Rinviato il Tour, il primo #senzaMura

L’edizione numero 107 del Tour de France doveva partire oggi da Nizza, invece si correrà dal 29 agosto al 20 settembre, forse senza pubblico in strada. Un’altra assenza sarà pesante: il 21 marzo è morto Gianni Mura, al racconto della Grande Boucle mancherà il narratore più coinvolgente.

Anni fa ho letto Giallo su Giallo, il romanzo di Mura ispirato alle esperienze al Tour; a 62 anni, faceva il suo esordio da romanziere.

Innesta una trama noir sulle strade del Tour 2005 – “una chanson de gestes sempre più sforacchiata (Epo sforacchia Epos)” -, dove Mura può rilassarsi scrivendo, al tempo stesso, da “cronista e colorista”.

Nelle 220 pagine, gli riesce agevole divagare, alternare il racconto della corsa con quello delle indagini, inseguire suggestioni, profumi e sapori della cucina, della musica, dei paesaggi e della femminilità francesi (dall’origine della Tarte Tatin alla predilezione per il Roquefort, dalla crisi della baguette a qualche sogno erotico). Mura restituisce al ciclismo una bellezza struggente, regala pagine memorabili come quelle dedicate a Luis Ocaña, magnifico quanto sfortunato ciclista spagnolo, colui che più di tutti mise in crisi Eddy Merckx, e aneddoti fulminanti, come quello sulla morte di Tommy Simpson sul Mont Ventoux (ricordo quel giorno, avevo scoperto il Tour l’anno prima, quando vinse il mio Gimondi).

Il giallo fa da sfondo; le pagine migliori non sono quelle dedicate alle indagini sulle quattro morti all’interno della carovana del Tour. La voce narrante trova un controcanto dialettico dopo il secondo omicidio, quando entra in scena il commissario Magrite, “un tipo robusto ma non grasso, ricorda un po’ Paolo Conte, occhi ironici tra il grigio e il verde, baffi abbastanza folti, una casacca da rugby su un paio di jeans”. Leggi il resto dell’articolo

Algoritmica

Le curve del virus

Stasera assisteremo al secondo incrocio positivo fra le 4 curve del virus, per come abbiamo imparato a conoscerle. Le quattro curve indicano lo sviluppo del numero di contagiati (BLU), guariti (VERDE), ancora positivi (ROSSO) e morti (NERO).

Il 6 maggio si è verificato il primo incrocio: il numero dei guariti scavalcò quello degli ancora positivi. Stasera, con ogni probabilità, il numero dei positivi scenderà sotto il numero dei morti, la curva ROSSA scenderà sotto la curva NERA: ieri, i numeri ufficiali dicevano 35.262 / 33.899, i morti crescono di 50-80 unità al giorno, i guariti crescono, in media, di più di 1.200.

Visivamente, questi incroci trasmettono ottimismo. Del resto, se si dà credito ai numeri ufficiali, ieri erano solo 287 i ricoverati nelle terapie intensive, come il 4 marzo, a fronte dei 4.068 del 3 aprile. E se si dà credito ai numeri ufficiali, il 70,6% dei sintomatici può definirsi guarito. Nell’ultima settimana, sono stati identificati appena 2.137 casi, a fronte dei 6.557 nella sola giornata del 21 marzo.

Eppure, non si può stare tranquilli. Leggi il resto dell’articolo

Gordon Banks, mezzo secolo fa

Prego guardare come si fa un passaggio filtrante – Carlos Alberto -, come si crossa in corsa – Jairzinho – come si va in cielo per colpire di testa – Pelè – e come si annulla il tutto con un prodigio – Gordon Banks.

Era il 7 giugno 1970, si giocava a Guadalajara (fischio d’inizio a mezzogiorno), nonostante Banks la partita finì 1-0, gol di Jairzinho. 

Quanto ci importa ancora di questo calcio?

