Derive del finanzcalcio

Due notizie di questi giorni potrebbero far capire anche a chi insiste a tenere gli occhi chiusi, che non ha più senso parlare di calcio. Non del calcio a cui ci siamo appassionati.

Anche l’espressione “neocalcio”, introdotta all’inizio del nuovo secolo, mentre stava avvenendo il primo salto di qualità – con l’abisso scavato fra ricchi e poveri, e fra Europa e resto del mondo – mi pare ormai inadeguata.

Con il neocalcio, eravamo usciti dallo sport per entrare nella dimensione in cui la partita poteva essere considerata parte integrante della grande industria dell’intrattenimento. Ora stiamo entrando in una dimensione nella quale il fatto sportivo diventa pressoché indifferente, e le classifiche del fatturato prevalgono su qualunque trofeo. Lo chiamo “finanzcalcio”, in mancanza di meglio.

In questo nuovo mondo, un gruppo ristrettissimo di squadre europee – una dozzina, forse meno – si divide gran parte della torta, lasciando le briciole a tutte le altre. Per un tifoso dell’Inter con un bel po’ di pelo sullo stomaco, il dilemma si configura così: Suning avrà voglia di sollevarci a quelle altitudini esclusive, o dovremo assuefarci a secondi-terzi posti in campionato, Ottavi di Champions e qualche sporadica Coppa Italia?

Due notizie, dicevo. La prima è che la proprietà del Manchester City ha ceduto il 10% della società per 450 milioni di euro. La seconda è che nel 2018 la crisi del mercato italiano della pay tv si è seccamente aggravata, con la perdita di oltre un milione di abbonati.

Il Manchester City, dunque, vale 4,4 miliardi di euro. Più di tutta la Serie A.

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Furie Rosse, sesto trionfo in Davis. E non è solo #Nadal

Sulla nuova formula della Coppa Davis ho qualche dubbio: gradirei almeno un singolare in più, oppure un secondo doppio, perché vincere 2 partite non può bastare a passare il turno. Ma sono le tv a dettare le regole, e la nuova formula offre vari pregi in termini di ritmo e di intrattenimento.

Ha vinto la Spagna di Rafa Nadal, battendo in finale il giovanissimo Canada di Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime, due ragazzi che potrebbero anche vincerla questa Coppa. Quando Nadal avrà deciso di ritirarsi, s’intende.

In Coppa Davis, la Spagna franchista – quella di Manolo Santana (più Juan Gisbert prima, e Manuel Orantes poi) – arrivò due volte in finale contro l’imbattibile Australia, nel ’65 e nel ’67, sull’erba di Sydney e Brisbane, due volte sconfitta 4-1. Fred Stolle e Roy Emerson, Newcombe e Roche era inaffrontabili sulla loro superficie preferita.

È nell’anno 2000 che comincia la leggenda: 6 Coppe vinte nelle ultime 20, con altre due finali perse. Nell’ultimo ventennio, nessuna nazione si è anche solo avvicinata alla Spagna (la Francia ha raggiunto la finale sei volte, ma ne ha vinte solo due).

In quel 2000, nel Palau Sant Jordi di Barcellona contro l’Australia, la prima Coppa venne vinta da Juan Carlos Ferrero, Costa, Balcells e Corretja.

Nel 2004, a Siviglia contro gli Stati Uniti, Ferrero c’era ancora, ma solo in doppio con Robredo, ai singolari pensavano Carlos Moya e soprattutto Rafa Nadal, alla prima delle sue 5 vittorie. Ma di finali ne ha giocate solo 4… Sì, perché un infortunio al ginocchio impedì a Nadal di presentarsi nel 2008 a Buenos Aires, e quel trionfo iberico porta i nomi di Feliciano Lopez e Fernando Verdasco, nonché David Ferrer. A Barcelona 2009, Rafa ritorna e la Spagna batte la Repubblica Ceka 5-0 con il contributo di Ferrer, Lopez e Verdasco. Passano due anni, e nel 2011 a Siviglia è lo stesso quartetto a conquistare il trofeo battendo l’Argentina per 3-1.

