Smoke 92, Jacqueline Bisset

Jacqueline Bisset

Calamari, sardine, insalata e vinho verde.

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Lisbona, azulejos

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Due racconti di Delmore Schwartz, Il capodanno e Una farsa amara

A quella festa di capodanno, molti ci finiscono per caso, invitati all’ultimo momento da Grant Landis, un piccolo, appassionato editore. Ma “una festa nella quale troppi invitati sono sconosciuti ed estranei ha tutte le possibilità di risolversi in un fiasco”, sostiene Arthur Harris, il socio di Grant. Fra gli invitati, un giovane scrittore, Shenandoah Fish, la sua fidanzata e un amico. Come previsto, si sentono estranei a quasi tutti gli altri, ma non hanno un posto migliore (o meno deprimente) dove rifugiarsi in una notte come quella. Schwartz ci porta nell’ambiente intellettuale newyorkese, dove tutti hanno in comune un dato o una speranza: vivere, usando le parole. A un certo punto della festa, fra un marito e una moglie da tempo in crisi, parte un litigio burrascoso; tutti gli altri osservano e ascoltano, distratti, finché qualcuno si accorge che non hanno festeggiato l’inizio del nuovo anno. È cominciato il 1938, si può avvertire l’odore imminente della guerra.

Insegnante di composizione e scrittore promettente, nell’estate del 1943 – la seconda con gli Stati Uniti in guerra – il protagonista (Mr Fish) ricava da vivere in un college che gli sottopone due classi assai diverse: una femminile e una di militari della Marina, i quali “prendevano per autorevole il tono stanco e indifferente con cui esprimeva le sue opinioni”. Mr Fish si fa sovente trascinare fuori programma dai ragazzi in divisa, affascinati dalla sua capacità di saper presentare “i due aspetti di ogni questione in modo che entrambi apparissero veri”. Gli studenti della Marina sono tutti bianchi, molti vengono dal sud, la grande maggioranza mostra pregiudizi razziali che Fish non condivide (fra l’altro, è ebreo). Sentimenti razzisti, l’insegnante li riscontra anche fra le diciottenni della classe femminile, una di loro arriva a chiedersi cosa sia meno insopportabile fra sposare un cinese, un ebreo e un negro…. Fish eviterebbe volentieri di farsi coinvolgere in discussioni spinose, ma piuttosto che studiare ortografia e grammatica, i ragazzi lo obbligano a un discorso in cui fa uso di tutta la sua sapienza linguistica e dialettica. Ma forse i più non l’hanno capito.

Cuperlo: “Se il Pd vira a destra non è più casa mia”. E, come Mina, sottolinea se.

1157, mi ricordo

Mi ricordo un bell’appartamento nei pressi di Porta Lame, la cui desiderabilità precipitava in quanto al primo piano e con vista su pompe di benzina.

Smoke 91, Sophie Marceau

Sophie Marceau

Lisbona, terca feira. Martedì.

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Il film su Zanetti: altre opinioni

“Di questo soprattutto parla Zanetti story: di interismo. Di quell’interismo la cui fondamentale diversità rispetto a qualsiasi altra squadra il Capitano ha saputo così bene rappresentare per tanti anni, molti dei quali tristi e sconsolati. Attraverso la storia magica di un giocatore tecnicamente non eccelso, ma Capitano immensamente interista, il film riafferma la specificità di una fede”… Segnale Orario QUI

Baires

 

“Zanetti non parla nel film, è presente solo con le immagini che lo riguardano. Una scelta decisamente azzeccata è voluta dagli sceneggiatori e dai registi. È il racconto della sua vita e delle sue gesta sportive. Jose’ Mourinho si commuove, alla fine dell’intervista, ed è un momento molto bello per l’interista che ancora lo ricorda come il fantastico condottiero dalla panchina. Jose’ Mourinho ci rivela lo straordinario atleta che è stato Javier, lo straordinario leader silenzioso come poteva essere uno dei suoi miti:Giacinto Facchetti! In questo film, soprattutto per chi si avvicina ai 50 anni, c’e un crogiolo di emozioni e di sensazioni difficile da trasmettere con la scrittura. Quello che ne ho ricavato è un fortissimo moto d’orgoglio nell’essere interista”. Gabriele Radaelli Inter News QUI

 

Fra i 150.000 precari della scuola, ce ne sarà pure un paio che preferisce il disegno di legge nel paese che fa i record dei decreti…

Le illusioni perdute (da chi se le era fatte)

Domenica pomeriggio ho scritto un tweet in cui esprimevo i miei timori per Inter-Fiorentina. Non ci tengo a passare per profeta, ma nemmeno per confondere una grande squadra con l’Inter vista contro Palermo, Celtic (là e qui), Atalanta e Cagliari. No, questa Inter non è nemmeno lontana parente di una grande squadra, mostra limiti tecnici, tattici e caratteriali insormontabili, la vittoria dell’Europa league è pressoché impossibile, scavalcare Napoli, Lazio e Fiorentina temo altrettanto, Dunque, l’obiettivo concreto, realistico – e tutt’altro che facile – è il sesto posto, che vuol dire superare il Toro e le due genovesi, e tenere a distanza Milan e Palermo. Se una di quelle più forti crollasse, si può sognare il quinto posto: oltre, è follia.

