D’accordo con Pistocchi, che sta aspettando ancora Zhang?

Intervistato da Marco Macca per FcInter1908, Maurizio Pistocchi ha detto molte cose che condivido. Ho cominciato a scriverle fin dall’autunno scorso, ne riprendo alcune.

«Il Napoli in questo momento sta bene, ha ritrovato giocatori importanti. Ha una sua identità e anche quando ha perso a Torino contro la Juventus ha giocato una buona partita. Credo che l’Inter non farà una partita difensiva, ma cercherà di produrre gioco. I duelli chiave saranno a metà campo. Sono molto curioso di vederla, perché sono convinto che, con la Juventus, il Napoli abbia la squadra migliore del campionato».

«Il problema della Juventus non è stato la rosa: il club ha sbagliato a cacciare Sarri, che a questo punto del campionato, aveva un punto in più dell’Inter di Conte. Quest’anno, invece, ha 12 punti in meno dei nerazzurri e 13 in meno dell’anno scorso. I bianconeri hanno spesso sbagliato l’approccio alle partite, e questo potrebbe essere riconducibile a dei difetti di comunicazione di Pirlo. Ma, a mio modo di vedere, la Juventus resta la rosa più forte del campionato».

«Penso che, con la rosa a disposizione, a mio parere inferiore sia a quella della Juventus che a quella del Napoli, Conte abbia fatto un capolavoro. Ha tirato fuori tutto il possibile dai giocatori».

Tralascio altre considerazioni di Pistocchi sul rapporto fra Inter e media e sul cosiddetto “bel giuoco”. Mi riallaccio ai suoi dubbi sul futuro societario, visto che anche questa settimana è passata senza che il giovane Zhang sia sbarcato a Milano.

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Band Aid in concerto, 1985

Supplemento celebrativo, in grande formato, allegato al numero di Max che uscì nell’ottobre 1985. Copertina rossa con il marchio dell’evento, in bianco: la chitarra a forma di Africa.

A organizzare Live Aid furono Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox. Obiettivo dichiarato: raccogliere fondi per alleviare la disastrosa carestia in Etiopia. Il supplemento di Max costava 5.000 lire, il ricavato sarebbe stato devoluto alla stessa causa.

Il doppio concerto si svolse il 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra (Inghilterra) e al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia; a Wembley c’erano 72.000 spettatori, al Kennedy 90.000, si stima che quasi due miliardi di spettatori in 150 Paesi abbiano assistito alla diretta televisiva.

Ognuna delle due parti del concerto si chiuse con il rispettivo inno all-star contro la fame: Band Aid in Gran Bretagna con Do They Know It’s Christmas, e USA for Africa a chiusura del concerto americano con We Are the World.

Phil Collins disse: “Ho preso il Concorde e ho cantato in tutti e due i concerti. La gente ne ha parlato parecchio. Ma, onestamente, non è stata gran cosa: che cosa sono tre ore e mezzo di volo?”.

L’introduzione a questo supplemento è firmata da Bob Geldof. Seguono grandi fotografie a colori, fra cui: Sting (camicia bianca senza collo, pantaloni kaki e mani in tasca); Dire Straits; Linda e Paul McCartney in bianco e nero, con il badge del concerto appeso al collo; Neil Young; Crosby Stills e Nash (tanto invecchiati); Bryan Ferry, al solito elegantissimo in bianco e nero; Joan Baez sorridente; Bob Dylan assorto, che guarda in basso; The Who (in un bianco e nero ruvido, quasi sporco), Phil Collins accanto a Bob Geldof; Duran Duran; David Bowie sul palco; Bono sul palco; Jack Nicholson (con sigaretta) accanto a Stephen Stills; Lady D, il principe Carlo e Bob Geldof; Keith Richards in canottiera; Mick Jagger in cinque pose (dominanti, arancio e blu); la folla sterminata e accaldata; Eric Clapton; Elvis Costello; Adam Ant; Freddie Mercury in canottiera; Pete Townshend sul palco in quattro pose scalpitanti; Tina Turner in minigonna che si prepara a entrare; Simon LeBon… Strano come di Madonna, Led Zeppelin, Santana, The Pretenders siano riprodotte solo piccole fotografie quadrate.

