#amala. Cosa mai potrà andare storto?

Perché la Curva Nord è arrivata alla determinazione di schierarsi così nettamente contro Steven Zhang? Quel “vattene” non mi torna: forse sanno qualcosa che io non so, oppure hanno atteso il momento propizio, quello di massima debolezza.

Dopo l’annus horribilis da 245 milioni di deficit – record appena sottratto dalla Juve con 254 – anche il bilancio al 30 giugno 2022 pare si chiuda con un disastroso meno 140, nonostante le enormi plusvalenze per Lukaku e Hakimi e la riapertura degli stadi. Facile fare due conti: ogni giorno, ferragosto compreso, l’Inter perde 300mila euro, circa un milione di euro ogni tre giorni. Se qualcuno sa spiegarne il motivo, prego, si accomodi… Intanto, oggi Zhang annuncerà al Consiglio di Amministrazione un aumento di capitale da oltre 120 milioni: i suninger ce la vendono come gesto di rinnovato impegno, in realtà è una mossa necessaria affinché l’Inter sia ancora potenzialmente vendibile.

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Blood & Wine, Bob Rafelson, 1996 [filmTv95] – 6

Rafelson/Nicholson hanno fatto coppia in grandi film: Il re dei giardini di Marvin, Cinque pezzi facili, Il postino suona sempre due volte. Pare si fossero conosciuti alla fine degli anni Sessanta, quando Rafelson produsse Easy Rider, ma in questa che fu l’ultima esperienza comune, il risultato non è esaltante.

Alex Gates (Nicholson) commercia vini pregiati a Miami. Pieno di debiti, ha una moglie alcolizzata (Suzanne, Judy Davis) e un figliastro (Jason, Stephen Dorff) sempre immusonito. Si è fatto un’amante (la cubana Gabriela, Jennifer Lopez) e sta organizzando un “colpo” che può risolvergli ogni problema. Il complice è Victor, un abile scassinatore tubercolotico (Michael Caine). Riusciranno a rubare una collana di diamanti dalla cassaforte del miglior cliente di Alex, partito per una lunga crociera.

Tutto sembra funzionare. Tutto crolla in pochi secondi, quando la moglie alcolizzata intuisce che Alex sta per lasciarla. Cambia la natura del problema: dal come piazzare la collana a come recuperarla.

Scomparso un paio di mesi fa, il regista (1933) aveva contribuito alla sceneggiatura di questo noir, ma l’impressione è che al plot si siano interessati in tanti, aggiungendo anziché limare. Abbastanza inutile la sottotrama sentimentale fra Jason e Gabriela, ma il peggio è che si arriva a trasformare in violento un tipo come Alex, che la violenza ha sempre cercato di evitarla. Ovviamente, il lieto fine è escluso, ma fin quasi alla fine del film si è portati a sperare che Alex riesca a sistemare tutto, sarebbe la soluzione migliore, tutti gli altri non appaiono migliori o meno avidi di lui.

Dal Tesoro della Sierra Madre, passando per Rapina a mano armata, di pellicole che finiscono con il tesoro che si volatilizza, ne abbiamo viste tante. E non è la prima volta che un attore con un ruolo marginale rubi la scena ai protagonisti: in questo caso, Michael Caine.

Suits, la serie (3)

Harvey Specter ama la vita mondana, il lusso, il whisky migliore, lo sport di altissimo livello (nel suo ufficio espone un giacimento di preziosi cimeli firmati da grandi campioni), la musica (un’intera parete è occupata da una grande libreria con la collezione dei dischi di vinile, jazz innanzitutto). Harvey vuole sempre apparire in splendida forma, footing all’alba, in palestra a fare boxe, abita in un appartamento vertiginoso e hi-tech, frequenta donne bellissime, possiede auto d’epoca, ma solitamente si muove su una Lexus con autista personale (un indiano fidatissimo, a cui ogni tanto porge la musica da ascoltare). Harvey ama vincere, anzi non può farne a meno: per farlo, non esita a spingersi oltre il codice etico degli avvocati, in vari casi aggira la legge senza però infrangerla. Il defunto padre era un sassofonista, aveva un ottimo rapporto con lui; al contrario, non ama parlare della madre, da adolescente la sorprese con un altro uomo, e infine lei se ne andò, abbandonando lui e il fratello minore.

