2205, mi ricordo

Mi ricordo uno sciopero dei giornalisti di RaiSport implicitamente motivato dal “lavoro usurante”: dover spiegare, ogni volta, con o senza il Var, perché l’arbitro finisce per favorire la Juventus.

Annunci

Beniamino Placido, un grande juventino che non poteva vedere Moggi

Giornalista, critico letterario, universalmente noto come critico televisivo (1986-1994 su «la Repubblica» la rubrica «A parer mio»): Placido era un intellettuale nel senso pieno del termine, cercava di usare l’intelletto mosso da autentica curiosità verso le persone e le cose. L’abbiamo conosciuto per il Processo a Rambo (dicembre 1985) e rimarrà uno degli incontri più fertili della mia vita… Sapeva dare un valore alle opere d’arte, ma evitava stroncature. Anzi, faceva notare come cambi il gusto del tempo: dai romanzi di Jules Verne ai film di Totò. Però ricordo un suo pezzo in cui diceva di non capire il successo di Jovanotti…

Ieri sera, su una di quelle reti che non si vergognano di niente, era ospite Luciano Moggi. Ovviamente ho cambiato canale. Lo faccio sempre, lo farò sempre. Vi invito a leggere quanto scriveva di Moggi uno juventino appassionato come Beniamino Placido.

Nel 1990, uscì un suo libretto per Il Mulino intitolato «Tre divertimenti». Placido si “diverte” ad attualizzare Manzoni, Collodi e Orazio.

Leggi il resto dell’articolo

Povera patria

Ieri pomeriggio vado ad assistere alla presentazione dell’ultimo libro di Sergio Giuntini: «L’agonismo della Padania», Sedizioni 2017.

La stima per l’autore esce confermata dall’analisi che propone, la ricostruzione storica dei quindici anni in cui Umberto Bossi investì sulla promozione e sugli eventi sportivi per consolidare l’organizzazione della Lega Nord (ultimo partito di massa), inventando tradizioni che facevano leva sul potere identitario dello sport. Fatta la Padania, bisognava fare i padani…

Come spesso accade in questi casi, alla fine il pubblico viene chiamato a fare domande. Ne arrivano 4-5 sensate, poi arriva un tipo che chiede conto dell’atteggiamento della Lega al tempo di Calciopoli, vaneggiando della colpevolezza di Moratti non inferiore a quella di Moggi, eccetera. Imbarazzo in sala…

Oggi leggo cosa pensa Alex Del Piero della apocalisse che ha colpito il calcio italiano e trovo un’altra, speculare forma di vaneggiamento.
“Calciopoli è stata come una bomba atomica: nel 2006 si è rotto il calcio. E non mi riferisco solo alla Juve. Da quel momento i grandi campioni sono andati a giocare all’estero e le altre nazionali sono cresciute esponenzialmente: la Premier è esplosa grazie alla bravura nella gestione dei cari brand all’estero e alla cessione oculata dei diritti tv; Real e Barcellona sono andati avanti con le rispettive politiche societarie; la Germania ha completato il percorso iniziato quando le fu assegnato il Mondiale del 2006; perfino in Francia sono arrivati grossi investitori stranieri a trasformare club come PSG e Monaco. L’Italia invece è crollata”.

Che Del Piero abbia la memoria corta, l’abbiamo visto mentre balbettava i suoi “Non ricordo” davanti alle domande di Guariniello. Che si possa ripartire da figure come la sua, per rifondare il calcio italiano, mi sembra impossibile. Scambia fischi per fiaschi. Dimentica che il vittorioso Mondiale del 2006 fu l’esito di una serie di vicende irripetibili (l’Italia poteva uscire agli Ottavi, anzi lo meritava) e che dopo il 2006 non è vero che il calcio italiano sia crollato. Il Milan vinse la Champions successiva e il 2010 dell’Inter – episodico quanto il 2006 azzurro – dicono il contrario.

Ma la gravità delle parole di Del Piero (che riecheggiano lo sproloquio del tipo visto alla presentazione del libro) sta altrove: nell’incapacità di fare i conti con i fatti, di esporre una mezza autocritica, di elaborare lutti tuttora vissuti come pura ingiustizia e non come parzialissimo pagamento dei conti con la legge.

Calciopoli incombe su costoro. Delle sentenze, non riescono a farsi una ragione. Né spendono una parola per criticare l’arroganza degli impuniti che sbeffeggiano tali sentenze, continua a esibire scudetti cancellati dall’Albo d’Oro.
Lo sconosciuto di ieri, Alex Del Piero e tanti come loro, sono fra le cause principali dello sfacelo (etico, prima che tecnico) del calcio italiano.

