Muntari protesta, chiede rispetto, viene punito e scopre che ci sono leggi sul razzismo fatte solo per salvarsi la coscienza.

Scherzi del calendario: Toro, Samp, Crotone, Firenze, ora il Napoli e domenica il Genoa

Dunque, a Crotone si può pure pareggiare, e forse pure perdere se non ti regalano gol derivanti da una netta irregolarità.
Lo scrivo solo perché non sopporto quegli interisti afflitti da superiority complex, per i quali la vittoria è resa inevitabile dal nome e dallo scarto di reputazione (siamo l’Inter: e allora?). Se vai a Crotone contro una squadra con il sangue agli occhi, o sei nettamente più forte e gli segni due gol nella prima mezzora, così si calmano e pensano alla prossima, oppure vai a sbattere.

Non cambio idea sul senso di questo campionato, e non mi farebbe cambiare idea nemmeno una vittoria sul Napoli, che pure è possibile. Ma questa Inter inchiodata al settimo posto dopo 4 partite di rara bruttezza (il 2-2 con il Toro andrebbe rivalutato), continua ad accumulare sabbia negli ingranaggi.
Stasera, per esempio, temo vedremo ancora Nagatomo, mentre Miangue non gioca nemmeno a Cagliari e Ansaldi sta per farmi vincere la scommessa che avevo annunciato a luglio scorso: l’argentino è usurato, da 4-5 stagioni non arriva a giocare il 50% dei minuti e non gli accadrà nemmeno quest’anno. Prevedere un partitone di Callejon, non è difficile.
Poi, ci si mette anche la sfiga… Leggi il resto dell’articolo

Blue Valentine [id.], Derek Cianfrance, 2010 [Tv45] – 8

Come comincia un grande amore. E come può finire nella polvere. In mezzo, appena sei anni di vita, che il regista sceglie di non mostrarci. Non conosciamo l’inizio delle crepe, il loro allargarsi, da dove vengano le incomprensioni, i rimorsi, i litigi, l’incomunicabilità, l’insopportabilità che infine esplodono.

Tutto il film oscilla fra l’inizio e la fine, fra l’innamoramento come stato nascente e il collasso irrimediabile, fra dolcezza e amarezza, romanticismo e disgusto, agendo per sottrazione.
Dean e Cindy – Ryan Gosling e Michelle Williams – sono i poli magnetici. Si conoscono a New York, lui fa il facchino e demolitore, lei studia medicina e si occupa della nonna, l’unica persona della sua famiglia che non gli riversi malessere e infelicità. Del passato di Dean e Cindy ci viene detto pochissimo. Sappiamo che lei aveva una relazione con Bobby, un aitante ragazzone che forse l’ha messa incinta. Ma Cindy scopre la gravidanza quando già sta con Dean, e forse è l’atteggiamento di lui a convincerla a non abortire.

Ma di “forse” se ne possono ricavare tanti. La trama passa dal presente al passato con minimi preavvisi, i due ora vivono in un sobborgo della Pennsylvania, Dean fa l’imbianchino, Cindy è infermiera. Trascorrono un grottesco week-end in un albergo con stanze a tema, ma sesso e alcol non servono a nulla; nemmeno l’attaccamento della bambina può più riavvicinarli.
Due modelli di fotografia segnano il passare del tempo: il passato è girato in Super 16mm, il presente in digitale; ne derivano diverse temperature del colore, una diversa grana dell’immagine, differenze persino più intense dei cambiamenti fisici dei protagonisti (più vistoso quello di Gosling, appena accennato nella Williams).

Il fatto è che sia Gosling che Williams sembrano veri. Entrambi confezionano una splendida interpretazione, che rende credibile un amore che muore.

1955, mi ricordo

Mi ricordo quanti danni ha fatto la vocazione maggioritaria.

Fra Bolognini e Beccantini

Alla fine, ieri pomeriggio, ho dovuto fare il “bravo presentatore”.

Ma per chi non conosce “La squadra spezzata”, il libro di Luigi Bolognini, riproduco quanto ne avevo scritto, l’ottobre scorso.

Uscito nel 2007 per Limina, questo romanzo merita la riedizione accurata che gli offre un editore romano, capace di confezionare “oggetti” librari ormai inconfondibili, grazie alle copertine di Guido Scarabottolo e al progetto grafico di Silvana Amato.

