Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, Decalogo

Dekalog – il libro, tradotto per Einaudi nel ’91 da Malgorzata Furdal e Paolo Gesumunno, non coincide con il film. Le pagine contengono scene in più, dettagli mancanti, differenze significative; in sede di montaggio, il regista ha rimodulato gli intrecci, soppesato soluzioni alternative, compiuto scelte di magistrale economia narrativa.

Trasmessi dalla televisione pubblica polacca, i 10 film di 55’ furono preceduti da due lungometraggi per il cinema, Breve film sull’uccidere e Breve film sull’amore (con un diverso finale). In Italia, i 10 episodi vennero proiettati al cinematografo a coppie consecutive; passate 2-3 settimane, usciva una nuova coppia di titoli.

Ogni episodio del Decalogo mette in scena una storia di vita quotidiana ispirata a uno dei Dieci Comandamenti biblici. L’idea di partenza era stata di Piesiewicz: avvocato, alcune di queste storie rimandano alla sua esperienza forense. Kieslowski gli chiedeva di limitare gli aggettivi, i dettagli rivelatori di un sentimento, a vantaggio di scene concrete. Per esempio: “Quest’uomo ha paura”, diventa: “La finestra si è aperta all’improvviso”.

I riferimenti all’attualità politica polacca sono volutamente assenti; rispetto ai testi contenuti nel libro – usciti come racconti, in Polonia – si avverte come in sede di montaggio Kieslowski abbia tagliato vari passaggi che rimandavano ai processi politici degli anni Settanta e Ottanta. Leggi il resto dell’articolo

L’abbiamo fatta grossa [id.], Carlo Verdone, 2016 [filmTv28] – 5

Visto al cinema, mi aveva deluso e irritato: l’ultima mezz’ora mi era parsa tirata via come se l’intero set dovesse essere evacuato in fretta e furia per una fuga di gas.

In tivù, il giudizio migliora un poco, forse perché in questi giorni c’è voglia di sorridere e la coppia Verdone / Albanese sembra fatta apposta per divertire. Era lecito aspettarsi di più non solo dalla storia, ma anche dalla chimica dei corpi: costretti a una collaborazione forzata, che ovviamente evolve in amicizia, i due risultano troppo simili, a parte le inflessioni vocali. Penso sarebbero più efficaci dentro a caratterizzazioni opposte, anziché nel gioco della complicità.

Il venticinquesimo film di Verdone venne prodotto da De Laurentiis, e sceneggiato da Pasquale Plastino e Massimo Gaudino; fra i comprimari, Anna Kasyan (cantante lirica armena), Clotilde Sabatino e Massimo Popolizio.

Due losers, o forse autentici sfigati – Arturo e Yuri, investigatore privato e attore di teatro – entrambi senza soldi e con una vita privata terremotata, per caso mettono le mani su un milione di euro. Ovviamente quei soldi sono “sporchi” e qualcuno farà di tutto per riprenderli.

Tipica commedia degli equivoci, scimmiottando il noir. Ma la trama è sgangherata, le avventure più improbabili che rocambolesche, certe gag di grana grossa (lo sketch nel centro estetico per poter asciugare il denaro)… Alcuni spunti vengono subito abbandonati, i comprimari scadono a macchiette monocordi e non apportano alcun impulso vitale. Solo il fragoroso sberleffo in carcere riverbera echi dell’ispirazione di un tempo.

Riverberi, dicevo: ma che Yuri chieda “scusissima” o che Arturo millanti strepitose avventure esotiche con la credulona cantante, appaiono autocitazioni evitabili. Già questo detective che abita con l’anziana zia arteriosclerotica ricalca il protagonista di Acqua e sapone che viveva con la nonna…

Decalogo X. «Non desiderare la roba d’altri» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Ecco l’ultimo (magnifico) dei 10 episodi. Fra un paio di giorni il post riepilogativo con qualche riflessione su uno dei capolavori del cinema di fine secolo.

