#PontesulloStretto: Renzi rilancia il progetto, che “può creare 100mila posti di lavoro”. Allungarlo fino a Trapani può crearne 200mila.

4 dicembre

scheda_elettorale-2

Cominciavo a pensare che la data del voto referendario sarebbe stata annunciata il giorno prima, tale è la creatività istituzionale di questo governo. Invece, ieri è stato deciso che un voto che poteva avvenire in ottobre avvenga il 4 dicembre, “ultimo giorno utile”, come si affannano a certificare i giornali fiancheggiatori. Cioè quasi tutti.

Questa scelta dei tempi mostra come Renzi sappia bene di giocarsi tutto.
Ha un bel da dire che si voterà nel 2018. Che il congresso del Pd non va confuso con il voto popolare. Che il governo non è in discussione e lui stesso ha sbagliato nel personalizzare la sfida…
Mentre lo dice, si contraddice.
Ancora oggi personalizza la sfida all’inverosimile. Torna sul penoso argomento delle “poltrone”, il cosiddetto “taglio delle poltrone”, un feticcio del qualunquismo in ogni parte del mondo, da parte di chi ha scientemente evitato di agire sui veri centri di spesa, abolendo il Senato anziché farne una dependance dei consigli regionali, riducendo il numero dei deputati della Camera, dimezzando il numero delle Regioni e abolendo quelle a statuto speciale (tutte governate dal Pd, guarda caso).

Quando ciancia di poltrone, Renzi sembra dimenticarsi la sua autobiografia. Vorrebbe farci credere che il 4 dicembre si vota “solo” per la riforma costituzionale. Sa bene di non poter sopravvivere al NO, come il premier britannico David Cameron.

Heaven’s Gate [id.] – Michael Cimino, 1980 [cine22] – 9

Heaven's Gate

Prodigioso e sfolgorante, smisurato e vorticoso, marxiano nell’intimo, biblico per l’enfasi e la catarsi da Vecchio Testamento, violento e tenero, spietato e commovente. Ho visto la versione da 216 minuti, in cineteca, a tanti anni di distanza da quella mutilata dalla produzione per oltre un’ora. Sappiamo che Cimino avrebbe voluto mostrarci un’opera di 325 minuti, omaggiando Visconti e «Il Gattopardo», Ford e «Sentieri selvaggi», Peckinpah e «Il mucchio selvaggio», con alcune delle più belle scene di massa della storia del cinema.

La fotografia di Vilmos Zsigmond ci trascina dal paradiso terrestre (Wyoming, 1890) all’inferno più sanguinoso e collerico. Le musiche di David Mansfield (con T-Bone Burnett) punteggiano balli gioiosi e stragi efferate. Il cast serve a mettere in scena tipi umani, più che caratteri, esemplari tagliati con l’accetta perché l’occhio e il cervello non possono afferrare tutto: Kris Kristofferson è James Averill, laureato ad Harvard nel 1870 insieme a John Hurt (Billy Irvine), quando l’aristocrazia americana sapeva come divertirsi e prepararsi al comando. Lo dimostra anche Sam Waterston, nel suo ruolo più agghiacciante, mentre Christopher Walken, appena uscito dal «Cacciatore», è un killer con un certo senso dell’onore. La donna in palio è Isabelle Huppert, fra gli immigrati che riempiono le scene spicca Brad Dourif, in ruoli solo più marginali Jeff Bridges e Mickey Rourke.

La leggenda dice che fu questo film ad affossare la United Artist. Fosse vero, sarebbe un titolo di merito. Cimino esaudisce il sogno della totale libertà creativa: non si ferma davanti a nessun eccesso, scommette fino all’ultima fiche sulla dilatazione delle potenzialità espressive del mezzo cinematografico, esibisce l’infantile pretesa di arrivare alla perfezione. Scala i cancelli del cielo: gira 220 ore, 460 chilometri di pellicola, resta chiuso otto mesi in sala di montaggio, confeziona il western definitivo, sostituendo i pellerossa con le tribù di immigrati dall’Est Europa, dissotterra un episodio vergognoso e rimosso della storia a stelle e strisce, quello i cui i grandi allevatori si fecero legge giuria e boia, e con la complicità dell’esercito sterminarono centinaia di contadini immigrati, donne e bambini. È il sangue su cui è edificata l’America, da «Greed» di Erich Von Stroheim fino alle «Gangs of New York» di Scorsese.

heavens-gate-michael-cimino-1980-3

Si esce dalla sala ubriacati da tante immagini di straripante splendore, e atterriti da una visione del potere così disperante. Concluso nel 2012, il restauro della pellicola venne supervisionato da Cimino, e da allora viene proiettato come un sublime, perenne canto funebre. Davanti ai cancelli del cielo, andrebbe incisa una scritta: «In linea di principio, tutto può essere fatto».

