La resa culturale al grillismo secondo Marco Follini

Chi sia, Marco Follini, e quali ruoli abbia avuto, ce lo ricorda wikipedia. Riprendo solo un paio di passaggi:

Il 22 maggio 2007 è entrato a far parte del gruppo promotore di 45 persone incaricato dell’elaborazione delle linee guida per la nascita del Partito Democratico. Veltroni lo nominò responsabile dell’Informazione per il Pd.
Dal 2 dicembre del 2004 al 15 aprile 2005 era stato Vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, su indicazione del suo leader dell’epoca, Pier Ferdinando Casini.
Quattro legislature, dieci anni alla Camera e sette al Senato. Nelle politiche dell’aprile 2008 è stato rieletto al Senato per il Pd. Nel 2013 non si è ricandidato.

Oggi Follini riprende la parola per commentare il voto sui vitalizi, con Pd e M5s che si disputano il merito dei “tagli”. Alla analisi manca almeno una mezza parola di autocritica, la classe politica di cui Follini ha fatto parte si è ritagliata una serie di privilegi odiosi e non ha fatto nulla per autoriformarsi. Ma sono d’accordo con lui sul fatto che chi è venuto dopo non è affatto meglio.

In particolare, “sono infiniti, i segni di un cedimento culturale (ideologico, si sarebbe detto un tempo) al grillismo. Fin dai tempi del referendum sulla riforma costituzionale, spiegata da Palazzo Chigi come il più massiccio colpo di cannone sparato contro l’esercito dei professionisti della politica. Ed ora con la “riforma” dei vitalizi, sbandierata nel segno della lotta alla “casta” – quella del passato. Tutta una narrazione della vita pubblica che sembra muovere dal presupposto che chi vi si è dedicato è nella migliore delle ipotesi un peso per il prossimo, nella peggiore un farabutto a cui farla pagare.

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Giorni di grazia, il testamento di Arthur Ashe

Arthur Robert Ashe jr muore di polmonite il 6 febbraio 1993. Pochi mesi prima, ha cominciato a dettare la sua autobiografia a Arnold Rampersad (autore della biografia di Ralph Ellison). Sente il bisogno di esprimere il suo punto di vista su questioni per lui fondamentali: razza, istruzione, politica, sport, nonché l’esperienza di malato di Aids. La forza del libro sta nel restituire la voce di Ashe, la sua personalità per molti versi eccezionale: instancabile e prudente, permeabile e coraggioso, pragmatico e idealista.

“Se la reputazione è un valore che si possiede, fra tutte le cose ho è quello che per me conta di più”. Ashe mostra di dare un’enorme importanza a quello che la gente pensa di lui, si è sempre sentito osservato e giudicato; da chi? innanzitutto dalla madre Mattie, morta quando non aveva ancora sette anni. E poi dal padre, “un uomo forte, onesto e responsabile. Ha vissuto ed è morto da semianalfabeta, ma si è comprato una casa e ha sempre fatto lavori importanti per lui e per la gente della comunità in cui vivevano”. Il padre l’ha sempre chiamato Arthur Junior.

Positivo al test dell’Hiv, il virus che provoca l’Aids; il virus gli è stato trasmesso in una delle operazioni chirurgiche seguite all’infarto del 1979. Ashe ne è a conoscenza dal 1988, lo rivela alla stampa nell’aprile 1992. Si è sentito costretto a fare outing, a rendere pubblica la sua condizione, per evitare che un giornale la rivelasse senza il suo consenso.

Vincitore di 33 tornei, fra cui tre dei quattro tornei del Grande Slam (Us Open, Australian Open e Wimbledon) e del doppio al Roland Garros.
“Nessuno più degli atleti deve conciliarsi con l’idea di perdere, imparando a trarne qualcosa di buono”.
Ammirava Muhammad Alì, Tommie Smith e John Carlos, e anche il sociologo Harry Edwards. Amava Jackie Robinson e Paul Robeson, Bill Bradley e Byron White (afroamericano giocatore di football americano salito alla Corte Suprema): “volevo essere come quegli uomini per quello che avevano realizzato al di là dello sport”. Leggi il resto dell’articolo

Billions, la seconda stagione (5 di 6)

L’estetica della serie è glaciale. Colpisce la frequenza delle scene inserite in un’ambientazione asettica (vetro e acciaio della futuristica sede della Axe Capital, gli uffici della Procura distrettuale, lo studio della psicoterapeuta di coppia, la sede dell’azienda aerospaziale in cui Wendy verifica le motivazioni degli astronauti, il laboratorio dove si sintetizza il batterio killer).

