Ruba al prossimo tuo… [A Fine Pair], Francesco Maselli, 1968 – 3

A trent’anni, qui, Claudia Cardinale era una delle donne più belle e seducenti del mondo occidentale. Appurato questo, credetemi, non c’è un motivo sufficiente per rivalutare un film così clamorosamente deragliato.

Se penso a “Citto” Maselli, alla sua filmografia e al suo appassionato impegno politico, e lo associo all’anno 1968, non riesco a credere abbia firmato una commedia così sconclusionata, stracolma di primi piani di Claudia sempre ridente, scosciata o sotto la doccia, o in biancheria intima mentre seduce Rock Hudson.

Esmeralda discende da una famiglia di integerrimi funzionari di polizia: arriva negli Stati Uniti – dice lei – per restituire dei gioielli rubati… Da anni non rivede Mike, celebre detective statunitense, sposato ma ovviamente destinato a perdere la testa per questa donna. Insieme, vanno in Austria nella villa dei ricconi che hanno subito il furto, allo scopo di rimetterli nella cassaforte (un’idea del detective). Mentre compiono questa specie di rapina alla rovescia e il poliziotto sistema la refurtiva, la ladra ne approfitta per rubare altri gioielli. Fugge a Roma. La raggiunge Mike, che ha ormai deciso di divorziare e di Esmeralda ama proprio il lato “illegale”: il poliziotto puritano appare travolto dalla passione per la splendida italiana, fino a capovolgere il proprio stile di vita.

Prodotto da Franco Cristaldi, all’epoca marito di Claudia, si avvale di un cast tecnico di alto livello, fra cui spiccano Alfio Contini (fotografia patinata) ed Ennio Morricone (musiche ridondanti), fa una comparsata pure Tomas Milian. Ma il risultato è imbarazzante: le truffe non emozionano, la coppia di protagonisti appare ripetitiva all’ennesima potenza, i dialoghi collassano in battute stantie. Se l’intenzione era quella di attaccare un certo conformismo alto-borghese, non riesce mai a centrare l’obiettivo.

prossimamente… Vincitori e vinti, La caduta degli dei, L’ultima spiaggia…

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La camera verde [La chambre verte], François Truffaut, 1978 [filmTv69] – 7

La Grande Guerra è finita da pochi anni, lasciando traumi profondi. Per le strade, reduci in carrozzina e con le stampelle. Altre morti hanno segnato l’esistenza di chi è sopravvissuto, come Julien Davenne, che prova un inestinguibile senso di colpa per essere tornato a casa senza una ferita, e lavora come redattore in un giornale di provincia, dove si è specializzato in annunci funebri.

Vedovo della splendida Julie, il reduce ha riservato una camera della sua casa al culto della morta. Durante un temporale, nella camera si sviluppa un incendio, Davenne riesce a salvare alcuni ritratti e oggetti appartenuti alla moglie, ma si convince di dover fare di più: scopre una cappella abbandonata, nel cimitero in cui Julie è sepolta, la restaura e la consacra a tutti i “suoi morti”, tutte le persone che hanno contato nella sua vita: fa eccezione Massigny, l’amico del cuore, da cui si sentì tradito. Incapace di pensare al futuro, Julien non riesce a perdonare l’amico risposato, dopo la perdita della prima moglie.

“A un certo punto della vita si conoscono più morti che vivi”… Il suo progetto, Julien sente di poterlo condividere con Cécilia, ritrovata dopo molti anni in una casa d’aste. In realtà, Cécilia vorrebbe coltivare un sentimento diverso, ma Julien è impenetrabile. Il dramma esplode quando si scopre che Cécilia ha amato Massigny, e chiede di poterlo onorare in quella specie di santuario; Davenne rifiuta, Cécilia lo abbandona, l’uomo crolla…

Per la seconda volta, dopo Il ragazzo selvaggio, Truffaut decide di recitare in un suo film: insieme a Jean Gruault, costruisce la sceneggiatura a partire da tre racconti di Henry James, affida la fotografia a Néstor Almendros e la scenografia a Jean-Pierre Kohut-Svelko. Sceglie Nathalie Baye per il ruolo di Cécilia e Jean Dasté per il caporedattore; Dasté era il protagonista dei due film di Jean Vigo e aveva recitato ne La grande illusione.

