Il Financial Fair Play si è distratto un attimo, sui difensori del City

Su Twitter scrivo di getto, in modo impulsivo. Temendo di aver esagerato, ho fatto un controllo.

Kyle Walker (acquistato dal Tottenham nel 2017); Ruben Dìas (dal Benfica nel 2020); John Stones (dall’Everton nel 2016); Oleksandr Zinchenko (dal PSV nel 2017); Aymeric Laporte (dall’Athletic Bilbao nel 2018); Benjamin Mendy (dal Monaco nel 2017); Joao Cancelo (dalla Juventus nel 2019); Eric García (dal Barcellona nel 2017), Nathan Aké (dal Bournemoth nel 2020).

Ripeto, Guardiola è un genio. Ma ha potuto contare su questi nove acquisti, tutti e nove titolari nelle rispettive nazionali, per una spesa complessiva non inferiore ai 300 milioni nelle ultime 5 sessioni di mercato. Il solo Akè, riserva della riserva, è stato pagato 45,3 milioni…

Il valzer delle panchine. Già una l’ho sbagliata.

Il 30 aprile avevo scritto: QUI

Il valzer delle panchine. 1

No alla #SuperLega, naufragata già prima del varo

Rivincite ha tre anni, non era difficile immaginare questo disastro… Di certe dinamiche ho scritto spesso sul blog, nessuno potrà meravigliarsi della mia netta contrarietà al progetto della “Superlega”.

Mi dispiace che anche l’Inter faccia parte della “sporca dozzina”, e certo non cambio idea perché gli interessi a breve della proprietà cinese spingono all’alleanza fra i club più indebitati del mondo. Essere al traino delle ambizioni di mentitori seriali come Florentino Perez e di Agnelli mi sembra una delle pagine più nere della storia nerazzurra: stimavo Marotta, ma si è prestato a favorire il rialzo in Borsa della Juve…

Di “super”, questa lega ha solo i debiti. E nel modo in cui è stata annunciata, non funzionerà mai. Senza tedeschi e francesi, olandesi e portoghesi, persino la platea televisiva diventa asfittica. Delle 65 edizioni della Coppa dei Campioni, mancano i vincitori di ben 22, e fra i 12 stanno società che non l’hanno mai vinta. Già questo fa capire l’abissale differenza con l’Eurolega di basket – competizione che disprezzo, perché contano i soldi per pagare le licenze, ma che pure è riuscita ad attrarre tutte le squadre migliori. Si coprono di ridicolo quelli che propongono paragoni con la NBA, non sanno di che parlano.

La mia metta contrarietà, tuttavia, non va confusa con gli argomenti usati dalle “caste” di Uefa e Fifa, che hanno accompagnato la demolizione del calcio, introducendo regole come il Fair Play Finanziario e assegnando i Mondiali al Qatar. Quanto a quel che penso di chi ha diretto Lega Calcio e Federcalcio nell’ultimo quarto di secolo, lo tengo per me, non ho voglia di pagare avvocati…

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3393, mi ricordo

Mi ricordo l’anno in cui arrivarono alle semifinali di Champions le quattro società più arroganti e straricche d’Europa, le più odiose se escludo la Juve.

#Azzurri: il valore dei record dipende dagli avversari e dai trofei

Nessuno come Mancini!. Quanti record per l’Italia di Mancini. Adesso Mancio ha Lippi nel mirino. Tutti i numeri da record del ct Mancini. Mancini, altro record. L’Italia di Mancini viaggia a ritmi record. Mancini primo ct per % di vittorie… Mi fermo qui, il dolciastro della retorica mi è sempre stato insopportabile. Ci viene detto che Roberto Mancini – proprio come Mario Draghi – è una specie di Re Mida, e in effetti se fa gol pure Sensi…

Vabbé, il 28 maggio saranno tre anni dall’esordio di Mancini sulla prestigiosa panchina della Nazionale. Avvenne contro l’Arabia Saudita (almeno in quel caso, non fu colpa di Renzi).

Nelle prime cinque partite, gli Azzurri furono sconfitti due volte, da Francia e Portogallo, ma dal 10 settembre 2018 la Nazionale è imbattuta. E ieri sera in Lituania ha conseguito il 25esimo risultato utile consecutivo. Ma chi abbiamo affrontato?

