Correre, Jean Echenoz

Le truppe del Terzo Reich entrano in Boemia e Moravia, e fra le altre città occupano Ostrava. “Protettorato” è il termine tecnico con cui chiamare l’invasione.

A 17 anni, Emil lavora da apprendista alla Bata di Zlín, in mezzo alle gomme e alle polveri, frequenta i corsi serali per diventare chimico. Figlio di falegname, madre casalinga e altri sei fratelli, Emil odia lo sport, si sottrae alle partite di calcio, gli sembra tempo perso. Ma l’esercito occupante organizza manifestazioni sportive per i giovani alle quali è impossibile sottrarsi. Alla prima gara, una corsa di 9 km, Emil arriva secondo, “quasi senza accorgersene”. Suo malgrado, si scopre una vocazione, correre: “quello che non aveva previsto è che dopo un po’ comincia a piacergli”.
Si allena da solo, forsennatamente; comincia a prendere confidenza con il battito cardiaco e le diverse gradazioni della fatica.

Dopo furiosi combattimenti, Zlín viene liberata dall’Armata Rossa. A guerra finita, Emil entra nell’esercito. Comincia a confrontarsi con i campioni stranieri, le prime volte viene regolarmente sconfitto, ma migliora i suoi tempi. Invitato a Oslo, per i campionati europei di atletica leggera (agosto 1946), conosce Viljo Heino, il finlandese primatista mondiale; Emil arriva quinto nella gara dei 5.000 metri. Il suo è uno stile “impuro”, ma sempre più efficace.
“Emil si direbbe che scavi e si incavi, come in trance o come uno sterratore… procede in maniera pesante, scomposta, a scatti… i lineamenti sono alterati, come dilaniati da una spaventosa sofferenza… tutto il suo corpo sembra un meccanismo scassato, sfasciato, sofferente, a parte l’armonia delle gambe, che mordono e divorano la pista voracemente”.
Diventa un idolo per i cecoslovacchi, un eroe del socialismo, viene promosso tenente, riceve pacchi di lettere, richieste di autografi e di matrimonio. Ma sulla pista di allenamento si è innamorato di Dana, un’atleta, lanciatrice di giavellotto.

Arriva il 1948, Emil parte per le Olimpiadi di Londra. Vince i 10.000, battendo Heino e conquistando il primato mondiale, è secondo nei 5.000. Gli chiedono spiegazioni per le sue smorfie, e lui replica: “Non ho abbastanza talento per correre e sorridere insieme”.
Heino riconquista il record dei 10.000, Emil lo migliora di nuovo, due volte, la seconda in Finlandia. Poi diventa il primo uomo a correre più di 20 km in un’ora.
A trent’anni domina i Giochi di Helsinki, vincendo in nove giorni i 10.000, i 5.000 e la maratona, impresa mai compiuta prima (e mai più ripetuta). Poi cominciano le sconfitte, dopo più di un decennio ininterrotto viene superato da un connazionale, si profila l’ombra di Vladimir Kuts. Fallisce la maratona a Melbourne ’56, ma al ritorno è nominato colonnello…

Emil sostiene le riforme di Dubček. Dopo l’invasione, perde il posto al ministero, è espulso dal Partito, radiato dall’Esercito, costretto a lasciare Praga. Spedito nelle miniere di uranio del nord-ovest, vi resta più di sei anni. Lo riportano a Praga, come spazzino, ma è una cattiva idea: i cittadini della capitale lo acclamano dalle finestre, i colleghi portano la spazzatura al suo posto, e lui si limita a correre a brevi falcate dietro il camion, mentre tutti lo incitano come una volta.
Infine, gli presentano un documento da firmare. Un’autocritica. Docilmente, Emil firma e viene rimandato a Praga con un posto da archivista.

Nella traduzione di Giorgio Pinotti, per due terzi del libro, Echenoz lo chiama sempre e solo Emil, poi aggiunge il cognome, Zátopek, la cui musicalità gli fa pensare ai pistoni di un ingranaggio perfetto.