I genitori morirono in un incidente stradale causato da un uomo ubriaco, si guadagnava da vivere, facendosi pagare per svolgere al posto di altri il test di ammissione alla facoltà di Legge: ecco chi è Mike Ross, un giovane estremamente intelligente, che non si è mai laureato ad Harvard. Pur avendo superato la prova di ammissione all’Albo (negli USA non esiste il valore legale del titolo di studio), Mike non è in possesso dei requisiti minimi previsti dallo Stato di New York per esercitare la professione forense. Abita in un piccolo appartamento disordinato e stracolmo di cose; all’inizio, si muoveva in bicicletta, non potendo permettersi altro. Ben presto potrà permettersi il taxi, “suits” da centinaia di dollari, persino di affittare un bell’appartamento per la nonna. La memoria eidetica è il superpotere di Mike, che in comune con Spiderman ha anche il fatto di essere rimasto presto orfano e di essere stato accudito dalla nonna.

Solo Donna, all’inizio, sa la verità su Mike. La bella assistente legale Rachel Zane, con cui Mike ha un’immediata attrazione, verrà a saperla solo alla fine della seconda stagione.

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3923, mi ricordo

Mi ricordo la pizzeria in centro – traversa fra Altabella e Rizzoli – che divenne abitudinaria per commentare le sconfitte elettorali.

Masquerade [The Honey Pot], Joseph L. Mankiewicz, 1967 [filmTv93] – 7

Considero Mankiewicz fra i più grandi di sempre, ma questo – qui ribatte su uno dei temi fondamentali dell’artista, la dialettica fra verità e rappresentazione – mi pare il suo film meno convincente.

Troppo pesante la derivazione teatrale – Volpone or The Fox, di Ben Jonson (1606) e Mr. Fox of Venice di Frederick Knott – e claustrofobica la scena. Anche alcuni passaggi della trama, mi sono parsi poco chiari, ma non ho modo di sapere quali tagli siano stati apportati alla versione visibile su Amazon Prime, rispetto alle intenzioni del regista.

Ricchissimo ed eccentrico, Cecil Sheridan Fox – Rex Harrison – si finge moribondo e convoca nel suo palazzo veneziano tre donne, sue ex amanti. Intende sottoporle a un perverso gioco psicologico. Avidamente, attirate dalla prospettiva dell’eredità, le tre si precipitano al suo capezzale: a interpretarle sono Capucine (la Principessa Dominique), Edie Adams (la bionda Merle McGill) e Susan Hayward (la bruna Mrs. Sheridan); quest’ultima è accompagnata da un’infermiera personale (Maggie Smith nei panni di Sarah Watkins). A collaborare alla messinscena di Fox è un ex attore: Cliff Robertson interpreta William McFly. Parterre de roi fra i doppiatori: Nando Gazzolo, Rosetta Calavetta, Pino Locchi, Rita Savagnone, Valeria Valeri e Fiorella Betti.

Mentre Fox si diverte a muovere le sue pedine, recitando, ingannando e circuendo, McFly insegue certi suoi sospetti, ma l’imprevista presenza della giovane infermiera fa deragliare il piano originario. Dialoghi sofisticati sulla bocca di grandi attori soffocano lo spettatore sotto vari strati di falsità e finzione. È un gioco di specchi o di scatole cinesi, immerso in una scenografia barocca, veneziana all’ennesima potenza; valga per tutto il giardino del palazzo, fastoso quanto palesemente finto. Su Fox e sulle tre donne incombe il Tempo, ripetutamente enfatizzato da orologi e campanili, meridiane e clessidre.

