La Forza delle Immagini al MAST di Bologna

In via Speranza, a Bologna, c’è un luogo che non sembra bolognese e nemmeno italiano: è la sede della Fondazione MAST, che da qualche giorno e fino al 24 settembre presenta una mostra realizzata con una minima parte del suo straordinario archivio di fotografia industriale. In attesa della terza Biennale di Foto Industria, prevista a ottobre, questa mostra – come sempre gratuita – fino al 24 settembre offre l’opportunità di scoprire autori sconosciuti e imbattersi in scatti celeberrimi (un solo esempio: Salgado e la Serra Pelada).

Della Collezione MAST ho letto fanno parte oltre tremila fotografie di mille autori diversi; ne sono esposte un centinaio, di sessantasette fotografi (sei italiani), con un’introduzione di Urs Stahel che punta a far riflettere sul “potere degli archivi” una volta che vengono portati alla luce e cominciano a raccontare, “riportando il loro potenziale nel presente”. Dal semplice accostamento di immagini può scaturire un nuovo livello di interpretazione, le fotografie sembrano dialogare implicitamente, fra parallelismi e incroci, associazioni di idee, diversi punti di vista e diversissime ambientazioni.

Le fotografie possiedono, innanzitutto, un valore documentario; alla Collezione MAST interessa documentare il lavoro industriale, la fabbrica, la meccanica, gli utensili, l’evoluzione tecnologica. È precisa la coscienza di come questo mondo attraversi una gigantesca crisi di senso, appaia o venga fatto apparire come anacronistico, vecchio, superato; soprattutto quando a essere rappresentata è la metallurgia, con i suoi capannoni, la sua pesantezza, i suoi neri, i suoi fumi, la sua fatica.

In certe foto, le macchine e i loro ingranaggi sembrano creature viventi, animali ingranditi al microscopio o risaliti dagli abissi marini. In altre immagini, si scopre quanto il nostro immaginario sia ormai segnato dai simboli: i cancelli di una fabbrica e i binari del treno che li attraversano riportano ai campi di concentramento. E poi ci sono le figure umane, immerse nel contesto del lavoro industriale, sia quello “pesante” del passato, che quello liquido e non meno alienato dell’era digitale. Molte delle foto che preferisco – e che mi ero segnato nel corso della visita – hanno al centro una figura umana. Un’identità costruita sul lavoro.

1. Germaine Krull, Metallo; 64 collotipie, 1927-28
2. Richard Avedon, Bill Mudd camionista, Alto, Texas, 7 maggio 1981
3. Federico Patellani, Contadino, 1970
4. Sebastiao Salgado, Serra Pelada. Schiene, 1986
5. Nino Migliori, Zona industriale, 1955
6. Edward Steichen, Ciminiere, 1925
7. Lewis W. Hine, Guardafreni. New York Central Lines, 1921
8. Kiyoshi Niyama, Saldatore, 1950-60
9. Jim Goldberg, Mezzogiorno di fuoco. Discarica di Dhaka, Bangladesh, 2007
10. Dorothea Lange, Banchina di San Francisco. Lo sciopero generale, 1934
11. Otto Steinert, Alta tensione II, 1953

Poi, tre splendide fotografie di Margaret Bourke-White:
• Saldatore nero, 1931
• U.S.S. Akron. Il dirigibile più grande del mondo, 1931
Lame di aratro. Oliver Chilled Plow Company, 1930

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