Europa League, Final Eight

Fra un mese l’Inter potrebbe giocarsi, in gara secca, i Quarti di Europa League. Il 5 o il 6 agosto affronterà il Getafe; chi vince, va alle Final Eight in Germania.

A giocarsi il trofeo saranno Manchester United e Shakhtar Donetsk (le mie favorite), Basilea, Bayer Leverkusen, e chi prevarrà fra Wolverhampton e Olympiakos, Copenhagen e Basaksehir, Siviglia e Roma.

Quarti di finale il 10 e l’11 agosto. Semifinali il 16 e il 17. Finale a Colonia il 21 agosto.

Eliminando il Getafe, resterebbero tre partite da dentro o fuori.

Non vedo squadre nettamente superiori, United, Shakhtar e Siviglia valgono l’Inter, senza infortuni ce la si può giocare con tutti. Confido nel fatto che Conte voglia riscattare un’immagine internazionale non proprio scintillante.

Come ho già scritto un mese fa, trovo grottesco che qualche tifoso consideri secondario questo trofeo, preoccupato dalla brevità delle vacanze dei “nostri”, se arrivassero in fondo. Tifate Getafe, e non se ne parli più… Aggiudicarsi l’Europa League – dopo non aver vinto nulla per nove anni e aver visto festeggiare scudetti sia Icardi che Perisic (pure Politano ha alzato una Coppa) – significherebbe entrare in prima fascia nella prossima Champions, giocarsi il Mondiale per Club e la Supercoppa europea.

Per me, quest’anno, l’Europa League non vale meno dello scudetto.

Le storie del Numero Uno (3), Max Bunker e Dario Perucca

Billy the Kid, Romolo e Remo, la Lega Lombarda, Beethoven, Attila e Cleopatra: sei storie raccontate fra il 1993 e il 1994.

Siamo lontani dal livello di quelle disegnate da Magnus, ma Luciano Secchi aveva capito che la formula può essere agevolmente replicata, con un buon risultato comico. La forma si ripete: il Numero Uno racconta al Gruppo TNT (che non avrebbe nessuna voglia di ascoltarlo) delle storie edificanti, di cui è stato testimone oculare (la sua età resta il mistero più grande), ma il disegno – come fosse un controcanto – mentre conferma la sua presenza nei luoghi storici, ne smentisce le parole, ridicolizzando sia il narratore che le gesta dei “grandi” personaggi.

Dario Perucca - Il Gruppo TNTBilly the Kid era strabico e la sua mira era pessima, ma fu il Numero Uno a costruirne la leggenda e a tradirlo, consegnandolo a Pat Garrett, quando vi trovò una certa convenienza (in dollari).

In sesterzi, fu il Numero Uno a ispirare Amulio, fratello del re di Albalonga, che spodestò Numitore e rese l’erede, Rea Silvia, una vergine vestale: Marte la fecondò e i due gemelli furono abbandonati (dal Numero Uno) lungo il Tevere. Le alterne fortune del narratore fanno sì che tradisca Amulio e aiuti Romolo e Remo a prendere il trono, per poi a fondare una nuova città; sempre lui stimolerà il duello mortale fra i fratelli, evitando grotteschi svarioni (il vincitore voleva chiamare la città Romola). Leggi il resto dell’articolo

Tropico del Cancro, Henry Miller

Parigi, prima persona singolare. Siamo travolti dal flusso di pensieri di uno scrittore americano che vive lì da più di un anno, fra pasti saltati e cimici, alcol e notti in bianco, scrittura e sesso, tanto sesso. “Una sola cosa mi interessa, ora, e ha per me un’importanza vitale: registrare tutto quello che nei libri è omesso”. Ne deriva un romanzo con un flebile ordine cronologico, straripante di idee, edificato sulla registrazione delle casuali circostanze in cui il protagonista si trova coinvolto, da solo o con le persone che frequenta: artisti falliti, esiliati volontari, sbandati che vivono alla giornata. In un attimo si passa dall’introspezione filosofica al linguaggio scurrile, dall’interrogarsi sul senso della vita alla convivenza con i pidocchi.

