Sul valore delle vittorie

#QatarOffside. “Qatar: le Mondial ne passera pas par nous”, un quotidiano avvisa i lettori di cercare altrove le notizie sulla prossima Coppa del Mondo di calcio. L’Isola de la Réunion è un Dipartimento francese d’oltremare, che sta nell’oceano Indiano. https://bit.ly/3dyU7tn

Le Quotidien de la Réunion e de l’Océan Indien ha deciso, in nome dei valori proclamati nel giorno della sua nascita 46 anni fa, di boicottare la manifestazione e di non pubblicare più alcun articolo o pubblicità.

Da dove viene questa certezza che questa volta, no, questa volta non è possibile, non i preparativi, non le scommesse, non il dimentichiamo, da dove viene questa tenace sensazione che questo Mondiale non possa essere trattato come i precedenti?

Non si tratta di dare lezioni di eleganza democratica e di affermare, giudicando i costumi politici e istituzionali di questo Paese, che il Qatar non merita di organizzare un evento del genere. Quale Paese al mondo oserà affermarsi irreprensibile, zero corruzione, zero violazioni dei diritti fondamentali, zero discriminazioni?

Non si tratta di condannare uno Stato e un popolo, ma di constatare, osservare e constatare, che una moltitudine di complicità e decisioni aberranti hanno fatto di questo evento il concentrato assoluto di tutto ciò che non è più accettabile. Un apice di pratiche da vietare.

Questo Mondiale, più di ogni altro evento sportivo o culturale precedente, cristallizza intollerabili attacchi alla dignità umana e alle libertà, ha calpestato i diritti dei lavoratori e delle minoranze e spazzato via il rispetto per l’ambiente (vedi pagine seguenti). Senza dubbio non ci siamo mai spinti così lontano nella caricatura di un sistema canaglia.

È tempo di dire basta e, in questo anniversario, quando compie 46 anni, Le Quotidien decide di non condonare più tali eccessi. Impossibile esultare per un tiro al volo o un tiro nell’angolo alto in questo contesto. Al contrario, servono parole e azioni forti per evidenziare e denunciare l’intero processo che ha portato questo evento in un tale abisso.

Da oggi non ci sarà più in queste rubriche e sul nostro sito alcun articolo o pubblicità che rievochi l’aspetto sportivo di questo Mondiale 2022.

Sappiamo che optando per un approccio così radicale daremo fastidio ai lettori – che avrebbero voluto trovare le loro solite informazioni sulla competizione – e agli inserzionisti – che pensavano di comunicare intorno all’evento. Ma lo rivendichiamo in nome dei valori proclamati il 13 settembre 1976. In nome dei valori per i quali questi lettori e inserzionisti si fidano di noi da tanti anni.

Sulla boxe, Joyce Carol Oates, 1987

La futura scrittrice avvertì la passione per la boxe nei primi anni Cinquanta, quando il padre cominciò a portarla con sé ad assistere ai combattimenti.
In questo volumetto, distilla una quantità di suggestioni acutissime, che impongono di leggere e rileggere i passaggi più significativi.

Tanti anni fa, a proposito della fine del PCI, mi capitò di usare questa metafora, rubata alla Oates: “Si dice che per un trainer il compito più difficile sia quello di convincere un giovane pugile a rialzarsi e continuare a combattere dopo essere stato messo al tappeto. E se il pugile è stato atterrato da un colpo che non ha visto arrivare – il che succede regolarmente – come può sperare di riuscire a proteggersi la prossima volta?”.

Ricopio altre cinque citazioni.

“Gli spettatori di giochi sportivi traggono molto del loro piacere dal fatto di rivivere le emozioni comuni dell’infanzia, ma gli spettatori di un incontro di boxe rivivono i primordi omicidi della razza”.

“Dalle carriere ‘tragiche’ di molti pugili appare chiaramente che essi preferiscono il dolore fisico del ring a quell’assenza di dolore che è la condizione ideale della vita comune. Se non si può colpire, si può almeno essere colpiti e sapere di essere ancora vivi”.

“L’arbitro è così essenziale al dramma della boxe, che lo spettacolo di due uomini che si combattono senza controlli su una piattaforma rialzata, sarebbe insopportabile se non addirittura osceno – sarebbe vita più che arte. È l’arbitro che rende possibile la boxe”.