La figlia di Ryan [Ryan’s Daughter], David Lean, 1970 [filmTv66] – 9

Amo svisceratamente questo film, l’andatura da kolossal, le tre ore solenni in cui sei trasportato sulla ventosa costa occidentale dell’Irlanda. Non ne conosco altri in cui l’Oscar alla Fotografia (Freddie Young) sia altrettanto giustificato, ma è strepitoso anche John Mills, che senza dire una parola alza la statuetta per il miglior attore non protagonista, e meritano un cenno la sceneggiatura del grande Robert Bolt (doppio Oscar per Il dottor Živago e Un uomo per tutte le stagioni), e le musiche di Maurice Jarre (triplo Oscar per i film con Lean).

Quanto a David Lean, è il genio che sbocciò con Breve incontro (1945) e nei successivi quarant’anni ha diretto solo una dozzina di pellicole. Come d’abitudine, immerge il suo melodramma privato nella grande storia collettiva: la Prima guerra mondiale intrecciata alla lotta per l’indipendenza irlandese.

Un’aura di perfezione avvolge il vertice del cast: Sarah Miles (Rosy Ryan), Robert Mitchum (il maestro), Trevor Howard (padre Collins), Christopher Jones (il maggiore inglese), John Mills (lo scemo del villaggio) e Leo McKern (Ryan, il padrone del pub).

Mitchum interpreta un ruolo atipico, tenero e mesto, il vedovo di cui si innamora la giovanissima Rosy, che su di lui proietta i suoi sogni. Ma la vita matrimoniale non sarà quella che Rosy si aspettava (nemmeno la prima notte di nozze risulta all’altezza delle aspettative). L’amore romantico, struggente e disperato, lo proverà verso un ufficiale inglese (truppe di occupazione: doppio tradimento…), ancora traumatizzato dalla trincea.

È Bolt a riferire che l’idea di partenza era Madame Bovary, l’infelicità di una donna in un ambiente angusto e grettamente moralista. L’infelicità si scarica in infedeltà, il pubblico si chiede come reagirà il marito, che non può essere tanto stupido da non capire. E come reagiranno i bigottissimi abitanti di una penisola di stordente, violenta bellezza.

Un cappello pieno di pioggia [A Hatful of Rain], Fred Zinnemann, 1957 [filmTv65] – 8

Reduce dalla guerra di Corea, ferito e costretto a una lunga, dolorosa degenza, Johnny (Don Murray) ha sposato Celia (Eva Marie Saint) ed è in attesa di un figlio, ma nasconde alla moglie la sua dipendenza dalla droga, che l’ha portato a indebitarsi rovinosamente con uno spacciatore (Henry Silva); la verità è nota solo al fratello Polo (Anthony Franciosa), che pur di aiutare il fratello sacrifica tutti i suoi risparmi. Da sempre innamorato di Celia (ormai convinta che il marito la tradisca), Polo ha un pessimo rapporto con il padre (Lloyd Nolan), il cui arrivo in città fa esplodere il dramma.

Impera l’Actor’s Studio, il Metodo Stanislavski fa sì che la sindrome di astinenza venga recitata in modo realistico. Ad apparire forzata, enfatica, spesso sopra le righe, è l’insieme della recitazione, soprattutto nelle scene claustrofobiche dentro il modesto appartamento che Johnny e Celia dividono con Polo.

Come Sinatra ne «L’uomo dal braccio d’oro», la dipendenza dall’eroina viene fatta risalire al trauma della guerra in Corea, e questo Johnny suscita compassione nello spettatore, per i dolori da cui è squassato e per la vergogna che lo spinge a cadere sempre più in basso pur di nascondere la verità alla moglie e al padre. Johnny e Polo sono cresciuti senza una famiglia, le carenze affettive risalgono alla morte della madre e a un padre duro e anaffettivo, incapace di mostrare la minima empatia, venuto a New York per chiedere un aiuto finanziario.

