Gli spiriti dell’isola [The Banshees of Inisherin] – Martin McDonagh, 2022 [cine003 – 2.931] – 9

Candidato a nove Oscar (almeno quello per la sceneggiatura non potrà sfuggirgli), premiato a Venezia e ai Golden Globes, ha il segno del regista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e ricostituisce il sodalizio fra McDonagh, Colin Farrell e Brendan Gleeson, la coppia di killer di In Bruges (2008).

Sembra una commedia surrealista. Un apologo sull’insensatezza delle azioni umane. La grottesca metafora di una guerra… Senza dare spiegazioni. Senza cause scatenanti. Senza antefatti in grado di suggerircele… Evolve in una tragedia dell’assurdo, priva di ragioni razionali, annegata nella follia più testarda. Di punto in bianco, tutto cambia quando Colm decide di non parlare più con il suo grande amico, Pádraic, e questi non accetta la decisione. Non sarà un affare a due, tutta Inisherin (il nome dato all’isolotto) ne verrà sconvolta.

È il 1923, echi di spari ed esplosioni arrivano dall’Irlanda (la chiamano terraferma). Inisherin sembra fuori dal tempo e dalla Storia, gli uomini convivono con gli animali, il buio pub e la chiesa sono gli unici luoghi di socialità. Chiunque viva lassù è legato da radici profondissime, può solo scegliere fra morire e andarsene.

Impassibile, Colm Doherty dice a Pádraic Súilleabháin: “Non mi piaci più, tutto qui”. Per Pádraic, che pure è un uomo semplice, non può essere tutto qui: cerca di riavvicinare l’amico, ma quello è talmente irremovibile, che prima minaccia e poi si procura sanguinose automutilazioni, pur di allontanarlo.

Aleggia una magia minacciosa. Le banshees sono creature soprannaturali della tradizione celtica, un’anziana donna in nero – uscita dalle streghe di Macbeth o da un film di Bergman – sembra ancora incarnarle. Ma di ciò che dice la donna in nero, degli avvertimenti che lancia, gli uomini non vogliono saperne nulla.

Luogo primitivo, privo di elettricità e di telefono, l’isola sarebbe un paradiso (struggente, la convivenza con gli animali), se non fosse per la follia che si autoalimenta fino a esplodere, in un crescendo scioccante. Insopportabile per la sorella di Pádraic, la dolcissima Siobhán (Kerry Condon), che deciderà di lasciare l’isola. Insopportabile pure per Dominic (Barry Keoghan, un altro che merita l’Oscar), un ragazzo cresciuto senza il minimo affetto dal padre poliziotto, uomo spregevole e violento: nella scena in cui Dominic cerca di dichiararsi a Siobhán, ho provato un malessere fisico.

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4056, mi ricordo

Mi ricordo Bella Belinda che non guarda il piatto ma la finestra, ma non avevo pensato che quell’insalata potesse finire nella raccolta differenziata.

Dove la terra scotta [Man on the West], Anthony Mann, 1958 [filmTv69] – 7

Dove la terra scotta - Anthony Mann - 1958

Gary Cooper aveva 57 anni: davvero troppi per fargli impersonare Link Jones, ex fuorilegge che da una decina d’anni si è rifatto una vita e per caso trova a incrociare di nuovo la strada dello “zio” (Lee J. Cobb), che invece continua ad assassinare e assaltare banche. Il passato torna a bussare alla porta di chi si illudeva di aver cancellato le tracce.
La recitazione di Cobb – il capobanda Dock Tobin – è un po’ troppo stridula, il doppiaggio gli attribuisce una quantità di risatine crudeli, e sull’espressività di Julie London – la cantante Billie Ellis, costretta a un sadico strip-tease dalla banda dello “zio” – forse Mann non ha la giusta sensibilità per inserire figure femminili nei suoi western. Quanto all’impossibile storia d’amore fra Cooper e London, i 25 anni di differenza appaiono come un macigno inamovibile.

Detto questo, è un film interessante, in certi momenti si respira l’aria del grande cinema. Merito dell’occhio di Mann, che come gusto dell’inquadratura, in ambito western, sta sotto solo a Ford, e nelle scene d’interni adotta stratagemmi linguistici e profondità di campo che ricordano Welles, trasmettendo ira, angoscia, bagliori di una violenza appena trattenuta.
Di scene d’interni ce ne sono molte, in quest’opera intimamente teatrale (“western da camera” lo definì Franco La Polla). Link Jones finge di voler tornare fuorilegge per proteggere Billie. Il vecchio zio vuole credergli, ma non è stupido ed è già stato tradito una volta, i giovani della banda hanno ovvi sospetti e temono che Link torni a essere il braccio destro del capo. Il protagonista vedrà riesplodere i peggiori istinti assassini, unici anticorpi per resistere al male che lo avvolge.