Ho letto il romanzo quando uscì, mi è capitato di presentarlo in pubblico, Luigi è un amico e mi ha chiesto di rileggerlo mentre stava procedendo alla revisione del testo, dunque non può essere la trama a colpirmi. Ho la sensazione che i minimi interventi sul testo originario puntino a un obiettivo implicito: avvicinarsi ancora di più alla forma “romanzo”, senza disperdere nulla del contesto politico e dell’ancor più rilevante sfondo ambientale: il calcio, la Grande Ungheria, l’Aranycsapat di Puskas e Hidegkuti, Bozsik e Kocsis, una delle squadre che hanno reinventato il calcio e resteranno nei libri di storia pur senza aver vinto una Coppa del Mondo, per la sbalorditiva qualità estetica che riuscivano a esprimere. “Una squadra che faceva nascere il gusto per il bello”, un motivo di orgoglio popolare, una delle poche realizzazioni degli ideali del socialismo.

Un record storico, tuttavia, quella squadra se l’è conquistato e nessuno potrà cancellarlo: il 25 novembre 1953, un mercoledì, ha infranto l’inviolabilità casalinga degli inventori del gioco, un leggendario 3-6 a Wembley confermato con un umiliante 7-1 al Népstadion di Budapest, qualche mese dopo. Una doppia, crudele lezione alla storica supponenza inglese. Non so quali immagini avesse visto, ma mio babbo è sempre rimasto convinto che nessuna squadra (non il Brasile del ’58, non l’Olanda dei primi Settanta) abbia giocato così bene come quell’Ungheria.

Mio babbo era comunista. Come gran parte dei personaggi reali o immaginari che Bolognini fa rivivere nelle strade di Budapest, nel periodo compreso fra l’edificazione del Népstadion e la sanguinosa fine della Rivoluzione del 1956.
Gábor è il Nemecsek della via Pál. Il padre Lajos lavora in un’acciaieria. A nove anni, porta il figlio a partecipare alle domeniche di lavoro volontario per costruire il Népstadion, quando le macerie della guerra ancora ingombrano le strade. Di quattro anni più grande, Sándor è il figlio del custode dello stadio della Honvéd, la squadra che si chiamava Kispest come il quartiere dove si trova lo stadio.
Gábor è fra i raccattapalle del 7-1 agli inglesi al Népstadion, il 23 maggio 1954. Il suo compleanno cade il 3 luglio, la mamma Ilona gli regala una maglia rossa con il 10 sullo schiena, come Puskás… il 4 è il giorno della finale della Coppa del Mondo 1954. A Budapest c’è il sole, a Berna piove. Il 4 luglio 1954 si concretizza la più grande delusione nella storia dell’Ungheria, il “miracolo di Berna” nella versione tedesco-occidentale (senza dimenticare le amfetamine e i tacchetti svitabili dell’Adidas, su cui poterono contare i vincitori).

Sándor ha l’età per confezionare un ragionamento politico, che Gábor ascolta attonito. L’amico è contento che si sia perso, “serviva perdere la Rimet per ribellarsi. Per la dittatura non protesta nessuno”.

Renzi sempre più simile a Pirro

Domani i gazebo stabiliranno se il Pd è diventato il Partito di Renzi, come molti pensano, o rimane un contenitore attraversato da culture diverse.
Dipende dalle dimensioni della vittoria di Renzi e, ancora prima, dalle dimensioni della partecipazione al voto.

Non so su quali basi gli analisti facciano previsioni, ma sarei stupito se i gazebo restassero semivuoti (un milione di votanti) e ancor di più se vi fossero lunghe code (oltre due milioni). Questo congresso non ha emozionato nessuno, si è rivelato per quello che molti avevano previsto: l’occasione necessaria a Renzi per risalire in sella dopo la caduta del 4 Dicembre.
Ma nemmeno i più ostili a Renzi (io sono fra gli ostili, ma ne conosco di molto più ostili che stanno ancora nel Pd) potevano prevedere un congresso così moscio, privo di pathos, incapace di suscitare dibattito pubblico.
Il 2 marzo proponevo un instant poll ai frequentatori di questo blog: ne ricopio le risposte, e chiedo di fare nuove previsioni sull’afflusso e sul voto a Renzi nella giornata di domani…

I tre candidati si possono riassumere così.

