#Rivincite outtakes 91: Catalogna, Guardiola non ha cambiato idea

La Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader dell’indipendenza catalana con pene che vanno dai 9 ai 13 anni. Pep Guardiola, che ha ripetutamente manifestato a favore dell’indipendenza della Catalogna, ha pubblicato un video di 2′ per commentare la sentenza:

“Oggi è stata resa pubblica dallo Stato spagnolo una sentenza del tribunale equivalente a attacco diretto ai diritti umani. Il diritto di manifestare, il diritto alla libertà di espressione. È inaccettabile nel Ventunesimo secolo. La Spagna sta vivendo una deriva autoritaria attraverso la quale si utilizza la legge antiterrorista per criminalizzare la dissidenza, incluso perseguire chi esercita la libertà di espressione. I leader condannati rappresentano i partiti maggioritari e gli organi della società civile più importanti della Catalogna. Né il governo di Pedro Sanchez, né nessun governo spagnolo può permettersi una cosa del genere. Ha optato per la repressione senza dialogo. L’indipendentismo è un movimento trasversale, inclusivo e con una grande storia, basato sulla volontà di autogoverno dei catalani. Non è xenofobo, ma è un movimento che basa la sua forza sul riconoscimento del pluralismo e le diversità culturali. Una lotta non violenta. Chiediamo al governo spagnolo una soluzione politica e democratica. Ciò che chiediamo è ‘Spagna, siediti e ne parliamo’. Chiediamo alla società civile internazionale che metta pressione al suo governo per intervenire in questo conflitto, trovando soluzioni politiche e democratiche. Il tutto basato sul dialogo e il rispetto. Perché c’è solo una soluzione, sedersi e parlare”.

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Cos’altro serve alla Uefa per revocare la scelta di Istanbul come sede della prossima finale di Champions League?

Ecco due immagini del saluto militare, compiuto sul campo dai giocatori della Turchia dopo il match vinto contro l’Albania. Esplicito atto a sostegno delle forze armate turche, impegnate nell’invasione della Siria.

Se l’Uefa ha ancora un senso, dovrebbe decidere la revoca di Istanbul oggi stesso.

#Doha, Mondiali di #Atletica: caldo e umidità incompatibili con lo sforzo fisico, pubblico precettato, Italia che acciuffa una sola medaglia

A conclusione dei Mondiali di atletica leggera, disputati dove nel 2022 si giocheranno quelli di calcio, alcuni aspetti balzano agli occhi.

Sul piano agonistico, la crisi dell’atletica italiana è stata solo attenuata dalle prestazioni di immigrati di prima o seconda generazione. Un solo bronzo – Eleonora Giorgi – e in una specialità non olimpica, i 50 chilometri di marcia.

L’Italia non fa parte dei 20 Paesi (su 209) che hanno vinto almeno un Oro, rientra a malapena fra i 44 che hanno acciuffato almeno una medaglia; nonostante fossero stati convocati 66 atleti (la spedizione azzurra più numerosa di sempre), ben 13 Paesi europei hanno ottenuto risultati migliori. Buone prestazioni dalle staffette, da Yeman Crippa sui 10.000 metri, storica finale conquistata da Filippo Tortu sui 100, non male Claudio Stecchi nel salto con l’asta e Davide Re nei 400. Deludenti Tamberi e tanti altri.

Mai il montepremi era stato così ricco. Per ogni medaglia d’oro sono stati pagati 60mila dollari, per l’argento 30mila, per il bronzo 20mila; ai finalisti sono stati corrisposti premi a decrescere (dai 15mila per il quarto, ai 4mila per l’ottavo).

Per combattere le temperature costantemente intorno ai 40 gradi e un tasso di umidità tra il 70 e l’80 per cento, il Khalifa Stadium è stato ristrutturato con una spesa di 81 milioni di dollari e attrezzato con un sistema di raffreddamento ultramoderno: 3000 bocchettoni a bordo pista hanno sparato aria condizionata nell’impianto per mantenere sulla pista una temperatura costante tra i 24 e i 26 gradi. E pazienza per le maratone e le marce, corse fuori dallo stadio, di notte. Nella prova femminile, su 68 maratonete partenti 28 si sono ritirate e 30 sono finite al centro medico. I commenti espressi da Sir Sebastian Coe sono mortificanti (per la sua intelligenza).