Di anni ne sono passati altri otto per ritrovare, nei giorni scorsi a Madrid, Nadal insieme al talento emergente Bautista-Agut, a Granollers e a Lopez.

Ho letto che in Davis, Nadal ha un record di 36 vinte e 5 perse. Impressiona il fatto che 3 delle sconfitte vennero nelle prime 4 partite, Rafa ne ha perse solo 2 nelle ultime 35 e ha vinto tutte le ultime 31… In finale, il suo tabellino conta solo vittorie.

Storie di Ex e di conflitti di interesse

Ancora sconvolto dalla diffusione delle immagini (e suoni) del tatuaggio all’inguine che si è inflitta la manager più ambita, che cura gli interessi del nostro spero presto EX centravanti, scopro che l’EX presidente di Lega Calcio dirigeva la banca che ha emesso il bond da 175 milioni per la Juventus, e che Alberto Pairetto è un dipendente della Juventus, nonché il fratello di Luca, arbitro in attività, e figlio di Pierluigi, EX arbitro ed EX designatore, quello di Calciopoli.

Fatturati

«La Champions l’hanno vinta anche squadre come Porto e Monaco». Nella più grande tv a pagamento ho sentito anche questa!

Sono passati 16 anni dall’ultima volta che il Porto ha vinto la CL, e a meno che non mi sia distratto, il Monaco non ce l’ha mai fatta (forse si è confuso con l’Olympique Marsiglia)… Suggerimento: per fare bella figura, dite che la Coppa l’hanno vinta persino la Stella Rossa di Belgrado, il Celtic Glasgow e la Steaua Bucarest.

Negli ultimi 20 anni, hanno inciso il nome sulla Coppa solo 9 squadre: 6 volte il Real, 4 Barça, 2 Milan, Liverpool e Bayern, una Chelsea, United, Porto e Inter.

Dite che il fatturato non conta?

Auferstanden aus Ruinen, per 192 volte risuonò l’inno della DDR. #Rivincite outtakes 90

Fra Grenoble 1968 e Seul 1988, nelle undici edizioni dei Giochi (sei invernali e cinque estive), per 192 volte risuona «Auferstanden aus Ruinen», l’inno scritto da Johannes Recher e musicato da Hanns Eisler, già compositore ufficiale dell’Olimpiada Popular di Barcellona 1936.

“Risorta dalle rovine”, come canta l’inno, fra Olimpiadi e Mondiali di atletica, la Germania Est accumula 541 medaglie senza che un solo protagonista rimanga incastrato nelle reti antidoping. I programmi farmacologici vengono testati presso la Deutsche Hochschule fur Korperkultur, la Scuola per la Cultura del Corpo dell’università di Lipsia.

Sofisticate ricerche consentono di cogliere un duplice obiettivo: migliorare le prestazioni e rendere le sostanze proibite irrilevabili ai controlli antidoping. In oltre vent’anni di biochimica sistematica, la Germania Est non subisce nemmeno una squalifica.

Sta su Rivincite, in uno dei tanti passaggi che ho riservato allo sport nella Germania Est.

Siccome da anni non si fa che parlare del doping, che avrebbe esaltato un movimento sportivo corrotto, alla viglia del trentennale del crollo del Muro trovo molto positivo quanto scritto da un ottimo giornalista, Nicola Roggero, sul sito di SkySport, vi invito a leggerlo e ne riproduco un paio di frasi.

Un quarto di secolo che rivoluzionò lo sport, con una forza che inevitabilmente si trascinò dietro i sospetti del doping e le perplessità di un sistema di reclutamento e indirizzo alla competizione possibile solo in un paese senza democrazia. L’errore, però, sarebbe di spiegare quel miracolo solo con la chimica. Che c’era, ovvio, ma da sola non sarebbe stata sufficiente se non supportato da un magistero tecnico assoluto da parte degli allenatori, del talento di chi scendeva in pista, in acqua, sul ghiaccio esibendo una ferocia volontà di vittoria… Non poteva essere solo doping, ma il frutto di un sistema che invogliava a dare il meglio chi, emergendo nello sport, poteva davvero cambiare la sua vita…

Springboks!