Nato a New York nel 1891 e morto a in California nel 1980, negli anni Trenta Miller ha lungamente vissuto a Parigi. Precarietà e provvisorietà sono le dimensioni in cui si muove il protagonista, lungo le stesse strade che una dozzina di anni prima avevano percorso Modigliani e altri bohémien. Vivere nell’immediato gli pare l’unico modo coerente ad accumulare esperienze, prendendo tutto ciò che la vita può offrire, senza porre “la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che m’era successo finora era bastato a distruggermi, nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto… Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale”. La vita è, innanzitutto, soddisfare gli appetiti essenziali: fame e sesso. Un po’ d’alcol tiene a bada lo stomaco vuoto, dalle pagine trasuda l’intero campionario delle malattie veneree, anche le principesse possono avere lo scolo. Leggi il resto dell’articolo

2668, mi ricordo

Mi ricordo film (tipo Dirty Dancing) in cui certe minorenni vengono interpretate da attrici di ventisette anni.

Alice e il sindaco [Alice et le maire], Nicolas Pariser, 2019 [filmTv75] – 8

Il voto è alto, a segnalare l’invidia: quando mai vedremo un film italiano che affronti la politica con questa intelligenza?

Produzione franco-belga, regista a me ignoto (secondo film), protagonisti Anaïs Demoustier (Alice) e Fabrice Luchini (Paul Theraneau, il sindaco), con ruoli incisivi di Antoine Reinartz e Léonie Simaga.

Impegnato in politica da più di trent’anni, fra i leader storici del partito socialista, il sindaco di Lione ha raggiunto una certezza: la sua non è una crisi passeggera, è svuotato, disilluso, non ha più idee. Il suo staff cerca di aiutarlo assumendo una giovane donna che conosce le lingue, ha studiato filosofia e lavorato all’estero. Una specie di cervello in fuga, appena rientrato alla base. Ma il suo è un ruolo inedito, impalpabile: di quali idee si parla? Cosa serve davvero al sindaco? Empatia e modestia sono le qualità da ritrovare?

Alice stimola Thereneau, acquista credito, Paul si fida di lei, le concede più di una confidenza, “Riabituami a pensare”, le chiede, e le fa scalare le gerarchie, la impone in un ruolo scomodo, lo staff appare perplesso… Nel frattempo, la crisi dei socialisti esplode a Parigi, una figura come quella del sindaco di Lione potrebbe assumere la leadership nazionale, va scritto il discorso che può aprire la strada all’Eliseo. E Paul si chiude in una stanza con Alice…

Pochi film hanno saputo trattare la politica contemporanea con tanta finezza. Pariser riesce a raccontare lo smarrimento di senso della sinistra occidentale, all’inseguimento di idee brillanti e convincenti e di personalità di cui sia possibile fidarsi. Ne fa derivare la necessità di una rottura con la tradizione, il discorso del sindaco sarebbe ispirato ai limiti del pianeta e alla solidarietà fra generazioni, contro il dominio della finanza.

Nell’aria, aroma di Rohmer. Dolce e amaro, il doppio finale spinge a tanti pensieri sulla vita pubblica e privata.

#Manchette, Piovono morti (1976)

«Que d’os», tradotto da Luigi Bernardi, riporta in scena Eugène Tarpon, detective privato con sede a Parigi, ex gendarme dimessosi per aver ucciso un uomo (eccesso di legittima difesa) nel corso di una manifestazione in Bretagna.

Tarpon era stato il protagonista di «Un mucchio di cadaveri», pubblicato tre anni prima. Da allora, nella finzione letteraria, è passato un anno, l’ex gendarme cerca ancora di sopravvivere come detective, e stavolta è la polizia a spedirgli un cliente, “una vecchia signora” che cerca disperatamente la figlia, scomparsa da un mese.

A Tarpon – che fa da voce narrante – quella donna ricorda la madre, e anche se teme non ci sia niente da fare (la giovane donna pare fuggita insieme all’amante) accetta di occuparsene, perché non ha altro da fare che pedinare uno dei sei dipendenti di una farmacia che “rubacchiava soldi dalla cassa, come sospettava il titolare”. La vicenda si carica di incertezza quando Tarpon comprende che Philippine Pigot, la ragazza scomparsa, è cieca dalla nascita.

