Rossi c’è! Quasi 21 anni dopo la prima vittoria, da Brno a Assen (decima volta in Olanda)

2010, mi ricordo

Mi ricordo Cochet, Lacoste, Brugnon e Borotra, e quest’ultimo moschettiere diventare ministro per i collaborazionisti di Vichy.

L’encomiabile Crosetti proprio non ce la fa a vedere la Juve per quel che è…

Maurizio Crosetti, giornalista di Repubblica, è uno di quei tifosi juventini che riescono ancora a discernere le “vittorie sul campo” dalle truffe.
Ieri ha scritto della decisione della Juventus di richiamare il dottor Riccardo Agricola, con il ruolo di direttore sanitario del JMedical.

“In Italia lavorano circa 240 mila medici, ma uno soltanto era responsabile dello staff sanitario della Juventus al processo per doping, uno solo venne condannato a un anno e dieci mesi in primo grado (2002) per abuso di farmaci e somministrazione di specialità medicinali diverse da quelle dichiarate, assolto in appello (2005) e prescritto (non assolto) in Cassazione nel 2007. Ebbene, Riccardo Agricola diventerà il direttore sanitario dello JMedical, la struttura non appartenente alla Juventus, come ribadito ieri dal club, ma dalla Juventus controllata e a lei vicinissima. Agricola, 71 anni, rappresenta dunque il più clamoroso dei ritorni in bianconero e forse non il più opportuno. Perché ai giocatori juventini, giovani e sanissimi, venivano somministrati psicofarmaci? Perché il sangue di alcuni di loro era denso come marmellata? Sono alcune tra le molte domande che tre gradi di giudizio non hanno mai del tutto chiarito. Se poi la giustizia ha fatto i conti con i consueti tempi biblici, e se quell’ombra di prescrizione non si è mai davvero dissolta, era proprio il caso di insistere riproponendo il dottor Agricola? Una scelta ai limiti della provocazione o della sfida, non si capisce bene a chi. Oppure, semplicemente, la categoria dei medici sportivi negli ultimi dieci anni non ha prodotto nulla più di questa vecchia gloria (…)
Si ha un bel dire che esiste un accanimento mediatico contro quella lunga stagione bianconera, tra legittimi trionfi sportivi, processi per doping, scudetti cancellati, schede telefoniche e retrocessione in B, ma è la stessa Juventus a non incoraggiare un oblio che in parte le gioverebbe. Poi, certo, il dottor Agricola non è il dottor Mengele, ma tra 240 mila medici forse si poteva scegliere diversamente”.

Crosetti ha ragione, ma sembra non voler vedere un aspetto del problema: la Juventus è abituata a rivendicare tutto, si attribuisce i due scudetti cancellati dalla giustizia sportiva, non ha mai ritirato la causa “temeraria” per danni contro la Federcalcio, non ha mai messo a bilancio le cifre necessarie a pagare i veri danneggiati di Calciopoli (Gazzoni Frascara, per esempio) e così facendo ha scientemente falsificato il bilancio, scommettendo di poter dilazionare il pagamento alle calende greche.

La Juve è questa, prendere o lasciare. Richiamare al lavoro quel signore di 71 anni che rendeva il sangue dei calciatori “denso come marmellata” è un risarcimento alla sua omertà.

Lo stadio della Roma a Tor di Valle: alla prova dei fatti, il naufragio Cinque Stelle

“Un privato (la Roma calcio) sceglie l’area di Tor di Valle che è completamente priva di infrastrutture. Dunque, per poter raggiungere lo stadio dovevano essere costruite una serie imponente di infrastrutture che realizzerà la stessa società in cambio di maggiori cubature rispetto a quelle previste dal piano urbanistico.

Le amministrazioni intelligenti scelgono i luoghi per costruire gli stadi in modo che le nuove infrastrutture (metropolitane o strade) siano utili anche ai quartieri limitrofi. Si poteva pensare ad un luogo più interno alla città; più vicino alle periferie devastate che nella capitale sono ampiamente diffuse e che stanno andando verso un degrado senza fine.

