The Affair, terza serie (5)

Alison fa ritorno a Montauk dopo sei mesi nella clinica psichiatrica. Ha “lavorato su se stessa”, cerca di riconquistare la fiducia di Cole e, soprattutto, della figlia, incontra la netta ostilità di Luisa, che però è “una brava persona” e non la ostacolerà nella vicenda dell’affidamento congiunto. Semmai è Cole a sbandare: pensava di aver trovato un equilibrio e invece si scopre ancora attratto dall’ex moglie. Ma Cole è, tutto sommato, monocorde: non può lasciare Luisa, si è assunto una responsabilità, dunque si butta sul lavoro e sulla costruzione di una nuova casa.

Montauk è l’unico luogo al mondo in cui Alison può vivere. Faceva la cameriera al Lobster Roll, di cui ora è comproprietaria, è lì che è sepolto il figlio di quattro anni, morto per una rara malattia non diagnosticata. Anni prima, quando il dolore superava una certa soglia, Alison si infliggeva ferite all’interno delle cosce.

Scopriamo qualcosa del passato di Noah: rimasto solo con una madre gravemente ammalata (prima il padre poi la sorella se ne sono andati di casa), il diciottenne Noah ha aiutato la madre a morire. Lo rivela a Alison.

Gli autori abbandonano l’estetica che ha caratterizzato le prime due serie, la sovrapposizione imperfetta di due sguardi, di due prospettive esistenziali. Puntano il fuoco dell’attenzione sulla parabola di Noah. Viene mostrato al funerale del padre, che non vedeva da vent’anni. Poi in una discussione con la sorella… fa una promessa all’ex moglie Helen, solo per levarsela di torno… non riesce nemmeno a parlare con il secondo figlio, intuendone il risentimento… è persino sgradevole nei confronti di un’allieva del corso di letteratura che tiene in un liceo di provincia… Ma come una miracolosa ciambella di salvataggio, ecco apparire Juliette, con la notevole presenza scenica e la favolosa telegenicità di Irène Jacob. La donna è sorprendentemente pronta a concedersi, disinvolta quanto colta. In una parola, irresistibile. (5, segue)

The Affair, terza serie (4)

La terza serie comincia con Noah tornato a insegnare in un liceo di provincia. Visibilmente traumatizzato dall’esperienza carceraria (inghiotte oppiacei per tenere a bada il dolore di una frattura), non ha un buon rapporto con gli studenti, ma fa la conoscenza di Juliette Le Gall, affascinante insegnante francese, sposata a un anziano luminare malato di Alzheimer.

Gli autori sembrano insicuri della forza del racconto e vi iniettano elementi di thriller non molto efficaci: i flashback di Noah con il secondino o nei dintorni della casa paterna, l’aggressione notturna che Noah subisce (misteriosa pugnalata alla schiena), la mancanza di alibi da parte di Cole…

Nella terza stagione si assiste a uno squilibrio rispetto alla coralità pressoché paritaria fra i 4 personaggi: fatta 100 la somma, un protagonista sta in scena molto più degli altri, Noah (40), le due donne sono coinvolte più o meno allo stesso modo, con una lieve prevalenza di Helen (25) su Alison (20), mentre la figura di Cole è seccamente ridimensionata (15).

Noah è allo sbando, dipendente da psicofarmaci, disprezzato dalla figlia maggiore, abbandonato da Alison, che vuole solo riavere l’affidamento della figlia Joanie, incompreso dalla sorella Nina, fastidiosamente cercato da Helen, con cui non vorrebbe più avere a che fare. Un raggio di sole illumina la sua esistenza: Juliette.

