Il destino di Monique, Claire Bretécher, 1983

Brigitte Lemercier ha 38 anni, il suo orologio biologico la spinge irresistibilmente a volere un figlio. Frequenta un uomo sposato, Teo, che ogni tanto si presenta da lei con Lucienne, una bambina che sniffa colla mentre il padre fa sesso con l’amante.

Brigitte vive a Parigi e fa l’attrice, Teo è il suo agente, lei insiste, desidera un figlio, ma Teo è risolutamente contrario: “Tre figli con due madri diverse, non credi che abbia abbastanza problemi?”. Litigano.
Brigitte ha una domestica portoghese, Carmela, con problemi materiali pressanti. Il test di gravidanza la riempie di gioia, ma quando Teo le comunica di averle trovato il miglior contratto della sua vita, nasconde la verità. “Voglio questa parte e l’avrò. Voglio questo bambino e l’avrò”.
Bretecher - Destin de Monique

Il desiderio di avere un figlio passa in secondo piano rispetto a un’occasione di carriera incompatibile con la maternità. Ma non scompare. La soluzione? “Carmela, volete portare avanti la gravidanza al mio posto?”. Servono comprensione e complicità, la domestica ha già avuto tre figli e non pare affatto scioccata: “Mia sorella l’ha fatto per la sua padrona, in Brasile… Sapete signora Lemercier, con tutta questa disoccupazione, è un vero sbocco per gli immigrati”. Per 50.000 franchi (in nero), l’affare è fatto…
Il tono da commedia buffa si impenna quando una certa Monique ruba un embrione da una spedizione veterinaria, convinta si tratti di un vitello di razza e lo spedisce al fratello Dedé, che insemina la vecchia mucca Sue-Ellen…

In un volume collettivo – Eroi del nostro tempo – uscito nel 1986, Letizia Paolozzi mise a confronto Il destino di Monique e Blade Runner. Parallelo potente: in effetti, intorno all’ingegneria genetica, all’enigma della nascita e al senso della vita, si interroga Roy Baty (modello Nexus-6, il più riuscito replicante nel film tratto da Dick), e forse farebbe lo stesso se sapesse da dove viene Monique (nata dalla vecchia mucca Sue-Ellen, dopo vari colpi di scena nel racconto per immagini della Bretécher).

Roy Baty e Monique nascono senza che vi sia atto sessuale fra uomo e donna. Era il 25 luglio 1978, quando nacque il primo bambino in provetta: Louise Brown, a Cambridge. Dieci anni prima, Philip K. Dick aveva scritto Do Androids Dream of Electric Sheep?; migliaia d’anni prima, nel capitolo 30 della Genesi, si racconta di come Giacobbe non potendo avere figli dalla moglie Rachele, si congiunse con la serva Bilha, proprio su richiesta della moglie; e nel 1984 venne alla luce Zoé, la prima bambina “venuta dal freddo”.

Congelamento e stoccaggio di embrioni, donazione di uova, inseminazione artificiale, possibilità di scegliere il sesso del nascituro: “siamo entrati in un vero supermercato genetico”, scriveva Paolozzi. Una volta i bambini erano un dono di Dio o della Natura; in fondo al XXesimo secolo diventano un dono della scienza.

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Maledette, vi amerò

Per motivi insondabili, nell’ultima settimana, questo post del 15 giugno 2012 (13:01) è stato visitato da più di 200 persone. Tanto vale rimetterlo in “prima pagina”.

A cura di Serio Rossi, per Neri Pozza (2007), ecco 7 fra “le grandi eroine del fumetto erotico italiano”, con i miei personalissimi voti: Isabella (6), Jolanda de Almaviva (7), Biancaneve (8,5), Zora la vampira (7,5), Frieda Boher (6,5), Madame Con (8,5) e Cicciolina (5).