La “prova generale” per i Mondiali di calcio è stata un disastro anche dal punto di vista del numero di spettatori seduti sulle tribune.

Marotta, suvvia, accontenta Spalletti, lascialo andare al Milan

Non mi pare che tutti siano consapevoli dell’inedita congiuntura che stiamo vivendo: un autentico passaggio d’epoca nella declinazione del tifo calcistico.

Pochi fatti potevano essere così emblematici – dissacrando la peggiore retorica sulle “bandiere” – quanto l’ingaggio di Antonio Conte all’Inter e di Maurizio Sarri alla Juve. Due tifoserie sono state bruscamente costrette a un’opera di secolarizzazione, accantonando inimicizie storiche.

Ora, sembrava possibile un altro passo avanti, con l’ingaggio di Luciano Spalletti da parte del Milan.

Purtroppo, sembra che non se ne farà niente, e mi dispiace molto.
Mi dispiace che l’Inter non “liberi” Spalletti – i soldi risparmiati potevano essere dirottati su un centrocampista – ma non è per opportunismo che avrei auspicato il passaggio di “Lucio” in rossonero.

Ho molta simpatia per Spalletti e lo considero un ottimo allenatore, forse il quinto fra gli italiani, dietro Sarri, Conte, Ancelotti e Allegri.
Perdere due anni nelle vigne, per quanto lautamente retribuito, non mi pare una prospettiva desiderabile: fra l’avere in banca 20 o 25 milioni di euro, non vedo questa gran differenza, mentre lasciare il segno a sessant’anni non ha prezzo. E fra due anni, non è detto che ci sia un Milan disponibile.

Vedere Spalletti comportarsi nel Milan come si è comportato nell’Inter (e prima nella Roma) sarebbe un altro momento sublime, ridefinendo i contorni di come seguiamo il gioco del calcio: solo i tifosi, infatti, hanno diritto alla passione, calciatori e allenatori sono “solo” professionisti, attori di una infinita fiction, possono passare da una bandiera all’altra senza perdere un’oncia della loro professionalità. Categorie come “tradimento” sono ormai ridicole.

Anzi, dalle scelte compiute su Sarri e su Conte (e anche da quella che Boban e Maldini volevano fare su Spalletti) si può dedurre che le società vanno a caccia di reduci con una gran voglia di vendetta. Aver allenato i peggiori rivali, diventa motivo di merito.

PS – questo post esce fuori tempo massimo… ma passare da Giampaolo a Pioli non mi sembra questo gran salto di qualità.

Rugby World Cup Japan 2019, la solita Italia assiste inerme alle tappe di avvicinamento agli scontri decisivi

20 squadre, 4 gironi, passano le prime 2 di ogni girone, con incroci stabiliti prima dell’inizio del torneo. Sembrano ormai definiti i Quarti di finale, che si giocheranno il 19 e il 20 ottobre.

Il girone A sarà vinto dal Giappone padrone di casa, davanti all’Irlanda (terza la Scozia).

Nel girone B prevarrà la Nuova Zelanda, davanti al Sudafrica (terza l’Italia).

Nel girone C pare scontata la vittoria dell’Inghilterra, davanti alla Francia (fuori gioco l’Argentina).

Il girone D sarà vinto dal Galles, davanti all’Australia (terze le isole Figi).

A questo esito si sta pervenendo in virtù di una regola aurea nelle partite di rugby: nel 95% dei casi, vince il più forte. Di partite davvero equilibrate, punto a punto, se ne sono viste poche, gli squadroni hanno macinato mete, con scarti anche di 40 o 50 punti su nazionali decisamente inferiori, come Russia, Uruguay, Canada e Namibia. Diverso il caso di Figi, Tonga e Samoa: dagli squadroni perdono regolarmente, ma con il loro tonnellaggio rendono la vita difficile.

