Per prima, la Juve

Fra le società italiane, la Juve era e rimane la più esposta – basti pensare al tracollo in Borsa – alle conseguenze a medio termine del Covid-19. Ma intanto ha saputo segnare un punto a favore, arrivando per prima al taglio degli stipendi dei calciatori.

Quattro mensilità azzerate: marzo, aprile, maggio e giugno. Qualcosa come 90 milioni di euro risparmiati. Implicitamente, si fa capire che il calcio “vero” non ripartirà prima di luglio. Se, poi, il periodo di inattività dovesse rivelarsi più breve, si faranno negoziati compensativi.

È la strada giusta. Chi non la seguisse – o non fosse capace di farlo – andrà incontro al disastro, perché la voce ingaggi è spaventosamente troppo alta in Italia, e i prossimi contratti con le tv e gli sponsor saranno segnati dal profondo rosso.

La soluzione juventina ha anche il pregio della semplicità. Da giorni si legge di accanite discussioni su come modulare il taglio degli stipendi, in percentuali diverse in base all’entità.

Imitare la Juventus – per batterla – è ciò per cui abbiamo assunto Marotta: facciamolo, dunque.

Olimpiadi rinviate, solo la Serie A ancora sembra crederci

Era successo nel 1940, e anche allora i Giochi dovevano tenersi in Giappone. Non so immaginare un gesto più carico di enfasi che rinviare le Olimpiadi. È accaduto. Avrà effetti incalcolabili. Resterà sui libri di storia accanto al numero spaventoso delle vittime di una pandemia che sta mettendo in ginocchio pezzi d’Italia, e temo si mostrerà ancora più tragica altrove: Spagna e Stati Uniti mostrano curve raccapriccianti.

Sui libri di storia, solo una nota a pié di pagina ricorderà Juventus-Inter e Atalanta-Valencia. Leggi il resto dell’articolo

I Senza Mura

Addio a Bora Stankovic, per me è stato come Helenio Herrera

Aveva quasi 95 anni, l’avrò visto per pochi secondi in interviste di repertorio, eppure la notizia della scomparsa di Borislav Stankovic mi ha emozionato.

Mi ha fatto tornare bambino, quando scelsi di tifare per Cantù, quelli dell’Oransoda, quando Bora ne era l’esotico condottiero. Data simbolo, il 7 aprile 1968: l’Oransoda sconfisse il Simmenthal Milano e cucì il primo scudetto sulla maglia.

Per il basket, è la terza leggenda che scompare in questo tragico 2020: Stankovic va considerato alla stessa stregua di David Stern e di Kobe Bryant, nell’aver reso questo sport il più praticato e globale al mondo.

La sua storia è, allo stesso tempo, la storia della pallacanestro jugoslava, europea e mondiale. Fu un ottimo giocatore, un fenomenale allenatore, un dirigente sportivo senza pari.

Nato in Bosnia-Herzegovina, a fine anni Quaranta, faceva parte della Stella Rossa Belgrado che conquistò tre campionati consecutivi; poi passò allo Železničar e infine al Partizan, dove smise di giocare e cominciò ad allenare. Dalla panchina, vinse altri 3 titoli jugoslavi con l’OKK Belgrado, prima di venire attirato in Brianza e dare l’impulso decisivo alla nascita del mito di Cantucky.

Arrivò che non sapeva una sola parola di italiano. Dopo tre mesi, già lo parlava bene. Più del primo scudetto (1968, che anno!), la sua eredità fu quella di costruire una struttura sportiva che allora fu definita college e oggi chiameremmo cantera. Direttore sportivo Gianni Corsolini; in campo, il quintetto-base era formato da Carlos D’Aquila, Recalcati, De Simone, Merlati e Burgess (gli ultimi tre definiti come “il muro di Cantù”); il vice allenatore era Arnaldo Taurisano, dalla panchina si alzavano Frigerio, Della Fiori (fu lui a chiamarlo Ciccio), Cossettini e Marino; negli allenamenti cominciò a coinvolgere il sedicenne Marzorati.

