Il buio oltre la siepe [To Kill a Mockingbird] – Robert Mulligan, 1962 [filmTv1] – 8

Ascoltiamo la voce di una donna, intende rievocare fatti accaduti trent’anni prima: era il 1932, nel profondo sud dell’Alabama, lei era una bambina di sette-otto anni, la chiamavano Scout, suo padre era Atticus Finch e faceva l’avvocato.

Insieme al fratello maggiore Jem e all’amico Dill, Scout cresce senza madre (ad accudirla, per quanto possibile, una domestica afroamericana, Calpurnia) ed è terribilmente curiosa di sapere chi sia Arthur Radley, detto Boo, e perché non esca mai dalla casa di là dalla siepe. Non può sapere che la famiglia Radley vive isolata dal resto della comunità a causa della malattia mentale del figlio.

La vita nella cittadina è così placida da sembrare fuori dal tempo, ma questa tranquillità verrà sconvolta da un crimine, a cui segue un processo: un certo Bob Ewell –  bianco, ubriacone e violento – ha denunciato Tom Robinson – nero, morigerato e pacifico –  per avergli sedotto la figlia diciannovenne. A difendere Tom è chiamato Atticus Finch.

Mulligan non intende certo discostarsi dal romanzo di Nelle Harper Lee, vincitrice del Pulitzer. Si limita a semplificarlo, sfrondando le pagine da molte divagazioni, per mettere a fuoco due nuclei tematici: la necessità di abbattere pregiudizi per avvicinarsi alla comprensione del mondo, da parte di Scout, e l’assoluta, commovente integrità di suo padre, che sa come funzionano i tribunali, è consapevole dell’odio razziale dei giurati, ma persegue l’uguaglianza di diritti e la giustizia uguale per tutti.

Giochi e avventure di Scout abbandonano l’ingenuità dell’infanzia e cominciano a interferire con gli adulti, fino alla notte più pericolosa della sua vita, quando nella parte di Boo Radley fa la sua apparizione un già fenomenale Robert Duvall.

Al film vennero assegnati tre Oscar, per la scenografia, la sceneggiatura non originale e il miglior attore, Gregory Peck: Harper Lee volle regalargli l’orologio di suo padre, per come l’aveva fatto rivivere.

Renzi non è mai solo

Pensierini sparsi sull’approccio al calcio nell’inverno 2021

Nella mia visione del calcio – lo sport più casuale che ci sia – il gol di Lukaku al 119esimo ci ha evitato l’eliminazione, ma chissà se è un bene: venire eliminati dal Milan, sarebbe ben più deflagrante. Saremmo stati eliminati, con Handanovic che avrebbe inutilmente intuito e sfiorato 3 o 4 rigori, e Terracciano che ne avrebbe azzeccato uno.

Ma siccome bisogna sforzarsi di vivere l’attimo, battere la Fiorentina con quel gol all’ultimo respiro mi ha fatto molto, molto piacere, quasi come il sorpasso firmato Lukaku e D’Ambrosio nei minuti finali della prima di campionato.

Ripenso al gol di Vlahovic (con Skriniar che non lo falcia) in contropiede all’ultimo minuto dell’andata del campionato scorso, all’incredibile 0-0 a San Siro al ritorno (due pali e cento tiri in porta), al pareggio di Simeone sempre all’89esimo, al vergognoso rigore che Chiesa si procurò e che Veretout trasformò al minuto 101 (era il 24 febbraio 2019). E concludo che con la Viola siamo ancora a credito. Leggi il resto dell’articolo

3304, mi ricordo

Mi ricordo la seconda volta che siamo andati a Tresigallo.

The Blues Brothers [id.] – John Landis, 1980 [filmTv152] – 10

Non trovo sensato azzardare qualcosa di nuovo, di inedito o addirittura originale su uno dei film più amati della mia giovinezza, rivisto per l’ennesima volta. Certo, fa riflettere l’aver visto in azione i veri “nazisti dell’Illinois” (quanto li odio!), mentre davano l’assalto al Campidoglio… E purtroppo non c’è più Jake a prendersi gioco di loro.

Mi limiterò a qualche citazione, a partire dall’elenco dei “beni” che l’ufficiale addetto alla restituzione (Frank Oz) fa riavere a Jake che sta per uscire dal carcere: “Un orologio digitale Timex, rotto. Un profilattico non usato. Uno usato. Un paio di scarpe nere. Una giacca di un abito nero. Un paio di pantaloni di un abito nero. Un cappello, nero. Un paio di occhiali neri. 23 dollari e 12 cents. Firma qua”. Dopo essersi allungato in avanti per non superare l’idiotissima linea demarcatrice, Jake traccia una X.

