#Italicum: appesi al giudizio della Consulta

Gli esperti di diritto costituzionale non hanno dubbi, l’imminente sentenza sull’Italicum della Corte Costituzionale sembra destinata confermare i pronunciamenti del 2014 e ancora precedenti. Alla Corte non piace contraddirsi. Se ne deduce il seguente pronostico.

  1. La sentenza produrrà una legge immediatamente applicabile, poiché le leggi elettorali sono “costituzionalmente necessarie”, non si può stare nemmeno un giorno senza una legge elettorale utilizzabile il giorno dopo.
  2. Il ballottaggio sarà cancellato. Ripetutamente, la Consulta ha stabilito che non si può attribuire un premio di maggioranza senza aver raggiunto una determinata soglia di voti; non vale che si affrontino in un ballottaggio il primo e il secondo in classifica.
  3. Si può concedere un premio di maggioranza sopra la soglia del 40%. Attribuire il premio a una lista anziché a una coalizione appare altrettanto legittimo. Ma al 40% non arriva nessuno.
  4. I capilista bloccati sono illegittimi. Meno chiaro se siano illegittime anche le pluricandidature; nell’odioso Italicum, c’era la possibilità per un candidato di correre come capolista in ben 10 collegi e poi, se eletto, scegliere quello più scomodo per i propri avversari interni.

Dalla sentenza, dunque, uscirà una legge elettorale immediatamente applicabile alla Camera, su base proporzionale con doppia preferenza (di genere) e premio di maggioranza alla lista che raggiungesse il 40%. Per rendere omogenee le due leggi (Camera e Senato), il Parlamento discuterà non meno di sei mesi. A questo punto, è chiaro che non si vota almeno fino a ottobre, ma scommetterei su marzo-aprile 2018. Quando, c’è da scommetterci, di riffa o di raffa, Berlusconi tornerà eleggibile e l’accordo Pd-Forza Italia ci verrà raccontato come inevitabile “per salvare l’Italia”.

Allied. Un’ombra nascosta [Allied] – Robert Zemeckis 2016 [cine1] – 6

Tre film in uno, una quantità di ingredienti da giustificare un serial televisivo, e una coppia – Brad Pitt e Marion Cotillard – che non mi è parsa possedere la chimica giusta (magari l’hanno trovata fuori dal set, si maligna).

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Il primo film ha fascino, ricalca atmosfere ben note (Casablanca 1942, i nazisti e la resistenza francese, vi dice qualcosa?) ma lo fa con notevoli doti di suggestione. Il deserto è reso al meglio, la scena di sesso nell’auto sballottata da sabbia e vento resterà nella memoria… Una spia canadese (dell’Ontario, non del Québec, tiene a precisare) e una spia francese si fingono collaborazionisti per assassinare l’ambasciatore di Hitler. Rischiano la vita, recitano l’amore, finiscono per innamorarsi.

Il secondo film è a Londra, sotto le bombe. I due si sono sposati, hanno avuto una figlia, fanno progetti su quando la guerra sarà finita, finché arriva “l’ombra del dubbio”, come l’avrebbe chiamata Hitch. Pare che lei sia una doppiogiochista e stia passando informazioni al nemico.

Terzo film: lui non può crederci, i sentimenti non si possono fingere così bene, pur essendo un ufficiale pluridecorato non sta ai patti, e comincia a cercare la verità fuori dal protocollo.

La confezione è brillante, l’estetica patinata (ci sono scene vistosamente “false”, in cui la coppia di star è immersa in un paesaggio digitale). Mi sono un po’ stufato di vedere le acconciature retrò sulla Cotillard e Pitt in uniforme, ma se a lei riesce di insufflare nel personaggio qualche sottigliezza, lui ha bisogno di registi con un altro tocco. Troppo prevedibile la fisionomia lombrosiana del capo del controspionaggio inglese, che rovina l’idillio con il sospetto. Irritante il depistaggio sulla sorella lesbica del protagonista. Sovraccarico di simboli il parto sotto le bombe.

L’introspezione psicologica non riesce a tenere il passo degli eventi di cui la sceneggiatura è disseminata. Lui non sa più chi è davvero lei, lei non sa più cosa lui le stia nascondendo. Noi aspettiamo che ci venga detta la verità, senza troppa ansia, sia chiaro.

