L’amante [L’Amant], Jean-Jacques Annaud, 1991 [filmTv138] – 8

Jane March e Tony Leung interpretano la coppia al centro del racconto autobiografico di Marguerite Duras, ambientato nell’Indocina francese, l’attuale Vietnam, a cavallo fra gli anni Venti e Trenta.

E se il romanzo raggiunge notevoli vette linguistiche, Annaud non si limita a un fedele resoconto: ricostruisce magistralmente quei luoghi e quel tempo, offrendo allo spettatore un’intensa esperienza visiva, a partire dall’immensità del Mekong e dalla cacofonia del quartiere cinese di Saigon. Fotografia di Robert Fraisse, musiche di Gabriel Yared.

Per la protagonista, a quindici anni e mezzo, si apre un’esperienza erotica e sentimentale che deve fare i conti con stratificati pregiudizi: l’età (lui ha ventisette anni), la razza e il ceto sociale (una bianca povera è comunque “sopra” un cinese ricco). Annaud suggerisce una visione della giovanissima protagonista più pragmatico e calcolatore, meno ambiguo e sfumato di quanto risulti nel romanzo.

Pur sapendo di essere innamorato, l’amante cinese è destinato a un’altra vita (il ricchissimo padre ne ha già organizzato il matrimonio). Anche la giovanissima francese sa che non c’è futuro, presto tornerà a Parigi, ma non rinuncerebbe mai a quell’esperienza (“esperimento” nelle pagine della Duras), dalla quale ricava piacere e coscienza di sé, lei che aveva appena scelto di indossare le scarpe col tacco e un cappello da uomo senza il quale non si riconosce. La passione dei sensi è il primo e principale canale di comunicazione, il dramma sta nel tempo limitato, nell’impossibilità di sottrarsi a un destino. Ma è questo il rito di passaggio che la porterà a diventare una scrittrice.

Sulla fotogenia di Jane March potrei ripetere ciò che lessi di Björn Andrésen, il giovanissimo attore svedese che Visconti identificò come Tadzio (Morte a Venezia). Impressiona come, in un attimo, possa transitare dalla forma di bambina a quella della piena sensualità.

Jessica Jones, il fumetto e la serie tv

JJ

 QUI –

#Sheridan. La donna di quadri, 1968

Comincia in un parco di San Francisco, dove nel primo pomeriggio del 29 maggio, un barboncino nero sfuggito alla proprietaria trova un cadavere (la scena ricorda La congiura degli innocenti, di Hitchcock); intanto, una mano di donna con i guanti getta un coltello dal finestrino dell’auto. Poco dopo Sheridan arriva sul luogo del delitto: l’uomo, di circa 55 anni, non ha documenti, è stato pugnalato alle spalle, probabilmente altrove.

Nei pressi del cadavere, la bionda padrona del barboncino ha visto due uomini, ma non saprebbe identificarli; tuttavia, uno di quegli uomini il giorno dopo penetra nella sua casa, la minaccia e paga il suo silenzio. Costui è già pedinato, la polizia lo arresta: è una vecchia conoscenza, un pesce piccolo, non può essere lui l’assassino. Lungamente interrogato, confessa di aver accompagnato Rudolph Aiman (avventuriero su cui la polizia ha accumulato un corposo fascicolo) a un appuntamento nel parco, e che entrambi sono fuggiti alla vista del cadavere. È stato Aiman a dargli i soldi per corrompere la testimone.

A bordo dello yacht Atlantide, ormeggiato nella baia di San Francisco, una stilista, la contessa Delacroix, mostra alcuni modelli a un agente pubblicitario. Sopraggiunge la principessa Kandinsky e comunica che è fallito il progetto di lanciare in America un marchio d’alta moda europea, poiché il principale finanziatore è scomparso. Lei stessa ha cercato di recuperare alla roulette i soldi necessari, ma ha perso tutto.

Leggi il resto dell’articolo

La donna di quadri. #Sheridan

Sono passati due anni e mezzo da La donna di fiori, quando la RAI propone, dirottandola sul “Secondo Programma” e al venerdì sera, anziché alla domenica, una nuova inchiesta del tenente Sheridan, interpretato dal cinquantenne Ubaldo Lay.

È il secondo dei quattro sceneggiati il cui titolo richiama le figure femminili di un mazzo di carte da poker. Prodotto più compatto del primo capitolo (cinque puntate per complessivi 262 minuti), fa il suo esordio il 19 aprile, chiusura il 17 maggio. Stavolta non c’è un romanzo alle spalle, ma soggetto e sceneggiatura sono ancora di Mario Casacci e Alberto Ciambricco. È cambiato il regista – Leonardo Cortese ha sostituito Majano – non il delegato alla produzione RAI, Andrea Camilleri.

Fotografia di Massimo Sallusti, montaggio di Josip Duiella, scene di Tommaso Passalacqua. Gli interni vennero girati negli studi RAI di via Teulada, gli esterni a Capri (ne approfitto per “sanare” un’omissione nel post su La donna di fiori: in uel caso, le scene all’aperto vennero realizzate sul lago Patria, vicino al litorale Domizio, nei pressi di Napoli).

Musiche di Romolo Grano, ma sono le due sigle ad attirare l’attenzione: quella sui titoli di testa è Uomo solo, con la voce di Nini Rosso, famosissimo trombettista (è anche il compositore di questo brano, aperto da un notevole assolo); quella finale, Quando la notte, in puro stile beat, è cantata da Angela Bi, nota anche come Angela Bini o Julie, pseudonimo di Angela Cracchiolo.

La donna di quadri è il titolo di un pannello pittorico, la cui cornice nasconde un tesoro in diamanti.

Leggi il resto dell’articolo

The Iron Lady [id.], Phyllida Lloyd, 2011 [filmTv137] – 6

Margaret Rogers in Thatcher morì l’8 aprile 2013, dopo lunga malattia. Per oltre undici anni al 10 di Downing Street, fra le donne più potenti del Ventesimo secolo, ha lasciato una fortissima impronta sull’Occidente, meritandosi un biopic ancora in vita; ma è inevitabile che il giudizio politico sulla Thatcher si sovrapponga a quello estetico sul film.

