In campo per la vittoria [The Game of Their Lives], David Anspaugh, 2005 – [filmTv103] – 5

Tratto da una storia vera, che sarebbe stata più interessante se narrata da un inglese. Agli americani piace dannatamente passare per outsiders: nello sport riesce loro difficile, solo il calcio offre questa opportunità drammaturgica, che esalta il patriottismo e lo spirito di corpo.

La storia vera è quella di una delle più grandi sorprese nella storia del campionato del mondo di calcio. Comincia con l’improvvisata spedizione a stelle e strisce alla Coppa Rimet 1950, quella chiusa dal drammatico Maracanaço (l’Uruguay che batte il Brasile e provoca suicidi). La prima edizione postbellica della Rimet racchiude un altro evento “storico”: l’inconcepibile sconfitta degli inventori del gioco del calcio, l’Inghilterra di Mortensen, Ramsey e Matthews (lasciato a riposo, quel giorno, perché la partita era troppo facile) contro i dilettanti statunitensi.

Era il primo Mondiale della nazionale inglese, che aveva snobbato le edizioni precedenti. Nel dopoguerra erano imbattuti, 23 partite vinte delle 30 giocate (tra cui un 4-0 all’Italia). Oltre al tipico Davide contro Golia, l’idea al centro del film è quella del mettere insieme una squadra in breve tempo, amalgamando varie comunità etniche. Una storia esemplare.

Si giocò il 29 giugno 1950 a Belo Horizonte e finì 1-0 per gli Stati Uniti. In gol Joe Gaetjens, l’unico nero di quella squadra, venuto da Haiti e finito a fare il lavapiatti a New York per pagarsi gli studi alla Columbia University. La squadra era in larga parte formata da italo-americani, immigrati dall’Europa ed ex militari. Fu una partita rocambolesca, gli inglesi colpirono quattro fra pali e traverse, Frank Borghi parò l’impossibile, e sembra evidente che il Fato ci mise lo zampino.

L’aggettivo “inconcepibile” discende dal fatto che il calcio era uno sport assai poco praticato negli Stati Uniti; non c’era nemmeno un campionato professionistico. Il film presenta numerose inesattezze storiche, utili a romanzare la vicenda. Le riprese di calcio sono abbastanza accattivanti, è evidente che Anspaugh – vent’anni prima artefice del ben più riuscito Hoosiers («Colpo vincente»), sul basket dei college – ha studiato a memoria il John Huston di «Fuga per la vittoria».

Gerard Butler (Leonida in «300») interpreta Frank Borghi, si notano anche Costas Mandylor, Gavin Rossdale, Wes Bentley («American Beauty»), Patrick Stewart (il giornalista che fa da voce narrante) e Jimmy Jean-Louis nei panni di Gaetjens.

La realtà? Nella Rimet del ’50, gli Stati Uniti furono sconfitti dalla Spagna (3-1) nella prima partita, mentre gli inglesi battevano il Cile. Fu la Spagna del basco Telmo Zarra a dominare il girone, battendo anche l’Inghilterra nella terza partita; l’altra qualificata fu il Cile, perché gli Usa vennero travolti 5-2 nel match decisivo e chiusero all’ultimo posto.

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Il maestro di Vigevano [id.], Elio Petri, 1963 – [filmTv100] – 8

È uno di quei film impietosi – come «Signore e signori» di Germi, per esempio – che stordiscono per la “cattiveria” e l’amarezza di cui sono impastati. Eppure, siamo nel pieno del boom economico, persino in luoghi come la provincialissima Vigevano è arrivato il benessere, la Weltanschauung (diamoci un tono…) dovrebbe essere improntata all’ottimismo.
Invece, la natura umana presenta il conto e Alberto Sordi è impareggiabile nel tratteggiare i piccoli, diffusissimi vizi dell’italiano medio, l’uomo di mezza età cresciuto nel fascismo e zavorrato da una concezione della vita che lo rende, al tempo stesso, invidioso e superbo.

