La Scuola Russa. #Tokyo2020. #Ginnastica

La Russia non vinceva il concorso a squadre maschile dal 1996, Atlanta, quando venne trascinata da Aleksei Nemov.

Riepilogo le ultime medaglie d’Oro di questa che è fra le 20 medaglie più importanti in assoluto, fra le quasi 400 che si assegnano ai Giochi: 2016 Giappone, 2012 Cina, 2008 Cina, 2004 Giappone, 2000 Cina, 1996 Russia, 1992 CSI (Comunità Stati Indipendenti), 1988 URSS, 1984 USA, 1980 URSS, 1976 Giappone, 1972 Giappone, 1968 Giappone, 1964 Giappone, 1969 Giappone, 1956 URSS, 1952 URSS, 1948 Finlandia.

Facile immaginare che i principali eredi dell’impero sovietico faranno festa; difficile immaginare il livello del lutto per i giapponesi, con il loro pallido argento a domicilio. Bronzo alla Cina. Tre squadre fenomenali. Stati Uniti fuori dalla zona medaglie, superati anche dalla Gran Bretagna.

Il peso specifico della 4×100 stile libero. #Tokyo2020

Di planetario, ci sono il calcio e il basket, la pallavolo e l’atletica leggera, praticati ovunque, e poi c’è il nuoto, che all’ovunque si sta avvicinando, se si pensa al tunisino trionfatore dei 400 sl e alla provenienza di tanti finalisti a Tokyo2020.

L’aggettivo “storico” si usa con troppa disinvoltura, ma l’argento della 4×100 stile libero se lo merita, eccome: semplicemente, è accaduto quello che non era mai accaduto.

Com’è noto, fino a Novella Calligaris (Monaco 1972) il medagliere azzurro era desolante. Ma dovettero passare altri sedici anni per vedere Battistelli a Seul, poi ancora Battistelli e Sacchi a Barcellona e Merisi ad Atlanta. L’esplosione avvenne a Sydney con sei medaglie, fra cui gli Ori di Fioravanti (100 e 200 rana) e Rosolino (200 sl). Fra Atene, Pechino, Londra e Rio, gli Ori della Pellegrini e di Paltrinieri, tre argenti e quattro bronzi (anche grazie alle nuotate in mare aperto).

Lo stile libero è ovviamente la tecnica più diffusa, vincere nella staffetta veloce significa battere paesi con una tradizione che l’Italia si sogna, dall’Australia alla Russia, dalla Gran Bretagna alla Francia, alle potenze asiatiche. E batterli non con il singolo “fenomeno” nato lì per caso, ma con la somma delle prestazioni di Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri Manuel Frigo.

Con l’impresa di Nicolò Martinenghi, inoltre, è arrivata la 24esima medaglia olimpica: Tokyo 2020 ha tutta l’aria di diventare la seconda migliore Olimpiade nella storia d’Italia che si scrive nelle vasche

Ágnes Keleti su #Rivincite. #Tokyo2020

Nel corso della cerimonia inaugurale dei Giochi, è stato proiettato un video con Ágnes Keleti, cent’anni compiuti a gennaio, la più anziana medaglia d’oro olimpica vivente.

Keleti era una ginnasta; per l’Ungheria, ha vinto cinque titoli olimpici tra il 1952 (Helsinki) e il 1956 (Melbourne), costruendo una fantastica rivalità con la sovietica Larissa Latynina. Su Rivincite le avevo dedicato queste righe.

A Melbourne 1956, “nella sfilata d’apertura, il pubblico tributa un lungo applauso agli ungheresi e un cupo silenzio ai sovietici: dal 23 ottobre, a Budapest, è cominciata l’insurrezione popolare, gli scontri di piazza proseguono anche durante i Giochi.

Fra gli ungheresi, spicca una ginnasta straordinaria, Ágnes Keleti: ha già vinto quattro medaglie a Helsinki, tra cui l’oro al corpo libero, e si ripropone a un’età oggi impensabile (35 anni). Il pubblico assiste al magnifico duello con la sovietica Latynina: l’ungherese prevale al corpo libero, alle parallele e alla trave, si classifica seconda nella gara a squadre, alle spalle dell’URSS, e nel concorso generale, dietro la grande rivale.

