Breaking Bad, la prima stagione

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#Luther, la quarta stagione. Ma dove eravamo rimasti?

Sulle prime tre stagioni – quattordici episodi, circa tredici ore complessive – di questa magnifica (terribile) serie britannica, ho scritto vari post.

  1. Luther – Stagione 1 – sei episodi, prima visione 6 gennaio 2011
  2. Luther – Stagione 2quattro episodi, prima visione 14 dicembre 2011
  3. Luther – Stagione 3quattro episodi, prima visione 28 gennaio 2014

Nel 2011 è uscito un romanzo scritto da Neil Cross, primo artefice della serie televisiva: Luther: The Calling (edito in Italia da Rizzoli), racconta eventi che precedono la prima stagione.

Nella terza, John Luther cercava di fermare due serial killer, mentre un ex poliziotto degli affari interni, George Stark, tornava dalla pensione per incastrarlo. Nel terzo episodio, lo spettatore ha assistito a un drammatico, imprevisto colpo di scena, la morte di un personaggio assai legato al protagonista. Nuovi sensi di colpa incombono sull’eroe. La puntata conclusiva si apriva con l’arresto di Luther, accusato di aver provocato la morte del collega per cancellare le tracce di comportamenti oltre il confine della legalità.

Luther riesce a fuggire, grazie all’aiuto di Alice Morgan, ricomparsa al momento giusto per sistemare una trama abbastanza incoerente. Che tale resta: marginale il ruolo di Luther, l’azione si concentra nel triangolo fra Alice, il serial killer e George Stark. Ne deriva una specie di lieto fine, con John e Alice su un ponte sul Tamigi, e il cappotto grigio dell’eroe gettato in acqua…

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3489, mi ricordo

Mi ricordo “puoi farci piangere, ma non puoi farci cedere, noi, siamo il fuoco sotto la cenere”, ma più che Luis Miguel nella versione di Nevruz.

Nico 1988 [id.], Susanna Nicchiarelli, 2017 [filmTv106] – 8

Pseudonimo di Christa Päffgen, nata a Colonia e con l’infanzia segnata dai bombardamenti, Nico morì a Ibiza il 18 luglio 1988, nemmeno cinquantenne: era stata modella, attrice, cantante, icona, musa e femme fatale (come cantava insieme ai Velvet Underground). Forse il suo vertice artistico fu The Marble Index, l’album solista uscito nel 1968, ma per altri vent’anni calcò le scene, incurante del numero di spettatori che venivano ad ascoltarla.

“Sono stata in cima e sono caduta in basso. Entrambi i posti sono vuoti.”

Quello della Nicchiarelli è un omaggio accorato, abrasivo, oserei dire scomodo. Si concentra sull’ultima parte della parabola dell’artista, la accompagna al suo destino, sintetizza il fragoroso, luminosissimo passato in brevi flashback, costruisce una sorta di mosaico in cui far convivere l’andirivieni dalla tossicodipendenza e i costanti dubbi sulla maternità.

Girato tra Italia, Belgio e Germania, espone attori di diversi paesi, fra cui spicca la protagonista danese, Trine Dyrholm: non mi pare somigli più di tanto a Nico, ma impone una presenza scenica di prim’ordine, enfatizzata dalla fotografia di Crystel Fournier. Ogni tanto, si incuneano sprazzi d’archivio, vecchi filmati dagli abissi degli anni Sessanta, inframmezzati da immagini estratte dal documentario Walden di Jonas Mekas.

Le canzoni di Nico scelte per la colonna sonora sono state riarrangiate da Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, ed eseguite live durante le riprese: la voce è proprio quella di Trine Dyrholm, di travolgente intensità la sua versione di My Heart Is Empty.

Del cast fanno parte John Gordon Sinclair (Richard), Anamaria Marinca (Sylvia), Sandor Funtek (il figlio Ari) e l’ottimo Thomas Trabacchi (Domenico). Grande merito della Nicchiarelli è aver abbandonato i canoni più frequentati dal genere “biografico”: dovessi trovargli una parentela, mi ha ricordato certi film del Nuovo Cinema Tedesco, esplosi quarant’anni prima.

Il Metodo Kominsky, appunti

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L’enfer [id.], Danis Tanovic, 2005 [filmTv111] – 7

Momenti sublimi, appesantiti da un eccesso di gradazioni drammatiche (Medea, il padre suicida, mariti bugiardi, amanti con altri legami, sessualità inconfessabili).

Passano 87 dei 95 minuti, prima che due delle tre sorelle stiano nella stessa inquadratura; ne devono passare 89 affinché il terzetto si riunisca per recarsi alla casa di riposo dove sta l’anziana madre, lucidissima, pur senza il controllo del corpo e della voce. Pensano di portarle la verità; Je ne regrette rien, è la secca replica.

Fra dramma moderno e tragedia antica, con divagazioni biologiche (certi uccelli sacrificano parte delle uova per salvare la prole), il regista bosniaco dispone di tre generazioni del mitico charme francese – Carole Bouquet, Emmanuelle Béart, Marie Gillain – nonché di Karin Viard, dell’ex Bond Girl Maryam d’Abo, dei sempre grandi Jean Rochefort e Miki Manojlović.