Il pedinamento del farmacista porta Tarpon a Dieppe, dove mangia cozze, patatine e birra (!); il sospettato è un giocatore, stavolta vince un bel po’ di soldi al casinò.

Eugène Tarpon vive solo, nel piccolo appartamento che gli fa anche da ufficio, non gli si conoscono relazioni sentimentali. Manchette ci offre solo un paio di nuovi dettagli: guida una Due Cavalli (che finirà distrutta) ed è un appassionato di scacchi, gli piace “ricostruire” e rigiocare le partite dei grandi campioni. Di sfuggita, sappiamo che gli capita di rivedere Charlotte, ora maritata Malrakis, la giovane protagonista di «Un mucchio di cadaveri» (fa ancora la controfigura nel cinema). Leggi il resto dell’articolo

L’8 Luglio di 13 anni fa

L’8 luglio 2007 cadeva di venerdì: verso le 13.00 stavo in ufficio, quando ho ricevuto una telefonata dai Carabinieri. In pieno giorno, dei ladri erano penetrati nel mio appartamento.

Venti minuti di panico, mentre correvo a casa, pensando a cosa potessero aver fatto (mia moglie era più lontana, sarebbe rientrata dopo). Sul pianerottolo, due carabinieri, la porta era stata divelta dai cardini, si poteva entrare solo mettendosi di profilo, mi hanno aiutato con un martello a far rientrare quella sbarra di ferro che pensavo fosse sufficiente a stare tranquilli. Allora come oggi, abito al quinto piano, la mia era l’ultima porta non blindata.

Più che l’entità del furto (il pc dell’ufficio, pochi orecchini, anelli e collane; non i contanti né le macchine fotografiche) mi sono spaventato non riuscendo a trovare Cholo – si era nascosto chissà dove, mentre Brujita stava placidamente sul letto, in mezzo ai vestiti tolti dai cassetti e gettati da ogni parte.

Il vero danno fu rappresentato dalla necessità di sostituire la porta; avemmo un po’ di fortuna e riuscimmo a farlo in pochi giorni, ma almeno fino alla tarda mattinata del sabato valutammo di far saltare le ferie…

A conclusione di quella esperienza, ricordo il suggerimento che mi diede il carabiniere, in caserma, dopo aver certificato la mia deposizione: “fate delle fotografie agli oggetti di valore, altrimenti diventa impossibile identificarli”.

Cholo riapparve da chissà dove, sentendo la voce di mia moglie che stava salendo le scale. Mi stavo chiedendo come glielo avrei detto…

2667, mi ricordo

Mi ricordo quanto mi piace far scendere le tapparelle e vedere un film poco impegnativo di pomeriggio, stravaccato sul divano.

La signora Bovary: 18 passaggi dalla traduzione di Natalia Ginzburg (Einaudi, 1983) del romanzo di Gustave Flaubert (1857)

[Charles ] “compiva il suo piccolo dovere quotidiano al modo di un cavallo da maneggio, che gira in tondo ad occhi bendati, senza conoscere l’opera in cui sta faticando”.

“A papà Rouault non sarebbe dispiaciuto che lo liberassero della figlia, la quale in casa non gli serviva a nulla”.

“Prima di sposarsi, aveva creduto di sentire amore, ma la felicità che doveva nascere da questo amore non era venuta; dunque, s’era sbagliata, pensava. E Emma cercava di sapere che cosa si intendesse di preciso nella vita, con le parole felicità, passione ed ebbrezza, che le erano sembrate così belle nei libri”.

“La sua vita era fredda come un granaio con l’abbaino a nord, e la noia, ragno silenzioso, tesseva la sua tela nell’ombra, in ogni angolo del suo cuore”.

[Gli uomini della nobiltà]: “Nei loro sguardi indifferenti fluiva la quiete delle passioni giornalmente appagate; e nelle loro maniere dolci, trapelava quella brutalità particolare che nasce dal dominio su cose per metà facili, dove la forza si allena e la vanità si diverte, l’addestramento dei cavalli di razza e la compagnia delle donne perdute”.

“Si comprò una pianta di Parigi, e con la punta del dito, sulla carta, faceva passeggiate nella capitale”.

