#Chiesa, non è simpatico, a volte cerca il fallo, ma il passaggio a Muriel mi conferma che è l’unico italiano per cui l’Inter dovrebbe fare pazzie. Ha dribbling, tira coi due piedi, se impara ad alzare la testa può diventare meglio del padre.

Annunci

#25Aprile, qualcuno aveva torto e se possiamo dirlo, è perché ha vinto chi aveva ragione.

The Paperhanger’s Helper (id.), Ward Hayes, 1925 – 6

Conosciuto anche come Stick Around, prodotto da Billy West per la Cumberland Productions, questo cortometraggio uscì nelle sale il primo marzo 1925; Oliver Hardy vi recita senza Stan Laurel, la sua spalla è Bobby Ray (piccolo e magro, pallida somiglianza con Stan), ma già si sta caratterizzando nel ruolo del grassone sbruffone e combinaguai.

Due arredatori vengono chiamati in un manicomio per sistemare la carta da parati. Ollie è il gran capo, pigro e gradasso, il piccolo Billy Ray è l’helper, l’aiutante, a cui tocca trasportare tutti i pesi, i secchi della colla, decine di rotoli di carta.

Dalla valigia, l’aiutante estrae una quantità di oggetti le cui dimensioni contraddicono ogni legge della fisica. Mentre il capo sonnecchia, l’aiutante comincia ad attaccare la carta alle pareti, ma schizza colla ovunque, sporca e imbratta. Alcuni pazienti del manicomio interrompono e complicano le cose. Entra in scena una vezzosa infermiera, Nurse Zenia Zane (Hazel Newman) e Ollie non può evitare di fare il galante, ma lei ha messo gli occhi sull’aiutante. Gli sorride, lo avvicina, lo bacia appassionatamente… Quello sviene… Stupito da tanta intraprendenza, Ollie ricomincia a corteggiare la nurse, e lei gli rifila uno schiaffone.

Mentre Ollie sorveglia il lavoro, sonnecchiando, l’aiutante ricomincia la sua guerra personale con i rotoli di carta e la colla. Appende larghe strisce di carta sulle persone, anziché sui muri, eccitando la pazzia dei malati e degli inservienti, finché il direttore del manicomio – completamente imbrattato – decide di cacciare quei due disgraziati.

L&H 22, segue

Il domani tra di noi [The Mountain Between Us] – Hany Abu-Assad, 2017 [filmTv30] – 6

Attori eccezionali – Kate Winslet e Idris Elba –, ma risultato inferiore alle aspettative. Adattando un romanzo di Charles Martin (The Mountain Between Us, 2011), ecco una delle trame che ciclicamente, con minime variazioni, torna in auge: un uomo e una donna che non si conoscono, devono accantonare la vita precedente e fare l’impossibile per sopravvivere insieme, in seguito a qualche catastrofe. In questo caso, il pilota ha avuto un ictus e un piccolo aereo è precipitato sulla cima innevata di una montagna: Alex e Ben si erano divisi la spesa di un volo privato, il loro volo di linea era stato cancellato.

Entrambi volevano assolutamente arrivare a Denver, la mattina dopo lui deve compiere una delicata operazione chirurgica su un bambino, lei fa la fotografa e sta per sposarsi. C’è una quarta figura, oltre Ben, Alex e il pilota: il Labrador del pilota, un cane dall’intelligenza impressionante. Alex resta ferita a una gamba, Ben può curarla alla bell’e meglio. Nessuno verrà a soccorrerli, la montagna non fa prigionieri, è lei a enunciare la cosiddetta “regola del 3”: si può resistere 3 settimane senza cibo, 3 giorni senza acqua, 3 minuti senza aria.

Faticosamente, dolorosamente, scendono dalla vetta, sopravvivere è al limite del possibile. Passano dall’antipatia alla speranza, dalla disperazione all’attrazione, fino alla scoperta di un sentimento reciproco. Non possono sapere se quel sentimento derivi dalla paura della morte o reggerà anche al ritorno nella civilità.

Regista palestinese, naturalizzato olandese, Hany Abu-Assad ha firmato Paradise Now e altri film apprezzati dalla critica. Qui mostra di saper girare scene emozionanti (alcune a oltre tremila metri, in Canada; fotografia di Mandy Walker), ma la sceneggiatura zoppica, è prevedibile, non riesce a mettere a fuoco il vero dilemma esistenziale: cosa succede al cuore di un essere umano, costretto ad adattarsi a condizioni di vita estreme?