Arrivederci a marzo

La balera da due soldi, Georges Simenon, 1931

È un caldo 27 giugno, quello in cui il commissario Maigret si reca al carcere della Santé dove è rinchiuso Jean Lenoir. La domanda di grazia è stata respinta, l’esecuzione avverrà all’alba del giorno successivo. Ghigliottina…

Appena tre mesi prima, Maigret ha catturato Lenoir, che avrebbe potuto ucciderlo: eppure il commissario non prova rancore verso quel “ragazzo di ventiquattro anni che collezionava condanne da quando ne aveva quindici”. Dopo aver scagionato i complici, Lenoir si è preso tutte le colpe. Ma quel mattino ha un cedimento: “Se almeno potessi portarmi dietro tutti quelli che lo meritano”, dice a Maigret. La sua etica gli impedisce di collaborare con la giustizia, al commissario lascia un’unica, flebile traccia: “la balera da due soldi”. Un mese dopo, per caso, quella traccia si ravviva.

Morsang sta sulla Senna, non lontano da Parigi. Non c’era elettricità, il capannone dove si ballava era illuminato da lampade a petrolio, “cosicché la scena risultava divisa in macchie di luce e d’ombra”. A Morsang, una compagnia di parigini passava tutti i sabati sera e la domenica, alcuni nella loro villa, altri alloggiando nella locanda dove trova ospitalità Maigret. Si tratta di persone benestanti, commercianti, piccoli industriali, professionisti. In un’atmosfera ilare e festosa, all’improvviso avviene un delitto. Tutto sembra indicare che il commerciante di carbone abbia sparato a bruciapelo al camiciaio, il marito della sua amante. L’uomo si dice innocente, non oppone resistenza, viene arrestato, ma poi decide di fuggire e le due guardie non riescono a impedirlo. L’arma del delitto una piccola pistola, proprietà di Madò, la moglie del morto (erano sposati da otto anni), lei e il fuggiasco (Basso) si vedevano di nascosto da qualche mese, Madò esclude che il marito (Feinstein) possa averlo scoperto. Maigret arriva a capire che Basso era solo l’ultimo di una sequenza di amanti, forse Feinstein sapeva di Basso e lo ricattava…

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3922, mi ricordo

Mi ricordo che non c’è sistema elettorale che costringa chi perde a guardare in faccia la realtà e a riflettere sui propri errori, tanto è più semplice dare la colpa agli altri.

Cos’altro ricavo dai numeri del voto

#analisidel voto. Risultato pessimo, con molti colpevoli e una china ripidissima da risalire. Sinistra dissolta, ex sinistra in coma vigile, M5stelle sotto certe aspettative: 16 milioni di italiani non credono nella politica, ma tanti cercano consolazione nei nomi dei trombati.

#eletti. FDI 184 (118-66), PD 102 (65-37), Lega 94 (65-29), M5S 79 (51-28), FI 63 (45-18), Az+Iv 30 (21-9), V+S 16 (12-4), NoiM 9 (7-2), SVP 5 (3-2), +Eur 2 (2-0), Altri 15 (10-5). Ne manca uno, alla Camera. Sono curioso di vedere quanti troveranno presto casa nel #GruppoMisto.

#votivalidi. Classifica delle prime 10 liste: FDI 7.293.782, PD 5.346.289, M5S 4.324.826, Lega 2.462.245, FI 2.276.499, Az+IV 2.181.779, Ver+Sin 1.017.275, +Eur 792.707, IExit 533.795, UP 401.990. Il Terzo Polo è settimo, i non votanti sono più della somma dei primi tre partiti.

Dieci piccole e sgradevoli verità elettorali

Il centrodestra stravince, eppure perde voti rispetto a cinque anni fa, di voti nuovi non pare averne presi, quelli che conferma se li è redistribuiti al suo interno.

La scissione organizzata da Luigi Di Maio verrà studiata sui libri di Storia, configurandosi come la più intempestiva nella storia infinita delle scissioni.

Chi ha voluto il Rosatellum, pensando di fregare gli altri, è il primo responsabile per aver portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Piazza Affari ha aperto in rialzo, alla Borsa la Destra non è mai dispiaciuta.

Azione e Italia Viva hanno sottratto voti più al PD che a Forza Italia.

La soglia di sbarramento ci sta regalando alcune piccole (forse meschine) soddisfazioni.

Conte ha potuto arrestare l’emorragia 5 Stelle con una campagna elettorale in cui prima Di Maio e poi Letta gli hanno offerto un immenso spazio politico.

Nei secoli dei secoli, Casini e Tabacci insegnano che nessuno sa galleggiare come i democristiani.

