Lo strano vizio della signora Wardh, Sergio Martino, 1971 [filmTv92] – 6

Pare che la lettera “h” sia stata aggiunta per scongiurare l’azione legale per il danno al suo buon nome, minacciata da una certa signora Ward poco prima dell’uscita del film (15 gennaio 1971). Secondo aneddoto: una delle tracce musicali – Dies Irae – è stata ripresa da Tarantino in Kill Bill: Volume 2.

A solo ventidue anni, per Edvige Fenech questa fu la diciassettesima pellicola. Vorrei vedere l’implicito sequel – Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave – uscito nel 1972 sempre per la regia di Sergio Martino. Sequel implicito, perché il titolo rimanda alla lettera minatoria sul “vizio” di Julie Wardh, le tendenze masochistiche che avevano pervaso la relazione con Jean, l’attore Ivan Rassimov, che qui muore, ma l’anno successivo tornerà in altre vesti.

Musiche di Nora Orlandi. Doppiati quasi tutti gli attori: George Hilton da Sergio Graziani, Cristina Airoldi da Flaminia Jandolo, Ivan Rassimov da Nando Gazzolo, Alberto de Mendoza da Pino Locchi, la stessa Fenech da Rita Savagnone. Solo del commissario (Carlo Alighiero) sentiamo la vera voce.

Non puoi sbagliare nell’indicare il colpevole. Qualche doccia, qualche seno al vento, qualche minigonna, ma l’intento di Martino è confezionare un thriller che faccia saltare sulla sedia, con tocchi di macabro e di orrorifico (gli animali esotici di Jean), imitando il maestro Mario Bava e il giovane Dario Argento, che stava muovendo i primi passi. Fra Vienna e la Spagna, Julie Wardh diventa oggetto di un triplice accerchiamento: il perverso Jean vuole riportarla a sé, il marito Neil, che pure la “trascura” (verbo mirabile, per capire l’epoca), la considera sua proprietà, e quando appare George, può sembrare la perfetta via di fuga. Purtroppo, è in azione un serial killer che sgozza giovani donne a colpi di rasoio, e l’equilibrio psichico di Julie viene messo a dura prova. Arriverà pure lo psicanalista, forse si rifarà una vita proprio con lui.

Oui, Je Suis Catherine D.

Le hanno consegnato il Leone d’oro alla carriera, nel corso della cerimonia d’apertura della Mostra d’Arte cinematografica di Venezia, e ho deciso di riproporre il post che ricavai dalla lettura della sua autobiografia: All’ombra di me stessa (Sperling & Kupfer, 2005).

Per Catherine Deneuve, Venezia rimanda al Leone d’Oro del 1967, attribuito a Bella di giorno, e la Coppa Volpi come miglior attrice assegnata nel 1998 per Place Vendôme. Ma già nel 1964, la mostra veneziana era stata illuminata dalla ventunenne che Jacques Demy aveva scelto per Les parapluies de Cherbourg.

Nata a Parigi il 22 ottobre 1943, ha preso parte a oltre cento film. Su questo blog, ho già scritto di 16, altri seguiranno: Potiche (Ozon, 2010) – Le Sauvage (Rappeneau, 1975) – Anima persa (Risi, 1977) – Place Vendôme (Garcia, 1998) – Non toccate la donna bianca (Ferreri, 1974) – Manon ’70 (Aurel, 1968) – Fatti di gente perbene (Bolognini, 1974) – Tristana (Bunuel, 1970) – Appuntamento con l’assassino (Pirés, 1975) – La verità (Kore-eda, 2019) – Notte sulla città (Melville, 1972) – Les parapluies de Cherbourg (Demy, 1964) – Joséphine. Le Demoiselles de Rochefort (Demy, 1967) – Bella di giorno (Bunuel, 1967) – 8 donne e un mistero (Ozon, 2002) – L’ultimo metrò (Truffaut, 1980) –

Oui, je suis Catherine Deneuve” era il claim pronunciato dall’attrice non ancora quarantenne, nel 1982, in un celebre spot per la Lancia Delta LX. Classico caso in cui l’oggetto della pubblicità scompare e rimane solo il testimonial.

Le Sauvage [Il mio uomo è un selvaggio], Jean-Paul Rappeneau, 1975 [cine32 – 2.915] – 7

Frenetico e sgangherato, con colori vibranti e corpi sempre in movimento, attori chiamati a una recitazione sovreccitata: ma basta la luminosissima presenza di Catherine Deneuve a giustificare il restauro e il ritorno in sala di questa specie di farsa, che insegue e fa il verso alla commedia sofisticata hollywoodiana. Musiche di Michel Legrand e fotografia di Pierre Lhomme.

Ventidue anni fra Deneuve e Yves Montand… Del resto, la trama poggia pienamente sulla totale sospensione dell’incredulità, basti pensare a come Nelly fugga dall’imminente matrimonio con Vittorio (Luigi Vannucchi, al suo ultimo film) e a come Martin si illuda di aver fatto perdere le tracce alla multinazionale dei cosmetici per la quale inventava profumi.

