#Biscotto. Mi pare di vederli quelli che fanno le vittime e discettano di #sportività dopo Francia-Romania. Chissà come la pensavano quando #Buffon ci spiegò che certi pareggi sono naturali perché “meglio due feriti che un morto”.

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#Sarri mi stava simpatico. E continuerà a esserlo, se penso che dovrà allenare Cr7 e Buffon, Bonucci e Rabiot, Dybala e Cuadrado. Forse pure Icardi. Missione impossibile senza insegnanti di sostegno.

#CinemaRitrovato4. #Ferreri. #Tognazzi. #MarinaVlady. Una storia moderna – L’ape regina

L’ape regina (id.), Marco Ferreri, 1963 – 8

Il grottesco non è nelle mie corde, fatico a trovarmi sulla sua lunghezza d’onda, e del resto Ferreri è un regista che ammiro ma non amo. Tuttavia, L’ape regina è davvero un film sadico e demistificante, malizioso e mortificante – e intendo sadico e demistificante, malizioso e mortificante come li intendeva, mi permetto di dirlo, André Bazin quando descriveva il “cinema della crudeltà”.

Ferreri prende di mira la morale cattolica e la sua espressione più istituzionale: la famiglia. Ci mostra il corteggiamento che un quarantenne libertino (Alfonso, anzi Alfonsino, cioè Tognazzi) compie verso Regina (Marina Vlady), dolcissima vergine che intende recare il suo “dono più prezioso” all’uomo che la sposerà. Alfonso abbandona l’appartamento da scapolo e va a vivere nello splendido (e cupo) appartamento di lei, con vista sul Cupolone.

Sposati, l’attività sessuale diventa frenetica, ma Regina ha un solo obiettivo: riprodursi, ottenere dalla forma-famiglia quello che le appare il senso più compiuto. In questa fase riproduttiva, Regina diventa seducente all’ennesima potenza, Alfonso non riesce a tenerne il ritmo (cerca riparo in “esercizi spirituali” che mai avrebbe frequentato).

Infine, Regina resta incinta. E la tragicommedia fa un altro salto di qualità. Di Alfonso, Regina non ha più bisogno, la sua parabola può compiersi molto meglio senza il suo ingombro.

Uscì con il titolo “Una storia moderna”. Sceneggiata da Rafael Azcona, Diego Fabbri e Pasquale Festa Campanile, è fra le pellicole più censurate dalle ottuse forbici della Democrazia Cristiana, per arrivare alle sale dovette subire vari tagli. Racconta Ferreri che il film venne bloccato per otto mesi per via di una camicia da notte lunga fino ai piedi, con un buco attorno al quale era ricamata questa massima: «Non lo fo per piacer mio ma per far piacere a Dio». Certo, il regista non fa sconti: “L’uomo però non è una vittima, è corresponsabile di tutto il rapporto fin dall’inizio”.

Helpmates (Tutto in ordine), James Parrott, 1932 – 9

Un appartamento immerso nel caos, Ollie con la borsa del ghiaccio sulla testa osserva quello sfacelo e si rimprovera allo specchio: “Hai approfittato dell’assenza della moglie per organizzare un’orgia selvaggia… E non è tutto. Hai perso tutti i tuoi soldi in una partita di poker”. Spietato, conclude così il suo monologo: “Sei un essere abominevole. Un uomo come te può essere definito con una parola soltanto: lurìdo verme”.

Suonano il campanello, c’è un telegramma, il postino già ne conosce il contenuto: la moglie fa sapere a Ollie di aver anticipato il rientro. Bisogna salvare il salvabile, sistemare la casa. Ollie chiede aiuto a Stan, ma fatica a farlo alzare dal letto. In compenso, l’amico arriva a casa Hardy in pochi secondi…

Il cipiglio della moglie in foto (Blanche Payson) fa prevedere il peggio. “Farei lo stesso per te”, dice Ollie, ma l’amico gli fa notare – con il suo sorriso inconfondibile – che è impossibile, lui non è sposato. Ollie dà gli ordini, mentre Stan affronta la montagna di piatti, lui si lava e si veste con cura, aggiungendo una goccia di profumo al completo bianco immacolato, con vezzosa paglietta.

In un minuto che definire tragico è poco, Ollie scivola e distrugge tutti i piatti, poi Stan fa cadere il tubo della caldaia e una nuvola di fuliggine avvolge l’amico (era pur sempre vestito di bianco), che vorrebbe ripulirsi, ma la saponetta è un panetto di burro, infine una montagna di farina cade sul padrone di casa e si mescola alla fuliggine. Leggi il resto dell’articolo

2739, mi ricordo

Mi ricordo l’immediato cambiamento dell’asfalto sul confine amministrativo oltre Porretta, pessimo in Emilia, decente in Toscana.

