Manhole, Grace Slick, Grunt 1974 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 77.

Quando era ancora lecito sognare la California e l’eventualità di vederla “governata” da Schwarzenegger Governatore poteva apparire una lugubre distopia, si sviluppa la caotica, contraddittoria, frenetica, travolgente parabola dei Jefferson Airplane.

Fra gli innumerevoli cambiamenti nella composizione della band, Grace Barnett Wing (coniugata Slick una dozzina di anni prima) costituisce uno dei segni distintivi, il più forte fattore di identità del gruppo; la sua presenza scenica era così avvolgente e ipnotica, che la prodigiosa voce finiva quasi in secondo piano.

Dopo la maternità – era nata China, dal rapporto con Paul Kantner – questa è la prima, contestatissima opera solista della Slick, mentre la fase Airplane sta decollando (o precipitando) nella fase Starship.

Per rendere omaggio alla musa della West Coast, al Wally Heider studio di San Francisco accorrono David Crosby, David Freiberg, Jack Casady, Gary Duncan, Jorma Kaukonen e, ovviamente, Kantner.

Ne deriva un album pieno di idee e di stravaganze, la colonna sonora di un film immaginario, intitolato Manhole, appunto; alternando l’inglese e lo spagnolo, la voce raggiunge vibrazioni parossistiche, una passionalità che non teme confronti.

La mia griglia di partenza

Correggerò qualcosa ai primi di settembre, nell’intervallo per le Nazionali.

La chiusura del mercato è decisiva, a oggi accetto di giocarmi una pizza con chiunque, questa Inter non vale il quarto posto e il comportamento di Suning è peggiore dei peggiori che ebbero Moratti e Pellegrini (errori ne hanno fatti a decine, ma loro sì, tifavano Inter).

Le nostre anime di notte, in attesa del film

“Lui consumò una cena leggera, soltanto un panino e un bicchiere di latte, non voleva sentirsi goffo e appesantito una volta a letto con lei, quindi fece una lunga doccia calda strofinandosi a fondo. Si tagliò le unghie delle mani e dei piedi e la sera uscì dalla porta sul retro e percorse il vialetto posteriore con un sacchetto di carta che conteneva pigiama e spazzolino da denti.

Il vialetto era buio e i suoi piedi facevano un rumore fastidioso sulla ghiaia. Dalla casa sull’altro lato della strada proveniva una luce, vide una donna di profilo accanto al lavandino della cucina. Proseguì fino al cortile sul retro della casa di Addie Moore, ci entrò, superò il garage e il giardino e bussò alla porta posteriore. Attese un po’. Un’automobile percorse la via di fronte alla casa con i fari che brillavano. Sentiva i ragazzi delle superiori che salutavano suonando il clacson lungo Main Street. Poi sopra di lui si accese la luce della veranda e la porta si aprì”.

 

«Our souls at night» è uscito postumo nel 2015, la traduzione è di Fabio Cremonesi.

Da questo romanzo è stato tratto un film che potrebbe essere magnifico. Robert Redford interpreta Louis, mentre Addie è Jane Fonda; i due recitarono insieme in «La caccia» e «A piedi nudi nel parco» (1966) e ne «Il cavaliere elettrico» (1978).

Cathy Haruf, la vedova dello scrittore, ha raccontato di quando Redford le telefonò per dirle che voleva fare il film, e lei rispose d’accordo, purché fosse fedele al libro. Qualche tempo dopo, in casa Haruf è di nuovo squillato il telefono; era Jane Fonda, chiedeva di conoscerla e di passare qualche giorno insieme, se possibile viaggiando un po’ per il Colorado.

2067, mi ricordo

Mi ricordo che se il temporale lungamente annunciato non arriva, l’umore ne risente.

The Affair, terza serie (5)

Alison fa ritorno a Montauk dopo sei mesi nella clinica psichiatrica. Ha “lavorato su se stessa”, cerca di riconquistare la fiducia di Cole e, soprattutto, della figlia, incontra la netta ostilità di Luisa, che però è “una brava persona” e non la ostacolerà nella vicenda dell’affidamento congiunto. Semmai è Cole a sbandare: pensava di aver trovato un equilibrio e invece si scopre ancora attratto dall’ex moglie. Ma Cole è, tutto sommato, monocorde: non può lasciare Luisa, si è assunto una responsabilità, dunque si butta sul lavoro e sulla costruzione di una nuova casa.

Montauk è l’unico luogo al mondo in cui Alison può vivere. Faceva la cameriera al Lobster Roll, di cui ora è comproprietaria, è lì che è sepolto il figlio di quattro anni, morto per una rara malattia non diagnosticata. Anni prima, quando il dolore superava una certa soglia, Alison si infliggeva ferite all’interno delle cosce.