Sette giorni alla ripartenza, fra otto torna in campo anche l’Inter. E subito partite decisive: prima le semifinali di Coppa Italia, poi i recuperi di campionato, quindi via alla grande corsa, in campo ogni 72 ore, fra un tampone e l’altro.

Anche chi vive la più grave crisi d’astinenza, dovrà ammettere che sarà difficile entusiasmarsi. Si gioca a porte chiuse. Si gioca senza abbracci e senza proteste. Si gioca per evitare la bancarotta. Si gioca per avere i soldi dalle tv. E Spadafora enuncia un’idea al giorno su come mostrare un po’ di calcio “in chiaro” per evitare gli assembramenti.

Pare chiaro che il valore tecnico delle partite collasserà. Appena farà davvero caldo, chi scenderà in campo alle cinque del pomeriggio, baderà innanzitutto all’insolazione. Sono legittimi i dubbi sulla voglia di giocare di tanti calciatori (alcune società non hanno ancora pagato gli stipendi di marzo) e sulle reali “motivazioni”. Senza dimenticare i tanti che il 30 giugno avrebbero dovuto passare ad altra squadra…

L’esempio della NBA dimostra quanto siamo lontani dalle logiche produttive dello sport professionistico: lassù hanno deciso di escludere 8 franchigie su 30, quelle che non avrebbero più nulla da dire, non potendo più raggiungere i play-off. Il ragionamento è semplice: chiunque avesse incontrato quelle 8 squadre avrebbe avuto la strada spianata, si riprende a giocare con le 16 che oggi farebbero i play-off più le 6 che ancora possono acciuffarli.

Se osservo la classifica della Serie A, concludo che ci sono almeno 6 squadre che chiunque vorrebbe affrontare: Verona, Parma, Bologna, Sassuolo, Cagliari e Fiorentina non hanno nulla da dire. Hanno fra 35 e 30 punti, non possono arrivare in Europa, basterà qualche pareggio chirurgico per evitare brutte sorprese. Leggi il resto dell’articolo

Pasadena, senza le sudamericane che fanno la Ola

«Le condizioni ambientali in cui gli atleti devono esprimersi sono l’ultima preoccupazione di chi stabilisce la sede delle grandi competizioni internazionali. A Los Angeles e Seul, Atlanta e Pechino, si disputano gare con un inquinamento dell’aria e un contesto meteorologico palesemente pessimi. Ricordando l’umidità rovente di Pasadena ’94, quando il Brasile di Romário beffa l’Italia di Baggio, appare surreale che i Mondiali di calcio del 2022 si debbano giocare nel deserto del Qatar».

Mi cito. Sta scritto in Rivincite, e l’unica novità è che si è decido di giocare nell’inverno del Qatar. Per il resto, le polemiche di questi giorni sulla ripresa della Serie A sono lì a dimostrare che il calcio raramente impara dalle esperienze.

Ricordavo Pasadena, i Mondiali del 1994, giocati a orari (persino a mezzogiorno) e temperature assurde per compiacere le televisioni europee.

Adesso si ipotizza di riprendere la Serie A con tre fasce orarie: 21.00, 18.45 e 16.30.

Mancano 124 partite, è quasi certo che si ricomincerà il 13 giugno con i 4 recuperi, poi si giocherà dal 20 giugno ogni 3 giorni.

Siccome fra tante novità del “Protocollo per la ripresa agonistica” – che comprende l’assenza dei bambini-mascotte prima del fischio d’inizio e la sanificazione dell’orologio dell’arbitro – non mi pare ci sia la durata della partita, che resta di 90 minuti più recupero, con il classico intervallo di 15, è evidente che quel terzetto di orari – 16.30, 18.45 e 21.00: distanziati di 135 minuti  – asseconda le esigenze delle pay-tv. Che non si accontentano della partita, vogliono anche il tempo per le interviste e i commenti, volendo spremere ogni goccia di spettacolo della partita 1, prima di passare alla partita 2.

Ma non ve le ricordate le partite dei Mondiali del ’94, finalissima compresa?

