#Garbo – Flesh and the Devil [La carne e il diavolo], Clarence Brown, 1926 [filmTv127] – 10

Al risveglio, in una caserma prussiana (un’accademia militare frequentata dai figli della nobiltà), Ulrich si accorge che Leo non è rientrato quella notte. Prova a coprirlo. All’appello, l’assenza viene scoperta, sembrano cavarsela, ma vengono puniti con un turno alle stalle, in mezzo al letame. Il legame fra i due amici si fa ancora più stretto.

Alla prima licenza, tornano ai loro castelli. Le loro proprietà confinano. Non si vedono padri, la madre di Leo va ad accoglierli al treno insieme a Hertha, la sorella di Ulrich. Dallo stesso treno (sono passati undici minuti e ventotto secondi) scende una donna: Leo ne è folgorato. Ci sarà il solito gran ballo a Stoltenhof, spera di rivederla.

L’atmosfera è fatata. Sulla chiatta che trasporta le due carrozze sul lago (Leo e la madre, Ulrich e la sorella), i due amici volgono lo sguardo verso “the Isle of Friendship” (l’Isola dell’Amicizia). Flashback: quando erano ragazzini, arrivarono su una barchetta a remi con la piccola Hertha e fecero un giuramento di sangue. Sarebbero rimasti amici per sempre, nulla potrà dividerli… Ma adesso Leo tiene in mano il fiore strappato al bouquet della bella sconosciuta.

Hertha sembra innamorata di Leo, che ride di lei, non ancora sedicenne, e della sua ingenuità. Al ballo nel castello di Stoltenhof, Hertha cerca Leo, e Leo cerca la sconosciuta. Infine, la vede (24’49”), abbagliante, eterea, vaporosa… Ballano. Escono nel grande giardino, i giochi di ombre di Daniels sono favolosi: a illuminare il volto della Divina, il geniale direttore della fotografia nasconde una minuscola lampadina nella mano di Gilbert.

“Lei è incantevole”. “Lei è molto giovane”. Sono gli sguardi, più che i dialoghi a dare la misura dell’incendio che sta divampando. Lei sta per farsi accendere una sigaretta, invece la infila fra le labbra di lui. Seguono il primo, lungo bacio, e la dissolvenza in nero.

Nelle scene d’amore, la Garbo impone la propria posizione dominante, la testa di Gilbert appoggia sul suo grembo, lasciando intuire come l’uomo sia incapace di controllare la propria passione. Su un morbido divano, gli accarezza i capelli e lui ha un’espressione rapita, intontita, plausibile solo nel cinema muto, se ad accarezzarti i capelli è Greta Garbo. Leggi il resto dell’articolo

#Garbo – Margherita Gauthier [Camille], George Cukor, 1936 [filmTv134] – 7

La signora delle camelie. La Traviata. Il Romanticismo al suo apice melodrammatico, con “il mal sottile” che si porta via la sventurata quando sta per coronare il suo sogno d’amore. È una delle trame più rappresentate al mondo, dalla pubblicazione del romanzo – La Dame aux camélias – di Alexandre Dumas figlio, avvenuta nel 1848 (nella prima didascalia del film sta scritto: Parigi 1847).

Tre gli sceneggiatori impegnati, fra cui due donne: Zoë Akins, Frances Marion e James Hilton. Due fenomeni a dirigere la fotografia: il fidatissimo William Daniels e l’espressionista Karl Freund; montaggio di Margaret Booth, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Adrian.

Greta Garbo è Margherita Gauthier e Robert Taylor è Armando Duval; il ruolo di Duval padre è affidato a Lionel Barrymore, il barone di Valville ha l’aria tronfia di Henry Daniell, la fedele Nannina è Jessie Ralph, Laura Hope Crews è la perfida e pettegola Prudence.

Con Anna Karenina, la Garbo aveva chiuso il suo contratto con MGM. Lo rinnovò a cifre a cui nessun’altra poteva ambire: 500.000 dollari per due film. Definiti i soggetti (Maria Walewska e Camille), la Garbo manteneva il diritto di ultima parola sul regista e l’attore protagonista. Partì per la Svezia, dove soggiornò lungamente, anche perché cadde malata e MGM fu costretta a rinviare l’inizio delle riprese. Pare che Thalberg, “il giovane genio” della MGM, avesse offerto a Cukor la scelta fra il soggetto di Dumas e quello di Maria Walewska, e il regista avesse scelto in fretta, evitando di aver a che fare con Napoleone Bonaparte. Leggi il resto dell’articolo

15 ottobre 1917, muore Mata Hari. #Garbo

Garbo, Mata Hari, 1931

Il 15 ottobre 1917 un plotone di esecuzione nel carcere di Vincennes pose fine alla vita di Margaretha Gertruida Zelle, detta Mata Hari.

Nata il 7 agosto 1876 a Leuuwarden, Olanda, a 24 anni Margaretha abbandonò il marito (militare, di 22 anni più vecchio) e il mestiere di insegnante per trasferirsi a Parigi, e tentare la fortuna come ballerina esotica: nome d’arte Mata Hari (“Occhio dell’Aurora” in malese).

Grande curiosità e indignazione suscitò una sua esibizione, nuda su un cavallo bianco, al garden party di Natalie Clifford Barney.

Effettuò frequenti tournèe nelle principali capitali europee, dove portò spettacoli studiati e programmati da lei. Le si attribuirono flirt amorosi e relazioni spregiudicate con ministri, esponenti politici di primo piano e militari d’alto grado, in un crescendo di popolarità che fece di lei una vera e propria diva dell’epoca.

Infine, venne accusata di attività di spionaggio, nel pieno della Grande Guerra.

Arrestata il 12 febbraio 1917; rinviata a giudizio il 24 luglio, il processo si svolse a porte chiuse, e si concluse in due giorni con la condanna a morte.

Pare che a orientare il suo destino sia stato un dispaccio radio inviato a Berlino dall’addetto militare tedesco in Spagna e intercettato dal controspionaggio francese, in cui la ballerina veniva identificata con un nome in codice; lei si proclamò innocente, ma il tribunale militare francese la condannò come spia tedesca.

La leggenda dice che i componenti del plotone d’esecuzione furono bendati per prevenire il rischio che si facessero condizionare dalla sua straordinaria bellezza.

Mata Hari avrebbe dato prova di sangue freddo, guardando negli occhi i suoi esecutori e inviando loro dei baci; il fascino erotico esce enfatizzato dalla voce secondo la quale un attimo prima dei colpi si sarebbe tolta il soprabito, offrendosi nuda alle fucilate. Nessuno reclamò il suo cadavere, la testa venne recisa dal corpo e conservata in un museo di anatomia a Parigi.

Nel 1931, una sublime Greta Garbo interpretò Mata Hari in un film di George Fitzmaurice.

