Operazione Shylock, Philip Roth, 1993

Mai avevo assistito a un gioco altrettanto abile nel rapporto fra verità e finzione, a un intreccio altrettanto complesso sui temi dell’identità. Il sottotitolo di Operation Shylock è “Una confessione”, ma nella nota finale Roth ci informa che questa confessione è falsa… Tradotto da Vincenzo Mantovani, l’immagine di copertina sembra di Chagall, invece è di Emilio Tadini (Oltremare, 1991).

Gennaio 1988: Philip Roth è un celebre scrittore ebreo americano, vive fra New York e Londra, ha pubblicato sedici libri, e scopre che un altro Philip Roth lo sta impersonando in Israele, dove si sta svolgendo il processo a John Demjanjuk, “il boia di Treblinka”; costui ha appena incontrato a Danzica Lech Walesa, per parlargli della sua idea di una nuova diaspora, da Israele ai paesi europei dai quali gli ebrei erano fuggiti.

Philip Roth da cima a fondo

Il narratore si trova dentro un incubo “classico” della letteratura occidentale, quello del sosia. Colui che sta scrivendo (il vero Philip Roth) confessa di essere appena uscito da un drammatico esaurimento nervoso, innescato dal dolore fisico successivo a un intervento chirurgico; per dormire, aveva assunto un sonnifero, l’Halcion (da tempo fuorilegge in altri Paesi) e questo farmaco gli aveva provocato effetti collaterali disastrosi, facendogli meditare il suicidio e provocandogli sensi di colpa verso l’anziano padre e verso la moglie Claire.

Nei suoi romanzi, Roth ha spesso usato alter-ego (Zuckerman, Portnoy, Tarnopol, Kepesh), queste altre identità gli sono servite per costruire fiction. E quell’uomo sotto processo è davvero John Demjanjuk?

Il “boia di Treblinka” era un ucraino fatto prigioniero dai nazisti e destinato a far funzionare la camera a gas. Quel John Demjanjuk era arrivato negli Stati Uniti nel 1952, viveva a Cleveland, Ohio, con la moglie ucraina e i quattro figli, tre nati in America… A Treblinka, “Ivan il Terribile” per oltre un anno aveva posseduto un potere assoluto, “poteva fare a chiunque tutto quello che voleva”. Uccideva fino a tremila persone al giorno. Picchiava, seviziava, sventrava… “In tutta la storia del mondo era mai stata concessa a qualcuno, in qualche posto, la possibilità di uccidere tante persone tutte da solo?”. Nell’aula processuale, davanti a trecento spettatori, Demjanjuk si presenta calvo, grasso; dietro di lui siede un figlio ventiduenne. Philip Roth li osserva: approfittando di un’intervista all’amico Aharon Appelfeld, è andato a Gerusalemme. E presto si trova faccia a faccia con l’altro Philip Roth. Leggi il resto dell’articolo

Patrimonio, Philip Roth, 1991

“A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dall’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”. Nel 1988, Herman Roth, padre di Philip (che aveva cinquantacinque anni), scopre di avere un cancro al cervello. In un attimo, una vecchiaia più che decorosa precipita in una condizione insopportabile. La condizione umana…

C’è un momento nella vita in cui si invertono i ruoli: il figlio diventa padre del proprio padre, restituisce una piccola parte di ciò che ha ricevuto, in termini di tempo, cure e affetto. Nonostante il sottotitolo – “Una storia vera”, la cui rappresentazione, fin dalla copertina, pretende il massimo della sincerità – c’è qualcosa di universale in questo drammatico cambiamenti, qualcosa che rimanda al brusco risveglio del protagonista della Metamorfosi di Kafka: la vecchiaia si profila sgradevole, puzzolente, impietosa. Stavolta il figlio scrittore non ricorre a un alter ego: racconta una delle più intense e amare fra le esperienze familiari: un’autobiografia con lo stile di un romanzo.

Il figlio sa di non poter impedire al padre di morire, ma non può evitare di farsene una colpa e cerca di stargli accanto. Si interroga su cosa sia giusto fare, se valga la pena correre il rischio di un intervento chirurgico o non sia il caso, piuttosto, di aspettare la fine senza aggiungere inutili sofferenze. Ai medici, il padre chiede solo una breve proroga all’inevitabile, due anni o meglio quattro. Con strepitosa potenza espressiva, Roth riproduce le proprie emozioni più intime, la logica raziocinante che d’improvviso lo abbandona.

Philip Roth da cima a fondo

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La macchia umana, Philip Roth, 2000

Philip Roth da cima a fondo

Settantuno anni lui, già preside e professore di lettere classiche, trentaquattro lei, che fa le pulizie in quel college e la mungitrice in un allevamento. Da qualche mese, Coleman Silk e Faunia Farley avevano una relazione segreta, ma Coleman l’aveva confessato all’amico Nathan Zuckerman, voce narrante, alter ego di Roth in tanti romanzi. Coincidenza: era l’estate del 1998, la stessa in cui si venne a sapere di Bill Clinton e della famosa stagista.

Ebreo del New Jersey, di sei anni più vecchio di Nathan, Coleman Silk aveva passato gran parte della sua vita nel college di Athena, nel Massachusetts, vicino ai monti Berkshire, dove Nathan si era rifugiato cinque anni prima.

Aveva avuto quattro figli dalla moglie Iris, morta due anni prima in seguito a un ictus; professore spettacolare, molto amato dagli studenti, a fine carriera era stato travolto da un grottesco, crudele processo in cui dovette difendersi dall’accusa di razzismo.

La parola incriminata è “spook”, traducibile con “spettri”, e ha un recondito significato dispregiativo per i neri. L’accusa era inconsistente, ma Coleman non sapeva quanti nemici si fosse fatto. Come nel Michael Kohlhaas di Kleist, è gigantesca la sproporzione fra il presunto delitto e i suoi effetti. Da un evento minimo, discendono conseguenze catastrofiche: secondo Coleman, la moglie Iris è morta di dolore. “Ecco di cos’ero testimone, il più delle volte, quando, il sabato sera, venivo a tenergli compagnia: di un disonore umiliante che continuava a rodere una persona ancora piena di vita”.

