Aquaman [id.], James Wan, 2018 – [filmTv83] – 4

Mi sono così annoiato, che ho dovuto interrompere la visione, tendevo a distrarmi guardando le notizie sullo smartphone… Il giorno dopo mi sono imposto di arrivare alla fine, ma sono troppo vecchio per appassionarmi a trame fantasy miscelate con il mondo dei supereroi.

Nato nel 1941, Aquaman fu la risposta DC Comics al Sub-Mariner della Marvel. A piccole dosi, nella Justice League, può funzionare: dedicargli un intero film, lungo ben 143’, significa propinare interminabili sequenze di effetti speciali, uno di quei videogiochi in cui il combattimento potrebbe proseguire per sempre, salendo di livello a ogni nemico sconfitto.

Jason Momoa interpreta l’eroe; al suo fianco, Nicole Kidman (la regina madre), Amber Heard (la futura moglie), Willem Dafoe, Yahya Abdul-Mateen II, Temuera Morrison, Patrick Wilson e il redivivo Dolph Lundgren (un tempo Ivan Drago).

Comincia nel 1985, in una baia del Maine, quando il guardiano del faro soccorre la regina di Atlantide, fuggita per non sposare un tizio che non ama; l’amore, invece, scoppia fra l’umano e l’atlantidea, e nascerà un figlio, la cui identità terrestre è Arthur Curry. Ma ecco che arrivano le guardie di Atlantide, che vogliono trascinare via Atlanna, che è costretta alla fuga, lasciando Arthur nelle mani di Thomas.

Esaurita la premessa, ritroviamo il muscoloso Arthur che conduce un’anonima lotta contro il crimine, e sconfigge una banda di pirati che stavano per impossessarsi di un sottomarino nucleare russo. Poi appare la principessa Mera, coi suo fulgidi capelli rossi e l’attillata tutina verde, ad annunciare all’eroe che il suo destino è regnare su Atlantide, se vuole evitare il massacro fra i popoli subacquei e terrestri. Dovrà sconfiggere molti nemici e mettere le mani sul Tridente sacro, ma chissà cosa mi sarà sfuggito… Oceano e Oceania fanno capire l’ambientazione, ma ci sono anche scene nel deserto del Sahara, a Terranova in Canada, e persino in Sicilia, a Erice.

La donna di paglia [Woman of Straw], Basil Dearden, 1964 – [filmTv84] – 6

Tre motivi per ricordare questo film: il ruolo più spregevole mai interpretato da Sean Connery (aveva già fatto due volte James Bond e stava per girare Marnie); la magnifica interpretazione di Ralph Richardson, nei panni del più detestabile e sadico, razzista e tirannico fra i miliardari messi in scena dal cinema inglese; come Gina Lollobrigida indossava la sottoveste.

Soggetto tratto da un romanzo di Catherine Arley, sceneggiato da Robert Muller e Stanley Mann: è un melodramma con tinte di giallo, che sceglie la strada più facile – il classico complotto per liberarsi del riccone e appropriarsi dell’eredità – anziché rovistare nelle psicologie, e forse puntare sulla femme fatale che irretisce e rovina chi pensi di essere da lei amato.

Già interprete di Alexei Karenin, fra i protagonisti di Exodus e, in seguito, de Il dottor Zivago, Richardson interpreta Charles Richmond, un ricchissimo inglese, vedovo e senza figli, da tempo costretto sulla sedia a rotelle. Dopo vari fallimenti, viene affidato alle cure di un’avvenente infermiera di origini italiane, Maria, che resiste alle pressioni psicologiche del despota, poiché il nipote Anthony, che odia il vecchio, ha ideato un piano per fargli cambiare il testamento e spartirsi il patrimonio.

Il piano funziona: Charles chiede a Maria di sposarlo. Il vecchio si trasforma, diventa tenero e gentile con la consorte, ma il piano criminale non può certo arrestarsi per questo. Di ritorno da una gita a Maiorca sul suo yacht (insieme alla moglie e al nipote), l’uomo muore, proprio il giorno dopo aver cambiato il testamento…

Dicevo della Lollo in sottoveste: la sceneggiatura si preoccupa di costruire le condizioni affinché Maria possa rifugiarsi in qualche camera da letto e mettersi in libertà. Immancabilmente, poco dopo arriverà Anthony… Colonna sonora imperniata su Beethoven e il suo Fidelio.

Il commissario Maigret [Maigret tend un piège], Jean Delannoy, 1958 – [filmTv82] – 7

A cinquantaquattro anni, settimo nella lista, Jean Gabin arriva a interpretare Jules Maigret. Lo farà altre due volte (nel 1959 e nel 1963), dieci in totale i suoi film tratti dalle pagine di Simenon. In questa coproduzione franco-italiana, la trama si discosta da quella del romanzo, che da noi è uscito come La trappola di Maigret.

A ventisei anni, Annie Girardot – prima di Rocco e i suoi fratelli e I compagni – assume con Lucine Bogaert i ruoli più importanti, la moglie e la madre del sospettato. Si fanno notare anche Jean Desailly (Marcel), Lino Ventura (ispettore Torrance) e Jeanne Boitel (Louise, la signora Maigret).

Non ricordo Maigret impegnato in altre indagini così sanguinose. Nel Marais, il quartiere più affascinante di Parigi, si sono già trovati tre cadaveri, tre donne formose e brune, uccise all’aperto con un’arma da taglio. Opera di un serial killer, senza dubbio. Ed ecco il quarto omicidio, seguito da una telefonata alla polizia, che solo il giorno dopo Maigret interpreterà come frutto dell’esibizionismo di un killer che lo sfida apertamente.