Già le riprese tv erano da dilettanti – gli americani hanno sempre capito poco di calcio – ma almeno venivano ravvivate da lunghe sequenze sul pubblico che faceva la Ola, con primi piani su brasiliane discinte, che purtroppo mancheranno sulle tribune di Udine e Lecce, Bologna e Sassuolo.

Furono partite di esasperante bruttezza, nessuno deve insegnare ai calciatori come si fa a perdere tempo, evitare fatiche e infortuni: tanti passaggi orizzontali, zero pressing, lanci lunghi al solo scopo di riprendere la posizione, camminando e respirando con calma. Quei Mondiali furono costellati da un’infinità di pareggi, che si ripeteranno in questa Serie A che va conclusa per forza, ma nella quale metà delle squadre non ha più obiettivi.

Aggiungiamo il fatto che parecchie società non hanno ancora pagato gli stipendi di febbraio… Giocare in luglio alle 16.30 è una colossale stupidaggine. Sarebbe saggio giocare alle 18, alle 20 e alle 22, oppure in sole due fasce orarie: 18.30 e 21.30.

Simoni si nasce, un ricordo personale

Quello che segue è il post del 23 dicembre 2016 con il quale descrivevo la gestazione della biografia di Simoni: le sue “tre vite per il calcio”.

Ho letto molti ricordi affettuosi, e ho saputo che lo stadio di Pisa ospiterà, prima o poi (forse fra il 3 e il 6 giugno), un omaggio pubblico a questo protagonista del calcio italiano per oltre mezzo secolo.

In molti casi, ho trovato citata la nostra biografia (temo associata a una lettura affrettata) e continuo a credere che Gigi Simoni abbia avuto l’enorme privilegio di venire amato dalla grande maggioranza di coloro che amano il calcio. Persino da qualche juventino.

Breve viaggio intorno a Gigi Simoni

La palla non rotola

Quando discutiamo intorno all’eventuale ripartenza della Serie A, non stiamo parlando di sport. Parliamo di soldi (e un po’ di psicologia delle masse). Ogni scelta fa i conti con il gigantesco danno finanziario che incombe sul “passatempo nazionale”.

Ricapitoliamo; sabato 16 maggio riparte la Bundesliga; il 12 giugno ripartirà la Premier League; a metà giugno è prevista la ripresa della Liga spagnola; solo della Ligue 1 francese, con un atto governativo, è stata decretata la fine.

Come spesso accade in economia, il primo punto di riferimento è il “modello tedesco”: prevede di isolare il calciatore che dovesse risultare positivo, mentre il resto della squadra potrà proseguire gli allenamenti e le partite. La solitaria quarantena durerà 7 giorni. Pare che anche la Premier e la Liga intendano attestarsi su quel modello.

In Italia, invece, il Comitato Tecnico Scientifico ha stabilito che se risultasse positivo anche un solo giocatore, tutta la squadra va posta in quarantena. Per 14 giorni. E pare automatico che se la scoperta avvenisse dopo una partita, in quarantena dovrebbe andare anche la squadra avversaria.

Il 18 maggio riprendono gli allenamenti collettivi. In teoria, sabato 13 giugno potrebbe ripartire la Serie A. Sempre in linea teorica, se entro il 2 giugno nessuno fosse trovato positivo, con la clausura imposta alle squadre nessuno dovrebbe poi ammalarsi. Ma se succede? “La festa appena cominciata è già finita”, cantava Sergio Endrigo… Leggi il resto dell’articolo

L’altra metà del cielo. L’epopea delle donne volanti

Jean BattenNella fase pionieristica dell’aviazione, anni in cui alle donne veniva negato persino il diritto di voto, si scopre un’insospettabile presenza femminile. Diffidenze e pregiudizi sociali vennero sconfitti da una serie di donne di grande coraggio e abilità.

