In ricordo di Felice Gimondi

Prima o poi dovrò scrivere di Sedrina e di Treviglio, di Figino Serenza e di Leggiuno, luoghi mai visti ma indimenticabili, associati irresistibilmente ai miti della mia giovinezza.

Tifare per Felice Gimondi da Sedrina è stata una delle esperienze più formative, negli anni della scuola dell’obbligo e all’inizio del liceo. C’era il Cannibale, e lo ammiravo moltissimo, come ammiravo Borg, altrettanto irraggiungibile. Ma le volte in cui Gimondi riuscì a mettere la sua ruota davanti a quella di Merckx, il valore della vittoria si enfatizzava.

Penso, innanzitutto, al Mondiale di Barcellona Montjuic del ’73, allo sprint, un’autentica rarità per quel formidabile passista che è stato Gimondi. Quante “onorevoli sconfitte”, quanti piazzamenti prestigiosi… Non poteva essere in discussione chi fosse il più forte: in palio c’era solo la fuggevole realtà di chi fosse più forte quel singolo giorno.

Una ventina d’anni fa ho letto un libro pubblicato da Limina: l’autore è Maurizio Ruggeri, ottimo giornalista, il titolo è Felice l’ultimo Tour. Titolo indirettamente profetico, perché l’anno dopo sull’Albo d’Oro del Tour de France si sarebbe iscritto Marco Pantani. Ma fra quel 1998 e il 1965 – la vittoria di Gimondi – passarono 33 anni. Per 33 anni – non credo sia facile rendersi conto di quanto sono lunghi 33 anni – nessun italiano seppe replicare l’impresa dell’esordiente di Sedrina.

Il libro di Ruggeri non si focalizza solo sul Tour del ’65. Inserisce Gimondi nel contesto storico-sportivo, fra Sonny Liston, Sandro Mazzinghi, la Grande Inter, Roy Emerson, Jim Clark, Ignis-Simmenthal… Ricorda la grande rivalità con Gianni Motta, rivali come Poulidor Darrigade e Van Looy, la bottiglietta della dissenteria che pregiudicò la vittoria di Felice nel Tour ’67, la vittoria del Giro di Lombardia 1966 davanti a un giovanissimo belga di cui tanti storpiavano il nome, la trionfale Milano-Sanremo del ’74 indossando la maglia iridata.

L’ombra del Cannibale, con pagine quasi pulp, accompagna un decennio della carriera di Gimondi, condannandolo a sconfitte in serie. Da incubo. Ma almeno oggi dovremmo ribaltare il senso del discorso, e considerare ancora più grande Merckx perché riusciva a battere Gimondi.

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2791, mi ricordo

Mi ricordo quando Gimondi, al Tour del ’67 rovinato da un’indigestione, scalò il Puy de Dome, lasciando a cinque minuti l’avversario più vicino.

#Rivincite outtakes 89: Gwen Berry e Race Imboden ai Giochi Panamericani

Vincere, ti offre l’opportunità di farti ascoltare.

Lo sapevano gli afroamericani che nel Sessantotto inscenarono la più plateale forma di protesta nella storia dello sport. E lo hanno imparato le autorità sportive, che hanno imposto regole militaresche per impedire agli atleti di manifestare il proprio pensiero sulla società in cui vivono.

Ma, come ho scritto su Rivincite, “il salto di qualità nella protesta avviene quando il presidente Trump, con un linguaggio volutamente offensivo, invita i proprietari dei club professionistici a cacciare i giocatori che non rimangono in piedi durante l’esecuzione dell’inno. Il commissioner NFL, Roger Goodell, risponde che quelle parole mancano di rispetto alla Lega e ai suoi protagonisti”.

A poche settimane dal rifiuto della nazionale femminile di calcio di presenziare alla Casa Bianca, dopo aver vinto i Mondiali 2019, ai Giochi Panamericani di Lima, Perù, abbiamo assistito a due scene potenti. Prima Gwen Berry, poi Race Imboden, hanno usato la salita sul podio per protestare contro il razzismo, la violenza della polizia americana e le ingiustizie sociali.