Antonio Mombelli insegna in una scuola elementare di Vigevano. Stipendio basso, carriera lentissima, pensione ancora lontana, il Mombelli trascina la sua esistenza fra l’ubbidienza alle ottuse pretese del direttore della scuola e i tentativi di soddisfare la moglie Ada (Claire Bloom, magnifica), stufa di quelle ristrettezze, mentre i “padroncini” che fanno scarpe si arricchiscono in fretta.

Mombelli ha un solo amico, più sfortunato di lui, “il Nalini”, eterno supplente. Cerca di opporsi alla decisione di Ada, che vuole lavorare in fabbrica: per lui è un’onta, la moglie di un maestro non può mischiarsi agli operai. La dignità del maestro è messa a dura prova dall’industrialotto (Piero Mazzarella) che gli offre di saldare un debito alzando i voti al figlio. Un’umiliazione dopo l’altra… Infine, l’autostima crolla, il Mombelli lascia la scuola e con la liquidazione apre una fabbrichetta di scarpe, rigorosamente “in nero”. Neanche a dirlo, il successo economico è immediato, ma il disastro incombe.

Tratto dall’omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, prodotto da Dino De Laurentiis, sceneggiato da Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, montato da Ruggero Mastroianni e musicato da Nino Rota, non è certo il miglior film di Petri, ma regala a Sordi un’interpretazione formidabile.

Otto uomini fuori [Eight Men Out], John Sayles, 1988 – [filmTv102] – 8

World Series 1919: l’America uscita dalla guerra vorrebbe rilassarsi con il “passatempo nazionale”, e il massimo campionato di baseball arrivano a disputarselo i Chicago White Sox, grandi favoriti, e i Cincinnati Reds.

Ne deriva il più grande scandalo nella storia del baseball, quello che molti hanno definito “la perdita dell’innocenza” nei grandi sport professionistici nordamericani. Finisce con otto White Sox radiati dal “commissioner” della Lega, nonostante il tribunale li abbia assolti dal reato penale.

Vincitori delle World Series 1906 e 1917, i White Sox hanno un proprietario, Charles Comiskey, con la pessima fama di essere avaro e di non mantenere le promesse. I giocatori ingoiano amaro, non hanno diritti, sono legati a un contratto e non possono cambiare squadra senza il consenso della proprietà.

È diffuso il sospetto che qualche giocatore arrotondi lo stipendio con le scommesse, il fatto è tollerato, a nessuno viene in mente che si possa vendere la vittoria nella competizione più importante. Uno dei White Sox viene avvicinato dalla malavita organizzata, l’offerta è così ricca da coinvolgere altri sette giocatori, mossi da avidità o risentimento verso Comiskey. Fra loro, “Shoeless” Joe Jackson (Daniel Bernard Sweeney), il più forte giocatore dell’epoca, autentico mito popolare, idolo analfabeta in uno sport in cui anche i fuoriclasse del tempo non diventavano ricchi.

Il film ha l’andamento dell’inchiesta giornalistica, con una particolare attenzione alle motivazioni individuali che portano i singoli giocatori a lasciarsi corrompere. La splendida, romantica fotografia è di Robert Richardson, con più di una somiglianza con le atmosfere della «Stangata».

Sayles si ritaglia la parte di Ring Lardner, cronista sportivo e scrittore realmente esistito. Fra i giocatori, spiccano John Cusack, Charlie Sheen e David Strathairn.

Dave. Presidente per un giorno [Dave], Ivan Reitman 1993 [Tv101] – 7

Prima della versione dark (con cadute horror) di «House of Cards», l’inquilino della Casa Bianca era stato rappresentato spesso in situazioni da commedia.
Il regista di «Ghostbusters» richiama Sigourney Weaver (meraviglioso il suo taglio di capelli) e le affida il ruolo di first lady accanto a Kevin Kline, presidente e suo sosia. All’impegnatissimo e antipatico presidente William Harrison Mitchell, infatti, serve una controfigura che gli consenta qualche momento di respiro: ha una relazione con l’assistente (Laura Linney), con la moglie Ellen non si parla da tempo. Gli trovano l’uomo giusto: Dave Kovic, titolare di un ufficio di collocamento, onesto e generoso, ottimista e felice (però ha alle spalle un inspiegato matrimonio fallito).