Ecco, i soldi: Johnny ne ha un disperato bisogno, lo spacciatore gli ha lasciato una pistola con la quale può procurarseli, ma non ha il coraggio o l’energia per farlo… Melodramma potentissimo, immerso in una New York raramente mostrata così grigia, sporca e disperata: dall’omonimo spettacolo teatrale di Michael Gazzo, alla sceneggiatura collabora Carl Foreman, le musiche sono di Bernard Herrmann, il preferito di Hitchcock.

Anime ferite [Till the End of Time], Edward Dmytryk 1946 [filmTv64], 7

Robert Mitchum sta sulla copertina del dvd, ma è il terzo nome nei titoli di testa e sta lungamente ai margini delle vicende affidate alla coppia di protagonisti, Pat e Cliff.
Lei è Dorothy McGuire, e ogni volta che la rivedo mi è impossibile non pensarla, muta e indifesa, sulla «Scala a chiocciola». Lui non lo conoscevo, si chiama Guy Madison, somiglia al giovane Belmondo e un po’ a James Dean, biondo e fotogenico ma con un’espressività minima, nelle scene accanto a Mitchum la differenza è imbarazzante.

Ambientata nella California meridionale, la trama ruota intorno alle difficoltà di reinserimento nella vita familiare, sociale e lavorativa, di tre reduci della Seconda guerra mondiale. Uno di loro si innamora di una giovane vedova, il marito ucciso in un combattimento aereo. Dovrà superare un moralismo egoista e l’accidia di chi si sente a credito, per conquistarla.

La normalità è un miraggio, la guerra ha lasciato “ferite” nel corpo – una placca di metallo nel cranio di Mitchum, le gambe amputate all’ex pugile, il soldato afflitto da continui tremori – e nell’anima: i tre reduci hanno vistosi sbalzi d’umore. Sono cicatrici tenute a bada con l’alcol e con un cameratismo che sopravvive anche senza l’uniforme. I genitori di Cliff non comprendono cosa si agiti dietro i silenzi del figlio adorato. “Non ho bisogno del tuo aiuto”, è la frase che riassume queste sindromi. Sullo sfondo, il proselitismo spregevole di un’associazione di reduci che non accetta cattolici, neri ed ebrei.

Dal romanzo «They Dream of Home» di Niven Busch. È un film molto simile al contemporaneo e premiatissimo «I migliori anni della nostra vita», di William Wyler. In un ruolo minore, compare il futuro regista Blake Edwards. E non manca un affettuoso omaggio a Roosevelt.

L’oltraggio [The Outrage], Martin Ritt, 1964 [filmTv62] – 5

Wikipedia liquida il film citando Mereghetti: «Newman, esagitato e truccato in modo ridicolo… Pretenzioso e inutile adattamento di Rashomon… Secondo – e peggiore – dei tre western pseudoesistenzialisti girati da Ritt». Valutazione tranciante, tanto più se si pensa al valore assoluto del cast: Paul Newman, Laurence Harvey, Claire Bloom, Edward G. Robinson e un giovane William Shatner, il prete che ha perso la fede, ancora lontano dalla nave stellare Enterprise.

Lo si potrebbe definire un remake di «Rashomon» in salsa western. Newman interpreta Juan Carrasco, un bandito messicano già accusato di una quantità di crimini, processato per lo stupro di una donna e l’omicidio del marito. Ma le testimonianze divergono e si contraddicono. Carrasco viene impiccato, ma i sensi di colpa gravano su chi ha tenuto per sé la verità dei fatti.

Un regolare duello? Un casuale suicidio? L’istigazione della moglie? È lei che ha ucciso? Mentre le versioni si accavallano, il primo punto dolente dell’edizione italiana si rivela essere il doppiaggio: è insopportabile sentire Newman che ciancia come un messicano da filmaccio anni Trenta, e la recitazione enfatica di Robinson, con le sue risate grasse e stridule, non fa che peggiorare la situazione.

Fin dalla pioggia battente e dall’aurora che si apre sulla nuova vita, Ritt ricalca Kurosawa, ma sbanda ripetutamente, alternando il dramma a momenti assurdamente comici. La rievocazione dei fatti avviene sotto la tettoia di una piccola stazione ferroviaria dispersa nel deserto. Piove, lampi incendiano l’orizzonte, l’acqua ritorna sotto forma di ruscello in cui si battono il bandito e il marito; ed è nell’acqua che si getta la donna dopo la morte del marito.

