“Rivincite” off limits 19: Tonya Harding

Ho chiuso “Rivincite” prima dell’uscita nelle sale italiane del film di Craig Gillespie – Tonya (I, Tonya) 2017 – con Margot Robbie nel ruolo di Tonya Harding.

Come “fonti storiche”, il libro riprende molti altri film; questa vicenda, così emblematica, l’avrei inserita senz’altro.

Nei primi anni Novanta, Tonya Harding è un’ottima pattinatrice su ghiaccio, fra le migliori al mondo, la prima nordamericana a compiere un Triplo Axel durante una competizione ufficiale. Argento ai Mondiali 1991, medaglia di cartone ai Giochi di Albertville 1992, ha un’inaspettata opportunità di riprovarci quando don Samaranch concretizza una geniale “valorizzazione” del prodotto olimpico: sfalsare i Giochi estivi da quelli invernali, dopo oltre mezzo secolo di coabitazione. Nel 1994, dunque, Harding può ripresentarsi a Lillehammer.

Intorno a questa pattinatrice circola l’infame accusa, mai provata, di aver fatto ferire la principale rivale in patria, la ben più glamour Nancy Kerrigan. A effettuare l’agguato sono due balordi legati all’ex marito della Harding, Jeff Gillooly, che ammette di aver finanziato le minacce, non le fratture.
Il 6 gennaio 1994, Nancy Kerrigan viene aggredita da uno sconosciuto, che la colpisce con una sbarra alle gambe. Gillooly confesserà di aver agito di comune accordo con l’ex moglie per mettere fuori gioco la Kerrigan, che sarà medaglia d’argento a Lillehammer, mentre Harding finisce solo ottava.

Non è mai stato chiarito il ruolo di Tonya Harding nell’episodio incriminato, ma verrà condannata a 3 anni di libertà vigilata e radiata a vita dalla federazione sportiva statunitense. Sapeva solo pattinare, per lei è una specie di ergastolo.

Trasferite al cinema, certe storie di sport ci raccontano qualcosa in più di una biografia fuori dal comune: decisiva è la relazione dell’atleta con qualcuno (genitore, allenatore, mecenate, amico, fratello, coniuge), che attira e asseconda le domande di affetto, di riconoscibilità, e conferisce la forza e il coraggio necessari per certi sacrifici e il coraggio di andare oltre i propri limiti.

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Sull’uso improprio della Cantera

Ho visto da qualche parte un video sulle esultanze dei ragazzi della Primavera nerazzurra al momento del rigore segnato da CR7: già a quell’età, l’anti-juventinismo – qualcosa di più dell’interismo – è entrato nelle viscere.
Ma ho visto anche che fine fanno i ragazzini nerazzurri che vincono campionati di categoria, coppe, Viareggio, persino la Next Gen: la loro sorte è generare plusvalenze per compensare gli acquisti sballati, spesso molto onerosi.

Dal settore giovanile dell’Inter arrivano più trofei che passaggi in prima squadra; la strategia societaria appare orientata verso un ricavo economico immediato, non privo di effetti collaterali.

Più di un agente, da ultimo Franco Camozzi, ha detto di non condividere questa linea, anzi ha fatto capire che se l’Inter gli chiedesse un giovane di valore, risponderebbe di no. Meglio spedirlo all’Atalanta, al Cagliari, o dove li fanno giocare. Spiega Camozzi: «Cosa gli dico al ragazzo: ‘Vai all’Inter dove c’è un ottimo settore giovanile, vincerai qualche trofeo però dopo cosa fai? Vai a giocare in Serie C o Serie B, senza mai andare in prima squadra e diventare una pedina di scambio?’».

Sei anni fa, allenati da Stramaccioni, i Primavera nerazzurri arrivarono a imporsi nella prima edizione della Next Gen, a Londra, battendo Sporting Lisbona, Olympique Marsiglia e infine l’Ajax. Nessuno è diventato un fenomeno, molti giocano in Serie A e in Serie B: Bessa, Crisetig, Duncan, Di Gennaro, Mbaye, Forte, Benassi (senza dimenticare Longo e Livaja).

Penso sia uno spreco dissipare l’interismo (e l’antijuventinismo) di ragazzini, che spesso compiono tutta la trafila nelle giovanili.
C’è stato un tempo in cui Facchetti, Bedin, Mazzola e Boninsegna… poi Bordon, Canuti, Oriali e Bini… ancora, Zenga, Bergomi, Baresi e Ferri… So bene che era un altro calcio, ma già immaginiamo la prossima destinazione di Pinamonti e Zaniolo, Odgaard e Colidio, dopo esserci innamorati di Longo, Dimarco e Bonazzoli e non averli mai visti alla prova.

