Buon compleanno, Paolo Sollier

Oggi Paolo Sollier compie settant’anni.
L’ho conosciuto una sera di 5 o 6 anni fa, e mi ha lasciato un’ottima impressione.
Impressione rafforzata dalla magnifica intervista – un autentico tributo – che gli ha fatto Paolo Brusorio per “La Stampa”.
Leggetela, scoprirete una persona fuori dal comune. Per il calcio italiano, un’autentica eccezione.

QUI

Ruberò a Paolo Sollier un pensiero espresso con nitido sconforto, e lo riporterò sul mio libro, in fase di correzione bozze. Eccola: “Il calcio di oggi allontana dalla realtà, poi magari qualcuno nel privato agisce in altra maniera. Ma l’impegno politico è uscire allo scoperto, prendere posizione”.

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Kap e MLK

The New Yorker di gennaio 2018 espone questa copertina.
Martin Luther King inginocchiato fra due giocatori di football americano, Michael Bennett e Colin Kaepernick.
L’autore è Mark Ulriksen.

2205, mi ricordo

Mi ricordo uno sciopero dei giornalisti di RaiSport implicitamente motivato dal “lavoro usurante”: dover spiegare, ogni volta, con o senza il Var, perché l’arbitro finisce per favorire la Juventus.

Le 11 virtù del leader, Jorge Valdano per ISBN

“La parola leader mi dà più allergia che allegria”, scrive Gianni Mura nella prefazione, e anch’io la penso come lui. Ma anche nelle gare di bocce fra pensionati “c’è qualcuno più ascoltato degli altri, un punto di riferimento nel bene e nel male”.

Secondo Valdano, il leader deve avere un’etica, sapere cosa fare per vincere ma, soprattutto, deve importargli come si vince. È una questione di stile, e giustamente Mura va a chiudere sulla qualità stilistica del Valdano scrittore. Un autentico fuoriclasse.

Focalizzando l’attenzione sulla leadership, a partire dalla sua esperienza sportiva, Valdano evita di proporre un serioso decalogo. Le “virtù” sono 11: come una squadra di calcio, come il numero che portava sulla maglia. L’autore si definisce idealista: crede nell’uomo, ha fiducia nello sport e guarda al futuro con speranza. Diffida dei cinici e di coloro che antepongono il fine ai mezzi. Ed è pienamente consapevole del fatto che “gli allenatori hanno conquistato sempre più spazio nella struttura di potere dei grandi club”. Facile ravvisare qualcosa in comune con l’approccio di Sun-Tzu all’Arte della guerra e, anche se non sono citate, non mi stupirebbe scoprire che Valdano conosce le Lezioni americane di Italo Calvino.

Le 11 virtù sono: credibilità, speranza, passione, stile, parola, curiosità, umiltà, talento, spogliatoio, semplicità e successo.

Il volume si chiude con una serie di ritratti di personaggi al centro dell’attuale scena calcistica, e sono pagine raffinate, piene di spunti linguistici e giudizi illuminanti. La maggior finezza emerge nelle stroncature: Bale, Balotelli, soprattutto Mourinho: la pagina a lui dedicata è una pietra miliare di garbata e spietata vis polemica.

Nostalgia del calcio che fu: l’esito del sondaggio

Vi dovevo i risultati del sondaggio chiuso qualche giorno fa.

Avevo in mente di farne un altro sull’esperienza di giocare sotto le feste, il 23, il 27 e il 30 dicembre, ma ne farò a meno, perché la mia opinione è molto positiva: una volta tanto, in Lega e in Federcalcio sono riusciti a prendere una decisione intelligente.

Questo avviene dopo un paio di turni “spalmati” su otto fasce orarie, con il capolavoro surrealista di presentare Benevento-Spal alle 18.00 della domenica. Immagino i milioni di spettatori, in Italia e all’estero.

Mi rispecchio largamente nei risultati di questo sondaggio.

Hanno votato 143 visitatori e l’unico che se l’è presa col VAR l’avrà fatto per verificare che non tarocco i dati; impossibile si tratti di uno juventino, al massimo è un filosofo della corrente scettica, quelli per cui “nell’arco di un campionato, favori e torti si equilibrano” con la postilla che “nell’arco di un millennio questo vale anche per la Juve”.

Ammetto una particolare idiosincrasia verso il mercato aperto per mesi e mesi, e un’ostilità irredimibile verso le terze maglie.