Soggetto e sceneggiatura sono di Kieslowski e Piesiewicz, fu della coppia polacca l’idea di questo dramma familiare tanto potente quanto eccessivo. L’inferno in Terra è l’amore negato, rifiutato, incompreso.

Céline, Sophie e Anne (Viard, Béart e Gillain) vivono lontane, ancora segnate da un doppio trauma infantile: la più grande si è chiusa in un mondo anaffettivo, ed è l’unica che va a visitare la madre (Bouquet); la seconda ha avuto due bambini e sa che il marito la tradisce; la piccola ancora studia alla Sorbona e pare alla disperata ricerca di una figura paterna…

La pioggia arriva sempre al momento giusto, le scale a chiocciola imperversano, le lacrime non fanno in tempo ad asciugarsi. Il peccato originale del padre dovrà essere espiato da chi gli sopravvive: tutti, nessuno escluso. Ormai adulte, le tre sorelle sono immerse in un’infelicità che somiglia al destino. Quel destino, afferma il professore interpretato da Jacques Perrin, che si fa preferire alla coincidenza, portando in sé un significato più profondo.

Monella [id.], Tinto Brass, 1998 [filmTv110] – 6

Corre sulla bicicletta con la gonna svolazzante. Appena diciottenne, vivendo nelle profonde pianure venete dei profondi anni Cinquanta, Lola ha scelto di essere sfacciata e solare, provocante e maliziosa. Rispetto a “Lolita”, tralascia ogni ambiguità e rende palese il desiderio, impaziente di scoprire il sesso degli uomini, senza dover attendere il matrimonio. Non vuole arrivare al matrimonio impreparata.

Lola è cresciuta in un ambiente libertino, e il rock’n’roll sta portando una ventata libertaria; la madre Zaira è stata entraineuse, chi sia il padre non è chiaro, ma si dice sia André, l’amante di Zaira. È troppo sveglia per non comprendere che la facciata perbenista e bacchettona nasconde ben altro (per esempio, le “foto artistiche” della ricca signora, o il passato della francese che confeziona gli abiti da cerimonia), Monella è promessa sposa di Masetto, il figlio del fornaio, un ragazzo all’antica, gelosissimo e deciso a “rispettarla” fino alla data fatidica. Lola sa che Masetto va a sfogarsi al casino, e dopo l’ennesimo rifiuto, sbotta: “Tu mi vuoi vergine come una polizza di assicurazione contro i corni!”.

Commedia o, meglio, favola erotica a lieto fine, con il pranzo di nozze sull’aia, la pellicola si snoda lungo una trama esilissima, non priva di allegria. Fu l’occasione per la brevissima celebrità di Anna Ammirati, con la sua freschezza burrosa anni Cinquanta; presto se ne sono perse le tracce.

Nel cast, Patrick Mower (André), Max Parodi (Masetto) e Serena Grandi nei panni di Zaira; al regista piace apparire, qui si ritaglia il ruolo di direttore della banda di paese. La fotografia di Massimo Di Venanzo e le musiche di Pino Donaggio regalano alla pellicola un alone sognante, sole e pioggia servono al medesimo scopo: far togliere le mutande a Lola, ed esporla allo sguardo di quelli che possono solo fantasticarla.

Il Metodo Kominsky, Chuck Lorre #Douglas. #Arkin

The Kominsky Method è una serie televisiva scritta e prodotta da Chuck Lorre e dalla Warner Bros Television.

Ne sono state prodotte tre stagioni, fra il 16 novembre 2018 e il 28 maggio 2021, per ventidue episodi complessivi di durata variabile (fra i 23 e i 34’). È visibile su Netflix.

Sandy Kominsky e Norman Newlander sono magnificamente interpretati da Michael Douglas (1944) e Alan Arkin (1934). I loro tempi comici rimandano alle migliori espressioni della commedia di coppia (Lemmon e Matthau, Jerry Lewis e Dean Martin). Il Metodo Kominsky giostra intorno a due vecchie glorie – un attore di talento fin troppo orgoglioso e un agente artistico cinico e arguto – che invecchiano insieme, condividendo tutto il possibile. È un prodotto che fa leva sulla malinconia come formidabile forza espressiva.

Nel corso degli anni, ruoli importanti sono stati affidati a Sarah Baker (Mindy Kominsky, la figlia di Sandy), Nancy Travis (Lisa) e Lisa Edelstein (Phoebe, la figlia di Norman), e sono apparsi Danny DeVito, Kathleen Turner, Ann-Margret, Jane Seymour, Elliott Gould, Bob Odenkirk, Hali Joel Osment, Morgan Freeman.

Fotografia di Anette Haellmigk, musiche di Jeff Cardoni; produttore Marlis Pujol, fra i registi spiccano Andy Tennant e Donald Petrie; accanto a Lorre, curano le sceneggiature Al Higgins e David Javerbaum.

