Da Kiev, solidità e sfortuna, arbitri e crescita

Non ho visto la partita di Kiev, solo un’ampia sintesi in una lingua sconosciuta, sapendo già il risultato. Poche considerazioni.

Con quelli di ieri, l’Inter ha colpito 6 pali nelle prime 7 partite ufficiali.

Con quello di Ieri, l’Inter si è vista negare il terzo rigore clamoroso. Per assegnare un rigore su Lukaku, servono almeno due colpi di pistola.

Il mio lato ottimista dice che se si gioca come nel primo tempo, con un grammo in meno di sfiga, si vince lo scudetto (l’Europa resta un’asticella troppo alta, con un centrocampo così poco talentuoso).

Il mio lato pessimista dice che Conte non ha imparato a usare i 5 cambi, aspetta troppo, non si discosta mai dallo spartito iniziale. Leggi il resto dell’articolo

National Pastime, fra passione ed equilibrio competitivo

Baseball, lo sport nazionale, anzi “il passatempo nazionale”: lo sport più presente nella letteratura, nel cinema e nella cultura pop a stelle e strisce.

Si sono appena concluse le World Series, hanno vinto 4-2 i Los Angeles Dodgers, battendo i Tampa Bay Blue Rays.

Non ho visto nulla, ma ho aggiornato una statistica che esce confermata, anzi rafforzata da questo risultato.

Nel Ventunesimo secolo, si sono disputate 20 World Series e hanno vinto 13 squadre diverse.

Quattro volte i Boston Red Sox, tre volte i San Francisco Giants, due volte i St. Louis Cardinals, poi una volta le altre: New York Yankees, Los Angeles Dodgers, Chicago White Sox, Chicago Cubs, Miami Marlins, Kansas City Royals, Philadelphia Phillies, Anaheim Angels, Arizona Diamondbacks e Houston Astros.

Vincere due anni di fila è un evento rarissimo.

I Dodgers non vincevano il titolo da più di trent’anni

La Major League Baseball è giocata da 30 franchigie, 23 hanno vinto il titolo almeno una volta, e appena un paio ci sono riuscite più di dieci volte: i Cardinals (11) e gli Yankees (27). Ma la superpotenza newyorkese ha vinto solo un trofeo negli ultimi vent’anni e solo quattro negli ultimi 42.

Di questa logica dello sport professionistico americano, ho scritto su Rivincite e in parecchi post, fra cui questi: LIV Superbowl MLB 2017.

Una speranza e una certezza sul futuro del baseball USA: che sia Joe Biden a lanciare la prima palla del campionato 2021, e che nessuno – nemmeno il più forte di oggi – partirà nettamente favorito.

Silver Surfer: Requiem, Straczynski e Ribic (2007)

Libertà e solitudine, intransigenza morale, epica e dolore, lontananza e diversità, fede e coraggio, ingenuità e curiosità, sconfinato amore per la razza umana e per ogni forma di vita… C’è qualcosa di biblico, di religioso, nel carattere di Silver Surfer, ancora oggi il più elegante, sublime personaggio del Marvel Universe.

Silver Surfer Esad RibicHo sempre pensato che questa specie di potentissimo San Francesco abbia qualcosa a che fare con il monologo di Blade Runner: “Ho visto cose che voi umani non potete immaginare…”.

Ho sempre pensato a Silver Surfer quando ascoltavo i Pink Floyd di «Interstellar Overdrive». E la presenza del fumetto mi ha fatto “salvare” nella memoria l’altrimenti inutile remake del primo Godard, «All’ultimo respiro», con Richard Gere che sfoglia le pagine di Silver Surfer e vi si immedesima (in realtà, a salvare il film ci pensava Valerie Kaprisky).

La protezione argentea – la seconda pelle che Galactus pose su Norris Radd al momento di farne il suo araldo, rendendolo quasi invulnerabile – si sta deteriorando. Silver Surfer chiede aiuto a Reed Richards e ai F4, ma non c’è rimedio, gli restano poche settimane di vita. Anche gli eroi possono essere colpiti da un male incurabile. Silver Surfer non ha nessun rimpianto, Straczynski gli fa dire: “So che sulla Terra ci sono insetti, farfalle, che vivono solo due settimane. Se ho un mese, ho due generazioni davanti a me”.

