Inter-Sassuolo, prima

Dopo aver vinto i primi 3 confronti, segnando 15 gol senza subirne uno, delle successive 8 partite con il Sassuolo, l’Inter ne ha vinta solo una, perdendo tutte le ultime 4.

Solo contro la Juventus, il bilancio risulta più negativo. In pratica, in 11 partite il Sassuolo ha raccolto 21 punti… Curioso come non sia mai finita in parità (la Legge dei Grandi Numeri è destinata a presentare il conto).

Bestia nera o nero-verde, dunque.

Ma sotto la scaramanzia, c’è almeno un motivo meno irrazionale per spiegare il pessimo rapporto dell’Inter con questa squadra: la sua storica atipicità tattica. Lo si deduce, ricapitolando i nomi dei marcatori nero-verdi.

Berardi (4 gol), Politano (3), Iemmello (2), Zaza, Sansone, Pellegrini, Falcinelli. Se si esclude Zaza, sono tutti trequartisti, incursori, attaccanti esterni.

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2582, mi ricordo

Mi ricordo la visita fiscale per l’opinione del medico sui gastroprotettori.

Ridateci il nemico!, Renato Calligaro, Feltrinelli, 1977

Donna Celeste “affittacamere, maggioranza silenziosa, Dc”, Oreste “operaio, ex partigiano, Pci”, Nicola “operaio, ex sessantotto, Lc”, Manuel, fricchettone col fiore in bocca, simbolo dei giovani del ‘77, Ragioniere “capitalista, industriale”, Gonzalo “farmacista, intellettuale progressista”, Giovanna “insegnante femminista”, Filippo, nipote di Celeste, di estrema destra… Ecco i protagonisti. Seguono un centinaio di tavole in bianco e nero, nel classico formato della “Feltrinelli Economica”.

Sullo sfondo, i fatti dell’epoca: il processo per lo scandalo Lockheed, la nube di diossina nel cielo di Seveso, la morte di Mao, la chiusura di Lotta Continua, le autoriduzioni, l’ennesimo governo Andreotti, la cacciata di Lama dall’università di Roma, i carri armati per le strade di Bologna (“in questa valle di lacrimogeni”), il compromesso storico…

Bigotta affittacamere, vedova con nostalgie fasciste, Donna Celeste – iniziali D.C. – racconta al ritratto di Giovanni XXIII appeso alla parete i cambiamenti di una società che non riesce più a capire: “Ma insomma, questo mondo è sempre stato lo stesso in 3000 anni / non vorrà mica mettersi a cambiare proprio adesso!?!”.

Vede un corteo giovanile e sbotta: “Ma se non la smettono con tutta questa felicità di massa, che ne sarà di Dio?”.

Gonzalo ha votato Pci e Donna Celeste lo rimprovera: “E le sembra decente per un ricco come lei votare per i rossi?”.

A Donna Celeste non sfuggono le contraddizioni: per esempio, il Pci contro la legge sull’aborto. Gongolando, dice a Oreste: “Suona per tutti l’ora di guardare i cortei dal marciapiede del torto”.

Il capitalista discute con il suo dirigente di fabbrica: “Un Pci inserito potrebbe non essere altro che una risposta alla legittima esigenza di ordine / e l’ordine nella democrazia / non è sempre di destra?”.

È Oreste, sempre più confuso – dal compromesso storico, dal femminismo, dai giovani che contestano il Pci, dal Partito che si allontana dall’Urss – a gridare: “Ridateci il nemico!”.

Pittore e scrittore, grafico, vignettista di satira politica, Calligaro ha collaborato a Linus, l’Espresso, Panorama, Reporter, la Repubblica, il manifesto, Tango, Cuore, Le Monde. Lorenzo Mattotti l’ha definito uno dei suoi maestri, insieme ad Alberto Breccia… Lo stile di Calligaro porge i personaggi di profilo, silhouettes graffianti, con qualche tendenza all’astrazione o all’espressionismo (ombre e suoni che occupano la scena).

Quando meno te lo aspetti, Masha ritorna

Per trovare il nome di Maria Sharapova nel ranking WTA, bisogna scendere fino al numero 30.
Ma stanotte a Melbourne ha battuto Caroline Wozniacki, campionessa uscente degli Australian Open e numero 3 delle classifiche, con un imprevedibile 6-4, 4-6, 6-3.