La missione di Rhoades (e del suo gruppo) è semplice: dimostrare che Axelrod vince in un gioco truccato, che aggira il “libero mercato” con frodi e illegalità, sotto forma di “informazioni riservate” (dietro a cui si muovono montagne di dollari), azzerando il rischio della speculazione finanziaria. Se riuscisse a colpire Axelrod, Rhoades sa che la sua carriera politica – diventare Governatore dello Stato di New York – sarebbe in rapida ascesa.

Il finale della seconda serie sembra certificare la riuscita del capolavoro di Chuck Rhoades, perfetto burattinaio che ha guidato le marionette verso l’incriminazione del nemico. Il procuratore ha previsto tutto, ogni singolo dettaglio. E ha recitato una commedia. Così facendo, ha acquisito le prove che la Axe Capital gioca sporco, non rispetta le regole. In un complicato meccanismo investigativo, Rhoades mette a punto gli insegnamenti zen e della teoria dei giochi: sceglie la mossa che massimizza la sua utilità nel momento in cui viene compiuta.

Ha finalmente sconfitto il male, il suo nemico giurato, ma a quale prezzo? Ha speso tutti i soldi accumulati sul suo blind trust, compromettendo ogni rapporto con il padre, e questi si è vendicato mostrandogli le prove del tradimento di Wendy.
Non è forzato concludere che a Paul Giamatti e Damien Lewis venga chiesto di incarnare due facce della stessa medaglia; ma è certo Giamatti a mostrare l’evoluzione più sorprendente, riuscendo a gestire un’autentica discesa agli inferi, la totale sconfessione degli ideali e dei tabù ripetutamente enunciati. (5, segue)

2044, mi ricordo

Mi ricordo Canevare, Ospitale e Fellicarolo,

Sangue sulla luna [Blood on the Moon], Robert Wise, 1948 [Tv72] 6

Conosciuto anche con un altro titolo («Vento di terre selvagge»), questo film è diretto da un autore che viene dall’horror gotico («Il giardino delle streghe», «La Iena») e va verso pellicole molto acclamate («Stasera ho vinto anch’io», «Ultimatum alla Terra»). Qui Wise frequenta il western di fine Ottocento, con gli indiani rinchiusi nelle riserve e già oggetto di squallide speculazioni, e gli allevatori spinti ai margini dalla numerosità degli allevatori.

Ancora più ai margini, autentico outsider, è Robert Mitchum quando si presenta sulla scena. Cavaliere solitario, prima subisce un furioso temporale, poi si scalda a un fuoco nella prateria, ma viene improvvisamente assalito da una mandria che spazza via ogni cosa.
Mitchum è stato chiamato dal vecchio amico Robert Preston, per un incarico da chiarire. Prima dell’amico, incontra il nemico dell’amico, Tom Tully, un anziano allevatore che gli lascia una lettera da consegnare alle figlie (una è Barbara Bel Geddes, l’amica non corrisposta di James Stewart in «Vertigo»).

Mitchum non ha chiaro cosa si voglia da lui, ma lo capirà in fretta: Preston ha bisogno di un complice fidato nella truffa architettata insieme all’ispettore governativo per la riserva indiana. Vittima della truffa, il padre della giovane donna che lo guarda con un certo languore. Quel che è peggio, Preston (grazie all’aiuto dell’altra figlia dell’allevatore) sobilla i coloni, fingendo di lottare per i loro diritti, mentre vuole solo arricchirsi. La goccia che fa traboccare il vaso è la morte di un giovane cowboy, il figlio del grandissimo Walter Brennan, feticcio di John Ford (tre Oscar fra il 1936 e il ’40), nel corso dell’incursione in cui la mandria viene sparpagliata al di là del fiume.

Il riscatto morale, Mitchum lo pagherà a caro prezzo (una tremenda scazzottata, una pugnalata alle spalle), fino a un lieto fine con troppi ingredienti rimossi.

Incartati

In termini squisitamente tecnici, il calciomercato si riduce spesso al gioco di chi ce l’ha più lungo. È uno spettacolo di virilità sublimate in potere, in cui quel che conta è mostrare di aver vinto. Poi, toccherà all’allenatore far funzionare baracche costruite per vendere magliette e mostrare la potenza della proprietà.

Tempo fa ho incontrato una persona molto informata sul Barcellona. Mi chiedeva che difensore avrei comprato, e gli ho risposto di bussare al PSG: Thiago Silva o Marquinhos, per affiancarli a Piqué. Mi ha sorriso e ha detto: Non possiamo dare fastidio al PSG, sennò quelli si presentano e pagano la clausola di Messi.

