Rossi c’è! Quasi 21 anni dopo la prima vittoria, da Brno a Assen (decima volta in Olanda)

Tecnopolitica, Stefano Rodotà: un libro di vent’anni fa

Nel 1997, Laterza ha pubblicato “Tecnopolitica”. Vent’anni dopo, la sinistra italiana dimostra di non averlo letto. E così, come previde Rodotà, siamo passati “dalla democrazia delle opinioni alla democrazia delle emozioni”.

Le nuove tecnologie provocano dubbi con esiti opposti: l’ideale della democrazia diretta o la società della sorveglianza totale? “O dovremo abituarci ad una singolare convivenza, quella di un Orwell che abita ad Atene?”.
Si delinea una nuova forma di democrazia, non più intermittente (il voto ai rappresentanti e i referendum): “una forma di democrazia continua, dove la voce dei cittadini può levarsi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo”.
Il rischio della via plebiscitaria, che si risolve in una radicale semplificazione dell’esistente, grazie alla riduzione delle procedure di partecipazione e controllo, cancellando ogni strumento di mediazione fra Capo e Popolo.

Come colmare il vuoto fra un’elezione e l’altra, come interrompere il silenzio-delega dei cittadini? La democrazia elettronica può offrire strumenti, purché i momenti della decisione vengano preceduti da una fase di informazione.
“La democrazia dei moderni è stata descritta come un passaggio dalla democrazia delle élites a quella dei partiti di massa e, oggi, ad una democrazia del pubblico o dell’opinione, nella prospettiva sempre più ravvicinata di un più radicale passaggio dalla rappresentanza all’autorappresentazione dei cittadini, che proprio la tecnopolitica renderebbe possibile”.

“La tecnopolitica attinge i suoi modelli dal mondo della produzione e del consumo”. L’offerta politica è assimilata a quella dei prodotti: campagna elettorale permanente, sotto forma di flussi di informazioni.
Il primato dell’immagine sulla parola.
1992: Ross Perot raggiunge il 18,9% dei voti.
Brasile: Collor de Mello diventa Presidente con l’appoggio determinante di Rede Globo.
1994: Silvio Berlusconi. “Il caso italiano non si presenta come un’anomalia, e assume il significato di un annuncio”.

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The Big Heat, Stan Ridgway, I.R.S., 1985 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 60.

L’esordio solista del leader dei Wall of Voodoo è un album notturno, attraversato da visioni fantasmatiche e sonorità western, con lunghi testi simili a racconti e atmosfere al neon.

Esce poco dopo l’episodio di «Rusty il selvaggio», dove Ridgway e Stewart Copeland avevano duettato nella turbolenta, magnifica Don’t Box Me In.

Rifarsi al titolo di un film di Fritz Lang, un noir torrido e sensuale, voleva dire che dietro la musica di Stanard Ridgway stava sempre qualche ispirazione cinematografica, le sue canzoni potevano diventare soundtrack in qualsiasi momento.

Ridgway è innanzitutto un ottimo cantante. Qui suona armonica, banjo, tastiere e chitarra.
Della strumentazione fanno parte anche mandolino, trombone e violino: chiamati a raccolta una decina di session men (Richard Greene, Bruc Zelesnik, Bill Noland, Louis Van den Berg, Mike Watt, Mark Cohen…) in grado di conferire una levigata compattezza ai singoli brani, fra cui spiccano Walkin’ Home Alone, Pile Driver e quella Camouflage d’ambientazione vietnamita, che mi ha fatto pensare a certi racconti sulla guerra di Secessione scritti da Ambrose Bierce.

2011, mi ricordo

Mi ricordo quando ho fatto parte di una giuria che doveva scegliere la migliore fra 10 torte.