A Torino, l’8 luglio 1908, Thérèse Peltier prese posto a bordo del Voisin, pilotato da Léon Delagrange: è “la prima donna a essersi staccata da terra a bordo di un aeroplano”.

Il 22 ottobre 1909, un’altra francese, Elise Deroche – brevetto di pilotaggio numero 36 dell’Aeroclub di Francia – pilotò un aereo. Francese anche la terza donna pilota, Marie Marvingt.

Già ciclista e motociclista, la belga Hélène Dutrieu a bordo di un Blèriot si aggiudicò il 14 maggio 1911 il trofeo messo in palio da Vittorio Emanuele III per la gara di velocità, battendo sei colleghi maschi, nel corso della Settimana d’Aviazione di Firenze.

La giornalista Harriet Quimby fu la prima pilota nordamericana, e la prima donna ad attraversare la Manica in aereo – in 59 minuti, il 16 aprile 1912 – dopo quattro uomini (Louis Blériot l’aveva fatto nel 1909).

La prima italiana a conseguire un brevetto da pilota – numero 203 – a Milano nel 1913, fu Rosina Ferrario: volava su un Caproni.
Fra le due guerre, Bessie Coleman dovette andare in Francia a prendere il brevetto poiché nessuna scuola di volo statunitense accettava donne afro-americane; Queen Bess fu la prima persona di colore a volare negli Stati Uniti. Leggi il resto dell’articolo

Linea Alternativa, 28 aprile

Questo video “casalingo” riprende la parte conclusiva dell’intervista che ho rilasciato martedì scorso per il Numero Zero di un programma trasmesso da una web tv.

Stasera, pare, si dice, intorno alle 21.00 dovrei partecipare alla puntata Numero 1.

Ping-pong fra le due massime autorità sportive

Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: “Dal 18 maggio riprenderanno gli allenamenti di squadra. Sul campionato ci baseremo su elementi scientifici, oggi non disponibili. A metà maggio si potrà fare una previsione realistica… La maggioranza degli italiani non vede di buon occhio la ripresa del campionato, ma io non bado in questo momento ai sondaggi”.

Il presidente del Coni Giovanni Malagò: “La ripartenza? Siamo in buona compagnia con gli altri settori del Paese, oggi una buona parte degli sport si è rimessa in moto e speriamo il prima possibile di coinvolgere tutti… Calcio? Non metto bocca su una questione politica”.

Il problema è che saranno ancora lì quando l’emergenza sarà finita.

L’Inter più bella e divertente… Ma il calcio ci manca davvero?

L’idea del sondaggio l’ho copiata da uno sconosciuto su Twitter. È un “mi ricordo”, una tipica Operazione Nostalgia, mentre il pallone non rotola da quasi tre mesi.

Ho identificato 9 possibilità, limitando l’offerta agli anni fra il 1970 e il 2010 (avrei potuto inserire anche l’Inter allenata da Leonardo, capace di almeno 3 partite entusiasmanti, ma a quel punto dovevo riesumare anche Bagnoli e Ruben Sosa, Gigi Radice e Aldo Serena, e pure Zaccheroni con Vieri (osando l’inosabile, poteva starci anche la sgangherata Inter di Stramaccioni, Palacio e Guarìn). Secondo criterio di selezione, per ogni allenatore una sola annata, altrimenti il Mancio avrebbe meritato la doppietta con Ibra, e anche il Trap con la prima Coppa Uefa.

Ma il senso del gioco è chiaro: vincere è bello, e l’Inter ha un dna resultadista – grandi attaccanti, grandi difensori e grandi portieri, con storici limiti a centrocampo – che fa sì che le squadre più belle coincidano spesso con le più forti.

