Wet Dream, Richard Wright, Harvest 1978 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 171.

Dopo Animals, i Pink Floyd decisero di prendersi una pausa e lasciarsi andare a qualche progetto solista.

In libera uscita, il tastierista ne approfitta per produrre questo album carezzevole, “estivo” fin dall’immagine di copertina (Hipgnosis, “alla Hockney”), nonostante sia stato registrato fra il gennaio e il febbraio, in Francia, ai Super Bear Studios.
Summer Elegy, Holiday e Pink’s Song (scritta dalla moglie, Juliette Gale) sono le canzoni più riuscite, della decina qui proposta; ogni tanto, Wright canta, e rimanda alle atmosfere più contigue al classico sound dei Pink Floyd.

Alternando tastiere e sintetizzatore Oberheim, Wright giostra insieme a Mel Collins (sax e flauto), Snowy White (chitarre), Larry Stele (basso) e Reg Isadore (batteria), rilasciando melodie di soffice delicatezza e confermando un’attitudine: a differenza di altri, grandi tastieristi dell’epoca, il cui senso della misura usciva travolto dalle smisurate potenzialità dei sintetizzatori, lui lascia grande spazio agli altri musicisti.

In fondo, sono i fiati di Mel Collins ad assumere un ruolo decisivo, e fanno pensare che Wright avesse qualche simpatia per il jazz (Funky Deux). Alla fine, Wet Dream lascia la stessa impressione di una breve, spensierata vacanza.

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Diciassette giorni passati, ne restano solo quattordici

A due settimane dalla fine del mercato di riparazione, è difficile nascondere l’amarezza. Prima ci hanno detto che era difficile migliorare questa Inter, poi sono andati alla ricerca di profili molto diversi l’uno dall’altro, ma sempre con la formula “prestito con diritto di riscatto”. Un “diritto” che sarà difficile, anzi impossibile, esercitare senza l’ingresso in zona Champions.

A oggi è arrivato Lisandro Lopez, mentre la Lazio ha preso Caceres: il confronto è improponibile, dunque lo scarto con la Lazio si è allargato, e la firma sul rinnovo da parte di De Vrji è un altro segnale di forza.

Pare evidente che l’Inter stia offrendo a chiunque Joao Mario, Brozovic ed Eder, ma incredibilmente non trova acquirenti… Di qui le più fantasiose ipotesi di scambi, soprattutto verso la Liga spagnola e il campionato russo, ma è fondato il timore che restino tutti e 3, con l’entusiasmo immaginabile.

Sono poi esplicite le trattative per Rafinha e Ramires, e sono convinto che alla fine il brasiliano arriverà, ma intanto passano le settimane e la sua utilità per Spalletti scende del 5,5% a ogni partita disputata. Se arrivasse in coda al mercato, con le ovvie difficoltà di inserimento, Ramires potrebbe contribuire ad appena 16 partite.

La vicenda Rafinha ricorda sinistramente quella Dalbert. Fra la prima offerta e ciò che l’Inter sembra disposta a concedere oggi, c’è quasi un raddoppio della cifra. Ci si domanda come sia possibile credere che l’Inter a giugno riscatti Rafinha pagando una quarantina di milioni, praticamente l’intero premio per l’accesso alla Champions.

Dunque, come nel caso di Lisandro Lopez, la formula nasconde un implicito prestito secco, e scommetterei sul ritorno in catalogna del brasiliano naturalizzato. Sempre che arrivi. E se non arriva, pazienza…

Si chiacchiera ancora di Deulofeu, di Sturridge, ho letto di Baselli e di Praet (due nomi più che improbabili, ma che mi piacerebbero molto), e incombe anche la cessione di Pinamonti, se non si trova una via di fuga per Eder. Il mercato somiglia al gioco del cerino, tutti pensano di essere più furbi degli altri e credono che aspettare farà crollare i prezzi. Sinceramente, non ricordo una sola occasioni in cui l’Inter sia riuscita ad approfittarne, ma voglio ancora sperare nell’inventiva di Walter Sabatini.

Con altri due innesti sensati, l’Inter tornerebbe a essere un candidato plausibile per il terzo o quarto posto. L’ho già scritto troppe volte, ma ne sono più che mai convinto: con la rosa che Spalletti sta allenando in vista di Roma e Spal, si finisce quinti.

2219, mi ricordo

Mi ricordo che non c’era poi tanto da ridere quando Jannacci suggeriva di volatilizzarsi e “vedere di nascosto l’effetto che fa”.

Vogliamo anche le rose [id.] – Alina Marazzi, 2007 [inTv6] – 7

Fra fiction e documentario, tramite originali scelte linguistiche, Alina Marazzi racconta una fase della vita delle donne italiane, quella compresa fra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta.