#Garbo – Romanzo [Romance], Clarence Brown, 1930 [filmTv18] – 6

Secondo film sonoro di Greta Garbo, per l’ennesima volta coinvolta in una storia “in costume”, ambientata a New York negli anni Settanta del Diciannovesimo secolo.

Della ventina di film della Garbo che conosco, è il meno riuscito, verboso, statico, banalmente melodrammatico. Solo la sua aura impedisce di passare oltre. La sua bellezza venticinquenne è imbalsamata dietro abiti e acconciature che la invecchiano e deprimono. Quanto ai dialoghi, ecco una frase che rivolge al suo (modestissimo) innamorato: “Lascia che ti dica una cosa che spero tu ricorderai. Ieri è un sogno che abbiamo dimenticato. Domani è la speranza di una grande felicità. Non verrà mai. Prima, dietro, solo nuvole e ombre. Niente di reale, ma solo questi minuti che chiamiamo oggi”.

Il rampollo di una ricca famiglia ha deciso, contro il parere dei genitori, di sposare un’attrice. Ma prima di fuggirsene via con lei, va a confidarsi con il nonno, vescovo anglicano. Costui si chiama Tom Armstrong: estrae da un cassetto una scatola che contiene un fazzoletto e una rosa appassita, e per far capire al nipote che sa cos’è l’amore, gli racconta la sua storia.

Flashback, 50 anni prima. A un ricevimento, nella lussuosa residenza di Cornelius Van Tuyl (Lewis Stone), l’allora giovane seminarista (Gavin Gordon), in attesa di prendere i voti, sente parlare della scandalosa reputazione della cantante lirica Rita Cavallini, vanamente difesa dal padrone di casa. Vedendo una donna salire le scale, senza sapere chi sia, il ventottenne Tom rimane talmente sconvolto da allontanarsi rapidamente.

Rita sa di essere incapace di vivere se non nel presente, le è impossibile fare progetti a medio-lungo termine. “Ma il presente è troppo breve”, replica Tom. “Voi siete troppo giovane”, conclude Rita. Quante volte abbiamo sentito la Garbo pronunciare una frase come questa, rivolgendosi ai suoi innamorati?

Greta Garbo, Maria Grazia Bevilacqua, 2003

Sottotitolo: “un viaggio alla ricerca della Divina”. Obiettivo: “interrogare le persone che l’avevano conosciuta, andare nei luoghi dove aveva vissuto, ritrovare ogni traccia”, ricostruire l’intimità del personaggio attraverso le sensazioni e i ricordi di testimoni diretti, e le memorie pubblicate da varie celebrità. Le più citate sono le autobiografie di Cecil Beaton (1968) e di Mercedes de Acosta (1960): entrambe convergono nel descrivere la Garbo come una persona a cui piaceva sentirsi contesa, desiderata; le piaceva innescare la gelosia, osservare gli altri rivaleggiare per lei, riproponendo nella realtà situazioni di cui era stata interprete come attrice.

Intorno alla Garbo, le voci si contraddicono: “secondo un’altra versione, invece”, è una costruzione che si ripete. È morta nel 1990 e le ultime interviste autorizzate risalgono al 1928 e 1929. Nel 1955, le attribuirono l’Oscar alla carriera e “lei non andò a ritirarlo, senza scusarsi e senza dire una parola”. Le piaceva nascondersi dietro uno pseudonimo, Harriet Brown. E prima di morire, nella sua casa newyorkese, si preoccupò di bruciare una quantità di documenti, lettere, contratti e fotografie.

Nata il 18 settembre 1933 a Roma, Maria Grazia Bevilacqua scoprì di condividere giorno e mese di nascita con la Garbo, una circostanza che ha considerato come un segno del destino. Dal 1969 al 2004 ha lavorato per il settimanale “Famiglia Cristiana” (è morta il 14 luglio 2011).

A pochi mesi dalla morte della Garbo, presso la casa d’aste Sotheby’s, a New York, vennero messi all’asta tutti i suoi beni. Qualche tempo dopo, Bevilacqua entrò in possesso di un quadro appartenuto alla Divina: una tempera di Jack Martin Smith che raffigura una villa con piscina in cui predominano i colori prediletti della Garbo, il rosa e il verde. Dopo essere stato appeso per anni nello studio della giornalista, prima a Milano e poi a Santa Margherita, quel quadro è ora esposto nella biblioteca della Cineteca di Bologna.

Con Garbo. Un viaggio alla ricerca della Divina venne pubblicato nel 1997 da La Tartaruga Edizioni. Nel 2000, a dieci anni dalla scomparsa della Garbo, Bevilacqua si recò a Filadelfia, dove al Rosenbach Museum & Library erano state rese accessibili le lettere scritte da Greta Garbo alla sceneggiatrice Mercedes de Acosta. Questo le permise di aggiornare il suo libro, ristampato nel 2003 con l’aggiunta di tre capitoli.

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#Garbo – Appunti sull’autobiografia di Antoni #Gronowicz

“Ambizione ed egoismo mi hanno spinto a ricercare fama e denaro”. Emerge da queste pagine una figura meravigliosa e sgradevole, timida e narcisista, insicura e introversa, che dalla terribile povertà dell’infanzia ha ricavato la forza per approfittare delle circostanze e rendersi indipendente, sacrificando ogni slancio affettivo alla carriera (la fama, il denaro). Attrice intuitiva, di scarsa cultura e di assoluta dedizione al lavoro. Greta Garbo si ispirava alle proprie esperienze dirette per interpretare i ruoli che le venivano affidati; alla fine di ogni film era sfinita.

Nel 2005 – centenario dalla nascita della Garbo – Frassinelli ha ristampato il libro di Gronowicz, lo scrittore polacco che sostenne di essere rimasto accanto alla Divina per molti anni, raccogliendo confidenze fino a ricostruire la sua vita misteriosa. Lo stile alterna rari capitoli in terza persona ad altri in cui sembra che sia Greta a raccontare. Gronowicz sceglie di riportare la sua versione dei fatti, senza mai contraddirla con quelle di altri.

Scrisse Natalia Aspesi su Repubblica: “I pochi conoscenti ancora in vita della diva definiscono il libro una beffa, un falso, una porcheria; mentre l’unica erede della immensa ricchezza accumulata dall’avida reclusa, la fortunata nipote Gray Reisfield, dopo essersi opposta alla pubblicazione, si è accordata con l’editore Simon & Schuster, non si sa su quali basi finanziarie, e l’ha consentita”. Ma si attese la sua morte, nel 1990, per mandare in stampa questo libro, già pronto nel 1976 (l’autore era morto nell’85).