#CinemaRitrovato5. #JimmyStewart. #MarleneDietrich. Destry Ride Again

Destry Rides Again (Partita d’azzardo), George Marshall, 1939 – 8

L’Universal acquistò i diritti dell’omonimo romanzo (1930) di Max Brand e ne ricavò un western pieno di musica e non privo di comicità, affidandolo a un regista che aveva lavorato con Laurel e Hardy e con Tom Mix; il film uscì proprio mentre le truppe tedesche invadevano la Polonia.

Protagonista è Frenchy, fascinosa cantante di saloon che si innamora di Tom Destry, il nuovo vicesceriffo di Bottleneck. Lei è Marlene Dietrich (38), lui è James Stewart (31). Il grande saloon è la location più frequentata (magnifica la scena di una rissa, ripresa dall’alto), insieme alla baracca dello sceriffo.

Bottleneck è la tipica cittadina nelle mani di una banda di furfanti, con la connivenza del sindaco. Ucciso lo sceriffo, al suo posto viene nominato un vecchio ubriacone, che per dignità smette di bere e chiama in aiuto il figlio di un celebre pistolero. Scoprirà che non porta la pistola… Il padrone del saloon sta accumulando terre e usa il tavolo da gioco per rovinare i coloni. Frenchy è la sua amante e ogni tanto si presta a distrarre i giocatori: per un film del 1939, anche se la donna si ravvederà, la sua fine è segnata… Tom Destry, invece, è una curiosa figura di vicesceriffo che va in giro disarmato, e si fa volutamente sottovalutare. Alle spalle ha la tragedia del padre, uno sceriffo assassinato alla schiena, e si è convinto che la legge e l’ordine, nel West, possano venire solo dalla presa di coscienza della popolazione.

Marlene si esibisce in tre canzoni, composte da Frank Loesser e Frederick Hollander: See What The Boys In The Backroom Will Have, Little Joe the Wrangler, e You’ve Got that Look.

Il senno del poi lascia presumere che Jimmy Stewart ricordasse questo ruolo quando Ford gli fece fare Liberty Valance, e che Marlene abbia fatto altrettanto con Lang per Rancho Notorious.

#CinemaRitrovato8. #Boetticher. #RandolphScott. #Western. #Cinemascope

Ride Lonesome (L’albero della vendetta), Budd Boetticher, 1959 – 7

Dei sette western girati da Boetticher con Randolph Scott, fra il 1956 e il 1960, i migliori – fra cui questo – furono scritti da Burt Kennedy. Bassi costi di produzione, quasi tutte le riprese in esterno, paesaggi sconfinati e dialoghi minimalisti: la ricetta è più o meno questa. Non male le musiche di Heinz Roemheld.

Nel cast, si trova Lee Van Cleef (al solito, perfido), James Coburn (coraggioso e un po’ tonto), Pernell Roberts (l’ex bandito che vorrebbe rifarsi una vita), e la bionda, sfolgorante Karen Steele (Carrie), che rimane presto vedova e indossa abiti che le cadono addosso come una seconda pelle. Ventottenne, Steele veniva da Honolulu, aveva partecipato all’Oscar di Marty, e Boetticher la scelse per quattro interpretazioni, ma forse i più la ricordano in Star Trek.

Girato in California sull’altipiano di Lone Pine, fra scolorite dune di sabbia e grandi rocce levigate, la pellicola si esalta nel CinemaScope. Concentrata in 73 minuti, la trama è fin troppo densa: un cacciatore di taglie insegue e cattura la sua preda, ma prima che possa portarla a destinazione viene avvicinato da due ex fuorilegge che inseguono l’amnistia, mentre il fratello del bandito e la sua banda li inseguono, e così fanno anche una ventina di Mescaleros, che dopo aver ucciso i passeggeri di una diligenza e il marito della bionda, propongono al cacciatore di taglie uno scambio lusinghiero: la donna per un cavallo.

Si forma una comitiva di cinque persone, braccate sia dai pellerossa che dai banditi. La presenza femminile aggiunge motivi di tensione. La vendetta si compirà sotto un albero cadaverico. Finché non spiega l’origine della sua ossessione, il cacciatore di taglie può apparire moralmente ambiguo; è pur sempre l’eroe, ma la giovane vedova se ne andrà con un altro.

Scott ha un volto di cuoio e se Clint si diceva avesse solo due espressioni (con o senza il cappello), Scott ne mostra altrettante: quando cavalca e quando cammina.

