Sugo, Eugenio Finardi, Cramps 1976 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 131.

Rabbia, forza e ribellione. Questo doveva esprimere il rock’n’roll, per il Finardi degli esordi, che in questo secondo album solista fa esplodere due delle canzoni più emblematiche di una fase storica e generazionale: Musica ribelle e La radio, veri e propri inni delle nascenti radio libere.

Mi accorgo di possedere 7 cd dell’Eugenio e solo questo lp (peraltro, una ristampa, uscita dopo Roccando Rollando).
Mi pare che a 24 anni, volesse innanzitutto evitare la deriva melodica del cantautore, e pazienza se non sempre riusciva a contenere gli eccessi di verbosità, un tono quasi comiziante.
Può disporre di musicisti formidabili: Hugh Bullen (basso), Walter Calloni (batteria), Lucio Fabbri (violino), Lucio Bardi (chitarra), Claudio Pascoli (sax), alcuni componenti degli Area (Patrizio Fariselli, Paolo Tofani, Ares Tavolazzi); alle chitarre sta l’amico Alberto Camerini.

“Cantando di gioia e di rivoluzione”, è un rock che, programmaticamente, deve vibrare nelle ossa ed entrare nella pelle.
Il suono sfiora le tonalità del progressive e del jazz, per attestarsi su atmosfere che stanno fra Byrds e Who; La CIA, I soldi e La paura del domani mi sembrano le espressioni più ingenue e datate, Oggi ho imparato a volare la composizione più intensamente poetica.

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2129, mi ricordo

Mi ricordo di non aver voluto resistere davanti a una bella edizione di Martin Eden, ricomprando un romanzo già letto due volte.

E vediamo un po’ se qualcuno sa riconoscere chi sta leggendo Martin Eden in un film amatissimo?

Edgar Allan Poe trasfigurato da Dino Battaglia

Otto storie brevi dalle pagine di Poe.
1. Re Peste, 8 tavole, su «Linus» n.12, dicembre 1968
2. La caduta della casa degli Usher, 9 tavole, su «Linus» n.5, maggio 1969
3. Lady Ligeia, 8 tavole, su «Linus» n.10, ottobre 1969
4. Hop-Frog, 9 tavole, su «Linus» n.12, dicembre 1971
5. La scommessa, 9 tavole, su «Linus» n.4, aprile 1972
6. La maschera della Morte Rossa, 8 tavole, su «Linus» n.10, ottobre 1972
7. Il sistema del dott Catrame e del proff Piuma, 11 tavole, su «Linus» n.8, agosto 1973
8. La straordinaria avventura di Hans Pfall, 13 tavole, su «Il Giornalino» n.12, marzo 1981

Stranamente mancano due storie del 1971 sceneggiate da Mino Milani e uscite sul «Corriere dei Piccoli» (Lo scarabeo d’oro e La lettera rubata).

È una questione di atmosfere…

Facile dedurre che quelle di Poe abbiano affascinato l’autore veneziano, a cui è piaciuto affrontare, prima e dopo, anche Melville e Lovecraft, De Coster e Maupassant, Buchner, Stevenson e Rabelais.

Ma di quali atmosfere e suggestioni si parla, anzi quale interpretazione propone Battaglia, fra le varie letture che sono state fatte di Poe, etichettandolo, di volta in volta, come gotico, horror, poliziesco, grottesco, metafisico, fantastico, paranormale, eccetera?

Dino Battaglia (1923-1983) è stato molto più che un illustratore formidabile, fin dal «Moby Dick» del ’67 affina un gusto per la trasposizione letteraria, che anticipa la graphic novel utilizzando tutto ciò che può offrire la tavola disegnata (titoli e testo, splash page e minuscoli dettagli, didascalie e lettering – quasi sempre in stampatello maiuscolo). Le sue tavole non seguono una gabbia predefinita, viaggiano fra architetture libere. Gli esperti hanno studiato il “segno” di Battaglia e i suoi inconfondibili grigi, frutto di una tecnica sopraffina, che sovrapponeva ombre e tratteggi, sfumature e scontornature, graffi di lametta e delicati ritocchi con il “tampone”.
Riesce così a riprodurre il perenne senso di claustrofobia e incantamento che Poe riversava nei suoi racconti, intrisi di angoscia, macabro, inquietudine, brividi, incubi, incertezze della percezione. Nella prefazione, Gianni Brunoro fa notare che lo stile grafico di Battaglia lambisce il liberty e la Secessione viennese (Klimt, Mucha, Schiele). Ma nei tratti più grotteschi, è immediato il riferimento a George Grosz, e spesso si avverte un retrogusto di cinema espressionista.