Hollywood: Sandy Kominsky avrà almeno sessantacinque anni, ha fatto l’attore, ma la sua reputazione è quella di un insegnante di recitazione che ha aiutato attrici come Sally Field, Faye Dunaway e Diane Keaton. Tre volte divorziato, Sandy vive solo. Insieme alla figlia Mindy, gestisce una piccola scuola per giovani attori. Fra questi ventenni, appare Lisa, cinquantenne divorziata che suscita l’interesse di Sandy; i due cominciano a uscire insieme.

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Spider-Man: Far from Home [id.], Jon Watts, 2019 [filmTv107] – 6

Sequel di Spider-Man: Homecoming (2017), ripropone Tom Holland nel ruolo di Peter Parker, e lo fa svolazzare (solo in poche scene nel classico costume) con Jake Gyllenhaal (Mysterio), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Zendaya (MJ), Marisa Tomei (zia May), Cobie Smulders (Maria Hill), Jon Favreau (Happy Hogan), eccetera. Oltre alle musiche di Michael Giacchino, risuonano tre canzoni italiane: Stella stai di Umberto Tozzi, Amore di tabacco di Mina e Bongo Cha Cha Cha di Caterina Valente.

Sono passati otto mesi dagli eventi narrati in Avengers: Endgame, e il diciassettenne Peter Parker ha svelato all’amico Ned (Jacob Batalon) di essere innamorato della compagna di classe MJ. Stanno per partire in gita per l’Europa, può essere l’occasione giusta per dichiararle i suoi sentimenti. Ed ecco riapparire Happy Hogan, la guardia del corpo di Tony Stark, per far sapere a Peter che Nick Fury ha bisogno di lui.

Il tono vuole essere scanzonato, dopo un campione di incassi mortifero, che ha lasciato “infiniti lutti”. Peter vorrebbe solo vivere la sua vita da adolescente, ma Fury ha altri progetti.

Venezia, Praga, Berlino, Londra (in parte vere, in parte ricostruite in studio): appaiono gigantesche creature (gli Elementali), che rappresentano Terra, Aria, Acqua e Fuoco, Vengono sconfitte da Peter insieme all’ambiguo Quentin Beck, che sembra un eroe e si rivelerà una minaccia (Stark l’aveva capito, quanto fosse “mentalmente instabile”). Mysterio ci viene presentato come un maestro di illusioni, ma abbiamo già visto Inception e Tenet, non mi pare che la computer art abbia escogitato qualcosa di meglio.

Metà del film passa in combattimenti-videogame, tanto spettacolari quanto noiosi. C’è pure spazio per due love stories: tra Happy e zia May, e tra Ned e Betty Brant. Poteva essere più divertente se l’avessero detto prima e non in fondo ai titoli di coda, che gli Skrull hanno assunto le sembianze di Nick Fury e Maria Hill.

Il mondo nuovo [La nuit de Varennes], Ettore Scola, 1982 [filmTv104] – 7

Un grande regista e grandi attori, eppure si può concludere che vi sia un eccesso di ingredienti e di intellettualismo, forse anche un’incerta focalizzazione dell’essenziale.

21 giugno 1791, Parigi: lo scrittore Nicolas Restif de la Bretonne sente parlare della partenza, in piena notte, da Palazzo Reale, di una misteriosa carrozza. Sospettando che a bordo si trovino Luigi XVI e la famiglia reale in fuga, Restif cerca di seguirne le tracce. Incrocerà altri viaggiatori, fra cui spiccano l’ormai anziano Giacomo Casanova (nascosto dietro un’altra identità), l’americano Thomas Paine e una dama di compagnia vicinissima a Maria Antonietta. Nulla di più diverso in superficie, ma quella diligenza ha molte assonanze con quella di Ombre rosse.

La produzione fu curata da Renzo Rossellini, che coinvolse un apparato tecnico di primissimo ordine: Gabriella Pescucci ai costumi, Dante Ferretti alle scenografie, Armando Nannuzzi alla fotografia, Armando Trovajoli alle musiche, soggetto e sceneggiatura del regista e di Sergio Amidei, che morì prima della fine delle riprese.

Mastroianni fa Casanova, Hanna Schygulla è la contessa austriaca, Jean-Louis Barrault incarna Restif de la Bretonne, Harvey Keitel (scelta discutibile, certo dettata dal precedente de I duellanti) è Thomas Paine. In piccoli ruoli compaiono Jean-Claude Brialy, Didi Perego, Enzo Jannacci, Andréa Ferréol e Laura Betti; non annunciato nei titoli di testa, a Varennes fa la sua comparsa anche Jean-Louis Trintignant.

Siamo davanti alla fine di un’epoca, e ci viene mostrata l’impreparazione degli uomini di fronte al passaggio al “mondo nuovo”. Se la cavano meglio gli edonisti scettici come Casanova e Restif, consapevoli di aver già assaporato il meglio. Quanto al finale, grazie a un geniale, ascensionale movimento di macchina, quel comunista di Ettore Scola sembra dirci che la natura umana non si lascia mutare da qualche rivoluzione.

Il marchio di Dracula [Scars of Dracula], Roy Ward Baker, 1970 [filmTv108] – 6

Hammer Film – fra i marchi fondamentali nella storia dell’horror – si caratterizzò per le produzioni a basso costo, spruzzate di sangue e di sensualità, favole gotiche con un Male archetipico, sconfitto solo dopo aver devastato la comunità.

