La donna che visse due volte, Boileau e Narcejac

Echi di Edgar Allan Poe e di necrofilia si sovrappongono ai volti e ai corpi di Kim Novak e James Stewart. Il mistero getta il lettore nella confusione, davanti a una forma d’amore rovinoso, delirante, che non trova pace, inseguendo la nuova vita di una donna-idolo che tutti credono morta.
cop-adelphiC’è molto sadismo nell’inseguire il desiderio di ricreare l’incanto del grande amore perduto. Per entrambi, l’uomo e la donna, è un incubo a occhi aperti: il tema del “doppio” all’ennesima potenza.
Hitchcock nel 1958 trasferì la trama a San Francisco, mantenendo l’intreccio centrale della prima parte del romanzo, per poi staccarsene, fino a un finale completamente diverso.

QUI  – Per caso, il protagonista ritrova la donna che tutti credono morta. La vede in un cinegiornale: si chiama Renée Sourange, dice di non averlo mai visto prima. Ma Flavières è certo che si tratti di Madeleine. Ne fa la sua amante, pretende di correggerne i difetti, in realtà vuole plasmarla, farla assomigliare al suo idolo. Vuole che abbia la stessa pettinatura, lo stesso profumo, la stessa andatura; le compera vestiti identici a quelli di Madeleine, fa di tutto per spingerla a confessare la sua vera identità, ma “avverte con una punta di disperazione il senso di impotenza dell’artista che non riesce a esprimere appieno la sua visione interiore”. La fa soffrire. Le fa paura. “Era troppo infelice per provare pietà”. Lei nega, ma si lascia cambiare, opponendo sempre meno resistenza.

Il lettore si chiede se quell’uomo è pazzo o sta per arrivare alla verità; se quella donna è una vittima o scopriremo il movente che spiega le sue menzogne; se c’è un legame fra Renée, Madeleine e Pauline…

Il cinema secondo Hitchcock, Francois Truffaut, Pratiche editrice, 1977

Le cinéma selon Alfred Hitchcock è il frutto dell’intervista o, meglio, delle lunghe conversazioni avvenute tra i due cineasti nell’estate 1962. Possiedo la prima edizione italiana, composta da 15 capitoli; il testo venne aggiornato e completato da Truffaut dopo la morte di Hitchcock nel 1980 con un sedicesimo capitolo. Prima di questo libro, Hitchcock era considerato, soprattutto negli Stati Uniti, come un grande intrattenitore, il maestro della suspense. Dopo, venne considerato a tutti gli effetti un artista.

Hitchcock e Ttruffaut

I primi due capitoli parlano dell’infanzia e della giovinezza di Hitchcock, fino ai suoi esordi nel cinema muto (1899-1929); fra il terzo e il quinto capitolo, il dialogo è dedicato al “periodo inglese” del cinema sonoro (1929-1939); i capitoli successivi si occupano del “periodo americano” (1940-1975).
Dialogando, i due ripercorrono l’intera filmografia hitchcockiana: come è nata l’idea di ogni film, come è stata costruita la sceneggiatura, quali sono stati i problemi di regia, quali i punti critici, le soluzioni originali, gli scarti fra l’attesa e il risultato finale. Ne deriva un quadro avvincente e particolareggiato, senza reticenze: trovandosi di fronte a qualcuno che lo apprezza incondizionatamente e capisce anche le sfumature, Hitchcock scende nei dettagli, regala aneddoti, ricostruisce la realizzazione di molte scene, spiega come è riuscito ad ottenere un certo risultato, come gestiva il lavoro sul set, il rapporto con gli attori, eccetera. I due scavano nel significato di ogni singolo fotogramma. Leggi il resto dell’articolo

Il sospetto [Suspicion], Alfred Hitchcock, 1941 [filmtv110] – 8

Quanto si sarà divertito, Hitch, a ingannarci continuamente? Il pubblico non saprà mai cosa pensare, sballottato in un’altalena emotiva fra sconforto e sollievo, nuovi dubbi, certezze rese fragili, sensazioni affidate a sfumature. Col senno di poi, pare impossibile che Cary Grant sia un individuo spregevole, ma se c’è qualcuno a cui puoi chiedere di essere tanto affascinante quanto ambiguo, costui è Cary Grant, qui nel primo dei quattro titoli girati con Hitch.