Dopo due anni di rabbia e furore, è la relazione con Faunia a risollevare Coleman, ridandogli una forte spinta vitale, “l’ebbrezza dell’ultimo amore”, paragonabile a quella di Aschenbach per Tadzio. Faunia rappresenta per Coleman un’autentica “rinascita”; Roth è straordinario nel descrivere l’ossessione amorosa di un uomo che viaggia verso “la fine della vita”, e mai si sarebbe aspettato di provare ancora certe emozioni. Leggi il resto dell’articolo

La mia vita di uomo, Philip Roth, 1974

In My Life as a Man, la finzione è quanto mai stratificata. Sembra che il protagonista della prima parte sia Nathan Zuckerman – il più frequente alter-ego di Roth – ma è l’espediente a cui ricorre il vero protagonista del romanzo, Peter Tarnopol, nel tentativo di narrare la propria vita come fosse un’invenzione letteraria. Zuckerman distorce, arricchisce, omette, cambia i veri nomi; la prima parte viene incasellata sotto il titolo Utili finzioni, a sua volta suddivisa in due racconti: Anni verdi e Corteggiare il disastro.

Secondogenito di una famiglia ebrea di Camden, New Jersey, intelligente e presuntuoso, con una salute cagionevole e il miraggio di fare lo scrittore, Nathan Zuckerman riesce a completare gli studi letterari, con un colpo di fortuna scampa alla mattanza in Corea, svergina un’adolescente ebrea che vuole compiacerlo in ogni suo desiderio, e infine “viene raggiunto dall’avversità. Avrebbe iniziato a pagare, per la vanità e l’ignoranza, certo, ma soprattutto per le contraddizioni: la lingua tagliente e la pelle tenera, le aspirazioni spirituali e i desideri libidinosi, i teneri bisogni infantili e le virili, solenni ambizioni”.

Peter Tarnopol è uno scrittore. Divenne famoso a ventisette anni con il suo primo romanzo, Un padre ebreo. È stato sposato con Maureen Johnson dal 1959 al ’62, quando si separarono legalmente. Maureen è morta nel 1966. Dal 1963 al ’66, Tarnopol ha avuto un’appassionata relazione con una giovane vedova, Susan. Fra il 1962 e il ’67, Tarnopol è stato in cura presso uno psicoterapeuta, Otto Spielvogel (colui che si limitava ad ascoltare il flusso di coscienza di Alexander Portnoy). Ora è Tarnopol che comincia a raccontare in prima persona. Anni verdi e Corteggiare il disastro erano suoi racconti.

Tarnopol dichiara la sua intenzione: riflettere sul disastroso matrimonio, sull’ossessione che aveva guastato otto anni della sua vita, usando gli strumenti della finzione narrativa, un po’ come si poteva decifrare la malattia polmonare di Hans Castorp, la trasformazione di Gregor Samsa in scarafaggio, o il “significato” della temporanea perdita del naso del protagonista del racconto di Gogol’. Niente di troppo diverso da una seduta psicanalitica… Leggi il resto dell’articolo

Lamento di Portnoy, Philip Roth, 1969

Sdraiato sul divano di un silenzioso psicanalista, Alexander Portnoy fa capire di essere lacerato da due opposti codici morali: il rispetto per i valori della tradizione (famiglia, religione, denaro, successo) e un formidabile impulso libertario, edonistico e sessuale. Dovere e piacere… Temo sia impossibile far capire quant’è acuto e divertente.

A trentatré anni (come Roth), Alex ha raggiunto una precisa coscienza di sé: “Dottore, la mia psiche è altrettanto difficile da capire quanto un sillabario! Mi dice lei che cosa me ne faccio io dei sogni? Che me faccio di Freud?”. Più avanti: “Io ho una vita priva di contenuto latente. A me i sogni mi succedono!”.

Da bambino, Alex è stato segnato da due fenomeni: l’ubiquità della madre casalinga e la stitichezza del padre assicuratore. Ebrei di Jersey City, Sophie e Jack si trasferirono a Newark quando Alex aveva sei anni e la sorella Hannah dieci. Da allora sono sempre vissuti a Newark, nel quartiere ebraico di Weequahic; da anni, Alex vive a New York, e va a cena da loro una volta al mese.

A scuola, Alex è sempre stato il primo della classe. Eppure, appena si comportava male, la madre minacciava di cacciarlo di casa. All’Alex adulto, è evidente che per quei genitori assillanti, vittimisti e insopportabili, lui era la prima ragione di vita. Avverte uno straziante senso di perdita e un’infinita gratitudine ripensando alle loro pretese di affetto; preoccupati di tutto, non facevano altro che dirgli cosa doveva e non doveva fare. Frase tipica: “Jack, diglielo tu, io non sono che sua madre”.
Avvolto in questa asfissiante bambagia, il bambino arriva a chiedersi: “Mamma, noi ci crediamo nell’inverno?”. Un dubbio che sintetizza un intero mondo.

“Poi venne l’adolescenza – metà della mia vita da sveglio trascorsa dietro la porta del bagno a spararmi una pugnetta”. Le aspettative dei genitori crescevano a dismisura: dalla stenografia al pianoforte, qualunque sacrificio andava fatto per assecondare Alex, e così lui accumulava sensi di colpa. Leggi il resto dell’articolo

Philip Roth e Ivan Klíma, su Kafka, Kundera e Havel, e sul traumatico passaggio dal socialismo reale alla cultura che sta sul mercato, con la “volgarizzatrice universale, la televisione commerciale”

Nel 1990, Philip Roth rivide a Praga il suo amico Ivan Klíma. Ne parla in Chiacchiere di bottega.

Nato a Praga nel ’31, internato dai nazisti a Terezin, Klíma è stato un oppositore del regime instaurato dai carrarmati dopo la Primavera di Primavera. Roth era legato a lui da un rapporto ventennale: “Nei primi anni Settanta, quando presi l’abitudine di fare un viaggio a Praga ogni primavera, Ivan Klíma era il mio principale istruttore di realtà”.

Dopo il ’76, Roth non riuscì più a ottenere il visto per entrare in Cecoslovacchia, ma continuò a corrispondere con l’amico, che nell’estate del 1978 era ormai così stremato, da dover ammettere: “A volte dubito che sia ragionevole rimanere in questa miseria per il resto della nostra vita… l’anormalità dura troppo a lungo ed è deprimente. Siamo continuamente perseguitati, e non basta che non ci sia permesso di pubblicare una sola riga in questo paese, veniamo anche sottoposti a interrogatori e molti miei amici sono andati in prigione per brevi periodi”.

