22.11.63, Jackie, Bobby e JFK

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The Lounge Lizards I, The Lounge Lizards (Editions EG, 1981)

LA PUNTINA SUL VINILE 22.

Disco d’esordio, so di averlo comprato 5-6 anni dopo l’uscita, quando restai a bocca aperta davanti al primo film di Jim Jarmusch, «Stranger Than Paradise»: John Lurie l’ho conosciuto nei panni d’attore.

Free jazz e jazz classico (due standards firmati Thelonious Monk), rock sperimentale e musica etnica, si mischiano in forme nervose e pirotecniche. Harlem Nocturne (cover di Earle Hagen), Conquest of Rar e Fatty Walks sono i pezzi che preferisco, i più melodici fra i 13 che compongono questo album, quelli dalle armonie più orecchiabili.
A comporre la band erano John Lurie (sax), Evan Lurie (tastiere), Steve Piccolo (basso), Arto Lindsay (chitarra) e Anton Fier (batteria e cimbali).

Prodotto da Teo Macero, l’impeccabile foto di copertina è di Fran Pelzman. Doveva essere effervescente quella New York, doveva essere facile entrare in un locale notturno e ascoltare gruppi incuranti dei generi codificati, che assorbivano di tutto, digerivano e sputavano fuori suoni inclassificabili.

I Lounge Lizards, per esempio, non so ancora se collocarli accanto ai Pere Ubu o ai Weather Report.

1952, mi ricordo

Mi ricordo la volata spaziale del quartetto del miglio (Vincent Matthews, Ron Freeman, Larry James e Lee Evans), tre secondi e mezzo, cioè 35 metri, sui secondi classificati.

Devil. Gli ultimi giorni, Bendis, Mack, Janson, Sienkiewicz e Maleev

Brian Michael Bendis torna a scrivere del Diavolo Rosso e lo fa insieme a David Mack in una saga in otto puntate, illustrate da alcuni dei migliori disegnatori della Marvel, autori determinanti per l’immagine grafica di Devil e del suo mondo. Le copertine di Maleev sono magnifiche, le “variant” di Mack non sono da meno, Janson e Sienkiewicz esibiscono una varietà di tecniche e strumenti, sulle loro pitture occorre soffermarsi lungamente, per non perdere dettagli significativi.

«Daredevil: End of Days» è una pietra miliare, un atto conclusivo che (non senza forzature e incoerenze) apre a un nuovo inizio. Lo fa con un’acuta riflessione sul ruolo del supereroe, su come è mutato nel tempo, sulla sofferenza masochistica che sta nel suo destino: un circolo vizioso di dolore e colpa, redenzione e risentimento. Nel mondo in cui si muove Urich (fuori dalla continuity marvelliana, ma sarebbe meglio dire oltre), la carta stampata sta morendo e molti supereroi sono a loro volta scomparsi (morti o dietro nuove identità). L’omaggio all’esordio cinematografico di Orson Welles lascia un analogo retrogusto di frustrazione, per una verità inafferrabile. Non meno evidente è l’omaggio al Devil di Frank Miller, quello che portò la figura di Ben Urich ben oltre lo status di caratterista. Leggi il resto dell’articolo

JFK. Un caso ancora aperto [JFK], Oliver Stone, 1991 [Tv36] – 8

Il punto di partenza è «Sulle tracce degli assassini» (1988), scritto da Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans (Louisiana), che nel 1966 fu il primo a indagare sull’ipotesi del complotto nell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy.

La tesi ufficiale uscita dalla famigerata Commissione Warren stabilì che Lee Harvey Oswald fu il solo esecutore materiale dell’attentato. Basterebbero le prove balistiche a dimostrare il contrario. Ma cosa accadde a Dallas il 22 novembre 1963 è in ogni caso diverso da quello che hanno voluto farci credere. Lee Harvey Oswald (Gary Oldman) non agì da solo, Jack Ruby non lo uccise senza qualche complicità, e i moventi per assassinare il Presidente erano innumerevoli (e contraddittori). Jim Garrison (Kevin Costner) riuscì a dimostrare come tanti fossero impegnati a insabbiare la verità, e vari testimoni furono indotti al silenzio. Del resto, chiunque capisce che “se hanno ucciso il Presidente”, la vita di un singolo cittadino non vale niente.