“Forse è meno noto che negli Stati del sud, prima della guerra civile, i proprietari bianchi usavano far combattere tra loro gli schiavi negri e scommettevano sul risultato… Spesso gli incontri finivano con la morte. Gli spettatori, naturalmente, erano bianchi; ed erano uomini”. Un quarto di secolo prima di Django UnchainedContinua a leggere

I veri padroni del calcio, Marco Bellinazzo

“Se la politica è la «divisione entertainment» dell’industria militare, come sosteneva il geniale Frank Zappa, il calcio infatti è la «divisione politica» dell’industria dell’entertainment”.

Ecco un dietro le quinte degno di molta attenzione; Bellinazzo descrive il potere nelle sue moderne incarnazioni, quello che si dirama dalla Cina agli oligarchi russi, dagli emiri mediorientali ai miliardari in dollari. Inserisce gli intrighi di corte che ammorbano le burocrazie di Fifa e Uefa, il peso specifico dei grandi marchi dell’abbigliamento sportivo, la corruzione delle democrazie occidentali e sudamericane, non dimentica l’Africa saccheggiata, e infine abbozza una prima analisi sulle ambiguità della guerra al doping.

Oggi, i quattro tornei sportivi con il maggiore fatturato sono la National Football League, la NBA, la MLB (baseball) e la Premier League di calcio.

Non mancano pagine interessanti sui moventi dei cinesi che hanno comprato Inter e Milan. Qui mi limito a qualche appunto sulle parti del libro che mi hanno destato più interesse.

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Undici racconti sul calcio, Camilo José Cela, 1963

Spagnolo galiziano, Premio Nobel nel 1989, Cela scrive racconti barocchi e avvolgenti, beffardi, dove il calcio è spesso solo un pretesto.

“Dell’ebreo Rodrigo Lopez e della sua morte sul patibolo parla Shakespeare nel Mercante di Venezia”; uno dei pronipoti, Quincio Toledo, fa il “talent scout di una squadra dotata di grandi mezzi” e vorrebbe tesserare “Pipì e Popò, la Perla Nera e il Diamante Nero, rispettivamente. Tanto Pipì quanto Popò sono difficili da tesserare perché, nel loro paese d’origine, il governo, in difesa degli interessi patri, ha arbitrariamente destinato sostanziose partite del bilancio nazionale allo scopo di prevenire la catastrofe eventualmente provocata dalla fuga all’estero dei due giovanotti di colore”. Pelè e Garrincha?
L’abilissimo Quincio Toledo, per raggiungere il suo scopo, “ha stabilito contatti con i capi dell’opposizione, ai quali ha offerto (come d’abitudine) macchine tipografiche e mitragliatori, e ha distribuito testi di Adam Smith fra l’elettorato, con il proposito di ammansirlo”.

“Il vitello d’oro si chiama Stanislao, come un povero qualunque, e dà e incassa calci a suon di soldi”.
“Ciò che nei tori si chiama razza, nei calciatori è classe. Ci sono tori di razza, grande razza, e calciatori di classe, grande classe. Altri, invece, sono bestiame da dilettanti, carne da macello, capi in saldo e liquidazione di fine stagione”. Il vitello d’oro abbina la classe al coraggio: “duro, instancabile, di battaglia, tempestivo e che, per di più, ragiona (entro i logici limiti che si possono immaginare)”.

Sancho Adaja, il Giovanotto, riesce a segnare gol solo sotto le mura di Avila, la sua città. Lontano, “si sente languido e inappetente, e non fa gol alla squadra avversaria, e avverte come l’inquietudine lo invada senza potervi porre rimedio”.

Il Waldetrudis Pucarà F.C. è la squadra “che, portando alle estreme conseguenze la tattica del catenaccio, gioca con due portieri: Teogenes, portiere destro, e Teogonio, portiere sinistro”. Uno si veste di verde, l’altro di rosso (“colore che dà ai nervi all’avversario e gli fa spesso lisciare il tiro e mandare il pallone nelle nuvole”). Si sono fatti tatuare sulla pancia un verso dalle Metamorfosi di Ovidio: “Noi due formiamo una moltitudine”.