Oro nel lancio del Peso, Gwen Berry (afroamericana), durante l’esecuzione dell’inno statunitense ha alzato il pugno chiuso.

Oro nel Fioretto a squadre, Race Imboden (bianco e biondo) si è inginocchiato sul podio.

L’hanno fatto pur sapendo di rischiare molto: il Comitato olimpico Usa medita di escluderli dalla partecipazione a Tokyo 2020.

La bulimia sta facendo deragliare la Juve

Prima che parlasse Sarri, nessun giornalista aveva osato farlo notare. Non sia mai… I tifosi juventini sono come le stelle di Negroni, milioni di milioni, il pubblico maggioritario, meglio non disturbarli con cattive notizie.

Poi ha parlato Sarri, e non si è “sfogato”, ha detto pacatamente come stanno le cose: “Avete idea della rosa della Juve? Deve fare 6 tagli per la lista Champions, nessuno l’ha mai detto. Dobbiamo tagliare 6 giocatori dalla lista Champions della rosa attuale, questo ci mette in difficoltà. Magari abbiamo soluzioni in testa, ma se il mercato non ci viene incontro è inutile averle in testa. Gli ultimi venti giorni di mercato saranno difficili, è una situazione difficile e imbarazzante perché rischiano di restare fuori giocatori di altissimo livello”.

Su Dybala, che un mese fa riteneva una pietra angolare della sua squadra, Sarri ha aggiunto: “Il mercato va in una certa direzione, posso anche parlarci ma quello che dico io conta zero”. Puro aziendalismo. Leggi il resto dell’articolo

#Rivincite outtakes 88 – La globalizzazione del CIO procede per cooptazione

Nella 134esima Sessione del CIO – Losanna, 23-26 giugno 2019 – sono stati cooptati 10 nuovi componenti. Gran parte dei nomi mi sono sconosciuti, ma colpisce la loro provenienza: solo un europeo, 5 africani e 3 asiatici. Evidente l’intenzione di riequilibrare la rappresentatività geopolitica dell’organismo.

  1. Tidjane Thiam, Costa d’Avorio, A.D. di Credit Suisse
  2. Narinder Batra, India, capo Federazione Internazionale di Hockey su prato
  3. Kee Heung Lee, Corea del Sud, presidente del suo comitato olimpico
  4. Spyros Capralos, Grecia, ex campione di pallanuoto, presidente del suo C.O.
  5. Mustapha Berraf, Algeria, presidente dell’Associazione dei C.O. africani
  6. Ntsama Epse Engoulou, Camerun, vicepresidente del suo C.O.
  7. Matlohang Moiloa-Ramoqopo, Lesotho, presidente del suo C.O.
  8. Filomena Spencer Africano Fortes, Capo Verde, presidente del suo C.O.
  9. Erick Thohir, Indonesia, presidente del suo C.O.
  10. Laura Chinchilla Miranda, Costa Rica, Presidente della Repubblica 2010-14

Dal 2013, il massimo organismo sportivo mondiale è presieduto dal tedesco Thomas Bach. Quattro i Vicepresidenti: Nawal El Moutawakel (Marocco), Craig Reedie (Regno Unito), John Coates (Australia) e Zaiqing Yu (Cina). Direttore generale è il belga Christophe De Kepper. Gran parte delle decisioni vengono assunte dal Comitato Esecutivo (10 membri) è composto da: Wu Ching-kuo (Taipei), René Fasel (Svizzera), Patrick Joseph Hickey (Irlanda), Claudia Bokel (Germania), Juan Antonio Samaranch Salisachs (Spagna), Sergey Bubka (Ucraina), Willi Kaltschmitt Luján (Guatemala), Anita DeFrantz (USA), Uğur Erdener (Turchia), Gunilla Lindberg (Svezia).