Ritt riscopre Claire Bloom, attrice di grande talento, già vista in «Luci della ribalta» e ne «Il maestro di Vigevano»; la richiamerà l’anno dopo per «La spia che venne dal freddo». Ho appena scoperto che è stata moglie di Philip Roth.

American Hustle [id.], David O. Russell, 2014 [filmTv61] – 9

Già al cinema mi era piaciuto molto. Mi venne da paragonarlo a «La Stangata», nettamente superiore alla trilogia degli Ocean’s. Raccolse 10 dieci candidature agli Oscar, senza alcuna statuetta: in stato di grazia gli attori principali (Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e Jeremy Renner), per una volta non inutile la comparsata di DeNiro; favolosa la colonna sonora d’epoca (Wings, ELO, Chicago, Steely Dan, Temptations, Bowie, Bee Gees, Tom Jones, Donna Summer, Elton John… E Duke Ellington).

Quelli sulle truffe finanziarie sono film giocosi: il sottogenere si presta alla commedia, alle apparenze ingannatrici, ma Russell sa sfuggire alle scorciatoie più abusate (montaggio frenetico, depistaggi presunti, casualità improbabili). Tutto si incastra alla perfezione, ogni filo narrativo viene sciolto al momento giusto.

L’ambiguità è ovunque, eppure ogni protagonista è mosso da una sincerità disarmante, che lo rende preda o predatore e viceversa, con continui capovolgimenti di campo. Il giudizio “morale” più negativo investe le forze che dovrebbero garantire legge-e-ordine: l’FBI si divide fra ambiziosi, pavidi e opportunisti.

Film in costume sui luccicosi anni Settanta, fra scollature e pailettes, bigodini e capelli laccati, il grottesco impazza fin dall’entrata in scena del truffatore, con il suo drammatico riporto. Tutti faranno il tifo per lui; insieme all’adorata Sydney costruisce una coppia perfetta, ma ha responsabilità familiari a cui non intende sottrarsi.

La truffa monta, sale di livello, sfugge al controllo, arriva a coinvolgere la mafia e alte personalità politiche. Quando il finto sceicco – un messicano – si sente rivolgere una domanda in arabo dal più improbabile conoscitore della lingua, la quantità degli inganni in atto si fa vertiginosa. Stordito, intenerito, avvinto, lo spettatore vorrebbe che il film non finisse.

Da qui all’eternità [From Here to Eternity], Fred Zinnemann, 1953 [filmTv59] – 7

13 nominations e 8 Oscar, non l’avevo mai visto, gli riconosco molte qualità e un apprezzabile antimilitarismo, ma – come spesso mi capita di pensare – mi sembra una di quelle pellicole invecchiate male.

Hawaii, 1941, una grande guarnigione USA: arriverà Pearl Harbour, ma i quattro quinti del film si svolgono prima dell’attacco giapponese.
Protagonisti, due soldati, Montgomery Clift e Frank Sinatra, un sergente, Burt Lancaster, la moglie del capitano, Deborah Kerr, e una giovane donna che si guadagna da vivere nei night-club, Donna Reed; ci sono anche Ernest Borgnine (sadico sergente) e Jack Warden (soldato incline ai compromessi), insomma il cast è di alto livello e la trama non lesina sapori forti: amore, odio, prepotenza, tradimento, speranze, lealtà, amicizia virile..

Clift farebbe carriera se solo accettasse di combattere sul ring, ma si mostra irremovibile, pagando un prezzo molto salato. Sinatra fa l’italoamericano giocoso e libertino, un’attitudine che lo porta a bere troppo e cacciarsi nei guai. Lancaster è un leader manipolatore, che mette gli occhi sull’affascinante, insoddisfatta moglie del suo capitano e quando se ne scopre innamorato, abbandona il machismo per un progetto di vita nuova (ma gli mancherà il coraggio). Fine peggiore toccherà a Sinatra e Clift, mentre il melò tracima dalla cornice bellica. Le due donne lasciano l’arcipelago in un finale che sa di destino cinico e baro.

