La figlia di Ryan [Ryan’s Daughter], David Lean, 1970 [filmTv66] – 9

Amo svisceratamente questo film, l’andatura da kolossal, le tre ore solenni in cui sei trasportato sulla ventosa costa occidentale dell’Irlanda. Non ne conosco altri in cui l’Oscar alla Fotografia (Freddie Young) sia altrettanto giustificato, ma è strepitoso anche John Mills, che senza dire una parola alza la statuetta per il miglior attore non protagonista, e meritano un cenno la sceneggiatura del grande Robert Bolt (doppio Oscar per Il dottor Živago e Un uomo per tutte le stagioni), e le musiche di Maurice Jarre (triplo Oscar per i film con Lean).

Quanto a David Lean, è il genio che sbocciò con Breve incontro (1945) e nei successivi quarant’anni ha diretto solo una dozzina di pellicole. Come d’abitudine, immerge il suo melodramma privato nella grande storia collettiva: la Prima guerra mondiale intrecciata alla lotta per l’indipendenza irlandese.

Un’aura di perfezione avvolge il vertice del cast: Sarah Miles (Rosy Ryan), Robert Mitchum (il maestro), Trevor Howard (padre Collins), Christopher Jones (il maggiore inglese), John Mills (lo scemo del villaggio) e Leo McKern (Ryan, il padrone del pub).

Mitchum interpreta un ruolo atipico, tenero e mesto, il vedovo di cui si innamora la giovanissima Rosy, che su di lui proietta i suoi sogni. Ma la vita matrimoniale non sarà quella che Rosy si aspettava (nemmeno la prima notte di nozze risulta all’altezza delle aspettative). L’amore romantico, struggente e disperato, lo proverà verso un ufficiale inglese (truppe di occupazione: doppio tradimento…), ancora traumatizzato dalla trincea.

È Bolt a riferire che l’idea di partenza era Madame Bovary, l’infelicità di una donna in un ambiente angusto e grettamente moralista. L’infelicità si scarica in infedeltà, il pubblico si chiede come reagirà il marito, che non può essere tanto stupido da non capire. E come reagiranno i bigottissimi abitanti di una penisola di stordente, violenta bellezza.

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#Rivincite, outtakes 29: un pezzo del Grande Torino sta con il Pci e con la Repubblica

Questa è una storia che proprio non conoscevo. Grande rimpianto non averla potuta inserire nel libro…

Il volto e il nome di otto calciatori e allenatori del Grande Torino compaiono su un manifesto elettorale della federazione torinese del Partito Comunista a favore della Repubblica, nel referendum del 2 luglio 1946.

Vi sta scritto che Antonio Janni, Mario Rigamonti, Valentino Mazzola, Guglielmo Gabetto, Alfonso Santagiuliana, Ezio Loik, Sergio Piacentini e Alfredo Bodoira “hanno dichiarato: Siamo lavoratori e come tutti i lavoratori italiani voteremo per la REPUBBLICA!”.

Dal testo del manifesto, si ricava anche che “I vittoriosi giocatori del TORINO, la squadra più cara ai cittadini torinesi, a nome degli sportivi della nostra città e dell’Italia tutta, rivolgono a tutti gli italiani l’appello caloroso per il rinnovamento e la pace della nostra Patria”.

Lo slogan finale adotta deliberatamente il linguaggio calcistico: “Sportivi Italiani! Al due giugno, tutti insieme, tiriamo il calcio di rigore contro la monarchia fascista, e tutti insieme avremo il goal prezioso della vittoria. Repubblica – Pace – Lavoro”.

This Is The Ice Age. Martha & The Muffins (Dindisc, 1981) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 301.

Ecco un album e un gruppo dal valore inversamente proporzionale alla fama e al successo commerciale. Mi permetto di consigliare tutti i primi tre album di questi canadesi, a cominciare dal terzo, questo, che considero il migliore. Le tre incisioni stanno racchiuse in circa venti mesi.

