Niagara [id.] – Henry Hathaway, 1953 [filmTv38] – 8

Quando vediamo le Marilyn di Andy Warhol, quelle famose serigrafie, è qui che nascono: dalle foto di Gene Korman scattate per promuovere il film.

Resterà l’unica occasione in cui la carica seduttrice di Marilyn si sprigiona con le oscure ombre della dark lady. Sembra incredibile che nessuno ci abbia provato di nuovo. Quando l’altra protagonista – a sua volta bellissima, Jean Peters – si sente chiedere dal marito perché non possiede vestiti come quello rosso che, aderendo alle curve della protagonista, sembra incendiare il giardino che sta fra i bungalows, lei risponde: “Ascolta, per indossare un vestito del genere devi iniziare a fare progetti quando hai tredici anni”.

Molly è sposata con Ray, che con tre anni di ritardo (motivi di lavoro…) l’ha finalmente portata a trascorrere la luna di miele alle cascate del Niagara. All’arrivo, il loro bungalow non è stato ancora liberato, vi alloggiano i Loomis – Rose (Marilyn) e George (Joseph Cotten) – ed è presto chiaro che il marito, reduce dalla Corea, vive ossessionato dalla gelosia. Involontaria testimone, presto Molly scopre che questo sentimento è pienamente giustificato: Rose ha un amante. Non può immaginare che i due amanti abbiano orchestrato un piano per assassinare George, né che lui riesca a cavarsela, e perda ogni scrupolo morale pur di vendicarsi della moglie.

Melodramma in Technicolor, con magnifici panorami sulle cascate e colori saturi (l’azzurro del cielo e delle acque, le gialle cerate per proteggersi dagli schizzi, gli abiti scollati), manca di introspezione psicologica: Rose e George sono pure tipizzazioni, e sull’altra coppia resteremo nel dubbio: come è riuscito il banalissimo Ray, ottuso impiegato modello, a sposare una donna come Molly?.

Il finale è stracolmo di fatalità, con quel battello rimasto senza benzina che viaggia verso le mortali cascate.

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L’Estella di Cuaròn

Great Expectations, Paradiso perduto
Prima dell’esplosione del cinema messicano, una ventina d’anni fa Alfonso Cuaròn diresse un film da cui era impossibile presagire che quel nome – insieme a quello di alcuni connazionali – avrebbe lasciato il segno su una lunga stagione cinematografica.

Paradiso perduto, aveva come titolo originale Great Expectations, dal romanzo di Dickens, ispirazione dichiarata. Il film ha momenti melodrammatici eccessivi e falsamente commoventi, prevedibili e inutilmente patinati, nonché un’ambientazione eccentrica (riuscite a immaginarlo Dickens in Florida?).

Ethan Hawke, il protagonista maschile, sembra il primo a non crederci. Però ci sono due scene – all’inizio e alla fine – illuminate da un De Niro in stato di grazia e poi c’è Gwyneth Paltrow, non meno abbagliante che in Sliding Doors.

L’immagine è ripresa dalla scena in cui l’insopportabile, algida, anaffettiva Estella si fa ritrarre dall’innamoratissimo Finn.

Perché questo post? Era da mesi che non aggiungevo “morettine”.

Pane e tulipani [id.], Silvio Soldini, 2000 [filmTv21] – 9 – #Maglietta

Ho voluto rivedere questo film come omaggio a Bruno Ganz. Mi è piaciuto come allora, forse ancora di più. Lo ritengo una delle più convincenti favole imbastite dal cinema italiano nell’ultimo quarto di secolo. Delizioso e magico, di rara tenerezza.

Soggetto e sceneggiatura sono firmati dal regista e da Doriana Leondeff; fotografia di Luca Bigazzi, musiche di Giovanni Venosta (con incursione di Don Backy). Nel cast, Giuseppe Battiston, Marina Massironi, Antonio Catania, Felice Andreasi e la meravigliosa Licia Maglietta, nei panni di Rosalba.

Rosalba è una casalinga che vive a Pescara, madre di due adolescenti e moglie di un industrialotto che per amante ha scelto la sua migliore amica. Durante una gita turistica viene dimenticata in un autogrill dai compagni di viaggio (fra cui il marito e i due figli). Mentre medita di rientrare a casa, all’improvviso decide di prendersi una vacanza a Venezia. Fra i vari meriti di Soldini, quello di mostrare Venezia come non si era mai vista.

