Fossi capace, cambierei la testata di questo blog

testata

Tredici anni fa, quando ho aperto il blog su Splinder, la parola “sinistra” aveva ancora un vago significato. Per nostalgia e appartenenza, più che per convinzione, l’ho inserita nel sottotitolo del blog (in maiuscolo, poi), e si sa, le testate rimangono identiche e acquistano “aura” con il passare del tempo, dunque non ho mai pensato di cambiarla. Oggi ne avrei davvero voglia.

Non so più dire cosa sia la sinistra, dunque non posso dirmi una persona di sinistra. Ero e rimango un comunista italiano, nella consapevolezza di un tempo finito e di errori così grandi e drammatici che non può stupire l’epilogo storico dell’89, con le sue mediocrissime conseguenze sul piano strettamente partitico.

Da anni sono politicamente orfano, ho visto da lontano tante sinistre che riuscivano a trovare un senso comune solo grazie a Berlusconi, e mi pare di vedere qualcosa del genere anche attorno a Renzi, con il paradosso che Renzi si considera pure lui di sinistra, o almeno lo dice. Qualcosa non torna, evidentemente.

“Sinistra” rimanda ormai un suono vuoto, destituito di pathos. Parola usurata, non meno di “democratico” e “progressista”, allude a troppe cose che si contraddicono l’una con l’altra. Dire “sono di sinistra”, mi risulta patetico, posso accettare che si dica “ero di sinistra” quando quel termine identificava e distingueva, tracciava un confine, segnalava un punto di vista sufficientemente nitido, almeno sulla questione che fin da ragazzino ho trovato essenziale: come ridurre le ingiustizie.

Oggi che il “campo” della sinistra è tanto affollato quanto rovinoso, dovrei farci una croce sulla seconda parola della testata. Una volta tanto, trovo ottimista persino il sommo Altan, quando sembra credere che da qualche parte, chissà dove, vi sia ancora una sinistra degna di questo nome.

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The Leftovers, ho visto la seconda stagione

Ne scriverò qualcosa, intanto rimando a quel che ho scritto della prima stagione.

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Indovina chi viene a cena? [Guess Who’s Coming to Dinner], Stanley Kramer, 1967 [Tv23] – 8

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Ha cinquant’anni, e la cosa è a suo modo impressionante, il Polanski di «Carnage» deve conoscerlo a memoria. C’è stata la presidenza di Barack Obama, tanto simile a Sidney Poitier quando sorride, e in quel 1967 un matrimonio misto era illegale in 16 o 17 States. Kramer comincia mostrando una coppia perfetta, giovane e innamorata, colta e liberal, figli unici che rispecchiano i migliori sogni dei rispettivi genitori, e mantiene il tono della commedia illustrando i pregiudizi, i calcoli di opportunità, il conflitto fra passato e futuro.
Poitier: “Il mondo sta cambiando e in fretta!”.
Tracy: “Ho la sensazione che in nessun posto stia cambiando così velocemente come a casa mia”.

Bianca e bionda, cresciuta in una ricca e affermata famiglia di San Francisco, Joanna si innamora di John, medico afroamericano, conosciuto per caso alle Hawaii. Il fidanzamento è immediato, il matrimonio quasi: vanno solo informati i rispettivi genitori. John, che percepisce le cose con un po’ di pragmatismo in più della romanticissima Joanna, condiziona il matrimonio all’approvazione dei genitori di lei. In realtà, sa bene che anche i suoi genitori non saranno esattamente entusiasti.

Spencer Tracy – fenomenale il suo monologo finale, trionfo del politicamente corretto – morì 17 giorni dopo la fine delle riprese del film. Katharine Hepburn vinse l’Oscar come migliore attrice, William Rose quello per la sceneggiatura originale. La Hepburn non vide mai il film: il ricordo del marito era troppo doloroso, la sua commozione non era recitata, al momento del monologo: le parole dell’attore si adattavano alla loro esperienza personale, e lui le pronunciava gravemente malato.

La famiglia di Joanna è ai vertici dell’altissima borghesia di Frisco, molte inquadrature indugiano sulla stupenda baia californiana, altre su un Modigliani appeso nell’ingresso, la domestica nera (Isabel Sanford, futura signora Jefferson) è infuriata con il nero che non sa stare al suo posto.

1895, mi ricordo

Mi ricordo la distopica bellezza di certi angoli di Bologna subito dopo il lavaggio strade.

#avanticonPioli, tutto come previsto

Nel peggio, l’Inter è tremendamente prevedibile.
Alla sconfitta (prevedibile) contro la Roma, seguono le prevedibilissime chiacchiere in libertà sul nuovo allenatore. A quanto pare, dovrà essere “di profilo internazionale”.
A quello attuale si rimprovera di non saper battere squadre vistosamente superiori, vagheggiando che altri in panchina farebbero segnare Kondogbia, crossare Medel, rifinire Brozovic, leggere le diagonali Murillo, eccetera.