L’Agenda Draghi è mortifera.

Dalla Meloni una bruciante lezione alla sinistra: per raccogliere milioni di voti non è necessario puntare sul “nuovismo”, cancellando la propria storia, la tradizione e i simboli.

Suits, la serie (2)

“Suit” è il classico completo da ufficio, la divisa d’ordinanza degli avvocati: giacca e cravatta, completi impeccabili, l’apparenza è ingrediente fondamentale di questa professione.

Ogni episodio di Suits è centrato su un caso legale e procede nel delineare i caratteri dei protagonisti. I motivi più rilevanti derivano dal rapporto fra Harvey e Mike e fra Mike e Rachel. Raramente i casi arrivano in tribunale, gran parte delle scene si svolgono nei luminosi uffici dello studio legale e per le strade di Manhattan (mangiare un hot-dog preso in una baracchina pare sia molto cool).

Il Sogno Americano è un sogno di successo. L’atmosfera di Suits non è tanto diversa da quella di Sex & the City o The Good Wife, fra dialoghi scoppiettanti, conflitti di potere e ritmi nevrotici. Siamo dalle parti di quell’alta borghesia urbana, che sa come vivere, come vestirsi, cosa bere, quali film vanno visti, di quali spettacoli bisogna procurarsi il biglietto…

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Fotografia del voto alle 00.53

Quattro tweet preventivi sull’analisi del voto

#analisidelvoto. Gli elettori potenziali sono 46.127.514, se si recheranno al seggio non più dei due terzi, i voti validi saranno poco più di 30 milioni. Chi raccoglie il 25% vale 7,5 milioni, con il 20% circa 6 milioni, con il 7% poco più di 2 milioni, con il 3% circa 900mila.

#analisidelvoto. Se davvero 15-16 milioni di potenziali elettori non si recheranno al seggio, vorrà dire che le prime due forze politiche, nemmeno sommando i loro voti potranno avere un consenso pari al dissenso, al disinteresse e al disgusto di chi se ne sarà rimasto a casa.

#analisidelvoto. Per raggiungere il quorum, le forze politiche che si sono presentate da sole dovranno sfiorare il milione di voti, a quelle che si sono accomodate in qualche tiepida alleanza, più o meno opportunista e duratura, possono bastarne poco più di trecentomila.

#analisidelvoto. Diffidate delle percentuali e dei confronti suggeriti dagli opinionisti con elezioni lontane nel tempo, quando tutti i partiti erano molto diversi. Meglio valutare il numero dei voti validi, consapevoli che i non votanti saranno di gran lunga il primo partito.

3920, mi ricordo

Mi ricordo di aver identificato una nuova unità di misura della mia ignoranza, quando ho scoperto l’Hemingway dei Quarantanove Racconti.

Hemingway, I sicari, 1926

Due uomini mai visti prima e “vestiti come due gemelli” entrano nella tavola calda di George, fa quasi buoi ma sono solo le cinque del pomeriggio. Vorrebbero cenare, ma non è ancora l’ora, perciò ordinano uova e prosciutto, uova e pancetta. La cittadina si chiama Summit, quei due non l’avevano mai sentita nominare. Finito di mangiare, con la massima calma e arroganza prendono in ostaggio George, il cuoco e l’unico cliente. Sono professionisti, calmi e crudeli. Stanno aspettando l’uomo che devono uccidere, “lo svedese grande e grosso che si chiama Ole Andreson”. È questo che dicono agli ostaggi.

Non hanno mai visto Ole Andreson, ma sanno che quasi tutte le sere va a cenare in quella tavola calda. Aspettano fino alle sette e oltre, ma quella sera lo svedese non viene.

I due se ne vanno. Gli ostaggi si domandano che fare. Decidono di andare dall’affittacamere dove vive lo svedese, per avvertirlo. Faceva il pugile, peso Massimo. Ole Andreson se ne sta sdraiato sul letto, tutto vestito. Ascolta. Non mostra sorpresa. Non reagisce. L’unica decisione che deve prendere è quando uscire da lì. Sa di non avere scampo…

I sicari (The Killers), scritto a Madrid il 16 maggio 1926 e pubblicato su Scribner’s Magazine del marzo 1927. Vent’anni dopo Robert Siodmak girò The Killers, con Ava Gardner e Burt Lancaster.

