Addio a Bora Stankovic, per me è stato come Helenio Herrera

Aveva quasi 95 anni, l’avrò visto per pochi secondi in interviste di repertorio, eppure la notizia della scomparsa di Borislav Stankovic mi ha emozionato.

Mi ha fatto tornare bambino, quando scelsi di tifare per Cantù, quelli dell’Oransoda, quando Bora ne era l’esotico condottiero. Data simbolo, il 7 aprile 1968: l’Oransoda sconfisse il Simmenthal Milano e cucì il primo scudetto sulla maglia.

Per il basket, è la terza leggenda che scompare in questo tragico 2020: Stankovic va considerato alla stessa stregua di David Stern e di Kobe Bryant, nell’aver reso questo sport il più praticato e globale al mondo.

La sua storia è, allo stesso tempo, la storia della pallacanestro jugoslava, europea e mondiale. Fu un ottimo giocatore, un fenomenale allenatore, un dirigente sportivo senza pari.

Nato in Bosnia-Herzegovina, a fine anni Quaranta, faceva parte della Stella Rossa Belgrado che conquistò tre campionati consecutivi; poi passò allo Železničar e infine al Partizan, dove smise di giocare e cominciò ad allenare. Dalla panchina, vinse altri 3 titoli jugoslavi con l’OKK Belgrado, prima di venire attirato in Brianza e dare l’impulso decisivo alla nascita del mito di Cantucky.

Arrivò che non sapeva una sola parola di italiano. Dopo tre mesi, già lo parlava bene. Più del primo scudetto (1968, che anno!), la sua eredità fu quella di costruire una struttura sportiva che allora fu definita college e oggi chiameremmo cantera. Direttore sportivo Gianni Corsolini; in campo, il quintetto-base era formato da Carlos D’Aquila, Recalcati, De Simone, Merlati e Burgess (gli ultimi tre definiti come “il muro di Cantù”); il vice allenatore era Arnaldo Taurisano, dalla panchina si alzavano Frigerio, Della Fiori (fu lui a chiamarlo Ciccio), Cossettini e Marino; negli allenamenti cominciò a coinvolgere il sedicenne Marzorati.

In seguito, ha diretto la Federbasket jugoslava, la federazione più straordinaria nella storia del basket europeo, capace di vincere tutto grazie alla coabitazione di talenti partoriti da diverse patrie ed etnie. E nel 1976, Stankovic andò alla Fiba, la federazione internazionale, quando ancora era solidissimo l’ipocrita muro che separava professionisti (Nba) e dilettanti (tutti gli altri). A dirigere la Fiba è rimasto 26 anni…

È sotto la gestione di Stankovic che sono stati introdotti il tiro da 3 punti e la divisione del tempo effettivo in 4 quarti. Ed è sotto la sua gestione che l’Nba ha abbandonato l’aureo isolamento e i suoi fenomeni sono sbarcati a Barcellona 1992, con il primo e inimitabile Dream Team.

Nel ‘78, Stankovic è entrato nel CIO e poi è stato coinvolto nella Naismith Basketball Hall of Fame, l’Arca della Gloria che già lo ha celebrato in vita.

Alè Cantù! Miracolo al Forum

  • AX Armani Exchange Milano: 83 – Brooks 2, Sykes 7, Micov 20, Scola 21, Gudaitis 7; Cinciarini 6, Della Valle 2, Moraschini 6, Biligha 6, Rodriguez 6, White. N.e.: Musumeci. All.: Messina.
  • S. Bernardo-Cinelandia Cantù: 89 – Hayes 15, Pecchia 6, Ragland 11, Clark 21, Wilson 8; Young 8, La Torre 6, Burnell 14, Rodriguez, Simioni. N.e.: Procida, Baparapè. All.: Pancotto.

Un altro anno sabbatico dal basket italiano

Sono stati pubblicati i bilanci delle due corazzate destinate a dominare il campionato di Serie A di basket 2019-2020.

