2065, mi ricordo

Mi ricordo il tono di verde “mela renetta” con cui tinteggiarono i muri esterni delle mie scuole, elementari e medie.

The Affair, terza serie (3)

Helen è rimasta sola con tre dei quattro figli, Cole si è risposato con Luisa. Ma non sono mancati gli incroci: le relazioni fra Noah e Helen, Ruth e Cole, hanno continuato a incubare attrazione e repulsione. Poi, anche il matrimonio fra Noah e Ruth è naufragato, la donna si è scoperta incinta e il vero padre è incredibilmente Cole (hanno avuto una sola notte di sesso), poi ha sofferto di esaurimento nervoso, abbandonando la bambina con il padre e la nuova compagna.

Intanto, Helen ha convissuto con il senso di colpa di sapere Noah innocente, e cercato di costruire una relazione con il chirurgo Vic Ullah (Omar Metwally). La figlia primogenita, Whitney, se n’è andata e convive con Furkat, odioso artista con il doppio dei suoi anni. In carcere, Noah avrebbe voluto vedere i figli, ma Helen non li ha mai portati. Inutilmente, lei ha cercato di farsi dire la ragione dei lividi e delle ecchimosi con cui Noah si presenta ai colloqui: il pubblico sa che li ha prodotti Gunther (Brendan Fraser), un sadico e perverso secondino, compaesano di Noah ai tempi del liceo.

Scrivendo della prima serie, ho sostenuto questa teoria: “The Affair punta sulla qualità degli attori e sulla sofisticata sceneggiatura. Come le migliori serie televisive, gioca con la psicologia dello spettatore. Con la sua morale. L’immedesimazione porta a giustificare contraddizioni stridenti, a fremere per la felicità degli amanti, a minimizzare l’infelicità che producono. La narrazione bilaterale, la doppia soggettività che così si esprime, fa crescere la conoscenza dei personaggi e innesca capovolgimenti di senso con cui fare i conti… All’origine di questo modo di raccontare storie per immagini c’è pur sempre Rashomon (Kurosawa, 1950), con le verità che si contraddicono, contorcono, eppure convivono”.

In fondo agli appunti sulla seconda serie, invece, ho concluso: In The Affair, ognuno non fa che accumulare segreti, che prima o poi verranno scoperti dalla persona amata. I segreti marciscono ed esplodono in tradimenti, i personaggi ne escono feriti, non possono né vogliono dimenticare. (3, segue)

Applaudo il Milan

Quando Mirabelli è passato dall’Inter al Milan, mentre Ausilio rinnovava per tre anni a cifre ben superiori, vari commentatori, anche su questo blog hanno storto il naso. Temo avessero ragione.

Sì, perché il mercato del Milan mi sembra nettamente migliore di quello dell’Inter.
Facile, dirà qualcuno: con tutto quello che hanno speso… Vi invito a non prendere in considerazione le spese fatte, la decina di acquisti – ma Conti e Rodriguez li avrei voluti al posto di Cancelo e Dalbert. Mi limito a far notare che il Milan ha anche saputo vendere.

Honda, Ocampos, Poli, Kucka, Bertolacci, Lapadula, De Sciglio, Vangioni, Bacca e adesso Niang. Sono 100 milioni di entrate, mentre l’Inter è ferma al palo (Banega, Biabiany e Medel) e non riesce a cedere nessuno a un prezzo decente.

Cercando un altro Egitto: idrocarburi anziché verità

I più euforici per il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo sono Alfano e Gasparri.
Cosa diremmo se il New York Times avesse scritto del Venezuela quello che ha scritto dell’Egitto? Il NYT sostiene che l’intelligence USA – le spie, per capirci – ha fatto sapere al governo italiano che sono stati ufficiali della sicurezza egiziana a rapire, torturare e uccidere Giulio Regeni.

Declan Walsh, il giornalista che firma questa inchiesta, sostiene di aver avuto da tre fonti diverse dell’amministrazione Obama la conferma di “prove incontrovertibili sulla responsabilità egiziana”. Walsh scrive che il governo americano passò queste conclusioni al governo Renzi. Scrive ancora Walsh che i servizi americani fecero sapere ai colleghi italiani, che la leadership politico-militare egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze attorno alla morte di Regeni: “Non avevamo alcun dubbio che i vertici sapessero”, avrebbe riferito un alto funzionario; “Non so se avessero delle responsabilità. Ma di sicuro sapevano tutto”. Nel frattempo, i magistrati italiani inviati al Cairo “venivano depistati ad ogni piè sospinto”.

