Alice e il sindaco [Alice et le maire], Nicolas Pariser, 2019 [filmTv75] – 8

Il voto è alto, a segnalare l’invidia: quando mai vedremo un film italiano che affronti la politica con questa intelligenza?

Produzione franco-belga, regista a me ignoto (secondo film), protagonisti Anaïs Demoustier (Alice) e Fabrice Luchini (Paul Theraneau, il sindaco), con ruoli incisivi di Antoine Reinartz e Léonie Simaga.

Impegnato in politica da più di trent’anni, fra i leader storici del partito socialista, il sindaco di Lione ha raggiunto una certezza: la sua non è una crisi passeggera, è svuotato, disilluso, non ha più idee. Il suo staff cerca di aiutarlo assumendo una giovane donna che conosce le lingue, ha studiato filosofia e lavorato all’estero. Una specie di cervello in fuga, appena rientrato alla base. Ma il suo è un ruolo inedito, impalpabile: di quali idee si parla? Cosa serve davvero al sindaco? Empatia e modestia sono le qualità da ritrovare?

Alice stimola Thereneau, acquista credito, Paul si fida di lei, le concede più di una confidenza, “Riabituami a pensare”, le chiede, e le fa scalare le gerarchie, la impone in un ruolo scomodo, lo staff appare perplesso… Nel frattempo, la crisi dei socialisti esplode a Parigi, una figura come quella del sindaco di Lione potrebbe assumere la leadership nazionale, va scritto il discorso che può aprire la strada all’Eliseo. E Paul si chiude in una stanza con Alice…

Pochi film hanno saputo trattare la politica contemporanea con tanta finezza. Pariser riesce a raccontare lo smarrimento di senso della sinistra occidentale, all’inseguimento di idee brillanti e convincenti e di personalità di cui sia possibile fidarsi. Ne fa derivare la necessità di una rottura con la tradizione, il discorso del sindaco sarebbe ispirato ai limiti del pianeta e alla solidarietà fra generazioni, contro il dominio della finanza.

Nell’aria, aroma di Rohmer. Dolce e amaro, il doppio finale spinge a tanti pensieri sulla vita pubblica e privata.

La tarantola dal ventre nero [id.], Paolo Cavara, 1971 [filmTv82] – 5

Roma, nell’ovattata penombra di un istituto di bellezza, le mani di un uomo massaggiano una formosa schiena nuda; la donna si eccita, forse anche perché a massaggiarla è un cieco; suona il telefono, è il marito (separato) di lei, la accusa, le dà della ninfomane, il massaggiatore è lì che ascolta… Quella sera, il marito va a casa della moglie, le mostra una foto in cui è nuda con un altro uomo, vuole sapere di chi si tratta, lei non glielo dice, lui se ne va, quella notte la donna viene brutalmente assassinata. La polizia trova uno spillone da agopuntura nella nuca, è rimasta cosciente mentre veniva orrendamente pugnalata.

Lei è Barbara Bouchet, nei suoi sfolgoranti 28 anni, il marito è Silvano Tranquilli, a coordinare le indagini è un commissario interpretato da Giancarlo Giannini e sposato con Stefania Sandrelli; alla qualità del cast contribuiscono altre bellezze come Annabella Incontrera, Rossella Falk e due Bond Girl: Claudine Auger (30) e Barbara Bach (25).

Il modus operandi dell’assassino trae ispirazione dai combattimenti tra la vespa e la tarantola: è sempre la vespa a vincere, immobilizza la vittima con una puntura, le squarcia il ventre e vi depone le uova; la povera tarantola sente le larve che la mangiano viva.

La polizia fa del suo meglio, ma il serial killer può colpire 4 volte (quasi 5). Ogni donna sventrata, lo spettatore la vedrà seminuda… Nel corso delle indagini, si scopre che il salone di bellezza è legato a un giro di ricatti, e c’è spazio anche per il traffico di cocaina. Depistaggi insignificanti, la sceneggiatura è debole e nemmeno le musiche di Morricone paiono particolarmente ispirate; quanto al regista, sono evidenti i debiti con Bava e Argento (le sfuocature, il sadismo, la malattia mentale, la scena fra i manichini).

Nascosto sotto guanti di lattice, impermeabile e cappello, il pubblico vede ogni mossa dell’assassino. Almeno metà degli spettatori di oggi indovinerà il colpevole prima del commissario.

L’eredità Ferramonti [id.], Mauro Bolognini, 1976 [filmTv81] – 7

Nata l’11 marzo 1948, Dominque Sanda è stata uno dei miei idoli giovanili, con una filmografia che in otto anni l’ha vista in Così bella, così dolce (Bresson), Il conformista (Bertolucci), Il giardino dei Finzi Contini (De Sica), L’agente speciale Mackintosh (Huston), Gruppo di famiglia in un interno (Visconti), Novecento (Bertolucci), Al di là del bene e del male (Cavani). Nemmeno trentenne, la sua carriera si è sfarinata, ma certi ruoli restano indelebili e di questi fa parte quello di Irene, la femme fatale che mette nel mirino l’eredità dei Ferramonti. Per questa interpretazione, Dominique Sanda vinse il premio come migliore attrice a Cannes, e il film si regge sul suo fascino torbido, il resto del cast sbiadisce al confronto.

Tratto dal romanzo omonimo di Gaetano Carlo Chelli, è un drammone familiare dal ritmo lento e avvolgente, ambientato nella Roma appena divenuta capitale, a fine Ottocento. Gregorio Ferramonti (Anthony Quinn) è un patriarca prepotente, sia con i suoi lavoranti che con i figli: quarant’anni da fornaio l’hanno reso molto ricco, chiude l’attività e liquida i figli con pochi soldi. Pippo (Gigi Proietti) è il più ingenuo e sprovveduto; Mario (Fabio Testi) ha amanti ricche e conoscenze altolocate, mentre Teta (Adriana Asti) ha sposato un funzionario del nuovo Stato (Paolo Bonacelli), che sa dissimulare la sua ambizione. Sarà l’uomo venuto dal Nord a impossessarsi del malloppo, approfittando del fallito complotto di Irene – sposa di Pippo, amante di Mario e infine anche del vecchio padre.

