Downton Abbey, un arco narrativo di 13 anni e 5 mesi

I 7 episodi della prima stagione mostrano avvenimenti compresi fra l’aprile 1912 (affondamento del Titanic) e il 4 agosto 1914 (entrata in guerra dell’Inghilterra).

La seconda stagione – 8 episodi – si svolge fra il novembre 1916 (la battaglia della Somme) e l’aprile 1919, a cui si aggiunge Natale a Downton Abbey, collocato a fine 1919.

Nella terza stagione, gli 8 episodi coprono il periodo che va dal marzo 1920 al gennaio 1921; Un viaggio nelle Highlands è ambientato nel settembre 1921.

Gli 8 episodi relativi alla quarta stagione cominciano nel febbraio 1922 e si concludono ad agosto, mentre La stagione di Londra è ambientato nell’estate 1923.

La quinta stagione – 8 episodi – si colloca fra febbraio e dicembre 1924, e l’episodio Vacanze in brughiera sta nell’estate dello stesso anno.

La sesta e ultima stagione – ancora 8 episodi – è racchiusa fra febbraio e agosto 1925, con Il finale che si svolge nel successivo mese di settembre.

Dunque, la serie si sviluppa in 52 episodi e in un arco narrativo di 13 anni e 5 mesi.

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Ghost Dog. Il codice del samurai [Ghost Dog: The Way of the Samurai], Jim Jarmusch, 1999 [filmTv97] – 9

Scritto e diretto da Jim Jarmusch, e interpretato da Forest Whitaker, a vent’anni di distanza rappresenta uno dei vertici della carriera di entrambi.

Ghost Dog è il nome in codice di un imprendibile sicario afroamericano. Uccide su commissione, vive nel New Jersey, attraverso la metropoli di notte, su auto rubate, e si sforza di seguire i precetti del Bushido, il codice di comportamento del samurai nel Giappone feudale. Otto anni prima, uno sconosciuto gli ha salvato la vita, e la devozione verso quest’uomo (Louie, un mafioso italoamericano) non verrà mai meno.

Ghost Dog vive solo, non gli conoscono affetti. Ha un solo amico, un gelataio che parla solo francese; e sembra interessato a costruire un legame con una bambina a cui piace leggere. I lavori da sicario gli vengono commissionati tramite i suoi piccioni viaggiatori. Li esegue senza mostrare la minima emozione, implacabile e distante. Indossa guanti bianchi mentre lavora, ed è uno dei tanti riferimenti a Le Samouraï (in italiano Frank Costello faccia d’angelo), il gelido noir che nel 1967 Jean-Pierre Melville focalizzò su Alain Delon.

La routine si interrompe quando, nello svolgere un incarico, Ghost Dog si trova davanti alla figlia del padrino, il gran capo di Louie. In un piccolo ruolo, volutamente stereotipato, ritroviamo la faccia di pietra di Henry Silva, ormai settantenne.

Così, il sicario diventa un bersaglio. Va eliminato. E di nuovo si ravviva il rapporto fra il moderno samurai e il suo signore. Tutti guardano cartoni animati…

Utilizzando la fotografia di Robby Müller e la musica di RZA, leader del Wu Tang Clan, Jarmusch sembra interessato solo al conflitto fra minoranze emarginate, e alla scomparsa di un’etica sopravvissuta a mille prove. La violenza è incombente, ma l’azione viene ridotta all’essenziale, i tempi cinematografici sono segnati dal pathos e dal silenzio.

Forza maggiore [Turist], Ruben Östlund, 2014 [filmTv102] – 8

È il film che ha rivelato un nuovo autore svedese, che nel 2017 avrebbe sollevato la Palma d’Oro a Cannes (The Square); già con questo vinse il premio della giuria nella sezione Un Certain Regard.

Fatico a immaginarmelo al cinema, la forma di visione con cui l’ho recuperato mi ha permesso di stoppare, fare rewind, rivedere 3 volte la scena-madre, poco prima dell’undicesimo minuto.