La vita di Rosalba si colora di avventura. Incrocia Fernando, un malinconico cameriere islandese che parla un italiano aulico e forbito, trova lavoro nel piccolo negozio di fiori gestito da Fermo, anarchico intransigente che respinge i clienti antipatici, e diventa amica di Grazia, massaggiatrice olistica. Ovunque passa, Rosalba lascia una scia di voglia di vivere, che contagia pure Fernando, che da tempo meditava il suicidio… Dopo qualche giorno, più per orgoglio che per altro, il marito incarica Costantino (idraulico disoccupato) di ritrovargli la moglie, e lo spedisce a Venezia… Lontano da casa, Rosalba rifiorisce, riscopre la sua essenza, fa sogni trasparenti, veste in modo diverso, si diverte in mezzo ai fiori e ricomincia a suonare la fisarmonica… Il breve ritorno a Pescara, per senso di colpa, è destinato a finire quando riappare Fernando, che trova il coraggio di dichiararsi. Non si sono ancora dati del tu.

Aveva 45 anni Licia Maglietta quando girò questo film. Ed è passata una dozzina di anni da quando, sulla defunta piattaforma Splinder, pubblicai questo post:

Pane e tulipani mi piacque moltissimo, Agata e la tempesta quasi altrettanto, e non dimentico Le acrobate, accanto alla Golino e a Bentivoglio. Poiché il regista di questi film (Silvio Soldini) è il compagno di Licia Maglietta, nonché fra i miei registi preferiti, confido di poter descrivere il mio innamoramento per questa magnifica attrice senza suscitare rappresaglie. Anzi, forse è l’occasione giusta – trattandosi di una donna non più giovanissima, con due figlie e per di più nemmeno francese – per chiarire un punto fondamentale, spesso equivocato, dell’estetica delle “morettine”. Il filo conduttore non è il glamour, piuttosto un particolare tipo di bellezza, una luminosità dello sguardo e del sorriso. Una grazia rara, perché l’arte del sorridere è andata stereotipandosi, e il più delle volte si assiste a sorrisi recitati, nel senso di finti, artefatti, privi di autenticità. Chi li fa, sembra guardarsi allo specchio.

Invece, Licia Maglietta, fin dalle prime apparizioni cinematografiche (diretta da Mario Martone in Morte di un matematico napoletano e L’amore molesto) mi colpì per la stupefacente sensualità. Dello sguardo e del sorriso. La sua bravura, costruita e perfezionata a teatro, è del genere di chi non sembra mai recitare. La preferisco nelle commedie, perché in questa fase della mia vita cerco nel cinema motivi di ottimismo”.

Quando meno te lo aspetti, Masha ritorna

Per trovare il nome di Maria Sharapova nel ranking WTA, bisogna scendere fino al numero 30.
Ma stanotte a Melbourne ha battuto Caroline Wozniacki, campionessa uscente degli Australian Open e numero 3 delle classifiche, con un imprevedibile 6-4, 4-6, 6-3.

Vincitrice degli Australian Open nel 2008, Sharapova torna così ad arrampicarsi fino a un Ottavo di finale di uno Slam.
Può perdere contro chiunque, ma non mi stupirei se entrasse nelle prime 4.

Notti magiche [id.], Paolo Virzì, 2018 [cine50] – 4

Della decina di film di Virzì che ho visto, questo è senz’altro il peggiore. Sembra l’esito di lunghe sedute di psicanalisi a cui segua un grottesco regolamento di conti.

Ambientato a Roma nell’estate del ’90, durante le Notti magiche di Bennato e Nannini, Schillaci e Maradona, il film comincia dalla spettacolare, tragica caduta di un’automobile nel Tevere. Muore un famoso produttore, ricalcato sulla figura di Vittorio Cecchi Gori. Le indagini coinvolgono i tre finalisti al Premio Solinas, aspiranti sceneggiatori (un siciliano, un toscano di Piombino e una romana).