Il magnifico scudetto 2005-06

A fine maggio 2016 ho sottoposto un sondaggio ai frequentatori di questo blog. Rileggerne i risultati non è inutile, il giorno dopo la scomparsa di Guido Rossi, nell’imperante revisionismo che ammorba questo Paese.

Quanto alla mia opinione, espressa ripetutamente su questo blog e altrove, continuo a pensarla allo stesso, identico modo: quello è uno scudetto che sono contento di aver vinto e fa solo da parziale, minimo risarcimento di oltre un decennio di furti palesi e non accertati. Per non parlare della spregevole, successiva chiamata in causa di chi non poteva più difendersi…

L’encomiabile Crosetti proprio non ce la fa a vedere la Juve per quel che è…

Maurizio Crosetti, giornalista di Repubblica, è uno di quei tifosi juventini che riescono ancora a discernere le “vittorie sul campo” dalle truffe.
Ieri ha scritto della decisione della Juventus di richiamare il dottor Riccardo Agricola, con il ruolo di direttore sanitario del JMedical.

“In Italia lavorano circa 240 mila medici, ma uno soltanto era responsabile dello staff sanitario della Juventus al processo per doping, uno solo venne condannato a un anno e dieci mesi in primo grado (2002) per abuso di farmaci e somministrazione di specialità medicinali diverse da quelle dichiarate, assolto in appello (2005) e prescritto (non assolto) in Cassazione nel 2007. Ebbene, Riccardo Agricola diventerà il direttore sanitario dello JMedical, la struttura non appartenente alla Juventus, come ribadito ieri dal club, ma dalla Juventus controllata e a lei vicinissima. Agricola, 71 anni, rappresenta dunque il più clamoroso dei ritorni in bianconero e forse non il più opportuno. Perché ai giocatori juventini, giovani e sanissimi, venivano somministrati psicofarmaci? Perché il sangue di alcuni di loro era denso come marmellata? Sono alcune tra le molte domande che tre gradi di giudizio non hanno mai del tutto chiarito. Se poi la giustizia ha fatto i conti con i consueti tempi biblici, e se quell’ombra di prescrizione non si è mai davvero dissolta, era proprio il caso di insistere riproponendo il dottor Agricola? Una scelta ai limiti della provocazione o della sfida, non si capisce bene a chi. Oppure, semplicemente, la categoria dei medici sportivi negli ultimi dieci anni non ha prodotto nulla più di questa vecchia gloria (…)
Si ha un bel dire che esiste un accanimento mediatico contro quella lunga stagione bianconera, tra legittimi trionfi sportivi, processi per doping, scudetti cancellati, schede telefoniche e retrocessione in B, ma è la stessa Juventus a non incoraggiare un oblio che in parte le gioverebbe. Poi, certo, il dottor Agricola non è il dottor Mengele, ma tra 240 mila medici forse si poteva scegliere diversamente”.

Crosetti ha ragione, ma sembra non voler vedere un aspetto del problema: la Juventus è abituata a rivendicare tutto, si attribuisce i due scudetti cancellati dalla giustizia sportiva, non ha mai ritirato la causa “temeraria” per danni contro la Federcalcio, non ha mai messo a bilancio le cifre necessarie a pagare i veri danneggiati di Calciopoli (Gazzoni Frascara, per esempio) e così facendo ha scientemente falsificato il bilancio, scommettendo di poter dilazionare il pagamento alle calende greche.

La Juve è questa, prendere o lasciare. Richiamare al lavoro quel signore di 71 anni che rendeva il sangue dei calciatori “denso come marmellata” è un risarcimento alla sua omertà.

Il senso di appartenenza ce l’hanno anche alla Juve. E non mancano di riconoscenza…

Trovo sia una buona notizia: il dottor Riccardo Agricola, già medico sociale della Juventus, dopo le note vicissitudini societarie è pronto a tornare in società. Ammesso abbia mai smesso di farlo.

Un sito web noto per la pacatezza e ragionevolezza del discettare di Farsopoli e armadietti stracolmi di medicinali – IlBiancoNero.com – ha fatto trapelare ciò che ho appena letto su Calciomercato.com.
“La Juve dovrebbe affidare ad Agricola la gestione del J Medical, il centro medico privato totalmente gestito dalla società bianconera la cui sede è adiacente allo stadio della Juve”.
Auspico che quel “dovrebbe” diventi presto un indicativo presente. Agricola ha un grande merito, a cui la Juve non può essere indifferente: ha sempre tenuto la bocca chiusa.

