Purché non sia una vittoria di Pirro

Si respirava l’aria di Inter-Pordenone. Sufficienza, anzi supponenza; senso di superiorità, troppi sorrisi in panchina, la facilità elementare che porta al gol di testa del più basso, due, tre, quattro occasioni sprecate con leziosità per le quali Conte avrebbe ruggito, mentre Inzaghi digeriva pazientemente, consapevole che l’errore di partenza era stato suo: non puoi giocare contro una delle più belle squadre di Serie A con nove riserve.

È finita con due disastri: Correa fermo per almeno un mese e altri tempi supplementari nelle gambe di calciatori già affaticati. Ma è finita con una vittoria, il rischio è che il risultato nasconda il significato.

Cerco di non essere ipocrita, ma partite come quella di ieri sera mi fanno pensare che con un paio di gravi infortuni – di quelli che hanno martoriato il Napoli, innanzitutto, ma anche Milan e Juve – questa Inter arriverebbe quarta. Fossi nel procuratore di Brozovic, chiederei un milione in più di quelli già accettati dalla società. Semplicemente, senza Brozovic, l’Inter non sa impostare l’azione da dietro, deve snaturarsi, allungarsi, spaccarsi in due, esporsi al contropiede com’era capitato solo contro il Real Madrid. Se poi la vinci con il più bel gol in carriera di Andrea Ranocchia e lo shot di uno che avevi già impacchettato per Genova e che l’ultima volta aveva segnato prima della pandemia, devi saperla riconoscere, la fortuna (il suo sguardo muta repentinamente) e intervenire subito sul mercato. Di acquisti, se parte Sensi, ne servono due.

Pagelle in breve, al solo scopo di sottolineare i demeriti.

Radu 6 / D’Ambrosio 6 / Ranocchia 7, ma dietro ha sbandato parecchio / Dimarco 5,5 / Dumfries 6, gli va spiegato che ogni tanto deve cercare l’uno contro uno / Darmian 5,5 / Vecino 4,5, fuori ruolo, fuori forma, tanto vale metterlo fuori rosa / Gagliardini 5, l’arbitro lo prende di mira – Sacchi 4: è una di quelle serate in cui l’arbitro fischia al solo scopo di dimostrare che lui non è succube dello squadrone, e nel dubbio le fischia tutte per la squadretta – ma lui è legnoso come nelle serate peggiori / Vidal 6,5, ha un’ora di autonomia, ma era l’unico centrocampista da Inter / Correa sv, al quarto infortunio muscolare in una squadra che non ha avuto infortuni muscolari / Sanchez 7, esagera coi tocchetti ma anche stavolta è decisivo / Lautaro 4, indisponente, sbaglia tre gol ma soprattutto sbaglia dieci “scelte” / Dzeko 6,5, enciclopedia vivente sul come rendersi utili anche col il fiatone / Calhanoglu 5, pessime scelte, sembra così molle da non avere nemmeno la forza di calciare gli angoli / Perisic 5,5 / Barella 6,5 / Sensi 9, gol indimenticabile, dopo aver sbagliato palloni elementari / Inzaghi 5, la rimedia, ma non ha motivi per essere orgoglioso: si riveda le formazioni schierate da Juve e Milan, Atalanta e Napoli, Fiorentina e Lazio, e poi ci dica se questo è il modo per “onorare la Coppa”.

Perché in tutti i sondaggi fra i tifosi brasiliani, #Garrincha risulta più amato di #Pelé

GarrinchaDai ricordi di Nilton Santos:
“Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno”.

Alex Bellos si mette sulle tracce del campione e torna al suo paese natale, Pau Grande, dove incontra l’ultimo dei tredici figli rimasti da quelle parti:
“Il suo vero nome è Terezinha, ma lei preferisce Nenel, il soprannome datole proprio dal babbo. Nenel sorride spesso e volentieri, esibendo il labbro leporino e una fila di denti cariati. Ha un paio di occhi grandi, mento lungo e capigliatura arruffata. Lo squallore della sua stanza è scioccante anche senza sapere chi fosse suo padre. Vive in una stanza che sarà al massimo due metri per due, assieme al figlio di ventidue anni. L’arredamento è costituito da un vecchio letto a una piazza, un grande frigorifero rosso (pieno di birra), un piccolo televisore sintonizzato su una partita di calcio pomeridiana cui nessuno presta attenzione”.

