Giornalisti al Cinema 226: Paul Sorvino

Paul Sorvino – Ballando lo slow nella grande città – John Avildsen 1978.

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#Gravina, l’ennesimo furbacchione che dirigerà un po’ di calcio italiano senza risolvere nulla di serio. Sua questa frase: “I bianconeri in Italia sono più avanti rispetto agli altri. Non mi piace fermarmi a contare il numero degli scudetti”

Fra qualche giorno Gabriele Gravina diventerà presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio. È l’unico candidato, vincerà facilmente. Non c’è bisogno di aspettare, per capire che tipo sia.

Intervistato dal Messaggero, Gravina se n’è uscito così sulla questione degli scudetti della Juventus, 34 ufficiali e 36 mostrati allo Stadium: “Io credo che la Federcalcio non possa usare il pallottoliere per contare gli scudetti di una società. Se qualcuno lo ha fatto, bisogna chiedere a lui. Non ho nessuna intenzione di focalizzare il mio tempo su vicende del passato. Comunque, la federazione ha diffidato la Juventus, ma oltre non possiamo andare. Se loro continuano a dirlo, cosa facciamo? Ognuno rimane della propria idea”.

Rimarrò anch’io, temo, “della stessa idea”: con un atteggiamento così pavido e penoso, Gravina non sarà la medicina, anzi aggraverà la malattia.

Grazie tante

È stato divertente, faticoso e gratificante: realizzare il booktrailer insieme a Gianfelice Facchetti, con la regia di Lara Peviani e l’organizzazione di Walter Pozzi, mi ha consentito di vivere un’esperienza inedita e di sottoporla alla visione di tante persone.

Non sono andate in porto un paio di collaborazioni con “grandi” testate (riesco a essere deluso, seppure non mi fossi illuso), ma le 258 visualizzazioni del video in meno di 36 ore costituiscono un risultato notevole. Vi hanno contribuito in modo decisivo tutti quelli che hanno “condiviso” il nostro piccolo film. Grazie tante… Leggi il resto dell’articolo

Gudrun. Pierrot Lunaire (IT/RCA, 1977) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 392.

Superstiti della band che tre anni prima aveva inciso l’album d’esordio, Arturo Stalteri e Gaio Chiocchio firmano le musiche e le liriche; al posto di un chitarrista (Caporaletti) era arrivata Jacqueline Darby, gallese, gemiti e vocalizzi da soprano.

Polistrumentisti d’eccezione, Stalteri e Chiocchio avevano alle spalle studi classici: il primo suona pianoforte, spinetta, organi, clavicembalo, moog, glockenspiel, chitarra acustica, flauto dolce, tamburelli e violino; il secondo alterna chitarre acustiche ed elettriche, mandolino, clavicembalo, moog, sitar e varie altre tastiere. In alcuni brani, compare la batteria di Massimo Buzzi.

Ne deriva una musica elegante e affascinante, non ci si stanca a riascoltarla. Mi è difficile collocarla, se non oltre i confini del pop, in prossimità dell’avanguardia e della sinfonica contemporanea (ma spinetta e clavicembalo rimandano ad atmosfere di un lontano passato). Giovane madre, Sonde in profondità e la deviante cover di Plaisir d’amour (celebre romanza composta alla fine del Settecento) emergono con maggiore nitidezza.

Sul retro di copertina, Nicola Sisto spiega che Gudrun è l’eco di mitologie nordiche, una “entità cosmica senza tempo né età… creatura nata da uno scontro stellare… risultante di forze elettromagnetiche… una donna attraverso i cui occhi vediamo lo svolgersi degli eventi, la drammaticità dell’Europa” negli anni della Seconda guerra mondiale.

Vita vissuta, Gérard Lauzier, 1976

Questi “Tranches de vie” apparvero in Francia fra il 1975 e il 1976, e su «Linus» – tradotti da Nicoletta Pardi ed Enzo Baldoni – nei primi anni Ottanta. Di lunghezza variabile – da una tavola, fino a otto – prendono di mira l’alta borghesia parigina, boriosa e arrogante, viziosa e prepotente, ambiziosa e amorale, che si compiace di scrivere libri di memorie intitolati “Da Treblinka a Saint Tropez” e non sopporta l’idea che “il successo in Francia sia così malvisto”.

Lauzier irride la volgarità di quel milieu intellettuale e mondano. Descrive persone che non conoscono la riconoscenza, patologicamente individualisti, dopo essersi reciprocamente convinti che la vita non sia altro che una guerra di tutti contro tutti. Ostentano la ricchezza. Bellezza ed eleganza delle loro donne sono l’essenziale status symbol. Inseguono il mito dell’eterna giovinezza, quello che spinge a credere a frasi come questa: “Non vedo perché un uomo di 80 anni non debba guardare con fiducia all’avvenire”, dice l’insegnante di ginnastica per anziani; accanto si svolge un corso di danza moderna per persone affette dal morbo di Parkinson.