A indirizzare il percorso verso la William Ellis Cup, che verrà sollevata il 2 novembre a Yokohama, sono state finora 4 partite: Nuova Zelanda 23 – Sudafrica 13; Inghilterra 39 – Argentina 10; Galles 29 – Australia 25; e l’unica, autentica sorpresa: Giappone 19 – Irlanda 12.

Dell’Italia, va detto che ha approfittato del sorteggio, giocando buone partite contro Canada e Namibia, prima di venire piallata da un Sudafrica agevolato dall’uomo in più per quasi un tempo. Rimane solo da giocare contro la Nuova Zelanda, che vincerà facilmente anche con le seconde linee (vincerebbe anche con le quarte). Gli Azzurri continuano sulla stessa rotta degli ultimi vent’anni, rimediando sconfitte onorevoli, “a testa alta”, senza mai dare la sensazione di avvicinarsi alle 8 corazzate che dominano il rugby mondiale. Pochi praticanti, un campionato che muove pochi soldi e con zero esposizione mediatica, andiamo a cercare ispirazione in allenatori provenienti da Paesi dove il rugby ha una cultura enormemente superiore. Con tutta evidenza, non sappiamo nemmeno copiare.

A oggi, scommetterei su questi Quarti: il 19 ottobre, Inghilterra-Australia e Nuova Zelanda-Irlanda; il giorno dopo, Galles-Francia e Giappone-Sudafrica. E scommetterei sul fatto che la vincitrice del torneo sta fra le squadre che giocheranno il 19.

In semifinale ci sarà almeno una nazionale europea (favorito il Galles), ma potrebbero essercene addirittura 3. Quanto ai 3 colossi dell’emisfero sud, non credo abbiano messo in campo tutta la loro forza, più probabile si siano accontentati di gestire le fasi preliminari di un torneo che solo dai Quarti di finale mostrerà tutta la sua incantevole, lucidissima ferocia.

2834, mi ricordo

Mi ricordo che nell’epoca dell’allarme climatico, troviamo naturale che i Mondiali di Atletica si disputino in uno stadio con grandi bocchettoni per l’aria condizionata.

Quello che si ripaga con le magliette

Il consiglio di amministrazione della Juventus ha approvato il progetto di bilancio al 30 giugno 2019, consentendo a quelli di Calcio e Finanza – un sito da tenere fisso fra i “preferiti” – di effettuare una prima analisi sull’impatto dell’acquisto di Cristiano Ronaldo sui conti della società bianconera.

“In termini di costi, l’arrivo dal Real Madrid del fuoriclasse portoghese si è tradotto in un aumento importante del costo del personale tesserato, passato dai 233,3 milioni del 2017-2018 ai 301,3 milioni del 2018-2019, con una crescita in termini assoluti di 68 milioni. Questo incremento è in larga parte ascrivibile allo stesso CR7. I 31 milioni di euro netti a stagione garantiti dalla Juve a Ronaldo pesano infatti per circa 54,24 milioni in termini di ingaggio lordo sul bilancio del club”.

Com’è noto, oggi 10 dei 12 più pagati calciatori di serie A sono tesserati con la Juventus. Ed è altrettanto noto che la Juve – non essendo riuscita a cedere vari “esuberi” – ha dovuto escludere dalle liste Champions dei calciatori titolari nelle Nazionali di Germania e Croazia (senza contare la svalutazione, di fatto, per calciatori come Dybala).

Sono aumentati, inoltre, scrive Calcio e Finanza, “gli ammortamenti dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori, passati dai 107,9 milioni del 2017-2018 ai 149,4 milioni della scorsa stagione. In questo caso l’aumento è di 41,4 milioni (28,8 milioni l’ammortamento relativo al solo CR7)”. Leggi il resto dell’articolo

L’angelo più malinconico, Massimo Raffaeli, Affinità elettive, 2005

In queste “storia di sport e letteratura”, splendidamente composte, un piccolo editore marchigiano raccoglie articoli usciti sulla pagina sportiva del “manifesto”, fra il ’97 e il 2005.
L’autore premette una doppia convinzione: che “l’attuale invadenza dello sport corrisponda tanto ai riti e alle osservanze di una religione secolarizzata quanto ai protocolli ossessivi, clamorosamente ideologici, del cosiddetto pensiero unico”; e che “proprio l’espressione letteraria possa svelare, dello sport mediatico e di massa, sia il contenuto di falsa coscienza e alienazione sia le potenti intermittenze di bellezza e verità”.
Raffaeli predilige il passato, ma non cade nella trappola della nostalgia. Semmai è affezionato al tipo di emozioni generate dall’assenza o dalla scarsità di immagini, quando lo sport poteva ancora confondersi con l’avventura.