“Ma a una donna è proibita costantemente ogni cosa. Inerte e flessibile al tempo stesso, ha contro di sé le debolezze della carne, e insieme le sottomissioni alla legge. La sua volontà, come il velo del suo cappello trattenuto dai nastri, palpita a tutti i venti; sempre qualche desiderio la investe, qualche convenzione la raffrena”.

“Quanto a Emma, essa non interrogò se medesima per sapere se lo amava. L’amore, pensava, doveva sopravvenire improvviso, con gran lampi e folgorazioni”. Leggi il resto dell’articolo

La tarantola dal ventre nero [id.], Paolo Cavara, 1971 [filmTv82] – 5

Roma, nell’ovattata penombra di un istituto di bellezza, le mani di un uomo massaggiano una formosa schiena nuda; la donna si eccita, forse anche perché a massaggiarla è un cieco; suona il telefono, è il marito (separato) di lei, la accusa, le dà della ninfomane, il massaggiatore è lì che ascolta… Quella sera, il marito va a casa della moglie, le mostra una foto in cui è nuda con un altro uomo, vuole sapere di chi si tratta, lei non glielo dice, lui se ne va, quella notte la donna viene brutalmente assassinata. La polizia trova uno spillone da agopuntura nella nuca, è rimasta cosciente mentre veniva orrendamente pugnalata.

Lei è Barbara Bouchet, nei suoi sfolgoranti 28 anni, il marito è Silvano Tranquilli, a coordinare le indagini è un commissario interpretato da Giancarlo Giannini e sposato con Stefania Sandrelli; alla qualità del cast contribuiscono altre bellezze come Annabella Incontrera, Rossella Falk e due Bond Girl: Claudine Auger (30) e Barbara Bach (25).

Il modus operandi dell’assassino trae ispirazione dai combattimenti tra la vespa e la tarantola: è sempre la vespa a vincere, immobilizza la vittima con una puntura, le squarcia il ventre e vi depone le uova; la povera tarantola sente le larve che la mangiano viva.

La polizia fa del suo meglio, ma il serial killer può colpire 4 volte (quasi 5). Ogni donna sventrata, lo spettatore la vedrà seminuda… Nel corso delle indagini, si scopre che il salone di bellezza è legato a un giro di ricatti, e c’è spazio anche per il traffico di cocaina. Depistaggi insignificanti, la sceneggiatura è debole e nemmeno le musiche di Morricone paiono particolarmente ispirate; quanto al regista, sono evidenti i debiti con Bava e Argento (le sfuocature, il sadismo, la malattia mentale, la scena fra i manichini).

Nascosto sotto guanti di lattice, impermeabile e cappello, il pubblico vede ogni mossa dell’assassino. Almeno metà degli spettatori di oggi indovinerà il colpevole prima del commissario.

2666, mi ricordo

Mi ricordo note di Ennio Morricone salvare film altrimenti indifendibili.

 

L’eredità Ferramonti [id.], Mauro Bolognini, 1976 [filmTv81] – 7

Nata l’11 marzo 1948, Dominque Sanda è stata uno dei miei idoli giovanili, con una filmografia che in otto anni l’ha vista in Così bella, così dolce (Bresson), Il conformista (Bertolucci), Il giardino dei Finzi Contini (De Sica), L’agente speciale Mackintosh (Huston), Gruppo di famiglia in un interno (Visconti), Novecento (Bertolucci), Al di là del bene e del male (Cavani). Nemmeno trentenne, la sua carriera si è sfarinata, ma certi ruoli restano indelebili e di questi fa parte quello di Irene, la femme fatale che mette nel mirino l’eredità dei Ferramonti. Per questa interpretazione, Dominique Sanda vinse il premio come migliore attrice a Cannes, e il film si regge sul suo fascino torbido, il resto del cast sbiadisce al confronto.

Tratto dal romanzo omonimo di Gaetano Carlo Chelli, è un drammone familiare dal ritmo lento e avvolgente, ambientato nella Roma appena divenuta capitale, a fine Ottocento. Gregorio Ferramonti (Anthony Quinn) è un patriarca prepotente, sia con i suoi lavoranti che con i figli: quarant’anni da fornaio l’hanno reso molto ricco, chiude l’attività e liquida i figli con pochi soldi. Pippo (Gigi Proietti) è il più ingenuo e sprovveduto; Mario (Fabio Testi) ha amanti ricche e conoscenze altolocate, mentre Teta (Adriana Asti) ha sposato un funzionario del nuovo Stato (Paolo Bonacelli), che sa dissimulare la sua ambizione. Sarà l’uomo venuto dal Nord a impossessarsi del malloppo, approfittando del fallito complotto di Irene – sposa di Pippo, amante di Mario e infine anche del vecchio padre.