Per la sua interpretazione, Meryl Streep ha ricevuto il terzo Oscar; premiato anche il trucco (Mark Coulier e Roy Helland), del cast fanno parte Jim Broadbent, nei panni del marito, Denis Thatcher, Olivia Colman, la figlia Carol, e Anthony Head. Dispongono di poche scene, ma ho trovato incisive le parti di Alexandra Roach e Harry Lloyd (Margaret e Denis da giovani).

La trama fa leva sul momento in cui l’ottantenne Margaret decide di liberarsi del guardaroba del marito defunto. Aprire quell’armadio scatena un’ondata di ricordi, accentuando i timori della figlia Carol: da tempo, la madre confonde la realtà con il sogno. Ho perso il conto dei flashback che riportano la Thatcher in alcuni dei passaggi cruciali della sua vita, personale e politica.

Da giovane, Margaret Rogers viveva con i genitori, una coppia di negozianti. Fu soprattutto il padre, impegnato in politica, a spingerla a studiare a Oxford e a non porsi limiti. Riuscì a farsi largo in un mondo maschilista anche grazie al sacrificio di Denis, che l’ha sempre sostenuta.

Streep è fenomenale nella parte del film in cui questa outsider decide di candidarsi alla guida del Partito Conservatore e accetta di cambiare la propria immagine e di seguire corsi di dizione. Più convenzionali e dall’andatura televisiva le scene da Primo Ministro, inframmezzate da immagini di repertorio sullo sciopero dei minatori e la guerra nelle Falkland-Malvine. Non ricordavo che il suo più grande sostenitore fra i Conservatori, Airey Neave, fosse rimasto ucciso in un attentato dell’IRA; ricordavo l’hunger strike, i dieci nordirlandesi morti di fame nelle carceri britanniche.

Il tenente Sheridan indaga sulla Donna di Fiori

Tutti gli attori sono italiani, molti di estrazione teatrale, come lo stesso Ubaldo Lay; Sandro Moretti fa Jimmy Mills, giovane braccio destro di Sheridan, Roldano Lupi è l’affabile sceriffo (vedovo, padre di Myriam e Jeremy, Mariolina Bovo e il giovanissimo Roberto Chevalier), Francesco Mulè è il sovrappeso sergente Kid Lucciola (era la voce dell’Orso Yoghi), Vittorio Sanipoli è il losco affarista Tony Cilento, Andrea Checchi è il collerico ex colonnello Fuller, Antonella Della Porta (Paula), Diana Torrieri (Nora), Alberto Terrani (Frederick, tanto simile a Norman Bates) e Luigi Vannucchi (Ronald) compongono la famiglia Fuller, una tempo potente ma sull’orlo del fallimento, e Carlo Hinterman è il loro factotum, Sotera (innamorato di Paula), Lucio Rama è l’oscuro, impassibile Clark, il maggiordomo a cui nulla sfugge. Il direttore dell’albergo-casinò è Gianni Agus. Alla fine del terzo episodio, proprio nell’ultima scena, appare la star femminile, Grazia Maria Spina, nei panni di Henriette Mercier, amica di Rudy Feist (è una delle due giovani donne nella fotografia: con il suo splendido sorriso e pettinature che facevano moda, la Spina era una delle bellezze della tivù di quell’epoca).

Oltre a Cilento (con il suo violento tirapiedi Craig, Luigi Casellato), sulla proprietà dei Fuller hanno messo gli occhi anche l’uomo d’affari Berkshire, interpretato da Antonio Battistella (Feist, l’attore Orazio Orlando, era suo socio). Fra le figure femminili che occupano la scena, l’ereditiera Rosalind (Laura Tavanti), promessa sposa di Frederick Fuller, ma molto intima con Rudy Feist e già corteggiata da Roland Fuller, e Sheila (Luisa Rivelli) la bionda segretaria e amante di Berkshire (sempre in attesa che lui divorzi). Fra una puntata e l’altra, viene proposto un riassunto affidato alla recitazione di Angela Cavo: formula insolita, tutt’altro che banale. La fidanzata di Sheridan si chiama Cheril (Scilla Gabel), ma scompare subito, dovendo fare buon viso al rinvio della progettata vacanza ad Acapulco. (2 di 3, segue)

La donna di fiori. #Sheridan

Oggi le chiamano miniserie, allora si autodefinivano telefilm o “romanzi sceneggiati”. Questo andò in onda la domenica sera sul Programma Nazionale della RAI (l’unico canale), sei puntate da poco più di un’ora (tranne l’ultima di 94′), dal 19 settembre al 24 ottobre 1965 (lo stesso anno di Belfagor, il fantasma del Louvre). Quasi quindici milioni di spettatori si sintonizzarono sul tenente Ezechiele Sheridan, detto “Ezzy”, interpretato da Ubaldo Lay.

Il romanzo di Alberto Ciambricco e Mario Casacci suscitò polemiche perché, a differenza di quanto prevedevano gli accordi con la Rai, l’editore Cappelli lo mise in vendita prima che venisse trasmessa l’ultima puntata, rischiando di compromettere il colpo di scena finale: il nome dell’assassino. Vendette trecentomila copie in pochi giorni.

Casacci e Ciambricco scrissero la sceneggiatura insieme al regista Anton Giulio Majano, delegato RAI alla produzione Andrea Camilleri. Interessanti le scelte musicali: sigla iniziale You Did It, You Did It eseguita da un fiatista afroamericano, Rahsaan Roland Kirk, sigla finale Donna di fiori cantata da Katyna Ranieri, sottofondi di impianto jazzistico, curati da Riz Ortolani, nel quarto episodio risuona la celeberrima Take 5 del Dave Brubeck Quartet.

Leggi il resto dell’articolo

Carlo Verdone, 26 film su 27 (file in aggiornamento)

Riprendo il post che pubblicai il 14 maggio 2019, riveduto e corretto nella primavera 2020…

Ai primi di marzo, doveva uscire Si vive una volta sola, 27esima regia di Carlo Verdone; leggo che forse cambierà titolo, effetto collaterale della pandemia.

