In campo per la vittoria [The Game of Their Lives], David Anspaugh, 2005 – [filmTv103] – 5

Tratto da una storia vera, che sarebbe stata più interessante se narrata da un inglese. Agli americani piace dannatamente passare per outsiders: nello sport riesce loro difficile, solo il calcio offre questa opportunità drammaturgica, che esalta il patriottismo e lo spirito di corpo.

La storia vera è quella di una delle più grandi sorprese nella storia del campionato del mondo di calcio. Comincia con l’improvvisata spedizione a stelle e strisce alla Coppa Rimet 1950, quella chiusa dal drammatico Maracanaço (l’Uruguay che batte il Brasile e provoca suicidi). La prima edizione postbellica della Rimet racchiude un altro evento “storico”: l’inconcepibile sconfitta degli inventori del gioco del calcio, l’Inghilterra di Mortensen, Ramsey e Matthews (lasciato a riposo, quel giorno, perché la partita era troppo facile) contro i dilettanti statunitensi.

Era il primo Mondiale della nazionale inglese, che aveva snobbato le edizioni precedenti. Nel dopoguerra erano imbattuti, 23 partite vinte delle 30 giocate (tra cui un 4-0 all’Italia). Oltre al tipico Davide contro Golia, l’idea al centro del film è quella del mettere insieme una squadra in breve tempo, amalgamando varie comunità etniche. Una storia esemplare.

Si giocò il 29 giugno 1950 a Belo Horizonte e finì 1-0 per gli Stati Uniti. In gol Joe Gaetjens, l’unico nero di quella squadra, venuto da Haiti e finito a fare il lavapiatti a New York per pagarsi gli studi alla Columbia University. La squadra era in larga parte formata da italo-americani, immigrati dall’Europa ed ex militari. Fu una partita rocambolesca, gli inglesi colpirono quattro fra pali e traverse, Frank Borghi parò l’impossibile, e sembra evidente che il Fato ci mise lo zampino.

L’aggettivo “inconcepibile” discende dal fatto che il calcio era uno sport assai poco praticato negli Stati Uniti; non c’era nemmeno un campionato professionistico. Il film presenta numerose inesattezze storiche, utili a romanzare la vicenda. Le riprese di calcio sono abbastanza accattivanti, è evidente che Anspaugh – vent’anni prima artefice del ben più riuscito Hoosiers («Colpo vincente»), sul basket dei college – ha studiato a memoria il John Huston di «Fuga per la vittoria».

Gerard Butler (Leonida in «300») interpreta Frank Borghi, si notano anche Costas Mandylor, Gavin Rossdale, Wes Bentley («American Beauty»), Patrick Stewart (il giornalista che fa da voce narrante) e Jimmy Jean-Louis nei panni di Gaetjens.

La realtà? Nella Rimet del ’50, gli Stati Uniti furono sconfitti dalla Spagna (3-1) nella prima partita, mentre gli inglesi battevano il Cile. Fu la Spagna del basco Telmo Zarra a dominare il girone, battendo anche l’Inghilterra nella terza partita; l’altra qualificata fu il Cile, perché gli Usa vennero travolti 5-2 nel match decisivo e chiusero all’ultimo posto.

Annunci

Otto uomini fuori [Eight Men Out], John Sayles, 1988 – [filmTv102] – 8

World Series 1919: l’America uscita dalla guerra vorrebbe rilassarsi con il “passatempo nazionale”, e il massimo campionato di baseball arrivano a disputarselo i Chicago White Sox, grandi favoriti, e i Cincinnati Reds.

Ne deriva il più grande scandalo nella storia del baseball, quello che molti hanno definito “la perdita dell’innocenza” nei grandi sport professionistici nordamericani. Finisce con otto White Sox radiati dal “commissioner” della Lega, nonostante il tribunale li abbia assolti dal reato penale.

Vincitori delle World Series 1906 e 1917, i White Sox hanno un proprietario, Charles Comiskey, con la pessima fama di essere avaro e di non mantenere le promesse. I giocatori ingoiano amaro, non hanno diritti, sono legati a un contratto e non possono cambiare squadra senza il consenso della proprietà.

