Victor Victoria [Victor/Victoria] – Blake Edwards, 1982 [filmTv73] – 7

La prima ora è splendida, nella perfetta alternanza di musical (fenomenale il balletto Le Jazz Hot) e commedia sofisticata, ma lo sviluppo della trama mi ha un po’ annoiato. Raccolse sette candidature agli Oscar, vincendo il premio per la migliore colonna sonora (Henry Mancini e Leslie Bricusse).

Julie Andrews (doppiata da Maria Pia Di Meo) è Victoria Grant che si trasforma nel conte Victor Grazinski; James Garner è il gangster macho King Marchand, Robert Preston – il migliore di tutti – interpreta Carroll Todd, detto Toddy, e Lesley Ann Warren cinguetta nei panni di Norma, la pupa del gangster. Siamo a Parigi, nel 1934.

Con i suoi acuti, Victoria Grant sarebbe un soprano in grado di spezzare i bicchieri, ma non trova impresari disposti a farla lavorare. Per caso, incontra Toddy, un cabarettista gay, che ha ancora qualche buon contatto e, soprattutto, ha l’idea di proporla come fosse un conte polacco, che recita e canta da “travestito”.

Mettere gli scarafaggi nelle insalate per non pagare il conto al ristorante, non può essere una strategia duratura. La fame fa superare a Victoria ogni remora: grazie alla consulenza di Toddy, riesce a convincere tutti di essere un uomo che finge di essere una donna, ottenendo un favoloso successo. Solo un uomo non crede alla messinscena, il gangster americano King Marchand: attratto in maniera irresistibile (e imbarazzante) da Victor, è sicuro che sia una donna.

Dalle effettive, indicibili preferenze sessuali dei protagonisti scaturiscono situazioni comiche e locali sfasciati da risse irrefrenabili. Tornata a Chicago, Norma rivela al suo socio che King è gay, e costui parte immediatamente per Parigi, per smascherarlo e assicurarsi l’altra metà del bottino… Finirà lietamente, con Toddy che canta e balla sulle note di The Shady Dame of Seville, fingendo di “essere una donna, che finge di essere un uomo, che finge di essere una donna”.

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La prima notte di quiete – Valerio Zurlini, 1972 [filmTv80] – 9

Perché rivederlo? Voglio dire, se l’hai già visto 4-5 volte, cosa può spingerti a sfilare il dvd dalla custodia e inserirlo nel lettore?

Per tanti motivi: per Sonia Petrova (anzi, Petrovna), archetipo di “morettina”, una di quelle ventenni che avresti voluto conoscere a vent’anni, e dalla quale non avresti potuto difenderti, così bella e così triste; poi, nelle settimane scorse ho scoperto un paio di film di Zurlini, mi sono piaciuti al punto da mettermi a leggere qualche libro e recuperare un documentario sulle sue “pagine perdute” (i film scritti e non realizzati); ancora, di certi film amatissimi – dallo struggente romanticismo e dalle atmosfere decadenti, come dev’essere l’amour fou – mi piace scoprire cosa ho rimosso, le scene completamente dimenticate – in questo caso, l’addestramento dei delfini e il poster di Luigi Tenco nella casa di Vanina. Ricordavo vagamente la Madonna del parto di Piero della Francesca, e ho voluto controllare: Monterchi sta a 147 chilometri da Rimini, la vecchia auto del professor Dominici non ce l’avrebbe fatta… Infine, non avevo ancora visto la pellicola restaurata (Dario Di Palma era il direttore della fotografia, Giuseppe Rotunno ne ha curato la resurrezione).

In sintesi: avevo voglia di vedere Rimini d’inverno.

“Lo sconforto che hai dentro, la tua malinconia senza rimedio, non riesco a sopportarla”, dice Daniele Dominici a Vanina Abati, come se lui non fosse intriso di una malinconia ancora più nichilista e spettrale. Leggi il resto dell’articolo

Aeon Flux – Il futuro ha inizio [Æon Flux] – Karyn Kusama, 2005 [filmTv77] – 4

Può bastare Charlize Theron inguainata in aderenti tutine per giustificare la visione di questo film? La mia risposta è negativa, ma ammetto di non sapere nulla della serie tv a cartoni animati (creata da Peter Chung e prodotta da MTV) da cui il film risale.