1740, mi ricordo

Mi ricordo l’odore pungente e gli accostamenti di colori, le donne sedute a filare i maglioni di alpaca.

Solo sotto le stelle [Lonely Are the Brave], David Miller, 1962 [filmTv85] – 7

Solo-sotto-le-stelle-david-miller-1962

Dopo averlo riportato alla ribalta con «Spartacus», Kirk Douglas vuole ancora lavorare con Dalton Trumbo, emarginato da un decennio di “lista nera”: ed ecco questo tardo western, amaro come il fiele, malinconico e senza scampo, basato sul romanzo «The Brave Cowboy» di Edward Abbey. Douglas vi interpreta un cowboy solitario, che farebbe di tutto per un amico, e ancora rimugina su sua moglie (avrebbe scelto lui se solo si fosse dichiarato). Lei è Gena Rowlands, bellissima; lo sceriffo che guida la caccia all’uomo è Walter Matthau; George Kennedy interpreta il più sadico fra i poliziotti, uno dei ruoli che l’hanno reso un modello di efferatezza.

Primi anni Sessanta, New Mexico: Jack Burns torna in città dopo lunghi mesi passati a fare il cowboy, e scopre che il migliore amico è stato condannato a due anni per aver aiutato alcuni emigrati clandestini. Decorato in Corea, Jack si fa arrestare al solo scopo di rivedere l’amico e aiutarlo a fuggire. La moglie dell’amico è disperata, hanno un figlio di 5 anni, sarà dura tirare avanti. Ma l’amico di Jack non vuole fuggire, sente la responsabilità della famiglia e il cowboy se ne va dalla prigione tutto solo. Cerca rifugio sulle montagne, ma la tecnologia ha inventato i fuoristrada e gli elicotteri, viene presto circondato. Lo sceriffo non può fare a meno di ammirare il fuggiasco. Nel montaggio alternato, vediamo ripetutamente un gigantesco camion che percorre le strade dirette in Messico… Il Fato è in agguato.

Trasparenti riferimenti autobiografici sono disseminati nella trama, esplicita l’accusa di Trumbo a un sistema di potere che si accanisce sui più deboli. Douglas ha affermato che questo, fra tutti i film che ha interpretato, è quello che ama di più.
Girato ad Albuquerque e dintorni, nei luoghi divenuti celebri con «Breaking Bad».

Inter-Bologna, un progetto di squadra contro una squadra che sa cosa fare

Partite come quella di ieri si devono vincere e si possono perdere. Doppia ovvietà. Ma sono ovvietà significative, se di fronte hai una squadra organizzata, che sa cosa fare e può permettersi di aspettare e ripartire. Il tridente rossoblù possiede velocità e tecnica, a difesa schierata la squadra di Donadoni è più equilibrata dei nerazzurri, fossimo passati in vantaggio forse avremmo dilagato, ma subire un gol così può portarti alla rovina.

ranocchia

Ansaldi? Aspettiamo ancora. Giocano Santon e Miangue (il primo ceduto a chiunque, il secondo aggregato per disperazione). Imprevisti dell’ultimo minuto costringono De Boer a schierare Ranocchia e Kondogbia, il primo comincia male e finisce meglio, il secondo viene esposto al dramma di San Siro dopo nemmeno 28 minuti. È chiaro che l’allenatore doveva pensare a Praga, snodo cruciale della stagione, ma forse era il caso di puntare sull’arretramento di Banega (senza Joao Mario, la qualità di palleggio della squadra diminuisce nettamente), perché il tridente è un lusso che puoi consentirti solo se funziona tutto il resto. E nemmeno De Boer sembra credere all’arretramento di Medel in difesa, con inserimento di Melo o Gnoukouri in mediana.