Ma il “giallo” è solo un pretesto per immergersi nel rutilante mondo cinematografico della capitale. Insieme agli sceneggiatori Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, Virzì dev’essersi divertito a produrre bozzetti, “personaggetti” che alludono a grandi nomi, situazioni farsesche, un mondo che oserei dire incestuoso, dove tutti si chiamano per nome e la costante frequentazione degrada in nepotismo, favori, una mano lava l’altra.

L’innocenza (morale e processuale) dei tre giovani sceneggiatori viene messa alla prova, mentre Mastroianni piange per la Deneuve, Fellini e Benigni finiscono La voce della luna, il grande attore francese si rivela un ottuso erotomane, il “maestro dell’incomunicabilità” riesce a parlare solo con chi se ne frega del cinema, l’ex regista impegnato è costretto a vivere in un sottoscala, l’anziano genio della sceneggiatura tira le fila di un branco di “negri”, che scrivono e riscrivono a comando. Del contesto fanno parte anche ministri in discoteca, nani e ballerine, perché quelle notti magiche anticipano la caduta che chiamiamo Tangentopoli.

Giancarlo Giannini, Marina Rocco, Roberto Herlitzka, Paolo Bonacelli, Ornella Muti, Andrea Roncato, Giulio Scarpati e Paolo Sassanelli sono i volti celebri; Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere, i tre giovani illusi. Ma devo confessare che Irene, con le sue lentiggini, è di una fotogenia irresistibile…

Giornalisti al Cinema 250: Geena Davis

Geena Davis – La mosca – David Cronenberg, 1986.

#Garbo – Appunti sull’autobiografia di Antoni #Gronowicz

“Ambizione ed egoismo mi hanno spinto a ricercare fama e denaro”. Emerge da queste pagine una figura meravigliosa e sgradevole, timida e narcisista, insicura e introversa, che dalla terribile povertà dell’infanzia ha ricavato la forza per approfittare delle circostanze e rendersi indipendente, sacrificando ogni slancio affettivo alla carriera (la fama, il denaro). Attrice intuitiva, di scarsa cultura e di assoluta dedizione al lavoro. Greta Garbo si ispirava alle proprie esperienze dirette per interpretare i ruoli che le venivano affidati; alla fine di ogni film era sfinita.

Nel 2005 – centenario dalla nascita della Garbo – Frassinelli ha ristampato il libro di Gronowicz, lo scrittore polacco che sostenne di essere rimasto accanto alla Divina per molti anni, raccogliendo confidenze fino a ricostruire la sua vita misteriosa. Lo stile alterna rari capitoli in terza persona ad altri in cui sembra che sia Greta a raccontare. Gronowicz sceglie di riportare la sua versione dei fatti, senza mai contraddirla con quelle di altri.

Scrisse Natalia Aspesi su Repubblica: “I pochi conoscenti ancora in vita della diva definiscono il libro una beffa, un falso, una porcheria; mentre l’unica erede della immensa ricchezza accumulata dall’avida reclusa, la fortunata nipote Gray Reisfield, dopo essersi opposta alla pubblicazione, si è accordata con l’editore Simon & Schuster, non si sa su quali basi finanziarie, e l’ha consentita”. Ma si attese la sua morte, nel 1990, per mandare in stampa questo libro, già pronto nel 1976 (l’autore era morto nell’85).

L’introduzione è sorprendente. Comincia a Leopoli, Polonia, alla metà degli anni Venti, quando la famiglia Gronowicz è in stretto contatto con quella di Mauritz Stiller, lo scopritore della Garbo. In una lettera alla famiglia, Stiller scriveva “di aver ormai raggiunto con lei un’intesa perfetta sul piano personale come su quello artistico”. Stiller si suicidò nel ’28, a 45 anni, anche perché “l’idolo che egli stesso aveva creato gli aveva voltato le spalle”. Leggi il resto dell’articolo

Divina creatura [id.], Giuseppe Patroni Griffi, 1975 [filmTv138] – 6

Innanzitutto, una sorpresa. Facebook mi comunica che 

Il tuo post non rispetta i nostri Standard della community in materia di nudo e atti sessuali

Il tuo post non è visibile a nessun altro. I nostri standard si applicano globalmente e si basano sulla nostra community. Abbiamo creato gli standard perché alcuni gruppi di pubblico sono sensibili a cose diverse quando si tratta di nudo.

