Ero innamorato di Gigliola

Il 21 aprile 2011 pubblicavo il post qui sotto. Ne avevo un vago ricordo… Pochi minuti fa ho rivisto Gigliola Cinquetti a Sanremo e posso perdonarle qualsiasi cosa, anche Telepadania.

Lo so, questo post farà crollare l’opinione che alcuni di voi hanno del sottoscritto. Ma cosa lo uso a fare il blog se non posso stendermi (gratis, insieme a qualche migliaio di curiosi) sul lettino dello psicanalista?
Dunque, vi confesserò una mia perversione: ero innamorato di Gigliola Cinquetti.

Gigliola CinquettiNo, non quella di “Non ho l’età” (sarebbe pedofilia).
Mi riferisco alla Cinquetti trentenne e quarantenne, con quell’aria provocante “alla Deneuve della provincia veneta”, che faceva sospettare una vitalità assai lontana dal cliché perbenino con cui si era affermata a Sanremo (la foto che ho riesumato, lo dimostra).

Belle gambe, bellissimo sorriso, riccioli naturali… Oggi leggo che una canzone della Cinquetti – “E qui comando io” – fa da sigla a Telepadania.
E questa mia perversione svanisce di colpo.

Fonte “Il Giornale”:
“Carrellate sugli sbarchi a Lampedusa, piani sequenza sulla frontiera blindata di Ventimiglia, fermi immagine degli euro-palazzi di Bruxelles e zoomate sul manifesto leghista «Padroni in casa nostra». Il tutto col sottofondo della hit «E qui comando io», successo degli anni settanta di Gigliola Cinquetti.
Così Telepadania, la tv del Carroccio, entra a gamba tesa nella querelle Italia-Francia sull’immigrazione e mette alla berlina – con un video musicale ironico-nostalgico – l’inquilino dell’Eliseo. «L’invito – spiegano da Telepadania – è di boicottare brie e vino francese, come proposto dal Senatùr e dal governatore del Veneto Luca Zaia». Sarkozy è avvisato”.

Ansel #Adams, l’eloquenza della luce

“La wilderness, almeno per me, è qualcosa di mistico, un’esperienza intensa, intangibile e non materialistica.
Il diritto all’esperienza è fondamentale, come il diritto di proprietà, di credo, il diritto al lavoro e alla sicurezza. L’idea che ci siano altri (e altrettanto importanti) valori oltre a quelli di natura prettamente economica, è qualcosa che dobbiamo alimentare e sostenere il più possibile”.

Ansel Adams _ Fallen Tree“La natura è il mio regno” è il titolo della mostra (70 fotografie): la natura incontaminata, inviolata, è quella che sempre ha interessato Adams.
Sue le foto di Yosemite e di altri parchi del West nordamericano. Montagne, laghi, alberi, cascate, rocce, neve, fiumi, canyon, foglie… Non c’è alcuna presenza umana.

Adams cominciò a fotografare nel 1916. La sua arte coniuga la perfezione nella scelta dell’inquadratura, la profondità di campo (si possono contare le foglie degli alberi, le rughe sulla pietra), la saturazione del bianco e nero, la scelta della luce (soprattutto all’alba e al tramonto): in definitiva, un senso di appartenenza a un ambiente, restituito come se fosse fuori dal tempo.

“Credo che l’approccio dell’artista e quello dell’ambientalista siano molto vicini, poiché entrambi hanno a che fare, a un livello impressionante, con l’affermazione della vita”.

L’Estella di Cuaròn

Great Expectations, Paradiso perduto
Prima dell’esplosione del cinema messicano, una ventina d’anni fa Alfonso Cuaròn diresse un film da cui era impossibile presagire che quel nome – insieme a quello di alcuni connazionali – avrebbe lasciato il segno su una lunga stagione cinematografica.

Paradiso perduto, aveva come titolo originale Great Expectations, dal romanzo di Dickens, ispirazione dichiarata. Il film ha momenti melodrammatici eccessivi e falsamente commoventi, prevedibili e inutilmente patinati, nonché un’ambientazione eccentrica (riuscite a immaginarlo Dickens in Florida?).

Ethan Hawke, il protagonista maschile, sembra il primo a non crederci. Però ci sono due scene – all’inizio e alla fine – illuminate da un De Niro in stato di grazia e poi c’è Gwyneth Paltrow, non meno abbagliante che in Sliding Doors.

L’immagine è ripresa dalla scena in cui l’insopportabile, algida, anaffettiva Estella si fa ritrarre dall’innamoratissimo Finn.

Perché questo post? Era da mesi che non aggiungevo “morettine”.

Cronache da un blog moribondo

Ci risiamo. Chi passa di qui da un po’ di tempo e con una certa frequenza sa che ogni tanto cedo all’autocoscienza. Scrivo, cioè, per fare il punto della situazione e per stimolare un dialogo che mi restituisca un po’ di senso. I massmediologi lo chiamano feedback.
A quasi quattro mesi dal faticoso trasloco che mi ha costretto ad abbandonare splinder (a cui ero molto più affezionato di quanto sarò mai di wordpress), un bilancio è possibile e forse necessario.

In sintesi, i contatti sono rimasti stabili, i commenti sono crollati.
In numeri, si tratta di circa 800 visitatori unici e di circa 1100 pagine viste al giorno, con un media giornaliera di 5-6 commenti (un terzo, forse un quarto di quelli che affollavano i post su splinder).
Spiegazioni? Tiro un po’ a indovinare.

