Blue Valentine [id.], Derek Cianfrance, 2010 [Tv45] – 8

Come comincia un grande amore. E come può finire nella polvere. In mezzo, appena sei anni di vita, che il regista sceglie di non mostrarci. Non conosciamo l’inizio delle crepe, il loro allargarsi, da dove vengano le incomprensioni, i rimorsi, i litigi, l’incomunicabilità, l’insopportabilità che infine esplodono.

Tutto il film oscilla fra l’inizio e la fine, fra l’innamoramento come stato nascente e il collasso irrimediabile, fra dolcezza e amarezza, romanticismo e disgusto, agendo per sottrazione.
Dean e Cindy – Ryan Gosling e Michelle Williams – sono i poli magnetici. Si conoscono a New York, lui fa il facchino e demolitore, lei studia medicina e si occupa della nonna, l’unica persona della sua famiglia che non gli riversi malessere e infelicità. Del passato di Dean e Cindy ci viene detto pochissimo. Sappiamo che lei aveva una relazione con Bobby, un aitante ragazzone che forse l’ha messa incinta. Ma Cindy scopre la gravidanza quando già sta con Dean, e forse è l’atteggiamento di lui a convincerla a non abortire.

Ma di “forse” se ne possono ricavare tanti. La trama passa dal presente al passato con minimi preavvisi, i due ora vivono in un sobborgo della Pennsylvania, Dean fa l’imbianchino, Cindy è infermiera. Trascorrono un grottesco week-end in un albergo con stanze a tema, ma sesso e alcol non servono a nulla; nemmeno l’attaccamento della bambina può più riavvicinarli.
Due modelli di fotografia segnano il passare del tempo: il passato è girato in Super 16mm, il presente in digitale; ne derivano diverse temperature del colore, una diversa grana dell’immagine, differenze persino più intense dei cambiamenti fisici dei protagonisti (più vistoso quello di Gosling, appena accennato nella Williams).

Il fatto è che sia Gosling che Williams sembrano veri. Entrambi confezionano una splendida interpretazione, che rende credibile un amore che muore.

La famiglia Addams [The Addams Family], Barry Sonnenfeld, 1991 [Tv38] – 6

Gomez: “Fumo da quando avevo cinque anni. Mamma insisteva tanto”.
Morticia: “Non devi torturarti così Gomez, a quello penso io”.

Raúl Juliá è Gomez Addams, Anjelica Huston sua moglie Morticia, Christopher Lloyd interpreta lo zio Fester Addams (che in realtà è o crede di essere Gordon Craven) Christina Ricci è Mercoledì Addams e Jimmy Workman il suo fratellino Pugsley, Judith Malina incarna la Nonna Addams (e Carel Struycken fa il cadaverico maggiordomo): il cast è perfetto, fisiognomica, trucco e costumi proiettano gli attori in un’atmosfere fatata, da favola nera, in cui il politicamente scorretto è sempre capovolto, ogni morale edificante viene scardinata, ogni scelta estetica vira verso il macabro.

La storia comincia nel perenne, inconsolabile rimpianto per la scomparsa dello zio Fester, il fratello di Gomez; fra i due fratelli, era scoppiata una rivalità per due donne; fallisce l’ennesima seduta spiritica per contattare Fester in qualche Aldilà… Ma gli Addams sono ricchissimi, e le loro ricchezze innescano un piano per derubarli: un finto Fester (peraltro identico all’originale) si intrufola nello spettrale castello e cerca la via del tesoro.
Ritrovato l’amatissimo fratello dopo 25 anni, Gomez non vede, anzi non vuole vedere ciò che Morticia e Mercoledì hanno presto intuito. Ma le dinamiche familiari e i legami di sangue si rivelano più forti di tutto; anche di una profonda amnesia scaturita da un trauma vissuto nel Triangolo delle Bermude.