Il maestro del brivido impartisce una lezione sulla differenza che passa fra mistero e suspence: il mistero tende a nascondere i fatti allo spettatore, la suspense, invece, li mostra e li enfatizza, costringendo lo spettatore a una fertile agitazione, in attesa di ciò che potrà accadere.

Oscar a Joan Fontaine come migliore attrice, alla sceneggiatura collaborò Samson Raphaelson, autore di molti film di Lubitsch. E il tono da commedia, in questa produzione RKO dall’atmosfera inglese, domina fin dall’inizio, quando la giovane aristocratica Lina Mackinlaw s’invaghisce e, contro il volere del padre generale, sposa John Aysgarth, eccellente affabulatore, abilissimo a vivere al di sopra dei propri mezzi. Solo dopo il matrimonio, Lina – si è sposata, ancora vergine, anche per sfuggire a una sorte asfittica – comincia rendersi conto del vero carattere di Johnnie e della sua patologica tendenza a mentire.

Celeberrima, la scena del bicchiere di latte, con una lampadina nascosta nel bicchiere: vestito di scuro, Johnnie sale le scale (buie) con questa specie di torcia bianca posata su un vassoio, lei è a letto dopo un malore e adesso sospetta che nel latte vi sia del veleno che non potrà essere rintracciato. Il pubblico può arrivare a conclusioni opposte, perfettamente coerenti.

Pare che Hitch prediligesse un finale diverso, con la moglie che beve il latte ma consegna al marito una lettera da spedire alla madre con la quale rende espliciti i suoi sospetti. Ma è la vera verità, infine, quella che Johnnie confessa a Lina?

#CinemaRitrovato 8. Hitchcock si impossessa di una storia vera, e chiede a Henry Fonda di mostrare una vita che si disfa senza colpa

The Wrong Man (Il ladro), Alfred Hitchcock, 1956 – 8

Henry Fonda e Vera Miles sono i coniugi Balestrero: vivono a New York, Manny ha quarantadue anni e suona il contrabbasso nell’orchestra dello Stork Club, Rose cura la casa e la crescita dei due figli. Appena finiscono di pagare un debito, devono farne un altro: ora Rose ha problemi ai denti, serve un prestito, perciò Manny si reca all’agenzia dove ha stipulato un’assicurazione sulla vita, dove le impiegate lo scambiano per l’uomo che le ha rapinate pochi mesi prima. Avvisano la polizia… Comincia un incubo che solo nei titoli di coda troverà scioglimento.

Il soggetto è tratto da un fatto realmente accaduto, Hitchcock lo lesse su Life Magazine, la Warner Bros ne affidò la sceneggiatura a Maxwell Anderson e Angus MacPhail, le riprese vennero effettuate sui luoghi in cui i fatti erano effettivamente accaduti.

Il film ruota intorno allo scambio di persona che porta Manny in carcere. La cauzione getta sul lastrico tutta la famiglia. Prima del processo, l’accusato cerca inutilmente di rintracciare chi può confermare il suo alibi, Rose comincia a dar segni di squilibrio, le sue energie nervose tracollano. Solo per caso – e anche questo pare drammatico – la polizia riuscirà ad acciuffare il vero colpevole.

Più che sull’atmosfera kafkiana – il senso di colpa dell’innocente – Hitchcock punta sulla freddezza dell’apparato poliziesco e giudiziario, descritti nella loro disumanità, come sassi che rotolano. Vengono mostrati i passaggi della degradazione: arresto, spoliazione degli oggetti personali, impronte digitali, manette, le sbarre che si chiudono… l’andatura è quasi da documentario, piena di silenzi e di rumori di fondo. Davanti al colpo di genio del maestro – la dissolvenza incrociata sui volti della vittima e del colpevole – Godard scriverà: “Insieme a Dreyer, Hitchcock è il solo a sapere come si filma un miracolo”.

Forse il miglior film di Vera Miles; quanto a Fonda, annaspa nel terrore e nella vergogna, un magistrale uomo qualunque.