Difficile immaginare due fratelli più diversi di Jerzy e Artur: il primo è un borghese padre di famiglia, il secondo fa il cantante rock-punk. Si rivedono dopo oltre due anni per il funerale del padre. Il defunto non sembra aver altri parenti, l’oratore ufficiale ne ricorda i successi in numerose competizioni internazionali. Leggi il resto dell’articolo

Compagni di scuola [id.], Carlo Verdone, 1988 [filmTv21] – 8

Se non il più divertente, certo il miglior film “corale” di Verdone, scritto insieme a Piero De Bernardi, Leonardo Benvenuti e Rossella Contessi.

Tipica rimpatriata, quindici anni dopo il diploma, è evidente il debito con Il grande freddo di Kasdan – la colonna sonora riprende canzoni come A Salty Dog, Do It Again e Love Is All Around -, ma qui si evita qualsiasi analisi del contesto socio-politico, ci si concentra sulle dinamiche intrapersonali più che sul bilancio di una generazione. La migliore qualità del film sta nel giocare con i toni e con gli stereotipi, passando dal comico al malinconico, dal cinismo alla beffa, dalla crudeltà alla compassione. Dei 17 personaggi, è difficile trovarne uno migliorato alla fine degli anni Ottanta.

Verdone si ritaglia un ruolo cruciale quanto laterale, il complessato Piero (Er Patata), maestro di scuola privata con moglie insopportabile, e segreta, platonica love story con studentessa (Natasha Hovey). Nancy Brilli, bellissima nonostante una pettinatura terribile, è la mantenuta che ospita la festa prima di fare i bagagli. Christian De Sica (nome d’arte Tony Brando…) è il cantante fallito, patetico e pieno di debiti; Massimo Ghini l’antipaticissimo onorevole che dispensa il suo aiuto a chi umilia davanti a lui; Athina Cenci la psicanalista stufa di ascoltare i problemi altrui. Maurizio Ferrini e Alessandro Benvenuti gli autori del pessimo scherzo in cui cadono tutti.

Piero Natoli ed Eleonora Giorgi erano sposati, si rivedono dopo lunga separazione e lui ricomincia a corteggiarla, come se niente fosse. Poi ci sono il trucido spaccone, la ragazza madre, la zitella bisbetica, quello che non sta mai zitto, i due che amoreggiano fino alla mezzanotte (quando il marito di lei, carabiniere gelosissimo, passerà a prenderla), e quello che nessuno riconosce e quasi tutti deridono: Fabio Traversa, con quella faccia un po’ così, dritto da Ecce bombo.

Decalogo IX. «Non desiderare la donna d’altri» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Cardiochirurgo di circa 45 anni, Roman si è sottoposto a una visita specialistica e ascolta una diagnosi impietosa e definitiva: resterà impotente, non c’è rimedio. Sconvolto, quasi non riesce a tornare a casa, resta sotto la pioggia battente finché la moglie Hanka lo convince a salire. Mentre lui la spinge a divorziare, lei lo assicura che questo non cambierà l’amore che c’è fra loro. “Bisognerà che ti cerchi qualcuno”, dice lui, “se già non ce l’hai”. Lei nega. Leggi il resto dell’articolo

The Walk [The Walk], Robert Zemeckis, 2015 [filmTv27] – 5

Biopic su Philippe Petit, il funambolo francese che il 6 agosto 1974 attraversò lo spazio fra le Torri Gemelle del World Trade Center, camminando a oltre 400 metri d’altezza su un cavo d’acciaio senza alcuna protezione. Ovviamente, le riprese non potevano che svolgersi altrove: gli esterni sono stati girati a Montréal.

Il film mi è parso freddo, senza psicologie e con un protagonista poco empatico. Insomma, non mi è piaciuto, nonostante la classe di Zemeckis e la presenza di Joseph Gordon-Levitt, attore di notevole prospettiva, se si considera che in un decennio ha lavorato in Inception, l’ultimo Batman di Nolan, Lincoln, Sin City II e, soprattutto, Snowden.

Alla base del mio giudizio, devo aggiungere che soffro di vertigini. Da certe immagini ho distolto lo sguardo: l’avessi visto al cinema, credo che sarei uscito.

Nel cast, Ben Kingsley (Papa Rudy, colui che insegna i suoi trucchi al giovane funambolo) e la graziosa Charlotte Le Bon (Annie, musicista di strada, legata a Philippe); musiche di Alan Silvestri, effetti speciali di Andy Antoine, fotografia di Dariusz Wolski.