Irene manipola tutti. Si finge ingenua e timida. Concede la sua bellezza con abilità. Da umile figlia di un negoziante di ferramenta, arriva a frequentare le dimore signorili. È una donna più moderna degli uomini che la circondano, ma le convenzioni sociali sono troppo arretrate perché possa trionfare.

Sceneggiatura di Ugo Pirro e Sergio Bazzini; musiche di Ennio Morricone. Che la terra gli sia lieve.

Piccolo grande uomo [Little Big Man], Arthur Penn, 1970 [filmTv66] – 8

Uscirono più o meno insieme, Little Big Man e Soldier Blue di Ralph Nelson, e il western non fu più lo stesso. Basandosi sull’omonimo romanzo di Thomas Berger, Penn ricostruì una lunga epopea, attraversando tre decenni di storia americana. A raccontarli, sorprendendo il giornalista che lo intervista, un ultracentenario testimone oculare, che non ha dimenticato nulla. E Dustin Hoffman regala una delle sue interpretazioni leggendarie.

Jack Crabb era bambino quando una banda di pellerossa sbandati sterminò la sua famiglia. Sopravvissero solo lui e la sorella maggiore, Caroline; fatti prigionieri da una tribù Cheyenne, il loro destino fu assai diverso. Jack entrò nelle simpatie di Cotenna di Bisonte, un capo saggio e dotato di visioni mistiche. La vita nella tribù era libera, divertente, in armonia con la natura; furono quei “selvaggi” a insegnare a Jack il rispetto e la lealtà verso i nemici. Era coraggioso ma così basso di statura che decisero di chiamarlo Piccolo Grande Uomo.

Penn orchestra una scrittura a cerchi concentrici, il destino di Jack ha un andamento beffardo. Per non essere ucciso da un soldato, fa vedere di essere un uomo bianco. La sua rieducazione avviene presso la famiglia di un ecclesiastico puritano, sposato con la splendida (e disinibita) Louise… Jack incrocerà la strada di un abile truffatore e di Wild Bill Hickok, il più celebre dei pistoleri. Sposerà Olga, ma i pellerossa la rapiscono. Entrerà nell’esercito come scout. Ne uscirà. Tornerà fra i Cheyenne, si sposerà di nuovo. Assisterà ad altri massacri. Infine, odiando Custer, contribuirà all’esito leggendario di Little Big Horn.

Faye Dunaway, Martin Balsam e Jeff Corey sono impeccabili, ma spiccano altri due attori: Richard Mulligan (il miglior Custer a mia memoria) e un nativo americano, Chief Dan George, nominato all’Oscar per la sua interpretazione di Cotenna di Bisonte, il capo che scelse un buon giorno per morire, ma il Grande Spirito non era d’accordo.

L’amico americano [Der Amerikanische Freund], Wim Wenders, 1977 [filmTv79] – 8

Settimo film in sette anni del trentaduenne Wenders, che ormai ha trovato la squadra ideale: alla fotografia Robby Müller e Martin Schäfer, al montaggio Peter Przygodda, alle musiche Jürgen Knieper, con l’aggiunta di due brani magnifici dei Kinks e di Dylan.

Quanto al cast, ci sono i fedeli Bruno Ganz e Lisa Kreuzer (marito e moglie, Jonathan e Marianne Zimmermann), ma spicca l’omaggio accorato a certi miti e icone: Dennis Hopper (Tom Ripley, con cappello da cowboy), Samuel Fuller e Nicholas Ray, Jean Eustache e Lou Castel. Trama ripresa da Patricia Highsmith, autrice del romanzo Ripley’s Game e tanto amata da Hitchcock.

È ubriacante rivedere un vecchio film di Wenders a distanza di tanti anni: il restauro operato sulla pellicola restituisce una luminosità fantastica, immagini sublimi. Per almeno una dozzina d’anni, pochi, anzi pochissimi trovavano le inquadrature come le trovava Wenders, e sapevano come farcele vedere: sinuosi movimenti di macchina dall’alto in basso, simmetrie sorprendenti, lunghi silenzi e sguardi smarriti (Lisa Kreuzer non sa mai cosa pensare). Scommetterei che nessuno ha più saputo rendere Amburgo così attraente.

In questo romanzo, Highsmith anticipa il dilemma morale che farà la fortuna di una serie come Breaking Bad. Se sai di morire presto, nulla ti impedisce di fare qualunque cosa pur di lasciare un aiuto alla tua famiglia… Jonathan fa il corniciaio, ha una moglie e un figlio di 6-7 anni e una rara malattia del sangue, senz’altro grave e forse incurabile. È la malattia a far sì che venga scelto: viene avvicinato per commettere un delitto. La trama si sovrappone a quella di un pittore che si finge morto per far crescere il valore dei suoi quadri, piazzati da un abile mercante. Corniciaio e mercante diventano amici o, meglio, complici…

Non sapremo nulla dei mandanti, né delle vittime designate. Resteremo avvolti in scale mobili e corridoi di treni, cornicioni sullo strapiombo e cornici che catturano volti.

365 giorni [365 dni], Barbara Bialowas e Tomasz Mandes, 2020 [filmTv78] – 3

Clamoroso successo su Netflix per questo filmetto polacco che sfiora il porno e mette in mostra due corpi notevoli, quelli di Laura (Anna-Maria Sieklucka), direttrice di un hotel di lusso, e Massimo (Michele Morrone), capomafia alla morte del padre.

Siamo nel territorio del thriller erotico, fra Nove settimane e mezzo e 50 sfumature di grigio, con nudità spettacolari alternate a cartoline in technicolor, e una trama che sarebbe riduttivo definire ridicola. In quello che si rivelerà un prologo, Massimo assiste all’assassinio del padre, rimane gravemente ferito e l’ultima immagine che trattiene è una donna sulla spiaggia.