Here Come the Warm Jets. Brian Eno (Editions EG, 1973) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 267.

Registrato in appena dodici giorni al Majestic Studios di Londra, questo debutto solista non vale alcuni degli album che seguiranno – Taking Tiger Mountain (by Strategy) e Another Green World -, ma stordisce per la sua originalità inafferrabile, situandosi in un territorio inaudito, fra i Roxy Music e Canterbury, l’elettronica dei King Crimson e quella degli Hawkind, anticipando una “ambient” ormai intuita.

Impressiona la platea degli ospiti, che “Eno” – in copertina si presenta così – coordina, mischia e stravolge, da autentico direttore d’orchestra: Robert Fripp e John Wetton, Simon King e Bill MacCormick, Chris Spedding e Paul Rudolph, Phil Manzanera e Andy Mackay, Paul Thompson e certo dimentico qualcuno. Improvvisando con estrema libertà, nei limiti di un caos controllato, scaturiscono suoni che Eno rimanipola, con neologismi a indicare nomi di strumenti come snake guitar, simplistic piano, electric larynx.

I testi? Pare che gran parte siano libere associazioni di parole e frasi, suggestioni verbali, psicanalisi beffarda, a cui ognuno può attribuire un suo significato.

Sono pur sempre canzonette, tutte e 10 comprese fra i 3 e i 5 minuti; dalla copertina, mozziconi di sigaretta, fiori appassiti in via di decomposizione, vecchi autoritratti e altri soprammobili introducono all’ascolto di Baby’s On Fire, Needles in Camel’s Eye, Driving Me Backwards e Cindy Tells Me, le 4 che mi sono piaciute di più.

La voce di Eno, ogni volta, riesce sorprendente.

2310, mi ricordo

Mi ricordo quando ti scopri a sperare, irrazionalmente, come fosse la prima volta, che un mal di denti se ne vada così com’è venuto.

Come previsto e come temevo, per andare in Champions l’Inter deve fare almeno 3 punti fra Juve e Lazio. A quota 74 arriva almeno una delle romane.

Blind Faith. Blind Faith (RSO, 1969) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 266.

Più tecnica che idee. Oppure, tanto stile e poca anima. Si rimane ammirati davanti al giro di basso in Hard To Cry Today, a spettacolari assoli e duetti alla chitarra, al drumming nel lungo brano conclusivo, i 15 minuti di Do What You Like, all’elaborata miscela sonora che affiora da Sea of Joy e Can’t Find My Way Home (il vertice dell’album). Ma stavolta ammirazione non fa rima con emozione.

Il “supergruppo” britannico si esibisce per una decina di mesi, fra marzo e dicembre del ‘69. Nato da un’idea di Eric Clapton, stufo dei Cream, imbarcò subito Steve Winwood, leader dei Traffic, e presto si aggiunsero Ginger Baker (batteria, ancora dai Cream) e Rich Grech (basso e violino, dai Family). Chi si aspetta il capolavoro, resta deluso. Ma l’album è tutt’altro che scadente, e pare che la ristampa su cd, piena di inediti, si faccia preferire.

Tre composizioni sono firmate da Winwood (voce solista), una da Clapton, una da Baker; infine, la cover di un vecchio brano di Buddy Holly. Il produttore è Jimmy Miller.

La brevità della parabola del gruppo viene spesso spiegata con il conflitto fra personalità che pretenderebbo la leadership: la mia opinione è che non ci fosse la “chimica” giusta a definire una nuova identità: erano tutti reduci e tali rimanevano.

Possiedo l’album in edizione francese, con la copertina alternativa (foto di Bob Seidemann). Sostituì la bambina seminuda con il modellino d’aereo in mano, che aveva dato scandalo e suscitato l’ottuso boicottaggio da parte di alcune associazioni integraliste.

Heart of Gold [id.], Jonathan Demme, 2006 [filmTv54] – 8


Neil Young ritratto da Jonathan Demme: il risultato è all’altezza delle migliori aspettative. Girato il 18 e 19 agosto 2005 a Nashville, Tennessee, il film documenta un evento irripetibile, l’esecuzione del nuovo album, «Prairie Wind», per la prima volta dal vivo.

Anche il luogo contribuisce alla leggenda: il Ryman Auditorium di Nashville è impregnato di soul e di country, Young lo definisce una chiesa, e le finestre verticali con i vetri colorati contribuiscono alla liturgia. La registrazione dell’album e le riprese del concerto sono avvenute subito prima che il sessantenne canadese si sottoponesse a un intervento chirurgico al cervello.

