The Paperhanger’s Helper (id.), Ward Hayes, 1925 – 6

Conosciuto anche come Stick Around, prodotto da Billy West per la Cumberland Productions, questo cortometraggio uscì nelle sale il primo marzo 1925; Oliver Hardy vi recita senza Stan Laurel, la sua spalla è Bobby Ray (piccolo e magro, pallida somiglianza con Stan), ma già si sta caratterizzando nel ruolo del grassone sbruffone e combinaguai.

Due arredatori vengono chiamati in un manicomio per sistemare la carta da parati. Ollie è il gran capo, pigro e gradasso, il piccolo Billy Ray è l’helper, l’aiutante, a cui tocca trasportare tutti i pesi, i secchi della colla, decine di rotoli di carta.

Dalla valigia, l’aiutante estrae una quantità di oggetti le cui dimensioni contraddicono ogni legge della fisica. Mentre il capo sonnecchia, l’aiutante comincia ad attaccare la carta alle pareti, ma schizza colla ovunque, sporca e imbratta. Alcuni pazienti del manicomio interrompono e complicano le cose. Entra in scena una vezzosa infermiera, Nurse Zenia Zane (Hazel Newman) e Ollie non può evitare di fare il galante, ma lei ha messo gli occhi sull’aiutante. Gli sorride, lo avvicina, lo bacia appassionatamente… Quello sviene… Stupito da tanta intraprendenza, Ollie ricomincia a corteggiare la nurse, e lei gli rifila uno schiaffone.

Mentre Ollie sorveglia il lavoro, sonnecchiando, l’aiutante ricomincia la sua guerra personale con i rotoli di carta e la colla. Appende larghe strisce di carta sulle persone, anziché sui muri, eccitando la pazzia dei malati e degli inservienti, finché il direttore del manicomio – completamente imbrattato – decide di cacciare quei due disgraziati.

L&H 22, segue

Annunci

Il domani tra di noi [The Mountain Between Us] – Hany Abu-Assad, 2017 [filmTv30] – 6

Attori eccezionali – Kate Winslet e Idris Elba –, ma risultato inferiore alle aspettative. Adattando un romanzo di Charles Martin (The Mountain Between Us, 2011), ecco una delle trame che ciclicamente, con minime variazioni, torna in auge: un uomo e una donna che non si conoscono, devono accantonare la vita precedente e fare l’impossibile per sopravvivere insieme, in seguito a qualche catastrofe. In questo caso, il pilota ha avuto un ictus e un piccolo aereo è precipitato sulla cima innevata di una montagna: Alex e Ben si erano divisi la spesa di un volo privato, il loro volo di linea era stato cancellato.

Entrambi volevano assolutamente arrivare a Denver, la mattina dopo lui deve compiere una delicata operazione chirurgica su un bambino, lei fa la fotografa e sta per sposarsi. C’è una quarta figura, oltre Ben, Alex e il pilota: il Labrador del pilota, un cane dall’intelligenza impressionante. Alex resta ferita a una gamba, Ben può curarla alla bell’e meglio. Nessuno verrà a soccorrerli, la montagna non fa prigionieri, è lei a enunciare la cosiddetta “regola del 3”: si può resistere 3 settimane senza cibo, 3 giorni senza acqua, 3 minuti senza aria.

Faticosamente, dolorosamente, scendono dalla vetta, sopravvivere è al limite del possibile. Passano dall’antipatia alla speranza, dalla disperazione all’attrazione, fino alla scoperta di un sentimento reciproco. Non possono sapere se quel sentimento derivi dalla paura della morte o reggerà anche al ritorno nella civilità.

Regista palestinese, naturalizzato olandese, Hany Abu-Assad ha firmato Paradise Now e altri film apprezzati dalla critica. Qui mostra di saper girare scene emozionanti (alcune a oltre tremila metri, in Canada; fotografia di Mandy Walker), ma la sceneggiatura zoppica, è prevedibile, non riesce a mettere a fuoco il vero dilemma esistenziale: cosa succede al cuore di un essere umano, costretto ad adattarsi a condizioni di vita estreme?