Emiliano: con Renzi leader si perde, questo partito non ha più niente di sinistra, ci votano i ricchi e non ci votano i poveri, maledizione a quelli che se ne sono andati, altrimenti avrei potuto rappresentare un’alternativa.

Orlando: con Renzi leader si perde, l’avessi saputo prima non avrei fatto il ministro di Renzi per mille giorni, ma se adesso ottengo un buon risultato magari Matteo la smette di ascoltare solo il Giglio Magico e di comandarci a bacchetta.

Renzi: il 4 Dicembre avevo ragione io ma gli italiani non mi hanno capito, le bandiere rosse e i pugni chiusi sono reperti del passato, proverò a copiare Macron per battere i 5 stelle e fare le larghe intese con Berlusconi.

Al netto della caricatura sintetica, la mia opinione è che Renzi per primo avrebbe bisogno di primarie con una larga partecipazione e con un buon successo dei suoi due antagonisti. Non so se lo capisce, ma stravincere apre solo la strada a nuove scissioni, e alla definitiva certificazione dell’esistenza del Partito di Renzi.

In tutto questo, che lo sbiadito presidente del consiglio senta il bisogno di appoggiare esplicitamente chi l’ha insediato a Palazzo Chigi, fa solo capire che non siamo di fronte a dei geni della politica. Non sarà Gentiloni il premier dopo le elezioni del 2018.

1954, mi ricordo

Mi ricordo il meraviglioso inno della DDR e il tono di blu delle loro maglie.

La famiglia Addams [The Addams Family], Barry Sonnenfeld, 1991 [Tv38] – 6

Gomez: “Fumo da quando avevo cinque anni. Mamma insisteva tanto”.
Morticia: “Non devi torturarti così Gomez, a quello penso io”.

Raúl Juliá è Gomez Addams, Anjelica Huston sua moglie Morticia, Christopher Lloyd interpreta lo zio Fester Addams (che in realtà è o crede di essere Gordon Craven) Christina Ricci è Mercoledì Addams e Jimmy Workman il suo fratellino Pugsley, Judith Malina incarna la Nonna Addams (e Carel Struycken fa il cadaverico maggiordomo): il cast è perfetto, fisiognomica, trucco e costumi proiettano gli attori in un’atmosfere fatata, da favola nera, in cui il politicamente scorretto è sempre capovolto, ogni morale edificante viene scardinata, ogni scelta estetica vira verso il macabro.

La storia comincia nel perenne, inconsolabile rimpianto per la scomparsa dello zio Fester, il fratello di Gomez; fra i due fratelli, era scoppiata una rivalità per due donne; fallisce l’ennesima seduta spiritica per contattare Fester in qualche Aldilà… Ma gli Addams sono ricchissimi, e le loro ricchezze innescano un piano per derubarli: un finto Fester (peraltro identico all’originale) si intrufola nello spettrale castello e cerca la via del tesoro.
Ritrovato l’amatissimo fratello dopo 25 anni, Gomez non vede, anzi non vuole vedere ciò che Morticia e Mercoledì hanno presto intuito. Ma le dinamiche familiari e i legami di sangue si rivelano più forti di tutto; anche di una profonda amnesia scaturita da un trauma vissuto nel Triangolo delle Bermude.

Nati da una striscia comica degli anni Trenta, gli Addams continuano a rappresentare una caricatura della famiglia modello americana. Ma la versione cinematografica risulta meno divertente della serie televisiva.
La recita scolastica di Mercoledì e del fratellino mi pare la scena più travolgente, quella che ti spinge a chiederti come si possa ridere anche sullo splatter.

Verso il 4-3-3 (l’anno prossimo)

Eviterei, alla fine di questa stagione fallimentare, di sottopormi anche nel mese di maggio a inutili sofferenze: solo una vittoria contro il Napoli, decisamente improbabile, può riaprire spiragli europei, ma il giudizio su questo gruppo non cambierebbe.
Servono una dozzina di cessioni e una decina di acquisti.
E siccome non arriveranno né Conte né Simeone, e sarebbe folle pensare al 2017-18 come a un’altra stagione di transizione in vista del supposto arrivo del Cholo, la vera discriminante diventa: chi li fa gli acquisti?

