L’arte di vendere e due interisti da record

C’è un autentico sottogenere giornalistico, divertente per quanto è ripetitivo, che può andare sotto al titolo “In uscita dall’Inter”.
Ingredienti: un calciatore che non fa più parte del progetto; il bisogno di incassare qualcosa qui e ora; l’esigenza di scrivere a bilancio una plusvalenza. Ed ecco come si sviluppa la trama.

Trapela la voce di un interesse dall’estero per qualche calciatore che il tifoso accompagnerebbe volentieri alla porta.
Trapela qualche interesse del calciatore in oggetto a rilanciarsi in un altro campionato. “Vorrebbe cambiare aria” è la frase in codice. “Si aspettava ben altro minutaggio” è la quasi scontata motivazione. In certe stagioni, come questa, l’interesse a rilanciarsi viene amplificato dalla prospettiva (o timore) di perdere i Mondiali.

La trattativa comincia con lentezza e procede ancor più lentamente.
Il calciatore in uscita ci ripensa, manda segnali di voler riconquistare la stima dell’allenatore, tutto sommato ha sempre voluto stare nell’Inter e giocare una media di 7 minuti a partita.

Poi la trattativa ricomincia. Chi compra, sa che chi vende è disposto a tutto. Arrivano proposte insultanti, non tanto per il valore effettivo dell’esubero, ma per quanto era costato. La trattativa ricade nel nulla. Ma già è pronta a subentrare un’altra società…

Nuova trattative, nuove condizioni inaccettabili – prestito gratuito, ingaggio pagato per il 75% dall’Inter e obbligo di riscatto che scatta solo se il calciatore segna due gol a partita – e inevitabile, nuovo stop. Leggi il resto dell’articolo

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Video Magic. Flashback, Eberhard Schoener, Mercury 1986 – 6

LA PUNTINA SUL VINILE 173.

Fra le più strane combinazioni fra rock e orchestra. Ancor più strano il fatto che i due più celebri ospiti dell’artista tedesco, mentre frequentavano questi luoghi “sperimentali”, insieme a Stewart Copeland erano sul punto di incidere Reggatta de Blanc.

Sting, basso e voce; Andy Summers, chitarra; Evert Fraterman, batteria e percussioni; Olaf Kubler, sassofoni. Già primo violino della Bavarian State Opera House nel 1960, e direttore della Bavarian Opera dal 1964 al 1968, Schoener qui suona pianoforte e tastiere (Moog e Mellotron), inducendo curiose interferenze fra classica e rock.

Uscito in Italia otto anni dopo la sua registrazione, l’album raccoglie le musiche realizzate nel 1978 per Video Magic e Flashback: otto composizioni firmate da Schoener, che ne cura anche arrangiamento e produzione, e inoltre dirige la Munich Chamber Opera, da lui fondata.

I brani più riusciti mi sembrano Rhine Bow, Codeword Elvis e San Francisco Waitress. Ho letto che Summers aveva già collaborato con Schoener e che la critica tedesca trovò assonanze fra questa musica e quella dei Kraftwerk… A me viene da pensare a come fin da quarant’anni fa, Sting riuscisse ad apparire estraneo ad ogni moda. Anzi, oltre ogni moda.

2222, mi ricordo

Mi ricordo che dove una volta c’era il mio barbiere ora sta un bar chiamato Scarlet Rose, e sono passati appena 45 anni.

Rafinha

Non lo conosco abbastanza per dare giudizi minimamente fondati.

Sono contento del suo ingaggio, perché credo disponga di una tecnica di base che non possiede nessuno dell’attuale rosa nerazzurra.

Può offrire alternative tattiche a Spalletti, ma il suo acquisto – che non sarà gratis, in ogni caso – sarà positivo solo se consentirà di far rifiatare Perisic e Candreva, e anche Borja Valero.

Quanto alla cifra scritta per l’eventuale riscatto, trovo che il Barcellona abbia fatto autogol: la cifra è troppo alta, solo con l’accesso alla Champions si potrà prendere in considerazione. E anche in quel caso, resto scettico.

Temo si tratti di un altro intervento per tamponare l’emergenza.

Senza le cessioni di Joao Mario e Brozovic, a luglio si andrà a cercare altro.

Fragile, Yes, Atlantic 1972 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 172.

Quanto erano bravi! E quanto erano freddi!

Inciso negli Advision Studios di Londra nel settembre 1971, con la produzione di Eddy Offord, questo album si fa ricordare per Roundabout, Long Distance Runaround, Heart of the Sunrise.

Jon Anderson, voce, Bill Bruford, batteria e percussioni, Steve Howe, chitarre e voce, Chris Squire, basso e voce, Rick Wakeman, organo, mellotron, sintetizzatori: ecco, finalmente, la formazione-tipo, che si compone in occasione del quarto album della band, il primo con Wakeman (reduce dagli Strawbs) a spargere rutilanti cascate di note, per affreschi sempre più imponenti.

L’arrivo del nuovo tastierista coincide con quello del disegnatore Roger Dean alle copertine – fattore cruciale dell’immagine onirico-atemporale che gli Yes sanno trasmettere – e non saprei dire quale dei due fattori abbia maggiormente contribuito al loro successo. Abbandonato ogni residuo beat, deviano verso sonorità pastose e barocche, all’epoca assai apprezzate, non fosse altro per la stupefacente abilità degli strumentisti (una simile, perfetta fusione fra chitarra e basso veniva inseguita da tanti gruppi).

Questi Yes sono la risposta (sbagliata) del rock che non sapeva come uscire dai complessi d’inferiorità; Wakeman rielabora il Terzo Movimento della Quarta sinfonia di Brahms, per far capire dove si cercassero referenze.