È diffuso il sospetto che qualche giocatore arrotondi lo stipendio con le scommesse, il fatto è tollerato, a nessuno viene in mente che si possa vendere la vittoria nella competizione più importante. Uno dei White Sox viene avvicinato dalla malavita organizzata, l’offerta è così ricca da coinvolgere altri sette giocatori, mossi da avidità o risentimento verso Comiskey. Fra loro, “Shoeless” Joe Jackson (Daniel Bernard Sweeney), il più forte giocatore dell’epoca, autentico mito popolare, idolo analfabeta in uno sport in cui anche i fuoriclasse del tempo non diventavano ricchi.

Il film ha l’andamento dell’inchiesta giornalistica, con una particolare attenzione alle motivazioni individuali che portano i singoli giocatori a lasciarsi corrompere. La splendida, romantica fotografia è di Robert Richardson, con più di una somiglianza con le atmosfere della «Stangata».

Sayles si ritaglia la parte di Ring Lardner, cronista sportivo e scrittore realmente esistito. Fra i giocatori, spiccano John Cusack, Charlie Sheen e David Strathairn.

La Grande Boucle 2018

Reso noto il percorso del Tour de France 2018: lo pubblico, innanzitutto a mio uso e consumo (chissà che non mi trovi per caso da quelle parti)…

Apocalittici o migliori della Svezia?

Il 4 settembre Tavecchio sibilò: “La mancata qualificazione al Mondiale del 2018 sarebbe una Apocalisse”.
Il 2 ottobre Ventura ha chiosato: “Non andare ai Mondiali sarebbe una catastrofe”.

È con questo animo allegro che i massimi responsabili del disastrato calcio italiano hanno seguito il sorteggio dei playoff, avvenuto oggi a Zurigo, per approdare alla fase finale di Russia 2018.
La Fifa ha stabilito gli accoppiamenti degli spareggi fra le otto migliori seconde classificate dei gironi: l’Italia ha trovato la Svezia, l’andata si giocherà a Stoccolma il 10 novembre, il ritorno probabilmente a San Siro il 13.

Per chi tifa Azzurri, peggio non poteva andare: la Svezia non sarà uno squadrone, ma è sopravvissuta a un girone di ferro, arrivando dietro la Francia (sconfitta a Stoccolma) e davanti a Olanda e Bulgaria. E poi, affrontare gli svedesi ai primi di novembre non è come trovarseli a marzo.
Vedo l’Italia lievemente favorita, ma senza Belotti non è in grado di segnare molti gol: se uscisse sconfitta da Stoccolma…

Il calcio sull’Isola delle Foche

L’Isola delle Foche, Robben Island, dista una decina di chilometri dalla costa di Cape Town: è lì che fino al 1982 si trova Nelson Mandela, per diciotto dei ventisette anni di prigionia.

Utilizzata come colonia per i lebbrosi fino al 1931, nel periodo segnato dall’apartheid l’isola diventa tristemente famosa per le migliaia di prigionieri politici, impegnati nelle cave di pietra. È una fortezza in mezzo all’oceano, viene facile chiamarla “Alcatraz sudafricano”. L’autobiografia di Mandela (Lungo cammino verso la libertà) dedica molte pagine alla descrizione della vita quotidiana: ogni mezzo viene utilizzato per umiliare, sottomettere e punire i detenuti politici, che fanno di tutto per preservare la propria dignità nelle circostanze più terribili. Fra l’altro, decidono di fondare alcune squadre di calcio e di darsi una dettagliata organizzazione interna.

Delle centinaia partite giocate a Robben Island, rimane una sola fotografia, diffusa alla stampa internazionale per dimostrare che i prigionieri vivono in buone condizioni; ma i volti dei calciatori sono cancellati, resi irriconoscibili.

I detenuti danno vita a una vera e propria federazione, la Makana Football Association (MFA), così chiamata in onore di un condottiero di etnia Xhosa, Makana Nxele, rinchiuso dagli inglesi a Robben Island, morto nel 1819 in un tentativo di evasione. La MFA si dota di tutte le sovrastrutture burocratiche: documenti societari, fogli per le distinte, organigrammi, direttive per gli arbitri. Per quattro anni, dal 1969 al 1973, in un campo polveroso e pieno di buche, con reti da pescatori a fare da porte, si giocano partite di calcio articolate in tre divisioni: dalla A, riservata ai calciatori più forti, alla C, per chi non ha mai praticato il calcio.