Questo nuovo blog risente della pessima stagione dell’Inter e della, se possibile, ancor peggiore stagione della sinistra: i due argomenti su cui, in passato e tuttora, mi pare si manifesti maggiore attenzione.
Ma trovo di cattivo gusto prendersela con il contesto.
Non potendo io fare più di tanto per far rivincere l’Inter e far resuscitare la sinistra, credo sia più opportuno concentrarsi sui personali margini di manovra. Cioè sui difetti che avrò accentuato, per allontanare i commentatori (la prova provata è che quando lancio un test o “chiedo aiuto” su qualche dubbio, ottengo poche risposte, a volte nessuna).
Certo, ci sono i sondaggi, ed è piacevole vedere che un buon centinaio di persone diverse risponde con sollecitudine a interrogativi che spaziano dai migliori album jazz alle presidenziali francesi, dalle voci femminili della canzone italiana alla cessione di Sneijder a gennaio…
A chi protesta per la drastica riduzione delle “morettine”, dedico l’immagine che accompagna questo testo: per vari motivi è un periodo che vado poco al cinema e vedo in tv quasi solo serial. E la Sharapova al massimo arriva in finale.

Da tempo ho abbandonato il bonario narcisismo delle origini nel compulsare i numeri dei contatti e delle pagine visitate. Più spesso mi chiedo se questa forma di comunicazione – il blog a forma di diario – abbia ancora una “spinta propulsiva”, se la serie di pensierini, letture e altre esperienze non sia irrimediabilmente compromesso dalla potenza di twitter e face book (che tuttavia non frequento).
Io stesso, mi accorgo di dedicare alla lettura dei blog “preferiti” meno tempo di quanto ne dedicavo qualche mese fa.
Voi, invece, che ne pensate?

Finisce qui. Ricomincia altrove…

Verso dove, il blogFinisce qui. Ricomincia altrove…

Splinder chiude e devo trasferirmi.

Controvoglia, dopo quasi 8 anni e oltre 7000 post, il nuovo inizio sta su WordPress.

Dateci un'occhiata: https://rudighedini.wordpress.com

Il (faticoso) futuro di questo blog

Il (faticoso) futuro di questo blog

La decisione è presa, i lavori sono in corso, l'inaugurazione vera e propria vorrei farla coincidere con il primo gennaio 2012.
Il blog trasloca sulla piattaforma blogspot.

Da qualche giorno sto facendo esperimenti, continuerò a farli e nei prossimi giorni procederò in coppia: ogni post lo pubblicherò sia su splinder che su blogspot.
Dove ho già inserito un bel po' di materiali, e dove in futuro intendo ripubblicare alcuni vecchi testi.

Fatemi sapere che ne pensate.
Ecco il nuovo indirizzo: http://rudighedini.blogspot.com/

Il (faticoso) futuro di questo blog (segue)

Blogspot è facile ma provoca un sacco di problemi, WordPress ne provoca tanti altri (ed è decisamente più complicato da gestire).

Giornate come ieri mi farebbero prendere la decisione di lasciar perdere.
Forse già oggi avrò un umore diverso e proverò a uscire da questa buca.
Nel caso, per qualche giorno proverò a postare su tre piattaforme contemporaneamente.

La terza url è: https://rudighedini.wordpress.com 

Shozo #Shimamoto libera il colore dal pennello

Shozo Shimamoto libera il colore dal pennello

Un colore senza materia non esiste. La bellezza della materia deve sopravvivere anche alla forzatura del pennello. Solo attraverso screpolature ed erosioni o magari una mutazione di colore sopravvenuta inaspettatamente possiamo scoprire la bellezza intrinseca nelle sostanze coloranti”.

Shozo ShimamotoFino a un mese fa non sapevo nemmeno dell’esistenza di questo fantastico artista giapponese, ancora attivo, nonostante abbia oltrepassato gli ottant’anni.
A Palazzo Magnani (Reggio Emilia) c’è una bella esposizione di sue opere, con dipinti, sculture, installazioni video.
Ciò che colpisce è la dimensione teatrale, anzi cerimoniale, in cui Shimamoto compone, mettendo insieme pittura, calligrafismo, azioni teatrali, musica dal vivo (nel palazzo di Reggio fanno ascoltare Stockhausen).
È l’eredità dell’Associazione d’Arte Concreta Gutai, fondata da Shimamoto nel 1954, dalle chiare influenze zen.

Sua è l’intuizione dei “Bottle Crash”: l’artista fa colare o precipitare sulla tela bottiglie piene di colore (anche i frammenti di vetro diventano parte dell’opera).
La sua produzione più recente è realizzata unicamente in occasione di performances pubbliche, eventi collettivi Shozo Shimamoto - Contrabbassoin grandi spazi aperti, che coinvolgono il pubblico in una specie di “teatro della pittura” (l’espressione è di Lorenzo Mango, curatore del catalogo).

Davanti al pubblico, Shimamoto getta colori su ampissime superfici, statue, strumenti musicali, ballerine, teatranti (resta negli occhi la trasformazione degli abiti da sposa).
Lo fa tramite bottiglie di vernice e altri recipienti, dall’alto o dall’altezza del suolo.
Accanto a lui, da tempo, il fedele assistente Mayumi Handa, che “gli fornisce per intuizione il colore” successivo a quello appena scagliato.