Agricola venne condannato a un anno e dieci mesi in primo grado, prosciolto in Appello, la Procura fece ricorso in Cassazione, che nel marzo 2007 annullò la sentenza di secondo grado. I giudici diedero ragione alle tesi dell’accusa, ma nel frattempo il reato era prescritto (quando uno juventino straparla di prescrizione, ricordategli almeno questo).
In pratica, venne ritenuta fondata l’accusa di doping e di frode sportiva: un’ombra pesante sui trionfi bianconeri della gestione Moggi-Giraudo-Lippi-Agricola: tre scudetti, una Champions League, due Supercoppe italiane, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale.

La vicenda partì nell’agosto 1998 con la celeberrima intervista a Zeman sul calcio che doveva uscire dalle farmacie. A settembre, dovette dimettersi il presidente del CONI Pescante per lo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acquacetosa. Solo nel maggio 1999, il doping diventa reato penale.
Intanto si scopre che “l’armadietto” dei farmaci della Juventus ne contiene 291, uno diverso dall’altro (più di molti piccoli ospedali). Nell’estate 2003, assistiamo alle testimonianze imbarazzanti dei calciatori. Mario Sconcerti commentò così la prescrizione: “Quasi nove anni dopo le denunce di Zeman resta un dato di fatto: una grande società è stata condannata per frode sportiva dalla giustizia ordinaria. Gravissimo è che il reato non possa essere discusso in sede sportiva”.

Fra le motivazioni della sentenza del primo processo sul doping, scritte dal giudice Giuseppe Casalbore, sta scritto che “il medico sociale della Juventus, Riccardo Agricola… usò tutti gli espedienti per migliorare le prestazioni, influendo sui risultati”. In piena coerenza con il mantra: “Vincere è l’unica cosa che conta”.

Un paio di mesi fa, Raffaele Guariniello era ospite a Radio1, dove ha detto: “Non facciamo l’errore che fanno molti politici, che trasformano la prescrizione in assoluzione. È stata dichiarata la prescrizione ma la Cassazione ha dichiarato una cosa molto importante… Che il fatto era un reato, però era prescritto”.
Quindi la Juventus, secondo lei, usava dei prodotti per migliorare le prestazioni sportive?
“La Cassazione ha detto che quello era un fatto di frode sportiva”.

L’estraneità di Suning è insopportabile

Paghino pure una cifra folle per un settantenne che il meglio ha finito di darlo dieci anni fa: i soldi sono i loro, e l’ingaggio di Fabio Capello fa parte della strategia generale che punta ad accendere i riflettori sul calcio cinese in vista dell’auspicata concessione dei Mondiali 2030.
Ma solo degli autentici sprovveduti – ottusi e incapaci di trovare consulenti adeguati – possono consentire a un loro stipendiato di fare quel che ha appena fatto Fabio Capello, nuovo allenatore dello Jiangsu Suning.
Nella presentazione ufficiale a Nanchino, Capello era accanto ai suoi vice, Zambrotta e Brocchi (altri due mostri di simpatia) e ha detto: “Di fianco a me c’è Zambrotta: insieme abbiamo vinto due campionati che ci sono stati tolti ma noi li abbiamo vinti sul campo”.

Cari Zhang senior e Zhang junior, prima di gettare via i soldi, dovreste farvi una full immersion nella storia del calcio italiano.

Doparsi era un reato, la Juve si dopava e non venne assolta, ma solo prescritta

Raffaele Guariniello va ospite a Radio1 (Un giorno da pecora), e ci fa sapere tre cose.

Che da bambino era juventino.

Che durante il processo per doping, il “duro” Montero, chiese al giudice di poter essere interrogato in una stanza riservata, senza altri testimoni, perché si vergognava.

Che la Juve non fu assolta dall’accusa per doping, anzi tutto il contrario:
“Non facciamo l’errore che fanno molti politici, che trasformano la prescrizione in assoluzione. È stata dichiarata la prescrizione ma la Cassazione ha dichiarato una cosa molto importante”.
Quale?
“Che il fatto era un reato, però era prescritto”.
Quindi la Juventus, secondo lei, usava dei prodotti per migliorare le prestazioni sportive?
“La Cassazione ha detto che quello era un fatto di frode sportiva”.

Nella foto, l’indimenticabile esultanza del dottor Agricola.

