In Turchia e in Polonia

Il comitato esecutivo della Uefa ha appena reso nota la sede della finale della Champions League 2019-20: si giocherà all’Atatürk di Istanbul, già teatro dell’indimenticabile sconfitta del Milan contro il Liverpool nel 2005.

Il peso “politico” della Turchia ne esce ancora rafforzato. Come quello di un’altra democrazia piuttosto discutibile, quella polacca: al PGE Arena Gdańsk di Danzica andrà in scena l’ultimo atto dell’Europa League.

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Pittsburgh. Ritratto di una città industriale, William Eugene Smith, al MAST di Bologna

Steelers, così si chiama la squadra di football americano che sta di casa a Pittsburgh, Pennsylvania. I colori sociali sono nero, oro e bianco. Non ci sono grandi squadre di baseball o di basket, a Pittsburgh, ce n’è una (i Penguins), che di recente ha scalato la vetta dell’hockey, ma quella di football americano è la più vincente dell’intera NFL, l’unica franchigia ad aver vinto il Super Bowl sei volte, gli Steelers condividono il record per il maggior numero di apparizioni in finale (8) con i Cowboys di Dallas, i New England Patriots e i Denver Broncos.
Steelers viene da Steel, che vuol dire acciaio.

Pittsburgh venne insediata all’incrocio di due fiumi, Allegheny e Monongahela, che confluiscono a formare il fiume Ohio; dopo l’originario insediamento francese di Fort Duquesne, per mezzo secolo, nella seconda metà del Settecento, francesi, inglesi e coloni americani si disputarono il dominio di quel luogo strategico, e intanto sterminavano i nativi. Sui fiumi, scendevano barconi carichi di carbone, ferro, arenaria; negli anni Sessanta dell’Ottocento, arrivò l’acciaio. Pittsburgh è anche la città in cui si insediò George Westinghouse, che diede vita alla seconda azienda elettrica degli Stati Uniti.

Dal 1870, arrivarono ondate di emigrati da Dublino, Manchester, dalla Germania, e poi polacchi, ungheresi, slovacchi, russi, italiani. In seguito, salirono a nord migliaia di profughi neri in fuga dal sud razzista. Scrive il fotografo: “In comune avevano solo le fornaci, gli incidenti, i salari da fame e gli scioperi. L’inglese rimase per loro una lingua estranea”.

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Inarrestabile, Maria Sharapova, Einaudi 2017

L’ho appena vista perdere la semifinale di Roma con la rumena Halep, ma ieri e ieri l’altro era stata capace di vincere due partite da sfavorita. E al Roland Garros, se non avrà un tabellone proibitivo, potrebbe tornare in alto. 

Innamorato di Masha da quando la vidi prima in foto poi in tv, vincere Wimbledon – era il luglio 2004 – non sarei arrivato al punto di acquistare la sua autobiografia, senza due particolari: la foto in copertina e il sottotitolo. Due scelte perfette: “La mia vita fin qui” fa immaginare altri e più meditati bilanci, fra qualche decennio (Bartali ne ha scritte tre, di autobiografie). E di immagini più glamour poteva sceglierne a decine, a centinaia, ma questa è davvero coerente con il titolo («Unstoppable: My Life So Far»).

Chi cercasse confronti con «Open», l’opera attribuita ad Agassi e confezionata dal Pulitzer J. R. Moehringer, sbaglierebbe bersaglio; quello è un capolavoro, questa è solo una bella storia. Comincia con la squalifica per doping dopo gli Australian Open 2016. Masha aveva vinto 5 Slam e si chiedeva se ne avrebbe vinto un altro, il 2016 poteva essere l’ultima stagione. Ma non poteva finire così.

Da più di dieci anni, assume un farmaco che da qualche settimana è entrato nella lista delle sostanze dopanti, anche se non è mai stato provato che migliori le prestazioni. “Serena Williams ha segnato i vertici e i limiti della mia carriera… Affronto tutte le partite contro di lei con trepidazione e rispetto”; anticipa che rivelerà un segreto, qualcosa che forse spiega la natura della loro rivalità.

“Posso esprimerla in termini più raffinati, ma di base la mia motivazione è semplice: voglio battere tutti. Non è solo questione di vincere, ma di non essere sconfitta”. Masha si riconosce una qualità essenziale: la tenacia, la determinazione; “io non mollo”.