Nello stesso tempo, l’autore ridicolizza il frasario della contestazione giovanile, la psicoterapia di gruppo, le infatuazioni rivoluzionarie e i miti dell’amore libero e della coppia aperta, il sadismo e il masochismo che caratterizzano tanti rapporti umani. È magnifica la storia in cui la voce di Dio offre al presidente della Coca-Cola di diventare il profeta della sua nuova, modernissima religione: “L’ideale sarebbe di conciliare gli obiettivi sociali del marxismo, la spiritualità cristiana e l’efficienza del capitalismo”.

La cattiveria ulcerante di Lauzier si applica accanitamente sulla crisi d’identità del maschio occidentale. I protagonisti maschili fanno mestieri futili (molti di loro sono pubblicitari).

Un marito si sfoga: “I giovani vogliono tutto subito! Noi abbiamo aspettato 6 anni la nostra prima automobile, 13 anni il primo orgasmo di Rolande e la tele a colori la prendiamo l’anno prossimo!”.

Un altro marito aspetta la promozione: “Sei molto bella! Sono fiero di te, sai?! Hai un ruolo importante nella mia carriera! Una donna della tua classe è altrettanto importante che essere socio del golf o di un appartamento in centro!”.

Mi riconosco in questa definizione della poetica di Lauzier: “Volendolo ridurre a una singola impronta, per me resterà il più grande disegnatore di quella tensione muscolare necessaria al mantenimento delle maschere sociali, prima della scoperta delle applicazioni estetiche del botulino”.

2488, mi ricordo

Mi ricordo il 16 ottobre 1968.

#Rivincite, 16 ottobre 1968

“Mostrano sempre l’immagine. Ma non raccontano mai la storia”: la frase è di John Carlos, medaglia di bronzo sui 200 metri ai Giochi olimpici di Città del Messico. Esprime così l’amarezza per una gigantesca rimozione, quella che si cela dietro la fotografia più famosa della storia dello sport, scattata esattamente cinquant’anni fa, il 16 ottobre 1968.

Ne hanno ricavato poster, adesivi, spille, magliette, tazze, oggetti di largo consumo. E Paginauno l’ha scelta come copertina di “Rivincite. Lo sport che scrive la storia”, di cui è in distribuzione la prima ristampa.

Impossibile sapere quante pellicole fotografiche abbiano catturato quei momenti, l’inquadratura più celebre la firma John Dominis, reporter di Life. Ne fanno parte cinque uomini, tre bianchi e due neri. Due bianchi di mezza età stanno in basso, sul prato, hanno appena effettuato la premiazione; quello con la fiammante giacca rossa è un Lord, David Burghley, grande capo dell’atletica leggera. Due neri e un bianco occupano il podio. Il primo a sinistra è un biondo australiano, consapevole comparsa di una vicenda leggendaria. In qualche riproduzione, il suo corpo viene escluso, quasi non facesse parte della scena. In altre è solo un’ombra sul lato sinistro. Ma anche quando l’immagine è completa, i più fanno caso solo ai due con la pelle scura, dimenticando il terzo uomo. Si chiama Peter Norman, è morto il 3 ottobre 2006, riallacciando i fili di un’amicizia nata trentotto anni prima.

Senza scarpe. Calze nere ai piedi. Alle 20.41 del 16 ottobre 1968, Tommie Smith e John Carlos si presentano così, davanti al podio per la premiazione dei 200 metri. Dal primo e dal terzo gradino, abbassano il capo e alzano un pugno chiuso guantato di nero. Anche l’australiano partecipa alla protesta, esibendo una spilla del Progetto Olimpico per i Diritti Umani.

Il 16 ottobre 1968, Tommie Smith e John Carlos danno vita alla più celebre ed emozionante protesta della storia dello sport, trasfigurano The Star-Spangled Banner non meno di Jimi Hendrix.

Il 16 ottobre 2018, per segnalare l’attualità di quel momento in cui lo sport scrive la storia, Gianfelice Facchetti e Rudi Ghedini hanno realizzato un breve filmato sull’attualità di quel gesto plateale, il più emozionante atto di insubordinazione nella storia olimpica.

Vuoi Marotta all’Inter?

Su quale linea di crinale si dividono gli interisti, a proposito del possibile arrivo di un dirigente come Beppe Marotta?