Questa pellicola inglese è truculenta, al limite del macabro: gole squarciate, spade roventi, corpi appesi a uncini, volti sfregiati… Nelle mani di Moray Grant, il Technicolor viene enfatizzato come se il mondo si dividesse in due colori: il rosso e tutti gli altri. È un rosso squillante, sta nel sangue, nei drappeggi, nelle lenzuola, nelle candele, negli occhi iniettati del Conte Dracula, nelle fiamme che distruggono e purificano. Ci sarà un lieto fine, ma non potrà annullare una vera e propria strage: della carneficina in chiesa, si dice che Friedkin ne abbia tratto ispirazione per L’esorcista.

Ogni tanto, come se perdesse il controllo, il film sembra deragliare verso la commedia sexy. Immancabili donne, nonostante tutto, insistono a passeggiare di notte nei boschi della Transilvania. Tutte appariscenti, indossano abiti lunghi fino ai piedi, con corpetti che strizzano seni prosperosi. In quel solco, la croce che può salvare dal morso fatale; ognuna sembra desiderosa di superare qualche proibizione, la figlia del borgomastro ci viene mostrata nuda, la locandiera è assai maliziosa, la prima amante di Dracula lancia sguardi morbosi.

Passano 31 dei 95 minuti prima che il grande Christopher Lee pronunci le prime frasi. Ne passano 70 prima che qualcuno osi sussurrare la parola “vampiro”. Nessuna traccia del fantastico romanzo di Stoker. Degli attori, meglio non parlare: citerò soltanto Patrick Troughton (il servo del Conte, una specie di Quasimodo) e Jenny Harley (Sarah) l’eroina salvata all’ultimo respiro, grazie a un provvidenziale fulmine che le permetterà di coronare il suo sogno d’amore. Sposerà il fratello maggiore, quello scapestrato del minore ha fatto una bruttissima fine.

Ogro [Operación Ogro], Gillo Pontecorvo, 1979 [filmTv101] – 8

Dei pochissimi film diretti da Pontecorvo, andrebbero recuperati Giovanna e La grande strada azzurra: mi piacquero moltissimo, tanti anni fa, in un festival sulla riviera romagnola. Poche regie, dunque, ma ogni volta con un’esplicita intenzione politica: qui viene meticolosamente ricostruito l’attentato del 20 dicembre 1973 compiuto a Madrid dall’ETA, l’esercito separatista basco, all’ammiraglio Luis Carrero Blanco, primo ministro e candidato naturale alla successione a Francisco Franco.

Nemmeno due anni prima, l’Italia aveva vissuto il Caso Moro, si era in pieno clima di solidarietà nazionale, altri si sarebbero chiesti se fosse il film giusto al momento giusto, non Pontecorvo, tantomeno Gian Maria Volontè… In realtà, Ogro avrebbe dovuto uscire tre anni prima, e il produttore, Franco Cristaldi, l’avrebbe tenuto nel cassetto, quando l’autore chiese il via libera.

Ci viene mostrata la formazione politica di quattro componenti dell’ETA, i loro legami fraterni; Ezarra (il capo), Txabi, Iker e Luken si dimostrano disposti a una vita di rinunce, di assoluta dedizione alla causa, ma nella lunga fase di preparazione dell’attentato emergono forti differenze sui metodi per raggiungere l’obiettivo storico: la separazione dei Paesi Baschi dalla Spagna franchista.

Il tema della violenza politica – e della sua giustificazione storica – è dibattuto con acutezza, sia all’interno del gruppo, che attraverso la figura di un muratore sindacalista; solo Ken Loach in Terra e libertà è arrivato a proporre scene di analoga potenza.

Soprannominato Ogro (l’Orco), Carrero Blanco saltò in aria: la scena è impressionante, l’auto fu sbalzata da terra di oltre sei piani e finì nel cortile di un monastero attiguo. Ma è l’unica concessione allo spettacolo. Il resto della pellicola è claustrofobico, come la costruzione del lungo tunnel sotterraneo che si rese necessaria quando il piano originale (rapire l’ammiraglio e scambiarlo con cento detenuti politici) venne forzatamente abbandonato.

A come Andromeda (2): attualità e profezia

Notizia vera del giugno 2021 – Si stanno studiando certi “lampi radio veloci” (la traduzione può essere questa): si tratta di misteriosi e velocissimi squarci luminosi, rilevati nello spazio grazie a un telescopio canadese e al lavoro di un gruppo internazionale di ricercatori.

Le origini di questi “lampi”, della lunghezza misurabile in millisecondi, sono ancora sconosciute. Gli scienziati li hanno osservati per la prima volta nel 2007; la maggior parte dei radiotelescopi, in un dato momento, vede solo una piccola porzione di cielo, il che significa che la stragrande maggioranza di questi lampi non viene avvistata.

