Giornalisti al Cinema 206: Dudley Moore

Dudley Moore – Micky e Maude – Blake Edwards 1984.

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Sento esprimere dai massimi dirigenti del Pd giudizi sul Pd più negativi, definitivi e irrimediabili di quelli che io, da fuori, non ho mai osato pronunciare.

La rimette Vecino

Partite così, è un privilegio viverle a San Siro: chi c’era, non la dimenticherà mai. Due gol sotto la Nord negli ultimi minuti, e quel tipo di gol, in rimonta, quando tutto sembra perduto, impongono un ricordo della partita inevitabilmente deformato, rimuovendo, per esempio, che se avessero fatto un referendum al minuto 85, la maggioranza dei tifosi avrebbero volentieri ceduto Icardi e Vecino, e invitato Spalletti a tornarsene alla dimensione più acconcia, l’Empoli.

Mi chiedo, inoltre, quanti abbiano immediatamente compreso che a tirare era stato Icardi. Davanti alla tivù, io non l’ho capito. Ho pensato al Ninja, poi a Skriniar, per un attimo (era l’euforia) ho persino ipotizzato fosse Candreva, ma che ci faceva Icardi lì? L’ultimo gol da fuori area, l’aveva segnato due anni fa. Solo dopo ripetuti replay, si è compreso che Maurito era fuori zolla perché aveva subito fallo, e stava lentamente ritrovando la posizione.

Diverso il discorso per il gol di Vecino. Già il calcio d’angolo precedente – nel magnifico, tumultuoso, frenetico assalto finale – si era creata una mischia paurosa, di quelle che se capitano in rea dell’Inter, il pallone riesce a insaccarsi passando fra 20 gambe, contro ogni legge fisica. Candreva ha un avvenire da kicker nel football (americano), sa calciare da fermo, mi sono avvicinato allo schermo invitandolo caldamente a mettere quel pallone sulla testa di De Vrij. Vai su De Vrij, ho ripetuto… Sponda perfetta dell’olandese, Vecino è lì che aspetta. E grazie a Pochettino per aver tolto Harry Kane, nullo in attacco ma prezioso sui palloni alti.

A me l’Inter del primo tempo era piaciuta. Peccato non tirasse in porta. E peccato non capisse il metro di misura dell’arbitro, certo non casalingo ma tipicamente da Champions. Preso il gol, con quella sfiga che ci vede benissimo, per una ventina di minuti si è spenta la luce, pensavo fosse più probabile il raddoppio degli Spurs, avrei firmato per il pari, per fortuna Handanovic è stato perfetto, ma Skriniar sbandava su Lucas Moura e la marcatura di Eriksen era, come facilmente prevedibile, un’incognita senza possibile soluzione. Ma gli dei del calcio sanno essere equanimi, se sostituisci un centravanti con un terzino, meriti di perdere (in lontananza, sento l’eco del nome di Santon).

I limiti dell’Inter restano evidenti, quando Brozovic alza la testa, nessuno corre senza palla, Politano ha cominciato bene, ma si è spento, Perisic pare fosse debilitato, Nainggolan a me pare sovrappeso; quanto a Icardi, fino al minuto 85 non si giocava in 10, no, lui faceva danni, era meglio non ci fosse proprio. Ma il peso specifico di un gol come quello, cambia ogni prospettiva, “è calcio, non ginnastica artistica”, direbbero quelli che guardano solo al risultato finale, comunque venga. Io ero, sono e rimango convinto che con Icardi unica punta non si va da nessuna parte.

I migliori: Handanovic, Asamoah, Brozovic. I peggiori: Nainggolan, Perisic e Candreva.

Ma quando fra vent’anni si ricorderà questa partita, resteranno i nomi di Mauro Icardi e Matias Vecino. E quei tremendi, meravigliosi boati che si alzano da San Siro, trascinando oltre i propri limiti una squadra che di limiti ne ha tanti.

The Modern Dance. Pere Ubu (Blank, 1978) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 378.

Dovette chiedermi chi fosse Alfred Jarry (commediografo francese di fine Ottocento, creatore di un nuovo genere di teatro, anticipatore del surrealismo con un linguaggio chiamato “patafisica”). Non capii nemmeno che musica fosse, stava cominciando a circolare l’espressione “new wave”, variante intellettuale del punk, innescata dalla condizione umana post-industriale. I rumori, anzi i conati delle macchine attraversano questo debutto.