Armani Milano ha investito 30 milioni, di cui circa 19 per gli ingaggi.

Virtus Segafredo Bologna ha investito 15 milioni, di cui circa 9 per gli ingaggi.

Tifo Cantù, sponsorizzata Acqua San Bernardo, e ho letto che il monte-ingaggi non arriva a 800mila euro, per una spesa complessiva che dovrà stare sotto i 2 milioni.

Giochiamo lo stesso campionato?

Faccio notare che l’intero bilancio 2019-2020 della Pallacanestro Cantù risulterà inferiore alla transazione di Milano per liberarsi dai contratti di Mike James e James Nunnally.

Il 29 giugno 2018 ho pubblicato un post, che riproduco integralmente (al netto del pronostico sbagliato per lo scudetto: come sa fare solo lei, Milano è riuscita a perderlo). In un anno, la “forbice” fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata.

Due anni fa, l’Armani Milano quadruplicò l’ingaggio ad Awudu Abass, giovanissimo capitano di Cantù, e lo vestì di rosso. Solo il conto in banca di Abass – cresciuto nelle giovanili canturine – ha tratto beneficio da quella scelta: il giocatore è sceso in campo pochissimo, non è migliorato, anzi è regredito (lo dimostra il rendimento in Nazionale) e quest’anno pare si sia deciso a cercare fortuna altrove. Leggi il resto dell’articolo

Un saluto, l’ultimo, a Barba Tau

Arnaldo Taurisano era Barba Tau per Aldo Giordani: che tristezza… ho appena saputo che è morto, a 85 anni.

Ha allenato la Pallacanestro Cantù della mia giovinezza, per 10 campionati consecutivi: dal 1969 al ’79. Ha portato la Cantù biancoverde (Forst) e giallorossa (Gabetti) a vincere lo scudetto del 1975 (il secondo della nostra storia, più 5 terzi posti, nell’era dominata da Ignis e Simmenthal), 3 coppe Korac (1973, 1974 e 1975), 3 coppe delle Coppe (1977, 1978 e 1979) e la Coppa Intercontinentale del ‘75. La sua statistica canturina è favolosa: 288 partite, 208 vinte, uno 0.722 che ne fa uno degli allenatori dal miglior record nella storia del basket italiano.

Ha poi guidato Napoli e Brescia, conquistando 3 promozioni (1983, ’85 e ’87). Nel 2010, è entrato a far parte dell’Italia Basket Hall of Fame.

Taurisano era un professore, un autentico pedagogo. Spiegava il basket, lo studiava, scriveva articoli e libri, valutava ogni possibile evoluzione del gioco. La sua Cantù – quella della famiglia Allievi, di Marzorati e Recalcati, Lienhard e Della Fiori, e infine Antonello Riva – impose uno stile di gioco fondato sulla velocità e sul contropiede. Ecco il suo spettacolare marchio di fabbrica. Nei miei ricordi di ragazzino, restano alcune sue interviste che memorizzavo come un libro di testo.

Domenica Cantù, vincendo a Sassari, ha ancora qualche possibilità di agganciare i play-off; la stagione va già giudicata come ottima, ma se c’è un movente da aggiungere alla stretta attualità, quel movente è ricordare Barba Tau nel modo migliore.

Il cielo torna azzurro sopra Cantù

In tarda serata, l’agognato annuncio: Gerasimenko ha ceduto il club, i terreni del palazzetto dello sport (ex Pianella) e una montagna di debiti al consorzio TIC (Tutti Insieme Cantù). È un passaggio intermedio, ma già decisivo: verranno pagati gli stipendi, gli arretrati, i fornitori, il fallimento e la penalizzazione (anzi, la retrocessione) sono scongiurati, e pare in arrivo un gruppo statunitense tanto ricco quanto ambizioso.

