Balo in Reds: l’Inghilterra è il Paese che amo

Che fine ha fatto Mario Balotelli?
Dopo averne detta una giusta – “Ho fatto male a tornare in Italia” – dimenticando di aver prima dichiarato “Ho sempre voluto giocare per il Milan” (fotografato in rossonero quando ancora giocava nell’Inter), il FuSuperMario è andato a Liverpool – città nota per la movida e i nights-club – a sostituire un certo Luis Suarez.

“La Premier League è il più grande campionato del mondo, il posto giusto per me”, ha sillabato il nuovo centravanti del Liverpool. Ma dopo un mese in Reds, la luna di miele con Balotelli pare già finita. Il Liverpool è lontanissimo dal Chelsea, veleggia a metà classifica e il suo strapagato centravanti segna pochissimo. Sei partite, un gol: ai campioni di Bulgaria del Ludogorets…

Alla vigilia della trasferta di Champions League a Basilea, il quotidiano Daily Mail definisce così Balotelli: “un attaccante in saldo che nessuno voleva”. E poi “un costoso tiratore di calci di rigore, che non tira più calci di rigore” (ma questa non è una colpa, se davanti hai Gerrard).

Balo in Reds

La massima compassione, oggi, possono suscitarmela il popolo curdo e gli orsetti orfani di Daniza, solo al terzo posto la minoranza del Pd.

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Con il Jobs Act, la mia distanza dal #PartitoDiRenzi raggiunge e scavalca quella che avvertivo nei confronti di Craxi negli anni Ottanta.

1001, mi ricordo

Mi ricordo frasi memorabili e suoni inconfondibili, ma da qualche tempo vorrei tanto sapere di chi.

Visto Renzi da Fazio, mi è venuto da pensare a quant’è imbolsito in pochi mesi…

Non perdo tempo a cercare l’impossibile: convincere la tifoseria di Renzi che ieri sera, nel salotto di Rai3, il loro leader non ha fatto bella figura.
Né mi pare utile portare argomenti al fronte anti-Matteo, ringalluzzito da De Bertoli, i vescovi e Diego Della Valle, secondo l’antica logica “il nemico del mio nemico è mio amico”, senza considerare che questi “avvertimenti” a Renzi puntano a nuove, pessime larghe intese.
Mi limito a notare che Renzi mi è parso spesso in difficoltà.

Matteo Renzi

A metà delle domande, non ha saputo dare una risposta diretta. Ha aperto una parentesi, ha preso tempo, ha scosso il capo come a dire che il problema è un altro, e lentamente è arrivato al punto.
Ad altre domande, si è limitato a dare risposte salvifiche, tautologiche, prive di vivacità.
Sul punto dell’articolo 18, quel che si è capito è che gli imprenditori sono buoni e vogliono investire, e far lavorare, mentre i lavoratori sono a volte dei fannulloni, e figuriamoci se non trovano un giudice compiacente… i giudici, poi, fanno ferie lunghissime, e a volte dicono al governo no, non si può, dunque sono sulla lunghezza d’onda dei conservatori, di quelli che non vogliono che una mamma che non lavora nel pubblico abbia gli stessi diritti anche se è co.co.pro., e l’articolo 18 è un falso problema, però lo vuole abolire, perché non siamo più nel 1970 e l’Iphone verrà a sua volta rottamato, e lui è al volante di una macchina a cui altri hanno scaricato la batteria e adesso si tratta di spingerla, ma è una macchina così bella, eccetera… La verve con cui Renzi ha fatto a fette Bersani e Vendola, mi sembra un lontano ricordo.

Del resto, questo è un premier che non si risparmia. Che viaggia. Che twitta. Che usa tutta l’energia dei suoi 39 anni. Che digerisce in fretta il jet-lag. Che mette su qualche chilo, perché il suo metabolismo è sottoposto a una tensione spasmodica.
Ma al netto delle opinioni – la mia è alquanto negativa – mi pare evidente che la spinta propulsiva di Renzi stia precipitosamente declinando. Può contare sul fatto che non c’è un’alternativa pronta, ma se è ridotto così dopo 200 giorni, a mille non ci arriva di certo.