Partito da Grasse, a New York Martin si era imposto come inventore di profumi, poi aveva deciso di abbandonare moglie e lavoro, e rifugiarsi su un’isoletta al largo del Venezuela. Sa fare tutto, aggiusta motori, costruisce zattere, cucina meravigliosamente, naviga a motore o a vela, ricava dalla terra stupendi frutti… Nelly, invece, non sa fare niente, è una specie di tornado biondo, che travolge e distrugge: la fuga pare l’unica dimensione possibile, di macerie, Nelly, ne ha accumulate tante, si era sposata giovanissima, in Venezuela ha avuto una storia con un gestore di un locale notturno, ma anche con Alex è finita male (vorrebbe risarcirsi con un Toulouse-Lautrec). A interpretare Alex è Tony Roberts, protagonista di Io e Annie e di altri film di Woody Allen.

Ovvio che fra Nelly e Martin si sprigioni l’attrazione fisica (chi poteva resistere alla trentaduenne Deneuve?), ma il prepotente Vittorio torna a riprendersi la fidanzata, e Martin dovrà scegliere fra la prigione e il reintegro nella multinazionale. Altrettanto ovvio è che Nelly e Martin siano fatti l’uno per l’altra, ma il ritorno alla natura non si rivela idilliaco e il potere del denaro continuerà a incombere minaccioso.

Olivia Newton-John, qui

Grease (1978) – Sandy e Danny

Una copertina del 1981Herb Ritts per lei e per Madonna

Agente #007. Quantum of Solace, Marc Forster, 2008 – 7

A Siena, a pochi passi dal Palio in Piazza del Campo, “M” e Bond interrogano Mr. White, il misterioso superbanchiere catturato alla fine di Casino Royale: non sospettano che Quantum, l’organizzazione criminale per cui lavorava anche LeChiffre, possa infiltrarsi ovunque. Persino fra i fedelissimi di “M”.

Altre riprese in esterni sono italiane, sull’autostrada del Garda, fra Torbole e a Tremosine. Al solito, quella che appare nella saga bondiana è l’Italia vista con gli occhi dell’esotismo, con i costumi tipici e le atmosfere di altri tempi. Dopo un breve passaggio londinese, ritroviamo Bond a Haiti. Il primo contatto con Camille Montes (Olga Kurylenko) è conflittuale; Bond non può sapere che lei ha scelto di diventare l’amante di Dominic Greene (Mathieu Amalric), al solo scopo di vendicarsi. Greene appare come un imprenditore illuminato, dedito alla salvezza del pianeta: in realtà, lavora per Quantum nel realizzare colpi di stato in America Latina (va rimesso sul trono il sanguinario ex dittatore, in cambio di una concessione su un vasto territorio desertico). Quantum non cerca il petrolio, ma il controllo dell’acqua (ci aveva già pensato Polanski con Chinatown). La CIA osserva e approva: non si era ancora vista una rappresentazione così cinica degli inconfessabili rapporti tra l’affarismo delle corporations e l’assenza di scrupoli dei governi occidentali.

Il regista – che aveva diretto Monster’s Ball, portando all’Oscar Halle Berry – riprende la trama esattamente da dove il film precedente l’aveva lasciata. Fa riapparire Giancarlo Giannini, che a Bond era sembrato un traditore, nella vicenda che aveva portato alla morte di Vesper Lynd. Disilluso e stanco, svuotato da troppe esperienze, René Mathis non uscirà vivo dalla Bolivia… Quello di Craig si configura come un Bond incattivito, cupo, l’ironia è ridotta ai minimi termini, la sua fisicità è più vicina alle magliette di Jason Bourne che agli smoking di Connery e Moore. Incantevole la Bond Girl di turno: modella ucraina, sinuosa e scattante, Kurylenko è elegante anche con una semplice canottiera. Minore il ruolo affidato a Gemma Arterton, la cui triste fine rimanda alla mitica Jill Masterton di Missione Goldfinger.

Dimenticabile title track, eseguita da Alicia Keys, fra gli sceneggiatori spicca Paul Haggis, ma troppi hanno messo le mani sul plot. Quantum of Solace è il primo 007 in cui la “gunbarrel sequence” arriva solo con i titoli di coda.

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Agente #007: dieci artefici del mito

Aveva lavorato nella Naval Intelligence della Marina britannica; dopo la guerra, Ian Fleming visse a lungo in Giamaica, in una tenuta chiamata GoldenEye… La figura di James Bond appare come una sorta di alter ego dello scrittore, fumatore e bevitore incallito, con una certa componente paranoica nel vedere nemici ovunque, ammetteva di aver sempre desiderato una vita come quella che aveva regalato al suo eroe. Fra il 1952 e il 1964 (morì nell’agosto di quell’anno, d’infarto, a soli cinquantasei anni), Fleming firmò una dozzina di romanzi (Octopussy, pubblicato postumo nel 1966, è la seconda raccolta di racconti). Per quale pubblico scriveva? “per passionali adulti eterosessuali”, disse in un’intervista.

Dopo lo scrittore, fra gli artefici del mito vanno necessariamente considerati i due produttori che trasformarono le pagine in pellicola: Albert “Cubby” Broccoli e Harry Saltzman.

Poi viene Sean Connery (scelta che Fleming non condivise).

Figure fondamentali furono quelle di Ken Adam – l’inventore del look di Bond, dell’estetica pop in cui venne immerso, dei gadget, della camicia alla coreana del “cattivo”… – Terence Young – il primo regista – Maurice Binder – creatore del logo di 007 e della grafica sui titoli di testa – e John Barry e Monty Norman – compositori delle prime colonne sonore e del James Bond theme.