Dopo aver vissuto l’esperienza dell’ultimo oligarca espropriato da Putin, resto scettico e timoroso. Magari questi americani – Southern Glazer’s Wine & Spirits: ma fioccano le smentite – saranno pessimi, ma intanto è certa la sponsorizzazione triennale dell’Acqua San Bernardo, fra i protagonisti di questo avventuroso salvataggio.

I 40 mesi di Gerasimenko sono stati un incubo. Allenatori silurati o fuggiti nottetempo, azzeramento ogni anno del parco giocatori (con cause legali per mancati pagamenti), progetti per il nuovo palazzetto che diventavano carta straccia, il trasferimento coatto a Desio.

Una delle società più prestigiose del basket italiano – 3 scudetti, 2 coppe dei Campioni, un’Intercontinentale, 4 coppe delle Coppe e 4 coppe Korac: insomma, Cantucky – può tornare a inseguire sogni di gloria.

Una scorpacciata di parmigiano-reggiano

Fra il Palasport Bigi di Reggio Emilia e lo stadio Tardini di Parma ci sono appena 25 chilometri: più o meno alla stessa ora, ieri sera, la Pallacanestro Cantù e l’Inter hanno vinto le rispettive trasferte, con prestazioni fra il buono e l’ottimo.

Cantù è da tempo incomprensibile. Dopo aver subito 8 sconfitte consecutive ed essersi trovata penultima, con una società a pezzi e rischi di esclusione dal campionato, ha vinto 6 delle ultime 7 (e poteva vincere anche la settima, se il capitano Udanoh non fosse stato bloccato da un’orticaria). Da una situazione che diceva 3 vinte e 9 perse, ora sta a 9 vinte e 10 perse, ad appena 2 punti da un’improbabile, clamorosa zona play-off. Ieri sera si è assistito a prestazioni eccezionali di Gaines e Jefferson (79 punti di Indice di Valutazione della Lega, 61 punti, 9 assist e 15 rimbalzi fra i due). Era uno scontro diretto, avvelenato alla vigilia dall’interpretazione sulla possibilità di trasformare un vice in un capo-allenatore: la netta vittoria canturina (89-99) può stampare la parola fine sui rischi di retrocessione, che un mese fa erano fortissimi.

A Parma, l’Inter ha avuto fortuna – il palo di Gervinho – ma ha meritato la vittoria con un ottimo secondo tempo. Handanovic non ha effettuato parate, Brozovic e Joao Mario hanno disputato una buona partita (ancora negativo Vecino), ma le risposte più convincenti sono venute da due dei tre soggetti al centro della polemica: Perisic e Nainggolan.

Spalletti riavvita i bulloni della panchina. In attesa che già lunedì si scopra che Guardiola e Klopp hanno comprato casa nel bosco verticale…

Magnifico il gol di Lautaro Martinez, ottima la gestione nei minuti finali, il retrogusto amaro viene dall’ennesima, pessima prestazione di Icardi. Sta battendo tutti i record negativi non solo in fatto di gol, ma come voti in pagella, e il rientro di Keita mi fa pensare che gli si possa anche concedere uno o più turni di riposo. Se Perisic e Nainggolan si confermassero ai livelli del Tardini, nessun dubbio sul fatto che l’Inter starà nelle 4.

Ma senza i gol di Icardi, bisognerà almeno giocare in undici.

Maglietta numero 41, Davon #Jefferson, giramondo finito a #Cantù

A fine giugno pubblicai un post in cui annunciavo che avrei preso un anno sabbatico dal basket italiano. Qui i motivi. Ho mantenuto la parola, tranne che per un’eccezione, il 21 novembre, quando il fallimento – in senso finanziario, dunque anche sportivo – di Cantù sembrava segnato. Oggi mi permetto un’altra eccezione, nella speranza che Gerasimenko stia per accettare una delle proposte di acquisto e se ne vada per sempre.

 

Scriverò qualcosa su Davon Jefferson, la grande “rivelazione” di questa mediocrissima Serie A, per 3 volte MVP di giornata.

