Lolite

Nabokov, il romanzo / Kubrick, il film / Lyne, il remake / Sue Lyon

La voglia matta, Spaak / American Beauty, Suvari / Girls, Nick Felman

The Girlfriend Experience, Soderbergh / The Girlfriend Experience, il serial

Giovane e bella, Vacth / Sedotta e abbandonata, Sandrelli

Swimming Pool, Sagnier / Revisionando Twin Peaks

Steffi Graf, Elena Marinelli, 66thand2nd, 2020

Truffaut fa dire al protagonista di un suo film: “Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia” (L’uomo che amava le donne, 1977). Fra il 1987 e il 1999, le gambe della Graf erano una delle sette meraviglie del mondo.

Timidezza, introversione, spasmodica concentrazione… E poi quel dritto fulminante, fosse incrociato, lungolinea o, meraviglia delle meraviglie, sparato in uscita dalla sinistra del campo. Il volto di Steffi Graf era impassibile, sempre a un millimetro dalla sofferenza. L’ho istintivamente inserita fra quegli sportivi che ci comunicano una verità essenziale: il dolore per una sconfitta può essere ben più intenso della felicità per una vittoria.

È una lettura piacevole, fin troppo trattenuta, quasi che Elena Marinelli non volesse offendere la ricercata riservatezza della protagonista (nulla a che vedere con la l’epica di Open, più vicina al taglio di Inarrestabile).

La scrittrice si ritaglia poche pagine autobiografiche. Molisana, nata nel 1981 o ’82, scopre il tennis in vacanza al mare. Non tifa Milan, ama Troisi. Dal web si ricava che l’anno di nascita è l’82, il paese d’origine Casacalenda, ha studiato Scienze della Comunicazione e poi al DAMS di Bologna, porta gli occhiali, aveva già pubblicato un romanzo (Il terzo incomodo) e con Steffi Graf non è mai riuscita a parlare. Da Las Vegas, dove vive, pare che l’ex campionessa risponda a tutti così: «Grazie, ma non sono interessata a libri che riguardano la mia vita».

Passione e perfezione”, più che una biografia, un’ecografia, uno scandaglio di riverberi e ombre, uno studio meticoloso e documentatissimo del gioco di Steffi Graf e di come corrispondesse alla sua personalità.

Stefania Maria nasce il 14 giugno 1969, primogenita di Peter Graf, che vende auto usate e assicurazioni automobilistiche, e Heidi Schalk, “che adora ballare e ogni tanto dà lezioni private”. Vivono a Mannheim, Germania Ovest. È stato il padre ad avvicinarla al tennis, quando non aveva ancora cinque anni. Alla bambina piace vincere per compiacere i genitori e per il gusto della ricompensa: merendine, fragole, gelato. Scopre in sé una fortissima capacità di dedizione al gioco. Se ha paure, non le mostra. Fin dagli otto anni, Dunlop le fornisce le racchette; poi sarà Adidas a vestirla. Il padre la asseconda quando si accorge che a Steffi non piace giocare il topspin, allora così di moda, ma preferisce colpire la pallina forte e diritta.

Dal 1983, Steffi entra nel circuito professionistico. Mostra doti rare: impara dalle sconfitte e non lascia trasparire le emozioni. È precoce, ma meno di Austin, Shriver e altre. Non vince uno Slam nelle prime quattro stagioni da professionista. Solleva il primo trofeo al quarantasettesimo tentativo.

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Mica scema la ragazza! [Une belle fille comme moi], François Truffaut, 1972 – [filmTv43] – 7

Il primo a divertirsi doveva essere lui. E in questo, che oggettivamente risulta il più grottesco dei suoi film, Truffaut sceglie di mostrare la più improbabile delle femme fatales, una giovane donna che fin dall’adolescenza ha imparato a usare il suo corpo per sedurre, disorientare e strumentalizzare gli uomini.

Bernadette Lafont è Camille. Sfrontata e disinibita, sboccata e priva di tatto, con una genuina propensione a inseguire il benessere, Camille è reclusa in carcere quando fa la conoscenza di un sociologo (Stanislao Prévine, cioè André Dussolier al suo esordio), che si è messo in testa di intervistarla per ricavarne un saggio sulla criminalità femminile.

Ovvio che le immagini contraddicano le versioni dei fatti proposte da Camille. Non meno ovvio che il sociologo venga progressivamente irretito dalla vitalità di questa donna, che attraversa le fiamme senza bruciarsi, a differenza della sua timida, occhialuta segretaria, che tuttavia si ingelosisce sbobinando l’intervista al registratore.