Ora, il “grande gioco” – come lo chiamava Kipling – non si gioca certo in Italia. Tutti aspettano di vedere chi prenderà Mbappé, chi Neymar, chi Bale. E, a cascata, che fine faranno gli esuberi delle squadre che si procureranno questi nomi.

Nell’intervista a Veltroni, Walter Sabatini è stato molto chiaro su questo; ma ho la sensazione che ai capi di Suning, Sabatini abbia detto anche altro. Leggi il resto dell’articolo

Billions, la seconda stagione (4 di 6)

Agli americani piace credersi spietati analisti dei propri difetti. Nel Paese della meritocrazia, una serie come questa – tutta improntata sulla corruzione, i cavilli, il nepotismo, la speculazione e il ricatto – dovrebbe épater les bourgeois, e invece li sollazza.

Gli americani, del resto, ammirano i vincenti, e sia Axelrod che Rhoades lo sono. Lo sono proprio perché i loro movimenti non sono impacciati dalla pesantezza degli scrupoli: si parla tanto di “conflitto di interessi”, ma né Axelrod né Rhoades lo avvertono mai veramente. Onde evitare che il pubblico possa colpevolizzarsi per certi desideri, gli autori agiscono sul contesto (la difesa della famiglia, la potenza di altri broker, la doppiezza della politica) così che sia Bobby e Chuck possano apparirci in una strenua struggle for life. È necessario che il confine tra bene e male, giusto e sbagliato, non è mai così netto come potrebbe apparire.

Fra i nuovi personaggi, spicca Tayler Mason (Asia Kate Dillon): arriva come stagista alla Axe Capital, ma la sua genialità non può sfuggire al capo, che le fa scalare le tappe con una velocità supersonica, fino a divenire capo degli analisti. Genderqueer dotata di un elevatissimo quoziente intellettivo e di un’ambiguità morale decisamente fertile, Axelrod la provoca per portarla oltre i propri limiti.

Altra novità è Oliver Dake (Christopher Denham), integerrimo funzionario al servizio del procuratore generale, spedito al Distretto Sud per verificare che non vi siano stati abusi di potere. Lucido, ambizioso, incorruttibile, Dake verrà a sua volta manipolato da Rhoades. Il quale sa di aver oltrepassato i limiti della legalità, ma è ormai mosso da una autentica ossessione.

David Strathairn e Mary-Louise Parker interpretano un potente uomo politico (Jack Foley) che ormai agisce nell’ombra ma non ha perso un grammo del suo potere effettivo, e la sua fidatissima incaricata (George Minchack) di gestire gli uomini scelti per le massime cariche elettive.

2043, mi ricordo

Mi ricordo il risotto con la cipolla caramellata, la cena al ristorante in cui c’eravamo solo noi.

Nuvole di un martedì pomeriggio

sdr

Identikit del “grande colpo”

È durata mezza giornata l’ipotesi che Jovetic potesse restare all’Inter. Spalletti la pensa così: “Più spazio per Jovetic? La considerazione da fare è questa, ed è molto semplice: ci sono calciatori protagonisti, che all’interno di un gruppo dove c’è concorrenza fanno fatica a starci. Non riescono ad auto-stimolarsi: o giocano, oppure non sono d’accordo a restare per giocarsi il posto. Pretendono di avere un certo numero di partite garantite, io questo non posso farlo. Pertanto è meglio parlarsi chiaro sin da subito per evitare problemi”.

Dunque, si spera che Jo-Jo faccia bene anche contro Bayern e Chelsea – due sconfitte annunciate – per trovare un compratore.

Ma dopo 3 partite, a far gol sono stati solo Eder, Murillo e Jovetic. Un golletto a partita. E intanto Icardi conferma di non sapersi gestire, visto che un banalissimo infortunio di maggio se lo trascinerà fino a ferragosto, ma la squadra è costruita su di lui.

Al netto delle mille “voci di mercato”, lasciando da parte Schick e Keita, Martial e Karamoh, viene da chiedersi come potrà l’Inter segnare più dell’anno scorso, aggiungendo Borja Valero e Vecino, che in due non fanno i gol di Banega.

Perciò, manifesto le mie perplessità sui due nomi che tutti i commentatori – mai così in difficoltà, grazie al sibillino Sabatini – considerano il bersaglio grosso: Angel Di Maria e Arturo Vidal.

Nessuno dei due mi convince al punto da farci il super investimento di cui si parla. Mi sembrano due ottimi calciatori, certo non due fuoriclasse, che possono stare bene nei “3” del 4-2-3-1, ma non garantiscono gol in doppia cifra.