Nati da una striscia comica degli anni Trenta, gli Addams continuano a rappresentare una caricatura della famiglia modello americana. Ma la versione cinematografica risulta meno divertente della serie televisiva.
La recita scolastica di Mercoledì e del fratellino mi pare la scena più travolgente, quella che ti spinge a chiederti come si possa ridere anche sullo splatter.

Paris blues [id.], Martin Ritt, 1961 [Tv42] – 6

Due jazzisti americani – Paul Newman e Sydney Poitier – si sono da anni trasferiti a Parigi e inseguono il successo. Incontrano due affascinanti connazionali – Joanne Woodward e Diahann Carroll – all’inizio di due settimane di vacanza. Fra le due coppie bianche le due coppie afroamericane si sviluppa una forte attrazione, che presto entra in rotta di collisione con le decisioni prese dai due musicisti. Tornare in America e farsi una famiglia, o insistere nella ricerca di realizzazione di sé intorno alla musica?

Musiche di Duke Ellington (nomination all’Oscar), fotografia in bianco e nero di Christian Matras, le umide cantine notturne e le molli passeggiate sul lungosenna, la travolgente incursione di Louis Armstrong, l’esordio di Serge Reggiani nei panni di un chitarrista zingaro (omaggio, non dichiarato, a Django Reinhardt), la collaudata chimica dei corpi fra Newman e Woodward (sposati da tre anni e destinati a vivere insieme per mezzo secolo) e quella non meno immediata fra Poitier e Carroll… il film ha tante, singole qualità. Gli manca il lievito: resta poco appassionante, irrisolto sul piano sentimentale e un po’ melodrammatico.

Poco importa che siano davvero Newman e Poitier a suonare contrabbasso e sassofono (ne dubito), o si limitino a maneggiare gli strumenti: sono i loro caratteri a essere legnosi, stereotipati, e anche l’ambientazione – la fumosa nicchia dei club parigini in cui impazza le jam-sessions – resta decorativa e superficiale.

Un nucleo tematico è dato dal conflitto su come affrontare il razzismo, che vede i due afroamericani su sponde opposte (lui se n’è andato anche per questo, e Parigi non l’ha deluso; lei è del genere che vuol far crescere i figli in un’America diversa). Alla fine, la scelta esistenziale dei due musicisti risulta antitetica, ma poteva finire all’opposto con analoga, fredda credibilità.

22.11.63, Jackie, Bobby e JFK

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JFK. Un caso ancora aperto [JFK], Oliver Stone, 1991 [Tv36] – 8

Il punto di partenza è «Sulle tracce degli assassini» (1988), scritto da Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans (Louisiana), che nel 1966 fu il primo a indagare sull’ipotesi del complotto nell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy.

La tesi ufficiale uscita dalla famigerata Commissione Warren stabilì che Lee Harvey Oswald fu il solo esecutore materiale dell’attentato. Basterebbero le prove balistiche a dimostrare il contrario. Ma cosa accadde a Dallas il 22 novembre 1963 è in ogni caso diverso da quello che hanno voluto farci credere. Lee Harvey Oswald (Gary Oldman) non agì da solo, Jack Ruby non lo uccise senza qualche complicità, e i moventi per assassinare il Presidente erano innumerevoli (e contraddittori). Jim Garrison (Kevin Costner) riuscì a dimostrare come tanti fossero impegnati a insabbiare la verità, e vari testimoni furono indotti al silenzio. Del resto, chiunque capisce che “se hanno ucciso il Presidente”, la vita di un singolo cittadino non vale niente.

In fondo, la tesi di Garrison era indimostrabile: troppo potenti gli avversari, troppo interni agli apparati dello Stato. Perciò, parole ed espressioni come “congiura”, “cospirazione” e “colpo di stato” hanno un senso. Che poi gli esecutori materiali appartengano alla CIA, all’FBI, fossero esuli anticastristi o killer mafiosi assoldati dal “complesso militare industriale”, questo non lo sapremo mai.