È utile ricordare ancora che i quattro consiglieri comunali 5stelle all’opposizione di Marino – tra cui Virginia Raggi – avevano condotto contro quella scelta una limpida opposizione. Ora hanno mutato giudizio. Uno dei motivi principali della scelta possiamo trovarlo nei rapporti economici tra proprietà dei terreni (gruppo Parnasi) e tra il conglomerato societario della Roma di James Pallotta e la banca che vanta nei loro confronti crediti per oltre 100 milioni di euro, e cioè Unicredit. Scegliendo un’altra area per costruire lo stadio i terreni non sarebbero stati dei debitori dell’istituto bancario che non avrebbe potuto così rientrare dalle esposizioni”.

Questa analisi è proposta da Paolo Berdini, per breve tempo assessore all’Urbanistica di Virginia Raggi, ispiratore del programma elettorale dei Cinque Stelle a Roma. L’intero articolo sta qui.

Cosa concludere? Che chi tocca Roma muore? Che nemmeno l’alterità dei Cinque Stelle riesce a salvarsi davanti al mattone e alla speculazione fondiaria? Che in questa fase storica da ogni proposta politica si può solo venire delusi? Che presto vedremo Raggi e Malagò e Pallotta (e Unicredit) in una sorridente foto di gruppo?

Il senso di appartenenza ce l’hanno anche alla Juve. E non mancano di riconoscenza…

Trovo sia una buona notizia: il dottor Riccardo Agricola, già medico sociale della Juventus, dopo le note vicissitudini societarie è pronto a tornare in società. Ammesso abbia mai smesso di farlo.

Un sito web noto per la pacatezza e ragionevolezza del discettare di Farsopoli e armadietti stracolmi di medicinali – IlBiancoNero.com – ha fatto trapelare ciò che ho appena letto su Calciomercato.com.
“La Juve dovrebbe affidare ad Agricola la gestione del J Medical, il centro medico privato totalmente gestito dalla società bianconera la cui sede è adiacente allo stadio della Juve”.
Auspico che quel “dovrebbe” diventi presto un indicativo presente. Agricola ha un grande merito, a cui la Juve non può essere indifferente: ha sempre tenuto la bocca chiusa.

Agricola venne condannato a un anno e dieci mesi in primo grado, prosciolto in Appello, la Procura fece ricorso in Cassazione, che nel marzo 2007 annullò la sentenza di secondo grado. I giudici diedero ragione alle tesi dell’accusa, ma nel frattempo il reato era prescritto (quando uno juventino straparla di prescrizione, ricordategli almeno questo).
In pratica, venne ritenuta fondata l’accusa di doping e di frode sportiva: un’ombra pesante sui trionfi bianconeri della gestione Moggi-Giraudo-Lippi-Agricola: tre scudetti, una Champions League, due Supercoppe italiane, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale.

La vicenda partì nell’agosto 1998 con la celeberrima intervista a Zeman sul calcio che doveva uscire dalle farmacie. A settembre, dovette dimettersi il presidente del CONI Pescante per lo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acquacetosa. Solo nel maggio 1999, il doping diventa reato penale.
Intanto si scopre che “l’armadietto” dei farmaci della Juventus ne contiene 291, uno diverso dall’altro (più di molti piccoli ospedali). Nell’estate 2003, assistiamo alle testimonianze imbarazzanti dei calciatori. Mario Sconcerti commentò così la prescrizione: “Quasi nove anni dopo le denunce di Zeman resta un dato di fatto: una grande società è stata condannata per frode sportiva dalla giustizia ordinaria. Gravissimo è che il reato non possa essere discusso in sede sportiva”.

Fra le motivazioni della sentenza del primo processo sul doping, scritte dal giudice Giuseppe Casalbore, sta scritto che “il medico sociale della Juventus, Riccardo Agricola… usò tutti gli espedienti per migliorare le prestazioni, influendo sui risultati”. In piena coerenza con il mantra: “Vincere è l’unica cosa che conta”.

Un paio di mesi fa, Raffaele Guariniello era ospite a Radio1, dove ha detto: “Non facciamo l’errore che fanno molti politici, che trasformano la prescrizione in assoluzione. È stata dichiarata la prescrizione ma la Cassazione ha dichiarato una cosa molto importante… Che il fatto era un reato, però era prescritto”.
Quindi la Juventus, secondo lei, usava dei prodotti per migliorare le prestazioni sportive?
“La Cassazione ha detto che quello era un fatto di frode sportiva”.

