Zero argomenti, scadente sarcasmo, un esempio di vuoto pneumatico al servizio di #Matteo: leggetevi l’editoriale di oggi di Pigi Battista

In queste 539 parole e 3500 caratteri, non c’è un solo argomento per cui sarebbe giusto abolire l’articolo 18.  QUI

Passione, stile, parola: altre virtù del leader secondo Valdano

Oltre alle doti naturali e a tanto allenamento, il campione di calcio deve essere alimentato da una straordinaria passione, quella “che rende non solo accettabili, ma perfino piacevoli tutti i sacrifici ai quali costringe lo sport praticato ad alti livelli di competizione”. Valdano ricorda l’estenuante marcatura a uomo su Briegel nella finale mondiale dell’86, quando più volte gli parve di svenire. E ricorda Raúl battere i denti sul lettino dello spogliatoio, dopo una fatica estrema (“ha passato la vita a ignorare i segnali di sfinimento”).

Raul Gonzalez BlancoLa passione è una virtù contagiosa; come esempi, cita il Guardiola calciatore e José Antonio Camacho. Quanto alla passione come “sana ambizione” a migliorarsi continuamente, inseguendo la perfezione, la vede incarnata in Cristiano Ronaldo. Da allenatore del Real Madrid, Valdano disse in conferenza stampa ai ragazzi della cantera che “le porte della prima squadra non si aprono spingendole, ma sfondandole”. Da lì uscirono una decina di titolari, fra cui Raúl González, massimo goleador del Real e della Champions League.

Quarta virtù, lo stile. “Per il mio gusto, lo stile è tutto. È la differenza, la distinzione, è ciò che ci rende unici”. È l’identità. “Lo stile non vale più del risultato, semplicemente viene prima”. Il club viene prima della squadra, la squadra viene prima di ogni calciatore. Tutto può essere perdonato, tranne la mancanza di impegno, l’indolenza, il contraddire lo stile. Perché “quando si perde una partita o un campionato, ci saranno sempre altre possibilità; quando si perde lo stile, si perde tutto”.

La parola. “Ogni grande leader è un comunicatore efficace”; per esempio, l’allenatore deve saper scegliere le parole giuste per spiegare cosa si aspetta da ognuno, deve saperlo fare prima della partita e poi, sotto stress, nell’intervallo fra i due tempi. Deve, di volta in volta, riportare la calma, risvegliare i distratti, esasperare la competitività. Compito del leader è aumentare la frequenza della comunicazione nei momenti di crisi, consapevole del fatto che “la comunicazione rafforza i vincoli” in ogni organizzazione. (segue)

Da Palermo, un solo punticino, ma col segno più

L’Inter di Palermo mi è piaciuta più di quella di Torino e anche di quella di Kiev.
Ha giocato per vincere, e poteva vincerla. Poteva anche perderla, perché non si possono trasformare in oro certi piedi di legno, ma l’atteggiamento complessivo mi è piaciuto, a cominciare da quello di Mazzarri, che è partito con due punte più Kovacic e Guarìn, e quando ha sostituito il croato, l’ha fatto con Palacio.

Kovacic a Palermo

Le goleade sono ingannevoli, l’Inter può dare spettacolo solo se passa in vantaggio e può scegliere gli spazi. Altrimenti farà sempre fatica, perché mancano un organizzatore del gioco e una seconda punta veloce, in grado di sbarazzarsi della marcatura a uomo e combinarsi con attaccanti stanziali come Icardi e Osvaldo (una coppia che non mi convince: chimicamente, intendo).

Ancora in gol Kovacic, ancora un errore incredibile di Vidic.
Ma l’ex capitano dell’United ha poi giocato una partita positiva, mentre mi hanno destato ansie gli interventi scriteriati di Juan Jesus, Ranocchia e Nagatomo, spesso presi in mezzo dai cambi di campo del Palermo. Mai come stavolta sarebbe servito il Palacio delle ultime due stagioni, perché grida vendetta segnare solo un gol a una difesa composta da Andelkovic, Terzi e Feddal…

Possono apparire punti persi – la crisi del Napoli fa venire l’acquolina -, ma è anche il prezzo dell’Europa League.
Piuttosto, la frase autodifensiva sul mediocrissimo pareggio contro i granata (“Qui faranno punti in pochi”), non ci ha messo molto per essere smentita.

993, mi ricordo

Mi ricordo il fragore notturno quando svuotavano la campana per la raccolta del vetro.