Tratto dal romanzo La divina fanciulla (1920) di Luciano Zuccoli, è il tipico film in costume che si attira i paragoni con Visconti, e ne esce irrimediabilmente travolto. In queste atmosfere decadenti, c’è qualcosa del Bunuel di Belle de jour, con quella signora borghese che si prostituisce in un bordello di lusso.

Il cast comprende Laura Antonelli, Terence Stamp, Michele Placido, Duilio Del Prete e Marcello Mastroianni. Dal lato tecnico, Patroni Griffi è circondato da figure come Giuseppe Rotunno (fotografia), Gabriella Pescucci (costumi), Ennio Morricone (che riprende canzoni di Cesare Andrea Bixio). Citazioni didascaliche di Puskin e Stendhal, con cartelli nello stile dei film muti.

Siamo a Roma, nei primi anni Venti: Belle Époque, per chi può permettersela. Sullo sfondo, agitazioni sociali, con bandiere rosse e camicie nere che stanno per imporsi. Ricchissimo e dissoluto, il duca Daniele di Bagnasco sniffa droghe e gode della reputazione di tombeur de femmes. Appena la vede al ristorante, si invaghisce di Manuela Roderighi, la avvicina grazie all’ingenuo fidanzato, la seduce, ne fa la sua amante. Ma stavolta “non sarà un’avventura”… Suo malgrado, il duca precipita in una passione torbida, che non finisce nemmeno quando alcuni “amici” gli fanno sapere che quella donna frequenta una famigerata casa d’appuntamenti.

Progetta di avvelenarla, ma la passione si amplifica quando il duca riesce a dare un volto (suo cugino, il marchese Michele Barra) a colui che violentò Manuela quindicenne e ne fu il primo amante. Il morboso triangolo Stamp-Antonelli-Mastroianni non è privo di suggestioni.

Il duca vuole vendetta, Manuela ne sarà il tramite, il marchese la vittima. Non sa che il marchese condivide un’analoga, distruttiva passione per quella “divina creatura”. Indimenticabile il nudo integrale di Laura Antonelli, 34 anni, nella posa alla Paolina Borghese resa immortale da Antonio Canova.

#Garbo – Margherita Gauthier [Camille], George Cukor, 1936 [filmTv134] – 7

La signora delle camelie. La Traviata. Il Romanticismo al suo apice melodrammatico, con “il mal sottile” che si porta via la sventurata quando sta per coronare il suo sogno d’amore. È una delle trame più rappresentate al mondo, dalla pubblicazione del romanzo – La Dame aux camélias – di Alexandre Dumas figlio, avvenuta nel 1848 (nella prima didascalia del film sta scritto: Parigi 1847).

Tre gli sceneggiatori impegnati, fra cui due donne: Zoë Akins, Frances Marion e James Hilton. Due fenomeni a dirigere la fotografia: il fidatissimo William Daniels e l’espressionista Karl Freund; montaggio di Margaret Booth, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Adrian.

Greta Garbo è Margherita Gauthier e Robert Taylor è Armando Duval; il ruolo di Duval padre è affidato a Lionel Barrymore, il barone di Valville ha l’aria tronfia di Henry Daniell, la fedele Nannina è Jessie Ralph, Laura Hope Crews è la perfida e pettegola Prudence.

Con Anna Karenina, la Garbo aveva chiuso il suo contratto con MGM. Lo rinnovò a cifre a cui nessun’altra poteva ambire: 500.000 dollari per due film. Definiti i soggetti (Maria Walewska e Camille), la Garbo manteneva il diritto di ultima parola sul regista e l’attore protagonista. Partì per la Svezia, dove soggiornò lungamente, anche perché cadde malata e MGM fu costretta a rinviare l’inizio delle riprese. Pare che Thalberg, “il giovane genio” della MGM, avesse offerto a Cukor la scelta fra il soggetto di Dumas e quello di Maria Walewska, e il regista avesse scelto in fretta, evitando di aver a che fare con Napoleone Bonaparte.