Diceva Voltaire: “Sono molto amante della verità, ma in nessun caso del martirio”… Gli arbitri dovrebbero ispirarsi a Voltaire: “Sta bene fischiare i rigori … ma quando, fischiando un rigore, si corre l’evidente rischio di finire impiccati, l’arbitro deve astenersi dal fischiare il rigore, castigo che può essere sostituito da una punizione di prima o anche dal far finta di nulla, secondo le circostanze”.
Alcuni arbitri, votati al martirio, nella loro infinita superbia pensano “di poter sfidare il pubblico”. “Forse la verità è un’isola circondata da ogni parte di convenienze”.

Undici racconti sul calcio, Camilo José Cela, Passigli, 1963 (2010)

#QatarOffside. Anche Eric Cantona si aggiunge alla lista di chi boicotterà i Mondiali della corruzione, dello sfruttamento e dello spreco energetico: meglio rivedersi tutta la serie del tenente Colombo…

Era il lontano 1° giugno 2014 quando ho pubblicato il primo post contro i Mondiali in Qatar. Eccolo: “Per portare i Mondiali 2022 in Qatar c’è voluta la corruzione: è consolante, non siano nelle mani di deficienti, ma solo di corrotti”.

Il 1° aprile 2016 riportavo quanto sosteneva Amnesty International: “Condizioni di semi-schiavitù: sono quelle degli operai – quasi tutti stranieri e provenienti dal sud-est asiatico – che lavorano alla costruzione degli stadi”.

Il 26 febbraio 2021 mi accodavo alla richiesta di cancellare questa squallida e sanguinaria edizione dei Mondiali, riprendendo quanto avevo scritto su Rivincite.

Il 26 ottobre 2021 riportavo la notizia della triste parabola di uno stempiato David Beckham – un tempo working class hero – lautamente pagato per fare da testimonial di questa competizione.

E il 22 novembre 2021, a un anno esatto dal calcio d’inizio, ho lanciato l’hashtag #QatarOffside, citando il mite Bartleby: “Fra un anno cominciano i Mondiali: ci ho pensato a lungo e anche a costo di passare per snob, ho deciso che non vedrò nemmeno una partita. Morti sul lavoro, diritti umani, spreco energetico… Da semplice consumatore, non accetterò anche questa. Preferisco di no”.

Quattro giorni dopo, ho dovuto aggiungere: “#QatarOffside. Tengo a precisare – ottusi e sciocchi sono assai numerosi – che la mia decisione di boicottare i Mondiali in Qatar non ha alcuna relazione con la qualificazione dell’Italia. Diritti umani, sprechi energetici, la strage per costruire gli stadi… Preferisco di no”.

Il 2 e il 23 luglio 2022 ho ribadito il concetto con altri due post. “Né l’India né il Bangladesh, Sri Lanka, Nepal o Pakistan giocheranno i Mondiali 2022. Ma è da quei paesi che sono partiti quasi tutti gli oltre 6500 migranti morti nei cantieri”: l’ha scritto The Guardian, ce l’ha fatto sapere Internazionale“.

Poi i tifosi dell’Augsburg e del Watford, una squadra tedesca e una squadra inglese, hanno imposto alle rispettive società di cancellare partite amichevoli con squadre qatariote, bollando queste iniziative come “sportswashing”.

Nelle prossime settimane non mancherò di farlo ancora. Per esempio, riprendendo quanto scritto in un libretto assai istruttivo – Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento – scritto da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty per l’Italia, con l’introduzione di Riccardo Cucchi.

E oggi mi piace riportare quanto affermato da “Il mio amico Eric” Cantona, non a caso amato da Ken Loach: “Il Qatar non è un Paese di calcio! Non c’è fervore, non c’è sapore. Un’aberrazione ecologica, con tutti gli stati climatizzati. Che follia, che stupidità! Ma soprattutto un orrore umano, con migliaia di morti per costruire questi stadi che serviranno solo per divertire il pubblico presente per due mesi… L’unico senso di questo evento e lo sanno tutti è il denaro… Che la Francia vinca o perda non deve importare, ci sono cose più importanti del calcio. Al suo posto mi guarderò tutti gli episodi di ‘Colombo’, è da tanto tempo che non li vedo”.