Ucraina, Polonia, Portogallo, Stati Uniti, Finlandia, Liechtenstein, Grecia, Bosnia, Armenia, Finlandia, Grecia, Finlandia, Armenia, Liechtenstein, Bosnia, Paesi Bassi, Moldavia, Polonia, Paesi Bassi, Estonia, Polonia, Bosnia, Irlanda del Nord, Bulgaria e Lituania.

Non leggo Brasile, non leggo Argentina, né Spagna o Francia, non leggo Germania e nemmeno Inghilterra, non leggo i nomi delle migliori Nazionali africane.

Leggo i nomi di staterelli che trent’anni fa non esistevano, ci aggiungo un principato che fa da paradiso fiscale, qualche baltico che primeggia nel giavellotto e nel basket, una serie di Paesi impoveriti e senza tradizioni, con le sole eccezioni di Portogallo (0-0) e Paesi Bassi.

Il valore dei record dipende anche, e soprattutto, da chi hai sconfitto. Da quali trofei hai sollevato. Nel Ventunesimo secolo, l’inflazione di partite, spesso inutili, e le sostituzioni, anche per pochi minuti, hanno svalutato il valore storico dei risultati conseguiti in Nazionale.

Tutti i numeri da record” di questa Italia, imbattuta da quasi tre anni, portano a una singolare conclusione: secondo il Ranking Fifa ci sono ben nove Nazionali più forti… Belgio, Francia, Brasile, Inghilterra, Portogallo, Spagna, Argentina, Uruguay e Messico; e siamo appena davanti a Danimarca, Croazia e Germania.

Come mai il record dei marcatori (35 gol in appena 42 presenze) rimane a Giggirriva, che ha vestito l’Azzurro per l’ultima volta 47 anni fa?

Di gol decisivi, Riva ne ha segnati a Svizzera, Jugoslavia, Spagna, Portogallo, Germania Est e Germania Ovest, Messico, Svezia, Belgio e Brasile.

Giacinto Facchetti ha giocato in Nazionale per quasi quindici anni, dal marzo 1963 al novembre 1977. Eppure, il Gigante di Treviglio è sceso al decimo posto nella classifica dei calciatori che hanno indossato più volte la maglia azzurra. E Dino Zoff è solo sesto… Bonucci e Chiellini hanno il doppio di presenze di Baggio e Rivera: vorrà dire qualcosa?

Superpippo! E due ore prima…

#Rivincite recensito da Marco Pastonesi

Rivincite uscì quasi tre anni fa.

Mi fa piacere ogni volta che il libro mi offre un segno di vita (da tempo lo si può ordinare solo online) e sono molto contento della recensione che un grande giornalista, Marco Pastonesi, gli ha appena riservato.

Di Pastonesi ho letto vari libri sul rugby, gli All Blacks, Jonah Lomu… lo considero fra i pochi che sanno emozionare senza sotterfugi, scavando nella profonda epica dello sport.

Questa recensione è apparsa su TuttoBiciWeb.

L’ORA DEL PASTO. LO SPORT, LA STORIA, LE RIVINCITE

E’ arte: il rovescio a una mano di Roger Federer, il Cristo agli anelli di Yuri Chechi, il tunnel di Omar Sivori. E’ spettacolo: la sospensione volatile di Michael Jordan, la beduina pallanotistica di Gildo Arena, l’immobilità nelle cronometro di Jacques Anquetil. E’ allenamento: le distanze chilometriche di Fausto Coppi, il martirio quotidiano di Pietro Mennea, le evoluzioni aeronautiche di Klaus Dibiasi. Ed è sempre storia: scritta su una pedana o su un tornante, in un’arena o in un diamante, nell’area dei 22 metri o in quella dei tre secondi.

 
Un’infinità di sfide e avventure. Ghedini evita ordini cronologici e divisioni settoriali, si affida a categorie elastiche, da “messaggi” a “ispirazioni”, passando attraverso “colori” e “palcoscenici”, cominciando e concludendo con Tommie Smith e John Carlos, e anche Peter Norman, sul podio olimpico dei 200 metri nel 1968, i primi due statunitensi neri, il terzo australiano bianco. “I due hanno studiato l’immagine da imporre, ma pare sia proprio Norman, nello spogliatoio, a suggerire di dividersi l’unico paio di guanti: Carlos li ha dimenticati, Smith gli passa uno dei suoi”. E non è tutto. “In quello spogliatoio c’è un altro bianco, Paul Hoffman, membro della squadra Usa di canottaggio: è lui a donare all’australiano la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, ideato da Harry Edwards. Per questo, Hoffman verrà allontanato dalla nazionale e accusato di cospirazione”.