Allegri gemelli (Our Relations), Harry Lachman, 1936 – 7

Tratto dal racconto The Money Box (di W.W. Jacobs), primo dei due film coprodotti da Stan Laurel con Hal Roach, è l’unico lungometraggio della coppia in cui Stan e Ollie si sdoppiano. Avevano già recitato due ruoli ne I monelli (Brats, 1930) e Anniversario di nozze (Twice Two, 1933), in questo caso interpretano due coppie di gemelli. Oltre al solito James Finnlayson, che truffa i due marinai e innesca una delle sottotrame di ricatto e vendetta, ci sono Alan Hale (Robèrt, il cameriere), Sidney Toler (il capitano della nave), Daphne Pollard e Betty Healy (le signore Hardy e Laurel), Lona Andre e Iris Adrain (Lily e Alice). La mia versione è quella doppiata da Enzo Garinei e Giorgio Ariani.

Stan e Ollie sono sposati, stanno prendendo il tè con le loro mogli, quando arriva il postino e consegna una lettera: è della madre di Ollie, che deve mettere gli occhiali per leggerla, ma Stan riesce a distruggerli. Nella lettera sta scritto che Alf e Bert, gemelli di Stan e Ollie, sono stati impiccati. Le vite rispettabili di Stan e Ollie sono a rischio: le mogli non sanno di questi gemelli ai margini della società e della legge.

In realtà, Alf e Bert non sono affatto morti (impiccati andava letto imbarcati). Il comandante della nave ha affidato loro un compito: recuperare un pacchetto e consegnarglielo. Ma Alf e Bert, intanto, si sono fatti ingannare da Finnlayson, che gli ha promesso di renderli ricchi se gli affidano i soldi (è presto chiaro che i due marinai sono non meno pasticcioni della coppia borghese). Comincia una girandola di equivoci e scambi di persona, in cui Stan e Ollie incrociano le strade dei gemelli e vengono confusi con loro.

Il gioco degli scambi di persona viene fin troppo stiracchiato, in certi momenti la confusione si fa cacofonica, ma alcune gags sono esilaranti: nella cabina telefonica, stanno pigiati e incastrati con un ubriaco e la sua bottiglia di latte; poi fanno la corte alle giovani Lily e Alice sotto gli occhi di chi si crede sposato con loro; scarcerati grazie alle mogli di Stan e Ollie, Alf e Bert baciano appassionatamente la moglie sbagliata; infine, con i piedi piantati nel cemento dai gangsters, dondolano come omini del Subbuteo per non cadere in acqua.

L&H 21, segue

Sentieri selvaggi [The Searchers] – John Ford, 1956 [filmTv33] – 9

Preferisco un altro paio di film di Ford, ma quando si chiede alla memoria di indicarci un classico del western, questo è forse il primo titolo che si impone. Campi lunghi, piani americani e primi piani, sempre l’inquadratura giusta: al regista non servivano molti movimenti di macchina.

Sceneggiato da Frank S. Nugent, fotografia di Winton Hoch, colonna sonora di Max Steiner e Stan Jones, pochissimo cinema ha così esaltato il paesaggio. Con Ford, la Monument Valley diventa più di un personaggio, si eleva a tono del racconto, cornice dell’epica e della desolazione. In questo mondo abitato da nomi biblici (Ethan, Aaron, Mose, Martha), valori e comportamenti appaiono rimpiccioliti dall’ineluttabilità di queste pietre e di questa polvere rossa senza tempo. Famiglia, razza, amicizia, onore, malvagità, coraggio, opportunismo… ognuno di questi concetti esce ridimensionato dal contesto.