5 settembre: a mezzo secolo dalla strage di Monaco, che cancellò il mito edificante e consolatorio della “tregua olimpica”

All’alba del 5 settembre 1972, un commando palestinese formato da otto appartenenti a Settembre Nero penetrò nel Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera. Si è poi scoperto che le misure di sicurezza erano minime: poche decine di poliziotti, pochissimi armati.

Il commando terroristico uccise due membri della delegazione israeliana e prese una decina di ostaggi. Cominciò una frenetica trattativa. Golda Meir, primo ministro d’Israele, mise a disposizione un nucleo speciale per procedere alla liberazione degli ostaggi, ma il cancelliere tedesco Willy Brandt respinse questa proposta.

All’arrivo in aeroporto, il 6 settembre, il sequestro si concluse con una strage: la polizia tedesca sparò decine e decine di colpi, uccidendo 9 ostaggi e 5 terroristi, morirono anche un poliziotto e il pilota di un elicottero. Si discusse di interrompere i Giochi, ma The Show Must Go On.

Sono passati quasi cinquant’anni, e infine Germania e Israele hanno raggiunto un accordo sulle compensazioni che Berlino verserà alle famiglie degli atleti uccisi: 28 milioni di euro, che andranno agli eredi dei morti. Inoltre, l’accordo prevede “la rivalutazione degli eventi da parte di una commissione di storici tedeschi e israeliani, la divulgazione di documenti in conformità con la legge, l’assunzione di responsabilità”.

Steven Spielberg – nel film Munich – ha mostrato come Israele abbia imposto la sua letale giustizia nei mesi immediatamente successivi alla strage. Su Rivincite, ho scritto: “L’assalto dei fedayn palestinesi colpisce al cuore i Giochi del 1972. Su ordine diretto di Golda Meir, Primo ministro israeliano, si scatena una caccia fuori da ogni regola del diritto internazionale, i servizi segreti del Mossad arrivano a uccidere tutti i responsabili, veri o presunti, dell’azione terroristica. Nome in codice della missione: Operazione Ira di Dio”.

Ancora da Rivincite: “In Baviera, alle Olimpiadi del 1972 si registra una partecipazione oltre ogni precedente: 7.129 atleti, provenienti da 122 Paesi. Tutto è predisposto per celebrare il miracolo economico tedesco: impianti di straordinaria bellezza, ardite soluzioni tecniche, studi meteorologici finalizzati a stabilire gli orari più favorevoli per le prestazioni.

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Chi ha larghi margini di manovra (Juve e Milan) può permettersi di sbagliare e nascondere la polvere sotto il tappeto. Chi non li ha (l’Inter), pagherà caro ogni errore sul mercato. Prima di dare un voto a Marotta e Ausilio, aspetto di vedere la firma sul rinnovo di Skriniar

Nelle due sessioni di mercato del 2022, la Juventus ha ingaggiato Bremer, Fagioli e 8 Nazionali (Zakaria, Vlahovic, Pogba, Di Maria, Gatti, Kostic, Milik e Paredes).

Nelle ultime 48 ore, la Juve si è liberata di tre centrocampisti – in prestito, al solo scopo di risparmiare sugli ingaggi: Arthur al Liverpool, Zakaria al Chelsea e Rovella al Monza. Ricordo quanto furono valutati Arthur (Pjanic più una dozzina di milioni) e Rovella (oltre trenta), mentre lo svizzero venne pagato 9 milioni al Borussia Moenchengladbach, nonostante il contratto scadesse sei mesi dopo. In bianconero, Zakaria ha giocato 15 partite, segnando un gol: finora è costato mezzo milione ogni volta che è sceso in campo… Alla Juve sono abituati a questi costi: nei suoi prestiti onerosi, Alvaro Morata è costato al minuto quasi quanto CR7.

La Juve ha fatto l’impossibile per cedere Rugani (si è incatenato alla Continassa) e Rabiot (la madre ha fatto fallire la trattativa con lo United e lo porterà via a parametro zero), voleva cedere Kean e trattenere Morata, vero è che Milik ha segnato al primo tocco di palla, ma la prima scelta era un’altra: Memphis Depay.