2677, mi ricordo

Mi ricordo l’impressione che mi lasciò la biografia di Mary Wollenstonecraft in Shelley, cosa le era già accaduto a vent’anni.

Il campione [id.], Leonardo D’Agostini, 2019 [cine5] – 7

Christian Ferro è il ventenne stereotipo del calciatore ricco e ignorante. Gioca nella Roma, dalla borgata si è trasferito in una villa tanto bella quanto kitsch, con varie Lamborghini, piscina, televisore mille pollici, sempre circondato da amici, approfittatori, donne seminude. Legato a una influencer con 500.000 follower, Christian ha perso la madre, tre anni prima, e vorrebbe onorarla raccogliendo soldi per una fondazione che finanzia la ricerca contro i tumori, ma nemmeno questa buona azione gli riesce, è incapace di gestirsi e di comprendere chi ha intorno, gode di quella specie di impunità che protegge gli idoli delle folle, ma ha scatti di nervi che suscitano l’allarme del presidente della Roma. È pur sempre un capitale sociale…

La soluzione? Farlo studiare, imporgli una prova di disciplina: superare l’esame di maturità. Altrimenti, resterà in panchina.

Per aiutarlo nello studio, il presidente (Popolizio) fa un autentico casting, e sceglie un professore sempre imbronciato (Accorsi), che ha come primo merito quello di non sapere nulla di calcio. Fra maestro e allievo (Andrea Carpenzano) si sviluppa una relazione sempre più intima (tipo Robin Williams e Matt Damon in Will Hunting), scopriremo che anche l’insegnante esce da un dramma (imperdonabile, usare Anita Caprioli in appena due scene), e a far “maturare” Christian saranno lo studio e, soprattutto, l’amore. Variazione sul tema, moglie e buoi dei paesi tuoi.

Per l’esordio alla regia di D’Agostini (suo anche il soggetto, insieme ad Antonella Lattanzi), appaiono decisivi i nomi dei produttori: Matteo Rovere e Sydney Sibilia, registi di successo, con evidenti inclinazioni verso la romanità e l’adrenalina da competizione.

Volendo, un film come questo si può fare a pezzi. Ma seppure in superficie, sa cogliere più di un aroma dei nostri tempi, trascinato da un Carpenzano capace di passare dalla rabbia alla dolcezza, fino al disincanto. Eccola, la sua maturità.

Allegri gemelli (Our Relations), Harry Lachman, 1936 – 7

Tratto dal racconto The Money Box (di W.W. Jacobs), primo dei due film coprodotti da Stan Laurel con Hal Roach, è l’unico lungometraggio della coppia in cui Stan e Ollie si sdoppiano. Avevano già recitato due ruoli ne I monelli (Brats, 1930) e Anniversario di nozze (Twice Two, 1933), in questo caso interpretano due coppie di gemelli. Oltre al solito James Finnlayson, che truffa i due marinai e innesca una delle sottotrame di ricatto e vendetta, ci sono Alan Hale (Robèrt, il cameriere), Sidney Toler (il capitano della nave), Daphne Pollard e Betty Healy (le signore Hardy e Laurel), Lona Andre e Iris Adrain (Lily e Alice). La mia versione è quella doppiata da Enzo Garinei e Giorgio Ariani.

Stan e Ollie sono sposati, stanno prendendo il tè con le loro mogli, quando arriva il postino e consegna una lettera: è della madre di Ollie, che deve mettere gli occhiali per leggerla, ma Stan riesce a distruggerli. Nella lettera sta scritto che Alf e Bert, gemelli di Stan e Ollie, sono stati impiccati. Le vite rispettabili di Stan e Ollie sono a rischio: le mogli non sanno di questi gemelli ai margini della società e della legge.

In realtà, Alf e Bert non sono affatto morti (impiccati andava letto imbarcati). Il comandante della nave ha affidato loro un compito: recuperare un pacchetto e consegnarglielo. Ma Alf e Bert, intanto, si sono fatti ingannare da Finnlayson, che gli ha promesso di renderli ricchi se gli affidano i soldi (è presto chiaro che i due marinai sono non meno pasticcioni della coppia borghese). Comincia una girandola di equivoci e scambi di persona, in cui Stan e Ollie incrociano le strade dei gemelli e vengono confusi con loro.