Il padre della Keleti è morto ad Auschwitz, mentre procedono le competizioni olimpiche a Budapest si continua a sparare: si diffonde la notizia che la madre e la sorella siano rimaste uccise nel corso degli scontri di piazza. In realtà, la ginnasta sta organizzando la loro fuga, e il ricongiungimento avviene proprio a Melbourne dove, al termine della rassegna olimpica, Keleti e altri quarantaquattro ungheresi ottengono asilo politico.

L’anno successivo si trasferisce in Israele, dove allena la nazionale di ginnastica e insegna all’università di Tel Aviv. Dal 1981, Ágnes Keleti è inserita nella International Jewish Sport Hall of Fame, ed è tuttora l’atleta ebrea più vincente nella storia dei Giochi”.

Perché la Juve questo campionato può solo perderlo (2/2)

Non c’è immagine della sfilata romana, quella che nessuno ha formalmente autorizzato, senza Bonucci in prima fila, a cantare, sventolare il tricolore e arringare la folla. Lui e Buffon li ritroveremo prima o poi in Parlamento… Ma provo a tornare sul discorso tecnico.

Massimiliano Allegri ha vinto più scudetti della somma di tutti gli altri allenatori al via della prossima Serie A. La sua formazione-tipo somiglierà a questa: Sczcesny, Danilo, De Ligt, Bonucci, Alex Sandro, Cuadrado, Bentancur, Rabiot, Chiesa, Morata, Ronaldo… Ognuno degli 11 titolari della Juve 2021-22 gioca nella sua Nazionale; poi ci sono Chiellini (?) e Kulusevski, McKenney e Perin, Bernardeschi e Demiral, Arthur e Ramsey, senza dimenticare Dybala. Di nazionali ne arriverà almeno un altro, Locatelli, e forse tornerà Pjanic. Le riserve della Juve se la giocherebbero per un posto in Europa League.

Con Allegri, assisteremo alla crescita esponenziale di Chiesa e Kulusevski, al rilancio in grande stile di Dybala, all’ennesimo trofeo (capocannoniere) di CR7. Ma l’equivoco tattico che ha affossato Pirlo e ha fatto dire a Sarri che la squadra fosse “inallenabile” potrebbe non essere risolto. Perciò, mi sento di aprire uno spiraglio di speranza, motivato dall’inevitabile permanenza di Cristiano Ronaldo: è il suo pesantissimo condizionamento a rendere contendibile il prossimo campionato.

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I Giochi tornano agli antipodi, nel 2032 si va a #Brisbane, nessun’altra città si era candidata. Per il 2036, scommetto su #Berlino

Pare finita l’epoca in cui si corrompevano i membri del CIO per farsi assegnare i Giochi.

L’edizione 2032 delle Olimpiadi estive si disputerà a Brisbane, in Australia, come ha deciso il CIO nel corso della sua 138esima Sessione.

Non proprio una sorpresa: dopo il ritiro di Mumbai e di Città del Messico, Brisbane era l’unica città candidata a ospitare le Olimpiadi del 2032, e sarà la terza città australiana, dopo Melbourne 1956 e Sydney 2000.

Com’è noto, dopo l’edizione di Tokyo2020, slittata al 2021, le prossime due Olimpiadi estive si terranno a Parigi (2024) e a Los Angeles (2028).

Facile immaginare che nel 2036 i Giochi torneranno in Europa.

Sarà passato un secolo e Thomas Bach non sarà più il Grande Capo, in odore di conflitto di interesse: chissà, forse sarà venuto il tempo di correggere la drammatica immagine di Berlino.

Perché la Juve questo campionato può solo perderlo (1/2)

Le quote delle agenzie di scommesse fanno giustizia di tanta retorica sul “campionato equilibrato”: la vittoria della Juve è pagata quattro o cinque volte quella del Milan, sette volte quella del Napoli, la stessa Inter scudettata è staccata di un buon 20-25%.

Dovendo vendere il prodotto, tanti imbonitori si affannano a valorizzarne l’ingrediente più appetibile: l’incertezza del risultato, l’equilibrio competitivo. Perciò, si enfatizzano figure come Spalletti, Sarri e Mourinho, rimuovendo la sostanza: in termini di fatturato e di monte-ingaggi, da almeno un lustro la Juve viaggia a distanze siderali da tutti i competitori. Giustamente, Arrigo Sacchi invita a non fare proclami sull’Atalanta: “Non possiamo caricarla di questa responsabilità. Se io spendo dieci e i miei avversari spendono cento, non posso essere favorito”. E conclude: “Vedo la Juventus favorita su Inter e Milan, ha qualcosa di più”.