Trentadue anni il 3 novembre scorso, il californiano è stato tesserato a campionato appena cominciato, facendo il suo esordio alla seconda giornata con la maglietta numero 41.

Ha giocato 17 partite, segnato 298 punti, con una media punti di 17.5, a cui vanno aggiunti 9.3 rimbalzi e 3.1 assist, per 24.4 di valutazione. Giocando a Cantù, con rotazioni al lumicino, deve restare in campo 35 minuti a partita, e questo spiega il suo primato nell’Indice di Valutazione della Lega Basket: non è certo il miglior giocatore del campionato, è quello che porta il contributo personale più rilevante.

Grazie alle prestazioni di Jefferson (e Udanoh, che per me sta allo stesso livello, e poi Gaines e Mitchell, Blakes e Davis, fino alla striminzita pattuglia di italiani), Cantù ha vinto 5 delle ultime 6, e sembra a un passo da una salvezza miracolosa, nonostante una serie di vicissitudini romanzesche: prima se n’è andato Bolshakov, poi è stato “tagliato” Calhoun, poi ceduto Tavernari, è stato cambiato lo sponsor, infine è fuggito nottetempo Pashutin, ottimo allenatore russo, e nell’ultima partita sedeva in panchina Nicola Brienza, a cui manca l’autorizzazione per poterlo rifare… Cantù rischia di perdere tutte le prossime partite 20-0, se non paga un po’ di debiti entro la prossima settimana. Ma in queste ultime 6 partite, l’Indice di Valutazione di Jefferson è schizzato a 32.6.

Questi numeri non sono la cosa più interessante di Davon Jefferson; la sua carriera lo è molto di più… Leggi il resto dell’articolo

Chiedi chi era Bob Lienhard, venuto da New York City a edificare Cantucky.

La penso come Tanjevic, prenderò qualche anno sabbatico dal basket italiano

Due anni fa, l’Armani Milano quadruplicò l’ingaggio ad Awudu Abass, giovanissimo capitano di Cantù, e lo vestì di rosso. Solo il conto in banca di Abass – cresciuto nelle giovanili canturine – ha tratto beneficio da quella scelta: il giocatore è sceso in campo pochissimo, non è migliorato, anzi è regredito (lo dimostra il rendimento in Nazionale) e quest’anno pare si sia deciso a cercare fortuna altrove.

L’anno prossimo che l’Armani Milano vestirà di rosso Christian Burns, che quest’anno ha fatto una magnifica stagione a Cantù. Facile prevedere che l’ingaggio sarà moltiplicato per 3, per 4 o per 5, e che Burns – nonostante sia ben più affidabile di Abass – giocherà la metà dei minuti e avrà meno tiri o rimbalzi decisivi.

I campioni d’Italia già schierano un altro giocatore scoperto da Cantù, il serbo Vladimir Micov. Fu canturino per due stupende stagioni, fra il 2010 e il 2012, poi firmò un ricchissimo contratto con il Cska Mosca, e poi ha militato nel Galatasaray in Turchia. A 32 anni, solo una società italiana poteva permetterselo: Milano.

Notizia di un paio di giorni fa, ha firmato un pluriennale per Milano l’ennesimo ex canturino, Jeff Brooks, ora dotato di passaporto italiano.

La morale della favola: i migliori giocatori vogliono giocare in Eurolega, e solo Giorgio Armani può garantirglielo.

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#Cantù conquista i playoff! Non vedo sorprese sportive più grandi in questo 2018, se si ritorna alle premesse nefaste con cui cominciò la stagione Red October.

Il Cinquantenario, per Cantù era impossibile festeggiarlo meglio

Il 7 aprile 1968, la Pallacanestro Cantù vinceva il primo dei suoi tre scudetti.
Il 7 aprile 2018, la Pallacanestro Cantù va a vincere sul campo della Virtus Bologna una partita che potrebbe risultare decisiva per l’ingresso ai play-off.