Troviamo marito, moglie e due figli (più grande la femmina più piccolo il maschio), una famiglia svedese in vacanza sulle Alpi francesi (le riprese sono avvenute a Les Arcs, in Savoia). Turisti. I quattro sciano, le immagini delle piste e delle montagne hanno un afflato di bianca immensità. Vi contribuisce lo sparo della neve artificiale, e il gigantesco residence mi ha fatto pensare all’Overlook Hotel. Ma chissà quanta simbologia mi sono perso…

Poco prima dell’undicesimo minuto, mentre sono a pranzo sulla spettacolare terrazza di un ristorante, la famigliola assiste all’arrivo di una valanga: dalla meraviglia, in un attimo, si passa al panico. Nella confusione, istintivamente, i genitori reagiscono in modo diverso: la madre si getta sui figli per proteggerli, mentre il padre fugge via, raccogliendo solo guanti e iPhone. Tornerà qualche secondo dopo, ma nulla sarà come prima.

Padre e marito (Tomas) sono interpretati da Johannes Bah Kuhnke; nel ruolo di madre e moglie (Ebba) c’è Lisa Loven Kongsli, che per quei paradossi spazio-temporali sempre più frequenti al cinema, avevo già visto da qualche parte; ho scoperto dove, è Menalippe in Wonder Woman.

Il regista confidò che fra le vicende che l’avevano ispirato c’era quella del comandante Schettino durante il naufragio della Costa Concordia. La perdita di reputazione viene affrontata mentendo, minimizzando, negando l’evidenza, fino al crollo emotivo. Fofi scrisse della dolorosa eredità di Bergman, l’analisi delle pulsioni profonde e inconfessabili, sotto la patina della civiltà.

Big Eyes [id.], Tim Burton, 2014 [filmTv101] – 6

Amy Adams e Christopher Waltz: ecco perché ho recuperato questo film. Ma il suo insuccesso commerciale aveva valide ragioni: è la tipica “storia vera” che può accadere solo in America, ogni ingrediente sembra eccessivo, che certi fatti siano accaduti non smette di farli apparire assurdi.

Adams e Waltz interpretano una coppia di pittori realmente esistiti, Margaret e Walter Keane; nel cast anche Danny Huston (giornalista e voce narrante), Krysten Ritter (la migliore amica di lei) e Terence Stamp (spietato critico d’arte). Sceneggiatura di Alexander e Karaszewski (esperti di biopic: Man on The Moon, Larry Flynt, Ed Wood).

Comincia con Margaret che fugge da suo marito, insieme alla figlia; ha solo qualche valigia, vorrebbe vivere da artista, prova a proporre i suoi dipinti a San Francisco, dove nel 1953 incontra un altro pittore dilettante, Walter, agente immobiliare. Lui è un bugiardo patologico e ha il carisma di chi si mostra sempre sicuro di sé. Ingenua e complessata, lei ha maturato uno stile unico, ogni suo quadro espone bambini dagli occhi enormi, sproporzionati e un po’ mostruosi. S’innamorano, si sposano, luna di miele alle Hawaii.

I banalissimi paesaggi parigini di Walter vengono sempre respinti, mentre le opere di Margaret cominciano a suscitare un certo interesse. Venditore nato, che non esita davanti a qualunque azzardo commerciale, Walter comincia a far credere di esserne l’autore… La commedia vira al nero, in un crescendo di truffe e intimidazioni, crudeltà e opportunismi, minacce e ricatti, mentre quei bambini dai grandi occhi tristi, in contesti dolorosi e cupi, diventano un caso internazionale (con la benedizione di Andy Warhol). Esplodono il marketing e la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte.

Nonostante la fotografia iperrealista di Bruno Delbonnel e le musiche di Danny Elfman, stavolta Burton non riesce a produrre la minima empatia verso i suoi protagonisti.