Fra un delitto e l’altro, l’intervallo di tempo si sta abbreviando. Maigret prova a imbastire una trappola, coinvolge una dozzina di poliziotte e finge di aver messo le mani sull’assassino. Scopriremo che i delitti derivano da un trauma infantile, che la perversione sessuale si sfoga in quella forma, che qualcuno conosce bene il colpevole, ma lo protegge per amore. L’ambientazione è mirabile, fra retrobottega, vicoletti, portici, sedie di legno portate sulla strada per conquistare un po’ di fresco.

Risolto il caso, con due colpevoli che meritano il massimo della pena e il massimo della pietà, l’ultima inquadratura ci mostra Maigret che si incammina sotto la pioggia: il volto di Gabin non è quello di un vincitore, la pioggia laverà via solo una piccola parte del male con cui è condannato a convivere.

Il pozzo e il pendolo [The Pit and the Pendulum], Roger Corman, 1961 – [filmTv80] – 8

Vincent Price, John Kerr e Barbara Steele sono gli attori principali di questo horror gotico, che Corman ricavò da uno dei più celebri racconti di Edgar Allan Poe, riveduto e corretto dalla sceneggiatura di Richard Matheson, che ne enfatizza le anticipazioni psicanalitiche. Fotografia di Floyd Crosby (padre del musicista David), già operatore di Flaherty, Murnau e Zinnemann.

Film claustrofobico, costruito con pochissimi dollari. Nella Spagna del Cinquecento, in un castello isolato a picco sul mare, si presenta Francis Barnard, venuto dall’Inghilterra per chiedere conto dell’improvvisa morte di Elizabeth, sua sorella, al marito, Nicholas Medina. Inizialmente, l’orribile verità gli viene nascosta; nel castello si trovano anche Caterina, sorella minore di Nicholas, e il medico Leon, preoccupato per la salute dell’amico rimasto vedovo.

Pare che Elizabeth sia morta per un attacco cardiaco, dopo aver visto la stanza in cui Sebastiano Medina, il padre di Nicholas, torturava le sue vittime. E forse il bambino vide la terribile sorte riservata dal padre alla moglie e al fratello, sorpresi in flagrante adulterio.

Per due terzi della pellicola, Nicholas ci viene mostrato come un uomo fragile e traumatizzato, che vive nel dubbio di aver sepolto viva l’amatissima moglie; negli ultimi venti minuti si trasforma in un assatanato torturatore, sadico e folle, che non ha mai superato il trauma infantile e trae piacere nel rinnovarne il sanguinario rituale.

Tutte le scene si svolgono nel castello, punteggiate dalle onde che si infrangono sugli scogli e dall’immancabile temporale gremito di tuoni e lampi. Magnifica e ansiogena la lunga scena in cui i personaggi maschili lavorano per riesumare la salma di Elizabeth, nei sotterranei del castello. Nel labirinto di quei sotterranei, assisteremo alle scene più drammatiche e crudeli, quelle in cui la classe di Vincent Price mette ancora i brividi.

Mona Lisa [id.], Neil Jordan, 1986 – [filmTv75] – 7

Migliore interpretazione maschile a Cannes e candidatura all’Oscar per Bob Hoskins, che ne ricavò la spinta per arrivare a Roger Rabbit… Hoskins è George, un piccolo gangster appena uscito di prigione. Gli altri ruoli principali vennero affidati a Cathy Tyson (Simone, la squillo di lusso), Robbie Coltrane (Thomas, l’unico amico di George) e al luciferino Michael Caine (che si arricchisce sulle perversioni sessuali altrui).

Quando torna in libertà, dopo sette anni (senza aver tradito i complici), George torna nel suo quartiere operaio e si vede sbattere la porta in faccia dalla moglie; in seguito, riuscirà a riallacciare un rapporto con la figlia liceale… George deve trovare un lavoro e si rivolge agli antichi compari: diventa l’autista e guardia del corpo di una prostituta d’alto bordo, nera ed elegantissima, che scarrozza in alberghi esclusivi.

All’inizio, George pare un disadattato, ingenuo e un po’ ottuso, inadatto al lavoro di bodyguard. Ma quella donna lo attrae, e gli ha rivela un segreto: vuole ritrovare Cathy, una sedicenne persa fra il marciapiede e la cocaina. George comincia a fare ricerche. La situazione si complica quando il suo boss, il sorridente e inquietante Mortwell, gli chiede di spiare Simone, per ottenere notizie utili a imbastire qualche ricatto. Quanto sia malvagio Mortwell sarà chiaro in seguito. Quanto sia “onesto” George, lo si vede nella dolorosa ricerca di Cathy – Londra nel suo lato infernale, piena di sordidi club in cui minorenni si vendono per un po’ di droga – e nel modo di trattare Simone. George se ne innamora, Simone ritrova Cathy, i feroci protettori ritrovano Simone… Le scene più drammatiche avvengono lontano da Londra, sul lungomare di Brighton, in una giornata gelida e ventosa.

Comincia sulla suadente Mona Lisa di Nat King Cole. Mentre pensavo che Bob Hoskins somigliasse a Phil Collins, ecco risuonare Into Deep dei Genesis.

Chiami il mio agente – Dix pour cent – 2015-20. Appunti

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La via lattea [La Voie lactée], Luis Buñuel, 1969 – [filmTv79] – 8

Cominciamo dalla fine, dal cartello che precede i titoli di coda: «Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.»

Solo il rasoio del surrealismo poteva consentire questa tesi di laurea sulle eresie e sulla fede cattolica. Prodotto da Serge Silberman, accompagnato nella stesura del soggetto e delle scene da Jean-Claude Carrière, Buñuel chiama a raccolta amici e complici come Alain Cuny, Pierre Clementi, Michel Piccoli, Delphine Seyrig, Édith Scob, e affida i ruoli principali a Laurent Terzieff e Paul Frankeur.