Potrà sembrare una fotografia troppo negativa, ma la ribalto in un attimo: nonostante tutti questi errori, alcuni davvero grossolani, la società di Agnelli ed Elkann ha consegnato ad Allegri la rosa nettamente più forte della Serie A. Una rosa ampia, in grado di assorbire anche i colpi della malasorte (Chiesa, Pogba, Szczesny).

Senza arrivare a questi livelli, anche il mercato del Milan mostra una notevole “potenza di fuoco”, basti pensare al trio (bulico e cacofonico, l’ho definito) acquistato allo scadere: Thiaw, Vranckx e Dest. Trattasi di investimenti, un po’ come fu Hauge. Ma intanto Bakayoko è rimasto, Ballo-Touré è rimasto, e anche senza contare Ibra, Pioli è in grado di ruotare 28 calciatori. Esagero? Tatarusanu, Maignan, Mirante / Calabria, Ballo-Touré, Theo Hernandez, Kalulu, Tomori, Kjaer, Florenzi, Thiaw, Gabbia, Dest / Bennacer, Adli, Tonali, Brahim Diaz, Bakayoko, Pobega, Krunic, Saelemaekers, De Ketelaere, Vranckx / Giroud, Rebic, Rafael Leao, Messias, Origi… Altra rosa ampia, in grado di assorbire i colpi della malasorte (Florenzi, Krunic, Rebic). E pazienza se non sono arrivati né Botman, né Renato Sanches: al Milan sanno far finta di niente.

All’Inter, invece, bisogna aspettare le ultime ore per prendere in prestito non Akanji o Chalobah, ma un difensore a fine carriera. Basta poco – la “distrazione” di Lukaku, un affaticamento di Mikhitaryan, un indolenzimento di Bellanova, la febbre di Bastoni, la borsa del ghiaccio sul ginocchio di Correa, il lentissimo ritorno in forma di Gosens – per avere gli uomini contati, e pensare che, dopo tutto, anche Acerbi può fare comodo… Non dubito che questa statistica verrà presto resa nota, per farci fare brutta figura: ingaggiando Acerbi, l’Inter torna ad avere la rosa più vecchia della Serie A. Ora arrivano 17 partite in 70 giorni, è il momento di blindare Skriniar, per dare un segnale agli arroganti dei petrodollari.

C’è anche il Napoli

Mi ripeto, il calcio non ha più nulla dello sport

Bagatelle a margine del mercato: Tiago Pinto, Top11 Gazza, Brambati, Meret, Muldur, l’amico Gianfelice, Casadei/Lukaku e quell’espressione insensata…

Il Monza sta inanellando mosse intelligenti, ma l’Oscar del Mercato non può che andare a Tiago Pinto, Direttore di una società che sta mettendo sotto contratto – senza spendere un euro per i cartellini – quattro calciatori come Matic, Dybala, Wjinaldum e Belotti. Oscar con ovazione se la Roma riuscirà a piazzare Zaniolo al Tottenham.

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38, ma solo 36 per il fisco olandese

Grazie, Roma

#BillRussell, un Numero 1 senza possibilità di paragoni. Impossibile migliorare l’elenco delle sue vittorie, ma l’impronta che ha lasciato va molto oltre il basket. Leader nel gioco di squadra, sempre dalla parte giusta: due esempi…

4 giugno 1967: Russell siede a destra di Muhammad Alì all’appuntamento organizzato da Jim Brown, running back dei Cleveland Browns, a sostegno del campione del mondo dei Massimi, a cui era stata tolta la cintura per aver rifiutato la chiamata alle armi per il Vietnam.

Ottobre ’68, un giornalista avvicina Russell per chiedergli se abbia qualche problema con il gesto di Smith e Carlos durante l’inno nazionale a Città del Messico. Silenzio. Poi Russell risponde: “Sì ho un grosso problema, non averci pensato prima di loro”. Tweet di Harry Edwards

A che punto è Cantù 2022-23

Chiamato Romeo Sacchetti, per l’eccezionale carisma e per dare un segnale di immediata rivincita, la società ha “liberato” i deludenti americani, Allen e Bryant, non ha rinnovato a Sergio e a Cusin, ha preferito lasciar andare Vitali e si è vista soffiare Bayehe da una squadra di A1.