Philippe Petit compì l’impresa a 25 anni. Dai diciassette, campava facendo il giocoliere e il funambolo. Nel ’71 aveva attraversato lo spazio fra i due campanili di Notre-Dame a Parigi. Il film tralascia i suoi problemi con la giustizia (borseggiatore e giocatore d’azzardo), focalizzandosi sul sogno della traversata fra le Torri più alte al mondo, sospeso su un cavo, senza cintura di sicurezza. Per concretizzarlo, ha bisogno di amici fedeli e di forzare regole che glielo impedirebbero. Accadrà all’alba. Il cavo sarà lungo 42 metri e mezzo. Vi trascorrerà 45 minuti, facendo otto volte avanti e indietro.

A dare pathos è la sfortuna: durante una delle sue ispezioni nel cantiere delle Torri, Philippe calpesta un lungo chiodo scoperto, ferendosi a un piede.

Animali notturni [Nocturnal Animals], Tom Ford, 2016 [filmTv26] – 7

Film stiloso e cerebrale, sa tuttavia sprigionare una particolare ansietà, che mi ha ricordato Cane di paglia, con il giovane Dustin Hoffman. Il finale riscatta un certo schematismo, nell’alternanza fra la vita vera di Susan Morrow (Amy Adams) e quanto gli racconta il romanzo dell’ex marito (Jake Gyllenhaal). Notevole la scena imperiosa con Laura Linney nei panni dell’insopportabile madre di Susan. Fra gli attori, spicca l’interpretazione di Michael Shannon (nominato all’Oscar) nei panni del detective malato di cancro: in questo caso, la pietra di paragone può essere Jack Nicholson nel film di Sean Penn (La promessa) su trama di Durrenmatt.

In parallelo, due piani narrativi: il mondo reale e la visualizzazione del romanzo.

Susan Morrow è bella, ricca, con un marito bellissimo e ricchissimo: eppure è infelice. Non tanto perché intuisce (e poi ha la conferma) che lui la tradisce, quanto per l’evidente vuotezza di senso della sua esistenza privilegiata, fra gallerie d’arte e cocktails… Inaspettato, arriva il manoscritto speditole dall’ex marito, Edward Sheffield. Non si sentono da anni, la separazione è stata burrascosa, ma la dedica del romanzo è per Susan. Sola nel suo letto, comincia a leggere e, insieme allo spettatore, sprofonda nell’incubo.

Dalle pagine emergono marito, moglie e figlia sedicenne in viaggio sulla loro auto, di notte, lungo una strada texana. La famigliola di Tony Hastings – è sempre Gyllenhaal a interpretarlo – viene abbordata da tre balordi: le due donne rapite, lui non può aiutarle. Hanno incrociato dei predatori, sanguinari animali notturni. Facile immaginarsi il peggio…

Susan ripensa ai vecchi tempi, quelli in cui conobbe e amò Edward, alle profezie della madre, alle diverse visioni della vita. Quelle pagine cominciano a tramutarsi in qualcosa di diverso dalla fiction: una specie di vendetta cerebrale. È lei che propone a Edward di rivedersi, è lui a compiere l’ultima scelta.

Decalogo VIII. «Non dire falsa testimonianza» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Corti capelli grigi, corporatura minuta, Zofia è un’anziana professoressa di Filosofia, di fama internazionale; fa footing all’alba, vive sola nel solito condominio, scopriremo che è vedova da trent’anni e il figlio vive lontano.

All’arrivo all’Università, il Preside le presenta Elizabeth (Elżbieta): viene da New York, dove si erano già conosciute, fa la giornalista e ha tradotto in inglese tutte le sue opere. Ha quasi cinquant’anni. Chiede il permesso di seguire le sue lezioni, e Zofia naturalmente accetta. Leggi il resto dell’articolo

Boogie Nights. L’altra Hollywood [Boogie Nights], Paul Thomas Anderson, 1997 [filmTv19] – 7

Nomination a Burt Reynolds e Julianne Moore, e anche al regista ma per la sceneggiatura: da ammiratore di Anderson (qui ventisettenne), non posso tacere la sensazione che il film (155’), che pure contiene scene memorabili, gli sia un po’ sfuggito di mano.

