Il Segno del Comando, la tivù dark del 1971

Dall’inedito diario romano di Lord Byron: “21 aprile 1817, notte, ore 11. Esperienza indimenticabile, luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze”.

Quella notte stessa, Byron annotò come fossero suoi alcuni versi di un musicista, Baldassarre Vitali, dal Salmo XVII, detto anche “delle due morti”: “Voltai le spalle al Signore e camminai sui sentieri del peccato”. Infine, il diario contiene un terzo pensiero, ancor più misterioso: “Che io sia dannato se accetto ancora un invito di O.”.

Sono queste frasi, di complicata decifrazione, a reggere la trama del «Belfagor» italiano, «Il segno del comando», diretto da Daniele D’Anza e apparso in cinque puntate, per sei ore complessive, fra il 16 maggio e il 13 giugno 1971, la domenica in prima serata, su quello che allora si chiamava Programma Nazionale (l’odierna Rai Uno). All’epoca, la tivù trasmetteva solo su due canali e lo sceneggiato fu un trionfo di pubblico (15 milioni di spettatori), di incubi – almeno per chi lo vide da ragazzo – e di interminabili discussioni il lunedì mattina.

Per gli standard dell’epoca, «Il segno del comando» era uno sceneggiato molto insolito. Gotico, all’incrocio fra il dark e il fantasy. Stracolmo di esoterismo e delitti, occultismo e autosuggestioni, fantasmi e musicisti ciechi, itinerari magici e amuleti, profezie e coincidenze agghiaccianti, società segrete e antichi manoscritti, pugnali retrattili e nobiltà decaduta, candelabri e lampade a petrolio, musiche d’organo e buie viuzze di Trastevere… Un’opera dilatata nei tempi, quasi statica, con lunghi, oscuri dialoghi, nella quale si avvertono le medesime influenze che segnano le opere cinematografiche di Mario Bava, Lucio Fulci e del giovane Dario Argento.

Un mortale destino grava sul protagonista, un professore inglese, studioso di Byron, chiamato a Roma da due sollecitazioni convergenti. Dopo lunghe fasi dall’andamento onirico (tendente al lisergico), il finale cerca di riportare a razionalità almeno alcuni dei punti oscuri, inserendo il servizio segreto inglese, la polizia italiana e un carteggio segreto fra un ufficiale delle SS e un’alta autorità britannica, durante l’occupazione nazista di Roma.

Ecco, Roma. Mi è parsa questa la prima qualità dello sceneggiato, mostrare la città – via Margutta, Piazza di Spagna, Casina Valadier, via Condotti, Santa Maria in Trastevere, la basilica di Massenzio, i Fori imperiali, l’isola Tiberina, eccetera – come non la si era mai vista. Cadente e deserta, piena di anfratti e rovine, statue di angeli e demoni, in un bianco e nero notturno e spettrale.

trama e immagini qui

6 risposte a "Il Segno del Comando, la tivù dark del 1971"

  1. Paolo 17 dicembre 2013 / 14:11

    Resta uno dei migliori nella mia memoria.

  2. mark59 17 dicembre 2013 / 18:37

    Dopo Belfagor fu la serie TV che mi impaurì di più, anche se lo stile recitativo monocorde di Ugo Pagliai già allora mi faceva abbastanza ridere

  3. DREPANUM 18 dicembre 2013 / 09:53

    All’epoca avevo sedici anni e ricordo che ne vidi solo una o due puntate trovandolo ridicolo e noioso.

  4. L'Acutangolo 20 dicembre 2013 / 11:56

    Sceneggiato che paralizzò l’Italia all’epoca dei 2 canali RAI. Io ero piccino ma restai affascinato dalla storia, tanto che qualche anno fa comprai i DVD, trovandolo ancora bellissimo. Per me poi Ugo Pagliai era un mito (L’Amaro Caso della Baronessa di Carini

  5. caterina giacco 24 luglio 2017 / 00:38

    Ricordo che all’epoca della prima uscita non l’ho seguito ma l’ho fato quando lo replicarono e mi piacque molto. In seguito acquistai il libro ed i DVD. Lo trovo bellissimo e l versione che ne fece Mediaset…..orrenda!

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