Brasile-Uruguay 4-1, una mattanza

Ho visto su YouTube un’ampia sintesi di Brasile-Uruguay 4-1 e sono rimasto stupefatto.

Poteva finire 10-1, solo le parate di Muslera hanno evitato alla Celeste la più grave umiliazione della sua storia. Sul 3-0, Suarez ha segnato su punizione dal limite. Ho contato più di una dozzina di nitide occasioni da gol costruite dalla Seleçao contro una squadra che ha sempre identificato la sua forza nella difesa.

Ho visto Neymar fare quel che voleva, sbloccando la partita e risultando decisivo anche nel secondo e nel terzo gol; ho visto Rapinha, che gioca nel Leeds, segnare una doppietta a farmi capire cosa avesse intuito Bielsa quando lo vedeva nel Rennes; ho visto Paquetà irridere Nandez; ho visto Cavani e Vecino, Vina e Bentancur, Caceres e Valverde affondare insieme ai compagni di squadra; ho visto l’età accanirsi sull’amato Godin, e ho visto Gabigol segnare di testa e, soprattutto, sembrare rapidissimo.

A margine di un Italia-Spagna che poteva finire con tre gol di scarto

Non parlerò del gioco, argomento troppo divisivo: il tiki-taka indispone molti italiani e certo non corrisponde alla natura speculativa e furbesca di tanti appassionati di calcio. Qualcuno vedrà più bellezza nel gol di Pellegrini – nato da un grossolano errore concettuale degli spagnoli e agevolato da un errore tecnico da principianti – piuttosto che nelle meravigliose, avvolgenti trame di gioco che hanno portato alla doppietta di Ferran Torres (Luis Enrique ha scelto di preservarlo per la finale, sennò finiva come da titolo).

Parlerò dell’espulsione di Bonucci. Il cui grande errore è stato quello di vedersi a San Siro in una partita di Serie A, arbitrata da un arbitro italiano. Nessuno lo avrebbe espulso. Pochissimi lo avrebbero ammonito per proteste. Qualcuno lo avrebbe ammonito per la gomitata, ma solo se non avesse già ricevuto un Giallo. Infatti, le cronache e i commenti della RAI hanno faticosamente ammesso che l’espulsione è motivata, salvo arrampicarsi sugli specchi su come si fischia  “in ambito internazionale”.

Parlerò di Paola Ferrari, che ci teneva a sottolineare che la Spagna era stata superiore “ma solo stasera”, non sia mai che qualcuno si faccia domande sgradite sull’effettivo valore di chi ha appena conquistato un Europeo grazie a vittore acciuffate ai supplementari o ai rigori. E per continuare a vendere il prodotto RAI – una Coppa appena inventata di cui nessuno sentiva la mancanza – Ferrari ci ha anche spiegato che domenica “affronteremo la vincente di Francia-Belgio nella semifinale per il terzo posto di Nations League”.

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3568, mi ricordo

Mi ricordo di aver sempre adorato il calcio spagnolo, per la sublime capacità di palleggio, e trovato risibili le scuse ogni volta che ci battono.

Ecco la nuova Pallacanestro Cantù, panchina nuova, squadra rifatta per nove decimi: dopo la retrocessione più ingiusta, determinata fuori dal campo da “autorità” impresentabili, e la triste, prevedibile fuga dei giocatori migliori, oggi comincia la lunga marcia

Fare l’arbitro: “che sia una forma perversa di coraggio?”; un post di quasi nove anni fa sull’arbitro Cakir, quello di Milan-Atlético, e pazienza se sbagliai la previsione sulla sua carriera

Il 6 marzo 2013 pubblicai questo post. Lo riproduco, per applaudire il Milan e per affermare che il Cholo non ha niente da festeggiare.

Julian II, le Roi

Coppa Rimet 1930-1970. I Mondiali in bianco e nero. Bagatelle su Gianni #Brera. Gunnar #Nordahl, John #Langenus

Alla vigilia di Italia 90, venne pubblicato questo volume, che ho appena trovato su una bancarella dell’usato: contiene quasi 150 grandi immagini in bianco e nero, che ricapitolano la storia della Coppa del mondo intitolata a Jules Rimet, primo presidente della FIFA (dal 1920 al 1954).