Ognuno dei nove club registrati schiera una squadra per divisione, ogni stagione circa 300 detenuti scendono in campo. Otto squadre sono rigorosamente divise per etnia e appartenenza politica, fa eccezione il Manong, che non a caso vince i primi due campionati di A e si trova in testa anche nei due successivi (di questi, non è rimasta traccia delle classifiche finali).

Il 18 luglio 2007, alcuni dei calciatori neri più famosi di ogni tempo (Pelé, Eto’o, Weah e Gullit) sbarcano a Robben Island. A turno, uno alla volta, calciano 89 palloni in fondo a una porta arrugginita: 89, come gli anni compiuti quel giorno da Nelson Mandela.

Chuck Norr e Marvin Close, Molto più di un gioco. Il calcio contro l’apartheid, Iacobelli editore, 2010

Un uccellino chiamato Mané, Luis Antezana, Crocetti, 1998 (2002)

Filologo boliviano, in una serie di brevi saggi, Antezana propone una serie di riflessioni sul calcio che ama. “Mi piacciono più i passaggi che i gol: amo maggiormente gli aspetti ‘inutili’ del gioco rispetto a quelli, diciamo così, redditizi; godo delle giocate di abilità individuale o collettiva più che dei forcing dietro una palla lunga”.

Antezana si dice convinto del fatto che la rivoluzione sportiva del Ventesimo secolo vada collocata a fianco delle rivoluzioni elettronica, femminista, ecologica, “che hanno determinato il cambiamento del nostro modo di vivere e di pensare. Il mondo contemporaneo non è semplicemente invaso dalle attività sportive; lo sport è uno dei meccanismi di socializzazione più diffusi e radicati”.

Ho letto e riletto le due pagine dedicate alla “fama postuma” di Walter Benjamin, con citazioni di Hannah Arendt.

Quanto a Garrincha… Non esiste altro luogo al mondo in cui il calcio abbia un significato sociale e culturale pari a quello che assume in Brasile (che è poi la nazionale contro cui l’Italia ha perso due finali di Coppa del mondo).

“L’angelo dalle gambe storte” e dalla corsa sbilenca, viene ricordato per l’allegria che suscitava: artefice di gesti gratuiti, quelli che spingono il calcio sul terreno dell’arte, Garrincha è un eroe tragico, “un uomo che affonda nella miseria (dell’alcolismo e dell’alienazione) e vi si perde dopo aver dato prova delle più alte capacità artistiche ed essere stato oggetto di idolatrico riconoscimento da parte della sua comunità di appartenenza”.

Garrincha è l’eccezione alla regola, il trionfo dell’effimero, dell’inutile che magicamente evolve in efficacia. Con la maglia del Botafogo, vince tre campionati carioca (1957, 1961, 1962).

I destini opposti di Pelè e Garrincha: ricchezza, regalità e potere il primo; miseria, desolazione e amore popolare il secondo. Gli altri giocano per vincere, Garrincha gioca per divertirsi, perciò lo chiamano “l’allegria del popolo”; è un “genio intuitivo”, infantile, un Forrest Gump – scrive Antezana, “un ritardato mentale che realizza imprese sportive ed eroiche senza avere la minima idea di ciò che sta facendo”.

Approssimandosi al derby (3)

Record d’incasso (4,6 milioni di euro, in lire 9 miliardi) e grande attesa per un derby che stranamente non si gioca nell’ora del prime time cinese.

Ho letto un articolo interessante – QUI – ma sono fra quelli che diffidano dei sinologi improvvisati e non mi aspetto “colpi” milionari nel mercato di gennaio; semmai, mi aspetto rischi di rimbalzo negativo nel caso in cui non si agganciasse la Champions League, perché questi cinesi mi sembrano più interessati a un lento consolidamento societario – il progetto di nuova sede e gigantesco investimento immobiliare in centro a Milano – che al risultato sportivo.
Del resto, nonostante spese faraoniche (e Fabio Capello in panca), la squadra cinese del Suning barcolla agli ultimi posti della classifica e la mancata qualificazione ai Mondiali della nazionale di Lippi non mancherà di avere conseguenze.

