The Affair, la seconda stagione (I)

Non voglio trattenere la mia irritazione per lo svolgimento della seconda stagione di questa serie, ideata da Sarah Treem e Hagai Levi.

Dopo i 10 episodi della prima, ecco i 12 della seconda, con un cast confermato: Dominic West (Noah Solloway), Ruth Wilson (Alison Lockhart, nata Bailey), Maura Tierney (Helen Solloway, nata Butler) e Joshua Jackson (Cole Lockhart). Ruoli di rilievo sono interpretati da Julia Goldani Telles (Whitney, primogenita di Noah e Helen), Victor Williams (detective Jeffries), John Doman e Kathleen Chalfant (Bruce e Margaret, i genitori di Helen), Mare Winningham (Cherry, madre di Cole). Nessuna novità sulle musiche originali (di Marcelo Zarvos), cambiano le immagini della sigla d’apertura, ma continuano a galleggiare sulla stessa vocalizzazione di Fiona Apple («The Container»).

Da dove viene la mia irritazione? Dalla certezza che l’ispirazione all’origine della prima serie si sia troppo diluita, e gli autori abbiano esagerato nell’immettere nella trama un ingrediente che ne mina la credibilità: il tradimento.
Ho perso il conto del numero di menzogne che si scambiano i 4 principali protagonisti, il più delle volte strabuzzando gli occhi al momento della scoperta della verità. Il tradimento è merce delicata, facilmente deperibile: ingannare ripetutamente il partner dopo avergli giurato eterna sincerità, rende i personaggi ottusi e indebolisce l’intreccio.

Alla riuscita della serie non giova nemmeno la scelta di trascinare la vicenda processuale per tutti e 12 gli episodi, salvo cavare dal cappello una soluzione “alla Agatha Christie” che vorrebbe condurre alla terza stagione, dove dovremmo capire chi ama di più o, almeno, chi è più disposto a sacrificarsi per amore. (1, segue)

La Nona di Zeljko Obradović

In campo, era il meno talentuoso dell’ultima generazione di fenomeni jugoslavi. Playmaker con spiccate doti difensive, nel Partizan Belgrado di Divac e Paspalj vince il campionato 1986-87, arriva alle final four di Coppa dei Campioni del 1988 e vince la Coppa Korać nell’89.
In Nazionale, è Argento olimpico a Seul e Oro al Mondiale 1990.

Comincia ad allenare nella sua Belgrado e vince la Yubo Liga e una Coppa di Yugoslavia; nel 1991-92 la prima Eurolega (è il Partizan di Sasha Danilovic).

Va in Spagna e porta la Joventut Badalona a vincere l’Eurolega 1993-94 (è la squadra senza stelle che lascia gli avversari sempre sotto i 70 punti); si trasferisce al Real Madrid e rivince il massimo trofeo continentale l’anno dopo (1994-95, con Sabonis), poi anche una Saporta.

La parentesi meno positiva è in Italia, fra il 1997 e il 1999, dove allena la Benetton Treviso e si limita a conquistare una Supercoppa italiana e una Saporta Cup. In quel periodo, allena anche la Nazionale yugoslava (cioè Serbia e Montenegro).

Nell’estate 1999 va in Grecia e fa esplodere il Panathinaikos: in 12 stagioni, 11 titoli nazionali, 7 Coppe di Grecia e 5 Eurolega; Diamantidis e Spanoulis sono gli eroi di quel ciclo storico, senza dimenticare Bodiroga, Rebraca, Nando Gentile, Fotsis, Alvertis, Papanikolau, Batiste, Sakota, Nicholas, Sato.

Dopo un anno sabbatico, si dirige in Turchia, al Fenerbahçe: subito scudetto turco, rivinto di nuovo quest’anno; in Europa la salita è costante, prima l’accesso alle Final Four nel 2014-15, poi la finale nel 2015-16, infine il trionfo di ieri, grazie ai vari Nunnally e Udoh, Datome e Bogdanovich.

Zeljko Obradović ha così alzato la nona Coppa dei campioni, allenando 5 squadre diverse.

Cosa bolle in pentola

Innanzitutto, noto con rammarico che Ausilio ha lanciato il sasso e ritirato la mano, provando a farci credere che quelle parole non dovevano uscire e che, comunque, si è immediatamente chiarito con la società. Non un cuor di leone.
Secondo: noto che dopo il mio post, i votanti al sondaggio hanno scelto le risposte più lontane dal mio punto di vista. Come opinion leader, ho ampi margini di miglioramento.