Mark Wahlberg, Heather Graham, William H. Macy, Don Cheadle, John C. Reilly e Philip Seymour Hoffman completano un cast micidiale, del primo non saprei citare un altro titolo in cui mi sia apparso più convincente.

Nell’assolata California della seconda metà degli anni Settanta, assistiamo all’ascesa e alla caduta di un giovane che entra nel mondo della pornografia, grazie al più prezioso degli attributi che si possano desiderare per quel genere cinematografico. Sembra evidente che la trama ricalchi la parabola di John Holmes, ma il regista preferisce mantenere l’ambiguità.

Eddie è un lavapiatti diciassettenne, quando viene notato da un noto regista pornografico, Jack Horner, con astruse velleità d’artista. Così il ragazzo fa la conoscenza della stordita Rollergirl e della materna Amber Waves (drogata e costretta a stare lontana dal figlio). Della troupe, che vive come in una comune, fanno parte il frustrato Little Bill e il timido Scotty, omosessuale represso.

Il tono grottesco piena rapidamente al tragico (Little Bill si stufa della moglie che la dà a tutti), ma per Eddie – che ha scelto come pseudonimo Dirk Diggler – la salita al successo è travolgente. Anche il porno può concretizzare il Sogno Americano. Finché, in rapida successione, quel mondo crolla: dalla pellicola si passa al videotape; il produttore viene arrestato per pedopornografia; il regista scopre un nuovo giovane talento, che mette ai margini Eddie/Dirk, il cui tenore di vita è ormai difficile da confermare.

Segue, immancabile, la caduta. Anzi, il precipizio, quando Eddie cade nelle mani brutali teppisti omofobi. Finale ottimista, non so quanto sincero.

Self Made: la vita di Madam C.J. Walker

Miniserie in 4 parti, poco più di tre ore complessive, rilasciata pochi giorni fa da Netflix, focalizzata sul premio Oscar Octavia Spencer (The Help, 2011) nei panni di Sarah Breedlove, maritata Spencer in seconde nozze, la prima afroamericana a divenire milionaria.

I fatti sono concentrati fra il 1908 e il 1919, ricalcando la storia narrata nel libro di A’Lelia Bundles, una pronipote di Sarah Breedlove. Il progetto televisivo è di Elle Johnson e Janine Sherman Barrois, con la sceneggiatrice Nicole Jefferson Asher; la regia è stata affidata a Kasi Lemmons e DeMane Davis. Fra i produttori, spicca il nome di LeBron James, senza dubbio ispirato dalla legacy rivoluzionaria di quella donna. Leggi il resto dell’articolo

Decalogo VII. «Non rubare» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Ania, detta Anka, ha sei anni, ogni notte fa incubi che la spingono a gridare; al lettino si avvicina Majka, poco più che ventenne, ma non riesce a farla smettere; ed ecco spuntare Ewa, poco più che quarantenne, solo lei riesce a tranquillizzare la bambina quando ha gli incubi.

Leggi il resto dell’articolo

Blade Runner: buio e pioggia, fumo e vapori, ombre sfaccettate dalle veneziane e luci stroboscopiche…

Buio e pioggia, fumo e vapori, ombre sfaccettate dalle veneziane e luci stroboscopiche, tutto serve a due obiettivi: conferire una patina noir, e nascondere i limiti di budget.

Di Blade Runner sono state diffuse 7 versioni. Leggi il resto dell’articolo

Decalogo VI. «Non commettere atti impuri» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Il diciannovenne Tomek lavora allo sportello di un ufficio postale. Timido, mite e insicuro, vive nella casa di quella che all’inizio sembra sua madre, invece è la madre di un amico trasferito all’estero (volontario in Siria con i Caschi Blu). Tomek è orfano. Leggi il resto dell’articolo

Gangster Story [Bonnie and Clyde], Arthur Penn, 1967 [filmTv13] – 9

Quasi un film francese, della Nouvelle Vague; racconto ellittico, con momenti di autentica magia e un finale stordente, scientificamente indirizzato al disgusto.