Gigio, Mino e noialtri creduloni

È finita come doveva finire: Donnarumma lascia il Milan, Raiola incassa la parcella, i tifosi si arrabbiano, l’A.C. Milan finge dolore, pensosi commentatori rimpiangono il calcio che fu.
Nel calcio che fu, Bonimba fu costretto ad andarsene dall’Inter, per cui tifava. Non una, due volte. Gigi Simoni fu costretto a lasciare l’amatissimo Toro. Aldo Serena dovette indossare le maglie di Toro, Juve e Milan prima di tornare nella squadra in cui era cresciuto. Eccetera.
Non è un calcio da rimpiangere, era fatto da persone che non avevano scelta. Appena Jean-Marc Bosman li ha liberati – dovrebbero dargli un euro per ogni transazione, una specie di Bosman Tax – è finita l’ipocrisia.

Non sopporto chi bacia la maglia. Novantacinque volte su cento, sta mentendo. Il 5% si chiama Totti, Zanetti, Maldini, Del Piero, Marchisio, Hamsik, Giggirriva.
E non sopporto chi accusa Donnarumma. Di cosa, poi? Di aver scelto Raiola (anzi, di essersi proposto, perché è sempre Raiola che sceglie chi “assistere”).
Se scegli Raiola, sai che è il migliore al mondo nel vendere, nessuno come lui sa fare affari “surfando” da una società all’altra. Se Gigio voleva stare al Milan, doveva scegliersi un altro procuratore.

Ma chi proprio non sopporto è chi oggi invita il Milan a tenere Donnarumma fermo un anno in tribuna. A confermare la “minaccia” di qualche settimana fa. Ovviamente al Milan non ci pensano nemmeno. Proveranno a incassare 15-20, forse 25 milioni per un cartellino che fra sei mesi varrà zero, ma di certe misure draconiane non sanno che farsene. Del resto, hanno preso dirigenti dall’Inter e dalla Juve, volete forse credere che Fassone e Mirabelli abbiano sempre sognato di lavorare a Milanello?

Due, mi paiono i punti essenziali di questa storia emblematica.

Il primo attiene alla sorte calcistica di Gigio Donnarumma, ragionevolmente all’estero: finisse alla Juve, temo ci sarebbero moti di piazza, la Sud è pur sempre quella del “Non si vende Kakà”, salvo digerire la dipartita simultanea di Ibra e Thiago Silva.

Il secondo ha a che fare con lo strapotere dei procuratori. L’Inter cinese si è fatta bellamente fregare da Kia e dai suoi sodali, il Milan ora si vede scippare Gigio, come mai alla Juve non succede? Non succede, perché nemmeno Raiola oserebbe colpire la Juve, temendo le ritorsioni. Era così anche con il Milan del Cavaliere, fino a quando gli è servito per fare politica. È tutta una questione di potere, i grandi non si fanno del male fra loro.

Purtroppo per Milano, né l’Inter né il Milan emanano oggi la grandezza del passato.

L’estraneità di Suning è insopportabile

Paghino pure una cifra folle per un settantenne che il meglio ha finito di darlo dieci anni fa: i soldi sono i loro, e l’ingaggio di Fabio Capello fa parte della strategia generale che punta ad accendere i riflettori sul calcio cinese in vista dell’auspicata concessione dei Mondiali 2030.
Ma solo degli autentici sprovveduti – ottusi e incapaci di trovare consulenti adeguati – possono consentire a un loro stipendiato di fare quel che ha appena fatto Fabio Capello, nuovo allenatore dello Jiangsu Suning.
Nella presentazione ufficiale a Nanchino, Capello era accanto ai suoi vice, Zambrotta e Brocchi (altri due mostri di simpatia) e ha detto: “Di fianco a me c’è Zambrotta: insieme abbiamo vinto due campionati che ci sono stati tolti ma noi li abbiamo vinti sul campo”.