Il cammino per Santiago di Compostela fa da percorso iniziatico. Attraversando Francia e Spagna, due pellegrini incrociano personaggi e situazioni di altri tempi storici (dalla vita di Gesù al Primo Concilio di Nicea, dai tribunali dell’Inquisizione fino all’epoca dei Lumi). Assistono all’incandescente dibattito sui dogmi, ai durissimi conflitti fra gli ordini monastici. È come un presepe vivente, quello con cui i due pellegrini entrano in contatto, con il corollario delle dispute Interne alla chiesa sull’unico senso possibile da assegnare a miracoli, eucaristia, Trinità, libero arbitrio, penitenza, Immacolata Concezione… Dispute infinite su questioni di cui l’uomo non può oggettivamente conoscere nulla; eppure, una quantità di vite sono state stroncate per motivi religiosi.

Ateo convinto, Buñuel compone una satira feroce e documentata, con la consueta, massima libertà linguistica. Lo spettatore verrà più volte spiazzato. Ormai nei pressi di Santiago, due ciechi incontrano quelli che ci appaiono come Gesù e i suoi discepoli: guariti dalla cecità, i due non riescono a capire cosa stanno vedendo.

Un marito per Cinzia [Houseboat], Melville Shavelson, 1958– [filmTv71] – 5

Cary Grant funzionava con tutte: da Katharine Hepburn a Rosalind Russell, Joan Fontaine e Ingrid Bergman, Ann Sheridan, Jeanne Crain, Ginger Rogers, Grace Kelly, Deborah Kerr, Doris Day, Eva Marie Saint, Audrey Hepburn… Mi fermo qui: Hollywood ha partorito una quantità di coppie con Cary Grant, alcune strepitose, nessuna così poco credibile come quella con Sophia Loren. Oltretutto, non era nemmeno il primo tentativo: nel ’57 Stanley Kramer aveva diretto e prodotto Orgoglio e passione.

Questa è una classica, sdolcinata commedia sentimentale, che ruota sulla relazione fra Tom Winters e Cinzia Zaccardi: cioè Cary Grant, 54 anni abbondanti e Sophia Loren, di trent’anni più giovane.

Per preparare il lieto fine – stucchevole e prevedibile fin dal primo sguardo che Cary posa sulle curve di Sophia – il regista propone una serie di situazioni che vorrebbero risultare briose e, nella migliore delle ipotesi, sono invecchiate male. Alternativa alla bruna italiana, ecco la sofisticata bionda appena divorziata, Carolyn, la sorella della morta, che a Tom confesserà di aver sempre spasimato per lui. C’è pure una scena ricalcata sulle gag di Laurel & Hardy, la casa-mobile si ferma sulle rotaie e viene distrutta dal treno. Il titolo originale rimanda alla vecchia zattera sul fiume dove Tom e Cinzia, e i tre bambini, impareranno a convivere.

Tom e Cinzia si punzecchiano per il 90% del tempo, la trama non arriva mai a scegliere fra la passione e l’affinità, il passato resta invisibile: quello di Cinzia allude a una ventenne che non si era mai innamorata; quello di Tom a un matrimonio già fallito prima che la moglie morisse prematuramente, lasciandogli tre figli da crescere. Inespresso anche lo stereotipo delle differenze, fra l’algido wasp e la focosa donna latina.

In quel 1958, il matrimonio di Cary Grant con la sceneggiatrice di questo film, Betsy Drake, si concluse con una separazione.

I turbamenti del giovane Törless [Der junge Törless], Volker Schlöndorff, 1966– [filmTv77] – 6

Non so quale sia la data di nascita del Nuovo Cinema Tedesco, quello di Wenders e Fassbinder, di Reitz e di Kluge, di Herzog e della Von Trotta, quello che un adolescente e un giovane di sinistra, fra i sedici anni e la fine dell’università, doveva necessariamente frequentare perché era molto più che cinema: era la Germania (Ovest) che cercava di uscire da un guscio terrificante, esprimendo un “nuovo” punto di vista attraverso un “nuovo” linguaggio.

Anche Schlöndorff ha fatto parte di quella straordinaria new wave; ma qui, all’esordio da ventisettenne, è ancora alla ricerca di una sua misura e si preoccupa, innanzitutto, di rappresentare l’indole anti-autoritaria e i dubbi esistenziali di Robert Musil.

Riprendo da una recensione del tempo: «una forma volutamente spoglia e disadorna ma efficacissima per descrivere la degradata realtà morale di una classe dominante minata da quella irrazionalità che pulsava sotto l’autoritarismo della Germania guglielmina ormai prossima al nazismo.» Non così “prossima”, passerà un quarto di secolo, ma il concetto è condivisibile: ho avvertito assonanze fra questo film e l’Haneke di Il nastro bianco.

Il romanzo l’ho riletto da poco. Molte pagine sono inquietanti, suggeriscono dubbi sulla natura umana e sul valore, forse eccessivo, che ci piace attribuire alla cultura per indirizzare gli istinti alla convivenza civile. Nei primi anni del Novecento, in un collegio esclusivo ai margini dell’Impero Austro-Ungarico, il sedicenne Törless stringe una sorta di amicizia con i compagni Beineberg e Reiting. Hanno un rifugio segreto, inseguono esperienze rivelatrici, sperimentano il potere e la violenza su un compagno ricattabile…

Spicca la scena da Bozena, la non più giovane prostituta frequentata da Törless e da altri studenti. A interpretarla è Barbara Steele, resa celebre dagli horror diretti da Bava e Fulci, Corman e Freda. Sono convinto che quella scena losca e depravata sarebbe piaciuta a Egon Schiele.

Cadaveri eccellenti [id.], Francesco Rosi, 1976 – [filmTv65] – 8

C’è stato un tempo in cui il cinema italiano interveniva pesantemente sull’attualità politica. Lo faceva con asprezza, sapendo di procurarsi nemici. Senza sconti agli amici.

«La verità non è sempre rivoluzionaria», dice un dirigente comunista al giornalista dell’Unità, commentando la versione ufficiale di un duplice delitto, palesemente falsa ma accettata dal Partito.

