Doparsi era un reato, la Juve si dopava e non venne assolta, ma solo prescritta

Raffaele Guariniello va ospite a Radio1 (Un giorno da pecora), e ci fa sapere tre cose.

Che da bambino era juventino.

Che durante il processo per doping, il “duro” Montero, chiese al giudice di poter essere interrogato in una stanza riservata, senza altri testimoni, perché si vergognava.

Che la Juve non fu assolta dall’accusa per doping, anzi tutto il contrario:
“Non facciamo l’errore che fanno molti politici, che trasformano la prescrizione in assoluzione. È stata dichiarata la prescrizione ma la Cassazione ha dichiarato una cosa molto importante”.
Quale?
“Che il fatto era un reato, però era prescritto”.
Quindi la Juventus, secondo lei, usava dei prodotti per migliorare le prestazioni sportive?
“La Cassazione ha detto che quello era un fatto di frode sportiva”.

Nella foto, l’indimenticabile esultanza del dottor Agricola.

Suvvia, restituiamo anche lo scudetto alla Juve. E con tante scuse

In un Paese delle Banane, può accadere anche questo. Che una squadra che ha falsificato i bilanci e pagato ingaggi in nero, si veda restituire due scudetti (e altre coppe) dall’esimio Coni, la cui “Quarta Sezione del Collegio di Garanzia”, presieduta da tal Dante D’Alessio, ha appena annullato il procedimento sportivo che aveva portato alla revoca dei titoli conquistati nel 2012 e nel 2013 dalla Mens Sana Basket (scudetti 2012 e 2013, Coppa Italia 2012 e 2013, Supercoppa 2013).

La sentenza che aveva privato Siena di quei 5 titoli poggiava sulla responsabilità oggettiva nella frode sportiva che aveva portato alla radiazione del massimo dirigente di Siena, Ferdinando Minucci, e all’inibizione per tre anni per altri dirigenti. Dal Coni arriva questo segnale: condanne annullate e processo da rifare, “decisione più unica che rara, seppur evidentemente non definitiva visto che un processo ci sarà comunque”, scrive la Gazzetta.

La Federbasket si era presentata al Coni difendendo le conclusioni dei primi due gradi di giudizio con l’argomentazione secondo cui il pagamento in nero dei tesserati, emerso nel processo penale, avrebbe falsato i bilanci: in pratica, il club non aveva i parametri per iscriversi ai campionati che poi ha vinto.

Per la difesa, invece, “non sarebbe stato dimostrato un nesso di causalità tra condotte fiscali e risultati sportivi”, e già questa è una barzelletta pronunciabile solo in Italia. Inoltre, gli avvocati difensori vogliono derubricare la fattispecie di reato da frode sportiva a semplice violazione degli obblighi di lealtà e correttezza. E in questo caso, non è prevista la revoca dei titoli.

In un Paese come il nostro, la giustizia è un tiro di dadi. Anche se le sentenze di condanna sono state più di 30, non meravigliatevi se dopodomani qualcuno restituirà gli scudetti alla Juve, con tante scuse.

#Agnellideferito: strano lo scandalo per l’espressione “rapporti con la malavita”, sembra dire che la malavita sono gli altri, non la Juve.

Dal punto di vista etico, la Juventus costituisce una delle zavorre dell’Italia, come la criminalità organizzata e l’evasione fiscale.

Non ho mai visto dare un rigore così, al novantacinquesimo e con una palla a meno di due metri.

Non ho mai visto dare un rigore così contro la Juventus, in Italia, nel mezzo secolo che seguo il calcio.

Lo Juventus Stadium è un’entità extraterritoriale, in cui valgono regole diverse dal resto del territorio nazionale. Ma Galliani e Montella sanno come si sta al mondo, sanno di essere ancora a credito sugli arbitraggi (chiedete al Sassuolo) e che il Milan sarà puntualmente risarcito nelle prossime 10 partite. Pagheranno Lazio o Atalanta.

Chi ancora non può capirlo è Donnarumma, gli sfugge un labiale anti-juventino, fra qualche anno riuscirà a evitarlo.

“La Juventus deve vincere anche contro i torti arbitrali”: bum! È lo stesso Marotta che dirigeva la Samp e denunciava i favori alla Juve?