È fantascienza distopica, come ne abbiamo viste tante. L’anno è il 2415. Nella città futura – Bregna, alte mura la separano dall’esterno, tutto macerie – vive l’1% della popolazione mondiale sopravvissuto a un terribile virus, nel 2011. Il 99% fu sommerso. I salvati lo devono a uno scienziato, Trevor Goodchild, che trovò una cura, non senza controindicazioni (la sterilità). Da 400 anni, grazie alla clonazione, Bregna è dominata dalla dinastia Goodchild, chi osa avanzare critiche fa la fine dei desaparecidos. È un mondo privo di guerre, dove tutti vivono nel benessere; ma l’anelito alla libertà non può essere azzerato, e sono nati i Monican. Æon Flux fa parte dei Monican. Dopo aver visto sparire l’amatissima sorella minore, accetta la missione di penetrare nella cittadella dell’élite e uccidere il dittatore.

Inediti il colore e il taglio dei capelli, nero a caschetto asimmetrico, l’espressione di Charlize varia dall’imbronciato al molto imbronciato. Le sue qualità atletiche e di combattimento, la rendono una strepitosa arma da guerra. Finché arriva l’amore, da chissà quale passato (la memoria è pur sempre fattore di identità)…

Il corpo in movimento di Charlize emana un notevole fascino, ma il personaggio non ha personalità. A nulla servono due autentici attori (Frances McDormand e Pete Postlethwaite) appoggiati alla trama con dialoghi imbarazzanti. Assistiamo a un susseguirsi di scene appiccicate dalla computer graphic. Diventa una specie di lungo trailer di videogame, in cui l’eroina è chiamata a salire i livelli di difficoltà (magnifici quei giardini che si trasformano in trappole mortali) e lo spettatore sa che ce la farà.

Any Old Port (Pugno di ferro), James W. Horne, 1932 – 8

Julie Bishop (vero nome: Jacqueline Wells) è la giovane, timida sguattera su cui ha messo gli occhi il perfido Walter Long (Muraglie, Going Bye Bye, The Live Ghost), padrone della locanda vicino al molo. Intende sposarla, contro la sua volontà. È allora che arrivano due marinai, Stan e Ollie, e prendono una stanza. Sul registro, la firma di Ollie è tutta svolazzante, quella di Stan, superati vari problemi col calamaio, è una grande X.

Assistendo per caso al matrimonio coatto, con la sposina che vorrebbe solo fuggire, i nostri si mettono in mezzo. Cercano di colpire Mugsie, il padrone della locanda, con le boccette del biliardo, ma queste rimbalzano contro la sua testa senza che se ne accorga. Anzi, Mugsie vuole costringerli a fare da testimoni al rito. Riescono a far fuggire la ragazza, ma devono abbandonare di corsa la locanda, senza bagagli e senza soldi, impauriti dalle minacce del mascalzone, caduto in acqua. La fame spinge Ollie ad accettare un combattimento di boxe: 50 dollari, purché riesca a resistere quattro round.

In realtà, Ollie si limita a stare all’angolo, sul ring sale “Saccarina Stanlio”. E chi sarà mai l’avversario?

Volendo vendicarsi, Mugsie fa mettere del piombo in un guantone. Stan ha una sola tattica: tenerlo abbracciato, avvinghiato. Nella foga, entrambi perdono i guanti, e involontariamente Stanlio infila il “pugno di ferro”. Mugsie finisce K.O. nel tentativo di sfilarglielo, ma Ollie non poteva prevederlo: ha scommesso tutti i soldi sulla sconfitta di Stan. Sono sempre al verde.

Fotografia di Art Lloyd, musiche di Marvin Hatley e Leroy Shield, produzione Hal Roach per MGM; il soggetto di H.M. Walker si limita a impaginare due situazioni (la locanda e il ring) di quasi identica lunghezza, con l’intermezzo dell’impresario di boxe che offre i 50 dollari con i quali Ollie si sfama, mentre Stan deve restare leggero, dovendo combattere.