Girata a Béziers e Lunel, nell’estremo sud della Francia, la pellicola sfiora ripetutamente la deriva grossolana, sempre salvata dall’ironia di Truffaut. È evidente che fra il sociologo e la detenuta, sarà il primo a farsi male, ma tutto sommato se lo merita, non avendo della vita alcuna cognizione che non sia uscita dai libri (chiunque, tranne lui, vedendo Camille potrà escludere l’amore romantico). L’eroina, invece, è stata plasmata dalla vita dura, si è liberata da un padre alcolizzato e violento e ha imparato a giostrare fra gli spasimanti (a un certo punto ne gestisce tre, mentre lo stupidissimo marito sta per uscire dall’ospedale), mostrando le splendide gambe e non esitando a concedersi a chi può esserle utile.

Non solo il sociologo, ma tutti i maschi ne escono scornati; spiccano Claude Brasseur e Charles Denner, nei panni di un avido avvocato e di un bigotto derattizzatore.

Ero innamorato di Gigliola

Il 21 aprile 2011 pubblicavo il post qui sotto. Ne avevo un vago ricordo… Pochi minuti fa ho rivisto Gigliola Cinquetti a Sanremo e posso perdonarle qualsiasi cosa, anche Telepadania.

Lo so, questo post farà crollare l’opinione che alcuni di voi hanno del sottoscritto. Ma cosa lo uso a fare il blog se non posso stendermi (gratis, insieme a qualche migliaio di curiosi) sul lettino dello psicanalista?
Dunque, vi confesserò una mia perversione: ero innamorato di Gigliola Cinquetti.

Gigliola CinquettiNo, non quella di “Non ho l’età” (sarebbe pedofilia).
Mi riferisco alla Cinquetti trentenne e quarantenne, con quell’aria provocante “alla Deneuve della provincia veneta”, che faceva sospettare una vitalità assai lontana dal cliché perbenino con cui si era affermata a Sanremo (la foto che ho riesumato, lo dimostra).

Belle gambe, bellissimo sorriso, riccioli naturali… Oggi leggo che una canzone della Cinquetti – “E qui comando io” – fa da sigla a Telepadania.
E questa mia perversione svanisce di colpo.

Fonte “Il Giornale”:
“Carrellate sugli sbarchi a Lampedusa, piani sequenza sulla frontiera blindata di Ventimiglia, fermi immagine degli euro-palazzi di Bruxelles e zoomate sul manifesto leghista «Padroni in casa nostra». Il tutto col sottofondo della hit «E qui comando io», successo degli anni settanta di Gigliola Cinquetti.
Così Telepadania, la tv del Carroccio, entra a gamba tesa nella querelle Italia-Francia sull’immigrazione e mette alla berlina – con un video musicale ironico-nostalgico – l’inquilino dell’Eliseo. «L’invito – spiegano da Telepadania – è di boicottare brie e vino francese, come proposto dal Senatùr e dal governatore del Veneto Luca Zaia». Sarkozy è avvisato”.

Manon ‘70 [id.], Jean Aurel, 1968 – [filmTv9] – 7

 

Difficile trovare le parole per definire la bellezza, l’eleganza, il fascino, il sex appeal di Catherine Deneuve a venticinque anni. Facile capire perché si sia pensato a lei per rinnovare il mito di Manon Lescaut, e farlo nel Sessantotto, quando la liberazione sessuale e la sua premessa – la liberazione della donna – avrebbero dovuto rendere anacronistico, o peggio insensato, un romanzo di 237 anni prima, tutto scritto dal punto di vista di lui.

Manon è l’archetipo della “mantenuta”. Leggera e disinibita, usa gli uomini, desidera fare una bella vita e non esita a procurarsela. Si innamora di François (Sami Frey), un giornalista incrociato in aeroporto, che perde la testa per lei. Ne deriva un sentimento tempestoso, vissuto diversamente: lui pretende la fedeltà, lei afferma che l’unica che abbia senso sia l’amore. Per una donna, dice, la fedeltà fisica è irrilevante.

Come nel romanzo dell’abate Prévost, fra loro si insinua il fratello di Manon (Jean-Claude Brialy), opportunista all’ennesima potenza. Sa che ci sono tanti uomini disposti a pagare per stare con Manon, e cerca di convincere François a sfruttare la situazione. In fondo, si tratta solo di affari… Lo stile di vita di questa giovane donna è edonista e avventuroso: “Nessuno mi può giudicare” cantava in quegli anni Caterina Caselli. Del cast fanno parte anche Elsa Martinelli e Robert Webber.

