Post che vanno accumulandosi

Da qualche settimana, sto pubblicando cose scritte dieci e più anni fa, quando il blog stava su Splinder.

Le lenta, lentissima uscita dall’uveite mi sta facendo accumulare un bel po’ di post sui film visti in tv a tarda sera. Non ho nemmeno concluso la scrittura degli ultimi visti nel 2018 (Ossessione e le due versioni del Postino suona sempre due volte).

Ma ecco i titoli che si stanno ammucchiano in attesa di essere smaltiti:

Via col vento (1939), Colpevole d’omicidio (2002), Io confesso (1953), Il senso di Smilla per la neve (1997), Cognome nome: Lacombe Lucien (1974), Madame Bovary (1949), Il grande caldo (1953), Il diritto del più forte (1974), Come sposare una figlia (1958), Inside Man (2006), Fast Food Nation (2006), Missing (1981), Sicario (2015), Disonorata (1931), Il genio della truffa (2003).

Annunci

Il migliore [The Natural], Barry Levinson, 1984 [filmTv147] – 8 #RoyHobbs

Li conosci a memoria, certi film, ma ti fermi a guardarli ogni volta che capita. Questo mi ha persino spinto a leggere il romanzo da cui venne ricavato, e il Malamud del ’52 arriva molto più aspro del Levinson dell’84. Quanto a Redford, nessuno poteva incarnare Roy Hobbs meglio di lui, e pazienza se aveva 48 anni quando interpretò un uomo che ne ha 35.

La qualità del film deriva dal magnifico soggetto, dalla fotografia di Caleb Deschanel (quello della prima serie di Twin Peaks), dalla colonna sonora di Randy Newman (entrambi nominati all’Oscar). E il cast è fantastico: Robert Duvall interpreta l’ambiguo giornalista Max Mercy, Glenn Close (a sua volta Nominata) è la leggiadra Iris Gaines, Barbara Hershey e Kim Basinger sono le femmes fatales (Harriet e Memo), che attentano all’integrità (e alla vita) del protagonista, senza dimenticare Richard Farnsworth, Wilford Brimley, Robert Prosky e Michael Madsen, molto più che caratteristi.

Il film comincia nei primi anni Venti: Roy Hobbs è un ragazzo di campagna dotato di uno straordinario talento naturale (The Natural) per il baseball. Dopo l’improvvisa morte del padre, che aveva assecondato il suo sogno, parte per effettuare un provino e avviarsi alla carriera professionistica, ma incrocia una donna che infrange ogni sua ambizione.

La trama riparte sedici anni dopo, in piena Depressione, quando Roy Hobbs ha 35 anni e riceve un ingaggio al minimo di stipendio in una squadra caduta in disgrazia. Non sappiamo cosa sia successo in quell’intervallo di tempo. Vediamo direttamente la resurrezione. Nei New York Knights, dopo tanto tempo perso in panchina, il campione coglie la “seconda occasione”, fa riemerge il suo sconfinato talento, ma  il destino non ha ancora finito di accanirsi su di lui.

Come ho scritto a proposito del romanzo di Malamud, il film si concede un lieto fine che contraddice l’amara conclusione che esce da quelle pagine.

The Leftovers, un bilancio conclusivo

Il 14 Ottobre 2011, in un lampo sparì il 2% della popolazione mondiale: circa 140 milioni di persone. “L’Improvvisa Dipartita” coinvolse tutte le età, i generi, le razze, in ogni parte del mondo. Ambientata fra l’autunno 2014 e l’inverno 2015, la prima stagione di questa seria televisiva si apriva e si chiudeva senza risposte: né la comunità scientifica, né le grandi religioni sapevano spiegare cosa fosse accaduto.

Ideata da Damon Lindelof e Tom Perrotta per il canale via cavo HBO, «The Leftovers» nasce dal romanzo omonimo di Perrotta (2011). L’atmosfera è enigmatica, inquietante: «Lost» (Lindelof ne fu tra gli artefici) e «The Others» appaiono come riferimenti immediati. Parlando del romanzo, Stephen King affermò che quell’atmosfera rimandava ai migliori episodi di «Ai confini della realtà». Oltre alle splendide musiche di Max Richter, la colonna sonora è piena di canzoni pop che insinuano doppi sensi.