Antilopi dall’emisfero australe.

Per l’ottava volta in nove edizioni, la William Webb Cup è stata sollevata dal capitano di una Nazionale dell’emisfero australe. L’ha fatto Siya Kolisi per il Sudafrica, ed è un episodio storico, fondativo, una pietra miliare dall’importanza paragonabile a quella mitica prima volta, nel 1995, quando fu Francois Pienaar a ricevere la Coppa e Mandela indossava la sua maglietta. Meritava un capitolo su Rivincite.

Gli inglesi capitolano per l’ennesima volta all’ultimo ostacolo. Le tradizioni vanno studiate, possiedono un che di misterioso e fatale. Tre finali giocate dagli Springboks, tre vittorie. Quattro finali giocate dai Bianchi, tre sconfitte (una vittoria ai supplementari). E nelle tre finali vittoriose – questo è un dato ai confini della realtà – il Sudafrica non ha concesso agli avversari nemmeno una meta…

A vederli giocare, gli Springboks non riempiono gli occhi, lo spettacolo è l’ultima cosa che gli interessa (solo se la palla arriva a Makazole Mapimpi e, soprattutto, a Cheslin Kolbe si assiste al rugby che fa saltare sulla sedia). Ho visto la squadra di Rassie Erasmus perdere nettamente con gli All Blacks nel girone eliminatorio; li ho visti vincere faticosamente, nei minuti finali, contro un eroico Galles ridotto al lumicino. Ma contro l’Inghilterra non hanno sbagliato niente e raramente si è visto, a questi livelli, un pacchetto di mischia così devastante: 3 calci di punizione conquistati (9 punti decisivi), un dominio inspiegabile se si guarda al peso dei due pacchetti: 920 kg l’Inghilterra, 900 il Sudafrica.

Non amo gli inglesi, per mille motivi extracampo, quando risuona God Save the Queen la tentazione è tifare per gli altri, chiunque siano. Ma l’onore delle armi è il minimo per come hanno battuto l’Australia e schiantato gli All Blacks. Nella finale di Yokohama, sempre costretti a inseguire, sono rimasti in partita fino a tre/quarti, confermando di possedere un’organizzazione fantastica, e un buon numero di talenti (Itoje e Underhill, su tutti). Ma gli Springboks non sono gli All Blacks, sono abituati a difendersi e soffrire, e questo può fare tutta la differenza del mondo. La terza linea, guidata da Duane Vermeulen e da Pieter-Steph du Toit, ha soffocato le fonti di gioco inglesi, finché tutto il peso della sofferenza si è scaricato sulle maglie bianche.

Grandi delusioni? Australia, Francia, Irlanda e Stati Uniti. Rivelazioni? Giappone e Tonga. Conferme? Galles e Italia. Nel senso che i Rossi sono sempre incredibilmente capaci di andare oltre i propri limiti, mentre gli Azzurri veleggiano fra l’undicesima e la tredicesima posizione, nell’aurea mediocrità del ranking. Segnali di crescita? Impercettibili.

3 Agosto 2019, la domanda

2 Novembre 2019, la risposta.

Olympia [id.], Leni Riefenstahl, 1938 [cine43] – 9

Olympia 1-2-3

Documento visivo sfolgorante, essenziale per rivivere l’XI Olimpiade, quella berlinese del 1936: duecentodiciassette minuti restaurati nel 2008 e finalmente visti sul grande schermo del MAST di Bologna.

Avevo già visto il dvd, ma con immagini sgranate e mutilato di mezz’ora. L’opera uscì due anni dopo i Giochi, divisa in due parti: «Olympia. Festa di popoli» (Fest der Völker), di 123’ (ne mancano 12) e «Olympia. Festa di bellezza» (Fest der Schönheit), di 94’ (ne mancano 14). Commissionato dal Comitato Olimpico Internazionale, il film poté contare sul formidabile supporto finanziario del Terzo Reich, a cui non poteva sfuggire l’incommensurabile valore propagandistico dell’evento. E della sua rappresentazione.

