Manette per Srdjan Obradovic…

Sono contrario, risolutamente contrario, alla costruzione di nuove carceri, che pare faccia parte del programma di governo in via di definizione. Però…
Leggo che in Serbia un tale Srdjan Obradovic sarebbe stato arrestato per un reato particolarmente odioso.

Di professione arbitro, il signor Obradovic (da Schio?) dopo aver assegnato un rigore inesistente sia stato “arrestato per abuso d’ufficio”.
Sembra che costui avesse “palesemente favorito la squadra di casa durante un match di campionato. È finito in manette”, scrive l’edizione online del Corriere.

“Tutto è accaduto al termine della partita fra lo Spartak di Subotica e Radnicki di Nis, entrambe in corsa per l’Europa League. Il direttore di gara ha assegnato due rigori alla squadra di casa, uno assolutamente inesistente. Una condotta che avrebbe palesemente favorito lo Spartak. Risultato: Obradovic è stato arrestato e dovrà comparire davanti al giudice per rispondere dell’accusa di abuso d’ufficio”.

Se in Italia prendesse piede una simile pratica, l’annoso problema del sovraffollamento delle carceri tornerebbe esplosivo.

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Epitaffio per Tardelli

Dopo gli interisti Bonimba, Mazzola e Facchetti, Johann Cruyff, Giggirriva e Marco Tardelli sono i calciatori che ho amato di più nella mia giovinezza.
Vedere Tardelli passare dal Como alla Juve è stato terribile, l’Inter se lo fece sfuggire e vestì il nerazzurro con una dozzina d’anni di ritardo, ancora in tempo per una decine di partite di levatura eccezionale (su tutte, la doppietta al Real Madrid in una semifinale di Coppa Uefa).

Tardelli, inoltre, ha sempre avuto fama di essere “di sinistra”: non ricordo nulla che giustifichi questa immagine, ma certo non è stato uno di quei calciatori “soldatini” (direbbe Cassano) da un colpo al cerchio e un colpo alla botte, e anche qualche aspetto della sua vita privata deponeva a favore.

Dopo domenica sera, la mia opinione su “Schizzo” è precipitata ai minimi termini.
Perché è lui, molto più di Chiellini, a essere uscito malissimo dalla discussione opportunamente innescata da Riccardo Cucchi sul numero degli scudetti effettivamente vinti dalla Juventus.

Al bar puoi, su una rete televisiva “servizio pubblico” no.
Non puoi uscirtene con un’enormità come “Ma tanto li hai vinti, che te ne frega”. Il peggior qualunquismo e un così esibito disprezzo per le regole mi appaiono imperdonabili provenendo da un mito come lui.

Come faccio sempre con Moggi, ogni volta che mi troverò di fronte Marco Tardelli, cambierò canale.

Chiellini e il regolamento ad personam

Se escludiamo la partita contro il Tottenham, nelle ultime 17 la Juventus ha subito un solo gol. Ripeto, uno solo. Solo un gol in oltre 1500 minuti.

Dal 22 novembre, per 8 partite consecutive non ha subito gol, affrontando anche Barcellona, Napoli al San Paolo, e Roma; poi ne ha subito uno, ininfluente, dall’ex juventino, Martin Caceres; poi altre 7 partite senza subire gol; poi il Tottenham, infine il derby.

Nel derby, la linea difensiva davanti a Szczesny era improvvisata: De Sciglio, Rugani, Chiellini, Asamoah. Mancavano Buffon, Lichtsteiner, Barzagli, Benatia e Howedes, mentre Alex Sandro veniva avanzato in attacco (e segnava il gol decisivo).
Contro il Toro, in casa del Toro (che vive il derby come la partita dell’anno), la Juve va a vincere anche se le manca l’intero attacco titolare (Mandzukic, Higuain, Dybala).