#Garrincha. Un uccellino chiamato Mané, Luis Antezana, Crocetti, 1998 (2002)

Filologo boliviano, in una serie di brevi saggi, Antezana propone una serie di riflessioni sul calcio che ama. “Mi piacciono più i passaggi che i gol: amo maggiormente gli aspetti ‘inutili’ del gioco rispetto a quelli, diciamo così, redditizi; godo delle giocate di abilità individuale o collettiva più che dei forcing dietro una palla lunga”.

Antezana si dice convinto del fatto che la rivoluzione sportiva del Ventesimo secolo vada collocata a fianco delle rivoluzioni elettronica, femminista, ecologica, “che hanno determinato il cambiamento del nostro modo di vivere e di pensare. Il mondo contemporaneo non è semplicemente invaso dalle attività sportive; lo sport è uno dei meccanismi di socializzazione più diffusi e radicati”.

Ho letto e riletto le due pagine dedicate alla “fama postuma” di Walter Benjamin, con citazioni di Hannah Arendt.

Quanto a Garrincha… Non esiste altro luogo al mondo in cui il calcio abbia un significato sociale e culturale pari a quello che assume in Brasile (che è poi la nazionale contro cui l’Italia ha perso due finali di Coppa del mondo).

“L’angelo dalle gambe storte” e dalla corsa sbilenca, viene ricordato per l’allegria che suscitava: artefice di gesti gratuiti, quelli che spingono il calcio sul terreno dell’arte, Garrincha è un eroe tragico, “un uomo che affonda nella miseria (dell’alcolismo e dell’alienazione) e vi si perde dopo aver dato prova delle più alte capacità artistiche ed essere stato oggetto di idolatrico riconoscimento da parte della sua comunità di appartenenza”.

Garrincha è l’eccezione alla regola, il trionfo dell’effimero, dell’inutile che magicamente evolve in efficacia. Con la maglia del Botafogo, vince tre campionati carioca (1957, 1961, 1962).

I destini opposti di Pelè e Garrincha: ricchezza, regalità e potere il primo; miseria, desolazione e amore popolare il secondo. Gli altri giocano per vincere, Garrincha gioca per divertirsi, perciò lo chiamano “l’allegria del popolo”; è un “genio intuitivo”, infantile, un Forrest Gump – scrive Antezana, “un ritardato mentale che realizza imprese sportive ed eroiche senza avere la minima idea di ciò che sta facendo”.

American Psycho, Mary Harron, 2000 [filmTv09] – 6

Lessi il romanzo, un quarto di secolo fa, e non ricordo lettura più agghiacciante e orrorifica. Varie volte dovetti chiudere il libro, non riuscendo a proseguire. Anni dopo, ho evitato di andare al cinema per verificare come avessero messo in scena quelle pagine. Cosa mi ha convinto a vederlo? 1) il fascino della paura. 2) il telecomando. 3) un cast strepitoso, anche se Oscar e Nominations sono venuti dopo: Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Reese Witherspoon, Chloe Sevigny e Justin Theroux.

Non conosco personaggi più efferati di Patrick Bateman. Nemmeno Hannibal Lecter arriva a tanto, perché Bateman è la quintessenza della depravazione e non ha il minimo motivo per essere depravato. Giovane, ricco, affascinante, con bella fidanzata e bella amante, nessun vizio gli è precluso. Bret Easton Ellis lo volle immaginare come uno yuppie nell’America di Reagan. Allo scrittore vanno riconosciute intuizioni geniali: l’ossessione per i biglietti da visita, la spasmodica cura del corpo, un ambiente in cui tutti somigliano a tutti, il banale nozionismo associato alla muzak (Bateman ama Phil Collins e i Genesis più scialbi, Huey Lewis e Whitney Houston).

Bale era già un grande attore: riesce a dare spessore al malefico narcisismo di Bateman, ma la mole di situazioni ammucchiate nel romanzo non trova adeguato svolgimento nel film. L’indagine di polizia resta un’occasione perduta, l’odio verso il genere umano è reso con un po’ di sarcasmo. La deflagrante perdita di controllo arriva come se l’Alex di Arancia meccanica avesse esagerato con il Latte Più.

L’ascia, l’accetta, il set di affilatissimi coltelli, la pistola sparachiodi, la motosega, le teste mozzate nel frigorifero e gli esperimenti di cannibalismo si susseguono senza sfiorare il puro orrore della pagina. Forse la versione di Netflix è stata sforbiciata in più punti.