Prendendo Il contesto di Leonardo Sciascia (1971), Rosi confeziona un film con momenti di così intenso lirismo da far impallidire Coppola e Scorsese. Non sempre le psicologie mi sono parse ben delineate, ma la sostanza è limpidissima: l’assassinio di un giudice – forse la vendetta di un innocente – offre una straordinaria opportunità, un’arma di distrazione di massa per regolare altri conti.

Lino Ventura è l’ispettore di polizia che dirige le indagini, Fernando Rey il subdolo ministro, Tino Carraro il reazionario capo della polizia; fra le vittime, Renato Salvatori, Max Von Sydow, Alain Cuny e Charles Vanel; arricchiscono il cast presenze sceniche come Paolo Bonacelli, Maria Carta, Luigi Pistilli, Marcel Bozzuffi, Anna Proclemer e Tina Aumont.

Prodotto da Alberto Grimaldi, sceneggiato da Rosi insieme a Tonino Guerra e Lino Jannuzzi, fotografato e montato da Pasqualino De Santis e Ruggero Mastroianni, con musiche di Piero Piccioni, il film deborda di indizi, depistaggi, agguati, verità confezionate ad arte. L’omicidio finale nel museo mi ha ricordato The Parallax View di Pakula.

Come già nel romanzo, Rosi non si riferisce a luoghi o eventi specifici – scene ad Agrigento, Palermo, Napoli, Lecce, Roma (Palazzo Spada, Museo Napoleonico) -, ma affonda nelle viscere del paese, ritraendo la contrapposizione tra poteri dello Stato, la strategia della tensione agitata da forze occulte, gli apparati conniventi con la criminalità organizzata. Quanto all’opposizione, cioè il Pci, manca di coraggio. O, forse, teme il peggio.

La tigre bianca [The White Tiger], Ramin Bahrani, 2021 – [filmTv73] – 7

Nato negli Stati Uniti da immigrati iraniani, il regista ha ricevuto la nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, adattando l’omonimo romanzo (2008) di Aravind Adiga. Il film è interpretato da Adarsh Gourav, al suo primo ruolo da protagonista, insieme a Rajkummar Rao e Priyanka Chopra, che sono anche i produttori esecutivi. Uscito nelle sale il 13 gennaio, Netflix l’ha distribuito pochi giorni dopo.

La voce fuori campo è quella di Ashok, un trentenne indiano che si è rapidamente arricchito grazie a una startup di Bangalore; rivolgendosi al primo ministro cinese, in visita in India, Ashok (non è il suo vero nome) racconta la storia della sua vita.

Nato in un poverissimo villaggio del nord con il nome di Balram, riuscì a farsi assumere come autista (secondo autista, per la precisione) da una famiglia tanto ricca quanto corrotta. Trasferitosi a Delhi, Balram insegue l’ascensore sociale in un sistema ancora segnato dalla predestinazione delle caste. Il suo destino sarebbe fare il servitore, ma è mosso dal desiderio spasmodico di uscire dalla povertà, dalla sottomissione. Subirà soprusi terribili, degni di uno schiavo, a cui non potrà ribellarsi direttamente, per non mettere a rischio la vita dei parenti.

Balram è scaltro, osserva e impara. Riesce a guadagnare la fiducia di uno dei padroni – sposato a un’indiana-cresciuta negli Stati Uniti, amante del lusso ma incapace di accettare certe tradizioni – e, al dunque, non avrà alcuna pietà…

L’India si autodefinisce “la più grande democrazia del mondo”, ma il sistema delle caste continua a schiacciare larga parte della popolazione, togliendo ogni valore alla vita di chi sta più in basso. Sulla povertà di massa, si staglia la sfacciata corruzione della classe politica. Anche se il successo di Balram/Ashok si sporcherà di sangue innocente, il pubblico non potrà che assolverlo da ogni peccato.

#Oscar2021

La spia [A Most Wanted Man], Anton Corbijn, 2014 – [filmTv63] – 8

Basato su Yssa il buono di John Le Carré, sceneggiato da Andrew Bovell, è l’ultimo film con Philip Seymour Hoffman, che morì poco dopo la fine delle riprese. Qui è nei panni di Günther Bachmann, agente anti-terrorismo dei servizi segreti tedeschi, uno della vecchia scuola, spremuto, sconsolato e tuttavia ancora permeabile al tradimento.

Di buon livello il cast: Rachel McAdams (l’avvocato del fuggitivo ceceno), Willem Dafoe (il losco banchiere), Robin Wright (la bugiardissima plenipotenziaria della CIA), Daniel Brühl (funzionario dell’antiterrorismo tedesco) e Grigorij Dobrygin (Yssa).

Un clandestino ceceno arriva ad Amburgo, l’unità anti-terrorismo comincia a pedinarlo, mentre procede una complessa indagine sulle donazioni a una compagnia di navigazione con sede a Cipro. Convertito all’Islam, il giovane ceceno porta sul suo corpo i segni della tortura; riesce a mettersi in contatto con una avvocatessa, impegnata sui diritti umani, attraverso la quale incontra un banchiere che conosceva suo padre. La CIA non l’ha mai perso di vista, la polizia tedesca vorrebbe arrestare Yssa prima che possa compiere qualche attentato, ma Bachmann ha ormai compreso cosa si nasconda dietro quella compagnia di navigazione, legata al filantropo Abdullah, sospettato di raccogliere fondi a sostegno di Al Qaeda …

Il pubblico sarà costretto a chiedersi chi sia davvero Yssa, chi strumentalizzi chi, se il figlio di Abdullah tradirà il padre, se gli interessi tedeschi e americani coincidano…

Nato nei videoclip, Corbijn confeziona un film elegante, con una netta predominanza dei toni di grigio e di blu, e una struttura narrativa che prevale sull’azione vera e propria. Può contare su un grande attore, con le spalle curve e lo sguardo dolente, un sopravvissuto che sa come rendere il disagio di un lavoro sporco.