“Ragazzi! Quando imparerete a non dire le parolacce alle suore?” (Curtis)

“Siamo in missione per conto di Dio”. (Elwood)

“- Avete del pollo fritto?

– Il pollo fritto più buono dell’Illinois.

– Mi porti quattro polli fritti e una Coca”. (Jake a Mrs. Murphy)

“Sono 126 miglia per Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio, e portiamo tutt’e due gli occhiali da sole”. (Elwood, rivolto a Jake).

“Il ricorso alla violenza anche non necessaria per l’arresto dei Blues Brothers è ammesso e approvato”. (Comunicato dalla sala operativa della Polizia di Chicago).

“Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!” (Jake alla sua ex-ragazza, che lo minaccia con un fucile d’assalto).

Big Little Lies (II) 2 di 2

Marie Louise – vero nome di “Meryl” Streep – è una donna intelligente, scaltra, persino subdola: la morte del figlio l’ha annientata (venticinque anni prima aveva perduto l’altro figlio, Raymond, in un incidente stradale, e il marito l’aveva abbandonata). Aiutando Celeste ad accudire i figli, Marie Louise alterna momenti edificanti ad altri insopportabili: non vuole credere che Perry picchiasse la moglie; non vuole credere che abbia violentato Jane; e non vuole credere alla versione del tragico incidente. Diventa chiaro che la sua missione è scoprire chi abbia ucciso suo figlio.

I personaggi maschili continuano a svolgere un ruolo marginale, ma Ed, il marito di Madeline, si ritaglia alcune situazioni interessanti.

Meno corale della prima stagione, la seconda vive i suoi momenti cruciali nel “duello” Streep/Kidman. Le conseguenze dell’omertà sembrano riverberarsi su ognuna delle Monterey Five: Madeline rischia di perdere il marito (ha scoperto la sua relazione con un regista teatrale, pochi mesi prima), Renata si vede portare via ogni bene, per la bancarotta provocata dall’infantile avidità di Gordon; Jane conosce un giovane, ne è attratta, ma non riesce a superare il disagio del contatto fisico. Quanto a Bonnie, non riesce a confidarsi con nessuno e Nathan chiama in aiuto la madre: ecco apparire l’imponente figura sciamanica di Elizabeth (Crystal Fox), a cui seguirà quella timida del padre Martin (Martin Donovan).

È Mary Louise il fattore scatenante della crisi. Ama a tal punto il figlio, che arriverà ad accusare la nuora di non poter accudire i gemelli, e la costringerà a un processo per l’affidamento. Accusa Celeste di dipendere da psicofarmaci (in effetti, è uscita fuori strada con l’auto, mentre era in stato confusionale dopo aver assunto un farmaco per combattere l’insonnia) e di portare in casa i suoi amanti. Insieme al suo avvocato, Mary Louise usa i mezzi più ignobili per dipingere Celeste come una pessima madre, e lei decide di difendersi da sola… (2, fine)

Mary Perkins. On Stage, di Leonard Starr, Dardo edizioni

Il genere si avvicina al melodramma, al fotoromanzo, alla soap opera: On Stage è una lunga saga romantica, con l’ingenua eroina che parte da un piccolo paese del Midwest e dopo aver fatto anche la sigaraia in un night club, arriva a imporsi come modella e poi come attrice.

Oltre alla forza di volontà, Mary esibisce un’eleganza naturale. Non è una bellezza esplosiva, piuttosto una donna dotata di fascino e buon senso, che si libera rapidamente dell’ingenuità delle origini per diventare la moglie ideale (sposerà un apprezzato fotoreporter).

L’ambientazione è fra Hollywood e Broadway: luoghi mitici, dove tutti sembrano disposti a fare qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo. Non di rado le trame prendono sfumature di giallo.

Questo volumetto, pubblicato dalla Dardo nel 1975, raccoglie alcun storie uscite verso la metà degli anni Sessanta, quando Mary è già sposata e recita a teatro. Liam Kildane è una specie di Douglas Fairbanks: vecchio attore del cinema avventuroso, è costretto a recitare in teatro, accanto a Mary, per saldare un debito di gioco.