Stone si immedesima in Garrison e nella sua ricerca della verità, che lo porta a pagare un prezzo personale (la moglie è interpretata da Sissy Spacek). La scelta stilistica è ubriacante. Stone mescola suoni e immagini, pellicole e formati diversi, immagini di repertorio e ricostruzioni accuratissime, destreggiandosi in un territorio inedito, fra documentario, fiction e grande spettacolo. Decisivi il Montaggio (Joe Hutshing e Pietro Scalia) e la Fotografia da Oscar (Robert Richardson). Faticosi i lunghi dialoghi, nei quali Garrison e il suo staff ricostruiscono i fatti, avanzano ipotesi, smontano tesi. In varie interviste, il regista ha citato «Rashomon» e «Z. L’orgia del potere» come i modelli a cui si è ispirato.

Nel cast, anche solo per poche scene, attori fenomenali come Tommy Lee Jones e Jack Lemmon, Donald Sutherland e Joe Pesci, Kevin Bacon e Walter Matthau, Vincent D’Onofrio e Tomas Milian. Resta scioccante il momento, in tribunale, in cui Garrison mostra alla giuria il terribile, casuale filmato di Abraham Zapruder, fino ad allora tenuto nascosto all’opinione pubblica.

Chorus Line [A Chorus Line], Richard Attenborough, 1985 [Tv39] – 7

Tutto in un giorno, un lunghissimo, statico, estenuante giorno al chiuso di un teatro di Broadway: un’audizione di ballerini, esaminati dal coreografo Zach (Michael Douglas) e dal suo assistente Larry (Terrence Mann: un tipo con il fiuto per il musical, se si pensa che appare anche in «Les Misérables», in «Cats» e in «The Beauty and the Beast»). Dopo una prima selezione, nella quale i candidati sono solo numeri, ne restano sedici, che diventano diciassette per il ritorno dal passato di Cassie (Alyson Reed), una prima ballerina caduta in disgrazia con cui Zach ebbe una relazione. Alla fine ne resteranno solo otto, quattro uomini e quattro donne.

Musiche di Marvin Hamlisch, testi delle canzoni di Edward Kleban. Reduce dal trionfo di Gandhi, il regista inglese scelse di giocarsi tutto sul palco, con un effetto claustrofobico che intendeva amplificare la fatica, le motivazioni, il talento e l’ambizione dei ballerini. Le parti musicali sono focalizzate a definire le psicologie dei singoli personaggi; destabilizzanti per l’epoca i ripetuti riferimenti all’omosessualità. Quando Zach, prima di compiere l’ultima scelta, chiede a ognuno di raccontare cosa cerca nella danza, si compone un campionario di vite difficili, dolorose, in cerca di riscatto. Diventare famosi nel mondo dello spettacolo è la forma della Frontiera negli anni Ottanta.

Ma qui sta uno dei problemi: il musical teatrale, infatti, risale a dieci anni prima, debuttò il 21 maggio 1975, off Broadway, e il successo fu tale che il 25 luglio si trasferì allo Shubert Theatre, dove andò in scena 6137 volte, fino al 28 aprile 1990.

Vinse il Pulitzer per la drammaturgia, e 9 Tony Awards, gli Oscar del teatro, ma nemmeno un Oscar “vero”. Anche al botteghino andò male. Forse dipese dal fatto che gli anni Settanta, un decennio dopo erano già irriconoscibili.