Amori e disastri [Flirting with Disaster], David O. Russell, 1996 [filmTv96] – 7

Classe 1958, David Owen Russell ha attraversato un lungo e lento apprendistato, prima di imporsi con titoli come The Fighter (2010), Il lato positivo (2013), American Hustle (2014) e Joy (2016). Sua anche la sceneggiatura, con dialoghi fitti e a volte spumeggianti, già nel lontano ’96 Russell mostrava di possedere un certo fiuto nel comporre un cast: oltre a Ben Stiller e Patricia Arquette (Mel e Nancy, i coniugi Coplin, dai tratti somatici così distanti), coinvolge Téa Leoni, Mary Tyler Moore, George Segal, Celia Weston, Josh Brolin e Richard Jenkins, nonché Alan Alda e Lily Tomlin, chiamati a interpretare una coppia di sciroccati figli dei fiori fuori tempo massimo.

Adottato da bambino, sposato con Nancy e da poco padre, prima di dare un nome al figlio, Mel Coplin avverte l’irresistibile esigenza di scoprire chi siano i suoi veri genitori. Inseguendo vaghe tracce, intraprende un viaggio ai quattro angoli d’America insieme a moglie, figlio, e una complessata psicologa (ex ballerina alquanto sexy, che a sua volta cerca il grande amore). La ricerca si rivelerà piena di equivoci, Mel sentirà un legame con genitori improbabili, rifletterà sul tradimento e sulla responsabilità, coinvolgerà i suoi stessi genitori (Moore e Segal) in avventure sgangherate che vanno a chiudersi a qualche millimetro dal “disastro” (assurdo modificare il magnifico titolo originale).

La mano del regista piega sul sarcasmo e su un’incisiva critica dell’istituzione familiare; c’è spazio anche per una coppia gay di poliziotti (Brolin e Jenkins), la cui chimica è esilarante, nel continuo slittare fra esibizione e negazione, ostentazione e rimozione.

Mel compie un viaggio iniziatico alla ricerca di se stesso. Sembra credere che la sua identità abbia un’incomprimibile matrice biologica, destinata a riemergere nelle scelte da adulto, che il suo destino stia nel passato, e perciò si affanna a credere di poter essere figlio di persone con cui non ha niente a che fare.

Matrimonio all’italiana [id.], Vittorio De Sica, 1964 [filmTv76] – 8

Filumena Marturano è il titolo della commedia teatrale di Eduardo De Filippo, che De Sica aggiornò e saccheggiò, potendo contare sulla coppia più acclamata del cinema italiano: Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

Il risultato è ancora godibile, sebbene si avverta un netto scarto fra la prima ora, scoppiettante, e il finale, moralmente datato. De Sica ha la mano vellutata nel mantenere l’equilibrio fra dramma e commedia, più d’uno ha notato qualche riverbero di Irma la Dolce, il film di Billy Wilder. Con la sua splendida interpretazione (capelli rossi fiammanti, furtive e galeotte trasparenze), Sophia ne ricavò una nomination come miglior attrice, il film finì nella cinquina dei migliori titoli stranieri. Prodotto da Carlo Ponti, alla sceneggiatura collaborarono Renato Castellani, Tonino Guerra, Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi; costumi di Piero Tosi e Vera Marzot, musiche di Armando Trovajoli.

Napoli, fra gli anni Quaranta e Sessanta. È la storia di Domenico Soriano, ricco pasticcere e impenitente donnaiolo, che si lega a Filumena Marturano, ex prostituta, per sopravvivere, al tempo della Seconda guerra mondiale. La relazione si sviluppa in un ventennio, Domenico toglie Filumena dalla casa di tolleranza, la sistema in un bell’appartamento, la copre di regali, infine la porta a casa, ma solo per accudire l’anzianissima madre. Più che convivente, Filomena sembra non poter essere; “Don Mimì” le vuole bene, certo, ma non ha problemi a tradirla, mentre lei riversa ogni risparmio sui tre figli illegittimi e segreti che sta mantenendo agli studi.