C’è anche il ciclismo in “Rivincite”. C’è Alfonsina Morini, più conosciuta come Alfonsina Strada, “il diavolo in gonnella”, la prima donna (e l’unica) a completare un Giro d’Italia (anche se fuori classifica), nel 1924 (e nel 1938 avrebbe migliorato il record dell’ora). Ci sono Fausto Coppi protagonista nel Giro d’Italia della rinascita, il ritorno alla vita dopo la Seconda guerra mondiale, e Gino Bartali, che salvò la patria al Tour de France del 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Ci sono Alfredo Binda e Vincenzo Torriani, tutti e due candidati democristiani e tutti e due usciti sconfitti dalle elezioni, “il trombettiere” nel 1948 e 1953, “il patron” nel 1953 e nel 1958. Ci sono i corridori partigiani, come Alfredo Martini, e quelli repubblichini, come Fiorenzo Magni, ci sono i corridori colpevoli di doping, come Lance Armstrong e Floyd Landis, ma c’è anche l’ex presidente dell’Uci Hein Verbruggen, accusato dallo stesso Armstrong perché “sapeva del mio utilizzo di sostanze dopanti e mi aiutava a nasconderlo. Fu una delle persone che mi permise di portare a termine il Tour de France del 1999 nonostante fossi risultato positivo a un test”. Infine ci sono 304 opere, tra libri e giornali, citati nella bibliografia.

Sì: lo sport è arte, spettacolo e – sempre – storia. E’ anche letteratura. “Questo – avverte Ghedini – non è esattamente un saggio, né si può definire narrativa. E’ un ibrido necessario al mio scopo: raccogliere storie in bilico fra storia e politica, epica e cronaca. La memoria fa strani scherzi”. “Rivincite” ritorna, ritrova, rivede, riscopre, rivince.

Fuori agli Ottavi: ma quale testa alta?

Non resisto alla tentazione di buttare giù due righe sull’eliminazione del Milan, innervosito dalla retorica consolatoria di tanti commentatori. Consolatoria quanto diseducativa.

Su Twitter ho visto le immagini dell’uscita dal campo di Pioli, lo scatto di nervi nei confronti di Solskjaer. Viene facile dedurre che allenatore e squadra pensassero di farcela, di avanzare in Coppa, di confermare il famoso dna europeo.

Del resto, la partecipazione a questa edizione di Europa League pareva baciata dalla buona sorte. Leggi il resto dell’articolo

Steffi Graf, Elena Marinelli, 66thand2nd, 2020

Truffaut fa dire al protagonista di un suo film: “Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia” (L’uomo che amava le donne, 1977). Fra il 1987 e il 1999, le gambe della Graf erano una delle sette meraviglie del mondo.

Timidezza, introversione, spasmodica concentrazione… E poi quel dritto fulminante, fosse incrociato, lungolinea o, meraviglia delle meraviglie, sparato in uscita dalla sinistra del campo. Il volto di Steffi Graf era impassibile, sempre a un millimetro dalla sofferenza. L’ho istintivamente inserita fra quegli sportivi che ci comunicano una verità essenziale: il dolore per una sconfitta può essere ben più intenso della felicità per una vittoria.

È una lettura piacevole, fin troppo trattenuta, quasi che Elena Marinelli non volesse offendere la ricercata riservatezza della protagonista (nulla a che vedere con la l’epica di Open, più vicina al taglio di Inarrestabile).

La scrittrice si ritaglia poche pagine autobiografiche. Molisana, nata nel 1981 o ’82, scopre il tennis in vacanza al mare. Non tifa Milan, ama Troisi. Dal web si ricava che l’anno di nascita è l’82, il paese d’origine Casacalenda, ha studiato Scienze della Comunicazione e poi al DAMS di Bologna, porta gli occhiali, aveva già pubblicato un romanzo (Il terzo incomodo) e con Steffi Graf non è mai riuscita a parlare. Da Las Vegas, dove vive, pare che l’ex campionessa risponda a tutti così: «Grazie, ma non sono interessata a libri che riguardano la mia vita».

Passione e perfezione”, più che una biografia, un’ecografia, uno scandaglio di riverberi e ombre, uno studio meticoloso e documentatissimo del gioco di Steffi Graf e di come corrispondesse alla sua personalità.