Voglio dire: senza un allenatore, con le sue preferenze individuali e le sue idee tattiche, il rischio è di rinnovare l’equivoco Banega, acquistato contro il parere del Mancio. In un mondo ideale e un’Inter ideale – obiettivi analogamente distanti – i calciatori li sceglie la società, e l’allenatore si limita ad allenarli. All’Inter, invece, sappiamo che l’allenatore ideale è un misto di Gengis Khan e del Gladiatore, un condottiero che si fa seguire fino al burrone, e oltre. E siamo sempre alla ricerca di chi si avvicini a questo identikit.

Leggo di trattative avanzate per Krychowiak e Strootman, e la prima cosa che penso è che questo significa abbandonare il pessimo 4-2-3-1.
Gagliardini è 1.88, il polacco e l’olandese 1.87; una mediana così mi darebbe molto affidamento, soprattutto pensando all’alternanza di uno dei tre con Joao Mario. Non credo si vorrà ancora insistere su una mediana a due e su Icardi unica punta: troppi dati depongono a sfavore.

Gregorz Krychowiak temo abbia un ingaggio faraonico (vai a Parigi per quello) e Kevin Strootman viene da un gravissimo infortunio; ma entrambi mi piacciono, perché abbinano grinta e geometria; il polacco non è esattamente un regista e l’olandese segna poco, ma con un trio così sulla mediana, si può osare un vero tridente d’attacco (esempio: Berardi, Icardi, Perisic).

Potendo scegliere, preferirei Nainggolan a Strootman e Verratti a Krychowiak (voluto al PSG da Emery, che l’aveva allenato due anni a Siviglia: 10 presenze su 50 partite, finora…). Ma si illude chi crede che bastino i soldi per portare all’Inter i grandi campioni. Costoro scelgono di andare dove immaginano di vincere, e l’Inter sta ancora concludendo il Master settennale su come si precipita dal tetto del mondo.

Porcupine, The Echo & the Bunnymen (Korova, 1983)

LA PUNTINA SUL VINILE 23.

Lo so, ha poco senso cercare un colpevole, ma la qualità di canzoni come The Cutter, Heads Will Roll e My White Devil spinge a chiedersi come mai questo gruppo non abbia raggiunto una fama planetaria.
Chitarre elettriche lancinanti, un sound potente innervato da una base ritmica dalle qualità non dissimili dai primi U2 o dagli ultimi Joy Division, eppure sono rimasti nel limbo di una new wave inesplosa.

Forse la “colpa” è della voce, cioè del leader, Ian McCulloch, che sembra inseguire il fantasma di Jim Morrison, ma risulta monocorde. La band sono Will Sergeant (chitarra), Les Pattinson (basso) e Pete de Freitas (batteria elettronica: morirà nel giugno 1989 in un incidente motociclistico).

Con una compattezza levigata, queste 10 tracce passano in un lampo. Era il terzo album della band di Liverpool, decisa a sfuggire a ogni categoria (post beat, brit pop, new wave).

Qui provano ad aggiungere sprazzi di violino; certe melodie galleggiano su una voce aspra, che non riesce a essere romantica e trasmette una cupa deriva esistenziale.

1953, mi ricordo

Mi ricordo di aspettare l’inizio del notiziario radiofonico regionale, scommettendo sulle temperature previste.

Paris blues [id.], Martin Ritt, 1961 [Tv42] – 6

Due jazzisti americani – Paul Newman e Sydney Poitier – si sono da anni trasferiti a Parigi e inseguono il successo. Incontrano due affascinanti connazionali – Joanne Woodward e Diahann Carroll – all’inizio di due settimane di vacanza. Fra le due coppie bianche le due coppie afroamericane si sviluppa una forte attrazione, che presto entra in rotta di collisione con le decisioni prese dai due musicisti. Tornare in America e farsi una famiglia, o insistere nella ricerca di realizzazione di sé intorno alla musica?