Il regista aveva collaborato con Truffaut, e pare inseguirne il tocco. Deneuve veniva da un ruolo con qualche similitudine (Buñuel, Bella di giorno) tratto da uno scandaloso romanzo di Joseph Kessel. E il cerchio si chiude con Truffaut che la chiama per un terzo ritratto di femme fatale, La Sirène du Mississipi, accanto a Belmondo, da un racconto di Cornell Woolrich.

Non fosse un bel tenebroso abituato a dominare le donne, anziché inseguirle, si potrebbe provare pietà per Sami Frey, con la sua pretesa di fedeltà eterna. D’accordo, concede Manon: “Sarà un inferno, ma tu l’avrai voluto”.

Rebecca [id.], Ben Wheatley, 2020 [filmTv10] – 5

Lily James, Armie Hammer e Kristin Scott Thomas sono i protagonisti di questo adattamento del romanzo scritto nel ’38 da Daphne Du Maurier. Appena due anni dopo, Hitchcock lo portò al cinema, vincendo il suo unico Oscar per il Miglior Film, e David O. Selznick poté bissare Via col vento.

Ovvio che il paragone con Hitchcock sia lancinante, ma anche facendo finta di non ricordare Joan Fontaine e Laurence Olivier, George Sanders e Judith Anderson, questo remake appare assai modesto.

Distribuito su Netflix a partire dal 21 ottobre scorso, il film può contare sulla fotografia di Laurie Rose e sulla fotogenia di Lily James (Downton Abbey), molto più convincente a Montecarlo, nell’atmosfera fiabesca in cui veste i panni dell’assistente dell’odiosa Van Hopper (Ann Dowd, The Leftovers), che in quelli della padrona di Manderley, da tre secoli la lussuosa residenza della famiglia De Winter, in Cornovaglia.

Manderley, del resto, sembra ancora appartenere a Rebecca, la prima signora De Winter, morta misteriosamente pochi mesi prima, e per sua interposta persona alla Danvers, l’onnipotente governante, che con vari sotterfugi pare intenzionata a far impazzire la nuova moglie del padrone di casa…

Fascinoso quanto monocorde (ha la stessa espressione anche quando è sonnambulo), Maxim de Winter sembra trovare nella giovane un’ancora di salvezza, ma il legame con la moglie defunta si rivela patologico. Anzi, delittuoso. Nell’ultima parte, le atmosfere gotiche lasciano spazio alla battaglia legale, allorché diventa chiaro che la morte di Rebecca non è stata naturale. Catartici, seguiranno un grande incendio e un suicidio dalla scogliera, infine l’amore prevarrà sulla giustizia degli uomini.

A Hitchcock questa ambiguità dev’essere piaciuta molto, e con il suo gusto per le allusioni, non mancò di evidenziare quanto fosse ambigua la relazione tra la Danvers e Rebecca.

Giornalisti al Cinema 273: Theron, Kidman, Robbie

Charlize Theron, Nicole Kidman, Margot Robbie – Bombshell – Jay Roach, 2020.

270 giornalisti al cinema QUI

Gene Tierney e Jeanne Crain, la Femmina folle e la Donna con cui rifarsi una vita

Bella e fatale, c’è un genere di donna – nel cinema e prima nella letteratura, poi nei fumetti – che fa perdere la testa all’uomo, ne confonde i valori, fino a disintegrare ogni coerenza, e portarlo alla perdizione. Quel genere di donna, di solito, fa una brutta fine, mentre l’uomo a volte si salva, ed è come se si risvegliasse dall’ipnosi.

Nel labirinto delle dark ladies si possono incrociare la farinosa Jessica Lange del remake del Postino (quello firmato da Bob Rafelson), la torrida Virginia Madsen di The Hot Spot (Dennis Hopper), l’ambigua Hilary Swank di Black Dahlia (De Palma), la feroce Evan Rachel Wood in Mildred Pierce (Todd Haynes).

Quella che più si avvicina alla torbida vertigine delle attrici dell’età dell’oro mi sembra la Kathleen Turner di Brivido caldo (Kasdan).

Il bianco e nero avvolgeva quelle donne di un’aura ancor più seducente. Emergeva una figura femminile oscura quanto rivoluzionaria: mutavano i costumi, entrava in scena una donna libera, indipendente, in grado di circuire e manipolare l’uomo anziché esserne dominata, ribaltando secoli di oppressione.

