Alpha Centauri + Atem, Tangerine Dream, Virgin 1971 e 1973 – 8 e 7

LA PUNTINA SUL VINILE 203 e 204.

Entrambi registrati presso gli studi Stommelen/Koeln, ecco il secondo e il quarto album della band berlinese (in mezzo sta Zeit); ne scrivo insieme perché possiedo la ristampa del 1976 su etichetta Virgin, non gli originali della Ohr.

Edgar Froese, artefice del gruppo, ha come punti di riferimento compositori contemporanei come Ligeti e Penderecky, e naturalmente Karl Heinz Stockhausen. In quella Germania occidentale che stava riconquistando posizioni nelle gerarchie mondiali, i Tangerine Dream contribuiscono alla ricerca di una musica libertaria e comunitaria, con forti venature anarchiche. Rolf Ulrich Kaiser si impone come il teorico per eccellenza, è a lui che si deve l’espressione che etichetta l’intero movimento: “i corrieri cosmici”.

Ai tempi di Alpha Centauri, sono un quintetto: oltre a Froese (chitarra e basso), suonano Christopher Franke (percussioni, flauto, arpa e sintetizzatore), Roland Paulick (sintetizzatore), Steve Schroyder (tastiere Hammond e Farfisa) e Udo Dennenbourg (flauto).

L’album è composto da dilatate improvvisazioni, che spaziano dal jazz rock ai mantra indiani, dall’elettro-acustica alla psichedelia (dopo il festival di Ossiach, vengono definiti i “Pink Floyd tedeschi”). Scaturito dall’organo da cattedrale, un timbro lisergico caratterizza Sunrise in the Third System, mentre i tredici minuti di Fly and Collision of Comas Sola sono attraversati dal sibilo dei sintetizzatori, che paiono rincorrersi come meteoriti vaganti negli immensi vuoti siderali. La musica cosmica erompe dallo squittio, dallo stridio, dal fruscio: e invade l’Europa.

A dare il titolo all’album è una lunga suite ispirata ai romanzi di Isaac Asimov: Alpha Centauri celebra il suono che va liquefacendosi, segmentato da distorsioni e risonanze, flebili segnali di vita. Possibile accompagnamento sonoro di un viaggio interstellare, dove il buio caos primigenio viene rapidamente illuminato dalle armonie di un flauto.

Ritmo stentoreo di tamburi, cori, cupe vampe d’organo: Atem inizia con la suite omonima, venti minuti che ricordano le cerimonie di massa dei kolossal biblici. Da forti pulsazioni percussive si passa a sonorità più rarefatte, fino a una specie di quiete, cosparsa di echi e segnali indecifrabili, in crescendo.

Il gruppo è ridotto a trio: Edgar Froese, Chris Franke e Peter Baumann si chiudono in studio e sfornano quattro monoliti sonori. Circulation of Events è la parte più melodica, segnata dal dialogo fra organo e sintetizzatore, mentre Wahn colpisce per la maestosa cacofonia di voci, urla e grugniti, che lascia gradatamente spazio a un assolo di percussioni tribali.

Forse è in questo album che i Tangerne Dream raggiungono la massima distanza dai canoni del rock. Per la prima volta, s’insinua l’inconfondibile suono del mellotron, che diverrà ricorrente nelle successive produzioni del gruppo. Il sound cola come le gocce da un alambicco, un distillato di liquidi volatili, privo della magniloquenza che appesantiva molte produzioni teutoniche di quegli anni.

Pare incredibile che dischi così ardui abbiano aperto le porte al contratto con la Virgin, e a vendite che oggi appaiono inconcepibili.

Annunci

#4Marzo, numeri e interrogativi di Ixè

L’Istituto Ixè di Roberto Weber ha affidato all’Huffington Post i suoi ultimi sondaggi pubblici; ora la par condicio rende segreti i sondaggi che pure continueranno a svolgersi, fino all’apertura dei seggi e anche il 4 marzo stesso.