Irene manipola tutti. Si finge ingenua e timida. Concede la sua bellezza con abilità. Da umile figlia di un negoziante di ferramenta, arriva a frequentare le dimore signorili. È una donna più moderna degli uomini che la circondano, ma le convenzioni sociali sono troppo arretrate perché possa trionfare.

Sceneggiatura di Ugo Pirro e Sergio Bazzini; musiche di Ennio Morricone. Che la terra gli sia lieve.

La strada di casa, Kent Haruf, NN editore, 1990 (2020)

Secondo come stesura, sesto e ultimo in ordine di pubblicazione, Where You Once Belonged, tradotto da Fabio Cremonesi, ci riporta a Holt, Colorado, luogo immaginario ma ormai più vero del vero. Sappiamo che sta a un paio d’ore d’auto da Denver, al centro di sterminate pianure, fra pascoli per il bestiame e coltivazioni di grano e granturco. Sappiamo che a Holt un buon pasto consiste in roast beef con purè di patate e piselli, caffè e torta di frutta; possibili varianti, bistecca, torta di mele calda o ciambelle fritte ripiene di panna (meglio a colazione). Sappiamo che si lavora sodo, non ci sono molti divertimenti, a parte il cinematografo e qualche sala da ballo per il sabato sera. A metà degli anni Ottanta aveva circa tremila abitanti.

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo”.

È un sabato pomeriggio di inizio novembre del 1985, quando Jack Burdette ricompare a Holt al volante di una Cadillac rossa. Vistosa e scintillante, non nuova: la possiede da quasi otto anni. Targa della California, con quel colore acceso faceva pensare a una ferita aperta o al rossetto sulle labbra di una donna.

Il giovane vicesceriffo non ha mai visto Burdette, ma “chiunque nella contea di Holt sa cos’ha fatto”. E qualunque cosa abbia fatto, Burdette sa che è caduta in prescrizione, così gli ha detto più di un avvocato. Però, otto anni prima, lo sceriffo Bud Sealy già c’era, non ha dimenticato niente: non si limita ad arrestare Burdette, lo colpisce brutalmente alla nuca con il calcio della pistola…

La voce narrante è quella di Pat Arbuckle, direttore del settimanale locale, l’Holt Mercury. Pat Arbuckle conosce Jack Burdette da quando erano bambini (Jack del 1941, Pat del ’42). Nato da genitori ormai quarantenni, bocciato in prima elementare per indisciplina, Jack si trovò nella stessa classe di Pat, e per i successivi dodici anni furono insieme: nessun insegnante era più disposto a bocciare Jack per poi ritrovarselo l’anno successivo. Leggi il resto dell’articolo

Continuando a scalciare il secchio del latte

Quando leggo che Gagliardini non è da Inter, mi viene da ridere: Gagliardini è perfetto per questa Inter, che si avvia al nono anno consecutivo senza alzare un trofeo, una squadra pretenziosa che può sfarinarsi con un refolo di vento e già vanta un record difficile da battere: aver dissipato 18 punti di vantaggio.

Mi spiego: se si fossero giocati solo i primi tempi, l’Inter avrebbe vinto lo scudetto con ampio margine. Purtroppo, le partite durano 90 minuti, e per l’ennesima volta i nerazzurri si sono fatti rimontare da una situazione di vantaggio. Stavolta, poi, sono riusciti nell’impresa di scalciare il secchio del latte ormai colmo: sull’1-0, con l’uomo in più e potendo battere un calcio di rigore… Ricordatemi una sconfitta della Juventus in circostanze simili. Aggiungo che anche sul 2-0 la partita non sarebbe finita: ricordiamoci il Sassuolo e il Dortmund… A meno che Conte non facesse subito 2-3 cambi, inserendo Borja Valero e Sanchez al posto di Eriksen e Lautaro.