Difficile negare che si tratti di una squadra eccezionale.
Spesso penso che le riserve della Juve siano superiori ai titolari dell’Inter.
Però…
Se la “prova tv” non viene applicata sulla manata o pugno di Chiellini a Belotti, vuol dire che le regole – in Italia – per qualcuno si applicano e per altri si interpretano.

Chiellini andava espulso, ma l’arbitro non ha visto
Chiellini andava espulso, ma non ha visto nemmeno l’arbitro accanto al VAR.
E per non sputtanare i due arbitri, non ha voluto vedere nemmeno il giudice sportivo.

Per fortuna, chi si fa il sangue amaro sa bene che poi la Juve va in Europa e subisce la pena del contrappasso.

Minucci è solo l’ultimo a dire “così fan tutti”

Ferdinando Minucci è stato presidente e direttore generale della squadra di basket di Siena, che ha vinto 8 scudetti (7 consecutivi), 5 Coppe Italia e 6 Supercoppe.

Dichiarata fallita nel 2014, la Mens Sana si è vista revocare dal tribunale federale gli ultimi due scudetti, un paio di Coppe Italia e una Supercoppa, mentre Minucci è stato rinviato a giudizio per frode fiscale, bancarotta e associazione a delinquere. L’accusa: aver falsificato le scritture contabili nei bilanci dal 2007 al 2013.

Intervistato dal Corriere, oggi, Minucci si limita ad ammettere “di aver utilizzato fatture sovrastimate per reperire fondi extracontabili”. Dice di averlo fatto a partire dal 2006. Dice che lo facevano tutti. E conclude: “E quale sarebbe il vantaggio illecito? Noi abbiamo vinto sul campo, con una squadra forte e motivata”.
Echi di Juventus e di Calciopoli?
Anche il sindaco Pd di Siena ebbe l’ardire di chiamarli “scudetti vinti sul campo”.

Parlano di vittorie sul campo quelli che pagavano in nero e sottraevano i migliori giocatori alla concorrenza. La mia Cantù si è vista sfilare Stonerook, Thornton e Kaukenas, che a Siena venivano coperti d’oro proprio grazie a “fatture sovrastimate per reperire fondi extracontabili”.

La mia opinione è che Siena abbia vinto campionati e coppe a cui non aveva diritto a partecipare per aver falsificato i bilanci. Ma basta dire “così fan tutti” per pretendere di passare da vittime.

Inammissibile, vergognosa e scandalosa è solo la pretesa giornalistica di costruire una frase sensata in cui possano stare sia Juventus che fair play. 

2205, mi ricordo

Mi ricordo uno sciopero dei giornalisti di RaiSport implicitamente motivato dal “lavoro usurante”: dover spiegare, ogni volta, con o senza il Var, perché l’arbitro finisce per favorire la Juventus.

Beniamino Placido, un grande juventino che non poteva vedere Moggi

Giornalista, critico letterario, universalmente noto come critico televisivo (1986-1994 su «la Repubblica» la rubrica «A parer mio»): Placido era un intellettuale nel senso pieno del termine, cercava di usare l’intelletto mosso da autentica curiosità verso le persone e le cose. L’abbiamo conosciuto per il Processo a Rambo (dicembre 1985) e rimarrà uno degli incontri più fertili della mia vita… Sapeva dare un valore alle opere d’arte, ma evitava stroncature. Anzi, faceva notare come cambi il gusto del tempo: dai romanzi di Jules Verne ai film di Totò. Però ricordo un suo pezzo in cui diceva di non capire il successo di Jovanotti…

Ieri sera, su una di quelle reti che non si vergognano di niente, era ospite Luciano Moggi. Ovviamente ho cambiato canale. Lo faccio sempre, lo farò sempre. Vi invito a leggere quanto scriveva di Moggi uno juventino appassionato come Beniamino Placido.

Nel 1990, uscì un suo libretto per Il Mulino intitolato «Tre divertimenti». Placido si “diverte” ad attualizzare Manzoni, Collodi e Orazio.

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Povera patria

Ieri pomeriggio vado ad assistere alla presentazione dell’ultimo libro di Sergio Giuntini: «L’agonismo della Padania», Sedizioni 2017.