Aveva vinto nove scudetti consecutivi, con tre allenatori diversi, ha sfidato la sorte cambiando ancora la guida tecnica e facendo leva sulla migliore rosa della Serie A, e così per una volta non ha vinto (anzi, ha festeggiato un terzo posto, come ha fatto notare Sarri). Ora ritrova l’allenatore dei cinque scudetti e delle quattro Coppe Italia, nonché delle due finali di Champions, e la squadra che l’ha appena battuta ha perso due titolari e l’allenatore, taglia del 15% i costi del personale e cerca prestiti con diritto di riscatto, come una provinciale qualsiasi.

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Tanto, prima o poi, bisogna incontrarle tutte…

La banalità del titolo – la frase che “gli addetti ai lavori” pronunciano immancabilmente al momento in cui vengono sorteggiati i calendari – nasconde due insidie.

Ogni tifoso ha un suo personalissimo calendario. Autobiografico: per esempio, io ho subito guardato alla data di Bologna-Inter, e ho già concluso che non andrò al Dall’Ara. Troppo freddo il 6 gennaio… Con amici, avevamo identificato un paio di trasferte interessanti: Empoli (per la distanza) e Venezia (per l’esotismo). Anche in questo caso, le date non sono le migliori (27 ottobre, infrasettimanale; 28 novembre). Forse la pigrizia ci farà ripiegare sul Bentegodi o sul Mapei Stadium.

Da tanti anni, almeno da quel 5 maggio, vado subito a controllare contro chi si gioca l’ultima giornata. Il 22 maggio ci sarà Inter-Sampdoria, appuntamento in teoria più abbordabile delle trasferte di Juve e Milan a Firenze e Sassuolo. Alla penultima, vedo Cagliari-Inter, Juve-Lazio e Milan-Atalanta; alla terzultima, Inter-Empoli; alla quartultima, il primo maggio, Udinese-Inter. Risalendo il calendario, aprile offre Inter-Roma, Spezia-Inter e Inter-Verona, insomma le ultime sette giornate si presterebbero a un filotto, se i nerazzurri fossero ancora in corsa il 3 aprile, dopo la trasferta all’Allianz.

In un campionato a 20 squadre, con metà delle partecipanti che a marzo non hanno più nulla da chiedere, affrontare chi è già salvo e non ha ambizioni europee può garantire vittorie altrimenti ben più ostiche. Ricordate la differenza di rendimento di Cagliari, Napoli e Torino (al ritorno), di Roma, Benevento e Verona (all’andata)?

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400 ostacoli: l’estrema rarefazione dei record in atletica leggera

Nessuno aveva mai corso così velocemente i 400 metri a ostacoli come Karsten Warholm, norvegese, profeta in patria il 1º luglio 2021 a Oslo, nel mitico Bislett stadion, con il tempo di 46″70.

Caso strano (ma non troppo), anche il record mondiale femminile dei 400 ostacoli era stato appena migliorato: l’aveva fatto il 27 giugno la ventiduenne afroamericana Sydney Michelle McLaughlin con il tempo di 51″90, in occasione dei Trials, le selezioni nordamericane per Tokyo organizzate a Eugene, Oregon.

Fra questi due primati, c’è una grande differenza.

McLaughlin ha ritoccato un record recente, stabilito meno di tre anni prima dalla connazionale Dalilah Muhamad, mentre l’impresa di Warholm è l’aver cancellato dal libro dei record il nome di Kevin Young e il tempo che l’afroamericano stabilì ai Giochi di Barcellona 1992, ventinove anni fa.

A differenza di competizioni in cui da oltre un secolo si misurano i centimetri e i centesimi di secondo, i 400 ostacoli sono una disciplina giovane (per le donne, giovanissima), nella quale è ancora indecifrabile la distanza dall’estremo limite umano. Estremo limite che potremmo identificare nei 100 e nei 200 metri di Usain Bolt, nel salto in alto di Javier Sotomayor, nel triplo di Jonathan Edwards… Chissà se vedremo qualcuno andare oltre quelle prestazioni.

Certo, la lunga stagione segnata dal doping continua a lasciare pesanti tracce sul libro dei record.

Poche settimane fa, Ryan Crouser ha “gettato” il peso a 23 metri e 37 centimetri, migliorando di venticinque centimetri il primato che il connazionale Randy Barnes stabilì il 23 maggio 1990.

Di primati siglati ancora negli anni Ottanta ne restano ben 12, mentre solo 16 sono stati migliorati nell’ultimo decennio.

