Corto Maltese, la giovinezza

Secondo volume della ripubblicazione cronologica delle avventure di Corto Maltese (ventiseiesima storia, nell’ordine di pubblicazione). Gli avvenimenti sono compresi fra il 1904 e il 1905: il diciottenne Corto si trova in Siberia, mentre sta per finire la guerra russo-giapponese.
«La giovinezza» – 66 tavole, colorate da Patrizia Zanotti – è preceduta da 15 tavole acquerellate in cui «Corto racconta Corto».

jack-london«La giovinezza» apparve a puntate, in Francia sulla rivista “Pif”, e più tardi in Italia, sulla rivista “L’Eternauta”: contiene il primo incontro di Corto con Rasputin e con un celebre corrispondente di guerra, Jack London. Di lui si parla ripetutamente, ma il protagonista entra in scena solo a tre quarti della storia: Pratt voleva essere certo che l’editore mantenesse le promesse sull’edizione a puntate.

Dopo che la Russia zarista aveva occupato la Manciuria (nord-est della Cina, sul Pacifico) e alcune posizioni strategiche in Corea, il 9 febbraio 1904 cominciò la guerra. Rasputin è un siberiano arruolato a forza, che decide di disertare quando la guerra è quasi finita e uccide a bruciapelo il suo ufficiale. Somiglia sinistramente al Zanardi di Pazienza. È coraggioso ai limiti dell’incoscienza: “Uno come me non può farsi giocare dal destino: non sono un fatalista!… Cerco di sopravvivere. È come se tutti volessero punirmi per qualche cosa che non ho fatto”. Carattere impulsivo e crudele, non esita a sbarazzarsi di chiunque lo ostacoli.

Anche London – il vero protagonista di questa avventura – viene descritto impulsivo, incauto, insofferente alle regole. Segue un’etica che lo fa finire nei guai. London ha compreso l’indole di Rasputin: “Ti creerai dei problemi in qualsiasi posto tu vada. Sei nato assassino. In ogni modo non sta a me giudicarti”. Al giornalista americano, che sa che verrà ucciso nel duello con un ufficiale giapponese (un ninja), Rasputin consiglia la fuga. Al diniego, commenta: “Ti credevo più intelligente. Cosa vuol dire essere coraggioso? Il coraggio non si programma. Ho conosciuto dei vigliacchi che la paura ha reso coraggiosi”. Sarà Rasputin a togliere London dai pasticci, uccidendo a tradimento l’ufficiale giapponese. Poi Corto e Rasputin partono insieme verso la costa africana (Corto è alla ricerca delle miniere di Re Salomone, tra Dancalia ed Etiopia); sospettato dell’omicidio, London viene espulso dalla Manciuria…

Stranamente, Pratt non ha pubblicato storie su Corto Maltese ambientate fra il 1905 e il 1913 («La Ballata del mare salato»).

Il TAS di Losanna e la Corte Costituzionale

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Non pare esserci molto in comune fra la vicenda di Ricky Alvarez – acquistato dal Sunderland con certi obblighi di riscatto e poi rispedito al mittente con motivazioni sanitarie – e la valutazione di costituzionalità della legge elettorale comunemente detta Italicum… Se non fosse che sia il TAS di Losanna che la Corte Costituzionale italiana si sono presi tempi incomprensibili per arrivare a una sentenza.

In tribunale – ed entrambe le corti lo sono – c’è qualcosa di non meno importante dell’innocenza e della colpevolezza: i tempi in cui la giustizia viene amministrata.
Difficile confutare il sospetto che la gestione dei tempi sia spesso arbitraria o, peggio, frutto di pressioni inconfessabili.
Che Alvarez sia sano – scarso, ma sano – lo si poteva decretare un anno fa.
Che l’Italicum sia fuori dalla Costituzione, lo si poteva stabilire già prima del referendum.

Quando si parla di “giustizia ad orologeria”, invito a non dimenticare questi due casi esemplari.