Le Carré non si smentisce, La spia è un atto d’accusa contro la disumanità della ragion di Stato.

Addicted. Desiderio irresistibile [Addicted], Bille Woodruff, 2014 – [filmTv72] – 3

Al cinema, non avrei nemmeno preso in considerazione un film come questo. A farmi decidere di dedicaci novanta minuti sono state la furba presentazione di Netflix – “Un marito affettuoso, tre figli e una carriera stupenda: a Zoe non manca niente, finché in lei non nasce un insaziabile desiderio di sesso con altri uomini” -, e l’aver appena visto One Night in Miami. Quali parole avrebbe trovato Malcolm X per insolentire la ricca, conformista, annoiata borghesia nera di Addicted?

Zoe è una trentacinquenne di successo: ha sposato Jason, un affermato architetto, ha una splendida casa con giardino, vive con figli, marito e madre (ancora giovane). Donna in carriera, Zoe fa l’agente di artisti: guida uno studio (quasi tutti neri anche lì) e ha messo gli occhi su un certo Quinton Canosa. Nonostante Zoe e Jason ci vengano mostrati con una notevole intesa sessuale, la protagonista va in analisi… Vorrebbe fare sesso più spesso, anche con altri uomini, e quando la tentazione verrà soddisfatta, si trasformerà in dipendenza.

Ovviamente, Zoe è bella, elegante, indossa lingerie da centinaia di dollari, ma l’erotismo patinato della vicenda non aggiunge nulla a quanto visto in tanti altri film. L’originalità poteva consistere nel focalizzarsi sulla dipendenza patologica dal sesso – un po’ come Shame di McQueen, con Fassbender – , ma la trama deraglia verso categorie ben più frequentate: tradimento, senso di colpa, le origini infantili della perversione (qui si tocca il fondo).

I nomi del cast? Sharon Leal, Boris Kodjoe, Kat Graham e William Levy. Dubito che al pubblico importerà qualcosa di Zoe. Tanto meno dell’artistoide, sempre a torso nudo, che la seduce e la dipinge, le chiede di lasciare il marito e intanto se la fa con altre donne. Grottesco l’inserimento di un terzo amante, non meno palestrato, utile solo a confezionare l’immancabile scena di sesso nei bagni di un locale notturno.

Borat – Seguito di film cinema [Borat Subsequent Moviefilm], Jason Woliner, 2020 – [filmTv69] – 7

Quattordici anni dopo, riappare Borat Sagdiyev, giornalista kazako. Costretto ai lavori forzati per il disonore arrecato al suo Paese e al suo amato leader, viene liberato su ordine di Nazarbaev, che gli affida una missione: ingraziarsi Donald Trump attraverso il suo vice, Mike Pence. Gli verrà regalato il ministro della Cultura del Kazakistan, nonché miglior pornoattore del Paese, Johnny la scimmia. Che è proprio una scimmia… Borat – cioè Sacha Baron Cohen – parte per l’America dove scopre che la figlia Tutar si è sostituita (diciamo così) alla scimmia.

Irriverente? Non rende l’idea. Oltraggioso? Senz’altro, ma con un bersaglio condivisibile. Parodia? Servirebbe un superlativo. Politicamente scorretto? Di più, è antropologicamente scorretto, ha usato la pandemia per rendersi ancora più urticante e sgradevole. Si può essere felici scoprendo che l’Olocausto c’è stato davvero, e solo con i “nazisti dell’Illinois” e con i fanatici delle armi (Bowling at Columbine), si erano mostrati WASP così indifendibili.

Ignorantissimi e stracolmi di pregiudizi, Borat e Tutar cercano di decodificare segni a noi comuni, estranei dalla loro cultura. Dice la figlia: “Mio papà è la persona più in gamba di tutta la Terra piatta”. Dice il padre: “Devo difendere vagina di mia figlia dal sindaco di America” (Rudolph Giuliani, fra le vittime di questo film spudorato).

Protagonista di varie azioni in incognito, Sacha Baron Cohen partecipa a una manifestazione dei Repubblicani vestito da membro del Ku Klux Klan; fa irruzione a un comizio di Pence travestito da Trump; di accampa in casa di Repubblicani negazionisti del COVID; sale sul palco in una manifestazione di estrema destra, cantando una canzone razzista… Tutto di corsa, affinché il film fosse pronto e distribuito prima delle presidenziali del 4 novembre scorso.

Due candidature all’Oscar: per Maria Bakalova come attrice non protagonista, per Baron Cohen e un’altra decina di complici per la sceneggiatura originale.

#Oscar2021

Sound of Metal [id.], Darius Marder, 2019 – [filmTv64] – 8

Ecco uno dei tre o quattro film che si disputeranno l’immortalità nella Notte degli Oscar. Ha molte qualità, è “artistico” in modo originale, trasmette un’intensità emotiva a cui è impossibile restare indifferenti, rifugge da ogni glamour e segna la definitiva consacrazione di Rez Ahmed, inglese d’origine pakistana, visto in una bella miniserie: The Night Of.

A petto nudo, pieno di tatuaggi, con i capelli bicolori, Ruben Stone picchia sulla batteria, accompagnando la cantante Louise (Olivia Cooke). La coppia vive in un camper, conducendo una vita in continuo movimento, da un concerto all’altro. Improvvisamente, Ruben perde l’udito. Il degrado è rapido e irreversibile, può solo essere contrastato in un centro di recupero, dove insegnano il linguaggio dei gesti e, soprattutto, a non farsi illusioni.