Ma alle squadre ci si affeziona anche per altro: per le corse scomposte di Taribo West, per le rovesciate di Checco Moriero, per i lanci millimetrati di Matteoli, per gli autogol di Ferri, per gli ultimi dribbling di Jair, per l’annata miracolosa di Ganz, per i tacchetti di Oriali e Marini, per le rovesciate di Bonimba e le capriole di Oba-Oba Martins, per le speranze su Prohaska, per il dualismo fra il Becca e Hansi Muller, per gli ultimi fuochi di Causio e Tardelli o per i continui infortuni di Kalle…

In questo senso, mi piacerebbe vedere più in alto l’Inter di Hodgson, che non ha vinto niente, anzi ha sperperato una Coppa Uefa in casa ai rigori, ma ha regalato sprazzi di calcio ubriacante: gli interpreti non valevano le corazzate di Mancini e Mourinho, si sprecava tanto con errori micidiali, ma la qualità della manovra era persino superiore.

Votate, comunque. Votate in tanti…

 

Da mesi, scrivo poco di calcio, e non è difficile accorgersi che questa pandemia ha modificato la percezione di quello che era il “passatempo nazionale”. Sulla ripresa del campionato, anzi, non mi stupisce che vi siano indifferenza e persino insofferenza. Molti pensano che non si possa giocare finché il virus non sarà sotto controllo, e che sia contronatura farlo a porte chiuse, in piena estate, alternando la lettura dei tabellini a quella degli esiti dei tamponi.

In un’era di populismi – grandi: Trump e Boris Johnson; medi: Salvini e Meloni; piccoli: i presidenti di Regione – è chiaro che tutti stanno calcolando il proprio tornaconto, se sia più “popolare” chiudere gli stadi o fingere la normalità.

La mia opinione è che dalla mancata conclusione del campionato possano derivare conseguenze disastrose, con la cancellazione di decine di squadre fra A, B e Lega Pro. Solo chi ha alle spalle grandi gruppi economici e finanziari potrà reggere l’urto di un debito spaventoso, la prospettiva di una superlega europea diverrebbe più concreta.

Non ho alcuna fiducia in chi dirige la baracca, ne vedo le ipocrisie e le complicità, ma non credo affatto alla catarsi post-dramma, e mi piacerebbe che oltre a fare di tutto per riprendere il gioco a giugno, si cominciasse a pianificare il calcio che verrà. Anziché lasciar fare al mercato, che sarà più spietato del virus…

Per questo, spero che si torni a giocare a giugno.

Serie A, il gioco delle parti

Due giorni fa ero convinto che il destino della Serie A fosse segnato.

Il Governo francese imponeva lo stop alla Ligue 1 – approvo il ricorso del Lione e, intanto, spero si sfogherà contro la Juve -, in Germania qualche ripensamento, le voci sulla lunga positività di Dybala, le inconciliabili divisioni fra presidenti (Lotito e Cellino a capo delle opposte fazioni, basta questo a far capire cos’è il calcio in Italia), Sky che non vuole pagare per un prodotto che non può trasmettere, la scarsissima autorevolezza dei Del Pino e dei Gravina, la strana alleanza fra Spadafora e Malagò… tutto spingeva a concludere che si saremmo rivisti a settembre. O peggio.

Sto cambiando idea.

Questo Governo ha troppi fronti aperti per sfidare l’impopolarità, dichiarando chiuso il campionato. Già con i Vescovi è in atto un’evidente retromarcia, si farà messa dal 10 maggio, e mi aspetto altri cedimenti, altre retromarce, altre eccezioni alla regola.

È un Governo debole, posto di fronte a un’emergenza disastrosa, non può fare la voce grossa con tutti. Oltre ai Vescovi, deve digerire che Regioni di centrodestra e centrosinistra applichino misure estensive, giustificate dal PIL. Facile dedurre che il famoso protocollo Figc verrà ritoccato e approvato (anche se non sarà facile giustificare tanti tamponi a una categoria di privilegiati), e anche qui si potrebbe passare alla Fase 2, ricominciando le chiacchiere sull’auspicabile trasmissione in chiaro di un po’ di partite a porte chiuse.

Con qualche giro di parole, a metà giugno potrebbe ripartire il campionato.

Tutto risolto, dunque? Neanche per sogno.