In seguito, ha diretto la Federbasket jugoslava, la federazione più straordinaria nella storia del basket europeo, capace di vincere tutto grazie alla coabitazione di talenti partoriti da diverse patrie ed etnie. E nel 1976, Stankovic andò alla Fiba, la federazione internazionale, quando ancora era solidissimo l’ipocrita muro che separava professionisti (Nba) e dilettanti (tutti gli altri). A dirigere la Fiba è rimasto 26 anni…

È sotto la gestione di Stankovic che sono stati introdotti il tiro da 3 punti e la divisione del tempo effettivo in 4 quarti. Ed è sotto la sua gestione che l’Nba ha abbandonato l’aureo isolamento e i suoi fenomeni sono sbarcati a Barcellona 1992, con il primo e inimitabile Dream Team.

Nel ‘78, Stankovic è entrato nel CIO e poi è stato coinvolto nella Naismith Basketball Hall of Fame, l’Arca della Gloria che già lo ha celebrato in vita.

Cos’altro manca per fermare tutto il calcio?

Cosa ho detto ieri a Radio Popolare, Barrilete Cosmico.

Da 5’20 al 20’00.

In un Paese con 200 morti, 2 ogni ora negli ultimi giorni, scuole chiuse, tribunali quasi e limitazioni alle libertà individuali mai praticate dal 1945, solo una cosa pare impossibile: far ragionare la Lega Serie A e imporre la trasmissione in chiaro delle partite.

Se non ci sarà un rapido sussulto di buon senso, non seguirò partite alla radio, alla televisione e nemmeno in rete. Mi hanno disgustato.

Scopri la differenza: fra bandoneón e fisarmonica, e fra Nedved e uno che può dare lezioni di morale

Il bandoneón – quello di Astor Piazzolla e Dino Saluzzi – è più piccolo della fisarmonica, e fu portato in Sudamerica dagli immigrati tedeschi.

A differenza della fisarmonica, il bandoneón non ha una tastiera vera e propria, ma porta dei bottoni su entrambi i lati.

 

A Marassi, il primo dicembre 2006 si giocò Genoa-Juventus. Finì 1-1: in gol, nel primo tempo, Pavel Nedved e l’attuale allenatore del Verona, Ivan Juric. In campo, Buffon, Marchisio, Camoranesi, Criscito; in panchina Chiellini. Juve allenata da Deschamps, Genoa da Giampiero Gasperini.

Passato il novantesimo, nel secondo dei minuti di recupero, Pavel Nedved venne espulso per un fallaccio e si prese 5 giornate di squalifica. Nella motivazione si leggeva: «Nedved, al 47’ del secondo tempo ha calpestato volontariamente la caviglia di un avversario e all’atto della consequenziale espulsione ha rivolto all’arbitro, con atteggiamento provocatorio, una frase irriguardosa, calpestandogli un piede, senza conseguenze lesive».

Dimenticavo: Nedved era già stato ammonito, l’arbitro era Stefano Farina di Novi Ligure. Ed era una partita di Serie B.

 

Rinviare gli Europei di Calcio: se non ora, quando?

La Uefa sta lanciando segnali tanto tranquillizzanti quanto miopi: ci viene detto che l’emergenza sanitaria non comprometterà lo svolgimento degli Europei di calcio, il cui calcio d’inizio è previsto per il 12 giugno. Meno di 100 giorni.

Mi sono convinto, al contrario, che gli Europei andrebbero rinviati di un anno, o almeno a fine agosto, e che la decisione debba essere assunta entro pochi giorni.

Il 12 giugno, mi pare ovvio che vari Paesi europei saranno ancora alle prese con la diffusione del contagio. Inoltre, lo svolgimento della competizione, per la prima volta, è previsto in 12 città diverse, di Paesi diversi: Roma, Copenaghen, Bucarest, Amsterdam, Dublino, Bilbao, Budapest, Glasgow, Baku, Monaco di Baviera, San Pietroburgo e, infine, Londra.