«22.11.63», la serie (quattro di quattro)

Selvaggiamente picchiato da quelli presso cui ha piazzato le scommesse, Jake si risveglia in ospedale dopo giorni in coma; ha sognato Al Templeton che lo rimprovera per aver commesso tanti errori.
Al risveglio, ha molte amnesie. Non ricorda la missione. Non ricorda cosa l’ha colpito, né che ha fatto rinchiudere Bill in una specie di manicomio, temendo potesse compromettere la missione.
Con l’aiuto di Sadie, cerca di ritrovare le tracce di ciò che ha dimenticato. Scopre che Bill è stato lobotomizzato, e quando il ragazzo lo rivede, si toglie la vita gettandosi dalla finestra. Il bilancio del viaggio nel passato si sta facendo sempre più negativo.
Brancolando nel buio, due giorni prima del 22 Novembre, Jake rivede Oswald e tutto gli torna chiaro. La notte che precede l’arrivo di Kennedy a Dallas, Jake propone a Sadie di non interferire più con il passato e di provare a essere felici; lei lo incita a non mollare. Quando Sadie gli chiede cosa gli manchi del futuro, Jake risponde “le Sneakers” (le scarpe da ginnastica).

Mentre Lee Harvey Oswald si piazza nella sua postazione con il fucile telescopico, Jake e Sadie corrono contro il tempo (varie allucinazioni li rallentano). La sigla che apre l’ottavo e ultimo episodio è lievemente diversa, i fili rettilinei si sfrangiano.

Il corteo presidenziale è ormai vicino, lungo il Dealey Plaza avanza la Lincoln Continental del 1961, c’è spazio per qualche fotogramma che sembra ripreso dalla videocamera di Zapruder. “Lascerò un segno su questo mondo”, sintetizza il movente paranoico di Oswald secondo Stephen King…
“Se potessi tornare indietro”, è un pensiero che chiunque ha conosciuto. Jake ha la fortuna di poterlo sperimentare, ma incrocia di nuovo quel padre affranto per non essere riuscito a salvare la figlia, e capisce tutto.

Finisce con Jake e Sadie che ballano, emanando un riverbero malinconico del ballo scolastico del 1962. «Nothing Can Change This Love» canta l’immenso Sam Cooke.


Le regole del caos [A Little Chaos], Alan Rickman, 2014 [Tv37] – 5

All’origine della magnificenza dei giardini di Versailles, ci sta anche una donna – Sabine De Barra – coinvolta dall’architetto curatore dell’opera, André Le Nôtre, nonostante un primo approccio ostile e respingente.

Presto fra i due (Kate Winslet e Matthias Schoenaerts) scocca la scintilla delle affinità elettive, che conferisce loro la forza per superare vari ostacoli e li rende credibili agli occhi del Re Sole (Alan Rickman). Nel cast anche Helen McCrory (la torbida moglie del protagonista) e Stanley Tucci (fratello del Re, omosessuale). L’anno è il 1682, la produzione è firmata BBC: strano che gli inglesi si siano interessati a un film sui Borboni anziché sui Tudor, sugli Stuart, sugli Hannover, sui Windsor…

Gli autori scelgono la strada degli interni (la Corte) e dei giardini (spazi chiusi e d’immediato impatto cinematografico), anche per limitare l’uso del digitale e degli effetti speciali. La teoria è che Sabine De Barra introduca un pizzico di caos nell’ordine rigoroso di Le Nôtre, e che da questa magica combinazione si sprigioni l’iperrealistica bellezza dei prati intorno alla reggia di Versailles. Non so se De Barra sia realmente esistita, ma leggo che André Le Nôtre nacque nel 1613, dunque aveva settant’anni all’epoca dei fatti.

Ovviamente Kate Winslet sa adattarsi anche a un ruolo come questo, di triste vedova che ritrova la voglia di vivere (e l’amore) grazie a un’opera smisurata: la progettazione del più magnifico giardino al mondo. Purtroppo, i dialoghi suonano letterari e il resto del cast appare goffamente teatrale: Matthias Schoenaerts ha la faccia giusta ma non cambia mai espressione, Tucci sembra ridere di se stesso (che ci faccio qui?), e Rickman si riserva solo un paio di scene (le più riuscite, peraltro).