Nel 1957, Shozo Shimamoto ha scritto:
“Nel fare un quadro, sia esso rappresentazione di una immagine naturale o di una idea, poco importa, non resta che conservare quella bellezza della materia che sopravvive talora anche alla prova di forza del pennello. Io credo che la prima cosa da fare sia liberare il colore dal pennello”.

Lo so, il rigore può essere stata la goccia che fa traboccare il vaso

locandina Il Tirreno
Lo so, il rigore può essere stata la goccia che fa traboccare il vaso.
Uno sopporta, sopporta, vede la squadra sfiatata, l'allenatore inserire Zarate al posto di un semiesordiente terzino schierato a centrocampo, intuisce che si prepara il disastro, il disastro arriva, Julio Cesar impedisce che la partita sia già chiusa a 5 minuti dalla fine, e quando ti fischiano un rigore in casa al novantesimo, a meno che non lo batta Recoba e l'avversario sia l'Hensinborg e in panchina non ci sia uno come Lippi, puoi coltivare la speranziella di cavartela con un pareggino stiracchiato.

Invece io dico che è stato meglio così.

Meglio così, perché persino i più inguaribili spargitori di ottimismo ora sono costretti a smetterla con le chiacchiere sullo scudetto, e la società è con le spalle al muro: se non compra un paio di campioni a gennaio, perde i soldi che vengono dalle Coppe.

Se Pazzini non fosse scivolato così grossolanamente – ammesso che Handanovic non facesse come Julio Cesar – avremmo sentito parlare di orgoglio, di squadra che non ci sta a perdere, di quarto risultato utile consecutivo, e altre amenità.

Quello sconosciuto toscano che d'impulso ha rottamato il televisore in una forma ecologicamente discutibile, ci aiuta a capire a che punto siamo.
Tifiamo per una Grande Squadra Spremuta, che andrebbe rottamata con tutti gli onori.

Bisogna andare a vivere in Sudamerica

Bisogna andare a vivere in Sudamerica

Tanto tempo fa, un signore inglese che di nome faceva Bruce Chatwin, scrisse della sua passione per la Patagonia – anzi per l’idea della Patagonia, perché non l’aveva ancora vista.
Quel libro mi ha spinto ad andare in Patagonia, nel novembre del 1993, in quella che è stata la vacanza più emozionante della mia vita, e ogni tanto immagino di tornarci vent’anni dopo. Fra due anni.
Uno dei motivi che spingevano Chatwin era l’ingenua paura della bomba atomica: e la Patagonia era il posto più lontano, quello dove le radiazioni sarebbero arrivate con meno pericolosità.

Bisogna andare a vivere in SudamericaOggi il Sudamerica è l’ultimo angolo di mondo in cui vivono – anzi, fervono e speso governano – le idee socialiste, comunitarie, indigeniste, anticapitaliste.
Non basta?
Ieri hanno vinto il campionato le mie squadre: il Corinthians in Brasile, il Boca Juniors in Argentina.
Non ho una “mia” squadra in Uruguay, ma ieri il 35enne Recoba – che ancora oggi farebbe meglio di Alvarez in questa Inter – ha segnato il gol decisivo per lo scudetto del suo Nacional.

E allo stadio cinquantamila persone hanno salutato Socrates con il pugno chiuso.

#Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza

In meno di una settimana, se ne sono andati mio zio Cesare, Lucio Magri, Saverio Tutino, Ken Russell, Christa Wolf e ora l’ex capitano della nazionale del Brasile.
Aveva 57 anni, giocava con una grazia e una lentezza impareggiabili, bellissimo da vedere anche per la fierezza indolente della sua andatura, che improvvisamente prendeva velocità.
Non dimenticherò mai il gol sul primo palo a Zoff, in quei Mondiali dell’82 che il Brasile dissipò e consegnò a Pablito.

In ricordo di Socrates, riprendo la pagina dedicata al suo Corinthians ne “Il compagno Tommie Smith”.

#Sócrates Brasileiro Sampaio de SouzaLo Sport Club Corinthians è una polisportiva di San Paolo del Brasile, la cui sezione calcistica costituisce una delle più popolari squadre brasiliane. Fondato nel 1910 da un gruppo di operai e manovali di origini europee, il Corinthians diventa la squadra del cuore degli strati più poveri della società paulista.
Dopo il colpo di stato del 1964, il Brasile attraversa un ventennio di dittatura militare. Dall’autunno 1982, la squadra diventa un caso politico: vi si pratica un modello di autogestione che arriva ad assumere forme di impegno contro il regime. I calciatori rifiutano l’autorità dell’allenatore e decidono di allenarsi da soli. All’interno dello spogliatoio si cementa un gruppo consapevole del potere del calcio. Entrano in campo con maglie su cui sta scritto: “Vincere o perdere, ma sempre con democrazia”. A maggioranza, pianificano allenamenti, orari e tattiche, metodi di lavoro e gestione finanziaria. Ecco la Democracia Corinthiana.
Diventa la più famosa autogestione nella storia del calcio. Famosa anche perché vincente: quel Corinthians che ha abolito i ritiri pre-partita, conquista per due volte il campionato dello Stato di San Paolo, mostrando di saper gestire una rigorosa autodisciplina. Dopo averne discusso in assemblea, i calciatori assumono iniziative pubbliche: sul retro delle maglie stampano “Vota il 15”, per spingere i tifosi a partecipare al referendum che può accelerare la fine della dittatura.
Il potere militare non assiste indifferente. Per screditare l’esperimento democratico, il 23 dicembre 1982 viene arrestato il centravanti Walter Casagrande: ha un tatuaggio del Che sul braccio sinistro, lo accusano di detenzione di stupefacenti. Verrà assolto sei mesi dopo per insufficienza di prove.
Uno dei simboli di questa originale esperienza democratica si chiama Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza. Nato in una famiglia benestante, si laurea in medicina e anche se non ha mai esercitato la professione, tutti lo chiamano il Dottore. Fuori dal campo, porta barba e capelli lunghi, ama donne, la birra e le sigarette; in campo, è abilissimo nel palleggio, attaccante atipico più portato alla manovra che alle conclusioni personali, porta a spasso per il campo i suoi 192 centimetri, con un’andatura flessuosa e spettacolari colpi di tacco.
Nell’estate 1984, il Corinthians cede Sócrates alla Fiorentina; fatica ad inserirsi nei sistemi di allenamento italiani, dopo una sola stagione rientra in patria.