Ma già nel 2018, durante il suo primo anno di funzionamento, il telescopio CHIME, situato presso il Dominion Radio Astrophysical Observatory nella British Columbia (Canada) ha iniziato a ricevere segnali radio. Il radiotelescopio stazionario ha rilevato 535 nuovi lampi radio veloci tra il 2018 e il 2019: ciò ha permesso agli scienziati di creare il catalogo CHIME dei lampi radio veloci. Mentre la maggior parte dei segnali si è verificata solo una volta, 61 di loro stavano ripetendo “lampi radio veloci” da 18 sorgenti. Le raffiche ripetute appaiono in modo diverso: ogni lampo dura un po’ più a lungo delle raffiche singole.

Fiction del 1972 – Presso l’osservatorio di Bouldershaw Fell (località di fantasia nello Yorkshire), sta per essere inaugurato il più potente radiotelescopio del mondo, la cui attivazione ha attirato l’interesse dei servizi segreti inglesi e statunitensi, e della Intel, una specie di Spectre, una centrale internazionale del crimine, che intende impossessarsi delle informazioni così raccolte. Le funzioni del radiotelescopio vengono descritte dal professor Ernest Reinhart (Tino Carraro), direttore dell’osservatorio, alla nuova addetta stampa Judy Adamson (Paola Pitagora), che in realtà è un’agente del controspionaggio, incaricata dal generale Watling (Franco Volpi) di indagare su una fuga di notizie che sembra provenire dall’interno dell’osservatorio.

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A come Andromeda

Fu il mio primo contatto con la fantascienza. Frequentavo la Seconda media, ho vaghi ricordi di una trama intricata e di un gergo scientifico non sempre comprensibile, rammento serate un po’ noiose, ravvivate da improvvisi colpi di scena.

Oggi le chiamano miniserie, ai tempi si diceva “sceneggiato”: questo si sviluppa in cinque puntate (ognuna di poco più di un’ora) con la regia di Vittorio Cottafavi. Venne trasmesso dal Programma Nazionale RAI, a partire dal 4 gennaio 1972; andava in onda il martedì alle 20.30, l’ultimo episodio fu trasmesso il primo febbraio. Ebbe un grande successo, sfiorando i 17 milioni di telespettatori.

Esteticamente e filosoficamente – ora che l’ho rivisto – mi pare notevole l’influenza di 2001: Odissea nello spazio. Il supercalcolatore e i tanti dilemmi etici rimandano a HAL 9000. Eppure, Kubrick era venuto dopo… A for Andromeda nasce come prodotto televisivo della BBC nel 1961 (fra gli interpreti una giovanissima Julie Christie), su sceneggiatura di Fred Hoyle e John Elliot, che poi ne trassero un romanzo (Feltrinelli, 1965). Ad adattarlo per la televisione italiana è stato Inisero Cremaschi.

“Questa storia si svolge in Inghilterra l’anno prossimo”, recita un cartello dopo i titoli di testa, all’inizio di ogni puntata.

Quattro gli attori principali: Luigi Vannucchi (il fisico John Fleming), Paola Pitagora (l’agente del controspionaggio Judy Adamson), Tino Carraro (Ernest Reinhart, a capo del team che ha costruito il potente radiotelescopio del mondo), e Nicoletta Rizzi (arriva più o meno a metà della trama, interpretando la bruna Christine Flemstad, per poi assumere l’identità della bionda Andromeda).

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Parkland [id.], Peter Landesman, 2013 [filmTv105] – 6

Immagino che l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, insieme alla strage del Settimo Cavalleggeri a Little Big Horn, alll’11 Settembre e al D-Day, sia l’episodio più rappresentato nella storia del cinema a stelle e strisce. Dire qualcosa di nuovo è difficile; Landesman (ex corrispondente di guerra, dal Kosovo al Ruanda) ci prova, riuscendoci solo in parte.

Dallas 22, 23 e 24 novembre 1963: l’idea è far combaciare frammenti sparsi, avendo al centro Abraham Zapruder (il sarto ebreo che filmò quei terribili 26 secondi con la sua Super8 amatoriale), gli uomini della scorta di JFK e Jackie, e la famiglia di Lee Harvey Oswald. Parkland è il nome dell’ospedale dove vennero ricoverati – in fin di vita o forse già morti – sia il Presidente colpito da un fucile telescopico che il suo assassino ufficiale, raggiunto due giorni dopo dai proiettili di Jack Ruby nella sede della polizia di Dallas, in diretta televisiva. Ai medici del Parkland Memorial Hospital non restò che decretare le due morti, con le loro sinistre similitudini.

Tutto diverso, invece, quando si trattò di seppellire i morti. Ad Arlington fu imbastita una cerimonia fortemente emotiva, mentre nessuno voleva accogliere il cadavere dell’assassino, madre, moglie e fratello dovettero farsi aiutare dai fotografi per deporre la salma.

Paul Giamatti è Zapruder, Billy Bob Thornton è Sorrels (responsabile della sicurezza del Presidente), Ron Livingston è Hosty (agente Fbi, non diede valore a una lettera di minacce scritta da Oswald poco prima dell’attentato), Zac Efron interpreta il chirurgo Jim Carrico, Marcia Gay Harden fa l’infermiera Nelson, James Badge Dale è il devastato fratello di Oswald.

Del filmato di Zapruder, si mostrano pochi fotogrammi. La cinepresa era appena stata messa in commercio, si rischiò di distruggere la pellicola in fase di sviluppo. Quei 26 secondi vennero venduti a Life Magazine per cinquantamila dollari e poi al governo federale per 16 milioni. Effetti collaterali della mitologia americana.