Dave è identico al presidente, come si accertano il capo dello staff, l’ambizioso e arrogante Bob Alexander (Frank Langella) e il portavoce Alan Reed (Kevin Dunn). Quando il vero presidente viene colpito da un ictus, scopriranno che il sosia è pure intelligente e mosso da una sincera voglia di usare il potere a fin di bene. Il che lo rende inaffidabile…

Ovviamente la moglie non può cadere nell’equivoco, e questo lato della commedia è reso con buon gusto (seppure la coppia Weaver/Kline appaia chimicamente irrisolta).
Con l’aiuto di un vecchio amico esperto in contabilità (Charles Grodin), Dave opera rapidi e profondi tagli nel bilancio federale per finanziare interventi contro la disoccupazione e a favore dei senzatetto. Si conquista così l’amore di Ellen, ma il vero Mitchell è ancora vivo e trovare una via d’uscita non è semplice, se non si vuole danneggiare la reputazione della Casa Bianca. Torna utile la rettitudine della prima vittima del perfido capo dello staff, il Vicepresidente (Ben Kingsley).

C’è qualcosa di Frank Capra e di Jimmy Stewart in questa operazione favolistica: l’onesto cittadino catapultato nello Studio Ovale può guidare il Grande Paese, ma fino a un certo punto.

Goal! [id.], Danny Cannon, 2005 [Tv99] – 6

Il voto è la media fra il film in quanto tale – con la sua insopportabile ideologia – e la bellezza delle scene di calcio, raramente così vivide al cinema.

Protagonista è Santiago Muñez (il poco espressivo Kuno Becker), detto Santi. Messicano, ha oltrepassato il confine di notte, vive a Los Angeles con padre, nonna e fratello minore (la madre ha preferito andarsene). Santiago ha un grande talento calcistico (solipsistico, “alla Recoba”, ma decisamente spettacolare), e suscita l’interesse di un ex calciatore del Newcastle che assiste per caso a una partitella; costui gli promette che parlerà di lui in Inghilterra, e in effetti gli procura un provino. Contro il parere del padre, ma con il sostegno della nonna, Santiago lascia l’assolata California e viene catapultato nel fango della Premier League.

Per non essere respinto, nasconde di avere l’asma all’infermiera del club (di cui si invaghisce come nelle favole). Integrarsi in un calcio ruvido, fisico e prepotente, si rivela molto difficile. Medita di tornare in America, quando gli arriva la notizia della morte del padre, che nel frattempo è diventato orgoglioso di lui, dopo averlo visto in tv. Infine, il suo talento colpisce l’allenatore (un tipo “alla Wenger”), che lo mette in campo prima a Wembley e poi nella decisiva partita casalinga contro il Liverpool.

Della colonna sonora fanno parte alcune canzoni degli Oasis. Comparsate sono garantite da Raúl González Blanco, Alan Shearer, Sven-Göran Eriksson, Frank Lampard, Rafa Benítez, Steven Gerrard, Patrick Kluivert, James Milner e David Beckham. L’arbitro di Newcastle–Liverpool è l’amatissimo Howard Webb (quello di Madrid 2010).
La parte meno banale della sceneggiatura descrive la strana amicizia fra il timido e timorato Santi e l’edonista Gavin, calciatore ricco e famoso, noto più per le prodezze extra calcistiche (ennesimo stereotipo “alla George Best”).

Città amara [Fat City], John Huston, 1972 [Tv95] – 9

Tratto dal romanzo di Leonard Gardner, che l’ha adattato per il cinema, è fra i film più sconsolati e disperati, affranti e dolorosi mai composti intorno al micromondo della boxe.

Risulta ancora più impressionante perché i protagonisti sono bianchi; eppure a Stockton, California, la maggioranza della popolazione è costituita da ispanici e afroamericani, che sopravvivono con lavori nei campi tanto faticosi quanto miserabili (la raccolta delle cipolle pare una variazione sul tema dell’inferno). Seguono ubriacature da cadere stecchiti. E fetide stanze di motel.