L’introduzione è sorprendente. Comincia a Leopoli, Polonia, alla metà degli anni Venti, quando la famiglia Gronowicz è in stretto contatto con quella di Mauritz Stiller, lo scopritore della Garbo. In una lettera alla famiglia, Stiller scriveva “di aver ormai raggiunto con lei un’intesa perfetta sul piano personale come su quello artistico”. Stiller si suicidò nel ’28, a 45 anni, anche perché “l’idolo che egli stesso aveva creato gli aveva voltato le spalle”. Leggi il resto dell’articolo

Donne all’ombra della #Garbo

Jacques Feyder si impone come il regista più originale con cui la Garbo abbia girato nell’epoca del muto. The Kiss è un film moralmente ambiguo (viene assolta un’assassina, seppure preterintenzionale), e Feyder inventa il flashback che non dice la verità, ma solo ciò che serve alla protagonista per scagionarsi.

Charles Affron ha sostenuto che uno schermo abitato dal viso di Garbo fosse già, di per sé, uno spettacolo compiuto, perfetto, senza residui e senza vuoti.

Nell’epoca dello star system hollywoodiano, il divo interpreta sempre lo stesso personaggio, calato in scenari e in intrecci diversi. “La plausibilità e la tenuta del racconto dipendono dalla coerenza dell’eroina o dell’eroe, e non viceversa”. Dunque, ogni divo deve corrispondere a un “sistema di attese” e sviluppare una carriera “compatibile con le caratteristiche del personaggio fissate dai film precedenti” e dalla sua “immagine privata”.

Nei film della Garbo si trovano gesti, oggetti, situazioni narrative e soluzioni formali ricorrenti (gli anelli, il bacio, le infedeltà coniugali…). “In Flesh and the Devil si china su Gilbert, che giace in posizione orizzontale (sugli schermi americani non si era ancora visto nulla di simile) e preme le proprie labbra sulle sue con sorprendete veemenza… È sufficiente che l’uomo amato si allontani da lei per un certo periodo perché al suo ritorno la ritrovi immancabilmente sposata con qualcun altro” (Alberto Boschi, da Cinegrafie 10/1997).

Dopo i successi di The Temptress e Flesh and the Devil, Garbo riuscì a sottrarsi a un terzo film – Women Love Diamonds – in cui MGM voleva farle interpretare una vamp.

Sette dei dieci film muti interpretati dalla Garbo per MGM vennero sceneggiati da donne: Dorothy Farnum, Frances Marion, Bess Meredyth e Josephine Lovett. La titolista delle didascalie in sette di questi dieci film è Maria Aislee.

#Garbo – The Mysterious Lady [La donna misteriosa], Fred Niblo, 1928 [filmTv129] – 8

Spesso, nei film muti della Garbo, la sua entrata in scena ha qualcosa di iperrealista. Lo sbalordimento dell’uomo che la vede per la prima volta fa da preludio a una relazione amorosa di sicura ambiguità. Comunque vada, di primo acchito il protagonista maschile vede Greta Garbo come se non avesse mai visto una donna.

In questo caso, il capitano Karl von Raden va all’opera senza biglietto; ne trova uno all’ultimo momento, lo spettacolo è già iniziato quando entra nel suo palco e scopre una presenza femminile (“misteriosa”, non può sapere chi sia) affascinante, pensierosa, appoggiata sul bordo della ringhiera. La luce avvolge quel corpo e quel viso, dall’ombra in cui è immerso, Von Raden la osserva, rapito.

Siamo a Vienna, ai primi del Novecento: è la città più vivace d’Europa, entrano a teatro elegantissime signore, nobili, borghesi, autorità militari. Il capitano Karl von Raden (il biondo Conrad Nagel) riesce a procurarsi un biglietto. Nel suo palco, siede una donna. Sola. Bellissima. Luminosa. Abito di raso bianco scollato, spalle scoperte. Sta seguendo la rappresentazione – la Tosca di Puccini – con forte coinvolgimento emotivo, non si accorge nemmeno di lui, che non le stacca gli occhi di dosso. Nell’intervallo, la donna scopre che lì accanto non c’è il previsto “cugino Franz”, ma uno sconosciuto in uniforme. L’imbarazzo porterebbe l’ufficiale a togliere il disturbo, è lei a trattenerlo. A fine spettacolo, sembra esausta, stremata dalle emozioni.

Piove, nessuno è venuto a prenderla. Von Raden si fa punto d’onore di accompagnarla con la carrozza. Apre il mantello per proteggerla nel breve tratto che conduce al portone. Le bacia la mano. Lei entra, giocherella con l’interruttore della luce… Lui trova i suoi guanti sulla carrozza e bussa. Lei – che sbadata! – lo invita a bere un caffè o un cognac. Si chiama Tania Fedorova: lo spettatore lo scopre dall’indirizzo sul telegramma che ha ricevuto.

Forse Von Raden dovrebbe trovare la situazione un po’ sospetta, ma nessuno che si fosse trovato al suo posto si sarebbe comportato più assennatamente…

Dal romanzo War in the Dark di Ludwig Wolff, sceneggiato da Bess Meredyth (alle didascalie, Marian Ainslee e Ruth Cummings); fotografia di William H. Daniels, montaggio di Margaret Booth, musiche di Vivek Maddala, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Gilbert Clark. Uscì negli Stati Uniti il 4 agosto 1928.

È il sesto film americano interpretato dalla svedese, a nemmeno 23 anni. In certi dettagli, The Mysterious Lady anticipa Notorious, la Garbo istruisce la connazionale Bergman su come muoversi nell’atmosfera spionistica, nell’intreccio fra amore e tradimento, fino alla scena della grande festa in cui gli amanti in pericolo cercano di scambiarsi segnali.

A proposito della Garbo

Secondo Mauritz Stiller, fu “la creatura più fotogenica mai apparsa davanti alla macchina da presa”.

Garbo fu misteriosa “di un mistero che le strategie pubblicitarie MGM e le servizievoli fantasie giornalistiche provvedevano a costruire”. La sua “differenza fotogenica” produce una differenza drammatica: “col suo chiarore, il suo sfinimento, la sua passività capace di ogni audacia”, introduce nel cinema una nuova figura femminile, diversa dalle “innocenti” (Lillian Gish, Vilma Banky, Alice Terry) e dalle “predatrici” (Nita Naldi, Pola Negri). Nei film muti, l’erotismo della Garbo è più marcato, negli anni Trenta le verranno affidati ruoli più stilizzati e desessualizzati.

Sia The Torrent che The Temptress “derivano da romanzi di Blasco Ibañez, e in entrambi i film Garbo ha come partner due “annunciati e mancati eredi di Valentino”, Ricardo Cortez e Antonio Moreno.