Cinque anni dopo, Massimo è il tipico macho che non deve chiedere mai (vedi scena con la hostess sull’aereo privato). Venuta da Varsavia con il fidanzato Martin e un’altra coppia di amici, Laura festeggia il suo ventinovesimo compleanno in Sicilia – in realtà, la Puglia di Ostuni – ed è lì che viene rapita da Massimo. Senza il minimo romanticismo, tenendola prigioniera, il nerboruto mafioso le dice che vuole farla innamorare, si è dato 365 giorni di tempo, poi la lascerà libera. Quando lei cerca di fuggire, le mostra le fotografie dell’infedeltà di Martin e giura che non la toccherà senza il suo consenso.

Per provocarlo, Laura indossa lingerie erotica e abiti sexy. In un albergo di Roma, lui la ammanetta al letto e la costringe a guardarlo mentre riceve sesso orale da un’altra donna. Sempre seminudo, Massimo ha tanti tatuaggi e muscoli da ostentare… Pare sia cominciata una sanguinosa guerra di mafia, ma il film è già partito per la tangente: Laura cade dallo yacht e Massimo si tuffa a salvarla. Seguono amplessi in tutte le posizioni kamasutriche, sospiri, mugolii e hard rock in sottofondo.

Meditano di sposarsi, non chiedetemi perché? E poi – che delicatezza – preferiscono che i genitori polacchi non sappiano quale lavoro faccia Massimo. Alla Polonia sono bastati pochi anni per transitare dal grigio socialismo reale alla fotocopia fetish dell’Occidente.

Rocco Schiavone, la terza serie

I quattro episodi della terza stagione sono stati trasmessi su Rai 2 dal 2 ottobre al 23 ottobre 2019, con questi titoli: La vita va avanti / L’accattone / Après la boule passe / Fate il vostro gioco.

La regia della serie è stata affidata a Simone Spada, che succede a Michele Soavi e Giulio Manfredonia; le sceneggiature sono di Antonio Manzini e Maurizio Careddu, direttore della fotografia è Fabrizio Lucci, le musiche di Corrado Carosio e Pierangelo Fornaro.

Come al solito, attingendo ai romanzi pubblicati da Sellerio, le avventure del Vicequestore sono ambientate fra Valle d’Aosta e Roma: le trame televisive sono tratte da L’eremita (2017), Fate il vostro gioco (2018), L’accattone (2019).

I singoli episodi hanno superato i due milioni di spettatori, arrivando oltre l’11% di share; Marco Giallini aveva appena lavorato al cinema con Simone Spada, in Domani è un altro giorno.

Confermato gran parte del cast. Accanto a Giallini, oltre al fantasma di Marina (Isabella Ragonese), si muovono Italo Pierron (Ernesto D’Argenio), Caterina Rispoli (Claudia Vismara), gli ottusi D’Intino e Deruta (Christian Ginepro e Massimiliano Caprara), Casella e Scipioni (Gino Nardella e Alberto Lo Porto), il burbero anatomopatologo Fumagalli (Massimo Reale) e l’eccentrico capo della Polizia Scientifica Gambino (Lorenza Indovina), il Procuratore Baldi e il Questore Costa (Filippo Dini e Massimo Olcese), “Seba”, Brizio e Furio (Francesco Acquaroli, Tullio Sorrentino e Mirko Frezza). Resta deluso chi si aspetta che evolva il rapporto, finora aspro e conflittuale, con l’ex moglie del Questore, Sandra Bucellato, la giornalista interpretata da Valeria Solarino.

Difficile incasellarla in un genere, questa serie: “commedia poliziesca”?

Appartengo a quella categoria di lettori e spettatori che è molto più interessata alla vita di Rocco Schiavone che alle sue indagini. Leggi il resto dell’articolo

Twister [id.], Jan de Bont, 1996 [filmTv73] – 7

Twister - Jan de Bont 1996Vidi questo film a Parigi, scelto nella convinzione, rivelatasi giusta, che i dialoghi fossero secondari. Sono gli effetti speciali, notevolissimi per l’epoca, a motivare la spinta a rivederlo per la terza volta.

Sceneggiatore di film d’azione, l’olandese De Bont ha firmato poche regie, ma avrei voglia di recuperare la prima (Speed, 1994). Stavolta, confeziona una trama ideata da Michael Crichton e Anne Marie-Martin, che comincia in Oklahoma, nel giugno 1969, quando un devastante tornado investe una fattoria e uccide il capofamiglia, sotto lo sguardo di JoAnne, una bionda bambina di cinque anni.

Un quarto di secolo dopo, “Jo” è una meteorologa alla testa di una squadra di cacciatori di tornado, che ha elaborato un nuovo strumento (“la piccola Dorothy” da Il Mago di Oz) per studiarne la struttura interna. Tutta la vita di Jo è dedicata a questo, sta divorziando da Bill Harding, a sua volta ex cacciatore di tornado, che ha messo la testa a posto (ha un contratto da meteorologo in tivù) e medita di sposarsi con l’attraente psicologa Melissa.

Jo e Helen Hunt, Bill e Bill Paxton, Melissa è Jami Gertz; confinato in un ruolo sopra le righe, Philip Seymour Hoffman… La squadra dei buoni deve vedersela con la squadra dei cattivi (tutti su fuoristrada neri), con più sponsor e meno genio.

Il triangolo amoroso è deboluccio, non si vede come quel mascellone di Bill Paxton meriti le attenzioni di queste due donne. In realtà, è il solito idealista incapace di resistere al richiamo della foresta: inseguire i twister. Bill mette in pericolo, implicitamente la Melissa per Jo (o forse per Dorothy), e alla terza visione ancora non so perché non sia sempre rimasto accanto a Jo.

Nella colonna sonora, oltre a un paio di brani dei Van Halen, si possono ascoltare alcune note di Child in Time. Quando un inatteso tornado rade al suolo un drive in, stanno proiettando Shining.

Duello sulla Sierra Madre [Second Chance], Rudolph Maté, 1953 [filmTv76] – 6

Di titoli sballati se ne facevano già negli anni Cinquanta: Seconda possibilità sarebbe stato più incisivo, di questo si tratta per entrambi i protagonisti.

Robert Mitchum interpreta un pugile rimasto traumatizzato dall’aver ucciso sul ring un avversario già lesionato da precedenti batoste; Linda Darnell era l’amante di un gangster, e ora si nasconde per sfuggire alla sua vendetta.