Nell’atletica leggera, possono passare interi anni (2013, 2014, 2017) senza che venga ritoccato un solo record mondiale. Senza spettatori, c’è da temere che lo stadio olimpico di Tokyo non offrirà il contesto ideale ad abbattere altri muri.

Cinque cerchi di separazione, la mia prefazione al libro di Federico Greco

Non l’avete ancora acquistato? E allora, cosa scrivo a fare?

Ripeto, si tratta di una lettura necessaria a chi volesse affrontare i Giochi di Tokyo con l’interesse a comprendere certi conflitti che continuano ad agitarsi sotto la superficie.

Greco ricostruisce decine di storie di sport, attraverso le quali illumina l’irruzione delle donne in una dimensione che per secoli era rimasta maschile. La storia dell’emancipazione passa anche dalle “barriere di genere infrante nello sport” e si nutre pure di gesti simbolici come il doppio portabandiera italiano alla cerimonia di inaugurazione di Tokyo 2020.

A questo libro, edito dalla milanese Paginauno, ho contribuito con questa prefazione, che ha per titolo Masha e Billie Jean.

E qui ho la possibilità di mostrarvela, la fotografia da cui parte il mio ragionamento…

Ho davanti un’immagine, la fotografia di due tenniste di generazioni diverse, una bruna e una bionda, riunite all’anteprima di un film uscito nel 2017.

All’epoca, la prima aveva 64 anni, corti capelli scuri, piccola di statura, portava enormi occhiali rosa; nata a Long Beach, nel 2009, Barack Obama le aveva attribuito la Medal of Freedom.

Di anni, l’altra ne aveva trenta, alta, bionda, con lunghissime gambe e un portamento da top model, abitino nero con profonda scollatura; nata a Niagan, nella Russia siberiana e cresciuta negli Stati Uniti, ha preferito soffrire sui campi da tennis anziché sfilare sulle passerelle.

La prima si chiama Billie Jean King e ha trionfato in 12 tornei del Grande Slam (6 volte a Wimbledon), la seconda è Maria Sharapova, dei grandi tornei ne ha vinti solo 5, ma per anni è stata la sportiva più pagata al mondo.

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Roger + Rafa + Nole = il tennis

Trovo poco interessante stabilire chi sia stato il migliore. Djokovic è a un passo dal Grande Slam, non invidio chi si troverà di fronte Nadal a Tokyo, e la longevità di Federer – con il suo dispendioso stile di gioco – mi pare abbia un solo, possibile paragone storico: Ken Rosewall. Continua a stupirmi la loro longevità, se penso a quanto siano state più brevi le carriere di Borg e Panatta, Wilander e Becker, Edberg, Lendl e Sampras.

I numeri dicono molto, non tutto. Sono giocatori molto diversi, rispondono a gusti estetici assai lontani. Nessuno vale Djokovic se si considerano tutte le superfici, nessuno varrà mai quanto Nadal se si considera la terra battuta, nessuno ha dato spettacolo come Federer.

Fra il 2004 e il 2007, Federer era così dominante da aver giocato 339 partite vincendone 315 (ma delle 14 contro Nadal ne perse 8). Otto degli ultimi dodici Slam li ha vinti Djokovic. Al Roland Garros, l’irripetibile bilancio di Rafa è 105 vittorie e 3 sconfitte.

Tutti e tre si sono cavati anche la voglia di vincere la Coppa Davis, la Serbia nel 2010, la Svizzera nel 2014, la Spagna (che l’aveva già vinta prima che esplodesse il maiorchino) quattro volte fra il 2004 e il 2019 (e Rafa ha giocato 41 partite, vincendone 36).

A partire dall’edizione di Wimbledon 2003, si sono disputati 72 tornei dello Slam: 60 li hanno vinti loro tre… Cannibalizzati gli Albi d’Oro, hanno lasciato spazio solo a Wawrinka (3), Murray (3), Roddick, Safin, Gaudio, Cilic, Del Potro e Thiem. Nello stesso intervallo di tempo, nonostante lo strapotere di Serena Williams (23 titoli), gli Slam femminili si sono distribuiti fra 27 tenniste…

Nadal è stato primo nella classifica ATP in tre decenni diversi, Federer lo è stato per il più lungo periodo consecutivo, Djokovic già ora è quello che ha raccolto il montepremi più ricco.