Ovvio che fra i due eventi vi sia un incommensurabile salto di qualità, ma la vittoria al PalaDozza, contro una squadra già battuta all’andata e che spende più del doppio negli ingaggi dei giocatori, è stata la miglior celebrazione possibile. Ancora più emozionante perché decisa a 12” dalla fine, sul + 2, con una palla rubata ad Alessandro Gentile.

Il 7 aprile 1968 l’Oransonda Cantù allenata da Borislav Stankovic vinse il titolo battendo 71 a 58 l’Olimpia Milano targata Simmenthal, in un Palazzetto dello Sport “Parini”
Poche settimane dopo, l’Associazione Pallacanestro Cantù conquista anche il primo degli innumerevoli scudetti giovanili, a Bologna, contro l’Ignis Sud: era il primo maggio, la categoria Allievi allenata da Gualtiero Bernardis sconfisse 58 a 48 la squadra napoletana.

A rappresentare quelle due formazioni, ieri presso il Comune di Cantù erano presenti Gianni Corsolini – all’epoca direttore tecnico del club – e Pierluigi Marzorati, leader della squadra Allievi. Del roster della prima squadra, protagonisti sempre di quella storica stagione 1967-’68, in sala erano presenti Carlo Recalcati, Michele Marino, Alberto Merlati e l’italo argentino Alberto De Simone.

Nella foto di gruppo, De Simone è il quarto, Merlati il quinto, “Ciccio” Della Fiori il sesto, poi Marzorati, penultimo e ultimo, con gli occhiali scuri, Vittorio Beretta e Carlo Recalcati.

Cantù che straccia Milano, vedi alla voce “miracolo”

Senza Culpepper, il miglior realizzatore, e senza Crosariol, sesto per minutaggio, con Burns appena rientrato da un infortunio e Thomas che va e viene dall’infermeria, Cantù batte Milano, anzi segna 105 punti e compie un’impresa a cui nessuno credeva.

Non produrrà trofei questa vittoria. Ma resterà nella storia del basket canturino, per l’atavica rivalità con Milano e l’impressionante differenza dei valori (teorici) in campo.

Andando a vedere i rispettivi roster, Milano ha potuto alternare 11 giocatori che probabilmente giocherebbero tutti nel quintetto-base di Cantù.
Coach Sodini, invece, dovendo fare a meno di Culpepper e Crosariol, ha potuto ruotare 5 giocatori, più Parrillo e infine la sorpresa Maspero, che non tocca mai il campo.

Con un inizio di grande intensità difensiva e percentuali al tiro irripetibili, Cantù batte Milano – vincitrice delle ultime due edizioni della Coppa – e gestisce le energie nel finale.

Si rigioca già domani, la semifinale contro Brescia (spero) o Bologna: ai miracoli non ci si abitua.

#Cantù strapazza la Virtus, il mio week-end sportivo ha un netto segno più

Cantù, nell’anno più grottesco una squadra che diverte e inorgoglisce

Non c’è giorno senza che nubi velenose si addensino sulla Pallacanestro Cantù.
La proprietà si copre di ridicolo, i dirigenti danno il peggio, si parla di stipendi non pagati, fornitori non pagati, trasferte pagate con l’incasso della partita casalinga appena finita. E può finire in tragedia (sportiva, s’intende).

Intanto, la squadra gioca un magnifico basket, sarebbe settima, dunque in zona play-off, e ha appena vinto a Torino, contro una corazzata targata Fiat (stava 6 vinte e una persa, prima di domenica sera), lasciandosi alle spalle altre corazzate come la Virtus Bologna, che insiste nel corteggiare (diciamo così) Burns, dopo una campagna acquisti ricchissima.

Persa allo scadere contro Venezia, vinta a Torino, senza due americani in roster (uno tagliato, Qualls, e uno rotto, Thomas): viene da pensare che se c’è una squadra in grado di fermare l’en plein di Brescia, questa sia proprio Cantù, alla ripresa dopo la sosta.

