La signora scompare [The Lady Vanishes], Alfred Hitchcock, 1938 [filmTv132] – 8

Tratto da un romanzo di Ethel Lina White, è uno degli ultimi film del “periodo inglese” e parla di nazismo come se fosse Lubitsch.

Il tono è quello di una deliziosa commedia. E deliziosa è la protagonista, la giovane ereditiera Iris (Margaret Lockwood), che da una vacanza nei Balcani sta tornano a Londra per sposarsi. Che non sia amore, lo si capisce presto: soprattutto, si capisce quanto Iris sia incuriosita da Gilbert (Michael Redgrave), una specie di etnografo che sta raccogliendo testimonianze del folklore locale. Quanto alla dolce miss Froy (Dame May Whitty), l’anziana signora che presto scomparirà, l’impressione è che mai e poi mai potrà essere al centro di un sanguinoso caso di spionaggio internazionale.

Una valanga di neve ha bloccato il treno in prossimità di un piccolo albergo, e alcuni inglesi sono costretti a una sosta forzata. Fra loro, Caldicott e Charters, due snob interessati solo al cricket. Quando il treno riparte, Iris non trova più miss Froy, e va a sbattere contro il muro di gomma che nega la scomparsa. Inspiegabilmente (per lei, non per lo spettatore) vari passeggeri negano di averla mai vista e la considerano vittima di un’allucinazione. Solo Gilbert pare crederle, ma forse lo fa per corteggiarla. Qualche dubbio sembra provarlo anche uno strano neurochirurgo, il dottor Hartz (Paul Lukas), che sa di psicanalisi e si rivelerà il fulcro del complotto.

Gran parte del film è girato sul treno, con largo uso di trasparenti e modellini. A un certo punto, miss Froy magicamente riappare. Ma non è lei. E anche Gilbert arriva a concludere che Iris dica la verità…

Nonostante momenti umoristici, ci sarà anche una specie di assedio, il vagone deviato su una linea morta e circondato dalle spie: nello scontro a fuoco anche gli appassionati di cricket mostreranno il loro valore, mentre ogni neutralità si rivela impraticabile. Nella versione originale del film, uno dei “cattivi” era italiano, non spagnolo come decisero i distributori nostrani.

Lingue slave, problemi di equilibrio, Kiev di nuovo decisiva

Leggo paralleli improbabili: il Napoli di Spalletti come la Roma di Rudi Garcia… Il Napoli è molto più forte di quella Roma e non avrà a che fare con una Juve formidabile, in campo e fuori.

Altro paragone: i problemi difensivi dell’Inter di Inzaghi somiglierebbero a quelli dell’Inter di Conte… Le differenze sono sostanziali: Conte aveva scelto di difendere “alto” e faceva turn-over, finché arrivò ad abbassare il baricentro e a rendere intoccabile il trio titolare; al contrario, Inzaghi ha sempre schierato quel trio e non ha un Lukaku che consenta alla squadra di starsene bloccata quei pochi, fondamentali secondi in più, prima di sprintare verso l’area avversaria. Rivedendo i gol subiti da Samp, Atalanta e Real, la difesa dell’Inter era sempre schierata. Schierata male.

Il titolo richiede una spiegazione: Samir Handanovic, Milan Skriniar, Marcelo Brozovic, Ivan Perisic, Edin Dzeko (e anche Aleksandr Kolarov) pur venendo da paesi diversi, sono accomunati da lingue e culture d’origine slava. Nessuna squadra di Serie A dipende tanto dal rendimento degli slavi. Per mille motivi – a volte confinanti con il razzismo – si tende ad attribuire agli slavi un’incostanza di rendimento, un’umoralità da alti e bassi. Mi pare chiaro che se questo nucleo – molto legato anche fuori dal campo – va in sofferenza, la rosa non offre soluzioni alternative.

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3559, mi ricordo

Mi ricordo una scatola di metallo, a sua volta chiusa in un cassetto, che la mamma usava per tenerci i bottoni.