Jailhouse Rock: premessa

Mugshot è il nome assegnato alle foto segnaletiche – di fronte e di profilo – scattate in seguito all’arresto.
Jailhouse cover

Edito da Arcana nel 2013, il libro nasce da una trasmissione in onda su Radio Popolare. Racconta le vicende penali di “cento musicisti finiti dietro le sbarre”, personaggi famosi, di vari generi musicali – rock, punk, jazz, rap – e intorno al singolo caso giudiziario si tratteggia il contesto, pezzi di storia degli ultimi ottant’anni. In disavventure giudiziarie sono rimaste coinvolte moltissime rockstar, spesso accusate e condannate per motivi legati all’alcol o alla droga. Alcune hanno subito l’onta del carcere; altre l’hanno evitato grazie alla disponibilità di buoni avvocati. Perché, scrivono gli autori, “il carcere riproduce le diseguaglianze sociali della vita da liberi”.

Scrivono gli autori, Patrizio Gonnella e Susanna Marietti: “Quasi tutti questi racconti mostrano un’altra caratteristica comune: quella per cui se sei una persona abbiente, influente e vistosa potrai magari avere una vistosa bacchettata, ma quasi mai la bacchettata sarà anche davvero dolorosa. Quasi tutti i nostri musicisti dietro le sbarre, dopo grandi titoli di prima pagina, hanno abbandonato presto sbobbe, brande e ore d’aria grazie a schiere di avvocati e a soldi per facoltose cauzioni. Ma quasi tutti hanno vissuto grandiosamente la loro esperienza di prigionieri”.

A Palermo, Mazzarri e l’interismo (che mal sopporta il turn-over)

Caro Walter,

verrai perdonato se sbaglierai per troppo coraggio, appena tollerato se farai risultati con un gioco sparagnino, liquidato se affronterai le partite con la paura di perderle.

Bullitt [Bullitt], Peter Yates, 1968 [filmtv77] – 8

Bullitt - 1968 - Peter Yates

Steve McQueen è il tenente di polizia incaricato di proteggere un prezioso testimone in un processo alla mafia. Qualcosa va storto, il testimone viene rintracciato da una coppia di killer e ferito gravemente (e i killer stanno per finire il lavoro in ospedale). È chiaro che non ci si può fidare di nessuno, men che meno dell’arrivista procuratore distrettuale (Robert Vaughn) che voleva trarre il massimo profitto “politico” dal processo.

Il film si fa ricordare per il ritmo – Oscar al Montaggio, Fran Keller – la musica – Lalo Schifrin – la strepitosa presenza scenica del protagonista, il fascino irradiato dalla sua compagna, Jacqueline Bisset, e soprattutto per le scene di inseguimento sui saliscendi stradali di San Francisco, dove la Ford Mustang battaglia con l’imponente Dodge Charger (senza dimenticare la Porsche gialla decapottabile grazie alla quale Bisset scopre in quale fango navighi il suo Frank).

Nessun dubbio sul fatto che l’ispettore Callaghan abbia visto e rivisto questa pellicola, ricavandoci molti motivi di ispirazione.

Champions, primo sondaggio: in tanti credono alla Teoria del Secondo Anno di Mourinho

Chi vince la Champions? E indicavo 12 squadre. In 4 giorni hanno votato in 86.

Netta prevalenza del Chelsea (39 voti, 45,3%), davanti al Bayern (17, 19,8%) e al PSG (9).
Fuori dal podio, Roma (4), Real, Atletico Madrid e City (3), Barca, Liverpool, Juve e Dortmund (2); nessun voto all’Arsenal.

Vediamo cosa cambia fra un mese…

992, mi ricordo

Mi ricordo canticchiare Baglioni e Cocciante, intorno alla metà degli anni Settanta, nel tratto di viale fra Porta Lame e la stazione.

Valdano sui venditori di ottimismo: la storiella dell’uomo che cade dal 25esimo piano…

Dopo la credibilità, come seconda “virtù” del leader, Jorge Valdano indica la speranza.

Cita il connazionale Daniel Konzevik, secondo il quale “in una dittatura l’arte di governare consiste nel gestire la paura”, mentre “in una democrazia l’arte di governare consiste nel gestire le aspettative”. Obiettivi e aspettative devono essere attraenti, precisi, raggiungibili. “Esigenti”, perché per raggiungerli bisogna migliorare chi se li prefigge.