Prodotto con un budget di 1,5 milioni dollari, il film fu girato dal 29 luglio al 27 ottobre 1936. Ogni settimana successiva alla dodicesima, la Garbo sarebbe stata pagata 10.000 dollari… Durante le riprese, in settembre, morì Irving Thalberg, a 37 anni, in seguito a un attacco cardiaco. Alla prima californiana (12 dicembre 1936, Plaza Theater di Palm Canyon Drive), Greta Garbo fece una delle sue rarissime apparizioni in pubblico. La pellicola ebbe un grande successo (oltre 3 milioni di dollari).

“Fra le graziose creature che vivevano nelle sabbie mobili della popolarità, Margherita Gauthier ravvivava la sua arguzia con lo champagne e, talvolta, i suoi occhi con le lacrime”. È la cortigiana più bella di Parigi, al suo passaggio gli uomini si fermano a guardarla. Ha una passione per i fiori e in particolare per le camelie, vive nel lusso, mantiene un alto tenore di vita, senza preoccuparsi del futuro. Uomini ricchi se la disputano e la “proteggono”…

È vedendo questo film, che sono arrivato alla conclusione di preferire la Garbo del muto a quella del sonoro. La trovo più vitale, più sorprendente, persino più moderna rispetto a quella, bellissima e smaltata, afflitta e sognante, dei più stilizzati film degli anni Trenta.

Margherita Gauthier è la sintesi di tutte le eroine tragiche che Greta Garbo fu costretta ad impersonare. La sua recitazione è misurata, senza manierismi, delinea la figura di una donna dilaniata tra bisogni materiali e sentimenti, calcoli e slanci passionali.

Ispirandosi a un personaggio realmente esistito – Marie Duplessis, la cortigiana più famosa della Parigi di Luigi Filippo – Dumas scrive che Margherita portava sempre con sé un mazzo di camelie, che per 25 giorni al mese erano bianche e per i restanti 5 giorni rosse (il bianco simboleggiava la sua disponibilità per i clienti). «Il narratore non era a conoscenza della morte di Margherita perché tanto più la vita di queste donne incuriosisce e fa rumore, tanto più la loro morte passa inosservata».

Donne all’ombra della #Garbo

Jacques Feyder si impone come il regista più originale con cui la Garbo abbia girato nell’epoca del muto. The Kiss è un film moralmente ambiguo (viene assolta un’assassina, seppure preterintenzionale), e Feyder inventa il flashback che non dice la verità, ma solo ciò che serve alla protagonista per scagionarsi.

Charles Affron ha sostenuto che uno schermo abitato dal viso di Garbo fosse già, di per sé, uno spettacolo compiuto, perfetto, senza residui e senza vuoti.

Nell’epoca dello star system hollywoodiano, il divo interpreta sempre lo stesso personaggio, calato in scenari e in intrecci diversi. “La plausibilità e la tenuta del racconto dipendono dalla coerenza dell’eroina o dell’eroe, e non viceversa”. Dunque, ogni divo deve corrispondere a un “sistema di attese” e sviluppare una carriera “compatibile con le caratteristiche del personaggio fissate dai film precedenti” e dalla sua “immagine privata”.

Nei film della Garbo si trovano gesti, oggetti, situazioni narrative e soluzioni formali ricorrenti (gli anelli, il bacio, le infedeltà coniugali…). “In Flesh and the Devil si china su Gilbert, che giace in posizione orizzontale (sugli schermi americani non si era ancora visto nulla di simile) e preme le proprie labbra sulle sue con sorprendete veemenza… È sufficiente che l’uomo amato si allontani da lei per un certo periodo perché al suo ritorno la ritrovi immancabilmente sposata con qualcun altro” (Alberto Boschi, da Cinegrafie 10/1997).

Dopo i successi di The Temptress e Flesh and the Devil, Garbo riuscì a sottrarsi a un terzo film – Women Love Diamonds – in cui MGM voleva farle interpretare una vamp.

Sette dei dieci film muti interpretati dalla Garbo per MGM vennero sceneggiati da donne: Dorothy Farnum, Frances Marion, Bess Meredyth e Josephine Lovett. La titolista delle didascalie in sette di questi dieci film è Maria Aislee.