Ho citato solo uomini, mi sembra necessario che il decimo nome sia di una donna: Eunice Gayson a trentaquattro anni fu la prima Bond Girl, in Licenza di uccidere. Precedendo Ursula Andress, con uno squillante abito rosso, Sylvia Trench appare al tavolo di un casinò e presto finisce nella camera da letto dell’uomo appena conosciuto, che per la prima volta ha appena pronunciato la formula “Mi chiamo Bond, James Bond”.

Pare che Gayson fosse stata ingaggiata per il ruolo di Miss Moneypenny… Appare per un minuto, ma si rivelerà essenziale nella costruzione del mito.

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Gemma Bovery [id.], Anne Fontaine, 2014 [filmTv64] – 6

Tratto dall’omonimo graphic novel di Posy Simmonds (1999), il film è esilissimo, ma si regge su qualche eccellenza: le musiche di Bruno Coulais, gli splendidi panorami della provincia normanna, la classe di Fabrice Luchini e la burrosa fotogenia di Gemma Arterton.

Luchini fa Martin Joubert: sette anni prima, aveva lasciato Parigi con la moglie Valérie (Isabelle Candelier) per trasferirsi nel paesino del Normandia e riaprire l’antica panetteria dei genitori. Vicino ai sessanta – simile al personaggio che Luchini aveva appena interpretato in Molière in bicicletta – Martin ha la passione per la grande letteratura, di certi classici conosce le pagine a memoria, e le parole stampate nei libri lo spingono a sognare come sarebbe stata la sua vita se…

Arterton fa Gemma, venticinquenne inglese da poco trasferita in quel bucolico paesello normanno insieme al marito, Charlie Bovery. Qualcosa di grave è successo, perché Charlie sta bruciando ogni cosa che gli ricorda Gemma; per caso, Martin riesce a mettere le mani sul diario della donna, comincia a leggerlo, e il pubblico vedrà ricostruire ciò che è accaduto negli ultimi mesi.

Bovery, guarda la coincidenza… Gemma risuona come Emma, Charlie somiglia al Charles del romanzo di Flaubert, e presto arriverà un amante (il ricco Hervé), che vive nel castello di famiglia dove la madre l’ha spedito per prepararsi a un esame universitario (Martin, ovviamente, disprezza e, soprattutto, invidia Hervé).

La vita è un romanzo, diceva Resnais: uno come Martin Joubert ne è davvero convinto. Per fare il bene di Gemma (personaggio appena abbozzato, quasi un cliché), e salvarla dall’infelicità, Martin finirà per rendersi colpevole di una stravagante disgrazia… Non passerà molto tempo prima che la casa lasciata libera dai Bovery venga affittata da un’altra coppia, che somiglia sinistramente ai Karenin di Tolstoj: c’è da giurare che Martin non avrà imparato la lezione.

Agente #007. Moonraker. Operazione Spazio [Moonraker], Lewis Gilbert, 1979 – 6

L’undicesimo Bond “ufficiale” comincia con una scena vertiginosa: scagliato fuori da un aereo, l’Agente 007 ha una sola possibilità, acciuffare l’uomo con il paracadute che sta precipitando davanti a lui. Ma un assassino dalla dentatura da “Squalo” ha avuto la stessa idea… Per la terza e ultima volta, Shirley Bassey canta sui titoli di testa, nella raffinata grafica di Maurice Binder; terza e ultima regia bondiana per Lewis Gilbert; ultima apparizione di Bernard Lee nel ruolo di “M”; ricompaiono Walter Gotell e Geoffrey Keen (il generale sovietico Gogol e il ministro della Difesa britannico). Per motivi fiscali, Broccoli inaugurò una co-produzione anglo-francese. Questo spiega la presenza della meravigliosa Corinne Cléry (Histoire d’O), l’errore fu sacrificarla al sadismo del nemico di turno dopo appena 33’ (Tarantino ci avrebbe mostrato qualcosa di più dell’inseguimento dei due enormi cani neri).

Moonraker è il nome dello space shuttle costruito dal ricchissimo magnate Hugo Drax (Michael Lonsdale, attore francese spesso impegnato con Losey e Truffaut). È subito chiaro che la Drax Enterprise non è quel che sembra. Ma raramente si era assistito a un movente così cervellotico (chiamarlo distopico, mi pare eccessivo): sterminare l’umanità, con l’eccezione di una ventina di coppie razzialmente pure (e biancovestite) da far riprodurre su un’Arca di Noé nello spazio…

A cinquantadue anni, Roger Moore esagera con i sorrisetti piacioni, da irresistibile seduttore, e ancora una volta irride i gadget di “Q”, che gli salveranno la vita. L’altra Bond Girl è Lois Chiles (vista nel Grande Gatsby accanto a Redford e Farrow): questa Holly Goodhead è interessante finché perdura l’ambiguità, appena si scopre che fa parte della CIA, la “corrispondenza di amorosi sensi” con la spia inglese diventa banalmente automatica.

Dalla California a Venezia, a Rio de Janeiro (dove, neanche a dirlo, impazza il Carnevale); strafalcione imperdonabile, la piramide di Tikal (Guatemala) viene collocata al centro del Brasile. Il film risente terribilmente della “moda” di Star Wars: impazzano i laser, si svolge una battaglia spaziale fra due piccoli eserciti a malapena distinguibili. Tramite le musiche, si citano Incontri ravvicinati, 2001 e persino I magnifici sette, forse anche Frankenstein: il gigantesco killer dai denti d’acciaio incontra la sua anima gemella, una biondina con le trecce, sorridente e pettoruta, che oggi fa pensare a Harley Quinn.