Scopriamo qualcosa del passato di Noah: rimasto solo con una madre gravemente ammalata (prima il padre poi la sorella se ne sono andati di casa), il diciottenne Noah ha aiutato la madre a morire. Lo rivela a Alison.

Gli autori abbandonano l’estetica che ha caratterizzato le prime due serie, la sovrapposizione imperfetta di due sguardi, di due prospettive esistenziali. Puntano il fuoco dell’attenzione sulla parabola di Noah. Viene mostrato al funerale del padre, che non vedeva da vent’anni. Poi in una discussione con la sorella… fa una promessa all’ex moglie Helen, solo per levarsela di torno… non riesce nemmeno a parlare con il secondo figlio, intuendone il risentimento… è persino sgradevole nei confronti di un’allieva del corso di letteratura che tiene in un liceo di provincia… Ma come una miracolosa ciambella di salvataggio, ecco apparire Juliette, con la notevole presenza scenica e la favolosa telegenicità di Irène Jacob. La donna è sorprendentemente pronta a concedersi, disinvolta quanto colta. In una parola, irresistibile. (5, segue)

Presente, Enrico Ruggeri, CGD 1984 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 76.

Album atipico nel panorama nazionale: un lato in studio, l’altro live.

Riascoltato oggi, la parte live regge molto meglio all’usura del tempo. Accanto a Ruggeri – occhiali dalla montatura bianca – c’erano Luigi Schiavone (chitarra e sintetizzatore), Renato Meli (basso), Marcello Catalano (batteria), Roberto Rossi e Franco Bernardi (piano e tastiere); questi ultimi lasciavano spazio a Stefania Schiavone nel lato live.

In studio, mi pare vi sia una fastidiosa eccedenza di elettronica e orchestrazione, che finisce per appiattire anche le suggestive melodie e gli ottimi testi (Nuovo swing, Qualcosa, Il mare d’inverno).
Nel lato live, invece, spiccano la cover del Vecchio frac di Modugno, la rabbiosa ripresa del repertorio Decibel dei primi anni Ottanta (Vivo da re e Contessa) e una delle canzoni che incidono la figura di Ruggeri sulla scena canzonettistica italiana: Polvere.

Fra esistenze apparentemente lisce in cerca di scuse per credersi vive, desideri di rendersi irriconoscibile e concetti che il pensiero non considera, pare che la decisione di registrare live, per poche persone, all’Happy Rock Café di via Tibaldi a Milano, fu fatta per questioni di diritti sulle edizioni musicali delle versioni originali.

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, NNE, 2015 (2017)

Addie Moore è vedova, va da Louis Waters, un vicino di casa anche lui vedovo, e gli dice: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me”. Hanno quasi settant’anni, figli lontani, lei dice di non avere impulsi sessuali da molto troppo, ma è da troppo tempo che dorme sola, Louis le piace e pensa sia desiderabile “attraversare la notte insieme”. Louis è sorpreso, ma sia la donna che l’idea lo attraggono. Ci penserà su.

Il giorno dopo, Louis va a farsi tagliare i capelli, poi chiama Addie e le propone la sera stessa. Esce di casa con un sacchetto di carta che contiene pigiama e spazzolino, va a bussare alla porta sul retro. Addie gli dice che se tornerà, dovrà bussare dalla porta principale, lei ha smesso di preoccuparsi di ciò che possono pensare gli altri. Entrambi vivono a Holt da oltre quarant’anni, Louis faceva l’insegnante ed era sposato con Diane; Addie era sposata con Carl, a suo tempo assicuratore e poi sindaco di Holt per due mandati. Louis è estremamente cauto, non ha il coraggio e l’energia che avverte nella donna.

La volta successiva, lui le chiede “come mai hai scelto proprio me. Non ci conosciamo poi così bene”. Addie risponde: “Perché credo che tu sia una brava persona. Una persona gentile”. Presto il loro segreto finisce sulla bocca dei pettegoli, ma Addie dà forza a Louis…

La narrazione si compone soprattutto di dialoghi. Poche azioni, poche scene collettive, niente di superfluo, i fatti più importanti sono già accaduti, e uno li racconta all’altro. Il tono è quello dell’elegia, l’atmosfera rimanda a certi film di Frank Capra, ma senza la coralità di una comunità: Addie e Louis parlano a bassa voce, l’intimismo è la cifra necessaria per questa felicità avvenuta quando sembrava ormai impossibile. E all’intimismo introspettivo corrisponde la delicatissima narrazione per sottrazione, la prodigiosa essenzialità che ha imposto Haruf all’affetto di una quantità di lettori.