Impassibile, “la miglior faccia da poker di tutti i tempi”, gli dice l’Uomo Ragno. Silver Surfer non perde la sua serenità e si chiede che fare del tempo che gli resta. Regala a Mary Jane Watson (è il suo compleanno, l’idea è di Peter Parker) l’esperienza del volo sull’asse. La libertà assoluta.
Decide di partire verso Zenn-La, il pianeta natale. Prima di lasciare la Terra, il Dottor Strange gli regala il “fuoco della conoscenza”, una specie di concentrato del bene che ha fatto al nostro pianeta, “ciò che è stato preservato e quello che è stato creato grazie alla tua gentilezza”.

Nell’ultimo, lungo viaggio verso Zenn-La, il surfista d’argento incrocia una guerra, l’ennesima guerra cosmica, in corso “da più di cinquanta generazioni”. Viene combattuta con motivazioni speculari: la fede di essere dalla parte del giusto, contro l’eresia. I due leader delle opposte fazioni gli chiedono di stabilire chi possieda la vera fede, chi abbia ragione, insomma.

La risposta di Silver Surfer è una doppia distruzione: prima le armi, poi i templi. Inizia così una lunga era di pace…

3227, mi ricordo

Mi ricordo “Aspetta e spera”, il motto di Edmond Dantès, il conte di Montecristo.

Dpcm, non sarà l’ultimo

Non condivido ogni singola scelta – alcune mi sembrano insensate e demagogiche – ma difendo l’ultimo Dpcm emanato da Giuseppe Conte.

Andava fatto 7 giorni prima, questo è l’errore imperdonabile. E siccome le crescite esponenziali sono terribili, quei 7 giorni possono significare centomila casi e duemila morti in più (non sto esagerando, forse saranno il doppio, la crescita dei numeri è ormai incontrollata).

A questo punto, occorre smetterla di fare congetture su questo eterno presente, e immaginare la situazione che si presenterà di qui a un paio di settimane.

Gli effetti dell’ultimo Dpcm, infatti, cominceranno a misurarsi non prima del 7/8 novembre, ed è realistico temere che avremo raggiunto il milione di casi e le 2800/3000 persone in terapia intensiva. Quanto ai morti, temo che nei giorni peggiori se ne conteranno più di 400.

Non sono estrapolazioni astratte, è quel che sta accadendo in Francia, dove la situazione è più grave di quella italiana di una decina di giorni, e sabato 25 hanno misurato 52mila positivi, nonostante il coprifuoco già dichiarato nelle grandi città (spettrale, la foto di rue de Rivoli).

Quando questo Dpcm comincerà a produrre effetti, il grande dubbio è: si limiterà a pareggiare la curva o riuscirà a invertirla significativamente? Solo nel secondo caso, riportando entro il 24 novembre la situazione più o meno al punto in cui si trova oggi, fornendoci la nitida sensazione che la diffusione del contagio sia sotto controllo, sarà possibile evitare lockdown molto ampi. Geograficamente e temporalmente.

Non sottovaluto l’impatto devastante del Dpcm su alcune categorie economiche, e confido nella capacità del governo di far arrivare i sussidi entro un paio di settimane.

Da oggi al 7/8 novembre, l’unico imperativo che ognuno dovrebbe seguire, mi pare questo: limitare al minimo i contatti umani. Per questo, sono disposto a difendere anche la chiusura di cinema e teatri e il 75% di didattica a distanza. Le uniche forme sensate di relazioni umane dovranno essere all’aperto, a due metri di distanza, indossando la mascherina.

Nemesi, Philip Roth, 2010

Philip Roth da cima a fondo

“Mentre correva con il giavellotto in alto, mentre allungava il braccio ben dietro il corpo, mentre lo riportava in avanti per rilasciare il giavellotto in alto sopra la spalla – e poi lo rilasciava come un’esplosione – ci sembrava invincibile”.

Sono le ultime parole che Philip Roth decise di affidare a un romanzo: stanno in Nemesis, tradotto da Norman Gobetti; all’epoca lo scrittore aveva settantasette anni.