Stefania Maria nasce il 14 giugno 1969, primogenita di Peter Graf, che vende auto usate e assicurazioni automobilistiche, e Heidi Schalk, “che adora ballare e ogni tanto dà lezioni private”. Vivono a Mannheim, Germania Ovest. È stato il padre ad avvicinarla al tennis, quando non aveva ancora cinque anni. Alla bambina piace vincere per compiacere i genitori e per il gusto della ricompensa: merendine, fragole, gelato. Scopre in sé una fortissima capacità di dedizione al gioco. Se ha paure, non le mostra. Fin dagli otto anni, Dunlop le fornisce le racchette; poi sarà Adidas a vestirla. Il padre la asseconda quando si accorge che a Steffi non piace giocare il topspin, allora così di moda, ma preferisce colpire la pallina forte e diritta.

Dal 1983, Steffi entra nel circuito professionistico. Mostra doti rare: impara dalle sconfitte e non lascia trasparire le emozioni. È precoce, ma meno di Austin, Shriver e altre. Non vince uno Slam nelle prime quattro stagioni da professionista. Solleva il primo trofeo al quarantasettesimo tentativo.

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Senza vergogna

Il Napoli al completo (facciamo finta di credere ancora al calcio italiano)

Milan-Napoli, Juventus-Napoli e Roma-Napoli: in sette giorni avremo più di un verdetto e non sarei stupito se Gattuso uscirà da questo trittico con 5-6 punti.

Più volte, ho scritto di considerare la rosa del Napoli seconda solo alla Juve, di valore pressoché equivalente a quella dell’Inter. La gestione del Caso Milik mi è parsa autolesionista, ancora non capisco la strategia dei due portieri che si alternano, ma resta sorprendente che il Napoli stia così indietro.

Sesto, a 15 punti dall’Inter (12 ipotizzando che batta la Juve), ha già accumulato 8 sconfitte: eppure, continuo a credere che il potenziale a disposizione di Gattuso sia di prim’ordine. In campionato, nessuno ha messo alle corde l’Inter come ha saputo fare il Napoli, finendo con un pugno di mosche, perché ci sono stagioni che girano storte e non puoi farci niente. Il Napoli ha il terzo attacco del campionato e la terza differenza-reti, nettamente migliore di quella del Milan, che lo precede di 9 punti.

Al completo, il Napoli non lo abbiamo quasi visto. È stato menomato dalle lunghe assenze – infortuni o Covid – di Koulibaly, Osimhen, Mertens, Ghoulam, Hysai, Fabian Ruiz e Lozano. Nessuno della rosa le ha giocate tutte, il più presente è Politano, non dico altro… In varie partite, Gattuso ha dovuto inventarsi interi reparti. Ma il peggio sembra essere passato, e il quarto posto non è poi così lontano. Ovvio che per una settimana, il tifoso interista debba tifare Napoli.

Anziché buttarlo nel cestino, ecco il post che avevo impostato giorni fa per pubblicarlo domani. Ma ieri abbiamo assistito all’ennesimo scandalo del calcio italiano. Incredibile a dirsi, vi è coinvolta la Juventus, con la patetica complicità di De Laurentiis. Leggi il resto dell’articolo

Farsi gli affari degli altri

Farsi gli affari della Juve, apparirà di cattivo gusto agli juventini.

Mi autoassolvo perché troppi commentatori, da anni, a ogni delusione europea, ci propongono questa insana logica: quando perde l’Inter, è crisi Inter; quando perde la Juve, è crisi del calcio italiano.

Trovo grottesco che adesso il problema si chiami Cristiano Ronaldo e tanti suggeriscano di cederlo: come se ci fosse la fila degli acquirenti… Non vedo chi possa accollarsi quello stipendio e quell’ammortamento, CR7 costa da solo quanto 6-7 squadre di Serie A, il monte-ingaggi della Juve è da anni doppio di qualsiasi antagonista nostrana, ci avevano dottamente spiegato che il suo ingaggio si sarebbe ripagato con le magliette.

Farsi gli affari del Pd, apparirà di cattivo gusto a chi ancora crede nel Pd.

Mi autoassolvo perché apprezzo le ospitate di Enrico Letta a Propaganda Live, e mi spiacerebbe rinunciarvi. Leggo che il giovane Letta (qualcuno avrà già dimenticato chi sia suo zio) sta meditando se accettare il richiamo di chi lo sacrificò all’irresistibile ascesa di Renzi (tutti i dirigenti del Pd, a parte Civati), e mi pare che abbia posto due condizioni inaccettabili. Dunque verranno accettate e tradite subito dopo.