Ovviamente Noah è rimasto ferito dal doppio trauma familiare (in quattro anni, due matrimoni naufragati), ma questa insegnante francese può offrirgli una nuova prospettiva, se solo riuscisse a mettere ordine nelle proprie percezioni distorte, nei propri fantasmi. Sa che con Alison è finita. Non condivide la lettura a posteriori della donna (due anime alla deriva, che si sono aiutate a uscire da situazioni troppo dolorose), ma si convince a concederle il divorzio. (4, segue)

The Affair, terza serie (3)

Helen è rimasta sola con tre dei quattro figli, Cole si è risposato con Luisa. Ma non sono mancati gli incroci: le relazioni fra Noah e Helen, Ruth e Cole, hanno continuato a incubare attrazione e repulsione. Poi, anche il matrimonio fra Noah e Ruth è naufragato, la donna si è scoperta incinta e il vero padre è incredibilmente Cole (hanno avuto una sola notte di sesso), poi ha sofferto di esaurimento nervoso, abbandonando la bambina con il padre e la nuova compagna.

Intanto, Helen ha convissuto con il senso di colpa di sapere Noah innocente, e cercato di costruire una relazione con il chirurgo Vic Ullah (Omar Metwally). La figlia primogenita, Whitney, se n’è andata e convive con Furkat, odioso artista con il doppio dei suoi anni. In carcere, Noah avrebbe voluto vedere i figli, ma Helen non li ha mai portati. Inutilmente, lei ha cercato di farsi dire la ragione dei lividi e delle ecchimosi con cui Noah si presenta ai colloqui: il pubblico sa che li ha prodotti Gunther (Brendan Fraser), un sadico e perverso secondino, compaesano di Noah ai tempi del liceo.

Scrivendo della prima serie, ho sostenuto questa teoria: “The Affair punta sulla qualità degli attori e sulla sofisticata sceneggiatura. Come le migliori serie televisive, gioca con la psicologia dello spettatore. Con la sua morale. L’immedesimazione porta a giustificare contraddizioni stridenti, a fremere per la felicità degli amanti, a minimizzare l’infelicità che producono. La narrazione bilaterale, la doppia soggettività che così si esprime, fa crescere la conoscenza dei personaggi e innesca capovolgimenti di senso con cui fare i conti… All’origine di questo modo di raccontare storie per immagini c’è pur sempre Rashomon (Kurosawa, 1950), con le verità che si contraddicono, contorcono, eppure convivono”.

In fondo agli appunti sulla seconda serie, invece, ho concluso: In The Affair, ognuno non fa che accumulare segreti, che prima o poi verranno scoperti dalla persona amata. I segreti marciscono ed esplodono in tradimenti, i personaggi ne escono feriti, non possono né vogliono dimenticare. (3, segue)

Un borghese piccolo piccolo [id.], Mario Monicelli, 1977 [Tv70] – 8

Non si può nemmeno morire in pace: è questo il retrogusto che mi ha lasciato la visione di questo film, a quarant’anni di distanza.

Tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, con Alberto Sordi, Shelley Winters, Romolo Valli e Vincenzo Crocitti (il figlio), dal racconto trasuda un’amarezza quasi insostenibile. Mai si era visto Sordi in un ruolo così violento, la grandezza di “Albertone” ne esce rafforzata. Semmai, la pellicola fatica a tenere l’equilibrio fra la dimensione grottesca e quella tragica.

Monicelli sembra dirci che in quell’epoca non ha più senso la “commedia all’italiana”, il ridere di noi stessi; il contesto è mutato in modo irreversibile, non resta spazio per le “maschere” del boom economico. La situazione è semplicemente drammatica. La causa sta nella regressione che la ricchezza ha prodotto nella moralità degli individui, nel risentimento e nella meschinità che covano sotto la cenere, nelle consorterie che stabiliscono il destino delle persone, nelle ribellioni senza scampo di pezzi sbandati di una generazione.