Gif di bionde hitchcockiane

Il signore e la signora Smith [Mr. & Mrs. Smith], Alfred Hitchcock, 1941 [filmTv113] – 7

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Mi piace la definizione screwball comedy, spesso tradotta come “commedia sofisticata”: sul grande schermo si sviluppa una “guerra dei sessi”, con protagonisti che affrontano varie vicissitudini, fino all’immancabile lieto fine; all’interno, è riconoscibile un sottogenere, le storie di “rimatrimonio”, dove coppie sposate si separano e si ritrovano.

In questo caso, il fulcro è la gelosia, ma il film – che comincia in un lussuoso appartamento di Manhattan – soffre per l’asimmetria nella qualità degli interpreti: Robert Montgomery non regge il confronto con lo splendore di Carole Lombard. Quanto al socio di lui, l’attore Gene Raymond, è inverosimile che lei possa sceglierlo, sia pure per vendicarsi del marito. Ex marito, se preferite: perché l’innesco del film è di voluta, assoluta futilità, inconsistente come i migliori MacGuffin, ma consente al regista di svariare con fluidi movimenti di macchina fra scene in interni e classici pedinamenti.

Sposati da tre anni, a volte Ann e David tengono il muso per giorni; ma le riconciliazioni rendono il legame ancora più stretto. Dopo una lite, Ann chiede al marito se la risposerebbe ancora, e lui risponde che adesso ci penserebbe meglio. Finirebbe lì, se non fosse che un impiegato della contea dove si celebrò il matrimonio va dall’avvocato Smith e lo informa che per un oscuro cavillo burocratico l’atto non è valido… Quando la coppia cerca di ricreare la magica atmosfera di una cena dei primi tempi, tutto va storto: lei è ingrassata e non entra più nel vestito, il ristorante ha cambiato gestione, il loro piatto preferito è immangiabile…

Moglie di Clark Gable, a 33 anni Carole Lombard morirà, schiantandosi in volo, pochi mesi dopo l’uscita di questo film, prodotto dalla RKO Radio Pictures. Immagino che avrebbe potuto imporsi come la prima di quelle bionde fatali che hanno costellato la cinematografia di Alfred Hitchcock.

#CinemaRitrovato7. #Hitch. #IngridBergman. Under Capricorn

Under Capricorn (Il peccato di Lady Considine), Alfred Hitchcock, 1949 – 6

Più che alla trama o alle psicologie, alle scene d’azione o alle interpretazioni, stavolta Hitch sembra interessato alle potenzialità del Technicolor.

Ambientata nel 1831 sotto il Tropico del Capricorno, in Australia, non lontano da Sydney, la pellicola si fa ricordare per lo splendido lavoro del direttore della fotografia, Jack Cardiff (prediletto da Powell e Pressburger), e per i disperati tentativi di dare spessore al suo personaggio – Lady Henrietta ‘Hattie’ Flusky – da parte di Ingrid Bergman. Gli altri protagonisti sono Joseph Cotten (il marito Sam Flusky), Michael Wilding (l’aristocratico Charles Adare) e Margaret Leighton (la governante Milly).

Il romanzo omonimo fu pubblicato nel 1937 da Helen Simpson. La trama è fatta di variazioni sul tema del sacrificio per amore, dell’amore che si sublima nel sacrificarsi, rovinandosi la vita. Delitto e peccato si confondono. Innocenza e perdono sono gli obiettivi a cui tendere. Infelicità e senso di colpa dilagano ovunque.

È la terza e ultima volta per Ingrid con Hitchcock, ma il risultato è abissalmente lontano da Notorious e Io ti salverò. È il film che segue Rope (Nodo alla gola), il più estremo tentativo di affidarsi al piano sequenza, e anche qui compaiono un paio di scene interminabili, senza stacchi, avvicinandosi e allontanandosi da Ingrid, che recita monologhi melodrammatici. E se Cotten sa stare al suo posto, ottima spalla, e la Leighton (perfida, innamorata del padrone di casa) ha momenti di cupa intensità, Wilding fa parte di quella fitta schiera di attori inespressivi e antipatici che il regista sapeva procurarsi.

Però, c’è almeno un momento magico: il vacuo cugino del Governatore sta cercando di far rifiorire Lady Considine, caduta in depressione, le dice che è bella, si alza e va a stendere la sua giacca scura dietro un vetro, così che lei possa vedersi riflessa.