Ruben, invece, non può farne a meno. La sua disperazione sembra irrimediabile, vende tutto quel che ha, compreso il camper, per raccattare i soldi necessari all’operazione chirurgica. Nel frattempo, inizia a socializzare con i bambini, dando loro lezioni di batteria (il cast è in gran parte composto da attori non professionisti e non udenti).

Scopriremo che la musica e Louise hanno salvato Ruben dall’eroina. Scopriremo, inoltre, che Joe, l’uomo a capo della comune (il candidato all’Oscar Paul Raci), aveva perso l’udito in Vietnam. Joe scommette tutto sul fatto che la mancanza di udito non si trasformi in handicap, la cura è soprattutto psicologica, per riconquistare una sorta di normalità.

Prima delle riprese, per mesi Ahmed ha preso lezioni di batteria e imparato il linguaggio dei segni. La sua sofferenza è resa in modo commovente, lo spettatore è trascinato in un’esperienza sensoriale. Ma più che il protagonista, la statuetta potrebbe premiare la sceneggiatura originale (Darius e Abraham Marder e Derek Cianfrance) e, neanche a dirlo, il miglior sonoro.

#Oscar2021

Boyhood [id.], Richard Linklater, 2014 – [filmTv67] – 9

Accade ancora. O, meglio, può ancora accadere. Davanti a un film, può ancora coglierti l’antichissima, ancestrale sensazione di essere di fronte a qualcosa che somiglia alla realtà, alla verità, alla vita vera.

Ai parigini che sentivano narrare i prodigi del Boulevard des Capucins, bastarono pochi mesi per capire che quel treno non li avrebbe investiti, che quell’innaffiatoio non li avrebbe bagnati. Al colto, scettico, espertissimo pubblico cinematografico del Ventunesimo secolo manca quello stupore, quel dubbio, quell’incertezza sul confine fra realtà e finzione. Non c’è alcun bisogno di sospendere l’incredulità, non c’è bisogno nemmeno di una trama: è un cinema che cattura il tempo e lo fa con la più semplice delle storie, srotolata in ordine cronologico. Non il “realismo” come scelta estetica o produttiva; l’obiettivo è ancora più nitido che nella scelta di Truffaut di richiamare in servizio l’alter ego, Jean-Pierre Léaud.

Olivia e Mason, Samantha e Mason junior: una famiglia disgregata, i genitori hanno divorziato, il padre (immaturo) è andato spesso lontano, è la madre ad aver cresciuto i due figli, si è risposata (forse per trovare aiuto), ha sbagliato scelta, si è nuovamente legata a un uomo, si è rivelato sbagliato pure quello, ma lei ha avuto la forza per riprendere gli studi, laurearsi, divenire insegnante. Quanto al padre, finirà per risposarsi e avrà un altro figlio, ma non spezzerà il legame con Samantha e Mason junior.

Nessuno come Linklater può dirsi erede dei “racconti morali” di Rohmer. È un cinema di parole, di dialoghi, di situazioni quotidiane e di ricerca inesausta di una direzione di marcia, di un “raggio verde” che chiarisca il da farsi, ricavando un senso da successi e fallimenti.

Oltre al feticcio Ethan Hawke e a Patricia Arquette (Oscar come attrice non protagonista), Linklater scommette su due esordienti: la figlia Lorelei interpreta Samantha, mentre Ellar Coltrane è Mason junior. Il film li segue lungo dodici anni di vita. E le riprese – in pellicola – si sviluppano effettivamente in dodici anni, facendo a meno di trucchi per invecchiare o ringiovanire. Lo scorrere del tempo è colto in tempo reale, fra il 2002 e il 2014, riconvocando il piccolo cast una volta l’anno. In totale, quaranta giorni di riprese (nel frattempo, Linklater ha girato altri otto film).

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Lolite

Nabokov, il romanzo / Kubrick, il film / Lyne, il remake / Sue Lyon

La voglia matta, Spaak / American Beauty, Suvari / Girls, Nick Felman

The Girlfriend Experience, Soderbergh / The Girlfriend Experience, il serial

Giovane e bella, Vacth / Sedotta e abbandonata, Sandrelli

Swimming Pool, Sagnier / Revisionando Twin Peaks

The Amazing Spider-Man 2. Il potere di Electro [The Amazing Spider-Man 2], Marc Webb, 2014 – [filmTv66] – 6

Capitolo 5 o, se volete, secondo atto dopo la rinascita di un paio d’anni prima, quando a interpretare Peter Parker venne scelto Andrew Garfield. Preferivo Tobey Maguire.

Cast stellare, sproporzionato all’uso: lascia trasparire il senso di inferiorità di un colosso come la Marvel, che tanto ambisce a farsi ammettere nell’alta società. Emma Stone interpreta Gwen Stacy, figura embrionale di quella che le darà la fama in La La Land. Ma di premi Oscar già vinti ce ne sono altri: Jamie Foxx (Ray) interpreta Max Dillon, che si trasformerà in Electro; Sally Field (Norma Rae, Le stagioni del cuore) è un’insipida Zia May, l’ultimo legame parentale del povero Peter; Chris Cooper (Il ladro di orchidee) interpreta Norman Osborn, il candidato all’Oscar Paul Giamatti è Aleksei Sytsevich, cioè Rhino, e fra le segretarie della Oscorp c’è Felicity Jones (La teoria del tutto e il recentissimo The Midnight Sky).

I genitori sono morti in modo misterioso, Peter ha bisogno di sapere la verità… Solo Gwen è a conoscenza della sua identità segreta, ma Peter ha promesso al padre di lei (morto nell’episodio precedente) di staccarsi dalla ragazza per non farle correre pericoli… Entra in scena Harry Osborn, figlio del fondatore della corporation, ubriaco di potere come il padre e malato incurabile (lo interpreta Dane DeHaan: una specie di Leo DiCaprio sotto acido)… Per un incidente, uno scienziato vessato si trasforma in un inarrestabile manipolatore dell’elettricità.