Giocare a porte chiuse? Impedire ai tifosi di fare turismo? Cambiare idea e giocare solo in Inghilterra (sempre ammesso che l’isola resti ai margini della diffusione del Coronavirus)?

Considerando che vari campionati nazionali escono terremotati, con rinvii di partite e recuperi ravvicinati (soprattutto per le grandi squadre che giocano le Coppe), lo spazio effettivo lasciato alle Nazionali si riduce al minimo. E le possibilità di infortunio dei calciatori più impegnati crescono esponenzialmente.

A mio parere, ci sono già oggi le condizioni per rinviare gli Europei. Ma forse all’Uefa aspettano il casus belli: uno o più casi di positività di un calciatore o di un arbitro. Quel campionato verrebbe immediatamente fermato per almeno due settimane di quarantena. Sta già accadendo in Lega Pro.

Leggete Arianna Ravelli sul Corriere.

A margine: spero che il governo abbia il buon gusto (e il buon senso) di rinviare il referendum costituzionale del 29 marzo. E spero, ma non ci credo, che nessuno faccia polemiche su questa decisione.

Biggest and darkest clown

Ecco come ho deciso di comportarmi. Per me, il campionato di calcio di Serie A 2019-20 è finito, lo facciano vincere a chi vogliono.

Quanto alla Coppa Italia, è “interesse nazionale” che l’Inter venga eliminata dal Napoli, così che salti fuori uno straccio di data per recuperare Inter-Samp: e chi sono io per oppormi all’interesse nazionale?

Dunque, non guarderò Juve-Inter – la giochino anche a Villar Perosa con solo gli stretti familiari della Grande Famiglia che paga le tasse in Olanda. Ed eviterò di farmi il sangue marcio con la semifinale di ritorno.

Riallaccerò i contatti con l’Inter il 12 marzo, quando affronterà il Getafe (non che l’Uefa sia molto meglio della Lega Serie A, ha avuto presidenti arrestati, ma forse il conflitto di interessi è meno unilaterale).

Come ho già scritto, eviterò di spendere un solo euro – tv e giornali compresi – per sostenere il baraccone calcistico italiano. Sono arrivato alla conclusione che non c’è possibilità di rinascita senza un fragoroso fallimento, con i libri in tribunale, e invito Suning a rompere unilateralmente l’accordo per la trasmissione della Serie A in Cina (accordo fatto anche per entrare nel “salotto buono”, salvo scoprire che c’è un salottino ancora più buono al quale non si viene invitati).

Sono decisioni piccole, le mie, e mi costeranno: se vorrò essere coerente dovrò evitare di scroccare partite da amici con Sky, mentre mi verrà facile non comprare Gazzetta o altri giornali: ho smesso di farlo da almeno 5 anni.

Poche passioni vengono maltrattate e strumentalizzate come quella del tifoso. Io che tifoso lo sono da 55 anni, da questo distacco ricaverò un bel po’ di malumore, ma confido di poter trovare altri interessi, sempre che presto riaprano i cinema… La diffusione del virus è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso. Ha reso evidenti i caratteri della classe dirigente che gestisce il calcio italiano e, temo, lo sport in generale. Gente messa lì per far andare le cose come vogliono quelli che comandano. Per “valorizzare il prodotto”. La cui doratura esteriore, purtroppo, non riesce più a occultare il marcio.

Spero di riuscire a tenere fede a questo impegno. Singolare coincidenza, questo è il centesimo post dedicato all’Inter dai primi di luglio (chi passa da qui per quello, molte centinaia al giorno, forse smetterà di farlo). Trovo divertente che la pentola sia scoppiata per un pretesto, tutto sommato, secondario: la Juve che si inventa qualsiasi pretesto per non giocare a porte chiuse, persino quando sono chiuse le scuole.

L’unico paragone possibile per lo spudorato strapotere della Juventus sulle istituzioni sportive rimanda alle pagine più buie della DDR, alla Stasi e alla Dynamo Berlino di Mielke e Honecker.

Ho raccontato questa storia in Rivincite.

