La natura del divismo: il primo piano

Elizabeth Taylor

Il primo piano era il momento cruciale della costruzione del divo: il suo volto è il migliore specchio dei valori psicologici del personaggio e genera nello spettatore una vicinanza mentale, investendolo di pulsioni e significati affettivi: il divo tende, in quanto protagonista, ad avere il punto di vista che si trasmette allo spettatore, in una sorta di identificazione gratificante. (Cristina Jandelli)

Appuntamento con l’assassino [L’Agression], Gérard Pirès, 1975 [filmTv74] – 6

Due nomi mi hanno spinto alla visione di questa coproduzione Gaumont italo-francese con regista a me sconosciuto: Catherine Deneuve (31 anni) e Jean-Patrick Manchette, scrittore di spietati polar, che firma la sceneggiatura. Nel cast, Jean-Louis Trintignant, Claude Brasseur e il giovanissimo Daniel Auteuil (nonché Franco Fabrizi e Milena Vukotic); la trama mi ha riportato a un illustre predecessore (Duel, Spielberg, 1971) e a un acclamato quasi remake (Animali notturni, Tom Ford, 2016).

La famiglia Varlin viaggia in auto verso la Costa Azzurra. Al volante Paul, accanto la bionda moglie Hélène (Michèle Grellier), sul sedile posteriore la figlia Patty, di dieci anni. In una stazione di servizio, hanno a che fare con una banda di motociclisti, tutti in nero più casco integrale. Paul cade nella provocazione. Comincia l’inseguimento, la banda dispone di motociclette impossibili da seminare, Paul perde il controllo dell’auto e finisce fuori strada, seguono colluttazione e svenimento del capofamiglia. Che al risveglio si trova senza famiglia; morte sia la figlia che la moglie, pure violentata…

Al funerale partecipano solo il vedovo e la cognata, Sarah, sorella minore appena rientrata dall’Inghilterra. Il sopravvissuto non può identificare con certezza i motociclisti, le indagini girano a vuoto, alcuni sospetti si procurano un alibi che puzza di falso, e allora Paul decide di farsi giustizia da sé. Compra fucile e munizioni, parte alla caccia… Non molto sorprendente il colpo di scena finale: quel personaggio è pieno di stranezze patologiche e ritorna troppe volte perché sia solo un caso.

In questo intreccio un po’ slabbrato, si sviluppa un’ambigua attrazione fra vedovo e cognata: inedita forma di elaborazione del lutto… Dell’eleganza della Deneuve, non vale la pena discutere. Stavolta cambia psicologia a seconda di come si sistema i capelli, ed è protagonista di un paio di scene conturbanti.

Gli innocenti dalle mani sporche [Les innocents aux mains sales], Claude Chabrol, 1975 [filmTv72] – 7

Chabrol adorava Hitchcock. Gli piaceva ricalcarne certi schemi, logici e onirici. Ma solo nel descrivere la sensualità è arrivato a eguagliarlo.

Qui può farlo grazie alla bellezza abbagliante di Romy Schneider, fulgida trentasettenne. Bellezza ed eleganza, bellezza e seduzione, bellezza e pericolo: accanto a Julie, tutti vacillano. Nella prima scena è sdraiata pancia a terra, mentre prende il sole nuda, un aquilone svolazza fino a posarsi sulle sue rotonde natiche. Arriva Jeff, l’aitante proprietario dell’aquilone, e Julie decide di non negargli la visione del lato A.

Siamo nella villa isolata di Saint-Tropez, dove vivono i coniugi Wormser; Louis (Rod Steiger) ha diciotto anni più di Julie, pare sia cardiopatico, da tempo non hanno rapporti sessuali, per la frustrazione il marito tende a cadere ubriaco. Inevitabile che l’uomo dell’aquilone (attore dimenticabile) diventi l’amante di Julie, e che i due decidano di uccidere Louis e vivere felici e contenti. Il piano prevede che Julie lo tramortisca e Jeff lo getti in mare, nottetempo, simulando un incidente in barca.