Ken Parker in 100 puntate: 022

Ken e il caporale inseguono il fuggitivo, e Catton fa altrettanto. Entrano in Kansas. Ken vede il caporale che svita uno zoccolo dal suo cavallo e sta per tirare nuove conclusioni su come si sarebbero svolte le cose, la tragica notte di Lawtown. Sbaglia. E conclude: “A volte mi viene la tentazione di scoprirmi infallibile. Ma, poi, per fortuna, scopro sempre di essere un idiota qualunque”.

Al soldato Lyman, infine, torna la memoria: e decide di non fuggire più…

In seguito, Berardi si farà affiancare da un paio di nomi celebri della Bonelli: Alfredo Castelli (numeri 28 e 29) e Tiziano Sclavi (35 e 41). Quanto a Mantero, dopo l’esordio sul numero 21, le sue sceneggiature diventano sempre più frequenti: 24, 26, 31, 32, 34, 37, 38, 42, 44, 45, 47, 49, 51, 52, 55, 56, 57 e 59; in totale, diciannove episodi, fra cui undici degli ultimi diciotto.

Numero 22, agosto 1979: Il giorno in cui bruciò Chattanooga: testi di Berardi e Mantero, disegni di Alessandrini; dalla seconda di copertina scompaiono le “Tracce nel vento”, lo spazio viene dedicato all’elenco degli albi già pubblicati, con l‘indicazione su come recuperare quelli mancanti.

Chattanooga sta in Oklahoma; Ken vi arriva per acquistare bestiame per l’esercito, per evitare truffe va valutato attentamente, capo per capo. Fa parte di un gruppo con tre militari e un altro scout, Victorio, un pellerossa.

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Giornalisti al Cinema 297: Fabrizio Bentivoglio

Fabrizio Bentivoglio – Una sconfinata giovinezza, Pupi Avati, 2010

Gerarchie milanesi: i derby del Ventunesimo secolo

Si gioca troppo, si inflazionano gli eventi, in meno di 23 anni si sono già giocati 59 derby, l’eccezionalità dell’evento è stata sacrificata agli incassi che può generare. Ai milanisti inclini alla depressione, faccio notare che le occasioni di rivincita sono sempre più frequenti.

Di questi 59 scontri diretti, l’Inter ne ha vinti 25, il Milan 21, 13 i pareggi: volendo associare i tre punti a vittoria, il risultato finale è 88 a 76.

Ma se si considerano solo i 40 derby giocati da ottobre 2006 a oggi, i colori della fotografia diventano più nitidi: 21 vittorie Inter, 11 Milan, 8 pareggi; 71 a 41 i punti. E degli ultimi 14, l’Inter ne ha vinti 9, il Milan 3.

Ma sappiamo bene che non tutte le partite hanno lo stesso peso specifico. Per esempio, i due “euroderby” del maggio 2003 finirono con due pareggi e il Milan di Ancelotti che festeggiava l’accesso alla finale di Champions, ai danni dell’Inter di Héctor Cuper (priva di Vieri, Ventola e altri). Al contrario, gli ultimi derby “decisivi” (la semifinale di Coppa Italia e la Supercoppa) sono finiti con due 3-0 a favore dell’Inter.

The Pale Blue Eye, I delitti di West Point [The Pale Blue Eye], Scott Cooper, 2022 [filmTv013] – 6

Netflix propone una visione inquietante, non priva di qualità tecniche: l’accurata ricostruzione storica immerge lo spettatore in un’atmosfera glaciale, tendente al macabro, arricchita da un paio di ottime interpretazioni – quelle di Christian Bale e Harry Melling – insieme ad altre solo abbozzate – Charlotte Gainsbourg, Toby Jones e Robert Duvall. Appare anche Gillian Anderson, e nelle sue scene è più intenso il retrogusto di X-Files. Si può sperare che a qualcuno verrà la voglia di andare alle fonti: i racconti di Edgar Allan Poe.