Klíma racconta l’invenzione del “samizdat” all’inizio degli anni Settanta. Scrittori a cui era proibito pubblicare, presero l’abitudine di ritrovarsi una volta al mese a casa sua. Tra loro, Vaclav Havel, Pavel Kohout, Bohumil Hrabal, Jaroslav Seifert. Con una semplice macchina da scrivere, cominciarono a stampare samizdat in 10-20 copie (il costo di una copia era più che triplo rispetto a un libro normale). “Presto si venne a sapere quello che stavamo facendo. La gente cominciò a cercare quei libri… col passare del tempo le tirature crebbero, e anche i titoli e i lettori. Chiunque avesse la fortuna di possedere un samizdat era circondato da persone interessate ad averlo in prestito”. Secondo Klíma, furono così pubblicati migliaia di libri e almeno 200 diverse riviste. “L’aura del proibito” esercitò una forte attrazione sulle nuove generazioni. Leggi il resto dell’articolo

Chiacchiere di bottega, Philip Roth

Conversazioni fra “colleghi”: Roth si rivolge a scrittori con cui sente di avere affinità e condivisioni.

Sono conversazioni amichevoli, che trasudano curiosità e ammirazione. Discutono di memoria e intenzione politica, di come nasce la scrittura, di cosa si ciba il loro lavoro. Uno dei fili conduttori del libro è l’identità ebraica: sono sei gli artisti ebrei di cui Roth tratta nel volume, di cui quattro intervistati.

Shop Talk (2001), nella traduzione di Norman Gobetti (Einaudi, 2004), raccoglie gli incontri con Primo Levi (Torino 1986), Aharon Appelfeld (Gerusalemme 1988), Ivan Klíma (Praga 1990), Isaac Singer (New York 1976),due incontri con Milan Kundera a Parigi (1980), Edna O’Brien (Londra 1984), lo scambio epistolare con Mary McCarthy (1987), ilritratto di Bernard Malamud (1986), poi quello del pittore Philip Guston, infine una serie di rapide recensioni ai romanzi di Saul Bellow (2000).

All’intervista al ceco Ivan Klíma dedicherò un post specifico. Qui mi limito a qualche appunto sull’incontro fra Roth e Primo Levi.

Un venerdì di settembre del 1986 Roth arrivò a Torino “per riprendere una conversazione con Primo Levi iniziata un pomeriggio a Londra nella primavera precedente”.

Nella visita all’azienda chimica, scopre che Levi possiede il fiuto di un cane – l’odorato è una delle ragioni, ha scritto, che lo hanno spinto a diventare chimico –, ma anche che “è concentrato e immobile come uno scoiattolo” mentre ascolta gli ex colleghi che gli parlano. La sincerità di Levi: “Io credo che in quell’epoca il lavoro fosse in effetti per me una compensazione sessuale più che una vera passione”. Leggi il resto dell’articolo

Nemesi, Philip Roth, 2010

Philip Roth da cima a fondo

“Mentre correva con il giavellotto in alto, mentre allungava il braccio ben dietro il corpo, mentre lo riportava in avanti per rilasciare il giavellotto in alto sopra la spalla – e poi lo rilasciava come un’esplosione – ci sembrava invincibile”.

Sono le ultime parole che Philip Roth decise di affidare a un romanzo: stanno in Nemesis, tradotto da Norman Gobetti; all’epoca lo scrittore aveva settantasette anni.

La scena descritta è un flashback, riporta a Newark, New Jersey, la città natale di Roth, nell’estate del 1944. Il futuro scrittore aveva undici anni, quando la sua città venne investita da una spaventosa epidemia di poliomielite. Di polio ancora si moriva, il vaccino sarebbe arrivato solo nel 1955. Inevitabilmente, nel leggere Nemesi in questo disperante 2020, molte parole risultano profetiche.

Il narratore abitava nell’angolo sudoccidentale di Newark, la zona ebraica di Weequahic, mentre il primo caso di polio, emerso ai primi di giugno, si verificò in un quartiere italiano all’altro capo della città. Solo il 4 luglio, quando in città già si registravano quaranta casi, l’allarme suonò anche per gli ebrei. I vecchi ricordavano che nel 1916, l’epidemia di polio nel Nordest degli Stati Uniti aveva provocato 27000 casi e 6000 morti, 363 nella sola Newark.

In quell’estate del ’44, faceva un caldo infernale, c’erano sciami di zanzare, i piccoli ventilatori elettrici offrivano ben poco sollievo. E la polio terrorizzava: misteriosi le modalità del contagio e l’accanirsi sui più giovani, terribili la prospettiva del soffocamento, che si poteva scongiurare solo ricorrendo al “polmone d’acciaio”, e le infermità che gravavano sui sopravvissuti per il resto della loro esistenza. Non c’era vaccino per immunizzare, né medicina per curare, si sapeva che la malattia era estremamente contagiosa e che le vittime non erano solo bambini: Franklin Delano Roosevelt aveva contratto la polio a trentanove anni.

Il protagonista del romanzo si chiama Eugene Cantor, detto Bucky. Ma per i ragazzi era Mr Cantor. Lavorava come animatore del campo giochi estivo, aveva ventitré anni, non ci vedeva bene e perciò non era in guerra. Capelli a spazzola, occhiali spessi, alto poco più di un metro e sessanta, sportivo eccellente nei tuffi e nel lancio del giavellotto, Mr Cantor era molto amato dai ragazzi. Una decina di attaccabrighe italiani vennero al campo “ad attaccare la polio”, sputarono per terra, ma Bucky non indietreggiò; chiamò la polizia, poi organizzò il lavaggio e la disinfezione del campo. Dopo quell’episodio, divenne “un fratello maggiore idolatrato, protettivo ed eroico”. Leggi il resto dell’articolo

Philip Roth, Cinque racconti, 1959

Philip Roth da cima a fondo

Dopo la laurea, Roth insegnò per breve periodo all’università di Chicago. Dal 1958, decise di dedicarsi alla carriera di scrittore e si trasferì nel Lower East Side di Manhattan. Nel maggio 1959, pubblicò il suo primo volume, Goodbye, Columbus, sei racconti che gli fecero ottenere il prestigioso National Book Award. Questa edizione è tradotta da Vincenzo Mantovani.

Al successo dell’opera prima, seguì uno strascico di polemiche, suscitate dal tono irriverente, dall’ironia e dal sarcasmo con cui Roth descrisse il mondo da cui proveniva. Fra i temi cruciali che attraversano l’intera parabola rothiana, qui, in questi racconti, comincia la messa a fuoco del dilemma schizofrenico: quale appartenenza è più significativa, per un ebreo americano della seconda metà del Ventesimo secolo, all’America o al popolo ebraico? E così Roth verrà accusato di essere un self-hating jew, un ebreo antisemita.