Tre anni dopo la fine della Guerra di Secessione, Ethan torna a casa (che Ethan sia John Wayne non dovrei neppure scriverlo). Era un sudista, dopo la sconfitta ha perso ben più della guerra, gli ci sono voluti anni per rivedere la sua famiglia. Ritrova il fratello, la cognata e i loro tre figli (Lucy, Debbie e Ben), nonché il figlio adottivo Martin, con un ottavo di sangue pellerossa. Un ottavo di troppo, vedendo gli sguardi di Nathan, uomo duro e angosciato, incattivito e implacabile, pieno di pregiudizi e pressoché privo di tenerezza.

Seguendo Ethan, per anni, Martin cercherà di ritrovare Debbie, la sorellina rapita dai feroci Comanches, dopo una scena d’orrore che il pubblico non vedrà e che Ethan vorrà risparmiare anche al giovane compagno.

Per com’è fatto Ethan, Debbie (Natalie Wood) non è più la sua nipotina, intende trovarla per ucciderla, e vendicarsi di chi l’ha traviata. Ma c’è spazio anche per barlumi di futuro: Martin ha spezzato il cuore di Laurie (Vera Miles), che lo aspetta a casa e si strugge per le sue rare, sconclusionate lettere.

È arrivato nostro figlio [100% cachemire] – Valérie Lemercier, 2013 [filmTv39] – 6

C’è un non-so-che, in certo cinema francese, che può spingere lo spettatore a conclusioni opposte: so di persone che lo trovano indisponente, mentre io continuo a trovarvi un tipo di leggerezza – evanescente, spumeggiante – che me lo rende attraente, anche quando i difetti risultano palesi.

Oltre che regista, Valérie Lemercier è la protagonista di questa commedia familiare, e Gilles Lellouche (faccia da francese come poche altre) è suo marito. Felicemente sposati (ma non si negano l’appagamento sessuale con i rispettivi amanti), Aleksandra e Cyrille vivono a Parigi in un magnifico appartamento sulla Senna, frequentano ambienti chic, lei è capo redattore del magazine Elle, non si perde una sfilata e veste di conseguenza… Possiedono tutto ciò che desiderano, tranne un figlio.

Ci hanno provato, ma vari tentativi di gravidanza falliscono. Decidono di usare certe aderenze per sveltire le burocrazie dell’adozione internazionale. E così, dalla Russia con pochissimo amore, arriva Aleksei, sette anni, sempre imbronciato e con taglio di capelli da Kgb, decisamente diverso dal bambino che aspettavano.

Gestire Aleksei e farsi amare da lui, sono obiettivi a cui Aleksandra e Cyrille non si sottraggono, ma la buona volontà non basta. Dall’impreparazione dei nuovi genitori – ovviamente non parlano il russo – scaturiscono situazioni divertenti, mentre continua ad aleggiare il dubbio che sia avvenuto uno scambio di bambini… Alcune sottotrame promettono bene (i due amanti dei protagonisti sembravano offrire spunti interessanti), ma vengono lasciate cadere. E quando Aleksandra, esaurita ogni energia, inganna il marito sulla sorte di Aleksei, è lecito temere un rovinoso deragliamento.

Per fortuna, un abile colpo di coda che, unito a una certa amarezza sui buoni sentimenti, riporta il tono del racconto all’interno di canoni rassicuranti. Almeno il bambino mostra di avere le idee chiare.

I due legionari, James Horne, 1931

È il secondo film di Laurel e Hardy che oltrepassa la canonica durata del cortometraggio, senza arrivare ai 40 minuti.

Hal Roach fu anche lo scopritore di Jean Harlow; intervistato da Giancarlo Governi, ricorda come, senza nemmeno apparire, la blonde bomb fosse al centro di questa pellicola, parodia di Beau Geste (1926, di Herbert Brenon) e dei film sulla Legione Straniera (come Marocco: 1930, con Marlene Dietrich e Gary Cooper). Due anni prima, Jean Harlow era apparsa in tre corti di L&H: Libertà, Agli ordini di sua altezza e Squadra sequestri.

