Cado dalle nubi [id.], Gennaro Nunziante, 2009 [filmTv1] – 7

L’esordio cinematografico di Checco Zalone coincide con il suo film più autobiografico, forse il più divertente. Non il più riuscito, ma il più immediato e diretto, “volgare” e politicamente scorretto.

Ex giovane pugliese, che ancora sogna di diventare un grande cantante melodico, Checco vive ancora con i genitori, canta un paio di sere a settimana in una gelateria della sua Polignano a Mare, e ha una fidanzata storica, Angela, che ha ormai consumato tutta la pazienza: stufa di essere solo la musa ispiratrice di tutti i testi, patetici e sdolcinati, delle canzoni di Checco, Angela lo lascia in malo modo. Il povero Checco decide di investire ogni energia sulla carriera. Parte per Milano. Lo ospiterà un cugino Alfredo (Dino Abbrescia), omosessuale all’insaputa di tutta la parentela pugliese, alla quale presenta finte fidanzate, anche se da tempo convive con Manolo (Fabio Troiano), professione personal trainer.

Derubato dalla sua chitarra, in un negozio di strumenti musicali, Checco fa la conoscenza di Marika (Giulia Michelini, molto carina), laureanda in psicologia. Se ne innamora, non ricambiato (Marika spasima per un infido professore universitario). Ma l’amicizia è sincera e Marika invita Checco a casa sua, dove il cantante neomelodico incrocia il leader del “Partito del Nord” (Ivano Marescotti), un tipo che disprezza ogni aspetto del Meridione, orecchiette comprese.

Poi, Checco parteciperà a un talent show, e la visione del suo provino innescherà le situazioni comiche che conducono al finale, volutamente melenso.

Nell’attività di volontariato presso l’abbazia di Morimondo, aiutando ragazzi che hanno genitori in carcere o problemi di droga, Checco dà il suo meglio. È un emigrante parecchio ottuso e ignorante, ma altrettanto furbo e ottimista. Razzismo e omofobia vengono irrisi dalla sceneggiatura, firmata da Zalone, Nunziante e dal produttore Pietro Valsecchi.

Godless, il western secondo Netflix

Miniserie televisiva prodotta e distribuita da Netflix, ideata da Steven Soderbergh e Scott Frank, che firma la regia dei sette episodi, per otto ore complessive, Godless è stata pubblicata sulla piattaforma a pagamento il 22 novembre 2017.

La trama si svolge nel Far West, il New Mexico del 1884. Frank Griffin (Daniels) è a capo di una feroce banda di fuorilegge, oltre trenta uomini, che si muove come i Cavalieri dell’Apocalisse, lasciando morte e distruzione sul suo cammino. Dopo una rapina a un treno, la banda si è messa sulle tracce di Roy Goode, un tempo figlio adottivo del capo. Goode ha trovato riparo in una fattoria gestita dalla vedova Alice Fletcher, che lo aiuta senza sapere nulla della sua identità. La fattoria sta nei pressi della cittadina mineraria di La Belle, abitata solo da donne: quasi tutti gli uomini morirono due anni prima in fondo alla miniera d’argento. Lasciando una scia di sangue, Griffin fa sapere che ucciderà chiunque aiuterà Goode. Leggi il resto dell’articolo

C’era una volta in America [Once Upon a Time in America], Sergio Leone, 1984 [filmTv140] – 9

«Che hai fatto in tutti questi anni?», gli chiede l’affezionato “Fat” Moe, e Noodles risponde «Sono andato a letto presto».

L’ho rivisto per la quarta o quinta volta, nella versione di 229 minuti, curata dal regista, ben più lunga e sensata di quella mutilata dal produttore Arnon Milchan (esiste una versione ancora più estesa). Nulla di nuovo da dire su quella che restò l’ultima pellicola di Sergio Leone, alla quale si dedicò per una decina di anni: mi limito a una serie di noterelle utili a contestualizzarla.

Il punto di partenza è un romanzo del 1952, The Hoods, scritto da Harry Grey, pseudonimo di David Aaronson, in arte Noodles. Ma l’arco temporale del film è più ampio, comincia nel 1920 e finisce nel 1968.

I luoghi cruciali stanno nel ghetto ebraico di New York, l’immagine topica del poster è il Ponte di Manhattan visto da Washington Street, Brooklyn. Molte scene d’interni (quelle ambientate negli anni Venti e Trenta) furono girate a Cinecittà, è al Lido di Venezia che Leone riprese la scena della cena al ristorante di Noodles e Deborah. Varie inquadrature rimandano alla pittura di Edward Hopper e Norman Rockwell.