#Garbo – The Mysterious Lady [La donna misteriosa], Fred Niblo, 1928 [filmTv129] – 8

Spesso, nei film muti della Garbo, la sua entrata in scena ha qualcosa di iperrealista. Lo sbalordimento dell’uomo che la vede per la prima volta fa da preludio a una relazione amorosa di sicura ambiguità. Comunque vada, di primo acchito il protagonista maschile vede Greta Garbo come se non avesse mai visto una donna.

In questo caso, il capitano Karl von Raden va all’opera senza biglietto; ne trova uno all’ultimo momento, lo spettacolo è già iniziato quando entra nel suo palco e scopre una presenza femminile (“misteriosa”, non può sapere chi sia) affascinante, pensierosa, appoggiata sul bordo della ringhiera. La luce avvolge quel corpo e quel viso, dall’ombra in cui è immerso, Von Raden la osserva, rapito.

Siamo a Vienna, ai primi del Novecento: è la città più vivace d’Europa, entrano a teatro elegantissime signore, nobili, borghesi, autorità militari. Il capitano Karl von Raden (il biondo Conrad Nagel) riesce a procurarsi un biglietto. Nel suo palco, siede una donna. Sola. Bellissima. Luminosa. Abito di raso bianco scollato, spalle scoperte. Sta seguendo la rappresentazione – la Tosca di Puccini – con forte coinvolgimento emotivo, non si accorge nemmeno di lui, che non le stacca gli occhi di dosso. Nell’intervallo, la donna scopre che lì accanto non c’è il previsto “cugino Franz”, ma uno sconosciuto in uniforme. L’imbarazzo porterebbe l’ufficiale a togliere il disturbo, è lei a trattenerlo. A fine spettacolo, sembra esausta, stremata dalle emozioni.

Piove, nessuno è venuto a prenderla. Von Raden si fa punto d’onore di accompagnarla con la carrozza. Apre il mantello per proteggerla nel breve tratto che conduce al portone. Le bacia la mano. Lei entra, giocherella con l’interruttore della luce… Lui trova i suoi guanti sulla carrozza e bussa. Lei – che sbadata! – lo invita a bere un caffè o un cognac. Si chiama Tania Fedorova: lo spettatore lo scopre dall’indirizzo sul telegramma che ha ricevuto.

Forse Von Raden dovrebbe trovare la situazione un po’ sospetta, ma nessuno che si fosse trovato al suo posto si sarebbe comportato più assennatamente…

Dal romanzo War in the Dark di Ludwig Wolff, sceneggiato da Bess Meredyth (alle didascalie, Marian Ainslee e Ruth Cummings); fotografia di William H. Daniels, montaggio di Margaret Booth, musiche di Vivek Maddala, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Gilbert Clark. Uscì negli Stati Uniti il 4 agosto 1928.

È il sesto film americano interpretato dalla svedese, a nemmeno 23 anni. In certi dettagli, The Mysterious Lady anticipa Notorious, la Garbo istruisce la connazionale Bergman su come muoversi nell’atmosfera spionistica, nell’intreccio fra amore e tradimento, fino alla scena della grande festa in cui gli amanti in pericolo cercano di scambiarsi segnali.

#Garbo – Flesh and the Devil [La carne e il diavolo], Clarence Brown, 1926 [filmTv127] – 10

Una caserma prussiana al risveglio (anzi, un’accademia militare frequentata dai figli della nobiltà): Ulrich si accorge che Leo non è rientrato quella notte. Prova a coprirlo. All’appello, l’assenza viene scoperta, sembrano cavarsela poi vengono puniti con un turno alle stalle, in mezzo al letame. Il legame fra i due amici è strettissimo.

Alla prima licenza, tornano ai loro castelli. Le loro proprietà confinano. Non si vedono padri, solo la madre di Leo, che va ad accoglierli al treno insieme a Hertha, la sorella di Ulrich. Dallo stesso treno (è il minuto 11 e 28”) scende una donna: Leo ne è folgorato. Ci sarà il solito gran ballo a Stoltenhof, spera di rivederla.

L’atmosfera è fatata. Sulla chiatta che porta sul lago le due carrozze (Leo e la madre, Ulrich e la sorella), i due amici volgono lo sguardo verso “the Isle of Friendship” (l’Isola dell’Amicizia). Un flashback porta a quando erano ragazzini, arrivarono su una barchetta a remi con la piccola Hertha e fecero un giuramento di sangue. Resteranno amici per sempre, nulla potrà dividerli. Ma adesso Leo tiene in mano il fiore strappato al bouquet della bella sconosciuta.