Ogni speranza della famiglia Vivaldi (Sordi e Winters) è riposta nell’unico figlio, faticosamente diplomato ragioniere; lavora da trent’anni in una specie di ministero, il padre riesce a raccomandarlo al suo superiore (Valli e la sua forfora), ma il giovane Mario dovrà comunque partecipare a un concorso. Aderendo a una scalcagnata loggia massonica, con la sua impareggiabile arte di arrangiarsi, il padre riesce a procurarsi l’oggetto della prova scritta, ma un casuale “incidente” rovina ogni progetto.

Da quel momento, il borghese piccolo piccolo non potrà far altro che odiare, divenire spietato, farsi giustizia da sé. Del resto, basterebbe la scena delle bare ammonticchiate in attesa di collocazione – l’Inferno sulla Terra – per spingere anche i più miti a un odio senza fine.

The Affair, terza serie (2)

Sono passati tre anni dalla fine della seconda stagione: Noah Solloway è stato condannato per l’omicidio di Scottie Lockhart, avvenuto in un incidente automobilistico. In realtà al volante stava Helen, e Scottie stava minacciando Ruth, ma Noah ha deciso di assumersi ogni colpa. Finisce in carcere. Forse vuole espiare il tradimento coniugale, oppure non può concepire che i quattro figli restino lontani dalla madre. In ogni caso, il salto temporale permette di collocare tutti i personaggi in una situazione di ripartenza.

Ognuno convive con la propria verità su quanto è accaduto. Lo stile della serie non muta, Sarah Treem e Hagai Levi amano suddividere ogni episodio in due parti, la stessa storia viene raccontata da due punti di vista, ma a divergere non sono solo sfumature (abbigliamento, singole parole). La forza di «The Affair» era e rimane nella capacità di rappresentare la relatività della percezione e della memoria. Ma è necessario ricapitolare brevemente i fatti.

Cinque anni prima, la famiglia Solloway – Noah, Helen e quattro figli – era partita da Brooklyn per una vacanza nella grande casa dei genitori di Helen, a Montauk, all’estremità della penisola di Long Island, 120 miglia da New York City. A Montauk, era scoppiata una passione travolgente fra Noah e Ruth, provocando la rottura dei rispettivi matrimoni. Entrambe le relazioni coniugali reggevano su un fragile equilibrio: Ruth e Cole non erano riusciti a elaborare la perdita di un bambino di quattro anni; Noah si sentiva schiacciare da una quotidianità assillante, che gli impediva di assecondare la vocazione per la scrittura… La liaison dangereuse fra Noah e Ruth ha qualcosa di volutamente stereotipato: lui è il tipico uomo di mezza età con aspirazioni da artista, che cerca di evadere dalla routine tramite una grande passione conosciuta in vacanza; lei è la tipica cameriera che cerca di evadere dalla vita di provincia grazie alla travolgente passione per lo scrittore venuto dalla grande città. (2, segue)

The Affair, terza serie (1)

L’equivoco è serio: «The Affair» pareva proporsi come una serie televisiva sul potere dell’amore – un potere in grado di scardinare ogni convenzione sociale, incurante dei prezzi da pagare – ed è evoluta come un racconto sul dolore e sul senso di colpa.

Gli autori mostrano personaggi che cambiano, come è inevitabile che sia, e prendono coscienza di ciò che hanno fatto, ma la spiegazione sta quasi sempre (troppo spesso) in qualche trauma riaffiorato dall’incoscienza. La terza serie è ingolfata da traumi che dovrebbero spiegare la deriva dei sentimenti.

Ideata da Sarah Treem e Hagai Levi, la serie si sviluppa in dieci episodi di poco meno di un’ora, andati in onda su Showtime fra il 20 novembre 2016 e il 29 gennaio 2017. È già in cantiere la quarta stagione.