Jean Echenoz, Correre, Adelphi, 2008

Ultima notte a #Scafati: per evitare un altro anno di purgatorio, #Cantù deve sfatare il “fattore campo”

Stasera Cantù si gioca tutto, non ci saranno occasioni per rimediare: Scafati sta in provincia di Salerno, a 839 chilometri da Cantù, e il campo della squadra di casa è inviolato da 29 partite, l’ultima sconfitta risale all’aprile 2021.

Di canturini in trasferta ce ne saranno un centinaio, forse duecento, Scafati-Cantù verrà trasmessa su maxischermo in piazza Garibaldi, immagino la folla.

Ma prima di parlare di basket giocato, voglio attirare l’attenzione sul “fattore campo”.

Ricordate che si diceva della Serie A durante il lockdown? L’assenza del pubblico aveva drasticamente ridotto l’incidenza del fattore campo, le vittorie in trasferta si erano moltiplicate, i più fini analisti facevano notare che si andava nella direzione giusta, quella delle grandi Leghe professionistiche americane, dove la media delle vittorie casalinghe staziona non oltre il 60-65%.

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Lo stato comatoso del basket italiano: da certi numeri della prima finale, si può dedurre che il vampirismo di Milano e Bologna continui a peggiorare le cose

Non ho visto la partita, e non devo essermi perso un gran spettacolo. Ho solo compulsato le statistiche e mi soffermo sugli 11 italiani messi a referto (3 dati: minuti giocati, punti segnati, Indice di Valutazione della Lega).

Sto parlando di 11 giocatori italiani, tutti “nel giro della Nazionale”, che rappresentano la metà dei giocatori schierabili e il cui contributo all’assegnazione dello scudetto si è così concretizzato: 33-35% del minutaggio complessivo, fra il 24 e il 30% dei punti segnati, circa il 24-25% della valutazione (IVL). Nei quintetti di partenza erano presenti solo Hackett e Datome. Tre degli undici non hanno nemmeno toccato il parquet.

Tessitori: 3 – 2 – 0 / Mannion: non entrato / Belinelli: 24 – 7 – 2 / Pajola: 13 – 0 – 1 / Hackett: 27 – 6 – 9 = Virtus Bologna: 67’ – 15 punti – 12 IVL

Melli: 26 – 5 – 8 / Ricci: 6 – 2 – 0 / Biligha: non entrato / Baldasso: 8 – 0 – 5 / Alviti: non entrato / Datome: 25 – 13 – 9 = Olimpia Milano: 65’ – 20 punti – 12 IVL

Ho perso il conto degli italiani che si sono persi – e arricchiti – alle corti di Giorgio Armani e Massimo Zanetti. E già leggo che Amedeo Della Valle, non contento degli anni buttati a Milano, medita di accasarsi a Bologna. Anche fra gli italiani più coraggiosi, quelli che sono andati a giocare all’estero (i vari Spissu, Polonara e Flaccadori), molti sembrano destinati a rimpolpare le rose delle due squadre che giocheranno l’Eurolega.

Tutto legittimo, s’intende. I giocatori vanno dove li porta il portafoglio, e pazienza se in questo modo staranno in campo dieci minuti a partita, anziché i trenta a cui potrebbero ambire lontano da queste due piazze.

Poi ci chiediamo perché il basket fa numeri penosi in tivù e la Nazionale rimedia le figure che sappiamo…

“Nel giro della Nazionale”

Barella in Azzurro e in Nerazzurro

In ricordo di Gianni Clerici: Erba rossa

Strana coppia, un trentacinquenne giornalista al seguito della squadra di Coppa Davis a Praga e Pigi, studente di chimica idealista e inquieto. Siamo intorno alla metà degli anni Sessanta. Ambedue comaschi, appartengono a famiglie borghesi, hanno frequentato lo stesso liceo; a dividerli è il giudizio sul Paese che attraversano. Oltre la Cortina di Ferro, l’esperienza dell’Est comunista viene vissuta diversamente: “nel ricordare tutto quanto avevamo in comune, mi andavo ripetendo che l’identificazione con questo o quel partito contava sempre meno, e avrebbe finito per contare quasi nulla, quando le grandi passioni del dopoguerra si fossero stemperate nella suprema necessità di vivere meglio”.