La Garbo è l’archetipo della “tentatrice” (un suo film ha questo titolo), e anche Louise Brooks e Marlene Dietrich stanno ai vertici di questa categoria.

Un salto di qualità avvenne con il successo del noir e dell’hard boiled, fra gli anni Trenta e Quaranta, proiettando nella sfera del divismo Lana Turner, Barbara Stanwyck, Rita Hayworth, Lauren Bacall, Simone Simon, Hedy Lamarr… Su tutte, per l’impareggiabile capacità di apparire adorabile e un attimo dopo letale, Gene Eliza Tierney.

Recuperate Femmina folle (Leave Her to Heaven) di John Stahl: è un film del 1945 di inarrivabile sensualità. E soffermatevi sui due modelli di donna – Gene Tierney, appunto, e la solare Jeanne Crain – che si disputano l’amore di un uomo (insipido, pateticamente inferiore a entrambe).

Per quell’interpretazione – per come odia, per come bacia, si pitta le unghie dei piedi e copre lo sguardo dietro gli occhiali scuri – , Gene Tierney venne candidata all’Oscar come attrice protagonista.
Non vinse. Non poteva vincere, dopo aver dato sostanza a un incubo così desiderabile.

Quattro donne di spalle, secondo Edward B. Gordon (pittore tedesco)

edward-b-gordon

3273, mi ricordo

Mi ricordo lo stupore nello scoprire chi interpretava Circe nell’Odissea del ’68.

#Garbo – Margherita Gauthier [Camille], George Cukor, 1936 [filmTv134] – 7

La signora delle camelie. La Traviata. Il Romanticismo al suo apice melodrammatico, con “il mal sottile” che si porta via la sventurata quando sta per coronare il suo sogno d’amore. È una delle trame più rappresentate al mondo, dalla pubblicazione del romanzo – La Dame aux camélias – di Alexandre Dumas figlio, avvenuta nel 1848 (nella prima didascalia del film sta scritto: Parigi 1847).

Tre gli sceneggiatori impegnati, fra cui due donne: Zoë Akins, Frances Marion e James Hilton. Due fenomeni a dirigere la fotografia: il fidatissimo William Daniels e l’espressionista Karl Freund; montaggio di Margaret Booth, scenografia di Cedric Gibbons, costumi di Adrian.

Greta Garbo è Margherita Gauthier e Robert Taylor è Armando Duval; il ruolo di Duval padre è affidato a Lionel Barrymore, il barone di Valville ha l’aria tronfia di Henry Daniell, la fedele Nannina è Jessie Ralph, Laura Hope Crews è la perfida e pettegola Prudence.

Con Anna Karenina, la Garbo aveva chiuso il suo contratto con MGM. Lo rinnovò a cifre a cui nessun’altra poteva ambire: 500.000 dollari per due film. Definiti i soggetti (Maria Walewska e Camille), la Garbo manteneva il diritto di ultima parola sul regista e l’attore protagonista. Partì per la Svezia, dove soggiornò lungamente, anche perché cadde malata e MGM fu costretta a rinviare l’inizio delle riprese. Pare che Thalberg, “il giovane genio” della MGM, avesse offerto a Cukor la scelta fra il soggetto di Dumas e quello di Maria Walewska, e il regista avesse scelto in fretta, evitando di aver a che fare con Napoleone Bonaparte. Leggi il resto dell’articolo

La signora senza camelie, Michelangelo Antonioni, 1953 [Tv91] – 7

Vero nome, Lucia Borioni, nata a Milano il 28 gennaio 1931. Miss Italia 1947, Lucia Bosè è la più affascinante, fotogenica e conturbante attrice italiana degli anni Cinquanta. Una bellezza inafferrabile, non a caso le fanno interpretare commesse che diventano stelle del cinema, sartine che mangiano il panino sui gradoni di piazza di Spagna, elegantissime donne fatali e sfollate con un unico abitino grigio.

Scritto da Antonioni e sceneggiato da Suso Cecchi D’Amico, Francesco Maselli e Pier Maria Pasinetti, per Lucia Bosè è l’ottavo ruolo in meno di tre anni. Si tratta di uno dei primissimi film – insieme a «Bellissima» di Visconti – in cui viene mostrato il dietro le quinte dell’industria dell’intrattenimento.