La conversione degli ebrei

Il tredicenne Oscar Freedman, detto Ozzie, è orfano di padre e ha uno spiccato istinto polemico. In vista del bar-mitzvah, frequenta la sinagoga e pone domande scomode al rabbino Binder. Mette in dubbio l’ortodossia religiosa con domande di pura logica. La madre di Ozzie viene nuovamente convocata dal rabbino, e quando lo scopre, per la prima volta “lei gli diede uno schiaffo”. Ma Ozzie non cambia..

Il difensore della fede

Dalla voce di un reduce della Nona Armata rientrato dalla guerra in Europa, il sergente ebreo Nathan Marx, una piccola storia da Camp Crowder, Missouri, dove venivano addestrate le reclute. Al sergente si rivolge un diciottenne ebreo, tale Grossbart: parla anche a nome di due commilitoni, con la richiesta di modificare un’usanza consolidata nella gestione del campo. Segue una protesta per il cibo, non kosher. Viene coinvolto un deputato, che a sua volta coinvolge un generale e giù giù fino al comandante di Camp Crowder, molto seccato per questo… Leggi il resto dell’articolo

La ragazza di Tony, Philip Roth, 1959

PHILIP ROTH, DA CIMA A FONDO

Primo romanzo del ventiseienne Roth (Goodbye, Columbus). Fu Bompiani a portarlo in Italia, nel 1960, affidando la traduzione a Elsa Pelitti; rieditato da Einaudi nel 2012, insieme a cinque racconti.

Non è all’altezza dei migliori romanzi di Roth, certe emozioni sono solo sfiorate e certe descrizioni sembrano quasi trattenute, ma lo stile è già limpido, i dialoghi spumeggianti. Goodbye, Columbus ha a che fare con un’università dell’Ohio e una canzone patriottica che il fratello maggiore di Brenda, la protagonista, trova commovente. Ma perché tradurre Neil con Tony?

Il protagonista, infatti, si chiama Neil Klugman, ha ventitré anni ed è un ebreo di Newark. Sua la voce narrante. Da un anno, Neil vive nella casa degli zii Gladys e Max; i genitori si sono trasferiti in Arizona per curare l’asma. Dopo la laurea e il servizio militare, Neil ha trovato lavoro nella biblioteca pubblica di Newark. Ai bordi di una piscina, conosce Brenda, una bella ragazza un po’ miope. È estate, tempo di vacanze, per questo Brenda è tornata dai suoi nel New Jersey; studia a Boston, nella prestigiosa Radcliffe.

«La prima volta che la vidi, Brenda mi chiese di tenerle gli occhiali. Poi avanzò fino all’orlo del trampolino e guardò confusamente nella piscina; fosse stata asciutta, miope com’era, non se ne sarebbe accorta. Si tuffò mirabilmente, e dopo un attimo stava già tornando indietro a nuoto verso il bordo della piscina, con la testa dai capelli corti biondo rame alta sull’acqua e tesa davanti a lei come una rosa dal lungo stelo… La guardai mentre si allontanava. A un tratto si portò le mani dietro la schiena. Prese il fondo del costume tra il pollice e l’indice e rimise a posto quel po’ di carne che si era scoperta. Mi si rimescolò il sangue. Quella sera prima di cena, le telefonai».

Neil e Brenda cominciano a frequentarsi. Presto, lui viene invitato a cena dai Patimkin, famiglia assai benestante, che dal quartiere ebraico di Newark si è trasferita nel quartiere residenziale di Short Hills: Brenda ha potuto rifarsi il naso, nuota, va a cavallo, gioca a tennis, ha un fratello maggiore e una sorellina di dieci anni. Nella casa lavorano due domestici, i Patimkin hanno un grande magazzino di cucine e lavandini. Leggi il resto dell’articolo

Ho sposato un comunista, Philip Roth, 1998

«Ho sposato un comunista» – lo scopriremo ben oltre la metà del romanzo – è il titolo dell’autobiografia di Eve Frame, la moglie di Ira Ringold, ma a raccontare i fatti è Murray Ringold, il fratello maggiore di Ira, e la loro stesura è opera di Nathan Zuckerman, cioè Roth. Ed è solo la cornice di un racconto avvincente, denso di riflessioni politiche ed esistenziali.

Nel corso di sei lunghe conversazioni notturne, Nathan Zuckerman si sente raccontare la storia di un uomo morto da trent’anni: Ira Ringold. A ricordarlo è il fratello, l’ormai novantenne Murray, dal 1946 insegnante d’inglese di Nathan al liceo di Newark, New Jersey.

Ira Ringold era stato un fondamentale punto di riferimento per Nathan adolescente. Verso Nathan, Ira provava un grande affetto, gli piaceva quel ragazzino assetato di cultura e facile all’indignazione. A quasi mezzo secolo di distanza dai fatti, la parabola di Ira viene ricostruita da Murray: ascoltandolo e facendo domande, Zuckerman rimette in ordine i propri ricordi. Trovo splendida questa sua frase: “Oggi, ogni tanto, volgendomi indietro, ripenso alla mia vita come a un lungo discorso che ho ascoltato”.

È strabiliante la maestria di Roth nel comporre l’affresco storico: accenna a Ira e alla moglie Eve ben prima che diventino i protagonisti, fornendo al lettore le coordinate essenziali degli anni del maccartismo, quando un viscerale anticomunismo dilagò nella società americana.

Ebreo di Newark, Ira Ringold era uomo di “vibranti passioni”, intransigente, irriducibile, animato da autentica rabbia verso le ingiustizie, di quelli che si spezzano ma non si piegano. Entrò nel Partito Comunista d’America appena rientrato in patria dopo la Seconda guerra mondiale. Passò da lavori modesti alla celebrità, recitando Abramo Lincoln in radiodrammi con il soprannome di “Iron Rinn”. Conobbe Eve Frame, già star del cinema muto, la sposò, di trovò in un ambiente molto lontano dal suo, e fu l’inizio della rovina.

PHILIP ROTH DA CIMA A FONDO

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Guardando Kafka, Philip Roth, 1973

Prezzo assurdo, 8 euro, per un libretto di 33 paginette tradotte da Norman Gobetti, consigliabili solo ai fans acritici e ai collezionisti compulsivi di Roth. Quelli come me, insomma, che cambiano umore alla lettura delle poche pagine che Roth dedica all’immaginario incontro avvenuto nel 1942 fra il sopravvissuto cinquantanovenne Franz Kafka e zia Rhoda, che da quasi vent’anni veniva inutilmente presentata agli scapoli e ai vedovi del New Jersey settentrionale.