La scena descritta è un flashback, riporta a Newark, New Jersey, la città natale di Roth, nell’estate del 1944. Il futuro scrittore aveva undici anni, quando la sua città venne investita da una spaventosa epidemia di poliomielite. Di polio ancora si moriva, il vaccino sarebbe arrivato solo nel 1955. Inevitabilmente, nel leggere Nemesi in questo disperante 2020, molte parole risultano profetiche.

Il narratore abitava nell’angolo sudoccidentale di Newark, la zona ebraica di Weequahic, mentre il primo caso di polio, emerso ai primi di giugno, si verificò in un quartiere italiano all’altro capo della città. Solo il 4 luglio, quando in città già si registravano quaranta casi, l’allarme suonò anche per gli ebrei. I vecchi ricordavano che nel 1916, l’epidemia di polio nel Nordest degli Stati Uniti aveva provocato 27000 casi e 6000 morti, 363 nella sola Newark.

In quell’estate del ’44, faceva un caldo infernale, c’erano sciami di zanzare, i piccoli ventilatori elettrici offrivano ben poco sollievo. E la polio terrorizzava: misteriosi le modalità del contagio e l’accanirsi sui più giovani, terribili la prospettiva del soffocamento, che si poteva scongiurare solo ricorrendo al “polmone d’acciaio”, e le infermità che gravavano sui sopravvissuti per il resto della loro esistenza. Non c’era vaccino per immunizzare, né medicina per curare, si sapeva che la malattia era estremamente contagiosa e che le vittime non erano solo bambini: Franklin Delano Roosevelt aveva contratto la polio a trentanove anni.

Il protagonista del romanzo si chiama Eugene Cantor, detto Bucky. Ma per i ragazzi era Mr Cantor. Lavorava come animatore del campo giochi estivo, aveva ventitré anni, non ci vedeva bene e perciò non era in guerra. Capelli a spazzola, occhiali spessi, alto poco più di un metro e sessanta, sportivo eccellente nei tuffi e nel lancio del giavellotto, Mr Cantor era molto amato dai ragazzi. Una decina di attaccabrighe italiani vennero al campo “ad attaccare la polio”, sputarono per terra, ma Bucky non indietreggiò; chiamò la polizia, poi organizzò il lavaggio e la disinfezione del campo. Dopo quell’episodio, divenne “un fratello maggiore idolatrato, protettivo ed eroico”. Leggi il resto dell’articolo

Borgen. Il Potere (3)

Birgitte Nyborg troverà impossibile conciliare le responsabilità politiche con quelle familiari. Il carico di lavoro e gli inevitabili imprevisti le impediranno di continuare a essere una presenza affettuosa, come moglie e come madre. Per evitare conflitti di interesse, il marito sarà costretto a rinunciare a incarichi prestigiosi e gratificanti; poi, la figlia maggiore cadrà in depressione. Mikael uscirà di casa e cercherà di rifarsi una vita con una pediatra; Laura combatterà i suoi fantasmi con i farmaci e una degenza in una costosa struttura privata (accadrà proprio mentre la madre premier stava proponendo di tagliare i contributi pubblici).

Dovendo gestire un grande quanto inaspettato potere, Birgitte incorre in vari errori di valutazione. Costringerà alle dimissioni ministri egocentrici e inaffidabili, rimanderà decisioni a cui teneva molto, scenderà a compromessi, allontanandosi dai suoi ideali. Non esiterà a mentire. Parte del pubblico si convincerà che è cambiata, non può fare a meno del potere, farebbe qualunque cosa pur di conservarlo.

Tuttavia, resta chiaro che Birgitte non è corruttibile, conserva un’onestà di fondo e va maturando una sempre più alta coscienza di sé. Impara a dissimulare, a trattare con amici ed avversari. È bravissima nel sorridere alle telecamere, Kasper le insegna a districarsi con astuzia davanti all’accerchiamento dei media. Birgitte è una donna piacente, cura il suo aspetto, indossa vestiti eleganti, non rinuncia mai ai tacchi alti. Lasciata dal marito, uscirà faticosamente dalla cupezza che ne consegue, regalandosi una sola (pericolosa) avventura, con uno dei suoi autisti. Leggi il resto dell’articolo

3226, mi ricordo

Mi ricordo una tipica frase della mamma, la cui assennatezza riemerge periodicamente: “C’è tanta cattiveria in giro”.