Lo strano vizio della signora Wardh, Sergio Martino, 1971 [filmTv92] – 6

Pare che la lettera “h” sia stata aggiunta per scongiurare l’azione legale per il danno al suo buon nome, minacciata da una certa signora Ward poco prima dell’uscita del film (15 gennaio 1971). Secondo aneddoto: una delle tracce musicali – Dies Irae – è stata ripresa da Tarantino in Kill Bill: Volume 2.

A solo ventidue anni, per Edvige Fenech questa fu la diciassettesima pellicola. Vorrei vedere l’implicito sequel – Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave – uscito nel 1972 sempre per la regia di Sergio Martino. Sequel implicito, perché il titolo rimanda alla lettera minatoria sul “vizio” di Julie Wardh, le tendenze masochistiche che avevano pervaso la relazione con Jean, l’attore Ivan Rassimov, che qui muore, ma l’anno successivo tornerà in altre vesti.

Musiche di Nora Orlandi. Doppiati quasi tutti gli attori: George Hilton da Sergio Graziani, Cristina Airoldi da Flaminia Jandolo, Ivan Rassimov da Nando Gazzolo, Alberto de Mendoza da Pino Locchi, la stessa Fenech da Rita Savagnone. Solo del commissario (Carlo Alighiero) sentiamo la vera voce.

Non puoi sbagliare nell’indicare il colpevole. Qualche doccia, qualche seno al vento, qualche minigonna, ma l’intento di Martino è confezionare un thriller che faccia saltare sulla sedia, con tocchi di macabro e di orrorifico (gli animali esotici di Jean), imitando il maestro Mario Bava e il giovane Dario Argento, che stava muovendo i primi passi. Fra Vienna e la Spagna, Julie Wardh diventa oggetto di un triplice accerchiamento: il perverso Jean vuole riportarla a sé, il marito Neil, che pure la “trascura” (verbo mirabile, per capire l’epoca), la considera sua proprietà, e quando appare George, può sembrare la perfetta via di fuga. Purtroppo, è in azione un serial killer che sgozza giovani donne a colpi di rasoio, e l’equilibrio psichico di Julie viene messo a dura prova. Arriverà pure lo psicanalista, forse si rifarà una vita proprio con lui.

Sul valore delle vittorie

Una biblioteca Western in 50 titoli

  • Zane Grey, Il ranger del Texas, Odoya
  • Erdoes e Ortiz, Miti e leggende degli Indiani d’America, Mondadori
  • William Sturtevant, Indiani d’America, Idea Libri
  • Robert Conley, Geronimo, Mondadori
  • George Armstrong Custer, La mia vita nelle Grandi Pianure, Mondadori
  • Vine Deloria jr., Custer è morto per i vostri peccati, Jaca Book
  • Wilcomb Washburn, Indiani d’America, Editori Riuniti
  • Ronald Wright, Continenti rubati, Corbaccio
  • George Catlin, Pellerossa, Rusconi
  • Mark Twain, In cerca di guai, Adelphi
  • Hugh Nissenson, L’albero della vita, Garzanti
  • William Stapp, Segnali di fumo, Alinari
  • Joe Lansdale, Tramonto e polvere, Einaudi
  • James Lee Burke, Two for Texas, Meridiano Zero
  • Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi
  • Micheal Punke, Revenant, Einaudi
  • Craig Johnson, Il volo di Natale, Edizioni e/o
  • Louis L’Amour, Lo svelto e il morto, Odoya
  • Peter Bogdanovich, Il cinema secondo John Ford, Pratiche
  • Joseph Epes Brown, La sacra pipa, Rusconi
  • Joseph Rosa, I pistoleri, Idea Libri
  • R.L. Wilson, La conquista del West, Gremese
  • Pam Houston, Ho un debole per i cowboy, La Tartaruga
  • Jim Harrison, Un buon giorno per morire, Baldini & Castoldi
  • Walter McClintock, Strade rosse, Frassinelli
  • Charles Eastman, Infanzia indiana, Tranchida
  • Edmund Wilson, Dovuto agli Irochesi, Il Saggiatore
  • Leonard Peltier, La mia Danza del Sole, Fazi
  • Peter Matthiesen, Nello spirito di Cavallo Pazzo, Frassinelli
  • George Lankford, Leggende degli indiani d’America, Mondadori
  • John E. Lewis, Alla conquista delle Grandi Praterie, Piemme
  • Robert F. Jones, Sulle sue tracce vanno i lupi bianchi, Rizzoli
  • Sherman Alexie, Indian Killer, Frassinelli
  • Edward S. Curtis, Gli Indiani del Nord America, Rusconi
  • John C. Ewers, I Piedi Neri, Mursia
  • Clélia Cohen, Il western. Il vero volto del cinema americano, Lindau
  • T.J. Stiles, Jesse James. Storia del bandito ribelle, Il Saggiatore
  • Guillermo Arriaga, Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina, Fazi
  • Thomas Berger, Piccolo Grande Uomo, Fanucci