Riefenstahl poté ottenere da Goebbels tutte le risorse necessarie (300.000 metri di pellicola, 44 operatori, palloni aerostatici, trincee scavate al fianco degli atleti, zattere, cineprese a tenuta stagna, macchine da presa legate sul petto di corridori e cavalli, musiche originali di Herbert Windt) a dare forma alla propria visione estetica, raffinata attraverso tecniche cinematografiche innovative per l’epoca: primissimi piani, vertiginose angolature di ripresa, carrellate ad affiancare gli atleti in corsa, nuoto e tuffi da sotto il pelo dell’acqua…

Non siamo alla pura propaganda de «Il trionfo della volontà» (sul Congresso di Norimberga del 1934), ma a una forma più sottile ed esaltante di un passaggio storico: «Olympia» mostra l’orgogliosa grandezza della Germania, la sua superba capacità organizzativa.

Nel lungo, maestoso prologo, immagini di vestigia e statue dell’antichità greca sembrano incarnare l’ideale dell’armonia fisica. Un mare di braccia ondeggianti si apre su figure nude di sacerdotesse che fanno rivivere la fiamma sacra, finché un giovane accende una torcia. Leggi il resto dell’articolo

Neri contro Bianchi, la grande semifinale della #WorldCupJapan2019

Non c’è gioco di squadra, per squadre nazionali, più bello del rugby. E negli sport di squadra non ci sarà partita più emozionante da vedere, nell’intero 2019, della semifinale che si sta per giocare nell’International Stadium Yokohama, alle 10 del mattino (ora italiana) fra i Bianchi e i Tuttineri: l’Inghilterra e la Nuova Zelanda, due delle quattro Nazionali che si sono aggiudicate il trofeo.

Tiferò All Blacks, neanche a dirlo. Sono la squadra da battere, la più forte e spettacolare del pianeta, sempre e comunque. Fanno notizia solo le sconfitte. Da più di cent’anni è così.

Ma il campionato inglese è il più ricco del mondo, molti campioni neozelandesi, sudafricani e australiani si fanno attrarre dalle sterline, anche così la storica rivalità viene continuamente rinnovata. Leggi il resto dell’articolo

Barrilete Cosmico, intervistato da Radio Popolare

Il podcast QUIHo detto più o meno questo

Siamo di fronte a sportivi che assumono esplicite prese di posizione su vicende politiche. Non commettere l’errore di valutarle a seconda del nostro soggettivo livello di condivisione. Gli sportivi sono cittadini, devono disporre degli stessi diritti.

Nel 1968 a Città del Messico, abbiamo assistito al pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos, ma un altro afroamericano, il pugile George Foreman, vinse l’Oro dei pesi Massimi, sconfisse in finale un sovietico e salì sul podio con una bandiera a stelle e strisce (Nixon lo definì un patriota).

  • Le autorità sportive tendono a punire quei protagonisti che prendono posizione.
  • A volte basta il ricatto implicito degli sponsor, che vorrebbero dagli atleti una specie di astratta apoliticità.
  • Oppure, le autorità sportive (il CIO, la FIFA) dettano regole di comportamento nel corso delle grandi manifestazioni planetarie, minacciando espulsioni e altre pesanti sanzioni.
  • Oppure, succede che Trump si rivolga direttamente ai proprietari delle franchigie dei grandi sport professionistici, chiedendo loro di punire chi adotti comportanti a suo parare anti-patriottici.

La differenza è fra chi prende posizioni scomode, controcorrente, e chi si presta a fare da megafono del potere. Leggi il resto dell’articolo

Rugby World Cup Japan 2019: i Quarti

Domattina, in Giappone, cominciano i Mondiali di Rugby.

Vabbé, sono tre settimane che si gioca, ma adesso arrivano le vere battaglie, le partite dentro o fuori, gli scontri diretti fra le migliori 8 Nazionali del pianeta.