In fondo, la tesi di Garrison era indimostrabile: troppo potenti gli avversari, troppo interni agli apparati dello Stato. Perciò, parole ed espressioni come “congiura”, “cospirazione” e “colpo di stato” hanno un senso. Che poi gli esecutori materiali appartengano alla CIA, all’FBI, fossero esuli anticastristi o killer mafiosi assoldati dal “complesso militare industriale”, questo non lo sapremo mai.

Stone si immedesima in Garrison e nella sua ricerca della verità, che lo porta a pagare un prezzo personale (la moglie è interpretata da Sissy Spacek). La scelta stilistica è ubriacante. Stone mescola suoni e immagini, pellicole e formati diversi, immagini di repertorio e ricostruzioni accuratissime, destreggiandosi in un territorio inedito, fra documentario, fiction e grande spettacolo. Decisivi il Montaggio (Joe Hutshing e Pietro Scalia) e la Fotografia da Oscar (Robert Richardson). Faticosi i lunghi dialoghi, nei quali Garrison e il suo staff ricostruiscono i fatti, avanzano ipotesi, smontano tesi. In varie interviste, il regista ha citato «Rashomon» e «Z. L’orgia del potere» come i modelli a cui si è ispirato.

Nel cast, anche solo per poche scene, attori fenomenali come Tommy Lee Jones e Jack Lemmon, Donald Sutherland e Joe Pesci, Kevin Bacon e Walter Matthau, Vincent D’Onofrio e Tomas Milian. Resta scioccante il momento, in tribunale, in cui Garrison mostra alla giuria il terribile, casuale filmato di Abraham Zapruder, fino ad allora tenuto nascosto all’opinione pubblica.

Broken English, Marianne Faithfull (Island, 1979)

LA PUNTINA SUL VINILE 21.

Un disco con questa copertina e che contiene The Ballad of Lucy Jordan e Working Class Hero non ha bisogno di altre giustificazioni. Nel mio caso, le splendide immagini di «Thelma & Louise» rimandano a questa voce arrochita che prende per mano le due donne in fuga e le conduce sotto le stelle che illuminano la Monument Valley.

D’altro lato, trovo emblematico il fatto che per scrollarsi di dosso l’immagine di “musa degli Stones”, Faithfull si fosse rivolta a John Lennon, riuscendo a stravolgere il suo inno di protesta.

Voce corrosiva, sfuggita a qualche cristallo difettoso, sigaretta ostentata, sguardo obliquo, tenebre blu in cui affogare le vicissitudini accumulate nei suoi primi 33 anni… Marianne Faithfull assume una veste spettrale e tenebrosa, una specie di Tom Waits al femminile, che passa le giornate nei bar dipinti da Hopper.

Non l’ho mai persa di vista, ma fra Lilì Marlene e la canzone di protesta, mi sembra abbia faticato a ritrovare l’abissale ispirazione che fuoriesce da questo suo settimo album.

1951, mi ricordo

Mi ricordo la gioia nelle facce di chi stava in Piazza Maggiore il 25 Aprile del ’45, con il vestito buono.

La squadra spezzata, Bologna 28 aprile ore 18

Alitalia, un altro No che cade nel vuoto

Quanto poteva far schifo il nuovo “piano di salvataggio”, e quanto poco credibili devono essere apparsi gli interlocutori, se due terzi del personale di Alitalia decidono di non mangiare la minestra e saltare dalla finestra…

“Se vince il No resta solo il fallimento” era la minaccia; eppure due terzi di Alitalia non hanno votato Sì, contro il Governo, contro i Sindacati, contro i dirigenti dell’azienda.

Suicidio al posto di sacrifici?
Ce l’hanno raccontata così. E le similitudini con il referendum del 4 dicembre si sprecano: allora come oggi, l’establishment all’unisono ha previsto sciagure bibliche se avessero vinto i No.

La mia sensazione è che sarebbe bastato spiegare perché sono falliti tutti i precedenti “piani di salvataggio” e per colpa di chi (manager lautamente ricompensati, peraltro), per evitare questo ennesimo sfogo di rabbia.

Ma vedo che ogni voto si accumula al precedente senza produrre alcuna presa di coscienza: ora fa comodo prendersela con “quei privilegiati di Alitalia”, come se fossero le hostess a scegliere le rotte, i prezzi, la logistica, i terreni di Malpensa, le alleanze internazionali…

1982-1984, Robert Wyatt (Rough Trade, 1984)

Non aspettatevi equilibrio, ogni volta che scriverò di Robert Wyatt, uno dei 4-5 musicisti più influenti dell’ultimo trentennio del Ventesimo secolo (nonché comunista in Inghilterra).

