Prima che qualcuno mi chieda: “L’hai vista la canadese che fa salto con l’asta?”. Sì, l’ho vista.

Si chiama Alysha Newman, ha 23 anni, viene dall’Ontario, ha un personale di 4.71, ieri sera è arrivata settima, ma la regia indugiava in modo sospetto.

Wonder Woman [id.] – Patty Jenkins [cine23] – 8

Fra i kolossal di supereroi, è uno dei più eccentrici. Parte dalla mitologia e si insinua nel fantasy, mostra uno spiccato afflato femminista, si sviluppa come un “film in costume”, nel doppio senso del termine, svolgendosi in larga parte cent’anni fa, nel pieno della Grande Guerra.

La regista è quella di «Monster», il film per cui Charlize Theron vinse l’Oscar. La protagonista, Gal Gadot, è perfetta, bellissima ma non troppo giovane né inutilmente siliconata, ha 32 anni, due figli e si era vista in qualche «Fast and Furious» e in «Codice 999». Appaiono anche due icone sexy degli anni Novanta, Robin Wright e Connie Nielsen, mentre i “cattivi” sono Danny Huston e David Thewlis (da Harry Potter e tanto altro). Meno convincente la scelta dell’eroe, Chris Pine, bellezza convenzionale ed espressività ai minimi termini.

Si coglie subito la vista prospettica: Wonder Woman apparirà in tante altre occasioni, qui la si presenta mostrandone le origini e la prima frequentazione degli umani; ma uno degli autori è Zack Snyder («Watchmen», «Batman vs Superman»), e sta già lavorando alla saga corale della Justice League.

La principessa Diana è una delle Amazzoni. Vivono nella paradisiaca Themyscira, un’isola di sole donne, creata da Zeus e irraggiungibile dagli uomini (la computer graphic fa miracoli: le stupefacenti scene sull’isola sono state girate in Italia, fra Matera, Puglia e Campania). Diana bambina è coraggiosa e intrepida, insiste finché non la addestrano a diventare la migliore guerriera. Intuisce che la sua missione prima o poi arriverà: dovrà sconfiggere Ares, figlio di Zeus e Dio della guerra. Non può immaginare che ciò accadrà sul fronte francese nella Prima guerra mondiale. In questo ambito, il film ricorda le origini di Capitan America (i tedeschi sono un po’ nazificati).

Alcune scene d’azione sono strepitose, la corsa in mezzo al fango delle trincee è pura epica. Ma anche la scrittura del film è spesso abile: Wonder Woman in borghese, nella Londra vittoriana, riesce a essere sorridente e divertente. Quando inforca gli occhiali, poi, è davvero divina.

Masha ne compie 30

L’amatissima Sharapova oggi compie trent’anni.

Da più di uno è lontana dai campi, per una di quelle squalifiche per doping che lasciano perplessi.

Nell’inverno 2016 venne trovata positiva a una sostanza che assumeva da dieci anni, e che da qualche mese era entrata nell’elenco delle sostanze proibite, potendo risultare “coprente” rispetto a prodotti chimici che migliorano le prestazioni.
Sharapova era al numero 4 delle classifiche mondiali (ora deve contare sulle wild card per rientrare in gioco senza disputare anche le fasi preliminari), e sono 5 i tornei dello Slam che ha conquistato, dall’esplosione di Wimbledon nel lontanissimo 2004.

Ho sempre detto che il suo fascino, ai miei occhi, non discende solo dal viso e dalle bellissime gambe, quanto dall’imprevedibile, conclamata voglia di soffrire. Masha gioca ad alti livelli da una dozzina di anni, ha subito un serio infortunio alla spalla e altri incidenti fastidiosi, soprattutto per quello sport e per chi lo pratica con quella conformazione fisica.

Essendo divenuta ricchissima già a 21-22 anni, il mio stupore è che abbia continuato a giocare così a lungo, nonostante tante iniziative commerciali e pubblicitarie che viaggiano con il suo marchio, e che le procurano entrate nettamente superiori ai premi incassati nei tornei.

Fra una settimana ricominciano da Stoccarda, lei e i suoi grantoli (Gianni Clerici cit.).

La sonata a Kreutzer, primi appunti

Lev Tolstoj scrive questo romanzo breve nel 1889. E sa bene come catturare l’attenzione del lettore.

Nel corso di un lungo viaggio in treno, il narratore descrive brevemente gli altri passeggeri che si alternano nella sua carrozza e frammenti di dialoghi. Finché un anziano mercante teorizza che l’unico matrimonio sensato e destinato al successo è quello in cui la moglie ubbidisce ciecamente al marito. Molti matrimoni falliscono oggigiorno, sostiene il mercante, perché “sono tutti troppo istruiti”. Le repliche degli altri passeggeri e in particolare di una puntigliosa signora non scalfiscono le convinzioni dell’uomo, che poi scende dal treno, ma la conversazione riprende e si focalizza sul sentimento dell’amore, sul suo significato, la sua sincerità, la sua durata. Ed ecco che un passeggero si mostra agitato, nervoso e dichiaratamente scettico: per lui l’amore, inteso come la preferenza assoluta accordata a una sola persona, non dura mai tutta la vita, ma solo per un breve intervallo di tempo.

Quel passeggero si presenta. Si chiama Pòzdnyshev, il suo nome è assai noto perché ha ucciso la moglie. È ancora giovane, ma ha i capelli grigi.
Alcuni chiedono al controllore di cambiare carrozza, ma il narratore si fa raccontare come sono andate le cose. Raccoglie una confessione. “Al buio non riuscivo a distinguere il suo viso, ma ascoltavo, con il rumore del treno, la sua voce sincera e grave a un tempo”.

