#Ranocchia? Va bene i miracoli, ma non esageriamo con la provvidenza… Sennò, diventa un idolo anche Candreva.

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#Ranocchia! Senza Icardi, stiamo assistendo a resurrezioni entusiasmanti.

Atletico-Juve l’ho vista poco e male, cadevo dal sonno, c’era #TraLeNuvole su un altro canale, e ho perso interesse appena ho visto che nella Partita dell’Anno, Allegri preferiva il mite De Sciglio al fenomeno #Cancelo.

San Michele aveva un gallo, bianco rosso verde e giallo… La scomparsa di Enea, #GiulioBrogi

I sotterranei del Majestic, Georges Simenon, 1939 – #Maigret

«Les caves du Majestic» – nella traduzione di Eliana Vicari Fabris – è il ventesimo romanzo su Maigret; uno dei meglio congegnati, scritti con maggior cura.

I ritratti dei protagonisti sono vividi, alcune fisionomie sono già caratteri. Charlotte, per esempio, era “grassa e rosea come un Rubens, ma aveva la mania di strizzarsi più che poteva, e, una volta nuda, doveva strofinarsi la pelle per far sparire i segni”.

Charlotte vive insieme a Prosper Donge, omone dai capelli rosso carota, responsabile della caffetteria dell’hotel Majestic, grande albergo di lusso situato sugli Champs-Elysées. È lui a trovare il cadavere di una donna, occultato in uno degli armadi a disposizione del personale.

La morta è Mrs Clark, moglie di un ricco industriale americano, con cui condivideva una suite, insieme al figlio di 6 anni, alla cameriera e all’istitutrice, la giovane e attraente Ellen Darroman. L’hanno strangolata fra le 6.00 e le 6.30 del mattino, proprio mentre Donge stava entrando in servizio, in ritardo – è la sua difesa – per una gomma forata. Il giorno prima, Mr Clark era partito per Roma: in realtà aveva finto di partire e si era fatto portare in un altro albergo, a Montparnasse, dove aveva passato la notte con Ellen…

Sul luogo del delitto, Maigret resta lunghe ore, osservando i movimenti delle decine di lavoratori che fanno funzionare l’albergo.

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2615, mi ricordo

Mi ricordo che dopo quattro o cinque sere buone, in cui ti pare di compiere piccoli passi avanti, ti cade addosso lo scoramento.

Il maratoneta [Marathon Man], John Schlesinger, 1976 [filmTv22] – 8

A sedici anni, intuisci che non potrai amare i dentisti, che i nazisti (il Male) sono ancora fra noi, che può servire un trauma, una catarsi, per uscire da certi incubi.

Rivedi il film infinite volte, eppure non cambi canale. Arrivi a chiederti come mai Marthe Keller sia passata come una meteora, dove hai già visto il ghigno di William Devane, perché Sir Laurence Olivier abbia accettato un ruolo tanto spregevole come quello di Christian Szell. Leggi i credits, e ti accorgi che la fotografia è di Conrad Hall, tre volte Oscar e altre 7 nominations, ma non stavolta; due Oscar li ha vinti anche lo sceneggiatore, William Goldman. Non potrai dimenticare Dustin Hoffman, la prima ora micidiale, forse anche le immagini sgranate di Abebe Bikila.

Studente ebreo, “Babe” vive a New York, corre a Central Park, sotto stress balbetta, ossessionato dalla necessità di riabilitare la memoria del padre, suicidato durante il maccartismo. In biblioteca, conosce Elsa, che non è quello che sembra (ma è bellissima, e se ne innamora). Babe ha un fratello maggiore, “Doc” (Roy Scheider, reduce dallo Squalo), che lavora per un’agenzia (“la Divisione”) che sta fra Fbi e Cia, e fa affari anche con gli ultimi criminali nazisti. L’esistenza tranquilla di Babe viene sconvolta da un incidente stradale in cui muore il fratello di un criminale nazista; il quale è costretto a lasciare il sicuro rifugio sudamericano per tornare a New York e recuperare i suoi diamanti, chiusi in una cassetta di sicurezza.