Simeone sappiamo con chi parla.
Mourinho sappiamo che prima o poi tornerà (e fino ad allora non ci farà nessun piacere, vedi Darmian).
Conte sappiamo che vive male a Londra.
Allegri sappiamo che non sopporta Bonucci.
Si fa pure il nome di Spalletti, che sappiamo non sopporta l’ambiente romano…
Sappiamo tante cose, ma io penso di saperne anche un’altra: con la squadra ereditata da Pioli, fenomeni come Conte, Spalletti, Mourinho, Allegri e Simeone farebbero qualche punto in più, ma non riuscirebbero ad arrivare terzi.

Ci aspettano tre mesi sfinenti, le partite da giocare, appena 12, saranno meno importanti delle voci di mercato: un giorno James Rodriguez, un altro Alexis Sanchez, tutta gente che non aspetta altro che venire in una squadra che (forse) farà l’Europa League.

Al netto degli errori di Pioli, l’allenatore è quello che sta facendo la figura migliore nella stagione 2016-17. A Pioli voglio dare un 8 pieno, e anche De Boer per me merita la sufficienza. Ai calciatori un 5, mentre la società arriva a malapena al 4.

Quanto agli arbitri, non credo siamo dalle parti di Calciopoli, credo che abbiamo subito errori gravi ma abbiamo avuto vantaggi in varie partite. Non tengo una contabilità precisa, ma forse avremmo 3-4 punti di più e il Milan 3-4 punti di meno. Buttarla sugli arbitraggi, oggi, mi sembra regalare immeritati alibi a società e calciatori.

Jackie [id.] – Pablo Larraín, 2016 [cine10] – 7

Dubito di riuscirci, ma vorrei spiegare perché questo film non mi è piaciuto nonostante abbia qualità apprezzabili. Come biopic, sfugge a ogni confronto: della vita di Jacqueline Lee Bouvier in Kennedy ci mostra solo una decina di giorni, quelli immediatamente successivi a Dallas, 22 novembre 1963.

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In realtà ci sono anche immagini di un cinegiornale del 1961, quando Jackie stava ristrutturando la Casa Bianca, e non possono mancare le immagini dell’attentato. Ma Zapruder ha già mostrato l’essenziale e le commissioni d’indagine si sono fermate alla verità più gestibile, mentre il regista cileno sceglie un percorso obliquo, un dietro le quinte di solitario intimismo. Il dolore può rendere lucidi e determinati. Ma la politica è la sfera dei compromessi, e mentre Jackie progetta la celebrazione di JFK incombono questioni pratiche come i funerali di Stato (quelli di un re) e il trasloco dalla Casa Bianca (gli scatoloni, assai poco regali).

Candidata all’Oscar, Natalie Portman distilla un’interpretazione teatrale, accentuata dai tanti primi e primissimi piani che il regista le dedica. Del cast, vale la pena ricordare l’appena scomparso John Hurt (padre McSorley), Peter Sarsgaard (Bobby), Greta Gerwig (Nancy Tuckerman) e Billy Crudup (il giornalista Theodore H. White). Nemmeno le musiche di Mica Levi, così enfatiche, mi sono piaciute, e tuttavia l’opera della giovane compositrice inglese risulta coerente alla regia.
L’intervista che fa da filo conduttore fu realmente concessa da Jackie a Theodore H. White, che ne ricavò un pezzo pubblicato il 6 dicembre 1963 su «Life». Il film scommette anche sugli omissis, le parole che la donna pronunciò ma che pretese non venissero scritte. Del resto, Jackie fuma una sigaretta dietro l’altra, ma nega la possibilità che questo dettaglio venga riferito con un lapidario: «Io non fumo».

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La Jackie di Larraín si mostra pienamente consapevole del valore della propria immagine, determinata a mantenerne il controllo. Sa di essere un’icona di stile, che milioni di donne cercando di vestire come lei, di pettinarsi come lei. Lei, la First Lady che farà da modello a tutte le altre…

L’edificazione del Mito, quello di un presidente pieno di ambiguità eppure avvolto nella luce mistica della Nuova Frontiera, viene concepita da Jackie all’interno di una doppia mitologia, lontana nei secoli: quella di Lincoln, presidente assassinato, e quella di Re Artù e dei suoi cavalieri, perché, dice, «Ci saranno altri grandi presidenti, ma non ci sarà mai più una Camelot». Può darsi: intanto, la macchina da presa segue Jackie lungo stanze e corridoi della Casa Bianca come Kubrick nell’Overlook Hotel di Shining.