Mark Gane (tastiere), Tim Gane (percussioni), Andy Haas (sassofono e trombone), Jocelyne Lanois (basso, seconda voce) e poi lei, Martha, cioè Martha Johnson (voce solista, front woman e tastiere). Di Martha ce n’erano due, l’altra (Ladly) se n’era andata, ma questa è un’altra storia…

Sono Mark Gane e Martha Johnson a comporre i nove brani e ad alternarsi al canto: il contrasto delle voci a me ricorda i Dead Can Dance, e il paragone è più di un elogio. Collaborano alle incisioni un terzo Gane, Nick (Synth) e un secondo Lanois, Daniel (tastiere e voce) che funge anche da produttore e ingegnere del suono, e qualche anno dopo diverrà famoso con Eno, gli U2 e Dylan.

Registrato al Nimbus 6 di Toronto, Boy without filters, Women Around the World at Work, One Days in Paris, You Sold the Cottage e Swimming sono le canzoni d’impatto più immediato. È un pop cristallino e pulsante, elegante e originale, che teme pochi confronti e, soprattutto, non si lascia incasellare fra gli epigoni di questa o quest’altra grande band.

2343, mi ricordo

Mi ricordo che il fratello dello Svedese descrisse così il suo dolore inconsolabile: “se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi”.

Covers 322, Catherine Deneuve – Magazyn Filmowy Polonia, 1972

#Rivincite, outtakes 28: Ardiles e Villa

A “Revancha”, il libro di Lorenzo De Alexandris e Diego Mariottini (Ultra Sport, 2018), ho dedicato un post, sottolineando le similitudini, quasi un gemellaggio, con “Rivincite”. Fosse uscito prima, vi avrei ricavato vari spunti, integrazioni, aneddoti. Per esempio…

In Argentina – da Fangio a Monzón, da Vilas a Gabriela Sabatini, da Maradona a Messi – i campioni dello sport godono di una popolarità che nessun altro personaggio riesce a raggiungere.

“In Italia non viene mai messa in discussione la partecipazione della nazionale di calcio al Mondiale del 1978. Una scelta, almeno in apparenza, illogica e perfino contraddittoria” se si pensa a quanto era accaduto due anni prima con la Coppa Davis in Cile. Motivi: il tennis non ha la stessa valenza popolare del calcio, e “rispetto alla dittatura cilena, quella argentina si è mossa in modo molto più accorto e più sottile”.

Figlio di minatore, Brian Clough allena il miglior Nottingham Forest di tutti i tempi; finanziò la National Union of Mineworkers, il sindacato diretto da Arthur Scargill.

Nell’estate 1982, dopo la guerra per le Falklands/Malvinas, i due grandi campioni del tennis argentino, José Luis Clerc e Guillermo Vilas, decidono di non partecipare al torneo di Wimbledon.

Subito dopo il trionfo casalingo nei Mondiali del ’78, due ventiseienni calciatori argentini vengono ingaggiati dal neopromosso Tottenham Hotspurs: Osvaldo Ardiles, soprannominato Ossie, e Ricardo Villa.

Nell’81 il Tottenham vince la FA Cup, anche grazie a una doppietta di Villa; rivince la Coppa l’anno successivo, con Villa ancora tesserato (ha un doppio passaporto, anche italiano), mentre Ardiles è stato bruscamente richiamato in patria, con la revoca del permesso di lavoro. È cominciata la guerra…

In Inghilterra, Ardiles tornerà solo nell’87, Villa lascia Londra nell’estate 1983 e non vi fa più ritorno.

Dalla. Lucio Dalla (RCA, 1979) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 300.

Catturato da Mario Samarughi, il primissimo piano di Lucio incornicia un album fenomenale, prodotto da Alessandro Colombini: non credo sia uscito niente di meglio in Italia nel 1979.

Milano, Anna e Marco, Tango, ecco tre capolavori concentrati in un solo album, l’ottavo in studio, che si chiude con un colpo di coda micidiale: L’anno che verrà (un colpo al cuore al primo ascolto, all’Altra Domenica di Arbore). E davvero nessuna delle altre incisioni (Notte, Stella di mare, L’ultima luna, Cosa sarà, La signora) suona come un passaggio a vuoto.