In un film così “maschile”, fa il suo esordio Jennifer Connelly, e spiccano tre attrici: Elizabeth McGovern, Darlanne Fluegel e Tuesday Weld.

Inizia e finisce nel 1933, con Noodles che si sta nascondendo in una fumeria d’oppio. L’ultima inquadratura lo mostra in un’estasi sorridente. Alcuni interpretano la trama come una visione indotta dalla droga, il protagonista che rivive il passato e crea un futuro. Ma come poteva immaginare i Beatles e il Vietnam? Poco importa: resta l’elegia sull’amicizia virile e l’opportunismo, il sacrificio e la dedizione, l’amore folle e il sesso che non risarcisce. Resta un grande film sulla fine di un mondo.

Non meno misterioso è il prefinale, fuori dalla festa del senatore Bailey, sulle note di God Bless America di Irving Berlin.

ps – finiscono qui i film che ho visto in tv nel 2019

The Irishman [id.], Martin Scorsese, 2019 [filmTv127] – 8

Di cosa parliamo quando parliamo di Gangster Movie? Rivolgersi a Martin Scorsese. L’ho visto su Netflix, ma sarebbe cinema da cinematografo, 209 minuti scorrono lievi, fra carrellate ipnotiche, costumi e scenografie accuratissimi, l’impareggiabile l’occhio per ciò che può dare il montaggio. Qui Scorsese può avvalersi del ringiovanimento digitale degli attori, lavorando per la prima volta di Al Pacino e ritrovando i fedelissimi compagni di strada, Bob De Niro (nono film insieme), Joe Pesci e Harvey Keitel, più l’ottimo contributo di Anna Paquin, Bobby Cannavale e Ray Romano.

Sceneggiato da Steven Zaillian (Schindler’s List, Gangs of New York), è il racconto autobiografico di un killer irishman della mafia, Frank Sheeran, ma la Storia Ufficiale USA – attraverso radio, televisori e giornali – è una presenza incombente, dal 1950 ai primi del nuovo secolo, con il suo strascico di sangue e misteri, complicità inconfessabili fra politica, sindacalismo e criminalità organizzata.

Ormai vecchissimo, ultimo sopravvissuto a stragi efferate, Sheeran cominciò come autista di camion, a Chicago. Rubò qualche partita di manzo, per arrotondare e mantenere la famiglia, ma aver fatto la guerra (in Italia) e visto la morte in faccia l’aveva privato di ogni remora morale. La sua scalata divenne inarrestabile, pilotata dalla mafia italiana fino all’intimità con il più celebre e controverso sindacalista della storia statunitense, Jimmy Hoffa (Al Pacino, ancora strepitoso).

Hoffa era potentissimo, i Kennedy lo consideravano un nemico, per molti altri era un personaggio scomodo. Fu visto l’ultima volta il 30 luglio 1975, il corpo non venne mai ritrovato: Frank Sheeran ci confessa di averlo ucciso lui, che pure era suo il suo intimo braccio destro.

The Irishman si prende tutto il tempo necessario, fin dal primo minuto assume l’andatura del classico. Non mi pare un capolavoro, ma un’intera stagione del cinema americano vi celebra il suo ultimo atto.

Mad Max Fury Road [Mad Max: Fury Road], George Miller, 2015 [filmTv141] – 9

Alla fine del decennio, molti hanno inserito questo film fra i 10 o i 20 più notevoli. È quel che penso anch’io, lo vidi nel febbraio 2016 e l’ho rivisto la notte di Capodanno. Gli extra del bluray esaltano la magnificenza della messa in scena, la perfezione di effetti speciali dietro i quali c’è sempre un corpo, la fenomenale abilità degli stunt men. Nei lunghi inseguimenti nel deserto, viene spinto al limite ogni tipo di veicolo a motore.

Candidato a 10 Oscar (tra cui miglior film, regia e fotografia), ne vinse 6. Pensavo fosse Australia, invece le riprese furono effettuate in Namibia.

Per tre volte, fra il 1979 e l’85, a dare vita a Max Rockatansky era stato Mel Gibson: l’interpretazione di Tom Hardy non è meno efficace, quasi svuotata di parole e per lunghi tratti coperta da una maschera di ferro (come Bane, il nemico di Batman). Sofferente quanto lucida, resta memorabile l’Imperatrice Furiosa, Charlize Theron, bellissima nonostante un braccio di metallo e sanguinanti escoriazioni. Fate caso a Nicholas Hoult (Nux), e forse scoprirete assonanze con il ragazzino di About a Boy, lo studente di A Single Man, la Bestia degli X-Men o l’odioso nobile che tramava contro la Favorita.