Il padre Jurij non amava Gorbacev, gli sembrava debole. La madre Elena era molto più colta del marito, laureata con il massimo dei voti. Vivevano a Gomel, Bielorussia, non lontano da Cernobyl. Elena rimase incinta poco dopo l’esplosione nucleare, i nonni materni la convinsero a trasferirsi da loro, a Niagan, Siberia, vicino al Circolo Polare Artico.

Masha nasce a Niagan il 19 aprile 1987. A due anni, i genitori si trasferiscono a Soci. A quattro, conosce il primo allenatore, Jurij Judkin, lo scopritore di Kafelnikov. Ma “in Russia il tennis era un passatempo per nobili decaduti”. Judkin sceglieva i bambini sulla base di un criterio: la capacità di concentrazione, secondo lui, “per eccellere in ogni campo bisogna essere in grado di reggere una tremenda dose di noia”. Il libro preferito è «Pippi Calzelunghe».

Verso i sei anni, Judkin convince il padre ad andarsene dalla Russia per gestire il talento della figlia…

E se ci fosse l’Inter al posto della Juve?

Chi parla di Germania – Bayern -, di Francia – PSG -, di Spagna – Barca o Real-, di Portogallo – Porto o Benfica -, sta ormai sotto la soglia del realismo. La Serie A è ormai ai livelli della Scottish Premier League, dove i guai finanziari del rangers hanno aperto un’autostrada ai 7 scudetti consecutivi del Celtic.
La Juve è destinata a vincere l’ottavo e il nono scudetto, forse anche la quinta e la sesta coppa di fila… La Roma ci ha provato, ma è piena di debiti e Pjanic e Benatia sono andati a vincere in bianconero; il Napoli ci ha provato, ma il suo fatturato ha limiti invalicabili, e Higuain è passato prontamente sull’altra sponda (accadesse anche a Koulibaly, gli scudetti consecutivi diverrebbero una dozzina).

Se ne sono accorti persino quelli di Sport Mediaset… “Ha ragione Sarri quando parla del fatturato e dei soldi che contano. Non c’è dubbio… E poi si sa: il valore di mercato s’incrementa in base al numero di vittorie: più si vince più le casse si riempiono. Quindi in realtà soldi e titoli viaggiano su due binari paralleli. E il divario fra ricchi e meno ricchi rischia solo di ingigantirsi”.

Le due tabelle che ho ripreso mostrano i distacchi abissali fra chi vince e chi insegue.

In Bundesliga, il Bayern Monaco ha vinto il sesto titolo consecutivo: 14 degli ultimi 20, 21 degli ultimi 34.
In Ligue 1, con cinque giornate d’anticipo, il PSG ha vinto il suo settimo titolo (4 negli ultimi 6 anni). Il PSG ha vinto anche Coppa di Lega e Supercoppa francese. La seconda in classifica, il Monaco, ha subito un’umiliante 7-1 al Parco dei Principi. E mancava Neymar.
Nella Liga, il Barca ha vinto il 25esimo scudetto; degli ultimi 14 campionati, 13 se li sono spartiti i catalani e il Real Madrid.
Anche in Premier League, il City di Guardiola (settimo campionato vinto in nove stagioni da allenatore) si è assicurato il titolo con 5 giornate d’anticipo, ma almeno questa lega mostra la vitalità che deriva da un certo equilibrio competitivo; l’anno scorso aveva vinto il Chelsea, prima il Leicester.

Nel dopoguerra, il calcio italiano è stato caratterizzato da un certo equilibrio competitivo; ecco una tabella riassuntiva degli scudetti conquistati:

  • Anni Cinquanta – Juve 3, Milan 4, Inter 2, Fiorentina 1
  • Anni Sessanta – Juve 2, Milan 2, Inter 3, Bologna, Fiorentina e Cagliari 1
  • Anni Settanta – Juve 5, Milan 1, Inter 2, Lazio e Torino 1
  • Anni Ottanta – Juve 4, Milan 1, Inter 1, Napoli 2, Roma e Verona 1
  • Anni Novanta – Juve 3, Milan 5, (Inter 0), Sampdoria e Lazio 1

Tutti e 16 gli ultimi scudetti se li sono spartiti Juve, Inter e Milan.
Il calcio mi interessa sempre meno, ma non riesco a risolvere un dubbio: sarebbe lo stesso anche se ci fosse l’Inter al posto della Juve?