Sondaggio significa approssimazione alla realtà. I numeri possono essere variamente interpretati, ma anche ritenendo plausibile il massimo errore statistico (3%, nel caso dei partiti più grandi), la situazione appare stazionaria da settimane, dunque la percezione che se ne ricava si è ormai consolidata.

Mi paiono interessanti le considerazioni finali che Ixè allega ai numeri, vale a dire le variabili che considera più rilevanti in vista del voto del 4 marzo, i principali punti interrogativi.

  • Ai fini della cosiddetta governabilità “sarà decisivo l’andamento nelle regioni meridionali del paese, dove lo scarto fra centro-destra e M5S appare minimo”
  • Appare in costante crescita “la lista Più Europa con Bonino, che sembra catalizzare l’attenzione degli orfani e degli scontenti del Pd”
  • Non si assiste al consolidamento, anzi si conferma “l’apparente fragilità di Liberi e Uguali che evidentemente pagano dazio a Potere al Popolo”
  • Risulta evidente “la virtuale impermeabilità dell’M5S alle polemiche sui rimborsi”
  • C’è un “trend in continua crescita di Forza Italia a danno diretto della Lega di Salvini”
  • Aumentano i dubbi sulla “tenuta effettiva del Pd nelle regioni del centro e segnatamente in Emilia Romagna”
  • Pare che il M5S, “pur restando solidissimo, potrebbe aver esaurito il potenziale di crescita”.
  • Infine, “la sensazione più generale che ricaviamo è che oggi un governo di centro-destra appare decisamente più vicino di due mesi e mezzo fa”.

Come scrive Alessandro De Angelis sull’Huff Post, “ il voto utile, arma persuasiva per eccellenza nella conquista degli indecisi al rush finale, è per il centrodestra. Perché è l’unica forza che, realisticamente può ambire a conquistare una maggioranza. E dunque a esprimere un governo che abbia una reale corrispondenza con la volontà popolare, peraltro dopo anni di governi nati in Parlamento più che nelle urne”.

Ennesimo capolavoro di Matteo Renzi, artefice di una legge elettorale che lo trascina nel baratro.

La puntina sul vinile, i primi 200 album

Ecco un primo bilancio dei miei gusti musicali: dopo aver riascoltato 200 album acquistati fra il 1973 e il 1988, ne ho giudicati 4 da “10” e 22 da “9”. Questi, in ordine di apparizione:

Poi, ho attribuito un “8” a 76 album, “7” ad altri 70, solo un “6” a 25 e un “5” agli ultimi 3 (in altri termini, fra questi 200, ci sono 28 album, il 14%, di cui potrei fare volentieri a meno).

Chi volesse rileggere quel che ho scritto dei “9” e dei “10”, scriva il titolo nel motore di ricerca in alto a destra.

Dopo Palacio, Pandev

Non ho visto la partita. Ho visto Spalletti ai microfoni e quelli che chiamano highlights. Per oggi, non ho né il tempo né l’energia per dedicare all’Inter più di queste poche righe.

Chi, invece, ha voglia di sfogarsi, dovrebbe rispondere a una domanda essenziale: da chi e cosa si ricomincia?

2250, mi ricordo

Mi ricordo di aver pensato a un libro in cui ricapitolare le ultime volte, quelle situazioni che sul momento vivi normalmente, senza sospettare che non le vivrai mai più.

La croce di ferro [Cross of Iron] – Sam Peckinpah, 1977 [inTv28] – 7

Scorciato non so da chi e perché, la mia versione del film ha 20’ in meno di quanto attestano i credits. Si chiude su Brecht, l’epitaffio a quanto appena visto: “Non gioire nella sua sconfitta, voi uomini per il mondo vi siete alzati e avete fermato il Grande Bastardo, ma la cagna che lo portava in grembo è di nuovo incinta”.