Ma ci sono un paio di palestre di pugilato. Si incrociano due losers – Billy (Stacy Keach) e Ernie (Jeff Bridges) – un trentenne con un buon passato da boxeur, ormai alla deriva fra divorzio, alcol, debiti, e un ventenne dotato di buona tecnica, ma troppo esposto alle ferite alle arcate sopraccigliari. Billy incoraggia Ernie e lo manda dal suo vecchio allenatore (Nicholas Colasanto), un tipo sempre ottimista che fa da padre ai suoi pugili (ma che Billy non perdonerà mai per averlo lasciato solo, anni prima, in un match finito male).

Chi sale sul ring cerca di sfogare la frustrazione per una vita assai distante da come la vorrebbe. Ernie si trova obbligato a sposare la minorenne che si è fatta mettere incinta; Billy per un po’ vive con un’alcolizzata cronica (Susan Tyrrell), rimasta sola dopo l’arresto del suo uomo, che tornerà a far valere i suoi diritti.

La fotografia di Conrad Hall esalta la dimensione iperrealista di queste vite alla deriva.

Attingendo a ogni energia, Billy torna sul ring. Lo attende un picchiatore messicano, il match è un autentico massacro, al termine del quale restano una vittoria e quattro soldi. A sua volta, Ernie abbandona la boxe, dovendo badare a moglie e figlia.
Quando si rivedono, non sanno che dirsi, ma si annusano. Amari come il fiele.

Ragazze vincenti [A League of Their Own], Penny Marshall, 1992 [Tv98] – 8

A mezzo secolo dai fatti, esce un buon film per celebrarli: ecco come l’America in guerra cercò di surrogare il “passatempo nazionale” – l’amatissimo baseball – con un campionato femminile.

Oltre 500 giocatori delle Major Leagues, compreso Joe Di Maggio, erano sotto le armi. Venne l’idea di far giocare le donne. Selezionate 60 “professioniste”, furono costruite 4 franchigie – Rockford (Illinois), South Bend (Indiana), Racine e Kenosha (Wisconsin) – che salirono a 10 qualche anno dopo. Nel film, assistiamo all’avventurosa prima stagione delle Rockford Peaches, allenate dall’ex campione Jimmy Dugan (Tom Hanks) e trascinate dalla fenomenale Dottie Keller (Geena Davis). Fanno parte del cast anche Lori Petty («Point Break»), Madonna (sui titoli di coda, canta «This Used to Be My Playground»), Bill Pullman e David Strathairn.

Comincia e finisce con l’ingresso nella Hall of Fame di Cooperstown. È lì che si ritrovano le sopravvissute a quegli anni indimenticabili. Giocare a baseball costituì una distrazione dalla guerra – ma avevano fratelli, mariti e fidanzati al fronte – e creò forti legami, fonte di rimpianto come gli anni della giovinezza.

La regista mette a fuoco il complicato rapporto fra due sorelle, venute da una piccola fattoria nell’Ohio; la minore, Kit, non sopporta di vivere di luce riflessa rispetto a Dottie, che a sua volta non sembra amare il gioco e lo abbandona senza remore appena fa ritorno il marito ferito. In realtà, Dottie torna per giocare la finale e si trova davanti Kit nel punto decisivo del nono inning.

Alle giocatrici era proibito bere o fumare, vietato indossare pantaloni in pubblico, la loro immagine doveva rispecchiare certi canoni di femminilità: gonnellino corto, braccia scoperte, capelli sciolti, un po’ di trucco… La guerra finisce, ma queste donne non hanno nessuna intenzione di tornare al ruolo di sorelle, mogli, madri. L’afflato femminista del film si esprime bene nell’evoluzione dell’allenatore, all’inizio ottusamente misogino e infine conquistato dalla forza e dallo spirito di sacrificio delle giocatrici.

L’All American Girls Professional Baseball League tenne aperti i battenti, il campionato proseguì per undici stagioni, fino al 1954. La figura di Dottie è ispirata a Dorothy Kamenshek, che non abbandonò il gioco alla fine della prima stagione; la vera Dottie è stata All Star in tutte e 7 le occasioni in cui la Lega femminile ha eletto le sue stelle.