Sulle copertine recavano la scritta ben chiara «vietato ai minori» e i giornalai giuravano di non vendere quella merce scabrosa a chi non era autorizzato a comprarla. Ma, clandestinamente, i fascicoletti arrivavano anche ai ragazzini, costituendo il più grande veicolo di educazione sessuale e di disincanto sul mondo. Dopo aver invaso le edicole in milioni di esemplari sono diventati carta da macero. Ora i fumetti per adulti alimentano un collezionismo vorace e vengono riabilitati. Promettevano passione, duelli, violenza. Ma di erotismo spinto, nelle tavole, ce n’era pochissimo. I corpi nudi non erano più discinti di un Botticelli. E quelle signorine curvilinee, indomite, capaci di tenere testa a maschi imbelli e arrapati, erano spesso innamorate e intangibili. Avventuriere o vampire che fossero, professavano spesso fedeltà ad un unico amore puro e assoluto.

Isabella, la Duchessa dei Diavoli esce nelle edicole il 2 aprile 1966 per la Erregi di Renzo Barbieri; di Giorgio Cavedon i testi, di Sandro Angiolini i disegni.

Apparsa nell’ottobre nel 1970, ispirandosi al Salgari di Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, Jolanda de Almaviva è disegnata sulle forme dell’attrice Senta Berger. Testi di Roberto Renzi illustrati da Milo Manara (in precedenza il disegnatore era stato Armando Bonato).

Dal 1972, Biancanave è la regina della favola per adulti all’italiana, questo episodio è scritto da Rubino Ventura (pseudonimo) e disegnato da Leone Frollo.

Di Zora la Vampira, viene proposto il numero 1 (settembre 1972: Rubino Ventura ai testi e Birago Balzano ai disegni). Zora somiglia a Catherine Deneuve (che interpreterà una vampira nel 1983).

Le storie di Necron, create nel 1981 da Ilaria Volpe (pseudonimo di Mirka Martini) e Magnus, hanno per protagonista la dottoressa Frieda Boher, patologa e necrofila, che dà vita a un Frankenstein superdotato, una creatura mossa da un’insaziabile fame sessuale e cannibalesca, per farne il suo amante.

Ambientato in Francia all’inizio del Ventesimo secolo, “Casino” vede protagoniste le ragazze di un famoso bordello parigino, La Maison Blanche, diretto da Madame Con, in cui si mescolano intrighi politici, desideri erotici, storie sentimentali, frenetici scambi di coppia. Rubino Ventura ai testi e Leone Frollo ai disegni.

In “Amore Libero” (Francia 1988, Italia 1991), scritto da Lucio Filippucci e disegnato da Giovanni Romanini, la protagonista è una persona reale: Ilona Staller, in arte Cicciolina.

Il volume si chiude con una “antologia della critica” in cui prevale una tesi di fondo: il fumetto erotico italiano degli anni Sessanta e Settanta sarebbe stato un più o meno consapevole sostegno della reazione più becera e retriva. Quei fumetti sarebbero prodotti utili solo a soddisfare gli inconfessabili desideri del proletariato maschile italiano (sesso e violenza), perpetuando una concezione reazionaria della donna, del sesso, dei rapporti umani.

Tuttavia, è possibile leggere quelle storie in una prospettiva opposta: riesumando il sogno erotico dell’Italia democristiana, quella che andava al cinema per vedere Laura Antonelli ed Edwige Fenech.
Le figure sinuose e eccitanti di Isabella, Jolanda, Biancaneve, Zora, eccetera, segnarono l’inizio di una nuova era improntata sull’emancipazione femminile, anticipatrice della liberazione sessuale, piccoli sintomi che precedono la riforma del diritto di famiglia, quello che spediva le donne in galera per adulterio. Resta il fatto che – come scrive Rossi – “queste storie propongono un modello di donna rigorosamente filtrato dalla fantasia e dai desideri dell’uomo (le scene di esso fra donne preparano sempre quelle etero, l’omosessualità maschile è costantemente ridicolizzata), dall’altro cercano di cavalcare l’onda dell’emancipazione femminile”.

Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, Georges Perec

Attenzione: se non siete ammiratori di Perec, come il sottoscritto, astenetevi. Questo libretto costa 12 euro, è un tascabile di 48 pagine, facile prevedere le reazioni di chi lo leggerà e non troverà un senso. I più, immagino…

Per chi, invece, ha già avuto qualche frequentazione con l’opera di Perec, persino questa costosa operina apparirà geniale. È un inventario del visibile, prendendo a oggetto una piazza parigina, osservata per lunghe ore, dal venerdì alla domenica, da quattro diverse postazioni: il Tabac Saint-Sulpice, il Café de la Mairie, il Café la Fontaine Saint-Sulpice, e una panchina.

Perec vi staziona dal 18 al 20 ottobre 1974, prende appunti, meticolosamente, accumula suggestioni, ogni tanto divaga, costruisce elenchi, fino ad arrivare a stancare lo sguardo.

Curato e tradotto da Alberto Lecaldano, per l’editore Voland, con alcune fotografie scattate in quei giorni da Pierre Getzler, il libretto si legge in un’ora. È una scrittura monotona, ripetitiva, progettualmente noiosa. Un inventario, appunto.

Ogni tanto si insinua un pensiero, per esempio sull’incomprensibilità dei movimenti dei piccioni, oppure sul mutamento percettivo determinato dalle luci artificiali, o sulla consolatoria, ritmica costanza del passaggio degli autobus. Perec sembra altresì deciso a far germinare da queste osservazioni nuove ricerche: si propone di classificare gli ombrelli “secondo le loro forme, i loro modi di funzionare, i loro colori, i loro materiali”; vorrebbe spiegarsi i flussi di traffico, capire perché “nello stesso lasso di tempo molti più individui camminano in direzione Saint-Sulpice / rue de Rennes che in direzione rue de Rennes / Saint-Sulpice”.

Le parole si susseguono, sprigionando una strana musicalità, fin quasi a restituire lo scorrere del tempo. Ma ben presto l’autore coglie il “limite evidente di questa impresa: anche se mi prefiggo come unico scopo quello di guardare, non vedo quello che succede a qualche metro di distanza; non noto, ad esempio, che alcune macchine parcheggiano”.

Può un inventario divenire umoristico? Sì, appena Perec mostra di avere a nausea la quantità di automobili verde-mela, oppure si chiede perché una coppia di suore attiri così fortemente l’attenzione, quando descrive il piatto del giorno o confessa il bisogno di bersi un’acquavite.
Il “tentativo di esaurimento”, dunque, fallisce. Resta l’essenziale, la lezione metodologica, lo sforzo di far caso a “quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla”.

Indiani, di Edward Sheriff Curtis

Dai primi del Novecento e per quasi trent’anni, Edward Sheriff Curtis (1868-1952) ha studiato i pellerossa, gli indigeni a nord della frontiera messicana e a ovest del Mississipi, li ha fotografati, ha raccolto documenti, testimonianze, musiche: più che un fotografo, è stato un antropologo autodidatta. Ne è derivata una monumentale enciclopedia in 20 volumi – “The North American Indian” – che contiene oltre 2000 fotografie in bianco e nero, selezionate dopo aver visitato 80 diverse tribù.
Dei pellerossa, Curtis conquista la fiducia e immortale la tradizione. Le sue immagini restituiscono la dignità di un popolo sconfitto, ne catturano la fierezza, ne amplificano lo sguardo, ne afferrano brandelli di magia, spiritualità, vita interiore.
Sono ritratti e situazioni in posa, tutt’altro che spontanei: Curtis ha attirato critiche per la pretesa di artisticità che è parsa prevalere sulla spontaneità necessaria a un approccio documentaristico.
Le sue immagini tradiscono una visione idealizzata della realtà, il fotografo si comporta come un vero e proprio regista con i suoi modelli. Ma va riconosciuto a Curtis il merito di aver cercato di trattenere e tramandare segni di un passato avviato a un rapido oblio, per l’estinzione violenta dei suoi protagonisti.