Della band fanno parte gli amici trentennali, già c’erano ai tempi di «Harvest»: il chitarrista Ben Keith (con il suo soave dobro), il tastierista e pianista Spooner Oldham, il bassista Rick Rosas, e poi Grant Boatwright (chitarre), Larry Cragg (chitarre e banjo), Chad Cromwell (batteria e percussioni); si aggiungono presenze femminili come Emmylou Harris, Diana DeWitt e l’allora moglie di Young, Pegi, senza dimenticare i fiati dei Memphis Horns e un bel po’ di coristi.

Magnifica la scelta delle inquadrature e delle luci, le telecamere sono posizionate in modo da non essere visibili a Young. La prima metà del concerto propone, nell’esatto ordine del disco, le canzoni di «Prairie Wind», la seconda si srotola fra alcune delle più celebri canzoni acustiche del repertorio di Young. Che ogni tanto racconta brevi storie, introducendo le canzoni.

«Far From Home» nasce dal regalo di un ukulele, fatto dal padre, quando Neil aveva sette anni; «Old Man» è sull’anziano contadino che si vide chiedere il prezzo della sua fattoria da una giovane rockstar, già ricca a 25 anni; «This Old Guitar» sta sulle corde di una chitarra Martin D-28, appartenuta a Hank Williams; «Comes a Time» rimanda alla memoria di Nicolette Larson…

«The Needle And Damage Done», «Heart of Gold» e «Four Strong Wind» si dividono il mio personalissimo podio dei capolavori.

Meglio un 2-0, e molto meglio non si fosse fatto male Gagliardini, ma sul primo gradino non si è scivolati

Vista la formazione – Karamoh IN, Santon OUT – ho pensato che avremmo vinto senza fatica.
Vista la formazione del Cagliari – a riposo persino Pavoletti – ho aggiunto che dovremmo ricordarci di non insultare chi si scansa contro altre squadre, perché questo assurdo campionato a 20 contiene un centinaio di partite già segnate prima del fischio d’inizio.

Era il gradino più facile, ma anche molto scivoloso: sbagliare ieri sera, l’ho scritto, sarebbe stato irrimediabile. Spalletti ha schierato una formazione fra le più dichiaratamente offensive di questa stagione, il francesino è mercurio che scivola e brilla, sbaglia tanto, ma crea fastidi alle difese altrui, non sta fermo un attimo, è velocissimo e imprevedibile (anche a sé stesso). Bisogna insegnargli a non umiliare gli avversari, perché i grandi calciatori non lo fanno mai, ma dopo averlo visto all’opera viene da chiedersi perché Spalletti gli abbia preferito Candreva e/o Eder, anche quando non si reggevano in piedi.

Il gol di Cancelo è fortunoso, quello di Icardi bellissimo, quello di Brozovic di grande classe, da Perisic un ultimo sussulto che poteva risparmiarsi per il prossimo turno. Le goleade non ci fanno bene, l’abbiamo sperimentato ripetutamente, ma intanto stasera si può tifare Fiorentina con qualche speranziella.

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2309, mi ricordo

Mi ricordo pensieri che ti assalgono nel cuore della notte, dai colori introvabili, il mattino dopo.

Quelli che si meravigliano per il peso spropositato del voto in Molise e in Friuli, ricordano tutta la retorica sui costi che giustifico’ il falso Election Day del 4 marzo?

Perché non finisca stasera

Solo una vittoria contro il Cagliari può tenere l’Inter in corsa per il quarto posto. Già il pareggio sarebbe irrimediabile, considerando che ci sono 4 partite da vincere e nelle 6 ci stanno la Juve e la Lazio da ultima all’Olimpico.

Il Cagliari non è ancora salvo, e a San Siro si è abituato a fare bella figura: l’Inter non prevale dal novembre 2011, e nelle ultime quattro occasioni sono arrivati due pareggi e due sconfitte, con episodi surreali e ormai mitici, come la tripletta di Ekdal e la doppietta di Melchiorri…

L’Inter ha tutto per vincerla, ma serve una prima mezzora di grande intensità. Poi, servono due o tre gol (non di più: a ogni goleada segue un’aridità sahariana, che si protrae per mesi), e la capacità di portare molti calciatori dentro l’area avversaria.

Spero che Spalletti oltre a “caricare” i suoi, abbia un po’ di coraggio: Cancelo va arretrato, Rafinha e Candreva possono dividersi i 90’, Borja è spompato, Vecino viene da un lungo stop, Brozovic è il solito punto interrogativo… Non vorrei che per l’ennesima volta tutta la produzione offensiva si scaricasse su Icardi e Perisic, perché anche l’ultimo allenatore della Papuasia sa – da mesi – che se fermi Icardi e Perisic, l’Inter va in tilt.

