883 presenti in quei giorni alla IX Olimpiade di Amsterdam, chiusa il 12 agosto). Ma solo 612 sono non sovietici e provengono da 13 Paesi, mentre i Giochi ufficiali poterono contare su 46 delegazioni nazionali.

Dall’elenco di queste nazioni, si verifica che erano quasi tutte europee: unica eccezione l’Uruguay, che spedì a Mosca una squadra di calcio. E così si scopre che a Montevideo, dal 1923, aveva sede la Federación Roja del Deporte (FRD), affiliata all’Internazionale Sportiva Rossa. Questa FRD organizzava un campionato di calcio a cui erano iscritte squadre con nomi assai identitari: Lenin, La Comuna, Hacia la igualidad, Aurora Roja, Deportivo Volga… Sono comunisti, chissà che pensarono dei trionfi calcistici della Celeste (Olimpiadi 1924, Olimpiadi 1928, Mondiali 1930). Nello stadio olimpico della città olandese, l’Uruguay aveva appena sconfitto in semifinale l’Italia di Levratto, Bernardini e Schiavio, e in finale la rivale più feroce, i dirimpettai del Rio de la Plata: l’Albiceleste.

È l’epoca in cui si Inglaterra es la madre del fútbol, Uruguay es el padre. Dopo la vittoria a Parigi 1924, il Parlamento aveva stabilito che il 9 giugno fosse dichiarata festa nazionale.

Ma chi vinse il torneo di calcio delle prime Spartachiadi?

Lo disputarono 20 squadre, solo 5 straniere (Uruguay, Finlandia, Gran Bretagna, Spagna e Svizzera), le altre 15 provenienti dall’Unione Sovietica. A vincere fu la selezione di Mosca, nella quale giocavano due dei quattro celeberrimi fratelli Starostin; battuta in finale la selezione ucraina, terzo posto per l’Uruguay, quarta la Finlandia.

Sarebbe bello disporre di fotografie per confrontare l’accoglienza ricevuta dai fenomenali olimpionici uruguaiani e da questa selezione comunista che non vinse ma ebbe il privilegio di poter raccontare cosa stava avvenendo nel Paese dei Soviet.

Serie A di basket, un grottesco ossimoro

Tifando Cantù – a un millimetro dal fallimento e dalla retrocessione – potrò apparire poco equilibrato, immagino che i tifosi di Venezia, Avellino, Bologna (non dico Milano con il suo budget spaziale) possano vederla diversamente, ma come si fa ad appassionarsi a un “campionato italiano” in cui gli italiani non giocano?

Da un’analisi statistica della Gazzetta dello Sport, è emerso che Pietro Aradori, con 28 minuti di media a partita, è l’italiano che gioca di più.
Aradori si trova al 36esimo posto assoluto per minutaggio. Non era mai accaduto di dover arrivare sino al 36esimo posto per trovare il primo italiano per minuti giocati.

Solo 4 italiani – Aradori, Flaccadori, Vitali e Filloy – sono presenti fra i 50 giocatori che stanno di più in campo.

Perù-Austria, scandalo a Berlino 1936 (#Rivincite outtakes 69)

Ecco una storia che ho conosciuto solo dopo aver chiuso Rivincite. Una bella storia, poco nota, piena di incertezze e versioni discordi. Rimanda all’epopea dei Giochi di Berlino 1936 – quelli di Jesse Owens e Lutz Long, di Leni Riefenstahl e Ondina Valla.

Accadde l’8 agosto sul campo dell’Hertha Berlino: Perù e Austria si affrontavano nei Quarti di finale del torneo di calcio, che sarebbe stato vinto dall’Italia di Pozzo, tuttora l’unico Oro olimpico degli Azzurri.

Eduardo Galeano, parlando a un programma della tv uruguaiana, disse che sugli spalti, fra gli oltre cinquemila spettatori, sedeva anche il Führer, ovviamente tifando Austria (era pur sempre austriaco). Inoltre, con sommo disgusto, il giorno prima la Grande Germania era stata eliminata dalla Norvegia (doppietta di Magnar Isaksen, d’origine ebrea: questa storia c’è su Rivincite). Galeano è un gigante dell’identità latinamericana (ricordo Chavez quando regalò a Obama Le vene aperte), crederei a qualsiasi cosa raccontasse, ma non ci sono prove della presenza di Hitler sugli spalti. Serve a dare spessore alla leggenda.

Né l’Uruguay, né l’Argentina, né il Brasile avevano attraversato l’oceano, quella peruviana fu l’unica squadra sudamericana venuta a Berlino. Se ne sapeva pochissimo, ma divenne presto chiaro, dopo il 7-3 alla Finlandia (arbitro il nostro Rinaldo Barlassina), che disponeva di un’ottima coppia di attaccanti: Teodoro Fernández, detto Lolo, e Alejandro Villanueva (rispettivamente, 5 e 2 gol).

Sotto la supervisione del grande Hugo Meisl, l’Austria era allenata sul campo dall’inglese James Hogan, la qualità della rosa era assai lontana dagli standard del Wunderteam: Meisl aveva aderito, come Pozzo, a quanto stabilito dal CIO in merito ai calciatori utilizzabili nel torneo olimpico, selezionando atleti senza precedenti in Nazionale. Agli Ottavi, era bastato per battere 3-1 l’Egitto, ed è evidente chi fosse favorita nell’incontro con il Perù.

L’8 agosto gli austriaci segnarono per primi, raddoppiarono, si trovarono sul 2-0 a un quarto d’ora dalla fine; ma contro ogni pronostico, Jorge Alcalde e Alejandro Villanueva riportarono i peruviani in parità. Tempi supplementari… “Quello che segue dipende dal continente in cui la storia sarà raccontata”, ha scritto David Wallechinsky nel suo The Complete Book of the Summer Olimpics Games.

Nei supplementari, pare che l’arbitro norvegese Kristiansen abbia annullato due gol ai peruviani (qualche fonte sostiene che i gol annullati furono 3), ma al minuto 117 Villanueva ne segnò uno convalidato e due minuti dopo Lolo Fernández decretò il 4-2 finale. Leggi il resto dell’articolo