La famiglia Bélier [La Famille Bélier], Éric Lartigau 2014 [filmTv103], 6

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La grazia di certo cinema francese rimane invidiabile, ma questo episodio mi ha lasciato abbastanza freddo. Parla di handicap, di diversità, di persone che convivono con una forte menomazione e si mostrano capaci di sentimenti altrettanto profondi di quelli che si esprimono fra le persone “normali”.

La storia è quella di una moderna famiglia contadina, nella campagna normanna. Rodolphe (François Damiens), sua moglie Gigi (Karin Viard) e Quentin, il figlio minore, sono privi dell’udito e della parola, a differenza della sedicenne Paula (Louane Emera). Comunicando con la famiglia attraverso la lingua dei segni, Paula costituisce un notevole aiuto nelle transazioni commerciali (i Bélier vendono formaggi), o quando si tratta di parlare con un banchiere o con un medico. I Bélier sono una famiglia unita e intraprendente; con forte spirito competitivo, il padre si candida alle elezioni contro l’antipatico sindaco uscente. A scuola, fra le attività facoltative, Paula sceglie il corso di canto perché vi si è iscritto Gabriel, da cui è attratta. L’insegnante – un artista che per paura ha dissipato il suo talento – riconosce subito le grandi qualità canore di Paula e la spinge a iscriversi a un concorso di Radio France, a Parigi.

Il volto e la voce di Louane Emera sono una rivelazione. Paula interpreta canzoni di Michel Sardou e intanto cresce nel corpo e nello spirito. Abbandonare la famiglia è un trauma che non si sente di vivere. Fra la ragazza e Gabriel, assistiamo ai tipici conflitti adolescenziali; anche su Parigi, Paula cambia idea ripetutamente… Sulle note di «Je vole» di Michel Sardou – parla di un ragazzo che lascia la casa dei genitori per seguire la propria strada – cantando e traducendo nel linguaggio dei gesti, Paula convince i genitori e soprattutto se stessa a seguire la sua vocazione. Ma tutto arriva come se fosse inevitabile.

1814, mi ricordo

Mi ricordo che passare da un computer migliore a un computer peggiore ti sembra come guidare un’auto senza il servosterzo.

Morettine prima del Colore (57): Marilyn Nash

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Marilyn Nash (1926-2011): Monsieur Verdoux, Unknown World, Hopalong Cassidy, Il texano dagli occhi di ghiaccio…

Keaton, le sue memorie sugli anni Venti

“A volte mi chiedo se il mondo sembrerà ancora un posto così eccitante e spensierato come sembrò a noi a Hollywood all’inizio degli anni Venti. Eravamo tutti giovani, l’aria della California sembrava vino”.

bkAncora prima di togliersi l’uniforme, Buster Keaton riceve due offerte da mille dollari a settimana, da Jack Warner e dalla William Fox Company, ma decide di continuare a lavorare per 250 dollari con Joe Schenck, per un debito di riconoscenza.

Il cinema dilaga, milioni di americani hanno soldi da spendere per il divertimento, autori ed attori godono di una libertà irripetibile. Nel 1919 nasce la United Artists, fondata da Douglas Fairbanks, Mary Pickford, Charlie Chaplin e D.W. Griffith.
Nel 1920, Buster recita in The Saphead e riscuote un enorme successo. Comincia “l’età dell’oro della commedia”, fra le comiche di Chaplin e quelle di Harold Lloyd, quelle di Harry Langdon, i poliziotti di Keystone e le bellezze al bagno di Sennett. Scrive Keaton che Mack Sennett non voleva pagare gli attori quanto gli altri studios e perciò “li perdeva tutti appena diventavano noti”. Tutti i più grandi nomi erano passati da Sennett, a parte lui, Keaton. Che chiude questo capitolo delle sue memorie raccontando alcuni strepitosi scherzi (ingegnosi quanto elaborati), costruiti sulle capacità mimetiche sue e di altri attori.

“Nei suoi anni migliori, che per lui furono molti, Chaplin fu il più grande di tutti i tempi”. Ma Keaton ravvisa una differenza fondamentale nelle rispettive poetiche: “il vagabondo di Chaplin era un fannullone con una mentalità da fannullone. Tanto carino com’era avrebbe rubato se ne avesse avuto la possibilità. Il mio personaggio era un onesto lavoratore”.