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Jeanloup Sieff, il nudo come forma di paesaggio

Figlio di polacchi, Sieff nasce e muore a Parigi il 30 novembre 1933 (20 settembre 2000); inizia la professione come reporter, negli anni Cinquanta, ottenendo i primi riconoscimenti per un servizio sugli scioperi nelle miniere del Borinage belga.
Passa alla fotografia di moda, collabora con Elle, Vogue, Esquire, Harper’s Bazaar, Paris-Match e altre riviste prestigiose. Nei primi anni Sessanta si trasferisce a New York, dove trascorre circa sei anni, per poi tornare a Parigi.

Il nome di Jeanloup Sieff viene solitamente legato al glamour, alla pubblicità, al nudo femminile.

Astrid -cover_Jeanloup_Sieff_Taschen“Tutti gli aspetti della fotografia mi interessano… Io provo per il corpo femminile la stessa curiosità e lo stesso amore così come per un paesaggio, un viso o qualsiasi altra cosa mi interessi. In ogni caso, il nudo è una forma di paesaggio”.

Sieff utilizzava di base una Leica con l’obiettivo 35 millimetri, ma spesso preferiva il 21 millimetri, e l’uso insistito dell’obiettivo grandangolare conferisce al suo stile una sorta di nostalgia. Mai volgare, irriverente e malinconico, esalta la bellezza e l’armonia delle forme: la nudità delle schiene e le trasparenze della lingerie sono la sua impronta inconfondibile.

Non vanno dimenticati i ritratti (dalla Deneuve a Hitchcock, da Yves Montand a Charlotte Rampling, Mia Farrow, Peter Lorre, Francois Truffaut, Rudolf Nureyev…) e i paesaggi (fra i più celebri, quelle in Scozia, nella Death Valley e in Normandia).

In questa monografia edita da Taschen, vengono ripercorsi quarant’anni di carriera attraverso una selezione di circa 150 fotografie e lunghe didascalie esplicative (scritte nel maggio 1990), che spesso servono a descrivere il contesto in cui venne scattata la foto. Il volume raccoglie molti fra gli scatti più importanti di un fotografo che prediligeva il bianco e nero, i contrasti forti e le ombre allusive. E che sapeva far sprigionare una morbida sensualità dai corpi femminili.

Sieff diceva di rispecchiarsi nella poetica del primo Rohmer, quello de Il ginocchio di Claire, e citava Brancusi per manifestare un’identica predisposizione: “Una scultura che non abbiamo voglia di accarezzare è una scultura non riuscita. E ci sono fotografie che fanno venire voglia di accarezzarle, con gli occhi”.

“Amichevolmente”: un post di grande attualità, pubblicato il 21 giugno 2012

Già mi pare notevole la forma: ad annunciare la separazione – dopo 14 anni di relazione e 2 figli – di Johnny Depp e Vanessa Paradis è stato “uno dei portavoce” dell’attore americano. Che, dunque, di portavoce ne ha almeno un paio, fra cui quello che si occupa di questa vicenda, incaricato di farci sapere che la separazione è avvenuta «à l’amiable», amichevolmente.

Ho letto sulla “Stampa” che ora bisognerà spartire un patrimonio immobiliare che vale almeno 236 milioni di dollari: fra l’altro, una casa a Meudon, vicino a Parigi, una villa a Plande-la-Tour, a 20 chilometri da Saint-Tropez, un castello in Inghilterra, una casa con giardino a Venezia e un’isola intera vicino alle Bahamas. Più uno yacht di 156 piedi, circa 50 metri.

Cos’è stato a dare il colpo di grazia a una storia già traballante?
Forse un tradimento di troppo, pare che lui si sia invaghito di Amber Heard, la sua partner in The Rum Diary, il film tratto dalla vita e dalle opere di Hunter Thompson.
Siccome il film l’ho visto poche settimane fa, e la signorina Heard non lascia indifferenti, ho fatto subito un post, e ora che l’ho riletto trovo che due anni fa “Amber Heard ha fatto coming out durante la serata di gala per il 25º anniversario della Gay & Lesbian Alliance Against Defamation”.

Agente #007. Il mondo non basta [The World Is Not Enough], Michael Apted, 1999 – 7

Arriva per diciannovesimo, il primo distribuito sotto l’etichetta Metro-Goldwyn-Mayer al posto della United Artists, per la terza volta Pierce Brosnan interpreta il protagonista. Sui titoli di testa, canzone dei Garbage e grafica di Daniel Keiman.

Dal nuovo mondo partorito dall’implosione dell’Unione Sovietica, emersero quindici nuove nazioni, quelle affacciate sul Mar Caspio ricchissime di idrocarburi. La costruzione di un grande oleodotto fa da sfondo alle imprese di Bond, immerso in una quantità di esplosioni e acrobazie di cui ho perso il conto; è uno dei film in cui James ammazza più persone, almeno una ventina.

Irriconoscibile rispetto a Terra e libertà, sadico e crudele, con un proiettile conficcato nel cranio che l’ha reso insensibile al dolore, Robert Carlyle si lascia truccare con logica lombrosiana, da pazzo terrorista che sa di morire presto. Judi Dench è “M”, capo dell’MI6, Desmond Llewelyn è “Q”, capo del laboratorio (è il diciassettesimo e ultimo film della saga a cui partecipa: nessun attore può vantare altrettante presenze); John Cleese è “R”, lo spiritoso assistente (viene dai Monty Python) destinato a subentrargli; Samantha Bond è Miss Moneypenny. Ben quattro le Bond Girls: Sophie Marceau, Maria Grazia Cucinotta, Denise Richards e Serena Scott Thomas.