Lo fa a partire da tre diari – Anita, Teresa e Valentina; voci narranti le omonime Caprioli, Saponangelo e Carnelutti – identificando tre possibili volti di queste confessioni, inseriti all’interno di filmati e animazioni grafiche. Viene così illustrata la presa di coscienza che porta al femminismo e alla liberazione sessuale, sotto lo sguardo attonito dei maschi.

Raccolti presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, i tre diari risalgono al 1967, 1975 e 1979. La repressione sessuale si accompagnava a una complessiva sudditanza, a una visione del mondo da “angelo del focolare” che improntava i rapporti anche all’interno della classe operaia. Dalla famiglia tradizionale – la moglie è al servizio del marito e non mette in discussione la patria potestà e l’asimmetria dell’adulterio (fino al “delitto d’onore”) -, emerge faticosamente una nuova soggettività, che trova insopportabili certi ruoli (anche quelli legati al “sesso libero”, ma sempre dominato dal maschio). Non è un film militante, ma un film politico: l’esito della personale elaborazione dell’autrice sulla “questione femminile” nell’epoca immediatamente precedente alla sua personale scoperta della politica.

Le immagini provengono da amatoriali Super8 e spot pubblicitari, fotoromanzi e film sperimentali (di Adriana Monti, Loredana Rotondo e Alfredo Leopardi), interviste e dibattiti televisivi, recuperati da vari archivi (teche Rai, Aamod, Cineteche); Cristina Seresini è la curatrice di animazioni e titoli, ai testi ha collaborato Silvia Ballestra, la colonna sonora è composta ed eseguita dai Ronin.

Pare che lo slogan «Vogliamo il pane, ma anche le rose» risalga al 1912 e alle operaie tessili in sciopero nel Massachusetts.

Hiketeia. Wonder Woman di Greg Rucka e J.G. Jones, 2002 (RW Lion, 2017)

L’Hiketeia è, al tempo stesso, una legge e un rituale. Violarli, costituisce sacrilegio. Non si può rinnegare la promessa di protezione fatta a chi supplica, né il supplice può tradire la fedeltà a chi si è fatto carico di proteggerlo; può solo sciogliere dalla promessa il suo custode.
A Gotham, Batman cerca di catturare una giovane donna che ha appena ucciso un uomo. Ma questa donna, Danielle Wellys, riesce a sfuggirgli. Riappare davanti al portone dell’Ambasciata di Themyscira, si inginocchia davanti alla principessa Diana e recita l’antica supplica.

Diana può vedere che la giovane è pedinata dalle tre lugubri, spietate Erinni, le divinità della vendetta. Riceve da queste antichissime dee terribili minacce se oserà essere infedele al rituale a cui si è assoggettata. Ma Diana non ha bisogno di minacce, non chiede nemmeno a Danielle perché ha cercato la sua protezione. Finché arriva Batman a reclamare giustizia.

Ispirata alle tragedie greche, con una trama che ruota intorno ai concetti di dovere e vendetta, questa storia di Wonder Woman pone l’eroina di fronte alla necessità di violare una legge: o quella dell’Hiketeia o quella dei mortali. Infrangere il vincolo sacro, le è impossibile anche quando Danielle le confessa di aver ucciso quattro uomini…

Rucka offre a Wonder Woman una trama cupa e solenne, all’incrocio fra passato e presente, ricavando dalla cultura mitologica un ottimo pretesto drammaturgico.

Quello fra Wonder Woman e Batman si configura come uno scontro ideologico, prima che fisico. Purtroppo, la figura di Batman viene tratteggiata brevemente e resta schematica. Merito di Jones aver imposto una copertina e un paio di tavole ormai mitiche: il volto mascherato di Batman schiacciato al suolo dallo stivale di Wonder Woman.

David Gilmour I°, David Gilmour, Harvest 1978 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE.

L’esordio solista del chitarrista dei Pink Floyd va a collocarsi fra Animals e The Wall, inseguendo sogni o sfoghi sempre meno conciliabili con le ossessioni orwelliane di Roger Waters. E tuttavia non è mai stato smentito che Comfortably Numb sia stata concepita e quasi incisa in queste sessioni registrate in Francia, presso i SuperBear Studios, forse per motivi fiscali.

Gilmour convoca alcuni componenti dei Joker Wild, il gruppo in cui suonava prima di diventare famoso.

All’inconfondibile chitarra, aggiunge le tastiere e il canto. Il terzetto-base è composto da Rick Wills, basso, e Willie Wilson, batteria; un trio di coriste accompagna un paio di canzoni. Fra le nove tracce, le più originali mi sembrano Cry from the Street, di alto livello anche So Far Away, I Can’t Breathe Anymore e Short and Sweet.