Vi risparmio la fatica di verificare che voglia dire “irredimibile”: Treccani spiega trattarsi di atti “esclusi da qualsiasi possibilità di riscatto”.
Nel caso dell’Inter 2016-17 e 2017-18, li chiamerei crimini.

Top 11 Serie A dopo la sedicesima

Lo schema tattico è il 4-2-3-1, ma si può leggere anche con il 4-3-3.

Titolari:

Handanovic; Florenzi, Skriniar, Koulibaly, Kolarov; Nainggolan, Milinkovic Savic; Chiesa, Dybala, Perisic; Icardi.

Riserve:

Alisson; Hysai, De Vrji, Chiellini, Ghoulam; Cristante, Torreira; Quagliarella, Mertens, Insigne; Immobile.

Ce ne sono 5 del Napoli (1+4), 4 dell’Inter (4+0), 4 della Roma (3+1), 3 della Lazio (1+2), 2 della Juve (1+1), 2 della Sampdoria (0+2), 1 di Atalanta e Fiorentina.

#Cantù strapazza la Virtus, il mio week-end sportivo ha un netto segno più

Quando eravamo re [When We Were Kings], Leon Gast, 1996 – [filmTv106] – 9

La miglior fotografia mai scattata a «Rumble In The Jungle», il combattimento del 30 ottobre 1974 fra George Foreman e Muhammad Alì, nella notte premonsonica di Kinshasa. Epica e iperbole trascinano alla commozione.
Pare che la gestazione del film – Oscar come miglior documentario – sia stata travagliata e non priva di polemiche: Taylor Hackford si considera coautore, al di là dei credits. E ci sono voluti 22 anni per arrivare a confezionare la pellicola.

Partito dall’idea di mostrare il grande concerto soul che doveva precedere il match (B. B. King, Miriam Makeba, James Brown), Gast corregge in corsa la traiettoria: si focalizza sulla figura di Alì, riuscendo a coglierne sfumature inedite; intervista George Plimpton e Norman Mailer, i più noti reporter dell’evento, e mostra la parabola degli allenamenti, protratti per sei lunghe settimane, a causa di una ferita di Foreman.

Per esigenze televisive, il primo gong è alle 4 del mattino, Alì parte nettamente sfavorito, c’è chi teme per la sua vita, Foreman ha distrutto Frazier e lascia segni impressionanti nel sacco da allenamento. Alì non è più quello che punge come un’ape e vola come una farfalla, ha saputo alzare la soglia del dolore, ma la paura gli si dipinge sul volto, alla fine del primo round, quando capisce che di dolore dovrà accumularne tanto, per arrivare a compiere il suo piano. Sfiancare Foreman.

E poi c’è l’aspetto politico. il sanguinario Mobutu, sotto il suo berretto di leopardo, ha messo in palio 10 milioni di dollari, 5 a testa, purché il combattimento avvenga in Zaire. Commenta Alì: agli Stati servono le guerre per mettere il loro nome sulle carte geografiche, ma una guerra costa ben di più…
Foreman è nero, ma i neri non lo amano (si presenta con un pastore tedesco, nessuno gli ha detto che era il cane usato dalle odiate truppe dell’esercito belga). Alì, invece, vive l’Africa come la terra dei padri e si autoproclama portavoce e simbolo del riscatto di un intero continente e di un intero popolo: gli afroamericani.

Come girano i dollari nello sport newyorkese

Ho già sintetizzato alcuni elementi dell’ultimo rapporto (2017) realizzato dal Global Sports Salaries Survey.

A New York City, la franchigia più ricca è quella degli Yankees (baseball), con circa 6,5 milioni di dollari a testa. Seguono, vicinissimi, i Knickerbockers (basket), che pure non vincono nulla dai primi anni Settanta, e i Nets (ancora Nba), appena sopra i 6 milioni. Quarto e quinto posto vanno alle due squadre di hockey su ghiaccio, Islanders e Rangers, poi è il turno dei Giants (football americano), dei Devils (hockey) e dei Jets (football americano); al decimo e undicesimo posto due franchigie della Major League Soccer, il City e il Red Bulls.

Che sia una squadra di baseball a guidare la classifica, è un’eccezione: sono squadre di basket a farlo a Boston, Miami, Atlanta, Washington, Philadelphia, Houston, Dallas, Denver, Phoenix, Los Angeles, San Francisco, Minneapolis, Detroit e Toronto.
Delle 17 città prese in esame, solo un’altra, Chicago, conferma la leadership del monte ingaggi al baseball.