Il tema di fondo si può così riassumere: «The Leftovers» parla della perdita, del dolore, del lutto, di come gli individui reagiscono per continuare a vivere. Il trauma agisce come fattore scatenante, agli autori interessa indagare le reazioni a quanto è accaduto.

QUI

 

Oltre il giardino [Being There], Hal Ashby, 1979 [filmTv140] – 8

Analfabeta, senza documenti, mai uscito di casa, le uniche cose che Chance ha imparato sono la cura del giardino e ciò che passa dalla tv. Vive a Washington, difficile dargli un’età precisa, sembra vicino ai sessant’anni e l’anziana domestica afroamericana sa che è afflitto da un grave deficit cognitivo. Ogni frase di Chance arriva agli estranei come fosse una metafora della sua attività da giardiniere.

Alla morte del padrone di casa, si trova gettato in una metropoli che non conosce; un fatto fortuito lo mette in contatto con Eve, la moglie di un ricchissimo imprenditore, assai vicino al Presidente degli Stati Uniti. Senza quasi accorgersene, Chance finirà in tv a dire banalità sull’alternarsi delle stagioni, venendo scambiato per un genio dell’economia. Eve si innamora di Chance, il magnate scambia l’ottuso buon senso per autentico genio, il Presidente resta stupefatto per la mancanza di dossier su di lui (CIA e FBI si rimpallano la responsabilità di averli distrutti) e lo vive come un pericoloso rivale per la Casa Bianca.

Ecco, la favola, la commedia degli equivoci, il racconto morale. La trama ricalca Presenze, il romanzo dell’esule polacco Jerzy Kozinsky, che ne curò la sceneggiatura; fotografia di Caleb Deschanel e musiche di Johnny Mandel, per il miglior film di Ashby, alla pari con Harold e Maude.

Fuori tempo massimo Buster Keaton, solo Peter Sellers poteva rendere credibile questo “Chance Giardiniere”, al suo fianco Shirley MacLaine, Melvyn Douglas (Oscar come attore non protagonista, quarant’anni dopo i suoi baci alla Garbo) è suo marito Benjamin, Jack Warden è il Presidente USA, Richard Basehart l’ambasciatore sovietico.

Con i suoi sorrisi enigmatici e l’inarrivabile mimica facciale, alternando comicità e surrealismo, Peter Sellers dà vita a un personaggio di assoluta innocenza, credibile anche quando cammina sulle acque.

La ragazza del lago [id.], Andrea Molaioli, 2007 [filmTv142] – 8

Continuo a ritenerlo uno dei migliori esordi del cinema italiano di questo inizio secolo. Mi ha fatto pensare a un altro esordio, la Notte italiana di Mazzacurati. In comune, il rapporto con Nanni Moretti, che produsse Mazzacurati e ha avuto Molaioli come aiuto regista in Palombella rossa e Caro diario.

È un film sul dolore, il dolore inconsolabile, il dolore che schianta. È, altresì, un film sulla contraddittoria, viscerale necessità di ricominciare a vivere. Trovare il senso della misura per maneggiare una materia così ruvida, è merito, innanzitutto, della sceneggiatura di Sandro Petraglia, che ha adattato Lo sguardo di uno sconosciuto, il romanzo (2002) della norvegese Karin Fossum.

Più che a scoprire la verità, l’indagine del commissario (Toni Servillo), attraverso le idilliache stradine di un paesino friulano, sembra servire a decifrare le varie tecniche di sopravvivenza. C’è chi ha perso un bambino di tre anni, chi il senno della moglie, chi l’uso delle gambe, chi l’adorato coniglio, chi una figlia bellissima appena diciottenne… Sguardi e silenzi lasciano intendere quali spaventose perdite gravino sui superstiti, il cielo è sempre grigio ma limpidissimo, non fa stringere gli occhi, anzi aiuta a tenerli aperti.