Scritto nel 1973 per la American Review, quando l’autore aveva quarant’anni, Looking at Kafka comincia con l’osservazione di una fotografia del quarantenne scrittore praghese: era il 1924, “l’anno più dolce e pieno di speranze della sua vita adulta, e l’anno della sua morte”. La foto rimanda tratti fisiognomici che l’ebreo Roth ha rivisto in tanti compagni di classe; “crani cesellati come questo furono spalati a migliaia dai forni; se fosse sopravvissuto, il suo sarebbe stato fra quelli”). Ad Auschwitz morirono tre sorelle di Kafka. Roth si chiede cosa sarebbe successo – della sua vita e delle sue opere – se fosse vissuto più a lungo, guarito dalla tubercolosi e scampato all’Olocausto.

Nei panni del critico letterario, Roth spiega il desiderio di distruggere le proprie pagine, sempre incomplete, con “una follia perfezionistica e un insaziabile desiderio di solitudine e purezza spirituale”.

Ma undici mesi prima di morire (3 giugno 1924, di tubercolosi in un sanatorio di Vienna), nel giugno 1923, in vacanza sul Baltico Kafka conobbe Dora Dymant, diciannovenne ebrea di origine polacca. Lo scrittore praghese era già stato fidanzato due volte, con ragazze ebree, e aveva interrotto quelle relazioni (sempre platoniche) per l’incapacità di superare certe paure. La relazione sentimentale più intensa fu con Milena, a sua volta lasciata con la promessa che lei non l’avrebbe più cercato; Roth riporta parte del profetico necrologio che Milena fece pubblicare alla morte dell’amato. Leggi il resto dell’articolo

L’umiliazione, Philip Roth, 2009

The Humbling, nella traduzione di Vincenzo Mantovani, è il trentesimo e penultimo romanzo di Roth. Protagonista è Simon Axler, “ultimo dei grandi attori del teatro classico americano”, quello che porta sui palcoscenici le opere di Shakespeare e Cechov.

“Massiccio e corpulento, alto quasi due metri, con una grossa testa calva”, passati i sessant’anni, all’improvviso Axler “aveva perso la sua magia”, smarrito “ogni forma di spontaneità e vitalità”, non riusciva più a immedesimarsi nei personaggi. Un tempo, “quando recitava, non pensava a niente”; ora, prima di ogni rappresentazione, “pensava tutto il giorno a cose che non gli erano mai venute in mente in vita sua”. Entrare in scena divenne una sofferenza, “ogni parola che pronunciava sembrava recitata anziché detta”. La crisi fu terribile, meditò lungamente il suicidio.

Quelle iniziali, mi paiono le pagine migliori. Il grande attore scopre l’umiliazione, il sentimento che si impone quando ci si sente fuori posto, quando frana la propria idea di sé e del proprio ruolo nel mondo.

Axler chiese al medico di farlo ricoverare in una clinica psichiatrica, dove rimase ventisei giorni. L’unico sollievo, lo ricavava nell’ascoltare gli altri ospiti, in particolare gli aspiranti suicidi. Fra loro, Sybil: il trauma di quella trentacinquenne era tanto spaventoso quanto nitido, risaliva all’aver visto il secondo marito fare sesso con la sua bambina di otto anni… Leggi il resto dell’articolo

Il fantasma esce di scena, Philip Roth, 2007

In Exit Ghost tornano ed esplodono le classiche ossessioni di Roth: realtà e finzione, desiderio e impotenza, emotività e concentrazione, sesso e malattia, il tragicomico senso della vita…

Fra fine ottobre e i primi di novembre del 2004: tutto si concentra in una settimana. Invecchiato come il suo artefice, Nathan Zuckerman ha settantuno anni, gli ultimi undici passati in isolamento volontario sulle montagne del Berkshire, duecento chilometri a nord di New York. Come Roth, è ebreo e ha vissuto a Newark, New Jersey; come Roth, ha legato il suo nome a un clamoroso, controverso successo editoriale scritto in gioventù (Carnovsky equivale a il Lamento di Portnoy). A differenza di Roth, ha deciso di vivere fuori dal mondo, rompendo i ponti con il presente, undici lunghi anni di totale solitudine. Persino l’11 Settembre l’ha spinto solo alla rapida lettura di qualche articolo di giornale; per il resto, niente cinema o televisione, niente internet, la tv solo per il baseball, contatti personali sempre più rarefatti. E niente politica. Aveva ascoltato musica, compiuto lunghe passeggiate nei boschi, nuotato nello stagno. E poi, aveva scritto e riscritto, letto e riletto autori conosciuti tanti anni prima (per esempio, Conrad).

In questo romanzo, si alternano scene vissute ad altre solo immaginate (con dialoghi assai dettagliati). Perché Nathan Zuckerman ha così bisogno di scriverle? Perché, per persone come lui, “il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita il cui significato arriva a contare di più”.

Nove anni prima, gli era stata asportata la prostata, rendendolo incontinente e impotente. È tornato a New York al fine di sottoporsi a un piccolo intervento chirurgico: iniezioni di collagene dovrebbero restituirgli il controllo della vescica; ma non ci crede, anzi nella sala d’aspetto ripensa all’ultimo amico, morto suicida un anno prima, dopo che gli era stato diagnosticato il cancro. Zuckerman avverte sintomi sempre più frequenti di “erosione della memoria”, di un “lento e progressivo scivolare verso il rimbecillimento”. La sua memoria prodigiosa ora lo lascia spesso in balia dell’incertezza. Leggi il resto dell’articolo

Inganno, Philip Roth, 1990

Tradotto da Raul Montanari, è un piccolo romanzo estremo, tutto in forma di dialoghi, quasi sempre nell’intimità dolce e claustrofobica della stanza in cui si trovano, si amano e parlano un uomo di mezza età e una donna più giovane.

Entrambi sposati (lei ha anche una figlia), gli amanti scandagliano le forme dell’attrazione e la profondità dei rispettivi sentimenti. Si frequentano da circa un anno e mezzo. Lui è Philip, scrittore ebreo americano provvisoriamente trasferito a Londra. Lei sa che il marito ha un’altra, da tempo non prova alcuna attrazione sessuale verso di lui, ma non intende chiedergli il divorzio. Ci sono anche dialoghi fra Philip e altre ex amanti (una ragazza cecoslovacca, una che fu sua studentessa, una che si è appena scoperta malata di cancro).

