Wonder Woman 27. Brian Bolland e Joshua Middleton

Sin City. Il duro addio, Frank Miller 1991

Marvin è stato in guerra e in prigione, lei dice di chiamarsi Goldie, non l’ha mai vista prima, è così bella e il suo sudore così inebriante che lui la definisce “una Dea”: fanno sesso nell’appartamento di lei su un grande letto a forma di cuore (anche i cuscini hanno quella forma). Al risveglio Goldie è morta e Marv sente le sirene della polizia. È stato incastrato; fugge e inizia una sua indagine privata, che si fa sempre più cupa e violenta. I pensieri di Marv riempiono le didascalie.

A Basin City (la città del peccato), ai limiti del deserto, succede tutto di notte. Marv inghiotte pastiglie che sembrano dargli coraggio a togliergli il dolore. Dopo aver sgominato la pattuglia di poliziotti, cerca rifugio da Lucille (bellissima e lesbica), che lo cura e gli offre altre pastiglie. Nel locale notturno dove si esibisce Nancy – costume da cowgirl, “la gente è già qui che ansima tutta” – Marv si lascia avvicinare da due killer, li tortura e uccide dopo essersi fatto dire chi lo vuole morto. Risale a un sacerdote in un confessionale, e finalmente ottiene il nome che cerca: Roark… Uccide il prete e comincia a chiedersi se è all’altezza di un pesce così grosso.

Sa di non avere speranze: “Roark, dannazione. Sono un uomo morto. E non resto qui perché sono un eroe o roba del genere. Agli eroi non gli si piegano le ginocchia e non gli viene da vomitare e non si rannicchiano come una palla e non piangono come un bambino”…

Storie brutali e sensuali, efferate e impietose. Con un’autentica rivoluzione stilistica, così descritta da Daniele Barbieri: dopo la “sovrabbondanza – grafica, coloristica, narrativa” del Dark Knight, Miller propone uno stile povero ed essenziale, giocato su un “unico contrasto tonale, quello fra il bianco e il nero netti”. Elimina le sfumature, in alcune storie aggiunge un terzo colore – rosso, giallo, blu. Al contrario del Dark Knight, “la norma è l’immagine grande, di lettura e decifrazione lente: l’eccezione sono le sequenze di immagini più piccole”.

Le avventure di «Sin City», in Italia, hanno avuto una vita editoriale travagliata, passando da una casa editrice all’altra. La prima apparizione si deve alla Star Comics: nel mensile «Hyperion», dal novembre 1992 al maggio 1993, propose il primo racconto, poi raccolto in volume, includendo anche 18 tavole inedite.

Heroes, David Bowie, RCA 1977 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 62.

A trent’anni, con 11 album già pubblicati e una notevole dipendenza dalla cocaina, David Robert Jones si è stufato di recitare da decandentista, di truccarsi da Ziggy, Aladdin, marionetta, marziano o Duca Bianco, e decide di cominciare una nuova vita a Berlino. Tre album in 18 mesi (Low-Heroes-Lodger): la trilogia elettronico-teutonica confezionata negli studi Hansa da Brian Eno.

Una voce inconfondibile accompagna un’elettronica placida, non aggressiva, che risente delle composizioni dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream, e sembra alludere a un vampiro emaciato o alla caduta sulla Terra di un uomo che viene da chissà quale pianeta.

Eno dirige e sintetizza le chitarre di Carlos Alomar, il basso di George Murray, le percussioni di Dennis Davis, le sferzate chitarristiche di Robert Fripp. Concede a Bowie qualche assolo di sax.
Heroes è l’inno straziante che riproietta la star in cima alle classifiche, divenendo l’inarrivabile modello per almeno un decennio di elettronica da classifica. Da ricordare anche Sense of Doubt, Blackout e V-2 Schneider.

Eno perfeziona le sue ricerche “after science”, facendo leva su questa rockstar ambigua, sfuggente, versatile e opportunista, dotata di un’irrefrenabile talento per i travestimenti.