Dopo nove edizioni, la Coppa venne assegnata al Brasile, capace di rivincerla per la terza volta, a Città del Messico nel 1970, battendo l’Italia 4-1.

Sottotitolo: “Immagini di costume e sport in quarant’anni di calcio”: diviso più o meno a metà, fra immagini di contesto e di partite, l’apparato fotografico è notevole, mentre testi (Lorenzo Merlo, Lamberto Cantoni, Marco Pasi). e didascalie aggiungono poco. Unica eccezione la prosa breriana: “il bianco e nero ha immediata presa romantica… Montevideo è un’ariosa Zurigo senza lustre bancarie artificiali”, eccetera.

Da quel testo di Gianni Brera, ricavo che l’estate del 1938 fu per lo sport italiano non meno gloriosa di questo celebratissimo 2021: la Nazionale di Pozzo rivinse il Mondiale davanti a un pubblico politicamente ostile, Gino Bartali trionfò al Tour de France e Nearco dominò l’Arc de Triomphe, spingendo il presidente della Repubblica francese Lebrun a pronunciare questa frase stizzita: “Ils gagnent tout, ces italiens!”.

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Perché in tutti i sondaggi fra i tifosi brasiliani, #Garrincha risulta più amato di #Pelé

GarrinchaDai ricordi di Nilton Santos:
“Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno”.

Alex Bellos si mette sulle tracce del campione e torna al suo paese natale, Pau Grande, dove incontra l’ultimo dei tredici figli rimasti da quelle parti:
“Il suo vero nome è Terezinha, ma lei preferisce Nenel, il soprannome datole proprio dal babbo. Nenel sorride spesso e volentieri, esibendo il labbro leporino e una fila di denti cariati. Ha un paio di occhi grandi, mento lungo e capigliatura arruffata. Lo squallore della sua stanza è scioccante anche senza sapere chi fosse suo padre. Vive in una stanza che sarà al massimo due metri per due, assieme al figlio di ventidue anni. L’arredamento è costituito da un vecchio letto a una piazza, un grande frigorifero rosso (pieno di birra), un piccolo televisore sintonizzato su una partita di calcio pomeridiana cui nessuno presta attenzione”.

Lo stopper al tempo di Francesco Morini

La fortuna? Giocare in una delle Juventus più forti e rocciose di tutti i tempi (nemmeno troppo antipatica, aggiungo, con Picchi, Vycpálek e infine il Trap alla guida).

La sfortuna? Incrociare la carriera con quelle di Roberto Rosato, Moreno Bellugi e Fulvio Collovati.

Cosa dovesse fare un bravo stopper, “Morgan” Morini lo sintetizzò nelle tabelline che giacevano sotto le figurine Panini.

Fra il 1963 e il 1969, giocò sei campionati nella Sampdoria: 163 partite , zero gol.

Nell’estate 1969 fu acquistato dalla Juventus, dove giocò dieci campionati, 256 partite e zero gol.

A scanso di equivoci, fra Samp e Juve, Morini giocò altre 67 partite, zero gol.

Poi andò a svernare nei Toronto Blizzard, 22 partite, zero gol.

In totale, zero gol in 580 partite.

Non vanno dimenticate le 11 (zero gol) con la maglia della Nazionale, fra cui quelle del girone dei Mondiali in Germania Ovest. Vero è che il polacco Szarmach avrebbe dovuto marcarlo lui… Ma l’anno prima, nella sconfitta in finale contro l’Ajax, Morini quasi annullò Crujiff. E in una vecchia intervista a Calzaretta, a Morini piacque ricordare che contro di lui, nei loro 17 scontri diretti, Riva non avesse mai segnato.