#Serial, ecco dove sta il nuovo #romanzo: la mia classifica (e la vostra?)

Serial, ecco dove sta il nuovo romanzo: la mia classifica (e la vostra?)

Qualche settimana fa, Aldo Grasso ha scritto un lungo articolo su come il serial televisivo statunitense (dimentica quello inglese: Luther) abbia sostituito il romanzo come forma di narrazione che rispecchiava e insieme criticava la società; “ma se continuiamo a cercare qualcosa in cui l’autore, attraverso dei personaggi, prende in esame alcuni grandi temi dell’esistenza, beh, allora forse è venuto il momento di dare un’occhiata non solo ai libri ma anche ad altre forme narrative, ad altri media. Tipo la serialità americana”.

Da tempo ho un tag "telefilm". E dedico sempre più serate alla visione di questi prodotti seriali.
Potrei dire che condivido l’approccio di Grasso, fin dai tempi di Twin Peaks: “la nuova grande forma d’arte del nostro tempo, la serialità televisiva di alta qualità, che ha già capolavori assodati in Six Feet Under, Sopranos, Mad Men e The Wire, opere di sorprendente complessità, varietà e generosità narrativa, umana e tematica, e al contempo di largo consumo”.

Mad Men sui Cahiers du cinémaRiflessioni simili le aveva già proposte una storica rivista francese, Cahiers du Cinéma, quando decise di rompere un tabù, dedicando la copertina a Mad Men.

Cito un ultimo passaggio di Grasso, quando fa notare che “il dato più significativo per cogliere la persistenza della forma-romanzo e la sua rigenerazione attraverso nuove sembianze mediali è forse questo: non solo le serie tv sono ricolme di citazioni attinte a piene mani dalla grande letteratura, dal grande cinema, dal grande teatro, ma allo stesso tempo trasudano strutture narrative, tecniche figurative, procedimenti «rubati» a modelli alti, a forme di racconto più antiche”.

Fra quelli di cui ho visto tutto o quasi, ed escludendo il capolavoro Midred Pierce (un lungo film più che una serie), ecco le prime posizioni della mia classifica:
1. Mad Men
2. Luther
3. Lost
4. E.R.
5. Desperate Housewives
6. “24”
7. The Good Wife
8. Friends
9. The X-Files
10. Sex and the City

Questo inverno, punto a recuperare The Wire e Six Feet Under.
Attendo suggerimenti?

Sono passati di qui più di 820.000 visitatori unici, il #counter fotografa 1.250.000 contatti, più di 2 milioni di pagine vist

Sono passati di qui più di 820.000 visitatori unici, il counter fotografa 1.250.000 contatti, più di 2 milioni di pagine viste, più di 25.000 commenti.
Capite bene, sono molto affezionato a Splinder, una piattaforma su cui in quasi 8 anni ho riversato quasi 7000 post.

Ma queste ultime due settimane sono diventate uno stillicidio di malfunzionamenti, cancellazione di post fatti, correzioni troncate, tempi dilatati (anche un quarto d’ora per “caricare” un post, contatti dimezzati, commenti pressoché scomparsi: se è già così difficile per me, che sono motivato dalla voglia di dire qualcosa, immagino quanto sia fastidioso per chi si avvicina al blog e viene respinto ripetutamente.

Dior-TheronSplinder è diventata una casa inabitabile.
Chi avesse tempo e voglia, può aiutarmi a decidere dove traslocare… Un’altra piattaforma (nel caso, wordpress), un sito vero e proprio… Aspetto proposte.

Intanto, ecco una morettina coreografica: il nuovo spot con Charlize Theron per la regia di Jean-Jacques Annaud, un fotogramma dai 90 secondi girati nella Sala degli Specchi della reggia di Versailles.

Splinder, piattaforma stressata e fine vicina

Splinder, piattaforma stressata e fine vicina

Non era una leggenda metropolitana, l'annuncio è ufficiale, anche questo blog dovrà presto migrare altrove.
Splinder 21 novembre 2011
In questi giorni sembra che il panico abbia fatto collassare il sistema, è spesso impossibile collegarsi, postare, commentare, "mettere in salvo" l'archivio.
L'annuncio ha già prodotto un piccolo, parzialissimo miglioramento. Anche il panico andrà pure gestito. 