Effettivamente, il giovane Poe si arruolò nell’esercito e qui piace immaginarlo nel 1830, mentre collabora con un detective in pensione, tale Augustus Landor, richiamato dalle alte gerarchie militari: a Landor si chiede di scoprire la verità sulla sorte di soldati impiccati a cui è stato cavato il cuore. Delitti di per sé gravissimi, che diventano intollerabili se le vittime frequentano l’Accademia di West Point. Un’Accademia d’élite che, non è difficile crederlo, deve avere sempre avuto un problema di reputazione.

Fra regista e protagonista si rinnova il sodalizio sperimentato nel western Hostiles (2017), in questo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Louis Bayard (2006): Cooper ne ricalca l’ispirazione di fondo, il mistero ai confini fra la vita e la morte, almeno per chi concepisce che la massima aspirazione dell’uomo sia l’immortalità, e che possa essere inseguita tramite perversi rituali e sacrifici di sangue.

A chi ama il giallo gotico, il film potrà piacere. Perdonerà certe citazioni ricercate e certi depistaggi disseminati con un po’ di furbizia, per allungare il brodo. Fin troppo prevedibile che Landor abbia qualche scheletro nell’armadio. Non esattamente imprevedibile che il Poe del film ami una donna gravemente malata. Più che di intelligenze, quello fra Landor e Poe si rivelerà uno scontro di intuizioni.

Ken Parker in 100 puntate: 021

Nel numero 20, a pagina 58, perquisito da due tipacci mentre sta cercando le chiatte che portano via le armi, Ken mostra di tenere nella tasca interna un avviso di taglia da 500 dollari con il suo volto a nome Jedediah Baker, rapinatore… Prima di chiamarsi Ken Parker, era quello il nome che Berardi e Milazzo avevano individuato per il loro eroe. Ora questo avviso di taglia si rivela utile affinché chi fa affari illeciti possa fidarsi di lui e del caporale in incognito.

Scoperto Foreman, di maggiore interesse diventa la sottotrama imperniata sulla fuga di Gordon. L’amante si è rivelata il suo punto debole, per non perderne le tracce lei si era procurata un foglio con un indirizzo di Dallas.

Il finale prende il ritmo della pochade (personaggi grotteschi, colpi di scena a raffica, equivoci e sorprese a ripetizione). Ken ne esce sconfitto – proprio l’avviso di taglia gli si ritorce contro – ma il suo avversario stavolta è stato fatto apparire tanto abile quanto simpatico. Gli autori sanno che il pubblico, in tanti film, fa il tifo per il truffatore.

Come sempre, il soggetto è di Giancarlo Berardi, ma per la prima volta la sceneggiatura è firmata anche da Maurizio Mantero (Genova, 1954); ai disegni Bruno Marraffa (quarto episodio che gli viene affidato). Il giudizio di Dio è il titolo scelto per il numero 21, giugno-luglio 1979.

Comincia a Lawtown, Oklahoma, una “cittadina cresciuta all’ombra di Fort Sill”. All’alba, due soldati in permesso si svegliano in una stalla dopo una sbornia: mentre il primo getta la testa in una tinozza, arriva un gruppo di cittadini che blocca l’altro con l’intenzione di impiccarlo seduta stante. Lo accusano di aver stuprato e ucciso Alice Mac Leon, l’unica figlia del falegname. Il soldato Ames Lyman viene messo sotto chiave dallo sceriffo, mentre il caporale Halliday riesce a fuggire.

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Giornalisti al Cinema 296: Gemma Arterton

Gemma Arterton – Tamara Drewe, Stephen Frears, 2010

Formazione tipo

4054, mi ricordo

Mi ricordo che quando ridisegnano la segnaletica orizzontale è sempre un problema trovare un parcheggio per l’automobile.

Valentina incontra Corto, Guido Crepax

Corto Maltese nasce il 10 luglio 1887 a La Valletta, nell’isola di Malta. Passa più di mezzo secolo, prima che Valentina Rosselli nasca a Milano, in via De Amicis, il 25 dicembre 1942. Farli incrociare, i due personaggi, richiede una tipica sospensione dell’incredulità, un bisogno di credere ai miracoli. Per esempio, che Valentina sia la nipote di Corto.

“Io non so mai se le mie avventure sono del tutto reali.

D’altra parte, succede veramente qualcosa nelle mie storie?”.