Hertha sembra innamorata di Leo, che ride di lei, non ancora sedicenne, e della sua ingenuità. Al ballo nel castello di Stoltenhof, Hertha cerca Leo, e Leo cerca la sconosciuta. Infine, la vede (24’49”), abbagliante, eterea, vaporosa… Ballano. Escono nel grande giardino, i giochi di ombre di Daniels sono favolosi. A illuminare il volto della Divina, il geniale direttore della fotografia nasconde una minuscola lampadina nella mano di Gilbert.

“Lei è incantevole”. “Lei è molto giovane”. Sono gli sguardi, più che i dialoghi a dare la misura dell’incendio che sta divampando. Lei sta per farsi accendere una sigaretta, invece la infila fra le labbra di lui. Segue il primo, lungo bacio, e dissolvenza in nero.

Nelle scene d’amore, la Garbo impone la propria posizione dominante, la testa di Gilbert è appoggiata sul suo grembo, lasciando intuire come l’uomo sia incapace di controllare la propria passione. Su un morbido divano, gli accarezza i capelli e lui ha un’espressione rapita, intontita, plausibile solo nel cinema muto se ad accarezzarti i capelli è Greta Garbo. Leggi il resto dell’articolo

A proposito della Garbo

Secondo Mauritz Stiller, fu “la creatura più fotogenica mai apparsa davanti alla macchina da presa”.

Garbo fu misteriosa “di un mistero che le strategie pubblicitarie MGM e le servizievoli fantasie giornalistiche provvedevano a costruire”. La sua “differenza fotogenica” produce una differenza drammatica: “col suo chiarore, il suo sfinimento, la sua passività capace di ogni audacia”, introduce nel cinema una nuova figura femminile, diversa dalle “innocenti” (Lillian Gish, Vilma Banky, Alice Terry) e dalle “predatrici” (Nita Naldi, Pola Negri). Nei film muti, l’erotismo della Garbo è più marcato, negli anni Trenta le verranno affidati ruoli più stilizzati e desessualizzati.

Sia The Torrent che The Temptress “derivano da romanzi di Blasco Ibañez, e in entrambi i film Garbo ha come partner due “annunciati e mancati eredi di Valentino”, Ricardo Cortez e Antonio Moreno.

Sono John Gilbert e Lars Hanson, invece, gli uomini che Garbo divide in Flesh and the Devil, dove la fotografia di William Daniels la esalta come mai prima. “Ama Gilbert, sposa Hanson mentre lui è lontano”. Poi, eccola “capace di piegare ogni evento, ogni luogo, ogni legge alle ragioni assolute della propria passione”. Fino alla blasfemia della scena della comunione, quando gira fra le mani la coppa del vino “fino a poter posare le labbra nel punto esatto dove lui ha posato le sue”.

“Greta Garbo e John Gilbert in Love” fu lo slogan per il film in cui Garbo incontra Anna Karenina, un incontro naturale e necessario: “la perfetta icona letteraria dell’autodistruzione romantica trova il viso e il corpo”.

È dallo sguardo maschile (Conrad Nagel) che il pubblico intuisce “la presenza e la bellezza di lei”, in The Mysterious Lady. “Noi osserviamo Conrad Nagel, che osserva Garbo, che osserva il palcoscenico d’opera: ma non c’è dubbio che lungo questa complessa linea di sguardi il vero oggetto della visione sia soltanto lei”.

Bess Meredyth è la sceneggiatrice di The Mysterious Lady e di The Woman of Affairs. Bess Meredyth aveva collaborato al Ben-Hur del 1925 diretto da Fred Niblo, e Il segno di Zorro di Rouben Mamoulian; fu una delle tre donne (insieme alla sceneggiatrice Jeanie Macpherson e all’attrice Mary Pickford) fra i 36 membri fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, creata a Hollywood l’11 maggio 1927, per la promozione mondiale del cinema (due anni dopo, l’Academy creò il Premio Oscar).

appunti dal saggio di Paola Cristalli apparso su Cinegrafie numero 10, “Silent Garbo”, Transeuropa, 1997