#Interspac, perché è giusto crederci, perché sarebbe un mezzo miracolo

Ho assistito in streaming alla presentazione del progetto Interspac, avvenuta a Milano venerdì 24, se avete cinque minuti di tempo, leggete cosa ne ho ricavato.

Non è stato un appuntamento “pubblico” con centinaia o migliaia di persone, e non era presente Kalle Rummenigge, amatissimo numero 11, nonché ex presidente del Bayern: la pandemia ha suggerito di risolvere l’incontro in una forma meno spettacolare, ma la sensazione è che il progetto, in questi mesi, abbia fatto passi avanti.

Carlo Cottarelli ha detto che Interspac sta per passare alla fase operativa: primo passo, la scelta dell’advisor, il consulente finanziario e giuridico che indicherà come effettuare la raccolta fondi, definendone le forme. Ma tutto passa da Suning: se i cinesi non aprissero alla collaborazione, la raccolta fondi sarebbe bloccata sul nascere. Altrimenti potrebbe partire a fine novembre.

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Armance, Stendhal, 1827

Melodramma stracolmo di equivoci e malintesi, parabola di un amore infelice, reso impraticabile da un mondo che si delizia con gli intrighi, nel quale “la parola è stata data all’uomo per nascondere il suo pensiero”.

Comincia descrivendo Octave, il ventenne figlio dei marchesi di Malivert. Capelli biondi e ricci, profondi occhi neri, amava così profondamente la madre, che dopo aver lasciato il Politecnico rinunciò alla carriera militare. Pareva privo di qualsiasi ambizione, la madre temeva fosse malato, ma alcuni medici le dissero che “suo figlio non aveva altra malattia che quella specie di tristezza scontenta e critica, caratteristica dei giovani del suo tempo e della sua condizione”.

La diciottenne Armance de Zohiloff era una sua lontana cugina, priva di mezzi; bella, con quei lineamenti un po’ orientali, Octave non aveva mai provato interesse per lei. Comincia ad apprezzarla, perché solo Armance sembra disinteressata ai suoi soldi. Ma ascolta una maldicenza, vi crede, e scambia il disinteresse per invidia. È solo un esempio di come Octave nutra passioni tanto violente quanto contraddittorie. Se non fosse che porta quel nome, che sa come parlare in pubblico e che è molto attraente, Octave potrebbe essere preso per pazzo. In realtà, è solo infelice e immaturo, un disadattato in un mondo fatuo, “in cui l’invidia sa assumere tutte le forme”.

In un’alta società dominata dall’ipocrisia, dagli intrighi e dalle dissimulazioni, in cui il peccato mortale è la noia, Octave cerca di fare nuove, discutibili esperienze. Preoccupata, sua madre fa chiamare Armance e le confida di sperare che sposi suo figlio. Ma la giovane, convinta di non poter sposare un uomo tanto più ricco di lei, non fa parola della promessa di segretezza sul suo fantomatico matrimonio.

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Julian II, le Roi

3558, mi ricordo

Mi ricordo come la Moule e la Mina si annusavano, avendo una porta che le divideva.

Bologna, tramonti illuminati da Storaro

Café Society [id.], Woody Allen, 2016 [filmTv136] – 6

Lezioni di dialettica: Hollywood o New York, ebraismo o cristianesimo, jazz o swing, bionde o brune, Vonnie o Veronica, fedeltà o tradimento…

Bobby e Vonnie (Jesse Eisenberg e Kristen Stewart) sono i protagonisti. Uscito dai ruoli di Zuckerberg e Lex Luthor, lui rientra nei panni del goffo, giovane ebreo, che impara a sue spese come funziona il mondo. Lei deve ringraziare Allen per averle tolto di dosso il mortifero broncio dei film vampireschi, facendola sbocciare in abitini pastello e atmosfere soleggiate.

Giovane povero in cerca di affermazione, Bobby viene dalla solita famiglia ebraica newyorkese ricalcata da Radio Days, piena di tipi strani, tragici e ridicoli. Sboccia la tenera storia d’amore con Vonnie, ma deraglia quando lei si trova a scegliere fra il giovane spiantato e il divorziato di successo (Steve Carell). Lui ci rimane male, torna a New York, ma presto si sistema con un’altra Veronica (Blake Lively: non proprio un premio di consolazione).