Alcuni aspetti sono ovvi: viene dalla Juventus, da una Juventus terribilmente vincente e prepotente; assumerlo darebbe forza a una visione del calcio secondo la quale solo i tifosi provano il sentimento dell’appartenenza, gli altri (tutti gli altri: calciatori, allenatori, dirigenti) seguono la logica del mercato e della professionalità.

Inoltre, i più critici temono una specie di contaminazione nei metodi, una juventinizzazione della società che farebbe smarrire una “diversità” (si parla dell’Inter come un tempo di parlava del Pci), vera o presunta, che distinguerebbe i nostri colori da quelli di chiunque altro.

Se assumi Marotta, indirettamente fai capire che dalla Juve c’è da imparare e che le sue vittorie non derivano solo dagli “orsato” e dai “banti” della situazione.

E poi c’è Calciopoli, ferita ancora sanguinante, spartiacque drammatico e senza remissione, perché taluni rimarranno convinti che la Juve era da radiare e altri che anche l’Inter era in qualche misura colpevole.

Immagino ci siano anche interisti che si fidano delle parole di Moratti (ce ne sono altri che sperano di non sentirne più), che si è dichiarato molto favorevole all’ingaggio di quel manager.

Insomma, è un groviglio di ragionamenti ed emozioni, che probabilmente troverà risposta entro una decina di giorni, quando si riunirà il consiglio di amministrazione dell’Inter.

Di Beppe Marotta e di “sentimenti e portafoglio” ho scritto il 2 e 3 ottobre, e di nuovo il 10. Ma le parole più interessanti, forse, le ho spese nel febbraio 2012, e le avevo ormai dimenticate. Scrissi questo post quando la Juve di Antonio Conte era ancora dietro al Milan di Max Allegri.

Ne ricopio due brevi passi.

“In questo mercato, sono arrivati Caceres, Padoin (Atalanta) e Borriello (Roma); sono usciti tutti quelli esclusi dal “progetto”, Motta (Catania), Grosso (Novara), Amauri (Fiorentina), Toni, Iaquinta (Cesena), Pazienza (Udinese), più la metà di Immobile (Genoa) e la metà di Sorensen (Bologna). Prima erano arrivati Bonucci (Bari), Quagliarella (Napoli), Lichsteiner (Lazio), Pepe (Udinese), Giaccherini (Cesena), Matri (Cagliari), Vucinic (Roma). Oltre a Vidal, Estigarribia, Elia e Barzagli. Fino al capolavoro: Andrea Pirlo”.

“In pratica, la Nuova Juve marottiana ha fatto affari con 14 diverse squadre di Serie A: Atalanta, Bologna, Cagliari, Catania, Cesena, Fiorentina, Genoa, Lazio, Lecce, Napoli, Novara, Parma, Roma e Udinese”.

La costruzione di questa rete di relazioni è uno dei motivi per cui la Juve ha costruito il suo ciclo dominante.

Qui accanto, lascio il sondaggio ancora aperto.

Lili Fatale, Gérard Lauzier, 1974

Lili Fatale era un agente segreto. Si è ritirata, vive a Parigi in incognito, insieme al marito Lucien, tranquillo agente pubblicitario, quando viene richiamata in azione dal rapimento dell’amica Viviane ad opera della polizia segreta del corrotto regime di Bobocalandia.

Soprannominata “Solletico” per il suo tocco che sconfigge ogni nemico nel corpo a corpo, Lili è maestra di arti marziali. Decide di dirottare un aereo per andare in Bobocalandia, ma viene preceduta da altri dirottatori, che riduce a miti consigli prima di scoprire che si tratta di una delle fazioni in lotta contro la dittatura, FBL e FLB, maoisti e trozkisti.

Bobocalandia era una colonia francese, truppe francesi sostengono il dittatore per “difendere l’Occidente dalla peste marxista”, anche ex SS fanno pare dello staff del presidente Guloso. I guerriglieri sono segretamente finanziati dal dittatore, che così facendo intende ottenere maggiori aiuti dagli Stati Uniti, e stornarne una larga parte sul suo conto segreto in Svizzera. La stessa Viviane – di cui Guloso è follemente innamorato – è in realtà una mercenaria servita per coinvolgere Lili e far divampare l’incendio guerrigliero. Il conflitto fra FLB e FBL si innesta sul tradizionale conflitto fra le etnie Bamilongo e Milogombo…

Potere patriarcale, liberazione sessuale, magia, corruzione e fanatismo politico sono ugualmente sbeffeggiati, in 60 tavole di grande formato: una trama rutilante travolge ogni stereotipo sulle guerre di liberazione dal colonialismo.