Zoff, Gentile e Cabrini, Furino, Morini e Scirea costituivano la Linea Maginot della squadra trapattoniana, che nel 1977 vinse sia lo scudetto che la Coppa Uefa (unico caso di formazioni italiane autarchiche, capaci di vincere senza stranieri).

Che calcio fosse, non possono dircelo le statistiche, all’epoca ben poco considerate. Nella mia memoria, Morini fa a sportellate con Bonimba o Long John, Giggirriva o Ciccio Graziani, sgancia e prende gomitate intimidatorie, scava una trincea, due volte su tre vince il duello, si impossessa del pallone e lo passa a Scirea, a non più di tre metri (Scirea sì, che sapeva cosa farne di quel pallone).

Era forte di testa, eppure nessuno chiedeva a Morini di avanzare sui calci d’angolo in attacco. Nessuno gli chiedeva di pressare, seguendo il suo attaccante anche dove non costituiva un pericolo. Morini giganteggiò in un calcio On/Off, nel quale le pause erano lunghissime, si rifiatava passando indietro al portiere, ma con aree di rigore spesso ridotte a tonnara.

Anche con la tivù in bianco e nero, era impossibile non notare quel biondo numero 5.

L’Illustrazione dello Sport – numero 1, Guanda 1982

illustrazione_sport_anno_1_n_1L’Illustrazione dello Sport esce nel novembre 1982, come bimestrale diretto da Franco Cordelli e che può avvalersi dei “consulenti” Gianni Brera e Uliano Lucas.

Il contesto appare favorevole. Oltre al successo editoriale de L’Illustrazione Italiana, ci sono le vittorie della Nazionale di Bearzot in Spagna e di Saronni nel Mondiale di ciclismo. L’editore dispone di un formidabile apparato fotografico, immagini a tutta pagina di straordinario fascino. Ma la parabola editoriale fu breve: un paio d’anni, poco più di una dozzina di uscite.

Fra i contenuti di questo numero, 4 vignette a colori di Charles Schulz, con i Peanuts che giocano a baseball.

Alain Ehrenberg, Sport e potere: “L’ipotesi è che lo sport è nel medesimo tempo una tecnologia del comportamento individuale (una disciplina nell’accezione di Foucault) e una tecnologia di mobilitazione di massa”. Lo sport è una delle forme più efficaci di “mobilitazione” delle emozioni su obiettivi precisi, ravvicinati, circoscritti. E non-violenti. “Gli sport sono un modo di creare un individuo battagliero che non sia nocivo. Sono nati come tecniche che cercano di aumentare la combattività impedendole di degenerare”.

Goffredo Fofi, Il giorno del match secondo Kubrick. La boxe è il solo sport che abbia dato vita, nel cinema, a un “genere”. Fra gli ingredienti del genere, il tema sociale (la provenienza del pugile), la corsa al successo, il combattimento uomo contro uomo. Day of the Fight è il titolo del cortometraggio del 1948 con cui Stanley Kubrick descrive la giornata di Walter Cartier, pesi Medi, fino al combattimento della serata.

Quello che doveva ripagarsi con le magliette

Chi si lamenta di Dazn avrà tutte le ragioni del mondo, tranne una: Dazn ha comprato una Serie A che ancora disponeva del miglior portiere (Donnarumma), del miglior difensore (Romero), del miglior laterale (Hakimi), del miglior centrocampista (De Paul) e del miglior attaccante (Lukaku). Dazn ha pagato per un prodotto che non c’è più, e al quale sta per mancare anche Ronaldo. Facile immaginare che la perdita di tante “stelle” abbatta il valore del prodotto calcio.

La trasformazione antropologica del calcio procede rapidamente, scandita da tappe come la Sentenza Bosman, lo spezzatino dei calendari per compiacere le televisioni, l’assegnazione del Mondiale al Qatar, i ridicoli palliativi come il Financial Fair Play, i progetti “esclusivi” modello Superlega… Ma l’estate 2021 rappresenta un nuovo “salto”, con la decimazione della Serie A e il Caso Ronaldo.