Anche nelle strips, Electro è un nemico sbiadito, l’avranno scelto per la spettacolarità delle scintille, ma finisce per somigliare al Dottor Manhattan di Watchmen. Ancora meno convincente è la genesi di Goblin.

Tanti difetti, dunque. Ma assistiamo a una delle scene madri nella storia del Marvel Universe: la morte di Gwen Stacy.

Il trauma è tale che l’Uomo Ragno scompare per cinque, lunghi mesi. Ritorna, non ha completamente rimosso la sua responsabilità, un bambino occhialuto ha provveduto a ricordargliela.

The Rolling Thunder Revue [id.], Martin #Scorsese, 2019 [filmTv59] – 8 #Dylan. #Ginsberg. #SamShepard. #SharonStone. #JoanBaez. #JoniMitchell. #PattiSmith.

Quando fa documentari, Scorsese sa come scomparire, come farsi da parte. Resta “autore”, con le sue idee e il suo immaginario visuale, ma si cala nella dimensione di chi vuole raccontare gli altri. Penso a Fran Lebowitz, alla serie sulla storia del blues, a Shine a Light sugli Stones, e il vertice assoluto resta The Last Waltz (devo rivederlo, appena possibile).

Stavolta, Netflix mette a disposizione ciò che Scorsese ha distillato dalla più strana delle tournée di Dylan, mentre Nixon era con l’acqua alla gola e si celebrava il bicentenario dell’indipendenza, attraversando in pullman la provincia del New England e del Canada orientale. Realtà e finzione si confondono, Dylan è un mito che mastica e sputa ingredienti diversissimi. Dipinge la faccia di bianco, dopo aver visto i Kiss insieme alla violinista Scarlet Rivera. La Rolling Thunder Revue propone concerti da due-tremila persone: chi c’era, non potrà mai dimenticarlo, ma dal punto di vista finanziario, il tour fu un disastro.

Scorsese alterna immagini di repertorio a testimonianze dei nostri giorni. “Avrei potuto cantare con Joan anche nel sonno” commenta Dylan “mentre dormo sento la sua voce”. Bob va a visitare una riserva pellerossa e si commuove nel ricevere una medaglietta. Insieme ad Allen Ginsberg siede sull’erba davanti alla tomba di Jack Kerouac, ed ecco comparire una piccola fisarmonica. Al Gerde’s Folk City, una giovane, magrissima poetessa declama un testo che sembra presagire il punk, si chiama Patti Smith, ad ascoltarla c’è anche Bob. Alla carovana si unisce Joni Mitchell, che dall’esperienza ricava Coyote. Ormai uscito dal carcere, Hurricane ricorda le chiacchierate con quel cantante bianco, l’impatto che ebbe la strepitosa ballata. Compare anche Sharon Stone, era una ragazzina, immaginò che Just Like a Woman l’avessero composta per lei. Poco prima che morisse, Scorsese è riuscito a intercettare anche Sam Shepard, che alla tournée lavorò come tuttofare.

The Midnight Sky [id.], George Clooney, 2020 – [filmTv60] – 7

Pare chiaro che Clooney sia rimasto colpito dal Solaris di Tarkovskji. Ne ha voluto il remake, poi ha interpretato l’astronauta di Gravity, e con The Midnight Sky ha chiuso una trilogia del dramma fantascientifico. A fare da filo conduttore, la relazione fra l’enormità dello spazio esteriore e la profondità dello spazio interiore. Dell’anima, forse.

Stavolta, la premessa è distopica: nel 2049, la Terra diventa invivibile, proprio mentre una navicella spaziale ha trovato un pianeta (K-23) in cui la vita è possibile. Lasciando misteriose le cause dell’evento catastrofico, la trama si focalizza su un doppio dialogo: fra uno scienziato morente e una bambina (figlia-sogno-allucinazione), e fra la navicella che sta rientrando e questo stesso scienziato.

Tratto da un romanzo di Lily Brooks-Dalton (La distanza tra le stelle, 2016), e distribuito da Netflix, il film di Clooney può vantare una confezione splendida, anche se dopo 2001, Interstellar e lo stesso Gravity sembra impossibile collocare l’immaginazione visiva oltre le frontiere già raggiunte. Difficile dimenticare la passeggiata spaziale interrotta dallo sciame di meteoriti.

Anche il cast mi pare ben scelto: Felicity Jones, Kyle Chandler, Demián Bichir, David Oyelowo e “introducing” Caoilinn Springall, una di quelle bambine a cui basta guardare l’obiettivo per comunicare qualcosa.

Malato terminale, Augustine Lofthouse (Clooney) rimane solo in un’enorme base artica. Solo? A un certo punto trova una bambina, Iris, che vi si nascondeva. Comincia il dialogo fra presente e passato, presente e futuro. Flashback ci mostrano Lofthouse giovane (Ethan Peck), così ossessionato dall’astronomia da lasciar andare la donna che amava e che voleva un figlio. Fra Lofthouse vecchio e la piccola Iris si crea un legame fortissimo, che somiglia a una redenzione. Chi sia Iris, diverrà chiaro poco prima della malinconica fine. O del nuovo inizio. Altrove. Lontano.

#Oscar2021

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo [Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull], Steven Spielberg, 2008 – [filmTv63] – 5

Che si divertissero a farli, questi film – Lucas, Spielberg, Ford e i loro amici – è fuori discussione. Mi immagino brainstorming nei quali ognuno lancia un’idea, cita un vecchio film o un vecchio racconto di fantascienza, altri aggiungono spruzzate di mitologia e archeologia, e intorno agli spunti più interessanti si costruiscono scene. È talmente infarcito di cinema, questo quarto capitolo della saga, che andrebbe visto con il dito sul fermo-immagine.