In questa lunga quarantena – volendo andare a dormire con un sorriso, se possibile – e avendo a disposizione quasi l’intero catalogo su Amazon Prime, ho visto o rivisto 24 dei suoi 26 film… Mi è piaciuto farlo.

Nel rivalutare i “voti”, mi accorgo che sono tutti compresi fra “5” (3 film), “6” (12 film), “7” (6 film) e “8” (3 film). Come ho scritto nelle singole recensioni, trovo vi siano titoli invecchiati meglio di altri, ma di delusioni ne ho sofferte pochissime. E prima o poi completerò la collezione…

  1. Un sacco bello (1980) – 8
  2. Bianco, rosso e Verdone (1981) – 7
  3. Borotalco (1982) – 7
  4. Acqua e sapone (1983) – 6
  5. I due carabinieri (1984) – 4
  6. Troppo forte (1986) – 6
  7. Io e mia sorella (1987) – 6
  8. Compagni di scuola (1988) – 8
  9. Il bambino e il poliziotto (1989) – 6
  10. Stasera a casa di Alice (1990) – 5
  11. Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992) – 8
  12. Al lupo al lupo (1992) – 6
  13. Perdiamoci di vista (1994) – 6
  14. Viaggi di nozze (1995) – 7
  15. Sono pazzo di Iris Blond (1996) – 7
  16. Gallo cedrone (1998) – 7
  17. C’era un cinese in coma (2000) – 6
  18. Ma che colpa abbiamo noi (2002) – 6
  19. L’amore è eterno finché dura (2004) – 6
  20. Il mio miglior nemico (2006)
  21. Grande, grosso e… Verdone (2008) – 6
  22. Io, loro e Lara (2010) – 7
  23. Posti in piedi in paradiso (2012) – 6
  24. Sotto una buona stella (2014) – 5
  25. L’abbiamo fatta grossa (2016) – 5
  26. Benedetta follia (2018) – 6
  27. Si vive una volta sola (2020) – 6

I due carabinieri [id.], Carlo Verdone, 1984 [filmTv133] – 4

Dei 27 film diretti da Carlo Verdone, me ne mancavano due: questo e Il mio miglior nemico. Durante la pandemia, la disponibilità di gran parte della filmografia del regista romanzo su piattaforme come Prime e Netflix, mi aveva consentito di recuperare molti titoli che non vidi al cinema. Certo, questo è uno di quelli invecchiati peggio. Fra i più insipidi e meno divertenti.

Era la quinta regia per Verdone, che scrisse il copione insieme a Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. A differenza delle pellicole precedenti, il primattore rinunciò alla storia d’amore o, meglio, si limitò ai panni dell’innamorato deluso, sarà l’altro carabiniere a conquistare la sua lontana cugina Rita (Paola Onofri). Del cast, fa parte anche Massimo Boldi (Adalberto), accentuando la sensazione di un progetto nato per compiacere alla platea televisiva, cercando di sommare i fans di comici raccolti da mondi diversi. A peggiorare le cose, pare che fra Verdone e Montesano non ci fosse grande empatia sul set; Montesano si era convinto che il collega avesse battute molto più spiritose delle sue (si sbagliava, erano tutte fiacche).

L’ingenuo e remissivo Marino è spinto ad arruolarsi da un autoritario zio carabiniere; Glauco, invece, è un poveraccio che sta solo cercando come combinare pranzo e cena. Sarebbe assurdo attendersi una trama urticante o provocatoria: le scene vennero girate con la supervisione dell’Arma, che mise a disposizione automobili, caserme, fra cui la cittadella della Cecchignola, e persino elicotteri. Prevedibile e sbiadita, la rappresentazione dei vizi e delle virtù dell’italiano medio, a cui tocca indossare la divisa.

L’obiettivo – sancito da uno scambio di battute – era quello di creare una sorta di Starsky e Hutch all’amatriciana, con spruzzata di Stanlio e Ollio. Resta inspiegabile, ben poco motivata, la deviazione drammatica che porta Adalberto prima a uccidere e poi a rimanere ucciso.

C’era una volta a… Hollywood [Once Upon a Time in… Hollywood], Quentin Tarantino, 2019 – [filmTV131] – 7

Visto al cinema due anni fa, mi fece un’impressione più forte. È anche colpa mia, sono pauroso, l’estetica di Tarantino a volte mi stordisce o mi riesce nauseante: sprofondato nella poltroncina del cinema, stavo sulla difensiva, aspettavo l’esplosione da un momento all’altro, pronto a sbarrare gli occhi. O a chiuderli.

Rivisto in tivù, il film mi è parso esageratamente lento, senza raggiungere la studiata lentezza dei capolavori di Sergio Leone. Scrivevo che Tarantino “non sa rinunciare a momenti di ultraviolenza, ai confini dello splatter, ma stavolta li concentra in pochi minuti finali, fra zanne di cane e lanciafiamme, lasciando lungamente dominare il tono da commedia, affidato alla recitazione barocchissima di Leo Di Caprio e Brad Pitt (ma anche Al Pacino non scherza)”.

Rivisto in tivù, il ruolo di Brad Pitt – poi premiato con l’Oscar – mi è sembrato quello più a fuoco. È sua la scena più memorabile, nel polveroso accampamento di Bruce Dern, cieco e soggiogato dagli hippies che vi hanno costruito la loro comunità; lì, un tempo si giravano i western. Citazionista all’ennesima potenza, Tarantino sceglie di rendere protagonista una “controfigura”, lo stunt-man che sostituisce l’attore nelle scene pericolose.

Avevo dimenticato varie cose: 1) chi fosse l’attrice che interpreta la disinibita Pussycat, a cui Pitt offre un passaggio in autostop: si chiama Margaret Qualley, l’avevo già vista in un’inquietante serie tv, The Leftovers; 2) che la reputazione dello stunt man era stata compromessa dalla “strana” e mai chiarita morte della moglie, nel corso dell’escursione in barca; che a un certo punto balenasse Out of Time dei Rolling Stones…

Poi, c’è la messa in scena di un desiderio ideologico, quello di un cinema che si affianca alla Storia e può riscriverla, reindirizzarla verso l’esito desiderato. Come nei fumetti, quei What If… che ci fanno chiedere come sarebbero andate le cose se qualcosa fosse stato di un millimetro o di una frazione di secondo.