Ollio è innamorato. Perdutamente. Tutto compiaciuto, l’ha appena rivelato a Stan, che il postino consegna una lettera profumata. Lei gli scrive di amare un altro; “Ps”, non vuole più rivederlo. Che significa “Ps”, chiede Ollie a Stan: “Povero stupìdo”, è la risposta. Con il cuore spezzato, Ollie straccia la foto con dedica, il pubblico vede che si tratta di Jean Harlow. Ma non è sufficiente. “Andiamo dove potremo dimenticare”, ordina Ollie. “Ma io non ho niente da dimenticare”, prova a ribattere l’amico.

La scena successiva è nel piazzale di un’assolata caserma, in mezzo al deserto. Arrivano una ventina di reclute. Il comandante della guarnigione – Charles B. Middleton: baffetti e sguardo spiritato – ha presto chiaro che a un paio di loro andrà spiegato cosa sia la Legione Straniera. Leggi il resto dell’articolo

Due teste senza cervello, Giancarlo Governi

Già artefice di Supergulp, fumetti in tv, e Il Pianeta Totò, Governi confezionò 12 puntate, trasmesse in prima serata su Raiuno, per raccontare la vita e le opere di Stan Laurel e Oliver Hardy. Questo cofanetto contiene anche la ristampa del libro che lo stesso autore pubblicò nel 1985 per la Nuova Eri-Rai.

La prima qualità del documentario – a cui collaborò Alberto Orsi – sta nel recuperare preziosi materiali di repertorio, interviste al primo biografo della coppia, John McCabe, al produttore indipendente Hal Roach, al musicista Marvin Hatley, agli storici del cinema William K. Everson e Richard W. Bann. In un’intervista televisiva dei primi anni Cinquanta, Leo McCarey rivendicò l’intuizione di averli convinti a recitare insieme.

Ci sono rare immagini dell’arrivo negli Stati Uniti di Stanley Jefferson (questo il vero nome di Laurel) insieme a Chaplin, nel 1910; poco più che ventenni, avevano condiviso la cabina durante la traversata (Chaplin riprenderà questa esperienza in L’emigrante). Molto belle le immagini del 1932, quando Laurel rientrò in patria dopo vent’anni, insieme a Hardy, e rivide il padre.

In Duck Soup c’è la prima apparizione di Stan in abiti femminili; rifaranno la stessa trama tre anni dopo in Another Fine Mess. Osservando la frequenza dei travestimenti, si nota come sia stato molto più spesso Stan a indossare vestiti femminili; Ollie non amava farlo, anche perché lo costringeva a tagliarsi i baffetti di cui andava tanto fiero. Leggi il resto dell’articolo

Uno, due, tre! [One, Two, Three] – Billy Wilder, 1961 [filmTv36] – 8

Tratto da una pièce teatrale di Ferenc Molnár (quello de I ragazzi della via Pal), a interpretare il protagonista Wilder volle James Cagney, il più duro dei gangster degli “anni ruggenti”.

Costui è C.R. McNamara, dinamico capo dello stabilimento della Coca-Cola a Berlino. Aveva altre ambizioni (la sede di Londra, per esempio), ma la sfortuna si è accanita su di lui e l’ha portato nella città più problematica dell’epoca, appena divisa dal Muro. Sposato con l’ironica Phyllis e nonostante un paio di figli, McNamara corteggia la formosa, bionda segretaria, Ingeborg; ha un autista, Fritz, e un segretario particolare, Schlemmer, non ancora usciti dall’acritica obbedienza al nazismo. Battere i tacchi è un’abitudine perversa.