Introducendo questo volume, Antonio Crepax scrive che il padre ammirava Hugo Pratt, lo considerava un precursore e aveva scambi epistolari. In due circostanze, Corto è comparso sulle tavole di Valentina. Nel 1975, in Valentina nel métro, Corto è uno degli innumerevoli omaggi alle pietre miliari del fumetto – o della “letteratura disegnata” come preferiva chiamarla – con cui Crepax imbastisce una trama sottilissima, nella quale la sua eroina viaggia nella metropolitana milanese, dunque nel sottosuolo, trasparente metafora dell’inconscio. L’altra storia ha per titolo Anthropology e uscì nel 1977.

Stavolta il legame fra i due personaggi è molto più intimo, quasi un legame di sangue. Il trait d’union è Louise Brookszowyc, la nonna di Valentina. Originaria di Varsavia, Corto l’aveva conosciuta a Venezia nel 1923 e forse fu dalla loro breve e intensa relazione che era nata la madre di Valentina, morta in un incidente aereo quindici anni prima di quando è ambientata Anthropology, che si svolge sulla costa istriana, nel corso di una vacanza di Valentina con il marito Phil e il figlio Mattia. Una certa Louise Brookszowyc era morta assassinata a Buenos Aires, lasciando una figlia: Pratt raccontò che fu Corto a portarla a Venezia.

Prima di un derby che non passerà alla storia

Oggi non è la giornata giusta per teorizzare la demolizione di San Siro. Malmesso, scomodo, poco moderno, per questo impianto si spenderanno decine di milioni di euro per un restyiling utile alle cerimonie olimpiche del 2026, per poi spenderne tanti altri per demolirlo, un minuto dopo… Questo San Siro oggi garantirà un incasso di 5,8 milioni di euro, e fra venti giorni sfiorerà i 7 per Inter-Porto. Due partite con in palio più prestigio che sostanza. In Champions ci si diverte a sognare. In campionato si ragiona sul quarto posto, vitale e imprescindibile per due società con bilanci finanziari molto diversi, ma accomunate dal corale disprezzo delle tifoserie nei confronti delle proprietà. Per i debiti paralizzanti, Zhang. Per la voglia di guadagnare anziché vincere, Cardinale.

Alla partita arriva meglio l’Inter. Il Milan si è squagliato negli ultimi minuti della partita casalinga con la Roma, e la lunghissima assenza di Maignan si è rivelata più devastante di quelle di Brozovic e Lukaku.

La Supercoppa ha decretato che se l’Inter gioca all’80%, è più forte del Milan. Ma a quel livello, l’Inter ha giocato solo 7-8 partite, delle 29 finora disputate; altre volte, i nerazzurri hanno palesato gravi limiti caratteriali, abbinati a una rosa numericamente esangue, nella quale persino l’assenza di Correa costituisce un problema, se si pensa che il Tucu è entrato in campo in 25 occasioni ed è il quattordicesimo per minutaggio, subito dietro a Matteo Darmian.

Entrambe le squadre hanno gravi limiti nella fase difensiva. Entrambe hanno nel centrocampo il reparto più forte, e l’assenza di Bennacer può rivelarsi decisiva. Non darei un gran peso alla psicologia di Skriniar, a meno che non rimedi un’ammonizione nei primi venti minuti. Non darei un gran peso nemmeno alla scelta del partner iniziale di Lautaro: Dzeko non può garantire novanta minuti, Lukaku non ha mai mostrato di gradire l’ingresso nei finali di partita, mi fido di Inzaghi, anche se l’Inter migliore si è sempre vista con e grazie a Dzeko.

Per come arrivano alla partita, firmerei per lo 0-0. L’Inter è davanti in campionato, in corsa in Coppa Italia, ha stracciato gli avversari in Supercoppa, ha più possibilità di passare il turno in Champions; il Milan è dietro, fuori dalla Coppa Italia, ancora ammaccato da Riad, con il Tottenham che incombe. Ma il calcio ha una natura crudele, impietosa: nei momenti in cui stai meglio e sei superiore, devi mostrarlo con tutta la cattiveria necessaria.

L’uomo della pioggia [The Rainmaker], Francis Ford Coppola, 1997 [filmTv004] – 8

Dal romanzo omonimo di John Grisham, ecco cosa succede a Rudy Baylor (Matt Damon a ventisette anni), appena laureato in Giurisprudenza e che presto avrà l’abilitazione da avvocato.

Prima lezione: è l’avvocato che deve procurarsi i clienti (Better Call Saul ne è la logica deriva). Seconda lezione: maestro in questo metodo è “Bruiser” Stone, e pazienza se lo sospettano di legami con la criminalità organizzata. Terza lezione: il sistema giudiziario favorisce i ricchi e i potenti, per quanto ti darai da fare, resterà sempre uno scarto insopportabile tra legge e giustizia.