Il gioco degli scambi di persona viene fin troppo stiracchiato, in certi momenti la confusione si fa cacofonica, ma alcune gags sono esilaranti: nella cabina telefonica, stanno pigiati e incastrati con un ubriaco e la sua bottiglia di latte; poi fanno la corte alle giovani Lily e Alice sotto gli occhi di chi si crede sposato con loro; scarcerati grazie alle mogli di Stan e Ollie, Alf e Bert baciano appassionatamente la moglie sbagliata; infine, con i piedi piantati nel cemento dai gangsters, dondolano come omini del Subbuteo per non cadere in acqua.

L&H 21, segue

#Suning, noi saremmo un po’ stanchi…

Era di maggio, Antonio Manzini, Sellerio, 2015

Tre giorni prima, nel suo letto, hanno ucciso Adele, la compagna di Sebastiano, il suo miglior amico. Non è la prima donna che muore al posto suo, era già accaduto all’amatissima Marina, il 7-7-2007, quasi sei anni prima. Qualcuno lo insegue da un feroce passato: Rocco Schiavone è stato trasferito ad Aosta l’8 settembre dell’anno precedente, adesso è primavera, intorno alla metà di maggio. I fatti descritti in questo quarto romanzo si concentrano in due settimane.

Viene da chiedersi quando Manzini abbia maturato la certezza che il quarto romanzo non sarebbe stato l’ultimo, che ne sarebbero seguiti altri. Intorno al vicequestore romano, che ormai tutti identificano in Marco Giallini, ricompaiono tutti i personaggi divenuti familiari nelle puntate precedenti. Nella Questura di Aosta, Italo e Caterina (con la loro contrastata relazione), Antonio e Casella, Deruta e D’Intino. A margine, il giudice Baldi, il questore Costa e Fumagalli, quello delle autopsie. Non può mancare la cagnetta Lupa. E ci sono le visite del fantasma di Marina (le cui apparizioni sono scritte in corsivo). Il cast è al completo, le situazioni topiche arrivano rassicuranti: dallo spinello mattutino, che Schiavone si concede appena arrivato in ufficio, a Italo che vomita ogni volta che entra all’obitorio. Soprattutto, anche questo romanzo aggiorna l’ormai celebre “scala delle rotture di coglioni”, con punteggi da 6 a 10.

Lui, il vicequestore, si presenta con le solite Clarks, il loden, le camicie di lino (mai una cravatta), le giacche di velluto, fuma le Camel e guida una Volvo; ha l’Inno alla Gioia come suoneria telefonica. E alla fine del romanzo avremo la conferma del suo coraggio e della sua lucidità, ma anche dell’effetto nefasto che ha su di lui la soluzione del mistero, la scoperta della verità. Dice alla sua collega preferita: “Non mi abituerò mai alla realtà, Caterina. Passano gli anni, vedo lo schifo ma non riesco ad abituarmi”.

Varie trame si intrecciano. Non tutte si concludono, preannunciando un quinto romanzo, e un sesto… Manzini è abile nel disseminare il racconto di dettagli che acquisteranno significato solo dopo molte pagine: per esempio, il profumo di tuberosa. E strizza l’occhio al lettore con citazioni pop: il cavallo dall’enorme valore, ripreso dal Padrino, lo stalliere che è ben più di uno stalliere, ripreso dalla nostra recente storia politica. E per aggrovigliare la trama e aggiungere moventi, descrive il regime carcerario, lo sproporzionato accanimento verso le droghe leggere, le alleanze per impossessarsi degli appalti pubblici, l’uso selettivo del credito bancario, le amicizie che consentono a un ex terrorista nero di riciclarsi imprenditore vinicolo.

2676, mi ricordo

Mi ricordo un collega che, ancora molti anni dopo, trovava inconcepibile che avessi lasciato una mia vecchia fidanzata.

Rocco Schiavone omaggia Sandro Mazzola

Ho appena finito di leggere “Era di maggio“, presto ne scrivo.

Nota a margine: Rocco Schiavone e Antonio Manzini sono romanisti, idolatrano Totti, ma a pagina 267 di Era di maggio troviamo alcune righe dedicate a un calciatore dell’Inter, e sono righe sorprendenti, e tuttavia coerenti con la psicologia e i valori del vicequestore.