Italiani

  • Valerio Evangelisti, Il collare di fuoco, Mondadori
  • Roberto Donati, Sergio Leone. America e Nostalgia, Falsopiano
  • Aurelio Sangiorgio, In viaggio con Tex, Il Minotauro
  • Emilio Salgari, La scotennatrice, Mursia
  • Tomas Milian e Manlio Gomarasca, Monnezza, amore mio, Garzanti
  • Bernardinis – Re, Nel paese delle ombre rosse, Mursia

Immancabili

  • John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi
  • Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Mondadori
  • James Fenimore Cooper, L’ultimo dei Mohicani, Feltrinelli
  • Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Guida
  • William Least Heat-Moon, Prateria, Einaudi

3919, mi ricordo

Mi ricordo di aver ricevuto, ottanta giorni dopo, una pesante multa per eccesso di velocità (72 dove il limite era 50) pur di arrivare in tempo a vedere un film.

Dichiarazione di voto

Voterò Unione Popolare alla Camera e Movimento 5 Stelle al Senato. Non mi sento rappresentato, l’indirizzo del mio voto deriva da valutazioni faticose, che mi si sono chiarite nelle ultime settimane. Inoltre, devo fare i conti con una legge elettorale che squalifica chi l’ha voluta e contribuisce a svilire l’azione politica: il 90% degli eletti è già stato stabilito da una dozzina di persone.

In linea teorica, il programma di Unione Popolare è quello che trovo più convincente. So bene che non ci sarà la forza per realizzarlo, andando oltre la pur meritoria “testimonianza”, sull’Italia – anzi sull’Occidente – soffia un vento di destra, di egoismo e di miopia del futuro. Spero di contribuire al raggiungimento del fatidico 3%, ma in ogni caso UP, questo cartello elettorale, ha il merito di contrastare la deriva identitaria che ha contribuito al dissolvimento della sinistra italiana, i cui tanti difetti non riescono a celare quello più grave: l’incapacità di stare insieme.

Non è la prima né la seconda volta che voto M5s, ma non ho difficoltà ad affermare che ancora sei mesi fa pensavo non l’avrei più fatto. Il sostegno al governo Draghi mi era parso una pietra tombale, poi ho apprezzato le posizioni sui temi sociali e sulla questione della guerra, potrò cambiare idea molte volte nella vita, ma non diventerò mai “atlantista”. Dalle innumerevoli scissioni, mi pare emerga un soggetto politico ancora con qualche ambiguità, ma più chiaramente progressista di quanto non fosse quando raccoglieva la protesta a 360 gradi.

In altre campagne elettorali ho firmato appelli e usato questo blog per esprimere ripetutamente le mie posizioni. Stavolta no. Non fingerò convinzioni incrollabili, né farò polemiche con “compagni” che hanno compiuto scelte, a mio giudizio, opportuniste o insensate. L’offerta politica mi appare lontanissima dalle necessità – la questione climatica, per esempio, è rimasta ai margini del dibattito pubblico – non cercherò di convincere nessuno, ma non mi sono mai nascosto, non comincerò a farlo adesso.

Su un solo aspetto mi preme intervenire, perché prima di farla, la politica, l’ho studiata e non sopporto i cialtroni che riducono questa “scienza” a chiacchiera vuota.