Mentre si disimpegna in sfibranti trattative per piazzare la Coca-Cola a Est (questi tre russi lombrosiani sembrano usciti da Ninotchka, che Wilder aveva contribuito a scrivere, 23 anni prima), McNamara riceve una telefonata dalla sede centrale di Atlanta: Rossella (Pamela Tiffin), la figlia del megapresidente sta per atterrare a Berlino, è minorenne, qualcuno deve tenerla d’occhio. Grande occasione per fare bella figura con i superiori… Se non fosse che Rossella è svampita e trova il modo di sposarsi con Otto Piffl (Horst Bucholz), giovane e invasato comunista di Berlino Est. Peggio, la ragazza rimane incinta e i due progettano di andare a vivere a Mosca… Come rimediare a questo disastro e capovolgerlo a proprio vantaggio, destreggiandosi fra le opposte ideologie, sgusciando avanti e indietro dalla Porta di Brandeburgo e usando i burocrati russi e il decolleté di Ingeborg, darà forma al capolavoro di McNamara.

Cagney domina la scena con monologhi frenetici. Rocambolesco, con l’acceleratore sempre schiacciato a tavoletta e battute recitate a ritmo indiavolato, il film uscì al momento sbagliato, ma oggi appare come una satira così brillante, che non si riesce a immaginare chi altri potesse dirigerla.

Monuments Men [The Monuments Men] – George Clooney, 2014 [filmTv26] – 5

Scritto, diretto, prodotto e interpretato da Clooney, a cui piace tanto disseppellire pagine edificanti di storia patria, coinvolgendo i soliti noti: a Matt Damon e John Goodman, si aggiungono Bill Murray, Jean Dujardin, Bob Balaban, Hugh Bonneville (il capofamiglia di Downton Abbey) e Cate Blanchett. Il film rielabora gli avvenimenti descritti nell’omonimo libro di Robert M. Edsel.

Negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, Roosevelt si convinse a finanziare il programma Monuments, Fine Arts, and Archives. Obiettivo: evitare che i nazisti si impossessassero di inestimabili opere d’arte esposte nei Paesi occupati. Il film assembla americani, inglesi e francesi, cercando di attribuire a ogni personaggio una specifica motivazione di riscatto. Alcuni arriveranno a sacrificare la propria vita.

Ambientato in Normandia e a Parigi, a Gand e Bruges, ad Altaussee (Austria) e alle miniere di sale di Siegen (Germania), il film mi è parso freddo, poco emozionante. Poteva essere fertile la sottotrama che incrocia Damon e Blanchett: lei è un’esperta d’arte impiegata presso il Jeu de Paume, ed è riuscita a carpire informazioni sul luogo in cui le opere d’arte saranno trasportate, ma diffida di quell’americano, che a sua volta deve superare il dubbio che lei sia una collaborazionista. Quando la verità si fa strada, il militare comprende che molte opere d’arte sono state sottratte non solo ai musei, ma anche a famiglie ebree deportate nei campi di sterminio. A sua volta, lei teme che le opere, una volta ritrovate, non verranno restituite alla Francia.

C’è pure spazio per un conto alla rovescia: la guerra sta finendo, entro poche ore le truppe americane dovranno lasciare il posto a quelle sovietiche proprio dove sono accatastati una quantità di capolavori. Fra loro, la Madonna col Bambino, l’unica scultura di Michelangelo che si trovi all’estero: l’ho vista a Bruges, sotto vetro, la lucentezza di quel marmo.

Caccia spietata [Seraphim Falls] – David Von Ancken, 2006 [filmTv31] – 6

Interpretato da Liam Neeson e Pierce Brosnan, duellanti fino all’ultimo respiro, ecco un film di molte pretese e dal risultato appena sufficiente. Del cast fanno parte anche Anjelica Huston, Wes Studi e Angie Harmon, usati per poche scene e oserei dire sprecati, per le qualità che, con una diversa sceneggiatura, avrebbero potuto conferire.