Roth indaga nella particolare bolla di intimità che nasce nell’adulterio. L’adulterio è eccitante anche perché costituisce un “esercizio di slealtà”; la coppia ha un nascondiglio segreto, ed è solo lì che vive. Non ci sono azioni, solo conversazioni. Parole pronunciate prima o dopo aver fatto l’amore. A volte somigliano a sedute di psicanalisi, lei si confida, lui ascolta e mentalmente prende appunti per un libro. Nello stilare un’autopsia dell’adulterio – immancabile, l’esplicito omaggio a Emma Bovary – il protagonista ammette di averlo praticato sia con le mogli di amici che con le mogli di estranei, e tuttavia costruisce varie scatole cinesi per poter usare dialoghi e situazioni veri e trasfigurarli nell’immaginazione letteraria.

L’argomento centrale, in fondo, non è l’adulterio ma la letteratura: “Nel cuore della natura dello scrittore c’è il capriccio”. Non la purezza, semmai la curiosità, le fissazioni, le perplessità, l’infantilismo. Per diventare uno scrittore, occorre perdere gli scrupoli… Ogni tanto sembra solo uno sfoggio di gelida intelligenza, con frasi apodittiche e banali come: “Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura”.

Philip sa – e non lo nega – di strumentalizzare il sesso, la passione, l’amore per ottenere spunti narrativi. Arriva a concludere che quella relazione adulterina sia destinata ad attraversare una serie di fasi: l’iniziale distrazione evolve in tentazione, segue il divenire fonte di fantasie, poi di possibilità concrete, infine, inevitabile, la delusione. Leggi il resto dell’articolo

Il teatro di Sabbath, Philip Roth, 1995

Il ventesimo romanzo di Roth fa eccezione alla regola Einaudi: a pubblicare Sabbath’s Theater fu Mondadori, nella traduzione di Stefania Bertola. In queste pagine, Roth non si limita a continui salti temporali, abbatte il confine tra la prima e la terza persona, alternando la voce dello scrittore onnisciente a quella di Mickey Sabbath, l’oltraggioso protagonista.

Nato nel 1929, Morris Sabbath, detto Mickey, ci viene presentato a 64 anni con un insaziabile appetito sessuale. Ha un’amante, Drenka Balich, di 52, che un giorno gli pone questo ultimatum: “Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita”.

Sono amanti da tredici anni, entrambi sposati: Drenka con Matija Balich, Mickey con Roseanna, lei ha anche un figlio, Matthew, poliziotto di pattuglia. Fra Drenka e Mickey, la complicità sessuale ha costruito un legame “di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza”. Non particolarmente bella (“attestata sul più provocante limitare del sovrappeso”), Drenka emana un’energia sessuale persino superiore a quella dell’amante. Nonostante l’età, la condotta di Mickey è rimasta amorale e sfrenata: di fronte all’ultimatum, fa resistenza, ma gli sovviene il pensiero che “l’estrema perversione per un libertino è essere fedele”. Drenka gli confessa di avere un tumore. Ne morirà sei mesi dopo.

Mickey Sabbath è descritto così: “un uomo piccolo e tarchiato con la barba bianca e irritanti occhi verdi e dita tormentate dall’artrite deformante”. In superficie, non somiglia a Roth, ma è ebreo, è nato e ha vissuto infanzia e adolescenza nel New Jersey. Il ritratto che scaturisce da questo romanzo è quello di un monumento alla vitalità e alla degradazione, al dubbio che vi sia un unico modo per sconfiggere Thanatos: attraverso l’Eros.

Quella imbastita da Roth è una struttura temporale fra le più complesse in cui mi sia imbattuto. Seguendo la trama orizzontale, tutto si svolge in pochi giorni dell’aprile 1994, ma le trame verticali scavano nel tempo, avanti e indietro, dagli innocenti anni Trenta nel New Jersey al dopoguerra nei bordelli per marinai, dalla vita newyorkese nei Cinquanta e Sessanta all’immaginaria località montana di Madamaska Falls, New England, dove il racconto prende il via. Leggi il resto dell’articolo

La nostra gang, Philip Roth, 1971

Our Gang, tradotto da Norman Gobetti, venne composto mentre Richard Nixon, detto Tricky, stava alla Casa Bianca, nella seconda parte del suo primo mandato. Rivincerà le elezioni nel novembre 1972, anzi le stravincerà (anche perché fece spiare gli avversari, all’hotel Watergate). È una lettura che sembra riverberarsi sugli anni di Donald Trump.

Tricky stava in politica dal 1946, ma gli piaceva definirsi un avvocato. Usava il linguaggio capziosi degli avvocati.

Reduce dal trionfo di Il lamento di Portnoy, Roth mostra di non avere timore di cambiare registro. Sfacciato, nella parossistica dissacrazione del potere, il quinto romanzo tocca nuovi vertici di grottesco. È una satira politica che non fa prigionieri: mi ha fatto pensare al Dottor Stranamore, più che a La fattoria degli animali… Roth non si limita a sbeffeggiare l’autorità politica, colpisce anche chi dovrebbe fare da cane da guardia; nella conferenza stampa, i giornalisti accreditati sono Mr Leccaculo, Mr Audace, Mr Sagace, Mr Rispettoso e Miss Incantevole. Il film preferito da Tricky? Patton; l’aveva visto molte volte, l’ultima insieme a Kissinger subito prima di scatenare l’esercito in Cambogia.

Scritto sotto forma di dialoghi o monologhi, il romanzo si sviluppa in sei atti teatrali:

  • Tricky rassicura un cittadino preoccupato
  • Tricky tiene una conferenza stampa
  • Tricky ha un’altra crisi; ovvero, la riunione di spogliatoio
  • Tricky parla alla nazione
  • L’assassinio di Tricky
  • Il ritorno in auge; ovvero, Tricky all’Inferno

Meditando con i suoi più stretti collaboratori sul contenuto di un discorso televisivo che dovrà ribadirne l’assoluta moralità, Tricky valuta di mostrare “un grafico in cui fossero enumerate le ore che ho dedicato ad attività umane ordinarie come il tramare, il complottare, il diffamare e così via, in confronto a quelle che ho passato ad avere rapporti sessuali”.

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Indignazione [Indignation], James Schamus, 2016 [filmTv63] – 8

Un’anziana donna dallo sguardo assente osserva i fiori nella tappezzeria della sua casa di riposo. Segue un mortale combattimento notturno nel corso della guerra di Corea. Si riveleranno essere due premesse successive ai fatti narrati.