Suvvia, restituiamo anche lo scudetto alla Juve. E con tante scuse

In un Paese delle Banane, può accadere anche questo. Che una squadra che ha falsificato i bilanci e pagato ingaggi in nero, si veda restituire due scudetti (e altre coppe) dall’esimio Coni, la cui “Quarta Sezione del Collegio di Garanzia”, presieduta da tal Dante D’Alessio, ha appena annullato il procedimento sportivo che aveva portato alla revoca dei titoli conquistati nel 2012 e nel 2013 dalla Mens Sana Basket (scudetti 2012 e 2013, Coppa Italia 2012 e 2013, Supercoppa 2013).

La sentenza che aveva privato Siena di quei 5 titoli poggiava sulla responsabilità oggettiva nella frode sportiva che aveva portato alla radiazione del massimo dirigente di Siena, Ferdinando Minucci, e all’inibizione per tre anni per altri dirigenti. Dal Coni arriva questo segnale: condanne annullate e processo da rifare, “decisione più unica che rara, seppur evidentemente non definitiva visto che un processo ci sarà comunque”, scrive la Gazzetta.

La Federbasket si era presentata al Coni difendendo le conclusioni dei primi due gradi di giudizio con l’argomentazione secondo cui il pagamento in nero dei tesserati, emerso nel processo penale, avrebbe falsato i bilanci: in pratica, il club non aveva i parametri per iscriversi ai campionati che poi ha vinto.

Per la difesa, invece, “non sarebbe stato dimostrato un nesso di causalità tra condotte fiscali e risultati sportivi”, e già questa è una barzelletta pronunciabile solo in Italia. Inoltre, gli avvocati difensori vogliono derubricare la fattispecie di reato da frode sportiva a semplice violazione degli obblighi di lealtà e correttezza. E in questo caso, non è prevista la revoca dei titoli.

In un Paese come il nostro, la giustizia è un tiro di dadi. Anche se le sentenze di condanna sono state più di 30, non meravigliatevi se dopodomani qualcuno restituirà gli scudetti alla Juve, con tante scuse.

#Agnellideferito: strano lo scandalo per l’espressione “rapporti con la malavita”, sembra dire che la malavita sono gli altri, non la Juve.

Il Paese dei Mughini

«Adesso quali schede telefoniche ci sono ad investire il mondo del calcio?».
La domanda retorica che Giampiero Mughini ha appena rivolto a chi incredibilmente insiste nel vedere arbitraggi smaccatamente favorevoli alla Juve è un tipico lapsus freudiano.

A suo tempo, quando avrebbe dovuto, Mughini ha negato qualsiasi ruolo alle sim estere che Moggi dispensava agli arbitri.
Oggi, per segnare una differenza con quell’epoca, finge di dare importanza alle schede telefoniche.
Dovrei usare parole pesanti, offensive, per esprimere quel che davvero penso dei milioni di negazionisti alla Mughini che infestano il dibattito pubblico (sport e politica, lo sappiamo, vivono solo sfumature diverse).

Quello che mi sembra davvero spaventoso è che milioni di Mughini riescano a credere, contemporaneamente e senza una sola parola di autocritica, che: 1) le sim estere non esistono oppure non servono ad altro che a difendere i legittimi interessi della Juve; 2) chi perde ha sempre torto; 3) vabbé, le sim c’erano ma adesso non ci sono più; 4) la Juve è più forte e vincerebbe comunque; 5) però all’estero, chissà perché, fischiano rigori su falli di Chiellini…
Costoro facevano festa all’Heysel (bravo Tardelli a dissociarsi) e a Bari, il 14 maggio 2006.

Dal punto di vista etico, la Juventus costituisce una delle zavorre dell’Italia, come la criminalità organizzata e l’evasione fiscale.

Non ho mai visto dare un rigore così, al novantacinquesimo e con una palla a meno di due metri.

Non ho mai visto dare un rigore così contro la Juventus, in Italia, nel mezzo secolo che seguo il calcio.

Lo Juventus Stadium è un’entità extraterritoriale, in cui valgono regole diverse dal resto del territorio nazionale. Ma Galliani e Montella sanno come si sta al mondo, sanno di essere ancora a credito sugli arbitraggi (chiedete al Sassuolo) e che il Milan sarà puntualmente risarcito nelle prossime 10 partite. Pagheranno Lazio o Atalanta.

Chi ancora non può capirlo è Donnarumma, gli sfugge un labiale anti-juventino, fra qualche anno riuscirà a evitarlo.

“La Juventus deve vincere anche contro i torti arbitrali”: bum! È lo stesso Marotta che dirigeva la Samp e denunciava i favori alla Juve?