Rudy stringe un legame con Deck Shifflet (Danny DeVito), un tipo furbo che non ha mai superato l’esame di abilitazione, ma accanto a “Bruiser” (Mickey Rourke) ha imparato parecchio e si muove nell’ambiente legale come un pesce nell’acqua. Già il primo cliente rivela notevoli potenzialità: un trentenne sta morendo di leucemia, mentre la sua assicurazione ha accampato scuse per non riconoscergli alcuna indennità per le cure. Rudy e Deck si ritrovano nei panni di Davide contro Golia, e Golia è la Great Benefit, una grande società d’assicurazione che si fa rappresentare da Leo F. Drummond (fenomenale Jon Voigt per come sa essere odioso) e da altri costosissimi avvocati.

Storia parallela: Rudy fa la conoscenza di Kelly (Claire Danes), vittima delle ripetute violenze del marito. Fra i due nascerà un sentimento profondo, ma nulla potrà impedire la tragedia, e anche in questo caso la giustizia verrà aggirata.

Non ho mai letto Grisham, ma non posso dubitare dell’abilità nel costruire gli intrecci. Da parte sua, Coppola sa come muovere le pedine (alla fotografia John Toll, due volte Oscar), dispone magistralmente di un cast superlativo (comprende Danny Glover, Mary Kay Place, Roy Schieder, Dean Stockwell e Virginia Madsen) e di una trama che vuole spingere il pubblico all’indignazione. L’esito del processo sarà sconfortante. Realistico. Capitalistico.

When They See Us, la miniserie (2 di 2)

Nel saggio Viaggi sentimentali (nella raccolta Nel paese del Re pescatore, Il Saggiatore), la scrittrice Joan Didion parlò delle conseguenze simboliche del “caso dei Central Park Five”: «Una di queste [visioni] dipingeva una città in rovine, violata, stuprata dalle classi inferiori. La visione opposta, condivisa da chi aveva visto nell’arresto degli imputati una perfetta rappresentazione della loro stessa vittimizzazione, era quella di una città in cui gli indifesi erano stati sistematicamente rovinati, violati, stuprati dai potenti».

Per le autorità e i media, i Central Park Five costituivano un capro espiatorio, che poteva restituire credibilità al sistema politico e placare gli animi dei newyorkesi, avvelenati dalla quantità di reati violenti rimasti impuniti.

Ci sono madri e padri che non smetteranno mai di sostenere i loro figli, e ce ne sono altri, più deboli e da sempre sconfitti, che non ce la fanno e si arrendono.

Già regista di Selma, – la storica marcia con Martin Luther King da Selma a Montgomery del 1965 – l’afroamericana Ava DuVernay ha realizzato una miniserie che ricapitola le varie fasi della vicenda: arresto, interrogatori, processo, reclusione, reinserimento nella società, liberazione. Lo fa attraverso un racconto lucido ed emozionante, che non risparmia allo spettatore immagini sgradevoli, dalla ricostruzione dello stupro alle violenze sopportate dai cinque ragazzi. When They See Us mostra in modo vivido quali conseguenze sociali, psicologiche e politiche siano derivate dalla condanna. Anche negli aspetti tecnici, la miniserie risulta di alta qualità, la fotografia è firmata da Bradford Young.

Al momento dell’arresto, i cinque sono interpretati da Jharrel Jerome, Asante Blackk, Caleel Harris, Ethan Herisse e Marquis Rodriguez; divenendo adulti, le loro parti sono state assegnate a Justin Cunningham, Jovan Adepo, Chris Chalk e Freddy Miyares (solo Jerome resta nella parte).

Felicity Huffman (Desperates Housewives) interpreta la responsabile dell’ufficio per i reati sessuali del procuratore distrettuale, Vera Farmiga (Tra le nuvole) è il Pubblico ministero; uno degli avvocati difensori è Joshua Jackson (The Affair); nella parte del padre ispanico, John Leguizamo (E.R.), in quella di uno dei genitori afroamericani riappare Michael Kenneth Williams (l’indimenticabile Omar Little di The Wire).