La pazza di Itteville, un Simenon minore ma pur sempre lui

“G.7 è uno dei pochi ispettori della Polizia giudiziaria ad avere una macchina personale”, per quanto vecchia e scassata, una 5 cavalli Citroen: è una notte di aprile, il tettuccio non ripara dalla pioggia, Itteville sta a una cinquantina di chilometri da Parigi, a bordo dell’auto ci sono l’ispettore g.7 e la voce narrante, che così si descrive: “Io sono autore di un certo numero di romanzi polizieschi, e questo mi garantisce rapporti piuttosto stretti con la Questura e soprattutto con la Polizia giudiziaria”. Aggiunge che G.7 è un amico, ha i capelli rossi, trent’anni, “l’aria di un giovanotto beneducato, un tantino timido”.

la-pazza-di-itteville-max-ernst-ritratto-di-gala-1925Prima di scegliere Maigret, Simenon provò molti altri personaggi con qualità investigative: l’ispettore G.7 (altrimenti noto come Sancette) fu uno degli ultimi a essere abbandonato. «La folle d’Itteville» (tradotto da Massimo Scotti) è una storia “fuori serie”, o meglio una tantum, poiché lo scrittore belga inaugurò una collana dell’editore Haumont, composta da un racconto e da qualche decina di immagini fotografiche – in quel caso affidate a Germaine Krull.

Al Crocevia del cavallo morto è avvenuto un delitto. La vittima, secondo un testimone oculare, sarebbe il dottor Canut, stimato psichiatra. Ma all’arrivo dei gendarmi, il cadavere è di un altro uomo. In quell’intervallo di tempo, alta e flessuosa come una donna del Botticelli, “la signorina bionda”, Marthe, è sempre rimasta lì, accanto al cadavere. Ma si tratta di una ventenne con gravi problemi psichici, incapace di intendere e di volere, è molto attraente ma ha l’età mentale di una bambina di cinque anni, si chiama Marthe, è in cura presso Canut, che è vivo e vegeto, come possono verificare G.7 e il narratore. Il delitto è avvenuto con un coltello da cucina, rivela l’autopsia compiuta dal solito dottore. Dopo l’autopsia, il cadavere è stato rubato…

Il narratore è qualcosa di più di un testimone dei fatti: ha un suo punto di vista, e G.7 gli chiede di aiutarlo in qualcosa di utile per le indagini, senza spiegargliene il senso.

1859, mi ricordo

Mi ricordo la delirante, leggerissima assenza di paura sopra le linee di Nazca.

Blackhat [id.], Michael Mann, 2015 [Tv3] – 6

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Scritto, diretto e prodotto da Mann, sei anni dopo il ben più coinvolgente «Nemico pubblico». Il protagonista è Chris Hemsworth, che mi fa pensare a Thor qualunque cosa faccia. L’idea di partenza è fin troppo simile a quella alla base di «The Rock»: qui come allora (Sean Connery) c’è un detenuto in un carcere di massima sicurezza che va liberato e a cui va promessa una nuova vita, poiché rappresenta l’unica risorsa per combattere dei terroristi.

Fra Chicago e Hong Kong, Indonesia e coste della Malesia, si sviluppa la collaborazione obbligata (e piena di dubbi) fra i servizi segreti americano e cinese, per sventare i piani di cybercriminali che possono far surriscaldare centrali nucleari poste a migliaia di chilometri, tramite un virus informatico. O far tracollare la Borsa, agendo sul prezzo della soia.
Al botteghino è stato un insuccesso, la critica italiana è stata più benevola. Per me, è un film sghembo: non possono salvarlo l’enfatico finale e il pathos di un paio di scene elegantemente costruite, capaci di far saltare lo spettatore dalla poltrona. La fisicità di Hemsworth non lo rende particolarmente adatto al ruolo di pirata informatico, ma è anche vero che le scene davanti al computer sono meno di quelle d’azione.

Mann non è mai banale, sfugge alla costruzione canonica dell’intreccio, riservando grande attenzione a personali sfumature di senso. Ci dice che non si può vincere, in una guerra come questa, il conto affettivo è troppo costoso. Ma l’abilità di un regista che sa mostrare la notte come pochi altri, approfittando di ogni forma di luce innaturale, non basta a dare profondità a un film in cui si vive e si muore per una sottigliezza, e la banda dei criminali, in fondo, è mossa da una banale, greve avidità.

Pioli capisce di calcio, sa che la squadra ha dei limiti

Non proprio una grande Inter, per quel ho potuto ricavare dall’ascolto radiofonico del secondo tempo, dagli highlights e dai commenti si un po’ di tifosi.
Ma un’Inter che ha innanzitutto evitato di sbilanciarsi ed esporsi al pericolo più grande, in queste occasioni: dare fiducia all’avversario.