Cari Zhang senior e Zhang junior, prima di gettare via i soldi, dovreste farvi una full immersion nella storia del calcio italiano.

Niente foto con Trump

Votano e l’esito è unanime: i Golden State Warriors comunicano che non andranno in visita alla casa Bianca, come è usanza per le squadre che vincono il campionato in una delle grandi Leghe professionistiche. Il giorno prima, nell’atto conclusivo, hanno battuto i Cleveland Cavaliers, che con ogni probabilità avrebbero fatto lo stesso, negandosi la foto di gruppo con Donald Trump.

A differenza di quanto accaduto con i New England Patriots, campioni del football americano, quando 6 giocatori scelsero di non recarsi da Trump, la scelta unanime dei Warriors ha un chiaro significato politico, perché due anni fa quando vinsero il titolo, si presentarono compatti all’appuntamento con Barack Obama.

Spezzatino in otto finestre

Dunque, da agosto la Serie A si spalmerà su 8 diversi orari.

Vedo che la partita domenicale alle 12.30 è considerata la più disdicevole, mentre io ho un’opinione diversa: l’orario più insopportabile mi pare quello del lunedì sera.

Sappiamo come funziona il mondo. Che non ci sono più le merendine di una volta. Che si gioca quando vuole chi paga (la tv) e che i clienti non hanno mai ragione, anzi dovrebbero abbonarsi a uno spettacolo che non sanno quando avverrà.

Sappiamo che adesso ci si mette pure la Cina, chiedendo orari consoni alla trasmissione per quell’immensa platea.

Ma se si comincia a giocare il sabato alle 15.00 e si finisce il lunedì alle 20.30, vuol dire che la giornata successiva potrà esserci una differenza di riposo di 53-54 ore.
E chi gioca al Fantacalcio, quando comincia a fare i conti?
E che dire di «Tutto il calcio minuto per minuto» ridotto a 3 partite?

Bruciante

Mi sono svegliato con un’immagine, anzi un suono, quattro parole: “ospedale Bufalini di Cesena”. Spesso nel primo giornale radio mattutino, qualche notizia di cronaca porta a un ricovero in quell’ospedale, la cui specialità è il Centro Grandi Ustionati. Non credo di dover spiegare oltre.

La sconfitta bianconera è fra le più brucianti della sua storia. Arrivata nel modo meno prevedibile, con un cedimento strutturale dopo la sfortunata deviazione sul tiro di Casemiro. Nessuna squadra ha perso 7 finali di Coppa dei Campioni. Nessuna squadra italiana poteva fare felici tante persone perdendo in quel modo.
Non ho visto la partita – anticipo che Wonder Woman è un film da 8 – ma subito prima di entrare al cinema, un’auto ha sgassato una ventina di metri avanti, lasciando partire un gutturale “Grazieee Real”. Erano le 21.10, minuto più, minuto meno. Al ritorno a casa, ho verificato a cosa corrispondesse.

Non sono fra quelli che si aspettavano Buffon che raccoglie 4 palloni nel sacco, e non conosco nessuno che osasse pronosticarlo. Ma mi ero sbilanciato con una sensazione impalpabile, qualcosa mi diceva che il Triplete sarebbe fallito, e già a un amico juventino prima della finale di Coppa Italia avevo detto: vincete la Coppetta e il Campionato, non la Coppa per cui perdete il sonno.
Ma tengo anche a rimarcare che è una sconfitta della Juventus, non una vittoria dell’Inter. La differenza è lampante, ma qualcuno può non vederla. Io la vedo: siamo finiti a 29 punti di distanza da una squadra che è riuscita anche ad arrivare alla finale di Champions, dunque la differenza vera è nell’ordine dei 38-38 punti. Un abisso. E la Juve, questa Juve, ha completato un’annata superlativa giocando un ottimo calcio.
Anche per questo, brucia. Sembra un Destino. E la scelta di Mediaset – invitare in studio Tacchinardi, uno che di finali ne ha perse 3 – mi sembra emblematica.