Ai quattro attori principali – Dominic West (Noah Solloway), Ruth Wilson (Alison Bailey), Maura Tierney (Helen Butler) e Joshua Jackson (Cole Lockhart) – si aggiungono Julia Goldani Telles (Whitney, primogenita di Noah e Helen), John Doman e Kathleen Chalfant (Bruce e Margaret, genitori di Helen), Catalina Sandino Moreno (Luisa Lèon, seconda moglie di Cole Lockhart). Ma la vera novità è l’arrivo di ottimi attori come l’amatissima Irène Jacob – per cui spasimavo ai tempi di Kieslowski – e Brendan Fraser (con un piccolo ruolo, Patrick Bauchau).

Alla regia, Jeffrey Reiner (1, 3, 5, 7, 10) John Dahl (2, 4, 8, 9) e Agnieszka Holland (6). Le musiche sono composte da Marcelo Zarvos. Per la sigla d’apertura – immagini oniriche attraversate dall’acqua – viene ancora utilizzata Fiona Apple: «The Container». – 1, segue –

Ricapitolando “The Affair”: la seconda stagione

Prima di scrivere della terza, che ho appena visto, ecco dove finiva la seconda…

Sciarada [Charade], Stanley Donen, 1963 [Tv78] – 8

La commedia sofisticata è una questione stile. Qui c’è tutto: dialoghi sofisticati (Peter Stone), attori sofisticati e in grado di produrre una reazione chimica, regista sofisticato, location sofisticata (Parigi, fotografata da Charles Lang), intrecci spumosi e sofisticati, non importa se labili, ma dotati di grazia. E alle musiche, Henry Mancini.

Audrey Hepburn – vestita da Givenchy – aveva 34 anni, Cary Grant 59: sono due fenomeni, ma la differenza di età mi pare il punto debole di questa storia. Che, invece, spicca per la bravura lombrosiana dei “cattivi”: James Coburn, Ned Glass e George Kennedy, fino al più perfido di tutti, Walter Matthau.
Un’elegantissima americana – Regina “Reggie” Lampert – confida a un’amica di voler divorziare da Charles, un francese un po’ troppo misterioso e che vedremo solo sotto forma di cadavere. Rientrata a Parigi, Reggie trova l’appartamento completamente vuoto, insieme alla notizia che il marito è stato gettato dal treno su cui stava fuggendo. Ed ecco che il bel compatriota conosciuto in vacanza sulle Alpi riappare a Parigi e dice di volerla aiutare. Costui cambierà identità un numero imprecisato di volte, e ogni volta dovrà specificare di essere sposato, ma divorziato… Sulle tracce di Reggie, altri americani che la ritengono in possesso di un tesoro risalente alla Seconda guerra mondiale, e un subdolo dirigente della CIA, che spaventa Reggie per il pericolo che sta correndo. Ovviamente, nulla è come sembra.

La magnificenza parigina – bateau-mouche, Champs Élysées, Palais Royal, ecceterà – fa da sfondo all’intreccio. Il corteggiamento di Cary Grant è a regola d’arte, l’innamoramento di Audrey resiste a continue menzogne, la forma presa dal tesoro potrà stupire il 2% degli spettatori, ma la superba sofisticatezza di questa commedia travalica qualsiasi dettaglio. Non mancano un paio di scene ad alta tensione, ma senza una sola goccia di sangue.

Ricapitolando “The Affair”: la prima stagione

Ho visto la terza serie. Comincerò a scriverne. Intanto…

Fantozzi contro tutti [id.], Neri Parenti e Paolo Villaggio 1980 [Tv71], 7

Dei 10 film che hanno per protagonista il ragionier Ugo Fantozzi, i migliori sono i primi due, con la regia di Luciano Salce. Questo che è il terzo – pur procedendo all’accumulo di gag – si mantiene su livelli più che dignitosi, spesso divertenti; è l’ultimo film tratto da un libro dell’attore genovese, alla sceneggiatura lavorano Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi; prima regia di Neri Parenti.

