Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, Decalogo

Dekalog – il libro, tradotto per Einaudi nel ’91 da Malgorzata Furdal e Paolo Gesumunno, non coincide con il film. Le pagine contengono scene in più, dettagli mancanti, differenze significative; in sede di montaggio, il regista ha rimodulato gli intrecci, soppesato soluzioni alternative, compiuto scelte di magistrale economia narrativa.

Trasmessi dalla televisione pubblica polacca, i 10 film di 55’ furono preceduti da due lungometraggi per il cinema, Breve film sull’uccidere e Breve film sull’amore (con un diverso finale). In Italia, i 10 episodi vennero proiettati al cinematografo a coppie consecutive; passate 2-3 settimane, usciva una nuova coppia di titoli.

Ogni episodio del Decalogo mette in scena una storia di vita quotidiana ispirata a uno dei Dieci Comandamenti biblici. L’idea di partenza era stata di Piesiewicz: avvocato, alcune di queste storie rimandano alla sua esperienza forense. Kieslowski gli chiedeva di limitare gli aggettivi, i dettagli rivelatori di un sentimento, a vantaggio di scene concrete. Per esempio: “Quest’uomo ha paura”, diventa: “La finestra si è aperta all’improvviso”.

I riferimenti all’attualità politica polacca sono volutamente assenti; rispetto ai testi contenuti nel libro – usciti come racconti, in Polonia – si avverte come in sede di montaggio Kieslowski abbia tagliato vari passaggi che rimandavano ai processi politici degli anni Settanta e Ottanta. Leggi il resto dell’articolo

L’abbiamo fatta grossa [id.], Carlo Verdone, 2016 [filmTv28] – 5

Visto al cinema, mi aveva deluso e irritato: l’ultima mezz’ora mi era parsa tirata via come se l’intero set dovesse essere evacuato in fretta e furia per una fuga di gas.

In tivù, il giudizio migliora un poco, forse perché in questi giorni c’è voglia di sorridere e la coppia Verdone / Albanese sembra fatta apposta per divertire. Era lecito aspettarsi di più non solo dalla storia, ma anche dalla chimica dei corpi: costretti a una collaborazione forzata, che ovviamente evolve in amicizia, i due risultano troppo simili, a parte le inflessioni vocali. Penso sarebbero più efficaci dentro a caratterizzazioni opposte, anziché nel gioco della complicità.

Il venticinquesimo film di Verdone venne prodotto da De Laurentiis, e sceneggiato da Pasquale Plastino e Massimo Gaudino; fra i comprimari, Anna Kasyan (cantante lirica armena), Clotilde Sabatino e Massimo Popolizio.

Due losers, o forse autentici sfigati – Arturo e Yuri, investigatore privato e attore di teatro – entrambi senza soldi e con una vita privata terremotata, per caso mettono le mani su un milione di euro. Ovviamente quei soldi sono “sporchi” e qualcuno farà di tutto per riprenderli.

Tipica commedia degli equivoci, scimmiottando il noir. Ma la trama è sgangherata, le avventure più improbabili che rocambolesche, certe gag di grana grossa (lo sketch nel centro estetico per poter asciugare il denaro)… Alcuni spunti vengono subito abbandonati, i comprimari scadono a macchiette monocordi e non apportano alcun impulso vitale. Solo il fragoroso sberleffo in carcere riverbera echi dell’ispirazione di un tempo.

Riverberi, dicevo: ma che Yuri chieda “scusissima” o che Arturo millanti strepitose avventure esotiche con la credulona cantante, appaiono autocitazioni evitabili. Già questo detective che abita con l’anziana zia arteriosclerotica ricalca il protagonista di Acqua e sapone che viveva con la nonna…

Il lupo della steppa, Hermann Hesse

Der Steppenwolf uscì a Berlino nel 1927, la traduzione di Ervino Pocar è del 1946 (doveva uscire nel ’41, ma era un testo pacifista). Riletto a distanza di quarant’anni, mi piacque molto più allora.

Nella finzione, un “curatore” decide di dare alle stampe il manoscritto lasciato da un uomo scomparso nel nulla. Il curatore ricorda il primo incontro con quel cinquantenne: si presentò da sua zia a chiedere una camera ammobiliata, poi “abitò in casa nostra per nove-dieci mesi”. Era un individuo “selvatico e un poco ombroso”; accettò ogni condizione, chiese solo di non essere segnalato alla polizia.