Beniamino Placido, un grande juventino che non poteva vedere Moggi

Giornalista, critico letterario, universalmente noto come critico televisivo (1986-1994 su «la Repubblica» la rubrica «A parer mio»): Placido era un intellettuale nel senso pieno del termine, cercava di usare l’intelletto mosso da autentica curiosità verso le persone e le cose. L’abbiamo conosciuto per il Processo a Rambo (dicembre 1985) e rimarrà uno degli incontri più fertili della mia vita… Sapeva dare un valore alle opere d’arte, ma evitava stroncature. Anzi, faceva notare come cambi il gusto del tempo: dai romanzi di Jules Verne ai film di Totò. Però ricordo un suo pezzo in cui diceva di non capire il successo di Jovanotti…

Ieri sera, su una di quelle reti che non si vergognano di niente, era ospite Luciano Moggi. Ovviamente ho cambiato canale. Lo faccio sempre, lo farò sempre. Vi invito a leggere quanto scriveva di Moggi uno juventino appassionato come Beniamino Placido.

Nel 1990, uscì un suo libretto per Il Mulino intitolato «Tre divertimenti». Placido si “diverte” ad attualizzare Manzoni, Collodi e Orazio.

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#Brignoli! Agli amici rossoneri dico di non prendersela, dopo la Cavese oggi hanno contribuito a scrivere la storia del calcio italiano.

Prigioniero della paura [Fear Strikes Out], Robert Mulligan, 1957 – [filmTv120] – 7

Baseball e psicanalisi. Tratto dall’autobiografia di un campione dei Boston Red Sox, Jim Persall, e prodotto dal futuro regista Alan J. Pakula, è un film che miscela due generi di conflitto: quello fra padre e figlio e quello fra ambizione e fallimento.

Nei panni di Jim Persall, un Anthony Perkins che sembra prepararsi al ruolo di «Psycho»; a interpretare il padre è il grande Karl Malden. Musiche di Elmer Bernstein, per l’esordio alla regia di Mulligan, che cinque anni dopo firmerà il suo capolavoro con un’altra opera impregnata di conflitti psicologici: «Il buio oltre la siepe».

Un padre scarica tutti i suoi sogni sul figlio, lo spinge a diventare un giocatore di baseball, a indirizzare ogni energia verso quell’obiettivo, senza capire quale tormento incubi il timore di deludere così alte aspettative. Anche dopo il matrimonio, Jim si sente costretto a essere il migliore, finché la sua fragile psiche cede. Finisce in una clinica per malati mentali, dove uno psichiatra (Adam Williams) – anche attraverso l’elettroshock – riesce a toglierlo dal suo incubo e a ridargli la voglia di vivere.

Il biopic sportivo è spesso inquadrato all’interno di una parabola: ascesa e caduta. In questo caso, la linea di tendenza risulta più originale: all’ascesa segue un crollo e la successiva, lenta risalita viene appena accennata (ma il lieto fine è d’obbligo: Jim Pearsall aveva 27 anni ed era a metà di una lunga carriera). Appaiono sbiadite le figure femminili, madre (Perry Wilson) e moglie (Norma Moore).

Quanto alle scene sul “diamante”, sono caratterizzate da due dominanti: i primi piani angosciosi del protagonista (solo in rari casi felice) e la massa minacciosa del pubblico. Dimenticavo, c’è un terzo punto di vista: quello del padre seduto sulle tribune, non meno sofferente del figlio e tuttavia incapace di rendersi conto dei danni che gli ha procurato.

In curva, naziskin e razzisti sì, Federico Aldrovandi no

Imprecisate “forze dell’ordine” hanno impedito l’ingresso allo stadio Olimpico di una bandiera dei tifosi della Spal in ricordo di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso nel 2005 da quattro agenti della polizia.
A quel punto, i mille tifosi ferraresi scesi nella capitale per Roma-Spal, hanno deciso di non esporre nessuno striscione e nessuna bandiera. Dal loro spicchio di curva non si è alzato un solo coro.

Di quella tifoseria, Federico faceva parte. E la sua curva ha deciso di dedicargli una bandiera, bianca con il suo volto dipinto in blu: quando gioca la Spal è sempre esposta al Paolo Mazza di Ferrara.

Vediamo se la Questura di Roma troverà le parole per spiegare questa scelta. E se altre Questure vorranno coprirsi di ridicolo e di rancore.