Doc viene ucciso da Szell, ma fa in tempo a trascinarsi nell’appartamento di Babe e ora tutti sospettano che gli abbia rivelato qualcosa. E tutti lo tradiscono. Resterà solo, con la pistola usata dal padre per suicidarsi, mentre due reduci dai campi di sterminio riconoscono Szell che passeggia nelle assolate strade newyorkesi.

Quanto ai diamanti sporchi di sangue, ecco una delle infinite variazioni sul consolante tema della farina del diavolo che va sempre in crusca.

Da giovane, volevo entrare nella Guardia di Finanza (e non ho mai pensato di lavorare in banca)

Nei primi anni Ottanta, mi presentai in una sede della GdF per prendere informazioni, e scoprii che non potevo fare domanda, avendo praticato l’obiezione di coscienza al servizio militare. E la Finanza è pur sempre un corpo militare.

Al netto della mia “ingenuità”, certe operazioni dei finanzieri mi fanno ripensare a quel bivio esistenziale. Mi è impossibile immaginarmi carabiniere o poliziotto, mentre il lavoro del finanziere continua a suscitarmi una certa attrazione. Forse perché ha spesso a che fare con i soldi, le truffe, l’evasione fiscale, eccetera.

Fatta la premessa, anch’io anni fa venni avvicinato da un solerte funzionario di banca che mi proponeva un bell’investimento in diamanti. Rifiutai. Non se ne fece nulla. Ma ovviamente il ricordo di quel colloquio è riemerso alla notizia della vasta truffa orchestrata da vari istituti di credito – Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti, quelli accertati, più le due società, la Intermarket Diamond Business e la Diamond Private Investment, per truffa aggravata e autoriciclaggio – con conseguente sequestro di 700 milioni di euro.

Ci sono voluti più di due anni agli investigatori per venire a capo di un’inchiesta nata da un servizio della trasmissione Report. Vi dirò che non mi interessa nulla dei cosiddetti vip raggirati. E trovo banale riesumare il claim “Un diamante è per sempre”, per spiegare la creduloneria di chi ci è cascato. Pare più di centomila persone.

Quel che mi interessa è la generale, devastante crisi di credibilità che una vicenda come questa si trascina dietro.

Centinaia di funzionari di banca, incentivati dai premi per aver raggiunto gli obiettivi di budget e/o spaventati da qualche minaccia di trasferimento, sottoponevano ai risparmiatori questo affarone: investire in diamanti. Secondo le indagini della Guardia di finanza di Milano, coordinate dai PM Grazia Colacicco e Riccardo Targetti, erano i loro direttori e consulenti finanziari che «proponevano ai clienti l’investimento», presentandolo in modo «parziale, ingannevole e fuorviante». I diamanti, cioè, venivano fatti apparire come un «bene rifugio» garantendo un rendimento costante annuo del 3-4% del capitale, molto più di un qualsiasi titolo di Stato.

Come spiegare a degli sprovveduti in cosa consiste l’affare e che si tratta di un affare sicuro? Venivano mostrate le quotazioni di mercato stampate su un giornale economico (Il Sole 24 Ore), che altro non erano che un listino prezzi gonfiato rispetto ai valori reali, pubblicato a pagamento sulle pagine dei titoli di Borsa. Lo pubblica Il Sole, è di per sé vero…

Il GIP Natalia Imarisio scrive che le vittime non erano in grado di capire che metà dei loro soldi se ne andava tra IVA, commissioni delle banche e profitto delle società e che se avessero voluto disinvestire avrebbero dovuto versare un ulteriore 10%. A convincerli erano i consulenti finanziari o i direttori di filiali delle banche, che conoscevano da anni e di cui si fidavano, e che garantivano la bontà dell’investimento e l’affidabilità delle due società.