Wonder Woman 24. Gerald Parel e Michael Dooney

Revisionando Twin Peaks (30)

Camionista alcolizzato, spacciatore, sicario pagato da Horne, Leo Johnson picchiava la moglie Shelly, era fra i violentatori di Laura Palmer e Ronette Pulaski, ha ucciso Bernard Renault. Mentre stava per fare altrettanto con Bobby (peraltro, l’amante di Shelly), è stato colpito da una pallottola sparata da Hank, rimanendo paralizzato, in una specie di trauma psichico, costretto a stare su una sedia a rotelle, mentre Shelly e Bobby amoreggiano.

Al risveglio, cerca di uccidere la moglie, che lo colpisce con una coltellata alla gamba. Fugge nel bosco, dove viene attratto da Windom Earle, che lo riduce in schiavitù tramite un collare che infligge scariche elettriche.
Ora, Leo Johnson diventa il simbolo della compresenza di Bene e Male: sacrifica se stesso per liberare il maggiore Briggs, a cui chiede di salvare Shelly. Prima di abbandonare la capanna nel bosco, Windom Earle lega Leo a un sistema di corde che sostiene una gabbietta con alcune vedove nere (Leo trattiene coi denti la corda che lo separa da morte certa).

Scatole dentro scatole dentro scatole: finché Andrew Packard, esasperato, spara alcuni colpi di pistola e trova il contenuto nascosto dal suo rivale, Eckardt: è la chiave di una cassetta di sicurezza, identica a una che già possiede.

Cooper riferisce a Truman i suoi dubbi sulla Loggia Nera e la morte di Josie, dovuta forse alla possessione da parte di “Bob”. È ormai convinto che sia quello il filo conduttore delle morti di Laura, Maddy e Josie; è come se quell’entità “si cibasse di paura”. Nella periodica, rara congiunzione di Giove e Saturno, i boschi aprono il varco a spiriti malvagi e voragini spazio-temporali. È la paura ad aprire la porta della Loggia Nera, l’amore quella della Loggia Bianca.
Earle li ascolta attraverso la microspia inserita nel bonsai che sta nell’ufficio dello sceriffo; sarà Andy, con una delle sue tipiche sbadataggini a svelare la cimice.

Vent’anni prima, l’edizione inaugurale di Miss Twin Peaks venne vinta da Norma Jennings, che stavolta presiede la giuria.

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Stefano Rodotà: nel dubbio, bastava chiedersi come la pensava lui ed eri sicuro – direbbe «il manifesto» – di essere dalla parte del torto.

Georges Simenon, In caso di disgrazia (Adelphi, 1957)

“Non posso sorvegliarla giorno e notte, e neanche pretendere che passi il suo tempo ad aspettarmi. D’altronde, so bene di non bastarle, e perciò sono costretto a lasciarle cercare altrove quello che io non le do. Se poi ne soffro, tanto peggio per me”.

Lucien Gobillot, brillante avvocato parigino ormai prossimo ai cinquant’anni, sposato con l’affascinante Viviane, decide di aprire un fascicolo su se stesso: intende scrivere di ciò che lo tormenta, cosa gli sta succedendo da quando è comparsa Yvette.
Gobillot ne è diventato l’amante, la mantiene, le paga un appartamento. Viviane è a conoscenza di tutto.

Un anno prima, Yvette si era presentata da Gobillot con “un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo”, un misto di ingenuità e astuzia, di innocenza e di vizio. Era una diciannovenne abituata ad arrangiarsi, una prostituta ricercata per rapina, che aveva subito ammesso di essere colpevole; la parcella voleva pagarla offrendo il suo corpo (sotto la gonna non portava mutandine).
Gobillot aveva la fama di fare assolvere i colpevoli. Fama confermata al processo, dove nessuno ha dubbi sulla colpevolezza delle due imputate, ma l’avvocato difensore riesce a tirarle fuori dai guai. Per la sua spregiudicatezza processuale, Gobillot era ammirato e temuto, ma non sarebbe mai diventato ministro (il cruccio di Viviane).