Nulla va come previsto. È presto chiaro che Louis è vivo e si sta nascondendo, e anche Jeff non la racconta giusta. Due commissari di polizia, fra cui un parigino in vacanza, subodorano che la presunta vedova abbia molto da nascondere. Julie trova aiuto in un avvocato scaltro e sbruffone (Jean Rochefort), e l’intreccio – avviato con gli ingredienti più classici del noir – si contorce in vari colpi di scena. Troppi, forse… Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Neely, il film arriva discontinuo e melodrammatico. Non mi pare azzeccata la scelta di Rod Steiger, ben più adatto ad altri ruoli: stavolta, ci si chiede perché Julie non lo abbia lasciato da tempo, e anche nel capovolgimento finale si resta confusi sugli effettivi sentimenti che lui prova per lei, e lei per lui.

In ogni caso, di questo film ci si potrà ricordare solo per il corpo e il volto di Romy.

Lucia Bosè, un altro addio

L’avevo già definita l’attrice italiana più affascinante degli anni Cinquanta; in qualunque rubrica sulle “morettine”, trovavo il modo di inserirla; il suo volto – ai miei occhi – vale quello della Garbo.

Della vita romanzesca e del suo talento cinematografico, potete leggere qui. Con i link che seguono, mi limito a ricapitolare le sue apparizioni folgoranti su questo blog.

Gli sbandati, Francesco Maselli, 1955

Le ragazze di Piazza di Spagna, Luciano Emmer, 1952

La signora senza camelie, Michelangelo Antonioni, 1953

I Vicerè, Roberto Faenza, 2007

Antonioni e le arti a Ferrara

Chimica delle coppie 40: Guido e Paola

Sguardi da edicola 21

Smoke 99

Morettine prima del colore 73

Masha, l’ultimo grande amore platonico

Ripropongo il post che pubblicai il 20 maggio 2018 dopo aver letto l’autobiografia di Maria Sharapova – Inarrestabile – pubblicata da Einaudi. Il sottotitolo era “La mia vita fin qui”. Da ieri, con un ritiro dal tennis troppe volte rinviato, assume un altro significato.

Innamorato di Masha da quando la vidi (prima in foto poi in tv) vincere Wimbledon – era il luglio 2004 – non sarei arrivato al punto di acquistare la sua autobiografia, senza due particolari: la foto in copertina e il sottotitolo. Due scelte perfette: “La mia vita fin qui” fa immaginare altri e più meditati bilanci, fra qualche decennio (Bartali ne ha scritte tre, di autobiografie). E di immagini più glamour poteva sceglierne a decine, a centinaia, ma questa appare coerente con il titolo.

Chi cercasse confronti con «Open», l’opera firmata da Andre Agassi e confezionata dal Pulitzer J. R. Moehringer, sbaglierebbe bersaglio; quello è un capolavoro, questa solo una bella storia. Comincia con l’accusa di doping dopo gli Australian Open 2016. Dopo aver vinto 5 Slam, Masha si chiedeva se ne avrebbe vinto un altro, quella poteva essere l’ultima stagione. Ma non poteva finire con una squalifica per doping. Da più di dieci anni, assumeva un farmaco che da poche settimane era entrato nella lista delle sostanze dopanti, anche se non è mai stato provato che migliori le prestazioni.

“Posso esprimerla in termini più raffinati, ma di base la mia motivazione è semplice: voglio battere tutti. Non è solo questione di vincere, ma di non essere sconfitta”. Masha si riconosce una qualità essenziale: la tenacia, la determinazione, “io non mollo”.

Il padre, Jurij Sharapov, non amava Gorbacev, gli sembrava debole. La madre Elena era molto più colta del marito, laureata con il massimo dei voti. Vivevano a Gomel, Bielorussia, non lontano da Cernobyl. Elena rimase incinta poco dopo l’esplosione nucleare, i nonni materni la convinsero a trasferirsi da loro, a Niagan, Siberia, vicino al Circolo Polare Artico.

Masha nacque a Niagan il 19 aprile 1987. A due anni, i genitori si trasferiscono a Soci. A quattro, conosce il primo allenatore, Jurij Judkin, lo scopritore di Kafelnikov. “In Russia il tennis era un passatempo per nobili decaduti”, Judkin sceglieva i bambini sulla base di un criterio: la capacità di concentrazione; secondo lui, “per eccellere in ogni campo bisogna essere in grado di reggere una tremenda dose di noia”. La bambina ha come libro preferito «Pippi Calzelunghe».