Laurel & Hardy 75, segue

The Midnight Patrol (La ronda di mezzanotte), Lloyd French, 1933 – 7

Stan e Ollie poliziotti! Ovviamente, la divisa non li rende più scaltri o meno sbadati: sono alle prime armi, stanno facendo una sosta per uno spuntino notturno, quando la radio comunica che qualcuno sta rubando la loro ruota di scorta.

Subito dopo arriva l’allarme: è in corso una rapina a un certo indirizzo. Per l’agitazione, Ollie ingolfa il motore e Stan non riesce a infilarsi i guanti. Quando l’auto riparte, hanno dimenticato l’indirizzo. Ollie spedisce Stan a telefonare alla Centrale, quello entra in una gioielleria e scambia lo scassinatore (Walter Plinge) per il legittimo proprietario; gli suggerisce persino come ovviare alla perdita delle chiavi della cassaforte. Spazientito per la lunga attesa, arriva Ollie; almeno lui si accorge di quel che sta accadendo, ma il rapinatore non viene arrestato: ci si limita a concordare quando, a suo comodo, passerà dalla stazione di polizia. Verificato quanto sono stupidi, Il ladro tenta di rubare la loro auto.

Quando arrivano alla villa, i nostri vedono un’ombra che si sta intrufolando furtivamente. Il pubblico sa che si tratta del proprietario, che ha smarrito le sue chiavi; costui (Frank Brownlee) ha una faccia cattiva e un caratteraccio (si mostra stizzito con la servitù che stava dormendo).

L’inettitudine dei due poliziotti è inarrivabile. Decidono di usare una panca come ariete per sfondare la porta, e Ollie finisce dritto nella piscina (struggente il suo “Perché non fai qualcosa per aiutarmi”). Riprovano, e distruggono il portone, la scalinata e un po’ di mobili; fra la polvere e i calcinacci, mettono le manette al ladro.

Tutti contenti, portano il colpevole alla Centrale. “Svaligiava case senza licenza”, dice Stan al collega che scrive il verbale d’arresto. Ma tutti i poliziotti in servizio si accorgono che quell’uomo non è altri che il Capo della Polizia. Mentre effettuano il saluto, Ollie e Stan pensano bene di darsi alla fuga, ma la loro vittima agguanta una pistola, prende la mira e spara nella loro direzione: tutto fuori dall’inquadratura, ma sembra un’autentica esecuzione.

Laurel & Hardy 73, segue

Berth Marks (Concerto di violoncello), Lewis R. Foster, 1929 – 8

Secondo cortometraggio sonoro della coppia, ottimo dal punto di vista delle gag visive, con il violoncello che agisce da terzo protagonista. Al semplice passaggio negli spazi ristretti di un treno, nelle mani di Stan diventa un oggetto contundente, in grado di originare una zuffa gigantesca. Assisteremo a un’irrefrenabile distruzione reciproca, come ne La battaglia del secolo.

Musicisti girovaghi, Stan e Ollie si sono dati appuntamento alla stazione di Santa Fé; Stan sta aspettando sulla piattaforma, con il violoncello, quando Ollie arriva trafelato, impugnando un fascio di spartiti. Si cercano e non si trovano, eppure stanno a pochi metri di distanza… Il capostazione (Pat Harmon) sembra fare apposta per confonderli: con voce cantilenante, recita i nomi delle destinazioni successive, e dimentica volutamente di citare Pottsville… Nella concitazione, i nostri devono abbandonare quasi tutti gli spartiti.

Con sussiego, Ollie dice al controllore che hanno un ingaggio come orchestrali. Dispongono di regolare biglietto per il vagone letto, con cuccetta doppia al piano di sopra. Non proprio la scelta più sensata: in quello spazio ristretto, dovrebbero sistemarsi tutti e tre – Stan, Ollie (con le rispettive bombette, ovvio) e lo strumento musicale – e dovrebbero farlo in silenzio, per non disturbare chi già dorme… Ne deriva una situazione claustrofobica e delirante.