In fondo, Battaglia non riproduce Poe. Lo trasfigura.

Dino Battaglia, Edgar Allan Poe, Nicola Pesce editore, 2016

Otto uomini fuori [Eight Men Out], John Sayles, 1988 – [filmTv102] – 8

World Series 1919: l’America uscita dalla guerra vorrebbe rilassarsi con il “passatempo nazionale”, e il massimo campionato di baseball arrivano a disputarselo i Chicago White Sox, grandi favoriti, e i Cincinnati Reds.

Ne deriva il più grande scandalo nella storia del baseball, quello che molti hanno definito “la perdita dell’innocenza” nei grandi sport professionistici nordamericani. Finisce con otto White Sox radiati dal “commissioner” della Lega, nonostante il tribunale li abbia assolti dal reato penale.

Vincitori delle World Series 1906 e 1917, i White Sox hanno un proprietario, Charles Comiskey, con la pessima fama di essere avaro e di non mantenere le promesse. I giocatori ingoiano amaro, non hanno diritti, sono legati a un contratto e non possono cambiare squadra senza il consenso della proprietà.

È diffuso il sospetto che qualche giocatore arrotondi lo stipendio con le scommesse, il fatto è tollerato, a nessuno viene in mente che si possa vendere la vittoria nella competizione più importante. Uno dei White Sox viene avvicinato dalla malavita organizzata, l’offerta è così ricca da coinvolgere altri sette giocatori, mossi da avidità o risentimento verso Comiskey. Fra loro, “Shoeless” Joe Jackson (Daniel Bernard Sweeney), il più forte giocatore dell’epoca, autentico mito popolare, idolo analfabeta in uno sport in cui anche i fuoriclasse del tempo non diventavano ricchi.

Il film ha l’andamento dell’inchiesta giornalistica, con una particolare attenzione alle motivazioni individuali che portano i singoli giocatori a lasciarsi corrompere. La splendida, romantica fotografia è di Robert Richardson, con più di una somiglianza con le atmosfere della «Stangata».

Sayles si ritaglia la parte di Ring Lardner, cronista sportivo e scrittore realmente esistito. Fra i giocatori, spiccano John Cusack, Charlie Sheen e David Strathairn.

Il nostro caro angelo, Lucio Battisti, Numero Uno, 1974 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 130.

“Planando sopra boschi di braccia tese”, nel settembre 1973 esce questo album, a metà strada fra due capolavori: Il mio canto libero e Anima latina. Dal confronto, esce un prodotto meno coeso e convincente, e tuttavia altrettanto ricco di soluzioni melodiche e sperimentazioni linguistiche.

Battisti suona le chitarre e il pianoforte elettrico, Bob Callero sta al basso, Gianni Dall’Aglio alla batteria e Gian Piero Reverberi definisce le coordinate del sound attraverso tastiere ed elettronica.

Il nostro caro angelo è una delle classiche ballate per cui tutti conoscono Battisti; La collina dei ciliegi contiene uno dei passaggi armonici più arditi ed emozionanti della musica italiana degli anni Settanta; Le allettanti promesse suona come la devoluzione delle ingenue speranze del ragazzo della via Gluck; Prendi fra le mani la testa è un rock aspro (già cantato da Ricky Maiocchi nel 1967 e successivamente esaltato dalla Berté).

La voglia di sperimentare cose nuove, spiazzando fans e critica, è particolarmente evidente nell’incedere scarno e nella ritmica tribale de La canzone della terra e Ma è un canto brasileiro.

Quanto ai testi di Mogol, e alle sue oscure invettive, chi vuol capire, capisca.