Revancha, di Lorenzo De Alexandris e Diego Mariottini, Ultra Sport 2018

Pubblico un libro che si intitola “Rivincite” e questo ha quasi lo stesso titolo (al singolare, in spagnolo).

L’ottobre scorso consegno un racconto per un’antologia che uscirà ai primi di giugno – “Notti magiche” – miracolosamente recuperata dopo aver perso per strada un paio di editori, tramortiti dal naufragio degli Azzurri di Ventura. Il mio racconto parla del gol di Javier Zanetti agli inglesi nella Coppa del Mondo 1998, elevandolo a momento magico nella secolare rivalità fra Albiceleste e Bianchi d’Inghilterra. Che è proprio l’argomento di questo libro.

Vado alla bibliografia e trovo 8 titoli in comune: fosse uscito tre mesi prima, “Revancha” sarebbe nella mia bibliografia, e forse “Rivincite” nella loro, che puntualmente collocano lo sport all’incrocio fra storia e politica.

Sostengono gli autori che in Argentina – da Fangio a Monzón, da Vilas a Gabriela Sabatini, da Maradona a Messi – i campioni dello sport godano di una popolarità che nessun altro personaggio riesce a raggiungere.

Analogamente all’inglese “revenge”, mi pare che la parola “revancha” stia a significare sia rivincita che vendetta. De Alexandris e Mariottini descrivono una relazione fra Argentina e Inghilterra in cui “sopravvive un rancore … che non riesce proprio a estinguersi”. Tanti episodi storici, di politica e di calcio, vanno a collocarsi fra due polarità: la guerra per le Falklands/Malvinas e la mano de Diós.

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Manette per Srdjan Obradovic…

Sono contrario, risolutamente contrario, alla costruzione di nuove carceri, che pare faccia parte del programma di governo in via di definizione. Però…
Leggo che in Serbia un tale Srdjan Obradovic sarebbe stato arrestato per un reato particolarmente odioso.

Di professione arbitro, il signor Obradovic (da Schio?) dopo aver assegnato un rigore inesistente sia stato “arrestato per abuso d’ufficio”.
Sembra che costui avesse “palesemente favorito la squadra di casa durante un match di campionato. È finito in manette”, scrive l’edizione online del Corriere.

“Tutto è accaduto al termine della partita fra lo Spartak di Subotica e Radnicki di Nis, entrambe in corsa per l’Europa League. Il direttore di gara ha assegnato due rigori alla squadra di casa, uno assolutamente inesistente. Una condotta che avrebbe palesemente favorito lo Spartak. Risultato: Obradovic è stato arrestato e dovrà comparire davanti al giudice per rispondere dell’accusa di abuso d’ufficio”.

Se in Italia prendesse piede una simile pratica, l’annoso problema del sovraffollamento delle carceri tornerebbe esplosivo.

#Rivincite off limits 25: Jean-Marc Bosman

Il 15 dicembre 1995 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee accolse le istanze del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Così facendo, stabilì un principio di civiltà giuridica, destinato a modificare il rapporto fra un giocatore e la società di appartenenza. Tanti ne hanno beneficiato, Bosman meno di tutti: in “Rivincite” vi ho dedicato qualche pagina.

Classe 1964, Bosman gioca a centrocampo nell’RFC Liegi, dopo essere stato sotto contratto con l’altra squadra cittadina, lo Standard. Il contratto scade nel 1990 e lui intende trasferirsi in Francia, il Dunkerque vuole tesserarlo. Ma l’RFC Liegi pretende un indennizzo, l’affare sfuma, Bosman si trova “separato in casa”, con una riduzione d’ingaggio, poi finisce fuori rosa.
Davanti alla Corte di giustizia dell’UE, in Lussemburgo, il belga diventa il primo calciatore a denunciare l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in armonia con il concetto della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. La battaglia legale va avanti per quasi cinque anni.