Fra tutte le foto, solo cinque sono davvero eccezionali: David Bowie e Mick Jagger mentre cantano testa a testa; Bono e Paul McCartney che cantano insieme; Tina Turner ruggente sul palco accanto a Mick Jagger; Pete Townshend e Paul McCartney sollevano Bob Geldof. E Keith Richards che scherza con Jack Nicholson e Bob Dylan.

3395, mi ricordo

Mi ricordo – sarà la vecchiaia – che qualunque cambiamento all’editor di qualunque strumento informatico mi sembra peggiorare le cose.

Raccontare, resistere… Un anno fa moriva Luis Sepulveda

Il VecchioPatagoniaAtacamaLa Gabbianella

In una lunga conversazione con Bruno Arpaia, Sepúlveda affrontava i temi più appassionanti: la sinistra di ieri e di oggi; la sfida dei movimenti no global; l’orizzonte politico dell’impegno ambientale; la letteratura latinoamericana e cos’è stato per lui scrivere; in che forma si può raccontare la lotta, il carcere, l’esilio…

Da quali scrittori è stato più influenzato? Cortázar, Soriano ed Hemingway. Non mancano indicazioni più concrete sul suo modo di scrivere, sulle sue nevrosi (scrive solo a mano su fogli bianchi senza righe e su una scrivania ordinatissima), l’ultima revisione fatta al registratore, perché la forza delle parole va verificata con la voce.

“La scrittura aiuta ad accettare e a spiegare a noi stessi le situazioni dolorose che abbiamo vissuto, quelle che ci costa fatica rivivere. Quando pensavo a ciò che avevo provato in carcere, non mi veniva in mente solo il dolore fisico, ma anche e soprattutto le umiliazioni subite, il tentativo di farmi perdere la dignità di essere umano. Per anni ho pensato a come esprimere quell’esperienza, giungendo in un primo tempo alla conclusione che era impossibile. Poi, quando mi sono costretto a parlarne, perché era un tema ineludibile, mi è venuto in mente che l’unica maniera di farlo era adottando uno stile fondato su una grande brevità, nettezza e concisione”.

“Tutti i rivoluzionari latinoamericani degli anni Settanta erano generosi e ingenui, e noi cileni molto più degli altri. Ma lo dico quasi con soddisfazione. Quella generosità e quella ingenuità non ci fecero mai raggiungere il grado di paranoia militare dei Montoneros o dell’ERP argentini, non ci ammazzammo mai tra noi per stabilire quale fosse la linea più corretta. Al contrario, cercammo sempre di unire le forze, anche se non ci riuscimmo del tutto. Ciò che salva l’esperienza cilena rispetto a quella argentina è che noi non ci cannibalizzammo”.

“Se non si è convinti di stare usando le parole più belle del mondo… non si sta credendo in ciò che si scrive. Non si può fare nulla in letteratura se non si parte dalla premessa fondamentale che si scrive per sedurre il lettore”. Bachtin ha detto che “La correlazione tra letteratura e vita è come quella tra il vino e l’uva. L’uva è la vita e il vino è ciò che si ottiene dopo un lungo processo di pigiatura, spremitura, fermentazione”.

La sinistra occidentale soffre di pigrizia culturale, manca di conoscenza, la mancanza di immaginazione è il suo limite più grave; “la resistenza, oggi, deve essere guidata da un profondo rispetto nei confronti della pluralità: due idee sono meglio di una, tre idee sono meglio di due”.

Sepúlveda condivide quanto sostenne Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”.

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Maupassant (8 storie complete), Dino Battaglia, 1976-77

Fumettista atipico, non avendo prodotto un personaggio seriale (parziale eccezione l’Ispettore Coke, di cui realizzò un paio di storie nei primi anni Ottanta), Dino Battaglia (1923-83) ha trasfigurato nei fumetti le più celebri trame di Rabelais, Poe e Melville, Stevenson e Lovecraft, venendo spesso catalogato – come fosse un limite – nella categoria degli “illustratori”.