Due Oscar (Estelle Parsons, attrice non protagonista, e Burnett Guffrey, fotografia), più una quantità di candidature, a partire alla meravigliosa coppia di attori – Warren Beatty e Faye Dunaway – e poi al film, al regista, a Gene Hackman e Michael J. Pollard, agli sceneggiatori (David Newman e Robert Benton) e ai costumi (Theadora Van Runkle)

Solo Walker Evans e John Steinbeck avevano descritto la Grande Depressione con tale geometrica potenza. Ma nessuno aveva osato mostrare fuorilegge così affascinanti (per Bonnie Parker è un aggettivo riduttivo).

La bellezza ci ottunde, perciò anche le gesta banditesche, anche i delitti e il sangue versato, si caricano di ambiguità. Odieremo la polizia che li insegue. Disprezzeremo chi organizza l’agguato finale. Proveremo disgusto verso una Legge che crivella e maciulla quei corpi, il 23 maggio 1934. Non siamo lontani dalla “caccia” macabra che pone fine alle imprese di Belmondo nell’esordio di Godard. E stiamo anticipando tanto altro cinema, o almeno Malick (La rabbia giovane) e Lynch (Cuore selvaggio).

Beatty voleva fare il film, ma non voleva essere Clyde, e non era sicuro di quella bionda quasi esordiente. Da produttore, aveva pensato a Truffaut come regista (era impegnato in Fahrenheit 451). Scegliere Penn fu una fortuna. Riuscì a movimentare il plot con continui cambi di tono, incursioni da commedia subito dopo spargimenti di sangue: in uno di questi fa capolino Gene Wilder. Cambi di tono, che trovano il vertice nella scena in cui la coppia va a visitare la famiglia di Bonnie: luce sfuocata, a dare l’idea di un tempo sospeso, un barlume di felicità, il desiderio di una vita meno grama di quella da cui fuggivano Bonnie e Clyde.

La cerimonia degli Oscar avvenne il 10 aprile 1968, sei giorni prima avevano assassinato Martin Luther King.

La mossa del pinguino [id.], Claudio Amendola, 2014 [filmTv23] – 5

Credo giusto accostarsi con qualche indulgenza a questo debutto alla regia, i cui limiti sono tanti e fin troppo evidenti, a partire dall’insistita romanità di periferia, che rende stereotipati certi caratteri e inintelligibili certe battute.

Due trentenni pieni di problemi, Edoardo Leo e Ricky Memphis, coinvolgono due sessantenni ormai ai margini della società, Ennio Fantastichini e Antonello Fassari (virtuosi delle bocce e del biliardo), in un progetto di quasi sicuro insuccesso ma che rimette in moto energie sopite. Darsi al curling. Obiettivo: venire selezionati per le Olimpiadi di Torino.

Forse l’idea è venuta ripensando ai giamaicani del bob. Forse il curling è parso un pretesto divertente di suo, e certo quello sport invernale ha un che di accattivante a livello di immagine cinematografica. Ma è chiaro che si tratta di struggle for life, di vite alla deriva che vanno reindirizzate attraverso un’esperienza catartica. Un riscatto. La sconfitta sportiva si capovolge in trionfo esistenziale: cos’altro chiedere, oggi, alla “commedia all’italiana”?

Del cast fanno parte anche Francesca Inaudi (la spazientita moglie di Leo), Damiano De Laurentiis (il figlio Yuri), Sergio Fiorentini (l’anziano padre di Memphis, prossimo alla demenza senile), e Rita Savagnone, grandissima doppiatrice nonché madre del regista.

Le parti più riuscite mi paiono quelle in cui i quattro fanno i salti mortali per prepararsi alle fasi di selezione olimpica. Spesso, la rassegnazione sembra averla vinta. Il personaggio interpretato da Leo è uno dei Peter Pan più stupidi e irresponsabili mai visti al cinema, ha già avuto idee “brillanti” come quella del curling, fallite una dopo l’altra. Ma se il figlioletto non fa incoraggiarlo, e la moglie prima lo scaccia e poi arriva a capirlo, Amendola sembra dirci che la cosa più importante è avere sogni…

Qualcosa mi ha ricordato i disoccupati di Full Monty.