Circola voce che la piattaforma #Splinder stia per abbandonare al proprio destino i bloggers che l’hanno usata in questi anni.

Circola voce che la piattaforma Splinder stia per abbandonare al proprio destino i bloggers che l'hanno usata in questi anni.
La "voce" a volte si arricchisce di dettagli: la piattaforma diverrebbe un sito per la vendita di suonerie; la data limite sarebbe il 24 novembre; da tempo quelli di splinder non rispondono alle e-mail con richiesta di informazioni, eccetera.
Vero o falso, non lo so. So che come tutte le leggende metropolitane, è impossibile risalire all'origine, ma si tende a comportarsi come se la notizia sia fondata. La voce si diffonde e diventa certezza (in effetti splinder funziona malissimo da qualche giorno).

Leggende metropolitane è il titolo di un libro che ho letto anni fa e che ho riletto in questi giorni; l'autore è un antropologo americano, Jan Harold Brunvand, in Italia è uscito per Costa & Nolan nel 1988.

leggende metropolitane brunvand“Le storie che potrebbero essere vere vengono chiamate leggende”.
Può sembrare strano che si continuino a produrre leggende in un’epoca secolarizzata, istruita, informata. In realtà viviamo in un’epoca in cui le comunicazioni di massa hanno moltiplicato esponenzialmente le “voci strane, affascinanti, ma prive di qualsiasi verifica”. Come variante degli studi sul folklore, Brunvand studia queste “storie improbabili raccontate come vere”.

Le leggende metropolitane sono ambientate in un passato recente e hanno per protagonisti persone simili a chi le racconta. Non è mai capitato a lui, al narratore, ma a un conoscente (“Friend of a friend”, un amico di un amico). È sempre impossibile risalire a chi ha raccontato la storia per primo.
Sono leggende perché non si sa dove nascano: emergono, scompaiono, riemergono, si spostano da un territorio all’altro.
Sono voci, dicerie, di origine anonima, con infinite varianti. Per queste storie vale il meccanismo tipico della comunicazione orale: ad ogni passaggio si perde qualcosa e qualcosa viene modificato.
Non servono le smentite: possono soffocare la leggenda per qualche tempo, ma poi riemergerà se continuerà a riflettere le angosce dell’epoca.
“Le storie che le persone considerano vere occupano un posto importante nelle loro visione del mondo”.

Natalie Wood: coincidenza più che sospetta, per un rimorso

Natalie Wood: coincidenza più che sospetta, per un rimorso

Chiunque abbia più di cinquant’anni e uno sviluppato senso estetico, non può non essersi innamorato di Natalie Wood: uno dei volti più incantevoli del cinema hollywoodiano fra i Cinquanta e i Sessanta.
Tanti anni fa, a Los Angeles, quando quasi per caso mi sono trovato Westwood Memorial Park, la sua tomba divenne una meta non meno preziosa di quella di Marylin.

Natalie Wood: coincidenza più che sospetta, per un rimorsoDi origini russe, il suo vero nome è Natalija Nikolaevna Zaharenko, nasce il 20 luglio 1938 a San Francisco.
Muore il 29 novembre 1981, in uno strano incidente al largo di Santa Catalina, California, cadendo di notte dallo yacht su cui si trovava insieme al marito, Robert Wagner (sposato per la seconda volta), e a quello che forse era il suo amante, Christopher Walken (con cui aveva appena girato il suo ultimo film, Brainstorm).

È lei la studentessa splendente di Gioventù bruciata, archetipo delle ragazzine fatali di Twin Peaks.
È lei la bambina rapita dagli indiani, cercata e ritrovata (diciottenne) da John Wayne, in Sentieri selvaggi.
È lei l’elettrizzante protagonista di West Side Story.
È lei accanto a Warren Beatty nel disperato melodramma di Kazan, Splendore nell’erba.

Il medico che effettuò l’autopsia è Thomas Noguchi (in La faccia nascosta della luna, Carlo Lucarelli fa notare che è lo stesso medico che studiò i cadaveri di Marylin, Robert Kennedy, Sharon Tate).
“Morte accidentale” fu la formula che chiuse l’inchiesta.
Inchiesta ora riaperta dopo il cambiamento di versione del marinaio che guidava lo yacht., giusto in corrispondenza del trentesimo anniversario del dramma.
Coincidenza più che sospetta, per un rimorso.
Se quell’uomo sa davvero la verità, l’ha nascosta per trent’anni e ora cerca di alzare il prezzo.

Mi hanno intervistato quelli di FcInterNews.it

Mi hanno intervistato quelli di FcInterNews.it

Giuseppe Granieri mi ha rivolto un po' di domande sull'Inter di ieri e di oggi, qui trovate le risposte:
http://www.fcinternews.it/?action=read&idnotizia=63106

La seconda puntata di quella che un tempo sui giornali si sarebbe chiamata Rubrica Grandi Firme porta, appunto, la firma prestigiosa di Rudi Ghedini, giornalista, scrittore, documentarista: il tutto condito con i colori nerazzurri. Colori che fanno da cornice al suo blog – rudi.splinder.com – dove tratta temi legati allo sport, alla cultura e alla politica.
P.S. Intervista da leggere tutta d'un fiato: come un tè ghiacciato su una spiaggia d'agosto con il primo bar distante due chilometri.