In questa parodia del genere spionistico, Lili scopre che altri bianchi finanziano la guerriglia, e che i servizi segreti di USA, URSS e Cina sanno tutto e collaborano fra loro. Leggi il resto dell’articolo

16 ottobre, manca davvero poco

Fra poche ore il booktrailer sarà pubblico. L’ospite d’onore è Gianfelice Facchetti.

Il filmato è di 8 minuti, a me pare notevole, rinnovo l’invito a rimbalzarlo ovunque, in ogni spazio virtuale a vostra disposizione. Appena pronto, farò un post…

Intanto, dall’amico Nicola Sbetti riprendo un altro anniversario, strettamente collegato: il 14 ottobre 1968 si corse la finale olimpica dei 100 metri. Vinse Jim Hines davanti al giamaicano Lennox Miller, terzo Charlie Greene. Come avverrà nei mitici 200 metri, sono afroamericani l’oro e il bronzo, ma in questo caso è di pelle scura anche l’argento.

Legato all’Olympic Project for Human Rights, Charlie Greene è stato il primo afroamericano che sul podio ha fatto un gesto di protesta. Salutò con il pugno chiuso.

Scrive Sbetti: “La sua protesta però, non ebbe un’eco paragonabile a quella dei due duecentisti, per diversi motivi.

1) Charlie Greene non aveva vinto e il vincitore Jim Hines, afroamericano come lui, sul podio si comportò in maniera impeccabile.

2) Charlie Greene durante le discussioni sull’eventuale boicottaggio degli atleti afroamericani non era stato fra i più radicali.

3) Il saluto con il pugno chiuso non venne fatto durante l’esecuzione dell’inno e fu meno prolungato di quello di Smith e Carlos.

4) Il pugno sollevato non era guantato.

5) In diversi (difficile capire se ingenuamente o strumentalmente) pensarono e scrissero che il pugno di chiuso Greene era per l’amarezza del terzo posto”.

È andata proprio così. Nonostante sia stato il primo ad alzare il pugno chiuso a Città del Messico, la figura di Charlie Greene non è entrata nella leggenda. A me pare che il fattore decisivo fu la mancata condivisione del vincitore, Jim Hines.

Su questa vicenda avevo raccolto un’altra “voce”: nella certezza che un afroamericano avrebbe vinto, il presidente del Cio, Avery Brundage – statunitense, con la sua fama di razzista o, peggio, filonazista -, preferì non presenziare, temendo di essere testimone diretto della contestazione che già si annunciava.

Una rosa per Emily, William Faulkner

Tre storie di donne del Tennessee, nel profondo Sud rurale: si chiamano Zilphia, Emily e Juliet. Fanno parte di un mondo marginale e ormai svanito, di un passato reso leggendario dalla tendenza giovanile a fantasticare. Le loro storie trasudano follia e innocenza, odio e disgusto per la società borghese.

Zilphia Gant è cresciuta con una madre possessiva e infelicissima. Sposata per un solo giorno (e mai rimasta sola con il marito), Zilphia verrà a sapere da un’agenzia investigativa, del nuovo matrimonio del suo uomo e della figlia originata dal nuovo matrimonio. La madre era morta di parto, il padre per un incidente; Zilphia partì, restò lontana per tre anni, tornò vestiva a lutto, portando un anello al dito, e una bambina per mano.

Emily Grierson è un’assassina, ma tutta la sua esistenza è segnata da una tragica coerenza: si oppone al progresso, al passare del tempo, alle regole della modernità. Faulkner avvolge il lettore in una struttura a spirale, parte dalla morte della protagonista e riannoda le fila della sua lunga vita, ricordandola in vari momenti del passato, per poi ritornare verso il presente, fino a svelarne il macabro segreto.

Juliet è una ragazzina cresciuta come una selvaggia, che conosce il coetaneo Lee e comprende “che la loro amicizia poteva durare solo finché restava ignota a chi aveva autorità su di lei”. Scoprirà, dolorosamente, che nulla resta fermo e anche l’adolescenza è destinata a finire.

Questi tre racconti brevi sono tradotti per Adelphi da David Mezzacapa e Luciana Pansini Verga: Miss Zilphia Gant è del 1931, A Rose for Emily del ’32, mentre Adolescence, che pure è stato scritto prima, venne pubblicato postumo.

2487, mi ricordo

Mi ricordo di aver provato 5 minuti di quasi allegria, incrociando al cimitero un compagno di classe del liceo.

Giornalisti al Cinema 225: Bruno Ganz

Bruno Ganz – L’inganno – Volker Schlondorff 1981.