1894, mi ricordo

Mi ricordo che una delle esperienze più traumatiche di mia mamma, aveva undici anni e viveva in campagna, fu ospitare per qualche tempo due famiglie di sfollati.

Oscar “spalmati”: le 24 statuette distribuite a 15 film diversi

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Inter-Roma, dopo

Dominati. Quest’anno non avevo ancora visto l’Inter messa sotto come ieri sera (anzi, no: il primo tempo a Napoli).
Dal che si deduce che la Roma è più forte (sai che scoperta), che vale almeno 15 punti più dell’Inter (e ha fatto la nostra stessa Coppa, venendo da una tragedia sportiva: i preliminari col Porto), che Spalletti ha soluzioni che Pioli si sogna, che per cercare di battere la Roma, lo stesso Pioli ha mandato la squadra fuori giri.
Dell’arbitro non parlo: due gol di scarto sono quello che si è visto in campo, e non rendersene conto vuol dire incubare nuove sconfitte.

nainggolan

Pioli mi piace, ma è vero che le ha perse tutte, le partite contro le squadre di alto livello: Napoli, Juve, Lazio in coppa, ora la Roma. Non può essere un caso. Quando l’asticella si alza, questa squadra mostra i suoi limiti. Limiti evidenti già ad agosto, nell’estate horror che ha aperto questa stagione, quando si spendevano 75 milioni per Joao Mario e Gabigol, anziché intervenire sui ruoli più carenti.

A fine febbraio, la stagione non ha quasi più niente da dire. E purtroppo, questa sconfitta bruciante può aprire scenari mortiferi. Il Milan, rubacchiando qua e là, è appena a un punto, il terzo posto è andato, il sesto sarebbe una mezza sciagura, la panchina di Pioli vacilla, si sogna James Rodriguez senza capire che il problema sta nel tridente (se giochi il 4-3-3) o nella difesa a 3 (se giochi con una sola punta. Semplicemente, l’Inter non ha centrocampisti che segnano (ottavo attacco del campionato), non ha terzini che crossano, non ha difensori capaci di reggere l’uno contro uno, ha pagato Kondogbia quasi il doppio di quel che è costato Nainggolan, i due croati sono un equivoco tattico, Candreva ha alle spalle una carriera dispendiosa, Icardi sa finalizzare ma è decisamente più scarso di Dzeko se il confronto è sul contributo tattico al gioco.

Quando sostengo che Pioli ha mandato la squadra fuori giri, penso all’assurdità di schierare Brozovic, Joao Mario, Kondogbia, Gagliardini, Candreva e Perisic contemporaneamente, in una specie di 3-6-1. Nessuno di loro è un regista, nessuno di loro è un incontrista. Metterli in campo tutti e 6, significa non avere filtro sulle ripartenze giallorosse, senza risolvere il problema endemico: la lentezza con cui l’Inter supera la propria metà campo.

Il difficile, in momenti come questi, è capire da chi ricominciare. In altri termini, cosa imparare dalle sconfitte. Lascerei perdere la difesa a 3, ma non penso di capirne più di Pioli, perciò oggi mi fermo qui.

1893, mi ricordo

Mi ricordo la mamma raccontarmi decine di volte che niente era tanto faticoso quanto tirare i fasci della canapa su dal macero.

Haruf, ho finito Benedizione e cominciato il Canto della pianura

benedizione_kent-harufHo aggiornato gli appunti su Benedizione, li trovate qui.
La casa editrice mi ha benevolmente inserito nella raccolta di recensioni, qui.

Nel sito di NNE – davvero elegante – ho trovato un testo interessante del traduttore, Fabio Cremonesi, e un breve consiglio di Kent Haruf agli scrittori:

“La cosa ovvia è leggere, leggere, leggere, leggere, leggere, leggere. E poi scrivere, scrivere, scrivere. Non c’è altro oltre a questo. Devi fare entrambe le cose. Ma in termini di lettura, credo che l’importante sia imparare a leggere come legge uno scrittore. Il che significa che non devi più leggere per puro intrattenimento. Così come non devi leggere solo per sapere come finisce una storia. Quello che devi fare è leggere per scoprire come qualcun altro è riuscito a rendere nel modo migliore qualcosa sulla pagina. In questo modo presti molta attenzione a quello che funziona e a quello che non funziona. Una volta che sei diventato un lettore esperto, ottieni un diverso tipo di piacere nel leggere qualcosa di grande.
Personalmente torno sempre a leggere e rileggere Faulkner, Hemingway e Cechov. Non mi stanco mai di leggerli. Ogni mattina, prima di mettermi a scrivere leggo qualcosa di questi autori, anche solo per ricordare a me stesso come può essere una frase. Leggo tutti i giorni. Se non lo faccio, mi sembra che sia stato un giorno inutile.”