Comincia a Bilbao, con le forme avveniristiche del nuovo Guggenheim a fare da sfondo. Seguirà un notevole inseguimento sul Tamigi fra Bond e la Cucinotta (“Cigar Girl” nei titoli di coda): il motoscafo di Bond si trasforma in sottomarino e poi in veicolo da strada, lei fugge sopra una mongolfiera con lui appeso alle funi che urla: “Posso proteggerti”; ma lei preferisce farsi saltare in aria. Sorella minore della più affermata Kristin, la Scott Thomas interpreta la bella dottoressa che Bond si compiace di spogliare per ottenere la firma sull’idoneità fisica (scambio che non può sfuggire all’arguta Moneypenny). Vestita alla Tomb Raider, la Richards è il fisico nucleare più improbabile che si sia mai visto. Quanto a Sophie Marceau, con il colbacco richiama la Julie Christie che amava Zivago, ma quasi sempre è abbigliata in modo delirante.

Personaggio ispirato all’ereditiera Patty Hearst, sequestrata e traumatizzata al punto da farsi terrorista, la sua Elektra King pare vittima della Sindrome di Stoccolma, la preda che si innamora del predatore. Non fu una cattiva idea rendere malvagia la dolcissima Sophie.

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Agente #007. Thunderball. Operazione Tuono [Thunderball], Terence Young, 1965 – 7

Quarta pellicola della serie, da un soggetto che Ian Fleming scrisse con Kevin McClory e Jack Whittingham. Fra i film sull’Agente 007, è quello con i dialoghi più stringati e con più scene subacquee (vi allude anche la grafica di Maurice Binder sui titoli di testa, in sottofondo la voce di Tom Jones). Quasi tutto girato a Nassau, Bahamas, comincia a Parigi, dove Emilio Largo, Numero 2 della Spectre, illustra il suo piano ai vertici dell’organizzazione criminale (il Numero 1, con gatto bianco in grembo, ha appena incenerito uno degli altri capi, colpevole di aver sottratto fondi). Per Adolfo Celi si rivelerà l’interpretazione più celebre, con quella benda nera sull’occhio sinistro e i pescecani a cui far divorare la manovalanza che non sa eseguire gli ordini.

Mentre si sta curando in una clinica, Bond si imbatte nell’indizio decisivo per partire alla caccia. Non per caso, si lega affettuosamente alla fisioterapista, interpretata da Molly Peters, dalla sensualità molto Sixties… In quella clinica, un pilota dell’Aeronautica militare viene ucciso e sostituito da un sosia, il cui compito è dirottare un aereo che trasporta due bombe atomiche. Mentre la Spectre ricatta la NATO, fra Bond e Largo non può mancare il duello simulato al tavolo da gioco, scontro di intelligenze e freddezza, lucidità e carisma. In palio, non solo la supremazia da testosterone, ma anche la preda: Dominique Derval, detta “Domino”, la deliziosa Claudine Auger.

A Nassau, Bond troverà “Q” con i suoi gadget tecnologici e il solito agente della CIA, Felix Leiter (l’attore Rik Van Nutter). Sarà sempre 007 a dare gli ordini. Finge di abboccare all’amo di una letale complice di Largo, la rossa Fiona (Luciana Paluzzi): Fiona e James finiscono a letto, gli sguardi voluttuosi si capovolgono in odio il mattino dopo… Quando il governo inglese sta per pagare il riscatto, Bond individua l’aereo immerso nell’oceano e le bombe sullo yacht di Largo. Assistiamo a una lunga (troppo lunga) battaglia sottomarina fra buoni (in rosso) e cattivi (in nero). Come armi, fiocine e coltelli (per tagliare i tubi per la respirazione); primi piani su Bond e su Largo, ben riconoscibile dai capelli bianchi… Connery mostra un notevole atletismo: quanto sia cambiata l’estetica del macho, lo segnala il fatto che l’attore appariva molto villoso. Oscar per gli effetti speciali a John Stears.

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Agente #007. Casino Royale, Martin Campbell, 2006 – 9

Un nuovo inizio, formidabile e spettacolare, il miglior Bond dai tempi di Connery. Sorprendente, per la capacità di rivitalizzare un mito che si propagò nei primi anni Sessanta.

Il meccanismo viene rilanciato con un paio di semplici mosse. La prima si chiama Daniel Craig (doppiato da Francesco Prando): sesto a impersonare la spia, atletico e magnetico, è facile prevedere un lungo periodo di sue avventure in smoking. La seconda sta nel perfetto dosaggio dei tempi (fra gli sceneggiatori, Paul Haggis), un effervescente equilibrio di azione e quiete, combattimenti letali e pazienti sguardi fra pokeristi, esotismo e tecnologia, violenza e sentimento, kalasnikov e machete, lusso e ironia, consuetudini e colpi di scena. Appena promosso “doppio zero”, Bond si intrufola nell’abitazione privata di “M”; dopo un drammatico arresto cardiaco, gli basterà cambiare camicia per ripresentarsi impassibile al tavolo da gioco.

È sempre necessario che l’eroe attraversi certe situazioni topiche, lo fa anche stavolta, riuscendo a spiazzare: l’Aston Martin la vince al gioco, il Vodka Martini “agitato e non shakerato” arriva come un’improvvisa intuizione, l’avvelenamento e la tortura offrono l’opportunità per magnifici esercizi di recitazione. Questo Bond commette errori, è destinato a lancinanti sofferenze.