A vent’anni, Clara Manni è l’ingenua commessa di un negozio di stoffe, quando viene scoperta da un produttore (Andrea Checchi) che si invaghisce di lei e la porta a Cinecittà. Clara ottiene un buon successo, recitando in pellicole “scollacciate”, dozzinali, coprodotte da colui che l’ha scoperta insieme a Gino Cervi. Ma il suo pigmalione diventa geloso, la chiede in moglie, convoca i genitori e dà loro annuncio, come fosse un fatto compiuto. Di fronte alla stolida felicità di babbo e mamma, Clara non se la sente di buttare tutto all’aria, ma non sospetta che il marito le proibirà di girare i soli film che sa fare, quelli in cui possono rifulgere le sue doti fisiche. Anzi, la costringe a cambiare repertorio, interpretando Giovanna d’Arco in un film da festival che si rivelerà un fiasco, pretenzioso e origine di enormi debiti.

A ventidue anni, Clara Manni è una diva depressa, frustrata, smarrita. Un dongiovanni (Ivan Desny) trova facilmente il modo per farne la sua amante. Lei crede ancora al grande amore, e si prende un ultimo impegno verso il marito: ripianare i debiti, recitando in un film di facile successo. La caduta è irrecuperabile, gli unici ruoli che le offrono sono quelli che disprezza, e si autodistrugge al punto di tornare fra le braccia del suo pessimo amante.

15 ottobre 1917, muore Mata Hari. #Garbo

Garbo, Mata Hari, 1931

Il 15 ottobre 1917 un plotone di esecuzione nel carcere di Vincennes pose fine alla vita di Margaretha Gertruida Zelle, detta Mata Hari.

Nata il 7 agosto 1876 a Leuuwarden, Olanda, a 24 anni Margaretha abbandonò il marito (militare, di 22 anni più vecchio) e il mestiere di insegnante per trasferirsi a Parigi, e tentare la fortuna come ballerina esotica: nome d’arte Mata Hari (“Occhio dell’Aurora” in malese).

Grande curiosità e indignazione suscitò una sua esibizione, nuda su un cavallo bianco, al garden party di Natalie Clifford Barney.

Effettuò frequenti tournèe nelle principali capitali europee, dove portò spettacoli studiati e programmati da lei. Le si attribuirono flirt amorosi e relazioni spregiudicate con ministri, esponenti politici di primo piano e militari d’alto grado, in un crescendo di popolarità che fece di lei una vera e propria diva dell’epoca.

Infine, venne accusata di attività di spionaggio, nel pieno della Grande Guerra.

Arrestata il 12 febbraio 1917; rinviata a giudizio il 24 luglio, il processo si svolse a porte chiuse, e si concluse in due giorni con la condanna a morte.

Pare che a orientare il suo destino sia stato un dispaccio radio inviato a Berlino dall’addetto militare tedesco in Spagna e intercettato dal controspionaggio francese, in cui la ballerina veniva identificata con un nome in codice; lei si proclamò innocente, ma il tribunale militare francese la condannò come spia tedesca.

La leggenda dice che i componenti del plotone d’esecuzione furono bendati per prevenire il rischio che si facessero condizionare dalla sua straordinaria bellezza.

Mata Hari avrebbe dato prova di sangue freddo, guardando negli occhi i suoi esecutori e inviando loro dei baci; il fascino erotico esce enfatizzato dalla voce secondo la quale un attimo prima dei colpi si sarebbe tolta il soprabito, offrendosi nuda alle fucilate. Nessuno reclamò il suo cadavere, la testa venne recisa dal corpo e conservata in un museo di anatomia a Parigi.

Nel 1931, una sublime Greta Garbo interpretò Mata Hari in un film di George Fitzmaurice.

#Doinel. #Truffaut. #Léaud. Le donne di Antoine

Colette Tazzi (Marie-France Pisier). Il primo amore, ovviamente non corrisposto: appare nell’episodio di L’amour a vingt ans; riappare brevemente in Baisers volés (ha avuto un figlio da Albert, il ragazzo che preferì ad Antoine) e viene citata in Domicile conjugal, quando Antoine dice a Christine di aver smesso di amare Colette di colpo, nel giro di un’ora (“Ero guarito”). Dopo 17 anni, torna in L’amore en fuite: fa l’avvocato, legge il romanzo di Antoine, lo rivede, scambia confidenze con Christine.

