Febbre a 90°, Nick Hornby

Le ossessioni del tifoso: l’Arsenal, i Gunners, lo stadio di Highbury, i ricordi delle partite ordinati cronologicamente e riportati in prima persona, un “romanzo di formazione” nell’accezione più diretta del termine, un diario privato che evolve in dialogo diretto con il lettore. Autobiografia con autoironia, appassionante e malinconica, spigliata e coinvolgente, e nelle pagine finali, l’autore arriva ad ammettere: “So di essermi scusato parecchio nel corso di queste pagine. Il calcio ha significato troppo per me, ed è arrivato a rappresentare troppe cose, e sento di aver guardato troppe partite, e di aver speso troppi soldi, e di essermi agitato per l’Arsenal quando avrei dovuto agitarmi per qualcos’altro, e di aver chiesto troppa clemenza agli amici e ai familiari”.

I feel in love with football… “Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”.

Dopo la separazione dei genitori, nei sabati in cui è il suo turno, il padre comincia a portare il bambino allo stadio di Highbury. Tutto cominciò con un Arsenal-Stoke City 1-0 del 14 settembre 1968. Hornby è del 1957. Presto seguì la terribile delusione della finale a Wembley contro lo Swindon Town (1969): fu così che il dodicenne scoprì il senso del tradimento.

“Ho scandito i periodi della mia vita con gli incontri dell’Arsenal, e qualsiasi evento di una qualche importanza ha un suo risvolto legato al calcio… Una memoria ossessiva è dunque, forse, più creativa di quella di una persona normale; non nel senso che noi inventiamo cose, ma nel senso che abbiamo una capacità cinematografica e barocca di ricordare, piena di innovazioni come i salti di montaggio e lo split-screen”.

“La triste verità, tuttavia, è che avrei accettato un governo conservatore se questo significava una vittoria dell’Arsenal nella finale di Coppa; non potevo certo prevedere che la signora Thatcher sarebbe stata il Primo Ministro più a lungo in carica di questo secolo. (Avrei fatto lo stesso scambio se l’avessi saputo? Naturalmente no. Non avrei accettato lo scambio per meno di un’altra Doppietta)”. Leggi il resto dell’articolo

Lezione di incipit: Eduardo Galeano, gli splendori e le miserie…

Nelle pagine di El Fútbol a sol y sombra (Splendori e miserie del gioco del calcio), Galeano spalancò 151 finestre. Brevi capitoli, a volte poche righe, organizzati intorno a un solo, labile filo conduttore: l’ordine cronologico. Si parte da alcune riflessioni sul gioco, il portiere, il tifoso, l’arbitro, il gol, lo stadio, il pallone; si passa alle origini del gioco, alle regole, al ruolo degli inglesi.

E poi si dipana una narrazione fluviale, in cui le 151 finestre formano un andirivieni, si aprono su panorami strepitosi e si chiudono con i mondiali del 1994, quelli giocati nella calura californiana.

Ecco alcuni dei migliori incipit, nella traduzione di Pier Paolo Marchetti.