Di questa regista canadese, ho visto L’Altra Grace, miniserie con la splendida Sarah Gadon, e vorrei recuperare La scandalosa vita di Betty Page.

3673, mi ricordo

Mi ricordo le famose Vittorie di Pirro.

Inter-Empoli, durante. 2

Inter-Empoli, durante 1

Inter-Empoli, prima

Kim, Rudyard Kipling, 1901

Kimball O’Hara “se ne stava, a dispetto delle ordinanze municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah, di fronte a quella che gli indigeni chiamano la Casa delle Meraviglie e che è il museo di Lahore”. All’epoca, la città di Lahore, nell’alta valle del fiume Indo, era nell’India sotto il dominio britannico (oggi fa parte del Pakistan).

Kim “non faceva niente, e con enorme successo”: orfano di un sergente irlandese e di una bambinaia inglese, veniva accudito dall’ultima amante meticcia del padre, rimasto vedovo. Il bambino conduce un’esistenza vagabonda nelle strade polverose dell’India. Passa le sue giornate mendicando o svolgendo piccole commissioni; occasionalmente, si trova a lavorare per Mahbub Alì, un commerciante pashtun di cavalli, nonché spia indigena al servizio degli inglesi. È così immerso nella cultura locale, che pochi sembrano rendersi conto che Kim è d’origine europea: porta sempre con sé un pacchetto con i documenti lasciati dal padre.

Il tempo del romanzo è quello che segue la seconda guerra anglo-afghana, fra il 1893 e il 1898, sullo sfondo del conflitto tra la Russia e l’Impero britannico. Fu proprio il romanzo di Kipling a rendere popolare il concetto di “Grande Gioco”, introducendo il tema delle rivalità e dell’intrigo spionistico tra le grandi potenze per il controllo dell’Asia centrale.

Dalle vicende personali di Kimball O’Hara, si ricava un secondo conflitto, tra i valori di un’antica civiltà e quelli del colonialismo europeo.

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Viva le donne, ma al dunque…

La petite marchande d’allumettes, Jean Renoir e Jean Tedesco, 1928 [filmTv10] – 9

Le sorprese di Netflix… Non sapevo dell’esistenza di questo mediometraggio ispirato a La piccola fiammiferaia, di Hans Christian Andersen. Leggo che è firmato “Jean Renoir”, e comincio a vederlo.

Muto, bianco e nero, quattro attori, la piccola fiammiferaia è interpretata da Catherine Hessling, nome d’arte di Andrée Madeleine Heuschling, all’epoca ventottenne sposata con il regista, dopo aver fatto da modella a Pierre-Auguste, il padre pittore (Le bagnanti è il dipinto che la immortala). La sorpresa raddoppia a metà film: gli autori, che avevano cominciato con un’impronta realistica e melodrammatica, virano bruscamente verso una parentesi onirica, a metà fra il cartoon e le invenzioni fantastiche “alla-Meliès”. Mi piace pensare che alla Pixar ne abbiano ricavato qualche ispirazione per i Toys.

Notte di Capodanno: Karen, bionda ed esile fiammiferaia, esce dalla sua baracca e vaga nella tormenta, confidando di vendere qualche scatola di fiammiferi, ma va a sbattere contro l’indifferenza delle persone che le passano accanto. Affamata, stremata dal freddo, cerca riparo sotto un’impalcatura, le forze la abbandonano e sprofonda in uno stato d’incoscienza: il pubblico osserva le visioni della piccola fiammiferaia subito prima di morire assiderata.

Le riprese avvennero fra l’agosto 1927 e il gennaio 1928; prima proiezione pubblica il 31 marzo 1928 a Ginevra. Il mitico Georges Sadoul scrisse che la pellicola “risente di molte influenze espressioniste e surrealiste”, e Renoir ha descritto vari espedienti – oggi li chiameremmo effetti speciali – per ottenere quel particolare tipo di illuminazione (“impiego di lampadine elettriche leggermente survoltate”) e quelle scenografie (”ci facevamo da soli anche gli scenari, i modellini, i costumi”). Giusto citare l’operatore alla fotografia, Jean Bachelet, che contribuì in modo decisivo a questo piccolo capolavoro.

3672, mi ricordo

Mi ricordo Regioni che “riconteggiano” i morti e ne scoprono 70 in più, a dare il senso dello spessore di chi ci governa.

Era l’Inter. Era la Juve. Era sempre l’AIA.