Arrivati in finale, il loro rendimento è molto simile: Federer 103 vinte e 54 perse, Nadal 88 vinte e 37 perse, Djokovic 85 vinte e 36 perse. Non mi aspettavo, invece, questo bilancio negli scontri diretti: Djokovic-Federer 27-23. Nadal-Federer 24-16. Djokovic-Nadal 30-28.

Purtroppo, non riesco più a far funzionare i sondaggi: attraverso i commenti, fatemi sapere il vostro punto di vista.

Pella, Van de Zandschulp, Bedene, Ivashka, Auger-Aliassime, Hurkacz: quando si vince, torniamo a essere un popolo di tennisti. #Berrettini

Ho giocato a tennis per più di quarant’anni, e in televisione ne ho visto tanto… Da anni ne vedo pochissimo, ma che Matteo Berrettini fosse forte me n’ero accorto pure io. Impossibile non notare il suo strapotere fisico, quel metro e 96 che lo rende imparagonabile a qualsiasi altro tennista italiano.

Ora, tutti giustamente celebrano Berrettini per aver raggiunto un traguardo storico, la finale di Wimbledon: nessun italiano c’era mai riuscito. Per farlo, ha battuto sei avversari. Spero non sia considerato antipatriottico far notare che ha avuto un bel po’ di fortuna.

Arrivava a Wimbledon come testa di serie numero 7, al nono posto assoluto nel ranking mondiale; davanti, Djokovic, Medvedev, Nadal, Tsitsipas, Thiem, Zverev, Rublev e Federer (Nadal e Thiem non si sono presentati).

Al primo turno, Berrettini ha trovato l’argentino Guido Pella, battuto in quattro set; Pella era 37esimo nel ranking.

Al secondo turno, il venticinquenne romano ha stracciato l’olandese Van de Zandschulp, 154esimo nel ranking.

Al terzo turno, ecco lo sloveno Aljaž Bedene, numero 56 nella classifica mondiale (6-4, 6-4, 6-4: forse il punteggio perfetto).

Agli Ottavi, Berrettini ha affrontato il bielorusso Ilya Ivashka, travolto in tre set (79esimo nel ranking).

Ai Quarti, ha battuto il canadese Felix Auger-Aliassime, testa di serie numero 16 e 21esimo nel ranking. Faccio notare che per i bookmakers, i Quarti di finale più probabili avrebbero dovuto essere questi: Djokovic-Rublev, Tsitsipas-Bautista Agut, Zverev-Berrettini e Medvedev-Federer. Ne hanno azzeccati appena due su otto… In particolare, il potenziale e più pericoloso avversario di Berrettini, il tedesco Zverev, è uscito sconfitto da un match interminabile con Auger-Aliassime.

Infine, ieri, nella semifinale contro il polacco Hubert Hurkacz, che veniva dall’aver eliminato Federer in soli tre set (con un terribile 6-0 nel terzo), Berrettini si è trovato di fronte all’ostacolo più alto, l’avversario teoricamente più quotato, il numero 17 del ranking, testa di serie numero 15. Com’è noto, non c’è stata partita (24 games a 14, con un 6-0 rarissimo da vedere in una semifinale di Slam).

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Ancora Paquetà

Viva l’Italia, ma il basket non esiste

Ho il dente avvelenato: la mia Cantù retrocede alla fine del campionato più falsato di tutti i tempi, con il Covid che ha fatto le classifiche ben più del campo, stabilendo che in finale arrivassero le due ricchissime corazzate. Milano-Bologna, Olimpia-Virtus, Armani-Zanetti: era la finale predestinata, quella che tutti volevano, ma è mancato lo spettacolo, le fatiche avevano sfiancato la milanese.

Ho il dente avvelenato anche perché con la retrocessione Cantù perde anche i pochi giocatori decenti e la A2 è una tonnara dalla quale non si sa quando si potrà risalire. E vedo società che, anche senza spettatori, garantiscono ingaggi a un giocatore ben superiori a quello di tutta la rosa canturina.

Ieri, prima dello spareggio di Belgrado, ho cercato di fare mente locale: mi chiedevo quand’era stata l’ultima volta che l’Italia aveva giocato alle Olimpiadi.

Badate bene: a differenza del calcio, quando giocano le Nazionali del basket, del volley, della pallanuoto e persino del rugby, avverto una notevole empatia (non uso la parola patriottismo, il nonno Alceste fu un Cavaliere di Vittorio Veneto e imparò molte cose sulla patria, a Caporetto).