Harry Haller era la sua identità. Scrive il nipote dell’affittacamere: “era un genio della sofferenza e aveva catturato … una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole”. Pessimista su tutto, innanzitutto su se stesso, si autodefiniva “lupo della steppa”, a segnare l’estraneità dalla massa di individui che lo circondavano. Al curatore, un giorno, volle far conoscere una frase di Novalis – “La maggior parte degli uomini non vuol nuotare prima di saper nuotare”. Di che genere era la sua sofferenza? Un giorno Harry Haller disse: “una natura come quella di Nietzsche ha dovuto soffrire in anticipo la miseria di oggi, in anticipo di più che una generazione: ciò che egli dovette assaporare solitario e incompreso, oggi lo soffrono migliaia e migliaia di uomini”.

L’ambientazione è vaga, non ben definiti la città e l’epoca in cui si svolge la vicenda. Attraverso il lungo monologo di Haller, il carattere del libro, come lo definì Hesse, è quello di una “biografia dell’anima”.

“Il borghese brucia oggi per eretici e impicca per delinquente quello stesso al quale posdomani erigerà monumenti”. Soffre, il lupo della steppa, per la decadenza della civiltà occidentale: “Oh, è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito”. Si sente estraneo, anzi ostile, alla cultura di massa: cinematografo, teatro di varietà, sale da ballo, sport, giornali, pubblicità. Leggi il resto dell’articolo

03. Luoghi in cui tornerei volentieri

Nei 30 giorni di aprile, una al giorno, pubblicherò immagini di luoghi in cui sono stato e che mi piacerebbe rivedere.

Trattasi, come ovvio, di una specie di terapia per ingannare il tempo, nel pieno di una quarantena che non finirà presto e nel timore che la vita post-Covid faticherà a ritrovare la leggerezza precedente. Nel fare viaggi, per esempio.

03. Antigua, Guatemala

2571, mi ricordo

Mi ricordo libri letti sconsideratamente prima del tempo e altri quando non avevano più molto da dirmi.

Bodyguard, la miniserie

Bodyguard è una miniserie britannica creata da Jed Mercurio e diretta da Thomas Vincent (episodi 1-2-3) e John Strickland (4-5-6). Trasmessa dal 26 agosto 2018 su BBC One, si sviluppa in sei episodi, per circa sei ore complessive; l’ultimo ha battuto vari record in Gran Bretagna: 10,4 milioni di telespettatori, con uno share superiore al 40%.

La serie è stata interamente distribuita da Netflix il 24 ottobre 2018

Gli attori principali sono Richard Madden (sergente David Budd) e Keeley Hawes (Segretario di Stato Julia Montague), ma ruoli rilevanti sono interpretati da Gina McKee (capo della Polizia Anne Sampson), Sophie Rundle (Vicky, la moglie separata di David) e Anjli Mohindra (Nadia, l’attentatrice suicida).

Il bodyguard si chiama David Budd, è un sergente di polizia che soffre di un grave disturbo da stress post-traumatico. Veterano dell’esercito, ha combattuto in Afghanistan e in Iraq, ha visto morire amici ed è tornato con una vistosa ustione alla schiena. Separato dalla moglie, frequenta i figli nei fine settimana; opera nel comando di protezione del Metropolitan Police Service di Londra. Dopo un atto eroico compiuto casualmente – sventa un attentato terroristico al treno su cui stava viaggiando con i due figli, Charlie (8) ed Ella (10) – David viene destinato alla protezione personale del ministro dell’Interno Julia Montague. Gli è facile capire che quella donna incarna la politica che più disprezza: mandare a morire inglesi a migliaia di chilometri, limitare le libertà in patria in nome della guerra al terrorismo.

La prima parte della trama ruota intorno al rapporto tra Budd e Montague, anzi fra David e Julia: comincia nella tensione, evolve nella comprensione, si scatena in una relazione intima di cui nessuno deve sapere. Leggi il resto dell’articolo

Carneade, chi era costui? 20 incubi calcistici

Sarà facile, per certi frequentatori di questo blog, identificare cosa accomuna i 20 nomi che seguono.

Antonio Manuel Pacheco Domingo (Reggiana), Alessandro Iannuzzi (Vicenza), Francesco Statuto (Roma), Ivan Kaviedes (Perugia), Hugo Enyinnaya (Bari), Gustavo Mendez (Torino), Jenilson Angelo de Souza (Parma), Cosmin Contra (Milan), Leonardo José Talamonti (Lazio), Herok Goitom (Udinese), Rafael Pereira da Silva (Messina), Daniele De Vezze e Massimo Loviso (Livorno), Keirrison de Souza Carneiro (Fiorentina), Renan Fernandes Garcia (Sampdoria), Paolo De Ceglie (Parma), José Holebas (Roma), Andi Lila (Parma), Maxine Lestienne (Genoa), Nicola Bellomo (Torino).

Risposta: sono calciatori mediocrissimi che hanno fatto gol all’Inter nell’ultimo quarto di secolo.

Quante volte ci è capitato di esclamare “ma questo segna solo a noi”!!!