Quante volte Stan potrà sbattere il capo contro il soffitto? E quante volte Ollie potrà sfilarsi i pantaloni, infilando quelli dell’altro? Fanno appena in tempo a sistemarsi e a chiudere gli occhi, che viene annunciato la stazione di Pottsville. Scendono in pigiama. Senza il violoncello… Ollie insegue Stan lungo le rotaie, cercando di colpirlo con dei sassi.

In una brevissima scena fa la sua prima apparizione Paulette Goddard, che ritroveremo accanto a Chaplin in Tempi moderni e Il grande dittatore.

Com’ noto, Billy Wilder adorava Laurel e Hardy: A qualcuno piace caldo, realizzato trent’anni dopo (e ambientato proprio nel 1929), riprende il motivo dei musicisti costipati sul treno notturno, inevitabilmente coinvolti in situazioni grottesche e imbarazzanti.

Laurel & Hardy 72, segue

Habeas corpus (Paura al cimitero), James Parrott, 1928 – 6

Uno scienziato pazzo, il professor Padilla (Richard Carle), sta per completare il suo esperimento destinato a rivoluzionare la scienza medica, ma ha bisogno di un corpo umano. Arrivano i nostri… Hanno fame, stanno chiedendo l’elemosina: il professore offre 500 dollari affinché gli procurino un cadavere. Che sia uno squilibrato, lo dimostra il fatto che infila la cenere del sigaro nel taschino.

Da tempo, Padilla è tenuto d’occhio dal maggiordomo, un poliziotto sotto copertura: costui telefona alla Centrale e poco prima della mezzanotte la polizia irrompe e arresta il professore.

Stan e Ollie non possono saperlo. Muniti di pala e piccone, con una piccola lanterna a olio, si stanno avvicinando al cimitero. Fa buio fitto, Ollie si arrampica su un palo per vedere dove si trovano (e il palo è appena stato verniciato). Ovvio che, in simili condizioni, abbiano paura di tutto, a partire dalle proprie ombre. Non sanno che nel cimitero si è nascosto il poliziotto, per arrestare i complici del professore.

È Charley Rogers a interpretare il poliziotto: grande amico di Stan, dal 1928 è entrato negli Hal Roach Studios, lavorando a molte comiche della coppia, sia come “spalla” che come scrittore, e persino come regista.

La commedia vira all’horror, ma non riesce a essere molto divertente. Sfilano un gatto nero, un pipistrello, una tartaruga (Stan vi appoggia sopra la lampada, con effetto terrorizzante). Già per superare il muro di cinta, Ollie viene martirizzato dall’amico, che gli sale sulla schiena e gli procura una quantità di botte e calcioni. Poi, Ollie si trova con una gamba semisepolta nel terreno e prova spavento per il suo stesso dito, non lo riconosce e lo colpisce con la pala, procurandosi un dolore fortissimo.

Finisce con una fuga precipitosa, finché Ollie e il poliziotto affondano nella tipica, abissale buca fangosa. Stan se la cava, come sempre.

Laurel e Hardy 71, segue

Thelma e Louise [Thelma & Louise] – Ridley Scott, 1991 [filmTv42] – 10

È uno dei film che ho amato di più, all’ennesima visione continua a emozionarmi: raramente ho visto la felicità mostrata con tanta intensità.

Scott rilancia il road movie e ne rielabora i codici grazie a una coppia perfetta (Susan Sarandon e Geena Davis), un magnifico gruppo di comprimari (Harvey Keitel, Michael Madsen, Brad Pitt) e una colonna sonora di inusitata potenza (The Ballad of Lucy Jordan sembra scritta per essere ascoltata all’alba nella Monument Valley, meglio se sopra una Ford Thunderbird).

Louise fa la cameriera in un fast food e ha una relazione difficilmente definibile con Jimmy, Thelma è una casalinga mortificata da un marito maschilista e falso, che la tradisce. La quotidianità le sta distruggendo. Si meritano una vacanza.

Ma la vacanza è breve, finisce in un parcheggio: Louise uccide l’uomo che stava per violentare Thelma (sul suo passato grava già uno stupro), e il viaggio si trasforma in fuga. Devono far perdere le tracce, ma ogni contatto umano nasconde una trappola. Così, l’esperienza del viaggio fa venire alla luce il carattere più intimo di entrambe, l’amicizia si rafforza grazie a sincerità dolorose, la presa di coscienza le trasforma in due donne che non faranno marcia indietro.