Vedendo il Mancio alla Domenica Sportiva non ho potuto fare a meno di pensare che con lui saremmo arrivati almeno quarti. È furbo, tanto più furbo quando sembra dire le cose più scontate. A giugno 2016 aveva capito tutto, ha provato a sollecitare i suoi amici (Moratti, penso, e poi la famosa “dirigenza italiana”), ha verificato che Thohir si comportava da irresponsabile e che i cinesi pensavano ad altro, ha annusato il fallimento e si è fatto cacciare. Non lo stimo per questo, ma certo lui non si è fatto tirare a fondo da una società impreparata e eterodiretta, che ha preferito spendere per Gabigol anziché Yayà Touré.

Sabatini dovrebbe già essere in Italia e leggo che lavora per Suning da un paio di mesi. Dovrà dimostrarci di saper vendere, perché da vendere ce n’è tanti, e di saperci sorprendere con qualche acquisto di sconosciuti, perché Nainggolan a 50 so comprarlo anch’io (e Schick a 25 mi sembrava ovvio: invece…).

Il Milan ha rinunciato alla tournée asiatica, dovendo preparare i preliminari di EL, Simeone giura amore all’Atlético, l’ipotesi Allegri mi sembra delirante (chi mai lascerebbe questa Juve per questa Inter?), Conte sta usando l’Inter per strappare condizioni migliori ad Abramovich, quello messo peggio è Mou, che rischia di star fuori dalla Champions per il secondo anno di fila ma è blindato dalla società più ricca del mondo.

Resta Spalletti, che non sarà simpatico ma ha portato la Roma oltre i suoi limiti, in questo anno e mezzo. E una vocina mi dice che Spalletti rivolterebbe l’Inter come un calzino, a cominciare da colui che fu il peggior capitano di una storia ultracentenaria. Tutte le squadre di Spalletti hanno avuto centravanti capaci di giocare al calcio e non solo di far gol. Scommetto che sarà così anche la prossima.

1977, mi ricordo

Mi ricordo che anche la Juve del ’77 sembrava invincibile, anche grazie a quei geni che le regalarono Bonimba.

Revisionando Twin Peaks (18)

L’Uomo con un braccio solo sembra scagionare Ben Horne: non è lui “Bob”, la cui presenza è terribilmente vicina.
Quella notte, il cadavere di Maddy Ferguson viene ritrovato in un sacco di plastica, lungo il fiume, proprio come la cugina. “Questo tizio sa accendere il mio fuoco”, aveva detto Laura a James, parlando di “Bob”.
Gli occhiali da sole di Laura, ripresi da Maddy e ora indossati da Donna, ricordano quelli di Gene Tierney in «Femmina folle».

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Gigi Simoni e la sua biografia al Salone del Libro di Torino, lunedì 22

Lunedì 22 Maggio alle 17:30

Gigi Simoni presenta la sua biografia “Simoni si nasce”.

Presenti alcuni autori e personaggi del mondo del calcio.

Salone del Libro di Torino. Padiglione 3, Spazio Autori.

QUI l’ultima recensione che ho ricevuto.

2036, un po’ in là per Malagò e Montezemolo

Il Comitato esecutivo del CIO è convocato per il 9 giugno 2017, a Losanna, con all’ordine del giorno l’ipotesi di assegnare congiuntamente le Olimpiadi 2024 e 2028 entro la fine di quest’anno, forse nel corso della Sessione del Comitato convocata a Lima, Perù, il 13 settembre.

Fosse questa la scelta del CIO, l’ipotesi più probabile è vengano individuate Los Angeles per il 2024 e Parigi per il 2028.

Alcuni commentatori ritengono che il presidente Thomas Bach voglia “esercitare una stretta presa sul procedimento, per assicurare ciò che vede come il risultato più favorevole”.

Non è mai accaduto che il CIO abbia assegnato due edizioni dei Giochi in un colpo solo. Fossero confermate le anticipazioni e per la nota alternanza dei continenti, una candidatura italiana (Milano o Roma) tornerebbe all’ordine del giorno per il 2036…

Léo Malet, una lettura disintossicante

Primavera a Parigi, nell’Agenzia Fiat Lux si brinda: il titolare, Nestor Burma, e la fidata segretaria Hélène Chatelain, hanno appena vinto due milioni di Franchi alla lotteria. Non avrebbero nessuna voglia di occuparsi di un cliente, e invece ne arriva uno a rovinare la festa: si chiama Omer Goldy, è “un ometto sulla cinquantina”, tutto in grigio.

Spazientita, Hélène “incrocia le sue belle gambe in un malizioso lampo di nylon frizzante”. Ma Goldy non la guarda nemmeno. Commercia in diamanti e chiede di investigare, anzi di raccogliere informazioni confidenziali, su un cinese, proprietario di un ristorante nel IX Arrondissement, che è poi il quartiere in cui si svilupperà la storia.