Angelo più malinconicoLa prima parte è fatta di recensioni librarie. Le cinque poesie per il gioco del calcio (Umberto Saba, 1933-34), Le due città (Mario Soldati, 1964), L’allenatore (Salvatore Bruno, 1963), Azzurro tenebra (Giovanni Arpino, 1977), Le forze in campo (Franco Cordelli, 1979), I furiosi (Nanni Balestrini, ristampa 2004), La solitudine dell’ala destra (Fernando Acitelli, 1998), Il calcio di Grazia (Giuliana Olivero, 2002), “10” (Dario Voltolini, 2000), L’ultima parata di Moacyr Barbosa (Darwin Pastorin, 2005), Il Migliore (Bernard Malamud, 1954).

La seconda parte propone una serie di ritratti: magnifici quelli dedicati a Gianni Brera e Sandro Ciotti, poi il Vinnai de Il calcio come ideologia, quindi Dimitrjevic, Carlos Drummond de Andrade, Gian Paolo Ormezzano, Gianni Clerici, fino alle Memorie olimpiche di de Coubertin.

La terza parte ha per titolo Heroes, ed è una specie di pantheon privato: da Humberto Maschio a Maradona, da Sivori ai fratelli Sentimenti, da Muccinelli a Cesarini, eccetera.

Chiude il volume qualche riflessione sulla boxe, intrecciando le pagine scritte da uno storico della filosofia, Alexis Philonenko (Storia della boxe), da un giornalista figlio di giornalista, Riccardo Signori (Diavoli e pugni) e da un sociologo francese, Loïc Wacquant (Anima e corpo).

La boxe, per Raffaeli, è un terreno di emancipazione, fin da quando costituiva l’unica alternativa al crimine per tanti emigranti scesi a Ellis Island (prima irlandesi e italiani, poi i neri, quindi polacchi e ungheresi, infine caraibici e chicanos). Puro darwinismo sociale: il passaggio dalla strada alla palestra come primo gradino dell’ascesa al Sogno Americano. Fino a interpretare la differenza che passa fra nigger e black.

2822, mi ricordo

Mi ricordo davanti alla Casa Rosada, i segni di gesso dove Madri e Nonne sfilavano per chiedere verità e giustizia, e prima o poi vorrei vederlo un canestro così appeso sul Quirinale.

Cartellino Rosso

Moviolisti e opinionisti unanimi: era giusto espellere sia Stepinski che Dessena, per gesti che se fossero stati compiuti da Pjanic o Bonucci non avrebbero meritato nemmeno un replay.

Al minuto 48, Rocchi ha punito col secondo giallo una simulazione di Dessena; al minuto 21, Manganiello ha estratto il rosso diretto per un intervento scoordinato di Stepinski: a differenza di tanti moviolisti e opinionisti, penso che in entrambi i casi gli arbitri abbiano voluto fare i protagonisti, indirizzando il risultato della partita.

Sappiamo bene che l’arbitro è il simbolo dell’italiano medio, corre sempre in soccorso del vincitore, del più forte, non fosse altro perché teme di pestare i piedi a chi può danneggiare la sua carriera.

Circondato dalla folla da primo giorno di scuola, mentre riflettevo sull’autobus 35 intorno a questa caratteristica antropologica, mi è venuto da chiedermi chi siano i calciatori più espulsi nella storia della Serie A. E il più forte, più dominante fra i motori di ricerca mi ha subito offerto la risposta (aggiornata alla fine dello scorso campionato). Ne ricapitolo l’essenziale.

10 espulsioni: Amarildo, David Balleri, Giovanni Bia, Paolo Cannavaro, Matuzalem, Phlippe Mexes, Sinisa Mihajlovic e Omar Sivori.