Parlare di “voto di scambio”, a proposito del M5s, è un’autentica sciocchezza. Il voto puoi scambiarlo con chi detiene il potere e ti garantisce qualche beneficio; se c’è una certezza, è che “il partito di Conte” non sarà al governo, nella prossima legislatura… Il voto di scambio è ancora molto diffuso, in Italia, perché il potere sa come spartire appalti e lavoro, consenso e clientele, ma chi maneggia questa categoria politologica ha il dovere di studiarne il senso e concludere che sono altri, non il M5s, a gestire “cerchi magici” e piccoli o grandi “sistemi di potere”.

Una volta l’elettorato si poteva dividere fra voto “di scambio”, “di appartenenza” e “di opinione”. Del primo ho detto. Del secondo, restano le nostalgie degli anziani. Del terzo, invece, restano le macerie, perché l’elettorato è sempre più apatico e incosciente della realtà, e giustamente continua a perdere fiducia in chi dovrebbe costruirla, l’opinione pubblica: basti vedere i dati di ascolto dei programmi sulla campagna elettorale o le vendite dei giornali. Una quarta categoria analitica, ormai, ha preso corpo e tende a estendersi: “il voto per rancore”.

Nel 2018, votò il 72,9% degli aventi diritto. Stavolta, tutto lascia pensare che si scenderà sotto il 70. Quello degli astenuti sarà dunque, e nettamente, il primo partito. Le “sorprese” elettorali che sembrano maturare negli ultimi giorni discendono, senza dubbio, dalle capacità di ascoltare un mondo sempre più vasto e contendibile, fatto di persone disilluse e scettiche, spesso ignoranti nell’accezione più larga del termine, vittime di un senso di esclusione e di marginalità, che la sinistra da decenni non sa più intercettare, interpretare, trasformare in speranza.

Sei settimane per salvare la stagione. #amala

Nei giorni in cui viene confermato l’assurdo progetto di un nuovo stadio da sessantamila posti, e danno l’addio al calcio due personaggi a cui sono molto affezionato – Goran Pandev e Andrea Ranocchia, rari casi di “attaccamento alla maglia” – emergono una quantità di “indiscrezioni” sui tentativi in atto per “salvare la stagione”. Zhang e Marotta, Ausilio e Ferri, tutti accanto e intorno a Inzaghi. Ma intanto, sulla stampa proliferano le “voci” sugli errori dell’allenatore – vaso di coccio fra vasi di ferro – attribuendogli la scelta di Gosens anziché Kostic, e la difesa di Correa anziché puntare su Dybala. Se il primo bivio resta discutibile (il tedesco è più giovane del serbo e conosce meglio il calcio italiano), la seconda alternativa suona ridicola: Correa non sarà mai Dybala, ma Correa è costato tanto, nessuno al mondo l’avrebbe pagato più di trenta milioni, fare minusvalenze è proibito, dunque la sua cessione non è mai stata plausibile. Trovo divertenti anche gli articoli di amici di Ausilio che fanno trapelare che il nostro ds fosse pronto ad acquistare sia Kvaratskhelia che Kim Min-jaee, e solo la congiuntura finanziaria gli abbia impedito di farci due belle sorprese, con il georgiano e il sudcoreano…

Non mi consolano i guai altrui: temo che l’Inter dovrà giocarsi il quarto posto con il peggior avversario possibile, la Juventus, che oggi chiuderà il terzo bilancio consecutivo con uno spaventoso “profondo rosso” (circa 550 milioni persi in tre anni). Non capisco come si possa immaginare l’ingaggio di Antonio Conte, che sta come un pascià nel campionato più ricco del mondo e tornerebbe a Torino solo per una barca di soldi, pretendendo 4-5 acquisti da minimo 100 milioni. Molti interisti lo rimpiangono, ma faccio notare che il monte-ingaggi dell’Inter scudettata era molto superiore a quello della stagione in corso, e dubito che con Conte vedremmo Dumfries stoppare un pallone o Correa vincere un contrasto.

La sorte di Inzaghi e le possibilità di raddrizzare la stagione si concentrano fra l’Inter-Roma di sabato 1° ottobre e la trasferta a Bergamo del 13 novembre.