Il primo quarto di finale vedrà di fronte l’Inghilterra di Eddie Jones e l’Australia di Michael Cheika.

Gli Inglesi hanno vinto la Coppa nel 2003 (in Australia!), sono stati finalisti nel 2007 e nel 1991 (sconfitti dai Wallabies proprio a Twickenham).

Gli australiani hanno trionfato due volte: nel 1991, appunto, e nel 1999, e altre due volte sono stati sconfitti all’ultimo atto: nel citato 2003, divenuto leggendario per il drop di Jonny Wilkinson nei tempi supplementari, e nell’ultima edizione, quella del 2015, quando la loro corsa si fermò contro gli All Blacks.

Dunque, il primo Quarto di finale sarà quello dal palmarès più ricco. E quello da cui gli sconfitti usciranno più malconci: l’Australia non vince il titolo da vent’anni, l’Inghilterra deve riscattare l’umiliante eliminazione casalinga nella fase a gironi, quattro anni fa.

Nessuno può dire se sia stato un vantaggio per gli inglesi non giocare la partita contro la Francia, a causa del tifone: hanno avuto qualche giorno di riposo in più, ma hanno perduto un’occasione per testare gli assetti di squadra, dopo i non troppo impegnativi test contro Tonga, Stati Uniti e Argentina (i Pumas con l’uomo in meno per oltre un’ora).

L’Australia ha speso più energie: già contro le isole Figi ha vinto in rimonta, poi ha dovuto incassare la sconfitta contro il Galles, nella partita più bella di questa World Cup. A seguire, le sgambate contro Uruguay e Georgia, con ampio turnover.

A seguire, Nuova Zelanda contro Irlanda: se c’è uno spettacolo sportivo da non perdere, è questo. Tiferò All Blacks, ma gli irlandesi (allenati dal neozelandese Joe Schmidt) hanno la squadra per vincere la Coppa del Mondo, meno di un anno fa hanno battuto i Tuttineri a Dublino, e devono sfatare un incredibile record negativo ai Mondiali (mai in semifinale; al contrario, gli All Blacks ci sono arrivati 7 volte su 8).

Ribadisco quanto ho scritto il 5 ottobre: la vincitrice del torneo giocherà domani…

Domenica, sia Galles-Francia che Giappone-Sudafrica mi pare abbiano un esito già scritto. Temo che i miracoli nipponici siano ormai finiti, e la levatura degli Springboks sia destinata a prevalere. Quanto ai Red Dragons sono gli ultimi eredi di una tradizione immortale: con 3 milioni di abitanti (meno di Roma, meno dell’Emilia-Romagna), il Galles ha vinto 38 volte il Sei Nazioni, più di chiunque altro, ed è riuscito a farlo anche l’inverno scorso, nella prova generale delle squadre europee. Non mi stupirei di vedere il Galles in finale; anzi, ne sarei lieto.

Rivincite! Tommie Smith e John Carlos nella Hall of Fame USA

Senza scarpe. Calze nere ai piedi. Alle 20.41 del 16 ottobre 1968 Tommie Smith e John Carlos si presentano così, davanti al podio per la premiazione dei 200 metri. Dal primo e dal terzo gradino del podio, alzano un pugno coperto da un guanto nero e abbassano la testa, ostentando distanza dalle bandiere a stelle e strisce che salgono sul pennone. Un gesto plateale, il più emozionante atto di insubordinazione nella storia olimpica. Un’immagine vista e rivista, riprodotta infinite volte, senza perdere un grammo della propria potenza.

Ipnotizzato davanti al televisore in bianco e nero, un bambino di nove anni, da un piccolo paese della pianura padana, assiste a quella scena. Scoprirò molti anni dopo che l’uomo bianco sul secondo gradino, l’australiano Peter Norman, era tutt’altro che estraneo al senso della protesta.

Rivincite comincia con queste parole.