Esercizio di bella calligrafia: con Santo Loquasto alle scene e Vittorio Storaro alla fotografia, gli anni Trenta diventano più veri del vero. Meglio, ci fanno vedere come Allen sogna quell’epoca, accarezzando la nostalgia. Ma sembra mancargli la spinta per affondare il colpo sull’amarezza dei sogni traditi per viltà od opportunismo. Non ci sono sussulti emotivi, i due protagonisti vivono una vita diversa da quella che li avrebbe resi felici, ma ciò non accade per colpa del Fato: manca loro il coraggio per sacrificare tutto per amore. Molti personaggi restano appena abbozzati, almeno un paio parevano fertili: l’impresario cinematografico (Steve Carell), il gangster nonché fratello maggiore di Bobby (Corey Stoll).

Malinconia e rimpianto per il tempo delle illusioni, dolorosa presa di coscienza che le illusioni prima o poi sfumano: questo 46esimo Allen – che si ritaglia il ruolo di voce narrante – non mi pare ci consegni molto altro.

Neve. Batman di Williams III – Curtis Johnson – Fisher (2005)

Scritta da J.H. Williams III e Dan Curtis Johnson, con i disegni di Seth Fisher (non particolarmente convincenti), «Snow» uscì nel 2005 in cinque numeri successive (192-196) della collana «Legends of the Dark Knight».

È da circa un anno e mezzo che Bruce Wayne indossa quel costume, sconta ancora una certa dose di inesperienza e fatica a trovare la giusta lunghezza d’onda con l’ispettore Gordon e il procuratore Harvey Dent.

Comincia con la voce off di Alfred, il maggiordomo, svegliato da qualche rumore: nella grande grotta che sta sotto casa Wayne, trova Batman pieno di sanguinati ferite, crivellato di proiettili e salvato dal costume corazzato. Inutilmente, Alfred cerca di far riflettere Bruce sui suoi limiti.

Seconda trama: Victor Fries dirige un importante progetto militare-industriale che cerca di trasformare il freddo in arma. Sua moglie Nora soffre di una rara malattia, finalmente diagnosticata: non ha speranze, il male è incurabile, Fries non lo accetta, sottrae la moglie dall’ospedale e la porta nel suo laboratorio.

Vuole usare l’esperimento in corso per salvarla o almeno rallentarne la morte. Non sa che il capo del laboratorio ha cambiato i parametri, e il trattamento criogenico fallisce.

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Spettacolo e sofferenza, reazione ed errori

L’Atalanta ha tirato in porta 11 volte e battuto 11 calci d’angolo. In appena sei partite, l’Inter è arrivata a 20 gol, ma stasera potrebbe ritrovarsi addirittura quarta (se la Roma vince il derby) e a quattro punti dalle vetta, a conferma del fatto che i campionati si vincono innanzitutto in difesa.

A fine stagione, questo Inter-Atalanta potrà essere celebrato come una delle partite più belle del campionato: “uno spot per la Serie A”, giocata all’arrembaggio dall’una e dall’altra, con capovolgimenti emozionanti, gesti tecnici meravigliosi (Lautaro al volo, Malinovskyi alla Recoba), errori provocati dall’asfissia, pali e traverse, eccetera. Questa Inter sa essere spettacolare, questa Atalanta sta tornando a proporre un grande calcio.

Di nuovo, l’Inter non ha saputo gestire il vantaggio (come a Marassi, dove avvenne due volte), e questo è un peccato mortale. Ma i nerazzurri sono stati capaci di recuperare una situazione che pareva compromessa, arrivando a sfiorare una vittoria che sarebbe stata meritata quanto beffarda. E viceversa.

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3557, mi ricordo

Mi ricordo la Parigi della Restaurazione, quel mondo dedito agli intrighi nel quale “la parola è stata data all’uomo per nascondere il suo pensiero”.