Le 11 virtù del leader, Jorge Valdano, Isbn

“La parola leader mi dà più allergia che allegria”, scrive Gianni Mura nella prefazione, e anch’io la penso come lui. Ma anche nelle gare di bocce fra pensionati “c’è qualcuno più ascoltato degli altri, un punto di riferimento nel bene e nel male”. Secondo Valdano, il leader deve avere un’etica, sapere cosa fare per vincere ma, soprattutto, deve importargli come si vince. È una questione di stile, e giustamente Mura va a chiudere sulla qualità stilistica del Valdano scrittore. Un autentico fuoriclasse.

le 11 virtù copFocalizzando l’attenzione sulla leadership, a partire dalla sua esperienza sportiva, Valdano evita di proporre un serioso decalogo. Le “virtù” sono 11: come una squadra di calcio, come il numero che portava sulla maglia. L’autore si definisce idealista: crede nell’uomo, ha fiducia nello sport e guarda al futuro con speranza. Diffida dei cinici e di coloro che antepongono il fine ai mezzi. Ed è pienamente consapevole del fatto che “gli allenatori hanno conquistato sempre più spazio nella struttura di potere dei grandi club”. Facile ravvisare qualcosa in comune con l’approccio di Sun-Tzu all’arte della guerra e, anche se non sono citate, non mi stupirebbe scoprire che Valdano conosce le Lezioni americane di Italo Calvino.

Le 11 virtù sono: credibilità, speranza, passione, stile, parola, curiosità, umiltà, talento, spogliatoio, semplicità e successo. Il volume si chiude con una serie di ritratti di personaggi al centro dell’attuale scena calcistica, e sono pagine raffinate, piene di spunti linguistici e giudizi illuminanti. La maggior finezza emerge nelle stroncature: Bale, Balotelli, soprattutto Mourinho: la pagina a lui dedicata è una pietra miliare di garbata e spietata vis polemica.

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Inter-Cagliari è un trauma, meglio fare un respiro profondo, starsene zitti, evitare di dire o fare cose irreparabili

Non ho vista la partita, ho ascoltato il primo tempo alla radio e seguito le varie sintesi tv e il diluvio di commenti sulla disfatta.
Prima, avevo scritto di condividere l’assetto scelto da Mazzarri, purché Medel e Vidic garantissero qualche equilibrio… vista la genesi dei primi tre gol e il rigore su Sau, mi sembra chiaro che questo assetto non è più proponibile.
La tentazione morattiana di cambiare allenatore sarebbe fortissima, le colpe di Mazzarri sono talmente evidenti da non aver nemmeno voglia di argomentarle. Ho, anzi, deciso di chiudere subito il sondaggio, la cui tendenza impulsiva rischia di sfogare una rabbia che dovrebbe identificare più di un destinatario.

Via MazzarriQuello che spaventa è l’evanescenza della società, la scarsità di dirigenti che capiscono di calcio, il viaggiare al buio con una sola stella polare: ridurre le spese, i debiti, gli ingaggi. L’eredità finanziaria morattiana è pesantissima, l’Inter perde ogni anno cifre triple all’intero bilancio del Cagliari, e i proclami di Thohir sul tornare presto fra le prime 10 d’Europa, sembrano allucinazioni.

Serve innanzitutto un vero presidente, qualcuno che stia sempre a contatto con la squadra e non si faccia raccontare che succede, salvo atterrare una volta al mese per verificare se quadrano i conti.
Poi, serve un progetto tecnico. Consapevoli che la Juve e la Roma sono lontane anni-luce, nonostante una serie di infortuni che avrebbero distrutto l’Inter; un progetto tecnico realistico richiede una valutazione degli acquisti e delle cessioni, tale per cui non si spendono per Hernanes i soldi che non c’erano per Nainggolan, o non si accetta lo scambio Guarìn / Gabbiadini, o non si investe su almeno un difensore veloce, eccetera.
Terzo, serve dire la verità ai tifosi. Il problema non era il Club dell’Asado, anzi continueremo a rimpiangere per decenni chi ne faceva parte. Il problema non è nemmeno uscirsene con “sparate” grottesche, come quelle di Ranocchia e Dodò (“Non firmo per il terzo posto”). Il problema è che l’Inter non ha un gioco, vince per le invenzioni di alcuni ottimi calciatori (non ancora campioni), ma non sa fare cinque passaggi di prima senza perdere il pallone.

Finché la mediocrità sarà la cifra dominante, si deve pretendere che tutti corrano e mostrino un decente attaccamento alla maglia. Continuo a credere che questa rosa valga dieci punti in più dell’anno scorso, ma ora si cammina sul filo, e se si cade, sarà un’altra stagione buttata.