Sono John Gilbert e Lars Hanson, invece, gli uomini che Garbo divide in Flesh and the Devil, dove la fotografia di William Daniels la esalta come mai prima. “Ama Gilbert, sposa Hanson mentre lui è lontano”. Poi, eccola “capace di piegare ogni evento, ogni luogo, ogni legge alle ragioni assolute della propria passione”. Fino alla blasfemia della scena della comunione, quando gira fra le mani la coppa del vino “fino a poter posare le labbra nel punto esatto dove lui ha posato le sue”.

“Greta Garbo e John Gilbert in Love” fu lo slogan per il film in cui Garbo incontra Anna Karenina, un incontro naturale e necessario: “la perfetta icona letteraria dell’autodistruzione romantica trova il viso e il corpo”.

È dallo sguardo maschile (Conrad Nagel) che il pubblico intuisce “la presenza e la bellezza di lei”, in The Mysterious Lady. “Noi osserviamo Conrad Nagel, che osserva Garbo, che osserva il palcoscenico d’opera: ma non c’è dubbio che lungo questa complessa linea di sguardi il vero oggetto della visione sia soltanto lei”.

Bess Meredyth è la sceneggiatrice di The Mysterious Lady e di The Woman of Affairs. Bess Meredyth aveva collaborato al Ben-Hur del 1925 diretto da Fred Niblo, e Il segno di Zorro di Rouben Mamoulian; fu una delle tre donne (insieme alla sceneggiatrice Jeanie Macpherson e all’attrice Mary Pickford) fra i 36 membri fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, creata a Hollywood l’11 maggio 1927, per la promozione mondiale del cinema (due anni dopo, l’Academy creò il Premio Oscar).

appunti dal saggio di Paola Cristalli apparso su Cinegrafie numero 10, “Silent Garbo”, Transeuropa, 1997

La Garbo secondo Barthes

«La Garbo appartiene ancora a quel momento del cinema in cui la sola cattura del volto umano provocava nelle folle il massimo turbamento, in cui ci si perdeva letteralmente in un’immagine umana come in un filtro, in cui il viso costituiva una specie di stato assoluto della carne, che non si poteva raggiungere né abbandonare. […] Non è un viso dipinto, è un viso intonacato, difeso dalla superficie del colore e non dalle sue linee. […] La Garbo offriva una specie di idea platonica della creatura, e ciò appunto spiega come il suo viso sia quasi asessuato, senza per questo essere equivoco [In La regina Cristina], la Garbo non si impegna in nessun esercizio di travestimento; è sempre se stessa, sotto la corona o sotto i grandi feltri abbassati porta senza finzione lo stesso viso di neve e di solitudine. Il suo appellativo di Divina mirava indubbiamente a rendere, più che uno stato superlativo della bellezza, l’essenza della sua persona corporea, scesa da un cielo dove le cose sono formate e finite nella massima chiarezza. […] Il volto della Garbo rappresenta quel momento fragile in cui il cinema sta per estrarre una bellezza esistenziale da una bellezza essenziale. […] Il volto della Garbo è Idea, quello della Hepburn è Evento».

Roland Barthes, Miti d’oggi, 1957

Cortigiana [Susan Lenox (Her Fall and Rise)], Robert Z. Leonard, 1931 [filmTv125] – 6

Chi volesse studiare la relazione inversamente proporzionale fra la grandezza di un’attrice e la mediocrità di un suo film, può trovare svariati esempi nella filmografia della Garbo: Cortigiana è uno di questi.

Un risultato così negativo appare ancora più assurdo se si pensa che il coprotagonista è Clark Gable. Per il quarto film sonoro della Garbo (in meno di 20 mesi), alla MGM avevano le idee confuse, la regia venne prima affidata a King Vidor, poi a Leonard. La sceneggiatura si basa su Susan Lenox: Her Fall and Rise, il romanzo di David Graham Phillips pubblicato nel 1917.

Helga nasce in una casa isolata in una notte di bufera, sotto la neve il medico arriva in tempo per salvare la bambina, non la madre, che viveva con la sorella e l’arcigno cognato. Costui, ottuso e superstizioso, arriva a dire: “È meglio se muore anche la bambina, dottore, la madre non aveva l’anello da sposa”.

La bambina cresce senza amore. Giochi d’ombre (le sagome dell’orfana sul muro: l’idea migliore di tutto il film) mostrano lo scorrere del tempo, l’infanzia e l’adolescenza di Helga, che sale di statura ma resta mal sopportata in quella casa. Finché una sera, lo zio le presenta l’uomo con cui ha deciso di sposarla.

Ovviamente quest’uomo è brutto e vecchio, ed è anche un ubriacone. Infatti, dopo aver bevuto un bel po’ d’alcol, quella notte entra nella stanzetta di Helga e cerca di possederla. Lei riesce a sfuggirgli e fugge di casa in una notte buia e tempestosa (avrebbe detto Snoopy). Vaga a caso, ormai stremata cerca rifugio in una baracca per gli attrezzi, ma un cane abbaia, il padrone accende una luce, ed ecco Clark Gable…

Senza la Garbo, chiunque cambierebbe canale, interrompendo la visione di questo film, salvato dal puro valore della sua presenza sullo schermo. Gable sembra la parodia di Gable, il melodramma è artificioso e prevedibile in ogni sua fase, senza mai raggiungere l’intensità emotiva richiesta a quella che vorrebbe essere una storia struggente e disperata, con una “donna perduta”, perseguitata dal destino, che infine riesce a raggiungere l’unico uomo che ama.

Cavernicoli, davanti alla bellezza

Conservo ritagli di giornale. Tempo dopo, ne butto via una parte. In qualche caso, capisco perché l’avevo conservato.

Una decina di anni fa, a un campione di studenti maschi eterosessuali venne chiesto uno sforzo semplicissimo: ricordare una successione di lettere dell’alfabeto.

Subito dopo, ciascuno degli studenti trascorse 7 minuti in compagnia di una donna molto attraente.

A questo punto, il test veniva ripetuto. E la seconda volta, tutti gli studenti ottenevano risultati peggiori. Le fonti: Radboud University, in Olanda; Journal of Experimental and Social Psychology, di Londra.

Psicologi dell’università olandese sottoposero un campione di studenti maschi eterosessuali a una serie di test.

Risultato incontrovertibile: il maschio, davanti alla bellezza femminile, rincitrullisce. Balbetta, si confonde, dimentica cosa stesse facendo. Penso che non sia difficile ammettere di averla fatta, questa esperienza…

«Basta un incontro fugace con una donna attraente e il cervello maschile smette di funzionare, perde colpi, non fa più il suo mestiere» – scriveva Enrico Franceschini, inviato di Repubblica dalla Gran Bretagna. Poi citava Kipling: «La donna più sciocca può manovrare a suo piacimento un uomo intelligente».