La sentenza del 15 dicembre 1995 – scrive Diego Mariottini in Storie maledette, QUI – “stabilisce che il sistema di regole del calcio europeo costituisce in quel momento una pesante restrizione alla libera circolazione dei lavoratori, in chiaro contrasto con l’articolo 39 del Trattato di Roma del 1957… A tutti i calciatori dell’UE viene così permesso di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto”, nel caso di un trasferimento da un club dell’UE a un altro, sempre dell’Unione.

Dalla Sentenza Bosman deriva che le Federazioni nazionali “non possono più limitare il tetto di giocatori stranieri comunitari in campo… Da quel momento le limitazioni riguardano soltanto calciatori extracomunitari”.

Due gli effetti collaterali più evidenti: si registra un’impennata degli ingaggi, soprattutto dei cosiddetti top player, e le differenze fra piccole e grandi squadre si allargano a dismisura.

Epitaffio per Tardelli

Dopo gli interisti Bonimba, Mazzola e Facchetti, Johann Cruyff, Giggirriva e Marco Tardelli sono i calciatori che ho amato di più nella mia giovinezza.
Vedere Tardelli passare dal Como alla Juve è stato terribile, l’Inter se lo fece sfuggire e vestì il nerazzurro con una dozzina d’anni di ritardo, ancora in tempo per una decine di partite di levatura eccezionale (su tutte, la doppietta al Real Madrid in una semifinale di Coppa Uefa).

Tardelli, inoltre, ha sempre avuto fama di essere “di sinistra”: non ricordo nulla che giustifichi questa immagine, ma certo non è stato uno di quei calciatori “soldatini” (direbbe Cassano) da un colpo al cerchio e un colpo alla botte, e anche qualche aspetto della sua vita privata deponeva a favore.

Dopo domenica sera, la mia opinione su “Schizzo” è precipitata ai minimi termini.
Perché è lui, molto più di Chiellini, a essere uscito malissimo dalla discussione opportunamente innescata da Riccardo Cucchi sul numero degli scudetti effettivamente vinti dalla Juventus.

Al bar puoi, su una rete televisiva “servizio pubblico” no.
Non puoi uscirtene con un’enormità come “Ma tanto li hai vinti, che te ne frega”. Il peggior qualunquismo e un così esibito disprezzo per le regole mi appaiono imperdonabili provenendo da un mito come lui.

Come faccio sempre con Moggi, ogni volta che mi troverò di fronte Marco Tardelli, cambierò canale.

#Rivincite off limits 24: Milan e Inter, Real e Benfica

Quello che segue è un vero e proprio “taglio”, alcune righe che all’ultimo momento ho tolto da “Rivincite”.
Nei prossimi giorni, ne pubblicherò altri.
Considerato il fatto che sono state stampate 460 pagine, immagino dovessi farne molti di più…

In tutte le prime sette edizioni della Coppa dei Campioni, fra il 1955 e il 1962, si impongono squadre della penisola iberica: Real Madrid e Benfica Lisbona.
Entrambe appaiono come espressioni degli ultimi regimi dittatoriali, le dittature fasciste rimaste in Europa, salite al potere nel 1939 (Francisco Franco) e fin dal 1932 (António de Oliveira Salazar).
Prima a Wembley, poi al Prater di Vienna, sono le due squadre milanesi (battendo in finale il Benfica e il Real) a farla finita con quella supremazia.

#Rivincite off limits 23: Herbert Chapman

A margine dell’addio di Arsène Wenger all’Arsenal, dopo 22 stagioni, è uscita una notizia “storica” alquanto singolare.
Pare che nel 1925, l’11 maggio, i Gunners, alla ricerca di un allenatore, dopo l’addio di Leslie Knighton, pubblicarono un annuncio su un giornale sportivo, «Athletic News»: vi stava scritto che avrebbero assunto un allenatore “con grande esperienza e che possegga le più alte qualifiche per il ruolo. Si pregano i signori che richiedono un salario esorbitante per costruire una buona squadra di evitare la candidatura”.
Non si sa se tramite questo annuncio o in altre forme, venne scelto Herbert Chapman. Non lo sapevo, ma in “Rivincite” ho dedicato a questo personaggio più di un passaggio.