La censura italiana impose il taglio della sequenza nel vicolo dietro al bordello, quando Clift vendica Sinatra, accoltellando Borgnine.

Miglior film e migliore regia, premi a Sinatra e Donna Reed, fotografia (bianco e nero) e montaggio, solo nominations per Clift (che Zinnemann impose alla produzione), Lancaster e Kerr. Questi ultimi sono protagonisti di una scena iconica, fra le più erotiche degli anni Cinquanta: in costume da bagno, avvinghiati e schiaffeggiati dall’onda dell’oceano.

Domenica, maledetta domenica [Sunday, bloody sunday], John Schlesinger, 1971 [filmTv56] – 8

Peter Finch e Glenda Jackson, più Murray Head: un “triangolo” amoroso, due uomini e una donna, ma la combinazione non è quella che ci si aspetta. Lo scandalo erompe, nonostante sia un film costruito per continua sottrazione, con un senso della misura che pochissimi avrebbero saputo mantenere, un’acuta caratterizzazione psicologica e un paio di attori fenomenali.

Bob è un artista in rampa di lancio, oggetto d’amore di Alex (Jackson), trentenne divorziata, e del quarantenne dottor Daniel (Finch). Con disinvoltura, insofferente al doppio ricatto affettivo, Bob ricambia e sfugge entrambi i sentimenti, consapevole del fatto che l’omosessualità in Inghilterra è ancora reato penale. Aggrovigliati cavi telefonici incrociano queste tre esistenze (all’epoca, i messaggi in segreteria telefonica venivano riferiti dall’operatore). Lungo i lati del triangolo, la quotidianità di Alex e Daniel, che sanno dell’esistenza dell’altro amante: cercano di tenere a bada la gelosia e il dolore, ma possono contare solo su brevi pause di abbandono.

Nessuna scorciatoia melodrammatica, i minuti finali sono di una terribile, soffice intensità, con il pranzo domenicale dell’uno, mentre l’altro aspetta di dargli il cambio, subito fuori dalla porta. Bob parte per l’America, lasciando gli amanti a spartirsi la tiepida familiarità di quelle maledette domeniche, immerse in una Londra grigiastra.

All’epoca, durante la scena del bacio tra i due uomini, ci fu chi si alzò e lasciò la sala: temo che sulla questione non vi fosse un gran differenza fra destra e sinistra… Ma quel che fa Schlesinger è mostrare il sentimento amoroso e l’attrazione sessuale senza distinguere l’omo dall’etero, identificando un bisogno d’amore, una febbre divorante, che fa accontentare delle briciole.

Ho appena scoperto che il bambino che sfregia le auto con la chiave è Daniel-Day Lewis.

La gente mormora [People Will Talk], Joseph L. Mankiewicz, 1951 [filmTv60] – 8

Un apprezzato ginecologo (Cary Grant), anticonformista e molto amato dai suoi pazienti, decide di sposare una giovane donna rimasta incinta (Jeanne Crain), che ha tentato il suicidio, mentre un collega invidioso fa leva sul suo oscuro passato per diffondere sospetti all’interno di una bigotta comunità accademica.

Il clima di delazione, la diffusione di calunnie e meschinità, rendono evidente l’allusione alla “caccia alle streghe” montata dal senatore McCarthy. Nel finale, apoteosi della libertà di coscienza, subito dopo aver smentito platealmente l’accusa di avere protetto un assassino, il medico indossa i panni del direttore d’orchestra che suona il «Gaudeamus igitur» di Brahms.

Maestro nell’alternare l’ironia al dramma attraverso dialoghi perfetti, Mankiewicz realizza un’opera sofisticata, che affronta tematiche coraggiose per l’epoca. Questo dottor Praetorius che si innamora di una donna incinta e che sacrificherebbe tutto pur di non tradire il giuramento fatto a un amico, è uno di quei ruoli che solo un gigante delle sfumature come Grant poteva reggere. Quando decide di proteggere la donna dalla dannazione sociale, non pensa ancora di sposarla (in seguito, lei cadrà nel panico, pensando di essere stata sposata per compassione). Il film contiene una delle più belle scene viste al cinema con i trenini elettrici, e il fedelissimo amico del dottore, a cui basta lo sguardo per rendere mansueti gli animali, somiglia a un Frankenstein invecchiato.