La stima per l’autore esce confermata dall’analisi che propone, la ricostruzione storica dei quindici anni in cui Umberto Bossi investì sulla promozione e sugli eventi sportivi per consolidare l’organizzazione della Lega Nord (ultimo partito di massa), inventando tradizioni che facevano leva sul potere identitario dello sport. Fatta la Padania, bisognava fare i padani…

Come spesso accade in questi casi, alla fine il pubblico viene chiamato a fare domande. Ne arrivano 4-5 sensate, poi arriva un tipo che chiede conto dell’atteggiamento della Lega al tempo di Calciopoli, vaneggiando della colpevolezza di Moratti non inferiore a quella di Moggi, eccetera. Imbarazzo in sala…

Oggi leggo cosa pensa Alex Del Piero della apocalisse che ha colpito il calcio italiano e trovo un’altra, speculare forma di vaneggiamento.
“Calciopoli è stata come una bomba atomica: nel 2006 si è rotto il calcio. E non mi riferisco solo alla Juve. Da quel momento i grandi campioni sono andati a giocare all’estero e le altre nazionali sono cresciute esponenzialmente: la Premier è esplosa grazie alla bravura nella gestione dei cari brand all’estero e alla cessione oculata dei diritti tv; Real e Barcellona sono andati avanti con le rispettive politiche societarie; la Germania ha completato il percorso iniziato quando le fu assegnato il Mondiale del 2006; perfino in Francia sono arrivati grossi investitori stranieri a trasformare club come PSG e Monaco. L’Italia invece è crollata”.

Che Del Piero abbia la memoria corta, l’abbiamo visto mentre balbettava i suoi “Non ricordo” davanti alle domande di Guariniello. Che si possa ripartire da figure come la sua, per rifondare il calcio italiano, mi sembra impossibile. Scambia fischi per fiaschi. Dimentica che il vittorioso Mondiale del 2006 fu l’esito di una serie di vicende irripetibili (l’Italia poteva uscire agli Ottavi, anzi lo meritava) e che dopo il 2006 non è vero che il calcio italiano sia crollato. Il Milan vinse la Champions successiva e il 2010 dell’Inter – episodico quanto il 2006 azzurro – dicono il contrario.

Ma la gravità delle parole di Del Piero (che riecheggiano lo sproloquio del tipo visto alla presentazione del libro) sta altrove: nell’incapacità di fare i conti con i fatti, di esporre una mezza autocritica, di elaborare lutti tuttora vissuti come pura ingiustizia e non come parzialissimo pagamento dei conti con la legge.

Calciopoli incombe su costoro. Delle sentenze, non riescono a farsi una ragione. Né spendono una parola per criticare l’arroganza degli impuniti che sbeffeggiano tali sentenze, continua a esibire scudetti cancellati dall’Albo d’Oro.
Lo sconosciuto di ieri, Alex Del Piero e tanti come loro, sono fra le cause principali dello sfacelo (etico, prima che tecnico) del calcio italiano.

Il magnifico scudetto 2005-06

A fine maggio 2016 ho sottoposto un sondaggio ai frequentatori di questo blog. Rileggerne i risultati non è inutile, il giorno dopo la scomparsa di Guido Rossi, nell’imperante revisionismo che ammorba questo Paese.

Quanto alla mia opinione, espressa ripetutamente su questo blog e altrove, continuo a pensarla allo stesso, identico modo: quello è uno scudetto che sono contento di aver vinto e fa solo da parziale, minimo risarcimento di oltre un decennio di furti palesi e non accertati. Per non parlare della spregevole, successiva chiamata in causa di chi non poteva più difendersi…

L’encomiabile Crosetti proprio non ce la fa a vedere la Juve per quel che è…

Maurizio Crosetti, giornalista di Repubblica, è uno di quei tifosi juventini che riescono ancora a discernere le “vittorie sul campo” dalle truffe.
Ieri ha scritto della decisione della Juventus di richiamare il dottor Riccardo Agricola, con il ruolo di direttore sanitario del JMedical.