Gotham Central, gli inizi

«Nell’adempimento del dovere» e «Movente» sono le prime due miniserie del ciclo «Gotham Central» (2003-06), ideato da Greg Rucka e Ed Brubaker, con i disegni di Michael Lark e Stefano Gaudiano. Le trame sono focalizzate sugli agenti di polizia del Distretto metropolitano di Gotham City, il GCPD (Gotham Central Police Department). Cambia il punto di vista. Diventa quello di chi lavora per proteggere i concittadini dall’azione di criminali, normali o super. Sono trame poliziesche, imperniate su personaggi ai quali è facile affezionarsi.

La sezione Grandi Crimini fu costruita da Jim Gordon, e fu lui a sceglierne i componenti, uno per uno. Chi ne fa parte, dunque, è certamente onesto e motivato. La squadra ha consolidato un fortissimo spirito di corpo, accentuato da un ben poco velato disprezzo verso “i federali”. In queste storie, Batman incombe, più che apparire (anche se spesso gioca un ruolo decisivo).

Alle prese con un controllo di routine, i detectives Marcus Driver e Charlie Fields, bussano alla porta sbagliata: si trovano di fronte a Mister Freeze. La morte di Fields spinge il Distretto a fare il possibile per arrestare il criminale senza l’aiuto di Batman. Leggi il resto dell’articolo

Inter-Atalanta, prima

Dal giugno 2016, Gian Piero Gasperini allena l’Atalanta: aveva già ottenuto ottimi risultati al Genoa, in due riprese, ma è a Bergamo che la sua reputazione è decollata. Quella di oggi mi pare sia la seicentesima panchina di campionato della sua carriera: appena tre furono quelle che gli concesse l’Inter, nella tarda estate 2011, dopo la fuga di Leonardo. Due volte “Panchina d’oro” (2018-19 e 2019-20), Gasp ha portato l’Atalanta a giocarsi obiettivi clamorosi – ricordiamo come fu beffarda la sconfitta con il PSG ai Quarti di Champions – e a mostrare un calcio spettacolare, intenso, “inglese” nei suoi presupposti. Aziendalista e fulcro del progetto della Dea, alla pari di Giovanni Sartori, Gasperini ha fatto lievitare il valore di tanti calciatori. Molti, lontani da Bergamo, non hanno saputo ripetersi.

Il dente avvelenato che Gasperini non ha mai nascosto nei confronti dell’Inter venne reso ancor più sgradevole dal 7-1 che i nerazzurri rifilarono ai bergamaschi nel marzo 2017 (triplette di Icardi e di Banega). Da allora, per l’Inter solo due vittorie (4 pareggi e una sconfitta) negli ultimi sette scontri diretti. E anche le due vittorie sono arrivate dopo autentiche battaglie.

In apparenza, questa sesta stagione gasperiniana sembra iniziata sottotono. A me non pare: sono andati a pareggiare 2-2 al Madrigal, il campo infuocato del Villareal (non mi meraviglierei se passassero il girone: lo United è più forte solo sulla carta, la quarta è lo Young Boys), mentre in campionato hanno battuto Torino e Salernitana (fuori) e Sassuolo (in casa), pareggiando 0-0 con il Bologna (serata molto sfortunata) e venendo sconfitti dalla Fiorentina (1-2) al termine di una partita in cui l’arbitraggio è stato decisivo. Certo, a differenza del campionato 2020-21 in cui chiusero con il miglior attacco (90 gol in 38 partite), quest’anno faticano di più a segnare, ma in compenso subiscono pochissimo (solo due gol su azione). Hanno fisico e agonismo, sono rocciosi, vanno superati sul piano della velocità.

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La carovana dei Mormoni [Wagon Master], John Ford, 1950 [filmTv134] – 7

Rivisto per la terza o quarta volta, mi ha fatto piacere cercare i volti di Jane Darwell (la madre di Tom Joad in Furore, premiata con l’Oscar), James Arness (il futuro Zeb Macahan, patriarca Alla conquista del West, qui nei panni di un bandito ghignante) e di Jim Thorpe, uno dei più grandi atleti della prima metà del Ventesimo secolo, che Ford volle sollevare dalla miseria, offrendogli la parte di un pellerossa.