L’uxoricida è di famiglia assai benestante, aveva vaste terre di proprietà, si era laureato e fino ai trent’anni aveva condotto una vita dissoluta, fra bordelli, relazioni a pagamento e cure per la sifilide. Poi aveva conosciuto una donna. “All’improvviso decisi che doveva essere lei quella che cercavo. Mi sembrava che quella sera ella pensasse e capisse tutto ciò che io stesso pensavo e sentivo, e mi sembrava di pensare e sentire le cose più sublimi. La vera realtà era questa: ella stava benissimo in quell’abito di jersey e con quei riccioli e, dopo essere stato con lei tutta la giornata, desideravo starle più vicino”.
Ecco, l’amore si scambia con il desiderio. “È straordinario come di solito ci illudiamo che la bellezza non possa essere disgiunta dalla bontà”. – segue –

Real Love, Lisa Stansfield (Arista, 1991)

Qualche disco, devo confessarlo, lo comprai per la copertina: questo è uno di quei casi, e al momento di sistemarlo, non ero nemmeno sicuro se fra gli inglesi o gli americani.

Della signorina Stanfield – che ho scoperto essere di Manchester, e di copertine affascinanti ne ha proposte altre – conoscevo non più di un paio di canzoni. In fondo, questo album può rientrare nella categoria “morettine”.

Oltre agli occhi, il naso, il taglio sbarazzino e il vezzoso neo sulla guancia sinistra, l’allora ventiseienne si fa apprezzare per una voce non banale. Le riesce di non rendere sdolcinate certe atmosfere dance, residuo degli anni Ottanta. Il canto ogni tanto graffia, più spesso accarezza e sembra prediligere un certo gusto retrò. Il paragone con Diana Ross e Whitney Houston mi pare appropriato, ma sono sonorità tuttora lontane dal mio gusto.

Dieci le canzoni nell’album, firmate Stansfield, Devaney e Morris (i due fissi della band; il primo è anche suo marito). Alcuni arrangiamenti mi arrivano invadenti, con un profluvio di fiati, che coinvolgono tromba e trombone, sax e flauto, corno e flicorno, ma I Will Be Waiting, Change, Time To Make You Mine sono episodi ancora gradevoli.

I crimini contro l’umanità si arricchiscono di una nuova efferatezza: applicare photoshop a Claudia Cardinale

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Gli uomini preferiscono le bionde

Ho impostato male il sondaggio, mischiando epoche troppo lontane fra loro, ma l’esito è così netto da non lasciare margine a equivoci: cinque di primi sette posti in classifica sono di bionde che hanno segnato l’immaginario e l’estetica negli anni Cinquanta/Sessanta e nell’ultimo ventennio.

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Al sondaggio hanno risposto in 141.

In 69 hanno indicato BB (49%), in 53 MM (38%), in 46 Klum (33%).

A seguire, Audrey Hepburn 31%, Charlize Theron 30%, Sophia Loren 28%, Grace Kelly 26%, Naomi Campbell 16%, Catherine Deneuve 15%, Greta Garbo 11%, Marlene Dietrich 9%, Louise Brooks 4%.

Il femminile nel Novecento

venere-di-miloHo identificato 12 figure che hanno definito nuovi canoni estetici nella bellezza femminile. Donne che hanno imposto un nuovo modello ideale. Inevitabile emergano dai mondi del cinema e della moda.

L’idea di partenza mi è venuta davanti alla ventinovenne Bardot ne “Il disprezzo”, per poi distillare una dozzina di donne che non considero le più belle, ma le più famose fra quelle che hanno introdotto un nuovo genere di femminilità, un tipo di bellezza che prima non c’era. Quelle a cui viene da paragonare le altre.

Tremila anni fa, o giù di lì, si cominciò a narrare del giudizio di Paride, chiamato a scegliere “la più bella” fra tre dee, una più vendicativa dell’altra. Il figlio di Priamo era ancora un pastore, ma la sua bellezza lo fece scegliere da Zeus per compiere la scelta che il capo degli dei non sapeva prendere.

Paride non si limitò a indicare Afrodite: prima ascoltò le promesse che gli venivano fatte – divenire un guerriero imbattibile, conquistare ricchezze immense, sposare la donna più bella del mondo – poi fece la scelta che sappiamo.

Offrire la possibilità di scegliere solo 3 nomi, vi esporrà alla vendetta della prima delle escluse.

A grande richiesta, Julie Christie nel Dottor Zivago

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Quattro donne di spalle: Edward B. Gordon

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Morettine prima del Colore (73): Lucia Bosè

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Lucia Bosè (1931 -): Cronaca di un amore, Le ragazze di Piazza di Spagna, La signora senza camelie, Gli sbandati, Sotto il segno dello scorpione, Satyricon, Gli amanti di domani…

La rubrica si chiude qui, provvisoriamente, con la più affascinante attrice italiana degli anni Cinquanta.

Morettine prima del Colore (72): Martine Carol

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Martine Carol (1922-1967): Lola Montés, Vanina Vanini, Caroline Chérie, Lucrezia Borgia, Le belle della notte…

Morettine prima del Colore (71): Ann Sothern

Ann Sothern

Ann Sothern (1909-2001): Lettera a tre mogli, Il vendicatore, Le balene d’agosto, L’amaro sapore del potere, Baci sotto zero, Gardenia blu…