Quanto a CR7, a me spiace molto che se ne vada. Temo che sia un vantaggio per la Juve, che dalla sua presenza aveva ricavato cento gol e cento umiliazioni (la squadra che schiera il primo o il secondo miglior calciatore al mondo non può farsi eliminare da Ajax, Porto e Lione, le ultime due agli Ottavi).

Ronaldo è un’azienda, ora lo dicono tutti. Forse il primo a capirlo è stato Beppe Marotta, e l’arroganza padronale di Agnelli ha fatto la fortuna dell’Inter, che si è ritrovata il miglior dirigente calcistico, con il dente avvelenato.

Grazie a Ronaldo, la Juve non ha vinto nulla di più di quanto avrebbe vinto comunque. E dal punto di vista finanziario, è stato un bagno di sangue. Purtropo, per compiacere i milioni di tifosi bianconeri (poverini, sempre trattati come bambini creduloni), pochissimi hanno avuto il coraggio di dire la verità, i più hanno propagato la tesi secondo la quale “uno come Ronaldo si ripaga con le magliette”.

Il 22 luglio scrivevo: “Con Allegri, assisteremo alla crescita esponenziale di Chiesa e Kulusevski, al rilancio in grande stile di Dybala, all’ennesimo trofeo (capocannoniere) di CR7. Ma l’equivoco tattico che ha affossato Pirlo e ha fatto dire a Sarri che la squadra fosse “inallenabile” potrebbe non essere risolto. Perciò, mi sento di aprire uno spiraglio di speranza, motivato dall’inevitabile permanenza di Cristiano Ronaldo: è il suo pesantissimo condizionamento a rendere contendibile il prossimo campionato”.

Ero convinto che nessuno al mondo fosse così folle da garantire a Ronaldo le condizioni pattuite con la Juve. Sottovalutavo i rapporti umani, che devono essersi deteriorati oltre l’immaginabile, se è vero che il portoghese ha svuotato l’armadietto ben prima di sapere con quale altra maglia giocherà.

Ora Jorge Mendes sta gettando tutto il suo peso – enorme, credetemi: fare accettare Ronaldo a Guardiola significa essere un autentico boss – sulla trattativa che dovrà portare Ronaldo lontano da Torino. Le cose sono andate troppo oltre per essere ricucite. Si arriverà alla soluzione auspicata da Allegri (tanti dissero che se tornava è perché gli avevano assicurato la partenza di CR7), e la Juve aggiungerà un paio di pezzi a un organico già pletorico.

“Pesa” di più la volontà di Ronaldo di quella della Juve. Malignamente, possiamo goderne, ma è l’ennesimo sintomo di un calcio che sta andando a sbattere.

Il calcio africano secondo Simon Kuper

Qualche giorno fa ho scritto del torneo di calcio alle Olimpiadi di Tokyo, e della “scomparsa” dell’Africa. Anni fa, i più solerti ottimisti ci spiegavano che era solo questione di tempo: l’Africa stava arrivando e avrebbe lasciato u8n’impronta sempre più profonda su tutti gli sport, calcio compreso.

Tokyo dimostra che sta accadendo l’esatto contrario: la marginalità africana cresce insieme al peso relativo della sua popolazione.

Ho ritrovato quanto scrissi sul settimanale Carta nel gennaio 2010, in vista dei Mondiali di calcio in Sudafrica. Punto di partenza un libro di Simon Kuper, Calcio e potere, la cui attualità non è stata indebolita.

“Il calcio è uno strumento troppo utile alla comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”: l’ha scritto Simon Kuper in uno dei testi fondamentali per capire certe relazioni fra calcio e politica – «Football Against the Enemy» – pubblicato a Londra nel 1994 e aggiornato per l’Italia da Isbn un paio d’anni fa.