Il cadavere di Anna è stato abbandonato sulla riva, nudo, coperto in parte da una giacca: chi l’ha uccisa, le voleva bene. Il ritrovamento assomiglia a quello di Laura Palmer. Ma non so immaginare un cinema meno americano di questo, intriso di provincia e silenzi, diffidenza e quieto vivere. Poco esportabile, forse, ma dotato di una rara delicatezza, e di un nucleo di attori ai limiti della perfezione: difficile dire chi sia più nella parte fra Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Omero Antonutti, Marco Baliani, Nello Mascia, Anna Bonaiuto, Sara D’Amario e Giulia Michelini.

Aspetteremmo invano un momento di alta tensione: non se ne sente la mancanza.

Sgomento [The Reckless Moment], Max Ophüls, 1949 [filmTv141] – 8

Prodotto da Walter Wanger per la Columbia Pictures, sta all’incrocio fra noir e melò, ben illuminato dalla fotografia di Burnett Guffey e magnificamente interpretato da Joan Bennett e James Mason. Saper sorprendere è la prima qualità di Ophüls, al suo ultimo film hollywoodiano.

Nell’inverno del ‘48 in una villetta borghese a una cinquantina di chilometri da Los Angeles: Lucia Harper deve mandare avanti la famiglia, il marito è un fantasma lontano (Berlino: incarico non precisato) e lei deve badare alla figlia diciassettenne, al figlio adolescente e all’anziano padre. È Beatrice (Geraldine Brooks) a darle preoccupazioni: frequenta un uomo molto più vecchio e dalla dubbia reputazione, senza comprendere in che guai si sta cacciando. La madre avvicina l’uomo, e si sente chiedere una forte cifra per lasciar perdere la figlia.

Una notte, quell’uomo rimane ucciso… Nel terrore che la figlia finisca in carcere, Lucia si espone a gravi pericoli per occultare il cadavere. È solo la prima di tante scelte compiute per tutelare l’onore della famiglia. Ma entra in campo un ricattatore, tale Martin Donnelly, che possiede le lettere compromettenti inviate da Bea all’uomo morto, e vuole tanti dollari.

James Mason non ha ancora quarant’anni, emana un ambiguo fascino e non ha ancora interpretato i suoi ruoli più loschi e subdoli. Quanto a Joan Bennett (38 anni), viene da La donna del ritratto e Dietro la porta chiusa, grazie a Fritz Lang (e al marito Walter Wanger) si è imposta come un’attrice in grado di dare corpo a donne tutt’altro che deboli. Stavolta, la sorpresa sta nel fatto che il ricattatore si innamora della ricattata, e mette a repentaglio la sua vita per salvarla.

A Ophüls interessa poco la suspence. Cerca, piuttosto, di dare densità alla strana relazione che si avviluppa fra vittima e carnefice, fino all’inevitabile, tragico rovesciamento dei ruoli.

Cloud Atlas [id.], Lana e Lilly Wachowski e Tom Tykwer, 2012 [filmTv139] – 7

Visto al cinema, mi scombussolò: uscii con la sensazione di non aver compreso cose essenziali, ma anche con il sospetto che gli autori avessero oltrepassato i limiti accettabili di furbizia. Non è carta stampata, manca il tempo per fermarsi a riflettere, è un giocattolone fatto apposta per disorientare, confondere le idee.

Si intrecciano 6 storie (7, considerando prologo ed epilogo) di epoche assai diverse (passano 500 anni fra la più antica e la più futuristica), e gli eventi di ogni trama si legano a tutte le altre, a segnalare la ciclicità della storia umana, con temi ricorrenti e flebili tracce simboliche (per esempio, la voglia a forma di stella cometa sul petto di Adam Ewing, 1849; sul coccige di Robert Frobisher, 1936; sulla spalla sinistra di Luisa Rey, 1973; sul polpaccio destro di Timothy Cavendish, 2012; sul collo di Sonmi~451, 2144; e sulla nuca di Zachry, 2321).