La stangata [The Sting], George Roy Hill, 1973 [Tv7] – 9

A Paul Newman e Robert Redford niente Oscar, ma la pellicola ne raccolse 7, tra cui quello al miglior film e alla miglior regia. Vinse anche la colonna sonora, ragtime scritti da Scott Joplin a inizio Novecento rielaborati da Marvin Hamlisch.

Commedia strepitosa, elegante, ricca di colpi di scena e perfetti incastri narrativi – Oscar anche alla sceneggiatura originale di David S. Ward – un gioco di scatole cinesi ambientato nel 1936 fra Chicago e New York. Vari moventi spingono i protagonisti a ordine una grande truffa. Il movente principale è la vendetta; poi, certo, ci sono i dollari. Non potendo pareggiare i conti con la violenza, si decide di colpire il “cattivo” nel suo punto più sensibile: il portafoglio.

Johnny Hooker (Redford) e il suo amico Luther Coleman sono due piccoli truffatori; senza saperlo, raggirano il corriere di un banchiere che in realtà è un gangster spietato (Doyle Lonnegan, interpretato da Robert Shaw), che fa uccidere Luther e mette una taglia sulla testa di Johnny. Il quale fugge, ricercato anche dalla polizia, e va a cercare aiuto da Henry Gondorff (Newman), truffatore di impareggiabile astuzia. Un’ex sala biliardi viene trasformata in una finta agenzia per scommesse ippiche, dove verrà riesumato “il vecchio trucco del telegrafo”.

C’è spazio anche per una fenomenale partita di poker sul treno Chicago-NYC, dove Lonnegan bara spudoratamente e Gondorff sa farlo anche meglio e con una strafottenza impareggiabile (ah, il sorriso di Newman). Ma il killer assoldato da Lonnegan è ormai sulle tracce di Hooker, che è a sua volta pedinato da un tenente di polizia (Charles Durning)…

Negli ultimi anni abbiamo assistito al revival di questo sottogenere: i tre Ocean’s di Soderbergh, La grande scommessa, American Hustle, The Prestige, The Wolf of Wall Street… tutti film notevoli, eppure incapaci di sollevarsi fino alla lievissima magia scaturita dalla chimica fra Newman e Redford.

007 GoldenEye [GoldenEye], Martin Campbell, 1995 [Tv35] – 6

Primo film con Pierce Brosnan nei panni di James Bond, diciassettesimo della serie, non va oltre la sufficienza per due difetti strutturali: nessuno ricorda il movente del “cattivo” che può distruggere ogni angolo del pianeta, e nessuno ricorda chi sia la Bond Girl.
Sean Bean era l’Agente 006 prima di tradire e diventare il mortale nemico di Bond e M (Judi Dench, all’esordio). Ricordo l’attore nei panni di Boromir nella saga del «Signore degli Anelli», e nonostante digrigni i denti e sia sfigurato al volto, non riesce a elevarsi all’altezza diabolica di altri nemici bondiani, animato dalla patetica volontà di vendicare il male subito dai genitori di origine cosacca.
Quanto a Izabella Scorupco, era una modella polacca e non ricordo di averla vista in altri film, nonostante gli occhi verdi e l’acconciatura occidentale associata a un genio dell’elettronica post-sovietica, al lavoro in una sperduta base siberiana.

Samantha Bond è la nuova Moneypenny, Desmond Llewelyn è il vecchio Q, in piccolo ruoli compaiono Minnie Driver, Alan Cumming e Joe Don Baker, ma resta negli occhi solo il sadomasochismo di Famke Janssen, in grado di fare stragi con il mitra, di pilotare elicotteri stealth o fiammanti Ferrari, di sfoggiare abiti eleganti per giocare a baccarà. Il doppio scontro con Bond sta a metà tra un atto sessuale e un tentativo di soffocamento. Curioso il fatto che sia Janssen che Cumming troveranno posto nel cast mutante degli X-Men.