Sinceramente, per quella montagna di soldi – fra cartellino e ingaggio – andrei dal Torino e comprerei Belotti. O, almeno, mi assicurerei Kalinic.

Un impulso a fare presto potrebbe venire dal calendario del campionato, che sarà diffuso oggi. Il 20 e il 27 agosto l’Inter potrebbe trovarsi di fronte persino Juve e Napoli, o comunque squadre ben più pronte…

Ma ho quasi raggiunto la certezza che questa sarà l’ultima estate del doppio direttore, dei segnali lanciati e poi abbandonati, delle mille trattative che si contraddicono e non si chiudono mai. La società Inter è ancora nel pieno di una transizione, non è rapida, la catena di comando non possiede la velocità necessaria a competere in un mercato gonfiato da superpotenze che intendono allargare il solco.

Billions, la seconda stagione (3)

Classe 1971, Damien Lewis è londinese; da New Haven, Paul Giamatti (1967); da New York Maggie Siff (1974), da Stoccolma Malin Akerman (1978).

Bobby Axelrod è il fondatore e capo della Axe Capital, un’azienda finanziaria che ha fatto la sua fortuna con operazioni ai limiti della legalità. Ha grande intuito, sceglie collaboratori geniali e ipermotivati, che lo adorano. Vive in abitazioni lussuose, possiede un paio di aerei privati e una collezione di automobili e motociclette, non si nega nulla che il denaro possa comprare. Però è da quindici anni sposato con Lara e non l’ha mai tradita.

Chuck Rhoades è il procuratore distrettuale del Distretto Sud di New York (quello che comprende Manhattan). Ama il suo lavoro e sua moglie Wendy, è di famiglia ricca, ma per non cadere nei conflitti di interesse ha chiuso tutti i suoi avere in un blind trust. A sua volta Wendy è ricchissima, con le stock options della Axe Capital, azienda per cui lavora dalla fondazione. I rapporti sessuali fra coniugi sono spesso improntati al sadomasochismo.

Sia gli Axelrod che i Rhoades hanno due figli, di età compresa fra gli otto e i dodici anni. Wendy ha sempre avuto un rapporto di straordinaria intensità e affinità con Bobby. Inevitabile che questo suscita sentimenti di gelosia sia in Chuck che in Lara.

Fra Axelrod è Rhoades lo scontro è, innanzitutto, cerebrale. Ognuno cerca di colpire l’altro dove fa più male. Ognuno ritiene di essere più intelligente, di avere una personalità più fredda e analitica. In pratica, sia l’uno che l’altro sono convinti di giocare un’estenuante, mortale partita di scacchi in cui si sentono di essere 3-4 mosse avanti, e stanno portando in trappola l’avversario. Il problema, per entrambi, è che la partita a scacchi non si gioca in assenza del resto del mondo; anzi, è un gioco di squadra, e il valore delle rispettive squadre fa la differenza. (3, segue)

2042, mi ricordo

Mi ricordo l’assoluto silenzio rotto da una trentina di annoiati ragazzi alla ricerca di un lago.

Anche chi commenta è chiamato a qualche responsabilità…

Uno dei migliori blog italiani – Indiscreto, di Stefano Olivari – ha deciso di porre dei limiti ai commenti.

Ricopio (non saprei dirlo meglio):

“Il tifoso medio (vorremmo dire ‘esclusi i presenti’, ma non lo pensiamo) vuole sentir parlare della sua squadra soltanto in positivo (Silvio, scusaci, come al solito avevi capito tutto), percepisce ogni critica come un attacco alla sua squadra su mandato di altri. Lo abbiamo potuto verificare tante volte anche su Indiscreto. Per questo da oggi molti articoli non saranno commentabili e, sempre a partire da oggi, sul sito compariranno veline di procuratori e marchette in favore di chi ci pagherà di più. L’assenza di commenti fra l’altro ci farà guadagnare tempo, soldi e vita, pensando a tutte le diffide ricevute, in molti casi giustamente, per frasi non scritte da noi ma da alcuni di voi. Abbiamo già abbastanza problemi nel difendere la nostra libertà di espressione (scrivendo di stupidaggini, figurarsi se lo facessimo di politica o economia), ci siamo sinceramente stancati di difendere quella degli altri. Perderemo audience? Non crediamo, visto che a commentare è l’1% di chi legge”.

Il punto di partenza era Maurizio Pistocchi, cioè la sua estromissione dal ruolo di commentatore sulle reti Fininvest, a quanto pare perché sgradito alla Juventus. Il post sta qui.