Per “salvare il Pd”, Letta pare disposto a rinunciare alla sua invidiabile vita parigina, purché sia l’intero gruppo dirigente a chiederglielo (in questo, c’è un po’ di stalinismo) e, soprattutto, purché si tratti di fare il segretario fino alla naturale scadenza congressuale, cioè fino al 2023.

Questa seconda richiesta mi pare sinceramente insensata. L’ultimo congresso, il Pd l’ha celebrato dopo aver costretto Renzi alle dimissioni, con la bella trovata di eleggere un personaggio che già faceva il Presidente di Regione, chiamato a smaltire le rovine lasciate dal predecessore. Non sta a me valutare con che risultato, fatto sta che Zingaretti si è dimesso in quel modo, i sondaggi viaggiano verso il basso, e nel frattempo la linea politica congressuale è stata capovolta due volte, senza mai coinvolgere il partito. Ingessare la discussione per altri due anni, non credo servirà a salvare la pelle.

Alla fine, temo che Letta accetterà, la pandemia giustifica qualsiasi “stato di eccezione” e la coerenza abbiamo smesso di aspettarcela da chi fa politica. Ma anche in un mondo dalla memoria corta, non gli sarà possibile far dimenticare che sette anni fa lui, Enrico Letta, pronunciò parole analoghe a quelle del suo “nemico”, giurando di lasciare la politica. Se vi rientra, comincerà a somigliare a colui che gli disse “Stai sereno”.

Meglio un uovo oggi: la Juve fuori!

Fra i motivi essenziali per cui continuo a seguire il calcio e altri sport sfigurati dal denaro, rispetto a quando ho cominciato ad amarli, c’è quello identificato da artisti sudamericani come Soriano e Galeano: il periodico ritorno all’infanzia.

Siamo persone diverse, a sessantuno anni, rispetto a come eravamo a dodici, a trenta o anche a cinquanta (a cinquanta, per dire, si può festeggiare un Triplete). Siamo persone diverse, diamo importanza a cose diverse, reagiamo diversamente alle vittorie e alle sconfitte esistenziali, nella vita quotidiana, forse è inevitabile un disincanto rispetto a certe passioni giovanili, eppure qualcosa resta testardamente identico.

Ricordo gli amici di certe discussioni primaverili alla fine degli anni Sessanta, discussioni rifatte nei Settanta e negli Ottanta e nei Novanta: a un certo punto, la Juve doveva giocare una partita decisiva in Coppa, e se fosse stata eliminata avrebbe potuto concentrare le proprie energie sul campionato, ma cosa desiderava il tifoso interista – e io fra loro?

Che venisse eliminata. Meglio se immeritatamente.

La sorte europea della Juve è la più nitida dimostrazione del detto “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Leggi il resto dell’articolo

Schizofrenie

Oggi o domani arriveremo a tre milioni di contagiati (facile immaginare siano almeno il doppio), il 6 o il 7 marzo saremo a centomila morti, tutte le peggiori curve che tornano a salire… Ma gli stessi che ostentavano di non portare la mascherina, e negavano la possibilità di una Seconda Ondata, davanti alla Terza ci fanno lezioni sui vaccini, e chiedono di estendere la somministrazione anche allo Sputnik.

Il nuovo governo scrive un nuovo decreto per aiutare le fasce della popolazione più colpite dal punto di vista economico… Nessuno osa negare la “continuità” con i famigerati Dpcm del governo precedente, ma c’è una grande novità: il decreto non parlerà più di “ristori”, ma di “sostegno”.

Sembra ormai certo che la sospensione della democrazia riceverà un ulteriore timbro, con il rinvio a ottobre delle regionali in Calabria e delle amministrative a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e in 1200 altri Comuni… Ma a giugno l’Italia insiste nel voler ospitare le partite dei campionati europei di calcio, mentre Glasgow, Dublino e Bilbao hanno già cancellato i loro appuntamenti. Leggi il resto dell’articolo

La strage degli stadi: cancellate i Mondiali del Qatar!

Il torneo dovrebbe cominciare lunedì 21 novembre 2022 alle 11.00 italiane… Sto parlando dei Mondiali di calcio in Qatar. . Il post che segue sarà di inusuale lunghezza – 8-9 minuti di lettura -, perché in larga parte riprende quanto avevo scritto su Rivincite, quasi tre anni fa.