Il miracolo di Berna [Das Wunder von Bern], Sönke Wortmann, 2003 [Tv96] – 7

Conosciamo bene il punto di vista della Grande Ungheria, beffata all’ultimo centimetro dopo quattro anni di calcio stellare e senza sconfitte.

La stessa storia, raccontata dal punto di vista opposto, si trasforma in uno dei momenti fondamentali della rinascita tedesca dopo la disfatta nazista: nientemeno che il “miracolo di Berna”, l’imprevista vittoria di un paese traumatizzato, il suo riscatto attraverso la prima, grande competizione calcistica a cui la Germania viene riammessa.

La storia è narrata con gli occhi di Matthias Lubanski, un bambino biondo che è diventato amico e portafortuna di Helmut Rahn, uno dei calciatori della nazionale tedesca che sconfiggerà la Grande Ungheria nella finale di Coppa Rimet disputata a Berna il 4 luglio 1954. Quel giorno piove, e anche questo contribuisce al miracolo: solo la Germania, infatti, può contare sui tacchetti a vite, rimovibili, inventati da Adi Dassler, e si trova a suo agio nel fango di Berna.

I grigi anni del dopoguerra, Matthias li vive a Essen, nella regione mineraria della Ruhr; la famiglia Lubanski è sopravvissuta grazie al duro lavoro della madre e alla forza d’animo che ha saputo trasmettere ai figli. Rientrato dopo 12 anni di prigionia, il padre fatica a riadattarsi alla vita civile, vorrebbe imporre una disciplina che i due figli maggiori non tollerano e che fa ripiegare Matthias su se stesso. Sarà il calcio a innescare la nuova vita: il padre sembra uscire dal tunnel depressivo e decide di accompagnare il bambino a Berna.

Difficile fare un bel film sul calcio. Lo stesso John Huston ha dovuto ricorrere alla scorciatoia del divismo. In questo caso, la rappresentazione delle partite (movimenti, gesti tecnici, senso del gioco) appare particolarmente efficace. La ricostruzione è fedelissima: le azioni dei gol e le inquadrature sono ricalcate sui filmati in bianco e nero del 1954.

Ovviamente, il punto di vista tedesco ignora la violenza sistematica che l’allenatore Herberger suggerisce ai suoi nella partita del girone contro l’Ungheria, finita 8-3 ma con l’infortunio di Puskás. Né si fa cenno al gol del pareggio, segnato da Puskás a pochi minuti dalla fine e annullato per un discutibile fuorigioco. Figuriamoci se può trovare spazio l’intossicazione in odore di doping che colpisce tutti i tedeschi il giorno dopo la finale… La storia la scrive chi vince, e sotto la pioggia di Berna ai tedeschi accade di passare in un attimo dal ruolo degli sconfitti a quello dei trionfatori.

The Blind Side [id.], John Lee Hancock, 2009 [Tv92] – 6

La sera prima di ritirare l’Oscar come migliore attrice, vinto con questo film, Sandra Bullock si presentò a ritirare due Razzie Awards, come peggiore attrice e peggior coppia (insieme a Bradley Cooper) per «A proposito di Steve»… In generale, le interpretazioni di Sandra Bullock non mi fanno impazzire e questa non fa eccezione. Trovo incredibile l’aggiudicazione dell’Oscar, battendo Helen Mirren, Carey Mulligan (che avrei votato per «An Education», da Nick Hornby), Gabourey Sidibe e Meryl Streep.

“The Blind Side” è il lato cieco, quello da cui il quarterback non vede arrivare il placcaggio; quel lato va difeso dall’offensive tackle, che è poi il ruolo che farà la fortuna dell’afroamericano Michael Oher nei Baltimore Ravens della National Football League. Tratto da una storia vera, il film racconta la storia di Oher, orfano di padre e con madre tossicodipendente, fino all’incontro che gli cambia la vita: quello Anne Tuohy (Bullock), che lo prende sotto la sua ala protettiva.