Nel mostrare il razzismo endemico nella società statunitense, la miniserie focalizza la necessità politica di chiudere rapidamente il caso: la vittima è una donna bianca e benestante, gli accusati sono membri di minoranze razziali, oggetto di diffusi pregiudizi. Perciò alla polizia è consentito può abusare del proprio potere fino a estorcere confessioni manipolate (peggio del “poliziotto cattivo” c’è solo il “poliziotto buono”), e i media si mostrano indifferenti di fronte alle contraddizioni e alle prove mancanti.

“Perché ci trattano così?” – si chiede uno dei ragazzi alla fine del primo episodio.

“Ci hanno mai trattato in modo diverso?” – gli risponde un altro.

Ken Parker in 100 puntate: 020

L’ex sergente McCabe e il lettore scoprono perché Ken si trova lì: l’hanno assegnato a Fort Sill come esploratore civile, è uno dei tre “novellini” che sono stati preferiti all’ex sergente. Che ora è distrutto dal senso di colpa: “Un uomo giovane, con i riflessi pronti, non si sarebbe lasciato sorprendere così”. Dopo il colloquio, anche Ken pare piuttosto scosso.

Quello che non si immagina è chi sono quei due ragazzi che aveva preso in simpatia… Prigionieri dei Kiowas, Ken e Vic si trovano nello stesso campo in cui è reclusa la signora Whitaker. La fortuna assume le vesti della prima moglie del capotribù, gelosa delle attenzioni riservate alla donna bionda: la squaw la libera e slega anche i due prigionieri, purché se la portino via. Per vie traverse, “i cattivi” avranno la loro punizione.

In fuga, cominciano le doglie… In definitiva, si tratta di una delle storie più edificanti e malinconiche della premiata ditta Berardi e Milazzo.

Numero 20 (aprile-maggio 1979), Storie d’armi e di imbrogli è un episodio firmato Berardi-Trevisan (il terzo, dopo La città calda e La lunga pista rossa).

Anche stavolta, il punto di partenza è un distaccamento dell’esercito, Fort Worth, Texas: il più grande deposito d’armi nei territori del Sud-Ovest.

Accompagnato da due tuttofare, il capitano Levinsky si presenta con un ordine di prelievo, quindici casse di fucili e relativo munizionamento. È un truffatore, falsifica la firma del colonnello Moore, che proprio in quel momento è a colloquio con Ken Parker.

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I frustrati. 2, Claire Bretécher, 1976

Nella traduzione di Nicoletta Pardi, fra le redattrici del miglior Linus, ecco il secondo dei cinque volumi in cui Bompiani raccolse questa saga, che usciva su Le Nouvel Observateur: è al direttore Jean Daniel, che venne chiesto di scrivere l’introduzione, e lui cominciò definendo quelle tavole come “una delle cronache più efficacemente politicizzate del nostro settimanale”.

Secondo Daniel, l’arma più appuntita della Bretécher è “la derisione”. Siamo frustrati, aggiungeva, “perché non riusciamo a vivere al ritmo travolgente delle nuove idee che preconizziamo”; a Bretécher riesce di mostrare l’oppressione e l’alienazione del ceto medio intellettuale, facendo leva su “il linguaggio involuto, lo snobismo operaistico, il sinistrese parigino, la rivoluzione in pantofole”.

Fra dialoghi a due e chiacchiere di gruppo, le tavole dell’artista francese giocano con la ripetizione (vignette molto simili, dopo un’accurata scelta della migliore inquadratura) e sull’ingombro claustrofobico del lettering, a sottolineare la vacua inconsistenza del linguaggio.

Ne deriva un campionario di ipocrisie e debolezze. Ne fanno parte intellettuali di sinistra che si scusano con gli amici perché “ogni tanto” guardano la televisione. Altri a cui piace sostenere che “non sono i soldi, che contano”. Certo, le scuole private si fanno preferire anche perché ci si arriva meglio con l’auto. Ci sono uomini “progressisti” che ancora si fanno attaccare i bottoni dalla mamma, e donne non meno progressiste impegnate in interminabili riunioni di autocoscienza. Quanto è spiacevole che i consumi culturali del proletariato non siano della migliore qualità… Che fatica dover convivere con le malattie psicosomatiche o con il problema della cellulite. I figli vanno impegnati in sfiancati corsi di creatività, alternando il karatè all’espressione pittorica (“quel che importa è tenerli occupati”). Finalmente è morto Franco e si può andare in vacanza in Spagna. Fra amiche ci si scambia confidenze dell’incertezza: “Non riesco a capire se voglio un bambino o no” (soluzione ideale: “rimanere incinta senza farlo apposta”). Al giornale di sinistra, emerge l’urgenza di scrivere un’inchiesta focalizzata su “un disoccupato sui 35 operaio un po’ depresso ma non troppo” (ma non si sa dove trovarlo).