Produzione RKO firmata Howard Hughes, con eccessi di esotismo e pittoresco (con i suoi lineamenti, la Darnell pare condannata a certi ruoli: da Carmen in Sangue e arena a Chihuahua in Sfida infernale). Da rimarcare, la crudele presenza di Jack Palance, coi suoi zigomi appuntiti, reduce da un ruolo analogo in Shane.

La trama: un uomo viene pedinato e poi ucciso a sangue freddo nella sua stanza d’albergo; il sadico assassino va sulle tracce di Clare, l’ex pupa del boss, che si nasconde in Messico in attesa di testimoniare al processo. Il killer è da sempre innamorato di quella donna, la ritrova, ma lei gli sfugge, approfittando del corteggiamento di un pugile americano. Fra i due è subito amore… Il killer raggiunge gli amanti e ricatta Clare… Tutti e tre si ritrovano sulla funivia, quando un cavo d’acciaio si spezza…

Si passa da un genere all’altro, il noir si colora di folklore latino, c’è un combattimento di boxe sotto il sole in un’arena per tori, non mi pare politicamente corretto che un marito geloso uccida la moglie solo perché molto disinibita nel ballare… L’attrazione fra i due protagonisti è risolta in modo superficiale (nella prima ora, lei non pareva affatto attratta dal pugile). Meglio illustrate le dinamiche interpersonali all’interno della funivia che oscilla sullo strapiombo (la sorte dell’uxoricida è scontata almeno quanto il lieto fine).

Impossibile giudicare un film come questo, inscatolato nella tivù: venne progettato per sperimentare la visione in 3D, le scene sulla funivia immagino fossero vertiginose.

Appuntamento con l’assassino [L’Agression], Gérard Pirès, 1975 [filmTv74] – 6

Due nomi mi hanno spinto alla visione di questa coproduzione Gaumont italo-francese con regista a me sconosciuto: Catherine Deneuve (31 anni) e Jean-Patrick Manchette, scrittore di spietati polar, che firma la sceneggiatura. Nel cast, Jean-Louis Trintignant, Claude Brasseur e il giovanissimo Daniel Auteuil (nonché Franco Fabrizi e Milena Vukotic); la trama mi ha riportato a un illustre predecessore (Duel, Spielberg, 1971) e a un acclamato quasi remake (Animali notturni, Tom Ford, 2016).

La famiglia Varlin viaggia in auto verso la Costa Azzurra. Al volante Paul, accanto la bionda moglie Hélène (Michèle Grellier), sul sedile posteriore la figlia Patty, di dieci anni. In una stazione di servizio, hanno a che fare con una banda di motociclisti, tutti in nero più casco integrale. Paul cade nella provocazione. Comincia l’inseguimento, la banda dispone di motociclette impossibili da seminare, Paul perde il controllo dell’auto e finisce fuori strada, seguono colluttazione e svenimento del capofamiglia. Che al risveglio si trova senza famiglia; morte sia la figlia che la moglie, pure violentata…

Al funerale partecipano solo il vedovo e la cognata, Sarah, sorella minore appena rientrata dall’Inghilterra. Il sopravvissuto non può identificare con certezza i motociclisti, le indagini girano a vuoto, alcuni sospetti si procurano un alibi che puzza di falso, e allora Paul decide di farsi giustizia da sé. Compra fucile e munizioni, parte alla caccia… Non molto sorprendente il colpo di scena finale: quel personaggio è pieno di stranezze patologiche e ritorna troppe volte perché sia solo un caso.

In questo intreccio un po’ slabbrato, si sviluppa un’ambigua attrazione fra vedovo e cognata: inedita forma di elaborazione del lutto… Dell’eleganza della Deneuve, non vale la pena discutere. Stavolta cambia psicologia a seconda di come si sistema i capelli, ed è protagonista di un paio di scene conturbanti.

Gli innocenti dalle mani sporche [Les innocents aux mains sales], Claude Chabrol, 1975 [filmTv72] – 7

Chabrol adorava Hitchcock. Gli piaceva ricalcarne certi schemi, logici e onirici. Ma solo nel descrivere la sensualità è arrivato a eguagliarlo.

Qui può farlo grazie alla bellezza abbagliante di Romy Schneider, fulgida trentasettenne. Bellezza ed eleganza, bellezza e seduzione, bellezza e pericolo: accanto a Julie, tutti vacillano. Nella prima scena è sdraiata pancia a terra, mentre prende il sole nuda, un aquilone svolazza fino a posarsi sulle sue rotonde natiche. Arriva Jeff, l’aitante proprietario dell’aquilone, e Julie decide di non negargli la visione del lato A.

Siamo nella villa isolata di Saint-Tropez, dove vivono i coniugi Wormser; Louis (Rod Steiger) ha diciotto anni più di Julie, pare sia cardiopatico, da tempo non hanno rapporti sessuali, per la frustrazione il marito tende a cadere ubriaco. Inevitabile che l’uomo dell’aquilone (attore dimenticabile) diventi l’amante di Julie, e che i due decidano di uccidere Louis e vivere felici e contenti. Il piano prevede che Julie lo tramortisca e Jeff lo getti in mare, nottetempo, simulando un incidente in barca.

Nulla va come previsto. È presto chiaro che Louis è vivo e si sta nascondendo, e anche Jeff non la racconta giusta. Due commissari di polizia, fra cui un parigino in vacanza, subodorano che la presunta vedova abbia molto da nascondere. Julie trova aiuto in un avvocato scaltro e sbruffone (Jean Rochefort), e l’intreccio – avviato con gli ingredienti più classici del noir – si contorce in vari colpi di scena. Troppi, forse… Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Neely, il film arriva discontinuo e melodrammatico. Non mi pare azzeccata la scelta di Rod Steiger, ben più adatto ad altri ruoli: stavolta, ci si chiede perché Julie non lo abbia lasciato da tempo, e anche nel capovolgimento finale si resta confusi sugli effettivi sentimenti che lui prova per lei, e lei per lui.

In ogni caso, di questo film ci si potrà ricordare solo per il corpo e il volto di Romy.