L’attualità sta nell’inchiesta appena pubblicata dal Guardian e rimbalzata su alcuni quotidiani italiani, secondo la quale per costruire gli stadi e le infrastrutture in Qatar sarebbero già morte 6.750 persone, nel novantanove per cento dei casi migranti schiavizzati, venuti dall’Asia.

Il calcio non era mai stato così disumano. Notizie come questa vengono digerite senza colpo ferire. È la più diffusa e subdola forma di razzismo, si tratta del doppio delle vittime delle Twin Towers, e non avranno celebrazioni o monumenti, anzi resteranno anonime, in vista di un grande spettacolo planetario di cui dovremmo vergognarci.

La politica, in Occidente, è ormai pura forma, senza valori. Nemmeno il socialismo europeo è più capace di indignazione. Quanto vorrei potermi riconoscere in un partito o un movimento che cominciasse a dirlo oggi, e ripeterlo in ogni sede: i Mondiali in Qatar sono stati uno scandalo fin da prima che venissero assegnati, ora vanno annullati e trasferiti altrove!

E se ciò non avvenisse, qualcuno dovrebbe organizzare un boicottaggio delle trasmissioni tv, per togliere ogni legittimazione a un regime medievale e a quegli ignobili sponsor che sanciscono il primato dei profitti sui più elementari diritti umani.

Ecco cosa avevo scritto su Rivincite. Leggi il resto dell’articolo

#Juventini. Lettura consigliata a chi ancora crede che la società sia meglio della politica… Si può diventare Rettore, essere costretti a dimettersi e sentirsi una vittima. Giuliana Greco Bolli, intervistata da Fabio Tonacci per Repubblica, ci fa sapere quanto segue.

Tra la professoressa Giuliana Grego Bolli e il bomber dell’ Atletico Madrid, Luis Alberto Suarez, non ci sono sei gradi di separazione. Ce ne sono almeno seimila. Vivono in universi paralleli che si sono toccati solo una volta, il 17 settembre scorso, giorno dell’esame “farsa” sostenuto dal calciatore obiettivo di mercato della Juventus. E a bruciarsi è stata la rettrice (ora dimissionaria) dell’Università per stranieri di Perugia. Grego Bolli (69 anni) è indagata per falso e rivelazione di segreto d’ufficio. È difesa dallo studio legale Brunelli. Da quando è scoppiato lo scandalo, non ha mai voluto parlare. Né con i giornalisti, né con i magistrati. Adesso consegna a Repubblica la sua versione dei fatti.

Sapeva chi era Suarez?

«No. Quando mi hanno chiamato per dirmi che la Juventus stava cercando di fargli fare l’esame di italiano, mi hanno dovuto spiegare chi fosse. Nella mia famiglia sono tutti juventini, io non guardo le partite».

La sua prima reazione?

«Ho pensato che fosse un buona opportunità per rilanciare la visibilità del mio Ateneo». Leggi il resto dell’articolo

Manchester United. La leggenda dei Busby Babes, Luca Manes

Era il 6 febbraio del 1958…

Manes ricostruisce la storia di questo club leggendario, passato attraverso catastrofi e trionfi, a partire dalla costruzione dell’Old Trafford (il Theatre of Dreams, come viene definito dai tifosi bianco-rossi), negli anni compresi fra il 1908 e il 1910.

Lo United retrocesse due volte in Second Division, nel 1931 e nel 1937, e vi giocò cinque campionati. L’11 marzo 1941 la Luftwaffe aveva attaccato i Salford Docks e l’intero distretto industriale, l’Old Trafford fu quasi distrutto. La ricostruzione richiedeva ingenti spese, la squadra doveva essere rifondata con ragazzi di Manchester e dintorni. Il presidente Gibson affidato questo progetto a Matt Busby, scozzese, nato il 26 maggio 1909 ad Orbiston, già calciatore nel Manchester City e nel Liverpool. Nell’ottobre 1945, Busby firma un contratto quinquennale. Leggi il resto dell’articolo

Non dite a mia mamma che faccio il giornalista sportivo (mi crede scippatore di vecchiette)

Lettura avvincente, per come gli aneddoti si infilano nell’autobiografia, i grandi avvenimenti sportivi si sovrappongono alle vicende personali.
Due esempi: l’improvvisa morte di Fausto Coppi e “il biglietto della lotteria” del giovane giornalista; l’aver perso tanti soldi con i bonds argentini, ultima spinta della cattiva sorte a lavorare ancora.