La Coppa Davis è poco più di un pretesto; il risultato è amaro per gli azzurri, Merlo e Pietrangeli vengono sconfitti dai semisconosciuti tennisti cechi. Ma il soggiorno praghese dei due amici prosegue per un altro paio di settimane, incrociando un’umanità varia e colorita: l’aspirante regista Raul e la sua fidanzata Jana, affamata d’Occidente; Criscuolo, faccendiere dai mille e oscuri contatti, colleghi di altre testate giornalistiche che s’atteggiano a latin lover, ragazze disponibili e disperate. Oltre al tennis, il narratore vorrebbe scrivere un reportage, ma più passa il tempo e più si deprime, le interviste sono deludenti; comincia a chiedersi “se valesse la pena di continuare una serie di dialoghi penosi, interrotti di continuo dalla domanda: lo posso scrivere?”

Lo stile di Clerici è cortese, gentile, ma in certi momenti sa esprimere il moto di ribellione “di fronte all’atteggiamento di vinta remissività” di tanti praghesi.

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In ricordo di Gianni Clerici: Divina (su Suzanne Lenglen)

Se non il più grande, certo il più elegante. Gianni Clerici è stato un inarrivabile modello di stile, ogni suo articolo, ogni sua telecronaca ha esaltato “i gesti bianchi” dello sport che ha tanto amato e contribuito a celebrare.

“Suzanne Lenglen, la più grande tennista del mondo” è il sottotitolo di questa biografia, che comincia da una bambina prodigio intervistata da un famoso giornalista, Jean Laporte, che si recò a Marest sur Matz, Piccardia, poco dopo che questa quindicenne aveva vinto a Parigi quello che allora era definito “il campionato del mondo su terra battuta”. Clerici attinge alle memorie pubblicate da vari testimoni dei fatti e va alla ricerca degli ultimi sopravvissuti; da alcuni ottiene il permesso di leggere la corrispondenza privata con Suzanne. Alcune fotografie ritraggono la Divina sui campi e nella vita privata, nei ruggenti anni Venti.

Dal 1921, Suzanne cominciò a introdurre la moda nel tennis, indossando capi di Jean Patou: bandeau di georgette colorata, abiti semitrasparenti e plissé, sbracciati, scollati, corti al ginocchio, cardigan in tinta, soprabiti bordati di ermellino, turbanti con penne di pavone…

Suzanne Lenglen

Nata il 24 maggio 1899 a Parigi, da Charles e Anaïs, la piccola Suzanne era cresciuta in Piccardia per motivi di salute. Di famiglia altoborghese (i Lenglen furono fra i primi parigini a possedere un’automobile), Charles aveva sposato Rachel, sorella maggiore di Anaïs, ma la donna era presto morta per un fibroma. Morì anche il fratello minore di Suzanne, di meningite, ad appena tre anni. Tutto l’investimento affettivo del padre si scaricò su Suzanne, spinta o assecondata a praticare ogni attività sportiva (nuoto, ginnastica, ciclismo). A undici anni, il padre le regalò una racchetta. Bastarono tre mesi perché la bambina stupisse tutti. A quel punto, il padre si mise alla ricerca dei migliori allenatori (maschi) e fece costruire un campo da gioco a Marest sur Matz.
I segni della predestinazione si susseguono. C’è pure il pronostico di una veggente. Nemmeno quindicenne, Suzanne viene accolta in prima categoria. A Stoccolma, due anni prima, il titolo olimpico era stato vinto dall’affascinante Marguerite Broquedis. Suzanne se la trova di fronte nella sua prima finale, e quasi la sconfigge; il padre la rifocillava con zuccherini imbevuti di cognac. Poche settimane dopo, Suzanne Lenglen vince a Parigi il titolo del singolare femminile. Di lì a poco, scoppia la guerra.