Sempre che si arrivi a gennaio

Ilaria Alpi. Il prezzo della verità, Marco Rizzo e Francesco Ripoli, BeccoGiallo 2007

Ilaria Alpi (Roma, 24 maggio 1961) e Miran Hrovatin, del Tg3, sono stati uccisi a Mogadiscio, Somalia, il 20 marzo 1994.

Rizzo (di Trapani) ha scritto i testi, i disegni sono di Ripoli (livornese). Il loro racconto a fumetti – circa 70 tavole – funziona come un viaggio a ritroso. Comincia con gli ultimi minuti di vita di Alpi e Hrovatin, massacrati dalle mitragliatrici sul furgoncino su cui stavano viaggiando.
Il secondo capitolo torna a due giorni prima, quando Ilaria si concede un’ora sulla spiaggia di Bosaso e un bagno nell’oceano.

Il 15 marzo avevano intervistato il sultano Mussa Bogor; una nave era stata sequestrata in porto, non si sapeva perché e cosa trasportasse; a telecamere spente, forse, il sultano fece capire qualcosa di più (gli autori realizzano una bella zoommata all’indietro, senza parole. A cui fa seguito una zoommata in avanti, sull’autostrada Garao-Bosaso, una striscia nera in mezzo al deserto, dove Ilaria e Miran sospettano siano sepolte scorie radioattive.
Il giorno prima, a Mogadiscio, Ilaria riceve minacce di morte; il tramite è un contrabbandiere italiano, Giancarlo Marocchino.
Il 12 marzo Ilaria e Miran atterrano a Mogadiscio e scoprono che un informatore di Ilaria era stato ucciso qualche mese prima.

Il 28 febbraio, da Roma, Ilaria aveva coinvolto Miran, operatore free lance: lo scopo del viaggio era scoprire dove fossero finiti i 1400 miliardi della cooperazione italiana.
L’epilogo rimanda all’aprile 1987, in un aeroporto siciliano, Mauro Ristagno fotografa dei trafficanti d’armi, celati dietro la cooperazione con la Somalia. Armi pagate con la terra in cui nascondere i rifiuti tossici. Ristagno fotografa quel Li Causi, maresciallo appartenente a Gladio, che diventerà l’informatore di Ilaria Alpi in Somalia.

A seguire, una dettagliata cronistoria curata da Marco Rizzo, un approfondimento sul processo ai presunti responsabili e sulla commissione parlamentare d’inchiesta curato da Francesco Barilli, e infine un breve testo di Giovanna Mezzogiorno, che ha interpretato Ilaria Alpi nel 2003 (Il più crudele dei giorni, di Ferdinando Vicentini Orgnani).

Fantomas contro Scotland Yard [Fantômas contre Scotland Yard], André Hunebelle, 1967 [filmtv126] – 6

Il finale aperto lasciava presagire un ulteriore seguito, invece chiuse qui la trilogia campione di incassi in Francia, grazie al primo Fantômas (1964) e al sequel Fantômas se déchaîne (1965).

Immutati gli ingredienti: un supercriminale megalomane, capace di sostituirsi a chiunque grazie alle sue maschere, la polizia che cerca di acciuffarlo, inseguimenti su svariati mezzi di locomozione, qualche scena acrobatica e vertiginosa, e il solito trio di protagonisti: Louis De Funès, Jean Marais e Mylène Demongeot.

Il peso specifico di De Funès è cresciuto, episodio dopo episodio: la sua comicità stralunata ed ipercinetica ruba la scena a chiunque, imponendo il tono da commedia leggera (eppure ci sono un sacco di morti ammazzati). Pur invecchiato, Marais (54 anni) si sottopone a scene ardimentose, di una certa difficoltà, ma il ricorso agli stunt-men si fa sempre più frequente. Quanto a una delle mille mancate eredi della Bardot, la trama non la valorizza granché.