  • “Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore”.
  • “Corre ansimando sulla fascia”.
  • “I giocatori recitano, con le gambe, una rappresentazione destinata a un pubblico di migliaia o milioni di infervorati”.
  • “In che cosa il calcio assomiglia a Dio? Nella devozione che gli portano molti credenti e nella sfiducia che ne hanno molti intellettuali”.
  • “A sedici anni, come Zamora, Josep Samitier debuttò in prima divisione”.
  • “Per Pedro Ariste la patria non significava niente”.
  • “Accadde nel 1926. L’autore del gol, José Piendibene, non esultò”.
  • “Quarant’anni prima dei brasiliani Pelé e Coutinho, gli uruguagi Scarone e Cea disorientavano le difese avversarie…”.
  • “Una notte di pioggia scrosciante, mentre moriva l’anno 1937, un tifoso seppellì un rospo nel campo di gioco del club Vasco da Gama e lanciò la sua maledizione…”.
  • “Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara”.
  • “Sono parecchi gli argentini che giurano, con la mano sul cuore, che fu Enrique García, el Chueco (dalle gambe storte) mezzala sinistra del Racing…”.
  • “Al momento di scegliere il miglior portiere, i giornalisti del Mondiale del 1950 votarono all’unanimità il brasiliano Moacyr Barbosa”.
  • “Tutto il campo entrava nelle sue scarpe”. (Di Stefano)
  • “Uno dei suoi tanti fratelli lo ribattezzò Garrincha, che è il nome di un uccellino bruttarello e inutile”.
  • “Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta”. (Eusebio)
  • “Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”.
  • “Venuta da chissà quale regione dell’aria, la tigre appare, piazza la zampata e svanisce”. (Romario)
  • “Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”. (Maradona)

I miei voti agli allenatori di Serie A alla fine del girone d’andata

Poche parole a motivare alcune scelte.

Penso che Ivan Juric – 25 punti, 7 vittorie, pari al Milan e davanti al Napoli – sia l’assoluta rivelazione di questa metà di campionato: il Verona è quasi salvo e raccoglierà 60-70 milioncini sul mercato, piazzando calciatori sconosciuti fino a pochi mesi fa. Simone Inzaghi sta portando la Lazio (e Immobile) oltre ogni previsione, veniva da un ottavo posto, Lotito non gli ha comprato nessuno, anzi ha trattenuto 3-4 scontenti, il lavoro di Inzaghino è prodigioso.

Voti altissimi per Conte e Gasperini, ma anche a Sarri va riconosciuto un buonissimo lavoro: deve gestire CR/ e finora è riuscito a tenere a bada la voglia di dimostrarsi un genio. Conferma ad alto livello per D’Aversa (con il capolavoro Kulusevski), a me pare che Mihajlovic e Maran stiano raccogliendo risultati superiori alla forza delle loro squadre, in poco tempo Ranieri sembra aver “aggiustato” la Samp, Fonseca ha mostrato sprazzi di bel calcio, e anche Gotti, Corini, Liverani e Mazzarri mi sembra meritino la sufficienza.

I bocciati stanno sull’altra colonna, con gradazioni di colpa diverse. Penso che Andreazzoli non dovesse fidarsi di Preziosi e che Semplici dovesse cambiare aria dopo una salvezza miracolosa. Indifendibili Grosso, Montella e Di Francesco, il fallimento più fragoroso porta il nome di Carlo Ancelotti: con il secondo organico e il terzo monte ingaggi di Serie A, il Napoli sta undicesimo, alla pari con l’Udinese. Male anche De Zerbi, Pioli e Giampaolo, il Sassuolo è un’eterna incompiuta, il Milan cambia “progetto” ogni sei mesi.

 

The Game Has Changed: si chiama ancora basket, ma…

Kirk Goldsberry, su Twitter, sta postando immagini come questa.

Mostrano com’è cambiato il basket NBA in meno di vent’anni. In pratica, si è quasi smesso di tirare da 2 punti, prendendosi il rischio da 3-4 metri, e si è moltiplicata la scelta di andare al tiro da 3.

Nel “pitturato” si entra sempre meno. È un altro sport. E a meno non piace più.

Con certe opinioni, Calciopoli non finirà mai

Riporto alcune frasi di Mario Sconcerti, che sulla vicenda Calciopoli proprio non riesce a darsi pace.