Nel 1920, Lenglen vince Wimbledon e le Olimpiadi di Anversa.

Suzanne Lenglen scultura al Roland Garros

Il mantra del padre: “Vincere senza sbagliare. Vincere senza lasciare un punto. Impressionare l’avversaria con la propria disumana sicurezza”, rendersi così terribile che l’altra sarà appagata dall’aver salvato l’onore. È il padre a chiederle una dedizione assoluta al gioco del tennis; scrive Clerici, che “l’invincibilità crea semidei, ammirati ma soli, angosciati al pensiero di smarrire quello status semidivino”.
Morì di leucemia a 39 anni, il 4 luglio 1938.

Wimbledon: 6 titoli di singolare (1919, 1920, 1921, 1922, 1923, 1925); 6 di doppio (1919, 1920, 1921, 1922, 1923, 1925; 3 di misto (1920, 1922, 1925)
Mondiali su terra a Parigi: 4 singolo (1914, 1921, 1922, 1923); 3 doppio (1914, 1921, 1922); 3 misto (1921, 1922, 1923).
Campionati di Francia: 2 singolo (1925, 1926); 2 doppio (1925, 1926); 2 misto (1925, 1926)
Olimpiadi Anversa 1920: oro nel singolo e nel doppio misto.

Al Milan sono abituati alla finanza creativa, ma l’arrivo di RedBird può rivelarsi una buona notizia per l’Inter: se i nuovi proprietari del Milan facessero da soli lo stadio a Sesto San Giovanni, a Suning e al Comune di Milano resterà da decidere che fare dell’area di San Siro.

Verità&Affari, quotidiano finanziario diretto da Franco Bechis, ha ricostruito l’architettura finanziaria dell’operazione che porterà entro l’estate all’ingresso maggioritario nella proprietà del Milan di RedBird Capital Partners, il fondo diretto da Gerry Cardinale.

In pratica, sarà un affare da 1,2 miliardi di euro. Singolare la tecnica di finanziamento: la metà dei soldi con cui RedBird sta acquistando il Milan arriverà direttamente da Elliott: Rossoneri Lux, la controllante lussemburghese dei rossoneri, avrebbe prestato 600 milioni a RedBird a un tasso del 15% (90 milioni all’anno di interessi…). Altri 300 milioni arrivano, invece, da un finanziamento concesso da JP Morgan (che, a sua volta, 40-50 milioni all’anno di interessi li ricaverà senz’altro). E così, il fondo di Cardinale metterà le mani sul Milan sborsando solo 300 milioni di euro liquidi, un quarto del valore attribuito alla società, ma si condanna a pagare almeno 130 milioni all’anno per i prestiti ricevuti. Pare incredibile…

Nel comunicato che sancisce il passaggio di quote, il club rossonero ha comunicato che il fondo di Paul Singer manterrà due membri nel Consiglio di Amministrazione: il figlio di Singer, Gordon, e Giorgio Furlani, portfolio manager di Elliott.

Verità&Affari evidenzia come si tratti della seconda volta che Elliott finanzia l’acquisto del Milan. Era già avvenuto, infatti, quando il club passò dalle mani di Silvio Berlusconi a quelle di Yonghong Li. Il misterioso uomo d’affari cinese non onorò il rimborso del prestito e quindi Elliott ne acquisì le quote, divenendo proprietario della società da cui si sta liberando.