Fabienne Tabard (Delphine Seyrig). Moglie del commerciante di scarpe in Baisers volés, per lei Antoine perde la testa, idealizzandola. Per caso, la donna sente quel che il giovane pensa di lei e decide di condividere qualche ora d’amore. Madame Tabard si imprime così profondamente nell’esistenza di Antoine, che in Domicile conjugal gli basterà sentir pronunciare una frase alla tivù per rimanere sconvolto. Ottima attrice, Delphine Seyrig venne valorizzata da Losey (L’incidente), Bunuel (La Via Lattea, Il fascino discreto della borghesia) e Resnais (L’anno scorso a Marienbad). Emana la quintessenza della femminilità francese; al tempo del film aveva 36 anni, il doppio di Antoine.

Kyoko (Hiroko Berghauer). È la giapponese con cui Antoine tradisce Christine, in Domicile conjugal. Irresistibilmente attirato dal suo esotismo, presto si annoia e fa di tutto per tornare dalla moglie.

Liliane (Danièle Graule, “Dani”). Mentre è sposato con Christine, Antoine la tradisce con la sua amica Liliane: in L’amore en fuite l’adulterio viene mostrato in flashback, Truffaut fece ricorso anche a sequenze di Effetto notte, dove i personaggi interpretati da Léaud e “Dani” sono amanti.

Sabine Barnerias (Frédérique Hoschedé, “Dorothée”). A interpretare Sabine venne chiamata una cantante venticinquenne; si impone come la più allegra e consapevole delle donne con cui Antoine intrattiene una relazione sentimentale. Nella scena finale di L’amour en fuite, decidono di vivere la loro storia d’amore, senza sapere come andrà a finire…

E poi c’è Christine…

Jacqueline Bisset, morettina del ’44

Cathy, accanto a Steve McQueen in Bullitt, Julie Baker, l’attrice americana dell’Effetto notte di Truffaut, Anna Carla ne La donna della domenica, Rose Bean ne L’uomo dai sette capestri, Liz in Ricche e famose (l’ultima pellicola diretta da Cukor, esordì in uno dei primi film di Polanski ed è stata Claudia in Orchidea selvaggia e Gail in Abissi.

Sex symbol di inarrivabile eleganza, “morettina” archetipica, mai sposata, non ha offerto occasioni alla stampa pettegola e si è sempre rifiutata ai ritocchi della chirurgia estetica.

Il 13 settembre Winnifred Jacqueline Fraser Bisset compie 76 anni.

Jacqueline Bisset

#Doinel. #Truffaut. #Lèaud. Claude Jade, alias Christine Darbon

Della saga di Antoine Doinel, Christine Darbon è il principale personaggio femminile: sta accanto a Léaud, in tre dei cinque film.

È una ragazza perbene, di buona famiglia, prudente e ingenua, evolve nel corso del tempo senza perdere alcune caratteristiche mostrate fin dall’inizio, quando non voleva saperne di Antoine; poi lui smise di inseguirla e lei decise di diventare la sua fidanzata (Baisers volés), quindi moglie e madre di suo figlio (Domicile conjugal), infine ex moglie e buona amica (L’amour en fuite). Verso Antoine, più di tutte le altre donne, Christine manterrà un atteggiamento affettuoso e protettivo.

Mi innamorai di Claude Jade, vedendola in Baisers volés (1968, lei diciannovenne). L’anno successivo, a suggellare la loro complicità, Hitchcock la scelse per Topaz (1969). La rividi in tv (Voglia di volare, 1984) sposata a Gianni Morandi. Di quattro anni più giovane di Léaud (Parigi, 28 maggio 1944), Claude Marcelle Jorré è nata a Digione l’8 ottobre 1948 ed è morta di cancro il 1º dicembre 2006.

Recitava a teatro quando il regista la vide, e se ne innamorò: «François aveva una grande delicatezza e sensibilità nel fare la corte. Si innamorò di me che avevo appena 19 anni. È stato il primo amore della mia vita e, anche quando ci separammo, continuò a volermi proteggere come un padre pigmalione, mi aiutava, mi dava consigli anche quando volevo sposarmi: tu sei la mia terza figlia diceva». Pare avessero deciso di sposarsi nel giugno 1968, ma il matrimonio non ebbe luogo… Mi piace pensare che il motivo sia stato mostrato verso la fine di Domicile conjugal, quando Antoine si rivolge così a Christine: “Sei la mia sorellina, sei mia figlia, sei mia madre”. E lei risponde: “Avrei voluto essere la tua donna”.

Truffaut disse di Claude: «Potrebbe essere una figlia naturale di Grace Kelly».