Gli sconfitti sono i soldati del Reich, qui mostrati nel corso della Campagna di Russia, quando l’esito della guerra si è già capovolto. A esserne consapevole è il colonnello interpretato da James Mason, mentre l’aristocratico prussiano Stransky (Maximilian Schell) si è appena fatto trasferire dal sud della Francia, inseguendo il miraggio della Croce di Ferro, onorificenza insignita sia al padre che al nonno. Quella di Stransky è una guerra personale, nella quale può sacrificare chiunque e qualunque valore, ricattare e corrompere. Che tipo sia, lo capiscono sia il colonnello che il caporale Steiner (James Coburn). Del cast fa parte anche l’incantevole Senta Berger, l’infermiera che cura Steiner, quando una commozione cerebrale lo porta a fare sogni e incubi, e a vagheggiare una via di fuga.

Peckinpah odia la guerra e le sue logiche, ma ama chi le fa o almeno chi è costretto a farla. Questo film andrebbe mostrato al Renoir de «La grande illusione», sapendo che il francese ne uscirebbe inorridito. Perché Peckinpah sa come mostrare la morte e le ferite, i traumi e le esplosioni, le devastazioni fisiche e cerebrali che avvolgono questi sciagurati. Coppola ne fu influenzato nella discesa all’inferno di «Apocalypse Now».

La guerra sbrindella le carni, le avvolge nel filo spinato, le fa saltare sopra una mina. Il conflitto “filosofico” fra Stransky e Steiner cannibalizza gli uomini a loro assegnati. Mentre Steiner è fedele almeno al suo drappello di sopravvissuti, Stransky calpesterebbe il cadavere della madre pur di ostentare la Croce di Ferro. Il loro senso dell’onore li porterà a combattere fianco a fianco nel disperato scontro finale.

Covers for The New Yorker, Lorenzo Mattotti, Logos 2018

Aspettavo l’uscita di questo volume, che raccoglie le copertine realizzate dall’amatissimo Mattotti per uno dei settimanali più sofisticati della scena intellettuale nordamericana.

Ne conoscevo una piccola parte, Mattotti ha cominciato a disegnarle nel giugno 1993 (Manhattan Rising) e ne ha accumulate 32.

Qui ci sono tutte, con i loro luminosissimi pastelli a olio, insieme a inediti schizzi preparatori, utili a capire come evolva, muti, si precisi il processo creativo da cui nasce la copertina di una grande rivista: dall’ispirazione o dalla committenza, fino alla tavola definitiva.

Ne scrive l’art director Françoise Mouly (moglie di Art Spiegelman), raccontando il dialogo instaurato con Mattotti nel corso della lunga collaborazione. L’apparato editoriale non manca di retroscena e aneddoti: la copertina che ha per titolo Blizzard fu acquistata nel 2001 e uscì solo dieci anni dopo; un prezioso quanto urgentissimo disegno, prima di Internet, fu fatto volare sul Concorde.

Il volume contiene una selezione delle illustrazioni realizzate da Mattotti a corredo di articoli contenuti nella rivista: da ritratti di grandi nomi del cinema (Gong Li, Lana Turner, Konstantinos Kavafis), a speciali sulla moda (nel 1994 Mattotti viene inviato alle sfilate d’autunno a Parigi), fino a disegni finalizzati a descrivere episodi di attualità.

Nell’identico formato della rivista, nata nel 1925, questo volume è anche un’indiretta celebrazione del New Yorker, la cui tiratura, oggi, supera il milione di copie; il settimanale ha ospitato copertine di Spiegelman, Hockney, Steinberg, Sempé, Favre…

La classica copertina della rivista è priva di scritte e titoli, nulla fa presagire il contenuto, il logo è ancora quello del numero 1, uscito nel febbraio 1925, realizzato da Rea Irvin. Nei 23 anni di collaborazione, Mattotti ha avuto un solo art director (Françoise Mouly) e due soli direttori (Tina Brown dal ’93 al ’98, e David Renmick).