Fin dall’inizio, Chaplin e Lloyd “furono uomini d’affari migliori di me. Diventarono milionari molto presto producendo i loro film e mantenendo il controllo dei diritti d’autore”. Sostiene Keaton, che lui e Lloyd non hanno mai preso sul serio il ruolo di genio attribuito loro dai “critici intellettuali”, Chaplin sì.

Un uomo tranquillo [The Quiet Man], John Ford, 1952 [filmTv102] – 7

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Non ricordavo avesse vinto l’Oscar per la Migliore regia e fra i tanti che Ford ha raccolto, questo mi sembra un po’ “regalato”; meritatissimo l’Oscar per la migliore Fotografia a Winton C. Hoch e Archie Stout (anche sotto gli scrosci di pioggia, viene voglia di partire immediatamente per l’Irlanda).

Autentico cult movie: la scena in cui John Wayne bacia Maureen O’Hara appare in «E.T.» (1982), quando l’extraterrestre si scopre ipnotizzato dalla televisione.

Il cast è leggendario. John Wayne interpreta Sean Thornton, che torna da Pittsburgh al paesello da cui partirono i genitori. Maureen O’Hara (nata a Dublino, occhi verdi e capelli rossi) è Mary Kate Danaher e Victor McLaglen (Oscar 1936 per «Il traditore», regia di Ford) è Will, il fratello manesco e brontolone. Altro volto fordiano, Ward Bond, interpreta Padre Lonergan, mentre Mildred Natwick (la mamma di «A piedi nudi nel parco») è Sarah Tillane detta “la Vedova”. Nemmeno due anni prima, Wayne, O’Hara e McLaglen avevano eseguito gli ordini di Ford in «Rio Bravo».

La famiglia di John Ford veniva dall’Irlanda e il grande regista vuole celebrare l’isola e le sue tradizioni. Ne deriva una commedia bucolica, per lui insolita. Non è insolita, invece, la celebrazione di valori immutabili: l’amicizia, l’amore, il senso di comunità, le bevute al pub (o al saloon), il rispetto della parola data.

L’uomo tranquillo è un americano che torna nell’immaginario villaggio di Innisfree anche per curare il trauma dell’aver ucciso involontariamente un altro pugile sul ring. Ricompera la casa natale, la risistema con le sue mani. Fin dal primo giorno, si innamora di Mary Kate e si assoggetta a tutti i rituali di un corteggiamento anacronistico. Non basterà: per celebrare davvero il matrimonio, Sean dovrà tornare a fare a pugni. Festosamente.

Chi vuol diventare renziano si affretti

Qualche giorno fa, uno dei più assidui commentatori del blog – interista e Pd, provenienza Pci – dal dopovoto referendario traeva argomenti per annunciare che stava per diventare davvero renziano. Gli rispondevo di affrettarsi, perché fra qualche settimana potrebbe essere troppo tardi.

A una collega di lavoro che per vent’anni ha votato Berlusconi, salvo tradirlo con il suo convintissimo Sì al referendum, ho detto a voce la stessa cosa.

abc-5-dicembrePer qualche giorno ancora, Matteo Renzi sarà avvolto dall’aura di chi non sa vincere ma almeno sa perdere bene. Poi quest’aura svanirà. Resterà solo la sconfitta.

Il precedente delle “prime primarie” – quelle che Renzi perse con onore contro Bersani – non può funzionare: all’epoca, Renzi era un outsider, stavolta era il leader che ha guidato le sue truppe in uno scontro campale, subendo una sconfitta bruciante. All’epoca, la sconfitta significava salire un gradino, stavolta la sconfitta significa scendere un’intera rampa di scale.