A sensazione, prevedo un derby di scarsa qualità tecnica e con pochi gol. Non fosse che si viene da due pareggi, e tre pareggi di fila non si vedono da decenni, azzarderei l’1-1 come risultato finale. Deludere quel pubblico sarebbe grave, soprattutto alla vigilia di una trasferta proibitiva, sabato a Napoli.

Dedico queste poche righe alle due partite viste ieri, perché vi ho visto all’opera le 4 avversarie dell’Inter per accedere all’Europa che conta; prima del campionato, avrei inserito il Milan a scapito della Lazio, oggi temo che tutte e 4 siano superiori all’Inter.

La Juve mi ha sinceramente deluso. Non ho capito, tantomeno condiviso, le scelte di formazione fatte da Allegri, né i cambi in corsa. Arrivo a dire che senza Dybala e Pjanic questa è una squadra che faticherebbe a entrare nelle prime 4, perché le manca cambio di passo e fatica ad avviare l’azione (il numero di passaggi necessari a superare la propria metà campo, mi ha ricordato le peggiori Inter degli ultimi anni).

Anche la Roma mi ha deluso. Dzeko è abbandonato a se stesso, non puoi cambiare ruolo a Florenzi ogni partita, il chilometraggio di Kolarov si fa sentire e, soprattutto, la collocazione tattica di Nainggolan mi pare autolesionistica; Di Francesco non ha saputo ovviare alle assenze (tante: Strootman, Schick, Defrel) e per 70 minuti non ci ha capito niente.

La Lazio gioca un calcio all’italiana di sublime compostezza e può contare su 4-5 elementi che girano a mille. I difensori (a parte De Vrji) mi sembrano mediocri, Strakosha non ha pagato dazio su un errore deplorevole, ma nessuna squadra mi sembra oggi altrettanto “logica” di quella allenata da Inzaghino. Ottima tecnica, velocità nelle ripartenze, forza fisica (Milinkovic, Leiva, Parolo)… chi si illudesse che la Lazio non possa ripetere il campionato scorso – persi Keita e Biglia – dovrà cambiare idea. Brutta notizia per l’Inter.

Infine, il Napoli farebbe pensare che sia l’anno giusto. Nessuno gioca transizioni come la squadra di Sarri, e ciò accade per gli automatismi, ovvio, ma anche perché non c’è in squadra un solo “scarpone”. La tecnica esibita da Koulibaly è mostruosa (il Barcellona dovrebbe pagare qualsiasi cifra e con Koulibaly tornerebbe a vincere la Champions), e nessuno in Italia può alternare Hamsik, Zielinski, Allan, Diawara, Rog, Jorginho (e Giaccherini, Ounas).

Dovrei concludere che lo scudetto arriverà ineluttabile sulle maglie azzurre. A trattenermi, c’è un indizio: i tre davanti sono inamovibili e destinati a scoppiare. Coprono un’immensa area di campo, e si va verso i mesi invernali. E tuttavia, approvo Sarri e disapprovo Allegri per gli schieramenti scelti ieri: gestire il vantaggio è comunque meno oneroso che dover recuperare.

Sintomatico mistero. 50. Maria Sharapova (fine)

Goal! [id.], Danny Cannon, 2005 [Tv99] – 6

Il voto è la media fra il film in quanto tale – con la sua insopportabile ideologia – e la bellezza delle scene di calcio, raramente così vivide al cinema.

Protagonista è Santiago Muñez (il poco espressivo Kuno Becker), detto Santi. Messicano, ha oltrepassato il confine di notte, vive a Los Angeles con padre, nonna e fratello minore (la madre ha preferito andarsene). Santiago ha un grande talento calcistico (solipsistico, “alla Recoba”, ma decisamente spettacolare), e suscita l’interesse di un ex calciatore del Newcastle che assiste per caso a una partitella; costui gli promette che parlerà di lui in Inghilterra, e in effetti gli procura un provino. Contro il parere del padre, ma con il sostegno della nonna, Santiago lascia l’assolata California e viene catapultato nel fango della Premier League.