«La Juventus è stata molto criticata per aver insistito fino all’ultimo istante nelle sue proteste contro la sentenza di Calciopoli e lo scudetto all’Inter. Se ne è fatto a volte anche argomento di sorrisi. Perché tanta insistenza da parte di un colpevole? Non sono mai stato d’accordo con questo tipo di atteggiamento. Do per dato che la Juventus abbia sbagliato, ma devo dare per dato che ha scontato per intero la sua pena: adesso ha i diritti di tutti. Due giorni fa tutte le strade si sono esaurite, non ci sono più vie legali. La Juve non può più insistere, ma credo onestamente che l’ultima a poter sorridere sia l’Inter. Non ha vinto quello scudetto, non è nemmeno arrivata seconda. Era un campionato da non assegnare, costasse quello che doveva costare: non sarebbe stato il primo. La Juve ha pagato, l’Inter è stata premiata per qualcosa che non aveva fatto. Vedo ancora oggi sproporzione, non giustizia».

Sconcerti pare ignorare la quantità di circostanze in cui la vittoria è stata attribuita a distanza di tempo “a tavolino” per squalifica di chi aveva vinto frodando.

È accaduto nel ciclismo, nel nuoto, nell’automobilismo, nell’atletica leggera, nel rugby, nel basket, in vari sport invernali. Basterebbe ricordare Ben Johnson e Carl Lewis, per chiudere il discorso. Vero è che i Tour cancellati a Lance Armstrong non sono stati assegnati, ma era un’epoca in cui il doping dilagava e hanno pensato preferibile non premiare il settimo o il dodicesimo al traguardo. Peraltro, vorrei vederlo l’Albo d’Oro di Serie A con uno squarcio ben più lungo dei soli due campionati corretti dalla giustizia sportiva… Sì, perché il “sistema” moggiano non si è certo limitato a un paio di campionati. E l’Inter non è affatto “stata premiata”, ha solo ricevuto un parziale risarcimento a furti reiterati. Leggi il resto dell’articolo

Alè Cantù! Miracolo al Forum

  • AX Armani Exchange Milano: 83 – Brooks 2, Sykes 7, Micov 20, Scola 21, Gudaitis 7; Cinciarini 6, Della Valle 2, Moraschini 6, Biligha 6, Rodriguez 6, White. N.e.: Musumeci. All.: Messina.
  • S. Bernardo-Cinelandia Cantù: 89 – Hayes 15, Pecchia 6, Ragland 11, Clark 21, Wilson 8; Young 8, La Torre 6, Burnell 14, Rodriguez, Simioni. N.e.: Procida, Baparapè. All.: Pancotto.

Febbre a 90° [Fever Pitch], David Evans, 1997 [filmTv137] – 7

Fedele trasposizione dell’esordio di Nick Hornby, “romanzo di formazione” all’ennesima potenza, uno dei libri fondamentali della mia vita, per l’inedita capacità di usare il linguaggio calcistico a fini autobiografici e sentimentali. Purtroppo, il film non si eleva a quell’altezza: produzione low cost, troppo calcio giocato viene mostrato alla tv.

Paul ha circa 35 anni, fa l’insegnante in una scuola superiore alla periferia di Londra, è figlio di genitori divorziati, e vari flashback mostrano che persona era e cosa è diventato. Nei primi anni Settanta, Paul scoprì il calcio – anzi, l’Arsenal – quando il padre, che già viveva altrove, cominciò a portalo a Highbury. Vent’anni dopo, nel 1989, Paul è solo e scontento, stazzonato e frustrato, e una delle ragioni sta nel penoso rendimento degli amatissimi Gunners. Un po’ di vitalità gli viene dall’allenare la squadra scolastica di calcio, un bambino gli somiglia terribilmente. Per caso, Paul conosce Sarah, un’altra insegnante, e anche se sono tanto diversi, comincia una relazione che arriva a un passo dal diventare progetto.

Manca solo un dettaglio: che l’Arsenal contribuisca all’educazione sentimentale con una vittoria catartica… Il 1989 è anche l’anno della strage di Hillsborough, in cui perdono la vita 96 tifosi del Liverpool; ma il rapporto di Paul con il calcio non può cambiare per questo.