Dove e come nasce questa famosa New Wave? Tuttora non saprei rispondere, ma so che qui dentro c’è molto più che un indizio. Ci sono Street Waves, Over My Head, Humor Me e Life Stinks (testamento del compianto Peter Laughner, morto a 24 anni), più altre 6 tracce, tutte contorte, cacofoniche, scatenate, distorte, slabbrate, solenni, tribali, spigolose, desolate, sibilanti, claustrofobiche, primordiali, istrioniche, urticanti…

Di aggettivi potrei trovarne altri, ma non mi avvicinerei di un millimetro all’essenza stilistica di questo quintetto, con la sua strana idea di musica: David Thomas (voce, musette, percussioni), Tom Herman (chitarre e cori), Tony Maimone (basso, pianoforte e cori), Allen Ravenstine (sintetizzatori) e Scott Krauss (batteria). Vengono dall’Ohio come i Devo, grafica e packaging non si discostano dal bianco e nero.

Sondando i confini dell’ascoltabile, tra stoviglie in frantumi e martelli pneumatici, voce stridula e collassi rumoristici, i Pere Ubu fanno emergere una nuova danza. Fitte tenebre squarciate dal punk.

2461, mi ricordo

Mi ricordo distintamente le prime partite di Champions viste a San Siro, i gol di Mimmo Caso e Graziano Bini.

È sempre colpa di chi c’era prima, ma a un certo punto…

La scena sta in Traffic, il film di Soderbergh, ma potete applicarla a questo governo, alla sorte del Pd, al cambio dell’amministratore del vostro condominio… a chi vi pare.

È un tipico passaggio di consegne, in questo caso al vertice della “guerra alla droga” che il governo USA dice di voler combattere. Prima al comando stava un generale (James Brolin), ora gli subentra un giudice (Michael Douglas). Ecco cosa dice il generale al giudice:

«Quando fu cacciato, Kruscev scrisse due lettere al suo successore e gli disse: Quando ti troverai in un grosso guaio, apri la prima lettera e sarai al sicuro. Quando ti troverai di nuovo in un guaio, apri la seconda lettera.

Presto quello si trovò in un brutto guaio e aprì la prima lettera. Diceva: Dai tutta la colpa a me.

Diede tutta la colpa al vecchio e la cosa funzionò.

Poi si trovò in un secondo guaio e aprì la seconda lettera. Diceva: Siediti e scrivi due lettere».

18 settembre 1905

Poche certezze, ripartire da quelle

Il Tottenham gioca un calcio di qualità superiore a quella che sa esprimere l’Inter di Spalletti. Ha più tecnica nei piedi e più velocità sul breve. E più coesione, dopo un calciomercato in cui non ha comprato e non ha ceduto. Ma l’Inter è costruita in modo da poter approfittare dei limiti strutturali della squadra di Pochettino.

La difesa può neutralizzare Harry Kane, soprattutto in assenza di Dele Alli.

Il Tottenham viene da tre risultati contraddittori: al clamoroso 0-3 in casa dell’United, che fece vacillare la panchina di Mourinho (in gol Kane e doppietta di Lucas Moura), è seguita l’imprevista sconfitta 2-1 in casa del Watford (gli Spurs vincevano fino al minuto 69), e sabato scorso, mentre l’Inter cadeva col Parma, il Liverpool espugnava Wembley (1-2, Wjnaldum di testa e Firmino dopo pasticcio difensivo, Lamela al 93’). Tre vittorie, poi due sconfitte, con 9 punti gli Spurs sono sesti. Leggi il resto dell’articolo

The Young Pope (5, fine)

The Young Pope è stato girato in inglese. Alternando interviste ai protagonisti (produttori, regista, cast), il Making of contenuto nel dvd (57’, diretti da Fabio Mollo), fa intuire l’enorme lavoro e la bravura necessari a ricostruire la Cappella Sistina e altre scenografie, la meticolosa cura per costumi, luci, inquadrature.

Ottima la colonna sonora, curata da Lele Marchitelli; oltre alla sue composizioni, contiene momenti classici (un Requiem di Fauré, un’Ave Maria di Schubert) e incisive incursioni pop. La sigla di apertura è All Along the Watchtower, a cantarla non sono Dylan o Hendrix, ma i Devlin. Nella puntata numero 4, il primo ministro della Groenlandia regala al Papa un cd che contiene una canzone italiana (Nada, Senza un perché). Il settimo episodio è attraversato da I Cant’ Escape Myself (The Sound), Hallelujah (Jeff Buckley), Melancolia (Peppino di Capri) e Non ci sono anime d(Antonello Venditti). Infine, mi piace citare Lera Lynn e la sua Lying in the Sun.

Jude Law dà vita a una figura indimenticabile, con tutte le sue ambiguità e contraddizioni. Lenny Belardo non ha mai superato il dolore dell’abbandono dei genitori, suor Mary lo considera un bambino mai completamente cresciuto, il cardinale Spencer profetizza che il suo pontificato sarà segnato dal desiderio di vendicarsi per l’amore non ricevuto, l’umanità dovrà implorarlo perché le eviti l’angoscioso silenzio di Dio. La perfidia di questo giovane Papa si esalta nell’incontro, quasi umiliante, che riserva al giovane premier italiano (Stefano Accorsi), maltrattato col sorriso sulle labbra e costretto a rinviare ogni riforma sui diritti civili.