C’è un gigantesco non detto, che può far naufragare ogni ripartenza ma salvare capra e cavoli, cioè la faccia dei tanti, mediocri protagonisti di questo asperrimo conflitto. Faccio un’ipotesi: fino al 10-12 maggio, i dati dei nuovi contagiati andranno in discesa, e così pure il numero dei morti. Del resto, il numero dei “nuovi positivi” ieri è molto simile a quello del 9 marzo, quando certe autorità volevano far giocare Juve-Inter a porte aperte.

Ma verso il 12-14 ci sarà una lieve risalita, e forse intorno al 20 una risalita più pronunciata. Ecco, allora, che tornerà tutto in discussione. A fare la differenza, potrebbe essere il caso di 2-3 calciatori della stessa squadra che risultassero positivi, imponendo la quarantena dei compagni.

“Ci abbiamo provato!”, diranno, con il viso atteggiato a mestizia. E allora sì, ci rivedremo a settembre.

Infine, una domanda retorica: Andrea Agnelli che dice che non accetterebbe mai uno scudetto a tavolino, è lo stesso Andrea Agnelli che dopo Calciopoli ha fatto 38 ricorsi e chiesto 444 milioni di risarcimento alla Federcalcio?

Finitelo, ‘sto campionato!

In un mondo appena appena decente, non ci sarebbe molto da discutere: il campionato di calcio 2019-2020, sia di Serie A che di Serie B, va semplicemente annullato. È la sorte del rugby, del basket e del volley, quasi ogni giorno arriva la notizia dell’annullamento di un GP di Formula 1, di un torneo dello Slam, di qualche altra grande competizione. Ma lo sappiamo, il calcio in Italia fa sempre eccezione.

Dall’annullamento del campionato di calcio alcuni avrebbero un danno e altri un vantaggio – il Benevento meriterebbe la Serie A ben più del Brescia – e per non “vanificare” (il verbo cruciale in questi giorni) quanto è stato fatto, la prossima stagione potrebbe cominciare con i punti già accumulati in questa.

Tuttavia, molte situazioni critiche impediscono che venga scelta la strada più saggia, c’è il rischio di un’estate fra carte bollate e fallimenti a raffica, stipendi non pagati, “assembramenti” di tifosi sotto le sedi istituzionali… Occorre chiudere decentemente questa stagione disgraziata (non so chi abbia la forza di seguire per sei mesi le bombe di calciomercato, tipo Messi all’Inter). Si è persino valutato di giocare tutte le partite a Roma, perché non a Sassari? Leggi il resto dell’articolo

Ezio Vendrame, un ricordo in onore di chi ancora si divertiva a giocare a pallone

Tenevo una rubrica su Nessuno TV, era la primavera del 2008.

Per prima, la Juve

Fra le società italiane, la Juve era e rimane la più esposta – basti pensare al tracollo in Borsa – alle conseguenze a medio termine del Covid-19. Ma intanto ha saputo segnare un punto a favore, arrivando per prima al taglio degli stipendi dei calciatori.

Quattro mensilità azzerate: marzo, aprile, maggio e giugno. Qualcosa come 90 milioni di euro risparmiati. Implicitamente, si fa capire che il calcio “vero” non ripartirà prima di luglio. Se, poi, il periodo di inattività dovesse rivelarsi più breve, si faranno negoziati compensativi.

È la strada giusta. Chi non la seguisse – o non fosse capace di farlo – andrà incontro al disastro, perché la voce ingaggi è spaventosamente troppo alta in Italia, e i prossimi contratti con le tv e gli sponsor saranno segnati dal profondo rosso.

La soluzione juventina ha anche il pregio della semplicità. Da giorni si legge di accanite discussioni su come modulare il taglio degli stipendi, in percentuali diverse in base all’entità.

Imitare la Juventus – per batterla – è ciò per cui abbiamo assunto Marotta: facciamolo, dunque.