Vincitrice degli Australian Open nel 2008, Sharapova torna così ad arrampicarsi fino a un Ottavo di finale di uno Slam.
Può perdere contro chiunque, ma non mi stupirei se entrasse nelle prime 4.

Gonzalo, nuova pietra di paragone

Per tanti anni abbiamo subito giuste irrisioni per aver scambiato Boninsegna con Anastasi, Pirlo con Guglielminpietro, Cannavaro per Carini. Errori clamorosi, ancorché derivati dal bisogno di ridurre le spese.

Ora, lo scambio che ha portato Higuain al Milan con il rientro alla base di Bonucci è destinato a imporsi come uno standard dell’incapacità gestionale.
Penso ci sia molto che non conosciamo (qualcosa sapremo quando farà comodo dircelo), perché Leonardo non è certo uno stupido e atteggiamenti così autolesionisti credo nascondano segreti ancora più negativi.

Resta il fatto che Gonzalo è stato pagato 9 milioni di euro per il prestito e altrettanti di ingaggio: 18 milioni di euro per mezzo campionato… Corrispondono a più dell’intero bilancio annuale dell’Empoli, per un centravanti che ha siglato appena 8 reti in partite ufficiali (2,25 milioni cadauna).
Con la finale di Supercoppa, nella quale ha avuto la conferma – dopo Napoli – che l’arbitro nel dubbio sceglie sempre il bianconero, Higuain lascia il Milan dopo averne indossato la maglia per 1.861 minuti. È costato 9.672 euro al minuto.

Più di quel che costa CR7 e se Wanda lo prende a paragone, può chiedere all’Inter 40 milioni netti all’anno.

Mi piacerebbe conoscere qualche rossonero che ha comprato questa maglietta numero 9.

2581, mi ricordo

Mi ricordo il comportamento sguaiato e arrogante di un gruppo di boyscout sul pratone dei Pianotti di Gaggio Montano.

Ma i buoi sono ormai scappati

In politica, il tempo è quasi tutto: non esiste una proposta politica giusta, se arriva troppo presto o troppo tardi. Innumerevoli i casi in cui la medesima idea si è rivelata giusta o sbagliata per la sola tempistica.

Pensavo di aver assistito a un nuovo record di autocritiche fuori tempo massimo, quando Junker ci ha detto che l’austerità è stata uno sbaglio e l’Europa doveva essere più solidale con la Grecia… Sbagliavo, oggi lo supera Carlo De Benedetti, intervistato dal Sole24Ore. Ecco il passaggio cruciale:

«Quanto alle élite europee, credo che sia necessaria un’autocritica. Negli ultimi 20 anni siamo stati tutti troppo innamorati della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Tenendo in scarsa considerazione i danni che questa combinazione di fattori avrebbe avuto sulla classe media e in generale sui lavoratori. Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea».

Ora, chi la rianima, la famosa sinistra europea? E come farà a essere credibile dovendo compiere un’inversione a U?

Zitti al cinema, di Marquant, Unwired media, 2006

Ideale – come linguaggio, contenuto e formato – per una lettura frammentaria, da autobus; autore, un trentottenne milanese che si nascondeva, chissà perché, dietro uno pseudonimo.

Più riuscita è la prima parte, dove si descrivono alcune fra le più frequenti situazioni di disturbo che gli appassionati del cinematografo – per esempio, chi va spesso al cinema da solo – sono costretti a subire: pretendere silenzio, in un’era dominata dalla maleducazione e dal consumo televisivo, costringe a fare i conti con vari generi di molestatori, dagli “entusiasti molesti” alle “amiche delle otto”, da “sua saccenza, l’annoiato” ai “popcornivori”, da chi scarta caramelle a chi tiene acceso il cellulare, da chi accompagna i bambini a vedere Alla ricerca di Nemo e ride più forte di loro, a chi anticipa al vicino tutti i passaggi fondamentali del film che ha già visto.

È divertente la descrizione delle situazioni sperimentate nelle proiezioni estive, all’aperto, fra zanzare, piogge improvvise, poltrone scomodissime e generi di conforto: sigarette, gelati, bottigliette d’acqua da mezzo litro “il cui prezzo segue le quotazioni del greggio”.