Se la sceneggiatura impone a Jude Law autentici salti mortali (certi sguardi luciferini ci ricordano altri ruoli da lui interpretati, fino al killer di Era mio padre), mi pare che solo le prime puntate siano all’altezza delle grandi qualità di Silvio Orlando (dimenticato intere ore) e smarrisca anche quelle di Diane Keaton, come se da un certo punto in poi non si sapesse più come gestirla. Personaggi ingombranti vengono fatti morire, nella seconda serie spero venga sviluppato il ruolo intrinsecamente dialettico di Cécile de France e scompaia, invece, Ludivine Saigner, moglie sterile di una guardia svizzera a cui il Papa dedica attenzioni ben oltre i limiti dell’assurdo.

La prima stagione si è chiusa con un classico zoom verso il cielo, parte da Piazza San Marco e ingloba l’Italia, l’Europa, la Terra intera: lo sguardo di Dio? (5, fine)

2460, mi ricordo

Mi ricordo di aver faticosamente e necessariamente imparato a minacciare.

Giornalisti al Cinema 205: Claudio Bisio

Claudio Bisio – Sud – Gabriele Salvatores 1993.

Flic Story [id.], Jacques Deray, 1975 [filmTv104] – 7

Immaginiamo il commissario Maigret scrivere direttamente un romanzo, raccontando in prima persona la sua indagine più pericolosa. È quanto fa Roger Borniche, che è stato effettivamente un ispettore di polizia e ha al suo attivo 567 arresti e 28 libri, fra cui Flic Story.

Maigret era della Giudiziaria, Borniche della Sureté, la polizia legata al Ministero degli Interni. Lo interpreta Alain Delon, mentre Jean-Louis Trintignant incarna quello che è stato, in Francia, il Pericolo Pubblico Numero 1: Émile Buisson, criminale che uccide senza rimorsi. Quando Buisson fugge dal manicomio criminale, nell’autunno 1947, è Borniche con i suoi uomini che viene incaricato della cattura.

Vari cadaveri si accumulano sul cammino, rapine di gioielli, portavalori e buste paga: acciuffare Buisson si rivela assai pericoloso. Ma sono tempi in cui le facce dei protagonisti non sono ancora conosciute, e sarà Borniche in persona a mettere le mani sullo spietato assassino, attirato in trappola.

Del cast, fanno parte Renato Salvatori e caratteristi del polar come Adolfo Lastretti e Paul Crauchet, nonché l’incantevole Claudine Auger (la fidanzata di Borniche), seconda a Miss Mondo 1958 e poi Domino nello 007 Operazione Tuono. Che per catturare Buisson, Borniche metta in pericolo una così splendida fidanzata, mi pare giustifichi non una promozione ma un trasferimento in Alsazia.

Fra le interpretazioni, colpisce più a fondo Trintignant, mai visto così sadico e brutale, paranoico e spietato; Delon suggerisce un personaggio distaccato e nonviolento, che fatica a stare negli abiti del poliziotto e tuttavia è mosso dall’ambizione di fare carriera. Potendo contare su attori così magnetici, Deray si limita a costruire le situazioni migliori per valorizzarli, in attesa della scena finale, quando entrambi, finalmente, faranno parte della stessa inquadratura.

#Rivincite outtakes: The Donald e LeBron, vite parallele in rotta di collisione

Poche settimane prima di annunciare la sua candidatura alla presidenza, Donald John Trump elogiò LeBron James su Twitter, definendolo “a great competitor” e un esempio per i giovani, dopo la vittoria nei playoff 2015 contro i Chicago Bulls.

Fu proprio a Cleveland, durante la convention dei Repubblicani, nemmeno un mese dopo la parata trionfale del Prescelto e dei suoi compagni che avevano conquistato l’Anello 2015, che Trump venne ufficialmente candidato Presidente. E proprio alla Quicken Loans Arena, dove i Cavaliers costruirono il loro trionfo, Trump pronunciò il primo discorso da “nominato”.

Nell’ottobre successivo, alla vigilia della scelta fra Trump e la signora Clinton, LeBron dichiarò il suo appoggio a Hillary. L’Ohio – come aveva spiegato Michael Moore in alcuni, preveggenti articoli – appariva fra gli Stati decisivi, e LeBron insieme al compagno di squadra J.R. Smith ribadì il suo appoggio a Hillary poche ore prima dell’apertura dei seggi.

Da 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, Trump ha cancellato il tradizionale invito alla Casa Bianca per i campioni NBA dei Golden State Warriors, dopo le parole pronunciate da alcuni di loro, fra cui Stephen Curry, e LeBron ha preso la parola per solidarizzare con i rivali che l’avevano sconfitto in finale. Leggi il resto dell’articolo