Per non essere respinto, nasconde di avere l’asma all’infermiera del club (di cui si invaghisce come nelle favole). Integrarsi in un calcio ruvido, fisico e prepotente, si rivela molto difficile. Medita di tornare in America, quando gli arriva la notizia della morte del padre, che nel frattempo è diventato orgoglioso di lui, dopo averlo visto in tv. Infine, il suo talento colpisce l’allenatore (un tipo “alla Wenger”), che lo mette in campo prima a Wembley e poi nella decisiva partita casalinga contro il Liverpool.

Della colonna sonora fanno parte alcune canzoni degli Oasis. Comparsate sono garantite da Raúl González Blanco, Alan Shearer, Sven-Göran Eriksson, Frank Lampard, Rafa Benítez, Steven Gerrard, Patrick Kluivert, James Milner e David Beckham. L’arbitro di Newcastle–Liverpool è l’amatissimo Howard Webb (quello di Madrid 2010).
La parte meno banale della sceneggiatura descrive la strana amicizia fra il timido e timorato Santi e l’edonista Gavin, calciatore ricco e famoso, noto più per le prodezze extra calcistiche (ennesimo stereotipo “alla George Best”).

Città amara [Fat City], John Huston, 1972 [Tv95] – 9

Tratto dal romanzo di Leonard Gardner, che l’ha adattato per il cinema, è fra i film più sconsolati e disperati, affranti e dolorosi mai composti intorno al micromondo della boxe.

Risulta ancora più impressionante perché i protagonisti sono bianchi; eppure a Stockton, California, la maggioranza della popolazione è costituita da ispanici e afroamericani, che sopravvivono con lavori nei campi tanto faticosi quanto miserabili (la raccolta delle cipolle pare una variazione sul tema dell’inferno). Seguono ubriacature da cadere stecchiti. E fetide stanze di motel.

Ma ci sono un paio di palestre di pugilato. Si incrociano due losers – Billy (Stacy Keach) e Ernie (Jeff Bridges) – un trentenne con un buon passato da boxeur, ormai alla deriva fra divorzio, alcol, debiti, e un ventenne dotato di buona tecnica, ma troppo esposto alle ferite alle arcate sopraccigliari. Billy incoraggia Ernie e lo manda dal suo vecchio allenatore (Nicholas Colasanto), un tipo sempre ottimista che fa da padre ai suoi pugili (ma che Billy non perdonerà mai per averlo lasciato solo, anni prima, in un match finito male).

Chi sale sul ring cerca di sfogare la frustrazione per una vita assai distante da come la vorrebbe. Ernie si trova obbligato a sposare la minorenne che si è fatta mettere incinta; Billy per un po’ vive con un’alcolizzata cronica (Susan Tyrrell), rimasta sola dopo l’arresto del suo uomo, che tornerà a far valere i suoi diritti.

La fotografia di Conrad Hall esalta la dimensione iperrealista di queste vite alla deriva.

Attingendo a ogni energia, Billy torna sul ring. Lo attende un picchiatore messicano, il match è un autentico massacro, al termine del quale restano una vittoria e quattro soldi. A sua volta, Ernie abbandona la boxe, dovendo badare a moglie e figlia.
Quando si rivedono, non sanno che dirsi, ma si annusano. Amari come il fiele.

Pallone d’Oro, What If…

Le ultime nove edizioni del Pallone d’Oro se le sono spartite Lionel Messi (5) e Cristiano Ronaldo (4); bisogna risalire al 2007 di Kakà, ancora rossonero, per trovare un nome diverso.

Spesso Messi e CR7 hanno occupato il primo e il secondo posto della classifica, ma cosa sarebbe successo se i due non fossero mai esistiti?
È un interrogativo ozioso, visto che il calcio si gioca in 11, ma togliendo quei due nomi dalle classifiche, non manca qualche sorpresa.

  • 2008 – Fernando Torres, Liverpool
    2009 – Xavi, Barcellona
    2010 – Xavi, Barcellona
    2011 – Xavi, Barcellona
    2012 – Iniesta, Barcellona
    2013 – Ribery, Bayern Monaco
    2014 – Neuer, Bayern Monaco
    2015 – Neymar, Barcellona
    2016 – Griezmann, Atletico Madrid

Spicca, a ridimensionare il valore di questo premio, la scandalosa assenza di Diego Milito nell’anno di grazia 2010.