Il gioco si fa vertiginoso quando si scopre che i diversi ruoli sono assegnati agli stessi attori. Pesantemente truccati, Tom Hanks, Hugh Grant, Halle Berry, Hugo Weaving e Jim Sturgess interpretano 6 personaggi; Jim Broadbent, James D’Arcy, Ben Whishaw, Susan Sarandon, Doona Bae e Zhou Xun ne incarnano 4 o 5. Quanto alla regia, Lilly e Lana Wachowski hanno diretto i segmenti del 1849, 2144 e 2321, Tom Tykwer quelli ambientati nel 1936, 1973 e 2012.

Tratto dal romanzo L’atlante delle nuvole di David Mitchell, il film stordisce con un montaggio allucinogeno, incrociando la lotta contro la schiavitù degli afroamericani, la repressione dell’omosessualità, il dissenso contro l’energia nucleare, il lavaggio del cervello, la realtà virtuale, la regressione a bestie assetate di sangue. La filosofia implicita è che ogni azione abbia conseguenze attraverso passato, presente e futuro.

Ambizioso e smodato, Cloud Atlas impegna lo spettatore in uno forzo ricompensato dalla bellezza delle scene più che dall’intensità delle psicologie.

Divina creatura [id.], Giuseppe Patroni Griffi, 1975 [filmTv138] – 6

Innanzitutto, una sorpresa. Facebook mi comunica che 

Il tuo post non rispetta i nostri Standard della community in materia di nudo e atti sessuali

Il tuo post non è visibile a nessun altro. I nostri standard si applicano globalmente e si basano sulla nostra community. Abbiamo creato gli standard perché alcuni gruppi di pubblico sono sensibili a cose diverse quando si tratta di nudo.

Tratto dal romanzo La divina fanciulla (1920) di Luciano Zuccoli, è il tipico film in costume che si attira i paragoni con Visconti, e ne esce irrimediabilmente travolto. In queste atmosfere decadenti, c’è qualcosa del Bunuel di Belle de jour, con quella signora borghese che si prostituisce in un bordello di lusso.

Il cast comprende Laura Antonelli, Terence Stamp, Michele Placido, Duilio Del Prete e Marcello Mastroianni. Dal lato tecnico, Patroni Griffi è circondato da figure come Giuseppe Rotunno (fotografia), Gabriella Pescucci (costumi), Ennio Morricone (che riprende canzoni di Cesare Andrea Bixio). Citazioni didascaliche di Puskin e Stendhal, con cartelli nello stile dei film muti.

Siamo a Roma, nei primi anni Venti: Belle Époque, per chi può permettersela. Sullo sfondo, agitazioni sociali, con bandiere rosse e camicie nere che stanno per imporsi. Ricchissimo e dissoluto, il duca Daniele di Bagnasco sniffa droghe e gode della reputazione di tombeur de femmes. Appena la vede al ristorante, si invaghisce di Manuela Roderighi, la avvicina grazie all’ingenuo fidanzato, la seduce, ne fa la sua amante. Ma stavolta “non sarà un’avventura”… Suo malgrado, il duca precipita in una passione torbida, che non finisce nemmeno quando alcuni “amici” gli fanno sapere che quella donna frequenta una famigerata casa d’appuntamenti.

Progetta di avvelenarla, ma la passione si amplifica quando il duca riesce a dare un volto (suo cugino, il marchese Michele Barra) a colui che violentò Manuela quindicenne e ne fu il primo amante. Il morboso triangolo Stamp-Antonelli-Mastroianni non è privo di suggestioni.

Il duca vuole vendetta, Manuela ne sarà il tramite, il marchese la vittima. Non sa che il marchese condivide un’analoga, distruttiva passione per quella “divina creatura”. Indimenticabile il nudo integrale di Laura Antonelli, 34 anni, nella posa alla Paolina Borghese resa immortale da Antonio Canova.

