Gabriele Basilico, la fotografia fa capire il mondo, a volte può persino migliorarlo

Gabriele_Basilico_a_Padova

Ho controllato: era la fine di giugno del 1994 quando vidi una mostra di Gabriele Basilico alla GAM (Galleria d’Arte Moderna) di Bologna.
Una mostra folgorante: quei bianchi e neri rivelavano come il paesaggio industriale pulsasse di vita, quelle geometrie illuminavano una razionalità che, dopo aver segnato un paio di secoli, mostra l’usura del tempo. E del senso.

Saper mostrare la sostanza e lo sfinimento di questo paesaggio è stato il merito di un grande intellettuale italiano, non a caso più conosciuto e apprezzato all’estero.

Gabriele Basilico_Mestre

#MannAct. #JackJohnson.

Ho trovato una magnifica fotografia di Jack Johnson accanto alla prima moglie, Etta Terry Duryea. Risale al 1911.
Jack Johnson è stato il primo pugile nero a diventare campione del mondo dei pesi massimi.

Jack Johnson e la prima moglie EttaFiglio di schiavi, faticò a farsi largo: cominciò a combattere quando era ancora illegale che un nero osasse sfidare un bianco. Spavaldo, accumulò avvertimenti e intimidazioni da parte del Ku Klux Klan, e per un lungo periodo ritenne più salutare combattere fuori dai confini degli Stati Uniti. Conquistò il titolo mondiale il 26 dicembre 1908 a Sydney, Australia, demolendo il canadese Tommy Burns, e l’odio dei bianchi venne ancor più eccitato dal matrimonio con questa donna bianca.

Negli USA è tuttora in vigore una legge chiamata White Slave Traffic Act (Legge contro la tratta di schiave bianche), che proibisce il trasporto di donne minorenni da uno Stato all’altro senza il consenso dei genitori. Nata per contrastare la prostituzione di giovani donne bianche, la legge nella sua forma originaria risale al 1910, ed è meglio nota come Mann Act, dal nome del suo estensore, il deputato James Robert Mann. Non mancano i casi in cui il Mann Act è stato usato a scopi di persecuzione politica: fra le vittime, Charlie Chaplin.

Nel 1913, l’FBI incastra Johnson con l’accusa di induzione alla prostituzione e puntuale arriva la condanna al carcere (la completa riabilitazione è stata chiesta nel 2005 dai senatori Edward Kennedy e John McCain). Per sette anni, Johnson è il campione del mondo dei massimi, per altri sette, dopo la condanna, se ne sta lontano dagli USA.

Per tutta la vita, mostra una singolare disinvoltura nello scandalizzare i benpensanti: si fa vedere al volante di auto sportive, diventa l’amante di Lupe Vélez, diva del cinema muto, in Europa si fa fotografare accanto a famose cantanti di cabaret. Si sposa tre volte, sempre con donne del colore sbagliato.

#D’Alema ammette oggi che fu un errore nel ’98 prendere il posto di Prodi. Anche gli errori successivi li ammetterà con 15 anni di ritardo.

Indiani, di Edward Sheriff Curtis

Dai primi del Novecento e per quasi trent’anni, Edward Sheriff Curtis (1868-1952) ha studiato i pellerossa, gli indigeni a nord della frontiera messicana e a ovest del Mississipi, li ha fotografati, ha raccolto documenti, testimonianze, musiche: più che un fotografo, è stato un antropologo autodidatta. Ne è derivata una monumentale enciclopedia in 20 volumi – “The North American Indian” – che contiene oltre 2000 fotografie in bianco e nero, selezionate dopo aver visitato 80 diverse tribù.
Dei pellerossa, Curtis conquista la fiducia e immortale la tradizione. Le sue immagini restituiscono la dignità di un popolo sconfitto, ne catturano la fierezza, ne amplificano lo sguardo, ne afferrano brandelli di magia, spiritualità, vita interiore.
Sono ritratti e situazioni in posa, tutt’altro che spontanei: Curtis ha attirato critiche per la pretesa di artisticità che è parsa prevalere sulla spontaneità necessaria a un approccio documentaristico.
Le sue immagini tradiscono una visione idealizzata della realtà, il fotografo si comporta come un vero e proprio regista con i suoi modelli. Ma va riconosciuto a Curtis il merito di aver cercato di trattenere e tramandare segni di un passato avviato a un rapido oblio, per l’estinzione violenta dei suoi protagonisti.