Alle chitarre Ricky Portera, alla batteria Giovanni Pezzoli, al basso Marco Nanni, Ron alterna chitarra acustica e pianoforte, fra i coristi, Marco Ferradini; vanno ricordate la fisarmonica di Gianni Zilioni e la tromba di Luciano Biasutti, compaiono anche Aldo Banfi e Roberto Colombo, mentre Gianpiero Reverberi lascia il segno con la direzione degli archi. Quanto a Lucio, saltabecca fra tastiere, clarinetto e sax alto. E canta… Il suo senso della misura è ormai prodigioso, ha raggiunto la maturità per imporre uno standard inimitabile, nessuno può negare si tratti di una delle voci fondamentali della musica italiana.

In clamoroso equilibrio fra rime baciate e lessico da autentico poeta (la lunga collaborazione con Roberto Roversi è il fondamento di questa specie di miracolo), i testi entrano nella memoria per non uscirne più: da “Caro amico ti scrivo”, molte strofe diveranno presto proverbiali, da canticchiare con l’allegria e il pathos che convivono e si esaltano nella migliore canzone d’autore.

Pittsburgh. Ritratto di una città industriale, William Eugene Smith, al MAST di Bologna

Steelers, così si chiama la squadra di football americano che sta di casa a Pittsburgh, Pennsylvania. I colori sociali sono nero, oro e bianco. Non ci sono grandi squadre di baseball o di basket, a Pittsburgh, ce n’è una (i Penguins), che di recente ha scalato la vetta dell’hockey, ma quella di football americano è la più vincente dell’intera NFL, l’unica franchigia ad aver vinto il Super Bowl sei volte, gli Steelers condividono il record per il maggior numero di apparizioni in finale (8) con i Cowboys di Dallas, i New England Patriots e i Denver Broncos.
Steelers viene da Steel, che vuol dire acciaio.

Pittsburgh venne insediata all’incrocio di due fiumi, Allegheny e Monongahela, che confluiscono a formare il fiume Ohio; dopo l’originario insediamento francese di Fort Duquesne, per mezzo secolo, nella seconda metà del Settecento, francesi, inglesi e coloni americani si disputarono il dominio di quel luogo strategico, e intanto sterminavano i nativi. Sui fiumi, scendevano barconi carichi di carbone, ferro, arenaria; negli anni Sessanta dell’Ottocento, arrivò l’acciaio. Pittsburgh è anche la città in cui si insediò George Westinghouse, che diede vita alla seconda azienda elettrica degli Stati Uniti.

Dal 1870, arrivarono ondate di emigrati da Dublino, Manchester, dalla Germania, e poi polacchi, ungheresi, slovacchi, russi, italiani. In seguito, salirono a nord migliaia di profughi neri in fuga dal sud razzista. Scrive il fotografo: “In comune avevano solo le fornaci, gli incidenti, i salari da fame e gli scioperi. L’inglese rimase per loro una lingua estranea”.

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2342, mi ricordo

Mi ricordo le 3.722 visite e 1.856 visitatori unici del lunedì dopo l’affannoso, miracoloso ritorno in Champions.

Covers 321, Carol Alt – Skorpio 1989

#Rivincite outtakes 27 – Le scommesse

Il capitolo “Distorsioni” parla, innanzitutto di doping e di corruzione ai vertici di Cio e Fifa. Ma non mancano riferimenti alla natura corruttiva delle scommesse. Ed ecco che dagli Stati Uniti di Trump arriva una sentenza che farà epoca.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato il divieto sulle scommesse negli sport professionistici e amatoriali.

In vigore dal 1992 in 46 dei 50 stati americani, la norma vietava le scommesse su partite o eventi di qualsiasi sport; facevano eccezione lo stato del Nevada (quello di Las Vegas), Oregon, Delaware e Montana, dove erano ammessi alcuni tipi di lotterie sportive.