Nell’episodio successivo, costretti a cambiare il protagonista, i produttori dello spettacolo finiscono nelle mani di un’insopportabile, ricchissima moglie di un giovane attore; il cui comportamento produce prima una lettera minatoria, e poi il suo omicidio. Mary intuisce chi è il colpevole…

La serie On Stage fece il suo esordio il 10 febbraio 1957: Starr sceneggia e disegna le strisce, in un rigoroso bianco e nero di taglio cinematografico (spesso ripete la stessa vignetta, con un taglio diverso del disegno, ed eccelle nei primi piani). Pubblicata su The Chicago Tribune fino al 1970, apparve in Italia su Il Giorno e su AlterLinus.

3303, mi ricordo

Mi ricordo i Pershing e i Cruise, e gli SS20, quella che venne chiamata la crisi degli euromissili.

Sensi e Radu, Lautaro e Skriniar

Vincerla così, dovendo spendere energie fino al centoventesimo, non depone a favore dell’intelligenza della squadra e del suo allenatore. La formazione di partenza era un puro azzardo, ma i punti deboli si sono rivelati alcuni che contro la Juve giocheranno senz’altro. Decisivo, al solito, Big Rom, quando già mi chiedevo quali miracoli sui rigori ci avrebbe regalato il barbuto Terracciano.

HANDANOVIC, 6 – Tranquillo, pure troppo: stucchevole la lentezza nel far ripartire l’azione, ma certo stavolta non daranno a lui la colpa del gol.

SKRINIAR, 4 – Intendiamoci, ci sta simpatico, è attaccato alla maglia, ha persino segnato due volte su calcio d’angolo, ma la sua intelligenza calcistica lasca molto a desiderare. È sempre troppo irruento, si fa ammonire e continua a picchiare (Conte ha la giusta intuizione di toglierlo), sbaglia appoggi facili e un paio di controlli imperdonabili. Leggi il resto dell’articolo

Il rosso e il nero, Stendhal, 1830

Più che un capolavoro, forma suprema del romanzo di formazione, pietra miliare nell’arte di descrivere come l’amore si distingua dalle altre passioni, fino a scardinare i valori dominanti dell’epoca.

Il rosso e il nero è il secondo romanzo di Stendhal, che ne corresse le bozze durante le giornate della “Rivoluzione di luglio”, che inaugurò la monarchia borghese di Luigi Filippo. Pubblicata col sottotitolo Cronaca del 1830, l’opera fu ispirata da un fatto di cronaca: alla fine del 1827, Antoine Berthet, ex seminarista figlio di un artigiano, assunto come precettore in una famiglia di ricchi borghesi, divenuto amante della padrona di casa, le sparò durante una funzione religiosa. Condannato a morte, fu ghigliottinato nella piazza di Grenoble il 23 febbraio 1828.

Per uno nato come Julien Sorel, in quell’epoca, era impossibile affermarsi soltanto grazie ai propri meriti. Vuole andarsene dal paese in cui è nato, da quella società stagnante in cui la nascita predestinava il futuro. Con espressione moderna, diremmo che nella Restaurazione “l’ascensore sociale” era bloccato, e ciò riusciva tanto più insopportabile dopo un paio di decenni di fibrillazione egualitaria. Julien dedicherà ogni sforzo a “diventare qualcuno”.

Per inseguire la sua ambizione, decide di recitare una parte: mentirà sempre, quasi con chiunque, fino alle verità pronunciate nel processo finale, quando rinuncerà a difendersi: “Quando anche fossi meno colpevole, vedo uomini che, senza prestare attenzione a quanto la mia giovinezza potrebbe meritare di pietà, vorranno punire in me e scoraggiare per sempre quella classe di giovani che, nati in una classe inferiore, e in certo senso oppressi dalla miseria, hanno la fortuna di procurarsi una buona educazione e l’audacia di mischiarsi a quella che l’orgoglio dei ricchi chiama la buona società”. Leggi il resto dell’articolo

Il mondo è un matrimonio, Delmore Schwartz, 1948

In Dreams Begin Responsabilities, nelle traduzioni per Neri Pozza di Attilio Veraldi e Francesco Rognoni, contiene nove racconti usciti fra il 1937, quando Schwartz aveva 24 anni, e il 1948.

Il primo ha per titolo Il mondo è un matrimonio, e si muove in un contesto intellettuale newyorkese negli anni della Grande Depressione.