È una sconfitta bruciante – soprattutto per un interista di Bologna – ma non ho cambiato idea: arrivare secondi o quarti non fa differenza, contava la Coppa Italia e valgono ancora di più le partite di Europa League da giocare ai primi di agosto. Lì Antonio Conte si gioca la sua credibilità. Leggi il resto dell’articolo

2665, mi ricordo

Mi ricordo il 712460, l’893524, il 561821, prefisso 051, numeri di telefono usati negli anni Settanta.

Toro Seduto, il profeta dei Sioux, Rino Albertarelli, 1975

Numero 5 della collana “I Protagonisti”, scritta e disegnata da Albertarelli e pubblicata dalla DAIM Press di Bonelli: uscì alcuni mesi dopo la morte dell’autore, a 66 anni.

Al solito, sono un centinaio di tavole in bianco e nero, di grande formato, introdotte da alcune considerazioni e una bibliografia; Albertarelli calcola che a nord del Messico, ai primi dell’Ottocento, vivessero fra seicentomila e un milione di pellerossa.

Toro Seduto era il capo degli Sioux Unkpapa, che comandò le tribù nella battaglia di Little Big Horn (25 giugno 1876). Era nato nel 1831, il suo primo nome era stato Va piano; solo a quattordici anni (non aveva ancora visto un bianco) venne chiamato con il nome per cui è rimasto celebre. “Egli non era andato in Cornovaglia o in Bretagna a uccidere visi pallidi, li uccideva nella sua terra, quando essi la invadevano. E se difendere la patria è onorevole e doveroso in ogni paese civile, non si vede perché debba essere disonorevole per un indiano”…

Ecco, il “revisionismo” di Albertarelli, il cui afflato ricorda la voce di Dustin Hoffman in Piccolo grande uomo: “La vita di un ragazzo indiano delle pianure era meravigliosa, un tempo. Egli viveva in contatto intimo con la natura, che gli parlava con molte voci diverse”. La sua terra stava fra lo Yellowstone e il fiume Missouri, nel Dakota. Leggi il resto dell’articolo

Concerti, i 30 più emozionanti

Prevale il giudizio sulla performance, rispetto a quello sui musicisti. E, forse, qualche ricordo di tanti anni fa è ammantato da un’aura parzialmente immeritata, non fosse altro perché tendevo a stare più vicino al palco…

2664, mi ricordo

Mi ricordo il giorno in cui mi sono accorto di possedere, senza averli mai letti, sia Tropico del Cancro che Tropico del Capricorno.

I superstiti del Télémaque, Georges Simenon, Adelphi, 1938 (2020)

Fécamp, Bretagna, febbraio: “non faceva ancora giorno, ma non era già più buio”; fa freddo, il mare è agitato, sta per rientrare in porto il Centaure, un peschereccio armato per la pesca alle aringhe. Tutta la cittadina è già sveglia, nel Café de l’Amiral stanno facendo le pulizie prima dell’apertura, è tutto come al solito, come sempre, tranne la presenza di quattro uomini che hanno dormito all’Hôtel de Normandie e stanno facendo colazione senza perdere d’occhio il peschereccio.

L’armatore vorrebbe che il Centaure ripartisse al più presto, la sera stessa, con l’alta marea. Non può sapere che quei quattro uomini sono lì per arrestare Pierre Canut, il capitano del Centaure, e portarlo a Rouen dal giudice istruttore.

Al solito strepitose le descrizioni dell’ambiente – i primi capitoli di Simenon spalancano mondo, e chi ama la Bretagna ne assaporerà la luce e gli odori – devo dire che stavolta mi ha meno convinto lo spessore dei personaggi. La situazione è classica: un uomo tranquillo (e in questo caso abbastanza mediocre) si trova costretto ad abbandonare la sua esistenza senza scosse, e in pochi giorni fa esperienze che cambiano il suo modo di vedere la vita. Anche se non è detto che questa nuova consapevolezza cambierà la sua vita vera… Nella traduzione di Simona Mambrini, si dipana la storia di due uomini segnati dalla morte atroce del padre (a 24 anni) e dalla convivenza con una madre rimasta vedova a vent’anni. Nella famiglia Canut, si sorprende a pensare Charles, quando si diceva che potesse capitare “qualcosa”, non era mai qualcosa “di bello o di lieto, ma invariabilmente una disgrazia”. Leggi il resto dell’articolo

Western: 20 titoli, 5 voti

Nel mese di luglio, vi invito a indicare i 5 film western che ritenere fondamentali.
Ne ho scelti 20 e tutti e 20 lo sarebbero (anzi, almeno un’altra decina poteva far parte di questa lista).