Quanto agli studiosi olandesi, la loro interpretazione era questa: «quando incontrano una donna che a loro piace, gli uomini usano istintivamente gran parte delle loro funzioni cerebrali, ossia delle risorse cognitive, per fare buona impressione su di lei, insomma per far colpo, e nel cervello rimangono dunque scarse risorse per altre funzioni». Dalla ricerca olandese si ricavava che le donne non perdono la testa allo stesso modo, quando incontrano un uomo bello e affascinante.

Secondo George Fieldman, membro della British Psychological Society, questi risultati riflettono il fatto che gli uomini sono programmati dall’evoluzione per pensare a come trasmettere i propri geni: «Quando un uomo incontra una donna è concentrato sulla riproduzione. Ma una donna cerca anche altri attributi, come la gentilezza, la sincerità, la stabilità economica».

Almeno metà dei film di Greta Garbo ruotano intorno a questa differenza.

Anna Christie [id.], Clarence Brown, 1930 [filmTv121] – 7

Garbo Talks!, fu lo slogan: la Garbo parla, ecco l’evento. Il suo esordio nel nuovo cinema, dopo 13 film muti.

East River, una serata nebbiosa nella baia di New York: una coppia di anziani, un uomo e una donna mezzi ubriachi (George F. Marion e Marie Dressler), scende da un barcone ed entra in una bettola per bersi un altro bicchiere. All’uomo viene consegnata una lettera, è di sua figlia Anna, che non vede da 15 anni.

Il padre se l’immaginava a St. Paul, Minnesota, a fare la bambinaia. Anna gli scrive che arriverà presto, il vecchio ubriacone è contento, ma dice alla vecchia amica, Marthy, che non permetterà mai che sposi un marinaio.

Al minuto 15 e 14 secondi, appare Anna, dopo altri quindici secondi apre bocca:

Gif me a wiskey, ginger ale on the side, and don’t be stingy, baby”.

Nella versione italiana, è la doppiatrice Rita Savagnone a scandire: “Portami un whisky, e qualcosa per allungarlo… e bada alla porzione, piccolo”.

Il barista replica: Te lo servo in un secchio?

E lei: Ecco, è proprio quello che ci vorrebbe”.

Nel passato di Anna c’è una violenza: l’ha subita da un parente, poi ha conosciuto tanti uomini. Li odia tutti. Così come il padre odia il mare (“il vecchio demonio”).

Anna sale a bordo. La chiatta parte verso nord. Una notte sono investiti da una tempesta, sentono un grido, raccolgono tre marinai stremati. Uno di loro, Matt (Charles Bickford), mostra subito un certo interesse verso quella giovane donna.

Lui la idealizza, la crede pura (le offre del latte, nemmeno una birra). In una lunga, lenta, statica scena teatrale, nella cabina della chiatta, Anna dice a Matt di amarlo ma di non potere sposarlo. Inevitabile spiegare che vita ha fatto, cosa le hanno fatto gli uomini…

Visti i disastrosi precedenti di altri-divi del muto, alla MGM erano molto preoccupati, la Garbo aveva un forte accento svedese, la protagonista venne perciò definita come un’americana di origini svedesi. La Garbo venne nominata agli Oscar, ma a vincerlo fu Norma Shearer, moglie di Irving Thalberg.

Non tradirmi con me [Two-Faced Woman], George Cukor, 1941 [filmTv120] – 5

L’ultimo film della Garbo. Il più brutto, forse. Certo, quello in cui la si rende irriconoscibile e le si chiede una recitazione talmente sopra le righe da apparire caricaturale.

Per la seconda volta la Divina viene diretta da George Cukor, la terza in cui il suo partner è Melvyn Douglas. Garbo interpreta le finte gemelle Karin e Katherine Borg; Douglas è Larry Blake, Constance Bennett fa Griselda Vaughn e Ruth Gordon (trent’anni prima di Maude in Harold e Maude) è Ruth Ellis, la segretaria di Larry.

In una località di villeggiatura invernale, un ricco seduttore (Larry) si invaghisce a prima vista di Karin, maestra di sci. I due non sembrano avere nulla in comune. Ma la scena successiva li vede tornare al villaggio dopo essersi sposati e aver passato la prima notte di nozze.

Dato per disperso, Larry vede arrivare da New York il socio e l’inseparabile segretaria, che gli ricordano i doveri professionali (da editore e da impresario), poi una telefonata gli rammenta altri doveri (aveva una relazione con un’autrice teatrale, Griselda).

Diceva a Karin di voler cambiare vita, ma Larry torna a dedicarsi agli affari. Il mattino dopo vuole tornare a New York. Si dividono… Larry torna in intimità con Griselda, Karin li scopre per caso e per caso viene vista dal socio del marito. D’impulso, finge di essere Katherine, la gemella di Karin, identica esteriormente e antitetica negli atteggiamenti. Mondana e disinibita, finisce per suscitare la gelosia di Griselda ed eccitare l’interesse dello stesso Larry… A questo punto il film è già deragliato… Quanto alla Garbo, la pettinatura appare assai discutibile, la recitazione dovrebbe essere comica e invece risulta sovreccitata. Le fanno pronunciare frasi come: “Al di fuori dell’amore, ogni altra cosa è per me una perdita di tempo”. Quando Griselda le chiede quale sia la sua occupazione, Katherine risponde: “Vivere”. Trascinata sulla pista da ballo, dove non era mai salita prima d’ora, questa donna così effervescente inventa un ballo di immediato successo, la Cica-Cioca.

Il bacio [The Kiss], Jacques Feyder, 1929 [filmTv119] – 8

Lione, museo di Belle Arti: elegantissima e ovviamente bellissima, con un vezzoso cappellino che le contiene la capigliatura, Irène si vede di nascosto con un uomo. Costui è lì per supplicarla di chiedere il divorzio. “Fuggiamo insieme, subito”, replica lei. Lui insiste, vuole parlare con il marito. “Sono la moglie perfetta di un uomo che non mi ama”, dice Irène. È un addio. Sul taxi che la riporta a casa, la Garbo può offrire il meglio delle sue tante versioni di donna infelice.

Il belga Jacques Feyder è il regista dell’ultimo film muto della Metro-Goldwyn-Mayer; prodotto da Irving Thalberg e Albert Lewin, uscì nelle sale statunitensi il 16 novembre 1929.

Greta Garbo è Irène Guarry, Anders Randolf il marito Charles, Conrad Nagel è l’innamorato André Dubail, Lew Ayres è il giovane Pierre Lassalle.

Da tempo, MGM avvolge la Garbo in un protettivo nucleo di collaboratori: la fotografia è di William H. Daniels, il montaggio di Ben Lewis, le strepitose scenografie art déco sono di Cedric Gibbons, i magnifici costumi di scena di Adrian Gilbert.