Io confesso [I Confess], Alfred Hitchcock, 1953 [filmTv3] – 7

Ogni volta che rivedo un film di Hitch, vado a sfogliare l’intervista che rilasciò a Truffaut. A.H.: “Noi cattolici sappiamo che un prete non può rivelare un segreto ricevuto in confessione, ma i protestanti, gli atei, gli agnostici pensano: «È ridicolo tacere; nessun uomo sacrificherebbe la propria vita per una cosa simile».

F.T. È dunque un errore nella concezione del film?

A.H. In effetti, non bisognava girarlo”.

“In effetti”, come dice lui, il film si rivelò un insuccesso commerciale e raccolse recensioni tiepide. Eppure, Montgomery Clift rilascia una delle sue interpretazioni più misurate e convincenti, Anne Baxter e Karl Malden sono ottimi comprimari, le musiche di Tiomkin e la fotografia in bianco e nero di Robert Burks mantengono una certa potenza. E la regia irradia la solita, geometrica potenza, con un impareggiabile senso dell’inquadratura e del montaggio. Sagome scure e incombenti accentuano il tono religioso dell’opera.

Nella linda Quebec City, Canada, per accudire la chiesa e la canonica, padre Logan ha assunto due immigrati tedeschi, Otto Keller e sua moglie Alma. Prima di prendere i voti, frequentava una ragazza, Ruth, che lo ama ancora, pur essendosi sposata… Ma per gran parte del pubblico – tutti i non cattolici — parve incomprensibile il rifiuto di padre Logan di riferire quanto appreso in confessionale, fino a rischiare la condanna a morte. Del resto, la vittima era un malfattore, padre Logan avrebbe avuto un movente, e la sua tardiva “vocazione” poteva apparire come un rifugio dopo una delusione insopportabile.

Anche il pubblico scopre subito chi è l’assassino, la tensione cresce allorché i sospetti convergono su un innocente, il cui unico alibi rovinerebbe la reputazione della donna che aveva amato. Senza via d’uscita, non potendo tradire un sentimento, né un sacramento, padre Logan si trova contro anche l’opinione pubblica – ottusa e bestiale come sa renderla Hitchcock.

Marnie [id.], Alfred Hitchcock, 1964 [cine28] – 8

Tippi Hedren è perfetta. Non possiede le qualità artistiche, le sfumature espressive di Kim Novak e Grace Kelly, le altre bionde fatali che Hitch coltivò nella sua serra di celluloide per dare corpo alle personalissime ossessioni. Ma proprio per questo è la miglior argilla possibile, quella più malleabile per arrivare alla forma desiderata: una bionda algida e pericolosa, “ghiaccio bollente”, in grado di provocare ustioni dolorosissime.

In questo caso, con impeccabili tailleur e sottovesti che fanno innervosire il marito, Marnie esprime puro odio, puro terrore, pura rivalsa. Bugiarda di primissima categoria, priva di sensi di colpa, scopriremo da quale trauma infantile sia stata segnata.

Dal romanzo omonimo di Winston Graham, con le musiche del fedele Bernard Herrmann, Hitchcock ci racconta la storia di una ladra e dell’uomo (Mark, Sean Connery) che se ne innamora e la sposa, preferendola alla brunetta predestinata (Lil, l’ottima Diane Baker). Psicanalisi elementare avvolge il destino di Marnie, la cui patologia si colora (viva il Technicolor!) di impotenza sessuale: primo sintomo da cui il marito pretende di guarirla.

La magistrale sequenza di apertura mostra una borsetta gialla, sottobraccio a una donna che cammina dritta sulla piattaforma di una stazione ferroviaria; la mdp si alza e vediamo che la donna è elegante e bruna; prima di vederne il volto, macchie scure in un lavandino ci faranno intuire il vero colore dei suoi capelli.

C’è una scena in cui, spazientito e rabbioso, Mark strappa il vestito alla moglie: Hitchcock ci mostra le cosce nude e tremanti, e subito dopo il senso di colpa dell’uomo impotente: eppure lei viene dal porto di Baltimora, mentre lui è il rampollo di una ricca famiglia, il cui padre organizza battute di caccia alla volpe. Un principe azzurro, dunque: ma c’è da sperare che anche guarita Marnie continuerà a manipolarlo.

