È arrivata, la tranvata. Inaspettata solo dai ciechi, dagli ottusi, dagli ottimisti a oltranza. E, temo, da una società convinta che si potesse andare “avanti così”. Spero ci sia una presa di coscienza, c’è tempo per fare dell’Udinese il momento magico della stagione. 

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The Defenders, la miniserie (2 su 3)

Elektra Natchios (Élodie Yung) è una letale ninja che continua ad avere una forte empatia, con Matt Murdock.

Claire Temple (Rosario Dawson) è un’infermiera d’ospedale che si trova all’incrocio delle imprese dei vari eroi; intrattiene una relazione con Luke.

Stick (Scott Glenn) è il cieco, scontroso leader della setta dei Casti; ha addestrato sia Matt che Elektra.

Alexandra Reid (Sigourney Weaver) è una delle cinque dita della Mano, il capo dei capi dell’organizzazione criminale. Fredda, spietata, priva di emozioni, conosce le antiche profezie e insegue l’immortalità, mentre muove le fila del piano per distruggere New York City.

Marvel/Netflix hanno creato un universo noir, cupo e violento. Ogni angolo di New York nasconde insidie, il combattimento finale aprirà un profondissimo squarcio nel ventre della metropoli.

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Mauro Pagani, I°, Ascolto 1978 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 141.

Mario Arcari, Walter Calloni, Giulio Capiozzo, Patrizio Fariselli, Pasquale Minieri, Ares Tavolazzi, Giorgio Vivaldi, Roberto Colombo, Franz Di Cioccio, Patrick Dijvas, Franco Mussida, Luca Balbo, le voci di Teresa De Sio e Demetrio Stratos: quale altro album italiano può vantare una simile lista di collaboratori?

È la dimostrazione più immediata di quanto fosse considerato il trentunenne Pagani. Il suo primo album solista resterà inimitato, per la leggerezza con cui scivola fra le sonorità PFM e il free jazz, fra le atmosfere degli Area e del Canzoniere del Lazio, con vivaci incursioni balcaniche e mediorientali. Squarci di world music prima che qualcuno la chiamasse così.

Si comincia con una scatenata danza orientaleggiante, a cui segue un altro squarcio di vocazione “sudista”, partenopea stavolta. Il violino, la viola, il flauto e il mandolino di Pagani segnano un terreno di inusitata grazia, la cui logica programmatica è spiegata nelle note di copertina: “Questa non è un’operazione filologica o di archeologia musicale – non ci sono né citazioni né ricalchi -: si desidera invece riconoscere e riattivare culture che sono viventi e trascurate”.

Europa minor, La città aromatica, L’albero di canto e Il blu incomincia davvero sono incisioni da riassaporare, le vette espressive di un album magico e prezioso, al vertice del pop italiano degli anni Settanta.

2185, mi ricordo

Mi ricordo di aver concluso che se Jack London fosse stato ancora vivo quando hanno ricavato un film da Martin Eden, minimo avrebbe picchiato produttori e regista.

Fatti miei 17, collage 1986

#malinconiadisinistra. Basterebbe il titolo, ma dovrò comprarlo e leggerlo, ‘sto saggio di Enzo Traverso, per la magnifica recensione di Libe’ ripresa da Internazionale. 

Le tifoserie scatenate a favore o contro Maria Elena Boschi fanno capire che agli italiani serviva una distrazione da Tavecchio, Alfano e dall’ultimo libro di Vespa. 

Pordenone sta a pochi chilometri da Udine

Titolo sibillino? No, metafora trasparente: se non si comprende cos’è successo in Coppa Italia, ci sarà un brusco risveglio in campionato.

L’enormità del sospiro di sollievo sta tutta nei festeggiamenti a Yuto Nagatomo, neanche avesse segnato un gol decisivo in Champions… Va bene, l’Inter vista martedì non è quella del campionato, ma in certi contesti, i difetti di fondo risultano ancora più nitidi. Due esempi.

Chi sottolinea che l’Inter ha fatto 33 tiri in porta, spesso omette di ricordare che per 24 volte il tiro è uscito sul fondo. Non credo di ricordare una squadra che sparacchia sul fondo 24 tiri in una sola partita. E a chi volesse minimizzare l’enormità di questa broccaggine, rilevando che si è giocato 120 minuti, faccio notare che 20 di quei 24 tiri fuori si concentrano nei 75 minuti del secondo tempo e dei supplementari.

Sì, perché l’Inter del primo tempo è stata inguardabile e meritava di andare a bere il tè caldo stando in svantaggio, ma l’Inter catechizzata da Spalletti è solo uscita dalla nebbia per entrare nel caos primordiale. Nessun gioco di squadra, solo soluzioni individuali, errori fragorosi, scelte tattiche frenate dalla paura. Nessun cambio del fronte d’attacco, lentezza esasperante nell’avanzare palla al piede, decine di passaggi al compagno che sta a due metri, mai una sponda della prima punta, imprecisioni grossolane persino sul controllo di palla e infine, inevitabile, il tiraccio di frustrazione.