Di Guy de Maupassant, ha illustrato otto racconti sulla guerra franco-prussiana, apparvero su Linus fra il 1976 e il ’77, ognuno si sviluppa fra le dieci e le diciotto tavole.

Le storie ispirate a Battaglia dall’opera di Maupassant sono state raccolte più volte in volume; la prima nel 1978 da Milano Libri; questa ristampa ripropone le otto storie brevi, nell’originaria versione in bianco e nero. Sposato nel 1950 con Laura De Vescovi, Battaglia vi trovò una valida collaboratrice alle sceneggiature e ai colori; anche queste storie sono state riproposte a colori, sulla rivista Corto Maltese.

Mi è sempre parso che lo stile di Battaglia fosse armonico, tanto elegante quanto gradevole: la disposizione delle vignette sulla tavola, la cura assegnata al lettering, le insolite geometrie dei bianchi e dei neri (in questo caso, gradazioni di grigio, ottenute tramite spugnettature e abrasioni, nello stile personale dell’autore). Le tavole di Battaglia sono talmente belle, ricche di sfumature, da richiedere una certa lentezza nella lettura, per soffermarsi sui dettagli grafici. Il massimo risultato, Battaglia lo ottiene nella ricostruzione delle atmosfere. Non vuole nobilitare il fumetto attraverso un rimando alla grande letteratura: utilizza i classici per sperimentare le possibilità intrinseche del mezzo.

Maupassant pubblicò questi racconti fra il 1880 e il 1884, rievocando un passaggio storico drammatico per la Francia, la fine dell’Impero che aprì la strada alla Terza Repubblica, in seguito alla disastrosa sconfitta militare dell’esercito di Napoleone III contro la Prussia di Bismarck; nel 1870-71, l’esercito prussiano invase il territorio francese e vi si stabilì lungamente.

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Carlo e Gigio

#Peanuts, 39 anni fa compariva “Bugia” Benny

Il 16 aprile 1982 è il giorno della prima apparizione di “Bugia” Benny.

Nel doppio di tennis, Snoopy gioca insieme all’aggressiva Molly Volley, con il suo immancabile cappellino rosso; i loro avversari sono “Piangina” Boobie, che si lamenta per qualsiasi cosa e, appunto, “Bugia” Benny.

Sovrastato dalla personalità della compagna, Benny è solito chiamare “Out” sulle palline degli altri.

3394, mi ricordo

Mi ricordo che un giorno è la spalla destra, un giorno è la pancia gonfia, un giorno è il ginocchio sinistro, eccetera.

Quella notte a Miami… [One Night in Miami], Regina King, 2020 – [filmTv70] – 8

Storia potentissima, sceneggiatura impeccabile, regia che non sembra di un’esordiente… Forse il risultato poteva essere più emozionante, meno didascalico, ma l’obiettivo era difficilissimo: chiudere nella stessa stanza di un motel quattro eroi afroamericani.

A Miami, il 25 febbraio 1964, Cassius Clay si è appena impossessato della cintura di campione del mondo dei Massimi. A bordo ring tre amici: Jim Brown, il miglior runningback della NFL, Sam Cooke, “il re del soul” all’apice del successo, e la sua guida spirituale, Malcolm X, in rotta di collisione con la Nation of Islam proprio mentre convince il pugile a farsi musulmano.

Musica e sport, gli unici ambienti in cui agli afroamericani era consentito emergere. Nel film, si immagina Malcolm X che cerca aiuto, critica e blandisce tre amici sulla cresta dell’onda, li invita a riflettere sulla propria responsabilità. Ricchi, famosi, vincenti: quale influenza potrebbero avere per l’emancipazione del popolo nero, quale presa di coscienza potrebbero favorire, schierandosi senza opportunismi… Ma per tanti neri, l’unica emancipazione possibile sta nel conquistare il successo e fare soldi. E lo stesso Malcolm X è “protetto” da guardie del corpo, ma l’inedito pericolo che gli deriva dalla Nation of Islam sta diventando più inquietante di quello del nemico storico, l’FBI.