Funziona l’elegantissima coppia formata da Grant e Crain (già scelta da Mankiewicz per «Lettera a tre mogli»). Ma un ruolo fondamentale alla riuscita della pellicola va riconosciuto ai “cattivi”, Hume Cronyn nei panni del collega invidioso, e soprattutto Margaret Hamilton che, identica a sé stessa, interpreta Sarah Piggett, la zitella bisbetica e perbenista che denuncia Praetorius: dodici anni prima, aveva interpretato la Malvagia strega dell’Ovest ne «Il mago di Oz».

Point Break [id.], Kathryn Bigelow, 1993 [filmTv57] – 8

California: indossando le maschere di Johnson, Nixon, Carter e Reagan, quattro banditi rapinano banche e si dileguano senza lasciare tracce. Non sparano, ma sono prontissimi a farlo. L’FBI non sa che pesci pigliare, quando arriva Johnny Utah (Keanu Reeves), un novizio ambizioso e primo del suo corso. Presto si convince della giustezza dell’intuizione di Angelo (Gary Busey), un esperto collega: la banda è composta da surfisti.

Il novizio si intrufola in quell’ambiente, così simile a una setta, conosce Bodhi (Patrick Swayze), il loro capo, e si innamora di Tyler (Lori Petty). Fra il poliziotto sotto copertura e il rapinatore si crea un’attrazione sempre più stretta: si somigliano, hanno gli stessi valori, lo stesso coraggio; quando le loro mani si stringono nel volo in caduta libera, è evidente che ognuno vuole primeggiare sull’altro, e al tempo stesso sa di potersi fidarsi. L’amicizia virile prevale sulle leggi codificate.

Bodhi, diminutivo di Bodhisattva, è definito da Tyler, sua ex, come un “cercatore”, alla perenne ricerca dell’onda perfetta. Come in Milius («Un mercoledì da leoni», con Busey di quindici anni più giovane), la descrizione della tribù del surf non manca di elementi mistici, nicciani o superomistici. Inseguitori dell’adrenalina, ribelli e sognatori, i quattro rapinatori non fanno che procurarsi ciò che serve a soddisfare il bisogno di una vita al massimo. Chi tradisce il karma, semmai, è Johnny, ovviamente scoperto nel suo doppio gioco…

La quarantenne Bigelow – all’epoca moglie di James Cameron, che qui fa da produttore esecutivo – compone un’opera debolissima sul piano dei dialoghi e delle psicologie, ma di straordinaria potenza visiva; la fotografia di Donald Peterman e le musiche di Mark Isham, enfatizzano alcune delle scene di surf e di paracadutismo più spettacolari mai viste al cinema. L’acqua è l’elemento essenziale del film, aperto e chiuso con un cerchio perfetto.

American Graffiti [id.], George Lucas, 1973 [filmTv58] – 8

È un caldo sabato sera del 1962 di quattro amici diciassettenni. Sui titoli di coda ci viene detto che John (Paul Le Mat) morirà in una corsa clandestina nel dicembre 1964, Terry (Charles Martin Smith) risulta missing in action in Vietnam nel dicembre 1965, Steve (Ronny Howard) fa l’agente di assicurazioni nella cittadina in cui è nato, e Curt (Richard Dreyfuss) ora fa lo scrittore e vive in Canada.

Immersa in una delle 5 colonne sonore fondamentali della storia del cinema, la pellicola è ambientata a Modesto, California, in piena Era Kennediana. Passammo da lì nell’estate 1995: non potevamo evitare la madeleine dell’hamburger house con le cameriere che si muovono sui pattini…

A diciassette anni non ti fanno comprare liquori, ma ti lasciano guidare lunghe automobili. È questo il passatempo dei diciassettenni di Modesto: fare su e giù sulla main street, abbordando ragazze, scambiandosi battute, pomiciando fra fidanzati, imbastendo scherzi cretini. Ma il giorno dopo Steve e Curt dovrebbero partire per un college nell’Est: Steve è assolutamente convinto, mentre Curt vacilla, già nostalgico di un tempo irripetibile e smanioso di fare la conoscenza con la splendida ragazza bionda alla guida di una Thunderbird bianca.