Rapineranno un drugstore, faranno saltare in aria il camion di un pervertito, chiuderanno in un bagagliaio un poliziotto nazistoide, e infine voleranno sul fermo immagine… Si guardano negli occhi, tenendosi per mano, prima di lanciarsi nel vuoto. Per lanciarsi nel vuoto e sfondare le porte dell’immaginario collettivo, che c’è di meglio di una Thunderbird decapottabile sul Grand Canyon?

Il poliziotto buono – l’unico che ha capito tutto, e sa quanto è “maschile” la colpa di quella fuga disperata – non potrà che assistere… Film femminista, come può esserlo un capolavoro di ritmo che fa da confezione a un sogno di libertà.

Oscar per la sceneggiatura originale a Callie Khouri. Il film ne avrebbe meritati altri.

Unaccustomed As We Are (Non abituati come siamo), Lewis R. Foster, 1929 – 8

Girato sia muto – la versione che ho visto – che sonoro: uscì il 4 maggio 1929, e la nuova complicazione tecnica (nascondere microfoni poco sensibili) venne bilanciata dall’economia delle scene, concentrate in due stanze d’appartamento e il pianerottolo in mezzo.

Prodotto da Hal Roach per MGM, si basa sulla sceneggiatura di Leo McCarey, le didascalie di H.M. Walker, la fotografia di George Stevens e John McBurnie. La trama si presta a dilatarsi in lungometraggio: nel 1938 verrà saccheggiata per Block-Heads (Teste dure -Vent’anni dopo). Determinante è il contributo dei comprimari: la bruna Mae Busch interpreta la rissosa signora Hardy, la bionda Thelma Todd è l’avvenente signora Kennedy e Edgar Kennedy fa il poliziotto suo marito.

Ollie ha invitato Stan a cena, senza dirlo alla moglie, che quando lo scopre si infuria, sbatte la porta e va da sua madre, minacciando di non tornare mai più. Prima di entrare nel suo appartamento, Ollie aveva fatto lo smorfioso con la vicina di casa, la signora Kennedy. Umiliato dalla figuraccia con l’amico, lui che è il capofamiglia nonché un gentiluomo del sud con il culto dell’ospitalità, Ollie decide di preparare la cena per Stan. L’amico deve limitarsi ad aiutarlo. La distruzione è inevitabile…

I rumori attirano l’attenzione della signora Kennedy, che si offre di aiutarli. Ma appena entra in cucina, si dà fuoco al vestito, resta in sottoveste e diventa necessario avvolgerla nella tovaglia. Ollie è mortificato, lei sta per andare a cambiarsi nel suo appartamento, quando vede rientrare il marito. Accigliato e in divisa… Un attimo dopo, Ollie scopre che anche la signora Hardy sta tornando a casa.

La verità non sarebbe convincente, la donna va nascosta in un baule. Per farlo uscire dall’appartamento, Ollio dice alla moglie che vuole partire per il Sud America; la signora Hardy strepita, il vicino sente il baccano e si presenta. Non sapendo chi è nascosto nel baule, il poliziotto fraternizza con Ollie, confidandogli certe sue infedeltà… Solo Stan uscirà indenne dal doppio disastro coniugale. Ma alcuni tipi di dolore e di punizione restano fuori scena, lasciarti all’immaginazione dello spettatore.

Laurel & Hardy 70, segue

Che fine ha fatto Baby Jane? [What Ever Happened to Baby Jane?] – Robert Aldrich, 1962 [filmTv74] – 8

Bette Davis è Jane Hudson, Joan Crawford è la sorella maggiore, Blanche; nel cast, anche Maidie Norman (la domestica) e Victor Buono (il musicista che risponde all’annuncio di Jane).

Comincia nel 1917, con Jane Hudson nelle vesti di bambina prodigio; canta e balla, esibendosi nei teatri insieme al padre pianista, che le fa da manager e ne sfrutta la popolarità per vendere bambole in porcellana identiche a “Baby Jane”. Presto la bambina assume atteggiamenti capricciosi e maltratta chi le sta accanto, a partire dalla timida sorella Blanche.