Rudyard Bell, bambino prodigio, sempre primo del suo corso scolastico, laureato con il massimo dei voti, considerato un genio dal gruppo di amici, ha deciso di scrivere per il teatro, ma da Broadway respingono tutti i suoi testi. Ormai, la speranza degli amici e della sorella Laura “era sbiadita come un colore o lisa come il tessuto di un abito”.

Quel gruppo di giovani fra i venticinque e i trent’anni sopravvive facendo lavori che non vorrebbe fare, Laura mantiene il fratello, desidera di essere amata, ma invecchia e nessuno la sposa. Le intricate, mutevoli, profonde relazioni fra Edmund, Jacob, Ferdinand, Francis, Marcus, Lloyd, Rudyard e Laura – vale a dire “il circolo” – costituiscono l’oggetto di questo racconto corale, che si sviluppa fra il 1929 e il 1934.

Amatissimo da Lou Reed e Allen Ginsberg, Delmore Schwartz mostra una rara fluidità nel passare da un punto di vista all’altro.

Ferdinand scrive racconti, nessuno li pubblica, si convince di aver capito quale sia il difetto: “Devi amare gli esseri umani, se vuoi scriverci sopra dei racconti. O devi almeno desiderare di amarli. O quanto meno devi considerare la possibilità di riuscire ad amarli”. Sono persone di grande intelligenza e sensibilità, frustrate, inadatte all’epoca in cui vivono, incapaci di essere felici. Uno di loro dice: “Le idee del successo e del fallimento sono idee sovrane in America. E tuttavia appare chiaro che una maggioranza degli esseri umani è destinata al fallimento perché questa è la natura della competizione”. Questi cinque anni di vita finiscono con il New Deal, che disperderà il circolo in svariate località e occupazioni.

La sera dell’ultima riunione del circolo, Jacob pronuncia questa frase: “Il piacere più grande di tutti è quello di dare piacere a un altro essere umano”. Poi esprime il concetto per cui “il mondo è un matrimonio”, una relazione affettiva segnata da un continuo scambio di ruoli, e ricorda il quadro di Pieter Bruegel, Le nozze contadine (o Il banchetto nuziale, 1568), per delineare come ognuno sia destinato a mutare ruolo nel corso di questa cerimonia lunga una vita.

3302, mi ricordo

Mi ricordo le ospitate di quegli “esperti” che in estate parlavano del virus clinicamente morto e che non ci sarebbe stata una seconda ondata.

Sostiene Pereira a fumetti

Adattato da Marino Magliani, disegnato e colorato da Marco D’Aponte (sua anche la copertina), il romanzo uscì nel ’94, il tempo dell’azione è il 1938, il regime di Salazar si era ormai consolidato e dalla vicina Spagna giungevano notizie funeree: “tutta l’Europa puzza di morte”, pensa Pereira.

Sostiene Pereira - Magliani e D'Aponte 2bVedovo senza figli, sovrappeso e cardiopatico, una predilezione per le omelettes alle erbe e le limonate zuccherate, fervente cattolico pur non credendo nella resurrezione della carne, Pereira è un amante del quieto vivere, un giornalista a cui hanno affidato l’inutilissima pagina culturale di un quotidiano asservito.

Da qualche tempo parla con il ritratto della moglie, e avverte una crescente paura della morte.

Gli autori del fumetto compiono una scelta grafica necessaria all’originalità della rilettura, perché al romanzo di Tabucchi molti di noi hanno sovrapposto il Mastroianni del film di Roberto Faenza (1995). Da quell’immagine decidono di staccarsi, propongono un Pereira meno affascinante, che ricorda Philippe Noiret imbolsito. La caratterizzazione di Marta, la ragazza di cui è innamorato Monteiro Rossi, mi è parsa più incisiva di quella cinematografica, coi suoi abiti traslucidi, i lunghi capelli rossi sacrificati in un taglio corto e biondo.

È notevole la qualità grafica e coloristica di questo adattamento a fumetti; chi ama Lisbona e le vedute di Lisbona, si troverà davanti a un autentico gioiello. L’azzurro e il giallo, il verde marcio delle divise militari, legni ed arredi del Café Orquídea, le macchie di rosso e i bianchi svolazzanti: è una città sudata e accaldata, oppressa dal clima e dalla dittatura, quella che il fumetto ci restituisce. Leggi il resto dell’articolo

Big Little Lies (II) – 1 di 2

Serie televisiva creata da David E. Kelley, a partire dall’omonimo romanzo di Liane Moriarty, rappresentato nella prima stagione (2017).