In generale, la versione Brosnan di 007 non mi ha mai fatto impazzire. Qui, è troppo bello e senza un filo di ironia, dice frasi didascaliche a un pubblico stordito da troppe espressioni che vogliono sembrare high tech, e annaspa in una trama post Guerra Fredda (ma i Russi sono comunque spregevoli), che lo porta a spasso fra Londra, il principato di Monaco, San Pietroburgo e Cuba.

Composta da Bono e The Edge, la canzone dei titoli è cantata da Tina Turner.

«22.11.63», la serie (tre di quattro)

Fra fatalismo e ineluttabilità, in quel passato ancora recente e tuttavia concluso prima che lui nascesse, Jake Epping/Amberson non ha solo una missione da compiere. Lo muove anche una speranza più intima: ritrovare il filo di una felicità che nel presente non riesce più a mettere a fuoco. Del resto, la Rabbit Hole si schiude sui Favolosi Sixties, anni che sono diventati un mito: il decennio più ammaliante nella storia, per quanto tragico (negli Stati Uniti, innanzitutto).

Dovendo trovarsi un lavoro, Jake sceglie di fare quel che sa: l’insegnante. Il paese, Jodie, non è distante da Dallas. Jake è inconsapevole del livello di razzismo che si respira in Texas nel 1960.
Due anni dopo, in quella scuola viene assunta come bibliotecaria Sadie Dunhill, la bionda che Jake aveva già intravisto a Dallas. Nel frattempo, Sadie sta divorziando.

Come Benigni e Troisi («Non ci resta che piangere»), Jake può citare cose che solo lui sa: canzoni dei Beatles, scene da «Il Padrino». Quando il legame con Sadie si consolida, Jake si trova di fronte al dilemma: mantenere il segreto sulla sua “missione” o dirle la verità. Sembra deciso a rivelarle tutto, quando riceve un messaggio ricattatorio che attribuisce alla CIA. Invece, è del marito di Sadie, Johnny Claiton, che non intende concederle il divorzio. Intanto, Bill si invaghisce di Marina Oswald (interpretata da Cherry Jones): la moglie di Lee Harvey.

Non si può essere certi del fatto che per Jake salvare JFK sia più importante che essere felici con Sadie. Diventa chiaro che se non le dice la verità, la perde, ma se le dice la verità mette a rischio gli sforzi di tre anni… “Se ti avvicinerai troppo a qualcuno, scorderai il motivo per cui sei arrivato”, aveva detto Al a Jake. Che con grande dolore sceglie la missione. Ma non può sottrarsi al correre in soccorso della donna, quando il marito la picchia e la sfigura, e poi la tiene sotto la minaccia di una pistola.
Johnny Claiton è un sadico pervertito, il pubblico vuole che Jake lo uccida e possa tornare alla sua missione. Con Stephen King di mezzo, poteva mancare una scena splatter? Sadie non muore, ma resta segnata. Ora, dirle la verità è necessario… (tre di quattro)

«22.11.63», la serie (due di quattro)

Jake Epping fa l’insegnante in un liceo e ha appena firmato le carte per il divorzio, quando un amico malato di cancro gli mostra un portale spazio-temporale che porta a un giorno di ottobre del 1960. Al Templeton ha già fatto avanti e indietro più volte, prima di ammalarsi gravemente, e si è persuaso sia possibile evitare l’assassinio di Dallas. Le regole del gioco sono semplici: ogni viaggio nel tempo, per quanto lungo, equivale a due minuti nel tempo presente, e a ogni ritorno corrisponde l’azzeramento di quanto visto e fatto nel passato.