Musiche di Duke Ellington (nomination all’Oscar), fotografia in bianco e nero di Christian Matras, le umide cantine notturne e le molli passeggiate sul lungosenna, la travolgente incursione di Louis Armstrong, l’esordio di Serge Reggiani nei panni di un chitarrista zingaro (omaggio, non dichiarato, a Django Reinhardt), la collaudata chimica dei corpi fra Newman e Woodward (sposati da tre anni e destinati a vivere insieme per mezzo secolo) e quella non meno immediata fra Poitier e Carroll… il film ha tante, singole qualità. Gli manca il lievito: resta poco appassionante, irrisolto sul piano sentimentale e un po’ melodrammatico.

Poco importa che siano davvero Newman e Poitier a suonare contrabbasso e sassofono (ne dubito), o si limitino a maneggiare gli strumenti: sono i loro caratteri a essere legnosi, stereotipati, e anche l’ambientazione – la fumosa nicchia dei club parigini in cui impazza le jam-sessions – resta decorativa e superficiale.

Un nucleo tematico è dato dal conflitto su come affrontare il razzismo, che vede i due afroamericani su sponde opposte (lui se n’è andato anche per questo, e Parigi non l’ha deluso; lei è del genere che vuol far crescere i figli in un’America diversa). Alla fine, la scelta esistenziale dei due musicisti risulta antitetica, ma poteva finire all’opposto con analoga, fredda credibilità.

In memoria di Giorgio Guazzaloca, al posto giusto al momento giusto nel far cadere “il Muro di Bologna”: ci sono stati sindaci peggiori.

Come la Sinistra ha perduto Bologna*
* questo articolo è uscito in tutte le edizioni di «Le Monde diplomatique» del settembre 2000

D’Alema si dimette. Il suo partito passa da una sconfitta all’altra. La coalizione di centro-sinistra annaspa, e pare sempre più un guscio vuoto… Se tutti indicano la caduta del governo Prodi come origine di questo precipizio, “il crollo del Muro di Bologna” ha rappresentato il segnale d’allarme più vistoso, un “ricambio che finisce sui giornali in Nuova Zelanda” (1). Il 27 giugno 1999, dopo 54 anni di governo ininterrotto, la sinistra ha perduto una delle sue capitali politiche e simboliche, e Giorgio Guazzaloca, al ballottaggio, è diventato sindaco di Bologna col 50,69% dei voti…

QUI

COMMENT LA GAUCHE A PERDU BOLOGNE
Le 27 juin 1999, après avoir été gouvernée sans interruption par la gauche pendant cinquante-quatre années, Bologne a porté M. Giorgio Guazzaloca (centre-droit) à la mairie. Plus qu’un symbole, ce changement a anticipé l’écroulement structurel de la gauche dans les régions les plus riches de l’Italie et constitué le symptôme le plus frappant du catastrophique tournant à droite du pays…

THE DECLINE OF ITALY’S RED CITY
In June last year a centre-right mayor, Giorgio Guazzaloca, was elected in Bologna, capital of red Emilia-Romagna where the left had held sway for 54 years. This seismic change heralded the comprehensive collapse of the left in Italy’s rich industrial heartland, a disastrous country-wide lurch to the right and the triumph of Silvio Berlusconi…

COMO A ESQUERDA PERDEU BOLONHA
Em 27 de junho de 1999, depois de ter sido governada sem interrupção pela esquerda durante cinqüenta e quatro anos, Bolonha elegeu um prefeito de centro-direita. Mais que um símbolo, essa derrota é um sintoma de uma guinada do país…

DE CÒMO LA IZQUIERDA ITALIANA PERDIÒ BOLOGNA
El 27-6-1999, luego de cuarenta y cinco años de gobierno ininterrumpido de la izquierda, los ciudadanos de Bolonia llevaron a Giorgio Guazzaloca (centroderecha) a la alcaldía. Más que un símbolo, este cambio anticipó el desmoronamiento estructural de la izquierda en las regiones más ricas de Italia y constituyó el síntoma más impresionante del catástrofico viraje a la derecha del país…

EINDE VAN EEN RODE ITALIAANSE STAD. DE VAL VAN BOLOGNA
In juni van het afgelopen jaar werd de centrum-rechtse Giorgio Guazzaloca gekozen als burgemeester van Bologna, de stad die 54 jaar lang in de handen van links was geweest. Deze aardverschuiving was de voorbode van de ineenstorting van links in het geïndustrialiseerde hart van Italië en een ruk naar rechts in de rest van het land…