La Cosa da un altro mondo [The Thing from Another World], Christian Nyby, 1951 [filmTv102] – 8

«Prima di narrarvi i particolari della battaglia, lancio a voi un monito. Tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo; dovunque, scrutate il cielo»… A dirlo, lanciando l’allarme radiofonico, è il giornalista interpretato da Douglas Spencer; nel film recitano anche Margaret Sheridan, Kenneth Tobey, Robert Cornthwaite e James Arness (la Cosa).

Una spedizione scientifica chiede aiuto ai militari, avendo individuato un disco volante sotto i ghiacci del Polo Nord; dentro il veicolo, una specie di umanoide/vegetale, ibernato in un blocco di ghiaccio (come Capitan America, quando Stan Lee e Jack Kirby lo faranno rivivere negli anni Sessanta). La creatura viene trasportata alla base, ma quando riprende coscienza, mostrerà di apprezzare il sangue…

Chiamatela fantascienza, se volete, ma innanzitutto va riconosciuto a certi b-movies di saper penetrare nelle paure più profonde dell’umanità. E di non avere bisogno di enormi risorse finanziarie per dar loro forma. Possono bastare il buio, il gelo, il controluce, il sangue, il fuoco purificatore.

Hawks è accreditato solo come produttore, ma tutte le storie del cinema lo associano alla regia di questa pellicola, prodotta insieme a Edward Lasker e distribuita dalla RKO Pictures, a partire da un racconto del 1938 (Who Goes There?), scritto da John W. Campbell con lo pseudonimo di Don A. Stuart.

Rivisto durante la pandemia, il film acquista un’invidiabile modernità, se si pensa a quanto grida lo scienziato (Carrington) ai militari che vorrebbero solo disfarsi della mortifera “Cosa”: «La scienza non conosce nemici, ma soltanto fenomeni. Noi ne stiamo studiando uno… Il sapere è più importante della vita. Abbiamo un solo motivo di esistere: cercare, trovare, imparare». Riecheggia il “progressismo” del barone di Frankenstein. E lo scienziato coltiverà una piccola piantagione di baccelli extraterrestri, nutrendoli di sangue umano.

#Garbo – Flesh and the Devil [La carne e il diavolo], Clarence Brown, 1926 [filmTv127] – 10

Al risveglio, in una caserma prussiana (un’accademia militare frequentata dai figli della nobiltà), Ulrich si accorge che Leo non è rientrato quella notte. Prova a coprirlo. All’appello, l’assenza viene scoperta, sembrano cavarsela, ma vengono puniti con un turno alle stalle, in mezzo al letame. Il legame fra i due amici si fa ancora più stretto.

Alla prima licenza, tornano ai loro castelli. Le loro proprietà confinano. Non si vedono padri, la madre di Leo va ad accoglierli al treno insieme a Hertha, la sorella di Ulrich. Dallo stesso treno (sono passati undici minuti e ventotto secondi) scende una donna: Leo ne è folgorato. Ci sarà il solito gran ballo a Stoltenhof, spera di rivederla.

L’atmosfera è fatata. Sulla chiatta che trasporta le due carrozze sul lago (Leo e la madre, Ulrich e la sorella), i due amici volgono lo sguardo verso “the Isle of Friendship” (l’Isola dell’Amicizia). Flashback: quando erano ragazzini, arrivarono su una barchetta a remi con la piccola Hertha e fecero un giuramento di sangue. Sarebbero rimasti amici per sempre, nulla potrà dividerli… Ma adesso Leo tiene in mano il fiore strappato al bouquet della bella sconosciuta.

Hertha sembra innamorata di Leo, che ride di lei, non ancora sedicenne, e della sua ingenuità. Al ballo nel castello di Stoltenhof, Hertha cerca Leo, e Leo cerca la sconosciuta. Infine, la vede (24’49”), abbagliante, eterea, vaporosa… Ballano. Escono nel grande giardino, i giochi di ombre di Daniels sono favolosi: a illuminare il volto della Divina, il geniale direttore della fotografia nasconde una minuscola lampadina nella mano di Gilbert.

“Lei è incantevole”. “Lei è molto giovane”. Sono gli sguardi, più che i dialoghi a dare la misura dell’incendio che sta divampando. Lei sta per farsi accendere una sigaretta, invece la infila fra le labbra di lui. Seguono il primo, lungo bacio, e la dissolvenza in nero.

Nelle scene d’amore, la Garbo impone la propria posizione dominante, la testa di Gilbert appoggia sul suo grembo, lasciando intuire come l’uomo sia incapace di controllare la propria passione. Su un morbido divano, gli accarezza i capelli e lui ha un’espressione rapita, intontita, plausibile solo nel cinema muto, se ad accarezzarti i capelli è Greta Garbo. Leggi il resto dell’articolo

Il Divin Codino [id.], Letizia Lamartire, 2021 [filmTv103] – 7

Ben oltre la stupefacente somiglianza, Andrea Arcangeli si immedesima in Roberto Baggio, Valentina Bellè interpreta Andreina, Andrea Pennacchi è il padre Florindo, Anna Ferruzzo la madre Matilde, Antonio Zavatteri insegue la paranoica genialità di Arrigo Sacchi e Thomas Trabacchi (il migliore di tutti) si propone come l’amico e procuratore Vittorio Petrone. Pieno di difetti e povero di soldi, è un film minimalista, che proverei a difendere.