Verso i sei anni, Judkin convince il padre ad andarsene dalla Russia per gestire il talento della figlia. Una conferma viene da un raduno a Mosca, dove la bambina – in mezzo a centinaia di altre – viene notata da Martina Navrátilová, che ancora oggi considera “la più grande tennista di sempre”. In quei primi anni Novanta, “l’Unione Sovietica si stava sfasciando”; miracolosamente, Jurij riesce a ottenere un visto triennale per gli Stati Uniti, ma è solo per due persone, la mamma dovrà restare in patria. Sono avventurose le pagine sullo sbarco in Florida, all’Academy di Nick Bollettieri; da lì erano già passati Andre Agassi, Jim Courier, Monica Seles e Mary Pierce, vi stava crescendo Anna Kurnikova. Talenti precoci, ma non quanto lei.

Masha afferma ripetutamente che è stato il padre a forgiarla. A un certo punto, dopo aver citato le Williams e Agassi, propone un pensiero lucidissimo: “Il genitore di un tennista è la volontà dell’atleta prima che quest’ultimo ne sviluppi una propria”.

2535, mi ricordo

Mi ricordo le raggianti fotografie di Maria Sharapova sulla terrazza del Trocadéro, con vista Tour Eiffel.

 

Saoirse Ronan al quarto tentativo

Origini irlandesi, ma nata nel Bronx il 12 aprile 1994, Saoirse Ronan esplose con un piccolo ruolo in Espiazione (di Joe Wright, dall’omonimo romanzo di Ian McEwan): era il 2007, ed ecco la prima nomination all’Oscar, categoria attrice non protagonista.

Sempre nel 2007 recita in Houdini. L’ultimo mago; nel 2009, Peter Jackson, reduce dai trionfi con la saga da Tolkien, la coinvolge in Amabili resti, dal romanzo di Alice Sebold.

Dopo alcuni titoli che non ho visto, eccola in The Grand Budapest Hotel (di Wes Anderson, 2014). L’anno dopo la ritroviamo in un piccolo gioiello, Brooklyn, di John Crowley, perfetta nel ruolo di immigrata irlandese nella New York degli anni Cinquanta: arriva la seconda nomination agli Oscar, stavolta come attrice protagonista.

Nel 2017, la regista Greta Gerwig fa uscire Lady Bird, e Saoirse riceve la terza candidatura agli Oscar (la seconda come protagonista). Di nuovo, Greta Gerwig la coinvolge nell’ennesima trasposizione di Little Women, dal celeberrimo romanzo di Louisa May Alcott: interpreta Jo March, e l’Academy l’ha appena nominata per la quarta volta.

A 25 anni e 9 mesi, Saoirse Ronan diventa la seconda attrice più giovane ad aver ottenuto questo risultato: Jennifer Lawrence la precede di quattro mesi.

Ben Hecht e Marylin

Due volte Oscar per il miglior soggetto, Ben Hecht è l’uomo che ha scritto Scarface e Notorious, Partita a quattro, Ventesimo secolo, Viva Villa!, Le notti di Chicago, lo strepitoso La signora del venerdì.

Erano gli anni in cui Hollywood attirava Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Dorothy Parker, Christopher Isherwood (e anche Bertolt Brecht e Thomas Mann). Era lo Studio System: gli scrittori lavoravano alla catena di montaggio, obbligati a confezionare un certo numero di pagine a settimana.

«La solitudine della creazione letteraria ha molto poco a che vedere con il lavoro che si fa per il cinema», scrisse Ben Hecht. «Di solito scrivi con il telefono che suona come un disperato, con il tuo capo che entra e esce dalla stanza dove tenti di lavorare, con il regista che inveisce e grugnisce nella sedia accanto a te. E poi ci sono le riunioni che interrompono il lavoro, gli agenti che arrivano con idee più o meno geniali, per non parlare degli amici che ti sottopongono storie senza senso. Il disastro incombe sulla tua scrittura. La star per cui stai scrivendo si ammala. Lo studio per cui stai lavorando cambia di mano e tutto cambia, per cui la scena che stavi descrivendo a Brooklyn, ora la devi spostare a Pechino».

La velocità di scrittura di Hecht era leggendaria. Scrisse Scarface in sette giorni, Viva Villa! in quindici. Non gli interessava più di tanto vedere la sua firma nei titoli di coda di un film: se aveva dei dubbi sul successo di una pellicola, preferiva restare anonimo, se invece il film diventava un successo (come Via col vento, su cui Hecht intervenne pesantemente, in sette giorni, rimaneggiando una sceneggiatura nata male: e David Selznick lo ricompensò con un assegno di quindicimila dollari), allora faceva in modo di far sapere in giro che era anche merito suo.