Inaspettato, il giovane Pierre si presenta a casa Guarry e pretende prima una fotografia poi un bacio da Irène. Sentendosi male, Charles rientra a casa prima del previsto e li sorprende, equivocando il significato di quel “bacio d’addio”.

Impazzito di gelosia, Charles picchia brutalmente Pierre… Feyder chiude la porta e fa suonare un telefono: lo spettatore non può vedere quel che accade. Passano alcuni, lunghi secondi. È la mano di Irène a sollevare la cornetta. È stravolta. La scena successiva vede il rientro a casa, tutto sanguinante, di Pierre Lassalle, soccorso dal padre. Solo una frase: Charles Guarry è morto…

Comincia il processo, i disegnatori si mostrano le rispettive versioni grafiche di quella bellissima donna sul banco degli accusati. In effetti, la Garbo, tutta in nero, pallidissima e altera, è di una bellezza abbagliante. Gli sguardi dei giurati sono eloquenti… Irène viene assolta. Ma conosce una verità, che lo spettatore ancora ignora…

La scomparsa della Dark Lady

Vamp, vedova nera, dark lady… questa figura ha avuto enorme successo nel cinema e nella letteratura fra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento. Riprendeva fiato il moralismo tipico dei romanzi d’appendice, che vedeva nella donna bella e fatale un pericolo all’integrità del protagonista. In quei racconti, quel tipo di donna fa sempre una brutta fine (la vamp non è altro che un vampiro al femminile, emana una forza magnetica e sessuale che fa impazzire gli uomini di desiderio).

Da quell’oscura figura femminile arrivava un segnale di rivoluzione dei costumi, entrava in scena una tipo di donna più libera, indipendente, consapevolmente ambigua e seduttiva, in grado di ritorcere sull’uomo le capacità manipolatorie di cui era stato interprete esclusivo.

Alle dark ladies piaceva il cinema in bianco e nero, con i suoi giochi di ombre. Le mie preferite sono Greta Garbo (archetipo della “tentatrice”), Gene Tierney, Marlene Dietrich, Louise Brooks, Barbara Stanwyck, Dorothy Malone, Lana Turner, Rita Hayworth, Jane Greer, Simone Simon… fino a Clara Calamai (Ossessione) e Lucia Bosé (Cronaca di un amore), gli esordi di Visconti e di Antonioni.

Ogni tanto qualche scrittore ci riprova (Ellroy, per esempio, oppure una scrittrice come Megan Abbott), e qualche regista fa rivivere lo stile del noir, identificando una nuova femme fatale (titolo del film di Brian DePalma, con Rebecca Romijn) o una nuova vedova nera (Theresa Russell, diretta da Bob Rafelson). Aggiungo Veda (Evan Rachel Wood), figlia di Mildred Pierce (un romanzo di Cain).

Non erano male Hilary Swank (ancora DePalma, Black Dahlia), Jessica Lange (nel remake del Postino suona sempre due volte, firmato Rafelson), Rachel Ward (Due vite in gioco), Sharon Stone (Basic Instinct) e Virginia Madsen (The Hot Spot, di Dennis Hopper), ma chi più si avvicina alla vertiginosa, torbida altezza delle attrici dell’età dell’oro è Kathleen Turner in Brivido caldo (Lawrence Kasdan, 1981).

https://youtu.be/sQzCdkpEz-c

Era il 1981, sono passati 37 anni: si può sentire la mancanza di quel genere di donne che fanno perdere la testa.

#Garbo – La donna divina [The Divine Woman] Victor Sjöström, 1928

I registri certificano una durata di 80 minuti, ma della quinta pellicola MGM della Garbo rimane solo un frammento di 9.

Vi si vede Marianne (Greta Garbo, a 23 anni), in cucina, vestito a fiori e grembiule, che accoglie il ritorno a casa di Lucien (Lars Hanson). Lui le regala un ciondolo, fanno festa, sono allegri – la Garbo ride, ben prima di Ninotchka – finché lui dice che quella notte partirà per il fronte, in Algeria. La felicità si spezza, sembra debbano separarsi con un litigio, invece fanno la pace e passano insieme le ultime ore prima della partenza. Ambientata in una mansarda parigina, la scena alterna languidi abbracci con gli orologi che misurano il poco tempo che manca all’addio.

Prodotto da Irving Thalberg, tratto dalla commedia Starlight di Gladys Unger, adattata per il cinema da Dorothy Farnum, il film può disporre della scenografia di Cedric Gibbons e Arnold Gillespie, dei costumi di Gilbert Clark, della fotografia di Oliver Marsh. Gli altri attori principali sono Lowell Sherman (Henry Legrand), Polly Moran (madame Pigonier) e Dorothy Cumming (madame Zizi Rouck). Le riprese furono effettuate fra il 28 settembre e il 7 novembre 1927, l’anteprima avvenne il 14 gennaio 1928 a New York.

La trama è ispirata agli esordi della grande attrice francese Sarah Bernhardt (1844–1923). Che film fosse, si può solo dedurlo da fotogrammi superstiti e foto di scena: una ragazza povera ma di grande talento arriva a Parigi e si getta nella carriera teatrale. Innamorata del soldato Lucien, disperando in un suo ritorno, diviene l’amante del ricco impresario Henry. Ci sono immagini in cui Marianne appare come una donna elegante, sofisticata, nel bel mezzo di una festa. Per dimostrarle la sua dedizione, Lucien ruba un vestito per lei, la polizia lo scopre e lo chiude in prigione. Infine, la protagonista rinuncia alla carriera e cade in povertà, ma Lucien la ritrova, si riconciliano, partono per il Sudamerica.

#Garbo – Maria Walewska [Conquest] Clarence Brown, 1937 [filmTv116] – 8

Ormai la Garbo, soprattutto in Europa, fa cambiare titolo ai film, puntando tutto sul suo personaggio: Maria Laczyńska Walewska è una contessa polacca, che divenne l’amante di Napoleone Bonaparte, a qualcuno piace pensare che fu per questo che la sua amata Polonia ottenne uno statuto di forte autonomia. È un’eroina, dunque, all’interno di una vicenda sentimentale segnata dalle tragedie e dalla morale del tempo.

Classico film in costume, con splendidi arredi e scene di massa, non ripagò le spese. La sceneggiatura è di Samuel Hoffenstein e Salka Viertel (già ne La regina Cristina); costumi di Adrian, scenografia di Cedric Gibbons e William Horning, montaggio di Tom Held. La grande novità è il direttore della fotografia, Karl Freund, regista di La mummia e fra gli artefici di capolavori come Metropolis, La grande risata, Dracula. Non accreditato, collabora alla regia Gustav Machatý, il regista praghese che aveva scoperto Hedy Lamarr (Estasi, 1934). Per la settima e ultima volta, Clarence Brown dirige la Garbo.