Effetti collaterali [Side Effects], Steven Soderbergh 2013 [filmTv11] – 7

Effetti collaterali - 2013 - Steven Soderbergh

L’avevo visto sei anni fa, ne ho avuto il sospetto in vari momenti, poi è arrivata la scena che mi ha tolto ogni dubbio. La sensazione è triste…

Al detective che gli chiede la ragione del suo trasferimento oltre-oceano, lo psicanalista offre la risposta perfetta: “Quando in Inghilterra si va dallo psichiatra e si prendono pillole è perché si sta male, negli Stati Uniti invece è per stare meglio”.

Psicofarmaci, malattia mentale, sedute di terapia, cura della depressione o almeno dei suoi sintomi più dolorosi: Soderbergh si muove in un ambiente di somma ambiguità, collocandovi due analisti – Jude Law e Catherine Zeta-Jones – e una coppia – Rooney Mara e Channing Tatum – che non riesce a ritrovarsi dopo l’uscita dal carcere di lui, un broker che aveva cercato una scorciatoia per la ricchezza.

Ora la giovane moglie sembra incapace di sfuggire alla depressione: piange, non ha voglia di sesso, piede sull’acceleratore va a sbattere contro un muro (ma si era allacciata la cintura di sicurezza). Accetta di andare in cura da un analista sulla cresta dell’onda, che si presta, lautamente pagato, a prescriverle un nuovo farmaco di cui sono ancora sconosciuti gli effetti collaterali. Insonnia, dissociazione emotiva, perdita di appetito e di memoria, sonnambulismo… dal cocktail micidiale, deriva un cadavere.

Il film entra nella logica del thriller: la polizia non può riaprire le indagini su chi è già stato considerato innocente, il siero della verità non assicura alcuna verità, il segreto professionale è strumentalizzato per costruire una trappola, la prospettiva di un elettroshock fa saltare i nervi.

La prima ora è notevole, la critica al consumismo farmaceutico va a segno, ma si accumulano troppi ingredienti e il ritrarsi nei canoni del genere – ascesa e caduta, colpo di scena e lieto fine – risulta forzato. Fra manipolatori e vittime, pare luciferina la capacità di fingere assegnata al personaggio di Rooney Mara, una sorta di Audrey Hepburn corrotta dal peccato originale.

Cronache romane, Stendhal

Stendhal conobbe l’Italia nell’anno 1800, quando entrò per la prima volta a Milano e ancora si chiamava Henri Beyle, aveva diciassette anni ed era arruolato nel reggimento dei Dragoni al seguito del Primo Console Bonaparte. Fra gli anni Venti e Trenta del XIX secolo, Stendhal scrisse una notevole quantità di opere dedicate all’Italia. Il culmine sarebbe arrivato nel 1839 con la pubblicazione della Certosa di Parma, ma prima diede alle stampe la Storia della pittura in Italia, e poi Roma, Napoli e Firenze, del 1817, poi la Vita di Rossini del 1823 seguita dalle Passeggiate romane e Vanina Vanini del 1829, oltre alle “cronache” qui riunite.

Sono storie di “divoranti passioni”, stracolme di avvenimenti e pressoché prive di psicologie, che non siano elementari. In Italia, nel XVI e XVII secolo, “l’amore ha disseminato tanti avvenimenti tragici” e “l’odio, in questo bel paese, non sorge mai da motivi di interesse”. Stendhal sostiene di essersi limitato a ricopiare “cronache” intrise di potentissime emozioni, dominate da quella passionalità che attribuiva agli italiani.

E poi, la stilettata fatale, da un francese che amava il nostro paese e aveva imparato a conoscere il carattere degli italiani: “La prima cosa da fare, se si vuol conoscere la storia d’Italia, è evitare di leggere gli autori generalmente approvati: nessuno meglio di loro conosceva il prezzo della menzogna, nessuno più di loro ne sapeva ricavare lauti compensi”.

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Non confondere il miglior attacco con i migliori attaccanti

Edin Dzeko ha segnato un solo gol nelle ultime 12 partite di campionato.

Lautaro Martinez ha segnato 3 gol su azione nelle ultime 18.

Joaquin Correa ha segnato due doppiette decisive, ma non ha lasciato il segno in nessuna delle altre 17 partite in cui è sceso in campo (670 minuti complessivi).

Alexis Sanchez, eroe mitologico della Supercoppa, ha segnato appena due volte in campionato, in partite finite 4-0 e 5-0 (675 minuti complessivi).