Nato in Uganda nel 1967 da una famiglia di ebrei sudafricani, Kuper è cresciuto in Olanda, si è laureato a Oxford per poi collaborare con vari giornali inglesi. Il suo è il racconto in prima persona di un giovane giornalista in giro per il mondo, un’indagine sociologica, esposta nella forma del racconto (non privo di spunti umoristici). Scrive con lo stupore e l’ingenuità di chi scopre le dittature sudamericane, il filo spinato della Cortina di ferro, le credenze ancestrali dell’Africa che si sta modernizzando. Convinto che la storia di una nazione influenzi e sia influenzata dal gioco del calcio, Kuper arriva a intuire che il calcio è uno spazio simbolico dove prendono forma e si sfogano l’appartenenza e l’avversione. Può essere usato da dittatori e politicanti, accendere rivoluzioni, salvare regimi, rivestire un ruolo fondamentale nella formazione delle identità collettive. Mi limito a riprendere alcuni contenuti delle pagine dedicate all’Africa, in vista di un’edizione dei Mondiali caratterizzata da sei Paesi (Algeria, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Sudafrica) che cercheranno di arrampicarsi almeno fino alle semifinali, e dai tanti naturalizzati e figli di immigrati sparsi nelle nazionali europee.

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L’opportunismo elevato ad arte: Gerd Muller, secondo Eduardo Galeano

Lupo feroce, a malapena lo si vedeva sul campo: mascherato da nonnina, nascosti i denti e le unghie, camminava dispensando passaggetti innocenti e altre opere di carità. Nel frattempo, senza che nessuno se ne rendesse conto, scivolava verso l’area di rigore. Davanti alla porta si leccava le labbra: la rete era il pizzo di una ragazza irresistibile. E allora, improvvisamente nudo, lanciava il suo morso.

Basket, Basket 3×3, Baseball, Softball, Volley, Beach volley, Hockey, Rugby a 7, Calcio, Pallamano, Pallanuoto e Tennis: a #Tokyo2020, ben 29 Paesi hanno vinto medaglie, 15 hanno vinto un torneo, eppure “l’Italia che trionfa” non c’è. Ecco il medagliere dei giochi con la palla.

Tredici Olimpiadi dopo, l’Africa è inchiodata al Sessantotto

Il Quinto Cerchio sta sempre lì, immobile, fra il 3 e il 4 per cento: niente di più. Il gigantesco continente nero, con il suo miliardo abbondante di abitanti, era e rimane ai margini dei Giochi olimpici, le poche medaglie che conquista arrivano quasi tutte dall’atletica

Era il 1968, fra tanti “miracoli” – sportivi e politici – innescati dall’altitudine di Città del Messico, ci fu la stupefacente entrata in scena degli atleti africani.

In realtà, era tutti uomini e quasi tutti venivano dal Kenya. Conquistando 8 medaglie, i kenyani si piazzarono al secondo posto nel medagliere dell’atletica maschile, precedendo l’Unione Sovietica e le due Germanie; 2 medaglie fra cui un Oro anche per l’Etiopia, un Oro e un bronzo per la Tunisia.

Qualche nome: Kipchoge Keino vinse i 1.500 e fu argento nei 5.000, Mohammed Gammoudi i 5.000, Naftali Temu i 10.000 (più il bronzo nei 5.000), Amos Biwott i 3.000 siepi davanti al connazionale Benjamin Kogo, Mamo Wolde la Maratona. Non meno clamoroso il risultato della sconosciuta staffetta 4×400 del Kenya, che conquistò un incredibile secondo posto alle spalle degli USA, che schieravano tutte e tre le medaglie dei 400.

Se qualcuno si sta chiedendo cosa fece l’Italia, ricordo i due magnifici bronzi di Eddy Ottoz nei 110 ostacoli e Giuseppe Gentile nel salto triplo.

Chiusa la parentesi messicana, è facile notare che sono passati 43 anni, 13 Olimpiadi e le prestazioni africane possono dirsi migliori solo grazie alle donne, soprattutto le etiopi. Ma i risultati complessivi restano sempre quelli; anzi, l’Olimpiade in Giappone si configura come la peggiore fra le ultime quattro edizioni, con un solo, modesto indicatore in controtendenza: il numero dei Paesi saliti sul podio.