Venuta a sapere dell’imminente matrimonio di Domenico con una giovane cassiera della sua pasticceria (la ventenne Marilù Tolo), Filumena finge di sentirsi male, in punto di morte riceve l’estrema unzione. Il suo ultimo desiderio? Sposare Domenico… La truffa è tanto ovvia quanto implacabile. E Filumena ha una carta segreta: uno di quei tre figli è di Domenico, e non dirà mai quale.

Il compagno B (Pack Up Your Troubles), George Marshall e Raymond McCarey, 1932 – 7

È l’epoca in cui Hal Roach e la MGM spingono Laurel e Hardy ad alternare corti e lungometraggi: la qualità dei primi resta decisamente superiore, se si pensa che negli stessi mesi i due producono The Music Box e County Hospital. In questo che si può considerare il terzo lungometraggio, il doppio regista non fa che confermare una sceneggiatura frammentaria, scenette appiccicate le une alle altre, con un esile filo conduttore.

Dopo essersi finti mutilati per evitare la guerra – è Stan a farsi scoprire, chiedendo un obolo al sergente arruolatore – vediamo i nostri fare danni al campo di addestramento (è quasi un balletto il loro modo di produrre il caos, distruggendo l’ordine da parata militare), fare gli sguatteri per punizione e riuscire a inimicarsi sia il cuoco Pierre (lo stesso George Marshall) che lo stupefatto generale (James Finlayson).

In trincea, in una Francia irriconoscibile, con il pigiamone sopra l’uniforme, ritrovano l’amico Bill, lasciato dalla moglie e con una figlia da crescere. Le bombe infuriano, ma i nostri fanno le loro abluzioni con tutta calma. Finché tutto crolla… Eroi senza nemmeno accorgersene, vengono premiati con il congedo e rimpatriati, possono dedicarsi alla solita buona azione condotta nel peggiore dei modi: ritrovare i genitori di Bill, affinché si occupino della nipotina. Purtroppo, si chiamano Smith… Implacabili, scorrono l’elenco telefonico e cancellano ogni pista che si rivela errata. Leggi il resto dell’articolo

Dodici appunti sulla serialità di Rocco Schiavone

Sto finendo di leggere Non è stagione – che venne adattato per il piccolo schermo nel quarto episodio della prima stagione televisiva con Marco Giallini, regia di Michele Soavi – ma oggi mi limito a elencare alcune delle “spezie”, dei sapori di contorno che Antonio Manzini non manca mai di inserire all’interno dei suoi romanzi.

  1. Ad Aosta, un trasteverino non può che rimpiangere Roma; per esempio, in Non è stagione, Rocco fa l’elogio del tramezzino. Va fatto col pane bianco, “sono ammessi tonno, carciofini, pomodoro, insalata di pollo, spinaci e mozzarella”, diffida della maionese, non ama gamberetti e formaggi, men che meno il prosciutto. Soprattutto, il tramezzino deve essere tenuto al fresco sotto i tovaglioli di cotone, non avvolti nel cellophane.
  2. Lo spinello mattutino, all’arrivo in Questura, preso dall’unico cassetto chiuso a chiave.
  3. La Scala delle rotture di coglioni, dal sesto al decimo grado.
  4. Il “bestiario” in cui Rocco cataloga certe persone, per la loro somiglianza con qualche animale.
  5. L’abbigliamento standard, loden verde e Clarks (tendono a bagnarsi e a essere gettate al ritmo di un paio ogni quindici giorni).
  6. L’Inno alla Gioia come suoneria del cellulare.
  7. Alberto Fumagalli, il toscano anatomopatologo con il suo macabro senso dell’umorismo: è lui che fornisce le prime tracce ricavata dai cadaveri.
  8. Il giudice Baldi, con il suo complicato rapporto coniugale, le cui evoluzioni Rocco può verificare dalla presenza o meno, sulla scrivania, del ritratto della moglie.
  9. Il questore Costa, con il suo disprezzo generalizzato verso i giornalisti (la moglie lo ha lasciato “per uno de La Stampa”).
  10. I dialoghi immaginari fra Rocco e la moglie assassinata, marina, detta Marì.
  11. Sebastiano, Furio e Brizio, gli amici romani fin dall’infanzia, borderline rispetto alla legalità che dovrebbe essere incarnata da un vicequestore.
  12. Ecco, non si dice “commissario”, si dice “vicequestore”.