Nella stessa partita, Lautaro e Dzeko hanno segnato solo in tre occasioni: nel 6-1 al Bologna, nel 2-2 all’Atalanta e nell’1-2 al Sassuolo; dal 2 ottobre non è più successo.

Esattamente un anno fa, Romelu Lukaku aveva già segnato 20 dei suoi 30 gol stagionali.

L’Inter ha finora giocato 28 partite, segnando in 24: non c’è riuscita contro il Real Madrid (due volte), a Donetsk e domenica sera a Bergamo.

In 19 partite, l’Inter ha segnato almeno due gol.

In campionato, l’Inter viaggia al ritmo di 2,42 gol a partita (51 in 21).

Sommando i gol fatti dai quattro attaccanti, si arriva a 31 su 61 (23 su 51 in campionato). Sono i gol segnati da 12 difensori e centrocampisti a spiegare il primo posto in classifica.

Non c’è più la LuLa, e purtroppo nessuna combinazione fra quelle possibili utilizzando i nostri quattro attaccanti può avvicinarsi al rendimento di quella micidiale macchina da gol, che nella stagione scorsa garantì 49 gol in 48 partite.

Questi numeri a me pare dicano una cosa semplice: Inzaghi sta facendo miracoli con una squadra inferiore a quella allenata da Conte.

3671, mi ricordo

Mi ricordo quando il derelitto Spezia cominciò a scendere a San Siro.

Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto, Riccardo Milani, 2021 [filmTv4] – 6

Era giusto farlo il sequel (2017), per un paio di motivi: la chimica che si sprigiona fra Paola Cortellesi e Antonio Albanese, e le potenzialità comiche derivanti dalle abissali distanze antropologiche fra Monica e Giovanni.

A quattro anni di distanza, li ritroviamo separati: si erano piaciuti, ci avevano provato, ma non aveva funzionato, troppo grandi le differenze e le rispettive esperienze, troppo impacciati loro nell’affrontarle. Ma, ecco il primo messaggio edificante, i loro figli stanno per riprovarci, dopo che, per puro caso, si sono rivisti a Londra (Erasmus lei, lavoro lui).

Monica deve pagare il prezzo di un furto eseguito dalle gemelle cleptomani (Valentina e Alessandra Giudicessa, in arte Pamela e Sue Ellen); per evitare il carcere, chiede aiuto a Giovanni, che ora vive insieme a Camilla (Sarah Felberbaum), con la quale sta ultimando il progetto di un ambizioso centro culturale nella sperduta periferia romana. Sono gli agganci politici di Giovanni che consentono a Monica di cavarsela con un po’ di servizi socialmente utili: dovrà scontarli presso una comunità di suore, che, guarda caso, si trova proprio accanto al nuovo centro culturale.

Oltre al ritorno delle gemelle, nel sequel riappaiono gli ex coniugi di Monica e Giovanni (Claudio Amendola  e Sonia Bergamasco), e viene introdotta la figura di un parroco molto attraente (Luca Argentero). È inevitabile che fra i due protagonisti tornino certi pensieri, anche perché Camilla viene ritratta in modo odioso e il prete non può che rimanere un sogno. Ma gli autori si pongono obiettivi più ardui: rinnovare la coscienza sociale di Giovanni e innescare in Monica un barlume di idea sul valore emancipatorio della cultura.

L’ambizione resta sulla carta. Troppi personaggi restano macchiette. Dopo La grande bellezza, non c’è film che non proponga qualche scorcio fantastico di Roma: stavolta, l’interno della Fontana di Trevi. Finirà con uno zuccheroso volemose bene, sulla spiaggia di Coccia di Morto.

Al voto, un romano su nove

Il giocatore, Fedor #Dostoevskij, 1867

Zero, Rouge et Noir, Pair et Dispair, Manque (1/18) e Passe (19/36): il linguaggio della roulette si impara presto, ma è “possibile che non ci sia modo di avvicinarsi al tavolo da gioco senza essere subito contagiati dalla superstizione?”.

Il protagonista, Aleksej Ivanovič, è il giovane precettore al seguito di un generale rovinato, che attende impazientemente la morte della “nonna” e l’eredità che potrà derivarne. Il luogo è la stazione termale di Roulettenburg (forse ispirata a Baden-Baden), in Renania.