A differenza della controparte occidentale, il movimento calcistico della Germania Est arriva ad aggiudicarsi un oro olimpico (Montréal 1976). In patria, per dieci volte consecutive, fra il 1979 e il 1988, la Bfc Dynamo, meglio conosciuta come Dynamo Berlino, vince l’Oberliga.

La Bfc è una creatura di Erich Mielke, potentissimo capo del Ministero per la Sicurezza dello Stato (Stasi). Attraverso la polizia segreta, il regime mantiene il controllo su ogni aspetto della vita sociale; da ogni scuola, fabbrica, condominio, impianto sportivo, qualcuno riferisce alla Stasi.

Fino al 1989, l’ottantenne Mielke, conosciuto come Erich il vecchio per distinguerlo da Erich il giovane (Honecker, capo del partito), mantiene la presidenza della squadra berlinese. Tuttavia, la Dynamo non raggiunge lo scudetto finché il livello di correttezza del torneo si mantiene a livelli accettabili. Sul finire degli anni Settanta, Mielke impone che tutti i migliori talenti calcistici vengano indirizzati a Berlino. In quel periodo, scelte simili vengono compiute a Sofia (Cska) e Praga (Dukla), le squadre verso cui sono raggruppati i migliori calciatori bulgari e cecoslovacchi.

Anche grazie ad arbitraggi compiacenti, la squadra di Berlino conquista un campionato dietro l’altro, suscitando il disprezzo della quasi totalità della popolazione. Nel 1982-83, la Dynamo chiude imbattuta, i tornei sono talmente manipolati che dopo una partita contro la Lokomotiv Lipsia, finita 1-1 e passata alla storia come “lo scandalo di Lipsia”, le polemiche arrivano a scuotere i vertici del governo. Unico effetto, la squalifica a vita dell’arbitro.

Ai calciatori non resta che adattarsi, sanno di essere privilegiati a cui è consentito un tenore di vita inavvicinabile al resto della popolazione. Quasi nessuno osa esprimere le proprie convinzioni: in un’intervista a «Stern», importante rivista dell’altra Germania, Andreas Thom ammette che “le persone cercano di scappare perché non amano la vita che conducono in questo strano Paese”.

All’interno del blocco sovietico, la squadra di calcio per cui tifare è l’unica comunità alla quale si può liberamente scegliere di appartenere. Vittorie come quelle ottenute dalla Dynamo Berlino non bastano a costruire una tifoseria. Infatti, il crollo del Muro provoca una rapida decadenza della società. Cercando di prendere le distanze da un passato indicibile, i nuovi dirigenti cambiano nome alla squadra. Tagliato il cordone ombelicale che legava il club alla Stasi, tutto va a rotoli, la società precipita in Terza Divisione e poi in Quarta; nel 2001 centra la promozione, ma deve rinunciarvi per debiti. Nella stagione successiva dichiara bancarotta.

Chi volesse saperne di più: BBC NewsIl Nobile Calcio

2538, mi ricordo

Mi ricordo di aver maturato la convinzione che non riuscirò a fare a meno del calcio, ma posso smettere di spendere anche solo un euro per finanziare il calcio italiano (Inter compresa).

Rinviata Juve-Inter, l’emergenza sanitaria e i suoi frutti avvelenati

Nuovo cambio di rotta, niente partite a porte chiuse, sia Juve-Inter che Milan-Genoa, Parma-Spal, Sassuolo-Brescia e Udinese-Fiorentina sono state rinviate a mercoledì 13 maggio.

Rinviata anche la finale di Coppa Italia, al 20 maggio.

Quanto alla già rinviata Inter-Sampdoria, si doveva giocare il 13 maggio, e adesso non c’è più una sola data “buona”, se l’Inter non verrà presto eliminata dall’Europa League…

La decisione della Lega Serie A esplode a sorpresa, e non mancherà di suscitare polemiche.

Da giorni, la Juventus chiedeva di non giocare a porte chiuse, ballavano 5 milioni di incassi e la minaccia del Codacons. E da più parti si era segnalato il “danno di immagine” nel disputare senza pubblico una partita così importante, venduta alle tv di più di cento Paesi. Si era persino ipotizzata la trasmissione “in chiaro” della partita, ma non ci avevo creduto nemmeno per un attimo.