Otto gol segnati in sette partite, marcatori solo Icardi e Perisic…

Leggi il resto dell’articolo

1739, mi ricordo

Mi ricordo il pisco sour: un distillato a 50 gradi con aggiunta di succo di lime, sciroppo di zucchero e albume d’uovo.

#referendum, scoop! In anteprima assoluta, ecco il quesito che verrà stampato sulla scheda!

scheda_elettorale

25 settembre, ottanta anni fa, nasce la Pallacanestro Cantù

A chi somiglia Joao Mario

JM

Raramente un sondaggio esprime un risultato così nitido, per quanto indiretto.
Raro trovare un calciatore che se provi a confrontarlo con altri 5, ottenga una spalmatura dei voti tanto spiccata: nessuno dei 5 nomi proposti arriva al 40% delle preferenze, nessuno sta sotto il 10%.

a-chi-somiglia-joao-marioSignifica che Joao Mario non assomiglia a nessuno di questi, oppure a tutti. Il mio voto andrebbe a Veron, primo autentico “tuttocampista”, ma Seedorf gli somiglia ancora di più, per l’andatura e lo sguardo. Escludo i due spagnoli perché Xavi è stato un regista sublime e Iniesta è la miglior mezzala d’attacco del XXI secolo, sa segnare gol che JM si sogna. Quanto a Cambiasso, hanno in comune la capacità di recuperare palloni e gestirli al meglio, ma l’amatissimo Cuchu aveva un piglio da trascinatore che il portoghese non può avere (ancora), mentre Joao Mario mi sembra possedere più tecnica.

Un altro nome che potevo inserire, come pietra di paragone, è quello di Antonio Iuliano, detto Totonno, ma per fortuna passano persone con l’età per non averlo mai visto giocare. Dei contemporanei, penso anche a Fabregas, cangiante e inafferrabile, dipende dal ruolo in cui gioca: l’ho visto fare Xavi e l’ho visto fare Iniesta, sempre un gradino sotto agli originali.

Detto questo, al netto di un prezzo iperbolico, non c’è dubbio che Joao Mario si stia rivelando superiore alle attese, intuitivo e freddo, intelligente e ordinato. Però, in tre partite, si è già preso due ammonizioni, è sperabile migliori anche in questo.

Inter-Bologna è piena di insidie e va interpretata alla luce delle due trasferte decisive che seguono: Praga e Roma. De Boer farà un po’ di turn-over, spero di vedere all’opera Ansaldi, il cui “piccolo infortunio” a ferragosto è già costato 6 partite, e spero in qualche gol di Candreva e Perisic, perché non può pensarci sempre Icardi.
Non dimentico cosa scrivevo appena 11 giorni fa, Juve e Empoli sono state affrontate nel migliore dei modi, ma le prime 4 partite (Pescara compresa) erano apparse molto più nere che azzurre. Ci vuole almeno l’Inter di Empoli per raccogliere i 3 punti, perché il tridente rossoblù è nettamente superiore a quello empolese.

1738, mi ricordo

Mi ricordo la forcella di legno, la striscia di gomma rossa e il pezzetto di cuoio, ricavarci una fionda con cui tirare a bottiglie e lucertole.

Storie di sport ribelle, Pasquale Coccia per manifestolibri 2016

Selezione di articoli pubblicati su «Alias», inserto settimanale de «il manifesto», fra il 2012 e il 2015, riproposti scegliendo l’ordine cronologico dei fatti narrati, con l’intenzione “di far emergere e documentare storie di sport del passato e del presente, frutto dell’impegno politico di persone e organizzazioni”.
coccia-cop