A Coates, Erdener e Mamadou Ndiaye (Senegal), è stato concesso di differire il loro limite di età, fino al 2023 o 2024. Il mandato di Coates è stato prorogato in quanto presidente della Commissione Affari Legali del comitato; Erdener, invece, presiede la Commissione medica e scientifica, e Ndiaye è a capo dei preparativi per i Giochi olimpici della Gioventù che si svolgeranno a Dakar nel 2022.

Fatti loro

Ceduti Spinazzola, Kean e Cancelo.

Presi Ramsey, Buffon, Rabiot, Demiral, Pellegrini, De Ligt e Danilo.

Ripreso Higuain.

Messi in svendita Higuain, Dybala, Mandzukic, Rugani, Pjaca, Pellegrini, Cuadrado, Matuidi, Perin e Khedira.

Partono 20 punti avanti a tutti, eppure con conosco un solo juventino che si dica convinto che la nuova squadra è più forte di quella vecchia.

#Rivincite outtakes 87: la parità è lontana, a parte il tennis

Non granché come film, La battaglia dei sessi, nonostante Emma Stone e Steve Carell, ma aveva un merito: mostrare come stessero le cose alla metà degli anni Settanta, la differenza abissale fra uomini e donne, nel tennis professionistico.

Fu Billie-Jean King, con la sua determinazione, a denunciare e scardinare una discriminazione che oggi sembra incredibile. È grazie alla King se abbiamo assistito alla parificazione dei premi nei grandi tornei.

Oggi, nella annuale classifica delle atlete più pagate – stilata da Forbes – troviamo Serena Williams, per il quarto anno consecutivo, davanti ad altre due tenniste: Naomi Osaka e Angelique Kerber.

L’analisi di Forbes prende in considerazione premi, bonus, sponsorizzazioni e quote di partecipazione tra il 1° giugno 2018 e il 1 ° giugno 2019. Vi figurano le 15 atlete che hanno guadagnato almeno 5 milioni di dollari in quell’intervallo di tempo.

Considerando la cifra di 5 milioni di dollari come spartiacque, sarebbero circa 1.300 gli atleti di sesso maschile ad averla incassata nell’identico periodo… La parità è lontanissima, dunque, ma Forbes evidenzia come questa classifica comprenda donne di 11 paesi diversi.

  1. Serena Williams, tennis, 29,2   (4,2   in premi, 25 da sponsor);
  2. Naomi Osaka, tennis, 24,3   (8,3   in premi, 6,5 da sponsor);
  3. Angelique Kerber, tennis, 11,8   (5,3   in premi, 6,5 da sponsor);
  4. Simona Halep, tennis, 10,2   (6,2   in premi, 4 da sponsor);
  5. Sloane Stephens, tennis, 9,6   (4,1   in premi, 5,5 da sponsor);
  6. Caroline Wozniacki, tennis, 7,5   (3,5   in premi, 4 da sponsor);
  7. Maria Sharapova, tennis, 7   (1   in premi, 6 da sponsor);
  8. Karolina Pliskova, tennis, 6,3   (4,6   in premi, 1,7 da sponsor);
  9. Elina Svitolina, tennis, 6,1   (4,6   in premi, 1,5 da sponsor);
  10. Venus Williams, tennis, 5,9   (0,9   in premi, 5 da sponsor);
  11. Garbine Muguruza, tennis, 5,9   (2,4   in premi, 3,5 da sponsor);
  12. Alex Morgan, calcio, 5,8   (0,25   in premi, 5,5 da sponsor);
  13. P.V. Sindhu, badminton, 5,5   (0,5   in premi, 5 da sponsor);
  14. Madison Keys, tennis, 5,5   (2,5   in premi, 3 da sponsor);
  15. Ariya Jutanugarn, golf, 5,3   (3,3   in premi, 2 da sponsor).

Le mie racchette e i miei tennisti preferiti

A tennis, ho giocato più di quarant’anni, e anche se tatticamente mi sono molto evoluto, il meglio l’ho dato nei primi cinque, la prima racchetta l’ho comprata nel ‘73, ho smesso per gli scricchiolanti rumori di un menisco.