Seconda premessa: Hollywood, 1935. I ruoli si sono invertiti, la star è Blanche, divenuta bellissima, mentre Jane è un’attrice di mediocre talento, dedita all’alcol. Per mantenere la promessa fatta alla madre, Blanche impone ai produttori di garantire alla sorella un certo numero di film, ma il suo successo cessa di colpo: Blanche è costretta su una sedia a rotelle, dopo un incidente dai contorni poco chiari (pare che a investirla sia stata Jane, ubriaca e invidiosa).

Il film decolla nel 1962, quando le sorelle Hudson sopravvivono nella vecchia casa di famiglia e Blanche sta meditando di venderla, per ridurre le spese. Oltre che alcolizzata, Jane ha sempre più evidenti crisi nervose. Sottopone la sorella a perfidie sempre più gravi (cosa nasconda il vassoio del cibo, lo lascio scoprire allo spettatore, e così la sorte della domestica). Arriva fino a staccarle il telefono, segregandola al piano di sopra. Nel suo delirio, Jane decide di rimettere in scena un numero del suo antico repertorio, coinvolgendo un pianista spiantato… Ombre gotiche si stagliano sulla tragedia incombente, la bravura delle due attrici raggiunge vertici inquietanti.

La regressione infantile di Jane precipita in una scena drammatica, su una spiaggia. Lì si scoprirà la verità sull’incidente di Blanche, e sui terribili, reciproci sensi di colpa che hanno amareggiato e sfregiato quelle due esistenze.

Shaft [id.] – John Singleton, 2000 [filmTv75] – 5

Ecco un esempio di film che verso la metà (50 dei 99 minuti) deraglia completamente e perde ogni motivo di interesse, riducendosi a sparatorie, inseguimenti, scazzottate, schianti, raffiche, mugolii e altri rumori onomatopeici.

Remake, anzi sequel dello Shaft il detective del 1971, riprende il protagonista dell’epoca, Richard Roundtree, e ne fa lo zio del nuovo eroe, Samuel L. Jackson, qui con un’estetica molto più tarantiniana (Jackie Brown) che da antico seguace di Spike Lee (in ben 4 film). Notevole il cast: Vanessa Williams, Jeffrey Wright, Christian Bale, Busta Rhymes, Toni Collette e Mekhi Phifer.

Attore capace di interpretare ruoli antitetici (basti citare Bruce Wayne e Patrick Bateman), Bale spicca nella parte di quello che oggi chiameremmo “suprematista bianco”, un essere vanitoso e odioso all’ennesima potenza, ricco e vistosamente al di sopra della legge. Per pura malvagità, uccide un coetaneo nero, il detective John Shaft lo arresta, l’assassino paga la cauzione e fugge dagli Stati Uniti.

Vi rientra, di nascosto, due anni dopo: Shaft e pronto ad accoglierlo. Ma, di nuovo, viene pagata una cauzione milionaria, e la domanda di giustizia della madre dell’assassinato viene ridicolizzata. Shaft lascia la polizia, per fare giustizia deve riconsegnare pistole a distintivo. Della polizia, del resto, fanno parte anche dei corrotti, al soldo di violentissimi spacciatori ispanici. In generale, nell’era del politically correct, pare necessario che buoni e cattivi siano equamente distribuiti fra le razze.

Anche se l’orecchio riconosce le note di Isaac Hayes, sono lontanissimi i tempi della Blaxploitation. Ne rivive solo la confezione (occhiali scuri e giacca di pelle lunga fino alle caviglie). In un paio di scene di acuto edonismo e traboccante sensualità, Singleton riesce quasi a far sentire l’eco di quel cinema; poi, perde il controllo, e si riduce a dirigere un action movie così prevedibile da divenire banale.

Scusa, me lo presti tuo marito? [Good Neighbor Sam] – David Swift, 1964 [filmTv71] – 7

Ci sono film tanto inconsistenti quanto gradevoli. Cominci a vederli, e qualcosa ti impedisce di cambiare canale. Di solito, la prima ora è frizzante e il finale raffazzonato (questo film non fa eccezione), ma se arrivi a superare un paio di pause pubblicitarie, ti imponi di arrivare alla fine.