Gif di bionde hitchcockiane

Julie Christie, morettina del 1940

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Di Julie Frances Christie, che il 14 aprile ha compiuto ottant’anni, ho appena rivisto Calore e polvere (James Ivory, 1983), e avevo visto:

  • Il dottor Zivago, David Lean (1965)
  • Fahrenheit 451, François Truffaut (1966)
  • I compari, Robert Altman (1971)
  • Shampoo, Hal Ashby (1975)
  • A Venezia un dicembre rosso shocking, Nicolas Roeg (1973)
  • Il paradiso può attendere, Warren Beatty e Buck Henry (1978)
  • Hamlet, Kenneth Branagh (1996)
  • Belfagor, il fantasma del Louvre, Jean-Paul Salomé (2001)
  • Troy, Wolfgang Petersen (2004)
  • Neverland, un sogno per la vita, Marc Forster (2004)
  • La regola del silenzio, Robert Redford (2012)
  • Darling, John Schlesinger (1965) con cui vinse l’Oscar.

Singolare invito alla lettura

Tutto quello che vediamo, tutto quello che sembriamo, non è che un sogno dentro a un sogno.
Edgar Allan Poe, sulla pelle di Evan Rachel Wood

La Sonata a Kreutzer: l’illusione sulla bellezza

Lev Tolstoj scrive questo romanzo breve nel 1889. E sa bene come catturare l’attenzione del lettore.

Nel corso di un lungo viaggio in treno, il narratore descrive brevemente gli altri passeggeri che si alternano nella sua carrozza e frammenti di dialoghi. Finché un anziano mercante teorizza che l’unico matrimonio sensato e destinato al successo è quello in cui la moglie ubbidisce ciecamente al marito. Molti matrimoni falliscono oggigiorno, sostiene il mercante, perché “sono tutti troppo istruiti”.

Le repliche degli altri passeggeri e in particolare di una puntigliosa signora non scalfiscono le convinzioni dell’uomo, che poi scende dal treno, ma la conversazione riprende e si focalizza sul sentimento dell’amore, sul suo significato, la sua sincerità, la sua durata. Ed ecco che un passeggero si mostra agitato, nervoso e dichiaratamente scettico: per lui l’amore, inteso come la preferenza assoluta accordata a una sola persona, non dura mai tutta la vita, ma solo per un breve intervallo di tempo.

Quel passeggero si presenta. Si chiama Pòzdnyshev, il suo nome è assai noto perché ha ucciso la moglie. È ancora giovane, ma ha i capelli grigi.
Alcuni chiedono al controllore di cambiare carrozza, ma il narratore si fa raccontare come sono andate le cose. Raccoglie una confessione. “Al buio non riuscivo a distinguere il suo viso, ma ascoltavo, con il rumore del treno, la sua voce sincera e grave a un tempo”.

L’uxoricida è di famiglia assai benestante, aveva vaste terre di proprietà, si era laureato e fino ai trent’anni aveva condotto una vita dissoluta, fra bordelli, relazioni a pagamento e cure per la sifilide. Poi aveva conosciuto una donna. “All’improvviso decisi che doveva essere lei quella che cercavo. Mi sembrava che quella sera ella pensasse e capisse tutto ciò che io stesso pensavo e sentivo, e mi sembrava di pensare e sentire le cose più sublimi. La vera realtà era questa: ella stava benissimo in quell’abito di jersey e con quei riccioli e, dopo essere stato con lei tutta la giornata, desideravo starle più vicino”.
Ecco come l’amore si confonde con il desiderio. “È straordinario come di solito ci illudiamo che la bellezza non possa essere disgiunta dalla bontà”.

Jeanloup Sieff, il nudo è una forma di paesaggio

Nasce e muore a Parigi (30 novembre 1933 – 20 settembre 2000); figlio di genitori polacchi, inizia la professione come reporter, negli anni Cinquanta, ottenendo i primi riconoscimenti per un servizio sugli scioperi nelle miniere del Borinage belga.
Passa alla fotografia di moda, collabora con Elle, Vogue, Esquire, Harper’s Bazaar, Paris-Match e altre riviste prestigiose. Nei primi anni Sessanta si trasferisce a New York, dove trascorre circa sei anni, per poi tornare a Parigi.

Il nome di Jeanloup Sieff viene solitamente legato al glamour, alla pubblicità, al nudo femminile.