A cambiare, da una pellicola all’altra, è l’ambientazione: prima Parigi, poi Roma, stavolta la Scozia. Una Scozia fittizia, perché il castello in cui si svolgono gran parte delle scene sta nella Gironda (Roquetaillade a Mazères), la caccia alla volpe si svolge nella foresta di Fontainebleau e solo alcuni esterni vennero effettivamente girati nelle highlands. Della sigla di Scotland Yard nel titolo, dico solo che rasenta la truffa.

Castello scozzese uguale fantasmi e sedute spiritiche: il commissario Juve non crede al soprannaturale, ma Fantomas riesce a farlo vacillare. Peccato venga poco sviluppata l’idea di partenza: il supercriminale vuole imporre una tassa sul diritto di vivere sia agli uomini più ricchi del mondo che ai grandi criminali, e questi si alleano per non pagarla, senza sospettare che Fantomas è sempre un passo avanti, e la sua macchinazione approfitterà degli sforzi delle vittime e dei cervellotici piani di Juve.

Gian Maria Volonté, Pucciarelli-Castaldi-Morici per BeccoGiallo, 2014

Scritta da Pucciarelli, disegnata da Castaldi e colorata da Morici, questa specie di ritratto ha più dell’omaggio, dell’atto d’amore, pur collocandosi nella collana “Biografie”.

gian-maria-volonteLa parte grafica mostra di aver frequentato le lezioni di Mattotti e Gipi, e procede con grande economia di mezzi, colori rarefatti, un’atmosfera un po’ sognante, il ricorso a frequenti, squadrati, sbozzati primi piani.

Partendo dall’incompiuto Viaggio di Ulisse di Angelopoulos, la trama srotola la vita di Volonté attraverso alcuni dei suoi film, smontati e rimontati come fosse un unico personaggio, alternando inquadrature cinematografiche a frasi pronunciate dall’attore in circostanze pubbliche.

Uscito a vent’anni dalla morte di Volonté, questo racconto a fumetti adotta una struttura narrativa tutt’altro che immediata, scarna, spesso composta di tavole mute, passando da un film all’altro, da un personaggio all’altro: Giordano Bruno, Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, Uomini contro, Sacco e Vanzetti, Quien sabe?, L’armata Brancaleone, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in Paradiso, Ogro.

Ne deriva una raffinata, forse un po’ gelida riflessione sul senso di una professione, sull’impegno civile e politico, sull’intransigenza che richiede, o dovrebbe richiedere, essere un attore.
“Essere un attore è una questione di scelta, che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un Robot nelle mani del Potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società, per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”. (Gian Maria Volonté)

3225, mi ricordo

Mi ricordo che nelle purtroppo rare passeggiate cittadine mai come adesso prediligo le viuzze secondarie.

Settimana più, settimana meno

Nixoniana, Jules Feiffer

La tavola di Feiffer è seriale, il disegno occupa uno spazio geometrico con minime variazioni del soggetto e tanto spazio bianco intorno.
La famosa danzatrice in calzamaglia nera sembra annegare in questo bianco.

Nixon di FeifferFeiffer ha disegnato spesso Nixon come uno scimmione peloso, dallo sguardo assi furbo.
Nella tavola-sintesi degli anni Sessanta, con 8 volti di personaggi (uccisi o eletti), Feiffer mostra tutto il suo talento per le fisionomie.

Maschere impassibili dialogano sull’avvento del fascismo negli Stati Uniti:
“Molto dipende se verrà con i Democratici o con i Repubblicani.
Un fascismo democratico sarebbe più liberale”.

Lo sciopero dei consumatori appare più incisivo di una rivoluzione politica.
Si arriva alla fase più acuta dei bombardamenti sul Vietnam; sono ormai dieci anni che l’esercito americano si è infognato nel sud-est asiatico.
“Pace con onore” è lo slogan di Nixon per uscire dal Vietnam.
La corte dei “pretoriani” di Nixon è composta da: J. Edgar Hoover, Melvin Laird, John Mitchell, Spiro Agnew, Henry Kissinger.
Kissinger è quello la cui influenza è proseguita ben oltre la caduta del Presidente (resta il principale collaboratore di Gerald Ford). Non essendo wasp, H.K. doveva accontentarsi del ruolo di Metternich, o Tigellino.
“I Presidenti cambiano, ma il Kissinghiere resta”.