Siamo nel 1868, la Guerra di Secessione è finita, ma le cicatrici sono profonde, le ingiustizie incurabili, un uomo ha perduto tutto e vive solo per procurarsi la vendetta verso colui che considera responsabile del suo dolore infinito. Il motivo per cui l’ex sudista Carver (Neeson), insieme a un gruppo di pistoleri prezzolati, dà la caccia all’ex nordista Gideon (Brosnan) verrà rivelato quasi alla fine, dopo una sequela di situazioni drammatiche, immersi in scenari magnifici, fra panorami nevosi e deserti infuocati. Prodotto da Mel Gibson (che ha coinvolto John Toll, Oscar per la Fotografia in Braveheart e l’anno prima per Vento di passioni), è un western pieno di sangue e scene cruente, dall’implicito messaggio pacifista.

Obiettivo del regista (qualcuno sa che fine abbia fatto?) è farci simpatizzare alternativamente per l’uno e per l’altro. Ognuno, infatti, mostra una propria dirittura morale, abbinata alla spietatezza dei comportamenti. In rari momenti, cacciatore e cacciato a volte sembrano distratti dalle situazioni e dalle genti con cui entrano in contatto, ma tutto congiura affinché si arrivi al solitario duello finale.

Stremati, feriti, disidratati, con un solo proiettile nell’unica pistola rimasta, i due sono al dunque. Il flashback che spiega l’atrocità da cui è scaturito tanto odio non fa che distogliere lo spettatore dalle colpe individuali e fargli credere che sia tutta colpa della guerra. E i due siano entrambi vittime.

Niagara [id.] – Henry Hathaway, 1953 [filmTv38] – 8

Quando vediamo le Marilyn di Andy Warhol, quelle famose serigrafie, è qui che nascono: dalle foto di Gene Korman scattate per promuovere il film.

Resterà l’unica occasione in cui la carica seduttrice di Marilyn si sprigiona con le oscure ombre della dark lady. Sembra incredibile che nessuno ci abbia provato di nuovo. Quando l’altra protagonista – a sua volta bellissima, Jean Peters – si sente chiedere dal marito perché non possiede vestiti come quello rosso che, aderendo alle curve della protagonista, sembra incendiare il giardino che sta fra i bungalows, lei risponde: “Ascolta, per indossare un vestito del genere devi iniziare a fare progetti quando hai tredici anni”.

Molly è sposata con Ray, che con tre anni di ritardo (motivi di lavoro…) l’ha finalmente portata a trascorrere la luna di miele alle cascate del Niagara. All’arrivo, il loro bungalow non è stato ancora liberato, vi alloggiano i Loomis – Rose (Marilyn) e George (Joseph Cotten) – ed è presto chiaro che il marito, reduce dalla Corea, vive ossessionato dalla gelosia. Involontaria testimone, presto Molly scopre che questo sentimento è pienamente giustificato: Rose ha un amante. Non può immaginare che i due amanti abbiano orchestrato un piano per assassinare George, né che lui riesca a cavarsela, e perda ogni scrupolo morale pur di vendicarsi della moglie.

Melodramma in Technicolor, con magnifici panorami sulle cascate e colori saturi (l’azzurro del cielo e delle acque, le gialle cerate per proteggersi dagli schizzi, gli abiti scollati), manca di introspezione psicologica: Rose e George sono pure tipizzazioni, e sull’altra coppia resteremo nel dubbio: come è riuscito il banalissimo Ray, ottuso impiegato modello, a sposare una donna come Molly?.

Il finale è stracolmo di fatalità, con quel battello rimasto senza benzina che viaggia verso le mortali cascate.

Codice: Swordfish [Swordfish] – Dominic Sena, 2001 [filmTv28] – 5

La prima scena illude, si apre un lungo flashback e il suo svolgimento appiattisce ogni spigolo di originalità.

