Assegnata la Supercoppa: reazioni caratterizzate dall’abituale compostezza

Cardiff, dieci settimane dopo (secondo tempo)

Modric e Kroos sono ulteriormente cresciuti, o forse Pjanic e Khedira sono collassati. Al netto di CR7, un fenomeno a livello di Messi, mi sembra che sia nelle due coppie di costruttori di gioco che si è scavato l’abisso.

Dieci tiri il Real, due la Juve, non si ricordano un solo intervento di Keylor Navas né un calcio di punizione conquistato dal limite; l’unica conclusione di valore l’ha effettuata il miglior bianconero in campo, Alex Sandro. Sì, il mio preferito è il laterale mancino, perché Mandzukic non ha ripetuto la prestazione del primo tempo e si è reso colpevole della palla sanguinosa sottratta da Modric nell’occasione del 3-1. Un capolavoro croato, concluso con un cross radente su cui si è avventato Cristiano Ronaldo.

Chiaro che tutto si è deciso in 200 secondi, fra il tiro di Casemiro – molto, molto fortunoso, ma la reattività di Buffon non mi è parsa adeguata – e il K.O. del 3-1. Ma già dal primo minuto del secondo tempo è sembrato che il Real avesse più energie, arrivasse prima sulle palle vaganti, giocasse meglio di prima, mostrasse una maggiore lucidità. La Juve si è schiacciata, ha subito l’atletismo degli avversari, ma sarebbe ingiusto dimenticare che fino al 2-1 stava ancora vincendo ai punti.

Carvajal su Mandzukic è una scelta da primi della classe, da chi è abituato a non cambiare sulla base delle caratteristiche dell’avversario. La velocità di varane e Sergio Ramos ha depresso Higuain (che non ha saputo difendere un pallone, a differenza di Benzema), mentre non so trovare una spiegazione alla sparizione pura e semplice di Dybala. Era da sostituire molto prima, ma Allegri ha dovuto impegnare Cuadrado e Lemina – due che non giocheranno mai più una finale Champions -, mentre Zidane faceva fare la muffa a James Rodriguez e Morata, Asensio e Kovacic. Infatti, il mercato bianconero sembra finalizzato ad allungare la coperta, troppo corta a Cardiff.

Ma concludo come ho cominciato: se hai in campo Kroos e Modric giochi in 13.

Cardiff, dieci settimane dopo (primo tempo)

Non avevo visto la finale di Champions, preferendo gestire l’ansia al cinema con Wonder Woman. Ma oggi è capitata l’occasione di vederla, sapendo che ogni cosa (e ogni partita) è molto diversa, quando sai già il risultato.

Nel primo tempo, credo sia giusto dire che la Juve ha giocato meglio del Real. Anzi, fino al 40esimo ha fatto la partita. Strano che questo sia avvenuto nonostante un Higuain insufficiente (due tiri nei primi 3 minuti, e basta) e un Dybala irriconoscibile (sapevo dell’ammonizione per fallo su Kroos, e in effetti ha ricevuto il pallone a 50 metri dalla porta difesa da Keylor Navas).

Nella Juve, ottimo Mandzukic – ma resto dell’idea che il gol sia casuale -, molto buona la partita di Alex Sandro, discreti Pjanic, Bonucci e Chiellini, sufficiente Barzagli, oltre alla coppia argentina non mi ha convinto Khedira. Quanto a Buffon, ha ricevuto un solo tiro nello specchio della porta. Il gol.

Ho fatto attenzione a ciò che è poi emerso, i presunti litigi nello spogliatoio fra Bonucci, Dani Alves e Dybala (latra versione, la richiesta di sostituire Barzagli con Cuadrado). Sinceramente non mi è parso che la Juve abbia subito più di tanto alla sua destra. Dani Alves si è annullato con Marcelo, Barzagli è rimasto ovviamente bloccato, ma il meglio del gioco offensivo del Real lo si è visto a sinistra, grazie alla spinta di Carvajal e alle variazioni di Isco.

Col senno del poi, tutti hanno scritto della prestazione decisiva di Casemiro: a me pare che al minuto 45 Casemiro potesse ricevere una sufficienza stiracchiata. Nel Real, mi ha colpito il dinamismo di Varane e Sergio Ramos, la freddezza letale di CR7, ma soprattutto l’onnipresenza di Toni Kroos e Luka Modric: questi due fanno la squadra.

2060, mi ricordo

Mi ricordo che l’ultima corsa di Bolt somigliava sinistramente a una recita.