A dare corpo a questa specie di incubo è stato Raffaello Lapadula con un tweet ben dettagliato e pieno di immagini dei colpevoli di certi pomeriggi e serate di cupo malumore. Che oggi stiamo rimpoiangendo…

02. Luoghi in cui tornerei volentieri

Nei 30 giorni di aprile, una al giorno, pubblicherò immagini di luoghi in cui sono stato e che mi piacerebbe rivedere.

Trattasi, come ovvio, di una specie di terapia per ingannare il tempo, nel pieno di una quarantena che non finirà presto e nel timore che la vita post-Covid faticherà a ritrovare la leggerezza precedente. Nel fare viaggi, per esempio.

02. A nord di Amsterdam, Olanda

 

2570, mi ricordo

Mi ricordo quando divoravo le pagine di Hermann Hesse.

Cuore di tenebra: Watamu-Mombasa 02.45 – 22 febbraio 2014

La Locanda degli Annegati, Georges Simenon, 1944

Adelphi ha ristampato i 28 racconti sul commissario Maigret che affiancano i 75 romanzi.
Questa è la seconda raccolta, che contiene L’innamorato della signora Maigret (8), La vecchia signora di Bayeux (7), La Locanda degli Annegati (6) e Stan, l’assassino (6).

La Locanda degli AnnegatiA dare il titolo alla raccolta, è il racconto  ambientato a Nemours, un centinaio di chilometri a sud di Parigi. Fu scritto nel 1938.

Maigret è arrivato il giorno prima per sistemare “una questione di poco conto”, per caso di trova a dover gestire un’indagine per omicidio. Pioveva da giorni, era autunno inoltrato, la Locanda dei Pescatori tutti la chiamavano la Locanda degli Annegati: lì accanto passa il canale di Loing, da dove sono stati ripescati molti cadaveri. Questo sembra essere un incidente stradale, ma l’auto ripescata contiene nel bagagliaio una giovane donna dai capelli biondo platino: è morta tre giorni prima, le avevano tagliato la gola.

La morta ha circa 45 anni, non può essere confusa con la ventenne che faceva parte della coppia che ha cenato e dormito nella locanda, per poi scomparire. Viviane è il nome di questa ragazza, e Maigret lo scopre quando si presenta il padre, un notaio di Versailles, che gli dice che è fuggita di casa, volendo sposare – contro il suo parere – un giovane cacciatore di dote…

Decalogo X. «Non desiderare la roba d’altri» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Ecco l’ultimo (magnifico) dei 10 episodi. Fra un paio di giorni il post riepilogativo con qualche riflessione su uno dei capolavori del cinema di fine secolo.

Difficile immaginare due fratelli più diversi di Jerzy e Artur: il primo è un borghese padre di famiglia, il secondo fa il cantante rock-punk. Si rivedono dopo oltre due anni per il funerale del padre. Il defunto non sembra aver altri parenti, l’oratore ufficiale ne ricorda i successi in numerose competizioni internazionali. Leggi il resto dell’articolo

01. Luoghi in cui tornerei volentieri

Nei 30 giorni di aprile, una al giorno, pubblicherò immagini di luoghi in cui sono stato e che mi piacerebbe rivedere.

Trattasi, come ovvio, di una specie di terapia per ingannare il tempo, nel pieno di una quarantena che non finirà presto e nel timore che la vita post-Covid faticherà a ritrovare la leggerezza precedente. Nel fare viaggi, per esempio.

01. Aigues-Mortes, Camargue, 1990

 

2569, mi ricordo

Mi ricordo il primo aprile per il compleanno di due gemelle.

Compagni di scuola [id.], Carlo Verdone, 1988 [filmTv21] – 8

Se non il più divertente, certo il miglior film “corale” di Verdone, scritto insieme a Piero De Bernardi, Leonardo Benvenuti e Rossella Contessi.

Tipica rimpatriata, quindici anni dopo il diploma, è evidente il debito con Il grande freddo di Kasdan – la colonna sonora riprende canzoni come A Salty Dog, Do It Again e Love Is All Around -, ma qui si evita qualsiasi analisi del contesto socio-politico, ci si concentra sulle dinamiche intrapersonali più che sul bilancio di una generazione. La migliore qualità del film sta nel giocare con i toni e con gli stereotipi, passando dal comico al malinconico, dal cinismo alla beffa, dalla crudeltà alla compassione. Dei 17 personaggi, è difficile trovarne uno migliorato alla fine degli anni Ottanta.