Figli [id.], Giuseppe Bonito e Mattia Torre, 2020 [filmTv64] – 7

Concepito e scritto da Mattia Torre, scomparso a 47 anni poco prima che cominciassero le riprese, ecco un film che, dietro le apparenze della commedia, costringe a una visione non superficiale.

Sara e Nicola – Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea, impossibile trovare di meglio – sono una coppia romana, che esplode con l’arrivo del secondo figlio. Il tono è ironico, ma il retrogusto lascia un sapore di fiele. Nonostante l’andatura da sketch, che rischia di banalizzare ogni concetto, l’indagine sui sentimenti punta molto in alto, delineando l’antropologia di una generazione, quella dei quarantenni, che si è trovata a vivere in un Paese bloccato, dove l’ascensore sociale non funziona e la retorica sulla famiglia scarica tutto il peso sui genitori.

Il primo figlio, una splendida bambina di sei anni, è appena stato metabolizzato, quando l’arrivo del maschietto, con le sue notti insonni e i pianti striduli (le note della Patetica, ottima idea) mina ogni equilibrio: psicologico, economico, affettivo. Lo smarrimento è più evidente in Nicola, che fa l’impossibile per resistere all’onda delle recriminazioni. Sara è stremata, con i nervi a fior di pelle, non si è mai sentita così sola. I nonni si defilano, vogliono fare la loro vita (anzi ipotizzano progetti inconcepibili per i loro figli). Sara anela di tornare al lavoro – fa l’ispettrice sanitaria nei ristoranti – ma quando succede, sembra trarre conclusioni definitive: “Questo mestiere ti fa capire il disamore di cui è capace questo paese”.

Affannati dietro i mille messaggi del gruppo scolastico su whatsapp e le feste di compleanno in ludoteca, Sara e Nicola non trovano aiuto in una costosissima pediatra, cercano respiro in qualche baby-sitter, ma quelle serate sono, se possibile, persino più amare di quelle forzate alla casalinghitudine. Fotogrammi surreali illuminano la voglia di buttarsi dalla finestra, o almeno di fuggire via.

#Homecoming, seconda e ultima lezione di paranoia (fine)

Approfittando della crisi di cui Colin Belfast ha fatto da capro espiatorio, passata rapidamente dalla reception a braccio destro di Leonard Geist, Audrey Temple sta scalando la vetta della compagnia, anche grazie all’aiuto dalla sua compagna Alex (Janelle Monáe), problem solver dall’amorale ascendenza tarantiniana (Mister Wolf).

Priva di scrupoli, per la Geist Alex ha già affrontato e risolto i casi più delicati. Audrey trova un’insperata alleata in una militare di carriera, Francine Bunda (Joan Cusack), decisa a far ripartire il progetto Homecoming su nuove basi. Appreso che il Ministero della Difesa, , indifferente ai gravi effetti collaterali, intende utilizzare il know-how della Geist, il fondatore della compagnai decide di espiantare i campi da cui si ricavano le bacche che producono il prezioso liquido rosso. Riceve un’ingiunzione: sarà considerato reato penale distruggere materiale utile alla sicurezza nazionale.

L’ultima puntata della prima serie mostrava Audrey che, dopo aver ricevuto le dimissioni di Colin, si applicava sui polsi quello che pare essere un farmaco sperimentale di colore rosso (l’etichetta sulla provetta dice “solo per uso di laboratorio”).

La seconda serie comincia con Alex che riprende conoscenza mentre galleggia su una barca senza remi, al largo di un laghetto. Non ricorda come sia arrivata lì. Non riconosce la voce che la chiama al telefono né l’individuo che la osserva dalla riva e fugge quando lei chiede aiuto. Non ricorda nemmeno il suo nome… Leggi il resto dell’articolo

Animal House [National Lampoon’s Animal House], John Landis, 1978 [filmTv65] – 9

La prima ora di Animal House non teme confronti, nella sua comicità irresistibile, sgangherata, trascinante. “Demenziale”, la si è voluta etichettare: in realtà, politicamente scorretta.

Le dimensioni del successo sorpresero tutti: incassò 50 volte la spesa. Ma è la persistenza del suo mito a dare la misura del “valore” dell’opera, nel suo smaccato anti-autoritarismo, nella perfida irrisione delle ipocrisie borghesi e di ogni potere costituito: l’esercito si copre di ridicolo, per le ambizioni delle autorità è un contagioso naufragio, pubblico e privato (a lasciarsi sedurre sono la moglie del Rettore e la figlia del Sindaco).

Del cast, ricordiamo solo l’orgiastico John Belushi (e Tom Hulce, ma per Amadeus, e Karen Allen, ma per I Predatori, e Kevin Bacon ma per Footloose); ma ognuno è al posto giusto, da Donald Sutherland a Tim Matheson, fino al nazistoide Neidermeyer (Mark Metcalf) e ai non meno ariani colleghi della confraternita Omega, quella in cui si dovrebbe concentrarsi la predestinata futura “classe dirigente”. Saranno i titoli di coda a svelarci che il futuro dell’America stava nelle pieghe di un’altra confraternita, la Delta, nonostante il pessimo rendimento scolastico.

Un’epoca spensierata e ottimista, quella degli Happy Days e delle ragazze pon-pon stava per finire: come American Graffiti, il film è ambientato nel 1962, prima che JFK venisse assassinato e il Vietnam invaso (non necessariamente in questo ordine).

Il Faber College è una struttura paludata che non sa di essere prossima al crollo, e sarà il Gruppo Delta, con il suo spirito di rivolta, a dare la spallata decisiva. Strumenti: gli scatenati Toga Party, i fiumi di birra e gli spinelli, la musica blues (Otis Day & the Knights) e la liberazione sessuale (con perfidi, geniali pretesti).

Dichiarazione di guerra al conformismo, Animal House ci fa sapere che arrivava il momento in cui ci si doveva giocare tutto: è quando il gioco si fa duro, che i duri cominciano a giocare.