Sembra “la stagione” giusta, l’Arsenal conduce il campionato fino alla penultima giornata, quando subisce un’incredibile sconfitta casalinga dal Derby County: scavalcati dal Liverpool, i Gunners devono andare a vincere ad Anfield Road con due gol di scarto…

Colin Firth è splendido nel ritrarre questo eterno adolescente, Mark Strong (in seguito, l’ho visto fare solo ruoli da malvagio) è la sua spalla perfetta, Ruth Gemmell è un’insipida Sarah, ma che Sarah sia insipida non è colpa sua.

Indimenticabile lo sguardo del bambino la prima volta che sale le tribune e vede lo smeraldino prato di Highbury.

Grazie all’Inzaghino

Se – e sottolineo se – l’Inter vincerà lo scudetto, non dovrà dimenticare una scatola di cioccolatini a Simone Inzaghi.

Le due vittorie della Lazio sulla Juve, infatti, sono due vittorie di Inzaghi su Sarri, e possono assumere un valore fondamentale, sgretolando la compiaciuta convinzione juventina – giustificata da 8 scudetti, varie coppette e due finali di Champions – di giocare un campionato “allenante” solo per altri obiettivi.

Sono sicuro che Allegri non le avrebbe perse tutte e due. Sarri, invece, è condannato dal dover dimostrare che si può vincere dando spettacolo, e queste due mazzate – ricevute da un allenatore che alcuni avrebbero voluto al posto suo, sulla panchina bianconera – possono avere effetti incalcolabili. Leggi il resto dell’articolo

2919, mi ricordo

Mi ricordo un Natale anticipato da vittorie/trionfi di Inter e Cantù, e sconfitte/disfatte di Juve, Milan e Virtus.

#calcio: nel Mondiale per Club, noto anche come Coppa #Intercontinentale, in 12 delle ultime 13 edizioni hanno vinto squadre europee (20 delle ultime 25), mentre le sudamericane vinsero 16 delle prime 24 edizioni. Coincidenza: l’inversione del baricentro comincia nell’89.

Derive del finanzcalcio

Due notizie di questi giorni potrebbero far capire anche a chi insiste a tenere gli occhi chiusi, che non ha più senso parlare di calcio. Non del calcio a cui ci siamo appassionati.

Anche l’espressione “neocalcio”, introdotta all’inizio del nuovo secolo, mentre stava avvenendo il primo salto di qualità – con l’abisso scavato fra ricchi e poveri, e fra Europa e resto del mondo – mi pare ormai inadeguata.

Con il neocalcio, eravamo usciti dallo sport per entrare nella dimensione in cui la partita poteva essere considerata parte integrante della grande industria dell’intrattenimento. Ora stiamo entrando in una dimensione nella quale il fatto sportivo diventa pressoché indifferente, e le classifiche del fatturato prevalgono su qualunque trofeo. Lo chiamo “finanzcalcio”, in mancanza di meglio.

In questo nuovo mondo, un gruppo ristrettissimo di squadre europee – una dozzina, forse meno – si divide gran parte della torta, lasciando le briciole a tutte le altre. Per un tifoso dell’Inter con un bel po’ di pelo sullo stomaco, il dilemma si configura così: Suning avrà voglia di sollevarci a quelle altitudini esclusive, o dovremo assuefarci a secondi-terzi posti in campionato, Ottavi di Champions e qualche sporadica Coppa Italia?

Due notizie, dicevo. La prima è che la proprietà del Manchester City ha ceduto il 10% della società per 450 milioni di euro. La seconda è che nel 2018 la crisi del mercato italiano della pay tv si è seccamente aggravata, con la perdita di oltre un milione di abbonati.

Il Manchester City, dunque, vale 4,4 miliardi di euro. Più di tutta la Serie A.