A 17 anni, Michael è già un gigante di oltre 130 chili. Nonostante gli venga attribuito uno scarso quoziente intellettivo, grazie a un amico riesce a iscriversi alla Wingate Christian School, vicino a Memphis, Tennessee. La famiglia Tuohy è molto ricca (e vota Repubblicano); in casa, i pantaloni li porta la moglie Anne, volitiva e coraggiosa, convince il marito, la figlia maggiore e il figlio minore ad accogliere Michael e a sostenerlo nelle inevitabili prove che gli riservano la vita scolastica prima, e lo sport poi. Il gigante, infatti, non ha il minimo spirito di aggressività, sarà la solita Anne a fargli capire che la squadra è come la sua famiglia, e lui ha il dovere di proteggerla.

È l’American Dream, bellezza: non importa quanto sei svantaggiato, con la buona volontà e un po’ di fortuna, succederà qualcosa che ti farà emergere. Basta crederci.

Stasera ho vinto anch’io [The Set-Up], Robert Wise, 1949 [Tv93] – 8

L’ha scritto un poeta, Joseph Moncure March, scoperto anni fa grazie a un magnifico fumetto di Art Spiegelman («The Wild Party») e l’ha sceneggiato un reporter sportivo, Art Cohn per la RKO Pictures, che intanto usava Wise per horror a basso costo («La Jena», «Il giardino delle streghe») e alta intensità drammatica.

Basso costo voleva dire 72 minuti di fotografia espressionista (Milton Krasner), addensata da fumi di sigaretta e lunghissime ombre, passi sul selciato e rumori di fondo di una cittadina distratta, un sabato sera, mentre il protagonista ancora insegue il pericoloso sogno di emanciparsi dalla povertà tirando pugni sul ring.

Ha ormai 35 anni Bill Thompson, detto Stoker; lo interpreta Robert Ryan, un attore che come pochissimi poteva passare dall’eroe al “cattivo” con analoga credibilità. Sua moglie Julie è Audrey Totter (già vista nel torbido «Postino» di Garnett e in «Una donna nel lago», da un racconto di Chandler).

Julie ha paura del ring. Vorrebbe tanto che Stoker smettesse di salirci e si rifacessero una vita con una tabaccheria o qualcosa del genere. Ma il miraggio della vittoria è accecante: Stoker non si rende nemmeno conto che i suoi allenatori hanno venduto il match a chi scommette. È orgoglioso – mi ha ricordato “Battlin” Murdock, il padre di Matt, cioè Devil – e non vuole cedere alla sconfitta decisa a tavolino. Si ribella. Trionfa. Cade.

Il melodramma funziona alla perfezione nell’anticamera del match – quel campionario di umanità dolente e sfiancata – e nel suo prevedibile epilogo. Meno riuscite le scene sul ring, dove in appena 4 round i due pesi massimi si scambiano una quantità di colpi che non riuscirebbero a produrre in 15.
Girato in tempo reale (la durata della storia corrisponde a quella della pellicola), resta uno dei migliori film mai girati sul mondo della boxe.

Glory Road, James Gartner, 2006 [Tv94] – 6

Prodotto da Jerry Bruckheimer e interpretato da Josh Lucas (ottimo comprimario in tanti film d’azione) e Jon Voight (nella parte dell’allenatore quasi nazista), è uno di quei film tratti “da una storia vera”, che non arrivano a sfiorare la potenza dei fatti rappresentati.

Quali fatti? Nel 1966, una squadra di basket senza tradizioni – i Miners della Texas Western University di El Paso – vince il campionato universitario americano, battendo in finale i Kentucky Wildcats, già vincitori di quattro titoli Ncaa.
Il fatto storico è che i Miners sono composti da sette afroamericani e cinque bianchi, e l’intero quintetto della finale sarà composto da neri.

Facile immaginare cosa fossero El Paso e il Midwest nel 1965-66: Malcolm X era stato assassinato nel febbraio 1965, illegale il matrimonio interrazziale in molti Stati, odiose forme di segregazione erano ancora molto violente ed evidenti. Pure nello sport. E se nel basket dei professionisti già giocavano neri dominanti (Bill Russell, Wilt Chamberlain…), nel basket universitario l’irruzione dei Miners di El Paso suscitò un clamoroso scandalo.