Questa raccolta di 7 canzoni, alcune uscite su 45 giri, non rientra fra i suoi capolavori, ma contiene numerosi squarci di struggente bellezza: penso alle sussurrate parole di Memories of You (Eubie Blake) e all’omaggio al Monk di Round Midnight; la versione di Biko è più intima e meno epica (Peter Gabriel l’ha molto apprezzata), Te recuerdo Amanda avrebbe commosso Victor Jara, la dolcissima Yolanda mi fece conoscere il cubano Pablo Milanès, Amber and Amberines (Hopper) parla del colpo di stato con cui Reagan rovesciò il legittimo governo di Grenada; infine, Shipbuilding, sulla guerra coloniale nelle isole Malvine, mi sembra persino più intensa di quella di Costello.

Canzoni di altri, segnate da un forte impegno politico, in un momento difficile della parabola artistica del fondatore di Soft Machine e Matching Mole.
Wyatt fa tutto da solo: strumentazioni scarne, pianoforte e tastiere a sostituire l’amata batteria, e la voce… la voce dovete ascoltarla, e vi sorprenderete a chiedervi come mai la reputazione di questo fenomenale musicista sia rimasta confinata in ambienti tanto ristretti.

Gramsci sugli indifferenti, la citazione integrale di cent’anni fa

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

La Città Futura, 11 febbraio 1917

Tempistica delle parole e ritiro punitivo

“Il Club conferma la sua piena fiducia e quella della proprietà a Stefano Pioli e all’intero staff tecnico. Pioli si è unito all’Inter in un momento complicato e il lavoro da lui intrapreso assieme al suo staff negli ultimi sei mesi, sin dal suo arrivo lo scorso novembre, è stato eccezionale e merita il nostro massimo rispetto. Il Club non si farà distrarre dalle voci circolate in ambienti esterni al Club stesso”.

Se credi a quel che dici – il precedente su De Boer non depone a favore – una dichiarazione come questa la fai un mese fa, quando ancora poteva servire a qualcosa.
Perché se il lavoro di Pioli è stato “eccezionale”, non cerchi altri allenatori, anzi dichiari che l’allenatore 2017-18 sarà lui, e fine dei discorsi.

Il comunicato ufficiale contiene una seconda notizia: la squadra sarà tenuta in ritiro per 5 giorni, fino a domenica sera. Non ricordo sia mai accaduto, ed è chiaro che si tratta di un segnale alla tifoseria, sperando di non ricevere clamorose contestazioni… “Il modo in cui è maturata la sconfitta in casa della Fiorentina è stato inaccettabile per i nostri tifosi, sia in Italia che all’estero, e siamo intenzionati a far sì che questo non si verifichi più. Tutti all’interno del Club, dai giocatori all’intero staff, sono ora determinati a lavorare il più duramente possibile per ottenere il miglior risultato e terminare la stagione in crescendo… Il nostro obiettivo resta quello di terminare il campionato di Serie A nel miglior modo possibile e qualificarci per una competizione europea, dando il massimo in ogni partita. I calciatori, inoltre, sono chiamati a rappresentare i colori nerazzurri con orgoglio e onore, come si addice alla storia e alla tradizione di questo grande Club”.

A me questo comunicato pare fuori tempo massimo. Ma voglio provare a prenderlo sul serio.
La sconfitta del Milan con l’Empoli ha riaperto uno spiraglio, per quanto strettissimo, per accedere all’Europa League. E dopo parole così nette, grondanti retorica, nemmeno il tifoso più dietrologo può continuare a dire che l’Europa League non rappresenta un obiettivo. Al di là del suo valore effettivo, ora rappresenta la linea di confine fra una stagione negativa e una stagione fallimentare.

Servono 13 punti nelle ultime 5 partite. Sono possibili, ma solo se da domenica sera torna l’Inter di gennaio-febbraio. Poi, cominci pure l’epurazione.

1950, mi ricordo

Mi ricordo Gramsci sull’odio per gli indifferenti, la coscienza che ti fa credere “che vivere voglia dire essere partigiani”.