Perché tutto questo sarebbe avvenuto? E perché l’ambasciatore italiano è stato rimandato al Cairo nonostante la verità sulla morte di Regeni sia lontanissima dal rivelarsi?
Secondo il NYT, lo Stato italiano ha altre priorità: c’è bisogno “dell’aiuto nel contrastare lo Stato islamico, gestire il conflitto in Libia e monitorare il flusso di migranti nel Mediterraneo”.

La solita realpolitik, si direbbe. Ma da New York non dimenticano un altro ingrediente, non meno importante: poche settimane prima dell’arrivo al Cairo di Regeni, l’ENI aveva annunciato una grande scoperta: il giacimento di gas naturale di Zohr, 120 miglia a nord della costa egiziana, con 850 miliardi di metri cubi di gas.

Un borghese piccolo piccolo [id.], Mario Monicelli, 1977 [Tv70] – 8

Non si può nemmeno morire in pace: è questo il retrogusto che mi ha lasciato la visione di questo film, a quarant’anni di distanza.

Tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, con Alberto Sordi, Shelley Winters, Romolo Valli e Vincenzo Crocitti (il figlio), dal racconto trasuda un’amarezza quasi insostenibile. Mai si era visto Sordi in un ruolo così violento, la grandezza di “Albertone” ne esce rafforzata. Semmai, la pellicola fatica a tenere l’equilibrio fra la dimensione grottesca e quella tragica.

Monicelli sembra dirci che in quell’epoca non ha più senso la “commedia all’italiana”, il ridere di noi stessi; il contesto è mutato in modo irreversibile, non resta spazio per le “maschere” del boom economico. La situazione è semplicemente drammatica. La causa sta nella regressione che la ricchezza ha prodotto nella moralità degli individui, nel risentimento e nella meschinità che covano sotto la cenere, nelle consorterie che stabiliscono il destino delle persone, nelle ribellioni senza scampo di pezzi sbandati di una generazione.

Ogni speranza della famiglia Vivaldi (Sordi e Winters) è riposta nell’unico figlio, faticosamente diplomato ragioniere; lavora da trent’anni in una specie di ministero, il padre riesce a raccomandarlo al suo superiore (Valli e la sua forfora), ma il giovane Mario dovrà comunque partecipare a un concorso. Aderendo a una scalcagnata loggia massonica, con la sua impareggiabile arte di arrangiarsi, il padre riesce a procurarsi l’oggetto della prova scritta, ma un casuale “incidente” rovina ogni progetto.

Da quel momento, il borghese piccolo piccolo non potrà far altro che odiare, divenire spietato, farsi giustizia da sé. Del resto, basterebbe la scena delle bare ammonticchiate in attesa di collocazione – l’Inferno sulla Terra – per spingere anche i più miti a un odio senza fine.

2064, mi ricordo

Mi ricordo che ci eravamo immaginati a Praga o a Budapest, poi a Barcellona, poi a Bilbao, e invece andremo in Umbria.

The Affair, terza serie (2)

Sono passati tre anni dalla fine della seconda stagione: Noah Solloway è stato condannato per l’omicidio di Scottie Lockhart, avvenuto in un incidente automobilistico. In realtà al volante stava Helen, e Scottie stava minacciando Ruth, ma Noah ha deciso di assumersi ogni colpa. Finisce in carcere. Forse vuole espiare il tradimento coniugale, oppure non può concepire che i quattro figli restino lontani dalla madre. In ogni caso, il salto temporale permette di collocare tutti i personaggi in una situazione di ripartenza.

Ognuno convive con la propria verità su quanto è accaduto. Lo stile della serie non muta, Sarah Treem e Hagai Levi amano suddividere ogni episodio in due parti, la stessa storia viene raccontata da due punti di vista, ma a divergere non sono solo sfumature (abbigliamento, singole parole). La forza di «The Affair» era e rimane nella capacità di rappresentare la relatività della percezione e della memoria. Ma è necessario ricapitolare brevemente i fatti.

Cinque anni prima, la famiglia Solloway – Noah, Helen e quattro figli – era partita da Brooklyn per una vacanza nella grande casa dei genitori di Helen, a Montauk, all’estremità della penisola di Long Island, 120 miglia da New York City. A Montauk, era scoppiata una passione travolgente fra Noah e Ruth, provocando la rottura dei rispettivi matrimoni. Entrambe le relazioni coniugali reggevano su un fragile equilibrio: Ruth e Cole non erano riusciti a elaborare la perdita di un bambino di quattro anni; Noah si sentiva schiacciare da una quotidianità assillante, che gli impediva di assecondare la vocazione per la scrittura… La liaison dangereuse fra Noah e Ruth ha qualcosa di volutamente stereotipato: lui è il tipico uomo di mezza età con aspirazioni da artista, che cerca di evadere dalla routine tramite una grande passione conosciuta in vacanza; lei è la tipica cameriera che cerca di evadere dalla vita di provincia grazie alla travolgente passione per lo scrittore venuto dalla grande città. (2, segue)

Mangala chi?