Quando non ci affoga nelle parole, Bretécher è capace di efficacissime tavole silenziose: ce n’è una, divisa in quattordici vignette, che riassume la giornata di due amiche in spiaggia. Oppure, inventa il Parco Naturale delle Donne Oggetto, dove l’uomo, inserendo una moneta nell’apposito parchimetro, per qualche ora può ritrovare una moglie che vive solo per lui. Il capolavoro del sarcasmo è mostrare che “la vita della coppia è infernale”, sempre e comunque, anche quando la coppia è dello stesso sesso. Questione di ruoli.

Sto cercando di completare la collezione, mi manca il numero 5.

Claire Bretécher I frustrati. 2, Bompiani, 1976 (1978)

Bretécher su queste pagine

4052, mi ricordo

Mi ricordo gli anni in cui – da provinciale sbarcato a Bologna – amoreggiavo, passeggiando sulla Montagnola.

Sabato 4 febbraio dalle 18.30 una serata per raccontare la militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari, nel decennale della sua scomparsa. Al VAG61 di via Paolo Fabbri. Sul filo del ricordo…

Alle 18,30 aperitivo e presentazione del libro Sul filo del ricordo (Red Star Press), a cura di Agostino Giordano e Stefania De Salvador: “La militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari raccontati dalle compagne e dai compagni di strada”.

Intervengono: Cristiano Armati (editore Red Star Press), Agostino Giordano e Stefania De Salvador, Rudi Ghedini e altri autori che hanno preso parte a questo libro

Alle 20,30 cena di autofinanziamento con cappellaccio al forno, pasticcio alla ferrarese e lasagne alla zucca.

A seguire immagini, parole e musica dal vivo con alcune/i delle/gli autrici/ori del libro.

Ci sono figure che, con il corso della loro vita, bastano da sole a segnare i margini del tempo. Stefano Tassinari è una di queste. Perché con i suoi libri, le sue sperimentazioni, le sue riviste, le sue iniziative culturali e la sua ininterrotta militanza politica nel movimento operaio, Tassinari ha dato un contributo imprescindibile, favorendo vocazioni artistiche, conquistando spazi di autorganizzazione e costruendo bellezza e amore per la giustizia sociale. Sul filo del ricordo, scritto da chi, con Stefano Tassinari, ha percorso la strada che conduce fino al punto in cui siamo ora, non è solo un omaggio all’artista e al compagno. Ma un caleidoscopio di possibilità sempre aperte, un filo rosso teso verso la meta della fraternità e dell’uguaglianza, una ragnatela di ricordi con cui chiamare per nome la vita.

Contributi di: Vic Albani, Checchino Antonini, Marco Baliani, Matteo Belli, Paolo Bernardi, Nicola Bonazzi, Pino Cacucci, Paolo Capodacqua, Stefano Casi, Mauro Collina, Mauro Covacich, Fausto Bertinotti, Alberto Bertoni, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Isabella Carloni, Daniele e Angelo (“Le Bistrot” di Dozza), Stefania De Salvador, Roberto Formignani, Paolo Fresu, Luca Gavagna, Rudi Ghedini, Agostino Giordano, Massimiliano Gregorio (Casa del Vento), Claudio Lolli, Gigi Malabarba, Roberto Manuzzi, Luigi Monfredini, Alberto Ronchi, Mauro Pagani, Alfredo Pasquali, Darwin Pastorin, Andrea Satta (Têtes de Bois), Roberto Serra, Marino Severini (Gang), Michele Terra, Riccardo Tesi, Fabio Testoni, Filippo Vendemmiati, Wu Ming 1, Yo Yo Mundi.

Ken Parker in 100 puntate: 019

A circa quindici miglia di distanza, una banda di sei uomini sta distruggendo le rotaie. Il treno deraglia, l’esplosione è avvertita anche da Ken e dai soldati in attesa. Davanti al treno, i banditi incontrano più resistenza del previsto, qualcuno perde la testa, restano vari morti nella polvere. All’arrivo di Ken, l’unica traccia è la marca di stivali di uno dei banditi morti. Comincia l’inseguimento. Come divertissement, Berardi introduce la dialettica beffarda fra il caporale e il soldato O’Bannion.