Dice Sodini, l’allenatore esordiente, che la squadra prova piacere e si diverte a giocare insieme. Sono frasi già sentite, ma nella stagione più disgraziata di una storia lunga più di 80 anni sta emergendo un gruppo di giocatori e tecnici che potrebbe far innamorare un pubblico in gran parte disgustato dalla proprietà.

Dolorosa Cantù

Perdi al supplementare 92-93, sopo una rimonta pazzesca contro la squadra campione d’Italia (Venezia), che ha un monte ingaggi triplo al tuo, e non è la notizia peggiore.

Circola voce che i debiti della società canturina siano tali da costringere alla cessione immediata di uno dei 3 migliori giocatori, Christian Burns, sul cui corpaccione svolazzano da tempo gli avvoltoi della Virtus Bologna.

La gestione Gerasimenko ha esposto Cantù a rischi pesantissimi – persino l’esclusione dal campionato – eppure la squadra vista ieri sera contro Venezia vale i play-off… Paradosso crudele, per chi ha visto stravincere campionati da chi falsava i bilanci (e intanto Cantù era costretta a cedere Markoishvili a metà stagione) e assiste agli sprechi di Milano e all’ingresso di nuovi paperoni che vogliono vincere subito.

Il nostro paperone, l’oligarca Gerasimenko, ha problemi finanziari e giudiziari, vive a Cipro, comanda senza criterio, ha colpe imperdonabili, ma non superiori a quelle di chi da decenni tiene le redini del basket italiano, e non muove un dito per scongiurare le sorti rovinose di Roma, Livorno, Caserta, Napoli (senza dimenticare Treviso e Siena).

Entro 3-4 giorni si capirà come va a finire. Ovviamente spero di vedere Burns chiudere la stagione in maglia bianco-blù, decisivo nel finire davanti ai bianco-neri bolognesi.

Vota Antonio

Domenica comincia il campionato di basket e la mia Cantù ha passato un’estate indecente.

Notizia di ieri, è stato assunto un nuovo general manager, il più famoso della categoria: Antonio “Tony” Cappellari. Negli anni Ottanta e Novanta era il numero 1, ora che si avvicina ai settanta il suo arrivo viene visto con malcelata speranza come l’anticamera dell’uscita di scena del padre padrone Dmitry Gerasimenko.
Ma nonostante il basket sia moribondo, anzi proprio per questo, girano pochi soldi e si fa eccezione per Milano e Venezia, Bologna Virtus e poco altro, si assiste a continui “tagli del budget” e figuracce assortite in Europa (sia i club che la nazionale).

Cantù è stata per decenni un’oasi felice.
Poi è arrivata a un millimetro dal fallimento e ha accolto a braccia aperte questo oligarca russo, immaginando potesse trasformare Cantù nel Chelsea di Abramovich.

Si parlava di un nuovo palazzetto dello sport e di una squadra da primi 4 posti.
La realtà è stata assai più cupa: Gerasimenko ha fatto terra bruciata, licenziato allenatori, licenziato magazzinieri, licenziato chiunque osasse dubitare della sua personale possibilità di stare in campo qualche minuto nel derby con l’Olimpia.
ma al di là del “colore”, la sfortuna è stata che questo oligarca ha litigato con Putin e si è visto bloccare i miliardi in Russia. Da tempo vive a Cipro – dove non è prevista l’estradizione – e detta i suoi proclami dall’isolotto, con totale sprezzo del ridicolo.

La notizia dell’ingaggio di Cappellari è sorprendente, persino più sorprendente di quella della primavera scorsa, quando arrivò Carlo Recalcati.
Poi, Recalcati è stato umiliato e cacciato, si è richiamato un ottimo ucraino (Kiryl Bolshakov) che non sa né l’italiano né l’inglese, sono circolate voci di mancati pagamenti di stipendi, la campagna abbonamenti si limita a poche centinaia di fedelissimi, insomma la situazione appare ai limiti dell’implosione. Nel ranking stilato dalla Gazzetta, Cantù sta sedicesima su sedici (a me pare che la squadra valga molto di più, ma il contesto ambientale può portare a temere la retrocessione, e persino la cessione del titolo sportivo ad altra piazza).