L’Inter è sulle tracce di Eliaquim Mangala, difensore centrale di proprietà del Manchester City che nell’ultima stagione è andato in prestito al Valencia.
Tre estati fa, il City pagò oltre 40 milioni di euro al Porto per questo ragazzone, già capitano dell’Under 21 francese. Lo volevano tutti. Ma nel City non ha saputo confermarsi, ha perso il posto in Nazionale maggiore e un anno fa Guardiola ha preferito prestarlo al Valencia.
Quale giudizio il Valencia dia di questa esperienza, è presto detto: non hanno nemmeno provato a riscattarlo alla fine del prestito, anzi hanno bussato all’Inter per comprare Murillo…

Ipotesi A: hanno ragione sia Guardiola che il Valencia a non aver fiducia nel figlio di congolesi.
Ipotesi B: il contratto da 6 milioni netti a stagione ha scoraggiato i valenciani, che ritengono più proficuo affidarsi a Murillo.
Ipotesi C: l’Inter sta per fare un affarone, perché il City sembra disposto a prestarlo, pagando anche il 50% dello stipendio.

Signore e signori [id.], Pietro Germi, 1966 [cine39] – 9

Che Paese, l’Italia del 1966!
In appena dodici mesi, mentre Antonioni andava a Londra per girare «Blow Up», Risi a Napoli per «Operazione San Gennaro», Leone completava “la trilogia del dollaro”, Damiani faceva western politici come «Quien sabe?», Pasolini componeva «Uccellacci e uccellini», Pontecorvo chiudeva «La battaglia di Algeri», Monicelli sorprendeva con «L’armata Brancaleone», ecco Germi mostrare Treviso come nessuno avrebbe osato fare, realizzando un film di rara potenza, allo stesso livello dei migliori che ho citato.

Film italiani così, nel pieno del boom economico, fanno capire quanto fosse vitale un Paese, se qualcuno riusciva a essere crudele, lucido e persino spietato nel mostrare l’ipocrisia e il bigottismo su cui poggiava la nuova ricchezza. Tutti sanno tutto degli altri, ognuno è ricattabile, il pettegolezzo è irrefrenabile, ma il quieto vivere prevale su ogni moralità. Si tradisce per noia, per gusto della competizione, l’importante è che non si abbandoni il tetto coniugale. La religione è onnipresente, utilissima per emendarsi dal peccato. Bisogna divertirsi, consumare, fare festa: l’euforia di quel Veneto segue la grigia Rimini dei «Vitelloni» (tanto più modesti e “decenti” di questi notabili) e anticipa la “Milano da bere”, che purtroppo nessuno ha saputo raccontare con la potenza di Germi.

Gli interpreti andrebbero ricordati tutti: mi limito a Virna Lisi e Gastone Moschin, poi Alberto Lionello, Olga Villi, Franco Fabrizi, Alberto Rabagliati, Moira Orfei, Nora Ricci, Aldo Puglisi e Beba Loncar… Sceneggiato da Luciano Vincenzoni, con la collaborazione di Incrocci, Scarpelli e Germi, colonna sonora di Carlo Rustichelli, il film è organizzato in tre episodi; la piazza cittadina fa da collante, da lì si diramano le storie, che potrebbero essere decine.

Un medico irride l’amico che gli ha appena confessato di essere impotente, ma finirà per intuirne l’inganno; un bancario sottomesso alla moglie si innamora di un’avvenente cassiera e tenta di cominciare una nuova vita; sei “galantuomini” (dal medico al farmacista, dall’industriale al commerciante) finiscono sotto processo per aver circuito una contadinotta minorenne (decisamente compiacente). Ogni scandalo verrà messo a tacere: nell’ultimo caso, a sacrificarsi sarà la più algida e morigerata delle mogli.

La fluidità di Germi è strepitosa, si starebbe a seguirlo per tanti altri episodi. L’unico limite, inevitabile con una simile platea di personaggi, sta nel fatto che la vena beffarda e il tono grottesco rischiano di scivolare nella macchietta.
Alla fine di questo film amarissimo, non si salva nessuno: né le donne né gli uomini, né i mariti né gli scapoli, né la Giustizia né l’Informazione, meno che mai i rappresentanti della Chiesa e delle forze dell’ordine. Ma l’amore per i soldi fa sì che non si salvino nemmeno i contadini, che di quella nuova ricchezza vogliono almeno le briciole.