Nel complesso, l’album lascia delusi, tale è la stima per uno dei cinque migliori chitarristi nella storia del pop inglese. Alcune composizioni sono solo strumentali, Gilmour ha una voce non banale, ma il suono è sempre imperniato sui virtuosismi della chitarra, solo in rari casi gli arpeggi sfiorano la stessa magia, la struggente dolcezza dei migliori Pink Floyd.

È sempre lo studio Hipgnosis a dettare l’immagine.

2218, mi ricordo

Mi ricordo che intorno al 4 marzo cade l’anniversario di matrimonio e l’agenzia di viaggi davanti a cui passo ogni mattina propone un week-end a Tromsø per l’aurora boreale.

Gente comune [Ordinary People] – Robert Redford, 1980 [inTv4] – 9

Redford, che tuttora da attore non ha vinto l’Oscar, lo riceve per questo debutto nella regia. Alzano la statuetta anche Timothy Hutton, Miglior attore non protagonista, e Alvin Sargent (già premiato tre anni prima per «Giulia») per la Migliore sceneggiatura non originale. Tratto dal romanzo «Gente senza storia» (Judith Guest, 1979), l’opera resta in miracoloso equilibrio fra dolore e speranza.

Una famiglia dell’alta borghesia di Chicago: Donald Sutherland è il padre Calvin, Mary Tyler Moore la madre Beth, Hutton l’unico figlio rimasto, Conrad: il fratello maggiore, Buck, è morto qualche mese prima per un’imprudenza mentre navigava sulla barca a vela. Il minore non era riuscito a salvarlo, il senso di colpa l’aveva spinto a tentare il suicidio, dopo quattro mesi di ospedale psichiatrico, va in terapia presso un analista ebreo (Judd Hirsch), che lo spinge costantemente al punto di rottura. Del cast fa parte anche Elizabeth McGovern, poi protagonista di «C’era una volta in America».

Conrad è apatico, l’unica passione sembra il nuoto e lui la abbandona. Ma mentre il padre cerca di riannodare un filo di empatia, la madre è troppo addolorata per perdonarlo. Momenti strazianti: prima Beth vorrebbe evitare di posare in una foto di famiglia, poi un abbraccio non corrisposto fra figlio e madre rende visibile quanto lo scarto sia insopportabile.

Ogni energia vitale, Beth la dedica allo sforzo di simulare la normalità, ma la sorprendiamo seduta sul letto di Buck, a osservare ogni dettaglio della stanza, rimasta identica. Questa micidiale compostezza cela una forma di depressione ancor più difficile da curare di quella di Conrad, la cui rinascita deriva dalla progressiva scoperta dei soggetti del suo risentimento.

Anche grazie alla gelida fotografia di John Bailey, Redford riesce a suscitare un notevole impatto emotivo: riproduce un’ostentata perfezione dietro la quale si agitano disperazioni cupissime.

Dolores

Billie Holiday, Carlos Sampayo e José Muñoz (Edizioni BD)

Morta a 44 anni, il 17 luglio 1959, nata il 7 aprile 1915 a Baltimora, Maryland (la città di «The Wire», afroamericana la maggioranza della popolazione), la vita di Eleanore Holiday è fra le più tragiche e atroci fra quelle dei musicisti che hanno segnato il Ventesimo secolo. Volendo identificare le cinque voci fondamentali del secolo scorso, quella di Billie Holiday non può mancare accanto a Édith Piaf, Maria Callas e Ella Fitzgerald.

Pubblicata su due numeri della rivista «Corto Maltese», nel 1990, e raccolta in volume da Rizzoli nel 1993, questa storia ha impiegato vent’anni a tornare disponibile, anche se in un formato rimpicciolito rispetto all’originale. I bianchi e neri di Munoz offrono a Sampayo l’occasione per una biografia jazz, il racconto di un’esistenza che procede fra cadute e rinascite, e di uno spartito fra assoli e divagazioni. Munoz sa essere caricaturale, quando tratteggia i poliziotti e la borghesia bianca, le sue tavole mandano riverberi espressionisti, con neri color pece.

L’espediente narrativo è semplice: un giovane redattore (bianco) delle pagine culturali di un giornale viene incaricato di comporre un ricordo di Lady Day nel trentennale della morte. Non ne sa niente, è costretto a passare la notte in redazione a cercare informazioni, e intanto ascolta le sue canzoni. Scopre che è stata “prostituta, alcolista, tossicomane, morta giovane…portava un fiore tra i capelli. Una vita sentimentale infelice… Non ebbe molta fortuna con gli uomini…La stampa scandalistica porrà l’accento su questi aspetti…è la legge del mercato. C’è un pubblico che ama tutto questo”. Il giornalista scopre che venne ripetutamente arrestata con varie accuse, fra cui il possesso di droga e atti osceni, reclusa in sanatorio e anche in prigione e morì di cirrosi epatica in un letto di ospedale piantonato da poliziotti.