Rudi, come ci si sente ad essere un tifoso nerazzurro?

"Vincere è meglio, è naturale, ma anche quando si perde l'Inter è divertente: mai noiosa, schizofrenica e tendente all'incostanza".

Qual è la partita che ti scatena dolci ricordi?

"Allo stadio, Inter-Juventus 4-0 dell'11 novembre 1984, doppietta di Rummenigge. In televisione, Inter-Barcellona 3-1 del 20 aprile 2010 mentre in radio Inter-Milan 2-0 del 7 marzo 1971, gol di Corso e Mazzola".

Quale partita vorresti poter cancellare?

"Juventus-Inter 1-0, arbitro Ceccarini".

Quale partita avresti voluto giocare?

"Sono un nonviolento, ma mi sarebbe piaciuto essere al "Mestalla" di Valencia, nella rissa finale per inseguire Marchena".

Il giocatore a cui sei più legato?

"Fare un solo nome è impossibile: se costretto, direi Mazzola. Però, non posso fare a meno di aggiungere Facchetti, Boninsegna, Rummenigge, Zenga, Berti e Ronaldo. Fra chi gioca oggi, Cambiasso".

Hai mai incontrato il presidente Moratti?

"Due volte, anni fa: in entrambi i casi alla "Comuna Baires" di Milano. L'unico, breve, scambio di battute è stato mentre mangiavamo – in piedi – qualche trancio di pizza per chiedermi se anch'io pensavo che Recoba fosse maturato…".

Dai, non scherzare!

"Sembra una storiella, ma è davvero andata così: aggiungo di avergli risposto di sì, un po' per l'emozione, un po' per fargli piacere…".

Una parola per definire gli ultimi 6 allenatori nerazzurri: Mancini.

"Trascinatore".

Mourinho.

"Inarrivabile".

Benitez.

"Cartesiano".

Leonardo.

"Empatico".

Gasperini.

"Rigido".

Ranieri.

"Esperto".

In cosa, la società, ha sbagliato nell'ultimo anno e mezzo?

"Di errori ne sono stati commessi molti. Ma attenzione: io non considero la riconoscenza un errore. Ma non capire che il centrocampo aveva un disperato bisogno di forze fresche, mi sembra un clamoroso errore di valutazione. Forse discende dalla risposta errata a una domanda…".

Quale domanda?

"Come si fa a migliorare la squadra del Triplete?".

Appunto: come si fa?

"Migliorarla era impossibile, si poteva gestire meglio l'invecchiamento dei campioni, inserendo giovani in ogni reparto e riducendo il minutaggio dei più spremuti".

Avresti ceduto Eto'o?

"Mai…".

Perché?

"Cedere un fenomeno come Eto'o vuol dire precipitare nella scala della reputazione. E se proprio sei costretto a cederlo, lo fai a giugno, in tempo per sostituirlo con qualcuno di alto livello".

Pensi che sia giusto sposare totalmente il fair play finanziario?

"Ho l'impressione che il FPF sia un'ottima scusa per evitare di continuare a staccare assegni da 40-50-60 milioni ogni anno. L'Inter costa troppo e il peso degli ingaggi è esorbitante, soprattutto ora che la passione di Moratti è stata un po' placata dal triplete".

L'Inter dovrebbe restituire lo scudetto del 2006?

"È lo scudetto a cui sono più affezionato. Faccio parte di quella generazione che per anni si è sentita urlare "Non vincete mai", da chi ha fatto festa barando: non si può nemmeno dire che non lo sapessero, chiudevano volentieri gli occhi. Chi mi conosce sa che un'eventuale revoca del XIVesimo scudetto, mi spingerebbe a non seguire più il calcio".

Recentemente, Moratti, a proposito di Calciopoli e della figura di Giacinto Facchetti tirata in ballo dall'accusa di un PM, ha detto che non leggerà più la "Gazzetta dello Sport", che si sarebbe schierata con una politica calcolata dalla direzione del giornale.

"Ogni giornale scrive quel che gli pare, ogni lettore è altrettanto libero di scegliere a chi credere e chi finanziare. Le accuse di Palazzi a Facchetti sono imperdonabili, perché un'elementare civiltà giuridica impone di non coinvolgere chi non si può difendere. Ma aggiungo una cosa…".

Prego.

"Non mi è piaciuta la strategia difensiva che l'Inter ha scelto di fronte a tanti attacchi, perché la reputazione andava difesa con ben maggiore energia. Proprio perché l'etica non va in prescrizione, l'Inter – la società più danneggiata da Calciopoli – doveva attaccare, non difendersi. Quanto alla politica e al potere economico, siamo il paese con il più gigantesco conflitto di interessi mai visto in una democrazia evoluta, impossibile che il calcio ne sia al riparo".

Negli ultimi anni, sull'Inter, sono stati scritti un bel po' di libri, tra cui il tuo "Confessioni di un interista ottimista". Ci puoi fare un elenco di quelli che ti sono piaciuti di più?

"Non c'è confronto, nessuna squadra è altrettanto romanzesca. Perciò, almeno una dozzina di titoli devi lasciarmeli dire…".

Va bene.