Il libro fu pubblicato da Limina nel 2010.

Nato nel 1935 a Torino, Ormezzano, entrò nella redazione di Tuttosport a fine 1953, ci è restato sino al 1979 diventandone anche direttore (dal 1974, e senza mai avere scritto la cronaca di una partita di calcio). Passato a La Stampa come inviato speciale, diviene “primatista” mondiale di Giochi Olimpici, coprendone 24: da Squaw Valley 1960 a Torino 2006.
Di sé dice che il vertice della sua scrittura risale al 1964, Olimpiadi di Tokyo, una poesiola intitolata “Invidia”, ispirata dalle gare di canottaggio: Al quattro senza / non far sapere / che il quattro con / ha il timoniere”.

Da una vita avventurosa e divertente, deriva un’autobiografia sincera, costruita come un tipico “romanzo di formazione”: l’apprendistato, le esperienze fondamentali, i momenti fatali, il diventare adulti, la fine dell’innocenza… Il libro diventa una “confessione”, anzi un “principio di espiazione”. Perché lo sport è peggiorato e uno dei principali colpevoli è il giornalismo: “io aspirante killer o quasi di un giornalismo sportivo che pure ho amato e amo, che ha dato da campare a me e alla mia famiglia. È vero, è verissimo che di questo giornalismo penso male, che voglio il suo male. Non sputo nel piatto in cui ho mangiato: lo rompo”. Leggi il resto dell’articolo

Cantù-Varese, il derby più triste degli ultimi sessant’anni

Negli ultimi anni, le coppe europee di basket hanno cambiato natura. Vi si accede per soldi, non per merito, e ci si spartiscono i soldi veri, perché i campionati nazionali – fatta eccezione per Spagna e Turchia – sono ormai poca cosa.

La marginalità del basket italiano è sancita dal fatto che l’Eurolega – l’ex Coppa dei Campioni, ora pagata da Turkish Airlines – è stata vinta da una squadra italiana (Virtus Bologna) per l’ultima volta vent’anni fa.

C’è stato un tempo in cui le Coppe erano tre – Campioni, Coppe/Saporta, Korac – e le squadre italiane vincevano spesso. Poi, chi aveva vinto la più importante, giocava l’Intercontinentale contro una squadra sudamericana.
Sommando le vittorie italiane in queste quattro grandi Coppe, si arriva a 45. E fra le squadre italiane, ne spiccano tre: Cantù (12 vittorie), Varese (10) e Milano (9). Seguono, molto staccate, Virtus Bologna, Roma, Treviso, Rieti, Sassari, eccetera.

Cantù può vantare 2 Intercontinentali, 2 Campioni, 4 Coppe e 4 Korac, mentre Varese ha sollevato 3 Intercontinentali, 5 Campioni e 2 Coppe.
Ieri, nel deserto palasport di Desio è andato in scena il derby.
Si affrontavano la penultima e l’ultima in classifica, ha vinto Cantù e ora Varese corre il rischio di retrocedere.

In gita

Mi piace occuparmi del rapporto – spesso incestuoso – fra sport e politica.

So bene che i “tifosi” di Renzi e quelli di CR7 sono impermeabili a qualunque ragionamento, ma Twitter mi serve per sfogarmi rapidamente e quel che vorrei evidenziare anche ai più fanatici e comprensivi è il disprezzo di questi due personaggi per le regole che valgono per tutti gli altri. In piena pandemia, e mentre è atteso al Quirinale, Renzi prende aerei e va in altri continenti, mentre CR7 si svaga sulla neve con la fidanzata, nonostante abbia già un precedente – la quarantena a Torino, dopo aver contratto il virus in Portogallo.

Trovo magnifico, inoltre, il tentativo di Repubblica – ora che la proprietà coincide con quella della Juventus – di difendere CR7, facendo sembrare che la sua gita con Georgina non avesse solo finalità romantiche… Fra i peggiori tifosi, ci sono i giornalisti zelanti.

Meité, Mandzukic, Tomori e pure Firpo… Il Milan ci crede (e fa bene a farlo). Ma al Chelsea, quanto odiano Conte?