Portare al cinema le pagine di Philip Roth è assai complesso. Il cinquantaseienne Schamus – collaboratore di Ang Lee nella sceneggiatura di La tigre e il dragone e nella produzione di Brokeback Mountain – per l’esordio alla regia, ha avuto l’accortezza di scegliere un romanzo breve (2008), focalizzato su due personaggi e con scene da ricalcare al millimetro. Avrebbe comunque fallito se la scelta dei due protagonisti – Marcus e Olivia – fosse stata meno che discreta. Invece, è ottima; fra qualche anno, si potrà rivalutare questo film alla luce del successo di due giovani attori nel frattempo esplosi.

Logan Lerman e Sarah Gadon sono Marcus Messner e Olivia Hutton; accanto a loro, Tracy Letts fa il decano Caudwell, Linda Emond è la madre di Marcus, Pico Alexander è lo studente Cottler.

Ho visto Lerman (1992) nella miniserie Hunters, accanto ad Al Pacino, era il fratello minore di Christian Bale in Quel treno per Yuma e Cam, uno dei figli di Noah). Quanto alla Gadon (1987) era stata la moglie di Carl Gustav Jung in A Dangerous Method, protagonista assoluta nella miniserie Grace e accanto a James Franco in 22-11-63.

La trama ricalca il romanzo, con un’abile ellissi finale. Descrive l’educazione sentimentale di Marcus Messner, diciottenne ebreo del New Jersey, che nel 1951 frequenta un college ultraconservatore nell’Ohio. Intelligente e ipersensibile, con qualche problema di socializzazione, ateo e intransigente, Marcus è un solitario, non si iscrive ad alcuna confraternita, la sua vita svolta quando conosce Olivia.

I due sfiorano la più incompiuta delle storie d’amore, accomunati da una diversa ma altrettanto terribile fragilità, che quel sistema sociale farà precipitare nel dolore.

Indignazione, Philip Roth, 2008

Indignation, tradotto da Norman Gobetti, è il terzultimo romanzo di Roth: un centinaio di pagine ambientate all’epoca della guerra di Corea.

La voce narrante è quella del protagonista, un giovane ebreo, Marcus Messner, detto Markie, che comincia a frequentare il college un paio di mesi dopo il 25 giugno 1950, quando “le ben addestrate divisioni della Corea del Nord, armate dai comunisti sovietici e cinesi, avevano attraversato il 38° parallelo”.

Marcus è nato e cresciuto nel New Jersey. Figlio unico, il padre è un macellaio kosher figlio di macellaio kosher. Nei sette mesi fra il diploma delle superiori e il college, Marcus ha lavorato nella macelleria accanto al padre, che gli ha insegnato tutto sulle diverse carni, senza riuscire a togliergli il disgusto per il sangue e, soprattutto, per la sviscerazione dei polli. Periodo faticoso, meraviglioso: “E adoravo mio padre, e lui me più di quanto fosse mai successo prima”. Quando comincia il college, il cambiamento appare traumatico: il padre vede pericoli ovunque, lo assilla fino allo sfinimento, le sue paure irrazionali diventano insopportabili, e così, alla fine del primo anno, Marcus decide di trasferirsi a Winesburg, Ohio, 800 chilometri a nord-ovest.

Per mantenersi, lavora in una locanda. Studia sodo. Vuole continuare ad avere il massimo dei voti. Per lunghi mesi non fa altro che studiare e lavorare. “Ogni tanto vedevo una ragazza che mi attraeva, e mentre correvo avanti e indietro con i boccali di birra, mi voltavo a darle un’occhiata. E quasi sempre scoprivo che il suo accompagnatore era l’ubriaco più aggressivo e odioso della serata”. A Winesburg sono iscritti un migliaio di studenti, meno di cento sono ebrei, appena tre gli afroamericani. Marcus non è un “ebreo osservante”, semmai “un fervente ateo”. Non riesce più ad accettare l’atteggiamento iperprotettivo del padre, ma intimamente teme di fare un passo falso, che lo faccia espellere dall’università e lo mandi nella giungla coreana, dove i morti americani sono già migliaia…

Nel frattempo, si tiene alla larga dalle confraternite studentesche. E poi adocchia una studentessa del secondo anno… “Due cose mi ammaliarono. Una era la scriminatura fra i suoi deliziosi capelli. Non ero mai stato così vulnerabile alla scriminatura fra i capelli di una ragazza. L’altra era la sua gamba sinistra che, accavallata sulla destra, dondolava ritmicamente su e giù”. Si chiama Olivia Hutton.

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Quando lei era buona, Philip #Roth, 1967

Tradotto da Norman Gobetti, When She Was Good, terzo romanzo di Roth, affonda nella sua esperienza diretta, il disastroso matrimonio con la prima moglie, Margaret Martinson Williams, rielaborata nella protagonista del romanzo, Lucy Nelson.

Fin da bambina (era nata nel 1931, in piena Depressione), Lucy dovette crescere all’interno di una famiglia disfunzionale: padre alcolizzato, madre succube, Duane e Myra per lunghi anni avevano vissuto nella casa dei genitori di lei. Duane e Myra si amavano, ma lui era un uomo debole, privo di fiducia in se stesso, ricadeva immancabilmente negli stessi errori. Cresciuta dai nonni materni, in un’asfittica cittadina del Midwest – tutto il romanzo si sviluppa in Ohio, tra Liberty Center e Fort Kean -, anche per sfuggire a quella situazione, Lucy si sposò giovanissima, alla fine del primo anno del college. Era rimasta incinta di Roy Bassart, poco più che ventenne.

Roy aveva passato sedici mesi in una base sperduta alle Aleutine, fra l’Alaska e la Kamchatka. Al ritorno a casa non sapeva cosa fare: dormiva molto, mangiava molto, sognava di viaggiare. Gli piaceva oziare, evitando di compiere scelte definitive.

Crescendo, Lucy aveva consolidato un carattere orgoglioso, il cui fulcro si può così sintetizzare: “non avrebbe più permesso a nessuno di farla sentire inferiore”.