Ora, il rinvio al 13 maggio mi pare una follia.

Non si può definire regolare un campionato in cui la Lazio si troverà sola in testa alla classifica avendo giocato due partite più dell’Inter. Poi, in quelle che adesso risultano le ultime tre partite di campionato, da giocarsi in 10 giorni, l’Inter si trova ad affrontare Juventus, Napoli e Atalanta. Fosse ancora in lizza per l’Europa League e/o la Coppa Italia, sarebbe un calendario allucinante, ma già così la distorsione mi pare evidente.

Aggiungo che anche la Juve, se riuscirà a proseguire in Champions, sarebbe danneggiata da questa decisione: immagino che una semifinale si giocherà pochi giorni prima del 13 maggio.

Non si può giocare a Torino, dove i casi di contagio si contano sulle dita delle mani e stanno per riaprire scuole, università, monumenti e musei, con i tifosi del Toro che, volendo, potranno viaggiare in trasferta a Napoli (e quelli dell’Atalanta a Lecce).

Mentre la Svizzera ha saggiamente rinviato tutta la giornata di campionato, senza distinzioni, l’Italia si conferma patria dei due pesi e due misure, lasciando l’amara sensazione che alcune esigenze (Agnelli e Lotito) siano più ascoltate di altre.

È evidente il tentativo delle “autorità” – politiche e sportive – di trovare un punto di equilibrio fra esigenze opposte: non abbassare la guardia rispetto alla diffusione del virus e trasmettere segnali di ritorno alla normalità.

Forse è impossibile farlo. Certo, non aiutano decisioni che cambiano le carte in tavola ogni 24 ore. Sarebbe stato il caso di fermare tutto il campionato, oppure di stabilire già oggi quel che accadrà il 6 e 7 marzo. Cosa diremo, noi tifosi nerazzurri, se sabato ci diranno che Inter-Sassuolo, quella sì, si può giocare a porte chiuse?

Masha, l’ultimo grande amore platonico

Ripropongo il post che pubblicai il 20 maggio 2018 dopo aver letto l’autobiografia di Maria Sharapova – Inarrestabile – pubblicata da Einaudi. Il sottotitolo era “La mia vita fin qui”. Da ieri, con un ritiro dal tennis troppe volte rinviato, assume un altro significato.

Innamorato di Masha da quando la vidi (prima in foto poi in tv) vincere Wimbledon – era il luglio 2004 – non sarei arrivato al punto di acquistare la sua autobiografia, senza due particolari: la foto in copertina e il sottotitolo. Due scelte perfette: “La mia vita fin qui” fa immaginare altri e più meditati bilanci, fra qualche decennio (Bartali ne ha scritte tre, di autobiografie). E di immagini più glamour poteva sceglierne a decine, a centinaia, ma questa appare coerente con il titolo.

Chi cercasse confronti con «Open», l’opera firmata da Andre Agassi e confezionata dal Pulitzer J. R. Moehringer, sbaglierebbe bersaglio; quello è un capolavoro, questa solo una bella storia. Comincia con l’accusa di doping dopo gli Australian Open 2016. Dopo aver vinto 5 Slam, Masha si chiedeva se ne avrebbe vinto un altro, quella poteva essere l’ultima stagione. Ma non poteva finire con una squalifica per doping. Da più di dieci anni, assumeva un farmaco che da poche settimane era entrato nella lista delle sostanze dopanti, anche se non è mai stato provato che migliori le prestazioni.

“Posso esprimerla in termini più raffinati, ma di base la mia motivazione è semplice: voglio battere tutti. Non è solo questione di vincere, ma di non essere sconfitta”. Masha si riconosce una qualità essenziale: la tenacia, la determinazione, “io non mollo”.