Nata in teatro, la scrittura è di Kemp Powers, che partorisce un What If politicamente e storicamente fondato: quella stanza di motel racchiude una rivoluzione allo stato nascente. Eli Goree rende bene il giocoso infantilismo di Cassius, Aldis Hodge mostra lo scetticismo di chi sente scricchiolare le ginocchia e medita di darsi al cinema, Leslie Odom Jr. illumina l’ambiguità di un fenomenale cantante che non ha saputo scrivere Blowin’ in the Wind, e pur senza poter competere con il Denzel Washington di Spike Lee, Kingsley Ben Adir sa restituire l’amarezza e la solitudine di un uomo che non vorrebbe ridursi a martire.

#Oscar2021

Pep

3393, mi ricordo

Mi ricordo l’anno in cui arrivarono alle semifinali di Champions le quattro società più arroganti e straricche d’Europa, le più odiose se escludo la Juve.

Borat – Seguito di film cinema [Borat Subsequent Moviefilm], Jason Woliner, 2020 – [filmTv69] – 7

Quattordici anni dopo, riappare Borat Sagdiyev, giornalista kazako. Costretto ai lavori forzati per il disonore arrecato al suo Paese e al suo amato leader, viene liberato su ordine di Nazarbaev, che gli affida una missione: ingraziarsi Donald Trump attraverso il suo vice, Mike Pence. Gli verrà regalato il ministro della Cultura del Kazakistan, nonché miglior pornoattore del Paese, Johnny la scimmia. Che è proprio una scimmia… Borat – cioè Sacha Baron Cohen – parte per l’America dove scopre che la figlia Tutar si è sostituita (diciamo così) alla scimmia.

Irriverente? Non rende l’idea. Oltraggioso? Senz’altro, ma con un bersaglio condivisibile. Parodia? Servirebbe un superlativo. Politicamente scorretto? Di più, è antropologicamente scorretto, ha usato la pandemia per rendersi ancora più urticante e sgradevole. Si può essere felici scoprendo che l’Olocausto c’è stato davvero, e solo con i “nazisti dell’Illinois” e con i fanatici delle armi (Bowling at Columbine), si erano mostrati WASP così indifendibili.

Ignorantissimi e stracolmi di pregiudizi, Borat e Tutar cercano di decodificare segni a noi comuni, estranei dalla loro cultura. Dice la figlia: “Mio papà è la persona più in gamba di tutta la Terra piatta”. Dice il padre: “Devo difendere vagina di mia figlia dal sindaco di America” (Rudolph Giuliani, fra le vittime di questo film spudorato).

Protagonista di varie azioni in incognito, Sacha Baron Cohen partecipa a una manifestazione dei Repubblicani vestito da membro del Ku Klux Klan; fa irruzione a un comizio di Pence travestito da Trump; di accampa in casa di Repubblicani negazionisti del COVID; sale sul palco in una manifestazione di estrema destra, cantando una canzone razzista… Tutto di corsa, affinché il film fosse pronto e distribuito prima delle presidenziali del 4 novembre scorso.

Due candidature all’Oscar: per Maria Bakalova come attrice non protagonista, per Baron Cohen e un’altra decina di complici per la sceneggiatura originale.

#Oscar2021

I Quattro Giusti, Edgar Wallace, 1905

In un caffè di Cadice, in Andalusia, avviene il primo incontro: Leon Gonsalez, Poiccart e George Manfred hanno dato appuntamento a Thery (altrimenti noto come Saimont). I primi tre si conoscono da anni e condividono questa missione: uccidere “per amore della giustizia”. Al quarto uomo dicono che “è questo che ci distingue e ci eleva al di sopra della marmaglia degli assassini di mestiere”. Intervengono quando un malfattore riesce a sottrarsi alle sanzioni della giustizia terrena: adesso, hanno bisogno del diffidente Thery, nel loro mirino è finito il ministro degli Esteri inglese, Sir Philip Ramon.