Miller rivitalizza un genere – il futuro dopo la catastrofe – rinnovando gli ingredienti basilari: un potere spietato, la schiavitù imposta tramite il controllo delle esigue risorse vitali, tribù di predoni e vandali, il cieco fanatismo di chi circonda il mostruoso Immortan Joe.

Il destino di Max sarebbe quello di fare da “sacca” di sangue per Nux, uno degli invasati strafatti che formano le truppe del tiranno. Torna libero, approfittando della ribellione di Furiosa, che si è data alla fuga insieme ad altre cinque mogli-schiave, stupendi corpi scelti per procreare, in un mondo sterile: Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Courtney Eaton, Debra Ades, Abbey Lee. Sono le donne, stavolta, a far pensare che un futuro diverso sia possibile.

Storia di un matrimonio [Marriage Story], Noah Baumbach, 2019 [filmTv131] – 9

Per me, la sorpresa dell’anno, il film meglio scritto. Mai visto nulla di Baumbach, dovrò rintracciare i titoli precedenti; questo è coprodotto da Netflix, che ne ha curato la distribuzione; fotografia di Robbie Ryan, montaggio di Jannifer Lame, musiche di Randy Newman.

Adam Driver e Scarlett Johansson interpretano una coppia che sta scoppiando. Stanno insieme da dieci anni, provano a restare insieme per il bene del figlio, ma diventa necessario agire tramite avvocati, e questo provocherà un’escalation che rimanda a Kramer vs Kramer o alla Guerra dei Roses, senza alcun compiacimento attoriale, tantomeno la fuga nel grottesco: è un’autopsia dei sentimenti, il tentativo di raggiungere una verità intima, che rischia di venire sommersa dalle regole sociali.

Driver e Johansson si rivelano straordinari. Recitare il dolore, non è semplice quando le scene sono lunghe, intense, piene di parole e di piccoli gesti. Charlie e Nicole (lui regista teatrale, lei attrice) arrivano a cantare e a ballare, e nella finzione insita in questi codici, raggiungono un ulteriore livello di sincerità. Indimenticabile, la furiosa lite nel chiuso di un salotto: non ne ho mai viste di così vere.

Favolosi anche gli avvocati: Laura Dern è dannatamente spietata, per lei conta solo vincere; Alan Alda è tenero, dice a Charlie “mi ricordi me stesso al mio secondo matrimonio”; Ray Liotta è brillante, opportunista, sembra averle già viste tutte.

Marriage Story comincia con un colpo di genio: la voce off di Charlie descrive Nicole, poi quella di Nicole descrive Charlie. Scopriremo essere due elenchi nati in terapia di coppia, tecnica finalizzata all possibile ricomposizione dei conflitti. Combattendo per la custodia del bambino, Charlie e Nicole arrivano quasi a distruggersi a vicenda, ma c’è un fondo d’amore inesauribile, la regia non specula sullo strazio, anzi mostra compassione. E riesce farci provare un ventaglio di emozioni di rara intensità.

Downsizing – Vivere alla grande [Downsizing], Alexander Payne, 2017 [filmTv139] – 6

Le distopie – da 1984 a Il mondo nuovo – ci indicano un futuro fantastico variamente inquietante, nel quale le tendenze in corso vengono enfatizzate e diventano dirimenti.

Matt Damon e Kristen Wiig sono Paul e Audrey. Sposati, abbastanza felici, devono però fare i conti con una situazione economica sempre al limite, e decidono di cambiare vita. Dieci anni prima, in un laboratorio norvegese, uno scienziato era riuscito in un’impresa incredibile, l’aveva perfezionata per cinque anni e infine rivelata al mondo: insieme ad altre 37 persone fra cui sua moglie, si era sottoposto a un processo irreversibile: la miniaturizzazione (in altezza, un quattordicesimo). È una rivoluzione “ecologica”: forse l’unica soluzione possibile al devastante impatto umano sul pianeta, un solo sacco di immondizia contiene tutti i rifiuti prodotti dai 38 in cinque anni. E nelle nuove comunità miniaturizzate non ci sono né disoccupazione né criminalità.