“In Italia lavorano circa 240 mila medici, ma uno soltanto era responsabile dello staff sanitario della Juventus al processo per doping, uno solo venne condannato a un anno e dieci mesi in primo grado (2002) per abuso di farmaci e somministrazione di specialità medicinali diverse da quelle dichiarate, assolto in appello (2005) e prescritto (non assolto) in Cassazione nel 2007. Ebbene, Riccardo Agricola diventerà il direttore sanitario dello JMedical, la struttura non appartenente alla Juventus, come ribadito ieri dal club, ma dalla Juventus controllata e a lei vicinissima. Agricola, 71 anni, rappresenta dunque il più clamoroso dei ritorni in bianconero e forse non il più opportuno. Perché ai giocatori juventini, giovani e sanissimi, venivano somministrati psicofarmaci? Perché il sangue di alcuni di loro era denso come marmellata? Sono alcune tra le molte domande che tre gradi di giudizio non hanno mai del tutto chiarito. Se poi la giustizia ha fatto i conti con i consueti tempi biblici, e se quell’ombra di prescrizione non si è mai davvero dissolta, era proprio il caso di insistere riproponendo il dottor Agricola? Una scelta ai limiti della provocazione o della sfida, non si capisce bene a chi. Oppure, semplicemente, la categoria dei medici sportivi negli ultimi dieci anni non ha prodotto nulla più di questa vecchia gloria (…)
Si ha un bel dire che esiste un accanimento mediatico contro quella lunga stagione bianconera, tra legittimi trionfi sportivi, processi per doping, scudetti cancellati, schede telefoniche e retrocessione in B, ma è la stessa Juventus a non incoraggiare un oblio che in parte le gioverebbe. Poi, certo, il dottor Agricola non è il dottor Mengele, ma tra 240 mila medici forse si poteva scegliere diversamente”.

Crosetti ha ragione, ma sembra non voler vedere un aspetto del problema: la Juventus è abituata a rivendicare tutto, si attribuisce i due scudetti cancellati dalla giustizia sportiva, non ha mai ritirato la causa “temeraria” per danni contro la Federcalcio, non ha mai messo a bilancio le cifre necessarie a pagare i veri danneggiati di Calciopoli (Gazzoni Frascara, per esempio) e così facendo ha scientemente falsificato il bilancio, scommettendo di poter dilazionare il pagamento alle calende greche.

La Juve è questa, prendere o lasciare. Richiamare al lavoro quel signore di 71 anni che rendeva il sangue dei calciatori “denso come marmellata” è un risarcimento alla sua omertà.

Il senso di appartenenza ce l’hanno anche alla Juve. E non mancano di riconoscenza…

Trovo sia una buona notizia: il dottor Riccardo Agricola, già medico sociale della Juventus, dopo le note vicissitudini societarie è pronto a tornare in società. Ammesso abbia mai smesso di farlo.

Un sito web noto per la pacatezza e ragionevolezza del discettare di Farsopoli e armadietti stracolmi di medicinali – IlBiancoNero.com – ha fatto trapelare ciò che ho appena letto su Calciomercato.com.
“La Juve dovrebbe affidare ad Agricola la gestione del J Medical, il centro medico privato totalmente gestito dalla società bianconera la cui sede è adiacente allo stadio della Juve”.
Auspico che quel “dovrebbe” diventi presto un indicativo presente. Agricola ha un grande merito, a cui la Juve non può essere indifferente: ha sempre tenuto la bocca chiusa.

Agricola venne condannato a un anno e dieci mesi in primo grado, prosciolto in Appello, la Procura fece ricorso in Cassazione, che nel marzo 2007 annullò la sentenza di secondo grado. I giudici diedero ragione alle tesi dell’accusa, ma nel frattempo il reato era prescritto (quando uno juventino straparla di prescrizione, ricordategli almeno questo).
In pratica, venne ritenuta fondata l’accusa di doping e di frode sportiva: un’ombra pesante sui trionfi bianconeri della gestione Moggi-Giraudo-Lippi-Agricola: tre scudetti, una Champions League, due Supercoppe italiane, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale.