John è meccanico, il più veloce a correre sulle auto: ogni sabato deve respingere una sfida, stavolta gliela pone l’arrogante Bob Falfa (un giovanissimo Harrison Ford). Non ha una ragazza fissa John, e quel sabato sera imbarca per caso una dodicenne che vorrebbe essere sexy e si spaventa solo quando lui finge di desiderarla con tutte le sue forze.
Terry è il più sfigato, tipico nerd con gli occhiali, lo chiamano “il rospo” e lui non fa che vantarsi con le ragazze e calamitare guai, ma quel sabato ha la fortuna di incrociare una bionda identica a Sandra Dee.
Steve sta con Lory, la sorellina di Curt. Da mesi fanno coppia fissa, ora che stanno per separarsi, lui propone di sentirsi liberi per qualche mese e lei ribatte facendolo ingelosire. Finirà sull’auto di Bob Falfa, rischiando di morirci.
Vinta una borsa di studio dal circolo dei commercianti, Curt insegue il miraggio della Thunderbird bianca e finisce nei guai: tre teppisti dai giubbotti di pelle lo costringono a una pericolosa prova di coraggio contro la polizia.

Ecco i semplici ingredienti di un cult movie, che rimescola temi di «Happy Days», «Il Selvaggio», «Gioventù bruciata» e compone un affresco generazionale di favolosa ingenuità, uno di quei film che impari a memoria e non ti stanchi di rivedere. Fra le 5 Nominations, un Oscar l’avrebbe meritato: quello per la migliore sceneggiatura originale, firmata George Lucas, Gloria Katz e Willard Huyck.

La sposa turca [Gegen die Wand], Fatih Akin, 2004 [filmTv52] – 8


Orso d’oro al festival di Berlino, imperniato su due attori sconosciuti (Birol Ünel e Sibel Kekilli), ecco il film che ha rivelato al grande pubblico il regista di «Oltre la notte» (anche qui la location è Amburgo) e delineato un principio di estetica del cinema turco tedesco.
Cahit è un quarantenne alla deriva. Beve fino a cadere stremato, sniffa, tiene la casa in condizioni da visita dell’ufficio di igiene… L’ha ridotto così il dolore per la perdita della giovane moglie. Forse tenta il suicidio, forse è solo troppo ubriaco; quando punta l’automobile a tutta velocità contro un muro di cemento.
Nella clinica psichiatrica, conosce Sibel, una ventenne figlia di immigrati turchi, che si è tagliata le vene dei polsi. Desidera ardentemente un matrimonio di facciata, che la possa sottrarre alla tutela opprimente della famiglia, propone a Cahit di sposarla. Dopo un iniziale rifiuto, l’uomo la asseconda e, con la complicità di un amico, anch’egli turco, convince la famiglia a dare il consenso alle nozze.
Sono due disperati, quasi annientati dal male di vivere. Abitano insieme, ma non fanno sesso. Lui ha un’amante “storica”, lei cambia ogni sera. Ma dalla convivenza emerge un sentimento sempre più forte, inaspettato e pericoloso: lo si vede quando un ex partner occasionale di Sibel provoca il marito… Omicidio involontario, carcere, lunga condanna… Ripudiata dalla famiglia, Sibel parte per Istanbul dove vive la cugina Selma, donna in carriera; il dolore per la separazione da Cahit, la spinge verso comportamenti autodistruttivi.
Fra un capitolo e l’altro, interviene un coro turco, con lo sfondo del Bosforo. Tenero e realistico, pieno di autentico pathos, il finale sfugge alla trappola di «Green Card», il film che viene in mente quando si parla di matrimoni di convenienza. A voler trovare paragoni, c’è qualcosa dei Coen e di Kusturica nel tocco di Fatih Akin, a cui piace versare molto sangue.