Leggi il resto dell’articolo

Furie Rosse, sesto trionfo in Davis. E non è solo #Nadal

Sulla nuova formula della Coppa Davis ho qualche dubbio: gradirei almeno un singolare in più, oppure un secondo doppio, perché vincere 2 partite non può bastare a passare il turno. Ma sono le tv a dettare le regole, e la nuova formula offre vari pregi in termini di ritmo e di intrattenimento.

Ha vinto la Spagna di Rafa Nadal, battendo in finale il giovanissimo Canada di Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime, due ragazzi che potrebbero anche vincerla questa Coppa. Quando Nadal avrà deciso di ritirarsi, s’intende.

In Coppa Davis, la Spagna franchista – quella di Manolo Santana (più Juan Gisbert prima, e Manuel Orantes poi) – arrivò due volte in finale contro l’imbattibile Australia, nel ’65 e nel ’67, sull’erba di Sydney e Brisbane, due volte sconfitta 4-1. Fred Stolle e Roy Emerson, Newcombe e Roche era inaffrontabili sulla loro superficie preferita.

È nell’anno 2000 che comincia la leggenda: 6 Coppe vinte nelle ultime 20, con altre due finali perse. Nell’ultimo ventennio, nessuna nazione si è anche solo avvicinata alla Spagna (la Francia ha raggiunto la finale sei volte, ma ne ha vinte solo due).

In quel 2000, nel Palau Sant Jordi di Barcellona contro l’Australia, la prima Coppa venne vinta da Juan Carlos Ferrero, Costa, Balcells e Corretja.

Nel 2004, a Siviglia contro gli Stati Uniti, Ferrero c’era ancora, ma solo in doppio con Robredo, ai singolari pensavano Carlos Moya e soprattutto Rafa Nadal, alla prima delle sue 5 vittorie. Ma di finali ne ha giocate solo 4… Sì, perché un infortunio al ginocchio impedì a Nadal di presentarsi nel 2008 a Buenos Aires, e quel trionfo iberico porta i nomi di Feliciano Lopez e Fernando Verdasco, nonché David Ferrer. A Barcelona 2009, Rafa ritorna e la Spagna batte la Repubblica Ceka 5-0 con il contributo di Ferrer, Lopez e Verdasco. Passano due anni, e nel 2011 a Siviglia è lo stesso quartetto a conquistare il trofeo battendo l’Argentina per 3-1.

Di anni ne sono passati altri otto per ritrovare, nei giorni scorsi a Madrid, Nadal insieme al talento emergente Bautista-Agut, a Granollers e a Lopez.

Ho letto che in Davis, Nadal ha un record di 36 vinte e 5 perse. Impressiona il fatto che 3 delle sconfitte vennero nelle prime 4 partite, Rafa ne ha perse solo 2 nelle ultime 35 e ha vinto tutte le ultime 31… In finale, il suo tabellino conta solo vittorie.

Storie di Ex e di conflitti di interesse

Ancora sconvolto dalla diffusione delle immagini (e suoni) del tatuaggio all’inguine che si è inflitta la manager più ambita, che cura gli interessi del nostro spero presto EX centravanti, scopro che l’EX presidente di Lega Calcio dirigeva la banca che ha emesso il bond da 175 milioni per la Juventus, e che Alberto Pairetto è un dipendente della Juventus, nonché il fratello di Luca, arbitro in attività, e figlio di Pierluigi, EX arbitro ed EX designatore, quello di Calciopoli.

Fatturati

«La Champions l’hanno vinta anche squadre come Porto e Monaco». Nella più grande tv a pagamento ho sentito anche questa!

Sono passati 16 anni dall’ultima volta che il Porto ha vinto la CL, e a meno che non mi sia distratto, il Monaco non ce l’ha mai fatta (forse si è confuso con l’Olympique Marsiglia)… Suggerimento: per fare bella figura, dite che la Coppa l’hanno vinta persino la Stella Rossa di Belgrado, il Celtic Glasgow e la Steaua Bucarest.