Non c’è un’esatta corrispondenza fra le mie 5 racchette (tristemente finite in cantina) e i tennisti per cui facevo il tifo, mi sono affezionato a personaggi assai diversi fra loro. Basti dire che i primi due idoli erano antitetici: Bjorn Borg e Adriano Panatta. Per ineffabili motivi (lo scorrere del tempo, innanzitutto) ho amato il vecchio Agassi e sto rivalutando Nadal.

Più che tecnica, la mia è stata una predilezione estetica. Sentimentale. Da quando il grande tennis è finito sulle tv a pagamento, ne ho visto molto, molto meno; mi mancano i pomeriggi passati a vedere Higueras, Vilas, Barazzutti e altri pallettari estenuanti.

Insomma, ho scelto 20 nomi, 4 per periodo. Noto che ci sono 3 svedesi, russi e statunitensi, 2 australiani, argentini, tedeschi e italiani, uno fra cecoslovacchi, belgi e svizzeri.

  • 1973-80: Bjorn Borg, Adriano Panatta, John Newcombe, Evonne Goolagong
  • 1981-87: John McEnroe, Mats Wilander, Hana Mandlikova, Boris Becker
  • 1988-95: Steffi Graf, Stefan Edberg, Gabriela Sabatini, Pete Sampras
  • 1996-2005: Marat Safin, Justine Henin, Andre Agassi, Evgenji Kafelnikov
  • 2006-14: Maria Sharapova, Roger Federer, Flavia Pennetta, Juan Martin Del Potro.

#Rivincite outtakes 85: Alejandro Bedoya, dopo Kristi Catlin

Fai gol e non aspettavi altro: corri a prendere un microfono per urlare quel che pensi. Ma non vuoi parlare di calcio (o soccer, come lo chiamano i nordamericani), approfitti di quel momento in cui tutti ti guardano per fare una richiesta precisa alla tua classe politica: cambiare le leggi sulle armi, ridurre drasticamente la possibilità di accedervi.

È quel che ha fatto Alejandro Bedoya, trentaduenne attaccante dei Philadelphia Union, la sera del 4 agosto, durante una partita della Major League Soccer (MLS) contro i DC United. Il suo gesto si colloca a poche ore di distanza dalle stragi di El Paso e di Dayton, che hanno lasciato 29 cadaveri e decine di feriti.

Dopo aver segnato, Bedoya è corso verso un microfono ambientale piazzato sulla linea laterale del campo e ha scandito: «Hey Congress, do something now! End gun violence, let’s go!». (Coraggio deputati, agite subito! Fate qualcosa contro la violenza causata dalle armi).

Bedoya è di Miami, ha giocato 26 partite con la Nazionale USA. Secondo The Guardian, sarebbe particolarmente sensibile alla questione perché è cresciuto a Weston, in Florida, a pochi chilometri dal liceo di Parkland dove è avvenuta una delle più gravi stragi degli ultimi anni.

Finora, la MLS non ha preso provvedimenti contro il calciatore, anzi la sua presa di posizione è entrata negli highlights ufficiali della partita.

Su «Rivincite», ho citato un precedente. Risale alla premiazione dei 100 ostacoli alle ultime Olimpiadi (Rio de Janiero, 2016). Dopo le edizioni blindate di Atene, Pechino e Londra, anche a Rio gli atleti hanno preferito evitare di assumere posizioni politiche. Con qualche eccezione.

Kristi Castlin è una delle tre ostacoliste afroamericane che occupò l’intero podio della specialità. Orfana di padre, ucciso nel corso di una rapina per poche decine di dollari, Kristi Castlin decise si usare il megafono olimpico per chiedere di porre un freno alla vendita delle armi.

2778, mi ricordo

Mi ricordo quando sommavo sul retro di una cartella della tombola i tempi delle due manches di sci, la domenica mattina, ai tempi di Annemarie Proell e Marie Therese Nadig.