1000, mi ricordo

Mi ricordo i taccuini di Scott Fitzgerald, le fotografie di Wim Wenders, le memorie di Georges Perec.

#sgretolatidaZeman. Non ho spiegazioni, non l’ho vista, Ekdal 3 gol in 3 anni e in 15’, ascoltavo la radio e non riuscivo a crederci.

Subito prima di Inter-Cagliari

Il timore è che il tridente offensivo del Cagliari possa procurare danni, ma in una partita che va comunque vinta, mi convince lo schieramento che Mazzarri intende mandare in campo, il più offensivo visto fin qui: Palacio e Osvaldo, Kovacic e Hernanes, Dodò e Nagatomo, tutti insieme… Confido nella grande prestazione di Medel e Vidic, e nella capacità di procurarsi conclusioni dal limite dell’area.

House of Cards, ho finito la prima serie, presto comincio a scriverne

houseofcards

Tredici puntate, una decina di ore complessive, grandi attori come Kevin Spacey e Robin Wright, registi come David Fincher e Joel Schumacher, scrittura e di intreccio affinati dall’esperienza del serial inglese (scritto dal capo di gabinetto della Thatcher)… tante qualità, insomma, ma le ottime premesse non reggono alla distanza. Come proverò a dimostrare nei prossimi giorni.

999, mi ricordo

Mi ricordo che è stato facile, in politica, scegliere fra l’essere temuto e l’essere amato.

Quello che non ha paura dei #poteri forti, pare abbia fatto Tilt!

Questo breve post è rivolto, innanzitutto, a Antonio66, interista del Pd, con una certa predisposizione a difendere #Matteo persino quando sembra vistosamente indifendibile.

Antonio66 mi commenta spesso, e lo fa con invidiabile pacatezza, ai limiti della condiscendenza. Sono convinto gli dispiaccia che io la pensi – politicamente parlando – in un modo così inutilmente estremistico.
Immagino che qualche volta debba fare uno sforzo, trovando provocatorio il mio insistere sui difetti dell’attuale presidente del consiglio, il primo dei quali è mentire continuamente.

Dall’enricostaisereno in poi, a me pare che #Matteo e abbia sparate davvero troppe, e adesso che vuole staccare lo “scalpo” dell’articolo 18, va in giro a dire che lui vuole allargare i diritti, battere i conservatori, e non ha paura dei #poteriforti.

Renzi e Marchionne alla FCA Detroit
In un recente commento, Antonio66 mi ha ricordato una vecchia polemica fra Marchionne e Renzi, due che adesso vanno talmente d’amore e d’accordo da aver suscitato la durissima presa di posizione di Diego Della Valle, seconda solo a quella di Ferruccio De Bortoli, due “potentissimi” che hanno scaricato #Matteo con inusitata durezza (non dimentico le allusioni alla massoneria, al prossimo presidente della Repubblica e alla spartizione della Rai).
Che De Bortoli e Della Valle (la Conferenza Episcopale è a un millimetro) mollino Renzi, mentre Marchionne lo celebra nuovamente, potrebbe far parte di una celeberrima rubrica di Cuore, ma il “chi se ne frega” si smorza contro la dura realtà per cui stiamo entrando nella settimana cruciale di questa fase politica, quella in cui Renzi mostrerà i muscoli (Decreto Legge) o scenderà a patti con la minoranza del suo partito e i sindacati confederali.

Da un uomo che vuole apparire così sicuro di sé, strafottente con chi lo critica e incrollabile nelle sue certezze (parlo di Matteo, non di Antonio), mi aspetto almeno una decenza: ci dica chi sono i “poteri forti” e ci spieghi perché ce l’avrebbero con lui e con le sue stra-annunciate “riforme”.
Non acadrà, ma spero che almeno Antonio66 ci faccia conoscere la sua opinione…

Io conosco quello a destra

Thohir e Emiliano

998, mi ricordo

Mi ricordo la rabbiosa incredulità che sopraggiungeva, quando scoprivi che un rullino di fotografie aveva preso luce.

Inter/Continentale: Madrid, 26 settembre di 50 anni fa

Intercontinentale 1964

Minacciando i cosiddetti #poteriforti, #Matteo non si limita a cadere nel ridicolo: mostra penosi segni di ingratitudine.

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