Per capire il rientro in scena di Cappellari, servirebbe quel giornalismo investigativo che manca in settori ben più necessari del basket. Ma da qui passano alcuni tifosi, forse ne sanno di più…

Week-end sportivo nel complesso molto positivo: Cantù è salva

Ci si accontenta di poco: battendo Pistoia con un tiro complicatissimo a 2 secondi dalla fine, la Pallacanestro Cantù conquista la matematica salvezza.

Tredicesima, con un bilancio di 11 vinte e 16 perse, Cantù non ha confermato le ambizioni di inizio stagione, ma la china che aveva preso il campionato si era fatta rovinosa, infortuni a catena, proprietario nei guai con Putin, cambiati tre allenatori (arrivando a richiamare Recalcati)… il clima di sciagura aleggiava insistentemente.

Gli errori compiuti quest’anno non dovranno ripetersi, Recalcati e Sodini possono indicare dove e come intervenire, l’ultimo mese ha mostrato un discreto potenziale nella componente italiana (e torneranno a casa un paio di ragazzini), Se si riuscirà a trattenere Dowdell e JJ Johnson, il prossimo sarà un anno spettacolare.

Come il canestro decisivo, di JJJ.

Nelle mani di Charlie

La Pallacanestro Cantù – 7 vittorie e 13 sconfitte, appena 2 punti sopra la zona retrocessione – ha cambiato il terzo allenatore: dopo Kurtinaitis e Bolshakov, è stato ingaggiato Carlo Recalcati.

Charlie ha 71 anni e ha già allenato Cantù fra il 1984 e il 1990. Era sulla nostra panchina 33 anni fa e ci torna dopo 27… Da giocatore, fra il 1962 e il 1979, ha vinto due Scudetti, tre Coppe Korac, tre Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale, è tuttora il terzo giocatore con più presenze (434), e come punti realizzati (6396; ci fosse stato il tiro da 3 punti ne avrebbe segnati 10.000). Da allenatore, ha raggiunto quattro semifinali in campionato e una finale di Coppa Korac.
Solo Charlie e il Vate (Bianchini) hanno saputo vincere tre Scudetti con tre squadre differenti (Varese, Fortitudo Bologna, Siena), e Recalcati ha anche guidato la Nazionale dal 2001 al 2009, conquistando il Bronzo agli Europei 2003 e l’incredibile Argento alle Olimpiadi di Atene 2004.

charlie

Ci dicono che la firma vale fino al 30 giugno 2018, dunque Charlie ha ottenuto una congrua buonuscita in caso di esonero.

Il terzo cambio di allenatore si è reso necessario dopo la squallida prestazione che la squadra ha mostrato contro Capo d’Orlando, venendo sconfitta al Pianella dopo 20 minuti allucinanti, che la successiva rimonta ha reso ancora più insopportabili.
Dall’inizio della stagione sono stati tagliati Lawal, Travis, Waters, Laganà, Kariniauskas, e sono stati ingaggiati Acker, Calathes e Cournooh. Per quanto è basso il livello della A1, fino a 15 giorni fa si poteva sperare in un buon girone di ritorno e in un aggancio ai play-off.

L’arrivo di Recalcati – 55 anni dopo il suo esordio canturino – fa capire che la società ha finalmente capito di aver sbagliato tutto, e che si affida a una mano esperta per evitare il baratro.

1805, mi ricordo

Mi ricordo quando la Pallacanestro Cantù era un modello di competenza capace di raggiungere risultati impensabili con risorse modeste.