Quel ministro ha proposto una legge sull’estradizione “concepita al solo scopo di consegnare nelle mani di un governo corrotto e vendicativo uomini che oggi trovano in Inghilterra asilo dalla persecuzione dei despoti e dei tiranni”. L’immediata conseguenza sarebbe l’espulsione dei rifugiati politici. È quanto scrivono al ministro, chiedendogli di recedere dal suo proposito, pena la morte. Si firmano “I Quattro Giusti”.

Un giornale londinese pubblica la lettera anonima e ricostruisce gli episodi (almeno sedici, in varie parti del mondo) in cui i Quattro Giusti avrebbero già imposto la loro singolare idea di giustizia. Pare che uno dei Quattro sia morto a Parigi… Forse il reclutamento del recalcitrante Thery è in sostituzione del quarto complice, che si chiamava Clarice.

Mostrando di poter piazzare una bomba nella sala per fumatori della Camera dei Comuni, i Quattro Giusti si rivelano abilissimi nei travestimenti. Scotland Yard si muove alla cieca, nessuno ha idea dell’identità dei giustizieri, della loro nazionalità, dove si nascondano, come intendano colpire il ministro. Il lettore è appena un passo avanti, sa che i Quattro hanno acquistato una ditta che produceva lastre zincografiche… Dai loro dialoghi, si viene a sapere che Manfred, Poiccart e Gonsalez sono molto ricchi, mentre Thery è stato coinvolto contro la sua volontà.

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L’ultimo mese di pandemia in quattro Regioni, solo in apparenza simili

Centomila nuovi casi e circa tremila morti a settimana… Una lieve riduzione dei ricoverati in terapia intensiva, ma ancora più di mezzo milione di malati certificati… Ci si abitua a tutto. Si convive con tutto. “Perché con la ragione / Si sopravvive a tutto / Si distrugge il distrutto”, cantava Lucio Battisti,

Un mese fa ho proposto una tabella con i dati ufficiali di Veneto, Campania, Emilia-Romagna e Piemonte, Regioni simili per popolazione e numero di casi riscontrati, ma assai diverse nel loro esito.

Facevo notare come in Campania sia molto più facile ammalarsi e molto più difficile morire, come in Piemonte chi si ammala si aggravi più spesso che altrove, che in Emilia-Romagna vi è una letalità peggiore di ogni altra (Lombardia esclusa) e come il Veneto stesse vivendo la seconda e la terza ondata meglio di altri.

Passato un mese, i dati confermano queste differenze (confrontate i morti e i ricoverati di Regioni confinanti). E di spiegazioni, nemmeno l’ombra.

3392, mi ricordo

Mi ricordo quel giorno che riesumai il Risiko, al solo scopo di fotografare gruppi di carrarmatini.

5 è il numero perfetto [id.], Igort, 2019 – [filmTv68] – 7

Tratto dall’omonimo graphic novel (2002), mi pare che il film riesca a salire allo stesso livello. Purtroppo, conoscendo la trama, certi passaggi arrivano “telefonati”, ma va apprezzato lo sforzo per definire un’estetica originale, malinconica e artificiale. Merito del direttore della fotografia Nicolaj Brüel, che con Matteo Garrone ha realizzato Dogman e Pinocchio.

Napoli non era mai stata mostrata così. Pioggia, tanta pioggia, buio, vicoli e scale, palazzi cadenti dalle architetture escheriane; auto d’epoca (primi anni Settanta), tergicristalli sempre in azione. Quanto ai volti, c’è l’eredità lombrosiana già esaltata in Dick Tracy. I malvagi appaiono tali ancora prima di aprire bocca o estrarre la rivoltella. Le sparatorie sono coreografie sanguinose, come in certi film giapponesi.