Veniva dall’essere stato vice allenatore l’Huddersfield Town, trovandosi proiettato alla guida della prima squadra quando il suo maestro, Ambrose Langley, decise di candidarsi a sindaco di quella città. Grazie alle innovazioni di Chapman, l’Huddersfield vince due campionati; anzi tre consecutivi, ma intanto Chapman è andato a Londra, dove decide di arretrare il centromediano in difesa, e rivoluziona il gioco del calcio.

Nasce il WM. Altrimenti detto “il Sistema”.

È la soluzione tattica che Chapman ricava da ciò che accade il 25 giugno 1925, quando “l’International Board modifica il regolamento alla voce “fuorigioco”: per non incorrere nell’infrazione, l’attaccante deve avere fra sé e la linea di porta almeno due avversari, anziché i tre previsti fino ad allora. Le conseguenze tattiche sono incalcolabili”.
Affermatosi come uno degli allenatori più influenti nella storia del gioco del calcio, Chapman rimase all’Arsenal fino al 6 gennaio 1934, quando morì di polmonite, dopo aver assistito a una partita delle riserve. Con lui, i Gunners vinsero due campionati e una FA Cup.

In suo onore, hanno elevato una statua all’esterno di quello che oggi chiamano Emirates Stadium. Altre due statue bronzee stanno nei pressi del “tempio”, dedicate a Tony Adams e Thierry Henry. Il prossimo sarà Wenger.

Attaccamento alla maglia, una storiella

Sono miope. Di primo acchito, avevo pensato a una maglia rossoblù del Bologna (vivo a Bologna), ma avvicinandomi ho capito che era del Milan. Un bambino indossava una vecchia maglia rossonera con lo sponsor Mediolanum.

Non ho il cuore di pietra. Vedere un bambino che oggi – dopo la figuraccia rimediata in finale di Coppa Italia – esce di casa così abbigliato, mi ha quasi commosso. Avessi avuto le mani libere, avrei estratto lo smartphone e, se autorizzato, gli avrei scattato una foto.

Intanto, continuo ad avvicinarmi, il bambino ha i capelli neri, porta jeans e scarpe da tennis bianche, la maglia gli sta lunga e larga. Deduco fosse di un fratello maggiore, ma resta la sostanza commovente di un “attaccamento alla maglia” che gli fa onore.

Arrivo alle strisce pedonali, le auto si fermano e ci veniamo incontro. A tre metri mi accorgo che è un bambino cinese.

#Cantù conquista i playoff! Non vedo sorprese sportive più grandi in questo 2018, se si ritorna alle premesse nefaste con cui cominciò la stagione Red October.

L’ingenuità non è ammessa

Io sì che posso esserlo, ingenuo. Io sì, che posso credere alle favole o a eventualità assai improbabili, perché mi fa piacere farlo, perché vi trovo consolazione, perché soffrirei altrimenti.

Ma se a fare la figura dell’ingenuo è qualcuno che detiene ruoli rilevanti, le cose cambiano: costui si attira un giudizio molto negativo, i più penseranno che è uno stolto, un incapace o, almeno, che mostra una palese inadeguatezza al ruolo.

È quello che oggi penso sia di chi dirige l’Inter che il Movimento 5 stelle.

Non puoi credere che contro la Juventus, in una partita decisiva, avrai un arbitraggio equo: non è mai accaduto, dunque devi attrezzarti per non essere fregato, anziché svegliarti di soprassalto, meravigliato, e pronunciare parole tanto pesanti, quanto fuori tempo massimo.

Né puoi credere che Renzi ti porterà in dono i voti che ti mancano: l’ex segretario del Pd è il primo motivo per cui il MoVimento ha ottenuto 11 milioni di voti, molti dei quali sottratti proprio al partito di Renzi. Inevitabile l’astio, le strategie divaricanti: oserei dire che l’unica dialettica possibile è mors tua vita mea.

E adesso?

Non mi permetto di suggerire strategie a organismi tanto più grandi di me. Mi limito a segnalare che se si vuole imparare da errori così rovinosi – superando il dilettantismo di cui Inter e M5s hanno dato prova – bisogna aggiornare e affinare l’analisi. Capire a quale gioco si sta davvero giocando. Non è detto che si sia obbligati a condividerne le regole, ma non comprenderle sarebbe l’anticamera di nuove, ancor più brucianti disfatte.