Quanto al calcio giocato, con la sola visione degli highlights farei meglio a starmene zitto, ma i commenti sono univoci nel dire che la Juve è scomparsa dal campo, dopo il 2-1. In effetti, ci sono gol che tagliano le gambe, beffardi e spietati. Ma mi permetto di citarmi, ricordando di aver scritto che la Juve è fenomenale nel fortino del suo Stadium, molto meno quando viaggia. Fate due conti, troverete 6 sconfitte fuori casa, nessuna in casa, e una notevole differenza di gol fatti e subiti. In campionato, fuori casa, il Napoli ha conquistato 5 punti più della Juve. In coppa, alla Juve è spesso bastato giocare per il pari o persino per la sconfitta di misura, gestendo il vantaggio acquisito fra le mura amiche.

Per diventare grandissima, la Juve deve procurarsi uno psichiatra e migliorare lontano da Torino. E poi, scusatemi se getto sale sulle ustioni, paragonare Dybala a Messi è ancora una bestemmia, Bonucci non sarà mai Sergio Ramos e fra Higuain e Milito, al dunque, resta la distanza che passa fra i campioni e i fuoriclasse.

1990, mi ricordo

Mi ricordo l’ultimo spettacolo al Jolly, a vedere Wonder Woman, mentre in tv si sviluppava la settima finale persa dalla Juventus.

Da Mijatovic a Morata?

L’ho scritto a dicembre: la Juventus mi sembrava la squadra più forte d’Europa. Non aver subito gol nelle due partite contro il Barcellona è un’impresa favolosa, che riequilibra un percorso costruito sulla solidità difensiva e i colpi letali degli attaccanti argentini. La fortuna ci ha messo del suo con le eliminazioni di City, Bayern e PSG, mentre la Juve si svagava contro Porto e Monaco. A chi fa paragoni, ricorderò che l’Inter di Mou superò tutte squadre campioni nazionali in carica (Chelsea, Cska, Barcellona e Bayern).

Fino a una settimana fa, avrei giurato che la Juve avrebbe vinto con 2 gol di scarto. Oggi non ne sono più convinto. Sembra tutto apparecchiato per il Triplete che tanto ci invidiano, ma qualcosa mi dice che l’ultimo capitolo avrà una trama diversa.

La forza del Real sta nella sua identità, nelle 11 Coppe vinte giocando 14 finali (79%). Speculare la debolezza della Juve: 2 sole Coppe vinte (una ai rigori, l’altra sappiamo come), e 6 finali perse, tutte le ultime 4.

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La mia rivoluzione (l’autobiografia), Johan Cruyff e Jaap de Groot, Bompiani 2016

Dettata a Jaap de Groot e tradotta da Francesco Panzeri, ecco l’autobiografia del più grande uomo di calcio dell’ultimo mezzo secolo, calciatore e allenatore rivoluzionario, morto a Barcellona il 24 marzo 2016. Il libro è uscito postumo, l’ultima intervista venne fatta il 2 marzo; De Groot arrivò alla conclusione che fosse giusto scrivere il libro in prima persona, al tempo presente.

Nato nel 1947, orfano di padre a dodici anni, a quel punto “la mia vita è stata definita dall’Ajax”. I genitori erano proprietari di un negozio di frutta e verdura a poche centinaia di metri dal vecchio stadio De Meer; il padre non mancava mai a una partita casalinga dell’Ajax. Il secondo marito della madre era amico del padre e addetto alla manutenzione dei campi dell’Ajax.
Giocando per strada, sull’asfalto, Johan ha imparato a non cadere (fa male) e a usare ogni opportunità (per esempio il cordolo del marciapiede) per migliorare il palleggio e il controllo della palla. Scrive: “occorre trarre vantaggio da ogni situazione”. Del resto, il papà aveva un occhio di vetro e scommetteva su chi riusciva a guardare più a lungo il sole, coprendosi l’occhio buono… Ventenne, ha sposato Danny e sono rimasti insieme 48 anni.

“Alla base del grande exploit dell’Ajax ci fu una combinazione di talento, tecnica e disciplina, in cui Jany van der Veen e Rinus Michels ebbero un ruolo determinante”. Da Michels ha imparato che “difendere consiste nel concedere il minor tempo possibile agli avversari. O che gli spazi si debbano allargare in fase di possesso palla e restringere in fase di non possesso”. Leggi il resto dell’articolo