Decalogo V. «Non uccidere» – Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz

Montaggio alternato su tre personaggi, tre destini che convergono fatalmente: un tassista, Jacek e Piotr. Leggi il resto dell’articolo

Blade Runner, la voce-off

Scritti dallo sceneggiatore subentrato in corsa, David Peoples, e scanditi controvoglia da Harrison Ford, ecco i pensieri di Rick Deckard come espressi attraverso la voce fuori campo. Sono 10 interventi, 7 dei quali concentrati nei primi 34’, e 2 nel prefinale, sul tetto dove è appena morto Roy Batty.

A distanza di quasi quarant’anni e dopo ripetute visioni, mi è impossibile giudicare il senso di quell’operazione. A suo tempo, non mi era affatto dispiaciuta. Col senno del poi, alcune frasi donano poeticità, altre appaiono ridondanti, alcune andavano evitate. È comunque un peccato che la voce copra le musiche di Vangelis.

La prima frase è perfetta, la seconda ridicola, terza e quarta sono ben calibrate, la quinta è inutile, la sesta immagina uno spettatore quattordicenne, la settima andava accorciata, l’ottava smarrisce il suo senso con quella dozzina di parole di troppo, anche la nona sarebbe stata più efficace senza l’ultima frase, l’ultima conferisce un senso posticcio a una fuga che fino a un attimo prima ci avevano detto impossibile.

  1. «Non cercano killer nelle inserzioni sui giornali. Quella era la mia professione: ex poliziotto, ex cacciatore di Replicanti, ex killer».
  2. «Sushi: così mi chiamava la mia ex moglie. Pesce freddo».
  3. «Questo simpaticone si chiama Gaff. Brian doveva averlo sollevato al rango dell’Unità Blade Runner. I suoni inarticolati che emetteva erano la parlata cittadina [Cityspeak], un guazzabuglio di giapponese, spagnolo, tedesco, e che più ne ha… A me non serviva un traduttore, conoscevo quel gergo come ogni buon poliziotto. Ma non intendevo agevolare Gaff».
  4. «“Lavori in pelle”: è così che Bryant chiamava i Replicanti. Nei libri di storia era il tipo di poliziotto che chiama la gente di colore “sporchi negri”».
  5. «Me n’ero andato perché avevo la nausea di uccidere. Ma ora preferivo essere un killer piuttosto che una vittima. Ed era precisamente questo che intendeva Bryant, parlando di gente senza peso. Così accettai, con la riserva mentale che se non avessi retto, me la sarei svignata. Non avevo da preoccuparmi di Gaff: andava leccando piedi a destra e a sinistra per una promozione, e non ci teneva che restassi».
  6. «Non sapevo se Leon aveva dato a Holden un indirizzo esistente. Ma era l’unica traccia che avevo, perciò controllai… Qualunque cosa fosse quello che trovai in quella vasca, non era umano… E i Replicanti non hanno scaglie… Foto di famiglia: e i Replicanti non avevano certo famiglia».
  7. «Tyrell aveva fatto un gran lavoro con Rachel. Perfino l’istantanea di una madre che non aveva mai avuto e di una figlia che non lo era mai stata. Non era previsto che i Replicanti avessero sentimenti. Neanche i cacciatori di Replicanti. Che diavolo mi stava succedendo?… Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachel. Non capivo perché un Replicante collezionasse foto. Forse, loro erano come Rachel: avevano bisogno di ricordi».
  8. «Il rapporto? Ordinaria amministrazione. Ritiro di un Replicante. Ma non bastava comunque a confortarmi dall’aver sparato nella schiena a una donna. Ed ecco, di nuovo, un sentimento dentro di me per lei. Per Rachel».
  9. Io non so perché mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l’avesse mai amata. Non solo la sua vita, la vita di chiunque, la mia vita… Tutto ciò che volevano, erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo, dove vado, quanto mi resta ancora… Non ho potuto far altro che restare lì a guardarlo morire.
  10. Gaff era stato là e l’aveva lasciata vivere. Per quattro anni, aveva pensato. Si sbagliava. Tyrell mi aveva detto che Rachel era speciale. Non aveva data di termine [No Termination Date]… Non sapevo quanto saremmo stati insieme. Ma chi è che lo sa? [Who Does?].

cap. 1cap. 2cap. 3cap. 4