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3474, mi ricordo

Mi ricordo che una partita vinta da giocatori che militano tutti all’estero ha fatto riscoprire l’esistenza del basket, in Italia.

Hors catégorie

Ne usciremo migliori… Ma non stavolta

Non esistono piccoli campioni, Johannes Bückler

Nascono come “storie al ritmo di tweet”, scritte in prima persona e possono far pensare a Spoon River (larga parte di questi personaggi sono morti).

Coglie il punto Paolo Condò: “La scrittura di Johannes Bückler è implacabile. Disossata dagli aggettivi superflui, ostentatamente sobria per non dire minimalista, inchioda alla realtà delle vite speciali perché rivolte a un interesse collettivo nonché al vantaggio personale”. Questo scrittore – che vuole restare anonimo – mostra “la capacità dello sport di ispirare”.

In queste 46 storie, vi sono infinite le assonanze con Rivincite, a partire dalla citazione di Mandela posta in esergo; ho posto più attenzione alle vicende che non conoscevo, alcune storie sono notevoli, emozionanti e commoventi, ma a me pare che a volte il tono finisca per essere troppo edificante. Le storie che preferisco:

Roger Bannister, il primo a correre il Miglio in meno di 4 minuti, a Oxford, il 6 maggio 1954.

Giannis Antetokounmpo è figlio di una coppia di nigeriani immigrati clandestinamente in Grecia nel 1992. Giannis e il fratello Thanasis erano molto alti, cominciarono a giocare a basket, “ma mai insieme. Perché? Perché avevamo solo un paio di scarpe da gioco”.

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Considerazioni a margine di Svizzera-Francia, con un ricordo dei diciassettenni Seferovic e Ben Khalifa

“Al netto della caratura degli avversari (…) trovo la Francia sopravvalutata”: l’ho scritto cinque giorni fa, non immaginavo venissero eliminati dagli svizzeri, ma a questi Europei i francesi non mi hanno mai convinto.

Tornano a casa con le pive nel sacco, dopo essersi crogiolati nei favori del pronostico, avendo vinto solo una partita su quattro, grazie all’autogol di Hummels. Poi, un pareggio in rimonta con l’Ungheria (con almeno 20’ di panico prima della zampata di Griezmann), e un altro pareggio con il Portogallo, in una partita in cui bastava entrare in area perché venisse fischiato un rigore.

Ieri sera, Les Bleus hanno disputato un primo tempo penoso, irretiti dalla sapienza di Petkovic (ecco dove si vede la mano dell’allenatore), sono andati sotto meritatamente e hanno rischiato il tracollo su uno di quei rigorini che non mi abituerò mai ad accettare, fischiato un minuto dopo l’accaduto. Rodriguez l’ha sbagliato e la Francia ne ha ricavato l’unico quarto d’ora da grande squadra, ribaltando il punteggio grazie al suo attaccante migliore: sì, perché Kylian Mbappé è ancora lontanissimo dal valore di Karim Benzema, non lo vale quanto a intelligenza tattica e senso del gol (e non sa calciare di sinistro).

La Francia aveva convocato sei attaccanti che giocherebbero titolari nell’Italia, ma ha una batteria di terzini scadenti (a parte Pavard) e aver riciclato Rabiot sulla fascia non mi sembra geniale. Poi, Kanté mi sembra spremuto e Pogba si piace troppo: è vero, ha giocato 5-6 palloni fantastici, ma ne ha persi un paio per pura vanità, e quello che ha portato al 3-3 di Gavranovic mi sembra imperdonabile, al novantesimo non fai il giocoliere nel cerchio di centrocampo. Non meno imperdonabili mi sembrano i celebratissimi Varane e Kimpembe, dovevano neutralizzare un solo avversario e si sono fatti beffare due volte dai colpi di testa di Haris Seferovic.

Rodriguez, Ben Khalifa, Xhaka

Bosniaco ventinovenne, Seferovic oggi gioca nel Benfica e farei carte false per portarlo all’Inter. Ha tecnica, furbizia, un agonismo pazzesco. Lo ricordo nel Mondiale giovanile del 2009, quando la Svizzera stupì il mondo con una squadra molto multietnica, nella quale Seferovic era già il terminale d’attacco: non deve avere un caratterino facile se Fiorentina, Lecce e Novara hanno preferito liberarsene…