Cantù, la peggior partenza possibile

cantu

Allenatore nuovo, squadra nuova, assemblata in grande ritardo e con qualche legittimo dubbio sulla lunghezza della panchina. Si comincia giocando a Desio – il palasport di Cantù sembra finalmente in via di costruzione – contro Venezia, che oggi è prima in classifica: fino a metà del terzo quarto Cantù sta avanti, anche di 8, con l’ottima regia di Zabian Dowdell, il playmaker afroamericano arrivato dallo Zenit di San Pietroburgo. Dowdell gioca 18 minuti, segna 15 punti, distribuisce 9 assist. Poi si rompe la mano (starà assente fino a metà dicembre).

Cantù sbanda, Venezia recupera e va a vincere. In settimana, si fa male a un dito anche il play di riserva, Marco Laganà, e in fretta e furia viene ingaggiato Dominic Waters, che tuttavia non può giocare a Brescia, nella prima trasferta stagionale. La difficoltà del derby sta anche nel fatto che Brescia torna in Serie A dopo 28 anni.
E a Brescia, Cantù subisce una sconfitta ignominiosa, segna appena 56 punti, perde di 20, non è mai in partita.

Ora, entro fine ottobre ci sono tre partite (Pesaro e Sassari in casa, Capo d’Orlando fuori) che diranno quale stagione attende la Red October – in attesa di un altro sponsor. Vincerne solo una, vuol dire abbandonare ogni sogno di Final Eight e apprestarsi a soffrire per tutta la stagione. Vincerne un paio può riportare in linea di galleggiamento. Ma se Waters è appena sufficiente, si possono anche vincere tutte e tre…

25 settembre, ottanta anni fa, nasce la Pallacanestro Cantù

Dowdell più Pilepic, manca solo il “3”

Cantù

Cantù ha chiuso due delle tre operazioni che definiscono il valore della squadra e i suoi obiettivi stagionali, ingaggiando il playmaker statunitense Zabian Dowdell e la guardia croata Fran Pilepic. Entrambi hanno esperienza di Eurolega.

Dowdell sta per compiere 32 anni, è alto 192 cm, ha giocato a Phoenix e viene dallo Zenit San Pietroburgo. Pare sia un ottimo regista e un gran difensore, con qualche limite al tiro da 3.
Pilepic ha 27 anni, è alto 193 cm, viene da due stagioni nel Cedevita Zagabria, ha fama di essere un ottimo tiratore e di possedere una notevole intelligenza cestistica.

Manca solo un tassello, il “3”. Il nome che fa sognare è quello di Manuchar Markoishvili, sarebbe un risarcimento a una piazza che per pagare gli stipendi fu costretta a cederlo a metà stagione, mentre altri stravincevano i campionati con i pagamenti in nero.

Al 23 agosto, il cantiere canturino sta ancora montando le impalcature

Confermati JaJuan Johnson e Marco Laganà, ingaggiato un grande allenatore come Rimas Kurtinaitis, per comporre la squadra Gerasimenko ha deciso di aspettare i “tagli” di leghe più ricche, scommettendo sulla disponibilità di ottimi giocatori (ottimi per un campionato triste e avvilito come quello italiano).
Scelta discutibile, soprattutto quando si tratta di ingaggiare qualche italiano: quelli buoni sono pochi, costano cifre assurde, e infatti Cantù ha deciso di completare il roster con Callahan, Laganà, Quaglia, Baparapé e Maresca, mandando in prestito (Treviglio) un paio di ragazzini che devono giocare.

Cantù 3 colpi

Dunque, saranno i 7 stranieri a definire il valore della Cantù 2016-17, e al 23 agosto tre caselle fondamentali sono ancora vuote. Mancano il playmaker, una guardia e un’ala. Tre titolari…
Gli ingaggi più significativi mi sembrano quelli di Romeo Travis e Gani Lawal, e suscita una certa curiosità il lituano di cui dovremo imparare il nome.
Azzeccandoli tutti e tre, con un allenatore di questo calibro, scommetterei sull’ingresso nei playoff, con qualche speranziella in più.