Come cercano di difendersi le banche? Precisa il GIP, che sostengono di «essersi limitate a segnalare la possibilità di investire in diamanti» ottenendo solo «ricavi marginali». Ma che ci fosse qualcuno ben consapevole, lo dimostrerebbero alcune intercettazioni, fra cui una telefonata in cui un dipendente del Banco Bpm parla di un cliente e dice, più o meno, che compra a 100 una cosa che ne vale 44, e se leggesse bene la documentazione non lo farebbe…

2614, mi ricordo

Mi ricordo che il primo pensiero di mia mamma quando sono in ritardo a un appuntamento, è che io sia rimasto vittima di un grave incidente.

The Village [id.], M. Night Shyamalan, 2004 [filmTv19] – 8

Fotografato splendidamente da Roger Deakins e Gerardo Puglia, con musiche di James Newton Howard, è uno di quei film che crescono alla seconda visione. Nella prima, infatti, gli elementi orrorifici sottraggono lucidità allo spettatore, costringendolo ad assecondare l’incubo collettivo della piccola comunità di Covington, Pennsylvania: il villaggio è circondato da una foresta, infestata da mostruose creature. Vieni risucchiato in un film sulla paura e sulle sue conseguenze. Solo se conosci il finale – spiazzante, la prima volta – puoi far caso all’abilità da orologiaio di chi ha costruito il congegno narrativo.

Shyamalan sceglie il cast a partire dalla credibilità fisiognomica: Bryce Dallas Howard è la cieca Ivy Walker, William Hurt suo padre Edward, Joaquin Phoenix, Adrien Brody, Sigourney Weaver e Brendan Gleeson sono i nomi più noti.

Viene da chiedersi in quale anno siamo. L’isolamento della comunità è così totale che mancano i punti di riferimento. Viene rapidamente mostrata una lapide, che conferma la sensazione di essere alla fine dell’Ottocento. La piccola comunità vive di agricoltura e allevamento, consuma i pasti in comune, si affida alle scelte del Comitato degli anziani. La prima e inviolabile legge è non aver contatti con le creature che vivono nel bosco. Seconda legge: è bandito il colore rosso, non viene coltivato nulla che produca il colore del sangue.

Covington è come Seahaven, la città idilliaca del Truman Show: nessuno arriva, nessuno se ne va, nessuno si allontana mai dal villaggio. Ma incombe qualcosa, c’è un segreto di cui solo gli anziani sono a conoscenza. Ci viene mostrata la spinta isolazionista dell’America post 11 Settembre.

Il totale isolamento dal resto del mondo viene difeso finché una tragedia incombente rende la prima legge insopportabile: innamorata, la ragazza cieca decide di entrare nel bosco… Cioè, nella vita vera.

Il cielo torna azzurro sopra Cantù

In tarda serata, l’agognato annuncio: Gerasimenko ha ceduto il club, i terreni del palazzetto dello sport (ex Pianella) e una montagna di debiti al consorzio TIC (Tutti Insieme Cantù). È un passaggio intermedio, ma già decisivo: verranno pagati gli stipendi, gli arretrati, i fornitori, il fallimento e la penalizzazione (anzi, la retrocessione) sono scongiurati, e pare in arrivo un gruppo statunitense tanto ricco quanto ambizioso.

Dopo aver vissuto l’esperienza dell’ultimo oligarca espropriato da Putin, resto scettico e timoroso. Magari questi americani – Southern Glazer’s Wine & Spirits: ma fioccano le smentite – saranno pessimi, ma intanto è certa la sponsorizzazione triennale dell’Acqua San Bernardo, fra i protagonisti di questo avventuroso salvataggio.

I 40 mesi di Gerasimenko sono stati un incubo. Allenatori silurati o fuggiti nottetempo, azzeramento ogni anno del parco giocatori (con cause legali per mancati pagamenti), progetti per il nuovo palazzetto che diventavano carta straccia, il trasferimento coatto a Desio.

Una delle società più prestigiose del basket italiano – 3 scudetti, 2 coppe dei Campioni, un’Intercontinentale, 4 coppe delle Coppe e 4 coppe Korac: insomma, Cantucky – può tornare a inseguire sogni di gloria.

#Mao: “Colpirne uno per educarne cento”

2613, mi ricordo

Mi ricordo che a un certo punto, per caso, cominci a identificare uno dei tanti mendicanti con un nome, un’età e una provenienza.