Il film comincia nel gennaio 1807 con l’irruzione di una torma di rozzi e violenti cosacchi nella grande casa dei Walewski. Distruggono, uccidono, si ubriacano, sono autentiche bestie; l’anziano conte cerca di distrarli, ma costoro restano attoniti davanti alla bellezza della giovanissima moglie. Chissà come finirebbe se non sopraggiungesse un plotone di lancieri polacchi, che mettono in fuga i russi e annunciano l’arrivo dell’esercito francese.

“È Dio che l’ha mandato a salvare la Polonia”, sostiene la fiduciosa Maria (il conte pare più scettico). Il primo incontro con il suo idolo avviene di notte, fugace, quasi onirico, ma il fascino di quella polacca si imprime nella memoria dell’imperatore. Due settimane dopo, la rivede a un ricevimento a Varsavia e comincia a corteggiarla spudoratamente. Maria lo adorava, ora si sacrifica… Quando rientra a casa, quella notte, il conte la guarda come se fosse impura, e le annuncia che partirà per Roma per chiedere l’annullamento del matrimonio… Lentamente, Napoleone arriva a comprendere che donna è quella. Diventa sincero, ispirato, abbassa ogni difesa. La riconquista.

Il cappello verde, Michael Arlen, 1924

Il cappello verde è la prima cosa che il narratore vede di lei, dall’alto. Sta al volante di una Hispano-Suiza decapottabile color primula. La sconosciuta suona il suo campanello, ma sta cercando di vedere il fratello gemello, che abita al piano di sopra e non le risponde. Non lo vedeva da dieci anni. Quando la osserva da vicino, il narratore la trova così: “Era bellissima… Ed era seria, così seria… Ed era pallida, pallidissima”.

La scena si svolge nel 1922 in una casa fatiscente di un quartiere popolare nel nord di Londra. La donna si chiama Iris, il fratello Gerald, hanno 29 anni. Gerald è ormai un alcolizzato cronico; si è ridotto così, dice lei, dopo la morte del suo migliore amico, “il suo eroe”. Iris Storm è il suo nome, Iris March quello da ragazza. “L’essenza della femminilità”, scriverà verso la fine, “il respiro della femminilità avvolto nel soffice, delizioso mistero della carne. Toccandola, toccavate il desiderio”.

Iris non ha ancora trent’anni, ma ha già avuto due mariti, morti entrambi. Tale è la fascinazione che esercita sul narratore, che quella prima notte fra i due si sviluppa un lungo e accidentato dialogo. “Decisi che non sapevo cosa fare”. All’alba, un addio. “E questo, credo, è tutto, per quanto riguarda me come personaggio del racconto. Naturalmente questa prima persona singolare continuerà…”.

Come in America, anche l’alta società inglese conduceva un’esistenza frivola, edonista e futile, passando da una festa all’altra, da un amante all’altro, da un viaggio all’estero all’altro, dallo champagne all’oppio, fra un ballo e un bridge, eccessi e stravaganze. E codici d’onore che ci sembrano lontani secoli. “Non cedere mai al desiderio di fare qualcosa se l’onore ti dice di non farla”: ecco la regola aurea di quel mondo in via d’estinzione.

Con il suo stile artificioso ed enfatico, non privo di pungente autoironia, Il cappello verde ebbe un enorme successo, sulle due sponde dell’oceano. Il dramma teatrale con Tallulah Bankhead fece il tutto esaurito per mesi, mentre la versione cinematografica con Greta Garbo si rivelò un insuccesso. Colpa del Codice Hays, che impose a Irving Thalberg una drastica autocensura, cancellando dalla trama sia l’omosessualità che le malattie veneree.

Se si ha in mente la fulgida Garbo, Iris acquista la sua frenetica infelicità, una sorda ribellione, fino all’autodistruzione, nei confronti di costumi e valori ormai anacronistici, sopravvissuti per pura ipocrisia. Prima che un’eroina, Iris è una donna moderna condannata a vivere in un ambiente sfinito.

In certe divagazioni, Arlen esibisce uno stile avvolgente: “Questo ritmo viene chiamato blues. Ti faceva ricordare cose passate o che stavano passando… Ti ricordava il rimpianto… Ti ricordava cose che non avevi mai fatto con donne che non avevi mai conosciuto… Questo ritmo viene chiamato blues”. Pare che Francis Scott Fitzgerald l’abbia riconosciuto come fonte di ispirazione per Gatsby.

Tradotto per Sara Caraffini per Marcos y Marcos, 1993.

#Garbo – Anna Karenina [Love] Edmund Goulding, 1927 [filmTv115] – 8

Libero adattamento di Anna Karenina (in Italia uscì con lo stesso titolo del romanzo di Tolstoj) è il quarto film della Garbo a Hollywood. Il gran capo della MGM, Irving Thalberg, sceglie di ricomporre la coppia de Il torrente, la Garbo si ritrova in coppia con Ricardo Cortez.

Non è chiaro cosa vada storto, fatto sta che l’attrice si ammala, resta cinque settimane lontano dal set e Thalberg medita di annullare il progetto, infine decide di sostituire il regista (Dimitri Buchowetzki con Edmund Goulding), il direttore della fotografia (Merritt B. Gerstad con William H. Daniels) e l’attore protagonista (al posto di Cortez, John Gilbert). Sui titoli di testa, il nome di Gilbert precede quello della Garbo.

Nella tormenta, trascinata da tre cavalli, una slitta corre sulla neve, un cavallo cade stremato, il conducente scende, è impossibile proseguire, per fortuna sopraggiunge un’altra slitta dove sta il conte Vronskij, alto ufficiale dello Zar, che fa salire l’altro passeggero, una donna velata, e la conduce al riparo in una locanda… Quando la donna solleva il velo, il volto di Vronskij è talmente ridicolo, da risultare plausibile solo perché lei è la Garbo.

Non sa chi sia, non sa che è sposata, cerca di baciarla, ma lei oppone resistenza e di fronte al suo sguardo adirato, l’ufficiale batte in ritirata.

Passano settimane, è la sera di Pasqua nella cattedrale di San Pietroburgo, quando Vronskij rivede quella donna. Scopre che si chiama Anna ed è la moglie del senatore Karenin (Brandon Hurst). Segue lussuoso ricevimento nella dimora dei Karenin, dove Vronskij può entrare in quanto attendente del Granduca; scopre che Anna ha un figlio…

Lieto fine antitetico a quello voluto da Tolstoj, e ripristinato per versione sonora, imposta da Thalberg, che nel 1935 vedrà Greta Garbo accanto a Fredric March e Basil Rathbone, per la regia di Clarence Brown.