Piace a troppi [Et Dieu… créa la femme], Roger Vadim, 1956 [filmTv135] – 8

Ecco come esplose “BB”: diretta dal marito, in un film che deve altrettanto allo sceneggiatore e produttore Raoul Levy, quella bionda ventunenne ridefinì i canoni del sex symbol.

Si chiama Juliette. Presa dall’orfanotrofio da lontani parenti, i Tardieu, vive in un villaggio di pescatori che prestò diverrà Saint Tropez. Si annoia, le piace ballare, Juliette è troppo vivace per non suscitare una generale riprovazione.

Tanto ingenua quanto provocante, si invaghisce del primogenito dei Tardieu (quel mascellone di Christian Marquand), ma sa cogliere la dolcezza del fratello minore, Michel (Jean-Louis Trintignant), che di fronte alla prospettiva di vederla ancora rinchiusa in un istituto, contro il parere di tutti, le chiede di sposarlo. Sulla famiglia Tardieu, che possiede un piccolo pezzo di spiaggia, aleggia l’ombra di un fascinoso uomo d’affari, interpretato da Curd Jürgens, tutt’altro che indifferente al fascino primordiale di Juliette (il titolo originale fu davvero azzeccato).

In Italia uscì col divieto ai minori di 16 anni; l’oltraggiosità della situazione spinse a mutare la parentela tra Antoine e Michel, che nell’edizione italiana risultano solo cugini…

Nella sua autobiografia (Bardot, Deneuve, Fonda), Vadim scrive: “si ritiene generalmente che io abbia inventato Brigitte”, ma non è così, “l’aiutai a fiorire, a imparare la sua arte pur rimanendo fedele a se stessa”.

La trama fu rapidamente impostata sull’onda della gelosia di Vadim, in quel periodo Brigitte era attratta da un chitarrista italiano. Il film scandalizzò per la nudità e l’impudica sensualità di BB, ma la sua maggiore qualità era un’altra: “parlava senza ipocrisia del diritto di una donna di godere sessualmente, un diritto fino ad allora riservato agli uomini”. È una pellicola che sembra di vent’anni più vecchia rispetto all’insorgente Nouvelle Vague; ma nei panni di critico, Truffaut difese l’amoralità dell’opera e ne confutò la volgarità.

La signora scompare [The Lady Vanishes], Alfred Hitchcock, 1938 [filmTv132] – 8

Tratto da un romanzo di Ethel Lina White, è uno degli ultimi film del “periodo inglese” e parla di nazismo come se fosse Lubitsch.

Il tono è quello di una deliziosa commedia. E deliziosa è la protagonista, la giovane ereditiera Iris (Margaret Lockwood), che da una vacanza nei Balcani sta tornano a Londra per sposarsi. Che non sia amore, lo si capisce presto: soprattutto, si capisce quanto Iris sia incuriosita da Gilbert (Michael Redgrave), una specie di etnografo che sta raccogliendo testimonianze del folklore locale. Quanto alla dolce miss Froy (Dame May Whitty), l’anziana signora che presto scomparirà, l’impressione è che mai e poi mai potrà essere al centro di un sanguinoso caso di spionaggio internazionale.

Una valanga di neve ha bloccato il treno in prossimità di un piccolo albergo, e alcuni inglesi sono costretti a una sosta forzata. Fra loro, Caldicott e Charters, due snob interessati solo al cricket. Quando il treno riparte, Iris non trova più miss Froy, e va a sbattere contro il muro di gomma che nega la scomparsa. Inspiegabilmente (per lei, non per lo spettatore) vari passeggeri negano di averla mai vista e la considerano vittima di un’allucinazione. Solo Gilbert pare crederle, ma forse lo fa per corteggiarla. Qualche dubbio sembra provarlo anche uno strano neurochirurgo, il dottor Hartz (Paul Lukas), che sa di psicanalisi e si rivelerà il fulcro del complotto.

Gran parte del film è girato sul treno, con largo uso di trasparenti e modellini. A un certo punto, miss Froy magicamente riappare. Ma non è lei. E anche Gilbert arriva a concludere che Iris dica la verità…

Nonostante momenti umoristici, ci sarà anche una specie di assedio, il vagone deviato su una linea morta e circondato dalle spie: nello scontro a fuoco anche gli appassionati di cricket mostreranno il loro valore, mentre ogni neutralità si rivela impraticabile. Nella versione originale del film, uno dei “cattivi” era italiano, non spagnolo come decisero i distributori nostrani.

Café Society [id.], Woody Allen, 2016 [filmTv136] – 6

Lezioni di dialettica: Hollywood o New York, ebraismo o cristianesimo, jazz o swing, bionde o brune, Vonnie o Veronica, fedeltà o tradimento…

Bobby e Vonnie (Jesse Eisenberg e Kristen Stewart) sono i protagonisti. Uscito dai ruoli di Zuckerberg e Lex Luthor, lui rientra nei panni del goffo, giovane ebreo, che impara a sue spese come funziona il mondo. Lei deve ringraziare Allen per averle tolto di dosso il mortifero broncio dei film vampireschi, facendola sbocciare in abitini pastello e atmosfere soleggiate.

Giovane povero in cerca di affermazione, Bobby viene dalla solita famiglia ebraica newyorkese ricalcata da Radio Days, piena di tipi strani, tragici e ridicoli. Sboccia la tenera storia d’amore con Vonnie, ma deraglia quando lei si trova a scegliere fra il giovane spiantato e il divorziato di successo (Steve Carell). Lui ci rimane male, torna a New York, ma presto si sistema con un’altra Veronica (Blake Lively: non proprio un premio di consolazione).

Esercizio di bella calligrafia: con Santo Loquasto alle scene e Vittorio Storaro alla fotografia, gli anni Trenta diventano più veri del vero. Meglio, ci fanno vedere come Allen sogna quell’epoca, accarezzando la nostalgia. Ma sembra mancargli la spinta per affondare il colpo sull’amarezza dei sogni traditi per viltà od opportunismo. Non ci sono sussulti emotivi, i due protagonisti vivono una vita diversa da quella che li avrebbe resi felici, ma ciò non accade per colpa del Fato: manca loro il coraggio per sacrificare tutto per amore. Molti personaggi restano appena abbozzati, almeno un paio parevano fertili: l’impresario cinematografico (Steve Carell), il gangster nonché fratello maggiore di Bobby (Corey Stoll).