Capo Giuseppe - Edward Curtis

Primarie del Pd, il gioco è bello finché dura poco

Qualcuno mi chiede perché ostento tanto disinteresse verso le primarie dell’8 dicembre.
Primo, non ho visto il faccia-a-faccia-a-faccia in tv, ma non l’ho fatto apposta: mesi fa mi hanno regalato un biglietto per il concerto di Nick Cave a Bologna.
Secondo, fossi stato in casa, qualcosa avrei visto, perché ogni curiosità, se non procura danni alla salute, andrebbe assecondata.
Terzo, sarei stato uno spettatore come per X-Factor, senza alcun coinvolgimento sentimentale.

Mi si potrebbe chiedere perché ho dedicato tanta attenzione alle primarie di un anno fa, quelle che incoronarono Bersani.
Eppure, anche l’anno scorso, come stavolta – come ogni volta, se ci pensate bene – il risultato finale era scritto: le primarie non servono a scegliere ma all’investitura del prescelto.
Inoltre, allora si identificava il candidato del centro-sinistra contro Berlusconi, stavolta si certifica il segretario di un partito. Già trovo assurdo che a sceglierlo siano anche non iscritti a quel partito…

Ma il motivo essenziale del mio disinteresse – drastico nella sua definitività – è che mi importa davvero poco chi sarà il segretario del Pd, perché non mi aspetto più nulla dal Pd.
So che l’unica cosa che sono capaci di fare l’hanno chiamata “primarie”.
È un bel gioco, fa spettacolo, asseconda la propensione del pubblico a fare il tifo – come X-Factor e in passato Canzonissima – ma quando lo si usa una volta l’anno, si finisce per stufare.
Si finisce per vedere tutti i difetti degli attori protagonisti, il loro studiato recitare una parte: l’innovatore Renzi. Il colto Cuperlo. L’irriverente Civati.
Il copione si fa scadente, al punto che già rimpiango tre dei fantasmi del penultimo serial: il lirico Vendola, il concreto Tabacci, la petulante Puppato.

Si fa chiamare Battling Siki, il primo africano di nascita a divenire campione del mondo di pugilato…

Il vero nome è Louis Baye Fall e viene dal Senegal. Di passaporto francese, il 25 settembre 1922 toglie la corona dei Mediomassimi a un francese ben più famoso, quel Georges Carpentier che un anno prima ha incrociato i guantoni contro Jack Dempsey.

Battling SikiAl combattimento per il titolo, nello stadio parigino di Montrouge, assistono almeno quarantamila spettatori. La leggenda narra che il senegalese si sia accordato per lasciar vincere il campione in carica in cambio di una forte somma, ma che durante l’incontro, per puro orgoglio, abbia cambiato idea. Due certezze: il K.O. inflitto a Carpentier al sesto round, e il successivo, rapido declino di Battling Siki, che dissipa il talento nell’alcol ed è già quasi dimenticato quando, tre anni dopo il trionfo, viene atterrato da due colpi di pistola in una strada di New York; l’assassino è legato al racket delle scommesse.

Come Jack Johnson, scandalizza i contemporanei sposando un paio di donne bianche. Ma già l’aver battuto Carpentier è motivo di scandalo: “Un nero campione del mondo (di Francia e d’Europa) è inaccettabile. Sono pochi i giornalisti che osano difendere Siki dopo il match. Si distingue un giovane studente di diritto, Nguyen Ai Quoc, che su una rivista comunista scrive: «Da quando esiste il colonialismo alcuni bianchi sono stati pagati per spaccare la faccia ai neri. Per una volta un nero è pagato per aver fatto altrettanto nei confronti di un bianco». Trent’anni dopo, con il nome di Ho Chi Minh, quel giovane avrebbe liberato il Vietnam dal colonialismo francese”. (Lilian Thuram, Le mie stelle nere, add editore, 2010)

Governi ben più solidi e credibili di quello di Letta il Giovane non avrebbero scampo contro l’opposizione congiunta di Grillo e Berlusconi.

Breve storia delle Olimpiadi, Umberto Tulli

Uscito alla vigilia dei Giochi di Londra, in 120 pagine condensa una storia di 120 anni, quella del Movimento Olimpico. Ottima la scelta della foto in copertina: riporta a Berlino 1936, il podio del salto in lungo, con Jesse Owens e Lutz Long (ho cercato il nome del terzo arrivato, è il giapponese Naoto Tajima).