Shaq circondato

Questa squadra dispone di un grande portiere – colpevole ieri, ma insisto a dire che Handanovic è l’uomo che ha portato più punti in questo campionato – di due terzini potenti ma che non sanno fare un cross, di coppie centrali male assortite e senza leadership, di un centrocampo di incursori e mediani, senza un organizzatore di gioco e senza una vera mezzala, di una pletora di “atipici”, troppo giovani o ormai imbolsiti, che giostrano alle spalle delle punte – ma solo su Shaqiri spenderei aggettivi importanti – e di un attacco asfittico, dove se Icardi ha la luna storta è buio pesto (la sostituzione di Osvaldo con Podolski non ha certo migliorato le cose).
Mancini ha il merito di averci tolto da una buca, quella per cui la squadra sapeva giocare solo di rimessa. Ma dal punto di vista del ritmo, del cambio di passo, dell’imprevedibilità della manovra, siamo ancora scadenti: prevalgono le soluzioni individuali, il gioco senza palla è praticato da due-tre undicesimi, gli attaccanti non brillano per intesa, la difesa è la dodicesima del campionato, come numero di gol subiti. Insomma, quanto a gioco di squadra siamo da lato destro della classifica.

Disfattismo? A me pare molto più irresponsabile chi si è messo a urlare alleluja, illuminando sogni di gloria massimamente improbabili.
Di qui a fine stagione, soprattutto se – come è possibile – non si arriverà in Europa – mi aspetto che Mancini sappia scegliere da chi ripartire. E a chi rinunciare. Almeno mezza squadra è da rifare.

1156, mi ricordo

Mi ricordo che la seconda volta che sono andato a Lisbona mi sono imposto di affrontare il Livro do desassosego.

Smoke 90, Angelina Jolie

Angelina Jolie

Lisbona, segunda feira. Lunedì.

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Javier Zanetti, capitano da Buenos Aires: altre recensioni

“Zanetti, indimenticabile numero 4, ha inoltre elaborato alcune tecniche di controllo palla e ripartenza spiazzante, facili da ammirare e studiare in tv, ma impossibili da fermare in campo. Quella coppa di Champion League, innalzata sul terreno l’anno della “triplete di Mourinho”, stamperà sul suo volto un’indelebile maschera, misto di disumana felicità e deformata soddisfazione, che nessun tifoso nerazzurro e nessun appassionato di calcio potrà mai dimenticare. Altro che buonismo. Come una canzone dolce e roca di Tom Waits. Grande canterino, Zanetti, infatti. Anzi. “La sua vera passion segreta” conferma la moglie. Per il compagno di squadra e connazionale Cordoba: “Guardate che Pupi è il più pazzo di tutti noi”. E quando José Mourinho ne deve parlare, rievocando con parole perfette, da analista profondo, la sua insostituibile presenza in campo e nello spogliatoio, non può fermare qualche lacrima di commozione”… Roberto Silvestri QUI

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“Zanetti Story non è un documentario celebrativo. Anzi le numerose testimonianze (dove restano scalfite soprattutto quelle della moglie, del padre, di Mourinho, Cambiasso e Cordoba) sono come disordinati lampi della memoria che esplodono qui come tracce di un ricordo senza tempo. Insieme alle foto, ai filmati d’archivio, a una Milano in bianco e nero del Luce. Forse per questo, appare senza tempo. Simone Scafidi e Carlo A. Sigon potrebbero mostrare di Zanetti anche se fosse un calciatore degli anni ’40 o ’60. E questo documentario poteva essere girato anche 30 anni fa o tra 30 anni. Sta proprio qui il merito di questo lavoro, di essere senza tempo. Dove Javier Zanetti non emerge come corpo oggi, ma proprio quello che ha lasciato nella storia dell’Inter in particolare e in quella del calcio in generale”… Sentieri Selvaggi QUI

La lancia che uccide [Broken Lance], Edward Dmytryk 1954 [filmTv23] – 8

La lancia che uccide - 1954 - Edward Dmytryk

Western anomalo, con Spencer Tracy nel ruolo di un anziano, orgoglioso, testardo capofamiglia, che guida il suo enorme ranch senza concedere molto ai quattro figli (tre avuti dalla prima moglie, il quarto da una principessa pellerossa).
Robert Wagner è il figlio prediletto, che solo la potenza del padre impedisce venga chiamato “bastardo”, Richard Widmark il primogenito, quello che ha più patito l’autorità del padre, Katy Jurado la moglie indiana, Jean Peters la ragazza che si innamora di Wagner nonostante l’obiezione razzista del padre, il governatore dello Stato, un subdolo E.G. Marshall. Di nuovo, i legami famigliari vengono messi in discussione, e la scelta etica impone di reciderli.

È anche un film sul contrasto fra la tradizione – l’allevatore di bestiame che rifugge dalle speculazioni – e il nuovo che avanza – la miniera di rame che avvelena pascoli e ruscelli e avvelena le bestie, con la “giustizia” che soppesa interessi, anziché definire colpevoli e innocenti. Non manca un accenno allo scontro culturale fra Est e Ovest, dove l’Est è ormai il territorio dei politicanti e la Frontiera può progredire solo disobbedendo alle regole.
Quando il figlio più giovane deciderà di sacrificarsi per il padre, deflagrerà il conflitto con i fratelli. Fino all’inevitabile, simbolica resa dei conti.

Oscar a Philip Yordan per il soggetto originale.

1155, mi ricordo

Mi ricordo tendenzialmente poco emozionato prima e molto di più dopo, a ripensarci.

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