L’ambientazione è la solita: Holt, nelle pianure del Colorado, un luogo inventato e tuttavia vivido, “dove, se si escludevano i frangivento e gli alberi lungo le strade della cittadina e intorno alle fattorie, tutto era piatto e spoglio”.
A Holt, i fatti politici dell’America e del mondo non fanno presa, il tempo è scandito solo dal succedersi delle stagioni. Fanno scandalo, questi due anziani vedovi che scelgono di fare una cosa sconveniente: mostrare di aver ancora voglia di emozioni, e di condivisione. Sono persone comuni che, accantonata la paura del giudizio degli altri, mostrano la possibile verità di un’affermazione a cui tutti vorremmo credere: non è mai troppo tardi per essere felici.

Facciamoci comprare dal signor Lotito

Al netto del fatto che negli ultimi sei-sette anni, la Lazio è arrivata davanti all’Inter più del contrario – rivedi il post del 17 luglio -, e ha pure vinto trofei e giocato in Champions, la “piega” che sta prendendo il mercato interista rende già malinconico questo inizio di stagione, che invece i biancazzurri hanno bagnato con una vittoria tanto bella quanto imprevista.

Alla Gazzetta, Spalletti dice: “Cercare di lottare fino in fondo per il quarto posto deve essere l’obiettivo comune del mondo interista e dovremo stare il più possibile uniti se vogliamo sperare di raggiungerlo”.
Sperare di raggiungere il quarto posto è un obiettivo da Lazio, e Suning si merita tutto il sarcasmo del mondo (Steven Zhang potrà bloccare i commenti ai suoi social quanto vuole, ma dovrà capirlo cos’è il calcio in Italia).

Oltre alla disarmante affermazione di Spalletti, ci sono le vicende di Pellegri e Salcedo (senza dimenticare Emre Mor: del resto, Gabigol è ancora lì) e, soprattutto, di Schick, a farmi dire che la stagione comincia male.
Ai tifosi si sono raccontate menzogne. Balle. Fanfaluche. Si sono fatte promesse che si sapeva non sarebbero state mantenute. Vidal? James Rodriguez? Di Maria? Nainggolan? Rudiger e Manolas? No, non si è in grado nemmeno di mettere sotto contratto un ventunenne slovacco, sedotto e abbandonato dalla Juve. Sarebbe un “clamoroso autogol di Suning”, scrive la Gazzetta.
Tanto meno si è in grado di acquisire Keita, nonostante Sabatini abbia pranzato con il suo “grande amico” procuratore già in giugno, e il signor Lotito tutto voglia tranne che venderlo alla Juve. La gestione del Caso Keita, aggiungo, fa capire perché la Lazio fatturi la metà dell’Inter e ottenga risultati migliori. Pensate che alla Lazio possano prendere in considerazione di spendere tutto il denaro risparmiato su Medel per pagare metà dell’ingaggio di un difensore prestato per anno?

C’è un problema di FPF? Il governo cinese ha mutato politica sugli investimenti esteri? La gestione della comunicazione, all’Inter, è da anni sotto la soglia della sufficienza, non basta comprare pagine di giornale per invitare ad abbonarsi, bisogna saper rispondere ai dubbi dei tifosi con figure dirigenziali all’altezza della situazione. Dimenticavo: è ancora presidente Thohir…

Ricapitolando i commenti al post di ieri, ecco la sintesi dei 43 voti validi: primi (1), secondi (2), terzi (6), quarti (21), quinti (9), sesti (3) e settimi (1); dunque, 30 su 43 sono convinti di andare in Champions. Immagino molti di loro lo fossero anche l’anno scorso.

So bene che anche questo sfogo non farà breccia negli interisti ottimisti a oltranza. Sarà più duro il loro risveglio.

2066, mi ricordo

Mi ricordo l’attesa spasmodica, nevrotica, della perturbazione che mette la parola fine a un certo tipo di estate.

Quanto vale questa Inter? Votate attraverso i commenti

Autorevoli commentatori mettono l’Inter al terzo posto; alcuni si spingono a considerarla da scudetto. Non è la mia opinione: a oggi, a me pare un’Inter da quinto posto, quarto se Spalletti fa miracoli; ma veniamo dall’essere l’ottavo attacco della Serie A e non è arrivato nessuno che faccia ipotizzare scenari molto più positivi.

Domenica mattina, come al solito, proporrò la mia prima “griglia”, riservandomi di correggerla a fine mercato. Intanto, per 48 ore, propongo un sondaggio da risposta secca, che parte da questa formazione-base:
Handanovic / Cancelo, Miranda, Skriniar, Dalbert / Vecino, Borja Valero / Candreva, Joao Mario, Perisic / Icardi.
Aggiungo un po’ di riserve: Padelli / D’Ambrosio, Mangala, Nagatomo / Gagliardini, Brozovic / Eder, Jovetic, Schick.