2013, mi ricordo

Mi ricordo quant’era splendido e maestoso il cavallo la cui testa mozzata finiva nel letto di un produttore cinematografico.

Wonder Woman 26. Liam Sharp e Philip Tan

Matteo dice che non è un campanello d’allarme. In effetti, i ballottaggi di ieri somigliano più a una campana a morto.

Pretendere autocritiche da Renzi è assurdo: non ne è capace.

La sua “narrazione” non le prevede.

Quando si vince è merito suo, quando si perde è colpa degli altri.

Mi ricorda il peggior Mourinho (senza averne le qualità, s’intende).

Che i ballottaggi per il Pd siano stati catastrofici – soprattutto al nord – lo capisce chiunque, lui fa finta di niente, anzi cita dati senza confronti con le elezioni precedenti, resi ancor meno significativi dal proliferare di liste civiche.

Persino nei casi in cui il centrosinistra ha vinto – penso a Palermo – ciò è avvenuto perché il candidato ha evitato di farsi vedere accanto a Renzi.

Il Pd passa da 14 a 6 capoluoghi di provincia, perde roccaforti storiche come Genova, La Spezia, Pistoia e Piacenza. Il centrodestra “a trazione leghista” passa da 6 a 16 sindaci, conficcando le banderillas persino a L’Aquila e Asti, Carrara, Como, Lodi e Monza.

Nei 19 ballottaggi in cui era presente un candidato di centro-sinistra, viene sconfitto in 15 casi. Nelle precedenti elezioni, al ballottaggio il centro-sinistra aveva vinto 12 sfide su 18.

In Emilia-Romagna (lo sa Renzi dov’è l’Emilia-Romagna e quali sono le sue tradizioni?) il Pd trascina il centro-sinistra a 5 sconfitte su 5, perdendo a Piacenza, Parma, Riccione, Budrio e Vignola.

Serve altro per riuscire a sillabare l’impronunciabile parola “sconfitta”?

Chi rimane con il cerino in mano?

Mancano cinque giorni alla chiusura del bilancio 2016-17, i famosi 30 o 35 milioni di plusvalenze sono ancora da incassare, il mercato in entrata parla di Borja Valero e Skriniar, quello in uscita come al solito langue, e il tifoso dell’Inter comincia a fare i conti con la mentalità da giocatore di poker di Walter Sabatini.

Sabatini sa che gli altri sanno dei problemi dell’Inter e cercano di approfittarne. Spiccano Mourinho e Mancini, che fanno giustamente i loro interessi (almeno ci risparmino le dichiarazioni d’amore) e strapagano altri mentre offrono troppo poco all’Inter.
Sabatini sa, gli altri sanno, ma nessuno sa cos’ha davvero in mano il nuovo superconsulente di Suning, che manda Ausilio a pranzi e cene e intanto tiene aperti cento fronti.

Non c’è molto da aspettare: alla mezzanotte del 30 giugno, senza dubbio l’Inter avrà ceduto giocatori da plusvalenza, e non può bastare il povero Caprari, trattato come un pacco postale – poi ci si chiede perché gli italiani non scelgono mai l’Inter… – né basterà liberarsi di Banega (Jovetic non rientra nel parametro plusvalenze).

Immaginavamo che i sacrificati fossero i due croati, ora si legge di Handanovic e di una truppa di ragazzini, mentre la dozzina di pesi morti se ne sta lì, incassa lo stipendio e sembra non curarsi del fatto che il nuovo “progetto” non li considera.

Non sono negativo, il tempo c’è, il calciomercato ci ha abituato a colpi di scena improvvisi, ma è evidente che se alla squadra di quest’anno aggiungi Borja Valero e Skriniar, la Zona Champions te la scordi.

La curiosità sta nel capire dove si vogliano spendere i soldi, dal primo luglio. I famosi 100 o 150 milioni… Arriveranno un altro paio di difensori, un vice Icardi e un’alternativa a Persici (se resta) e Candreva (se resta). Ma non si vede all’orizzonte il “grande colpo”, quello che scatena entusiasmi e vende abbonamenti.