Capo Giuseppe - Edward Curtis

Una volta, Wim Wenders, Edizioni Socrates 1993

“Amo viaggiare più di ogni altra cosa, e non ho mai fatto foto se non in viaggio… Viaggiare da soli ci fa sperimentare il mondo in maniera assai più profonda, nel senso che ci si trova ad appartenere completamente all’esperienza che si sta vivendo. Mentre invece in compagnia, che lo si voglia o no, una parte di sé appartiene all’altra persona”. Come fosse un esploratore, Wenders attraversa il mondo alla ricerca di luoghi evocativi di storie. Le forme e i colori, le geometrie e i panorami colpiscono il suo sguardo, ed è così che scopre di trovarsi nel luogo che stava cercando. La presenza umana è quasi sempre minima, a volte assente: la natura ci sovrasta.

Wenders - Una voltaTo Shoot Pictures è il breve poema in versi che apre il volume.
“Quello del fotografare è un atto nel tempo, nel quale qualcosa viene strappato al suo momento e trasferito in una diversa forma di continuità.
Si pensa sempre che ciò che viene strappato al tempo si trovi davanti alla macchina fotografica.
Ma non è del tutto vero. Fotografare è infatti un atto bidirezionale: in avanti e all’indietro…
Al contraccolpo del cacciatore, corrisponde nella fotografia il ritratto, più o meno visibile, di colui che fotografa.
Non vengono fissati i tratti del volto, bensì il suo atteggiamento, la sua disposizione verso ciò che gli sta davanti. La macchina fotografica è dunque un occhio, che può guardare nel contempo davanti e dietro di sé.
Davanti scatta una fotografia, dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo”.

Una volta, Wim Wenders

Vent’anni fa, costava 58.000 lire: vidi la mostra a Villa delle Rose – magnifiche fotografie di grande formato – e a malincuore rinunciai a comprarlo. L’ho preso un paio di settimane fa a 18 euro, in una bancarella dell’usato.

Tradotto da Ornella Zaggia, con prefazione di Daniele Del Giudice e una lunga intervista curata da Leonetta Bentivoglio, sono 446 pagine e 336 illustrazioni (214 in b/n, 122 a colori): introdotte dalla formula “Una volta”, le sessanta brevissime storie sviluppano un racconto di viaggio, attraverso luoghi agli antipodi, inframmezzati dall’incontro con personaggi famosi (Godard, Handke, Kurosawa, Coppola, Ray, Scorsese…).

Wenders Twin City Theater

Dalla selezione delle migliaia (anzi, decine di migliaia) di foto scattate, Wenders ricava un repertorio di esperienze avvenute quasi per caso (la neve in Texas; il cinema drive-in abbandonato su cui hanno nidificato gli uccelli; le carcasse di canguri travolti dai grandi camion) e la testimonianza di esperienze pianificate (a piedi da Salisburgo a Venezia, attraversando le Alpi; sopralluoghi per cercare location per i film). “Lentamente si formò l’idea che queste storie avevano qualcosa in comune e che tutte cominciavano con la formula «una volta». Questa espressione aveva una doppia interpretazione: «c’era una volta» e «solo una volta». Entrambe sono componenti essenziali del mio concetto di fotografia”.
Ci sono personaggi famosi, ma le foto più potenti mi sembrano quelle di sconosciuti. Per esempio, la giovane donna che, seduta su un marciapiede di New York, cattura il sole con una superficie riflettente; oppure la bambina indiana ipnotizzata dalla pioggia. Del resto, è Wenders ad ammettere: “Non amo fare ritratti. E anche nei films, l’inquadratura che mi piace di meno è il primo piano di una persona”. È nota la sua predilezione per i paesaggi; qui scrive: “Ci sono paesaggi… che reclamano a gran voce una storia”. (1, segue)

Gli sdraiati, quello che trovi e quello che non c’è

Quei ragazzi sono imprendibili, non si fanno agganciare dalla conversazione, né dal tentativo di costruire un’esperienza comune guardando dalla terrazza un maestoso temporale sul mare. Pia preferisce guardare la tv, un serial di cui lui non ha afferrato il nome. Piccolo fallimento, ma forse non è solo il frutto della tradizionale distanza, della “semplice riedizione dell’eterno conflitto tra genitori e figli, tra adulti e ragazzi”. Si fa strada il sospetto che sia avvenuto un salto di qualità: “qualche radicale cambiamento nell’assetto neuronale” può aver prodotto “una separazione definitiva tra il passato e il futuro degli umani”.