Il fascicolo autobiografico si riempie di ricordi: non solo quelli riferiti a Yvette, ma anche altri, risalenti all’epoca in cui conobbe Viviane, moglie del grande avvocato presso il quale Lucien faceva pratica. Donna bellissima, “creatura inaccessibile”, che tuttavia Gobillot riuscì a strappare al marito. Di sé, l’avvocato afferma di essere brutto, ma di emanare una “impressione di potenza, o meglio di intensa vitalità”.

Da parte sua, non crede all’amore: non ha mai amato Viviane, ne è stato profondamente turbato; e verso Yvette è spinto da “una fame di sesso puro”, che prescinde da ogni considerazione sentimentale. La ragazza incarna ai suoi occhi la “femmina”, con le sue debolezze, le sue vigliaccherie, “e anche con il suo istinto di aggrapparsi al maschio e diventarne la schiava”.
“Dopo la tensione nervosa di un’arringa importante, dopo l’ansia dell’attesa del verdetto, provo quasi sempre il bisogno di un brusco scarico di tensione. Per anni, appena finito tutto, mi precipitavo in una casa d’appuntamento di rue Duphot”.

Yvette frequenta anche un giovane operaio, Léonard Mazetti, che viene a sapere dell’avvocato e arriva presto a non tollerare la situazione: pretende che Yvette sia tutta per lui, le chiede di sposarlo. Yvette rifiuta, poi confida a Gobillot i suoi timori per qualche gesto impulsivo del giovane.

Non è il migliore fra i Simenon che ho letto, ma è certo il mélo con la più forte carica erotica. Nel ’58, Claude Autant-Lara ne ricavò un film («La ragazza del peccato»), affidando i ruoli principali a Jean Gabin e Brigitte Bardot.

In copertina, un dipinto di Edward Hopper: Scala al 48 di rue de Lille – 1906.

In the Court of the Crimson King, King Crimson, Island 1969 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 59.

Partirò dalla strepitosa cover di Barry Godber, per provare a spiegare come un dodicenne di provincia potesse avvicinarsi a una musica simile (il mio lp è una ristampa del 1972): in quello sguardo spaventato vedevo una specie di fumetto, qualcosa di simile a certe grottesche tavole di Magnus.

Sono passati troppi anni, riesco solo a immaginare il trauma dell’attacco: avrò abbassato il volume per non spaventare i nonni, e poi l’avrò rialzato adagio, perché quella musica andava e veniva, saliva e scendeva, fra urla e sospiri. Avevo letto che si trattava del manifesto di un nuovo genere: il “rock progressivo”.

Uscito nell’ottobre 1969, l’album rivelò al pubblico un gruppo di coetanei, nati nel 1946, aggregati intorno alle chitarre di Robert Fripp. I loro nomi: Michael Giles (percussioni e voce), Greg Lake (basso e voce solista) e Ian McDonald (tastiere, flauti, mellotron e voce); il primo nucleo del Re Cremisi musicava testi di Peter Sinfield.

Fripp è il leader, ma la sua firma sta solo su 3 brani. Il lato A è un concentrato di idee e di variazioni di clima: si passa dal grido pre-punk dell’apertura, alla sconfinata dolcezza di I Talk to the Wind, fino all’incedere maestoso di Epitaph. Il lato B è più discontinuo, pieno di sperimentalismi non ancora incanalati, discese ardite e risalite, intuizioni che partono per la tangente, scarti irrisolti fra l’epica e l’intimismo; i cori che inseguono le melodie rimangono di una perfezione abbagliante.

Impossibile identificare il punto più alto di questa sinfonia epocale, ma suscita tuttora un’emozione fortissima lo scarto fra la furibonda violenza di 21st Century Schizoid Man e i bucolici sussurri che seguono.