Lo dico oggi, a scanso di equivoci: un tridente Candreva-Icardi-Perisic non ci porta in Champions League, meglio puntare su un 4-3-3 con Candreva, Joao Mario e Kondogbia a disputarsi il terzo posto a centrocampo e un paio di colpi là davanti. Non amo Icardi, ma leggere che Pinamonti (1999) sarà il suo primo cambio, mi fa pensare male.

Ancora su “Tecnopolitica”, Rodotà per Laterza, 1997

In questo secondo post, riprendo gli appunti dal libro di Stefano Rodotà a proposito della “società della classificazione”.

Va stabilito un elenco di contenuti informativi essenziali: “si comincia a parlare di un nuovo diritto dei cittadini, il diritto alla trasmissione in diretta e in chiaro”.

C’è differenza fra la democrazia continua e la democrazia immediata: il gioco del sì e del no, anziché il giudizio critico.

“Si rischia di dissipare proprio quello che le tecnologie offrono: la possibilità di non mortificare ricchezza e complessità sociale in procedure che, invece, producono semplificazioni sempre più accentuate. Sarebbe così tradita la promessa che vede in queste tecnologie uno strumento per una nuova distribuzione dei poteri e non per una loro più accentuata concentrazione”.

Ecologia politica. Le tendenze autoritarie vanno nella direzione opposta di quelle mercantili, orientate alla “capillare diversificazione dell’offerta”.

È nel percorso deliberativo, sotto varie forme (consensus conferences, deliberative polls, electronic town meetings) che si può esprimere la ricchezza democratica delle nuove tecnologie. Altrimenti, proseguirà la deriva populista, “una politica di massa sostanzialmente autoritaria, legata all’illusione di un potere restituito al popolo attraverso la sua partecipazione diretta ad alcuni momenti finali del processo di decisione”.

Controllo del lavoro, per finalità statistiche, per impostare campagne pubblicitarie, target-profili costruiti sulle scelte e sui gusti. “Ognuno è implacabilmente seguito dal suo passato. Diventa sempre più arduo non lasciar tracce, o cancellare quelle che indicano quali sentieri abbiamo percorso”. Leggi il resto dell’articolo

Le cose della vita, Antonello Venditti, RCA 1973 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 61.

Forse è il suo capolavoro, certo è il disco di Venditti a cui sono più affezionato, pieno di idee, passaggi folgoranti: “mia madre è una professoressa, anzi una professoressa madre” e rime ispirate: “le cose della vita fanno piangere i poeti / ma se non le fermi subito diventano segreti”.

Otto canzoni secche, senza una nota o una parola di troppo.

Il secondo album solista segnalò una ribellione che si poteva sperare non implodesse nel sentimentalismo. Arrangiamenti scarni, tastiere timide, un pianoforte che nessun altro, in Italia, percuoteva con altrettanta rabbia, una voce potente e romantica, non ancora manierata… Per qualche tempo Venditti mi è parso il cantautore italiano con la più vasta gamma poetica.

Trovo impressionante il fatto che all’epoca di questo disco – inciso in due giorni – avesse appena 24 anni e fosse capace di avvitare una splendida canzone intorno a queste strofe: “una foglia stupida / cade a caso sull’asfalto e se ne va / una fabbrica occupata sulle nuvole / e un fucile che rimpiange Waterloo”.

Risentendolo oggi, fa malinconia pensare a come si sia poi ripiegato sul proprio ombelico romanocentrico.

2012, mi ricordo

Mi ricordo chi ci raccontava i ballottaggi come il migliore dei sistemi possibili (ma votava il 70% e c’erano i partiti).

Wonder Woman 25. Michael Turner e Tassio Stark

Revisionando Twin Peaks (31, fine)

Nell’ultimo episodio – diretto da David Lynch e andato in onda l’11 giugno 1991 con il titolo «Beyond Life and Death» – Annie e Windom Earle sembrano spariti nel nulla, finché Pete arriva trafelato dallo sceriffo affermando che la sua auto è stata rubata dalla Signora Ceppo (Earle travestito), che è poi fuggita verso i boschi. In quel momento arriva la Signora Ceppo che da a Cooper un olio speciale che, come le diceva il marito, serve per aprire un cancello. Ronette Pulaski, finalmente ristabilita, riconosce l’odore di quell’olio, lo stesso della notte in cui Laura Palmer venne uccisa.
Lynch cerca di chiudere alcune sottotrame.