La motivazione è reticente, Burma chiede una cifra eccessiva ma Goldy decide ne valga la pena. Hélène e Nestor si conosco da anni, ma non si danno del tu…

Ho cominciato a leggere “Il boulevard delle ossa”, pubblicato da Fazi con la traduzione di Federica Angelini, e in poche pagine sono ripiombato nelle atmosfere tipiche delle indagini di Nestor Burma.

QUI quello che di Malet ho letto finora (Burma e non solo)

The Affair, appunti sulla prima stagione

QUI 

1976, mi ricordo

Mi ricordo che il 21 maggio 2003 il nepalese Pemba Dorje stabilì il record di ascensione all’Everest, compiendo la salita in 12 ore e 45 minuti.

Revisionando Twin Peaks (17)

Ecco la scena-madre – diretta da David Lynch – che chiude il quattordicesimo episodio della serie. Comincia nel salotto di casa Palmer, sul giradischi un lp sta girando a vuoto; la madre di Laura, Sara, scivola lentamente giù dalle scale, arranca sul pavimento, pronuncia il nome di Leland, ha la visione di un cavallo bianco in mezzo al salotto, infine sviene. La telecamera si alza lentamente dal pavimento e va su Leland Palmer, che sta sistemandosi la cravatta allo specchio.

Intanto il Gigante riappare a Cooper: “Attento, sta per succedere ancora”.
Ora lo specchio davanti a Leland rimanda la faccia di Bob. Al rallentatore, Leland/Bob uccide selvaggiamente Maddy, a mani nude, nella scena più truculenta dell’intera serie.

Tutto sorridente, Leland Palmer dice a Donna e James di aver accompagnato Maddy all’autobus pochi minuti prima. In realtà, il cadavere della ragazza è chiuso in un borsone da golf, che Leland carica nel bagagliaio dell’auto.

Solo Catherine può scagionare Ben Horne dai sospetti sull’omicidio di Laura: erano insieme quella sera, ma ora la donna vuole ricattare l’antico amante per sottrargli i terreni del Progetto Ghostwood.
In cella, seduti nel letto a castello, i fratelli Horne rivivono in flashback il ricordo di una ragazza che ballava per loro, bambini, volteggiando con una torcia (al rallentatore: è una scena magnifica, sulla seduzione che si insinua grazie alle ombre).

La madre di Norma arriva a Twin Peaks con il suo nuovo marito e glielo presenta. Durante una cena, quando le due donne si assentano, si scopre che il nuovo marito era un truffatore, è stato in carcere insieme ad Hank e la madre di Norma non ne sa niente.
Bobby Briggs prova a ricattare Horne; sotto il tacco delle scarpe di Leo, ha trovato una cassetta nella quale è registrata la voce del proprietario del Great Northern, che gli ordina di dare fuoco alla segheria.

Informato dell’arresto di Ben, Leland passa dal pianto al riso in una scena allucinante; Cooper percepisce qualcosa di strano, ma non l’essenziale. Non coglie nemmeno l’occasione che il folle individuo gli offre, aprendo il bagagliaio dell’auto – dove sta ancora il cadavere – per mostrargli le mazze da golf. – 17, segue.

Enzo Ferrari. Un eroe italiano, Leo Turrini, Mondadori 2002

Il ritratto dell’italiano più conosciuto al mondo. Un uomo che disse di sé: “Io sono uno che ha sognato di essere Enzo Ferrari”, facendoci capire quanto sia stata intensa e visionaria la sua vita.
Più che un’esistenza, quella di Enzo Ferrari è ormai una leggenda romanzesca. Vi si intrecciano trionfi sportivi e tragedie personali, una strenua volontà di successo e i prezzi pagati per inseguire una vocazione.

Enzo Anselmo Ferrari nasce a Modena il 18 febbraio 1898 – cinque settimane prima di mio nonno Alceste – ma viene registrato all’anagrafe solo due giorni dopo, il 20, per una nevicata; secondogenito di Alfredo e Adalgisa, due anni prima era nato Alfredo, detto Dino.

“Non era il coraggio a mancargli al volante. Quello, glielo riconoscevano tutti. Però dava l’impressione di guidare conoscendo e rispettando l’esistenza di un limite, di un punto oltre il quale non era opportuno spingersi”. Quelli come Campari, Borzacchini e Ascari andavano oltre. E morivano giovani.

Mi ha colpito la sua ostinata volontà di non scendere più a Roma, mantenendo l’impegno negli ultimi 53 anni di vita. Con uno stile scattante, Turrini ricostruisce gli incontri con Benito Mussolini a Palmiro Togliatti, Italo Balbo a Sandro Pertini, Giovanni Guareschi e Ingrid Bergman… Descrive le sue predilezioni per certi tipi di pilota (Ascari, Nuvolari, Von Trips, Bandini, Villeneuve) e le antipatie verso Varzi, Fangio e Lauda. “Non a caso all’inizio e alla fine delle sue avventure automobilistiche si stagliano due figure che alla freddezza e alle strategie preferivano ben altre qualità: Tazio Nuvolari e Gilles Villeneuve”.