Il miglior hacker del mondo (Hugh Jackman) è in libertà vigilata, con il divieto di utilizzare il computer e di avvicinarsi alla figlia Holly, affidata alla madre, alcolizzata e risposata con un ricco produttore di film porno. L’hacker soffre… Finché viene avvicinato dalla conturbante Ginger (Halle Berry), che gli offre un ricchissimo ingaggio, chiedendogli almeno di incontrare il suo capo, Gabriel (John Travolta), un tempo agente segreto e ora battitore libero desideroso di far fruttare le conoscenze acquisite. Del cast fanno parte anche Don Cheadle, Vinnie Jones e Drea de Matteo.

All’hacker, ovviamente, si chiede di fare una cosa illegale, ci sono in ballo un mucchio di soldi. Poi saltano fuori l’Fbi, una cellula segreta creata da J. Edgar Hoover, patrioti invasati, il doppio gioco della conturbante (bastano pochissimi frames del suo nudo frontale con occhiali scuri) e un senatore fascistoide (Sam Shepard) che farà una brutta fine.

L’hacker ha una sua morale, dunque va ricattato facendo leva su ciò che ha di più caro: la figlia verrà rapita, e lui si trova costretto a partecipare alla grande rapina che il perfido Gabriel non esita a far evolvere in strage (dell’esplosivo viene legato agli ostaggi). Fine del flashback.

Finale fragoroso e concitato, fra sparatorie, bombe, schegge, un elicottero che fa volare un pullman, finte esecuzioni, soldi che si spostano in un attimo ai quattro angoli del pianeta. L’hacker riuscirà a ottenere l’affidamento della figlia, mentre “i cattivi” verranno puniti. Anzi, no…Qualcuno riesce brillantemente a farsi credere morto.

Travolta gigioneggia così tanto che per questo film nel 2001 riceve la Nomination come peggior attore dell’anno, e nel 2009 i Razzie Awards lo includono fra le 5 peggiori interpretazioni del decennio.

Come rubare un milione di dollari e vivere felici [How to Steal a Million] – William Wyler, 1966 [filmTv34] – 7

Audrey Hepburn viene da My Fair Lady, Peter O’Toole è ancora immerso nelle atmosfere di Lawrence d’Arabia, Eli Wallach gira quasi in contemporanea per Sergio Leone, Hugh Griffith e Charles Boyer portano la memoria storica della Grande Hollywood dei kolossal (Ben-Hur e Exodus, Maria Walewska e I quattro cavalieri dell’Apocalisse). C’è talmente tanta classe in questa commedia, da restare un po’ delusi per il risultato finale.

Dieci anni dopo averla scoperta (Vacanze romane), Wyler ritrova la sua creatura prediletta in un’altra trama di sofisticata seduzione. E cerca di trasformare l’immagine di O’Toole, da avventuriero del deserto a ladro gentiluomo. Ne deriva una garbata commedia giallo-rosa, con due sex symbol dalla chimica discutibile.

Bisogna rubare un falso, affinché non si scopra che è falso (malauguratamente, il falsario ha firmato le carte del museo, e questo innesca le clausole del contratto assicurativo). A prestarsi a compire il furto con destrezza – autentico capolavoro, in un museo parigino che sperimenta forme di sorveglianza mai viste prima – sarà l’uomo che stava sulle tracce del falsario, ma è presto sedotto dall’eleganza inarrivabile della figlia. Per l’ennesima volta, Audrey è l’essenza dello charme, vestita Givenchy, ça va sans dire, come in Sabrina, Cenerentola a Parigi, Colazione da Tiffany e Sciarada.

Il pubblico tiferà per i ladri contro le guardie, contento per la “sorpresa” del prefinale, quando il ladro svelerà il suo vero volto e potrà così convolare a nozze politicamente corrette con l’unica figlia del grande falsario. Nessuna punizione per il truffatore, è pur sempre un artista, non sia mai che ci resti un velo di tristezza… Piuttosto, è piacevole vedere che il ricchissimo, rozzo self made man verrà brillantemente imbrogliato.

Memorabili le scene in cui O’Toole e Audrey stanno rinchiusi nel sottoscala del museo: stretti stretti, in un’intimità che forse non proveranno nemmeno da sposati.