Stasera comincia la terza serie tv. Della prima e della seconda avevo già scritto. E ho scritto anche di alcuni dei romanzi che Manzini ha dedicato a Schiavone: Pista neraLe cinque indagini romane, Era di maggio, 07/07/2007

Omicidio in diretta [Snake Eyes], Brian De Palma 1998 [filmTv99] – 7

Omicidio in diretta - 1998 - Brian DePalma

L’ossessione di DePalma è nota: siamo sicuri di comprendere quel che vediamo? Il meglio del film si dischiude nei dodici minuti di steady-cam della sequenza iniziale, labirintica e indecifrabile, frenetica e barocca: 110 e lode nella tesi di laurea sul piano sequenza.

Purtroppo, mentre l’abilità di De Palma raggiunge il suo parossismo, l’assenza di personaggi con un minimo di spessore impedisce alla trama di diventare appassionante: Nicholas Cage, Carla Gugino e Gary Sinise propongono una recitazione sovreccitata, spasmodica, senza sfumature, e nemmeno la furia degli elementi, l’uragano che si abbatte su Atlantic City, riesce a dare smalto alla spy story. Snake Eyes richiama il punteggio più basso (doppio uno) realizzabile con un lancio di dadi.

È facile ingannare l’occhio umano, la percezione della verità si può costruire, ogni visione rilascia un certo grado di occultamento. Per rendere l’inganno ancora più frastagliato, De Palma omaggia Hitchcock con l’espediente del finto flashback (Paura in palcoscenico, 1950).

Nel corso del combattimento per il titolo mondiale dei pesi Massimi, davanti a quattordicimila testimoni, un cecchino spara a un importante uomo politico. Dietro il delitto, un progetto militare con molti zeri. Per caso (ma fino a un certo punto), si trova a indagare sul delitto un poliziotto corrotto, Rick Santoro, che ritroverà l’onestà e forse l’amore. Il lunghissimo piano sequenza segue i movimenti di Santoro quando non sa cosa stia per accadere; le stesse immagini, da altre angolazioni, torneranno ripetutamente nel corso del film, a chiarire o confondere i contorni del complotto. Risolto grazie a una telecamera di cui nessuno sospetta l’esistenza.

Dove adesso ci sono le luci sfolgoranti dei casinò, davanti alla costa di Atlantic City, i pirati piazzavano delle luci illusorie, per fare schiantare le navi sopra gli scogli e depredarle.

Police [id.], Maurice Pialat, 1985 [filmTv98] – 8

Si regge su una delle migliori interpretazioni di Gérard Depardieu – Coppa Volpi, a Venezia -, poliziotto sempre sopra le righe, in una Parigi livida e notturna, periferica e invernale, fotografata magistralmente da Luciano Tovoli. Con Pialat, concorrono alla sceneggiatura Catherine Breillat, Jacques Fieschi e Sylvie Danton; certe scene sono ubriacanti, tutti parlano a raffica, il ritmo è concitato, i nervi sovreccitati. Più parole, che azione.

Poliziotto manesco, misogino, corteggia spudoratamente ogni donna, Mangin è anche coraggioso e onesto, e ha alle spalle qualche tragedia che ci viene solo accennata (vedovo, ha due figlie, di 15 e 10 anni).