La Corte Suprema ha così confermato la legalità di una legge statale del New Jersey, approvata nel 2014, che consente le scommesse sportive nei casinò e nei circuiti ippici. Ha, inoltre, annullato la legge federale sulla protezione dal gioco d’azzardo degli sport professionistici e amatoriali nota come “Congress of the Professional and Amateur Sports Protection Act”.

Il dibattito sulla legalizzazione delle scommesse sportive va avanti da anni; nel 2014, il “commissioner” della NBA, Adam Silver, aveva scritto sul New York Times a favore della legalizzazione e regolamentazione delle scommesse, sostenendo sia utile a ridurre l’enorme volume di scommesse clandestine che ruota attorno alle gare.

Le principali critiche alla rimozione del divieto vengono dalla NCAA, l’associazione sportiva che raggruppa e organizza le competizioni di college e università: secondo la NCAA, le scommesse sarebbero una minaccia per l’integrità e la correttezza delle competizioni.

In un libro “serio” come “Rivincite”, certe battute non me le sarei permesse. In un blog “scherzoso” come questo, posso scriverlo: che la Corte Suprema USA abbia fra i suoi consulenti Gigi Buffon? 

#InterIsHere: finalmente in Champions

Avevo detto che era un’Inter da quinto posto. Avevo detto che non sopportavo più questo monocorde 4-2-3-1. Avevo detto che a certe cifre non avrei trattenuto Icardi… Insomma, non è che le azzecco proprio tutte.
Ma ieri credo di aver avuto un’intuizione rara, quando verso le 18.00 ho pubblicato questo post: #Lazio-Inter, pronostico secco
Se seguo la logica, non ce n’è: i padroni di casa hanno tutto a favore, possono giocare per il pari, hanno micidiali contropiedisti, lo stadio pieno come non gli accade mai.
Ma anche la Lazio ha forti, anzi fortissime propensioni al suicidio.

Il suicidio della Lazio si è concretizzato in 3 minuti, fra il 78esimo e l’81esimo: rigore (netto), espulsione del capitano, ennesimo corner concesso e Vecino che salta più alto di tutti. Per 77 minuti, la Lazio aveva strameritato la qualificazione in Champions, il 2-1 non le rendeva giustizia, perché se è vero che l’autogol di Perisic era stato fortunoso, solo Handanovic e il palo avevano impedito che la partita fosse già finita.

Nel frattempo, l’Inter non costruiva che un paio di palle-gol, una sprecata malamente da Icardi, con immediato sfogo del sottoscritto…
#Lazio-Inter, al minuto 21 si è capito perché Icardi vedrà il Mondiale in tv. Spero si sia anche capito che non vale 8 milioni di ingaggio all’anno.

E un’altra non realizzata da Perisic, che pure era uno dei pochi a meritare la sufficienza. Ma di parate di Strakosha, non ne ricordo nessuna.
Ricordo, piuttosto, il senso di impotenza che mi comunicava il ruminare calcio dell’Inter voluta da Spalletti, con la correzione tattica di Candreva, largo a sinistra, che sarebbe piaciuta ai surrealisti dopo qualche giro di assenzio: #Lazio-Inter, al minuto 41 si è capito che i nerazzurri sono scarsi in tanti fondamentali. E la “mossa Candreva” a sinistra mi suscita più imbarazzo che pena.

Il gol preso in contropiede – magnifico, chirurgico – mi aveva fatto ritenere che sarebbe finita 3-1 per i padroni di casa. E la prima metà del secondo tempo è passata senza sussulti, con un gigantesco Milinkovic-Savic da una parte, e un involuto Rafinha dall’altra.
Poi, le mosse della disperazione: Eder e Karamoh. E Simone Inzaghi che pensa a gestire anziché infilzare l’ultima banderilla, sostituendo Immobile con Lukaku (qualcosa di simile al cambio Icardi/Santon).