Il meglio sta nella presentazione dei personaggi. Due cowboy (interpretati da Ben Johnson e Harry Carey jr.) vanno a vendere cavalli in una cittadina… Una banda di cinque banditi (i Clegg, brutti ceffi lombrosiani) ha appena rapinato una banca e ucciso un uomo… Una delegazione di Mormoni (il leader è un’icona fordiana, Ward Bond) cerca di comprare cavalli e trovare una guida per arrivare in California… I due cowboy sarebbero perfetti, ma sono perplessi sui carri (la pista è difficile); però fra i Mormoni c’è una bella ragazza dai capelli rossi (che sia questa l’ispirazione per Charlie Brown?).

Lungo la strada, la carovana raccoglie un “dottore” e due assistenti, che estraggono denti e vendono elisir di lunga vita (fra loro, la bella Joanne Dru): non sarà facile la convivenza fra i bigotti Mormoni e questi ciarlatani. Alle fatiche del viaggio – splendide le scene in cui i carri attraversano un fiume – si aggiungono i pericoli. La banda Clegg si presenta nottetempo, solo i cowboy sanno di chi si tratta, e temono una sparatoria (i Mormoni non portano armi). Seguirà l’incontro con una piccola tribù Navajo, ma è chiaro che i banditi approfitteranno di quella copertura fino a quando cercheranno di derubare i pionieri e filarsela.

Lieto fine: un solo Mormone muore di piombo, un solo carro si sfascia sulle pietraie. Dalle dure esperienze emergono tre coppie, e quando il preziosissimo grano sarà stato mietuto, arriveranno un centinaio di famiglie per costituire una vasta comunità, nella terra promessa.

Per quanto “minore”, con un western di John Ford non si sbaglia mai.

3556, mi ricordo

Mi ricordo che John Ford, venuto a sapere della miseria in cui era caduto Jim Thorpe, gli offrì una piccola parte in un film.

Il 24 settembre del 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Qualche appunto su «Gli ultimi fuochi», il romanzo incompiuto. Una storia d’amore infelice, vista con gli occhi di una giovane donna innamorata di un uomo che adora un’altra

A parere di Fernanda Pivano e di tanti altri, l’Età del Jazz, gli anni compresi fra il 1919 e il 1929, è stata il periodo aureo della storia americana, un dopoguerra sfolgorante, bruscamente interrotto dal crollo di Wall Street. Sono gli anni del charleston, degli speakeasy (anche le donne potevano bere alcolici), di Al Capone, della morte di Rodolfo Valentino, della trasvolata oceanica di Lindbergh, dell’utopia del benessere per tutti.

Nel 1920, l’anno in cui iniziò il Proibizionismo, le donne già esercitavano il diritto di voto, entravano in commercio le calze di rayon, cominciano le trasmissioni radio della Westinghouse. Il 1920 è anche l’anno in cui Fitzgerald pubblica Di qua dal Paradiso, esordio folgorante. Nel 1941 uscì Gli ultimi fuochi, romanzo incompiuto, corredato da note dell’autore che precisava le sue intenzioni. Parla di Hollywood, dove Fitzgerald lavorò negli ultimi tre anni della sua vita, alla Metro Goldwyn Mayer, con profonda insoddisfazione. Pensato in otto capitoli, solo dei primi sei è stata ritrovata una stesura.

È scritto con gli occhi di Cecilia, “la figlia del produttore”, innamorata di Monroe Stahr, una figura geniale dietro la quale molti hanno visto Irving Thalberg.

Nato il 24 settembre 1896 a St. Paul (Minnesota), Fitzgerald morì il 21 dicembre 1940, dopo un periodo drammatico di insuccesso (pubblico e nella vita privata): “brutalmente, come gli respingevano i racconti vent’anni prima: in mezzo c’era stato un successo favoloso, una celebrità leggendaria, ineguagliata da qualsiasi altro scrittore americano di tutti i tempi”, scrive Pivano.