11 espulsioni: Massimo Ambrosini, Giuseppe Bergomi, Giuseppe Biava, Daniele Conti, Fernando Couto, Felipe dal Bello, Giorgio Ferrini e Francesco Totti.

E qui c’è un calciatore ancora in attività, il brasiliano Felipe, il quale, giocando nella Spal, mi pare destinato a scalare qualche posizione in classifica.

12 espulsioni: Luigi Di Biagio, Giulio Falcone, Cristian Ledesma, Sulley Muntari e Giampiero Pinzi.

Risulta che Pinzi detenga un doppio record: è il calciatore con il maggior numero di doppie ammonizioni (9) e quello con il maggior numero di ammonizioni ricevute (140, a pari merito con Daniele Conti).

16 espulsioni: Paolo Montero, con 13 rossi diretti e 3 per doppio giallo.

Solo Sivori e Totti fanno eccezione, tutti gli altri sono mediani e difensori. Mi meravigliano un paio di assenze: Felipe Melo e Pasquale Bruno.

Scopro che il primato delle giornate di squalifica in Serie A appartiene a un difensore che non fa parte dei 22 nomi già citati; si tratta di Dario Bonetti, che ha accumulato 39 giornate, con sole 3 espulsioni dirette (Omar Sivori si è fermato a 33).

Due calciatori detengono un altro triste primato, quello dei cartellini rossi rimediati in una sola stagione (ben 5): sono Luigi Apolloni (2000/01) e Gabriel Paletta (2016-17).

San Siro, attenti, si va a sbattere

Non è una situazione chiara, quella che avvolge il progetto per il nuovo stadio milanese. Continua a non convincermi l’idea di un impianto cogestito da due società, e l’abbattimento di San Siro mi sembra una follia.

Il progetto definitivo era annunciato in primavera, sta per finire l’estate, i mesi passano e la situazione si va ingarbugliando pericolosamente.

L’amministrazione comunale fa bene a tenere il punto, mentre Inter e Milan paiono non comprendere che in Italia non puoi realizzare una “grande opera” senza il pieno consenso del territorio interessato. Per ridurre i tempi e semplificare le procedure, serve prioritariamente la” dichiarazione di pubblico interesse dell’opera” da parte del Comune. Senza questo atto, costruire uno stadio a Milano può richiedere 7-8 anni.

Minacciare di andarsene a Sesto San Giovanni avrebbe senso di fronte a un Comune ottuso o, peggio, corrotto: non mi pare il caso, e anche se balza agli occhi che la Juve poté godere di un trattamento scandalosamente favorevole (Fassino sindaco), è giusto che il Comune di Milano faccia puntigliosamente presenti le regole a due soggetti privati, che si gingillano con questo progetto, cambiando idea, da almeno 6 anni. Leggi il resto dell’articolo

Il Papeete è stato il Maracanazo di Salvini

Che Italia era quella di un mese fa? La stessa di oggi, eppure sembra cambiato tutto.

Un mese e una settimana fa, il 4 agosto, avevamo assistito allo show del ministro dell’Interno al Papeete di Milano Marittima. Capovolgendo le intenzioni, si è rivelata una cerimonia funebre. A torso nudo, Salvini si è messo alla consolle accanto al deejay, ha bevuto vari drink, si è fatto travolgere dai selfie, ha riservato sguardi alle cubiste, e grazie a smartphone e telecamere la festa della Lega Romagna è finita su tutti i media. A un certo punto, è partito l’Inno di Mameli, un discreto ballabile, a quanto pare. Quel giorno, sull’onda del trionfo elettorale alle Europee (agevolato, non lo si dimentichi, da un astensionismo record), il leader della Lega sembrava in grado non di porre condizioni, ma di imporle. Era l’incarnazione di Jep Gambardella, con il potere supremo: far fallire ogni festa.