Gli-sdraiati-Michele-SerraL’autore finge di prendere appunti in vista della stesura, a novant’anni, del suo romanzo definitivo, epocale, di impianto tolstojano, distopico: “La Grande Guerra Finale”, cento Vecchi contro ogni Giovane, con il decisivo tradimento di uno dei capi dei Vecchi, Brenno Alzheimer… E intanto va a sbattere, senza scalfirlo, contro quella specie di autismo che avvolge i ragazzi ripiegati su uno smartphone o su qualche altro oggetto tecnologico munito di cuffiette. Gli piacerebbe condividere un’esperienza: per esempio, camminare sei ore fino al Colle della Nasca (luogo di fantasia, credo), oppure vendemmiare il Nebbiolo nelle Langhe. Ma la gerarchia della bellezza si è come sfaldata. In passato, quando l’autore era giovane, si trattava di scrutare “il mondo adulto come un regno da espugnare. Emularli per poi detronizzarli, un giorno”. Pare compiersi una mutazione antropologica, nell’ordine di senso. Ne deriva un narcisismo di massa, un circuito vizioso di indolenza, vita disordinata, sonno letargico (il divano come simbolo della nuova condizione umana), fino al sintomo più inquietante: la rassegnazione con la quale i giovani sembrano vivere la drammatica assenza di prospettive. Leggi il resto dell’articolo

Olimpiadi e politica, Antonella Stelitano, Forum 2008

La caratteristica della politica olimpica è “quella di proporre un contesto internazionale di scambi in un settore non indispensabile delle relazioni internazionali”. De Coubertin era un utopista: pensava di cambiare il mondo attraverso la celebrazione delle Olimpiadi. Per molti decenni il CIO ha difeso testardamente la propri autonomia, intendendola come “separazione dello sport da qualsiasi coinvolgimento politico, economico, sociale”; è dall’elezione di Samaranch alla presidenza (1980), che il Comitato ha preso atto di costituire un soggetto attivo nel sistema delle relazioni internazionali.

Stelitano copIl testo ricostruisce il cammino dall’utopia decoubertiana di contribuire alla creazione di un mondo migliore, al ruolo svolto oggi dal CIO. Vengono esaminati la storia del Comitato Olimpico, i suoi organi, i processi decisionali interni, i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, per dimostrare che lo sport non costituisce più una dimensione periferica delle relazioni internazionali, ma gioca un ruolo chiave come agent of human understanding.
Sui membri del CIO e sugli aspetti meno trasparenti della sua vita interna, Stelitano fa proprio il punto di vista che tende a difendere norme con tutta evidenza antidemocratiche, in ragione di un principio superiore: la strenua difesa dell’autonomia del movimento.

I processi decisionali del CIO alternano la trasparenza e la segretezza del voto. Per esempio nel 1974, in occasione della designazione della città che avrebbe ospitati i Giochi del 1980, le candidate erano Mosca e Los Angeles, e Lord Killanin per evidenti motivi chiese di non rendere pubblico il numero di voti raccolti da ciascuna candidatura.

A maggio 2007 il CIO comprende 205 CNO, mentre sono 193 gli Stati membri dell’ONU. Il CIO riconosce Antille Olandesi e Aruba (dipendenze olandesi); Bermuda, Cayman, Isole Vergini Britanniche (dipendenza dalla GB); Hong Kong (dipendenza Cina), Guam, Isole Vergini, Samoa Americane (dipendenza USA); Isole Cook (dipendenza Nuova Zelanda); e infine, Palestina, Porto Rico e Taipei.