Fosse nordamericana o inglese, Ivana Spanovic, verrebbe truffata così?

Quarta nel Salto in Lungo, con 6.96, a un solo centimetro dal bronzo e ad appena 6 dall’oro, Ivana Spanovic ha fatto un ultimo balzo misurato 6.91.

Già nell’immediato, i commentatori Rai sono rimasti perplessi al momento dell’uscita del risultato. Poi si è visto che alla serba sono stati tolti una dozzina di centimetri perché i giudici hanno misurato l’arrivo dal minuscolo, quasi impercettibile segno lasciato dal numero dorsale, quasi staccato dal corpo.

“Questo è il peggior Mondiale di atletica leggera della storia italiana”. Finalmente qualcuno lo dice…

“Questo è il peggior Mondiale di atletica leggera della storia italiana. Qualsiasi cosa succeda domani in strada (l’Italia parte per le medaglie con Antonella Palmisano ed Elisa Rigaudo nella 20km di marcia) nulla potrà cancellare lo sfacelo totale che si è visto in pista. Per la prima volta in 34 anni di rassegna iridata (prima edizione a Helsinki 1983) la nostra Nazionale conclude la propria avventura con 0 finali all’interno dello stadio, cioè nessun azzurro è stato capace di piazzarsi tra i migliori otto in nessuna gara! Naturalmente 0 punti nella speciale classifica.

Un’ecatombe totale, un risultato desolante e che certifica definitivamente lo stato pessimo in cui versa questo movimento sportivo. Il miglior risultato è quello di Marco Lingua che è si è entrato nella cosiddetta finale del lancio del martello (cioè tra i migliori 12) ma non ha portato punti alla nostra causa (serve entrare tra i migliori 8 per essere considerati finalisti nel vero senso della parola). Poi annoveriamo cinque semifinali (Filippo Tortu sui 200m, Davide Re sui 400m, José Bencosme sui 400m ostacoli, Ayomide Folorunso e Yadisleidy Pedroso sempre sul giro di pista con ostacoli). Gli unici punti raccimolati nella speciale classifica sono i tre raccolti da Daniele Meucci nella Maratona (sesto posto, disciplina però su strada).

Mai nella storia eravamo andati così male. Di fronte ai numeri non ci può proprio nascondere. Due anni fa, nella prima edizione con lo 0 assoluto nel medagliere, fu Gianmarco Tamberi a salvare la baracca (ottavo nell’alto), a Mosca 2013 ci pensarono Nicola Vizzoni (settimo nel martello) e Fabrizio Schembri (ottavo nel triplo) con Valeria Straneo che vinse l’argento nella Maratona. Tornando indietro non abbiamo mai avuto problemi di penuria, qualche discreta prestazione in pista arrivava e le medaglie non mancano (Antonietta Di Martino è stata l’ultima a festeggiare, mentre l’ultimo oro risale addirittura al 2003 con Giuseppe Gibilisco). Il panorama è davvero tristissimo e non si sa davvero come poter risalire la china. Si parla un gran bene dei giovani, attendiamo fiduciosi con la speranza che esplodano: Filippo Tortu è la carta migliore.

Allargando lo sguardo emerge anche come in pista sia arrivato un solo personale (Ala Zoghlami sui 3000m siepi, Daniele Meucci lo ha firmato nella 42km ma stiamo facendo un discorso riguardante la pista) e gli stagionali siano stati solo tre (oltre al già citato Zoghlami, Tamberi nell’alto e Folorunso sui 400m ostacoli). Ora tutti in marcia ma le eventuali medaglie di Palmisano e Giorgi non dovranno nascondere le magagne di un movimento sempre più allo sbando: 0 assoluto a Pechino 2015, 0 assoluto alle Olimpiadi 2016 e ora…”.

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Fallisce anche #Tamberi, dopo la Trost: ma nessuno ci spiega perché ci sono almeno 40 nazioni migliori dell’Italia nell’atletica leggera.

La parola afroamericani è uscita di moda

Il medagliere dei campionati del mondo di atletica leggera, a tre giorni dalla conclusione, evidenzia una formidabile prevalenza della pelle nera.
Dal Kenya al Sudafrica, Giamaica, Etiopia e Venezuela, nazioni di cui raramente sentiamo parlare, nello sport più praticato al mondo vivono i loro momenti di gloria.
E i risultati degli Stati Uniti richiedono un piccolo approfondimento.