Due giorni senza respiro [2 Days in the Valley], John Herzfeld, 1996 [Tv21] – 5

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Se vi siete chiesti come poteva naufragare «Pulp Fiction» senza Tarantino, questo film è una buona risposta. Un pasticcio. Un ingorgo di idee, morti ammazzati, scene di tensione alternate a momenti comici, una commedia nera che stordisce a forza di colpi di scena, ma al decimo colpo di scena di cos’altro puoi sorprenderti?

Gli autori sprecano un cast notevole. Ne fanno parte due Oscar alla migliore attrice (Louise Fletcher, tempo prima, e Charlize Theron, tempo dopo), e poi grandi star delle serie tv del XXI secolo, da Jeff Daniels («Newsroom») a Teri Hatcher (Bond Girl avvilita a Wysteria Lane), passando per James Spader (da «Sesso bugie e videotapes» a «The Blacklist»), senza dimenticare Danny Aiello e Paul Mazursky, Marsha Mason (4 Nominations) e Keith Carradine, Glenne Headley (la Tess di «Dick Tracy») e Eric Stoltz, uno che Tarantino l’ha frequentato spesso.

La “Valley” del titolo originale è la San Fernando Valley, alla periferia di Los Angeles. La trama mastica e sputa ingredienti noti: una ragnatela di storie si incrociano per caso, certe vite deragliano, altre tornano dentro ai binari, non tutti i “cattivi” si rivelano tali, non tutti i “buoni” lo sono davvero, qualche “cattivo” è più spregevole di altri, il tradimento è all’ordine del giorno, i fatti non sono mai come sembrano, e via così.

La prima mezzora – entrano in scena i personaggi – promette bene, la seconda – le storie convergono – fa temere il peggio, la parte finale – l’intreccio si risolve in sparatorie e ammazzamenti, e una quantità di spunti vengono semplicemente accantonati – spinge a pensare che del film ti resteranno solo un paio di scene. Il combattimento a mani nude nella stanza d’albergo fra Theron e Hatcher, e la scena di seduzione con lingerie bianca, che Charlize riserva al crudelissimo Spader.

Inter-Roma, prima

La sconfitta del Napoli, sfortunata e infine meritata, proietta l’Atalanta a competitore per il quarto posto, ma riapre possibilità per il terzo. Dalla partita di stasera è giusto pretendere solo una cosa: uscirne senza rimpianti.

Davanti a Handanovic – che giura fedeltà ma ha appena cambiato procuratore, firmando con uno dei più potenti – ci si aspetta Medel e Murillo, e forse D’Ambrosio come terzo centrale. Nel caso, Ansaldi potrebbe giocare nei 4 davanti alla difesa, insieme a Gagliardini, Kondogbia e Candreva, con Joao Mario e Perisic alle spalle di Icardi (3-4-2-1). Può starci anche la riesumazione di Nagatomo, per bilanciare la velocità di Salah, con Ansaldi in panchina, e avrebbe senso pure l’inserimento di Brozovic in 4-3-3 senza Joao Mario. Ma sono tutti dettagli: nel dubbio, io Nagatomo lo lascerei in panchina.

Mi sembra che Pioli abbia in mano la situazione, ma l’organico è quello che è. Siamo carenti nei ruoli che sappiamo. E la Roma ha proprio le qualità per incidere in quelle carenze. Potrà esprimersi appieno, avendo potuto risparmiare in Coppa l’intero trio d’attacco (Dzeko, Salah, Nainggolan), e contro quel tridente – a cifre abbordabili, ognuno di loro poteva vestire nerazzurro, e non dimentico chi irrideva Dzeko – davvero non si vede come l’Inter possa riuscire a non prendere gol.

Da tempo, osservo le partite in fasi. Sullo 0-0, l’Inter può stare bloccata e sperare in ripartenze rapide, ma temo ci saranno pochi uomini nell’area giallorossa e Icardi verrà chiuso da Fazio-Rudiger-Manolas. Se l’Inter riuscisse a passare in vantaggio, la velocità di Perisic potrebbe spaccare la partita: anche la Roma ha limiti difensivi, del resto ha già perso 5 volte in trasferta e l’assenza di Florenzi non è sanabile. Ma se fosse la Roma a passare in vantaggio, il rischio di “imbarcata” diverrebbe altissimo: suggerirei di “difendere la sconfitta” per almeno una decina di minuti, per evitare di incassare un secondo gol che taglierebbe le gambe.

Ma la notizia della settimana è lo stadio della Roma, e ben più di un James Rodriguez mi piacerebbe che Suning mettesse a fuoco cosa serve davvero per tornare grandi.