Malinconia e rimpianto per il tempo delle illusioni, dolorosa presa di coscienza che le illusioni prima o poi sfumano: questo 46esimo Allen – che si ritaglia il ruolo di voce narrante – non mi pare ci consegni molto altro.

La carovana dei Mormoni [Wagon Master], John Ford, 1950 [filmTv134] – 7

Rivisto per la terza o quarta volta, mi ha fatto piacere cercare i volti di Jane Darwell (la madre di Tom Joad in Furore, premiata con l’Oscar), James Arness (il futuro Zeb Macahan, patriarca Alla conquista del West, qui nei panni di un bandito ghignante) e di Jim Thorpe, uno dei più grandi atleti della prima metà del Ventesimo secolo, che Ford volle sollevare dalla miseria, offrendogli la parte di un pellerossa.

Il meglio sta nella presentazione dei personaggi. Due cowboy (interpretati da Ben Johnson e Harry Carey jr.) vanno a vendere cavalli in una cittadina… Una banda di cinque banditi (i Clegg, brutti ceffi lombrosiani) ha appena rapinato una banca e ucciso un uomo… Una delegazione di Mormoni (il leader è un’icona fordiana, Ward Bond) cerca di comprare cavalli e trovare una guida per arrivare in California… I due cowboy sarebbero perfetti, ma sono perplessi sui carri (la pista è difficile); però fra i Mormoni c’è una bella ragazza dai capelli rossi (che sia questa l’ispirazione per Charlie Brown?).

Lungo la strada, la carovana raccoglie un “dottore” e due assistenti, che estraggono denti e vendono elisir di lunga vita (fra loro, la bella Joanne Dru): non sarà facile la convivenza fra i bigotti Mormoni e questi ciarlatani. Alle fatiche del viaggio – splendide le scene in cui i carri attraversano un fiume – si aggiungono i pericoli. La banda Clegg si presenta nottetempo, solo i cowboy sanno di chi si tratta, e temono una sparatoria (i Mormoni non portano armi). Seguirà l’incontro con una piccola tribù Navajo, ma è chiaro che i banditi approfitteranno di quella copertura fino a quando cercheranno di derubare i pionieri e filarsela.

Lieto fine: un solo Mormone muore di piombo, un solo carro si sfascia sulle pietraie. Dalle dure esperienze emergono tre coppie, e quando il preziosissimo grano sarà stato mietuto, arriveranno un centinaio di famiglie per costituire una vasta comunità, nella terra promessa.

Per quanto “minore”, con un western di John Ford non si sbaglia mai.

Mildred Pierce, la miniserie (1)

Mildred PierceTodd Haynes ha ripreso il romanzo di Cain (1941) dal quale Michael Curtiz aveva tratto “Il romanzo di Mildred” (1945) e ha realizzato una miniserie in 5 puntate (quasi 6 ore).
Mildred era Joan Crawford, che vinse l’Oscar.
Stavolta il ruolo è stato di Kate Winslet, che ha vinto l’Emmy Award.
Del cast fanno parte anche Guy Pearce, Melissa Leo, Mare Winningham, Hope Davis, Brian O’Byrne, Morgan Turner, Evan Rachel Wood.
Trasmessa da HBO, la miniserie è di assoluta qualità cinematografica, il capolavoro di Haynes, che avevo apprezzato in “Velvet Goldmine”.

Comincia a Glendale, sud della California, nel 1931, e la prima è già una scena-madre: Mildred Pierce, trentacinquenne casalinga con due figlie (una bambina, Ray, e un’adolescente, Veda) decide di separarsi dal marito Bert, che le è vistosamente infedele.
Rimane sola, e presto deve trovarsi un lavoro; ne rifiuta alcuni, ma è costretta ad accettare un impiego come cameriera in una modesta tavola calda. Si impegna, sa fare buonissime torte, nel pieno della Grande Depressione progetta di aprire un locale di sua proprietà.
Nell’epoca di Roosevelt e del New Deal, il riscatto sociale è possibile, le conseguenze imprevedibili (ma le scoprirete da soli).

Il nome di James Mallahan Cain è inevitabilmente associato al noir.
Suoi romanzi hanno innescato film di enorme successo, da “Il postino suona sempre due volte” (1934) – riletto da Tay Garnett, Luchino Visconti e Bob Rafelson -, al “Double Indemnity” (1943) che Billy Wilder ha trasferito ne “La fiamma del peccato”.
Ma questa serie televisiva è più un mélo che un noir. Senza morti cruente, senza sangue: i delitti ci sono – alcuni davvero efferati – ma la loro natura è psicologica. La sceneggiatura, firmata da Haynes insieme a Jon Raymond, rimane fedele alla struttura del romanzo, la tensione psicologica viene enfatizzata dai tempi concessi dal formato televisivo.

Determinata a conquistare la sua parte del Sogno Americano, Mildred scoprirà che l’altra faccia del Sogno ha le fattezze dell’Incubo. Soprattutto se chi sogna lo fa per conto terzi, e il movente di ogni sacrificio è assecondare la più viziosa e diabolica delle figlie (Evan Rachel Wood nella più riuscita interpretazione della sua carriera, paragonabile alla maledettissima, incantevole Gene Tierney di “Femmina folle”). (1,segue)

Woody Allen su queste pagine

  1. Café Society, 2016
  2. Rifkin’s Festival, 2020
  3. Tutti dicono I Love You, 1996
  4. Criminali da strapazzo, 2000
  5. Pallottole su Broadway, 1994
  6. Un giorno di pioggia a New York, 2019
  7. Vicky Cristina Barcelona, 2008
  8. La ruota delle meraviglie, 2017
  9. Celebrity, 1998
  10. Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, 1972
  11. Manhattan, 1979
  12. Irrational Man, 2015
  13. Edipo relitto (da New York Stories), 1989
  14. Harry a pezzi, 1997
  15. Mariti e mogli, 1992
  16. Magic in the Moonlight, 2014
  17. Io e Annie (appunti dalla sceneggiatura), 1977
  18. Blue Jasmine, 2013
  19. To Rome With Love, 2012
  20. Midnight in Paris, 2011
  21. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, 2010
  22. Il prestanome, 1976
  23. Storie di amori e infedeltà, 1991

Questo elenco, in ordine cronologico, ripercorre i tanti post pubblicati su questo blog.