Il prologo nel Nevada del 1957 è strepitoso. La sterminata distesa di casse (Citizen Kane) dal contenuto segretissimo, l’esplosione nucleare e l’ironia sul frigorifero riportano la commedia spielberghiana ai suoi vertici. Anche il finale, di nuovo zeppo di citazioni, con la solita, galoppante musica di John Williams, spinge al sorriso.

Sono i novanta minuti centrali ad apparire noiosi, prevedibili, con i soliti inseguimenti nella jungla, le solite interminabili scazzottate, la solita nefasta brama di potere. Le linee di Nazca sono un’occasione perduta, la lussureggiante Amazzonia riempie gli occhi, ma finisce per apparire solo lo sfondo di un videogame. Quanto al solito tempio segreto e alla solita astronave aliena, l’effetto rimasticatura è insostenibile.

Era opportuna una diversa allocazione del budget: disinvestire dagli effetti speciali e spendere di più sulla sceneggiatura; altrimenti, è inutile coinvolgere attori come John Hurt, Jim Broadbent, la stessa Cate Blanchett; suggestivo il ritorno di Karen Allen, con lo stesso sorriso e la stessa carica polemica.

Il dottor Henry Walton Jones Jr. scopre di avere un figlio, imitazione di Brando ne Il Selvaggio. in questi anni Cinquanta segnati dal maccartismo e dalla Guerra Fredda (russi così malvagi, li avevo visti solo in Rambo), il giovane Mutt assaggerà l’avventura ma dovrà rassegnarsi a riprendere e completare gli studi: Indy non è disposto a cedergli il famoso cappello.

Gli amici di Georgia [Four Friends], Arthur Penn, 1981 – [filmTv51] – 9

Four Friends (1981)

Fra Forrest Gump e Hair, American Graffiti e Pastorale americana, ecco un film che pochi hanno visto nonostante la fama del regista e i tanti momenti di toccante dolcezza.

Che fine avrà fatto Georgia, cioè Jodi Thelen? E com’è possibile che Danilo, Tom e David (Craig Wasson, Jim Metzle e Michael Huddleston) siano quasi scomparsi (il primo l’ho rivisto nel Body Double di DePalma, accanto alla giovane Melanie Griffith)… Raramente ho assistito a una trama così ben modulata fra malinconia e tragedia, nostalgia e biografia generazionale: Georgia e i suoi amici diventano adulti attraverso gli anni Sessanta, si staccano dai padri, dalle tradizioni e dal destino prefissato, inseguono una felicità che si rivelerà intrisa di sangue e dolore.

Accomunati dall’amore per la stessa donna, i tre amici prendono strade diverse: Tom, che aspetta un bambino da Georgia, parte per il Vietnam, David subentra al padre nell’impresa di pompe funebri e si prende a carico Georgia e bambino; Danilo (che Georgia l’ha idealizzata, dunque respinta) se ne va da East Chicago, Indiana, e inizia a vagabondare per l’America. Se con Alice’s Restaurant, nel 1969, Penn aveva raccontato le speranze di una generazione, qui sembra coglierne la vibrante disfatta. Come aveva previsto il burbero, anaffettivo padre di Danilo, la vita non mancherà di colpire chi cerca di sfuggirle.

Georgia immaginava di essere la reincarnazione di Isadora Duncan. Impossibile non innamorarsi di lei: dirompente, ottimista, idealista, diffonde sorrisi incantevoli, finché una ciocca di capelli le si ingrigisce: «Sono così stanca di essere giovane!». E il pesante baule che Danilo si è trascinato per un decennio, finirà per illuminare le loro esistenze con un grande falò.

Soggetto e sceneggiatura di Steve Tesich, del cast fa parte anche Lois Smith, la madre della donna sposata da Danilo (il matrimonio più breve mai visto al cinema).

Ecco a voi gli anni Sessanta in America, niente di meno.

Blow [id.], Ted Demme, 2001 – [filmTv53] – 7

George Jung cominciò a trafficare marijuana quasi per caso, nella California di fine anni Sessanta, per poi divenire uno dei più importanti trafficanti di cocaina, legato al famigerato Cartello di Medellín. Finito in carcere, ha raccontato la sua versione dei fatti a Bruce Porter, che nel 1993 ne ha tratto le pagine alla base di questo film: Blow rimane l’ultima regia di Ted Demme, l’anno dopo morì d’infarto, nemmeno quarantenne.

Johnny Depp è George Jung, Ray Liotta e Rachel Griffiths interpretano i genitori, Penélope Cruz è Mirtha, Franka Potente è Barbara: mentre Mirtha diverrà sua moglie, Barbara morì giovanissima ed era stata il suo grande amore.

A raccontarci la storia è lo stesso George Jung. Negli anni Cinquanta in Massachusetts, vede il padre lavorare duramente e non risparmiarsi, pur di garantire alla moglie un certo tenore di vita; eppure venne costretto a chiudere la sua ditta, e George ne ricavò che l’onestà non paga. Nell’estate del Sessantotto, si trasferì insieme all’amico Tonno in California: poté vivere in pieno la rivoluzione sessuale e a far soldi rapidamente grazie all’esponenziale aumento della domanda di erba da parte degli hippies. Dalla West Coast alla costa orientale il passo è breve. Più lungo e, soprattutto, più sanguinario fu il passo necessario a imporsi come importatore di coca colombiana, dopo aver conquistato la fiducia di Pablo Escobar e rubato Myrtha a un suo sottoposto.

Stranezze del casting: a Rachel Griffiths fanno interpretare la madre di Johnny Depp, ma l’attrice ha cinque anni meno rispetto all’attore.

Classica storia di ascesa e caduta, George comincia da sbruffone e finisce per cedere al sentimentalismo, immaginando di abbracciare l’amatissima figlia Kristina, che invece gli nega una semplice visita in carcere. La frase che chiude il film – Ormai non trovo più cavalli bianchi o belle donne alla mia porta – rimanda a Lucky Man degli Emerson, Lake & Palmer.