Paul ed Audrey vanno a sottoporsi all’intervento. Ma all’ultimo momento Audrey fugge e abbandona il marito nella nuova realtà. Segue inevitabile divorzio e forte depressione di Paul. Ne esce quando fa la conoscenza dell’edonista vicino di casa (Christopher Waltz), specializzato in feste forsennate e poi di Gong, profuga vietnamita, priva di una gamba ma generosamente impegnata ad aiutare i più bisognosi.

Anche nel Nuovo Mondo, guarda un po’, ci sono i ricchi e i poveri, i sudditi e i signori. Ma il riscaldamento globale pare inarrestabile, e lo scienziato norvegese ha avuto un’altra idea: creare un rifugio sotterraneo – nuova Arca di Noé – per salvare la razza umana dall’estinzione…

Ho grande stima per questo regista – Nebraska e Sideways sono splendidi, Paradiso amaro quasi – ma in questo caso mi pare abbia smarrito il bersaglio: oscillando fra commedia satirica, denuncia dei guasti della società opulenta e critica all’estremismo ambientalista, l’umanesimo di Payne sembra confuso sulla direzione da prendere.

El Camino [El Camino: A Breaking Bad Movie], Vince Gilligan, 2019 [filmTv121] – 7

Prodotto, scritto e diretto dall’artefice della saga di Breaking Bad, ne è il sequel, e siccome “Heisenberg” – quel professore di chimica di Albuquerque malato di cancro e divenuto un potente narcotrafficante – poteva resuscitare solo per brevissime scene, il fuoco del racconto si concentra sul sopravvissuto, Jesse Pinkman (Aaron Paul). Ma Gilligan è abile nel recuperare pezzi di vecchie storie: per esempio, riappaiono Mike (Jonathan Banks) con la sua cinica saggezza, e Jane (Krysten Ritter), a far scaturire un sogno romantico.

Distribuito da Netflix, il film mostra buone qualità – fotografia e musiche ricalcano la serie -, ma non raggiunge il valore assoluto di Breaking Bad. Pesano le assenze di Walter White e famiglia, e dell’avvocato Saul Goodman, ma il limite è, oserei dire, filosofico: El Camino è una classica storia born again, di redenzione, rinascita, rifarsi una vita: manca la doppiezza morale che rese la serie tv così originale.

El Camino è un modello di Chevrolet, l’automobile su cui Jesse Pinkman cerca di mettersi in salvo. È l’auto del terribile Todd (Jesse Plemons), americanissimo nella forma e nazista nella psiche (qualcuno ricorderà come uccise un bambino a sangue freddo). Tormentato dai sensi di colpa, il sopravvissuto cerca aiuto nei vecchi amici, Skinny Pete e Badger, ma l’auto ha un localizzatore, e gli amici possono offrirgli solo un depistaggio. Sarebbe utile recuperare il denaro nascosto nella casa di Todd: Jesse la distrugge meticolosamente, arriva a trovarlo, ma ecco che arrivano due poliziotti. O finti poliziotti…

In fondo, l’idea più emozionante è far riapparire Jane, l’unica donna che Jesse ha veramente amato. Morì di overdose sotto gli occhi di Walter White, che non fece niente per salvarla, temendo che Jesse se ne andasse con lei e smettesse di aiutarlo a produrre le metanfetamine; solo alla fine dell’ultima stagione, Walt confessò a Jesse di averla lasciata morire.

Febbre a 90° [Fever Pitch], David Evans, 1997 [filmTv137] – 7

Fedele trasposizione dell’esordio di Nick Hornby, “romanzo di formazione” all’ennesima potenza, uno dei libri fondamentali della mia vita, per l’inedita capacità di usare il linguaggio calcistico a fini autobiografici e sentimentali. Purtroppo, il film non si eleva a quell’altezza: produzione low cost, troppo calcio giocato viene mostrato alla tv.

Paul ha circa 35 anni, fa l’insegnante in una scuola superiore alla periferia di Londra, è figlio di genitori divorziati, e vari flashback mostrano che persona era e cosa è diventato. Nei primi anni Settanta, Paul scoprì il calcio – anzi, l’Arsenal – quando il padre, che già viveva altrove, cominciò a portalo a Highbury. Vent’anni dopo, nel 1989, Paul è solo e scontento, stazzonato e frustrato, e una delle ragioni sta nel penoso rendimento degli amatissimi Gunners. Un po’ di vitalità gli viene dall’allenare la squadra scolastica di calcio, un bambino gli somiglia terribilmente. Per caso, Paul conosce Sarah, un’altra insegnante, e anche se sono tanto diversi, comincia una relazione che arriva a un passo dal diventare progetto.