Il Pd, infatti, resta un partito senz’anima, che disprezza chi non mette in salvo il malloppo (ops, il potere). Tutti dalemiani, finché D’Alema non ha perso (erano ancora i Ds, ma ci siamo capiti). Poi tutti veltroniani, inebriati dal “discorso del Lingotto” (ma dopo aver perso con Berlusconi qualcuno ha fatto notare che non era stato geniale far cadere Prodi). Poi tutti fassiniani e franceschiniani, infine tutti bersaniani. In attesa di un vero leader. E Renzi, piaccia o non piaccia, come leader se li mangia tutti: vale D’Alema, gli è speculare nel disprezzare “l’amalgama mal riuscito” che hanno chiamato Pd. Prima o poi arriverà a concludere che è una zavorra, e si farà un partito su misura. Ma ora non può, la botta è troppo recente.

Il Pd è una comunità di persone che non si vogliono bene. Che parlano male del compagno di banco di sinistra al compagno di banco di destra. Che stanno insieme perché il potere è un cemento formidabile. È un partito mosso da “spirito di vendetta e istinto di conservazione”, per usare la formula di Massimo Giannini.

E Aldo Cazzullo incide il bisturi: “deputati e senatori qui convenuti hanno una sola preoccupazione: salvare la legislatura, quindi le poltrone, e il vitalizio. Il 62% sono di prima nomina; deve passare almeno l’estate”. Renzi non ha più la maggioranza nei gruppi parlamentari, scelti dall’asse Bersani-Franceschini che reggeva il Pd nel 2013. Dunque, la minaccia di elezioni anticipate è un’arma spuntata. E Renzi, di armi non ne ha altre.

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Scommetto che non si vota fino ad autunno, che prima di Natale si fa un governo, che non sarà un Renzi-bis per non regalare altri milioni di voti a Grillo e Salvini, che l’ex premier vivrà la pena del contrappasso, e consegnerà la campanella al successore. Sorridendo, dice lui…

1813, mi ricordo

Mi ricordo un entusiasmante seminario della Fgci a Vidiciatico, dove non si dormiva mai e il vero leader del gruppo sapeva a memoria più canzoni di Battisti.

Morettine prima del Colore (56): Gail Russell

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Gail Russell (1924-1961): La casa sulla scogliera, La corsa della morte, Calcutta, La luna sorge, I sette assassini…

Pratt a Bologna (fino al 19 marzo)

Milton Caniff (“Terry e i pirati”)… le copertine di “A Suivre”… i suoi gabbiani e le sue barche… John Wayne ne “Il risveglio della strega rossa”… John Ford (“Un uomo tranquillo”)… Piccardia e Brocéliande… Stonehenge e l’isola di Pasqua… Roberto Artl (“I sette folli”) e Octavio Paz (“Labirinto della solitudine”)… il bel documentario in francese di Thierry Thomas… la grande parete dedicata alle 164 tavole originali de “La ballata del mare salato”… le 12 serigrafie di “Tango”… oltre 400 opere tra disegni, tavole e acquerelli… stima e dissapori con Oesterheld… Pandora e Bocca Dorata… la mano su cui si incise la linea della fortuna… i tagli delle inquadrature, l’animazione dello spazio, le sottili linee del volto di Corto…

Il tributo a Pratt, nel cinquantesimo anniversario della prima apparizione di Corto Maltese, offre un paio d’ore di suggestioni, dalle quali si può uscire pensando che la vita di Corto non è stata più avventurosa e gioiosa di quella del suo artefice. Che invecchiava, mentre l’eroe ringiovaniva.

mostra-corto-bolognaUn po’ di cose che ho letto e scritto su di loro:

Una ballata del mare salato
Cato Zulù e Baldwin 622
Un uomo, un’avventura
Periplo incantato
Periplo segreto
Periplo immaginario
Jesuit Joe
Il viaggio immaginario di Hugo Pratt
In un cielo lontano + Un pallido sole primaverile
Morgan
Il Sandokan di Pratt
Corte Sconta detta Arcana
L’Ombra
Côtes de nuit e rose di Piccardia

La giovinezza

Inter-Sparta, tristezza assoluta; qualcuno risponde a Nedved?