Con la sua reputazione da cinefilo, nella stretta cerchia di amici e conoscenti, l’autore sa che da lui ci si aspetta giudizi rapidi e incisivi, per spingere a vedere un certo film, oppure per evitarlo; “carino” è aggettivo abusato e svuotato di senso; “bello!” va riservato agli inevitabili candidati all’Oscar; “delizioso” è ancora meglio, ma non tutti potranno cogliere certe sfumature; “straordinario” viene in soccorso quando la qualità della fotografia o delle musiche deve far dimenticare una breve crisi di sonno; “lento” è già una stroncatura, che cresce allungando la “o” finale; “pesante”, strascicando la “a”, è il peggior giudizio che si possa esprimere. Leggi il resto dell’articolo

Trapezio, Renato Zero (RCA, 1976) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 440.

Al terzo album, Zero sta per esplodere. Sgangherato, barocco (si preferiva dire glam, sempre che i sorcini non la considerassero un’offesa), con arrangiamenti sovrabbondanti, pari solo alla feroce dolcezza della voce. Ancora oggi, suona spiazzante. Potrei dire che mi piace più oggi di allora.

Scritto in collaborazione con Piero Pintucci, Franca Evangelista e Mogol (c’è chi dice che fu solo una trovata pubblicitaria), vi suonano Achille Oliva e Mario Scotti (basso), Luciano Ciccaglioni e Giancarlo De Matteis (chitarre), Marco Pirisi e Massimo Buzzi (batteria), Rodolfo Bianchi (sax), Carlo Giancamilli (tastiere), Piero Pintucci, Albert Verecchia e Ruggero Cini (pianoforte). È l’album di Motel, Inventi, Salvami, Un uomo da bruciare e, naturalmente, Madame.

Impossibile confinare questo Zero in una categoria: non è un cantautore, non è solo un cantante, ognuno dei brani sembra un pezzo di vita vissuta, fra sussurri e grida, il canto sorprende per la metrica e la varietà, con vari passaggi di denuncia (depressione, aborto, disabilità, prostituzione) all’interno di una plateale preminenza per la provocazione verbale.

Pare che su questo album, Zero si sia giocato tutto: i precedenti No! Mamma, no! e Invenzioni avevano venduto pochissimo, la RCA non gli avrebbe fornito altre occasioni. Madame lo porta dritto nelle discoteche.

#Calciopoli da riscrivere? Accomodatevi.

Riesumo un post di tre anni (ottobre 2015), da quale si può dedurre che in questo disgraziato Paese ci sono motivi per rimpiangere Carlo Tavecchio. Fu sua l’espressione “lite temeraria” a proposito della richiesta danni che la Juve ebbe l’ardire di avanzare al TAR. Il suo successore si sta mostrando persino più pavido e accomodante nei confronti di chi non ha mai dato corso alle sentenze.

Giorni fa, la Gazzetta – specificando “non c’è nulla di ufficiale” – aveva scritto che il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio si era infine deciso: “passa all’attacco”. La Federcalcio avrebbe formalizzato la richiesta di danni alla Juventus per Calciopoli.

Richiesta naturale, e decisamente tardiva, se si pensa che il club bianconero, con la sua consueta assenza di autocritica, nel novembre 2011 presentò al TAR del Lazio una richiesta di risarcimento danni quantificata in 443 milioni di euro. Danni che dovrebbe pagare la Federcalcio. Mesi fa, Tavecchio aveva sillabato: “La richiesta di risarcimento della Juventus al Tar è una lite temeraria”. Sperando non se ne facesse niente.

Invece, la Juve, imperterrita, continua a fare finta che Moggi fosse un usciere e Giraudo un addetto alle fotocopie. Nemmeno la sentenza definitiva della Cassazione ha spinto Andrea Agnelli a più miti consigli. Nemmeno la pubblicazione delle durissime motivazioni gli ha fatto accendere un cero in chiesa, visto che, con tutta evidenza, non si fosse trattato della Juve avremmo assistito a una retrocessione in Serie C.