Don Haskins viene dall’Oklahoma, ha 35 anni, 29 meno di Rupp. Per costruire una squadra vincente, attraverso le borse di studio, recluta giocatori da New York, Michigan e Indiana, e li porta nel più profondo Midwest, ai confini con il Messico. Il film mostra come nel corso di quella stagione, Haskins ricevette lettere minatorie, uno dei giocatori neri venne aggredito e picchiato nel bagno di un fast food, devastate le stanze del motel in cui alloggiava tutta la squadra, in numerose occasioni il pubblico bianco sulle tribune riversò tutto il suo odio verso quelli che considerava i colpevoli di una provocazione. I Miners di Texas Western arrivano a vincere anche perché Haskins insegna loro a controllare la rabbia e a veicolarla in campo.

Film edificante, buone scene di basket giocato, qualche dialogo troppo letterario: a mezzo secolo di distanza, un’occasione sprecata.

House of Cards, la terza stagione e gli appunti sulla prima e sulla seconda

Prima stagione: 1-13Seconda stagione: 14-26

Terza stagione: 27-39

Mi sembra evidente che la terza stagione non valga le prime due. Manca di dinamismo nell’evoluzione delle psicologie e sconta una legge aurea nell’arte del narrare storie: suscita più interesse l’ascesa dell’outsider che la successiva gestione del potere.

Ex capo dei deputati al Congresso ed ex Vicepresidente (nonché mancato Segretario di Stato: da qui la sua tremenda vendetta sull’ingenuo presidente Walker), salito in cima alla piramide, alla Casa Bianca, Frank Underwood (Kevin Spacey) perde freschezza e fascino, e diventano più banali e convenzionali le riflessioni sul potere che questa serie ha inteso proporre agli spettatori.

Manipolatore supremo, bugiardo che non pensa di mentire, in questa stagione Frank Underwood si rivolge meno del solito agli spettatori, oltrepassando “la quarta parete”. Sprofonda nel suo ruolo, smarrisce, almeno in parte, quel formidabile fiuto da outsider che l’aveva portato a scalare la cima. Del resto, il Presidente degli Stati Uniti tutto può essere tranne un outsider. Alle astuzie e ai raggiri attuati da Underwood negli anni scorsi, si sostituisce un volto autoritario, inflessibile, ai limiti del dispotismo.

Non può esserci onnipotenza, nemmeno chi siede nello Studio Ovale può ignorare i nemici, e le aspettative di Claire (Robin Wright) si configurano come una bomba a orologeria sul tracciato che Frank si è proposto di percorrere. Il principale nucleo tematico della terza stagione di House of Cards diventa il rapporto tra i coniugi Underwood.

Lei non è meno ambiziosa del marito; la sua figura evolve in un numero contradditorio di sfaccettature, vuole l’impossibile, lo pretende, arriva a mettere in crisi l’unica persona che può parzialmente assecondarla. Si mostra idealista a Mosca e cinica a Washington, presuntuosa all’ONU, lamentosa nell’uscita di scena.

Fra le storyline secondarie, la migliore è quella che ruota intorno a Doug Stamper (Michael Kelly), il braccio destro di Underwood, il cui tono noir sconfinerà nell’horror con la micidiale sequenza nel deserto, insieme alla vittima lungamente inseguita (Rachel Brosnahan). Meno convincenti le situazioni focalizzate su Remy Denton (Mahershala Ali) e Jackie Sharp (Molly Parker), la candidatura alla presidenza di Heather Dunbar (Elizabeth Marvel), la relazione fra l’ambiziosa giornalista Kate Baldwin (Kim Dickens) e lo scrittore Tom Yates (Paul Sparks), mentre avrebbe meritato più spazio l’odioso presidente russo, quel Viktor Petrov a cui Lars Mikkelsen offre un volto convincente, o meglio somigliante con quel che immaginiamo di Vladimir Putin.

I “capitoli” dal 27 al 39 vengono resi disponibili su Netflix (streaming on demand) il 27 febbraio 2015; in Italia da fine febbraio al 15 aprile.

Big Little Lies, appunti sulla più premiata miniserie del 2017

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