La pioggia battente spiega solo in parte la quantità di errori in disimpegno, una manovra faticosa e prevedibile, la completa assenza di spinta sulle fasce: oserei affermare che Pioli si sia raccomandato di non perdere le posizioni, confidando nell’intuizione di uno dei campioni – in questo caso, Candreva più Joao Mario.
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Sull’1-0 si poteva fare di meglio, ma Icardi era di luna storta, Perisic si ingarbugliava da solo, l’intesa fra Gagliardini e Brozovic è tutta da costruire.
Il quinto posto virtuale fotografa il valore di questa squadra, che può arrivare quarta, quinta o sesta (ma deve stare attenta a come reagirà alla prima onda contraria: ricordiamoci la parabola di Ranieri).

Partite come quella di ieri fanno pensare che Banega sia stato preso quando si pensava di giocare in tutt’altro modo e oggi non serva a nulla, che Ansaldi sia inadeguato non solo alle ambizioni di Suning ma di chiunque abbia ambizioni, che Perisic e Brozovic siano i più sacrificabili, l’estate prossima, se si vuole alzare il livello di continuità della manovra. Ci sono partite in cui la svogliatezza dei due croati sembra incurabile.
Pioli mi piace per tre motivi. Perché è fortunato (finché dura) e ha conquistato 22 punti sui 27 disponibili. Perché dispensa modestia, ma ha gli occhi che luccicano di orgoglio. Soprattutto, perché non chiede ai calciatori di fare cose che non sono in grado di fare.

Veder giocare l’Inter non riempie gli occhi, per la lentezza con cui si supera la metà campo e per l’insistenza con cui si cerca il gioco sulle fasce. ma è anche vero che non si assiste quasi più a quei palloni sanguinosamente perduti al centro, da cui gli avversari hanno fatto partire ripartenze micidiali, nella breve, iperrealista era De Boer.
Con il Pescara sembra già vinta, ma siccome la testa sarà al Quarto contro la Lazio, ci vorrà la stessa fame che è servita a Palermo.

PS – ho molto apprezzato la scelta di non indossare l’odiosa maglia catarifrangente, con la scusa della scarsa visibilità.

1858, mi ricordo

Mi ricordo una canzone di Domenico Modugno ascoltata prima di entrare a Cremona.

Il Gioco. 1 e 2. Milo Manara per Il Sole 24 ore

Con un semplice “clic”, girando un interruttore, si può accendere il desiderio erotico delle donne, fino a renderlo incontenibile, deragliato da ogni freno inibitorio. È questa l’intuizione che spiega il clamoroso (e sproporzionato) successo internazionale di queste storie di Manara, uno dei fumetti più venduti al mondo, nonché base di un film dimenticabile: «Le Déclic. Dentro Florence», diretto da Jean-Louis Richard, dopo l’abbandono di Bob Rafelson, con l’inespressiva avvenenza di Florence Guérin.

catturaLa protagonista, Claudia Christiani, è ovviamente bellissima, bruna, longilinea, dalle gambe lunghissime, ma il detonatore della storia richiede che sia una moglie irreprensibile, algida e scontrosa, persino bigotta. Sposata con il commendatore Aleardo, respinge infastidita le avances del losco dottor Fez, la cui frustrazione trova sfogo attraverso il furto di un’invenzione di un collega, il professor Kranz.

Fra le fonti di ispirazione di Manara, «Bella di giorno», il film di Bunuel dove è inserito una scatoletta che scatena il piacere in Séverine (Catherine Deneuve). Ma l’autore confessa che l’idea gli venne dal nuovo telecomando del cancello elettrico. Il primo episodio fu pubblicato a puntate sulla rivista «Playmen». Questa edizione riproduce le tavole in bianco e nero.

«Il Gioco» ha il tono della commedia libertina. Inanella situazioni scabrose, alternando liberazione sessuale e senso di colpa, piacere e vergogna. L’invenzione del dottor Kranz nasceva per guarire l’uomo dall’impotenza, Fez se ne impadronisce allo scopo di umiliare Claudia, esponendola a situazioni estreme.