La tragedia di un uomo ridicolo [id.], Bernardo Bertolucci, 1981 [filmTv137] – 7

Una prima mezzora strepitosa, una parte centrale confusa e un finale slabbrato, onirico, irrisolto da segni ambigui e contraddittori. Gli anni Settanta sono finiti, gli Ottanta sembrano un buco nero destinato a inghiottire tante speranze: non proprio un’Italia da rimpiangere. Quanto ai dubbi di Bertolucci, rispetto alla versione presentata al festival di Cannes, montò un finale diverso e aggiunse la voce narrante.

Un gigantesco Tognazzi dà forma a Primo Spaggiari, ex partigiano, mungitore di vacche e sognatore di vascelli, industriale che si è fatto da solo e che vede il lavoro di tutta una vita messo a rischio dal rapimento del figlio Giovanni (Riccardo, non ancora Ricky, Tognazzi). L’ombra del terrorismo avvolge il prete operaio, Victor Cavallo; difficile credere fino in fondo all’ombrosa fidanzata del figlio, Laura Morante (senza reggiseno); la polizia sospetta sia stato il giovane, in odio al padre, a inscenare il rapimento d’accordo con i rapitori; ma la moglie francese dell’industriale, Anouk Aimée, non avrebbe remore nel pagare qualsiasi cifra pur di riabbracciare il figlio adorato… L’ambiguità è in tutti, ovunque. Conflitto politico e/o conflitto generazionale. Il figlio da salvare è Giovanni o è il caseificio, con tutto quello che rappresenta?

Nel cast anche Vittorio Caprioli e Renato Salvatori; fotografia di Carlo Di Palma (indimenticabili le nebbiose colline parmensi, le vedute del castello di Torrechiara), musiche di Ennio Morricone.

Assistiamo alla messa in scena del conflitto fra sfera pubblica e sfera privata. Ogni sistema di valori sembra esploso, ogni indizio si lascia interpretare in modi opposti (tanto vale chiedere lumi a una chiromante). Primo assiste da lontano al rapimento. Quando arriva alla conclusione che Giovanni sia stato ucciso, medita di dirottare i soldi del riscatto per salvare l’azienda dal fallimento.

Era mio padre [Road to Perdition], Sam Mendes, 2002 [filmTv135] – 8

Fa piacere vedere un ottimo film tratto da una storia a fumetti (Max Allan Collins). Poi, è l’ultima apparizione di Paul Newman. E qui si chiude la carriera di Conrad Hall, sollevando il terzo Oscar per la migliore fotografia.

Ottimo gangster movie, grazie a Tom Hanks, Daniel Craig e Jude Law (senza dimenticare Ciarán Hinds, Jennifer Jason Leigh e Stanley Tucci), vede il ritorno alla regia di Mendes dopo il trionfo di American Beauty. Alcune scene d’azione sono splendide, ma è evidente come il principale interesse di Mendes punti sull’evoluzione dei legami di sangue. Affinità e divergenze fra la famiglia naturale e la famiglia mafiosa…

Mike Sullivan (Hanks, nel suo ruolo più cupo) lavora per John Rooney (Newman), che è una specie di nonno per i due figli di Mike; ma il boss ha un figlio, Connor (Craig), seppure meno amato e apprezzato di quanto non sia Mike. Inevitabile che fra Connor e Mike serpeggi una tensione destinata a esplodere. Il boss non è certo contento della sorte della famiglia Sullivan, ma Connor è pur sempre sangue del suo sangue (resta tale anche quando scopre che lo deruba).

Mosso dalla curiosità di sapere che lavoro fa il padre, il tredicenne Michael assiste al massacro di ex alleati dei Connor, viene scoperto e si trova stretto all’indissolubile patto omertoso. Suo padre – che avrebbe voluto dargli una vita diversa – si trova costretto a lottare per la sopravvivenza, avendo alle costole Maguire (Law), un killer sadico che prova piacere davanti alle agonie.

Non ci potrà essere pietà, il mitra si surriscalda, Mike Sullivan protegge il figlio alzando il livello dello scontro fino a coinvolgere Al Capone. Braccato da una belva spietata, sarà costretto a incrociarla, in un finale catartico.