Breve storia delle OlimpiadiAccanto al motto ufficiale dei Giochi – Citius! Altius! Fortiur! (Più veloce! Più alto! Più forte!) – ce n’è un altro non ufficiale, ma dato per scontato: lo sport e la politica devono rimanere separati. In realtà, l’autore dimostra che la crescita esponenziale del Movimento Olimpico si fonda sull’esatto contrario, la capacità di barcamenarsi e approfittare di variegati interessi politici ed economici, in un mutevole scontro fra le pulsioni internazionaliste e quelle nazionaliste.
Non è tanto la politica ad aver interferito, se non in alcune, specifiche occasioni, con lo spirito olimpico, ma è stato lo stesso CIO ad agire con determinazione nella vita politica mondiale. Il Comitato Olimpico Internazionale riconosce 205 Comitati nazionali, mentre l’Onu ha solo 193 stati membri.
Tulli propone una periodizzazione che segue i grandi fatti della politica internazionale: il primo capitolo va dalla fine dell’Ottocento ala Prima guerra mondiale; il secondo affronta il periodo tra le due guerre, con le più esplicite strumentalizzazioni dello sport da parte dei regimi politici; il terzo capitolo è dedicato alla competizione sportiva nell’ambito della Guerra fredda; l’ultimo comincia a definire i contorni del rapporto fra sport e globalizzazione.

Solo nel 1963 è entrato nel CIO un non bianco.
Solo nel 1981, con la Sessione di Baden-Baden, entrano due donne: la finlandese Pirjo Häggman, e la venezuelana Flor Isava Fonseca.

Olimpiadi e politica, Antonella Stelitano, Forum 2008

La caratteristica della politica olimpica è “quella di proporre un contesto internazionale di scambi in un settore non indispensabile delle relazioni internazionali”. De Coubertin era un utopista: pensava di cambiare il mondo attraverso la celebrazione delle Olimpiadi. Per molti decenni il CIO ha difeso testardamente la propri autonomia, intendendola come “separazione dello sport da qualsiasi coinvolgimento politico, economico, sociale”; è dall’elezione di Samaranch alla presidenza (1980), che il Comitato ha preso atto di costituire un soggetto attivo nel sistema delle relazioni internazionali.

Stelitano copIl testo ricostruisce il cammino dall’utopia decoubertiana di contribuire alla creazione di un mondo migliore, al ruolo svolto oggi dal CIO. Vengono esaminati la storia del Comitato Olimpico, i suoi organi, i processi decisionali interni, i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, per dimostrare che lo sport non costituisce più una dimensione periferica delle relazioni internazionali, ma gioca un ruolo chiave come agent of human understanding.
Sui membri del CIO e sugli aspetti meno trasparenti della sua vita interna, Stelitano fa proprio il punto di vista che tende a difendere norme con tutta evidenza antidemocratiche, in ragione di un principio superiore: la strenua difesa dell’autonomia del movimento.

I processi decisionali del CIO alternano la trasparenza e la segretezza del voto. Per esempio nel 1974, in occasione della designazione della città che avrebbe ospitati i Giochi del 1980, le candidate erano Mosca e Los Angeles, e Lord Killanin per evidenti motivi chiese di non rendere pubblico il numero di voti raccolti da ciascuna candidatura.

A maggio 2007 il CIO comprende 205 CNO, mentre sono 193 gli Stati membri dell’ONU. Il CIO riconosce Antille Olandesi e Aruba (dipendenze olandesi); Bermuda, Cayman, Isole Vergini Britanniche (dipendenza dalla GB); Hong Kong (dipendenza Cina), Guam, Isole Vergini, Samoa Americane (dipendenza USA); Isole Cook (dipendenza Nuova Zelanda); e infine, Palestina, Porto Rico e Taipei.

Un testo molto utile per comprendere quello che indica il sottotitolo, e cioè il ruolo del CIO nel sistema delle relazioni internazionali. Ma non ho mai visto una copertina così poco corrispondente al contenuto di un libro…

Gli sdraiati, primi appunti sul libro di Serra

Non ho figli, e per apprezzare pienamente un libro come questo non bastano i figli degli altri. Eppure, l’ho trovato magnifico. Dipende, innanzitutto, dall’abilità linguistica di Serra, dalla sua capacità di scegliere le parole. L’aggettivo adatto, anzi perfetto: la distrazione non è la solita, è “soave”; la convention è più che noiosa, è “farraginosa”. E poi c’è l’alternarsi del ritmo, fra frasi breve, secche, abbacinanti, e costruzioni complesse in cui le incidentali sembrano posate con l’accuratezza degli artigiani che limano lavori di precisione.
Che questa abilità stilistica serva a uno scopo – non sia cioè fine a se stessa, come ogni tanto mi capita di pensare per Baricco – lo dimostra la levità con cui, dentro una parentesi, si propone un’urticante visione del mondo. Weltanschauung, si sarebbe detto una volta. Cito: “(poveri e giovani saranno, anzi già sono, ormai sinonimi)”. In Occidente, s’intende.
Ne deriva uno sfogo lucido, un tentativo di comunicazione che già si percepisce inutile nei confronti del figlio adolescente, “un perfezionista della negligenza”, uno di quegli adolescenti capaci di sublime “maestria nell’assecondare l’entropia del mondo”, rivolto indirettamente a chiunque si ponga domande sul futuro. Perché una guerra fra Vecchi e Giovani è ormai ineluttabile, si tratta solo di stabilire in quali forme sarà combattuta.
La prosa di Serra riecheggia l’episodio dei figli unici in Caro diario (usciva proprio vent’anni fa), nel momento in cui paragona i genitori di oggi a quelli di prima, e afferma che “le generazioni precedenti quanto all’arte di non farsi sopraffare dai figli, furono molto più attrezzate della nostra”.