Notevole il contributo italiano al cast: lo scaltro Giancarlo Giannini, l’impassibile Claudio Santamaria e Caterina Murino, primo e troppo rapido oggetto di seduzione.

I “cattivi”, finalmente, non sono mossi dall’infantile ambizione di dominare il mondo, vogliono solo “la miglior remunerazione del capitale”. Le Chiffre (l’ottimo Mads Mikkelsen) è il banchiere privato che gestisce i soldi di terroristi di ogni parte del mondo; Mr. White (Jesper Christensen) ha le rughe giuste di chi sa muovere i fili e arricchirsi comunque vada. Sono i banchieri a muovere il mondo, le ambasciate si possono prendere d’assalto, un pezzo di Venezia può sprofondare nella laguna davanti ai turisti…

Vesper Lynd entra in scena dopo 58 minuti. Nel Pantheon delle Bond Girl,-il nome di Eva Green va a incidersi accanto a quelli di Sophie Marceau e Ursula Andress. Scoperta da Bertolucci, l’attrice francese impone un nuovo prototipo di dark lady.

Lo sappiamo: ogni Bond Girl è animata da motivazioni torbide, cela un passato segnato da grandi dolori, vive l’avventura come occasione di vendetta e/o redenzione. Appare dura e al tempo stesso fragile: la fragilità di un diamante con un’invisibile crepa è ciò che rende Eva Green perfetta per questa parte.

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#Garbo. Alexander Walker, Fascino e solitudine di una diva, 1980

A Berlino, Stiller e Garbo erano stati avvicinati dal produttore americano Louis B. Mayer, che offrì loro un ingaggio. Mayer ricorda bene il primo incontro con l’attrice: le sue braccia erano tonde, le gambe troppo grasse, ma il viso era favoloso. A fine giugno, insieme a Stiller prende il volo che la porta negli Stati Uniti.

A New York, accetta di posare per un fotografo, Arnold Genthe, il servizio viene pubblicato con grande evidenza su Vanity Fair. Garbo diverrà il simbolo di un’epoca in cui l’industria cinematografica offriva a chiunque, quasi per caso, la possibilità di ascendere al firmamento divistico.

Arnold Genthe, luglio 1925

Il primo film hollywoodiano è Il torrente, con Ricardo Cortez. Il secondo è La tentatrice (alla regia Stiller, sostituito da Fred Niblo dopo dieci giorni).

“La Garbo – affermò anni dopo George Cukor – aveva questo genere di rapporto con la platea: faceva loro capire che stava pensando a qualcosa, e che questo qualcosa non era passato sotto la censura”.

Nel 1926, sul set di La carne e il diavolo, Greta incontra John Gilbert e se ne innamora. Ha uno sguardo vampiresco nella scena in cui attende l’arrivo del primo marito; nella scena della comunione, gira il calice per bere dallo stesso punto in cui si sono posate le labbra dell’amante. Il direttore della fotografia è William Daniels: inventò un particolare tipo di illuminazione del volto della Garbo, in alcuni film muti nascondeva una lampadina nel cavo della mano dell’amante. Dopo ulteriori tensioni con Mayer, il grande successo di La carne e il diavolo convinse MGM ad alzarle il compenso. Nel film successivo (Love, 1927), ritrova Gilbert; MGM punta sul loro affiatamento romantico, e fa diffondere voci sul loro imminente matrimonio.

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#Garbo. Francesca Sanvitale per l’Enciclopedia Treccani

A Greta Lovisa Gustafsson, giovane orfana e povera commessa di sedici anni nei magazzini PUB di Stoccolma, la vita offrì la prima opportunità sotto forma di cappelli. Li vendeva, e volle il caso che fosse scelta per indossarli in funzione di un catalogo. Sembra pochissimo, eppure proprio i cappelli, a larga tesa, a cuffia, a pagoda, a cloche, a turbante, borsalino, esotici, minimalisti, di stoffe preziose, di velluto, di raso, di visone, furono la firma del suo divismo, il tocco necessario, variabile e perfetto della sua immagine…

L’apparizione di Greta nel cinema dell’epoca, Stiller ne è certo, sarà sconvolgente e duratura. È un artista che scommette su un delirio di onnipotenza: trasformare la creta, la materia inerte, in una bellezza senza tempo e senza sesso, femminile e maschile insieme… Tenteranno la fortuna oltre oceano, subiranno insieme l’indifferenza di Hollywood. Alti e bassi, povertà, fatica, umiliazioni: in pochi anni lei diventerà la diva che Stiller aveva sognato, lui si avvierà verso il declino fino a ritornare in Svezia e là morire. Ma la ‘divina’ era stata plasmata e in futuro avrebbe ubbidito alle regole imposte dal suo creatore: mai interviste, mai promiscuità sul set e fuori; ogni ora, ogni giorno segretezza, mistero e solitudine. Quando recita la Garbo nessuno è ammesso, nessuno deve osservarla, tutti coloro che vi lavorano, se entra lei, vengono allontanati a eccezione dell’operatore e del regista…

Arnold Genthe – luglio 1925

I parametri estetici e sociologici vengono sconvolti ed è quasi pazzia supporre un successo. Lei dimostra che tutto quello che c’è da esprimere si può disegnare con impercettibili tratti, con una ferma espressione di occhi protagonisti, attraverso la loro naturale intensità, del viso e del corpo…