Tutto avviene in sei settimane, la voce fuori campo (è l’adolescente a parlare) apre e chiude il racconto dei fatti, e arriva a dirci di aver compreso chi fosse suo padre.

Sul lago dorato [On Golden Pond], Mark Rydell, 1981 [filmTv136] – 7

Ultimo film di Henry Fonda (76 anni), l’unico per cui abbia vinto l’Oscar (è anche il solo in cui abbia recitato insieme a sua figlia Jane). Quanto a Katharine Hepburn (74), con questo film conquistò il quarto Oscar come migliore attrice protagonista, primato rimasto ineguagliato.

Solo la Nominations, invece, per il direttore della fotografia, l’inglese Billy Williams, che il massimo premio lo conquisterà quattro anni dopo, con Gandhi. Ma di questo film crepuscolare – visto al cinema 37 anni fa – la cosa che ricordavo meglio era proprio la strepitosa fotografia, ottenuta in quella specie di paradiso naturale chiamato Squam Lake, comune di Holderness, contea di Grafton, New Hampshire.

Come ogni anno, Norman ed Ethel passano le vacanze estive nella loro casetta sulle rive del lago. Vivono insieme da mezzo secolo. Norman sta per compiere ottant’anni, e non sa fare i conti con la vecchiaia; Ethel vorrebbe farlo riconciliare con la figlia Chelsea, ma sarà l’intrusione di un bambino di 13 anni, figlio del primo matrimonio del nuovo compagno di Chelsea, a produrre la reazione chimica per il lieto fine.

Fu un clamoroso, imprevisto successo al botteghino. Nessuno immaginava che due attori così anziani potessero suscitare tanto interesse. Come qualcuno ha scritto, Fonda e la Hepburn sono innanzitutto un monumento a sé stessi. E a Jane Fonda (44 anni) viene consentito di esibire un fisico scolpito dall’aerobica (suoi i VHS più venduti della storia, le “lezioni di aerobica” vantano più di 17 milioni di copie).

Il pregio del film sta nel tono del racconto, mai troppo duro e mai troppo edulcorato. Ci si commuove, le incomprensioni tra padri e figli sono dolorose, la malattia e la morte incombono, ma certo cinema hollywoodiano sa come imbastire storie edificanti, di “redenzione”. È consolante pensare che i cambiamenti psicologici migliorino le persone. E che non sia mai troppo tardi.

Salutando #BernardoBertolucci, stasera in tv

Che film di Bertolucci avrei voglia di rivedere, stasera?

È questa la domanda che mi sono posto alla dolorosa notizia della scomparsa di uno degli ultimi geni del cinema italiano.

È probabile che qualche rete televisiva cambierà programmazione, puntando sull’emozione per questa scomparsa. Può darsi mi lasci convincere da questo improvviso cambio di palinsesto.

Ma se devo fare con quello che ho in casa, per rispondere alla domanda, devo innanzitutto richiamare alla memoria i film diretti da Bertolucci, almeno quelli che ricordo meglio (e il ricordare meglio non sempre coincide con un giudizio di valore). Dunque:

Novecento, Io ballo da sola, Ultimo tango a Parigi, Il conformista, The Dreamers, Strategia del ragno, Ultimo Imperatore, Prima della rivoluzione, La tragedia di un uomo ridicolo, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha.

Ho poi verificato di aver dimenticato L’assedio… E, in ordine cronologico, ecco quali suoi film non ho mai visto: La commare secca, Partner, La luna, Io e te.

La scelta familiare, per vari motivi, è caduta su La tragedia di un uomo ridicolo. Ad altri, suggerisco Il conformista: un capolavoro girato a 29 anni.

Il conformista, 1970

Restaurato dalla Cineteca di Bologna, pochi anni fa ho scoperto questo film del 1970, restandone ammaliato sul piano formale, e affaticato sul piano della narrazione.