Nel corso di un’indagine su un gruppo di spacciatori magrebini, Mangin si innamora di Noria (Sophie Marceau, diciannovenne), la compagna del capo. Il poliziotto ha subito forti sospetti sul ruolo della donna, ma non ha prove sufficienti per tenerla in cella. Intanto, non esita ad approfittare del suo potere per portarsi a letto Lydie, una giovane prostituta (Sandrine Bonnaire, per una volta più attraente della Marceau, anche grazie a un paio di nudi frontali), dopo averla liberata dal suo magnaccia. Corteggia anche una poliziotta, aspirante commissario, da cui viene respinto.

Pialat sembra dirci che i due ambienti – quello poliziesco e quello malavitoso – si assomigliano molto. E c’è una figura di avvocato (Richard Anconina) che li attraversa continuamente, senza far caso alla differenza: è amico di Mangin, e in un certo senso è lui a fargli conoscere Noria, in un locale notturno.

Noria non è quel che sembra. È brava a mentire, strumentalizza gli uomini cercando la loro protezione. Solo quando si impossessa del bottino e tutta la banda vuole ucciderla, dirà la verità al poliziotto.

A Truffaut, che morì durante le riprese, Pialat rivolge un’inquadratura affettuosa: la copertina di una rivista su cui Depardieu fissa lo sguardo.

Towed in a Hole (Trainati in un buco), George Marshall, 1932 – 9

Stan e Ollie consegnano pesce a domicilio, sono euforici, la loro “pescheria autotrasportata” sta andando benone, solo una cosa può rovinare tutto: che, mentre suona la trombetta, venga un’idea a Stan. Eccola: potrebbero “fare più soldini” se pescassero loro il pesce. “Tu intendi eliminare l’intermediario”, dice Ollie, subito affascinato dall’idea; ma Stan pensava a due canne da pesca, mentre Ollie decide di comprare una barca.

Ovviamente possono permettersi solo un rottame, che cade a pezzi (il venditore è Billy Gilbert, in tutte le altre scene i due sono soli). Primo obiettivo: individuare tutte le “piccole falle”, riempiendo d’acqua la barca. Comincia la dis-avventura.

Nelle mani di Stan, un idrante può divenire un’arma letale. Ogni suo gesto e ogni suo movimento si rivela dannoso per la barca e per l’incolumità di Ollie. Cominciano a comportarsi come due bambini dispettosi, rinfacciandosi chi abbia cominciato a farlo, finché Ollie teorizza: “Per questo non combiniamo mai niente… Uniamo i nostri cervelli e forgeremo l’avvenire. Ricordati: uniti, dominiamo. Divisi, cadiamo”. Enfatica ancora più delle parole, la gestualità di Oliver Hardy tocca vertici inesplorati.

Tappata una falla, se ne apre un’altra. Il contributo di Stan? Lucidare l’ancora… Persa la pazienza, Ollie lo rinchiude sottocoperta. Stan si annoia, fa disegni col gesso, poi trova una sega… Nonostante tutto, Ollie arriva a sistemare la barca. Arriva il momento del varo. Ollie ha sbollito la rabbia e va a liberare l’amico, agganciano la barca alla solita Ford T, è Stan a suggerire di alzare la vela… Si salva solo la trombetta.

Conosciuto anche con l’assurdo titolo di Buone vacanze, venne proiettato per la prima volta il 31 dicembre 1932. È un piccolo capolavoro che esalta la lezione comica del muto (non più di tre minuti di dialogo e diciassette di silenzi e rumori preliminari alla catastrofe). Fra i corti della coppia, uno dei più rappresentativi e divertenti.