I pilastri interpretativi sui quali si appoggiava la personalità della Garbo erano pochi ed essenziali: la donna distruttiva, di fronte alla quale il maschio, come un insetto nella tela del ragno, non può che abbandonarsi; la donna che ama al di là di qualsiasi ostacolo, fino a passare attraverso abiezione, povertà, rinuncia fino alla morte; la solitudine senza speranza colmata da un amore improvviso ed eterno. Le sue donne lottano contro il destino che a volte le premia, a volte le redime, a volte le uccide… Il personaggio della Garbo è trasgressivo persino nelle scene d’amore, quando riversa all’indietro i partner e si produce su di essi in un bacio fatale. Un cambio di ruoli che si ripete, nel bacio, quasi in ogni film, che vede un erotismo maschile annichilito, femminilizzato nella passività, senza memoria e coscienza.

Le vecchie imposizioni di Stiller si erano rivelate preziose e sempre valide: muovere pochissimo il viso e specie la bocca se non per aprirla in un sorriso prensile, in una risata gorgogliante che scoprisse i denti bellissimi e il collo gettato all’indietro. Affidarsi solo agli occhi ma lavorando l’espressione dall’interno, in modo quasi impercettibile. In conclusione, astenersi sempre da una recitazione naturalistica.

#Garbo. Divina, Jean Lacouture

Greta Garbo. La dame aux caméras, tradotto da Barbara Ferri, comincia così: «Era una tarda mattina del settembre 1951. Sul marciapiede di rue de Rivoli, lungo le arcate tra il Louvre e la Concorde, vidi due donne alte venire verso di me. Di colpo il viso di una catturò il mio sguardo. Quel viso? Quel vi…

Non ebbi il tempo di esitare: di fronte a me una signora si chinò verso il bambino che teneva per mano e, indicando col dito una delle due donne, gli mormorò all’orecchio alcune parole – probabilmente simili a quelle che un biografo attribuisce a una vecchia newyorkese che, durante una passeggiata al Central Park assieme al nipote, fece lo stesso incontro: «Vedi, Bobby, c’è sempre un buon motivo per uscire: si può incrociare Greta Garbo…».

Sì, era proprio lei, in compagnia, come seppi più tardi, della sua amica Cécile de Rothschild che la ospitava durante i suoi frequenti soggiorni a Parigi – erano passati dieci anni dalla sua rottura con Hollywood. Non portava né occhiali né cappello e teneva i capelli dalle lunghe ciocche chiare sciolti sulle spalle. Aveva uno sguardo marino. Ma per guardarla già dovevo voltarmi».

Già prima di quell’incontro folgorante, Lacouture (1921-2015) aveva maturato per Greta Garbo una tale venerazione, che lo spingerà a ricostruirne la parabola umana e artistica. Esperto in biografie (De Gaulle, Ho Chi Minh, Mitterrand), il giornalista francese insegue la Garbo dagli albori svedesi alla solitudine californiana, ne ricostruisce il modo di recitare, l’irrequietezza invincibile, e compone un ritratto dell’attrice attraverso testimonianze dirette, interviste e varie biografie.

“Per quanto eterea sembrasse, la bellezza della svedese era così carica di richiami erotici da distogliere e convogliare altrove le pulsioni di un adolescente quale ero io”. La fotogenia è misteriosa, moltiplica la seduzione.

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Tromperie [Inganno], Arnaud Desplechin, 2021 [2.896, cine12] – 8. #PhilipRoth

Nel trasferire Philip Roth al cinema, si sono accumulati fallimenti e risultati modesti, tanto è grande il rischio di banalizzare, semplificare, ridurre la pagina scritta a fenomenali scene madri. Hanno fallito quasi tutti, forse questo è il risultato migliore.

Dipende da alcune scelte azzeccate. Inganno è uno dei romanzi “minori”, più introspettivi (autobiografici alimenta l’equivoco), dalla trama meno scoppiettante. Desplechin e la sceneggiatrice Julie Peyr hanno arricchito la trama con riferimenti presi da altri testi di Roth (per esempio, Chiacchiere di bottega e il libretto Guardando Kafka), e da ciò che sappiamo della sua vita vera. Poi, il cast è magnifico, Denis Podalydès è un Philip assai credibile, e tutte le donne sono meravigliose: da Léa Seydoux (l’amante inglese) ad Anouk Grinberg (la moglie, cioè Claire Bloom), passando per Emmanuelle Devos (Rosalie, malata di cancro), Rebecca Marder (la studentessa degli elettroshock) e Madalina Constantin (la cecoslovacca che non ama né la patria né l’America). Quanto mai appropriata, infine, la scelta di girare tutto in interni, di limitare al minimo le locations e farne spazi intimi, alla Bergman, esaltando con i primi piani questa carrellata di sfolgorante fotogenia femminile (scene di Toma Baqueni, fotografia di Yorick Le Saux)

Nel 1987, un cinquantacinquenne scrittore ebreo-americano che vive a Londra ed è sposato con un’inglese, riversa su un taccuino i dialoghi con alcune donne della sua vita. Personaggi reali o fantasie, tutte diventano vere sulla pagina scritta. Spicca l’amante inglese, bellissima trentacinquenne, le cui parole sono già letteratura. L’inventiva di Philip nasce dall’essere uno straordinario ascoltatore, una spugna che assorbe ogni dettaglio e lo rielabora all’interno di alcune, note ossessioni: sesso, adulterio, antisemitismo, infelicità, senso di colpa, libertà espressiva, vecchiaia, desiderio, immaginazione… Tromperie esalta Roth e la seduzione della parola.