Rispetto alle tavole stampate, Toni Servillo è, neanche a dirlo, il valore aggiunto: Peppino Lo Cicero è un killer sessantenne dal naso deforme, inconsolabilmente vedovo (oddio, si consolerà) e affezionatissimo all’unico figlio, Nino (Lorenzo Lancellotti), pure lui killer. Quando si tratta di pensare a un bel regalo di compleanno, Peppino va dritto su una pistola d’annata. Nino apprezza, commosso, davanti a ‘na tazzulella ‘è cafè.

Padre e figlio appartengono alla categoria di chi ci tiene, a far bene il proprio mestiere. L’onore non ha prezzo. Proprio per questo, il primo colpo di scena sarà deflagrante e reindirizzerà la vita di Peppino. Che presto incrocia un vecchio amico e una donna a cui è stato legato (li interpretano Carlo Buccirosso e Valeria Golino).

Storia di integrità, amicizia e vendetta, 5 è il numero perfetto perché sta a sintetizzare due gambe, due braccia e una faccia, la perfetta individualità di chi non ha padroni. Amareggiato, sopravvissuto, spaesato, Peppino Lo Cicero non ha paura di morire, ma può ancora avere pietà. Del resto, crede alla Madonna, accende ceri e anticipa: “Ora ve ne mando qualcuno, e poi voi ci date una ripassata”.

Forbes, Money, Pound

Forbes è una rivista statunitense che si occupa di soldi. Di capitali. Di finanza. Di valore di scambio… Fondata nel 1917, la rivista adotta un simpatico slogan “Lo strumento del capitalista”.

Le valutazioni di Forbes somigliano a quelle delle agenzie di rating (la pandemia sembra averle fatte sparire), e quando si legge quella dell’Inter, ecco che la rivista sembra confermare l’offerta di BC Partners, valutazione giudicata insufficiente da Suning.

La classifica che sta sulla sinistra mi pare interessante perché fa capire cosa sia, davvero, “il valore”. Per “lo strumento del capitalista”, il valore non ha molto a che fare con il merito sportivo: Arsenal, Tottenham, Everton e persino United non possono certo vantare molte vittorie negli ultimi 10-15 anni. Eppure, il loro valore è nettamente superiore a quello delle più ricche società italiane, dove la Juventus – grazie anche allo stadio – vale tre volte l’Inter e quattro volte il Milan, e nettamente più della somma delle due milanesi. E la somma delle due milanesi vale appena un terzo (o meno) di ognuna delle prime sei società, secondo Forbes.

Ho abbinato alla fotografia della rivista l’attuale classifica della Premier League.

In questo momento, Tottenham, Everton e Arsenal – dunque anche Mourinho e Ancelotti – sono nettamente fuori dalla prossima Champions League, e non hanno nemmeno la certezza di giocare l’Europa League. Persino Chelsea e Liverpool sono a rischio di non disputare la prossima Champions.

Ma società con questo “valore” non possono permettersi di restare escluse dai palcoscenici più prestigiosi. Analogamente a quanto già succede nel basket, con la farsa dell’Euroleague (un torneo a invito, con squadre che per molti anni detengono il diritto di esserci, comunque vada), è facile prevedere che anche nel calcio si arriverà a una competizione europea in cui il merito sportivo varrà immensamente meno del fatturato.

Peccato per l’Atalanta, per il Lipsia, per il Lilla… Sei o sette società della Premier League faranno parte automaticamente del nuovo torneo. Nemmeno la Brexit – come ipotizzavano certi analisti – potrà limitare lo strapotere degli inglesi.

Il potere e la gloria, Graham Greene, 1940

Golfo del Messico, una cittadina portuale “arsa dal sole”, vari avvoltoi stanno accucciati sui tetti, le bevande alcoliche sono monopolio statale, dopo le piogge, il fango si è seccato e “il suolo era duro come la pietra sotto i piedi”. Spesso l’acqua è malsana, gli scarafaggi sono ovunque. “Tutte le case erano a un piano, imbiancate a calce, costruite intorno a piccoli patios con una fontana e un po’ di fiori”. Intorno, verso la foresta, paludi, scarafaggi e zanzare, piantagioni di banane, alligatori sul greto sabbioso del fiume. “In quel clima, caldo, umido, era impossibile restare brilli per molto tempo: l’alcol se ne andava via presto in sudore”.