Solo sei della cinquantina di delegazioni giunte a Tokyo mostra una certa continuità nel raccogliere medaglie: Kenya, Etiopia, Tunisia, Marocco, Sudafrica ed Egitto.

Da dove arrivano queste medaglie? La larga maggioranza (la totalità per alcuni Paesi) esce dall’atletica leggera… Anzi, dalle piste dell’atletica… Anzi, dalla corsa.

C’era una volta a San Siro, Gianfelice Facchetti, Piemme, 2021

È indiscutibile, lo stadio di San Siro rappresenta uno dei simboli di Milano. Inaugurato il 19 settembre 1926, il 2 marzo 1980 fu intitolato a Giuseppe Meazza.

A volere lo stadio fu Piero Pirelli, imprenditore e presidente del Milan dal 1909 al 1928; il progetto fu firmato dall’ingegner Alberto Cugini e dall’architetto Ulisse Stacchini, già progettista della stazione di Milano Centrale. Ispirato agli stadi inglesi, ci vollero solo tredici mesi per costruirlo. Composto da un solo “anello”, non c’erano le curve, ma quattro tribune di diversa altezza; capienza quarantamila spettatori, fra tribune e parterre.

Nel 1926, il Milan giocava in viale Lombardia, l’Inter in via Goldoni, e poi all’Arena Napoleonica, oggi intitolata a Gianni Brera. Dal 1947-48, anche l’Inter si trasferì a San Siro: è una rarità che due grandi squadre condividano lo stesso impianto, questa coabitazione non ha paragoni con nessun’altra realtà calcistica di alto livello.

A distanza di ventinove anni, nel 1955 venne alzato il secondo anello. Ne sono passati altri trentacinque, ed ecco il terzo anello, per Italia 90 (gli Azzurri non giocarono mai a Milano, nonostante la storica imbattibilità della Nazionale).

Oggi si dice che serve un altro stadio: a sostenerlo con più forza sono “le proprietà fluide” di Milan e Inter, con l’argomento che solo un altro stadio potrà garantire competitività con i grandi club europei.

Nato nel 1974, l’amico Gianfelice ha giocato nei ragazzi dell’Atalanta: era portiere, papà Giacinto lo soprannominò Bacigalupo.

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Ha vinto il Brasile, la Spagna ha dato spettacolo, l’Africa è scomparsa prima delle semifinali: il torneo olimpico di calcio si conferma una delle competizioni più contendibili e “democratiche”. #Tokyo2020

XXXII edizione dei Giochi, XXIX effettivamente disputate, XXV quelle in cui si è disputato il torneo di calcio.

Presenti 16 nazionali, il Brasile ha bissato il successo di Rio, battendo la Spagna nei tempi supplementari; bronzo al Messico, che ha sconfitto il Giappone. Miglior marcatore Richarlison (5), seguito da Gignac, Uj-jo e Cordova (4). Capitano dei verde-oro, Dani Alves, che mi pare abbia conquistato il 44esimo trofeo della sua incredibile carriera. Al solito, la giovane Spagna ha giocato meglio di tutte, ma non ha avuto un grammo di fortuna (due pali in finale negli ultimi minuti dei tempi regolamentari).

Il dato che mi preme sottolineare è questo: in 25 edizioni hanno vinto 18 nazionali diverse. Non conosco tornei altrettanto “democratici”.

Ecco le 18: Ungheria, Brasile, Argentina, URSS, Uruguay, GB, Jugoslavia, Spagna, Polonia, Germania Est, Nigeria, Cecoslovacchia, Svezia, Italia, Messico, Belgio, Francia, Camerun.

Il Brasile sale al comando del medagliere complessivo (7 volte su podio: 2-3-2), ma l’Ungheria resta al comando degli Ori grazie alle vittorie ottenute nel 1952 (quelli di Puskas), 1964 e 1968.

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Les Jeux sont faits, rien ne va plus: perché rovinare #Tokyo2020 con la grancassa della retorica?