O Maracanaço – la lingua portoghese definisce così quella tragedia sportiva –è la più grande disfatta della storia del calcio. Accadde in Brasile, al Maracanà di Rio de Janiero, nel pomeriggio il 16 luglio 1950. I brasiliani avevano tutto a favore, bastava loro persino un pareggio per diventare campioni del mondo, la festa era pronta a esplodere, il destino sembrava segnato quando segnarono il gol del vantaggio, e invece si fecero rimontare e sconfiggere davanti a duecentomila persone inebetite. Fu l’Uruguay di Obdulio Varela, Ghiggia e Schiaffino a sollevare la Coppa. Fu lo stesso Jules Rimet a consegnarla al capitano dell’Uruguay, che la affidò in fretta e furia al suo ambasciatore: non risultano fotografie di Varela mentre solleva la Coppa. E la leggenda parla di decine di brasiliani che si suicidarono, e di una maglietta della Nazionale che fu bandita per sempre (erano bianchi, da allora divennero verde-oro).

Il Papeete è stato il Maracanazo di Salvini perché ha aperto la strada al delirio sui “pieni poteri” e spinto tanti a sbarrare la strada alle elezioni anticipate.

Mentre Jep Gambardella non viene più invitato alle feste, il carro dei vincitori si è andato svuotando, a vantaggio di un altro carro, quello degli scampati alla disfatta. Vedere Gentiloni alla Commissione UE, Conte a Palazzo Chigi, Di Maio alla Farnesina, Speranza alla Salute e Renzi tutto giulivo in vista della Leopolda, fa capire quanto sia stato grande l’errore di chiedere le elezioni anticipate. In quel modo, in quei giorni.

Tuttavia, smaltito il colpo di sole, assorbito l’alcol dei drink, riequilibrati gli ormoni dopo la lunga osservazione delle cubiste, quello che fu “il Capitano” potrebbe rientrare in gioco ben prima degli otto anni che occorsero al Brasile per resuscitare sul campo di calcio. Non avrebbe bisogno nemmeno di trovare nuovi Garrincha e nuovi Pelè, ma solo di comprendere fino in fondo quella che a me pare l’essenza dell’ideologia italiana: il carattere degli italiani, identico nei secoli. L’italiano-medio, dai tempi di Machiavelli, adora il potere e i potenti, è sempre alla ricerca dell’Uomo Forte, disposto ad affidarglisi mani e piedi, ma con la stessa indifferenza smentirà di averlo mai fatto e si allontanerà sdegnato, non appena il potente di turno farà il passo più lungo della gamba.

Che Italia era quella di un mese fa? La stessa di oggi, la stessa di ieri e dell’altro ieri. Sempre pronta ad applaudire chi vince e a schernire chi perde.

Quando si dice “italiani brava gente”, bisognerebbe guardarsi negli occhi, e scoprire il lampo compiaciuto del tradimento, che li attraversa da secoli.

La Juve gioca un altro campionato

Da qualche anno conservo i dati sugli ingaggi della Serie A. Accumulandoli, ricavo alcuni elementi di valutazione su dove sta andando il calcio italiano.

Chiunque comprende che la forbice fra ricchi e poveri si è andata allargando, e se si considera il monte-ingaggi, vengono sempre retrocesse 3 delle ultime 6-7 squadre.

Ovviamente, presto particolare attenzione alle scelte dell’Inter (sempre compresa fra il secondo e il quarto posto, tranne che nella stagione del triplete e in quella del giro di vite voluto da Thohir), e viene facile confrontarle con quelle di Juve e Milan.

Ma quest’anno siamo di fronte a una situazione abnorme, folle, di squilibri competitivo come mai era accaduto nella storia del calcio italiano.

La Juventus ha un costo del lavoro che supera la somma di quello di 9 squadre: Atalanta, Sampdoria, Sassuolo, Lecce, Parma, Udinese, Spal, Brescia e Verona. Mezza serie A dispone di meno mezzi di una sola squadra.

Nelle ultime 10 stagioni, la Juve ha speso il 47% in più dell’Inter.

Nelle ultime 5 stagioni, la Juve ha alzato le sue spese per ingaggi del 237%.

Se si confrontano i dati macroscopici con i risultati sportivi, nessuno ha speso tanto male quanto Milan e Roma, e nessuno ha speso meglio di Lazio e Napoli.

E se si vuole dedurre quanto si sia alzata l’asticella di Suning, questi dati fanno capire che solo il secondo posto sarebbe all’altezza della spesa.