Chi si aspetta Baggio in nerazzurro o con la maglia di Juve, Milan o Bologna, resterà deluso. Di calcio giocato ce n’è poco, manca persino l’apoteosi del Pallone d’Oro, i due sceneggiatori, Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, hanno scelto di enucleare i passaggi cruciali di una parabola calcistica inimitabile. Luminosissima e malinconica: Baggio ha giocato con tante maglie, ma non è stato di nessuno, se non del Vicenza e del Brescia, dove ha iniziato e dove è resuscitato. Ma è stato il simbolo più amato degli Azzurri negli anni Novanta.

Certo, la ricerca dei momenti fatali risponde alla logica del risparmio: ridotto al minimo l’uso dei filmati di repertorio, abbiamo il gravissimo infortunio da diciottenne subito prima del passaggio alla Fiorentina, l’ascesa e la caduta ai Mondiali americani, il miracoloso recupero nella speranza (delusa dal Trap) di giocare il quarto Mondiale, in estremo Oriente.

La biografia di Baggio non concede nulla al gossip, la fidanzatina è diventata la moglie, i rapporti con la famiglia sono normalissimi (mamma comprensiva, padre burbero, la caccia come terreno di contatto), viene trattata con misura la questione della fede buddista, resta poco spazio per lo spogliatoio o per la devozione dei tifosi (ma la scena all’autogrill non lascerà indifferenti).

Prima del più fatale dei momenti – il calcio di rigore contro il Brasile – si immagina un “duello” solitario, in palestra, dove Baggio si ribella a Sacchi: non gli farà capire se è guarito dall’infortunio rimediato con la Bulgaria.

Vi sconsiglio 10 film

Nei primi cinque mesi dell’anno, zero film al cinema e cento in tv (tre quarti li ho scelti io, un quarto mia moglie).

Spero di fare cosa gradita, sconsigliandovene una decina, in rigoroso ordine alfabetico.

AddictedAquamanCate McCall Indiana Jones e il Teschio di cristalloL’addio al nubilatoOggi sposi, sentite condoglianze Ricatto finaleTerrore sul Mar NeroTrespassVanilla Sky

Terrore sul Mar Nero [Journey Into Fear], Norman Foster, 1943 [filmTv99] – 5

Mezzo cast di Citizen Kane (Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Everett Sloane), con l’aggiunta di Dolores del Río e Ruth Warrick e la partecipazione straordinaria di Orson Welles, che investe il suo carisma nei panni, nel colbacco e nella barba di un colonnello turco, molto più vecchio dei suoi ventott’anni.

Dal romanzo Viaggio nella paura di Eric Ambler, su RaiPlay ho visto l’edizione colorizzata negli anni Novanta, attratto da Welles e dalla pessima reputazione di certi film a cui prese parte. Un mattatore come lui, reduce dal flop de L’orgoglio degli Amberson, ambiva a lasciare un’impronta su qualsiasi pellicola: stavolta, pare abbia girato qualche sequenza e disegnato i bozzetti preparatori. Alla sceneggiatura parteciparono nomi come Richard Collins e Ben Hecht, non accreditati, ma i rapporti di Welles con la RKO erano ormai compromessi, e la produzione intervenne pesantemente in fase di montaggio, tagliò e ricucì, di certo abbreviò. Del mediocre risultato finale, non si sa chi incolpare.

Spy story con retrogusto esotico: nel corso della Seconda guerra mondiale, fingendosi ingegnere, un agente segreto americano viaggia insieme alla moglie, all’arrivo a Istanbul ha la certezza di essere stato individuato dalla Gestapo. Viene tratto in salvo dal mefistofelico colonnello Haki, ma i pericoli non sono finiti; sul Mar Nero, ogni occasione può essere propizia per assassinare questo allampanato americano, la cui personalità appare contradditoria: in certe situazioni pare in balia degli eventi, in altre risulta coraggioso e determinato.

Il killer nazista è facilmente identificabile, ma nessuno è chi sostiene di essere… Nel finale, una scena sul cornicione di un albergo sotto la pioggia, allo spettatore moderno potrà ricordare Blade Runner, ma nelle storie del cinema è citata per la morte di una controfigura.