Shi, la via del guerriero, Stanley Tucci

Anche un pettine e un ventaglio possono trasformarsi in lame affilatissime.

Bill Tucci è autore, disegnatore e produttore di una miniserie in dodici parti, ambientata a New York e impregnata di cultura giapponese; in Italia è stata proposta da Cult Comics nel 1999.

Per realizzare questo progetto, nel 1994 il ventottenne Tucci dovette fondare una casa editrice, la Crusade Comics; a sorpresa, la serie ebbe grande successo, proiettando l’autore fra le figure di culto del fumetto indipendente americano. Erede diretta di Elektra, Shi spalanca la strada al genere delle bad girls, destinato a esplodere in quegli anni attraverso personaggi come Witchblade, Cyblade, Lady Death, Darkchylde, Painkiller Jane… e il ritorno sulla scena di Vampirella. L’impatto fu così fragoroso che persino la Marvel dovette cedere, e modificò i costumi della Donna Invisibile e della Vedova Nera, rendendoli smaccatamente sexy.
Trattandosi di una produzione di oltre 240 tavole a colori, Tucci coinvolge vari collaboratori: Billy Tan per le copertine (splendide), Peter Gutierrez per le sceneggiature, Mitch Bird ai disegni, Jimmy Palmiotti, Michael Bair e altri per le chine. Il risultato è discontinuo, sia dal punto di vista del segno che della trama, a volte eccessivamente arzigogolata.

Ana Ishikawa è l’identità che nasconde Shi, guerriera addestrata alle arti marziali secondo insegnamenti che risalgono ai Sohei, una setta di monaci militari dispersa nel Giappone feudale nel IX secolo.
Letale quanto sensuale, Shi si muove in silenzio: colori iperrealistici avvolgono le gesta di questa giustiziera di rosso (poco) vestita, con lunghissimi capelli neri, occhi verdi e il volto pitturato di bianco, come nelle rappresentazioni teatrali kabuki.

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2063, mi ricordo

Mi ricordo che per riuscire a prendere il treno delle 12 e 12, alcune volte cominciavamo a correre da porta Mascarella.

The Affair, terza serie (1)

L’equivoco è serio: «The Affair» pareva proporsi come una serie televisiva sul potere dell’amore – un potere in grado di scardinare ogni convenzione sociale, incurante dei prezzi da pagare – ed è evoluta come un racconto sul dolore e sul senso di colpa.

Gli autori mostrano personaggi che cambiano, come è inevitabile che sia, e prendono coscienza di ciò che hanno fatto, ma la spiegazione sta quasi sempre (troppo spesso) in qualche trauma riaffiorato dall’incoscienza. La terza serie è ingolfata da traumi che dovrebbero spiegare la deriva dei sentimenti.

Ideata da Sarah Treem e Hagai Levi, la serie si sviluppa in dieci episodi di poco meno di un’ora, andati in onda su Showtime fra il 20 novembre 2016 e il 29 gennaio 2017. È già in cantiere la quarta stagione.

Ai quattro attori principali – Dominic West (Noah Solloway), Ruth Wilson (Alison Bailey), Maura Tierney (Helen Butler) e Joshua Jackson (Cole Lockhart) – si aggiungono Julia Goldani Telles (Whitney, primogenita di Noah e Helen), John Doman e Kathleen Chalfant (Bruce e Margaret, genitori di Helen), Catalina Sandino Moreno (Luisa Lèon, seconda moglie di Cole Lockhart). Ma la vera novità è l’arrivo di ottimi attori come l’amatissima Irène Jacob – per cui spasimavo ai tempi di Kieslowski – e Brendan Fraser (con un piccolo ruolo, Patrick Bauchau).

Alla regia, Jeffrey Reiner (1, 3, 5, 7, 10) John Dahl (2, 4, 8, 9) e Agnieszka Holland (6). Le musiche sono composte da Marcelo Zarvos. Per la sigla d’apertura – immagini oniriche attraversate dall’acqua – viene ancora utilizzata Fiona Apple: «The Container». – 1, segue –

Vergognarsi del proprio governo sta diventando un’abitudine

“Alla luce degli sviluppi registrati nel settore della cooperazione tra gli organi inquirenti di Italia ed Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni, di cui fa stato il comunicato congiunto emesso oggi dalla Procura della Repubblica di Roma e dalla Procura Generale de Il Cairo, il Governo italiano ha deciso di inviare l’Ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”. Parole del ministro degli Esteri, Angelino Alfano.

Indignazione per le modalità, la tempistica e il contenuto della decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo; ad esprimerla è la famiglia di Giulio Regeni che rileva come “ad oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e anche sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio… Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità”.