Le bionde di Hitch

Anny Ondra (moglie di Max Schmeling), Joan Fontaine, Carole Lombard, Madeleine Carroll, Ann Todd, Ingrid Bergman, Anne Baxter, Grace Kelly, Kim Novak, Doris Day, Janet Leigh, Vera Miles, Marlene Dietrich, Eva Marie Saint, Tippi Hedren…

Vi viene in mente qualche altra “bionda” apparsa in un film di Alfred Hitchcock per appagare la sua ossessione?

I 39 scalini [The 39 Steps] – Alfred Hitchcock [cine27] – 8

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Conosciuto anche come “Il club dei 39”, è un film del 1935 che Hitchcock ricavò da un romanzo di John Buchan, pubblicato vent’anni prima.

“Periodo inglese”, bianco e nero (fotografia espressionista di Bernard Knowles), sceneggiatura di Alma Reville (la moglie di Hitch) e Charles Bennett, nel 1999 il British Film Institute ha inserito questo film al quarto posto della lista dei migliori 100 film britannici del XX secolo. Contiene molte delle ossessioni hitchcockiane, a partire dall’innocente creduto colpevole che deve cavarsela da solo.
A Londra, un uomo d’affari canadese – Robert Donat – assiste allo spettacolo di Mister Memory, esibito come un “fenomeno” che può rispondere a ogni domanda del pubblico; colpi di pistola interrompono l’esibizione, il protagonista entra in contatto con una donna affascinante – Lucie Mannheim – che gli si rivela essere una spia al servizio dell’Inghilterra, impegnata in una pericolosa missione per impedire che un segreto militare entri in possesso di un’organizzazione segreta (i 39 scalini) al cui comando c’è un uomo a cui manca la falange di un dito. Quella stessa notte, la donna viene assassinata e il protagonista deve fuggire. La fuga lo porta in Scozia. Se la cava con coraggio, fortuna e incoscienza, ma soprattutto grazie al suo fascino: la moglie di un odioso contadino gli presta aiuto, una tipica “bionda” – Madeleine Carroll – diverrà la sua complice più fedele.

Le nebbiose scene nella brughiera sono magnifiche, l’umorismo è di rara finezza, la costruzione della tensione ha una firma inconfondibile. È al Palladium di Londra che si svolgerà la scena-madre, lo scioglimento dell’intreccio è avveniristico per i tempi.

La finestra sul cortile [Rear Window], Alfred Hitchcock 1954 [filmTv51] – 10

La finestra sul cortile - 1954 - Alfred Hitchcock

Quando ci si avvicina così tanto alla perfezione e si costruisce un film che diventa pietra di paragone, metafora del cinema in quanto tale, del vizio di guardare, vuol dire che l’artista ha trovato il punto di equilibrio fra personalità e stile.

Rear Window avrebbe meritato tutti gli Oscar per i quali ebbe solo la Nomination (regia, sceneggiatura, fotografia e sonoro): Hitchcock prende un racconto di Cornell Woolrich, ne affida la riscrittura a John Michael Hayes, la fotografia a Robert Burks, le musiche a Franz Waxman, e identifica un cast tanto minimalista quanto magicamente armonioso: Jimmy Stewart, Grace Kelly, Thelma Ritter, Wendell Corey e Raymond Burr (tre anni prima di Perry Mason).

Jeff, famoso fotoreporter, è bloccato su una sedia a rotelle. Si annoia. Grazie al binocolo e al teleobiettivo della macchina fotografica, arriva a sospettare che nel palazzo di fronte sia stato commesso un delitto. Trova un’imprevedibile complicità con Lisa Freemont, sofisticata esponente dell’alta società newyorkese, che lo sta inutilmente corteggiando. Fa caldo, tutti tengono le finestre aperte. Ruoli cruciali sono svolti da Stella, simpatica e sarcastica infermiera di mezz’età, e da Doyle, l’amico detective di Jeff, a cui invidia Lisa e che fino alla fine non crede nel delitto.