Michele Serra

“Deluso dal Pd? Credo di far parte di un gruppo molto nutrito”. Firmato, Ligabue

ANSA 13:40 MILANO, 22 NOV – Deluso dal Pd? “Credo di far parte di un club molto nutrito, il Pd sa quanto ha deluso i suoi elettori”, risponde Luciano Ligabue, oggi a Milano per presentare il suo nuovo album “Mondovisione”.
“Non voterò – aggiunge il rocker – alle primarie”.
E non sa l’ultima che è appena uscita da Bologna… QUI

Fiat incassa dallo Stato più di quello che versa

Fiat

Federico Fubini, ieri su Repubblica, ricordava quando Marchionne e John Elkann andarono a Palazzo Chigi, nel marzo 2012 (Governo Monti) e dissero con la consueta faccia tosta: “Al Governo non chiediamo nulla”.

Bene, Fubini ha fatto due conti e verificato che Fiat riceve dallo Stato italiano – anzi dall’Inps, che eroga la casa integrazione – più soldi di quelli che l’impresa paga sotto forma di tasse.
Non è possibile averne certezza perché – udite udite – l’Inps tiene riservata la posizione delle singole aziende “a tutela della loro privacy”.

Questa mi mancava…
La privacy, dunque, serve a tutelare chi prende soldi dallo Stato molto più che chi li versa.

Suvvia, Civati, con un po’ di coraggio puoi evitartele, ulcera e gastrite

«Cancellieri rimarrà al suo posto, tra gli applausi di Cuperlo e di tre quarti del gruppo Pd. Persone che non hanno votato Prodi e che nemmeno lo dicono, poi fanno lezioni di correttezza agli altri. Il Pd si merita un altro gruppo dirigente. Persone che non facciano gli stronzi con le minoranze quando sanno di essere maggioranza (e quando sanno di avere la platea favorevole: che tristezza), che non facciano i prepotenti con chi non la pensa come loro, e tutto quello che gli dice chi comanda. Che non ti attacchino con palesi falsità nei congressi come chi non ha alcun interesse a riconoscere il valore del pluralismo, ma solo il richiamo all’ordine (un ordine che hanno stabilito loro). Parole ampollose per nascondere il nulla. Segnali di debolezza, di fragilità e di paura».
Parole di Pippo Civati.

Parole pesanti. Riesce difficile credere che non avranno conseguenze.
Su di lui, innanzitutto.
Se per Civati la disciplina di partito prevale sulle più intime convinzioni, sullo Stato di diritto e sulle libere prerogative dei parlamentari – dunque, sull’essenza della nostra sfibrata democrazia – dovrò concludere che i suoi “Al lupo, al lupo” sono patetici, anzi non servono a niente.
Se Civati non tira le conclusioni da questa vicenda e specula sul 10% che raccatterà alle primarie, sarà l’ennesimo capo-corrente opportunista, privo di credibilità per qualunque prospettiva di cambiamento.
Spero – per lui – che trovi il coraggio di votare la mozione M5Stelle.

Dopo il Caso Cancellieri, la politica ha tanti problemi, ma il più grosso si può descrivere facilmente, in due parole: Partito Democratico.