#Garbo – Destino [A Woman of Affairs] Clarence Brown, 1928 [filmTv114] – 8

Liberamente tratto – con un grottesco, esplicito tradimento – da Il cappello verde, il romanzo di Michael Arlen pubblicato a New York nel 1924, Destino è uno di quei film muti che in 90 minuti racchiudono una quantità mirabolante di eventi, sottoponendo lo spettatore a un ingorgo emozionale. Onore è la parola chiave, declinata in varie accezioni, tutte al maschile, tutte mortificanti. Il destino della protagonista è il fallimento, l’infelicità: vittima delle convenzioni, la sua moralità viene continuamente equivocata.

Fotografia di William H. Daniels, montaggio di Hugh Wynn, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Adrian. Il cast è notevole: Greta Garbo (Diana Merrick), John Gilbert (Neville Holderness), Lewis Stone (Hugh Trevalyan), John Mack Brown (David Furness), Douglas Fairbanks Jr. (Jeffry Merrick). Irving Thalberg valutò che il romanzo di Arlen avesse notevoli potenzialità, ma il Codice Hays imponeva di rimuovere ogni riferimento alla sifilide… Garbo disse che questo fu il suo ruolo preferito, all’epoca del muto.

Diana è la sorella di Jeffry. È innamorata di Neville, compagno di giochi fin dall’infanzia, insieme a David, che ora è il miglior amico di Jeffry. Un flashback ci riporta agli anni spensierati in cui Diana, Neville e David correvano in bicicletta, lei davanti, finché andò a sbattere contro un grande albero (fu quella la prima volta in cui Neville, dopo averla soccorsa, osò baciarla).

Ora Diana e Neville meditano di sposarsi, ma Morton Holderness, il padre di lui, non è d’accordo e cerca di allontanarli; fa leva sul fatto che Neville appartiene a una famiglia nobile ma priva del denaro necessario per far felice una moglie ricca come la primogenita dei Merrick. A “osservare” molti dei fatti raccontati è una strana figura di medico, il dottor Trevalyan… Leggi il resto dell’articolo

#Garbo – La regina Cristina [Queen Christina], Rouben Mamoulian, 1933 [filmTv113] – 7

Greta Garbo interpreta la regina di Svezia, salita al trono a sei anni, nel 1632, mentre infuriava una lunga guerra. È uno di quei film che acquistano valore quando si arriva a cogliere che si tratta di un’implicita autobiografia della protagonista.

Fotografia di William Daniels, montaggio di Blanche Sewell, scenografia di Alexander Toluboff, costumi di Adrian. Fu la Garbo (doppiata da Tina Lattanzi) a scegliere questo copione, e fu sempre lei a imporre John Gilbert, ormai ai margini del cinema sonoro, ricostruendo per la quarta e ultima volta la più celebre coppia romantica della MGM.

Unica figlia di Gustavo Adolfo, morto in battaglia, la bambina viene cresciuta dal lord cancelliere (la solita “spalla”, Lewis Stone), diventa un’abile cavallerizza, abituata a portare abiti maschili e un corto taglio di capelli. Figura androgina, ha come damigella di compagnia una contessa (Elizabeth Young), che bacia appassionatamente sulla bocca…

Mentre cavalca su piste innevate, incrocia una carrozza che non riesce ad avanzare: a bordo, il diplomatico spagnolo atteso a Stoccolma. Non viene riconosciuta, il diplomatico le offre una mancia per il suo aiuto. Arrivata in una locanda, sempre in incognito, si fa dare l’ultima stanza rimasta, e subito dopo ecco gli spagnoli… La sospensione dell’incredulità è spesso necessaria, al cinema, ma come possa questo ambasciatore non riconoscere una donna (anzi, la Garbo a ventotto anni) supera ogni soglia accettabile.

“In voi c’era qualcosa di strano, lo sentivo”, dice don Antonio De La Prada, quando la vede un po’ svestita. Bloccati dalla neve, per tre giorni e tre notti restano insieme… Cristina sa che fuori da quella stanza non potrà ritrovare l’amore e la felicità che ha appena conosciuto. Tocca ogni oggetto per imprimerselo nella memoria, non vuole dimenticare quei giorni d’amore vissuti come una donna qualunque… Un lento zoom chiuderà il film sul più intenso dei suoi primi piani. Il più intenso ed enigmatico, quasi profetico.

#Garbo – Mata Hari [id.] George Fitzmaurice, 1931 [filmTv112] – 9

La Garbo in uno dei suoi ruoli epocali. Fuma voluttuosamente, indossa abiti sfavillanti, argentati, schiena nuda e pantaloni attillati, copricapo tempestati di pietre preziose, mai tanto simile a una divinità. Ha 26 anni. Sofisticata e annoiata, sembra sia la sete di avventura ad averla spinta nel mondo dello spionaggio. Manipolatrice inarrivabile, seduce ogni uomo che le si avvicina. È così perversa da imporre al giovane innamorato una scelta terribile: per amarla deve spegnere una lampada votiva, tradendo un giuramento fatto alla madre.

Prodotto dallo stesso regista e da Irving Thalberg per la MGM, si avvale della fotografia di William H. Daniels, del montaggio di Frank Sullivan, della scenografica di Cedric Gibbons e dei costumi di Adrian (qui al suo vertice); la sceneggiatura è firmata da Benjamin Glazer e Leo Birinsky,

È il 1917, infuria la guerra, se una spia viene colta sul fatto, la fucilazione è inevitabile. A Parigi, il capo del controspionaggio, Dubois (Henry Gordon), nutre forti sospetti su Mata Hari, danzatrice esotica e grande attrazione della vita notturna. Ritiene sia una spia tedesca, ma non riesce a procurarsi le prove. Certo è che Mata Hari ha udienza presso le più importanti autorità militari di stanza a Parigi, fra cui il losco Andriani (Lewis Stone) e il generale russo Shubin (Lionel Barrymore), con cui pare in intimità.

Al processo, la sua bellezza è inarrivabile (alcune foto di scena di Clarence Sinclair Bull restano favolose): gli abiti neri e i capelli raccolti e pettinati all’indietro ne illuminano il viso prodigioso. Condannata alla fucilazione, ha un ultimo desiderio, rivedere il tenente e promettergli eterno amore…

Resta incredibile come sia stato possibile affiancare alla Divina, un tipo come Ramón Novarro. Messicano, di sei anni più vecchio, dovrebbe rendere credibile un ufficiale russo, e già questo è assurdo. Il peggio è che costui viene dalla scuola di Rodolfo Valentino, il prototipo del latin lover, e dopo i successi di Scaramouche e Ben-Hur, il passaggio al sonoro avrebbe dovuto toglierlo di mezzo (accadrà dopo questo film). Che Mata Hari si sacrifichi per lui, va oltre ogni senso del ridicolo.