La prima mezzora, ripeto, è decisiva: San Siro può dare una spinta energetica, ma può anche capovolgere gli umori, se si stesse sullo 0-0 (o peggio) alla fine del primo tempo.
Pisacane, Ceppitelli e Castan sono forti fisicamente, ma assai poco rapidi: avessimo un trequartista decente, sarebbe la partita giusta. Invece, scommetto che bisognerà segnare palla a terra, e la precisione di esecuzione sarà determinante. Altrimenti, è facile immaginare una serata di panico sulla fascia di Santon (Faragò è un brutto cliente) e un costante, improduttivo, macchinoso giropalla, in attesa del millesimo cross di Candreva.

Se davvero Spalletti opterà per la difesa a 3, preferirei fosse fatta da Skriniar, Miranda e Lisandro Lopez, piuttosto che con D’Ambrosio, perché l’affidabilità di Santon mi appare precaria. Rischio per rischio, punterei su Karamoh dal primo minuto.

Radio Ethiopia. Patti Smith (Arista, 1976) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 265.

Energia sbalorditiva, che non sembra contenibile nella classica “forma canzone”: il secondo album non ha la presa immediata di Horses, forse eccede in misticismo e certo manca di hit trascinanti (solo in Ask the Angels e Pissing in a River si incuneano espressioni musicali simili a ritornelli), il messaggio primigenio è abrasivo, ma resto ogni volta stupito dalla dolcezza di Distant Fingers.

Viso ossuto, magrezza africana, tutta in nero, capelli corvini, voce febbrile e rabbiosa, come poche altre capace di evocare il dolore, Patti emerge come la sacerdotessa di un nuovo culto – chiamiamolo pure “new wave” -, di cui gestisce sacrifici, preghiere e liturgie.

In certi lamenti, si avverte il riverbero di una preghiera, in certe urla, si sprigiona una carica libertaria particolarmente esplicita nelle performances dal vivo, in una New York mai così vivace. La dimensione poetica – per i miei colpevoli limiti di comprensione della lingua – non posso apprezzarla.

L’immagine di Patti è colta da Judy Linn (foto in copertina) e Lynn Goldsmith, che dedica qualche scatto anche ai membri dell’energica band: Lenny Kaye, Fender Stratocaster, basso e voce, Ivan Kral, basso e Gibson Les Paul, Jay Dee Daugherty, batteria e percussioni, Richard Sohl, synth e tastiere.

Sulla busta dell’album, ringrazia Allen Lanier, Jimmy Iovine e John Cale, si affida alla produzione di Jack Douglas, e dedica l’album a Arthur Rimbaud (l’Etiopia fu la sua seconda patria) e Constantin Brancusi.

Le avventure di Numero Primo: stavolta Paolini mi ha lasciato freddo

Fra teatro e televisione, ho visto Marco Paolini molte volte. Fra l’Arena del Sole e il Duse, «La Ballata di uomini e cani» (da Jack London), «La macchina del capo», «Miserabili. Io e Margaret Thatcher», fino a «Il Sergente». Stavolta, mi sono ritrovato meno emozionato di tutte le altre volte: ammirato, sì, è sempre magnifico seguire l’oralità di Paolini; affezionato, ormai lo sarò per sempre (e ho altrettanta stima dell’altro autore, Gianfranco Bettin). Eppure, il racconto mi è arrivato freddo, e ho faticato a coglierne la lunghezza d’onda.

Forse è una questione di fantascienza. Il genere è da tempo in grande crisi, ogni futuro che ci viene prospettato ci appare debole, la velocità del cambiamento tecnologico (e, purtroppo, anche climatico) rende quelle profezie meno avvincenti e temibili della realtà.
Forse è una questione di messinscena, non avevo mai visto Paolini silenzioso davanti a uno schermo che rimanda un dialogo in inglese, e il palco era scarno, e la musica e i cori sono intervenuti poco. Al cinema, la fantascienza può ancora riempire gli occhi con gli effetti speciali; a teatro, si fatica a immagazzinare parole che trattano di filosofia e neuroscienze (e il pubblico non aspetta altro che sfogarsi in un momento comico: ottima idea la capra, ordinata su Amazon).

Mi resta la sensazione di girare a vuoto, di non riuscire ad avvicinarmi abbastanza al problema di fondo.

La trama è ambientata nel triveneto, fra Porto Marghera e le Dolomiti, l’enorme Gardaland che ha circondato l’intero lago e una Venezia futuribile che tuttavia è sempre e solo una meta turistica.
Il narratore è Ettore, professione fotografo free-lance, un cinquantenne solitario che vive in un appartamento dimesso e che scopre una singolare affettività con una voce femminile che esce da internet (echi di «Her», Spike Jonze?), quella di Echné, la madre scienziata. Leggi il resto dell’articolo