Non ho mai amato il timbro vocale di Anderson, ma in We Have Heaven e Long Distance… riesce ad andare ben oltre l’esercizio di stile.

The Square [id.], Ruben Östlund [cine4] – 7

Vent’anni fa, gli avrei dato 9, ma vent’anni fa avrei vissuto volentieri in Svezia o in Norvegia, mentre oggi i paesi nordici non mi sembrano affascinanti.
Che c’entra? Si chiederà qualcuno. C’entra, perché non puoi avvicinarti a un film come questo, come se fosse un film qualunque. Palma d’oro al Festival di Cannes, possibile Oscar nella categoria del Miglior film in lingua straniera, «The Square» è un prodotto raffinatissimo e cervellotico, che ti rimanda continuamente alla risposta che il protagonista (Claes Bang) – direttore del museo di arte contemporanea – offre alla donna che lo sta intervistando: basta prendere un oggetto qualunque, per esempio la borsetta della giornalista, ed esibirla in un museo per farla diventare arte?

Vedete bene: non è una risposta. È una domanda retorica. E il film è pieno di scarti di senso, chiavi di lettura ambigue, collassi fra cause ed effetti, “trovate” geniali che finiscono per divenire stranianti (o procurano indigestione).

L’ex Palazzo Reale di Stoccolma, divenuto museo, sta per ospitare un’installazione “concettuale”, semplicissima e luminosa, i cui confini sono tracciati per terra, tra i sampietrini dell’acciottolato.

Il Quadrato va a collocarsi dove prima stava il monumento equestre a qualche regnante. Il messaggio? Quello sarebbe un “santuario”, all’interno del quale tutti godono di uguali diritti e doveri. Ma “l’evento” va pubblicizzato, due giovani creativi suggeriscono di dare scandalo… Leggi il resto dell’articolo

2221, mi ricordo

Mi ricordo che la parola “popolo” ci è sempre stata ambigua, eppure Bandiera Rossa iniziava con “Avanti popolo”, e la gran parte delle sedi del Pci stava nelle Case del popolo.

Asfalto e cemento

Come è cambiata la mia terra?
Ricevo una semplice immagine, catturata da uno smartphone nel corso di una “lezione”.
Non vedo motivi per commentarla, tanto è evidente il segno di quello che un tempo chiamavamo “modello di sviluppo”.

Sinistra e popolo, Luca Ricolfi, Longanesi 2017

Nella sinistra italiana continua ad albergare “la convinzione – tanto sincera quanto infondata – di essere la parte migliore del paese”. Nemmeno con il tramonto di Berlusconi, la sinistra ha saputo guarire dal “complesso dei migliori”. Anzi, questo complesso si sta rivelando un fenomeno non solo italiano: e intanto negli Usa gli operai scelgono Trump, per la Brexit votano le periferie, in Francia e in Austria Marine Le Pen e Norbert Hofer raccolgono vasti consensi popolari.

A dodici anni di distanza da «Perché siamo antipatici», dove analizzava il tracollo di credibilità della sinistra rispetto a quello che dovrebbe essere il suo popolo, Ricolfi, può facilmente confermare come il popolo non trovi più “nella sinistra la sua naturale espressione politica”, e ciò nonostante la sinistra continui a caratterizzarsi per l’intolleranza e la delegittimazione degli avversari, giudicati inferiori dal punto di vista morale. Per ridare senso alla diade sinistra/destra, occorre ripristinare un confronto sui reciproci valori, abbandonando l’ideologia secondo la quale quelli altrui sono solo disvalori.

Il sentimento di superiorità morale che la cultura di sinistra coltiva nei confronti della destra ha solo ragioni radicate nel passato: la scelta di stare dalla parte dei deboli e degli oppressi, la lunga stagione di esclusione dalle stanze del potere, l’onestà e l’abnegazione di tanti militanti, fino ai tempi di Enrico Berlinguer. Leggi il resto dell’articolo

Pink Floyd, i 10 album che preferisco

Il piccolo dibattito scaturito dai post dedicati agli album solisti di David Gilmour e Richard Wright (senza dimenticare Nick Mason), mi spinge a formulare la mia classifica delle incisioni dei Pink Floyd.
Ho escluso raccolte, live composti dopo The Wall, colonne sonore (anche se More e Obscured by Clouds sarebbero album a tutti gli effetti).

So che come qualunque classifica di gradimento non troverà esatta corrispondenza in chi legge, ma a chi volesse commentare, criticare, proporne una propria… chiedo solo una cosa: indicare subito, all’inizio, l’anno di nascita. Il mio è il 1959.
Tanto tempo fa, arrivai a convincermi che non è la stessa cosa leggere Il giovane Holden a diciotto o a trent’anni. Vale anche per i Pink Floyd…

  1. Ummagumma, 1969
  2. The Wall, 1979
  3. The Piper at the Gates of Dawn, 1967
  4. Atom Heart Mother, 1970
  5. The Dark Side of the Moon, 1973
  6. A Saucerful of Secrets, 1968
  7. Animals, 1977
  8. Wish You Were Here, 1975
  9. Meddle, 1971
  10. A Momentary Lapse of Reason, 1987

2220, mi ricordo

Mi ricordo che al ritorno da un cinema, un tardo pomeriggio, davanti al nostro grande condominio trovammo un auto con il lunotto posteriore sfondato e centinaia di frammenti di vetro.

Spuntino pomeridiano

Dopo la disfatta dei Progressisti nel 1994 e la salita al trono di Berlusconi, «Cuore» titolò: “Saluti da Parigi. Quando il gioco si fa duro, consultate l’orario dei treni” (non era ancora esploso il low coast).