Olimpiadi rinviate, solo la Serie A ancora sembra crederci

Era successo nel 1940, e anche allora i Giochi dovevano tenersi in Giappone. Non so immaginare un gesto più carico di enfasi che rinviare le Olimpiadi. È accaduto. Avrà effetti incalcolabili. Resterà sui libri di storia accanto al numero spaventoso delle vittime di una pandemia che sta mettendo in ginocchio pezzi d’Italia, e temo si mostrerà ancora più tragica altrove: Spagna e Stati Uniti mostrano curve raccapriccianti.

Sui libri di storia, solo una nota a pié di pagina ricorderà Juventus-Inter e Atalanta-Valencia. Leggi il resto dell’articolo

I Senza Mura

Addio a Bora Stankovic, per me è stato come Helenio Herrera

Aveva quasi 95 anni, l’avrò visto per pochi secondi in interviste di repertorio, eppure la notizia della scomparsa di Borislav Stankovic mi ha emozionato.

Mi ha fatto tornare bambino, quando scelsi di tifare per Cantù, quelli dell’Oransoda, quando Bora ne era l’esotico condottiero. Data simbolo, il 7 aprile 1968: l’Oransoda sconfisse il Simmenthal Milano e cucì il primo scudetto sulla maglia.

Per il basket, è la terza leggenda che scompare in questo tragico 2020: Stankovic va considerato alla stessa stregua di David Stern e di Kobe Bryant, nell’aver reso questo sport il più praticato e globale al mondo.

La sua storia è, allo stesso tempo, la storia della pallacanestro jugoslava, europea e mondiale. Fu un ottimo giocatore, un fenomenale allenatore, un dirigente sportivo senza pari.

Nato in Bosnia-Herzegovina, a fine anni Quaranta, faceva parte della Stella Rossa Belgrado che conquistò tre campionati consecutivi; poi passò allo Železničar e infine al Partizan, dove smise di giocare e cominciò ad allenare. Dalla panchina, vinse altri 3 titoli jugoslavi con l’OKK Belgrado, prima di venire attirato in Brianza e dare l’impulso decisivo alla nascita del mito di Cantucky.

Arrivò che non sapeva una sola parola di italiano. Dopo tre mesi, già lo parlava bene. Più del primo scudetto (1968, che anno!), la sua eredità fu quella di costruire una struttura sportiva che allora fu definita college e oggi chiameremmo cantera. Direttore sportivo Gianni Corsolini; in campo, il quintetto-base era formato da Carlos D’Aquila, Recalcati, De Simone, Merlati e Burgess (gli ultimi tre definiti come “il muro di Cantù”); il vice allenatore era Arnaldo Taurisano, dalla panchina si alzavano Frigerio, Della Fiori (fu lui a chiamarlo Ciccio), Cossettini e Marino; negli allenamenti cominciò a coinvolgere il sedicenne Marzorati.

In seguito, ha diretto la Federbasket jugoslava, la federazione più straordinaria nella storia del basket europeo, capace di vincere tutto grazie alla coabitazione di talenti partoriti da diverse patrie ed etnie. E nel 1976, Stankovic andò alla Fiba, la federazione internazionale, quando ancora era solidissimo l’ipocrita muro che separava professionisti (Nba) e dilettanti (tutti gli altri). A dirigere la Fiba è rimasto 26 anni…

È sotto la gestione di Stankovic che sono stati introdotti il tiro da 3 punti e la divisione del tempo effettivo in 4 quarti. Ed è sotto la sua gestione che l’Nba ha abbandonato l’aureo isolamento e i suoi fenomeni sono sbarcati a Barcellona 1992, con il primo e inimitabile Dream Team.

Nel ‘78, Stankovic è entrato nel CIO e poi è stato coinvolto nella Naismith Basketball Hall of Fame, l’Arca della Gloria che già lo ha celebrato in vita.

Cos’altro manca per fermare tutto il calcio?

Cosa ho detto ieri a Radio Popolare, Barrilete Cosmico.