Un testo molto utile per comprendere quello che indica il sottotitolo, e cioè il ruolo del CIO nel sistema delle relazioni internazionali. Ma non ho mai visto una copertina così poco corrispondente al contenuto di un libro…

Gli sdraiati, primi appunti sul libro di Serra

Non ho figli, e per apprezzare pienamente un libro come questo non bastano i figli degli altri. Eppure, l’ho trovato magnifico. Dipende, innanzitutto, dall’abilità linguistica di Serra, dalla sua capacità di scegliere le parole. L’aggettivo adatto, anzi perfetto: la distrazione non è la solita, è “soave”; la convention è più che noiosa, è “farraginosa”. E poi c’è l’alternarsi del ritmo, fra frasi breve, secche, abbacinanti, e costruzioni complesse in cui le incidentali sembrano posate con l’accuratezza degli artigiani che limano lavori di precisione.
Che questa abilità stilistica serva a uno scopo – non sia cioè fine a se stessa, come ogni tanto mi capita di pensare per Baricco – lo dimostra la levità con cui, dentro una parentesi, si propone un’urticante visione del mondo. Weltanschauung, si sarebbe detto una volta. Cito: “(poveri e giovani saranno, anzi già sono, ormai sinonimi)”. In Occidente, s’intende.
Ne deriva uno sfogo lucido, un tentativo di comunicazione che già si percepisce inutile nei confronti del figlio adolescente, “un perfezionista della negligenza”, uno di quegli adolescenti capaci di sublime “maestria nell’assecondare l’entropia del mondo”, rivolto indirettamente a chiunque si ponga domande sul futuro. Perché una guerra fra Vecchi e Giovani è ormai ineluttabile, si tratta solo di stabilire in quali forme sarà combattuta.
La prosa di Serra riecheggia l’episodio dei figli unici in Caro diario (usciva proprio vent’anni fa), nel momento in cui paragona i genitori di oggi a quelli di prima, e afferma che “le generazioni precedenti quanto all’arte di non farsi sopraffare dai figli, furono molto più attrezzate della nostra”.

Michele Serra

Enrico Mattesini, un breve saluto

Tommaso Pellizzari per il Corriere e Luigi Bolognini per Repubblica hanno scritto dell’improvvisa scomparsa, a 59 anni, di Enrico Mattesini, fondatore di Limina.
Luigi e Tommaso l’hanno conosciuto bene, e hanno pubblicato ottimi libri con quella casa editrice; io che pure l’ho conosciuto e ho pubblicato qualcosa, mi sento di aggiungere poche parole al loro ricordo.

Inaugurato nel 1995, il catalogo Limina contiene almeno una dozzina di grandi libri di sport: da La farfalla granata di dalla Chiesa, a La squadra spezzata di Bolognini, da No Milan di Pellizzari a Il calcio sopra le barricate di Caremani, da Ribot e il menalatte di Maietti a Perda il migliore (di Franco Rossi, a sua volta appena scomparso), da Diavoli e pugni di Riccardo Signori all’autobiografia di Roberto Baggio (La porta nel cielo), a Il piccolo aviatore di Andrea Scanzi.
Ma ritengo che il culmine di questa produzione stia negli 11 numeri (2004-10) di «Linea Bianca», rivista di «scienza e cultura calcistica» sul modello delle migliori esperienze europee; una rivista a periodicità variabile, su cui hanno scritto un po’ tutti (da Sconcerti a Beccantini, da Mura a Pastorin…) quelli che pensano al calcio come una variante della letteratura (o viceversa).

Da Arezzo, con pochi soldi e tanta passione, Mattesini ha funzionato da catalizzatore, pubblicando forse troppi titoli, con una bulimia che ne ha un po’ compromesso l’immagine, ma ognuno dei libri di Limina si è sempre presentato ben fatto, curato, con un’attenzione al prodotto ben superiore alla media della microeditoria italiana.
Oltre allo sport, ha tentato di pubblicare anche libri di politica, ma non mi pare sia mai stato baciato dalla grazia del marketing, e ho saputo che alla fine il catalogo è stato ceduto al gruppo Longanesi.
Sono particolarmente colpito dalla morte di Mattesini anche perché grazie a lui incontrai per caso Sepùlveda. E poi, temo che nessuno avrà abbastanza cura per tutto quello che per sua volontà è stato pubblicato.