Al momento del sorteggio dei gironi, mi ero immaginato l’Inter già qualificata dopo 4 partite, se non avesse perduto a Southampton. Immaginatevi con quanta acrimonia stai scrivendo, dopo aver visto Juve e Napoli (e Roma) vincere i loro gironi e starci davanti in campionato con una quantità di punti di fatto irrecuperabili.
Spero di non rivedere più in vita mia l’Inter rimediare figuracce simili in Europa. Tante, una dietro l’altra. Senza gioco e senza orgoglio.

nonstimonedvedNon riesco a immaginare chi si recherà stasera a San Siro, per seguire una partita priva di significato. Leggo che “qualcuno si gioca la permanenza a gennaio” e sbalordisco: non ci sono più prove d’appello, l’Inter deve liberarsi di almeno 6 calciatori (più i ragazzini da prestare), e stasera deve solo evitare di imbarcare altra acqua in uno scavo squarciato già all’esordio, contro gli sconosciuti israeliani.

A qualcuno davvero interessa se Pioli proverà la difesa a 3? Questo assetto non ha portato fortuna nemmeno a De Boer, che incredibilmente lo sperimentò in casa del Chievo, ma se scorro i nomi di chi entrerà in campo dal primo minuto non vedo un solo titolare dell’Inter 2017-18: dunque, possono giocare a 3, a 5, a rombo o come cavolo vogliono.
Miangue, Zonta e, soprattutto, Pinamonti sono gli unici motivi di interesse. Vi aggiungo Marco Andreolli, uno che ha conosciuto la sfortuna in molteplici forme.

Quanto alla “società” (uso apposta le virgolette), mi chiedo se un tesserato dell’Inter troverà il tempo di rispondere a muso duro a quel mostro di sportività che risponde al nome di Pavel Nedved.

Sully [id.] – Clint Eastwood [cine36] – 8

Si resta sbalorditi davanti alla “classicità” raggiunta da Eastwood, alla trentacinquesima regia. Ha saputo affinare uno stile che maneggia emozioni ed effetti speciali con analoga sensibilità. Stavolta dispone anche di Tom Hanks in un ruolo cucito addosso: l’americano mite che non si piega di fronte a nessuno. In questa ode all’individualismo (cioè all’America) che si eleva a eroismo, si teorizza che se un uomo comune compie alla perfezione il proprio lavoro, può uscirne un miracolo (sull’Hudson).

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Chesley “Sully” Sullenberger è il pilota che il 15 gennaio 2009 riuscì ad ammarare sul fiume Hudson, accanto allo skyline di Manhattan, salvando la vita di 155 persone tra passeggeri ed equipaggio; il co-pilota era Jeff Skiles (Aaron Eckhart). Impressionante la ricostruzione delle operazioni di soccorso, in pieno inverno. Raramente la pronuncia di un semplice numero – “155” – arriva così commovente.

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Ora, noi sappiamo che è andata a finire bene, è stata la notizia di apertura dei telegiornali, la spettacolarità del fatto ne ha enfatizzato la ripetuta visualizzazione. Quel che non sappiamo è che “Sully” e Skiles vennero sottoposti a un’inchiesta e accusati di aver commesso errori che avrebbero potuto portare a una tragedia. Alcune simulazioni al computer dimostravano, infatti, che dopo il “bird strike” (un nugolo di uccelli rovinò entrambi i motori), c’era il tempo per rientrare all’aeroporto La Guardia. È il fattore umano a fare la differenza: Eastwood ripercorre l’inchiesta che seguì lo scampato disastro e illumina la tesi per cui va considerato un eroe chiunque riesca a prendere decisioni quando le cose sembrano senza speranza. Del cinquantanovenne Sully, inoltre, vengono mostrato le angosce e i dubbi, quando ripensa alle scelte compiute.

Non siamo davanti a capolavori come Gli spietati, Mystic River, Million Dollar Baby o Gran Torino. Ma è un film che scava nel peggiore incubo americano, con quell’aereo che sfiora i grattacieli e va incontro al lieto fine. L’avesse girato John Ford avrebbe scelto James Stewart.