Della stagione scorsa, restano Matteo Da Ros, Francesco Stefanelli, Lorenzo Bucarelli, Stefan Nikolic e Giovanni Severini, tre nuovi innesti italiani, Filippo Baldi Rossi, Giovanni Pini e Nicola Berdini, come play è stato ingaggiato il croato Roko Rogic, come pivot l’afroamericano Dario Hunt.

Essere la squadra da battere e credersi fortissimi ha portato alla grande delusione di giugno. Se il nuovo asse play-pivot ha convinto Sacchetti, sono sicuro che ci divertiremo.

Basket, la A1 in sintesi

Non c’è ritorno, Jim Shepard, 2012: “Perché diamo allo sport tutto questo valore? (…) Perché lasciamo che ci ferisca? Che ci devasti? Che prenda il posto di tante cose molto più importanti?”

Raramente ho letto pagine con descrizioni così acutamente, intensamente fisiche. Protagonisti di queste storie sono, innanzitutto, i corpi. Portati all’estremo, al limite della resistenza e anche oltre. I personaggi vivono sfide al limite, compiute per misurarsi, sfuggire a traumi familiari, a un chiaro senso di inadeguatezza alla vita normale. Da molte pagine si sprigiona la sensazione che stia per avvenire qualcosa di irreparabile.

Non c'è ritorno COPMa “perché diamo allo sport tutto questo valore? (…) Perché lasciamo che ci ferisca? Che ci devasti? Che prenda il posto di tante cose molto più importanti?”.

Scrivendo l’introduzione all’edizione italiana che raccoglie dieci tra i suoi racconti, Shepard spiega alcune ragioni per cui uno scrittore decide di inventare storie di sport. “Lo sport mi è utile perché sono interessato a massimizzare la pressione che le mie storie esercitano sulle situazioni emotive dei miei personaggi, e cerco sempre di dare corpo a quel genere di conflitto in modo concreto. I limiti e le regole dello sport offrono inoltre alla narrativa una forma propria, con la quale poi si può giocare, così come una propria imminenza, dal momento che qualcosa di importante – e drammatico – sta per accadere”. Poi, agli americani piace usare lo sport “per elevare a feticcio la cara visione che hanno di se stessi come soggetti in gran parte apolitici”. Ancora, “la sconfitta è un corso a cui, prima o poi, dobbiamo iscriverci tutti”.

Tutti e dieci i racconti sono scritti in prima persona, con sbalorditivi mutamenti di linguaggio e prospettiva. Descrivendoci la sua esperienza, ognuno dei narratori lo fa con una “voce” nitida, molto diversa dalle altre che compongono questa raccolta. Alcuni testi hanno il sapore della confessione, altri del dialogo intimo, della seduta psicanalitica, del diario da far leggere ai figli quando saranno grandi. Non sempre lo sport è centrale – nel caso di Chernobyl, l’inserimento in questa raccolta lascia un po’ perplessi – ma ogni volta ci sono passaggi di formidabile, ineluttabile fisicità.

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#QatarOffside. Niente Qatar per l’#Augsburg, la squadra che fu di #HelmutHaller: il club tedesco doveva giocare con l’Al Duhail di Doha, ma l’amichevole è stata cancellata in seguito alle proteste dei tifosi per le violazioni dei diritti umani nel paese arabo

Da bambino, imparai che Augsburg corrispondeva ad Augusta, e che quella città tedesca era antichissima, fondata dagli antichi Romani nel 15 avanti Cristo.

L’ho scoperto perché da Augsburg e dalla locale squadra di calcio (fondata nel 1907) arrivò a Bologna Helmut Haller, mezzala d’attacco di straordinarie qualità (purtroppo le mostrò spesso contro l’Inter e le confermò con la maglia della Juve). Nei rossoblù di Fulvio Bernardini, Haller disputò sei stagioni, le prime cinque ad altissimo livello. Ed era in campo nella celeberrima finale di Wembley della Coppa Rimet 1966, e segnò il gol del provvisorio vantaggio tedesco. Nell’ultima Bundesliga, l’Augsburg si è salvato senza troppi patemi.

Ora, la squadra di calcio di Augsburg è tornata a fare notizia in un modo che a me fa molto piacere: la società ha scelto di annullare la partita amichevole prevista con il club del Qatar Al-Duhail per le forti critiche dei propri tifosi. “Eravamo consapevoli della delicatezza di un’amichevole contro un club del Qatar”, ha dichiarato il direttore sportivo Stefan Reuter in una nota.