A proposito di Calder (2)

Calder è un solitario, non incasellabile in nessuna scuola, avanguardia, tendenza artistica. A proposito dei primi mobiles, nel 1933 ha detto: “Non si può arrivare al valore estetico di questi oggetti per mezzo del ragionamento. È necessario familiarizzarsi con essi”. Dieci anni dopo, ha teorizzato: “la cosa più importante nella composizione è la disparità… Qualunque accenno di simmetria è decisamente da evitare”-

Quella di Calder è un’arte libera, mutevole ed enigmatica. C’è umorismo e teatralità nei suoi grandi lavori pubblici.
Precursore dell’arte cinetica degli anni Sessanta, fino alla morte, restò amico di Joan Mirò, Fernand Léger e Alvar Aalto.
Quanto alla collocazione spaziale delle sue opere, ha sostenuto: “Architetti e urbanisti sono per lo più inclini a collocare le mie cose davanti ad alberi o giardini. Commettono un grave errore. I miei mobiles e stabiles devono stare in spazi aperti, come piazze di città, oppure al cospetto di edifici moderni”.

Dovrò andare a Spoleto per vedere il suo Teodelapio (stabile del 1962).

Calder - Teodelapio - Spoleto

A proposito di Calder (1)

Calder - mobile

Sia il padre che il nonno di Alexander Calder (1898-1976) erano artisti, famosi scultori di opere pubbliche; il nonno era arrivato dalla Scozia nel 1868; la madre era pittrice. Alexander si laurea in Ingegneria meccanica nel 1919. Nel ’26 visita a Parigi, dove rimane fino al ’29: sul piroscafo del ritorno, conosce Louise James, che diverrà sua moglie (avranno due figlie). Per anni, la coppia passò metà del tempo a Parigi e in Francia. L’altra casa divenne quella di Roxbury, Connecticut, mentre lo studio era a New York City, realizzato in un’ex ghiacciaia.
Nel 1930, visitando l’atelier parigino di Piet Mondrian, gli viene da dire che forse avrebbe potuto essere divertente far oscillare quei rettangoli.
Mobile, è la parola con cui l’amico Marcel Duchamp definì le sue opere.
Stabile è il nome dato alle sculture fisse.

Quando Henri Matisse visitò una mostra di Calder, gli disse: “Sei un mago”. Era rimasto colpito dall’estrema semplicità degli strumenti impiegati: tenaglie, martelli, eccetera.
Alla fine degli anni Venti, Calder cominciò a studiare la tridimensionalità, con sculture figurative realizzate interamente in filo di ferro. Linee di filo di ferro tracciate nello spazio. Dell’ottobre 1930 il primo tentativo di astrazione pura: il passaggio dalla rappresentazione all’astrazione gli ispirò un’esplosione di creatività, che sarebbe culminata nell’invenzione del mobile – scultura mobile – una forma artistica radicalmente nuova, che coinvolge sia la vista che l’udito. Il primo mobile è del 1932.

Calder fa Helen Wills

Chi è Helen Wills?
Una grandissima campionessa di tennis, la terza per numero di Slam vinti: 19.
Più della Navratilova e della Evert, più di Serena, più di qualunque maschio (Federer sta a 17).
Più della Wills hanno vinto solo Steffi Graf (22) e Margaret Court (24).
Le sue vittorie cominciano nel 1923 (US Open) e finiscono a Wimbledon dodici anni dopo.
La tennista nordamericana non ha mai vinto in Australia – come Suzanne Lenglen: il viaggio, a quei tempi, era improbo – ma ha trionfato 8 volte a Wimbledon e 7 negli US Open (altre 4 a Parigi).

CALDER fa Helen Wills

Non sorprende, dunque, che Helen Wills abbia suscitato l’attenzione di Alexander Calder, l’artista americano divenuto celebre per le sue sculture cinetiche.
Calder realizza due opere sulla tennista: una nel 1927, l’altra l’anno dopo.
È evidente la differenza: la prima è più realistica, figurativa, la seconda più astratta.

Sto leggendo un po’ di cose su Calder, e questa coppia di sculture in fil di ferro mi sembra una perfetta sintesi della fase di passaggio dalla rappresentazione all’astrazione.