“Voglio essere normale, sposarmi una donna banale e frivola, che mi dia una casa borghese, dei figli, voglio sentirmi come gli altri, fare quello che fanno gli altri”, dice il protagonista all’amico cieco. Leggi il resto dell’articolo

#Garbo – Margherita Gauthier [Camille], George Cukor, 1936 [filmTv134] – 7

La signora delle camelie. La Traviata. Il Romanticismo al suo apice melodrammatico, con “il mal sottile” che si porta via la sventurata quando sta per coronare il suo sogno d’amore. È una delle trame più rappresentate al mondo, dalla pubblicazione del romanzo – La Dame aux camélias – di Alexandre Dumas figlio, avvenuta nel 1848 (nella prima didascalia del film sta scritto: Parigi 1847).

Tre gli sceneggiatori impegnati, fra cui due donne: Zoë Akins, Frances Marion e James Hilton. Due fenomeni a dirigere la fotografia: il fidatissimo William Daniels e l’espressionista Karl Freund; montaggio di Margaret Booth, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Adrian.

Greta Garbo è Margherita Gauthier e Robert Taylor è Armando Duval; il ruolo di Duval padre è affidato a Lionel Barrymore, il barone di Valville ha l’aria tronfia di Henry Daniell, la fedele Nannina è Jessie Ralph, Laura Hope Crews è la perfida e pettegola Prudence.

Con Anna Karenina, la Garbo aveva chiuso il suo contratto con MGM. Lo rinnovò a cifre a cui nessun’altra poteva ambire: 500.000 dollari per due film. Definiti i soggetti (Maria Walewska e Camille), la Garbo manteneva il diritto di ultima parola sul regista e l’attore protagonista. Partì per la Svezia, dove soggiornò lungamente, anche perché cadde malata e MGM fu costretta a rinviare l’inizio delle riprese. Pare che Thalberg, “il giovane genio” della MGM, avesse offerto a Cukor la scelta fra il soggetto di Dumas e quello di Maria Walewska, e il regista avesse scelto in fretta, evitando di aver a che fare con Napoleone Bonaparte.

Prodotto con un budget di 1,5 milioni dollari, il film fu girato dal 29 luglio al 27 ottobre 1936. Ogni settimana successiva alla dodicesima, la Garbo sarebbe stata pagata 10.000 dollari… Durante le riprese, in settembre, morì Irving Thalberg, a 37 anni, in seguito a un attacco cardiaco. Alla prima californiana (12 dicembre 1936, Plaza Theater di Palm Canyon Drive), Greta Garbo fece una delle sue rarissime apparizioni in pubblico. La pellicola ebbe un grande successo (oltre 3 milioni di dollari).

“Fra le graziose creature che vivevano nelle sabbie mobili della popolarità, Margherita Gauthier ravvivava la sua arguzia con lo champagne e, talvolta, i suoi occhi con le lacrime”. È la cortigiana più bella di Parigi, al suo passaggio gli uomini si fermano a guardarla. Ha una passione per i fiori e in particolare per le camelie, vive nel lusso, mantiene un alto tenore di vita, senza preoccuparsi del futuro. Uomini ricchi se la disputano e la “proteggono”…

È vedendo questo film, che sono arrivato alla conclusione di preferire la Garbo del muto a quella del sonoro. La trovo più vitale, più sorprendente, persino più moderna rispetto a quella, bellissima e smaltata, afflitta e sognante, dei più stilizzati film degli anni Trenta.

Margherita Gauthier è la sintesi di tutte le eroine tragiche che Greta Garbo fu costretta ad impersonare. La sua recitazione è misurata, senza manierismi, delinea la figura di una donna dilaniata tra bisogni materiali e sentimenti, calcoli e slanci passionali.

Ispirandosi a un personaggio realmente esistito – Marie Duplessis, la cortigiana più famosa della Parigi di Luigi Filippo – Dumas scrive che Margherita portava sempre con sé un mazzo di camelie, che per 25 giorni al mese erano bianche e per i restanti 5 giorni rosse (il bianco simboleggiava la sua disponibilità per i clienti). «Il narratore non era a conoscenza della morte di Margherita perché tanto più la vita di queste donne incuriosisce e fa rumore, tanto più la loro morte passa inosservata».