Quella di Hecht è una vita avventurosa: ha lavorato con le parole in tante forme: reporter, romanziere, commediografo (The Front Page nasce a Broadway), propagandista politico, autore radiofonico, conduttore televisivo, regista e produttore cinematografico indipendente.

Nel 1954, Norma Jean Baker decise di scrivere un’autobiografia. Il suo agente, Charles Feldman, contattò Ben Hecht perché le facesse da ghost writer.
Per alcune settimane, Hecht ascoltò Marylin Monroe raccontare nei dettagli la sua infanzia e la sua vita da star. Ma qualcosa andò storto: al momento di pubblicare il testo, né Marilyn né Hecht erano soddisfatti del risultato.
La mia storia rimase nei cassetti fino al 1974, e solo nel 2000 è uscita con la firma del suo vero autore.

Molly e Betsy, conturbante evoluzione della stagista

Il protagonista delle Idi di marzo fa il lavoro che avrei voluto fare io: il consulente per l’immagine di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Anche a me, come a lui, è accaduto di vederli molto da vicino, certi animali politici. Purtroppo, non ho frequentato stagiste altrettanto attraenti.

Quando aveva ventiquattro anni, Evan Rachel Wood era una morettina particolare, abbastanza inquietante, esibendo il genere di bellezza a cui sono più esposto. Un fascino mutevole, fatale, da far paura.

Considerando la parte di Veda nel Mildred Pierce televisivo (dal romanzo di Cain), sono ormai numerose le interpretazioni che ricordo: la prima è S1m0ne, segue Across the Universe, poi Basta che funzioni, The Conspirator.

Mi è venuto immediato il parallelo evolutivo con Cybill Shepherd, indimenticabile interprete dell’Ultimo spettacolo di Bogdanovich, poi Betsy, la ragazza per cui perde la testa il tassista Travis Bickle, cioè DeNiro (in Taxi Driver, Cybill aveva 26 anni), e infine star televisiva (Moonlighting accanto al capelluto Bruce Willis).

Bionde algide, seducenti e ambigue, capaci di dolcezza e crudeltà, Evan e Cybill sarebbero piaciute a Hitchcock.

Chimica delle coppie 88: Anna e il conte Vronsky

ANNA E VRONSKY – Greta Garbo e Fredrich March – Anna Karenina

Chimica delle coppie 87: Georgie e Bernie

GEORGIE E BERNIE – Grace Kelly e William Holden – La ragazza di campagna

Chimica delle coppie 86: Dale e Jerry

DALE E JERRY – Ginger Rogers e Fred Astaire – Cappello a cilindro

Chimica delle coppie 85: Michelle e Julian

MICHELLE E JULIAN – Lauren Hutton e Richard Gere – American Gigolò

Chimica delle coppie 84: Sandy e Danny

SANDY E DANNY – Olivia Newton-John e John Travolta – Grease

Chimica delle coppie 83: Redmond e Lady Lyndon

REDMOND E LADY LYNDON – Ryan O’Neal e Marisa Berenson – Barry Lyndon

Chimica delle coppie 82: Karen e Jack

KAREN E JACK – Jennifer Lopez e George Clooney – Out of Sight

Chimica delle coppie 81: Dominic e Mal

DOMINIC E MAL – Leonardo DiCaprio e Marion Cotillard – Inception

Chimica delle coppie 80: Jean-Louis e Anne

JEAN-LOUIS E ANNE – Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée – Un uomo e una donna

Chimica delle coppie 79: Lisa e Andrew

INGER LISA E ANDREW – Elke Sommer e Paul Newman – Intrigo a Stoccolma

Chimica delle coppie 78: Anna e Stephen

ANNA E STEPHEN – Juliette Binoche e Jeremy Irons – Il danno

Chimica delle coppie 77: Juan e Maria

JUAN E MARIA – Javier Bardem e Penelope Cruz – Vicky Cristina Barcelona

Chimica delle coppie 76: Jane e Thomas

JANE E THOMAS – Vanessa Redgrave e David Hemmings – Blow Up

Chimica delle coppie 75: Elizabeth e John

ELIZABETH E JOHN – Kim Basinger e Mickey Rourke – Nove settimane e mezzo