Schiavone sta confrontandosi con due poliziotti a proposito della somiglianza fra un sospetto e un ex calciatore; uno dei due poliziotti osa fare dell’ironia su Sandrino Mazzola:

«Sandro Mazzola è quanto di più vicino all’essenza del calcio questo paese abbia mai avuto. Segnati questa frase nel cervello, scrivitela sul muro della tua cameretta, comprati un poster del campione e veneralo ogni giorno che passa».
«Era dell’Inter però» obiettò Italo, «mica della Roma!».
«Imbecille! Quando c’è di mezzo un campione simile la maglia è un dettaglio insignificante. È patrimonio dell’intera umanità, capito?».

Sentieri selvaggi [The Searchers] – John Ford, 1956 [filmTv33] – 9

Preferisco un altro paio di film di Ford, ma quando si chiede alla memoria di indicarci un classico del western, questo è forse il primo titolo che si impone. Campi lunghi, piani americani e primi piani, sempre l’inquadratura giusta: al regista non servivano molti movimenti di macchina.

Sceneggiato da Frank S. Nugent, fotografia di Winton Hoch, colonna sonora di Max Steiner e Stan Jones, pochissimo cinema ha così esaltato il paesaggio. Con Ford, la Monument Valley diventa più di un personaggio, si eleva a tono del racconto, cornice dell’epica e della desolazione. In questo mondo abitato da nomi biblici (Ethan, Aaron, Mose, Martha), valori e comportamenti appaiono rimpiccioliti dall’ineluttabilità di queste pietre e di questa polvere rossa senza tempo. Famiglia, razza, amicizia, onore, malvagità, coraggio, opportunismo… ognuno di questi concetti esce ridimensionato dal contesto.

Tre anni dopo la fine della Guerra di Secessione, Ethan torna a casa (che Ethan sia John Wayne non dovrei neppure scriverlo). Era un sudista, dopo la sconfitta ha perso ben più della guerra, gli ci sono voluti anni per rivedere la sua famiglia. Ritrova il fratello, la cognata e i loro tre figli (Lucy, Debbie e Ben), nonché il figlio adottivo Martin, con un ottavo di sangue pellerossa. Un ottavo di troppo, vedendo gli sguardi di Nathan, uomo duro e angosciato, incattivito e implacabile, pieno di pregiudizi e pressoché privo di tenerezza.

Seguendo Ethan, per anni, Martin cercherà di ritrovare Debbie, la sorellina rapita dai feroci Comanches, dopo una scena d’orrore che il pubblico non vedrà e che Ethan vorrà risparmiare anche al giovane compagno.

Per com’è fatto Ethan, Debbie (Natalie Wood) non è più la sua nipotina, intende trovarla per ucciderla, e vendicarsi di chi l’ha traviata. Ma c’è spazio anche per barlumi di futuro: Martin ha spezzato il cuore di Laurie (Vera Miles), che lo aspetta a casa e si strugge per le sue rare, sconclusionate lettere.

Vidal? Nemmeno gratis

Ho molti dubbi su Dzeko, per l’età e per l’abitudine maturata a Roma di giocare da solo in attacco. Ma Dzeko ha almeno il pregio di far giocare bene la squadra e forse può insegnare qualcosa a Lautaro, dunque non mi sento di esprimere un sentimento negativo.

Ma su Arturo Vidal, il mio no è categorico.

Tornano le voci sul centrocampista cileno, il cui grado di bollitura mi pare persino superiore a quello, acclarato, di Radja Nainggolan: vero è che sta per vincere l’undicesimo scudetto (fra Cile, Juve, Germania e Catalogna) ma 2 gol in 44 presenze, in questo Barcellona li avrebbe segnati pure Joao Mario…

Anche la carta d’identità certifica che sarebbe una totale idiozia: Vidal è del maggio ’87, ha un anno in più del Ninja. Insieme, non riesco nemmeno a immaginarmeli.

Meglio, molto meglio, scommettere su Tonali, strapagare Barella, pagare la clausola di Pellegrini. Solo se venisse a 0 euro, e Nainggolan fosse ceduto a caro prezzo in Cina, riuscirei a trovare un minimo senso nel vestire Vidal di nerazzurro. Di acquisti fatti con 5 anni di ritardo, penso dovremmo essere tutti stufi.