Un numeroso gruppo di tifosi dell’Augsburg aveva bollato l’iniziativa come “sportswashing” dell’immagine del Qatar, manifestando la propria indignazione per le violazioni dei diritti umani e di quelli dei lavoratori migranti. Questi tifosi hanno sottoscritto un appello ai fans per boicottare la Coppa del Mondo che si giocherà in Qatar.

Per gli stessi motivi, il mese scorso, i tifosi del club inglese Watford hanno convinto la dirigenza ad annullare un’amichevole contro la nazionale del Qatar.

Magliette

Sulle Alpi trionfa Vingegaard, svolta danese al Tour, défaillance di Pogacar, che ora ha 2’22” di ritardo dalla nuova Maglia Gialla

Il Caso Suarez finisce in farsa, come quasi tutto in Italia

Della vicenda, ho scritto varie volte, manifestando un facile scetticismo su come sarebbe andata a finire.

Basta avere dei bravi avvocati, in questo disgraziato paese, e si trover5sempre il modo per non venire puniti.

Sommessamente, ripropongo la solita, vecchia domanda, la cui risposta avrebbe più valore della sentenza che uscirà dal processo: chi ha pagato il volo privato di Suarez, dalla Spagna a Perugia?

Volete farci credere che se l’è pagato da solo, senza nemmeno la garanzia che “l’esame farsa” finisse bene?

Storia della boxe, Alexis Philonenko

Professore di Storia della filosofia a Rouen, l’autore ricostruisce l’epopea di questo sport, dedicando largo spazio alle origini e alla formalizzazione delle regole.

Philonenko anticipa la sentenza: la boxe è uno sport in agonia, perché “il denaro – da sempre la linfa di questo sport – è andato alla ricerca di altri orizzonti. Immaginare che l’attuale discredito della boxe sia dovuto soltanto ai drammatici incidenti che l’hanno disonorata significherebbe credere che l’umanità sia governata dalla legge morale”.
Simbolicamente, è il tennis ad aver preso il posto della boxe.

L’agonia della boxe è resa visibile dalla moltiplicazione delle categorie di peso (oggi sono 17) e delle federazioni internazionali. È cresciuta a dismisura la possibilità di organizzare campionati del mondo, svalutandone il significato.

All’epoca della boxe a mani nude, l’allenamento quasi non esisteva. Pare sia stato Jim Corbett il primo pugile moderno, per lo stile e il tipo di allenamento. I colpi in faccia erano pochissimi perché i pugili rischiavano di rompersi le mani; si lavorava molto al corpo e si sa che un colpo al fegato è letale quanto un uppercut alla punta del mento.

Le regole formali, essenziali, della noble art, il pugilato, vengono stabilite e stilate da un nobile, John Sholto Douglas, marchese di Queensbury. Scritto nel 1865, il documento entra in vigore nel 1891: la boxe prende forma, abbandona le risse scomposte e comincia a seguire un codice che prevede l’uso dei guantoni, le dimensioni del ring, la presenza di un arbitro, la definizione di categorie di peso (all’inizio solo tre: massimi, medi, leggeri), la durata del singolo round e dell’intero combattimento.

Oltre alle cronache e alle opinioni, Philonenko mostra alcune “fissazioni”, punti di vista un po’ gratuiti, esposti come validi a priori. Fa ripetutamente riferimento al “Principio Mendoza”, quello per cui l’abilità può compensare, anzi capovolgere le gerarchie del peso, e un pugile più leggero può battere uno più pesante. Con l’avanzare dell’età, il pugile tende a evitare gli scambi ravvicinati, durante i quali molti colpi finiscono sulle reni, sui fianchi, sulle spalle e sulle braccia. Ma questo comporta esporsi al rischio di una boxe a distanza, ancora più pericolosa. Eppure, con l’età i pugili cambiano stile, “come se il corpo cercasse istintivamente una posizione meno esposta la dolore”.

