Pendulum al MAST di Bologna fino al 13 gennaio

Cinque anni fa veniva aperto lo spazio espositivo della Fondazione MAST, la cui identità si è presto precisata rispetto ai vari linguaggi della fotografia industriale. Fino al 13 gennaio è possibile vedere una selezione di opere – curata da Urs Stahel – estratta dalla propria, smisurata collezione: si tratta di circa 250 fotografie storiche e contemporanee, realizzate da 65 fotografi. Fra gli altri, Robert Doisneau, Mario De Biasi, Helen Levitt, Lewis Hine, Robert Frank, Gabriele Basilico, Ulrich Gebert, Ugo Mulas, Mimmo Jodice, Don McMullin e Dorothea Lange.

Il filo conduttore è labile o, meglio, imprendibile: il movimento di persone, merci e dati. Pendulum – questo il titolo della mostra – spinge a riflettere sull’insensata velocità che segna la società contemporanea, il bisogno patologico di essere, o almeno sentirsi “connessi”, che stride con gli ostacoli, le barriere, i muri che bloccano i migranti, tragica contraddizione al mito della mobilità globale.

La mostra ripercorre l’evoluzione dei mezzi di trasporto e delle infrastrutture necessarie al movimento. Ritrae un’esistenza quotidiana piena di oggetti e prodotti “delocalizzati”, che ci arrivano dai quattro angoli del pianeta, aumentando il proprio “valore” di mille volte dal momento in cui sono stati prodotti. Il pendolo sintetizza l’oscillazione continua tra innovazione e distruzione, e al tempo stesso evoca la condizione dei milioni di pendolari che ogni giorno lasciano molte ore della propria vita nel tragitto fra casa e lavoro.

Nel testo che accompagna la mostra, con un afflato umanistico ormai inconfondibile, Stahel afferma: «In epoca moderna, il tempo naturale è stato sostituito dal tempo umano e poi dal tempo della macchina… Aumentiamo le pretese, i desideri, i bisogni, vogliamo arrivare prima degli altri, persino prima di noi stessi… Il solo fenomeno che ci spinge a rallentare il passo, a cercare persino di fermare tutto, è quello delle migrazioni. Le uniche barriere realmente insormontabili sono quelle che frenano i perdenti locali e globali della modernità… Il pendolo simboleggia il passare del tempo. Il suo oscillare è anche sinonimo di cambiamenti improvvisi d’opinione, di convinzioni che si ribaltano nel loro esatto contrario».

L’olandese Jacqueline Hassink ha avuto l’idea di realizzare 7 grandi installazioni video che raffigurano pendolari in varie parti del mondo (Tokyo, Mosca, Parigi, Londra, Seul, Shangai, Barcellona), immersi nella realtà virtuale dei loro dispositivi elettronici.

Skaramaghas di Richard Mosse, è un’immagine di 7 metri ottenuta da una termocamera che ci restituisce la visione del porto del Pireo e delle sue centinaia di container, usati sia per il trasporto di merci che come abitazione per migranti.

Altra opera eccentrica, quella di Annica Karlsson Rixon: un grande mosaico di cabine di camion, composto da 736 piccole fotografie a colori, scattate affiancando la corsa di questi veicoli.

Nel 1956, Dorothea Lange catturò la costruzione di un tratto di autostrada, in California: in lontananza, un camion trasporta quattro auto nuove, in primo piano una serie di rottami ammaccati e arrugginiti.

Meno inquietanti, anzi intrise dal mito del progresso, appaiono le scintillanti fotografie che Ugo Mulas dedicò alle slanciate auto da corsa e Robert Doisneau alla produzione della Renault.

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