Si susseguono la settimana bianca in maggio, la clinica del dimagrimento alternativo del nazidietologo Birkermaier, l’invito specioso a una crociera sullo yacht del direttore Marchese del Conte Barambani, la terrificante Coppa Cobram di ciclismo… e poi c’è il terrunciello Abatantuono, cioè Cecco, aiutante di fornaio che sembra corteggiare la signora Pina (nulla sfugge a Ugo Fantozzi, che matura i primi sospetti quando trova filoni di pane ovunque, fino ai cassetti in bagno).
Quanto alla signora Pina, si assiste alla sostituzione della brava Liù Bosisio con la bravissima Milena Vukotic. Confermata Plinio Fernando nella parte di Mariangela Fantozzi, purtroppo scompare la signorina Silvani, al secolo Anna Mazzamauro, mentre restano le maschere dei colleghi Filini (Gigi Reder) e Calboni (Giuseppe Anatrelli).

Con il sadico Visconte Cobram, fanatico di ciclismo, Villaggio propone un’altra versione del conflitto di classe, anzi del perenne conflitto fra chi sta sopra e chi sta sotto. Mette alla berlina il paternalismo e la falsa magnanimità dei potenti, insieme alla meschinità servile di chi cerca di salvare la pelle. Nella letale gara ciclistica, con obbligo di iscrizione, alcuni impiegati trovano la morte, altri subiscono degradanti umiliazioni (Fantozzi non esita a doparsi). La gag che si ripete è quella dell’uscita di strada in discesa, precipitando sul tavolone della trattoria “Al Curvone”, nel bel mezzo di un pranzo nuziale.

È ricca, la sposo e l’ammazzo [A New Leaf], Elaine May 1971 [Tv74], 6

Troppo vicina la lettura del racconto di Jack Ritchie da cui il film è stato ricavato. Non c’è paragone: quello è brillante, secco, ritmato, quasi oltraggioso nella sua perfidia; la pellicola, invece, può contare solo su uno strepitoso Walter Matthau, e sembra un bicchiere di orzata (vero, Snoopy?) con molta acqua e poco sciroppo.

Henry Graham non ha mai lavorato un giorno, si è limitato a scialacquare tutti i soldi ereditati finché non si trova a un millimetro dalla bancarotta. L’unico modo per evitare la miseria e conservare la propria indipendenza è sposare una donna ricca. Per poi sopprimerla. Al fotofinish, si imbatte in Enrichetta Lowell, ingenua, sbadata, miope, maldestra studiosa di botanica, ovviamente ricchissima. L’uxoricidio sarebbe semplice, ma qualcosa risveglia in Henry un senso di protezione nei confronti di sua moglie… All’esordio come regista, Elaine May – attrice in «Tootsie» e «Criminali da strapazzo» – si ritaglia anche il ruolo di Enrichetta, la donna identificata da Henry per la breve quanto lucrosa convivenza matrimoniale. Pare che lo sdolcinato lieto fine sia stato imposto dalla produzione contro il parere della regista.

George Rose è il preoccupatissimo maggiordomo, che vede svanire un’esistenza a cui si è tanto bene abituato e cerca di trasmettere qualche conoscenza utile a un padrone superbo e sprezzante; James Coco è il cinico zio Harry, che presta cinquantamila dollari al nipote a interessi da strozzino; Jack Weston incarna lo spregevole avvocato McPherson, che si finge innamorato di Enrichetta e vuole impedirle di sposarsi al solo scopo di continuare a truffarla.

Notevolissimo il trio dei doppiatori: Gianrico Tedeschi è Henry, Flaminia Jandolo (spesso voce di B.B.) è Enrichetta, Ferruccio Amendola dà spessore al subdolo avvocato.

Chicago [id.], Rob Marshall, 2002 [Tv73] – 8

Non credo fosse il Miglior film di quell’anno. Della cinquina, preferivo tutti altri, a partire da «Gangs of New York». Ma è uno di quei musical spumeggianti, che – una volta rivisti – si fanno notare per la perfezione stilistica e la capacità di rivitalizzare un genere. Fra i 6 Oscar, ai Costumi Colleen Atwood (da allora, ne riceverà altri 3), al Montaggio Martin Walsh, e Catherine Zeta-Jones come attrice non protagonista; la protagonista, Renee Zellweger, dovette assistere alla chiamata di Nicole Kidman.