Colpita alla testa durante il black-out, Nadine riacquista la memoria e fa una scenata di gelosia a Ed e Norma.
In casa Hayward, Benjamin Horne cerca di sistemare i suoi errori di gioventù, ma viene colpito dal dottore che non vuole vengano confermati i sospetti di Donna riguardo alla sua paternità: Horne cade e batte violentemente la testa contro il caminetto (forse rimane ucciso).

Con piglio da manager, Audrey va a incatenarsi alla porta della camera blindata della banca di Twin Peaks, per protestare contro la concessione di crediti al progetto Ghostwood. Poco dopo arrivano Andrew Packard e Pete con la chiave trovata all’interno delle scatole di Eckardt. Aprono la cassetta di sicurezza e fanno esplodere una bomba (muoiono tutti, Audrey compresa?).

Trascinata da Earle, Annie recita preghiere mentre si immerge nel buio del bosco. Un buio illuminato sinistramente da una torcia elettrica. Compaiono i pesanti tendaggi rossi apparsi nei sogni dell’agente Cooper.
Truman e Cooper li inseguono; si sentono i gufi; poi, davanti alla mistica apertura in cui sa che Earle ha trascinato Annie, l’agente Fbi dice: “Harry, è necessario che io vada da solo”.

È l’entrata della Loggia Nera: Truman lo osserva mentre scosta i tendaggi rossi, che poi scompaiono. All’alba, lo sceriffo e Andy sono ancora in attesa davanti all’entrata… Leggi il resto dell’articolo

Noah [id.], Darren Aronofsky, 2014 [Tv40] – 7

Scritto, prodotto e diretto da Aronofsky, un autore con una precisa estetica, che riesce spesso a vincere premi: sono suoi «Requiem for a Dream», «The Wrestler» e «Il cigno nero».

Qui riprende l’Antico Testamento (la Genesi) e sceglie Russell Crowe per impersonare Noè. Altri ruoli di rilievo sono di Jennifer Connelly (la moglie Naamah: bellissima come sempre), Ray Winstone (Tubal-cain: sua l’interpretazione migliore), Anthony Hopkins (Matusalemme), Emma Watson (Ila).

Un kolossal sul diluvio universale non può che riporre grandi aspettative sugli effetti speciali, curati dalla Industrial Light & Magic (George Lucas, chi altri?); gli animali che si vedono nel film sono tutti ricreati, immaginando le forme animali presenti migliaia di anni fa. Gran parte delle riprese sono state effettuate in Islanda. La colonna sonora è firmata da Clint Mansell.

Produzione impeccabile, di altissima qualità, raramente emozionante, con varie differenze rispetto al racconto biblico. È una riflessione filosofica sull’Eden, la tentazione e la perdita dell’innocenza, il dovere di ubbidire alla Legge di Dio, anche sacrificando ciò che si ha di più caro.

Il giovane Noè assiste all’assassinio di suo padre Lamech da parte di un discendente di Caino, Tubal-cain. Divenuto padre di Sem, Cam e Jafet, Noè vede in sogno una misteriosa inondazione e la montagna dove vive suo nonno Matusalemme. Vuole capire il significato di quel messaggio… Durante il viaggio, trovano una bambina (Ila) ferita; Naamah si offre di curarla, ma sa che non potrà mai avere figli.

Come spesso accade in film come questo, il meglio sta nell’attesa (la costruzione dell’Arca e l’inizio del diluvio). Quando l’Arca è quasi finita, arriva una tribù comandata dal solito, cinico Tubal-cain. È allora che Noè comprende di essere a sua volta figlio di Caino, e decide che nessun altro uomo dovrà vivere sulla Terra. Pensa sia questo che gli chiede il Creatore. Ma poi c’è l’istinto paterno…