Uno, dieci, cento, mille Pd

C’è un Pd – Tendenza Civati – che chiede le dimissioni del ministro Cancellieri, e intende votare la mozione M5Stelle o presentarne una analoga (non sia mai che si dica che il Pd fa quel che dice Grillo).
C’è un Pd – Tendenza Letta – che ha appena rinnovato la sua piena fiducia al ministro.
C’è un Pd – Tendenza Renzi – che se fosse in Parlamento voterebbe per la sfiducia alla Cancellieri.
C’è un Pd – Tendenza Renzi “ma anche” Letta – costituto dai Delrio e altri ministri renziani, che non può votare la sfiducia.
C’è un Pd – Tendenza Cuperlo – che dice che voterà quello che deciderà la maggioranza dei gruppi parlamentari (come se il Partito non esistesse: e si candida a fare il segretario del Partito).
C’è un Pd – Tendenza Franceschini – che non ha ancora detto cosa vuol fare, né quel che sarebbe desiderabile, ma pare, si mormora, si dice, voterà comunque contro la mozione M5Stelle.
C’è un Pd – Tendenza Epifani – che ci siamo già dimenticati chi sia il segretario e cosa voglia fare.
C’è un Pd – Tendenza Napolitano – che dice di non fare scherzi e mandare giù anche questo boccone amaro.
C’è tutto il Pd – mai come in questo caso unito – che spera sia Annamaria Cancellieri a cavare le castagne dal fuoco, dimettendosi prima dell’assemblea del gruppo Pd…

Magic e Barack (e il patriottismo a stelle e strisce)

Earvin Johnson, uno dei più popolari e spettacolari campioni nella storia del basket NBA, viene ripetutamente coinvolto da Barack Obama.
Prima, per una campagna di informazione sul virus HIV – l’outing di Magic desta un immenso scalpore, nel 1991 – poi, nell’estate 2013, come consulente per un piano nazionale per la creazione di posti di lavoro rivolto innanzitutto alle minoranze etniche.

Magic

Magic Johnson è solo una delle star del firmamento NBA che hanno finanziato le campagne elettorali di Obama e partecipato a eventi in suo sostegno.
Fra gli altri, nel corso del Veteran’s Day – 11 novembre: festività federale introdotta nel 1919 come Armistice Day – del 2011, l’ex campione si è recato sulla portaerei “Carl Vinson”, la stessa da cui il 2 maggio era stato gettato in mare il cadavere di Osama bin Laden, per dare il via alla partita inaugurale del campionato universitario di basket.
Nel giorno più simbolico del patriottismo americano, i ragazzi di North Carolina e Michigan State – oltre il 70% sono afroamericani – si affrontano su un parquet appositamente ricostruito su una portaerei a propulsione nucleare, e rendono omaggio all’esercito.

L’Olimpiade dimezzata, Sergio Giuntini (Sedizioni, 2009)

Testo fondamentale per confutare le teorie sullo sport separato dalla politica.
Capitoli essenziali, quelli dedicati ai Giochi del 1976 – boicottati dai Paesi africani – del 1980 – boicottati da 61 Paesi guidati da Stati Uniti e Cina – e del 1984 – con la ritorsione sovietica e dell’Est europeo. Ma Giuntini dedica molta attenzione anche a vicende individuali di grande valore simbolico – come quelle di Sidney Maree e Zola Budd – e a boicottaggi mancati come quello di Berlino 1936 (a cui avrebbe dovuto opporsi l’Olimpiada Popular di Barcellona, fermata dalla guerra civile). Particolarmente interessanti le pagine sul progetto di De Coubertin – un pedagogista “che inseriva le attività sportive all’interno di un piano eminentemente educativo e culturale” – e sulle regole interne al CIO, il Comitato Olimpico Internazionale.

L'Olimpiade dimezzata - cop“Per garantirsi una presunta indipendenza politica dai governi, De Coubertin in prima persona escogitò una delle forme più odiosamente gerarchiche e antidemocratiche di selezione delle classi sportive dirigenti. Adottò quella che potremmo definire «chiamata diretta» del proprio apparato”.
L’autonomia del CIO è stata perseguita anche attraverso autentiche finzioni, come il fatto che i Giochi siano assegnati a una città e non a uno Stato; oppure, tramite la logica della cooptazione di singole individualità, non di rappresentanti dei rispettivi Paesi o Comitati olimpici. Ne deriva un’autentica casta autoreferenziale.

“Tra i primi 12 membri del CIO figuravano: 2 generali, 2 conti, 1 lord, 1 senatore, 1 barone. Fra il 1894 e il 1939 questi caratteri elitari si accentuarono; tra i cooptati si registravano: 20 conti, 13 principi, 9 generali, 8 baroni, 7 sir, 5 lord, 5 marchesi, 5 colonnelli, 4 duchi, 2 capitani, 1 brigadiere generale, 1 senatore. Nobili o militari. Questa la composizione sociale nettamente prevalente all’interno del CIO durante il mezzo secolo trascorso dalla sua costituzione”.
Nonostante varie riforme “etiche”, ancora nel 2013, fanno parte del CIO due re, nove fra principi e principesse, due sceicchi, quattro fra granduchi conti e baroni, e un paio di generali.