In sette episodi, per circa quattro ore e mezza, la seconda stagione è stata trasmessa via cavo su HBO dal 9 giugno al 21 luglio 2019; in Italia, è passata su Sky a quarantotto ore dall’originale.

Soggetto e sceneggiatura sono di Kelley e Moriarty; alla regia, una donna, Andrea Arnold, subentrata a Jean-Marc Vallée, che aveva diretto gli episodi della prima stagione. Confermata la sigla di apertura, Cold Little Heart del cantante britannico Michael Kiwanuka.

Il luogo dove si svolgono i fatti è Monterey, in California. Le Cinque di Monterey sono Madeline Mackenzie (Reese Witherspoon, doppiata da Rossella Acerbo), Celeste Wright (Nicole Kidman, Chiara Colizzi), Renata Klein (Laura Dern, Alessandra Korompay), Jane Chapman (Shailene Woodley, Erica Necci) e Bonnie Carlson (Zoë Kravitz, Veronica Puccio).

Nella seconda stagione, fa il suo ingresso una sesta figura femminile: Mary Louise Wright è interpretata da Meryl Streep (Maria Pia Di Meo), è la suocera di Celeste, la madre di Perry Wright (Alexander Skarsgård), morto negli ultimi minuti della prima serie. Leggi il resto dell’articolo

3301, mi ricordo

Mi ricordo quando erano tutti renziani.

Big Little Lies (II), intanto gli appunti sulla prima stagione

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Tafazzi, uno di noi

Tutti dicevano che la Roma stesse giocando il miglior calcio del campionato, veniva da tre vittorie consecutive, e l’Inter l’ha presa a pallate per 70 minuti. A confronto della vittoria contro il Napoli, fortunosissima e ascrivibile ai miracoli di Handanovic, la prestazione di ieri è nettamente superiore, e solo chi è “juventino dentro” e valuta solo in base al risultato, può dirsi deluso.

L’Inter di ieri vince il campionato. Punto e a capo. Leggi il resto dell’articolo

Gene Tierney e Jeanne Crain, la Femmina folle e la Donna con cui rifarsi una vita

Bella e fatale, c’è un genere di donna – nel cinema e prima nella letteratura, poi nei fumetti – che fa perdere la testa all’uomo, ne confonde i valori, fino a disintegrare ogni coerenza, e portarlo alla perdizione. Quel genere di donna, di solito, fa una brutta fine, mentre l’uomo a volte si salva, ed è come se si risvegliasse dall’ipnosi.

Nel labirinto delle dark ladies si possono incrociare la farinosa Jessica Lange del remake del Postino (quello firmato da Bob Rafelson), la torrida Virginia Madsen di The Hot Spot (Dennis Hopper), l’ambigua Hilary Swank di Black Dahlia (De Palma), la feroce Evan Rachel Wood in Mildred Pierce (Todd Haynes).

Quella che più si avvicina alla torbida vertigine delle attrici dell’età dell’oro mi sembra la Kathleen Turner di Brivido caldo (Kasdan).

Il bianco e nero avvolgeva quelle donne di un’aura ancor più seducente. Emergeva una figura femminile oscura quanto rivoluzionaria: mutavano i costumi, entrava in scena una donna libera, indipendente, in grado di circuire e manipolare l’uomo anziché esserne dominata, ribaltando secoli di oppressione.

La Garbo è l’archetipo della “tentatrice” (un suo film ha questo titolo), e anche Louise Brooks e Marlene Dietrich stanno ai vertici di questa categoria.

Un salto di qualità avvenne con il successo del noir e dell’hard boiled, fra gli anni Trenta e Quaranta, proiettando nella sfera del divismo Lana Turner, Barbara Stanwyck, Rita Hayworth, Lauren Bacall, Simone Simon, Hedy Lamarr… Su tutte, per l’impareggiabile capacità di apparire adorabile e un attimo dopo letale, Gene Eliza Tierney.

Recuperate Femmina folle (Leave Her to Heaven) di John Stahl: è un film del 1945 di inarrivabile sensualità. E soffermatevi sui due modelli di donna – Gene Tierney, appunto, e la solare Jeanne Crain – che si disputano l’amore di un uomo (insipido, pateticamente inferiore a entrambe).