Manca solo un dettaglio: che l’Arsenal contribuisca all’educazione sentimentale con una vittoria catartica… Il 1989 è anche l’anno della strage di Hillsborough, in cui perdono la vita 96 tifosi del Liverpool; ma il rapporto di Paul con il calcio non può cambiare per questo.

Sembra “la stagione” giusta, l’Arsenal conduce il campionato fino alla penultima giornata, quando subisce un’incredibile sconfitta casalinga dal Derby County: scavalcati dal Liverpool, i Gunners devono andare a vincere ad Anfield Road con due gol di scarto…

Colin Firth è splendido nel ritrarre questo eterno adolescente, Mark Strong (in seguito, l’ho visto fare solo ruoli da malvagio) è la sua spalla perfetta, Ruth Gemmell è un’insipida Sarah, ma che Sarah sia insipida non è colpa sua.

Indimenticabile lo sguardo del bambino la prima volta che sale le tribune e vede lo smeraldino prato di Highbury.

2019, il mio meglio dei film visti in tv

Nell’anno appena passato, ho visto 141 film in tv; un terzo li ho rivisti per la seconda o terza volta. Fra le visioni nuove, ecco i 10 titoli che ho preferito (di un paio non ho ancora scritto):

  1. Il bruto e la bella, Vincente Minnelli, 1952
  2. Storia di un matrimonio, Noah Baumbach, 2019
  3. The Irishman, Martin Scorsese, 2019
  4. Estate violenta, Valerio Zurlini, 1959
  5. Green Book, Peter Farrelly, 2018
  6. L’Illusionista, Sylvain Chomet, 2010
  7. Sicario, Denis Villeneuve, 2015
  8. Forza maggiore [Turist], Ruben Östlund, 2014
  9. La ballata di Buster Scruggs, Coen, 2018
  10. Le nostre anime di notte, Ritesh Batra, 2017

Ma c’è un aspetto che destabilizza l’organizzazione di queste classifiche: da quando mi sono abbonato a Netflix (+ Amazon Prime), vedo in tv dei film che avrei potuto vedere al cinema (sempre che la proiezione al cinema sia ancora contemplata dai nuovi meccanismi distributivi).

In appena un paio di mesi: Le nostre anime di notte, Panama Papers, La ballata di Buster Scruggs, El Camino, The Report, The Irishman, Storia di un matrimonio, Downsizing.

Considerato il fatto che ormai al cinema la metà dei film che vedo sono restaurati e fanno parte di festival e rassegne, scommetto che nel 2020 saranno più numerosi i film nuovi che vedrò in tv di quelli visti in una sala cinematografica.

Al cinema nel 2019

The Report [id.], Scott Z. Burns, 2019 [filmTv135] – 7

Arriva l’11 Settembre, e dopo niente è più lo stesso. Gli Stati Uniti lanciano una “guerra al terrorismo” senza prestare molta attenzione alla Convenzione di Ginevra, e questo film – distribuito da Amazon – descrive il lento, ambiguo, faticosissimo lavoro che ha portato a realizzare il “rapporto” sulle tecniche di interrogatorio ai detenuti da parte di agenti della CIA. Il titolo originale era The Torture Report.

Burns è regista, produttore e autore della sceneggiatura (era fra i produttori di Panama Papers). Adam Driver, Annette Bening, Jon Hamm, Corey Stoll e Maura Tierney sono gli attori principali. Presentato al Sundance Film Festival, in Italia è rimasto nelle sale tre giorni, prima di essere diffuso sulla pay-tv.

Il protagonista si chiama Daniel J. Jones: ex dipendente FBI, entra a far parte dello staff della senatrice Democratica Dianne Feinstein, incaricata di svolgere un’inchiesta ufficiale sulle azioni della CIA dopo l’11 Settembre. Jones scoprì facilmente che su sospetti terroristi – ad Abu Ghraib e Guantanamo, almeno fino al 2009 – erano state praticate forme di tortura brutali e totalmente inefficaci. Il waterboarding, per dirne una. Ben meno facile fu rendere pubblico questo “rapporto”, sia la CIA che la Casa Bianca (Obama ne era l’inquilino) immaginavano il danno reputazionale che ne sarebbe derivato. La pretesa superiorità morale fatta a pezzi.

L’indagine di Jones durerà sette anni. Infaticabile quanto idealista, rimane solo, subisce minacce e ricatti, la senatrice si muove con estrema circospezione, fra ragion di Stato, richieste di omissis e ammissioni solo parziali. Il rapporto verrà diffuso, ma nessuno dei colpevoli pagherà un prezzo.