Cosa sarebbe accaduto all’America e al mondo se JFK non fosse stato assassinato? Come tanti altri americani, Stephen King non può superare l’ossessione di quel trauma, e fin dal 1971 ha pensato di scriverne. Appare ingenua o, peggio, assurda la convinzione che un mondo in cui Kennedy non muore sia certamente migliore rispetto a quello in cui viviamo, ma ci si può sorprendere a pensare a come sarebbe stata diversa la storia d’Italia se Enrico Berlinguer non fosse morto a 62 anni…

La serie è piena di citazioni, da «La vita è meravigliosa» a «Ritorno al futuro». Sull’asse passato/futuro, si possono fare soldi azzeccando scommesse sportive inverosimili (si sa il risultato) e raddrizzare torti e ingiustizie. Ma, come detto, il passato sa come difendersi, e può usare armi brutali. “Tu non dovresti essere qui”, è la frase che ogni tanto Jake si sente rivolgere da chi percepisce la sua estraneità al contesto.

Nell’autunno 1960, dopo otto anni, Ike Eisenhower sta per lasciare il passo al suo vice, Dick Nixon, o all’enfant prodige Jack Kennedy; il lattaio rompe una bottiglia e esclama: “Oh, cavoli, guarda che ho combinato”; le automobili hanno forme assurde e colori sgargianti; i cibi sono più saporiti e genuini; gli uomini portano il cappello, molte donne cotonano i capelli e alcune cominciano ad acconciarsi “alla Jackie”; la radio trasmette «Stay (Just a Little Bit Longer)» di Maurice Williams & The Zodiacs, «Then He Kissed Me» del gruppo femminile The Crystals, il soul di Sam Cooke con «Bring It On Home To Me», «Soldier Boy» intonata dalle Shirelles.

«22.11.63», la serie (uno di quattro)

«22.11.63» (titolo originale alla maniera anglosassone: «11.22.63») è una miniserie televisiva in otto episodi trasmessa su Hulu (piattaforma on demand) nel 2016 e basata sull’omonimo romanzo di Stephen King. Il maestro dell’horror figura anche fra i produttori, insieme a J.J. Abrams («Lost» e «Star Wars»), Bridget Carpenter (artefice della serie) e Bryan Burk.

Il protagonista è James Franco (doppiato da Marco Vivio), che interpreta Jake Epping nel 2015 e Jake Amberson nei primi anni Sessanta. Epping insegna letteratura in una scuola del Maine e si fa convincere dall’amico Al Templeton, interpretato da Chris Cooper, a viaggiare indietro nel tempo per impedire l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (la data del titolo rimanda al suo omicidio, a Dallas). Nella miniserie Jake, attraversando la Rabbit Hole (tana del bianconiglio), si ritrova catapultato nel 21 ottobre 1960; nel romanzo, invece, il varco temporale lo porta nel 1958.
Fra gli altri personaggi, Sadie Dunhill (Sarah Gadon), Bill Turcotte (George MacKay), Marina Oswald (Lucy Fry) e Lee Harvey Oswald, interpretato da Daniel Webber.

Nell’agosto 2011, ancora prima dell’uscita del romanzo, uscì la notizia che Jonathan Demme era interessato a produrre e dirigere un adattamento cinematografico dell’opera di King; progetto naufragato per divergenze fra i due. Le riprese sono cominciate nel giugno 2015 a Hespeler, in Ontario, e sono terminate in autunno. La regia del primo episodio è di Kevin Macdonald, Oscar per il documentario «Un giorno a settembre», e autore di film potenti come «L’ultimo Re di Scozia» e «State of Play»; nei successivi episodi si alternano dietro la macchina da presa James Kent, Fred Toye, James Strong, John Coles e lo stesso James Franco («The Truth»).

La presenza di King fra i produttori fa desumere che il prodotto televisivo sia coerente con l’ispirazione romanzesca (900 pagine ridotte a 7 ore). Dunque, si tratta di una storia che usa la fantascienza dei viaggi nel tempo per parlare di senso di colpa, peccato, redenzione, salvezza e fatalismo. È possibile cambiare il passato, intervenire col senno del poi e reindirizzarlo positivamente? La risposta di King è ambigua, lucidamente fertile: sì, è possibile, ma il passato oppone una forte resistenza a farsi manipolare.
“When you fight the past, the past fights back”… (uno di quattro, segue)