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Borgen. Il Potere (2)

Monarchia costituzionale, la Danimarca ha poco meno di sei milioni di abitanti e un’assemblea legislativa monocamerale: il Folketing è formato da 179 rappresentanti (175 della Danimarca, 2 della Groenlandia e 2 delle Isole Faroe), eletti con il sistema proporzionale. Le elezioni si tengono ogni quattro anni, ma è nei poteri del Ministro di Stato poter chiedere al monarca di indire nuove elezioni prima della scadenza del termine. Proprio come avverrà alla fine della seconda stagione di Borgen

Protagonista della serie tv è una donna, Birgitte Nyborg (l’attrice Sidse Babett Knudsen).

Ha poco più di quarant’anni. Un po’ per caso, molto per abilità, Birgitte Nyborg si trova a guidare il Partito dei Moderati a un buon successo elettorale, con la sconfitta del governo in carica, e la conseguente possibilità di far nascere un’alternativa, che potremmo definire di centro-sinistra.

Nella nuova coalizione di governo, i Moderati non sono il primo partito, il premier spetterebbe ai Laburisti, che hanno raccolto più voti, ma non hanno un leader in grado di ricevere la maggioranza dei consensi parlamentari. Birgitte gestisce questa fase come meglio non potrebbe e diventa Ministro di Stato. Prima donna danese a salire a quella carica.

Nella realtà, il 3 ottobre 2011 – un anno dopo l’esordio televisivo di Borgen – Helle Thorning-Schmidt si è insediata a Palazzo Christiansborg; la leader del partito Socialdemocratico è stata la prima donna danese ad assumere quel ruolo.

Birgitte Nyborg è sposata con Mikael (Phillip Christensen), docente universitario; hanno due figli, Laura e Magnus:,una femmina adolescente e un maschio di otto anni. Il nuovo ruolo pubblico non mancherà di produrre notevoli conseguenze sulla vita privata di Birgitte. Leggi il resto dell’articolo

3224, mi ricordo

Mi ricordo di aver deciso di evitare la visione della prossima conferenza stampa sul prossimo dpcm.

La svolta zen

Hiroshima mon amour, Marguerite Duras, 1960

Agosto 1957: a Hiroshima, una francese poco più che trentenne è lì per recitare in un film edificante sulla pace (interpreta una crocerossina). Sta per rientrare in patria, manca solo un giorno di riprese. “E proprio alla vigilia del suo ritorno in Francia, questa donna senza nome nel film – questa donna anonima – incontrerà un giapponese (ingegnere o architetto) e insieme vivranno una brevissima storia d’amore”.

Fra gli obiettivi essenziali del film, “smetterla con la descrizione dell’orrore tramite l’orrore”; ci si proponeva, invece, di far rinascere l’orrore dalle proprie ceneri, “inserendolo in un amore che sarà necessariamente singolare e stupefacente”.

Entrambi sono sposati con figli. Nel passato della donna c’è l’amore con un tedesco, nella Francia occupata del 1944.

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Zorro Bolero, Altan

Zorro Bolero è ambientato a Milano. Città futuribile e squallida, “a sei mesi dalla grande ritirata”, con la solita quantità di donne insoddisfatte e uomini decisamente poco puliti…

Astra Bolero è bionda e canta ad alta voce, nonostante il dottor Guerzoni, fermo sulla sedia a rotelle, non sopporti quegli strilli e la minacci. Astra non ha alcun affetto verso il figlio Gianluca, detto Ciccio; non ha tempo nemmeno per preparargli il pranzo, si limita a propinargli scatolette di tonno e cacao (chissà il retrogusto…). Intanto, il marito e padre Klaus Bolero, ex capellone con l’orecchino, gestisce il suo sexy shop e sta bevendo “un sambuchino”, quando poco lontano esplode una bomba, l’ennesima. “E adesso vedrà che stigmatizzano”, dice a Klaus l’unico cliente.

Milano è oppressa da un clero subdolo e onnipresente, pieno di spie a libro paga e con una propria polizia privata, ben più potente dei residui della polizia civica.