Dunque, i soldi viaggiano leggeri come l’aria, pare ovvio che Elliott nel Milan continuerà ad avere voce in capitolo, e a sommergerci di chiacchiere sulla “sostenibilità” sono proprio i club che si dissanguano con gli interessi sui prestiti. E intanto si diffondono voci sull’interesse di RedBird a farsi lo stadio di proprietà senza l’Inter. A Suning potrà dispiacere, certo non ai tifosi, il 95% dei quali non hanno mai apprezzato le ipotesi di coabitazione. E il 99% – sia fra i nerazzurri che fra i rossoneri – non ha mai apprezzato l’ipotesi che il nuovo stadio avesse meno di sessantamila spettatori. L’ha detto pure Paolo Maldini. Quel progetto, di cui si parla da quasi quattro anni continua ad apparirmi illogico per due tifoserie di grandi dimensioni e alla luce dei numeri delle presenze sulle tribune, sanciti con il ringraziamento sul tabellone luminoso di San Siro all’ultima di campionato.

3805, mi ricordo

Mi ricordo di essere stato troppo sicuro che nessuno avrebbe mai superato il potere di Borg sulla terra battuta.

In bacheca

Le Leghe USA contrastano le oligarchie (a differenza del calcio europeo)

Qualche giorno fa ho pubblicato una tabella simile a questa, riferita ai vincitori dei 5 maggiori campionati di calcio in Europa. Ne è derivato un inizio di dibattito sulle cause dello squilibrio competitivo, e su ciò che dovremmo eventualmente copiare dallo sport professionistico a stelle e strisce (purtroppo, dell’America tendiamo sempre a copiare il peggio).

Oggi mi limito a far notare che nel Ventunesimo secolo hanno già vinto 50 franchigie diverse; solo i Lakers nel basket e i Patriots nel football hanno prevalso nel 25% dei campionati; da otto stagioni nel baseball e da cinque nel football vincono squadre ogni volta diverse; negli ultimi undici campionati, 8 squadre diverse hanno vinto sia nell’hockey che nel basket.

Certo, un fattore essenziale sta nei play-off. Ma un confronto più approfondito fra i due sistemi – quello del calcio europeo e quelle delle 4 grandi leghe USA – fa capire che altrove ci si è posti il problema dell’equilibrio competitivo in forme ben più efficaci di quelle che hanno consolidato certe oligarchie calcistiche.

Ceferin costretto a premiare Florentino Perez rende esplicito che la Superlega è nei fatti.

Dimenticavo: più che di sport, stiamo parlando di industria dell’intrattenimento.

3801, mi ricordo

Mi ricordo che Mourinho non è riuscito a vincere la Champions allenando il Madrid e che Ancelotti ha vinto ovunque abbia allenato, ad eccezione di Napoli e Juventus.

Oligarchie calcistiche (ovvero, vincono sempre gli stessi, al contrario delle Leghe USA)

Forse è la terza, forse la quarta volta che mi ripeto – e in Rivincite avevo tentato di svolgere un ragionamento compiuto – perciò sarò brevissimo.

Ecco chi ha vinto i 5 maggiori campionati di calcio europei nel Ventunesimo secolo.

In tutto, sono 29 squadre, ma appena 10 si sono spartite 86 titoli dei 114 titoli.

In pratica, più de 90% delle squadre gioca campionati che non vincerà mai. Ci avrete fatto l’abitudine, ma è una patologia. Le grandi Leghe USA viaggiano in direzione opposta, e non siamo nemmeno capaci di copiarle.

Non era così negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta del Ventesimo secolo. La situazione ha preso una certa piega trent’anni fa e si è aggravata con le regole finanzieri – tipo il famigerato Financial Fair Play – che avrebbero dovuto garantire il contrario, un maggior equilibrio competitivo.

Dybala di qua, Perisic di là: riti di passaggio

Sarei molto favorevole al chiacchieratissimo doppio trasloco.

Mi spiego: fosse un affare orchestrato dalle due società – un classico scambio di cartellini – ci sarebbe da discutere su chi ci guadagna e chi ci perde. Non è questo il caso. Da svincolati, Ivan Perisic e Paulo Dybala avrebbero valutato insufficienti le proposte delle rispettive società e trovato più conveniente trasferirsi presso la “nemica” storica.