Della Champions, dico solo che vorrei evitare figuracce con il Barça (e temo che almeno una ci sarà), battere il Plzen a San Siro e chiudere dove è giusto che sia: terzi, con discesa in Europa League. Compito della società far capire ai tifosi – con i prezzi – e alla rosa, che l’EL andrà affrontata seriamente, per mantenere almeno il terzo gradino nel ranking, garantirsi qualche incasso e magari giocarsela fino alle semifinali.

Del campionato, invece, penso che il calendario offra una buona opportunità. Otto partite in 43 giorni: Roma, Salernitana, Sampdoria e Bologna in casa (minimo 10 punti, ma 12 sono possibili), trasferte a Sassuolo, Firenze, dalla Juve e dall’Atalanta (6-7 punti si possono fare, perché gli avversari sono forti e l’Inter non sarà obbligata a fare la partita). Arrivare a 30 punti alla sosta, vorrebbe dire che tutto è ancora possibile; stare a 25-27 sarebbe già una sentenza.

Molte speranze, forse troppe, pesano sulle spalle larghe di Lukaku, l’unico nerazzurro con la propensione al trascinatore. Ma il primo cambiamento dovrà venire dalla partecipazione di tutti alla fase difensiva, fin qui clamorosamente deficitaria.

Suits, la serie (1)

Creata da Aaron Korsh e trasmessa per nove stagioni – 134 episodi – dalla rete via cavo USA Network, a partire dal 23 giugno 2011, Suits è un “legal drama” laccato e sofisticato. In Italia, è arrivato il 10 marzo 2012 ed è tuttora disponibile su Netflix. La prima stagione si compone di 12 episodi, per circa 9 ore complessive.

New York. Mike Ross è un giovane dotato di una prodigiosa memoria “eidetica”: ogni testo che legge, ogni parola che ascolta, ogni volto che incrocia restano indelebili. Per pagare la casa di riposo alla nonna, Mike accetta di consegnare una valigetta piena di marijuana per conto dell’amico Trevor, ma le cose si complicano, sul luogo della consegna trova due poliziotti in borghese, cerca di sfuggire all’arresto, e per caso si introduce nella coda di giovani avvocati, tutti usciti da Harvard, che aspirano a entrare nel prestigioso studio legale Pearson-Hardman. Stanno per assumere un nuovo “associato” da affiancare a Harvey Specter, appena divenuto “socio senior”.

Harvey Specter è uno dei più brillanti avvocati newyorkesi, pare non abbia mai perso una causa. Neanche a dirlo, anche lui si è laureato a Harvard. Selezionare il nuovo collaboratore è un obbligo che lo annoia, perciò si affida all’intuito della fidatissima segretaria, Donna Paulsen, che coglie al volo il potenziale di Mike. Stanco dei laureati patinati che Harvard sforna a tutto spiano, e impressionato dalle sue doti naturali, pur sapendo di esporsi a un grande rischio, Harvey decide di assumere Mike…

Gabriel Macht interpreta Harvey Specter, Patrick J. Adams è Mike Ross; ruoli essenziali sono affidati ad altri componenti dello studio legale Pearson-Hardman: Louis Litt, Rachel Zane, Donna Paulsen e la titolare, Jessica Pearson; a interpretarli sono Rick Hoffman, Meghan Markle (futura duchessa di Sussex, avendo sposando in seconde nozze nel 2018 il principe Henry), Sarah Rafferty e Gina Torres.

All’inizio della saga, Macht ha trentanove anni e i suoi ruoli cinematografici più considerevole erano stati in The Good Sheperd (De Niro, 2006) e La regola del sospetto (Donaldson, 2003), inoltre era stato il protagonista di The Spirit (2008), regia di Frank Miller.

Canadese, Adams aveva trent’anni (ne dimostrava meno) e aveva preso parte a Lost. Hoffman aveva cinquantuno anni e Sarah Rafferty trentanove, per entrambi i 134 episodi di Suits rappresentano il vertice della carriera. Quanto all’elegantissima Gina Torres (1969), di origine caraibiche, ho scoperto che ha fatto parte del cast di Matrix Reloaded e Matrix Revolutions. – 1, segue –