La clausola compromissoria o, in alternativa, lo Jedi Council

Fossi nella Juve, avrei l’orgoglio per chiedere, anzi esigere, la pena prevista dal codice sportivo.
Ma alla Juve sono boriosi, non orgogliosi, dunque perderanno un’occasione leggendaria per mostrare la propria superiorità etica. A costo zero, oltretutto.

Ricapitoliamo: il 6 settembre il TAR del Lazio ha bocciato il ricorso della Juventus, che aveva chiesto oltre 400 milioni di euro di risarcimento alla FIGC per la revoca degli scudetti 2004-05 e 2005-06 e la retrocessione in Serie B. Ogni società che partecipa a un campionato firma una clausola che la impegna a rispettare le decisioni dei suoi organi di autogoverno: ricorrere a qualche organo della giustizia ordinaria è lecito, per difendere i propri interessi, ma se si è giudicati colpevoli scatta una penalizzazione sportiva per chi vi ha fatto ricorso. È una precisa quanto necessaria forma di deterrenza: altrimenti, oggi, il Sassuolo per farsi restituire i 3 punti dello 0-3 con il Pescara potrebbe rivolgersi al Tribunale di Atlantide o al Gran Consiglio Jedi.

jedi-council

L’avvocato Angelo Pisanidello, rappresentante legale dello Sportello dei Tifosi (Noiconsumatori.it), ha giustamente ricordato che “per la sconfitta al TAR la Juve va penalizzata di 3 punti per violazione della clausola compromissoria. Articolo chiaro e limpido, che però nessun giornale cita, men che meno la FIGC”. Già, la FIGC, quella che si limita a coprire il numero “34” dall’entrata dello Juventus Stadium.

Non se ne farà nulla, dunque. Alla Juve, nei secoli, vengono applicate leggi tutte sue, se altri avessero adito a “cause temerarie” (l’espressione è di Tavecchio) insistendo oltre ogni decenza, sarebbero stati puniti. La Juve no.

E qui torno al punto di partenza. Sarebbe edificante se fossero gli Agnelli e gli Elkann, con la loro tipica impudenza, a pretendere di venire puniti, ritenendosi innocenti e vittime di un’ingiustizia. Cosa sono 3 punti di penalità, in un campionato che vinceranno con una dozzina di punti di scarto…

Manca solo una sentenza alla Terza Stella Juventina: quella delle sconfitte in Tribunale

Respinto il ricorso della Juventus contro Figc e Coni “per ottenere il risarcimento del danno subito a seguito della revoca dello scudetto e conseguente retrocessione”: l’ha stabilito il TAR del Lazio, e l’espressione “respinto il ricorso della Juventus” è divenuta così frequente da far rimpiangere analoghi tormentoni, tipo “piove, governo ladro” e “continueremo a ridurre le tasse”.

Vale la pena di riassumere il loop giudiziario in cui la Juventus ci ha indegnamente proiettati: c’era già stato un ricorso, la Juve lo presentò nel 2006, ma poi lo abbandonò, preferendo ricorrere al “lodo arbitrale”, più conveniente e tuttavia uscì sconfitta pure da quello.
Impavida, la società bianconera ha intasato le aule di tribunale con una quantità di pratiche, tutte invariabilmente destinate a sconfitte, appelli, contro-appelli, nuovi ricorsi in altre sedi, e via dicendo… Nel caso in questione, non è solo una questione d’onore. La Juve chiedeva un colossale risarcimento alla Federcalcio e al Coni – 443 milioni di euro – per quello che ritiene essere il “danno subito a seguito della revoca dello scudetto 2006 e conseguente retrocessione”.

È tardi per far capire agli Agnelli e agli Elkann che dovrebbero baciarsi i gomiti per aver assaggiato solo la B, anziché la C, e grazie a una doppia riduzione di pena, essersi ritrovati in A dopo una sola stagione. Non fosse stata la Juve, sappiamo bene che la giustizia avrebbe avuto una mano ben più pesante. Leggi il resto dell’articolo

#stileJuve: l’abusiva terza stella è costata un paio di milioni, effetto collaterale di Calciopoli