Dopo aver fatto strage di milanesi che protestavano per il prezzo del pane, il generale Bava Beccaris nel maggio 1898 proibì l’suo di biciclette, tricicli e tandem, ritenuti armi della contestazione. E Cesare Lombroso vedeva uno stretto legame fra l’uso della bicicletta e i comportamenti criminali.
Dal carcere, Antonio Gramsci scrisse della differenza che passa fra l’assistere a una partita di calcio all’aria aperta e lo scopone, un passatempo vissuto al chiuso.
L’emancipazione della donna attraverso lo sport passa da Emily Valentine, la prima giocare a rugby in una squadra di uomini, alla bretone Alice Milliat che negli anni Venti ingaggiò uno scontro frontale con Pierre de Coubertin affinché le donne potessero partecipare ai Giochi olimpici. Ne derivarono i Jeux Olympiques Féminins del 1922 a Parigi, ripetuti a Goteborg nel ’26, e con il nome di campionati del mondo femminili a Parigi 1930 e Londra 1934. L’aggettivo “olimpico” venne abbandonato, in cambio dell’apertura alle donne di 5 gare di atletica leggera, ai Giochi di Amsterdam 1928.

L’autore dedica alcuni articoli alle associazioni sportive ebraiche fiorite negli anni Venti, alla fine drammatica di tanti campioni ebrei, ai morti nei campi di concentramento, ad altre vittime del nazifascismo, come Albert Richter. O come Bruno Neri, forse l’unico, certo il più noto calciatore di Serie A morto in un’azione partigiana.
Non mancano storie assai note, come quella di Gottfried Von Cramm e della telefonata di Hitler subito prima della partita di Coppa Davis contro Donald Budge.
Altri articoli sono dedicati agli scritti sportivi di Italo Calvino («L’Unità»), Vasco Pratolini («Nuovo Corriere»), Pier Paolo Pasolini («Vie Nuove»), Luciano Bianciardi («Guerin Sportivo»).

Il volume raccoglie le interviste realizzate da Coccia a Felice Fabrizio, Sergio Giuntini, Maria Canella, Roberta Sevieri, Paolo Ogliotti, Antonio Borgogni, Eugenio Galli, Daniele Bolelli, Felice Accame, Nicolò Rondinelli, Marco Bellinazzo, Pierpaolo Romani, Quique Peinado, Mauro Valeri e Nicola Porro. Un dialogo con Giuntini ricostruisce la gioventù contraddittoria di Gianni Brera.

Incomprensibile il numero di refusi e inesattazze che sfregiano troppe pagine.

Colpo grosso [Ocean’s Eleven], Lewis Milestone, 1960 [filmTv84] – 6

colpo-grosso-lewis-milestone-1960

Primo: Rat Pack (“branco di ratti”) è la sigla attribuita a un gruppo di personaggi dello spettacolo, alla fine degli anni Cinquanta: pare sia stata Lauren Bacall a coniare lo slogan, attribuendolo a Bogart e alla sua cerchia di amici (fra cui Spencer Tracy e Frank Sinatra), a cui piaceva esibire anticonformismo, gusto per il bere e il fare le ore piccole. Morto Bogart, Sinatra definì Rat Pack il suo gruppo di amici, attori e musicisti (Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Joey Bishop e Shirley MacLaine) divenuti popolari esibendosi spesso a Las Vegas, la città dove è ambientato questo film. Fra loro, Lawford era il cognato di JFK, e il Rat Pack sostenne attivamente la candidatura Kennedy alle elezioni presidenziali del ’60.

Secondo: questo è il film da cui discende la saga di Ocean (11, 12, 13), con Clooney, Pitt, Damon e soci a rinverdire l’epopea del furto con scasso.

Meglio evitare il confronto: il film del ’60 è di una lentezza insostenibile rispetto a quelli adrenalinici diretti da Soderbergh; quando Dean Martin e Davis Jr. si mettono a gorgheggiare, viene da usare l’avanti veloce… Fra originale e remake passa la stessa differenza fra i piccoli hotel di Vegas 1960 e i giganti kitsch di oggi. Strano sia andata smarrita la più incisiva delle idee di partenza: gli 11 di Ocean sono veterani, facevano parte della stessa pattuglia di paracadutisti, il loro legame si è cementato in guerra.
Il tono da commedia è accentuato: non si spara un colpo, il colpo fila via liscio come l’olio, gli imprevisti derivano dalla sfortunata coincidenza per cui la mamma di uno dei ladri sta per sposare, in quinte o seste nozze, un furbo ex gangster… L’affiatamento fra il gruppo di attori è palpabile, Angie Dickinson meritava di meglio, mentre spicca Cesar Romero nella parte di Duke Santos. Al solito magnifici i titoli di testa di Saul Bass.