Molte pagine sono riservate ai più grandi pugili francesi, Georges Carpentier e Marcel Cerdan.
Avendo combattuto sia fra i massimi sia fra i medi sia fra i welter, Jake La Motta ha dato di queste tre categorie una definizione indimenticabile: “Il peso massimo, disse, è la potenza, il peso welter la velocità, il peso medio la potenza e la velocità insieme”.

A Kinshasa, Zaire, il 30 ottobre 1974, va in scena l’apoteosi della boxe, il suo momento più fulgido: Foreman vs. Alì. Accade in Africa, la terra delle origini, il luogo dal quale erano partiti coloro che hanno imparato a sentirsi afro-americani…

Alexis Philonenko, Storia della boxe, Il Nuovo Melangolo, 1991

Storia della Corsa, Thor Gotaas

L’autore norvegese tenta un’impresa complicatissima: analizzare il fenomeno della corsa nei suoi aspetti storici e culturali. Il volume racconta la corsa come una delle più fondamentali esperienze umane. Nasce dalla necessità di fuggire, si trasforma nel desiderio di raggiungere qualcosa, focalizza la lotta dell’uomo contro il tempo, la sua sfida a migliorarsi, spostare i limiti.
Il ruolo di corriere ha coinvolto per secoli migliaia di uomini, allenati in modo eccezionale e appartenenti a culture diverse”; Gotaas ripercorre storie e aneddoti a diverse latitudini, costruendo una singolare cronologia.

Shulgi, re e sacerdote dei Sumeri (XXI secolo a.C.), per partecipare a due cerimonie religiose nello stesso giorno, percorse più di 300 km mangiando e bevendo in corsa.
Faraone per 66 anni, nel XIII secolo a.C., Ramsete II fino in tarda età continuò a esibirsi in eccezionali prestazioni podistiche.
Ai Giochi di Olimpia, fra il 588 e il 488 a.C., 11 dei 26 vincitori della corsa più veloce venivano da Crotone.
Il filosofo Seneca si allenava ogni giorno in compagnia del suo schiavo Fario, che si lasciava superare in prossimità dell’arrivo per non far adirare il padrone.
Secondo gli esploratori europei, la tribù amazzonica dei Payacù improvvisava competizioni con i ceppi di legno, che venivano trasportati da un punto all’altro della foresta.
Era un pastore sconosciuto, Spyridon Louis, il greco che vinse la prima maratona olimpica (1896).
Era un garzone di fornaio Dorando Pietri, che stava per vincerla a Londra 1908.
Segue l’epopea finnica di Hannes Kohlemainen, Paavo Nurmi e Ville Ritola, autentici eroi popolari, fattori identitari di un Paese appena uscito da una secolare sottomissione.

Il libro ricorda Roger Bannister, che a Oxford infranse il muro dei 4 minuti nel miglio il 6 maggio 1954. Poi c’è Emil Zátopek, la locomotiva umana (“Non ho abbastanza talento per correre e sorridere insieme”), trionfatore di 5 ori olimpici fra il 1948 e il ’52. Seguono Vladimir Kuts (1956), Gunder Hägg e Ingrid Kristiansen, Abebe Bikila, il maratoneta etiope che vinse le Olimpiadi di Roma 1960 e Tokyo ‘64, Kipchoge Keino e la generazione di kenyani degli altipiani, soprattutto quelli d’etnia Nandi, fino all’arrivo di eroi nazionali come Said Aoiuta (marocchino), Haile Gebreselassie (etiope), Maria Mutola (mozambicana), Hassiba Boulmerka (algerina).

La partecipazione femminile agli eventi di corsa per professionisti ha una lunga storia, che si sovrappone a quella dell’emancipazione. Gli inglesi furono probabilmente i primi a registrare i tempi nelle corse.
Negli anni Settanta, al decollo dello jogging corrisponde l’esplosione dei grandi marchi dell’abbigliamento sportivo. Nel 2008, 16 milioni di americani hanno dichiarato di correre almeno cento giorni l’anno. Un’esperienza di massa, che sfiora la dimensione spirituale. Alcune pagine descrivono l’effetto delle endorfine sprigionate dalla corsa prolungata, alleviando il dolore e influenzando stimoli fondamentali (fame, sete, sonno), fino alla cosiddetta “estasi del corridore”.

Thor Gotaas, Storia della Corsa, Odoya, 2008 (2011)