Busy Bodies (Lavori in corso), Lloyd French, 1933 – 8

Soggetto e sceneggiatura di Stan Laurel, coadiuvato ai dialoghi da H.M. Walker; nel cast, Dick Gilbert, Charlie Hall, Jack Hill e Tiny Sandford.

Stan e Ollie stanno andando al lavoro sulla solita Ford T. Il sole splende, sono felici di essere vivi, l’auto è essenziale, ma i due hanno voluto aggiungervi la musica: un grammofono a manovella, azionabile con una corda, sta nascosto nel cofano.

Lavorano come falegnami in una grande segheria. Al primo chiodo piantato da Stan nel muro (cercava un appendiabiti), si rompe una conduttura d’acqua. Poi, con la pialla Stan distrugge i pantaloni di Ollie (cerca di rimediare con la colla). Infine, mentre Ollie armeggia con il telaio di una finestra, Stan gli incastra le dita, e il telaio finirà presto distrutto.

Ogni attrezzo della segheria si presta a una gag, non c’è quasi bisogno di dialoghi (Stan non pronuncia una sola parola nei primi 8 minuti). I due cominciano a farsi i dispetti, Stan incolla un grande pennello al mento di Ollie. La colla a presa rapida diventa impossibile da togliere, Stan cerca di radere le setole del pennello con enormi forbici e un affilato coltello. Ogni volta, con estremo candore, Ollie investe la sua completa fiducia nell’amico, che ogni volta peggiora la situazione.

Fra le disavventure di Ollie, spicca la scena in cui anticipa il Chaplin di Tempi moderni, cadendo dentro un gigantesco ingranaggio che lo trascina, come fosse un detrito inanimato, lungo un labirinto pieno di curve, fino a incastrarlo in un tubo.

La commedia è tanto divertente quanto prevedibile, sono proprio le previsioni confermate a innescare le situazioni comiche. Dopo aver prodotto tanti danni, inseguiti dal proprietario della segheria, i due si danno alla fuga, ma la loro auto finisce sul percorso di una grande, affilata lama rotante, che taglia a metà la carrozzeria: uno da un lato e uno dall’altro, è Stan a notare felicemente che il grammofono ancora funziona.

Laurel & Hardy 60, segue

#CinemaRitrovato2. #Chahine. Bab Al-Hadid

Bab al-Hadid (Stazione Centrale), Youssef Chahine, 1958 – 7

La XXXIII edizione del Cinema Ritrovato dedica un’ampia retrospettiva a Youssef Chahine (1926-2008), il più famoso cineasta egiziano.

È il primo dei suoi film che vedo. In mezzo secolo ha fatto il regista, ma anche il produttore, l’attore, il cantante, il montatore, persino il gestore di una sala cinematografica nel centro del Cairo (ben prima di Nanni Moretti).

In oltre quaranta film, Chahine ha frequentato tutti i generi, passando dal peplum al documentario, dal dramma intimista alla commedia musicale. Puntava a mescolare i generi, come in questo caso: nei suoi 74 minuti, Bab al-Hadid si presenta come un film drammatico, con connotati politici, immersi in atmosfere noir e reminiscenze del neorealismo italiano. Le riprese della vita brulicante intorno alla stazione ferroviaria hanno un notevole valore documentario: la società egiziana appare divaricata tra la tensione alla modernità e lo spirito di conservazione (la spinta all’emancipazione delle donne emerge ripetutamente).

Chahine interpreta Kenaoui, uno zoppo poverissimo, che sopravvive come venditore ambulante di giornali, e la cui menomazione ne fa un disadattato, che spia le ragazze e ha addobbato la sua baracca di fotografie di donne seminude, ritagliate dai rotocalchi. Oltraggiato da tutti, Kenauoi nutre una passione insostenibile verso Hanouma (Hind Rostom), bella e disinibita venditrice di bibite, legata ad Abou Serib (Farid Chawki), il facchino che sta cercando di costruire il sindacato. Quando Hanouma e Abou stanno per sposarsi, Kenaoui perde la testa…

Girato interamente nella stazione centrale del Cairo, alla prima proiezione il film venne fischiato e l’autore insultato persino dai suoi famigliari. Col tempo, la sorte del film si è capovolta: Chahine sosteneva che è stato merito della televisione egiziana, che l’ha trasmesso molte volte, facendolo divenire un classico.

2738, mi ricordo

Mi ricordo le divise grigie e nere dei bambini del mio paese affidati a Padre Marella.

#Simoni

La famiglia Simoni, in questi giorni prostrata dal dolore, intima a chiunque di non mettere in circolazione notizie false sulle condizioni di salute del proprio caro.