Il padre, Jurij Sharapov, non amava Gorbacev, gli sembrava debole. La madre Elena era molto più colta del marito, laureata con il massimo dei voti. Vivevano a Gomel, Bielorussia, non lontano da Cernobyl. Elena rimase incinta poco dopo l’esplosione nucleare, i nonni materni la convinsero a trasferirsi da loro, a Niagan, Siberia, vicino al Circolo Polare Artico.

Masha nacque a Niagan il 19 aprile 1987. A due anni, i genitori si trasferiscono a Soci. A quattro, conosce il primo allenatore, Jurij Judkin, lo scopritore di Kafelnikov. “In Russia il tennis era un passatempo per nobili decaduti”, Judkin sceglieva i bambini sulla base di un criterio: la capacità di concentrazione; secondo lui, “per eccellere in ogni campo bisogna essere in grado di reggere una tremenda dose di noia”. La bambina ha come libro preferito «Pippi Calzelunghe».

Verso i sei anni, Judkin convince il padre ad andarsene dalla Russia per gestire il talento della figlia. Una conferma viene da un raduno a Mosca, dove la bambina – in mezzo a centinaia di altre – viene notata da Martina Navrátilová, che ancora oggi considera “la più grande tennista di sempre”. In quei primi anni Novanta, “l’Unione Sovietica si stava sfasciando”; miracolosamente, Jurij riesce a ottenere un visto triennale per gli Stati Uniti, ma è solo per due persone, la mamma dovrà restare in patria. Sono avventurose le pagine sullo sbarco in Florida, all’Academy di Nick Bollettieri; da lì erano già passati Andre Agassi, Jim Courier, Monica Seles e Mary Pierce, vi stava crescendo Anna Kurnikova. Talenti precoci, ma non quanto lei.

Masha afferma ripetutamente che è stato il padre a forgiarla. A un certo punto, dopo aver citato le Williams e Agassi, propone un pensiero lucidissimo: “Il genitore di un tennista è la volontà dell’atleta prima che quest’ultimo ne sviluppi una propria”.

#Sarri ha ragione: “In Italia ci sarebbero stati due rigori per noi, su Ronaldo e su Dybala. In Europa c’è un metro diverso e dobbiamo adeguarci”. Detto da chi, prima di godere dei privilegi di quell’appartenenza, disse di aver perso uno scudetto in albergo.

Il Calcio è il Paziente Zero

Senza ipotizzare il peggio, è presumibile che questa emergenza sanitaria non si risolverà in una settimana.

Rinviare le partite di Serie A – il resto dello sport, sembra che non esista – previste al di sopra della linea immaginaria del contagio – a sua volta destinata, temo, a slittare verso sud -, non potrà essere una soluzione percorribile.

Calendari congestionati, incombono le Coppe e gli Europei, un grande gruppo televisivo multinazionale reclama la messa in onda di ciò che ha già pagato (e senza Sky, il calcio di Serie A non saprebbe come pagare i debiti).

Largamente sacrificata alle logiche del palinsesto da quando è stata abbandonata la contemporaneità delle partite, la cosiddetta “regolarità dei campionati” conoscerà una nuova frontiera.

Non mi pare ci siano alternative alla disputa di 4-5 turni a porte chiuse.

Una decisione in tal senso dovrà avvenire al più presto.

Leggevo che circa 700 bulgari si erano procurati il biglietto per venire a San Siro, al seguito del Ludogorets. Ovviamente, verranno fermati. Mi chiedo se verranno rimborsati. E chi si è abbonato o ha già comprato biglietti per partite in calendario fino ai primi di marzo, resterà con il cerino in mano.

Fossimo un Paese civile, la decisione migliore sarebbe quella di fermare il campionato, “neutralizzare” 4-5 giornate senza assegnare punti, e riprendere il calcio giocato ad aprile.

È ovvio che non possiamo permettercelo.

È altrettanto ovvio che ci saranno sciacalli che faranno le pulci a qualsiasi decisione, per sostenere che i più danneggiati sono l’Inter o la Juve, eccetera.

C’è la necessità di assumere una decisione rapida, evitando sciocchezze come il “campo neutro”.

I sessantamila che seguono l’Inter dove dovrebbero spostarsi?