Scarpe sfondate, vestiti laceri, il protagonista sa che in certi villaggi non vedono un prete da cinque anni. Sono così miserabili, quei campesinos, che bevono caffè di granturco… Lo chiamano ancora Padre José, era un prete, per salvarsi la vita ha accettato di sposarsi, è vecchio e corpulento; un giorno, al cimitero, gli viene chiesto di pronunciare una preghiera per una bambina di cinque anni, ma José si nega, sa che poi quei parenti si vanteranno, non se la sente di rischiare la morte.

Il luogotenente informa il Jefe, il capo della polizia, su come intende procedere per catturare quel prete. Deve farlo entro cinque settimane, prima che comincino le piogge. Prenderà degli ostaggi in ogni villaggio e li ucciderà, se non troverà collaborazione.

“Era un cattivo prete, lo sapeva. La gente aveva un nomignolo per quelli del suo genere: il prete dell’acquavite”. Dopo sei anni, fa ritorno al suo paese. Non sono contenti di vederlo, temono la repressione. Ed è così che il prete scopre degli ostaggi presi in altri villaggi, fucilati e sostituiti da altri. Vede Maria, la donna con cui, sette anni prima, aveva fatto sesso. Vede Brigitta, la bambina che ne è nata. Prima dell’alba, tiene messa. Deve interromperla, perché uno squadrone di polizia ha accerchiato il villaggio; a guidarlo, c’è il luogotenente. Parla ai nativi, dice di essere sulle tracce di due uomini, il prete e un killer yankee. Per entrambi, è prevista una ricompensa a chi favorirà la cattura. Il prete resiste all’impulso di consegnarsi e farsi uccidere.

Si chiede se non sia per orgoglio (“il peccato che aveva fatto cadere gli angeli”), che non cede, come hanno fatto tanti altri preti. Viene arrestato, ma non riconosciuto. Passa una notte in una cella sovraffollata, irrespirabile, autentico girone dell’inferno (fetore, atti sessuali, pianti, vomito). Ai disgraziati lì rinchiusi, confessa di essere un prete. Li informa della ricompensa per chi aiuterà a catturarlo. Ma nessuno lo tradisce (forse c’è chi teme di non poter incassare la taglia), il luogotenente non lo riconosce, lo libera e gli fa l’elemosina…

The power and the glory venne tradotto da Elio Vittorini per l’ormai mitica collana “Medusa”.

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5 è il numero perfetto, Igort, il fumetto

Concepito durante un soggiorno a Tokyo, il graphic novel – 180 tavole in bicromia – è stato completato fra il 1994 e il 2002; i primi capitoli vennero pubblicati dalla Phoenix nel ’98.

Evocati dal segno di Igort, piccoli individui fuoriescono da macchie azzurrate o nere, invadono gli spazi, dominano gli sfondi o si lasciano sovrastare da Napoli, fotografata con l’abito più notturno e piovoso. Sono disegni che bagnano il foglio di acquerello quando piove, e lo graffiano con un tratto sottile e spigoloso nei momenti di maggior tensione. Talvolta la luce è accecante, il nero scompare e svaniscono anche i sottili contorni di pennino; la forma è data solo dall’ombra del grigio. Quando invece è notte, il nero colma le tavole, lasciando qualche spazio al grigio.

È un noir sceneggiato con ritmo e inquadrature cinematografiche, rende omaggio alle pellicole di Leone e Kitano, la dedica va a Simenon e Herriman, e a me ha ricordato certe atmosfere di David Mazzucchelli.