Consapevole della sua debolezza, Tavecchio ha sperato in una soluzione amichevole. Invece, Agnelli ha scritto agli azionisti che già nel 2016 serve “un’accelerazione della spinta riformatrice nelle componenti costitutive del calcio italiano favorendo il naturale ricambio degli uomini… per non passare altri cinque anni a elencare quello che si dovrebbe fare ma nessuno fa”.

La Juve – a ragione, mi costa dirlo – insiste per mandare via l’uomo che rimarrà nella storia per Optì Pobà. Non mi vedrete mai fare il tifo per Tavecchio, ma in questa circostanza spero abbia almeno la dignità di portarla lui, la Juve in tribunale.

2580, mi ricordo

Mi ricordo quando il babbo ricordava l’esperienza da sindacalista, e metà degli anni Cinquanta, nella provincia di Cuneo.

Dopo, Claire Tristram, Guanda, 2004

Una giovane vedova, il marito ebreo è stato assassinato in un attentato terroristico islamico: è passato quasi un anno, si avvicina l’anniversario e lei non ne può più, prova un disperato bisogno di fare sesso e recuperare un minimo di affettività.

Ha dato appuntamento a un uomo a cui sa di piacere. Per mantenere il segreto, si troveranno in un albergo isolato, sulla costa californiana; lei arriva la sera prima, lui il mattino dopo. È inverno, fa freddo: la donna è bianca, l’uomo è un musulmano dalla carnagione olivastra, il marito morto era ebreo. Nessun nome, né per i protagonisti né per i luoghi.

La donna amava il marito, il trauma è tutt’altro che risolto; la psicologa le ha consigliato di scrivere lettere al marito, e lei lo fa, e ne scrive una anche in quella sera d’attesa in albergo. Un’altra la scriverà alla fine della storia.

Nel frattempo, il futuro amante è seduto accanto alla moglie sulle tribune della palestra dove sta giocando la loro figlia maggiore. La protagonista sa che quell’uomo è sposato e ha figli. A sua volta, lui si è informato, ha saputo della tragedia, ama sua moglie, da tanti anni non va con altre donne, ma quella l’ha sedotto con una forza sconosciuta.

Quando già pensa che l’uomo abbia cambiato idea – in effetti, è in ritardo – lui arriva. La vede sovreccitata, “come se la paura e il desiderio che la consumavano non avessero lasciato più niente di lei”. Fra i due si crea un forte imbarazzo. Lei sente il bisogno di una certa ritualità. Fanno l’amore, scoprono la differenza che passa fra intimità fisica e riservatezza. È soprattutto lui a sentire il bisogno di una conoscenza più profonda, ma “troppe domande avrebbero ostacolato una comprensione profonda, una comprensione al di là delle parole”. È una continua alternanza di eccitazione e ripulsa (soprattutto in lei: “il corpo di cui si stava occupando sembrava disabitato”). Lentamente la donna abbassa le difese e avverte un senso di vitalità che temeva perduto per sempre. Leggi il resto dell’articolo

Gedda, vergognatevi tutti

Il primo giugno 2018 pubblicavo un post in cui chiedevo chi avesse avuto l’idea di scegliere l’Arabia Saudita, fra 210 Paesi iscritti alla FIFA, per giocare la prima amichevole dell’Era Mancini.

La Supercoppa a Gedda fa parte della stessa, disprezzabile logica: pecunia non olet.

Ecco l’aspetto più spregevole: né la politica, né le istituzioni sportive si assumono la minima responsabilità. Facile dire che la Lega Serie A è un’organizzazione privata, che c’è stato un bando e ha vinto l’offerta più alta. Peccato non vi abbia partecipato il Cartello di Medellìn: lo stadio di Medellìn ha certo più tradizioni calcistiche di qualunque impianto saudita.

Il CONI fa finta di niente. La Lega Calcio incassa. Alcuni commentatori strepitano per qualche minuto, ma poi il rito del palisnsesto televisivo spazza ogni argomento sotto il tappeto. È un’esclusiva RAI, alleluia… C’è persino chi vuol farci credere che giocare Juve-Milan a Gedda sia un passo avanti nell’emancipazione della donna saudita.