Laurel & Hardy 78, segue

The Stolen Jools (I gioielli rubati), William C. McGann, 1931 – 6

Riscoperto nei primi anni Sessanta da archivisti britannici, ecco un cortometraggio (2 rulli) in cui appaiono una cinquantina di star hollywoodiane, sotto contratto con varie case di produzione, tra cui Warner Bros, RKO, MGM, Paramount e Hal Roach Studios. Fu realizzato per conto della National Vaudeville Association, un gruppo filantropico che gestiva un sanatorio per la tubercolosi; alla raccolta fondi partecipò anche la Chesterfield, notissima società di sigarette…

Comincia con una telefonata alla Centrale di Polizia di Hollywood, dove si palesano le figure di Wallace Beery, Buster Keaton e Edward G. Robinson. Prosegue con la brevissima apparizione di Laurel & Hardy (meno di un minuto), con Ollie al volante della solita Ford T, Stan al suo fianco e, sul sedile posteriore, il detective incaricato delle indagini sul furto. All’arrivo, Ollie spegne il motore, Stan tocca qualcosa e la carrozzeria si disintegra.

A quanto pare, hanno rubato i gioielli di una persona molto nota. È il detective (Eddie Kane) a fare da filo conduttore, incrociando (a volte è travestito) una serie di personaggi, più o meno celebri. Ho individuato Norma Shearer, Victor MacLaglen, Barbara Stanwyck, Don Ameche; una scena mi è parsa uscire direttamente dal set usato per The Front Page (1930), vi compare Gary Cooper nel ruolo che sarà di Cary Grant e Walter Matthau. Fra i moltissimi che non ho riconosciuto, wikipedia mi fa sapere che ci sono Hedda Hopper, Polly Moran, Joan Crawford, William Haines, George Sidney, Irene Dunne, Charles Rogers, Maurice Chevalier, Jack Oakie, Douglas Fairbanks Jr., Loretta Young, Mitzi Green, Richard Barthelmess, Bebe Daniels e Fay Wray (da King Kong).

Distribuito dalla Paramount, il film uscì nelle sale cinematografiche statunitensi il 4 aprile 1931. Il cortometraggio veniva proiettato prima del programma principale, gli uscieri raccoglievano le donazioni dal pubblico.

Laurel & Hardy 77, segue

Il filo del rasoio [The Razor’s Edge], Edmund Goulding, 1946 [filmTv94] – 6

Non solo è tratto dal romanzo omonimo pubblicato nel 1944 da William Somerset Maugham, ma inserisce lo scrittore come filo conduttore fra situazioni di cui solo ogni tanto è testimone diretto. Lo interpreta Herbert Marshall, e se voleva mostrarne la fredda antipatia, ci riesce benissimo.

Prodotto senza badare a spese da Darryl F. Zanuck per la 20th Century Fox, ha per protagonisti Tyrone Power, Gene Tierney e Anne Baxter (Oscar come attrice non protagonista), ma ruba loro la scena Clifton Webb, nei panni di un uomo arido e ricchissimo, cinico e petulante, di odioso conformismo e tuttavia migliore di tanti altri.

La trama si snoda lungo una dozzina d’anni, prendendo avvio nel 1919, quando lo scrittore Somerset Maugham partecipa a una festa a Chicago, Illinois. Tramite un vecchio amico, fa la conoscenza della splendida nipote Isabella, fidanzata – contro il parere dello zio – con l’altrettanto affascinante ma non straricco Larry. Alla festa conosce anche la dolce e sentimentale Sophia. Sono tutti belli o bellissimi, spensierati o fatui.

Vedremo questo Larry (Power) dilaniato da interrogativi esistenziali (un amico è morto in guerra per salvarlo), incapace di cogliere al volo la felicità che gli viene offerta da Isabella (Tierney). Offerta reiterata un anno dopo, mentre Larry se ne sta a Parigi a cercare se stesso… Infine, Isabella sposa un altro, fa una figlia, mentre Larry passa lunghi mesi in India e poi sull’Himalaya.

Ovviamente le esistenze di Larry e di Isabella sono destinate a incrociarsi di nuovo, con Sophia come terzo, tragico incomodo, mentre la voce fuori campo ci consegna le pagine più liriche del romanzo. Ne deriva un drammone a forti tinte, con due divi fotogenici a duellare acrobaticamente, fra punte di ferocia (Tierney) e dilemmi “alla” I still haven’t found what i’m looking for (Power), attirandosi e respingendosi fino alla fine.