Gli elvetici vinsero quel Mondiale giovanile. Sette partite, sette vittorie, battuti anche l’Italia, il Brasile di Neymar e la Germania di Gotze; la Classe 1992 era micidiale (e il kosovaro Shaqiri era dell’ottobre ’91): potevano disporre di un grande portiere (Siegrist, oggi all’Aston Villa), il difensore Veselj (albanese, per tre stagioni a Empoli), Ricardo Rodriguez e Granit Xhaka – l’unico ad aver avuto una carriera quasi all’altezza delle promesse -, poi c’era Kasami (macedone, passato da Palermo, Fulham, Nottingham e Basilea), e il fenomeno si chiamava Nassim Ben Khalifa, una specie di Neymar tunisino, un tizio strafottente e immarcabile che pareva destinato a una carriera fantastica (sedicenne aveva già debuttato nel Grasshoppers) e invece si è perso nel campionato svizzero, cambiando squadra quasi ogni anno (temo che la rottura del crociato, nel 2014, sia stata irrimediabile).

Battere un avversario nettamente più forte richiede, innanzitutto, molta intelligenza: è quella che i calciatori svizzeri si9 sono visti traferire da Petkovic e dal suo amatissimo vice, Antonio Manicone.

Gli Europei di calcio cominciano adesso

Non vedo risultati sorprendenti nelle eliminazioni ai gironi, agli Ottavi sono arrivate tutte le squadre più plausibili.

In queste due settimane, si sono giocate una quantità di partite utili solo a coprire i palinsesti televisivi: l’Uefa è fra i principali colpevoli della pratica delittuosa di inflazionare, fino alla nausea, il numero di appuntamenti.

Questa formula dei campionati, peraltro, è decisamente antisportiva: non si può uscire dal campo, a partita finita, senza sapere se si è qualificati o eliminati. Una competizione seria non ha “ripescaggi”.

Dal punto di vista strettamente spettacolare, nessuno ha giocato meglio dell’Italia, ma le avversarie degli Azzurri sono parse di una pochezza disarmante. Al netto della caratura degli avversari, mi sono piaciuti il Belgio e l’Olanda, mi hanno profondamente annoiato l’Inghilterra e la Spagna, trovo la Francia sopravvalutata e credo che, visto il tabellone, senza altri errori difensivi, la Germania arriverà dritta in finale. Delusioni? Un po’ la Polonia e la Turchia, molto la Russia, l’Est europeo è uscito con le ossa rotte.

Alla fine di questi inutilissimi gironi, ho costruito la mia formazione ideale, scegliendo solo calciatori di squadre qualificate (avrebbe meritato anche Lewandowski).

Olsen / Dumfries, Varane, De Ligt, Spinazzola / De Jong, Modric, De Bruyne / Ronaldo, Lukaku, Havertz

Ed ecco le riserve: Donnarumma, Stones, Llorente, Wjinaldum, Kanté, Damsgaard, Locatelli, Berardi, Forsberg, Yarmolenko, Schick.

A proposito di Calder. 3. La volée di Helen Wills

Chi fu Helen Wills?
Nata il 6 ottobre 1905 in California, fu una grandissima campionessa di tennis, la terza per numero di Slam vinti: 19 (più della Navratilova e della Evert).
Più della Wills, hanno vinto solo Steffi Graf (22), Serena Williams (23) e Margaret Court (24).

Le sue vittorie cominciarono nel 1923 (US Open) e finirono a Wimbledon dodici anni dopo.
La tennista nordamericana non giocò mai in Australia – come Suzanne Lenglen: il viaggio, a quei tempi, era improbo – ma trionfò 8 volte a Wimbledon e 7 negli US Open (altre 4 al Roland Garros).

CALDER fa Helen Wills

Non sorprende, dunque, che Helen Wills abbia suscitato l’attenzione di Alexander Calder, l’artista americano divenuto celebre per le sue sculture cinetiche.
Calder realizzò due opere sulla tennista, nel 1927 e nel 1928. Di tempo, ne è passato poco, eppure è evidente la differenza: la prima è più realistica, figurativa, la seconda più astratta.

Questa coppia di sculture in fil di ferro mi sembra una perfetta sintesi della fase di passaggio dalla rappresentazione all’astrazione.

(su Alexander Calder 1 – 2)

Il libro della gloria, Lloyd Jones

Racconto epico, sullo stupore e la meraviglia: dei protagonisti, davanti all’Europa, e di chi per la prima volta li vede all’opera sul campo da rugby. È la tournée europea degli All Blacks nel 1905: “una squadra formidabile, che non sapeva di esserlo” (la definizione è di Marco Pastonesi). Giocarono oltre 30 partite, perdendone solo una, segnarono 830 punti e ne subirono 39.