"Partiamo dal Brera di "Herrera e Moratti" al Dalla Chiesa di "Capitano mio capitano", il primo "Interismi" di Severgnini, la raccolta "Basta perdere" edita da Limina, poi Garlando "Ora sei una stella", Bartolozzi "La mas digna", Roberto Torti "Settore 4C Fila 72 posto 35", Luigi Cavallaro e il suo "Interismo leninismo", Tommaso Pellizzari "Inter, la dinastia", il "Manuale di prostituzione intellectuale" del Collettivo Bauscia, Interisti.org e il primo "Inter abbiamo un problema… o no?", e stavo per dimenticare Sandro Modeo "L'alieno Mourinho". Infine quello che sto finendo di leggere, "Se no che gente saremmo" di Gianfelice Facchetti"".

Appunto, che gente saremmo a non citarlo.

Cani e gatti

Dal diario di un cane:
8:00 – Cibo! La mia cosa preferita!
9:30 – Un giro in macchina! La mia cosa preferita!
9:40 – A spasso nel parco! La mia cosa preferita!
10:30 – Coccole! La mia cosa preferita!
12:00 – Pranzo! La mia cosa preferita!
13:00 – Giochi in giardino! La mia cosa preferita!
15:00 – Scondizolo! La mia cosa preferita
17:00 – Merenda! La mia cosa preferita
19:00 – Si gioca a palla! La mia cosa preferita
20:00 – Wow! Guardo la tv con i mamma e papà! La mia cosa preferita!
23:00 – A nanna nella cuccia! La mia cosa preferita!

Dal diario di un gatto:
Giorno di prigionia numero 983.
I miei guardiani continuano a prendermi per il culo con dei piccoli oggetti ciondolanti.
L'unica cosa che mi aiuta ad andare avanti è il mio sogno di scappare.
Nel tentativo di disgustarli, vomito ancora sul tappeto.
Oggi ho decapitato un topo e ho gettato il corpo senza testa ai loro piedi.
Speravo che ciò li terrorizzasse, perchè è la prova di cosa son capace di fare.
Comunque, hanno fatto un piccolo commento su che "bravo piccolo cacciatore" io sia.
Bastardi.
Oggi son quasi riuscito ad assassinare uno dei miei tormentatori passandogli in mezzo ai piedi mentre camminava.
Devo riprovarci domani, però in cima alle scale.
Sono convinto che gli altri prigionieri siano lecchini e spie.
Il cane ha sempre dei privilegi speciali.
Viene regolarmente rilasciato, e sembra pure che voglia tornare.
Ovviamente è un ritardato.
L'uccellino dev'essere un informatore.
Lo osservo mentre comunica con le guardie regolarmente.
Son sicuro che riferisce ogni mia singola mossa.
I miei guardiani l'hanno messo in custodia protettiva in una cella in alto, così è al sicuro, per ora…
Vi terrò aggiornati.

L'ho ricevuta via email.
E ho una gatta che sembra l'ispiratrice di questo diario.

In viaggio verso Twitter

In viaggio verso Twitter.
In viaggio verso Twitter.
In viaggio verso Twitter…

Regole d’ingaggio

Regole d'ingaggio

Ho appena cambiato l'impostazione dei "permessi": d'ora in poi, i post potranno essere commentati solo da chi si registra a splinder.

Non avrei voluto farlo, ma oggi compio 52 (cinquantadue) anni e mi sembra stupido perdere tempo a cancellare insulti e volgarità. O, peggio, a rispondere.

Il 90% dei commenti sono anonimi, al 99% sono affezionato: se ci tenete a mantenere aperto questo spazio di dialogo, dovete solo impegnare 30 secondi.

Omaggio a Simoni

Omaggio a Simoni

"Bisogna riconoscerlo: Simoni allenava una squadra sbilenca, con Moriero e Djorkaeff a innescare Ronaldo, Simeone, Zé Elias e Cauet a proteggere una difesa individualmente scadente, nella quale Pagliuca imbiancava le tempie chiedendosi cosa avrebbero combinato quei mattacchioni di Galante e Colonnese, Fresi e Taribo West. Intendiamoci, mi piacevano le treccioline colorate e il suo culto per Bob Marley, Taribo è stata la password della mia posta elettronica e ho chiamato Taribo il mio gatto nero, le cui prestazioni affettuose mantengono la stessa imprevedibilità delle discese palla al piede del nigeriano.
Quell’Inter affidava l’intero gioco d’attacco alle invenzioni di Ronaldo e diventava una vera squadra nella fase difensiva: contrasti, ripiegamenti, raddoppi di marcatura; era in difesa che si manifestava lo spirito di altruismo e si poteva cogliere il paziente lavoro dell’allenatore. A dare squilibrio ci pensava pure il ventunenne Recoba, così simile al ventinovenne Recoba nel realizzare gol impossibili e nell’estraniarsi dal gioco per lunghi, lunghissimi minuti. Non dimentico il giovane Javier Zanetti, che possedeva ancora l’incoscienza per tirare in porta, ogni tanto, e il non più giovane Zamorano, guerriero indio dall’elevazione fantastica e dalla spiccata predisposizione a baciare la maglia (commovente, e la commozione spesso annebbia la vista). Se avessimo vinto quello scudetto, con una squadra così scombinata e oggettivamente inferiore alla corazzata di Lippi, Giraudo e Agricola, Moratti avrebbe dovuto costruire un monumento all’allenatore.