Cambio tutto! [id.], Guido Chiesa, 2020 [filmTv71] – 7

Jekyll & Thelma, Hyde & Louise, in forma di commedia. Niente da inventare – anzi, scopro trattarsi del remake di un film messicano: Una mujer sin filtro – ma una spigliata capacità di giocare sui toni, mischiando questioni serie e leggerezza. Doveva uscire nelle sale a marzo, da qualche giorno sta su Amazon Prime.

Protagonista è Valentina Lodovini, un’attrice che mi aspettavo più famosa e apprezzata, a quarant’anni. Ma il cinema italiano offre ruoli insipidi, e se si scorre la sua filmografia, si può concludere che i film migliori risalgono al 2006 e 2007 (L’amico di famiglia, La giusta distanza). Per una volta ha l’opportunità di mostrare una varietà di sfumature, quasi quasi arrivo a perdonarla per aver ostentato la maglietta della Juventus.

Giulia non sa più chi è, non sa più che vuole. Quarantenne, vive a Roma e lavora nel marketing. Prende coscienza di essere maltrattata su tutti i piani, e trova in un “counselor olistico” (il mellifluo Neri Marcorè) chi fa detonare il necessario capovolgimento caratteriale.

Giulia si ribella. Molla “l’artista” (Dino Abbrescia) che da anni si approfitta del suo stipendio e della bella casa. Smette di farsi fagocitare da relazioni egoistiche con la sorella e la migliore amica. Perde la pazienza con il vicino fracassone e si vendica degli apprezzamenti sessisti che subisce per strada. Infine, proprio quando ha ottenuto uno scatto di carriera, lascia anche il lavoro. Sul piano sentimentale, sembra riavvicinarsi all’ex fidanzato (Libero De Rienzo, già con Lodovini in Fortapàsc), “l’ameba” che sta per sposare un’altra.

Sovrappeso, fanatica di gelato, Giulia conquista la simpatia del pubblico, e la mantiene anche quando esagera e perde il controllo. Stereotipati senza pietà, non c’è un solo personaggio maschile che meriti il cinque e mezzo, a parte l’ex benzinaio, che rende Giulia “senza filtro”, aiutandola a espellere le troppe frustrazioni accumulate.

Finale un po’ troppo euforico, ma poteva finire peggio.

#Homecoming: seconda e ultima lezione di paranoia

“Lo scarto raggelante fra l’individuo e il sistema”: sintetizzavo così il senso della prima stagione di Homecoming, realizzata nel 2018 da Eli Horowitz e Micah Bloomberg, a partire dal loro omonimo podcast audio. Quella prima serie – 10 episodi di circa mezz’ora – era diretta da Sam Esmail, e si avvaleva dell’interpretazione di Julia Roberts, che continua a figurare fra i produttori esecutivi.

Ho visto la seconda stagione subito dopo la prima, non a distanza di diciotto mesi, e il risultato complessivo mi è parso inferiore; ma è un prodotto seriale apprezzabile, da raccomandare. I fatti sono successivi a quelli già narrati, siamo nel 2022 o poco oltre; esaurita la trama ripresa dal podcast era ormai esaurita, lo sviluppo è inedito.

Geist è il nome della grande azienda biochimica che gestiva il progetto Homecoming: a sua insaputa, un gruppo di reduci veniva sottoposto a un nuovo trattamento farmacologico. Avevamo scoperto insieme a Heidi Bergman (Julia Roberts) che il progetto sperimentale, ufficialmente indirizzato al reinserimento nella vita civile di ex soldati, fra cui Walter Cruz (Stephen James), affetti da “disturbo da stress post traumatico”, celava l’obiettivo di cancellare la memoria. Per punire se stessa ed evitare che Walter Cruz venisse richiamato al fronte, Heidi Bergman aveva somministrato a entrambi una dose di quel farmaco. Il progetto era sfuggito di mano e il responsabile, Colin Belfast (Bobby Cannavale) era stato spinto alle dimissioni da Audrey Temple (Hong Chau), l’assistente di Leonard Geist, genio della botanica, fondatore e proprietario della Geist. Leggi il resto dell’articolo

I segreti di Osage County [August: Osage County], John Wells, 2013 [filmTv70] – 6

Film d’attori, se mai ce n’è stato uno, e Premi Oscar come se piovesse: Meryl Streep (Violet), Julia Roberts (Barbara), Chris Cooper (Charles) e Benedict Cumberbatch (“Little” Charles); senza dimenticare il premio Pulitzer Sam Shepard (Beverly) e i nominati agli Oscar Ewan McGregor (Bill) e Juliette Lewis (Karen); giusto citare anche Julianne Nicholson (Ivy), Margo Martindale (Mattie Fae) e Dermot Mulroney (Steve).

E tuttavia, film statico, stracolmo di parole; non si è allontanato abbastanza dalla pièce teatrale da cui venne tratto, a sua volta vincitrice del Pulitzer (Tracy Letts firma anche la sceneggiatura).

La contea di Osage sta in Oklahoma. È agosto, fa molto caldo, nella loro grande casa isolata ci vengono mostrati gli anziani coniugi Weston: lui, Beverly, è stato un docente e poeta, lei, Violet, ha un cancro alla bocca e prende ogni genere di pasticca. Un giorno Beverly non rientra a casa e la più vicina delle tre figlie, Ivy, convoca le altre e anche la famiglia della sorella di Violet. La riunione avrà l’andamento drammatico che ci si può aspettare, in un crescendo di rabbia e frustrazione, risentimenti e segreti svelati.

Spicca il personaggio della primogenita, Barbara, la cui conflittualità con la madre tocca asprezze insopportabili. Nessuno, in questa famiglia allargata, può dirsi felice. Drogata di tranquillanti, Violet pronuncia le verità più spiacevoli; ma alle figlie spiega che solo una donna poteva permettersi di andare in giro senza trucco, Elizabeth Taylor, e invece ne metteva quintali… Risuona Lay Down Sally di Eric Clapton.

La riunione si sgretola, la famiglia si sfalda, pezzo a pezzo, ultima la primogenita. Sembra che il film stia per finire almeno tre volte, ma il regista – dopo tante parole – sceglie di chiuderlo su sterminati panorami, gli occhi di Barbara spaziano sulle grandi pianure della Osage County.