Finalmente Igor Tuveri – cagliaritano, classe 1958 – lo porta al cinema, con un esordio alla regia che si avvale di Toni Servillo a indossare il profilo inconfondibile di Peppino Lo Cicero, il guappo riemerso dalla pensione per regolare i conti. Leggi il resto dell’articolo

3391, mi ricordo

Mi ricordo che la app del barbiere pare saperlo in anticipo, che la Regione sta per tornare arancione.

Sound of Metal [id.], Darius Marder, 2019 – [filmTv64] – 8

Ecco uno dei tre o quattro film che si disputeranno l’immortalità nella Notte degli Oscar. Ha molte qualità, è “artistico” in modo originale, trasmette un’intensità emotiva a cui è impossibile restare indifferenti, rifugge da ogni glamour e segna la definitiva consacrazione di Rez Ahmed, inglese d’origine pakistana, visto in una bella miniserie: The Night Of.

A petto nudo, pieno di tatuaggi, con i capelli bicolori, Ruben Stone picchia sulla batteria, accompagnando la cantante Louise (Olivia Cooke). La coppia vive in un camper, conducendo una vita in continuo movimento, da un concerto all’altro. Improvvisamente, Ruben perde l’udito. Il degrado è rapido e irreversibile, può solo essere contrastato in un centro di recupero, dove insegnano il linguaggio dei gesti e, soprattutto, a non farsi illusioni.

Ruben, invece, non può farne a meno. La sua disperazione sembra irrimediabile, vende tutto quel che ha, compreso il camper, per raccattare i soldi necessari all’operazione chirurgica. Nel frattempo, inizia a socializzare con i bambini, dando loro lezioni di batteria (il cast è in gran parte composto da attori non professionisti e non udenti).

Scopriremo che la musica e Louise hanno salvato Ruben dall’eroina. Scopriremo, inoltre, che Joe, l’uomo a capo della comune (il candidato all’Oscar Paul Raci), aveva perso l’udito in Vietnam. Joe scommette tutto sul fatto che la mancanza di udito non si trasformi in handicap, la cura è soprattutto psicologica, per riconquistare una sorta di normalità.

Prima delle riprese, per mesi Ahmed ha preso lezioni di batteria e imparato il linguaggio dei segni. La sua sofferenza è resa in modo commovente, lo spettatore è trascinato in un’esperienza sensoriale. Ma più che il protagonista, la statuetta potrebbe premiare la sceneggiatura originale (Darius e Abraham Marder e Derek Cianfrance) e, neanche a dirlo, il miglior sonoro.

#Oscar2021

Più 11 a meno 8

Undici vittorie in avvio del girone di ritorno, nessuno le aveva mai fatte: andrebbe spiegato a Sconcerti e a quelli che parlano di un campionato modesto. È così modesto, che hanno appena vinto tutte le prime 7 della classifica e forse non basteranno 73-74 punti per andare in Champions. Mai successo prima.

La sesta vittoria con un solo gol di scarto – come la Juve di Allegri, che però veniva esalatata a modello – è venuta grazie a un capolavoro geometrico di Lukaku e Hakimi, finalizzato da Matteo Darmian, uno di quei calciatori che gli allenatori valutano meglio dei tifosi, se è vero che ha giocato più di 100 partite in Premier League (nello United, non nel Burnley) e 31 in Nazionale. Darmian aveva cominciato la partita come laterale destro, ha segnato agendo da laterale sinistro su percussione del laterale destro appena entrato.

Nessuna parata significativa di Handanovic, una pressione costante e molti tiri da fuori area. Ma Sanchez ha fallito l’occasione di farsi vedere dal primo minuto e l’assenza di Barella non è stata compensata da Sensi. La traversa di De Vrji sembrava preludere a una giornata deludente, ma Conte poteva estrarre dalla panchina Lautaro e Hakimi, e tanto è bastato. Semmai, non arrivo a capire perché sostituire sia Sensi che Eriksen, rinunciando al palleggio.

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3390, mi ricordo

Mi ricordo che il mattino del primo aprile è arrivato un treno da Napoli e a bordo c’era Zoppetta, che dopo qualche giorno abbiamo deciso di chiamare Moule.