Omaggio a Simoni
Simoni era riuscito a spremere il massimo dal potenziale a disposizione; averlo esonerato non è stato solo un abbaglio nel giudizio sull’allenatore: si è rivelato un catastrofico errore di valutazione sul potenziale della squadra. Vista a posteriori, quell’annata è stata un miracolo. Dopo, sono arrivati calciatori tecnicamente superiori, ma non si è più riprodotta quell’alchimia di squadra"…

Confessioni di un interista ottimista, Limina, 2006

Cholo e Bruijta a 6 anni

Cholo e Bruijta a 6 anni
 

Cholo e Brujita a 6 anni


Il compleanno è domani.

Il popolo dei buoni pasto

Il popolo dei buoni pasto

Appartengo alla folta categoria che allo stipendio nominale aggiunge 100-150 euro al mese grazie ai buoni pasto.
«La norma relativa a una presunta riduzione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici non figura nella versione definitiva della legge di Stabilità approvata venerdì dal Consiglio dei ministri. Ogni polemica sull'argomento, pertanto, è fuori luogo e strumentale».
Prova a chiudere così la polemica l’ufficio stampa di Palazzo Chigi.

Ma che si tratti di retromarcia, diventa evidente con le parole che seguono:
«Durante il Consiglio dei ministri di venerdì se ne è parlato, ma abbiamo deciso di non farne nulla» e quindi la notizia di una riduzione dei buoni pasto agli statali «non ha fondamento». Ha voluto precisarlo Berlusconi in persona, con una delle sue solite telefonate in diretta, senza contradditorio, a un tg Mediaset (in questo caso Studio Aperto).

Sono fra quelli che possono tirare un sospiro di sollievo.
Non così arioso come quando venne smentita l’intenzione di azzerare l’anzianità dei riscatti di laurea e del servizio militare, ma non si trattava di una cosa da niente.
Leggo nel web che i buoni pasto per gli statali furono introdotti nel 1996 – corrispondendo un ticket a chi lavora 36 ore a settimana (7 ore e 12 minuti al giorno) – e che il loro valore iniziale era di circa 9.000 lire.
Con l’introduzione dell’euro, sono presto saliti a in 7 euro, ma si tratta di una delle voci cruciali dei contratti “integrativi” aziendali: fra il Comune di Bologna e la Regione Emilia-Romagna, per esempio, ci sono differenze significative.
All’Ente pubblico conviene alzare il buono pasto piuttosto che lo stipendio, perché la tassazione è minore, e i sindacati si adeguano volentieri, perché anche le tasse pagate dal dipendente sono più basse.

Perugia-Assisi e ricordi di campionato

Perugia-Assisi e ricordi di campionato

La domenica prima di partire per la Sicilia, mi sono sfiancato (e ustionato) alla Perugia-Assisi; nel viaggio di ritorno, mi sono tornate alla mente altre volte in cui ho partecipato alla Marcia per la Pace, sei complessive, con le corrispondenti situazioni calcistiche. Ho controllato, accantonato ricordi confusi, ed ecco il risultato.

27 settembre 1981
Marcia sotto la pioggia, senza ombrello. Insieme ai funerali di Guido Rossa a Genova, e al concerto degli U2 a Modena, la giornata più bagnata della mia vita.
Attraverso la radiolina, seguo la faticosissima vittoria dell’Inter sul Torino, 1-0 con rigore di Beccalossi (il mio ricordo era impreciso: pensavo si trattasse di un Inter-Sampdoria).

Perugia-Assisi e ricordi di campionatoHo partecipato anche alle edizioni del 6 ottobre 1985 e del 2 ottobre 1988, ma non ho trattenuto riferimenti calcistici.

7 ottobre 1990
Marcia asciutta, con l’indelebile accompagnamento di un pareggio a Bergamo di cui ho saputo solo qualche ora dopo (disgustato, avevo spento la radiolina a qualche minuto dalla fine). Al gol di Evair (11’) rispose Matthaus su rigore all’89’.

14 ottobre 2001
Marcia asciutta e decisamente calda, per la stagione. Nel pomeriggio, seguo un po’ il derby di Torino, accanto a Gianni, amico juventino. La Juve si porta sul 3-0 alla fine del primo tempo. Ma nella ripresa succede l’incredibile: il Toro segna una, due, tre volte, Gianni è furibondo, io euforico, ma a un paio di minuti dalla fine l’arbitro fischia un rigore per la Juve… Potete immaginare come ho insolentito il mio amico. Che però quasi se la sentiva, che Salas avrebbe sbagliato (finale 3-3).
Nel viaggio di ritorno, si sviluppa il posticipo, Udinese-Inter. Segna Ventola, dopo una decina di minuti. La frequenza radiofonica è disturbata, spesso perdo la linea e guardo l’orologio, in attesa del fischio finale. A 3 minuti dalla fine, rigore per i fiulani, pareggia Di Michele.

25 settembre 2011
Marcia assolata, affollatissima ed estenuante: “Tutto il calcio” ha come campo principale Catania, e la Juve rimonta il gol di Bergessio con Krasic (clamoroso errore del portiere). Nel finale, mentre l’umidità umbra sta per scaricarsi in temporale, il Catania sfiora ripetutamente la vittoria… In pieno neocalcio, l’Inter ha vinto l’anticipo del giorno prima, a Bologna.