Non emerge un personaggio simpatico, tutt’altro. Basti pensare a cosa lo spinse a fare la sua ambizione feroce, quando vide Lauda bruciare al Nurburgring, o alle ambiguità politiche sotto il fascismo e poi nel cuore dell’Emilia rossa. Per non parlare della vita privata, dello strano intreccio di fedeltà e tradimenti da cui è costellata. “Le donne che si sono illuse di contare qualcosa, nel cuore di Ferrari, sono state persino più numerose dei piloti che ha fatto correre”. Ha avuto due figli, il primo perduto troppo presto e continuamente rimpianto; il secondo “riconosciuto con la concessione del cognome soltanto nella fase finale della vita”.

Ne deriva una di quelle parabole “bigger than life”, come dicono gli americani, con un’espressione che può significare dire che una sola vita, a Ferrari, gli andava stretta.

Le parole di Ausilio

Innanzitutto, smettiamola di lamentarci. Prendiamo esempio dalla Curva Nord, andiamo a pranzo, a cena, al cinema, in gita, persino in un museo, se occuparci dell’Inter ci fa venire il sangue cattivo.

A me l’Inter diverte. Suscita emozioni e sempre nuove curiosità. Vedo commettere errori così clamorosi, che prima di scriverne mi domando spesso se sono io a non aver capito. Poi le cose vanno peggio della peggiore previsione.
A chi ha una mezz’ora da perdere, chiedo di digitare “Ansaldi” nel motorino di ricerca di questo blog, oppure Murillo, Gabigol, Thohir, Gardini, oppure “dirigenza” o “Pioli”… leggerà parole scritte a giugno, a luglio, ad agosto 2016, e poi a febbraio e marzo 2017. E si confonderà fra quelle parole datate e quelle appena pronunciate da Piero Ausilio.

Il mio presupposto è che Ausilio, se non pensava che le sue frasi sarebbero uscite dall’auletta universitaria, andrebbe licenziato in tronco. Ma lo sapeva benissimo.
Sbaglia chi vi vede uno sfogo. Sono frasi meditate, l’autore è pienamente consapevole dell’effetto che faranno, ma si è stancato di andare davanti alle telecamere a difendere l’indifendibile.

Mi riconosco in quasi tutto quello che ha detto, ma Piero Ausilio non è un tifoso come me: è uno stipendiato dall’Internazionale Football Club, pare abbia appena rinnovato il contratto e incassi un paio di milioni di euro per i prossimi tre anni, lavora all’Inter da 15 o 16, non può far finta di passare di lì per caso, non può cavarsela con accuse ad alzo zero senza una sola parola di autocritica. Non è mica Renzi.

Di errori, ne ha fatti una vagonata anche il Pierino. Badate bene: non sono fra quelli che dicono che i panni sporchi si lavano in famiglia; può essere vero solo in una famiglia, e l’Inter è solo una somma di piccole bande ostili, senza il minimo attaccamento alla maglia. Poi, chi cerca una disciplina da caserma e frasi di circostanza, può sempre scegliere la Juve, oppure trovare rifugio nel confortevole Milanello Bianco, dove tutti sono amici e si vogliono bene. L’Inter non è mai stata così. E se mi dite che con Mourinho era diverso, vi invito a ricordare cosa dicevate di Mou dopo la sconfitta a Catania, quando sostituì Cambiasso con Muntari, il gruppo dell’asado l’avrebbe strozzato e metà del tifo nerazzurro lo prese per matto.

Il sondaggio “instant” che ho lanciato ieri mostra risultati spalmati su ognuna delle risposte serie (la crisi dell’università italiana, che chiama Ausilio a fare lezione, è un triste dato di fatto). Da parte mia, escludo voglia farsi licenziare. Forse avrebbe fatto meglio a stare zitto, ma quel che gli rimprovero è di non aver detto di più (l’allusione a Gabigol è da furbetti, che Dybala abbia scelto la Juve solo per soldi fa ridere, l’asta per Kondogbia, il Caso Alvarez, i nuovi “casi” Ranocchia e Jovetic… vogliamo andare avanti?).
Chiaro che i poveri studenti non abbiano avuto il coraggio di infierire: bastava chiedere ad Ausilio come mai il Napoli fattura meno dell’Inter e negli ultimi 5 anni ci ha rifilato 100 punti di scarto.

Detto questo, fra i massimi colpevoli del naufragio nerazzurro, per me Piero Ausilio non sale nemmeno sul podio.