Quando si scoprono attratti uno dall’altra, Lucy e Roy non hanno la minima esperienza sentimentale, tantomeno sessuale. Comprare dei profilattici, dice lui, è troppo imbarazzante, in paese tutti si conoscono, tutti sanno che loro due escono insieme. Ma è solo quando Roy le dice di essere ancora vergine, a 21 anni, che la fa sentire importante… Lui le chiede di fidarsi, alle Aleutine ha sentito parlare di una tecnica “chiamata interruzione”, e, “purtroppo, lei voleva così tanto fidarsi, che si fidò”. Leggi il resto dell’articolo

Il Grande Romanzo Americano, Philip Roth, 1973

Word Smith, detto Smitty, è arrivato a 87 anni con una notevole logorrea e una memoria prodigiosa. O forse è un folle.

Siamo nel 1973, Smitty conosce un sacco di storie, fra quelle che gli sono state raccontate e le innumerevoli di cui è stato testimone diretto. Ben quattro Presidenti l’hanno invitato alla Casa Bianca, ha baciato l’anello di più di un Papa, è stato amico di Hemingway… Che ci faceva con quei Presidenti? Giocava a pinnacolo e rifiniva la loro prosa: ha sempre saputo giocare con le parole, gli hanno affidato la revisione di qualche Discorso sullo stato dell’Unione.

Per decenni, Smitty ha fatto il giornalista sportivo. Sa tutto del baseball, il passatempo nazionale. Non sa darsi pace, è infuriato con le autorità sportive per la cancellazione della storia della Patriot League, avvenuta nel 1946, dopo mezzo secolo di partite; la Patriot era la terza lega professionistica, accanto alla National e all’American.

“Come tutti sanno i ragazzi vorrebbero essere dei grandi giocatori di baseball, mentre i grandi campioni vorrebbero essere ancora dei ragazzi”.

Il commissioner della lega era il generale Douglas D. Oakhart. Otto franchigie: Tri-City Tycoon, Aceldama Butcher, Independence Blue, Terra Incognita Ruster, Tri-City Greenback, Asylum Kopere, Kakoola Reaper, Ruppert Mundy.

Smitty comincia a raccontare di cosa accadde nel 1933, quando la Patriot League fu travolta dall’ingresso di un diciannovenne insopportabile: Gilbert Gamesh, il lanciatore dei Tri-City Greenback, capace di eliminare al piatto tutti i battitori avversari, stabilendo record impossibili da battere, ma privo di umiltà e irrispettoso delle regole, al punto che cominciò a odiare il miglior arbitro, Mike “the Mouth” Masterson. Leggi il resto dell’articolo

Cosa pensava Hemingway del “grande romanzo americano” (o, almeno, cosa pensava Roth di quel che avrebbe pensato Hem)

Domani pubblico un post su Il Grande Romanzo Americano, il libro che Philip Roth pubblicò nel 1973.

La voce narrante è quella di Smitty, l’87enne Word Smith, ancora dotato di una logorrea e di una memoria prodigiose.

Negli anni Trenta, Amitty era stato un grande amico di Hemingway, avevano pescato i marlin insieme. Sono esilaranti le valutazioni di “Hem” sulle opere più celebrate della letteratura americana; Hem le pronuncia durante una battuta di pesca davanti a Smitty e a una giovane laureata in letteratura alla Vassar, tanto affascinata quanto intimidita dal burbero, grande scrittore. Ecco alcune delle sue stroncature metaletterarie.

Moby Dick di Herman Melville? «Cinquecento pagine di grasso di balena, cento pagine sul pazzo Achab e una ventina su come sono bravi i negri con l’arpione».

Huckleberry Finn di Mark Twain? «Un libro su un ragazzo e uno schiavo che cercano di scappare di casa. Sugli ubriaconi e sui ladri e sui matti che incontrano. Una storia di avventura per ragazzi. Un libro di un tale che sta pensando come sarebbe bello essere ancora giovani. A quando i matti e gli alcolizzati erano sempre gli altri e non tu. Roba per piccoli».

La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne? «Un libro dove l’unico che ha le palle è la protagonista».

L’urlo e il furore di William Faulkner? «Una storia narrata da un idiota. Illeggibile».

La conclusione di Hem è drastica: il Grande Romanzo Americano non è ancora stato scritto. Sperava di essere lui a farlo… La convinzione di Smitty è che quest’opera letteraria dovrà ruotare intorno al baseball. Ed ecco delinearsi l’epopea rimossa della Patriot League. A domani…

Everyman, Philip Roth, 2006

Comincia con un funerale, nel cimitero ebraico di Elizabeth, New Jersey, subito a sud di Newark. In mezza pagina, Roth fotografa il defunto, 71 anni, l’uomo senza nome che farà da protagonista del romanzo, descrivendo chi si è recato all’ultimo saluto: dalla figlia Nancy, che ha organizzato tutto, ad alcuni ex colleghi pubblicitari di New York, qualche amico pensionato, i due figli maschi avuti dalle prime nozze (Randy e Lonny), il fratello maggiore Howie, 77 anni, una delle tre ex mogli (quella di mezzo, la madre di Nancy) e infine Maureen, l’infermiera privata che l’aveva assistito dopo l’operazione al cuore di sedici anni prima.

Il morto aveva lungamente lavorato nella pubblicità, faceva l’art director, gli piaceva dipingere e nuotare. Da bambino, amava i vecchi orologi stipati in un cassetto dal padre gioielliere. Dopo l’ultimo divorzio, dieci anni prima, viveva solo. Con Maureen, aveva avuto una relazione intensa, all’insaputa della terza moglie.

Con Everyman, Roth ha vinto per la terza volta il Premio Pen/Faulkner per la narrativa. Questo romanzo breve, tradotto da Vincenzo Mantovani, viene presentato da Einaudi con un’insolita copertina, tutta nera. La morte è onnipresente, certi passaggi arrivano spaventosi. Per esempio: “In tutto lo stato, quel giorno, si erano celebrati cinquecento funerali come il suo, altrettanto di ordinaria amministrazione”.

La vecchiaia, inutile illudersi, “non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro”. E l’intensità dei ricordi non fa che sottolineare la fragilità del presente: “Correva a casa a piedi nudi, bagnato ed incrostato di sale, ricordando la forza di quel mare immenso che gli ribolliva nelle orecchie e leccandosi un braccio per sentire il sapore della pelle rinfrescata dall’oceano e cotta dal sole. Insieme all’estasi di un’intera giornata trascorsa facendosi sbatacchiare dall’oceano fino a rincretinirsi, quel sapore e quell’odore lo inebriavano talmente da spingerlo quasi al punto di affondare i denti nel braccio per strapparne un boccone di se stesso e sentire il sapore della propria carnale esistenza”. Leggi il resto dell’articolo