Corsi e ricorsi storici. Sarà un caso, ma la Juve c’è sempre di mezzo: nell’agosto 2002 (secondo governo Berlusconi) la finale di Supercoppa fra Juventus e Parma si giocò a Tripoli, nella Libia dominata da Gheddafi. Quante donne erano presenti allo stadio? 7, tutte italiane… Fu una partita oscena, con la sabbia tinta di verde che si sollevava in continuazione, e i figli di Gheddafi a costruirsi una reputazione con degli insulsi complici.

Stavolta, nel King Abdullah Sports City Stadium, le donne potranno assistere solo se accompagnate. Due i biglietti in vendita: per Singles (per soli uomini) e per Families. Due storiche società di calcio italiane si fanno pagare per conferire credibilità a una cultura men che medievale, tale per cui alcuni settori dello stadio di Gedda saranno riservati ai maschi.

Un gruppo di intellettuali di sinistra (Deaglio, Lerner, Ovadia, Boato, Campetti, Ferracuti, Manconi, Piersanti, Raffaeli, Sinibaldi) ha chiesto ai calciatori di fare un piccolo gesto: «Alcuni di coloro che scenderanno in campo il 16 hanno espresso solidarietà nei confronti di Koulibaly, vergognosamente fatto oggetto di insulti razzisti. È troppo augurarsi che la giusta sensibilità mostrata nei confronti del difensore azzurro, si manifesti nuovamente per una causa altrettanto giusta? A noi farebbe piacere se nel riscaldamento prepartita, scendessero in campo con magliette con scritte come Free Women, e Stop War in Yemen. Ma lasciamo a loro l’eventuale scelta. L’importante è che diano un segnale».

Non succederà… Anzi, l’esempio di Koulibaly suscita già un fastidio irresistibile, se si pensa che i buuuu sono razzisti e punibili caso per caso (“Bologna non è razzista”, la curva della Lazio figuriamoci) e Ancelotti sembra un fanatico perché osa ricordare che le partite si possono almeno sospendere.

Quanto alla pagina nera che si sta scrivendo a Gedda, non si può dimenticare che l’Italia fa tanti, tanti affari con il regime saudita. Siamo il secondo paese fornitore nell’UE dopo la Germania, l’ottavo al mondo: del resto, vendiamo il lusso e quelli hanno i soldi per comprarlo. Ah, già, vendiamo anche le armi: era puro centrosinistra, quello che nel 2014 firmò un protocollo per venderne ancora di più, e pazienza se tuttora vengono usate sui civili yemeniti.

Si poteva evitare, volendo. Ma il presidente della Lega Serie A Miccichè ci fa sapere che “quando è stata scelta Gedda la vicenda dell’omicidio del giornalista Kashoggi non era avvenuta. Altrimenti sarebbe stata presa un’altra decisione”.

Se poi rileggiamo Malagò (atto di contrizione come pochi altri), vediamo come il buon esempio provenga dall’alto. Magnifici, gli ipocriti che accusano tutti gli altri… «Sul caso della Supercoppa a Gedda c’è il trionfo dell’ipocrisia da parte di tante persone. La migliore offerta è stata quella dell’Arabia Saudita e che il bando è stato giudicato a luglio del 2018. Il problema è sorto con la vicenda dei biglietti, la donna che prima non poteva andare allo stadio ora ci può andare in determinati settori. Poi ovviamente tutto quello che succede in Arabia non mi trova d’accordo ed è da criticare, ma noi abbiamo governi che fanno accordi con questo Paese, con il quale facciamo scambi commerciali… Con la Nazionale di calcio, dopo la mancata partecipazione a Russia 2018, stiamo sperando di andare a giocare il Mondiale in Qatar, le cui leggi sono decisamente peggiori rispetto a quelle dell’Arabia Saudita. Quindi se si vuole, si prende una linea chiara, forte, che personalmente non condivido, ma in ogni caso tutto questo non si può fare quando i cavalli sono scappati».

Finché ci saranno Malagò e quelli come lui, di cavalli ne scapperanno tanti altri. Sembra impossibile, ma le massime autorità sportive sono riuscite a regalare una bella figura a Salvini, scaltro quanto basta per affermare che non guaderà la partita: “Non ce la faccio a vedere una gara tra veli e burqa”.

Farò come Salvini.