La popolazione afroamericana sta intorno al 13-14%, circa 43-43 milioni di unità.
Finora, da questa comunità sono venute 5 medaglie d’oro, 4 d’argento e 3 di bronzo (12 su 19 in totale, 5 ori su 6).
Ricapitolando: Lawson argento nel lungo D, Gatlin e Coleman oro e argento nei 100 U, Bowie oro nei 100 D, Carter bronzo nel peso D, Clement bronzo nei 400 hs U, Francis e Felix oro e argento nei 400 D, Taylor e Claye oro e argento nel triplo U, Carter e Muhammad oro e argento nei 400 hs D.

Facile prevedere che gli afroamericani finirebbero primi nel medagliere. E senza di loro, Star Spangled Banner suonerebbe assai raramente.

Il buco nero dell’atleta leggera

USA, Kenya, Sudafrica, Polonia, Etiopia, Venezuela, Giamaica, Francia, Grecia, Bahrain, Belgio, GB, Nuova Zelanda, Lituania, Repubblica Ceca, Cina, Olanda, Uganda, Svezia, “Authorised Neutral Athlete”, Colombia, Costa d’Avorio, Germania, Marocco, Bahamas, Croazia, Ungheria, Tanzania, Cuba, Qatar, Kazakistan…
In questo elenco di 30 Paesi manca l’Italia.
A metà percorso dei campionati del mondo di atletica leggera, hanno già vinto medaglie 12 Paesi europei, non l’Italia.

La delegazione italiana ai campionati del mondo di atletica leggera di Londra 2017 è composta da 36 atleti, 18 uomini e 18 donne.
In oltre metà delle specialità dell’atletica leggera, gli italiani non sono presenti, ma l’elenco dei nomi mostra due singolari concentrazioni: nei 400 ostacoli (2 uomini e 3 donne) e nei 3.000 siepi (3 uomini e una donna).

Sfilando la lista dei presenti, 12 dei 36 nomi fanno pensare al colore della pelle dei “nuovi italiani” e ai rispettivi certificati di nascita:
Gloria Hooper (Ghana), Maria Benedicta Chigbolu (romana di padre nigeriano), Yusneysi Santiusti (cubana), Yadisleidy Pedroso (cubana), Libania Grenot (cubana), Raphaela Lukudo (nata a Caserta da genitori del Sudan), Ayomide Folorunso (Nigeria);
Yohanes Chiappinelli (Etiopia), Josè Bencosme (Repubblica Dominicana), Abdoullah Bamoussa (Marocco), Ala Zoghlami (Tunisia), Kevin Ojiaku (nato a Ivrea da padre nigeriano).

Il gabbiano Jonathan, 22 anni fa

Da ragazzino, ho fatto salto triplo.
Mi sono fermato a un modestissimo 11 e 98 (“il muro dei 2 metri” è stato uno dei primi muri contro cui ho sbattuto).

Eravamo stati folgorati dalla gara di Città del Messico, la serie di primati mondiali scanditi da Giuseppe Gentile, Nelson Prudencio e Igor Sanayev.
In seguito, restai sbalordito dalla classe purissima di un rumeno di quasi due metri, Carol Corbu, un tipo quasi senza muscoli, la cui grande qualità era sprecare pochissimo nell’elevazione, che era poi quello che ci raccomandava l’insegnante di Ginnastica.

Seguo le gare del Triplo con un occhio particolare, anche se solo molti anni dopo aver abbandonato ho scoperto l’esistenza di Hop, Step e Jump.
Sull’asse di battuta, io battevo con il sinistro.
Col senno del poi, il mio Hop era discreto, lo Step mediocre, il Jump poco coraggioso (portavo già gli occhiali, ma temo sia solo una scusa).

Ieri sera sulla Rai ho rivisto Jonathan Edwards, il Bolt del Salto Triplo.

Capelli corti argentati, lo stesso sorriso di 22 anni fa, quando ai Mondiali di Goteborg fece due salti (18.16 e 18.29) che ancora oggi – rivisti – mi procurano i brividi.
Ai microfoni della Rai, Stefano Tilli ha ricordato le misure di quel secondo balzo: Hop 6.05, Step 5.22, Jump 7.02.

In vita mia, non ho più visto un bianco fare un Jump così pulito, e non ho più visto un essere umano staccare l’ombra da terra con quella perfezione.

Prima che qualcuno mi chieda: “L’hai vista la canadese che fa salto con l’asta?”. Sì, l’ho vista.

Si chiama Alysha Newman, ha 23 anni, viene dall’Ontario, ha un personale di 4.71, ieri sera è arrivata settima, ma la regia indugiava in modo sospetto.