Sette giornate di VAR

Qualche giorno fa, l’ex arbitro Rosetti ha presentato i numeri riferiti all’uso del VAR nelle prime 7 giornate di Serie A.

  • Azioni finite sotto la lente d’ingrandimento della tecnologia: 309.
  • Scelta dell’arbitro confermata: 288.
  • Scelta dell’arbitro modificata dal VAR: 21.
  • Ventuno casi in 7 giornate, vuol dire 3 errori evitati per giornata.
  • Tempo di recupero: aumento di un minuto.
  • Falli fischiati: 203 (erano stati 260 il campionato scorso).
  • Cartellini Gialli: 245 (erano 313).
  • Cartellini Rossi: 15 (erano 24).

Commento di Rosetti: “I giocatori sono consapevoli del maggior rischio, e quindi diminuiscono le scorrettezze. Per non parlare del calo delle proteste, un miracolo qui in Italia. Anche le reazioni serene di fronte a un cambio di valutazione mi hanno sorpreso”.

A parte la Juve, tutti contenti.

ps – Quando Marotta dice “gli arbitri vanno aiutati”, forse rimpiange i bei tempi in cui a fine carriera alcuni di loro aprivano una concessionaria Fiat…

Ragazze vincenti [A League of Their Own], Penny Marshall, 1992 [Tv98] – 8

A mezzo secolo dai fatti, esce un buon film per celebrarli: ecco come l’America in guerra cercò di surrogare il “passatempo nazionale” – l’amatissimo baseball – con un campionato femminile.

Oltre 500 giocatori delle Major Leagues, compreso Joe Di Maggio, erano sotto le armi. Venne l’idea di far giocare le donne. Selezionate 60 “professioniste”, furono costruite 4 franchigie – Rockford (Illinois), South Bend (Indiana), Racine e Kenosha (Wisconsin) – che salirono a 10 qualche anno dopo. Nel film, assistiamo all’avventurosa prima stagione delle Rockford Peaches, allenate dall’ex campione Jimmy Dugan (Tom Hanks) e trascinate dalla fenomenale Dottie Keller (Geena Davis). Fanno parte del cast anche Lori Petty («Point Break»), Madonna (sui titoli di coda, canta «This Used to Be My Playground»), Bill Pullman e David Strathairn.

Comincia e finisce con l’ingresso nella Hall of Fame di Cooperstown. È lì che si ritrovano le sopravvissute a quegli anni indimenticabili. Giocare a baseball costituì una distrazione dalla guerra – ma avevano fratelli, mariti e fidanzati al fronte – e creò forti legami, fonte di rimpianto come gli anni della giovinezza.

La regista mette a fuoco il complicato rapporto fra due sorelle, venute da una piccola fattoria nell’Ohio; la minore, Kit, non sopporta di vivere di luce riflessa rispetto a Dottie, che a sua volta non sembra amare il gioco e lo abbandona senza remore appena fa ritorno il marito ferito. In realtà, Dottie torna per giocare la finale e si trova davanti Kit nel punto decisivo del nono inning.

Alle giocatrici era proibito bere o fumare, vietato indossare pantaloni in pubblico, la loro immagine doveva rispecchiare certi canoni di femminilità: gonnellino corto, braccia scoperte, capelli sciolti, un po’ di trucco… La guerra finisce, ma queste donne non hanno nessuna intenzione di tornare al ruolo di sorelle, mogli, madri. L’afflato femminista del film si esprime bene nell’evoluzione dell’allenatore, all’inizio ottusamente misogino e infine conquistato dalla forza e dallo spirito di sacrificio delle giocatrici.

L’All American Girls Professional Baseball League tenne aperti i battenti, il campionato proseguì per undici stagioni, fino al 1954. La figura di Dottie è ispirata a Dorothy Kamenshek, che non abbandonò il gioco alla fine della prima stagione; la vera Dottie è stata All Star in tutte e 7 le occasioni in cui la Lega femminile ha eletto le sue stelle.