È Burns, piuttosto, a pagare un prezzo alto per sfuggire alla retorica, il tono del racconto è sobrio, scrupoloso, ai limiti del gelido. Gettatosi a peso morto nell’inchiesta e rimasto senza una vita propria, il protagonista suscita poca empatia: Driver è bravo, ma forse non sarà mai Redford.

La ballata di Buster Scruggs [The Ballad of Buster Scruggs], Joel ed Ethan Coen, 2018 [filmTv125] – 7

Tim Blake Nelson, James Franco, Liam Neeson, Zoe Kazan, Tyne Daly e Tom Waits sono i principali protagonisti di questo film in sei episodi, che accarezzano l’epopea romanzesca della Frontiera americana.

Realizzato per Netflix, è un western di sbalorditiva bellezza, una meraviglia visiva a cui abbandonarsi, incuranti della fatuità e dell’inconsistenza. Ogni short story si basa su un racconto breve, quasi tutti di anonimi (fa eccezione All Gold Canyon, di Jack London, 1905), focalizzato su un figura topica: il pistolero più veloce del west, l’impiccagione del rapinatore di banche, la miseria dello spettacolo errante, la furbizia del cercatore d’oro, la carovana di coloni attaccata dai pellerossa, la dialettica fra i passeggeri di un viaggio in diligenza. Filo conduttore, la violenza come lievito alla nascita della nazione americana.

Impossibile dare una precisa collocazione temporale ai fatti: sono “ballate”, memorie orali tramandate nelle notti intorno al fuoco, favole enfatizzate dal whisky e dal passaparola fino a incardinarsi nell’immaginario collettivo.

Per esempio, c’era una volta Buster Scruggs, il cowboy canterino sempre ilare e vestito di bianco. Considerato la pistola più veloce del West, questa reputazione lo portò a incrociare vari soggetti che volevano batterlo e prendere il suo posto…

C’era un impresario che raccattava spiccioli di città in città, presentando un talentuoso ragazzo inglese, mutilato sia alle gambe che alle braccia, unica fonte di guadagno per l’impresario, finché non vide all’opera un pollo in grado di eseguire operazioni matematiche indicando il risultato con il becco…

Ancora, c’era Alice, la ragazza a cui restava un solo proiettile se i pellerossa avessero messo le mani su di lei…

L’estetica dei Coen è pienamente rintracciabile nei volti degli attori, truccati per accentuare l’effetto caricatura, necessario al tono grottesco, surreale e inquietante del racconto. In questo favoloso West, il destino era sempre in agguato.

Zorro [id.], Duccio Tessari, 1975 [filmTv137] – 4

Mi è difficile resistere alla tentazione di recuperare film che non vidi a suo tempo, soprattutto se, come in questo caso, la pellicola riporta ai miei quindici anni e al centenario della prima apparizione di Zorro. Poi vedo il film, e avrei potuto occupare quelle due ore molto meglio.

Sul settimanale All Story, il 9 agosto 1919 apparve la prima puntata di un romanzo (La maledizione di Capistrano), di Johnston McCulley. Parla di Don Diego de la Vega, erede di una ricca famiglia di agrari nella California della prima metà dell’Ottocento. Don Diego ha una doppia faccia: in pubblico si finge codardo ed effeminato, ma in segreto, dietro una maschera nera, combatte le ingiustizie e contro il crudele governatore. In messicano, Zorro significa volpe.

In questi cent’anni, la figura del giustiziere mascherato è stata ripetutamente portata sul grande e sul piccolo schermo (è all’uscita dal cinematografo dopo aver visto Zorro che vengono assassinati i genitori di Bruce Wayne). Non ho visto le versioni di Douglas Fairbanks (1920 e 1925), né di Tyrone Power (1940), ma le immagino immensamente superiori a quelle di Antonio Banderas (1998) e del quarantenne Alain Delon, che volle cimentarsi in questa insipida coproduzione italo-francese, ritornando al genere “cappa e spada” dieci anni dopo Il tulipano nero. Nel cast, anche Ottavia Piccolo e Adriana Asti, il crudele colonnello Huerta è Stanley Baker, il servitore muto è Enzo Cerusico.

Non dimentico la serie televisiva, 78 episodi diretti da Norman Foster fra il 1957 e il ’59, ripetutamente replicati dalla Rai. Ho scoperto che venne scelto un oscuro attore di origine italiana, Guido Catalano, in arte Guy Williams, perché nessuno sapeva tirare di scherma come lui… Parlo d’altro, perché il film mi è parso noioso, sciocco e poco spettacolare. Ambientato a Cartagena, Colombia, avrà deluso anche i bambini, se avevano avuto la fortuna di vedere Zorro alla tivù.