Il volume è curato da Melania Gazzotti, autrice di un saggio biografico sulla carriera dell’illustratore, omaggiato, in questi giorni, da una mostra presso l’Istituto Italiano di Cultura di New York.

Di Mattotti si può parlare come illustratore, pittore, artista del cinema d’animazione, ma la sua origine mai ripudiata, è pur sempre il fumetto.

A me pare sia un genio nello sfruttare al massimo le potenzialità del colore (nessuno propone rossi così avvincenti), ma il suo stile inconfondibile poggia su due pilastri: l’occhio per la composizione della tavola e la cattura di simboli dotati di una densa ambiguità.

Ed ecco le mie copertine preferite:

Rite of Fall (2010), Wild Fires (2007), Memories (2006), Snow Haul (1995), Summer Escapes (2008), Fashion Week (1995) e Blizzard (2011).

La gatta frettolosa e i gattini ciechi

“Fra Spal, Crotone, Bologna, Genoa e Benevento servono 13 punti”.

Lo scrivevo QUI, il 22 gennaio scorso, e ovviamente qualche scriteriato mi faceva notare che di punti bisognava farne 15. Ora, anche vincendole entrambe, a Marassi e con il Benevento, arriveremmo a 11. E fra Spal, Crotone e Genoa, credo che concordiamo tutti nell’identificare la trasferta a Marassi come la più pericolosa di tutte (e non solo perché ricorderanno il compleanno di Faber).

Riprendo i risultati del sondaggio solo per far notare quanta fame di centrocampisti di qualità vi sia nel popolo interista. Sono bastati 70 minuti in tre partite, senza nemmeno un gol o un assist, per far diventare imprescindibile Rafinha Alcantara. Tipico caso di crisi di astinenza. Di fretta nel giudicare.

Rafinha può essere uno dei centrocampisti della Nuova Inter 2018-19, solo se si agguanta il posto in Champions e dimostra di essere tornato in piena efficienza fisica. E poi ci sono le forche caudine delle formule di pagamento. A oggi credo più probabile una conferma di Cancelo, se Kondogbia e Murillo verranno riscattati: sarebbe un affare senza costi, per quanto pagare 32 o 35 milioni un terzino destro a me paia assurdo, viste le lacune accertate in altre parti del campo. Ovviamente se restasse Lisandro Lopez molti di noi sarebbero stupiti. Altrettanto chiaro è che almeno uno fra Icardi, Perisic e Skriniar verrà ceduto – in ogni caso, con Champions o senza.

Contro il Genoa mancherà Miranda, e rivedremo Ranocchia accanto allo slovacco. Rientrerà Candreva, perché si è riposato e garantisce più copertura di Karamoh. Ma il francesino potrebbe giocare lo stesso accanto a Eder, perché mancheranno sia Icardi che Perisic, e l’assenza del capitano diventa un “caso medico”, visto che si ipotizzava fosse già pronto una settimana fa (la gestione della comunicazione continua a lasciare perplessi).

Sarà un’Inter mai vista prima. Potenzialmente più debole dell’11 titolare, ma sono fra quelli che pensano che da due mesi l’11 titolare fosse bollita.

Immagino Rafinha dal primo minuto, con Brozovic pronto a subentrare (almeno lontano da San Siro, il croato è una risorsa da non sprecare). Leggi il resto dell’articolo

Piaf 25° anniversaire, Édith Piaf, EMI 1988 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 202.

Trent’anni fa, per 115 Franchi ho acquistato alle Galeries Lafayette, su uno dei Grands Boulevards parigini, questo doppio lp, appena pubblicato nel venticinquesimo anniversario della morte (11 ottobre 1963).