Ricostruito nel famoso Studio 18 della Paramount, il cortile spalanca un intero mondo, vi si affacciano finestre da cui Jeff e Lisa possono spiare una varietà di sentimenti. Come lo spettatore al cinema, Jeff si trova in una condizione di scarsa mobilità e acuta percezione: in soggettiva, senza essere visto, osserva una quantità di cose e cerca di spiegarsele. È evidente come Hitchcock – a differenza di Woolrich, che limita la trama al delitto – sia interessato a scandagliare la varietà di situazioni che si possono determinare all’interno di una relazione amorosa. Ognuno dei dirimpettai incarna un certo tipo di esperienza.

A Jeff pareva che gli stili di vita, suo e di Lisa, fossero incompatibili; invece scopre affinità avventurose, utili a risolvere l’enigma, non senza aver corso notevoli rischi. Ma quando Jeff torna ad assopirsi, solo lo spettatore vede Lisa che smette di leggere il libro sull’Himalaya e torna a sfogliare l’amata rivista di moda.

Grace Kelly La finestra sul cortile

Il sipario strappato [Torn Curtain], Alfred Hitchcock 1966 [filmTv10] – 5

Il sipario strappato - 1966 Alfred Hitchcock

Il peggior Hitchcock del dopoguerra, e per distacco. Sbagliato il cast – un sex symbol come Paul Newman interpreta un fisico nucleare… Julie Andrews la sua assistente innamorata, con le stesse espressioni di Mary Poppins – ; caricaturali gli attori che danno vita alle spie dell’est europeo; insensati alcuni sviluppi della trama, dopo che il tradimento dello scienziato si rivela falso; stucchevoli le dinamiche amorose – lei lo ama comunque, anche quando gli pare indifendibile, figuriamoci quando lo rivede come un eroe, incurante di trascinarla in pericoli per i quali nessuno dei due è minimamente attrezzato. Risulta quasi comico il “duello” intellettuale in cui, calcando la mano sulla vanità di un anziano collega, Newman riesce a farsi rivelare il passaggio mancante per un’importantissima scoperta missilistica. Mi fermo qui, ma la piattezza delle emozioni e l’anticomunismo viscerale non vengono riscattati nemmeno quando il tocco hitchcockiano riesce a costruire suspense con l’inconfondibile maestria.

L’ispirazione del film risale al 1951, quando due diplomatici inglesi (Guy Burgess e Donald Maclean) si rifugiarono in Unione Sovietica, causando grande scalpore; il regista si chiese come l’avevano presa le mogli… Il punto dolente è comunque Newman: nella famosa intervista a Truffaut, Hitchcock ricorda di aver eliminato alcune scene perché irritato dallo stile di recitazione dell’americano, l’enfasi da Actor’s Studio gli impediva di usare il montaggio come avrebbe voluto.

Dial M For Murder (Il delitto perfetto in 3D) [9] Alfred Hitchcock [XXVI]

Restaurato e mostrato come Hitch l’aveva concepito, in 3D, Il delitto perfetto è talmente magnifico, talmente cristallino, che viene da chiedersi che senso abbia andare al cinema oggi.

Opera d’arte e d’artigianato, virtuosismo stilistico costruito con una prodigiosa economia di mezzi – le riprese in 36 giorni, dal 30 luglio al 25 settembre 1953, quasi tutte le scene sono in un salotto – consentì a Hitchcock di sperimentare il sistema tridimensionale Naturalvision introdotto dalla Warner Bros, già declinante rispetto al Cinemascope, al punto che il film venne distribuito in 3D solo in poche sale nordamericane, mentre in Europa arrivò solo la versione bidimensionale.

Dial M For Murder

Forbici e orologi, telefoni e banconote da una sterlina, sciarpe e chiavi di casa: non serve altro per creare suspence. Anzi, no: servono interpretazioni favolose come quelle di Ray Milland – cinico ex campione di tennis, che progetta il delitto nonostante la vittima sia Grace Kelly – e una Margot Wendice che proprio non riesce a credere al male con cui è lungamente convissuta, incarnato in un uomo che la bacia mentre sta andando a costruirsi l’alibi, e questo bacio avviene davanti all’amante di lei, che il marito finge di non sapere tale, in un meccanismo a orologeria, un vertiginoso gioco di specchi che ammutolisce lo spettatore, ammaliato dalla seduzione del male e tuttavia desideroso di vederla ancora viva, la splendida Grace.