Tifo Reds, in subordine l’Arsenal di Nick Hornby, adoravo il Nottingham Forest e mi sta simpatico il Leicester, squadra antichissima (1884), che ha avuto come centravanti Gary Lineker e aspettato 130 anni per vincere uno “scudetto”. The Foxes continuano a ottenere risultati prodigiosi, nonostante la vendita di pezzi pregiati come Mahrez, Kantè, Drinkwater e Chilwell, e gli incassi garantiti da una città più piccola di Bologna.

Le mie antipatie si focalizzano sui neoricchi che aggirano il FFP e gettano i soldi dalla finestra: più tenue il fastidio per il City, perché lo allena Pep e fa un gioco che ricorda il miglior Barça, ma il Chelsea proprio non lo sopporto.

Simbolo della vanità degli oligarchi – purtroppo alla Pallacanestro Cantù hanno sperimentato quelli che fanno più danni della grandine – da anni il Chelsea inflaziona il mercato con acquisti strapagati, e da quando Antonio Conte ha sbattuto la porta, non è che Abramovich abbia avuto molto da festeggiare.

Purtroppo (per l’Inter), Conte se n’è andato litigando furiosamente, le parti sono andate per avvocati, e infine la società è stata costretta a pagare un ricco indennizzo. E se l’è legata al dito… Infatti, se l’Inter chiede al Chelsea il prezzo di Kanté, si sente rispondere che non ha prezzo, e anche se chiede riserve come Emerson Palmieri o Marcos Alonso, le richieste sono improponibili.

Nella classifica di Premier League, il Chelsea veleggia al nono posto (ma l’Aston Villa ha molte partite in meno e può sorpassarlo). Dal Chelsea – per Drinkwater, Kanté e Chilwell – il Leicester ha incassato circa 150 milioni di sterline, e qualche giorno fa, le Volpi hanno rifilato un secco 2-0 ai ricchi londinesi.

Date un’occhiata alla panchina: avete idea di quanto hanno pagato Christensen, Timo Werner e Zouma?

Ora, sembra che il Chelsea stia per cedere in prestito al Milan Fikayo Tomori, il suo difensore più giovane e promettente; agli inglesi andrebbe un milione di euro per il prestito, con un riscatto fissato poco sopra i 20 milioni.

Più o meno quanto il Barcellona vuol farsi pagare Junior Firpo. Ricordate quando sembrava certo che Lautaro Martinez avrebbe giocato accanto all’amico Messi? L’accordo non fu trovato perché il Barca non voleva pagare la clausola di Lautaro e valutava Junior Firpo 40 milioni di euro. Al Milan, lo cederebbe a metà prezzo.

Strane incongruenze. Ma la più strana è un’altra: a fine ottobre, l’assemblea degli azionisti del Milan ha approvato all’unanimità il bilancio al 30 giugno 2020, chiuso con una perdita record di 194,6 milioni di euro. Un anno prima, il rosso era stato di 146 milioni, per un totale di 340. Eppure, Elliot stacca assegni e compra Meité, Mandzukic, Tomori e Firpo.

Poi ci si chiede come mai i giornali sportivi perdano copie.

20 gennaio, una ricorrenza storica per il calcio inglese

“Problemi religiosi hanno avuto un notevole rilievo anche nel Paese che ha inventato il gioco del calcio: per quasi un secolo tutte le partite dei campionati britannici si sono disputate il sabato pomeriggio, per non entrare in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche.

Il potere della Chiesa è andato sfumando, rispetto ad altri interessi. Per esempio, l’esigenza politica di risparmiare energia nella fase in cui l’OPEC (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) sospende le forniture agli Stati che hanno appoggiato gli israeliani nella guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973.

Alle 11.30 del 20 gennaio 1974 il tabù viene infranto: Millwall-Fulham si gioca di domenica, il gol di Brian Clark porta alla vittoria i padroni di casa in uno degli innumerevoli derby londinesi.

Da quel momento, nessun freno simbolico può reggere, e saranno gli interessi televisivi – prima fonte di finanziamento per le società calcistiche – a far esplodere il calendario, con partite disputate ogni giorno della settimana, in orari sempre più vari.

È paradossale che in un Paese cattolico come l’Italia, fin dall’inizio, fra fine Ottocento e primi del Novecento, le partite di calcio si disputino la domenica. Al sabato tutti lavorano, la conquista del “sabato inglese” (con la riduzione dell’orario), è ancora solo un’aspirazione del movimento sindacale”.

Rivincite, 2018, pagina 29.