Scritto come il diario di viaggio di uno dei protagonisti (nella traduzione di Andrea Sirotti), comincia con una traversata lunga e avventurosa, non priva di pericoli di naufragio, che porta la selezione neozelandese – 27 atleti, più il manager George Dixon e l’allenatore Jimmy Duncan – per la prima volta in Europa. Nasce il mito degli “Originals”, partiti l’8 agosto 1905 da Auckland a bordo della nave Rimutaka.

Erano agricoltori, calzolai, minatori, fabbri, maestri d’ascia, impiegati, eccetera. Nel viaggio, questi ragazzi, poco più che ventenni, condividono i rispettivi ricordi, raccontati in quelle sei, interminabili settimane di navigazione. Imparano a conoscersi. Fortificano lo spirito di gruppo. Nelle lunghe serate, molti di loro fumano la pipa.

La prima partita è a Exeter, nel Devonshire: a segnare la prima meta è Jimmy Hunter. Finisce 55-4, il pubblico è entusiasmato dal loro gioco. Cominciano a correre voci su quelle maglie nere con la foglia di felce argentata. Un giornale scrive:  “È così che giocano i neozelandesi, come se dalla vittoria in campo dipendesse ogni loro speranza di felicità eterna”. Gli inventori del gioco del rugby cominciano a rendersi conto del valore di quegli uomini venuti dagli antipodi.

Le vittorie si susseguono, a ogni partita vinta cresce il numero di giornalisti al seguito: Bristol, Northampton, Leicester, Middlesex, Durham, Hartlepool, Northumberland, Gloucester, Plymouth, Midland Counties, Surrey, Blackheath, Oxford, Cambridge, Richmond… a questo punto qualcuno tira le somme, il risultato complessivo è di 626-15. Era la concretizzazione di una nuova idea, mai vista prima in Europa: “l’idea che lo spazio si possa corteggiare”.

Il libro della gloria, di Lloyd Jones, Einaudi, 2000 (2009)

3449, mi ricordo

Mi ricordo le inchieste delle Jene e di Report, ma nemmeno uno juventino che pubblicamente abbia mostrato un po’ di vergogna.

Il Divin Codino [id.], Letizia Lamartire, 2021 [filmTv103] – 7

Ben oltre la stupefacente somiglianza, Andrea Arcangeli si immedesima in Roberto Baggio, Valentina Bellè interpreta Andreina, Andrea Pennacchi è il padre Florindo, Anna Ferruzzo la madre Matilde, Antonio Zavatteri insegue la paranoica genialità di Arrigo Sacchi e Thomas Trabacchi (il migliore di tutti) si propone come l’amico e procuratore Vittorio Petrone. Pieno di difetti e povero di soldi, è un film minimalista, che proverei a difendere.

Chi si aspetta Baggio in nerazzurro o con la maglia di Juve, Milan o Bologna, resterà deluso. Di calcio giocato ce n’è poco, manca persino l’apoteosi del Pallone d’Oro, i due sceneggiatori, Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, hanno scelto di enucleare i passaggi cruciali di una parabola calcistica inimitabile. Luminosissima e malinconica: Baggio ha giocato con tante maglie, ma non è stato di nessuno, se non del Vicenza e del Brescia, dove ha iniziato e dove è resuscitato. Ma è stato il simbolo più amato degli Azzurri negli anni Novanta.

Certo, la ricerca dei momenti fatali risponde alla logica del risparmio: ridotto al minimo l’uso dei filmati di repertorio, abbiamo il gravissimo infortunio da diciottenne subito prima del passaggio alla Fiorentina, l’ascesa e la caduta ai Mondiali americani, il miracoloso recupero nella speranza (delusa dal Trap) di giocare il quarto Mondiale, in estremo Oriente.

La biografia di Baggio non concede nulla al gossip, la fidanzatina è diventata la moglie, i rapporti con la famiglia sono normalissimi (mamma comprensiva, padre burbero, la caccia come terreno di contatto), viene trattata con misura la questione della fede buddista, resta poco spazio per lo spogliatoio o per la devozione dei tifosi (ma la scena all’autogrill non lascerà indifferenti).

Prima del più fatale dei momenti – il calcio di rigore contro il Brasile – si immagina un “duello” solitario, in palestra, dove Baggio si ribella a Sacchi: non gli farà capire se è guarito dall’infortunio rimediato con la Bulgaria.