Astrid -cover_Jeanloup_Sieff_Taschen“Tutti gli aspetti della fotografia mi interessano… Io provo per il corpo femminile la stessa curiosità e lo stesso amore così come per un paesaggio, un viso o qualsiasi altra cosa mi interessi. In ogni caso, il nudo è una forma di paesaggio”. Sieff utilizzava di base una Leica con l’obiettivo 35 millimetri, ma spesso preferiva il 21 millimetri, e l’uso insistito dell’obiettivo grandangolare conferisce ironia e nostalgia al suo stile. Uno stile mai volgare, irriverente e malinconico, che esalta la bellezza e l’armonia delle forme. La nudità delle schiene, le trasparenze e la lingerie sono la sua impronta inconfondibile.

Non vanno dimenticati i ritratti (dalla Deneuve ad Alfred Hitchcock, da Yves Montand a Charlotte Rampling, Mia Farrow, Peter Lorre, Francois Truffaut, Rudolf Nureyev…) e i paesaggi (fra i più celebri, quelle in Scozia, nella Death Valley e in Normandia).

In questa monografia, ripercorre quarant’anni attraverso una selezione di circa 150 fotografie e lunghe didascalie esplicative (scritte nel maggio 1990), che spesso servono a descrivere il contesto in cui venne scattata la foto. Il volume raccoglie molti fra gli scatti più importanti di un fotografo che prediligeva il bianco e nero, i contrasti forti e le ombre allusive. E che sapeva far sprigionare una morbida sensualità dai corpi femminili.

Dice di rispecchiarsi nella poetica del primo Rohmer, quello de Il ginocchio di Claire, e cita Brancusi per manifestare un’identica predisposizione: “Una scultura che non abbiamo voglia di accarezzare è una scultura non riuscita. E ci sono fotografie che fanno venire voglia di accarezzarle, con gli occhi”.

Jeanloup Sieff

Metti, una sera a cena [id.], Giuseppe Patroni Griffi, 1969 [filmtv98] – 7

Tratto dall’omonima commedia teatrale, è un film strano, malamente invecchiato, persino irritante, in cui l’erotismo patinato si mischia all’elucubrazione politica: siamo pur sempre nel Sessantotto, sesso e amore tendono a confondersi come Platone e Mao Tse-Tung.

Fotografia di Tonino Delli Colli, montaggio di “Kim” Arcalli, ottima la colonna sonora di Ennio Morricone, alla sceneggiatura collaborò Dario Argento, e la sua estetica mi pare trasudi in vari momenti.

Jean-Louis Trintignant (Michele), Tony Musante (Max), Lino Capolicchio (Ric), Annie Girardot (Giovanna), ma il film si fa ricordare per Florinda Bolkan (Nina), attrice brasiliana dalla femminilità inquietante: lunghissime gambe, zigomi ossuti, vita stretta, curve aggressive, sguardo assassino, piacque subito a Visconti.

L’ambiente è alto borghese, con malcelate velleità intellettuali: Musante è un famoso attore di teatro, Trintignant è uno scrittore che ha appena accettato di lavorare nel cinema, le due donne sono sempre elegantissime. Estraneo a questo milieu, il solo Ric/Capolicchio, giovane contestatore che si prostituisce. Da chissà quanto tempo, Nina e Max intrattengono una morbosa relazione, di cui Michele pare sia al corrente, mentre tutti sanno che Giovanna è innamorata di Michele e vorrebbe farci un figlio… Ognuno immerso nelle rispettive ipocrisie, ecco che il triangolo amoroso evolve in quadrato, anzi in pentagono. Ma l’atmosfera resta amorale e annoiata, solo Ric riesce a renderla eccitante. Purtroppo si innamora di Nina…

Il succedere delle scene non segue un ordine cronologico, si susseguono salti temporali in avanti e indietro, basta l’aggancio a qualche dettaglio visivo (per esempio, la Bolkan che si appoggia di schiena all’esterno di un’auto). Tutti e cinque si ritroveranno intorno al tavolo imbandito nel salotto di Michele e Nina, un tavolo che a me è parso funebre e che il padrone di casa definisce “una zattera”.

Meteore 19. Barbara Leigh

La sua è una carriera minimalista: finisce in copertina su Playboy e più tardi incarna la Vampirella della Warren, ma il suo momento magico è interpretando Charmagne ne L’ultimo buscadero di Peckinpah, accanto al miglior Steve McQueen.

Come i due si guardano nel saloon e come va a finire la scena, lo lascio alla vostra immaginazione.

Barbara Leigh