Altrimenti, ricominciamo a chiederci cosa volesse significare la magnifica copertina freak, costruita nei pressi di Cantù.

Nuove esperienze che vi raccomando: effettuare un prelievo di sangue in un orario inedito, mentre la radio manda Renato Zero, Il cielo. 

Non è esattamente notte, ma la Bologna delle sette del mattino è un luogo e ha una popolazione che non ha molto a che fare con quelli che conosco (e che conoscevo). 

2128, mi ricordo

Mi ricordo compulsare le misure antropometriche, l’indice di massa corporea, la circonferenza addominale, la distribuzione del tessuto adiposo.

Dave. Presidente per un giorno [Dave], Ivan Reitman 1993 [Tv101] – 7

Prima della versione dark (con cadute horror) di «House of Cards», l’inquilino della Casa Bianca era stato rappresentato spesso in situazioni da commedia.
Il regista di «Ghostbusters» richiama Sigourney Weaver (meraviglioso il suo taglio di capelli) e le affida il ruolo di first lady accanto a Kevin Kline, presidente e suo sosia. All’impegnatissimo e antipatico presidente William Harrison Mitchell, infatti, serve una controfigura che gli consenta qualche momento di respiro: ha una relazione con l’assistente (Laura Linney), con la moglie Ellen non si parla da tempo. Gli trovano l’uomo giusto: Dave Kovic, titolare di un ufficio di collocamento, onesto e generoso, ottimista e felice (però ha alle spalle un inspiegato matrimonio fallito).

Dave è identico al presidente, come si accertano il capo dello staff, l’ambizioso e arrogante Bob Alexander (Frank Langella) e il portavoce Alan Reed (Kevin Dunn). Quando il vero presidente viene colpito da un ictus, scopriranno che il sosia è pure intelligente e mosso da una sincera voglia di usare il potere a fin di bene. Il che lo rende inaffidabile…

Ovviamente la moglie non può cadere nell’equivoco, e questo lato della commedia è reso con buon gusto (seppure la coppia Weaver/Kline appaia chimicamente irrisolta).
Con l’aiuto di un vecchio amico esperto in contabilità (Charles Grodin), Dave opera rapidi e profondi tagli nel bilancio federale per finanziare interventi contro la disoccupazione e a favore dei senzatetto. Si conquista così l’amore di Ellen, ma il vero Mitchell è ancora vivo e trovare una via d’uscita non è semplice, se non si vuole danneggiare la reputazione della Casa Bianca. Torna utile la rettitudine della prima vittima del perfido capo dello staff, il Vicepresidente (Ben Kingsley).

C’è qualcosa di Frank Capra e di Jimmy Stewart in questa operazione favolistica: l’onesto cittadino catapultato nello Studio Ovale può guidare il Grande Paese, ma fino a un certo punto.

Spero in Ramires

Nemmeno fosse un tweet di Trump, il discorso di apertura del leader cinese Xi Jinping è stato già metabolizzato, digerito e spiegato alle masse occidentali. QUI e QUI

Uno dei target più interessati – il tifoso di Inter e o Milan – si è sentito rassicurare sulla vocazione interdipendente del Partito comunista cinese, sulla sua volontà di allargare le relazioni commerciali e finanziarie con il resto del mondo. In parole povere, ci saranno montane di yen per rafforzare nerazzurri e rossoneri, e riportarli dove stavano tanto tempo fa.

Ovviamente, ne dubito.
La vicenda del mercato estivo – e l’assordante, lunghissimo silenzio di Walter Sabatini – mi fanno temere che queste siano le solite letture consolatorie, e che la realtà sia assai diversa.
Intanto, considero assurdo che si parli ancora di Vidal. Il Bayern ha appena scaricato Ancelotti e riaccolto Heynchess, Vidal le gioca tutte, è primo in Bundesliga e quasi qualificato per gli Ottavi di Champions: perché mai dovrebbe venire a Milano?