Una decina di anni fa gli chiesero di quali film fosse più soddisfatto, e Woody ne citò 6: La rosa purpurea del Cairo, Mariti e mogli, Match Point, Vicky Cristina Barcelona, Pallottole su Broadway e Zelig. Sorprese l’assenza di Manhattan e Io e Annie (meno sorprendente la rimozione dei tanti film con Mia Farrow).

Il 28 ottobre 2011 ho scritto un primo post, e il 4 ottobre 2016 ne ho pubblicato un secondo con l’espressione delle mie preferenze. La firma di Woody Allen è comparsa su 50 film, considerando l’episodio nella trilogia New York Stories; li ho divisi in cinque gruppi.

Fra il 1977 e il 2005, Woody ha diretto 7 capolavori: Io e Annie, Manhattan, Zelig, Hannah e le sue sorelle, Crimini e misfatti, Mariti e mogli e Match Point.

Poi, mi sento di indicare 14 ottimi film: i più recenti, La ruota delle meraviglie, Blue Jasmine e Midnight in Paris, vanno ad aggiungersi a Radio Days, La rosa purpurea del Cairo, Broadway Danny Rose, Il dittatore dello stato libero di Bananas, Misterioso omicidio a Manhattan, Pallottole su Broadway, Celebrity, La dea dell’amore, Harry a pezzi, Vicky Cristina Barcelona e Basta che funzioni.

Ed ecco altri 11 film che rivedrei volentieri: Tutto quello che avreste voluto vedere sul sesso, Ombre e nebbia, Settembre, Tutti dicono I Love You, Melinda e Melinda, Irrational Man, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Criminali da strapazzo, Il dormiglione, Prendi i soldi e scappa, e l’ultimo, Rifkin’s Festival.

Alcuni film li ho visti tanto tempo fa, e la curiosità mi spingerebbe a rivalutare questi 11: Edipo relitto, Amore e guerra, Che fai rubi?, Stardust Memories, Un’altra donna, Interiors, Alice, Accordi e disaccordi, Hollywood Ending, Anything Else, La maledizione dello scorpione di giada.

Quanto ai passi falsi, indico questi 7: Café Society, To Rome with Love, Magic in the Moonlight, Scoop, Sogni e delitti, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, Un giorno di pioggia a New York.

Di nessun altro regista ho visto 50 film, ovvio che l’affetto verso Woody prevalga rispetto a qualsiasi altro sentimento e tentazione critica. Mai l’ho considerato un inventore di cinema, era e a volte ancora è “solo” un geniale affabulatore di storie

Rifkin’s Festival [id.], Woody Allen, 2020 [filmTv129] – 6

Alla cinquantesima regia – li ho visti tutti, di nessun regista potrei dire altrettanto -, non riaprirò il dibattito su un regista che si ripete: il signor Allan Stewart Königsberg risulta nato a New York il primo dicembre 1935, potrà avere assecondato un ego narcisistico, ma è il primo a sapere che i suoi ultimi film (ognuno potrebbe essere “il testamento”) sono variazioni sul tema, affettuosi saluti ai suoi maestri e al pubblico che l’ha tanto amato. Nessuna sorpresa, dunque: la ricetta contiene il solito sguardo sul mondo, un po’ di psicanalisi e un pizzico di autoironia.

A variare – e qui sta il divertimento del regista – sono le ambientazioni, i panorami: in questo caso i Paesi Baschi e San Sebastián, esaltati da Vittorio Storaro. Poi, per Allen dev’essere divertente dirigere nuovi attori, stavolta ha scelto Wallace Shawn (nei panni di Mort Rifkin, alter ego di Woody) e Gina Gershon (sua moglie Sue), più un’icona del cinema francese, Louis Garrel nei panni dell’enfant prodige Philippe, tanto pieno di sé da considerarsi irresistibile.

Mort ha accompagnato Sue al festival di San Sebastián, dove lei promuove il film diretto da questo francese. Il matrimonio è ormai spento. Lui rimpiange i tempi in cui insegnava cinema e non riesce a scrivere quel romanzo che dovrebbe dargli l’immortalità, lei ha impulsi molto più vitali (è tanto più giovane e attraente). Sarà un’altra donna, dalla fotogenia irresistibile, a riaccendere gli impulsi vitali di Mort: Jo Rojas (l’attrice Elena Anaya, vista in Wonder Woman), una dottoressa spagnola dalla turbinosa vita sentimentale.

Già presente in altri cinque film di Allen,  Wallace Shawn favorisce il gioco di specchi in cui il regista è ancora maestro. Gli inserti onirici con cui rilegge la sua vita sono ripresi da Quarto potere, 8 e mezzo, Jules e Jim, Fino all’ultimo respiro, Un uomo, una donna, L’angelo sterminatore, Persona e Il settimo sigillo (con la solenne apparizione di Christopher Waltz, la Morte dovrà pur essere sorprendente).

Distretto 13. Le brigate della morte [Assault on Precinct 13], John Carpenter, 1976 [filmTv130] – 8

La prima metà è strepitosa. Struttura semplicissima, ritmo incalzante, varie storie viaggiano fino a incrociarsi in un crescendo di tensione… A ventisette anni, Carpenter propone un western metropolitano implacabile, dietro il quale molti vedranno un omaggio a Howard Hawks e al suo Un dollaro d’onore.

Budget minimo, attori semisconosciuti (resterà tale anche Laurie Zimmer, che pareva destinata ad altro), una Los Angeles spettrale, da notte dei morti viventi, nella quale la legge e l’ordine stanno collassando: molti hanno abbandonato le loro case per le continue sparatorie, quelle zone stanno cadendo preda di nuovi barbari strafatti di droghe e con credenze soprannaturali.