Scriverò ancora delle Olimpiadi appena concluse: sono state emozionanti, avvincenti, con momenti sublimi.

Ma, come era facile temere, l’Italia sembra avere bisogno di una “narrazione” roboante, enfatica, da primi della classe. Perciò si fanno confronti numerici insensati (a Tokyo sono state distribuiti 33 Ori e 106 medaglie più che a Rio: qualcuno l’ha mai detto?) e si rimuovono gli aspetti sgradevoli.

Il medagliere per nazioni è un indicatore rozzo, ma i cantori degli Azzurri (la Rai, innanzitutto, ma anche Discovery e la grande stampa) sembrano avere qualche problema con la matematica.

A me non pare che per l’Italia sia stata, la più grande Olimpiade di sempre.

Il medagliere provvisorio di un’Africa in caduta libera

Il medagliere provvisorio dei Paesi a sud del Rio Grande: allo sprint Brasile e Cuba

Il medagliere provvisorio degli eredi della Jugoslavia

Il medagliere provvisorio degli eredi dell’Unione Sovietica.

#Tokyo2020: una spedizione leggendaria, con cadute rovinose

A meno di sorprese imprevedibili, l’’Italia chiuderà i Giochi con gli stessi Ori di quanti raccolti nel 1996, nel 2000, nel 2004, nel 2008, nel 2012 e nel 2016.

Dopo Londra 2012, l’Italia rivendicò di stare nella Top Ten, con 8 Ori, 9 Argenti e 11 Bronzi (totale 28), eppure aveva alle spalle l’Australia con 35 medaglie e il Giappone con 38 (ma con solo 7 Ori). Dopo Tokyo, le “nostre” medaglie di bronzo peseranno come l’oro…

Vero è che come numero di medaglie complessive il risultato appare positivo, ma un minimo di onestà intellettuale dovrebbe pur considerare che di medaglie, ai Giochi, se ne assegnano sempre di più. Come ho già scritto, a proposito della “bulimia olimpica”, a Tokyo2020 si assegnano 339 Ori e 1089 medaglie, a Rio gli Ori erano solo 306 e le medaglie meno di mille (a Londra 302 Ori, come a Pechino, ad Atene 301, a Sydney 300, ad Atlanta 273, a Barcellona 255). In pratica, stavolta si assegnano un centinaio di medaglie in più che nelle ultime edizioni, quasi 300 in più di quante se ne assegnavano a Barcellona1992.

Chiunque – anche il più fazioso volto della Rai – dovrebbe capire che confrontare il numero di medaglie vinte da un’Olimpiade all’altra richiederebbe più correttezza e meno cieco (a volte ridicolo) patriottismo. Le 34 medaglie di Sydney e anche le 32 di Atene mi sembrano certificare un risultato superiore a quello di Tokyo.

I confronti veri andrebbero fatti con quei Paesi con cui è lecito paragonarsi: Gran Bretagna, Germania, Francia (mentre scrivo, c’è il rischio di finire dietro a Corea, Olanda e Nuova Zelanda…).

Né andrebbe dimenticato che la spedizione italiana ai Giochi è fra le più numerose di sempre. Ma fra scherma e tiro non è arrivato nemmeno un Oro, rispetto ai 5 (su 8 totali) di Rio 2016. Stavolta si sono conquistate medaglie “storiche” (atletica, ginnastica, ciclismo, vela), ma è altrettanto vero che i risultati nelle competizioni a squadre sono stati peggiori del previsto.

Non andrebbe rimosso, inoltre, che la concorrenza internazionale ha evidenziato autentici crolli: l’Africa è quasi scomparsa, Cuba e Giamaica arrancano, la delegazione russa è stata falcidiata dalle squalifiche…

Se davvero il piazzamento nel medagliere olimpico misura lo stato di salute di un movimento sportivo – ne dubito, ma non saprei proporre altri indicatori – senza i favolosi 10 minuti di Tamberi e Jacobs, chi oltre al Coni avrebbe dato un voto positivo alla spedizione italiana?