Negli ultimi 20 anni, hanno inciso il nome sulla Coppa solo 9 squadre: 6 volte il Real, 4 Barça, 2 Milan, Liverpool e Bayern, una Chelsea, United, Porto e Inter.

Dite che il fatturato non conta?

Auferstanden aus Ruinen, per 192 volte risuonò l’inno della DDR. #Rivincite outtakes 90

Fra Grenoble 1968 e Seul 1988, nelle undici edizioni dei Giochi (sei invernali e cinque estive), per 192 volte risuona «Auferstanden aus Ruinen», l’inno scritto da Johannes Recher e musicato da Hanns Eisler, già compositore ufficiale dell’Olimpiada Popular di Barcellona 1936.

“Risorta dalle rovine”, come canta l’inno, fra Olimpiadi e Mondiali di atletica, la Germania Est accumula 541 medaglie senza che un solo protagonista rimanga incastrato nelle reti antidoping. I programmi farmacologici vengono testati presso la Deutsche Hochschule fur Korperkultur, la Scuola per la Cultura del Corpo dell’università di Lipsia.

Sofisticate ricerche consentono di cogliere un duplice obiettivo: migliorare le prestazioni e rendere le sostanze proibite irrilevabili ai controlli antidoping. In oltre vent’anni di biochimica sistematica, la Germania Est non subisce nemmeno una squalifica.

Sta su Rivincite, in uno dei tanti passaggi che ho riservato allo sport nella Germania Est.

Siccome da anni non si fa che parlare del doping, che avrebbe esaltato un movimento sportivo corrotto, alla viglia del trentennale del crollo del Muro trovo molto positivo quanto scritto da un ottimo giornalista, Nicola Roggero, sul sito di SkySport, vi invito a leggerlo e ne riproduco un paio di frasi.

Un quarto di secolo che rivoluzionò lo sport, con una forza che inevitabilmente si trascinò dietro i sospetti del doping e le perplessità di un sistema di reclutamento e indirizzo alla competizione possibile solo in un paese senza democrazia. L’errore, però, sarebbe di spiegare quel miracolo solo con la chimica. Che c’era, ovvio, ma da sola non sarebbe stata sufficiente se non supportato da un magistero tecnico assoluto da parte degli allenatori, del talento di chi scendeva in pista, in acqua, sul ghiaccio esibendo una ferocia volontà di vittoria… Non poteva essere solo doping, ma il frutto di un sistema che invogliava a dare il meglio chi, emergendo nello sport, poteva davvero cambiare la sua vita…

Springboks!

Antilopi dall’emisfero australe.

Per l’ottava volta in nove edizioni, la William Webb Cup è stata sollevata dal capitano di una Nazionale dell’emisfero australe. L’ha fatto Siya Kolisi per il Sudafrica, ed è un episodio storico, fondativo, una pietra miliare dall’importanza paragonabile a quella mitica prima volta, nel 1995, quando fu Francois Pienaar a ricevere la Coppa e Mandela indossava la sua maglietta. Meritava un capitolo su Rivincite.

Gli inglesi capitolano per l’ennesima volta all’ultimo ostacolo. Le tradizioni vanno studiate, possiedono un che di misterioso e fatale. Tre finali giocate dagli Springboks, tre vittorie. Quattro finali giocate dai Bianchi, tre sconfitte (una vittoria ai supplementari). E nelle tre finali vittoriose – questo è un dato ai confini della realtà – il Sudafrica non ha concesso agli avversari nemmeno una meta…

A vederli giocare, gli Springboks non riempiono gli occhi, lo spettacolo è l’ultima cosa che gli interessa (solo se la palla arriva a Makazole Mapimpi e, soprattutto, a Cheslin Kolbe si assiste al rugby che fa saltare sulla sedia). Ho visto la squadra di Rassie Erasmus perdere nettamente con gli All Blacks nel girone eliminatorio; li ho visti vincere faticosamente, nei minuti finali, contro un eroico Galles ridotto al lumicino. Ma contro l’Inghilterra non hanno sbagliato niente e raramente si è visto, a questi livelli, un pacchetto di mischia così devastante: 3 calci di punizione conquistati (9 punti decisivi), un dominio inspiegabile se si guarda al peso dei due pacchetti: 920 kg l’Inghilterra, 900 il Sudafrica.