Il dato tecnico diventa insignificante. Si tratta di due liberi professionisti che decidono di prestare la loro opera al miglior offerente.

Resto dubbioso: sono così scaltri, i procuratori, che non faticano a trovare giornalisti compiacenti, utili a far rimbalzare “voci” che dovrebbero mettere pressione alle società proprietarie del cartellino. Ma il Milan insegna che si può salutare Donnarumma senza particolari danni.

Ivan è nato il 2 febbraio 1989, nell’Inter ha giocato 253 partite e segnato 54 gol.

Paulo è nato il 15 novembre 1993, nella Juve ha giocato 291 partite e segnato 115 gol.

Pur avendo quasi cinque anni in più, dal punto di vista fisico, sembra più integro e affidabile il croato, la cui carriera in Nazionale è stata senza dubbio più entusiasmante di quella, assai deludente, dell’argentino. Dal punto di vista tecnico, a me farebbe piacere che Dybala vestisse il nerazzurro, perché lo trovo molto divertente.

È possibile che in entrambi i calciatori, la scelta di “tradire” la maglia proprio con la nemica storica abbia a che fare con un desiderio di vendetta: sentendosi poco considerati dalle rispettive società, intendono mostrare palesemente che i dirigenti hanno sbagliato.

Ma per i tifosi questo eventuale doppio tradimento può rivelarsi istruttivo. Può insegnare che il tifo, in uno sport di squadra, non può mai far prevalere l’affetto per un singolo sugli interessi del gruppo. Nel mio caso, l’ultima eccezione si chiama Ronaldo, fra poche settimane saranno passati vent’anni.

Si tifa Inter.

Volendo, si può persino tifare Juve.

E se davvero Perisic vorrà beffarci in malo modo, gli augurerò di trovare presto nuovi amici: per esempio, Cuadrado…

Bisogna pur venderlo, il prodotto…

Verona-Milan, prima

Mi risulta incomprensibile il senso di superiorità manifestato da certi interisti rispetto al Milan. Vero è che nei confronti diretti e come qualità dell’11 titolare l’Inter appaia superiore, ma in una lunga corsa a tappe contano anche altre cose. Per esempio, il rendimento delle riserve, la capacità di supplire ad assenze pesanti: e il Milan ha mostrato di saperlo fare molto meglio dell’Inter.

Altro esempio, il rendimento fuori casa, e quello del Milan, comunque vada stasera, è quasi incredibile: 40 punti in 17 partite, la fenomenale Inter di Conte è arrivata a farne 39 in 19.

Per il Milan di Pioli, tre scivoloni casalinghi (Sassuolo, Spezia e Napoli), ma una sola sconfitta fuori casa, a Firenze. Dodici vittorie, sei punti all’Olimpico (l’Inter solo tre), sei punti a Marassi (l’Inter solo due), espugnati il Maradona (pari dell’Inter), Bergamo (pari dell’Inter) e il Dall’Ara (Inter zero). E il derby vinto in casa dei nerazzurri. Vincesse anche al Bentegodi, il Milan salirebbe a 43 punti e si porterebbe a un millimetro dal traguardo, anche se la vittoria dell’Atalanta a Spezia manterrà i giochi aperti per un’altra settimana (purtroppo la rinnovata corsa bergamasca ha azzerato le possibilità dell’Hellas di agganciare l’Europa).

In questo momento, seppure con una partita in meno, il Milan è la squadra che ha subito meno gol e che può vantare più clean sheet. E, lo sanno tutti, i campionati si vincono con la difesa e con la capacità di gestire le vittorie con il minimo scarto: ecco un altro aspetto in cui il Milan eccelle, perché la differenza reti vede l’Inter nettamente in testa (47 a 31), ma nelle vittorie con un gol di scarto il Milan sta 13 a 7 (nelle vittorie con due o più gol di scarto, invece, l’Inter è a 16 e il Milan a 10).