Ispirato all’omonimo musical di Bob Fosse, messo in scena a Broadway nel 1975; sceneggiato da Bill Condon con musiche di Danny Elfman; nel cast Richard Gere (l’imbattibile avvocato Flynn), Queen Latifah (Mama Morton), John C. Reilly, Lucy Liu, Christine Baranski e Dominic West.

Chicago, 1924, in pieno Proibizionismo: Velma Kelly – Zeta-Jones – è l’acclamata stella dei nightclub, che dopo essersi esibita nel suo numero travolgente, viene arrestata per l’omicidio di marito e sorella, sorpresi a letto insieme. All’ultima esibizione ha assistito Roxie Hart – Zellweger – che spera di diventare una star grazie all’amante, millantatore di conoscenze nel mondo dello spettacolo; quando scopre che costui l’ha ingannata, Roxie gli spara.

Roxie e Velma finiscono nella stessa prigione, dominata da una monumentale secondina – Queen Latifah (“L’omicidio è una forma di intrattenimento in questa città”, spiega). Le due detenute si detestano, ma devono condividere anche l’avvocato, un tipo furbo e cinico, che sa come giocare sulle fuggevoli emozioni dell’opinione pubblica.

Assolte in tribunale, le due assassine – la bionda e la bruna, ideale assortimento di dark ladies – non trovano più spazio sul palcoscenico, finché non spunta l’idea: raddoppiare l’effetto scandalo, presentandosi insieme. Estetica–Etica 2-0.

Il terrore di Chicago [The Big Shot], Lewis Seiler, 1942 [Tv80] – 6

Bogart fa il gangster. E che c’è di nuovo? Il fatto è che questa interpretazione si colloca fra due dei suoi maggiori successi – «Il mistero del falco» e «Casablanca» – e secondo molti storici del cinema si tratta dell’ultima occasione in cui gli offrono un ruolo da fuorilegge (non è proprio così: il suo canto del cigno è «Ore disperate» e non andrebbe dimenticata la commedia nera di «Non siamo angeli»).

Comunque, il film non ha particolari guizzi di originalità, Bogart vi interpreta Joseph, detto “Duke”, un uomo che ha passato in carcere vent’anni per tre condanne e non riesce a rifarsi una vita, malignamente attirato nel vortice dell’illegalità da un subdolo e viscido avvocato, che si è pure sposato la donna che Bogey amava (la bionda Irene Manning interpreta Lorna, Stanley Ridges è l’avvocato Fleming).

Lorna lo costringe a non prendere parte alla rapina che ha organizzato. Il colpo fallisce, ma la polizia si convince che anche Duke sia colpevole. Avrebbe un alibi, all’ora della rapina stava con Lorna, ma figuriamoci se uno come lui può coinvolgere la donna che ama… Intanto, Fleming scopre la loro relazione e muove le sue pedine per far condannare “Duke”. Che viene arrestato e condannato a vita. Ovviamente dovrà farla pagare a chi l’ha coinvolto. Per farlo, deve evadere. Purtroppo non sempre si possono scegliere i complici. Fatto sta che l’evasione riesce, ma una guardia rimane uccisa e fra i colpevoli viene identificato un giovane che non c’entra niente. Bogart non può accettare che qualcuno venga rovinato al posto suo e sacrifica la libertà (insieme a Lorna, che ha abbandonato l’avvocato per stare con lui) per discolpare l’innocente.

Fossimo negli anni Sessanta, “Duke” e Lorna potrebbe davvero andarsene in Canada, come meditano di fare, per rifarsi una vita. Ma siamo nell’ottuso 1942, quando bisognava spiegare agli americani che il delitto non paga.