Nominations a Julia Roberts e a Meryl Streep (era la numero 18).

Tutto tutto niente niente [id.], Giulio Manfredonia, 2012 [filmTv67] – 5

La comicità di Antonio Albanese – almeno quella espressa attraverso le maschere nate in televisione – funziona male al cinema. Questo film, per esempio, risulta godibile solo a sprazzi, negli sketch autoconclusivi; attraversa lunghe pause, l’intelaiatura lascia scoperto il faticoso tentativo di miscelare tre personaggi nella stessa trama, e forse ognuno dei tre avrebbe funzionato meglio in una struttura a episodi. Il risultato mi sembra inferiore a quello di Qualunquemente.

Cetto La Qualunque e il suo consiglio comunale vengono arrestati, ma Cetto conosce il valore dell’omertà e si guadagna la riconoscenza del malefico “Sottosegretario” (Fabrizio Bentivoglio), che decide di sostituire alcuni parlamentari misteriosamente uccisi con Cetto e altri due carcerati: Rodolfo Favaretto e Frengo Stoppato. Il kitsch erompe senza freni, nel trasformare tre impresentabili in tre onorevoli.

Il vanaglorioso Cetto (‘u pilu per tutti) disprezza le donne ed è omofobico ai massimi livelli; lo psichedelico Frengo (spinelli e thé aromatizzato) ha una madre fanatica che vuole farlo beatificare da vivo; l’imprenditore veneto Rodolfo (un Perego in tono minore) ha una moglie simil-Heidi, che si consola con tre africani. Del cast fanno parte anche Lorenza Indovina, Lunetta Savino, Nicola Rignanese, Vito e Paolo Villaggio (sarà il suo ultimo film, non apre bocca).

La satira politica è debolissima, ai limiti del qualunquismo: tutti cercano il potere, cercano di arraffare, usano parole melliflue per occultare motivazioni egoistiche. Con la garanzia dall’immunità parlamentare, i tre si levano parecchie soddisfazioni.

L’aspetto più interessante del film sta ai margini, nei costumi (Roberto Chiocchi) e nel trucco: il Sottosegretario ricorda lo stilista Lagerfeld, Frengo indossa una mantellina impermeabile con se stesso che vede la Madonna, e in quanto a Cetto, nessuno sa abbinare i colori in modo altrettanto lisergico.

Notre Dame [The Hunchback of Notre Dame], William Dieterle, 1939 [filmTv69] – 7

Dal romanzo di Victor Hugo, nonostante un grande regista (e Robert Wise come aiuto) e la produzione RKO Radio Pictures, uscì un film contraddittorio, con momenti magici e scene quasi imbarazzanti.

La magia scintilla ogni volta che appare Charles Laughton nel ruolo di Quasimodo, “il gobbo di Notre Dame” (Perc Westmore fece il make up). Non ho visto Lon Chaney in quella parte, ma solo Freaks di Tod Browning ed Elephant Man di Lynch reggono al confronto dell’espressività di questo “mostro”. Al contrario, parte del cast appare posticcio: visti in tanti western e noir, Thomas Mitchell e Edmond O’Brien non sono credibili nei ruoli di vagabondi parigini di fine Quattrocento. Ho qualche dubbio anche su Maureen O’Hara, la zingara Esmeralda, fulgida diciannovenne che con Mitchell e O’Brien condividerà la stima di John Ford.

Lunghi capelli rossi e occhi verdi, da purissima irlandese, Maureen diventerà “la regina del Technicolor”. A scoprirla fu proprio Laughton, che la fece conoscere all’amico Hitchcock (La taverna della Giamaica, 1939) e la impose alla RKO per questo adattamento che sconta cadute di verosimiglianza (prima di Gutenberg, si mostra un torchio per la stampa; il lieto fine capovolge il testo di Hugo).

Fuggito dalla Germania, Dieterle sa rifinire la favola gotica con notevoli movimenti di massa (le scene dall’alto della cattedrale sono stupende). Delle masse, ha un certo timore, come dimostra la spregevole voluttà della folla mentre Quasimodo viene fustigato in piazza e posto alla gogna; unica ad avere compassione dell’infelice gobbo, Esmeralda gli porta da bere durante il supplizio. Anche la persecuzione degli zingari, in quel 1939 (il film uscì dopo l’invasione della Polonia), allude a una sinistra attualità.

Rimasto di nuovo solo, Quasimodo si rivolge a un gargoyle: “Perché non sono di pietra come te?”.

Estasi di un delitto [Ensayo de un crimen], Luis Buñuel, 1955 [filmTv68] – 7

Un trauma infantile, le frustrazioni sessuali imposte dalla religione cattolica, il senso di colpa che ne deriva: ecco il nucleo narrativo, che Buñuel riprende da un romanzo di Rodolfo Usigli, deformandolo e rendendolo più ambiguo con il suo gusto del simbolismo. L’obiettivo pare quello di maneggiare generi popolari come il giallo e il melodramma, per veicolare concetti abrasivi di ogni conformismo.

È uno dei film che il genio spagnolo girò in Messico, lo interpretano attori non memorabili, Ernesto Alonso (Arcibaldo De la Cruz), Miroslava Stern (Lavinia) e Ariadna Welter (Carlota). A dipanare il flashback, confessando i suoi “delitti” a un giudice, la voce narrante è quella di Arcibaldo, un uomo ricco, con velleità d’artista, malato di feticismo e convinto di essere un assassino di donne. In realtà, non ne ha mai uccisa una. Però, si è augurato la loro morte, fino a credersi dotato di un malefico potere paranormale: è convinto di togliere la vita azionando un vecchio carillon. Quelle morti provocano in lui un piacere intenso (l’estasi del titolo). Certo, tra il pensiero e l’azione esiste un baratro; ma “sono attratto dall’oscurità del personaggio”, ebbe a dire Buñuel.

Da bambino, Arcibaldo vide morire la propria giovane istitutrice, e restò a fissare il cadavere, nella sua scomposta sensualità. Per caso, la musica di quel carillon rientra nella sua vita da adulto, e nuovi delitti si compiono sotto quella colonna sonora (una suora precipita nel vano dell’ascensore, una donna viene uccisa dal marito geloso, altre donne provocanti faranno una brutta fine). Il protagonista concupisce la bella Lavinia insieme al manichino di moda che ne riproduce le fattezze.