Non amo gli inglesi, per mille motivi extracampo, quando risuona God Save the Queen la tentazione è tifare per gli altri, chiunque siano. Ma l’onore delle armi è il minimo per come hanno battuto l’Australia e schiantato gli All Blacks. Nella finale di Yokohama, sempre costretti a inseguire, sono rimasti in partita fino a tre/quarti, confermando di possedere un’organizzazione fantastica, e un buon numero di talenti (Itoje e Underhill, su tutti). Ma gli Springboks non sono gli All Blacks, sono abituati a difendersi e soffrire, e questo può fare tutta la differenza del mondo. La terza linea, guidata da Duane Vermeulen e da Pieter-Steph du Toit, ha soffocato le fonti di gioco inglesi, finché tutto il peso della sofferenza si è scaricato sulle maglie bianche.

Grandi delusioni? Australia, Francia, Irlanda e Stati Uniti. Rivelazioni? Giappone e Tonga. Conferme? Galles e Italia. Nel senso che i Rossi sono sempre incredibilmente capaci di andare oltre i propri limiti, mentre gli Azzurri veleggiano fra l’undicesima e la tredicesima posizione, nell’aurea mediocrità del ranking. Segnali di crescita? Impercettibili.

3 Agosto 2019, la domanda

2 Novembre 2019, la risposta.

Olympia [id.], Leni Riefenstahl, 1938 [cine43] – 9

Olympia 1-2-3

Documento visivo sfolgorante, essenziale per rivivere l’XI Olimpiade, quella berlinese del 1936: duecentodiciassette minuti restaurati nel 2008 e finalmente visti sul grande schermo del MAST di Bologna.

Avevo già visto il dvd, ma con immagini sgranate e mutilato di mezz’ora. L’opera uscì due anni dopo i Giochi, divisa in due parti: «Olympia. Festa di popoli» (Fest der Völker), di 123’ (ne mancano 12) e «Olympia. Festa di bellezza» (Fest der Schönheit), di 94’ (ne mancano 14). Commissionato dal Comitato Olimpico Internazionale, il film poté contare sul formidabile supporto finanziario del Terzo Reich, a cui non poteva sfuggire l’incommensurabile valore propagandistico dell’evento. E della sua rappresentazione.

Riefenstahl poté ottenere da Goebbels tutte le risorse necessarie (300.000 metri di pellicola, 44 operatori, palloni aerostatici, trincee scavate al fianco degli atleti, zattere, cineprese a tenuta stagna, macchine da presa legate sul petto di corridori e cavalli, musiche originali di Herbert Windt) a dare forma alla propria visione estetica, raffinata attraverso tecniche cinematografiche innovative per l’epoca: primissimi piani, vertiginose angolature di ripresa, carrellate ad affiancare gli atleti in corsa, nuoto e tuffi da sotto il pelo dell’acqua…

Non siamo alla pura propaganda de «Il trionfo della volontà» (sul Congresso di Norimberga del 1934), ma a una forma più sottile ed esaltante di un passaggio storico: «Olympia» mostra l’orgogliosa grandezza della Germania, la sua superba capacità organizzativa.

Nel lungo, maestoso prologo, immagini di vestigia e statue dell’antichità greca sembrano incarnare l’ideale dell’armonia fisica. Un mare di braccia ondeggianti si apre su figure nude di sacerdotesse che fanno rivivere la fiamma sacra, finché un giovane accende una torcia. Leggi il resto dell’articolo