La notizia, criptica: il tribunale arbitrale di Ginevra, presieduto da Alexis Mourre, ha condannato Juventus F.C. nel contenzioso con l’ex sponsor tecnico Nike. Il club dovrà ora versare 1,5 milioni, più 550mila euro di spese legali per aver violato il contratto di sponsorizzazione venendo meno «agli obblighi di buona fede e riservatezza».
Il significato, autentico: la Juve deve versare oltre due milioni di euro per aver infranto l’accordo commerciale con Nike nel 2012, dopo il primo scudetto di Conte. Era lo scudetto numero 28, ma la Juventus pretendeva fosse il trentesimo, quello della Terza Stella.

tre stelle

La vicenda è raccontata da Claudia Guasco, sul «Messaggero» di oggi.
Nike si è rifiutata di realizzare le maglie con tre stelle, non avendo ottenuto dalla Federcalcio l’autorizzazione, e la Juventus decide di fare da sé. Ciò avrebbe in seguito portato alla causa conclusa a Ginevra, e alla rottura anticipata del rapporto commerciale, avviato con Nike nel 2001.
Cosa hanno fatto quei geni di marketing, abituati alla giustizia fai da te, che stanno in corso Galileo Ferraris? Hanno stampato la scritta «30 sul campo» sulle tute usate in allenamento, e hanno autorizzato la vendita sul sito web ufficiale di magliette con le tre stelle (senza logo Nike).

Esito del sondaggio sullo scudetto 2005-06

scudetto 2005-06260 votanti sono un bel numero, che l’89% di loro sia interista costruisce un ritratto inequivocabile del frequentatore-tipo di questo blog.
Sette ottavi degli interisti sono orgogliosi dello scudetto a tavolino, una quota non insignificante, ma inferiore a quella che mi aspettavo, sostiene che lo scudetto non andava accettato.

Gli esiti sono statisticamente meno significativi sull’esigua platea dei non interisti, e però non è privo di significato che la maggioranza (anzi, il 60%) sostenga che lo scudetto andava accettato.

Il meglio del sondaggio, comunque, è venuto dai commenti a margine. E se fra 3-4 anni il blog sarà sopravvissuto, sono convinto che i risultati sarebbero diversi. Calciopoli viene celebrata nel decennale, ma in troppi hanno interesse a voltare pagina e non se ne parli più…

Sondaggio sullo scudetto “a tavolino”: per interisti e non

La mia opinione è nota, ma nel decennale dallo scoppio di Calciopoli sono curioso di vedere cosa ne pensano i frequentatori di questo blog.

Ovviamente mi aspetto molte risposte da interisti, ma spero di coinvolgere anche chi passa da qui anche per vari altri motivi.

Fate votare anche i vostri amici…

Calciopoli, dieci anni dopo: la storiografia minimizza, la giustizia procede, i risarcimenti incombono

Il direttore della Gazzetta Andrea Monti presenta il dossier di otto pagine con cui il suo giornale ricostruisce il più grande scandalo della storia del calcio italiano – QUI

Monti si barcamena per non affondare il colpo e scontentare qualcuno: esibisce una prosa soave, fatta di sonorità ammalianti e di ambiguità assordanti… “una faglia di polemiche e rancori che non si è ancora rimarginata”… “non v’è alcuna gioia nel raccontare uno scandalo o nel vedere che lo stesso fondamento dello sport, cioè la genuinità del risultato acquisito sul campo, è posto in questione”… “non v’è compiacimento nel constatare che i fatti e le opinioni comparsi su queste pagine rosa – riguardassero Moggi e l’allora dirigenza della Juve o Moratti, Facchetti e l’Inter – hanno retto la verifica in una dozzina di diversi processi sportivi, penali e civili, Cassazione compresa. O che molte, forse troppe, storture documentate nei nostri articoli si siano risolte solo in prescrizione”… “L’insegnamento sta nei fatti ed è persino banale: etica, trasparenza, equilibrio tra i poteri non sono una concessione agli appassionati, sono il presupposto anche economico per la corretta gestione di un bene che appartiene a tutti”.

Molto meno conciliante, il PM Narducci: “Non sono cambiate molto le cose a dieci anni da Calciopoli… Rimane un buco a livello legislativo, nella legge sulla frode sportiva”… “Rivelatrici la registrazione di Moggi che con Bergamo parla della griglia arbitrale e poi quella che richiama ad altre utenze telefoniche, le schede svizzere”. Gli chiedono cosa l’abbia colpito di più, e Narducci risponde: “Diciamo pure sconvolto: la chiusura del calcio, l’omertà. Ho come l’impressione che questo mondo continui a vivere in un limbo con regole proprie. Fra i sentiti, a parte rare eccezioni, nessuno percepiva l’illiceità dei comportamenti”.