Il programma televisivo di maggior successo, quello che fa più audience e incassa i maggiori sponsor, ha per titolo “Si fa sera” ed è curato dall’ambiguo Don Sorbo. “Quello è un nido di vipere”, dice Klaus Bolero a Ramòn Ramón, star della tv. L’altro replica: “Il solito estremismo verbale terzomondista. La tv è realtà. E le vipere non si mordono fra loro”.

Inseguendo i propri sogni di gloria, entrambi i genitori decidono di abbandonare Ciccio al suo destino. L’antipatico ragazzotto comincia a farsi chiamare Zorro (crede sia il nome “del mitico eroe omerico”). La vita gli piomba addosso all’improvviso, a lui che come massima emozione ha visto la Madonna in ascensore. Per sopravvivere, comincia a rubare portafogli.

Presto, Zorro si innamora della riccioluta Ciccilla. Intanto, Klaus si è fatto fare una plastica facciale, e si è capito che il vero cervello non è Ramòn Ramón, ma il suo pupazzo, Pippo (in realtà un nano). Don Sorbo viene preso in trappola con foto compromettenti e ricattato da una misteriosa Eccellenza (un prete che non toglie mai gli occhiali neri). Riappare anche Astra. Il potere temporale della Chiesa ha i giorni contati…

Uscito a puntate sulla rivista Corto Maltese, l’ultima nel dicembre 1986. Chiude la strepitosa fase decennale in cui Altan realizzò vari romanzi grafici.

3223, mi ricordo

Mi ricordo la rapidità con cui hanno sollevato un’impalcatura di sei piani davanti alla facciata del palazzo di fronte.

Mezzo milione, domani

Borgen. Il Potere

All’incrocio fra il fondamentale West Wing, House of Cards e The Newsroom, ecco Borgen, una serie televisiva danese, visibile su Netflix.

È stata prodotta fra il 2010 e il 2013, primo artefice Adam Price. Nelle tre stagioni – 30 puntate complessive da 55 minuti – si mettono a fuoco due dimensioni interconnesse: il rapporto fra politica e media, innanzitutto, e poi le conseguenze sulla vita privata di chi appartiene a quei mondi, tanto simili e contigui.

Un libretto pubblicato più di cent’anni fa diceva già tutto: lo scrisse Robert de Jouvenel (1882-1924), un francese, e trovo ingiusto che La République des camarades sia tanto meno conosciuto del Principe di Machiavelli o de La politica come professione di Max Weber. De Jouvenel, ne La Repubblica dei compari – pubblicato da Il Segnalibro nel 1995 – mostra come la politica e il giornalismo politico siano, in fondo, la stessa cosa; o che, almeno, i protagonisti siano assai simili, frequentino gli stessi ambienti, si scambino favori e agguati. Mostra come il ceto politico azzeri le differenze di opinioni e di ideali, la cameraderie è un intreccio di spirito di corpo e complicità.

Politici e giornalisti politici seguono le stesse routine, usano la medesima logica, e il giornalismo – salvo rarissime eccezioni – finisce per essere uno strumento consapevole del potere politico, si fa usare ben volentieri, come ben sa il giornalista de Jouvenel: “Si chiamano giornali governativi quando sono servili. Li si chiama indipendenti quando sono soltanto governativi. Si chiamano giornali di opposizione quelli che civettano con il potere”. Ma quelle 150 paginette andrebbero tutte lette e rilette, e intanto Borgen, non so quanto consapevolmente, le illustra con una saga avvincente.

Ideata, scritta e prodotta da Adam Price e dai co-autori Jeppe Gjervig Gram e Tobias Lindholm, con una colonna sonora firmata da Halfdan E Nielsen, la serie è stata trasmessa sulla rete televisiva danese DR1 dal 26 settembre 2010 al 10 marzo 2013. Nel 2022 dovrebbe arrivarne una quarta.

Borgen (Il Castello) è il Palazzo Christiansborg, nell’isola di Slotsholmen al centro di Copenhagen: vi hanno sede il Parlamento, il Ministro di Stato (Primo ministro) e la Corte Suprema. I massimi luoghi del potere. (1, segue)