Da 5’20 al 20’00.

In un Paese con 200 morti, 2 ogni ora negli ultimi giorni, scuole chiuse, tribunali quasi e limitazioni alle libertà individuali mai praticate dal 1945, solo una cosa pare impossibile: far ragionare la Lega Serie A e imporre la trasmissione in chiaro delle partite.

Se non ci sarà un rapido sussulto di buon senso, non seguirò partite alla radio, alla televisione e nemmeno in rete. Mi hanno disgustato.

Scopri la differenza: fra bandoneón e fisarmonica, e fra Nedved e uno che può dare lezioni di morale

Il bandoneón – quello di Astor Piazzolla e Dino Saluzzi – è più piccolo della fisarmonica, e fu portato in Sudamerica dagli immigrati tedeschi.

A differenza della fisarmonica, il bandoneón non ha una tastiera vera e propria, ma porta dei bottoni su entrambi i lati.

 

A Marassi, il primo dicembre 2006 si giocò Genoa-Juventus. Finì 1-1: in gol, nel primo tempo, Pavel Nedved e l’attuale allenatore del Verona, Ivan Juric. In campo, Buffon, Marchisio, Camoranesi, Criscito; in panchina Chiellini. Juve allenata da Deschamps, Genoa da Giampiero Gasperini.

Passato il novantesimo, nel secondo dei minuti di recupero, Pavel Nedved venne espulso per un fallaccio e si prese 5 giornate di squalifica. Nella motivazione si leggeva: «Nedved, al 47’ del secondo tempo ha calpestato volontariamente la caviglia di un avversario e all’atto della consequenziale espulsione ha rivolto all’arbitro, con atteggiamento provocatorio, una frase irriguardosa, calpestandogli un piede, senza conseguenze lesive».

Dimenticavo: Nedved era già stato ammonito, l’arbitro era Stefano Farina di Novi Ligure. Ed era una partita di Serie B.

 

Rinviare gli Europei di Calcio: se non ora, quando?

La Uefa sta lanciando segnali tanto tranquillizzanti quanto miopi: ci viene detto che l’emergenza sanitaria non comprometterà lo svolgimento degli Europei di calcio, il cui calcio d’inizio è previsto per il 12 giugno. Meno di 100 giorni.

Mi sono convinto, al contrario, che gli Europei andrebbero rinviati di un anno, o almeno a fine agosto, e che la decisione debba essere assunta entro pochi giorni.

Il 12 giugno, mi pare ovvio che vari Paesi europei saranno ancora alle prese con la diffusione del contagio. Inoltre, lo svolgimento della competizione, per la prima volta, è previsto in 12 città diverse, di Paesi diversi: Roma, Copenaghen, Bucarest, Amsterdam, Dublino, Bilbao, Budapest, Glasgow, Baku, Monaco di Baviera, San Pietroburgo e, infine, Londra.

Giocare a porte chiuse? Impedire ai tifosi di fare turismo? Cambiare idea e giocare solo in Inghilterra (sempre ammesso che l’isola resti ai margini della diffusione del Coronavirus)?

Considerando che vari campionati nazionali escono terremotati, con rinvii di partite e recuperi ravvicinati (soprattutto per le grandi squadre che giocano le Coppe), lo spazio effettivo lasciato alle Nazionali si riduce al minimo. E le possibilità di infortunio dei calciatori più impegnati crescono esponenzialmente.

A mio parere, ci sono già oggi le condizioni per rinviare gli Europei. Ma forse all’Uefa aspettano il casus belli: uno o più casi di positività di un calciatore o di un arbitro. Quel campionato verrebbe immediatamente fermato per almeno due settimane di quarantena. Sta già accadendo in Lega Pro.

Leggete Arianna Ravelli sul Corriere.

A margine: spero che il governo abbia il buon gusto (e il buon senso) di rinviare il referendum costituzionale del 29 marzo. E spero, ma non ci credo, che nessuno faccia polemiche su questa decisione.