Per quell’interpretazione – per come odia, per come bacia, si pitta le unghie dei piedi e copre lo sguardo dietro gli occhiali scuri – , Gene Tierney venne candidata all’Oscar come attrice protagonista.
Non vinse. Non poteva vincere, dopo aver dato sostanza a un incubo così desiderabile.

3300, mi ricordo

Mi ricordo l’8 gennaio in cui ho visto comprare un albero di Natale.

Finiscono le vacanze, sempre allegro, Pupazzo se ne torna nella scatola

Cronachette, Leonardo Sciascia, 1985

Che ci faceva Mata Hari a Palermo, a fine estate del 1913? Che poteva ricavarne Stendhal dalla cospicua spesa per far ricopiare quattordici volumi manoscritti di celebri processi o di avventure scandalose alla corte papale? E siamo davvero sicuri che Jorge Luis Borges sia esistito e non si tratti di un’invenzione (borgesiana) di alcuni che conosciamo come suoi amici?

Scriveva Sciascia: “I piccoli fatti del passato, quelli che i cronisti riferiscono con imprecisione o reticenza e che gli storici trascurano, a volte aprono nel mio tempo, nelle mie giornate, qualcosa di simile alla vacanza. Diventano cioè riposo e divertimento, come la lettura di un libro di avventure o poliziesco, come (ma non per me, ché rare volte ho tentato senza riuscire) lo scioglimento di un rebus o di un cruciverba”.

A verifiche più scrupolose, certe verità ufficiali appaiono piene di contraddizioni. Meglio sarebbe se ognuno coltivasse un po’ di sano scetticismo, senza accogliere passivamente le versioni dei fatti fornite dall’autorità. Prendendo spunto da sette storie realmente accadute, ognuna con qualche legame siciliano, Sciascia cerca di scavarne l’intimo mistero, la possibile attualità, sollevando dubbi su cosa sia davvero accaduto. E come il giornalista che scoprì chi davvero aveva ucciso Liberty Valance, pare concludere che la leggenda vince sempre sulla verità. I sette episodi sono presentati in ordine cronologico.

La mattina del 13 febbraio 1917, Margaretha Geertruida Zella venne arrestata, un tribunale francese la processò a porte chiuse e la condannò a morte, come spia tedesca. Di nascita olandese, Mata Hari rifiutò la benda sugli occhi quando venne fucilata in un cortile del castello di Vincennes il 15 ottobre. Greta Garbo, nel 1931, ne ha decretato l’immortalità. Leggi il resto dell’articolo

3299, mi ricordo

Mi ricordo che eravamo in trenta, nella mia classe del liceo, e con le norme attuali ci saremmo seduti in dodici.

Incrociando i dati sparsi nei romanzi, è possibile ricostruire una scheda biografica del commissario Maigret

Nome: Jules Joseph Anthelme
Cognome: Maigret
Anno di nascita: 1887
Nato a: Sainte-Fiacre par Matignon (dipartimento dell’Allier, nella regione Alvernia-Rodano-Alpi)
Padre: Evariste, gestore del fondo agricolo di un castello
Madre: nome sconosciuto, casalinga

La madre muore nel 1895, mentre è in attesa del secondo figlio; il padre muore di pleurite nel 1906; Jules resta orfano a diciannove anni.

Studi: diploma di Liceo; l’università (Medicina a Nantes) presto interrotta
Altezza: 1,80 m. Peso: 110 kg.
Capelli: castano scuro
Stato civile: sposato nel 1912 con Louise Léonard
Figli: nessuno (una figlia è morta in tenera età)
Domicilio: 132 boulevard Richard Lenoir (IV piano) – Parigi XI arrondissement

Percorso professionale:
1911: entra nella polizia parigina (servizio di ronda in bicicletta)
1913: promosso assistente-commissario
1917: entra nella Brigata speciale
1921: dopo alcuni contrasti con il suo superiore viene trasferito in provincia
1924: torna a Parigi, a Quai des Orfèvres, come commissario della Brigata Omicidi
1931: promozione a commissario divisionario; il nuovo ufficio si affaccia sulla Senna
1937: inizia a pensare al pre-pensionamento
1940: va in pensione
1942: insieme alla moglie lascia Parigi: si trasferiscono nella una casa di campagna a Meung-sur-Loire
1946: torna a Parigi per togliere dai guai un nipote entrato in polizia
1950: inizia a scrivere le sue memorie.

Poi non si hanno più notizie, non si sa nemmeno quando è morto.

Prima e ultima apparizione in libreria: 1929-1972