Cecilia studia in una università dell’Est e sta tornando a casa, a Hollywood. “Mi domando che aspetto potevo avere in quell’alba, cinque anni fa. Un po’ sgualcito e pallido, immagino, ma a quell’età, quando si ha l’illusione giovanile che quasi tutte le avventure siano piacevoli, mi occorreva soltanto un bagno e cambiarmi d’abito per tirare avanti ore e ore”.

In volo da costa a costa, Cecilia incrocia Monroe Stahr, il famoso produttore cinematografico, e se ne innamora: “Era un uomo per il quale qualunque donna avrebbe fatto follie, con o senza incoraggiamento. Io non ero decisamente incoraggiata, ma mi aveva in simpatia”.

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Vendicatori (The Avengers), di Stan Lee, Jack Kirby e Don Heck (1964)

Nel numero 5 della serie, Banner fa ritorno alla base militare nel sud-ovest degli Stati Uniti (Nevada? Arizona? Nuovo Messico?) dove avvenne l’esperimento fatale che lo trasformò in Hulk (finora solo Rick Jones conosce questa verità). Banner si sente come “un moderno Jekyll e Hyde”, i cambiamenti del corpo e della personalità avvengono senza che lui possa controllarli.
Dal sottosuolo, gli Uomini Lava spingono in superficie una misteriosa collina pulsante; le strade dei Vendicatori e di Hulk tornano a incrociarsi e la battaglia si conclude con l’implosione della collina e il ritorno sottoterra degli Uomini Lava.

Jack Kirby, Classe 1917, esibisce una strepitosa modernità nel taglio dell’inquadratura.

Dopo l’apparizione di Capitan America, il secondo salto di qualità nella saga dei Vendicatori avviene nel numero 6 (luglio 1964), quando il supergruppo deve combattere la sua nemesi, un supergruppo di criminali che si fanno chiamare “I Signori del Male”.
Iron Man ha introdotto transistors nello scudo e nel guanto di Cap, rafforzandone i poteri, ma l’idea che regge la trama è il ritorno dal passato di un nemico di Cap, l’infame Zemo, lo scienziato nazista che si rese responsabile della morte di Bucky.
Dalla fine della guerra, Zemo ha vissuto nascosto nella giungla amazzonica, soggiogando la popolazione indigena. Quando viene a sapere della rinascita di Cap, Zemo coalizza il Cavaliere Nero (col suo cavallo volante e la lancia che spara ogni tipo di proiettile), Melter (dotato del potere di fondere tutti i metalli) e l’Uomo Radioattivo (lo dice la parola stessa). Ognuno di loro ha già combattuto contro un membro dei Vendicatori, arrivando quasi a sconfiggerlo. È di Cap, sempre più avviato verso una naturale leadership del gruppo, l’idea di scambiarsi i nemici… Leggi il resto dell’articolo

Pandemia, i ricchi hanno paura dei poveri

Si vota in Germania, dopo sedici anni con Angela Merkel

Per un altro paio d’anni in Italia, nessuna elezione, a parte quella indiretta per il Quirinale, avrà il peso specifico e il significato profetico che discendono dal voto tedesco di domenica 26 settembre.

Dopo trent’anni da parlamentare e sedici da cancelliere, Angela Merkel ha deciso di non ricandidarsi. Fino alla chiusura dei seggi – alle 18.00 – nessuno avrà la certezza su chi prenderà il suo posto alla guida dello Stato più popoloso e più ricco dell’Unione Europea.

Herlinde Koelbl, vista al MAST di Bologna

Sarà un voto profetico, perché la Germania è da otto anni governata da una “larga coalizione” (non tanto larga come quella che sostiene Draghi, ma quasi). Dunque, bisognerà valutare chi esce meglio e chi con le ossa rotte da una forzata collaborazione che annebbia l’identità delle forze politiche, togliendo loro l’ingrediente essenziale: il nemico.

Sondaggi e pronostici convergono nel delineare un netto calo della CDU/CSU, ora guidata da Armin Laschet. Potrebbe tornare a essere il secondo partito e la SPD di Olaf Scholz, dopo tempo immemorabile, il primo. Scholz è l’attuale vice-cancelliere e ministro delle Finanze, dunque l’eventuale sorpasso non sarebbe poi così traumatico, anche perché né i Socialdemocratici né l’Unione CDU/CSU possono sperare di governare da soli. E sembrano condannati a rinnovare l’alleanza.