Frances Ha, Noah Baumbach, 2012 [filmTv17] – 8

Delizioso, piccolo film… Meravigliosa, come fosse vita vera, l’interpretazione di Greta Gerwig, di cui mi sono subito innamorato… Purtroppo si era sposata da poco con il regista, e insieme avevano scritto la sceneggiatura, minimalista romanzo di formazione su Frances Halladay, ventisette anni, aspirante ballerina, ma senza il talento necessario.

Frances vive a Brooklyn con l’amica Sophie (Mickey Sumner). Frequentava Dan, ma Frances preferiva vivere con Sophie, e questo a lui era diventato insopportabile. Presto è Sophie ad abbandonarla, andrà ad abitare a Tribeca, Manhattan, in un loft inaccessibile alle scarse finanze di Frances. Delusa, la ragazza si mette in cerca di un nuovo alloggio, dividerà le spese con due amici, Lev e Ben (Adam Driver e Michael Zegen).

Qui c’è una scena semplicissima e meravigliosa: per la felicità di aver trovato una buona sistemazione, Frances corre e balla per strada sulle note di Modern Love, il Bowie più trascinante e l’omaggio più esplicito a uno dei primi film di Leos Carax, Rosso sangue. La Nouvelle Vague francese appare come il primo punto di riferimento nell’estetica, nella scelta del bianco e nero, e nel senso del racconto espressi da Baumbach.

Lev rientra ogni sera con una ragazza diversa, Ben è il tipo romantico-sfortunato, le fa la corte con timidezza; le vicissitudini di Frances ricominciano con la perdita dell’ingaggio presso la scuola di danza, da cui deriva l’impossibilità di pagare l’affitto. Sempre sorridente, perché non si abbatte mai, per Natale Frances torna dai genitori a Sacramento (la città dove Greta Gerwig è nata).

Lavori precari ed errori di valutazione, entusiasmi e sbadataggini, scelte insensate (due notti insonni a Parigi) e aspirazioni inappagate: senza che avvenga nulla di speciale, ci affezioniamo a Frances e al suo fare i conti con la realtà, sentendosi “infrequentabile” e “troppo alta per sposarmi”. Nel nuovo inizio che coincide con il nuovo appartamento, scopriremo il senso del titolo.

Gilda [id.], Charles Vidor, 1946 [filmTv160] – 8

Clone di Casablanca, ne riprende sia il triangolo amoroso che la location esotica. Ma lei, Gilda, è assai diversa dalla delicata Ilsa, emana un fascino sexy, prorompente, per cui perdere la testa, pare trovare piacere nel vivere pericolosamente. Un paio delle sue entrate in scena diverranno leggendarie.

Vidor scommette sul rilancio di Rita Hayworth, che non faceva film da un paio d’anni (nel ‘44 le era nata una figlia dal matrimonio con Orson Welles); punti di forza, la fotografia – un vividissimo bianco e nero – di Rudolph Maté e le musiche di Hugo Friedhofer.

Da un racconto di tale E. A. Ellington, ampiamente rimaneggiato (fra gli sceneggiatori, il grande Ben Hecht), ecco un noir che si trasfigura in melò, anzi che alterna i due generi e riesce a tenerli in equilibrio, con una spruzzata di spy story (la guerra è appena finita, i nazisti non sono ancora stati rimossi, si può conferire spessore ai personaggi anche immaginando un minaccioso monopolio del tungsteno).

Buenos Aires, 1945: giocatore e baro alla deriva, Johnny Farrell (Glen Ford) viene salvato da Ballin Mundson (George Macready), proprietario di una bisca di lusso, che ne fa il suo braccio destro. Al ritorno da un viaggio, Ballin gli presenta Gilda, l’ha appena sposata: facile capire che Gilda e Johnny già si conoscono.

Con il suo passato su cui è meglio non indagare troppo, Gilda era innamorata di Johnny, Ballin pare trovarlo eccitante… Basta la fisiognomica definire i buoni e i cattivi; Macready troverà il suo ruolo più potente grazie a Kubrick, che lo sceglierà per interpretare l’ambizioso e psicopatico ufficiale francese di Orizzonti di gloria. Quella di Glenn Ford è una fotogenia un po’ legnosa, ma qui riesce a dare credibilità a un rapporto di amore e odio, ai limiti del sadismo, miscela esplosiva che rischia di rivelarsi autolesionista.

Non è Rita Hayworth a cantare Amado Mio e Put the Blame on Mame, la voce è quella di Anita Ellis.

Jumpology, Philippe Halsman

La quintessenza del glamour anni Cinquanta si può rintracciare attraverso gli scatti di Philippe Halsman. Tra il 1942 e la sua morte, nel 1979, ha scattato 101 foto per le copertine di Life.

Nato in Lettonia nel 1906, ha studiato ingegneria a Dresda, è vissuto in Austria e in Francia, fuggito in America nel 1940, Halsman è stato fra i fondatori dell’Agenzia Magnum. Lo conoscevo di fama, ricordavo qualcosa circa la sua idea di far togliere le scarpe a personaggi famosi, per fotografarli in questa posa aerea (si prestarono anche Nixon e Salvador Dalì). Ma non avevo idea di quanto la vita di Halsman sia stata romanzesca.

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