Aggiungo che l’ingaggio necessario a convincere il cileno – amico di Medel… – sarebbe superiore a quello elargito a Icardi: altro motivo per considerare pressoché impossibile una trattativa così. A meno che non si ceda uno fra Brozovic e Joao Mario.
Un po’ di soldini, l’Inter dovrà spenderli per un difensore centrale: immagino si cercherà il solito “prestito con diritto di riscatto”, andando a bussare alle porte dei calciatori più depressi in circolazione, quelli che non toccano mai il campo: tipo Mangala (un altro che, senza giocare, guadagna come Icardi).

Per il centrocampo, trovo plausibile la soluzione del “prestito secco” dai cugini dello Jiangsu, e fra i nomi possibili, il più interessante mi sembra quella di Ramires.

Alex Texeira (classe 1990) garantisce più gol, e ha un gioco più spettacolare; ma è una tipica seconda punta e Spalletti vuole giocare in altro modo (e ha fatto delle promesse a Eder).
Roger Martinez (1994) è un centravanti che mi piace molto, ma si sovrappone a Icardi e a giugno dovrà giocare i Mondiali; non credo possa arrivare in Russia senza una pausa, giocando per 15 mesi di fila.
Resta, appunto, Ramires Santos do Nascimento (Rio de Janeiro, 24 marzo 1987).

Una stagione nel Benfica, quasi sei nel Chelsea, oltre 50 partite nella Selecao, è un centrocampista totale, intelligente, scaltro, resistente, è andato in Cina per allungare la carriera e imbarcare un sacco di soldi (guadagna 13 milioni di euro netti a stagione), ma come Paulinho (riportato in Europa dal Barcellona) è ancora in grado di fare la differenza.

Può alzare la qualità nei “2” davanti alla difesa e alternarsi con chiunque nei “3” dietro Icardi. Lo rassomiglio ad Allan del Napoli, con più tecnica, e lo considero superiore a tutti i centrocampisti attualmente in rosa all’Inter. Può giocare una ventina di partite ad alto livello e guadagnarsi la convocazione ai Mondiali da un palcoscenico ben più visibile del campionato cinese.

Desire + Ninotchka, Tuxedomoon, Celluloid + Les disques du crepuscule , 1981 e 1982 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 128 e 129

Steven Brown e Blaine Leslie Reininger si conobbero a un corso di musica elettronica, al San Francisco City College, nel 1977; le loro tastiere e le loro voci sono stati il marchio di fabbrica della prima fase dei Tuxedomoon, che nei primi anni Ottanta si trasferirono in Europa, dove realizzarono queste due incisioni (il secondo album in studio e un 45 giri di grande formato).

Accanto ai due leader, stavano Peter “Principle” Dachert (basso e percussioni) e Winston Tong (più attore di teatro che cantante). In Desire operano anche altri musicisti, fra cui il violoncellista Al Robinson e la violinista Vicky Aspinall.

È una musica ostica e angosciante, aspra e tagliente. Eppure, in certi momenti si entra in atmosfere che paiono omaggiare le colonne sonore di film romantici. Momenti notevoli sono Jinx, Victims of the Dance e quella Again che farà da lato B a Ninotchka, estratto dal balletto Divine di Maurice Bejart, ispirato al film di Lubitsch e alla vita di Greta Garbo.

Mischiano John Cage e Brian Eno, il cinema dell’orrore degli anni Trenta e John Coltrane: una maionese che chiunque altro farebbe impazzire, se non fosse che loro sono ottimi musicisti con un punto di vista originale: venature punk sfregiano le orchestrazioni più melodiche, sembra quasi che la band interpreti la new wave come la necessaria riforma dell’espressionismo mitteleuropeo.

Li ho rivisti un paio d’anni fa dal vivo, in un piccolo cinema appenninico: sempre impeccabili, ieratici e teatrali, fra spigoli e luci intermittenti, litanie atemporali e sconcertanti dolcezze armoniche. Non ci sarà un’altra volta: Pete Principle è morto tre mesi fa.

2127, mi ricordo

Mi ricordo il viale interno al Sant’Orsola, l’umore con cui vi entravo e con cui uscivo quando era ricoverato mio padre.

Renzi su Bankitalia conferma lo stile #staisereno. Ma stavolta deve averla fatta grossa, se gli sono contro Gentiloni, Padoan e Veltroni.