Non sono stato pessimista, anzi ho immaginato che arriveranno un altro titolare (Joao Cancelo) e un paio di cambi (Mangala e Schick); ma dopo tante chiacchiere sulla “potenza di Suning”, temo abbiano preso in parola Ausilio, quando diceva che “è difficile migliorare questa rosa”…

Domanda secca: quanto vale questa squadra?

Chi volesse rispondere è pregato di iniziare il commento così: “Primo posto”, “Secondo posto”, “Quinto posto”… “Settimo posto”, eccetera.

The Affair, terza serie (4)

La terza serie comincia con Noah tornato a insegnare in un liceo di provincia. Visibilmente traumatizzato dall’esperienza carceraria (inghiotte oppiacei per tenere a bada il dolore di una frattura), non ha un buon rapporto con gli studenti, ma fa la conoscenza di Juliette Le Gall, affascinante insegnante francese, sposata a un anziano luminare malato di Alzheimer.

Gli autori sembrano insicuri della forza del racconto e vi iniettano elementi di thriller non molto efficaci: i flashback di Noah con il secondino o nei dintorni della casa paterna, l’aggressione notturna che Noah subisce (misteriosa pugnalata alla schiena), la mancanza di alibi da parte di Cole…

Nella terza stagione si assiste a uno squilibrio rispetto alla coralità pressoché paritaria fra i 4 personaggi: fatta 100 la somma, un protagonista sta in scena molto più degli altri, Noah (40), le due donne sono coinvolte più o meno allo stesso modo, con una lieve prevalenza di Helen (25) su Alison (20), mentre la figura di Cole è seccamente ridimensionata (15).

Noah è allo sbando, dipendente da psicofarmaci, disprezzato dalla figlia maggiore, abbandonato da Alison, che vuole solo riavere l’affidamento della figlia Joanie, incompreso dalla sorella Nina, fastidiosamente cercato da Helen, con cui non vorrebbe più avere a che fare. Un raggio di sole illumina la sua esistenza: Juliette.

Ovviamente Noah è rimasto ferito dal doppio trauma familiare (in quattro anni, due matrimoni naufragati), ma questa insegnante francese può offrirgli una nuova prospettiva, se solo riuscisse a mettere ordine nelle proprie percezioni distorte, nei propri fantasmi. Sa che con Alison è finita. Non condivide la lettura a posteriori della donna (due anime alla deriva, che si sono aiutate a uscire da situazioni troppo dolorose), ma si convince a concederle il divorzio. (4, segue)

Zero in condotta [Zéro de conduite], Jean Vigo, 1933 [cine30] – 9

Chiamammo così il nostro giornale, che uscì per oltre otto anni e 181 numeri: tale era la forza suggestiva di un film visto da pochi, mortificato dalla censura (uscì solo nel 1945), definito “antifrancese” dagli stessi che avrebbero poi appoggiato Vichy.

Inno libertario che non appassirà mai, denuncia beffarda dell’ottusità del Potere, il film di Vigo descrive un collegio di ragazzini, un luogo austero e repressivo, che preclude ogni minima creatività e dove il divieto è la regola. Se non fosse che il desiderio di libertà è incomprimibile, e ai ragazzini non serve molto per sognarla, inseguirla, trovarla. Lo faranno proprio i quattro puniti con lo zero in condotta, “ribelli, sognatori e fuggitivi” (in una parola: anarchici), in grado di trascinare tutti gli altri in una festa sfrenata, fino a correre sui tetti, verso un luminoso orizzonte. Le insurrezioni possono vincere anche in pigiama.

Soggetto, sceneggiatura, scenografia e montaggio del ventottenne Vigo (morirà l’anno dopo), fotografia di Boris Kaufman (fratello di Dziga Vertov e Oscar per «Fronte del porto», dopo una vita lunga e avventurosa), fra gli interpreti Jean Dasté, icona di Vigo (riappare ne «L’Atalante»). Dasté interpreta un sorvegliante che imita Charlot e sa capire i ragazzi, intuisce quanto sia assurdo irreggimentarli come fossero soldatini, in fila per due o legati ai banchi di scuola, in un’atmosfera tanto più claustrofobica quanto è frizzante quella della ricreazione (per non parlare delle beffe orchestrate nella camerata appena si spengono le luci).

In una quarantina di minuti, il talento visionario di Vigo comprime una quantità di avanguardie artistiche e allusioni cinepolitiche: il direttore del collegio sembra uscito da Freaks di Tod Browning; il vitto del collegio scatena una reazione canzonatoria, forse il controcanto dei marinai della Corazzata Potemkin.

Piallassa della Baiona