Nella trama, fa capolino Alack Sinner, figura feticcio della coppia di autori argentini (è uno dei pochi bianchi che conosce e apprezza la cantante), e assume un ruolo rilevante il sassofonista Lester Bowie, detto Prez, noto omosessuale e tuttavia l’uomo che restò più a lungo accanto a Billie Holiday.

Gli U2 le hanno dedicato «Angel of Harlem», Lou Reed ha intitolato «Lady Day» una delle sue canzoni più famose, Diana Ross l’ha interpretata in «La signora del blues», tratto dalla sua autobiografia, uscita nel 1956. La ballata degli impiccati – «Strange Fruit» – è del 1939: parla di razzismo attraverso la descrizione di “un frutto strano che cresce sugli alberi del Sud”.

Ricochet, Tangerine Dream, Virgin 1975 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 169.

Settimo album pubblicato in meno di sei anni, Ricochet è l’ultima incisione dei Tangerine Dream che mi sono procurato, la più ritmica, movimentata, briosa fra quelle che possiedo.

Ormai completata la rinuncia agli strumenti tradizionali, appare meno forte la tensione melodrammatica, e il trio (Edgar Froese, Chris Franke, Hans Peter Baumann) veleggia verso atmosfere quiete ed eleganti.

In questo tripudio di sintetizzatori suonati magistralmente, le ondulazioni melodiche prefigurano la new age e una certa dance intellettuale. Insieme a Phaedra, resta l’album che prediligo fra tutti quelli usciti dal cantiere “Krautrock”, quello dei “corrieri cosmici”, secondo l’acclamata definizione di Rolf-Urlrich Kaiser.

Registrato dal vivo, in Francia e Inghilterra (al Fairfield Halls di Croydon, Londra): ma che sia un live lo si deduce solo dai timidi, composti applausi all’inizio e alla fine delle due lunghe tracce, di 17 e 21 minuti.

Raffinato esercizio di elettronica suadente, Ricochet si sviluppa tra tamburellanti basi ritmiche e melodie carezzevoli. Ogni tanto inclina al sacro o al metafisico, cullando l’ascoltatore nel lento oblio di una trance interstellare.

2217, mi ricordo

Mi ricordo l’accurata pulizia dei residui d’inchiostro dal rullo del ciclostile, una volta buttata la matrice, a volantino stampato.

Come un gatto in tangenziale [id.], Riccardo Milani [cine3] – 7

Sarei contento di vedere un altro paio di film italiani altrettanto divertenti, quest’anno. Divertenti e intelligenti, con un’equilibrata coscienza di sé. Milani non spara troppo in alto, mostra accortezza nel costruire una commedia che irride i luoghi comuni e si affida alla coppia di protagonisti, Albanese e Cortellesi, la cui bravura si esalta in un’intesa davvero notevole.

Roma, oggi. Giovanni guida un think tank di studiosi radical chic che lavorano a progetti per l’inclusione sociale finanziati dall’Unione Europea, Monica è una coatta di periferia, che sbarca il lunario facendo la cameriera. Lui è il classico intellettuale che va al mare a Capalbio, lei è di quelli che fanno la coda per pochi centimetri di spiaggia sporca e sovraffollata. Come si incrociano? I rispettivi figli, tredicenni, hanno cominciato a uscire insieme.

Entrambi separati – Giovanni da una sofisticatissima Sonia Bergamasco, che ora coltiva piante aromatiche e distilla essenze; Monica da Claudio Amendola, parrucchiere supertatuato, in galera per aver asportato la milza di un nemico – i due sono costretti a frequentarsi per controllare i figli, nella certezza che lo sforzo sarà breve: troppo diversi gli ambienti di provenienza.

Per almeno un’ora, questa doppia frequentazione fra borghesi e borgatari – la parola chiave è “contaminazione” – si alimenta di buone situazioni comiche (su tutte, la visione del film armeno). Il finale fatica a essere all’altezza, perché occorre sciogliere troppi nodi… Ma Milani riesce a sfuggire alla trappola dello sketch televisivo, lascia parlare le immagini e i volti dei protagonisti.

Facile decantare i valori della contaminazione se si vive in una bella casa a Trastevere, più complicato crederci se abiti in un casermone di Bastogi, infarcito dagli odori di varie cucine etniche e reso cacofonico da una quantità di lingue e dialetti. Al pubblico la risposta: quanto può durare una contaminazione amorosa che parte da simili presupposti?