Il Distretto 13 sta per chiudere. le attività trasferite in una sede meno isolata. Appena promosso tenente, l’afroamericano Ethan Bishop riceve l’incarico di supervisionare le ultime attività, con il piccolo drappello del personale rimasto, tra cui le centraliniste Leigh e Julie. Imprevisto, arriva un cellulare che porta tre uomini destinati al braccio della morte: uno è gravemente malato, il tenente è costretto ad accoglierli. Nel frattempo, un padre guida l’auto con accanto la figlia Kathy, telefona da una cabina a lato della strada mentre la bambina con le trecce bionde va a prendere il gelato. Sta per arrivare una delle scene più tremende e gratuite della storia del cinema… Calano le tenebre, il Distretto 13 non ha più luce e telefono. Comincia l’assedio. Metà Apaches e metà Zombi, i satanici fuorilegge  fanno sparire i cadaveri, per evitare che una pattuglia di passaggio possa dare l’allarme.

Carpenter distilla un inedito approccio alla violenza, ne enfatizza le immagini con musiche da lui composte. Impossibile fuggire, si può solo resistere: il tenente farà squadra con la coraggiosa centralinista e due fuorilegge, riportando un barlume di legalità nei luoghi in cui era stato bambino. Luoghi che la modernità ha devastato.

Le mie due mogli [My Favorite Wife], Garson Kanin, 1940 [filmTv127], 7

Che classe! Una trama che più esile non si può, srotolata con sapienza, gestendo i tempi in modo mirabile.

L’avvocato Nick Arden vive solo da sette anni, la moglie Elena risulta dispersa dopo il naufragio della spedizione scientifica di cui faceva parte; con due figli da crescere, la stessa mattina Nick ottiene dal giudice il certificato di morte e quello di matrimonio con Bianca. Mentre i nuovi sposini stanno per partire per il viaggio di nozze, a casa Arden si ripresenta Elena, rivede i due figli, che non la riconoscono, e la madre del marito, stupefatta e imbarazzata dalla piega degli eventi. Il triangolo è formato da Cary Grant, Irene Dunne e Gail Patrick.

Elena vola alle cascate del Niagara e arriva all’albergo subito prima di Nick e Bianca. Di nascosto, rivede Nick, e comincia la commedia degli equivoci. Con un precedente: Dunne e Grant avevano già girato L’orribile verità (1937), pietra miliare della screwball comedy, anzi del sottogenere definito “commedie del rimatrimonio”.

Nick non sa come dire la verità a Bianca, che ovviamente si sente trascurata (e coinvolgerà uno psicanalista), ma sta per arrivare un’altra sorpresa: Elena è stata ritrovata su un’isola deserta, fuori da ogni rotta, dove per sette anni aveva vissuto insieme a un compagno di viaggio, tale Stephen Burkett. Quando vede quant’è aitante Stephen (Randolph Scott), la gelosia divampa, e gli equivoci si dilatano all’ennesima potenza (Elena gli presenta un ometto insignificante, fingendo sia Stephen). Sospetti, gelosia, arresto per bigamia, Nick si ritrova davanti allo stesso giudice della prima scena…

Prodotto da Leo McCarey per RKO, il film può contare su una regia senza svolazzi, ma fotografia e montaggio sono firmati da due futuri registi, Rudolph Maté e Robert Wise. Attrice oggi quasi dimenticata, Irene Dunne raccolse cinque candidature all’Oscar, incarnando il tipo di donna che sa sempre cosa fare, come vestirsi, di cosa parlare. E con un sorriso contagioso.

A piedi nudi nel parco [Barefoot in the Park], Gene Saks, 1967 [filmTv120] – 9

Commedia sentimentale ai limiti della perfezione – la magia della prima mezz’ora resta ineguagliata – tratta dall’omonima commedia di Neil Simon, che sbancò a Broadway; non c’era bisogno di chissà quale regista, ma l’anno dopo Saks si ripresentò con La strana coppia.

Robert Redford e Jane Fonda avevano già fatto La caccia (1966), torneranno insieme ne Il cavaliere elettrico (1978) e chiuderanno il sodalizio con Le nostre anime di notte (2017), dallo struggente romanzo di Kent Haruf. È strabiliante come – a qualunque età – appaiano fatti l’uno per l’altra; all’epoca, erano Cesare Barbetti e Maria Pia Di Meo a doppiarne le voci.

Appena sposati, Paul e Corie hanno consumato l’intera luna di miele, sei giorni e sei notti, in una stanza dell’hotel Plaza. Poi lui deve tornare al lavoro di avvocato, mentre la sposina va a prendere possesso del nuovo appartamento, al quinto (forse sesto) piano di un vecchio palazzo senza ascensore nel Greenwich Village. È qui che verificheremo il loro dissidio percettivo: vabbé, Jane/Corie era sfolgorante, ma confesso che la mia simpatia va al povero Robert/Paul, costretto a vivere in un nido d’amore senza riscaldamento, il lucernaio rotto, un bagno senza vasca, uno stanzino adibito a camera da letto, con tubature a fare da armadio. E nevicherà dentro casa…

Il romanticismo di Corie entra in rotta di collisione con il pragmatismo di Paul, mentre si forma un’altra coppia, più improbabile, costituita da Ethel Banks e Victor Velasco, la madre vedova di Corie (una strepitosa Mildred Natwick) e l’abusivo vicino di casa (Charles Boyer), esule mitteleuropeo, che ha condotto una vita tanto avventurosa.

Vivranno felici e contenti i nostri eroi, ma per superare le incomprensioni dovranno fare i conti con i rispettivi ideali amorosi. È la madre a suggerire la ricetta alla figlia: «Abbi cura di lui: fallo sentire importante. Se ci riesci avrete un matrimonio felice e meraviglioso: come il 10% delle coppie.»

Rapina al sole [Par un beau matin d’été], Jacques Deray, 1965 [filmTv126] – 7

Nel mio omaggio personale a Belmondo, mi sono imbattuto in questo film di cui non conoscevo l’esistenza, coproduzione francese, italiana e spagnola, diretta dal regista che farà Borsalino.