Ma nemmeno l’interista più sfegatato può dire di averci creduto. L’Inter ha continuato a giocare male, tradita da Icardi, Candreva, Rafinha, Vecino, lo stesso Cancelo non mi ha affatto convinto, e solo da un calcio d’angolo poteva uscire qualcosa. Infatti, c’era già stato il rigore annullato dal Var per tocco di spalla di Milinkovic-Savic, a segnalare i sintomi della sindrome che la Lazio aveva già palesato a Salisburgo, e che motivava la mia “profezia” sul suicidio.

Conclusione attonita: #Lazio-Inter, ho 58 anni, mai viste due vittorie così all’Olimpico in un solo campionato. Vale la nebbia di Belgrado, un suicidio perfetto, Spalletti è un generale fortunato.

La fortuna bisogna meritarsela. L’Inter se l’è meritata. Nel bilancio stagionale, ha prevalso la capacità di non andare mai “in barca”, di restare in partita anche quando gli avversari ti stanno surclassando. Cosa che non è riuscita alla Lazio, che ha un calcio che riempie gli occhi e ha dovuto rinunciare a Parolo e Luis Alberto, oltre ad avere un Immobile a mezzo servizio (anche questo contribuisce alla sfortuna).

Ci sarà tempo per immaginare progetti. Unica certezza, giocheremo 6 partite di Champions partendo da un ranking rovinoso, precipitati come siamo al numero 88.

Sono fra quelli che pensano che si può imparare molto dalle sconfitte, se le si sa analizzare senza attenuanti consolatorie. Ma anche dalle vittorie si può e si deve ricavare qualcosa. L’Inter 2017-18 ha fatto 72 punti, 40 li aveva accumulati nelle prime 16 giornate, i 32 delle ultime 22 partite fanno capire che il 4-2-3-1 va accantonato in fretta, e serve un consistente innesto di tecnica e personalità.

Un esito fortunato non cambia il fatto che Icardi non vale 8 milioni netti a stagione; che Candreva nei 3 dietro la punta non può giocarci; che Rafinha ha in testa un calcio che nessun altro nerazzurro sa giocare; che Vecino ha piedi sbilenchi, che D’Ambrosio non sa crossare di sinistro, che dalla panchina non si possono alzare Eder e Karamoh, eccetera…

Se nemmeno una serata epica come quella dell’Olimpico, fa capire a Suning l’essenza del calcio italiano, la fortuna ci abbandonerà con la stessa rapidità con cui ieri sera ci ha dolcemente accarezzato.

Earthbound. King Crimson (Islands, 1972) – 7

LA MUSICA IN AIUTO 299.

Live sporco e distorto, imperfetto e sgraziato, e l’aggettivazione ostile potrebbe continuare. Contiene cinque composizioni registrate nel corso del tour americano – fra Willmington (Delaware), Peoria (illinois), Orlando e Jacksonville (Florida) – di un gruppo mutante, abituato a cambiare pelle.

Il master venne ricavato dal mixer di palco su cassette Ampex a bassa fedeltà: i bassi coprono gli alti, la registrazione sembra difettosa. Quando uscì, a giugno, la band che l’aveva registrato, si era già sciolta. Ma se li amavi come li amavo io, dovevi procurati anche questa specie di passo falso.

È il quinto album del Re Cremisi, il più incline al jazz: in questa fase, intorno alla magnetica chitarra elettrica di Robert Fripp – unico superstite delle origini, ed erano passati appena tre anni – ruotano Mel Collins (mellotron e ogni genere di sassofono), Boz Burrell (voce e basso) e Ian Wallace (batteria).

Unanimemente considerato il peggiore fra i nove album della “prima vita” del marchio King Crimson, quella vissuta fra il 1969 e il ’75, ripropone, scartavetrandolo, il manifesto 21st Century Schizoid Man e trova il momento migliore in The Sailors Tale, interrotta bruscamente. Interminabile, la versione dilatata di Groon, fino ad allora lato B di un 45 giri pressoché clandestino; vere e proprie improvvisazioni live, Peoria e Earthbound i non proprio memorabili inediti.