La banda procede secondo i piani. Avevano stabilito di seppellire il bottino per riprenderlo sei mesi dopo. Ma il capobanda aveva in mente un altro progetto: uccide a sangue freddo due complici e così potranno spartirselo in due, quel bottino, e i due sono fratelli che possiedono l’accortezza di non lasciare sui cadaveri alcun segno di identificazione.

L’inseguimento si rivela una corsa ad eliminazione, finché rimangono solo Ken ed Emiliano. Pochi lettori arriveranno preparati alla scena successiva: in un piccolo ranch, vediamo maltrattare la giovane figlia, colpevole di un’inezia, arrivano Ken ed Emiliano per comprare del cibo, il padre prima mercanteggia, poi offre anche un altro prodotto: “Vi piacerebbe trascorrere un’oretta rilassante con una ragazza dolce e carina? (…) È pulita, sapete, giovane e fresca come una rosa!”.

Sarà questa Shirley a confermare i sospetti di Ken sull’origine di certi cavalli. Shirley vuole solo essere salvata, portata via da quel luogo squallido. È quanto avviene: ma seguirà i consigli di Ken? “Farà quello che vuole. L’importante è che abbia avuto la possibilità di scegliere”. Solo il lettore saprà che Shirley si fa accalappiare dal primo venuto.

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When They See Us, la miniserie (1 di 2)

Creata e diretta da Ava DuVernay, When They See Us è stata candidata agli Emmy come miglior miniserie del 2019 e Jharrel Jerome (Korey) l’ha vinto come miglior attore protagonista.

Prodotta da Oprah Winfrey e TriBeCa Productions (Robert De Niro), la miniserie si sviluppa in quattro episodi, per cinque ore complessive: è stata pubblicata su Netflix il 31 maggio 2019.

New York, 19 aprile 1989: nella tarda serata, una ventottenne bianca che faceva jogging a Central Park venne aggredita, picchiata, violentata, lasciata in fin di vita (il suo nome è Trisha Meili, ne ricavò danni permanenti). La polizia effettuò una retata, I sospetti si concentrarono su una trentina di ragazzi scesi da Harlem, di età compresa tra i tredici e i diciassette anni, indiziati per aver molestato alcuni ciclisti e un senzatetto; quel “branco” si divertiva a spaventare i passanti e fare schiamazzi all’interno del parco…

Cinque adolescenti, quattro neri e un ispanico, vennero identificati come autori dello stupro, arrestati, processati e condannati, anche se mancavano prove certe della loro colpevolezza. Furono sufficienti le confessioni estorte dopo oltre ventiquattrore, privati di cibo, bevande e riposo, senza la presenza di un avvocato. I famigerati Central Park Five scontarono da sei a tredici anni di carcere.

Solo nel 2002 venne identificato il vero colpevole: la sua confessione, confermata dalle prove del DNA, fece sì che i Central Park Five venissero scagionati. Nel dicembre 2002, un tribunale annullò le condanne, lo Stato ritirò le accuse e li cancellò dal registro dei trasgressori sessuali. In seguito, i cinque hanno ricevuto un risarcimento di 41 milioni di dollari.

Con la subdola promessa di farli tornare a casa, Kevin Richardson, Antron McCray, Yusef Salaam, Raymond Santana e Korey Wise vennero interrogati separatamente e spinti a confessare in video la propria colpevolezza. Erano confessioni estorte con l’inganno; eppure, le versioni dei fatti risultarono così dissonanti, che il Pubblico ministero preferì dividerli in due gruppi. I processi si svolsero nel 1990, le giurie emanarono sentenze di colpevolezza, comminando il massimo della pena consentito per i minori. In quattro vennero rinchiusi in riformatorio, mentre Korey Wise, che all’epoca del crimine aveva appena compiuto sedici anni, fu rinchiuso in carcere.

Le loro vite vennero irrevocabilmente stravolte. Richardson, McCray, Salaam, Santana e Wise avevano già scontato le condanne prima che venissero annullate. E scoprirono quanto fosse impossibile il ritorno a una vita normale.

Ben prima che le sue aspirazioni politiche divenissero note, Donald Trump si interessò personalmente al caso della jogger di Central Park. Pochi giorni dopo l’aggressione, Trump acquistò una pagina sul New York Times, auspicando il ritorno nella legislazione statale della pena di morte, affinché i Central Park Five venissero giustiziati per i loro crimini. (1 di 2, segue)