È un esordio che sgretola lo schema classico della canzonetta radiofonica, afferma il gusto per le composizioni dilatate, le architetture imponenti, l’identificazione di una cosmologia. In quei momenti, qualcuno aveva l’impudenza di gridare al mondo che il linguaggio del rock poteva ancora riservare una marea di sorprese.

2010, mi ricordo

Mi ricordo Cochet, Lacoste, Brugnon e Borotra, e quest’ultimo moschettiere diventare ministro per i collaborazionisti di Vichy.

Wonder Woman 23. John Byrne e Jason Fabok

A spasso nel bosco [A Walk in the Woods], Ken Kwapis 2015 [Tv62] 6

Uno dei percorsi escursionistici più celebri, il sentiero degli Appalachi, lungo 3510 chilometri (dal Maine scende in Georgia), è l’ambientazione di questo film, in cui Robert Redford, qui anche produttore, entra nei panni di un grande divulgatore scientifico: Bill Bryson. Il film riadatta «Una passeggiata nei boschi» scritto da Bryson nel 1998, ma non riesce a estrarne che una piccola parte della carica umoristica.

L’avventura dell’ormai anziano scrittore venne vissuta insieme a un amico con cui si era perso di vista, Stephen Katz, interpretato da uno spiegazzato Nick Nolte. Nel cast anche Emma Thompson, la sconsolata moglie di Bryson, incapace di trattenerlo da quella pazzia e Mary Steenburgen, gestrice di un motel che lancia occhiate seduttive.

Bryson ha vissuto una vita intensa, ha viaggiato in ogni angolo del mondo, ma la vecchiaia avanza e quasi per reazione al funerale di un conoscente si convince a tentare un progetto molto faticoso e persino pericoloso. La moglie riesce solo a convincerlo a non farlo in solitudine. Il compagno di viaggio non fa parte delle telefonate con cui Bryson cerca un complice; risale da un lontano passato, ha condotto un’esistenza dissipata, fra donne, alcol e droghe, zoppica vistosamente, non sembra nemmeno in grado di partire.

Lungo il sentiero degli Appalachi, Bryson e Katz hanno una serie di disavventure, un paio divertenti, altre decisamente meno. Anche il bilancio degli incontri casuali tende al peggio (ma una coppia di giovani odiosi si rivelerà provvidenziale).

Inevitabilmente, il meglio del film esce dalle interazioni fra due grandi attori, mal serviti dalla sceneggiatura. Panorami spettacolosi, ma si poteva sperare in meglio. Un paio di canzoni, forse tre, sono dei Lord Huron, indie band losangelina che non conoscevo.

In quale altro ruolo, l’Inter ha il numero 5 al mondo?

Ai critici di Samir Handanovic, che magari auspicano venga sostituito da qualcuno “più bravo coi piedi”, chiedo di leggere l’annuale classifica compilata da Bleacher Report.

25. Jeroen Zoet, PSV Eindhoven
24. Wojciech Szczesny, Roma (on loan from Arsenal)
23. Kevin Trapp, Paris Saint-Germain
22. Diego Alves, Valencia
21. Bernd Leno, Bayer Leverkusen
20. Kasper Schmeichel, Leicester City
19. Rui Patricio, Sporting CP
18. Iker Casillas, FC Porto
17. Roman Burki, Borussia Dortmund
16. Anthony Lopes, Lyon
15. Petr Cech, Arsenal
14. Timo Horn, FC Cologne
13. Ralf Fahrmann, Schalke 04
12. Ederson Moraes, Manchester City
11. Pepe Reina, Napoli
10. Keylor Navas, Real Madrid
9. Gianluigi Donnarumma, AC Milan
8. Hugo Lloris, Tottenham
7. Marc-Andre ter Stegen, Barcelona
6. Thibaut Courtois, Chelsea
5. Samir Handanovic, Inter
4. Gianluigi Buffon, Juventus
3. David De Gea, Manchester United
2. Jan Oblak, Atletico Madrid
1. Manuel Neuer, Bayern Munich