Un altro anno sabbatico dal basket italiano

Sono stati pubblicati i bilanci delle due corazzate destinate a dominare il campionato di Serie A di basket 2019-2020.

Armani Milano ha investito 30 milioni, di cui circa 19 per gli ingaggi.

Virtus Segafredo Bologna ha investito 15 milioni, di cui circa 9 per gli ingaggi.

Tifo Cantù, sponsorizzata Acqua San Bernardo, e ho letto che il monte-ingaggi non arriva a 800mila euro, per una spesa complessiva che dovrà stare sotto i 2 milioni.

Giochiamo lo stesso campionato?

Faccio notare che l’intero bilancio 2019-2020 della Pallacanestro Cantù risulterà inferiore alla transazione di Milano per liberarsi dai contratti di Mike James e James Nunnally.

Il 29 giugno 2018 ho pubblicato un post, che riproduco integralmente (al netto del pronostico sbagliato per lo scudetto: come sa fare solo lei, Milano è riuscita a perderlo). In un anno, la “forbice” fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata.

Due anni fa, l’Armani Milano quadruplicò l’ingaggio ad Awudu Abass, giovanissimo capitano di Cantù, e lo vestì di rosso. Solo il conto in banca di Abass – cresciuto nelle giovanili canturine – ha tratto beneficio da quella scelta: il giocatore è sceso in campo pochissimo, non è migliorato, anzi è regredito (lo dimostra il rendimento in Nazionale) e quest’anno pare si sia deciso a cercare fortuna altrove. Leggi il resto dell’articolo

Tour de France e Climate Change

Kekko, passa la palla!, Luca Carmignani e Luca Tronchetti, Edizioni DBS, 2019

Leccese, intimamente barocco o rococò, nato il 31 marzo 1969 nel Quartiere 167, Francesco Moriero si è meritato questo omaggio letterario, composto dai due amici con cui ho collaborato alla biografia di Gigi Simoni.

Del resto, alcuni fra i momenti migliori di Moriero coincidono con la breve permanenza all’Inter di Gigi Simoni, quando Ronaldo era l’inconfondibile Fenomeno, e Checco mimava il gesto dello sciuscià, il lustrascarpe, dopo alcuni dei suoi gol prodigiosi. Ma forse non tutti ricordano che il gesto fu inaugurato con Recoba, il 31 agosto 1997, dopo la favolosa doppietta in rimonta sul Brescia. E se gli interisti lo ricordano con affetto, Moriero ne suscita altrettanto nella sua Lecce, a Cagliari, a Roma. Sulla fascia destra non si è mai risparmiato, imponendosi come uno degli ultimi interpreti del gesto più infantile, divertente e rimpianto del calcio che fu: il dribbling.

I due Luca ripropongono la stessa formula del libro su Simoni: in senso cronologico, alle parole del protagonista, affiancano quelle di chi l’ha conosciuto da vicino, e riproduzioni di vecchie fotografie. Fra le testimonianze raccolte, spiccano quelle di Conte, Petrachi, Miccoli, Matteoli, Totti, Giannini, Di Biagio, Simoni, Zamorano, Bergomi, Pagliuca, Recoba, Pecchia…

Padre infermiere, madre sarta a domicilio, secondo di tre figli, Checco nasce e cresce in un palazzone del Quartiere 167, un luogo periferico e popolare, “dove le parole d’ordine erano sbarcare il lunario, sopravvivenza, arte dell’arrangiarsi e fatica”. È povero, deve (o almeno dovrebbe) fare attenzione ai vestiti e alle scarpe. “La mia vita calcistica non nasce nella strada, nasce proprio nel palazzo. Il gioco preferito era quello di fare dal piano terra fino alla terrazza (erano dieci piani) i palleggi senza far cadere la palla in terra, e poi scendere”. Idoli d’infanzia: Bruno Conti e Franco Causio, pure lui leccese. Leggi il resto dell’articolo