Magnifiche anche le interpretazioni dell’assassino fallito, Anthony Dawson, irretito dall’eloquio forbito di chi ha progettato l’omicidio, e del vanesio ispettore Hubbard, un John Williams che Hitchcock ha spesso coinvolto nei suoi film. Parecchio discutibile, invece, la scelta dell’insipido Robert Cummings nei panni dell’amante di Margot. Ma è pur sempre uno scrittore di gialli americano, e Sir Alfred sa essere molto sarcastico.

23 settembre, attenzione a come Grace usa le forbici

Torna nelle sale “Il delitto perfetto” e stavolta in 3D.
Poche sale, pochi giorni di programmazione, ma farò l’impossibile per vederlo.

Restaurato dalla Cineteca di Bologna, sono curioso di vedere come Hitchcock, nel 1954, usò quella tecnologia e quanto sono saturi i colori (ne ho rivisto l’ultima mezzora un paio di sere fa, e non ricordavo quanto la luce suonasse falsa, teatrale).
Ricordavo, invece, quanto Hitch disse a Truffaut, e cioè che molte riprese le aveva composte mettendo la macchina da presa al livello del pavimento, così che certi oggetti – le famose forbici, innanzitutto – incombono sullo spettatore, accentuando la tensione.

E poi, chi l’ha mai vista Grace in 3D?

Grace Kelly in "Il delitto perfetto"

Nella morsa del caldo, un piccolo antidoto può venire dal Maestro del Brivido

In queste serate torride, tappati in casa con l’aria condizionata, stiamo guardando un po’ di film, e così ho rivisto qualche Hitchcock d’annata.

brivido

Hitchcock [7] Sacha Gervasi [IX]

Il titolo poteva e doveva essere più coraggioso. Qualcosa come La moglie di Hitchcock o, meglio ancora, La bionda di Hitchcock.
Lei, Alma Reville, ruba ripetutamente la scena ad Alfred, conquistando il fulcro narrativo per oltre metà di un film che piacerà più che altro ai cinefili.

Hitchcock poster

Hitch e Alma erano sposati da tanti anni, quando – dopo Intrigo internazionale – si pose il problema di come reindirizzare la carriera del “maestro del brivido”. Che, un po’ per voglia di novità, un po’ per scandalizzare, un po’ per ritrovare la libertà espressiva dei primi tempi, sceglie di portare sullo schermo un romanzo horror scritto da Robert Bloch: Psycho.
Tematicamente ed esteticamente, si trattò di una scelta estrema: i coniugi Hitchcock dovettero impegnare la casa per produrre il film, il visto della censura si rivelò problematico, la Paramount si mostrò scettica e all’inizio distribuì il film in appena due sale.

Nonostante la bravura di Gigi Proietti e Ada Maria Serra Zanetti, ho la sensazione che sia un film da vedere in lingua originale; Anthony Hopkins nei panni di Hitch, Helen Mirren incarna Alma Reville, Scarlett Johansson e Jessica Biel come Janet Leigh e Vera Miles. Del cast fanno parte anche Danny Huston e Toni Collette, con interpretazioni piccole quanto notevoli.

Il film procede in parallelo fra la lavorazione di Psycho – con un lungo focus psicanalitico sulla scena della doccia – e le meno note dinamiche familiari degli Hitchcock.
Lui è decisamente sovrappeso, ma nonostante gli sforzi della moglie fatica a contenersi.
Ricordo di aver letto nella celeberrima intervista di Truffaut, che Hitchcock negli anni Quaranta si sottopose a una dieta durissima, passando da 150 a 100 chili (era l’epoca di Lifeboat. Prigionieri dell’oceano, dove c’è una delle più originali apparizioni del regista, sotto forma di pubblicità per una dieta).

Non mancano le strizzatine d’occhio alla serie televisiva che prese il nome dal grande regista, e non può mancare l’ossessione hitchcockiana per le bionde, le algide, perfette, ambigue, irraggiungibili protagoniste di tante fra le sue pellicole.
Lui, Alfred Hitchcock, appare attraversato da incubi feroci, a cui risponde con un vistoso compiacimento, la voluttà che gli deriva dal manipolare il suo pubblico.