Convinto di poter tenere a freno le pulsioni omicide solo se affiancato da una donna pura e virtuosa, cerca la salvezza nel matrimonio, ma il giorno della cerimonia ha già architettato di uccidere la sposa, scoperta insieme all’amante…

Homecoming, lezione di paranoia (prima stagione, 2 di 2)

Lo spettatore non può fidarsi né delle parole né delle immagini che gli vengono mostrate. Viene da pensare a Manchurian Candidate (Frankenheimer, 1962) e La conversazione (Coppola, 1974) – per le riflessioni sui ricordi veri o falsi, Blade Runner (Scott, 1982) e Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Gondry, 2004) – ma la serie si sviluppa senza scene d’azione: ci sono lunghi silenzi e dialoghi a due, componendo le dinamiche che si instaurano tra Heidi e Colin (sempre al telefono), Heidi e Walter (seduta di psicanalisi), Heidi e il detective Carrasco (interrogatorio riottoso), Heidi e la madre, Colin e Audrey. Infine, la catarsi: Heidi con Colin, e poi con Walter.

A spiazzare lo spettatore, rendendolo sempre più smarrito e insicuro, contribuisce una scelta stilistica: per sottolineare che ci si muove su diverse linee temporali, Esmail e il direttore della fotografia Tod Campbell alternano scene nel tradizionale formato orizzontale ad altre in cui lo schermo si stringe a un quadrato con due bande nere ai lati.

Infarcito di lunghi piani sequenza e zoomate ansiogene, lo stile è espressamente citazionista: Hitchcock prima di tutto, ma anche Lynch (l’acquario, il pellicano), Pakula (la cospirazione) e De Palma (il thriller sul punto di esplodere). Vengono riprese le musiche di vari film (fra gli autori, Pino Donaggio e Bernard Herrmann), alternate a rumori disturbanti. Ho cercato riferimenti ai film saccheggiati: Capricorn One, Il Maratoneta, Tutti gli uomini del Presidente, Carrie, Amityville Horror, La donna che visse due volte. Riciclando quelle musiche, Esmail trascina dentro questa miniserie una quantità di ricordi e associazioni di idee.

Gran parte dell’azione si svolge nel modernissimo edificio della Homecoming Transitional Support Center: vetro e acciaio, geometrie avvolgenti, colori freddi e saturi, all’esterno chilometri di niente in ogni direzione. Il boss pare sia Colin Belfast, ma non lo si vede mai in quella sede. E poi, quali sono i veri obiettivi del Centro? Perché il personale non mangia insieme ai soldati? Come si concilia il marchio Geist, associato a prodotti per la pulizia domestica, con un progetto sperimentale di recupero dei veterani traumatizzati? E chi ha conferito tanto potere all’impassibile Audrey (Hong Chau, già vista in Downsizing)?

Imbruttita, o peggio ingrigita, Julia Roberts ha momenti che rimandano all’intensità raggiunta in Erin Brockovich (2000). Illazione: si chiama Bergman, come Ingrid in Io ti salverò… Quando decide di mettersi sulle tracce di Walter, a quale salvezza si allude? (2, fine)

Benedetta follia [id.], Carlo Verdone, 2018 [filmTv61] – 6

Produzione De Laurentiis, sceneggiato dal mattatore insieme a Nicola Guaglianone, l’ultimo film di Verdone – in attesa che esca quello bloccato dal lockdown – scorre senza particolari guizzi, ma viene salvato da due scelte: il protagonista si destreggia fra tante figure femminili (interpretate da Lucrezia Lante della Rovere, Maria Pia Calzone, Paola Minaccioni, Federica Fracassi, Francesca Manzini, Elisa Di Eusanio, Gina Rovere e Margherita Di Rauso) e, soprattutto, conferma il singolare talento di Ilenia Pastorelli, reduce da Lo chiamavano Jeeg Robot. È la sua Luna a portare nella trama i momenti più vibranti.

Titolare di uno dei più antichi e autorevoli negozi romani di articoli religiosi, Guglielmo ha a che fare con cardinali, vescovi, preti e suore; all’improvviso, si trova ad affrontare la separazione dalla moglie, che dopo venticinque anni di matrimonio pare si sia scoperta lesbica e confessa di tradirlo con la sua commessa.

Perse, in un colpo, moglie e commessa, Guglielmo offre il lavoro per un mese a Luna, una giovane borgatara del tutto inadatta al contesto, ma piena di vitalità e capace di fare mergere le qualità che serviranno al protagonista per rimettersi in gioco e cambiare vita.

Luna, che si aggira nel negozio di arte sacra come una cubista in discoteca, convince Guglielmo a entrare nel mondo social degli appuntamenti al buio. Le situazioni comiche non sono irresistibili, Verdone aveva già 68 anni e il “ricominciare a vivere” suona un po’ stonato. Ci sarà spazio anche per un’infruttuosa riconciliazione coniugale (quello della moglie è un personaggio appena abbozzato) e per vari equivoci che allontanano il protagonista dall’inevitabile, nuova anima gemella.

Roma torna a essere l’ombelico di Verdone. E l’apprezzabile partecipazione a La grande bellezza, lascia un’eredità, anzi un vezzo: alcune scene fin troppo sorrentiniane.

(Quasi) tutti i film di Carlo Verdone

Homecoming, lezione di paranoia (prima stagione, 1 di 2)

Volendo identificare un fulcro narrativo, scelgo la paranoia: lo scarto raggelante fra l’individuo e il sistema.

Serie tv statunitense creata da Eli Horowitz e Micah Bloomberg, basata sul loro omonimo podcast audio. La regia della prima stagione – 10 episodi di circa 32’ – è firmata da Sam Esmail, già creatore di Mr Robot (che non conosco). Ma il nome che attira l’attenzione è quello della protagonista – Julia Roberts – che figura anche come produttore esecutivo. Leggi il resto dell’articolo