Truffaut, su queste pagine (14 su 21)

REGIA DI LUNGOMETRAGGI

  1. I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups, 1959)
  2. Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste, 1960)
  3. Jules e Jim (Jules et Jim, 1962)
  4. La calda amante (La peau douce, 1964)
  5. Fahrenheit 451 (Fahrenheit 451, 1966)
  6. La sposa in nero (La mariée était en noir, 1967)
  7. Baci rubati (Baisers volés, 1968)
  8. La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississippi, 1969)
  9. Il ragazzo selvaggio (L’enfant sauvage, 1970)
  10. Non drammatizziamo… è solo questione di corna (Domicile conjugal, 1970)
  11. Le due inglesi (Les deux anglaises et le continent, 1971)
  12. Mica scema la ragazza! (Une belle fille comme moi, 1972)
  13. Effetto notte (La nuit américaine, 1973)
  14. Adele H. – Una storia d’amore (L’histoire d’Adèle H., 1975)
  15. Gli anni in tasca (L’argent de poche, 1976)
  16. L’uomo che amava le donne (L’homme qui aimait les femmes, 1977)
  17. La camera verde (La chambre verte, 1978)
  18. L’amore fugge (L’amour en fuite, 1979)
  19. L’ultimo metrò (Le dernier métro, 1980)
  20. La signora della porta accanto (La femme d’à côté, 1981)
  21. Finalmente domenica! (Vivement dimanche!, 1983)

Le due inglesi [Les deux anglaises et le continent], François Truffaut, 1971 [filmTv100] – 7

Nove anni dopo Jules e Jim, Truffaut prende un altro romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché, un altro ménage-à-trois, e cerca l’attualità nella narrazione dei sentimenti di un’altra epoca. Forse rielabora anche la sua stessa autobiografia (le sorelle Dorléac).

Alla sceneggiatura collabora Jean Gruault, l’estetica fotografica è di Néstor Almendros, la musica di Georges Delerue: tre fuoriclasse. Qualche dubbio mi resta sulle qualità interpretative di Jean-Pierre Léaud (Claude), Kika Markham e Stacey Tendeter (le sorelle Ann e Muriel); la maggiore perplessità è sulla scelta di Léaud, così legato al ciclo di Antoine Doinel. E poi, Truffaut propone molti piani frontali – volti impassibili riportano il testo di lettere – ma nulla trapela del devastante dolore che avvolge amori sempre fuori tempo.

Primi del Novecento: Claude è l’unico figlio di una vedova benestante; vive a Parigi, coglie l’occasione di visitare il Galles, su invito della signora Brown, vecchia amica di sua madre. Prima conosce la figlia maggiore, Ann, poi la minore, Muriel, che soffre di una malattia agli occhi. Ann sembra convinta che Claude sia perfetto per Muriel, ma quando i due progettano di sposarsi, le famiglie frenano: dovranno passare un anno lontani. Rientrato a Parigi, Claude si accorge che i suoi sentimenti si stanno indebolendo, la rottura avviene per lettera. Passeranno i mesi, gli anni, rivedendo Ann, Claude si innamorerà di lei, ma sarà nuovamente, fatalmente attratto da Muriel…

Morale e felicità sembrano incompatibili, il godimento fisico confina con il peccato, i tre protagonisti inseguono l’amore assoluto, passando attraverso una conoscenza di sé che matura nelle complicate relazioni con gli altri. Persino fra le sorelle, in simbiosi per tutta la vita, l’amore deflagrerà nella più cruda incomprensione. Riflesso in uno specchio, Claude si scopre improvvisamente vecchio.

Heat – La sfida [Heat], Michael Mann, 1995 [filmtv95] – 8

È un tipo di esperienza che puoi permetterti solo a una certa età, rivedere un film dopo un quarto di secolo. Al netto del fatto che sai già come andrà a finire, la “tenuta” del film risulta notevole, rinnovando la magia della prima volta nella stessa inquadratura di due icone come Al Pacino e Robert De Niro.

Una Los Angeles noir, spesso buia e dilatata, grazie alla fotografia di Dante Spinotti si rivela essenziale per comunicare gli stati d’animo dei due protagonisti. Insieme, li vedremo solo dopo un’ottantina di minuti, mentre discorrono amabilmente: eppure uno è un poliziotto e l’altro è un rapinatore. Ma quando sai esattamente chi hai di fronte, e ne hai viste tante come il detective Vincent Hanna e il capobanda Neil McCauley, devi saper reggere il gioco psicologico.

Due superstar, ma non è che il resto del cast sia da meno: Jon Voigt, Val Kilmer, Tom Sizemore, Diane Venora, Ashley Judd, Wes Studi e la giovanissima Natalie Portman. La scommessa di Mann sta nella gestione dell’attesa. A qualcuno sembrerà che l’andatura del film sia lenta, ma questa attesa è destabilizzante, chi inventò il montaggio alternato ha offerto al cinema una straordinaria possibilità narrativa.

Il noir segue regole elementari: anche il “colpo” meglio studiato può cadere sull’imponderabile, sul Caso, sui nervi che cedono; per chi deve colpire e sparire, l’amore è una zavorra; e c’è sempre un “ultimo colpo”, per illudersi sul cambiare vita.

Il detective mostra un intuito formidabile, il bandito non gli è da meno, Vincent sa che Neil sta per fare il colpo, non può impedirlo, cerca di costruire una trappola… Entrambi sono ossessionati dal lavoro, dalla ricerca della perfezione, perciò la loro vita privata è segnata da fallimenti e solitudini. Sono terribilmente simili: rivedendo questo gioco di specchi, mi sono chiesto come sarebbe stato Heat se Michael Mann avesse chiesto a Pacino e De Niro di invertire i ruoli.