Gatlin riscrive l’addio a Bolt

Nelle favole, avrebbe vinto Bolt (o, se proprio doveva perdere, avrebbe vinto il giovane Coleman).
L’assenza di De Grasse sembrava favorirne l’uscita di scena con l’ennesimo trionfo, non si vedeva chi potesse batterlo e anche la semifinale contro Coleman – con quel lungo scambio di sguardi e il sorriso del giamaicano dopo il traguardo – aveva illuso chi cerca nella vita un riflesso della perfezione.
Invece ha vinto “il cattivo”, Justin Gatlin. Ed è un esito terribilmente metaforico.

Qualcosa di miracoloso riverbera in questa resurrezione di Justin, togliendo un po’ di intensità alle luci che circondano Usain.
Vincere così a 35 anni è quasi inverosimile.
E dal punto di vista tattico, Gatlin è sembrato un altro: meno veloce allo starter e sui primi 40 metri, prodigioso nel finale (se ci fosse una misurazione degli ultimi 30-40 metri, credo li abbia corsi come Bolt).
Gatlin è un autentico “revenant”.
So bene che non è simpatico, che se ti trovano a doparti due volte e accumuli quattro anni di squalifica, il pubblico ti farà il tifo contro.
Ma se è giusto che un carcerato possa tornare a pieno titolo nella società, scontata la pena, penso che sia giusto applaudire Gatlin, che ha saputo incassare sconfitte dolorosissime (Pechino 2015, su tutte), trovando “ispirazione” – è così che l’ha definita – proprio nel sublime avversario.

Quanto a Bolt, ha corso tre volte e non ha mai convinto. Brutte partenze, slancio macchinoso, finali sofferenti.
E’ stato un addio senza festa, ma nessuno ci ha fatto festeggiare quanto lui.
Siamo fra i privilegiati che l’hanno visto correre per oltre dieci anni, dubito vedremo più una grazia così flessuosa e musicale.
Anzi, sì: la vedremo domenica nell’ultimo tratto della 4×100, dove anche chi non crede alle favole troverebbe intollerabile che Bolt non sfrecci primo al traguardo.

GANEFO: qualcuno sa darmi informazioni?

Ecco quel che so. Chi ha altre informazioni o fonti da consultare…

Nella quarta edizione dei Giochi dell’Asia, organizzata a Giacarta nel 1962, il governo di Sukarno rifiuta i visti d’ingresso agli atleti di Taiwan e di Israele, e il Cio decreta la sospensione a tempo indeterminato del Comitato olimpico indonesiano.

Pochi mesi dopo, Sukarno lancia la propria sfida al Cio: esce dal Comitato e si propone di dare vita a Giochi autonomi, Games of the New Emerging Forces, (GANEFO) ai quali invita nazioni dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e del campo socialista. Il suo ragionamento è nitido e provocatorio: “Lo sport non può essere separato dalla politica. Perciò lavoriamo assieme per la creazione di un’associazione sportiva basata sulla politica. Non vogliamo indossare alcuna maschera, creiamo un’associazione sportiva per le nuove forze emergenti”.
Sukarno in persona dichiara aperti i Giochi “terzomondisti” il 10 novembre 1963 nello stadio Gelora Bung Karno, costruito con un cospicuo aiuto della Repubblica popolare cinese.

Ai GANEFO di Giacarta (novembre 1963) partecipano 2.700 atleti di 46 delegazioni, fra cui Cina, Urss, Cambogia, Iraq, Iran, Pakistan, Mali, Vietnam del Nord, Repubblica Araba Unita (Egitto e Siria), Jugoslavia, Sri Lanka, Palestina, Olanda Nigeria, Giappone, Messico, Libano, Mongolia, Marocco, Romania, Senegal, Uruguay, Finlandia e Francia. Ci sono anche tre italiani (Massimo Magini, Paolo Bottiglioni e Vittorio Biotti) e una squadra di pallavolo modenese inviata dall’Uisp (Unione sportiva sport popolare).

Gli atleti partecipanti ai Ganefo non sarebbero stati ammessi ai successivi Giochi olimpici, stabilisce il Cio. Perciò, i sovietici inviano una delegazione di secondo piano, mentre la Cina partecipa ai massimi livelli e fa incetta di medaglie (171 totali, 68 d’oro).
Prima che si svolga la seconda edizione, si verifica il colpo di stato che nel 1965 rovescia Sukarno; l’Indonesia non viene invitata alle Olimpiadi di Tokyo 1964.