Ora, a 51 anni dalla loro espulsione dal Villaggio Olimpico di Città del Messico, voluta dal connazionale Avery Brundage, gran capo del CIO, Tommie Smith e John Carlos stanno per ricevere un risarcimento simbolico; il 1° novembre, a Colorado Springs, il Comitato Olimpico USA conferirà loro il massimo onore: entrare nella Hall of Fame dello sport a stelle e strisce.

È l’ennesimo episodio che conferma come la Storia Ufficiale degli Stati Uniti sia oggetto di continua revisione, riscritta e aggiornata ai valori che cambiano; già nel 2016, come gesto di riconciliazione, Barack Obama invitò Smith e Carlos alla Casa Bianca. Del resto, l’Australia ha impiegato quasi altrettanto tempo per fare autocritica sul terzo protagonista di quel momento epocale: Peter Norman, il bianco che stava sul secondo gradino del podio, la sera del 16 ottobre 1968.

Smith, Carlos e Norman misero in scena la più celebre protesta politica nella storia dello sport. I due afroamericani temevano di venire uccisi da un cecchino col teleobiettivo. Espulsi dai Giochi, vennero descritti come traditori della patria, la loro carriera agonistica fu spezzata, ricevettero minacce e intimidazioni, per anni spiati dall’Fbi, subirono l’emarginazione riservata ai peggiori criminali.

Dalle ricostruzioni storiche, si ricava che il Comitato olimpico USA si sarebbe limitato a una sospensione; fu Brundage, razzista e antisemita, a pretendere una risposta più drastica, minacciando di escludere dai Giochi l’intera delegazione statunitense.

Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos stanno sulla copertina di Rivincite, ad aprire le ambiziose 460 pagine di un libro che ha trovato in loro la sua prima ispirazione.

Il 16 ottobre di un anno fa, chiesi a Gianfelice Facchetti di aiutarmi a focalizzare l’incrocio fra storia, sport e politica. The Times they Are a-changin’. Il potere dei simboli.

#Rivincite outtakes 91: Catalogna, Guardiola non ha cambiato idea

La Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader dell’indipendenza catalana con pene che vanno dai 9 ai 13 anni. Pep Guardiola, che ha ripetutamente manifestato a favore dell’indipendenza della Catalogna, ha pubblicato un video di 2′ per commentare la sentenza:

“Oggi è stata resa pubblica dallo Stato spagnolo una sentenza del tribunale equivalente a attacco diretto ai diritti umani. Il diritto di manifestare, il diritto alla libertà di espressione. È inaccettabile nel Ventunesimo secolo. La Spagna sta vivendo una deriva autoritaria attraverso la quale si utilizza la legge antiterrorista per criminalizzare la dissidenza, incluso perseguire chi esercita la libertà di espressione. I leader condannati rappresentano i partiti maggioritari e gli organi della società civile più importanti della Catalogna. Né il governo di Pedro Sanchez, né nessun governo spagnolo può permettersi una cosa del genere. Ha optato per la repressione senza dialogo. L’indipendentismo è un movimento trasversale, inclusivo e con una grande storia, basato sulla volontà di autogoverno dei catalani. Non è xenofobo, ma è un movimento che basa la sua forza sul riconoscimento del pluralismo e le diversità culturali. Una lotta non violenta. Chiediamo al governo spagnolo una soluzione politica e democratica. Ciò che chiediamo è ‘Spagna, siediti e ne parliamo’. Chiediamo alla società civile internazionale che metta pressione al suo governo per intervenire in questo conflitto, trovando soluzioni politiche e democratiche. Il tutto basato sul dialogo e il rispetto. Perché c’è solo una soluzione, sedersi e parlare”.

Cos’altro serve alla Uefa per revocare la scelta di Istanbul come sede della prossima finale di Champions League?

Ecco due immagini del saluto militare, compiuto sul campo dai giocatori della Turchia dopo il match vinto contro l’Albania. Esplicito atto a sostegno delle forze armate turche, impegnate nell’invasione della Siria.

Se l’Uefa ha ancora un senso, dovrebbe decidere la revoca di Istanbul oggi stesso.