È un Milan “alla Allegri”: il corto muso potrebbe bastare.

In sintesi: se i rossoneri vincono a Verona è scudetto al 99%; se pareggiano restano favoriti con un abbondante 60%, avvicinando la concretizzazione dell’incubo peggiore, quello che ho espresso venti giorni fa; se uscisse un miracolo cominceremmo a inquietarci su quel che potrebbe accadere all’Inter in quel di Cagliari.

Luppi e Sotomayor, Diamanti e Pazzini: mi affido al Fato

È il 5 Maggio, già questo vorrà dire qualcosa: oltre al disastro del 2002, in quella data l’Inter ha celebrato grandi vittorie, da lì cominciò il Triplete, ma nessuno ci fa caso.

Immagino che chi ha seguito il Real Madrid contro Psg, Chelsea e City sarà più disponibile a seguirmi su una strada di pura irrazionalità, pur circostanziata. In altre parole, da qui in poi non si parla di calcio.

Se il calcio fosse logico, il Milan vincerà a Verona o comunque raccoglierà quei sette punti che servono a cucirsi lo scudetto. Se il calcio fosse logico, la Juve vincerà la Coppa Italia, perché nei secoli dei secoli non è mai accaduto che l’Inter battesse la Juve per tre volte consecutive in meno di quattro mesi. Per fortuna, ogni tanto accade che il calcio deragli da ogni logica. Ultima vittima, non incolpevole, Pep Guardiola.

A chi crede nel soprannaturale, chiedo di far circolare questa specie di macumba.

Nell’ultimo post sull’Inter evocavo la rispettabile figura di Marcantonio Bentegodi (1818-1873), il quale “si adoperò sempre per la diffusione delle attività sportive fra i giovani veronesi, tanto da lasciare in testamento una disposizione con cui avrebbe destinato un quarto delle sue rendite al finanziamento delle discipline sportive moderne”. A Bentegodi è stato intitolato lo stadio della sua Verona, ed è lì che il Milan di Rocco e Maldini, e poi quello di Sacchi hanno lasciato due scudetti clamorosi, dopo sconfitte inverosimili. Il primo Verona era già retrocesso in Serie B, il secondo quasi (vincere non fu sufficiente). Il primo arbitro si chiamava Concetto Lo Bello, il secondo era suo figlio Rosario.

La prima sconfitta avvenne il 20 Maggio 1973, quattro giorni dopo la conquista rossonera della Coppa delle Coppe, dopo la battaglia infernale di Salonicco contro il Leeds United (gol di Chiarugi al 5’, poi difesa a oltranza). Il Milan aveva chiesto di rinviare la partita di campionato, la Federcalcio negò questa possibilità. Finì 5-3 per il Verona di Giancarlo Cadè, con doppietta di Livio Luppi (con le regole di oggi sarebbe tripletta)… E scudetto alla Juventus.

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Torneremo alle Spartachiadi?

Doppio Dylan nel ciclismo

Roubaix, può vincerla solo chi ha già vinto. #enferdunord

Pronostico sbagliato: splendido attacco in controtempo e vittoria imprevista di Dylan van Baarle. Solo secondo Van Aert, magnifici Lampaert e Mohoric. Degli italiani meglio non parlare.

Non tutti saranno alla partenza, ma sono convinto che la corsa in linea più dura d’Europa non consentirà ad outsider di sorprendere chi ha già vinto almeno una delle classiche “monumento”. Le sorprese sono sempre possibili, e quella dell’edizione scorsa è stata grande, ma il pavé bisogna conoscerlo… 257 chilometri: “l’enfer du nord” più estremo si apre nella Foresta d’Arenberg e si chiude sul Carrefour de l’Arbre, a circa diciassette dalla campana del Velodromo.