Intanto, la Cassazione ha respinto l’ennesimo ricorso di Moggi sui risarcimenti. Moggi contestava la condanna al risarcimento nei confronti di varie squadre (tra cui Bologna, Atalanta, Brescia, Fiorentina e Lazio), della Figc e del ministero delle Finanze, danneggiati dalla alterazione del campionato 2004-05.
La stima dei risarcimenti non era stata quantificata nel corso del processo penale e la sentenza della Cassazione del 23 marzo 2015 sanciva il diritto ai risarcimenti da far valere attraverso apposite cause civili. Gazzoni Frascara ne ha già attivate per il valore di 113 milioni di euro nei confronti degli imputati di Calciopoli come Moggi e la Juve, e l’Atalanta per il valore di 69 milioni. E Gazzoni giustamente esulta: “In questo modo sulla vicenda non si pone la pietra tombale, che sarebbe stata la pietra tombale sulla giustizia. Anche se si continua a far finta di non saperlo, se il reato è prescritto, non per questo è prescritto il danno, e dunque il diritto di risarcimento alle parti civili”.

#OperazioneFuorigioco

Troppo facile ironizzare sui nomi implicati, sul fatto che per ora l’Inter non viene citata – a differenza di Juve, Milan, Napoli, Roma, Lazio – , sull’immancabile cognome di un procuratore figlio di…

L’unica certezza è che all’alba sono cominciati perquisizioni e sequestri patrimoniali da parte della Guardia di Finanza a carico di 64 persone tra cui calciatori, dirigenti e procuratori di squadre di serie A e B. I reati ipotizzati vanno dall’evasione fiscale alle false fatturazioni; coordinata dalla Procura di Napoli, l’inchiesta ha già portato al sequestro di beni per 12 milioni di euro.
L’hanno chiamata “Operazione Fuorigioco”, la Procura si dice convinta dell’esistenza di un radicato sistema finalizzato ad evadere le imposte sulla compravendita di calciatori.

Non ho idea della qualità delle prove finora raccolte. Sono certo della fondatezza delle accuse e della sostanziale complicità delle autorità sportive chiamate a vigilare.

“Vinto sul campo”? A una spagnola hanno appena tolto un Oro vinto sul campo nel 2009

Gli scudetti vinti sul campo non si toccano. Dopo Andrea Agnelli e Marotta, che almeno stanno a libro paga, si è aggiunto anche Franco Causio nel parlare a vanvera.
So che è uno sforzo inutile, ma a costoro andrebbe fatto notare che giusto ieri Marta Dominguez, l’atleta spagnola che vinse i 3000 siepi ai Mondiali 2009 di Berlino e l’argento agli Europei 2010 a Barcellona, si è vista privare di entrambe le medaglie.

La sentenza è stata emanata dal Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS), chiamato a pronunciarsi dopo che la federazione atletica spagnola aveva assolto l’atleta da ogni illecito nel febbraio 2014, e l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) aveva presentato appello.
Il fatto è che Marta Dominguez non è solo un’ex atleta.

Il suo nome era emerso sia nell’Operación Puerto che nell’Operación Galgo, le due principali inchieste antidoping spagnole. Eppure il Partito Popolare, quello che guida la Spagna con il Primo ministro Mariano Rajoy, non ha resistito alla tentazione di imbarcare la famosa campionessa, divenuta Vicepresidente della federazione spagnola di atletica, facendola eleggere in Senato nel 2011. Anche in vista delle elezioni del dicembre 2015, il nome della Dominguez faceva parte delle liste del PP, nel collegio di Madrid. Ma poi è stato depennato, probabilmente in vista della condanna del TAS.
“In questo strano mondo della lotta all’antidoping spagnolo è successo anche che la Dominguez fosse stata scelta per presentare la nuova legge antidoping in Senato, proposito poi naufragato all’ultimo momento di fronte alle proteste dell’opinione pubblica” (Filippo Maria Ricci, La Gazzetta).

Beffardo il fatto che a Berlino 2009, alle spalle di Marta Dominguez si sia classificata una russa, Julija Zarudneva.