Vicky Cristina Barcelona [id.], Woody Allen, 2008 [filmTv136] – 8

Preso dall’ossessione di esprimere quello che gli passa per la testa prima che sia troppo tardi, da tempo Allen fa troppi film, a volte non coglie il bersaglio, però mostra anche una rara disponibilità a cercare nuove strade – non solo nuove location.

Qui siamo dalle parti dei “racconti morali” di Rohmer, si avverte quel particolare tipo di grazia, le sfumature necessarie a descrivere le fibrillazioni del cuore. Per questo genere di racconto, mi pare ci siano tre ingredienti necessari: dialoghi realistici, personaggi ambivalenti, cautela nell’esposizione dei sentimenti. E Allen mostra di saperlo ancora fare, la sua capacità di sprigionare commedia resta sopraffina, usa con abilità la voce fuori campo, spinge lo spettatore a porsi domande su se stesso.

Un limite del film mi pare stia negli attori. Per proporre “racconti morali” convincenti, credo sia preferibile affidarsi a volti nuovi, non appesantiti dallo star system. Allen, invece, sceglie Bardem e Johannson, Hall e Cruz, un quadrilatero di lusso, un campionario di magnetismo seduttivo; sono così belli, che certi primi piani lasciano senza fiato (“la macchina da presa la ama”, disse il regista a proposito di Scarlett, e si può dire lo stesso di Rebecca, di Javier e di Penélope, premiata dall’Oscar come miglior attrice non protagonista).

La luminosità di Barcellona e Oviedo, le romanticissime chitarre, le guglie arrotondate di Gaudì e i colori brillanti di Mirò contribuiscono a perfezionare la patina di glamour. In questa estate invidiabile, dentro la più splendente vacanza spagnola, annegano i conflitti sentimentali delle due amiche: Vicky non sa sfuggire a una rigidità morale che la renderà infelice, Cristina osa buttarsi nel vortice ma non sa superare un’insoddisfazione cronica. Entrambe torneranno a casa sconvolte, destabilizzate, senza essersi chiarite le idee sul desiderio: amore o affinità elettive, sicurezza o passione…

Broken Flowers [id.], Jim Jarmusch, 2005 [filmTv134] – 8

Jarmusch è inconfondibile: i silenzi, le attese che non portano a nulla, le scene di paesaggio viste con gli occhi del protagonista, e ancora silenzi, attese, paesaggi… È così da quando girò Stranger than Paradise, la piccola, evanescente pellicola che mi colpì e affondò tanti anni fa.

Da una cassetta della posta, spunta una lettera anonima che allude a un figlio, un figlio di Don, nato una ventina di anni prima da una delle sue tante amanti. L’arrivo della lettera coincide con l’ennesimo fallimento sentimentale: l’ultima amante, bionda e vestita di rosa, sta per andarsene, stremata dalle sue indecisioni.

Su impulso dell’unico amico, il vicino di casa Winston (Jeffrey Wright), Don si mette sulle tracce del figlio, andando alla ricerca della possibile madre. Unico, flebile indizio: il colore rosa. Don attraversa gli Stati Uniti in aereo e auto prese a nolo, arrivando nei luoghi che gli sono stati indicati da Winston. Ognuna di quelle donne si è rifatta una vita, nel rivederlo le reazioni oscillano fra i sentimenti più antitetici. L’ironia di Jarmusch si esalta nel mostrare le case in cui vivono, oppure il cibo, disposto simmetricamente nel piatto.

Bill Murray ripete la prova stralunata di Lost in Translation, impassibile come un moderno Buster Keaton, ravviva il mito di Don Giovanni incrociando donne più affaticate che affascinanti: Julie Delpy, Sharon Stone, Frances Conroy, Jessica Lange e Tilda Swinton. La storia srotola il catalogo di antichi amori finiti male, mostrando come si possa cambiare – male o molto male – in vent’anni. Il protagonista, Don, non sa fare altro che offrire fiori rosa e sperare di cogliere una verità che queste donne paiono tenergli nascosta.

Una stralunata colonna sonora etiope accompagna il road movie (notevoli le due canzoni dei Greenhornes), con un finale ineffabile, aperto a un’infinità di interpretazioni, purché ci si lasci avvolgere dal movimento della macchina da presa.