Più che a un’astratta cinefilia, il senso del sondaggio va ricercato nelle biografie di chi vota.

Per esempio, le mie scelte sarebbero: 1) L’uomo che uccise Liberty Valance; 2) C’era una volta il West; 3) Gli spietati; 4) Corvo Rosso non avrai il mio scalpo; 5) I cancelli del cielo.

Lasciar fuori Il mucchio selvaggio mi fa già sentire in colpa…

2663, mi ricordo

Mi ricordo la piadina “Insonnia” sul lungomare di Valverde di Cesenatico, con l’abbinamento fra squacquerone e tonno.

Tex. La valle del terrore, Magnus e Claudio Nizzi, 1996

Capolavoro annunciato, Magnus vi lavorò per quasi sette anni, innalzando un monumento del fumetto italiano.

Con la sceneggiatura di Claudio Nizzi e la collaborazione grafica di Giovanni Romanini (ai cavalli, e non solo), Magnus si ritirò a Castel del Rio per realizzare un prodotto sorprendente, per quanto poco é eccentrico, rispettoso della tradizione nazional-popolare del personaggio. Anzi, la versione di Magnus finirà per imporsi come un classico per il più classico dei personaggi del fumetto d’avventura. L’artista si é autoimposto limiti che nessun editore poteva imporgli; lo ha fatto esaltando la sua leggendaria precisione, l’esattezza meticolosa dei dettagli, il senso cinematografico delle inquadrature.

Questo Tex é una lunga cavalcata attraverso i generi: inizia come un horror, prosegue come un giallo, devìa verso i rituali di una setta segreta, accarezza l’epopea western alla Sergio Leone, frequenta il romanzo storico (la California ancora messicana, la prima corsa all’oro), con punte di esotismo (i cinesi, i canachi), con donne di rara perfidia, senza dilungarsi nella suspence sui colpevoli (presto identificati), ma piuttosto sulla capacità dei detectives (Tex Willer e Kit Carson) di costringerli a tradirsi, scoprendone il movente – la vendetta – fino al dramma familiare che conclude la storia. Con una splendida, infernale sparatoria, s’intende.

Dopo una lunga carriera su personaggi di nicchia, e l’abbandono di Alan Ford al culmine del successo, Magnus raccolse la sfida del fumetto popolare. In questo Tex “definitivo”, si può intravedere un riferimento a tangentopoli, e non manca il solito personaggio col nasone, la firma alla Hitchcock che Roberto Raviola usava inserire nelle sue storie.

Il Tex di MagnusDa alcune interviste a Magnus.
“In tutte le storie di Tex c’è una lunga cavalcata durante la quale non succede nulla, si parla un sacco e all’arrivo – perché intanto si va verso una destinazione importante – abbiamo scoperto un sacco di cose fondamentali. Ma nel West si cavalcava per ore e ore. Per giornate intere. Se si partiva al mattino, si arrivava al tramonto o addirittura a notte inoltrata. Quindi la luce doveva cambiare. Cambiare lungo le pagine della cavalcata, perché il tempo stava passando”.“Tutto dipende dal numero dei piani di profondità. Facciamo l’esempio della battaglia finale. C’è una struttura architettonica su un primo foglio, poi i caduti e infine i combattenti superstiti: sovrapponendo questi tre lucidi ottengo la scena completa”.

“Io guardo solo Galep. Gli altri non li voglio neanche vedere, altrimenti mi si frigge il cervello. Il Tex che voglio è quello che balugina dalle copertine di Galep. Io miro lì. A quel Tex che conoscono proprio tutti, anche quelli che non l’hanno mai comprato ma che l’hanno visto”.

Candiderei Donald Trump al Nobel per la Medicina, per la determinazione e pervicacia con cui ha voluto sviluppare lo studio sull’immunità di gregge