Fossi tedesco, penso che voterei per i Verdi, a cui viene attribuito un risultato fra il 13 e il 18 per cento: saranno la terza forza parlamentare; a seguire, ma l’ordine è incerto, i Liberali della FDP, l’estrema destra di Alternative For Deutschland e la sinistra della Linke.

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3555, mi ricordo

Mi ricordo l’anno in cui vedemmo che erano neri tutti i controllori degli ingressi e dei parcheggi alla fiera di Ferrara.

Coppa Rimet 1930-1970. I Mondiali in bianco e nero. Bagatelle su Gianni #Brera. Gunnar #Nordahl, John #Langenus

Alla vigilia di Italia 90, venne pubblicato questo volume, che ho appena trovato su una bancarella dell’usato: contiene quasi 150 grandi immagini in bianco e nero, che ricapitolano la storia della Coppa del mondo intitolata a Jules Rimet, primo presidente della FIFA (dal 1920 al 1954).

Dopo nove edizioni, la Coppa venne assegnata al Brasile, capace di rivincerla per la terza volta, a Città del Messico nel 1970, battendo l’Italia 4-1.

Sottotitolo: “Immagini di costume e sport in quarant’anni di calcio”: diviso più o meno a metà, fra immagini di contesto e di partite, l’apparato fotografico è notevole, mentre testi (Lorenzo Merlo, Lamberto Cantoni, Marco Pasi). e didascalie aggiungono poco. Unica eccezione la prosa breriana: “il bianco e nero ha immediata presa romantica… Montevideo è un’ariosa Zurigo senza lustre bancarie artificiali”, eccetera.

Da quel testo di Gianni Brera, ricavo che l’estate del 1938 fu per lo sport italiano non meno gloriosa di questo celebratissimo 2021: la Nazionale di Pozzo rivinse il Mondiale davanti a un pubblico politicamente ostile, Gino Bartali trionfò al Tour de France e Nearco dominò l’Arc de Triomphe, spingendo il presidente della Repubblica francese Lebrun a pronunciare questa frase stizzita: “Ils gagnent tout, ces italiens!”.

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Ecco perché per lo scudetto dico Napoli

Il 6 e il 9 settembre vi avevo proposto alcune valutazioni preliminari sul campionato 2021-22, soffermandomi, in particolare, sulla “quota scudetto” e sui punti necessari per agganciare la Zona Champions. Provo agi concludo il ragionamento, proponendovi dei pronostici secchi.

Il mercato di gennaio e i gravi infortuni rappresentano variabili che possono alterare ogni ragionamento, ma correrò il rischio.

  • Scudetto, nell’ordine: Napoli, Inter, Milan
  • Zona Champions: Juventus, Roma e Atalanta
  • Per l’altra Europa: Lazio, Fiorentina
  • Metà classifica: Sassuolo, Torino, Bologna, Udinese
  • Salvezza tranquilla: Sampdoria, Genoa, Cagliari, Empoli
  • Retrocessione: Verona, Spezia, Venezia, Salernitana

Per lo scudetto, dico Napoli, nella convinzione che solo tre squadre – quelle allenate da Spalletti, Inzaghi e Pioli – abbiano il potenziale per raggiungere e superare gli 80 punti.

Del Napoli di Gattuso ricordiamo il suicidio all’ultimo metro, il 23 maggio nella partita casalinga contro il Verona (1-1 e sorpasso della Juve, grazie all’intesa fra Calvarese e Cuadrado).

Molti dimenticano che quel Napoli “fallimentare” ebbe la seconda migliore differenza reti (terzo attacco e terza difesa) e raccolse tanti punti (77); nelle 16 partite che hanno preceduto la beffa veronese, di punti ne fece 42 (una sola sconfitta, a Bergamo), dopo aver sconfitto la Juve, il Milan a San Siro e la Roma all’Olimpico, pareggiando 1-1 con l’Inter di Conte.

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