Il grande Lebowski [The Big Lebowski], Joel Coen, 1998 [filmTv116] – 8

Il cult movie di differenzia dal capolavoro per almeno un paio di motivi: contiene vistose imperfezioni e passaggi a vuoto, ma pure questi vengono apprezzati; e poi, non ci si stanca di rivederlo, mentre certi capolavori appaiono distanti e faticosi. Fra i film dei Coen, almeno un paio sono risolti meglio, ma questo era e rimane il più amato.

Jeff Bridges è Drugo (in origine The Dude). Poi ci sono John Goodman e Steve Buscemi, Julianne Moore e John Turturro, Ben Gazzara e Philip Seymour Hoffman, la provocante Bunny Lebowski (Tara Reid) e l’iconico Straniero (Sam Elliott), una Los Angeles che in un attimo passa dagli occhiali da sole al nero criminale, abbondanti libagioni di White Russian, strepitose riprese sulle piste da bowling, uno scambio di persona che diventa “drammatico” quando i cattivi osano urinare sul tappeto di Drugo… Fotografia di Roger Deakins; alle musiche originali di Carter Burwell, si aggiungono una mezza dozzina di hit scatenate.

John Goodman, nei panni del reduce Walter Sobchak, ha ispirato Crozza e il suo Napalm51, e da qui si ricava un’altra caratteristica del cult: far proliferare “segni”, in cui i seguaci del culto possano riconoscersi. Un’altra icona che quasi raggiunge le stesse altezze è Jesus Quintana (Turturro), il perverso giocatore di bowling tutto vestito di viola.

Drugo è, innanzitutto, un fannullone, un figlio dei fiori trasandato a cui piace sballarsi: difficile dire se preferisca il White Russian o la marijuana. Il suo stile di vita è pacifico, pigro ai limiti del letargico, quei gangsters che gli hanno rovinato il tappeto, lo svegliano dal torpore e lo costringono a rievocare energie psico-fisiche da tempo accantonate. Arriverà alla violenza: la distruzione della fiammante Chevrolet Corvette rossa è un’altra scena-chiave del cult… Ah, un ultimo consiglio: se si tratta di spargere delle ceneri, meglio non farlo controvento.

Sodoma e Gomorra [id.], Robert Aldrich e Sergio Leone, 1962 [filmTv133] – 5

Aldrich affidò a Leone (33 anni, all’esordio l’anno prima con Il colosso di Rodi) la seconda unità, che effettuò le riprese delle scene di massa. Il meglio del film, senza dubbio.

Peplum a sfondo biblico: Lot (Stewart Granger) guida una tribù di ebrei attraverso il deserto, alla ricerca della “terra promessa”. Stremati, si fermano in prossimità delle città di Sodoma, e chiedono alla regina Berah (Anouk Aimée) il permesso di stabilirvi un accampamento, in cambio di un pagamento annuale. Fra il vedovo Lot e Ildith (Anna Maria Pierangeli), una delle schiave favorite della regina, si sviluppa un legame che porta alle nozze. Gli ebrei regimano le acque del fiume Giordano, rendendo fertile quello che era un deserto. Per sconfiggere i predoni Ammaniti, sobillati da Astaroth (Stanley Baker), il fratello malvagio della regina, sono costretti a distruggere le coltivazioni, ma la regina li accoglie in città, dove vengono contagiati dai vizi a cui i sodomiti indulgono senza remore. Fra l’altro, vige la schiavitù, inaccettabile per gli ebrei (ma Lot è per la realpolitik). Dopo avergli sedotto entrambe le figlie (Rossana Podestà e Claudia Mori), Astaroth sfida Lot a duello. Lot prevale, ma viene fatto prigioniero. Riceve una visita di figure spirituali che gli annunciano la volontà del suo Dio: deve radunare i suoi e fuggire dalla città, che sarà distrutta. Fuggire, senza voltarsi indietro: Ildith non saprà resistere…

Girato in Marocco, a sud di Marrakech, coprodotto da Pathé e dalla Titanus di Goffredo Lombardo, il kolossal costò sei miliardi, il doppio di quanto previsto. Ma la grandiosità di certe scene di distruzione solleva l’opera dalla banalità a cui l’avrebbero costretta le interpretazioni (considero Granger fra gli attori più inespressivi della storia del cinema, la Aimée sembra chiedersi dov’è finita, le giovani bellezze italiane sono sempre corrucciate). Musiche di Miklós Rózsa. Strano ma vero: Gomorra non appare mai.