L’esilissimo secondo capitolo vede Claudia ormai separata dal marito e impegnata come conduttrice televisiva. Non si sa come, la macchinetta è finita nelle mani di un sosia di James Dean, che si scoprirà essere pagato dall’ex marito in cerca di vendetta. L’unico personaggio degno di nota è quello di un senatore (Claudia è sua nipote), che si rivelerà particolarmente sadico e perverso. Fa una breve apparizione Miele, celebre pin-up di Manara, al solo scopo di spiegare (e mostrare) l’origine del suo nome.

Due scomode verità

Vedendo il dvd di «Una scomoda verità» (An Inconvenient Truth), il film del 2006 sul cambiamento climatico spiegato da Al Gore, mi sono segnato due frasi folgoranti:
«È difficile far capire qualcosa a un uomo se il suo stipendio dipende proprio da suo non riuscire a capire». Upton Sinclair
«Il pericolo non viene da ciò che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è». Mark Twain

The Leftovers, la prima stagione

Ne ho scritto qui.

copertina

 

1857, mi ricordo

Mi ricordo che molte delle cose più belle che ho fatto, nascevano da ragioni e condivisioni di cui quasi non resta traccia.

Batman Year Two

Trama e dialoghi sono di Mike W. Barr, il primo capitolo è disegnato da Alan Davis (matite) e Paul Neary (chine), i tre successivi da Todd McFarlane (matite), e Alfredo Alcala. In Italia, uscì come inserto staccabile allegato a «Corto Maltese», nel 1991.

L’Anno Due segue l’Anno Uno narrato da Frank Miller e David Mazzucchelli, che evidenziò quanto il pubblico fosse affamato di storie sul Batman delle origini, quando Bruce Wayne non aveva ancora esperienza, Gordon faceva carriera nella polizia, si inventavano codici come il “bat-segnale” e i nemici, per quanto efferati, agivano solo a Gotham ed esibivano ambizioni ancora ragionevoli e limitate.

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Barr sceglie di mostrare Batman quanto Bruce Wayne. E descrive una sfortunata, melodrammatica love story fra il playboy filantropo e un’insipida protagonista femminile, Rachel Caspian. È la figlia di colui che vent’anni prima agiva da vigilante mascherato nei panni del Mietitore, distribuendo la sua ferale, sommaria giustizia. Rachel non lo sa, ma il ritorno in città del padre è motivato anche dal bisogno di reindossare quei panni e riprendere la sua personale guerra al crimine. Quel che Bruce Wayne non sa, invece, è che l’attrazione che prova immediatamente verso quella giovane donna produrrà in lei un fortissimo turbamento: Rachel, infatti, sta per farsi suora.

Il lettore scopre che la madre di Rachel venne uccisa esattamente come i genitori di Bruce, da un piccolo criminale, una sera, all’uscita da uno spettacolo, davanti agli occhi dell’unica figlia; il padre, invece, si salvò, restò traumatizzato e decise di dedicare tutta la sua esistenza alla vendetta.
Il Mietitore valuta Batman un debole, perché non uccide i suoi nemici. Pur di sconfiggerlo, Batman arriverà ad allearsi con la criminalità di Gotham. Peggio, al suo fianco, come partner, si impone la figura di Joe Chill, colui che venticinque anni prima uccise i coniugi Wayne.

Non ho mai amato lo stile di McFarlane, la sua inclinazione verso il grottesco, per cui preferisco l’interpretazione grafica di Davis, che pure non mi entusiasma.

Ian McEwan, le mie letture

Buona parte delle mie purtroppo vaghe idee su come comporre un romanzo – come organizzare i materiali della trama, i fatti, i personaggi e l’intreccio, la gestione dei tempi e dei dialoghi – mi vengono dalla lettura di McEwan. Ogni volta che lo leggo, resto immancabilmente colpito da una delle sue soluzioni, e prendo appunti come su un libro di testo. Quanto mi piacerebbe assorbire la sua densa scorrevolezza, le mutevoli forme narrative…

La ballata di Adam Henry, 2014

Blues della fine del mondo, 2007

Sabato, 2005 (anche qui)

Cortesie per gli ospiti, 1981

Solar, 2010

Cani neri, 1992

Chesil Beach, 2007

Espiazione, 2001

In fondo all’edizione italiana di «Espiazione» è riprodotta una dichiarazione rilasciata da McEwan alla BBC:

“A quanto pare scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché si fa questo mestiere da qualche decennio… È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione… Continuo a credere che tra un romanzo e l’altro sia necessario inserire un pezzo di vita; mi pare che ogni romanzo debba essere scritto da una persona leggermente diversa”.