Aleksej è povero e non ha mai giocato. Pensa che “la roulette sia l’unica via d’uscita”, la “salvezza”; ha “necessità di vincere” perché è innamorato di Polina e sa che solo grazie al denaro può diventare ai suoi occhi “un altro uomo”.

La bellissima Polina è la figliastra del generale: “alta e snella. Solo è molto sottile. Mi sembra che si potrebbe farne un nodo e piegarla in due”. Mademoiselle Blanche, che sposerebbe il generale per l’eredità, è stata una giocatrice accanita, aveva perso tutto ed era stata espulsa dalla città. Tornata ricca, non gioca più e fa prestiti a tassi da usura.

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3670, mi ricordo

Mi ricordo il rumore agghiacciante emesso da una pistola sparachiodi.

Atalanta-Inter, prima

L’Inter viene dalla vittoria più sofferta, rocambolesca ed entusiasmante degli ultimi anni. Vincere la Supercoppa è comunque bellissimo, chi minimizza dovrebbe sforzare la fantasia e ipotizzare cosa sarebbe successo se l’avessimo persa ai rigori (già fatico a immaginare i nomi dei nostri cinque rigoristi).

Vittorie così, diventano indimenticabili. La Coppa del Mondo per Club vinta da Benitez è avvolta in una nebbia misteriosa (segnò pure Biabiany), la videro in pochi e l’avversario si chiamava Mazembe. La Supercoppa 2022 ha avuto quasi otto milioni di spettatori e l’avversario era il più ostile possibile, come Leonardo Bonucci ha pensato bene di ricordarci.

Non mi preoccupa tanto la stanchezza: nell’Era dei Cinque Cambi, i calciatori più esposti alla fatica giocano 70-75 minuti (Brozovic e Calhanoglu sono rimasti in campo per 120, ma sanno gestirsi). Mi preoccupa la forza intrinseca della Dea, che ha una quantità di calciatori capaci di fare gol, come dimostrano i dati: miglior attacco nella stagione 2020-21, terzo attacco finora, ma sono già andati a segno in sedici: Zapata (9), Pasalic (8), Malinovski (5), Muriel (4), Ilicic (3), Koopmeiners (2), Piccoli, Gosens, Zappacosta, Toloi, De Roon, Demiral, Freuler, Miranchuk, Maehle e Pessina (aggiungete Hateboer e Djimsiti, Palomino e Pezzella: solo la Juve ha una tale numerosità di soluzioni offensive).

Il rendimento dei bergamaschi è incomprensibile: formidabili fuori casa: 9 vittorie, 2 pareggi, 0 sconfitte; balbettanti in casa (3/3/3), con le gravi sbandate contro Fiorentina, Milan e Roma.

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Una lepre con la faccia di bambina, Laura Conti, 1978

Alle 12 e 40 del 10 luglio 1976, a una ventina di chilometri da Milano, dallo stabilimento ICMESA uscì una nube tossica carica di diossina. Fu così che l’Italia scoprì le “aziende ad alto rischio” e quanto spesso fossero collocate in posizioni pericolose per la salute dei cittadini, oltre che per chi era costretto a lavorarci. Quell’incidente segnò un’epoca.

Il vento soffiava verso Seveso: si diffuse un odore acre, seguirono le infiammazioni agli occhi, poi iniziarono a morire gli animali, altri furono abbattuti. La parola “cloracne” entrò nel vocabolario dei media: centinaia di persone vennero colpite da questa malattia alla pelle, tipica dell’eccessiva esposizione al cloro e ai suoi derivati.

Circa 700 persone dovettero lasciare Seveso, senza poter prendere nulla, perché tutto poteva essere contaminato. Cominciò una lunga azione di bonifica, con immagini di uomini dentro scafandri che abbiamo rivisto solo a Chernobyl e Fukushima.

Un’area d 1800 ettari venne evacuata, morirono circa 80.000 animali, frutta e verdura della zona diventarono immangiabili. Si registrò un aumento degli aborti spontanei. Venne autorizzato l’aborto terapeutico perché la diossina, se assunta dalla donna entro il terzo mese di gravidanza, può dar luogo alla nascita di un bambino malformato.

Laura Conti era medico. Eletta nelle liste del PCI come consigliere regionale in Lombardia; faceva parte nella Commissione consigliare Sanità ed Ecologia, e seguì gli sviluppi di quell’incidente. La sua scelta fu quella di usare la finzione narrativa senza inventare nulla: non un saggio ma un romanzo.

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