Contiene 34 canzoni incise fra il 1937 (Mon légionnaire) e il 1963 (L’homme de Berlin). Della selezione fanno parte capolavori come La vie en rose (1943), Les trois cloches (1946), Les amants de Paris (1948), Hymne a l’amour (1950, per Marcel Cerdan), Padam… Padam (1951), L’accordéoniste (1955), La foule (1957), Milord (1959, parole di Moustaki), fino a Non, je ne regrette rien (1960, di Charles Dumont e Michel Vaucaire).

Nell’insieme, le 34 canzoni offrono una visione significativa del suo repertorio, della sua inguaribile tristezza, delle sfumature della sua voce, di come ogni testo che interpretava si confondesse con la sua autobiografia.

Nella copertina interna, insieme a una dozzina di foto in bianco e nero, spicca una frase di Jean Cocteau, che la finisce così: «Elle est une étoile qui se dévore dans la solitude nocturne du ciel de France. C’est elle que contemplent le couples enlacés qui savent encore aimer, souffrir et mourir».

Perennemente vestita di nero, Édith Giovanna Gassion, figlia di un acrobata di strada, “era rock prima che il rock nascesse”: riferita a Rimbaud, questa frase di Patti Smith mi sembra perfetta per celebrare una delle voci essenziali del Ventesimo secolo.

2249, mi ricordo

Mi ricordo che per la classe operaia che lavorava a cottimo, non si trattava solo di conquistare il paradiso, ma di farlo subito.

Cantù che straccia Milano, vedi alla voce “miracolo”

Senza Culpepper, il miglior realizzatore, e senza Crosariol, sesto per minutaggio, con Burns appena rientrato da un infortunio e Thomas che va e viene dall’infermeria, Cantù batte Milano, anzi segna 105 punti e compie un’impresa a cui nessuno credeva.

Non produrrà trofei questa vittoria. Ma resterà nella storia del basket canturino, per l’atavica rivalità con Milano e l’impressionante differenza dei valori (teorici) in campo.

Andando a vedere i rispettivi roster, Milano ha potuto alternare 11 giocatori che probabilmente giocherebbero tutti nel quintetto-base di Cantù.
Coach Sodini, invece, dovendo fare a meno di Culpepper e Crosariol, ha potuto ruotare 5 giocatori, più Parrillo e infine la sorpresa Maspero, che non tocca mai il campo.

Con un inizio di grande intensità difensiva e percentuali al tiro irripetibili, Cantù batte Milano – vincitrice delle ultime due edizioni della Coppa – e gestisce le energie nel finale.

Si rigioca già domani, la semifinale contro Brescia (spero) o Bologna: ai miracoli non ci si abitua.

Rivincite, meno 5

www.sportfair.it

Fabrizio De André, principe libero [id.] – Luca Facchini, 2018 [inTv27] – 6

Buona la prima ora, sufficiente la seconda, inconsistente l’ultima: visto in tv, con le pubblicità e gli aggiornamenti di Champions League da compulsare, il prodotto lascia l’amaro in bocca. Come se mancasse poco per farne un’opera da ricordare, e invece il retrogusto è da incompiuta, da occasione persa.

Sono fra quelli che considerano azzeccata la scelta di Luca Marinelli, al netto di una pronuncia “poco genovese”. A me Marinelli piace sempre, anche quando non fa che accendersi una sigaretta dietro l’altra, da un bicchiere all’altro. Semmai, viene da chiedersi quanto la trama ne assecondi le potenzialità interpretative. Scritta da Francesca Serafini e Giordano Meacci, la fiction si apre con il rapimento in Gallura, da cui fa partire un lungo flashback che va a chiudersi dopo oltre due ore passate a raccontare gli anni precedenti.

Mi paiono azzeccate anche le due figure femminili: Valentina Bellè, nei panni di Dori Ghezzi, e Elena Radonicich, autentica rivelazione ai miei occhi, per la meravigliosa eleganza con cui si muove. Leggi il resto dell’articolo