Mancava Borja Valero. Non cercherò altre spiegazioni.

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The Defenders, la miniserie (1 di 3)

Miniserie televisiva in otto episodi, scritta da Douglas Petrie e Marco Ramirez per Netflix e basata sui personaggi del Marvel Universe. Le riprese sono state effettuate a New York fra ottobre 2016 e marzo 2017, la serie è stata pubblicata il 18 agosto 2017 in tutti i paesi in cui Netflix è disponibile.

I Defenders sono quattro: Charlie Cox (nel ruolo di Matt Murdock / Daredevil), Krysten Ritter (Jessica Jones), Mike Colter (Luke Cage) e Finn Jones (Danny Rand / Iron Fist); caratteri molto diversi, si trovano costretti ad allearsi per combattere il nemico comune, la setta della Mano, un’antica e potente organizzazione nata in estremo oriente e ormai diffusa in tutto il pianeta.

Matt Murdock è un avvocato cieco che di notte indossa un costume rosso e combatte il crimine nelle strade del suo quartiere, Hell’s Kitchen; può morire ogni giorno e perciò si preclude ogni legame sentimentale. Leggi il resto dell’articolo

Macalla, Clannad, RCA 1985 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 140.

Il loro nome, in gaelico, deriva da an clann as Dobhar, ossia “la famiglia originaria di Dore”. Più che un gruppo musicale, sono una stirpe di musicisti appartenenti a due famiglie (Brennan e Duggan, cioè Bhraonain e Dugain) originarie del villaggio di Gweedore nella contea di Donegal.

Fotografati in bianco e nero da Anton Corbijn, il quintetto presenta Màire Brennan – voce, arpa e tastiere, Pol Brennan – flauto e voce, Ciaran Brennan – voce, basso, chitarra e pianoforte, Noel Duggan – chitarra, Padraig Duggan – mandolino, armonica, chitarra acustica. All’album collaborano Mel Collins – sax, Anton Drennan – chitarra elettrica, Danny Cummings – percussioni, Steve Nye – tastiere, e infine Bono Vox, che presta la sua voce nella meravigliosa In a Lifetime, e trascina i Clannad in cima alle classifiche.

È il nono album di questa band che ha cominciato a incidere nel 1973. Adottando strumenti come la chitarra elettrica, il sassofono e le tastiere, si sono avvicinati al pop, senza smarrire le radici folk; la loro sonorità rimane affidata, innanzitutto, a strumenti come l’arpa celtica, il mandolino, l’armonica, il flauto e il tin whistles (zufolo di latta). Nel 1979, al gruppo si era unita la sorella di Màire, Eitne, conosciuta come Enya, che nel 1982 ha intrapreso la carriera solista.

In a Lifetime è una delle melodie essenziali degli anni Ottanta, l’armonioso duetto tra Màire e Bono anticipa quello di Don’t Give Up fra Peter Gabriel e Kate Bush.
Nelle dieci tracce di Macalla si ttrovano altre canzoni notevoli: Northern Skyline e Blackstairs, più pop, e la morbida Buachaill on Eirne, sussurrata in gaelico.

2184, mi ricordo

Mi ricordo il cinquantenne che chiede l’elemosina sul lato est di piazza dei Martiri, restando in ginocchio per ore.

Fatti miei 16, natura morta 1986

4 marzo 2018, ci mancava solo l’Election Day

Grande è la confusione sotto il cielo. Ed è destinata ad aumentare se, come sembra, le elezioni Politiche verranno a coincidere con quelle Regionali. A favore di questa ipotesi, il solito argomento del risparmio nella spesa, ma quasi 20 milioni di elettori sarebbero coinvolti in una doppia partita che si giocherà a geometria variabile.

Pare si voterà il 4 marzo (“Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare”, Lucio Dalla a Sanremo, 1971). Fossero accorpate le Regionali, coinvolgerebbero Lombardia, Lazio, Molise e Friuli Venezia Giulia (il cui statuto speciale consentirebbe di scegliere un’altra data, ma in caso di Election Day sarebbe assurdo).

Ora, immaginatevi un elettore di centro-sinistra che viva in Lombardia o nel Lazio. Fosse chiamato a votare per le Politiche, dovrebbe scegliere fra “nemici” come il Partito Democratico e Liberi e Uguali; lo stesso giorno alla stessa ora potrebbe trovarsi a votare per una coalizione che tiene insieme, a livello regionale, queste due forze politiche.

Il centro-destra avrebbe solo da guadagnarci: la coincidenza del voto nazionale e locale sarebbe evidenziata dalle contemporanee alleanze locali tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia.

Difficile valutare l’interesse del Movimento 5 stelle: potrebbe essere favorito dalle ulteriori contraddizioni in seno al centro-sinistra, ma solitamente paga un prezzo elettorale quando si vota solo per le Regionali.

Intuitivamente, i danni maggiori li pagherebbe Liberi e Uguali, a ruota il PD.