La vicenda partì nell’agosto 1998 con la celeberrima intervista a Zeman sul calcio che doveva uscire dalle farmacie. A settembre, dovette dimettersi il presidente del CONI Pescante per lo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acquacetosa. Solo nel maggio 1999, il doping diventa reato penale.
Intanto si scopre che “l’armadietto” dei farmaci della Juventus ne contiene 291, uno diverso dall’altro (più di molti piccoli ospedali). Nell’estate 2003, assistiamo alle testimonianze imbarazzanti dei calciatori. Mario Sconcerti commentò così la prescrizione: “Quasi nove anni dopo le denunce di Zeman resta un dato di fatto: una grande società è stata condannata per frode sportiva dalla giustizia ordinaria. Gravissimo è che il reato non possa essere discusso in sede sportiva”.

Fra le motivazioni della sentenza del primo processo sul doping, scritte dal giudice Giuseppe Casalbore, sta scritto che “il medico sociale della Juventus, Riccardo Agricola… usò tutti gli espedienti per migliorare le prestazioni, influendo sui risultati”. In piena coerenza con il mantra: “Vincere è l’unica cosa che conta”.

Un paio di mesi fa, Raffaele Guariniello era ospite a Radio1, dove ha detto: “Non facciamo l’errore che fanno molti politici, che trasformano la prescrizione in assoluzione. È stata dichiarata la prescrizione ma la Cassazione ha dichiarato una cosa molto importante… Che il fatto era un reato, però era prescritto”.
Quindi la Juventus, secondo lei, usava dei prodotti per migliorare le prestazioni sportive?
“La Cassazione ha detto che quello era un fatto di frode sportiva”.

L’estraneità di Suning è insopportabile

Paghino pure una cifra folle per un settantenne che il meglio ha finito di darlo dieci anni fa: i soldi sono i loro, e l’ingaggio di Fabio Capello fa parte della strategia generale che punta ad accendere i riflettori sul calcio cinese in vista dell’auspicata concessione dei Mondiali 2030.
Ma solo degli autentici sprovveduti – ottusi e incapaci di trovare consulenti adeguati – possono consentire a un loro stipendiato di fare quel che ha appena fatto Fabio Capello, nuovo allenatore dello Jiangsu Suning.
Nella presentazione ufficiale a Nanchino, Capello era accanto ai suoi vice, Zambrotta e Brocchi (altri due mostri di simpatia) e ha detto: “Di fianco a me c’è Zambrotta: insieme abbiamo vinto due campionati che ci sono stati tolti ma noi li abbiamo vinti sul campo”.

Cari Zhang senior e Zhang junior, prima di gettare via i soldi, dovreste farvi una full immersion nella storia del calcio italiano.

Doparsi era un reato, la Juve si dopava e non venne assolta, ma solo prescritta

Raffaele Guariniello va ospite a Radio1 (Un giorno da pecora), e ci fa sapere tre cose.

Che da bambino era juventino.

Che durante il processo per doping, il “duro” Montero, chiese al giudice di poter essere interrogato in una stanza riservata, senza altri testimoni, perché si vergognava.

Che la Juve non fu assolta dall’accusa per doping, anzi tutto il contrario:
“Non facciamo l’errore che fanno molti politici, che trasformano la prescrizione in assoluzione. È stata dichiarata la prescrizione ma la Cassazione ha dichiarato una cosa molto importante”.
Quale?
“Che il fatto era un reato, però era prescritto”.
Quindi la Juventus, secondo lei, usava dei prodotti per migliorare le prestazioni sportive?
“La Cassazione ha detto che quello era un fatto di frode sportiva”.

Nella foto, l’indimenticabile esultanza del dottor Agricola.