Molti i motivi di interesse. La trama è ripresa da un romanzo di James Hadley Chase, giallista inglese di grande successo. Oltre a “Bébel”, ci sono vari attori degni di nota: fa il suo esordio Geraldine Chaplin, che subito dopo apparirà nel Dottor Zivago. La presenza produttiva italiana porta Gabriele Ferzetti e Adolfo Celi, dalla Francia arriva una delle innumerevoli copie di BB, la biondissima Sophie Daumier, ma in quanto a fascino si fa preferire l’argentina Analia Gadé, e a tutti ruba la scena Akim Tamiroff, armeno di nascita, che recitò accanto alla Garbo e almeno tre volte insieme a Welles.

È la storia di un rapimento ingegnosamente architettato, preciso al millimetro, ma destinato a fallire per colpa dell’emotività connaturata alla natura umana. Quattro francesi partono dalla Costa Azzurra e si recano in Andalusia, dove rapiscono la giovane figlia di un ricchissimo imprenditore; in realtà, si tratta di un rapimento a scatole cinesi, i banditi prendono in ostaggio un’altra famiglia, e la costringono a cooperare per potersi liberare. Sono armati, ma non sanguinari, se ne stanno tutto il tempo a volto scoperto.

Doppiato da Renzo Palmer, il trentaduenne Belmondo interpreta Francis, la solita “simpatica canaglia”, vitalissima e strafottente, seduttore suo malgrado, che si fa coinvolgere nel rapimento per potersi ricomprare il garage che gli è stato sfilato da soci disonesti. Divertente, la commedia inziale, condotta da Francis insieme alla sorella minore, una simpatica adescatrice che si finge minorenne per inguaiare gli uomini che vorrebbero sedurla. Seguirà una Spagna quasi disabitata, immersa in un bianco e nero dai contrasti violenti, e il piano collasserà stupidamente, sopraffatto dalle emozioni di chi lo deve eseguire.

Addio anche a Omar Little. #TheWire

Chiesero a Barack Obama, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, quale fosse la sua serie televisiva preferita: rispose The Wire.

Poi gli chiesero quale fosse il suo personaggio preferito, e Obama indicò Omar Devone Little, interpretato da Michael K. Williams. Essendo un fuorilegge, che aveva ucciso almeno cinque persone, Obama dovette specificare: «Non è un’approvazione. Non è la mia persona preferita, ma è un personaggio affascinante».

Accanto ai Soprano, Mad Men e Breaking Bad, The Wire (HBO, 2002-08) resta una delle pietre miliari nella storia della serialità televisiva, e Omar Little è fra gli indimenticabili antieroi.

Omar Little è un outsider all’ennesima potenza. Afroamericano. Omosessuale. Rapinatore. È coraggioso, scaltro, imprendibile, astuto, spietato (gira con un fucile a canne mozze). Ha una cicatrice sul volto. È una mina vangante. Ha un forte senso dell’umorismo. Il suo bersaglio prediletto sono gli spacciatori di Baltimora, Maryland, una delle città più povere e violente degli Stati Uniti, dominata da due gang (Barksdale e Stanfield). Omar segue un codice morale inderogabile: orfano fin da bambino, è stato cresciuto dalla nonna Josephine, di cui continua a prendersi cura; spesso la accompagna in chiesa la domenica mattina.

Il creatore di The Wire, David Simon, ha detto che il personaggio di Omar riprende quelli di Shorty Boyd, Donnie Andrews, Ferdinand Harvin, Billy Outlaw e Anthony Hollie, rapinatori che hanno vissuto derubando gli spacciatori di Baltimora fra gli anni Ottanta e la fine del secolo scorso.

Non vedremo più Michael K. Williams, morto ieri a cinquantacinque anni.

In Italia, la trasmissione di un capolavoro come The Wire è stata assai accidentata, passando da Fox a FX, a Cult, ancora FX e, in chiaro, su Rai 4. Incredibile che non sia ancora stata organizzata una visione coerente almeno su una delle piattaforme a pagamento.

Splendor [id.], Ettore Scola, 1989 [filmTv119] – 6

Sono un tipo nostalgico, ho sempre amato Scola per la sensibilità con cui ha saputo rappresentare questo sentimento dolceamaro. Non sempre il risultato raggiunge le vette di C’eravamo tanto amati, ma riesce sempre a far vibrare certe corde, spingendoci a ripensare a “come eravamo”.

Primo dei tre film in cui convivono Mastroianni e Troisi (Jordan e Luigi); fra gli altri volti noti, quelli di Marina Vlady (Chantal) e Paolo Panelli (il timido “signor Paolo”). Di Trovajoli le musiche, di Gabriella Pescucci i costumi, di Luciano Tovoli la splendida fotografia. L’ambientazione è bucolica: Arpino, nel frusinate, dove nacque Cicerone. È qui che nel secondo dopoguerra Jordan rileva la sala cinematografica, dopo un’infanzia e un’adolescenza passate accanto al padre, con il suo cinema itinerante. La sala di Arpino vive l’esplosione del cinema di massa, la folla si accalca per vedere i capolavori del neorealismo e della commedia all’italiana. Poi arriverà la crisi e, dopo una testarda, orgogliosa resistenza, Jordan cederà la sala a chi la trasformerà in un grande magazzino.

Chiunque troverà assonanze con Nuovo Cinema Paradiso, il film di Tornatore uscito quasi in contemporanea. Fosse un duello, Tornatore lo vincerebbe: più intense le emozioni che riuscì a suscitare. Ma Scola presenta un ventaglio emotivo più vasto, la fine del “grande cinema” assume un senso più generale, a cambiare non sono le abitudini e le preferenze delle persone. Sono le persone.

Purtroppo, Jordan e Luigi restano solo abbozzati, e la reciproca attrazione verso Chantal non va oltre l’ovvio. Non giova a Splendor il continuo ondeggiare dei flashback, né l’alternanza fra colore (triste presente) e bianco e nero (fulgido passato). Gli spezzoni delle vecchie pellicole aiutano Scola nel salutare i suoi maestri.

Chi ha passato i sessanta, forse ha avuto la fortuna di vivere momenti come quelli in cui Chantal, radiosa, va verso il botteghino e dice: “In platea solo posti in piedi”.