Jack Lemmon è Sam Bissell. Sam lavora in uno studio pubblicitario, ha due figlie piccole e una moglie bionda e attraente (Dorothy Provine interpreta Minerva Bissel, detta Min). Il più importante cliente dell’agenzia (nel film, il settantunenne Edward G. Robinson) minaccia di andarsene, temendo di non trovare una campagna “tradizionale” e rispettosa dei valori della Vera Famiglia Americana. Sam riesce a persuaderlo e in premio riceve una promozione. Torna a casa per festeggiare e vede Min insieme alla sua migliore amica, Janet. A dare corpo e volto a Janet è Romy Schneider…

Ed ecco la piccola idea su cui il film decolla, traballa e infine, inevitabilmente, mostra la corda: Janet ha divorziato, ma uno zio ricchissimo l’ha fatta erede universale, purché sia sposata (e il divorzio non è ancora tecnicamente completato). Dunque, Janet chiede a Min di prestarle Sam, in cambio di uno dei quindici milioni di dollari che incasserà. A complicare il tutto, riappare Howard (Mike Connors, quello di Mannix), l’ex marito di Janet, ancora innamorato.

Gli equivoci si moltiplicano (almeno un collega conosce bene la vera moglie di Sam, altri eredi ingaggiano un detective spione), ma Sam e Janet devono reggere la commedia fino a che il notaio non renderà esecutivo il testamento e l’agenzia non avrà lanciato la campagna pubblicitaria.

Impossibile resistere a Janet, che dal divorzio ha tratto una vitalità e un’esuberanza che ne esaltano il naturale fascino. E nessuno come Lemmon sa rendere le pulsioni del capofamiglia americano degli anni del boom con altrettanta ambiguità.

La talpa [Tinker, Tailor, Soldier, Spy] – Tomas Alfredson, 2011 [filmTv72] – 9

Fedelissima quanto originale trasposizione di un magnifico romanzo di Le Carré (1974), ecco un film quasi privo di azione e che tuttavia gronda tensione. Merito dell’impeccabile cast di interpreti – su tutti Gary Oldman, poi John Hurt, Colin Firth, Toby Jones, Tom Hardy, Ciarán Hinds e Benedict Cumberbatch – e dell’abilità geometrica e per sottrazione del regista; ma voglio ricordare anche Mark Strong (reduce dal primo Sherlock Holmes) e la russa Svetlana Chodčenkova, che ritroveremo nemica di Wolverine.

George Smiley era uno degli agenti ai vertici dello spionaggio inglese (“il Circus”, in codice); venne bruscamente pensionato quando fu rimosso il suo capo, “Controllo”, in seguito al drammatico fallimento di una missione in Ungheria. Ma in segreto il ministro richiama in servizio Smiley: è l’unico che può individuare “la talpa” infiltrata ai massimi livelli dal KGB diretto da “Karla” (incubo senza volto, sappiamo che venne torturato brutalmente dagli americani, ma non cedette).

Guy Burgess è il nome della spia inglese che per molti anni fu al servizio dei sovietici, Rupert Everett lo interpretò magistralmente in Another Country di Kanievska (curiosità: c’era anche Colin Firth); Le Carré e Alfredson ci riportano da quelle parti.

Spy Story purissima, La talpa fa dilagare la paranoia, le perversioni, il sospetto, le ipotesi sull’effettivo movente di ciascuno, giocando sui dettagli, i segreti, l’impossibilità di dare per vera qualsiasi cosa. La storia si sviluppa su diversi piani temporali, come se la verità possa scaturire da sguardi scambiati molti anni prima.

In una Londra più grigia che mai, nei primi anni Settanta, Smiley non ha nulla di James Bond: si muove con circospezione, è miope, malinconico, la moglie lo tradisce, non spara né combatte a mani nude. Intellettuale dello spionaggio, fine psicologo in grado di collegare i frammenti del puzzle, è cresciuto nella Guerra Fredda, ma non ha dimenticato le macerie e il sangue della guerra vera.