Le notizie da diffondere dovranno essere esclusivamente quelle date dalla famiglia.

In questi momenti servirebbe soltanto rispetto, quel rispetto che Gigi ha sempre avuto per tutti.

#CinemaRitrovato3. #Gabin. Coeur de lilas di Anatole Litvak

Cœur de lilas (id.), Anatole Litvak, 1931 – 6

A ventinove anni, Litvak girà il suo terzo film francese, dopo aver lavorato nel cinema sovietico e in quello di Weimar; a ventisette anni, Gabin era il terzo nome sul cartellone, dopo quelli di Marcelle Romée (Cœur de lilas) e André Luguet (l’ispettore André Lucot).

Difficile definire un genere per un film come questo: comincia come un noir – a Parigi, in periferia, c’è stato un delitto, ritrovato il cadavere di un imprenditore – e prosegue come una detective story, per poi piegare verso il mélo e il più doloroso disincanto.

Un giovane ispettore non crede al colpevole designato e cerca di compiere una sua indagine, immergendosi in un milieu equivoco, dove l’illegalità e la lotta per la sopravvivenza si confondono in modo inestricabile. Di quel mondo fa parte una giovane prostituta, l’ispettore se innamora e pensa di “salvarla”. Lei non sa quale sia il vero lavoro dell’uomo che la corteggia, da tempo ha un legame con Martousse (Gabin) ma non è insensibile al sogno di fuga e di normalità che le viene fatto balenare.

Tratto dalla pièce omonima (1921) di Charles-Henry Hirsch e Tristan Bernard, sceneggiato da Dorothy Farnum (per due volte “disegnatrice” di personaggi fatali della Garbo), il film è denso di malinconia e di Fato, e contiene canzoni cantate da Fréhel e da Fernandel. Responsabile delle atmosfere cupe è Curt Courant, già direttore della fotografia con Curtis Bernhardt e di Fritz Lang.

Scopro che Marcelle Romée, alias Marcelle Arbant, era un’attrice della Comédie Française, e si suicidò poco dopo l’uscita di questo film.

Quanto a Gabin, scrive Edouard Waintrop “malgrado entri in scena solo al minuto venticinque e non sia la star del film, buca lo schermo fin dalla sua prima apparizione. Sa cambiare registro, passare dal comico al tragico, animare con brio una parodia di indagine giudiziaria e poi farsi carico del dramma con una facilità straordinaria”.

#CinemaRitrovato7. #Hitch. #IngridBergman. Under Capricorn

Under Capricorn (Il peccato di Lady Considine), Alfred Hitchcock, – 6

Più che alla trama o alle psicologie, alle scene d’azione o alle interpretazioni, stavolta Hitch sembra interessato alle potenzialità del Technicolor.

Ambientata nel 1831 sotto il Tropico del Capricorno, in Australia, non lontano da Sydney, la pellicola si fa ricordare per lo splendido lavoro del direttore della fotografia, Jack Cardiff (prediletto da Powell e Pressburger), e per i disperati tentativi di dare spessore al suo personaggio – Lady Henrietta ‘Hattie’ Flusky – da parte di Ingrid Bergman. Gli altri protagonisti sono Joseph Cotten (il marito Sam Flusky), Michael Wilding (l’aristocratico Charles Adare) e Margaret Leighton (la governante Milly).

Il romanzo omonimo fu pubblicato nel 1937 da Helen Simpson. La trama è fatta di variazioni sul tema del sacrificio per amore, dell’amore che si sublima nel sacrificarsi, rovinandosi la vita. Delitto e peccato si confondono. Innocenza e perdono sono gli obiettivi a cui tendere. Infelicità e senso di colpa sembrano ovunque.

È la terza e ultima volta per Ingrid con Hitch, ma il risultato è abissalmente lontano da Notorious e Io ti salverò. È il film che segue Rope (Nodo alla gola), il più estremo tentativo di affidarsi al piano sequenza, e anche qui compaiono un paio di scene interminabili, senza stacchi, avvicinandosi e allontanandosi da Ingrid, che recita monologhi melodrammatici. E se Cotten sa stare al suo posto, ottima spalla, e la Leighton (perfida, ma innamorata del padrone di casa) ha momenti di cupa intensità, Wilding fa parte di quella schiera di attori inespressivi e antipatici che Hitch sapeva procurarsi.

Però, c’è almeno un momento magico: il vacuo cugino del Governatore sta cercando di far rifiorire Lady Considine, caduta in depressione, le dice che è bella, si alza e va a stendere la sua giacca scura dietro un vetro, così che lei possa vedersi riflessa.