Verdone si ritaglia un ruolo cruciale quanto laterale, il complessato Piero (Er Patata), maestro di scuola privata con moglie insopportabile, e segreta, platonica love story con studentessa (Natasha Hovey). Nancy Brilli, bellissima nonostante una pettinatura terribile, è la mantenuta che ospita la festa prima di fare i bagagli. Christian De Sica (nome d’arte Tony Brando…) è il cantante fallito, patetico e pieno di debiti; Massimo Ghini l’antipaticissimo onorevole che dispensa il suo aiuto a chi umilia davanti a lui; Athina Cenci la psicanalista stufa di ascoltare i problemi altrui. Maurizio Ferrini e Alessandro Benvenuti gli autori del pessimo scherzo in cui cadono tutti.

Piero Natoli ed Eleonora Giorgi erano sposati, si rivedono dopo lunga separazione e lui ricomincia a corteggiarla, come se niente fosse. Poi ci sono il trucido spaccone, la ragazza madre, la zitella bisbetica, quello che non sta mai zitto, i due che amoreggiano fino alla mezzanotte (quando il marito di lei, carabiniere gelosissimo, passerà a prenderla), e quello che nessuno riconosce e quasi tutti deridono: Fabio Traversa, con quella faccia un po’ così, dritto da Ecce bombo.

#Brit-Pop 15: Elton John

Reginald Kenneth Dwight pare abbia venduto 500 milioni di dischi; per mezzo secolo, in gran parte insieme al paroliere Bernie Taupin, ha formato la coppia di compositori più prolifica ed esibizionista (700 canzoni, 3500 concerti). Due volte Oscar (1995: Can You Feel the Love Tonight e 2020: (I’m Gonna) Love Me Again), ha attraversato un paio di decenni con motivi d’ispirato romanticismo e irrimediabile impatto. Notevoli i duetti con John Lennon, Kiki Dee, Aretha Franklin e George Michael.

Voce e pianoforte, la formula migliore. Non sempre dotato di senso della misura (e non parlo del suo esibizionismo kitsch), ha sconsideratamente appesantito le sue musiche con arrangiamenti sontuosi, ma certe sue melodie arrivano ancora dritte al cuore. I due album che prediligo risalgono ai primi anni Settanta, sotto il segno di Paul Buckmaster: Tumbleweed Connection e Madman Across the Water.

Pietre miliari: Goodbye Yellow Brick Road, Your Song, Levon, Sacrifice, Rocket Man, Burn Down the Mission, Don’t Let The Sun Go Down On Me, Nikita, Song for Guy.

Fiesta. Il sole sorgerà ancora, Ernest Hemingway, 1926

The Sun Also Rises è il primo romanzo di Hemingway, qui nell’edizione tradotta da Giuseppe Trevisani. Faceva parte della libreria di mio padre.

Fra descrizioni secche, lunghissimi dialoghi e psicologie ridotte al minimo, Hemingway mette in relazione varie persone con Jake, reduce di guerra rimasto ferito “su un fronte da burla come quello italiano”. A causa della ferita, pare sia rimasto impotente. La storia è divisa in quattro parti: la prima ambientata a Parigi, la seconda sui Pirenei per la pesca alla trota, poi i giorni della fiesta di San Firmino a Pamplona, infine il gruppo si sfalda e Jake corre ancora in soccorso a Brett.

Jake (Jacob Barnes) fa il giornalista a Parigi, dove frequenta molti coetanei, americani e inglesi, fra cui Robert Cohn. Ebreo, laureato a Princeton, dove è stato campione dei pesi Medi, Cohn è reduce da un matrimonio fallito.

Istruiti e dotati di confuse aspirazioni artistiche, hanno fra i 30 e i 35 anni, ognuno con una diversa inquietudine. Bevono continuamente: brandy, scotch, whisky, champagne, birra, vino rosso… “Il pernod è una verdastra imitazione dell’assenzio. Aggiungendo acqua, diventa lattiginoso. Sa di liquorizia e vi tira parecchio su ma subito vi lascia ricadere”. Bevono continuamente, e sono sempre in giro per locali: il Napolitain, il Dingo, il Select. All’epoca, ci volevano 5 dollari per fare una sterlina. Fanno parte di quella che Gertrude Stein definì “la generazione perduta”, riferendosi ai giovani coinvolti nella Grande Guerra.

Ecco come Jake descrive la prima volta in cui Robert Cohn vide Brett Ashley, in un locale da ballo: “Teneva il bicchiere in mano ed io vidi che Cohn la guardava a un dipresso come il suo compatriota dovette un giorno guardare la Terra Promessa… Brett era assai ben messa. Portava un bolero di lana e una camicetta a righe, e i capelli tirati a spazzola indietro come quelli di un ragazzo. Era costruita con curve come lo scafo di uno yacht da corsa, e l’occhio non ne perdeva nessuna con quel bolero di lana”. Oltre a bere molto, Brett Ashley sparge il suo fascino con noncuranza, pare sempre un po’ annoiata. Leggi il resto dell’articolo