Tanto varrebbe disputare tutte le partite in Sardegna, il pezzo d’Italia più al sicuro dal Coronavirus, anche grazie alla crisi di Air Italy, che sta rendendo l’isola ancor più isolata.

Mi rendo conto di quanto sia ipocrita anche la decisione di giocare a porte chiuse: alcune centinaia di persone sarebbero comunque coinvolte…

Con 30-40 partite giocate senza spettatori, servirebbe un guizzo mediatico: trovare il modo per offrire quel calcio a un pubblico più ampio degli abbonati alla pay-tv.

Lo sguardo di Barbara a Maurizio

La storia dello sport tracima di momenti “minori”, laterali e tuttavia indimenticabili.

Quattordici anni fa, ai Mondiali di pattinaggio artistico casalinghi, sul ghiaccio amico di Torino, l’Italia riponeva fondate speranze di medaglia sulla coppia formata da Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio. Danzavano insieme dal 1994, avevano vinto l’Oro a Vancouver 2001, il bronzo ai Giochi di Salt Lake City 2002. Ma nel 2004 Barbara ha dato alla luce una bambina, e da un paio d’anni non facevano più coppia: i Mondiali a Torino apparvero un’occasione da non perdere, e riavviarono l’attività agonistica.

Dopo il programma obbligatorio (sulle note di un valzer), erano in testa. Per il programma originale, invece, puntarono sulla musica latina (cha cha cha, rumba, samba). A pochi secondi dalla fine del balletto, Margaglio commise un errore irreparabile, compromettendo ogni speranza di medaglia. L’esercizio libero non poté consentire alcuna rimonta (finirono sesti).

Di indimenticabile, resta lo sguardo che lei gli rivolse dopo l’errore, alla fine della seconda esibizione: terribile, interminabile, un autentico invito al suicidio.

Imparare dalle sconfitte? Charlie Brown e il baseball, la palla strizzolina e quel che si vede dal monte di lancio

Il più grande esperto di sconfitte del Ventesimo Secolo si chiama Charlie Brown: in cinquant’anni di storie, non ha vinto una sola partita (l’unica fu revocata perché un bambino ci aveva scommesso sopra). Le sue riflessioni sulla sconfitta, a capo chino o seduto sulla panchina, possono riempire un manuale sul senso della vita. Consapevole di allenare la peggiore squadra nella storia del baseball, vorrebbe parlare con l’inventore del gioco; “Per chiedergli consigli?” – domanda Linus; “No, per scusarmi”, risponde Charlie Brown.

Charlie Brown baseballDel football americano, Schulz ha offerto una sintesi celeberrima: Lucy che tiene fermo il pallone ovale, Charlie Brown che prende la rincorsa per calciarlo, e all’ultimo momento Lucy lo toglie e lo fa cadere rovinosamente. Succede decine di volte, ogni volta Charlie Brown si illude che andrà diversamente.

Ma è soprattutto il baseball, lo sport praticato dai bambini e dalle bambine creati da Schulz, che pure ha prodotto centinaia di strisce di argomento sportivo, dall’hockey al pattinaggio, dallo sci al football americano, dal golf al tennis, fino al calcio (come motivatore, Charlie Brown venne paragonato a Helenio Herrera).

L’egemonia narrativa del baseball discende dalla sua astrattezza, dalla potenzialità nel costruire relazioni metaforiche fra i protagonisti. Segnali in codice, per esempio: Schroeder (ricevitore) vorrebbe sapere da Charlie Brown (lanciatore) come intende lanciare, un dito significa palla alta, due dita palla bassa, tre dita “tutta la vasta gamma delle altezze intermedie”. Oppure, un dito significa palla veloce, due dita palla curva, tre dita palla spiovente e quattro dita palla con l’effetto… “E se mi dimentico?” chiede Charlie Brown. La risposta è teneramente spietata: “Non preoccuparti. Facciamo i segnali solo per far credere all’altra squadra che tu sai tirare qualcosa di diverso da una palla diritta”. Leggi il resto dell’articolo