(10) Philippe Gilbert: 1 Mondiale, 1 Giro delle Fiandre, 1 Parigi-Roubaix, 1 Liegi-Bastogne-Liegi, 2 Giro di Lombardia, 4 Amstel Gold Race

(10) Alejandro Valverde: 1 Mondiale, 4 Liegi-Bastogne-Liegi, 5 Freccia Vallone

(8) Peter Sagan: 3 Mondiali, 1 Parigi-Roubaix, 1 Giro delle Fiandre, 3 Gand-Wevelgem

(6) Julian Alaphilippe: 2 Mondiali, 3 Freccia-Vallone, 1 Milano-Sanremo

(4) Michal Kwiatkowski: 1 Mondiale, 2 Amstel Gold Race, 1 Milano-Sanremo

(3) Mathieu Van der Poele: 2 Giro delle Fiandre, 1 Amstel Gold Race – (3) Wout Van Aert: 1 Gand-Wevelgem, 1 Amstel Gold Race, 1 Milano-Sanremo – (3) Alexander Kristoff: 1 Gand-Wevelgem, 1 Milano-Sanremo, 1 Giro delle Fiandre – (3) John Degenkolb: 1 Parigi-Roubaix, 1 Milano-Sanremo, 1 Gand-Wevelgem – (3) Joaquim Rodriguez: 1 Freccia-Vallone, 2 Giro di Lombardia

(2) Greg Van Avermaert: 1 Parigi-Roubaix, 1 Gand-Wevelgem – (2) Tadej Pogacar: 1 Liegi-Bastogne-Liegi, 1 Giro di Lombardia – (2) Jakob Fuglsang: 1 Liegi-Bastogne-Liegi, 1 Giro di Lombardia – (2) Mads Pedersen: 1 Mondiale, 1 Gand-Wevelgem

(1) Primoz Roglic: Liegi-Bastogne-Liegi – (1) Biniam Girmay: Gand-Wevelgem – (1) Matej Mohoric: Milano-Sanremo – (1) Sonny Colbrelli: Parigi-Roubaix…

Azzeccagarbugli 2 – Calcio 0

Una “presa in giro”, così la definiva Mario Sconcerti due giorni fa. Ed ecco, puntuale, la sentenza che insabbia tutto.

Il tasso di credibilità della giustizia sportiva italiana era già ai minimi termini, continuiamo a seguire il calcio perché siamo malati. vogliamo credere che sia ancora quella cosa che ci appassionò da ragazzini. Non vogliamo crederci, che è solo “affari” e intrattenimento.

Sotto al titolo “Plusvalenze, peggio che farle c’è solo come vengono punite“, Mario Sconcerti ha proposto una sintesi efficace di quel che si stava discutendo. Ne ricopio un paio di paragrafi, per quel che conta.

“Proviamo a capire cosa succede al processo delle plusvalenze. L’articolo 31, quello in discussione, dice che “costituiscono illecito amministrativo comportamenti comunque diretti a eludere la normativa federale in materia gestionale ed economica”. Dovrebbe essere chiaro che mettere a bilancio un valore quattro, cinque, dieci volte maggiore rispetto al senso comune va considerato nel calcio un illecito amministrativo. La giustizia sportiva però non può nulla perché non sa nulla, non può indagare e le si può comunque mentire.

Non ha nessun interesse a drammatizzare l’evento essendo una giustizia di parte. Così la procura, cioè l’accusa, chiede un’ammenda di 800 mila euro per pareggiare decine, forse centinaia di milioni di plusvalenze. Che rapporto c’è? Qual è la sconvenienza di usare plusvalenze se, scoperto, pago meno di venti volte, anche meno di cento volte il mio illecito? Le plusvalenze indebite sono soldi, servono per fare bilancio e fare mercato. L’illecito oltre che amministrativo non può che essere tecnico perché altera la competizione, tocca direttamente la gara. Non posso credere non si capisca. Se non si è in grado di giudicare, non lo si faccia, ma discutere di altro davanti all’evidenza è una presa in giro”.