Nei manuali di self-help si esibisce la “convinzione che se uno è ottimista vincerà più partite, chiuderà affari migliori, avrà più successo con le donne”. Invece, scrive Valdano, bisogna saperlo generare e coltivare, l’ottimismo.
Altrimenti – e a me pare che stia parlando di Renzi, e di quelli come lui – torna d’attualità la storiella dell’uomo che cade dal 25esimo piano e mentre passa per il dodicesimo, dice: “Fin qui, tutto bene”…

Non ero mai stato a Vicenza, e oggi vi ho incrociato Pablito Rossi (e pure Pasqualin)

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Ho cominciato a vedere la prima serie di House of Cards: mi dite cosa posso leggerci sopra?

House of Cards

Lanterna Verde e Freccia Verde. Nessun malvagio, Neal Adams e Dennis O’Neil

Il verde smeraldo che accomuna questa strana coppia di supereroi – un giustiziere galattico e un arciere infallibile – nasconde profonde differenze caratteriali e filosofiche, approcci diversi rispetto alla questione della giustizia, una significativa distanza empatica rispetto alla realtà sociale. Questo volume raccoglie sette albi usciti bimestralmente fra l’aprile 1970 e il febbraio ’71 (Green Lantern 76-82), storie che, per l’inedito approccio realistico, hanno fatto epoca nel DC Universe.

lanterna-frecciaverdeGli autori assecondano l’intuizione di Julius Schwartz, storico editor in chief della DC, che volle rilanciare la derelitta testata Green Lantern, affrontando l’attualità politica e sociale, e scommettendo sulla chimica esplosiva con un altro protagonista: Hal Jordan (Lanterna Verde), fino ad allora caratterizzato come monocorde e perbenista, viene influenzato da Oliver Queen (Freccia Verde), indole libertaria, pronto a trasgredire le regole pur di perseguire il proprio ideale di giustizia.

Con la sua psicologia elementare, la presa di coscienza di Lanterna Verde attraversa momenti di autentica confusione e di aperto conflitto con l’altro eroe. In alcune di queste avventure compare anche uno dei personaggi femminili più affascinanti e retrò del mondo del fumetto: Dinah Drake Lance, altrimenti nota come Black Canary. “Lei conosce la violenza come solo chi la violenza l’ha odiata abbastanza da comprenderla”.

“Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda”, è l’inizio del giuramento della Lanterna Verde, costretta a prendere atto della malattia sociale, e che “non sempre l’autorità è dalla parte della ragione”.

991, mi ricordo

Mi ricordo di aver speso un sacco di soldi per un impermeabile chiaro, portato una dozzina di volte.

#ManoDeDiòs, Valdano si chiede: cosa sarebbe successo se Diego avesse confessato

Ho cominciato a leggere “Le undici virtù del leader” di Jorge Valdano. Ne ho letto un terzo ed è splendido. Ne scriverò ancora, ma intanto riprendo un passaggio di estremo interesse.

mano de diòs

Ricorda “la mano de Diòs”, il gol irregolare di Maradona agli inglesi, e si chiede cosa sarebbe accaduto se Diego avesse confessato all’arbitro di aver colpito il pallone con la mano. Certo, “l’Argentina più oltranzista non glielo avrebbe mai perdonato”. Forse l’Albiceleste non avrebbe vinto quella partita, forse non avrebbe vinto il Mondiale. “O, magari, un gesto di tale entità avrebbe contribuito a renderci un paese migliore perché la forza simbolica di episodi così potenti può arrivare a modificare una società”.
Del resto, Valdano non si sente innocente: fu il secondo ad abbracciare Maradona dopo quel gol.

Corte Costituzionale indigesta: già candidato nove anni fa, Violante si ritirò dopo otto bocciature, stavolta è già a quota tredici…

Serra e Chomsky, il declino biologico può indurre al pessimismo, ma il pessimista non è per forza un gufo o un rosicone

Nella sua rubrica su «Repubblica», Michele Serra condensa questioni essenziali in poche, chirurgiche righe. Ammiro il suo stile, mi riconosco spesso nel suo punto di vista, invidio la forza con cui sa usare l’ironia, e tuttavia ero rimasto spiazzato dal commento a ciò che aveva scritto Noam Chomsky su Internazionale.
Ricopio l’Amaca del 16 settembre:
“Leggo sull’Internazionale un editoriale triste e spietato del vecchio Noam Chomsky, il cui tema è più o meno la fine imminente della civiltà umana. Chomsky è uno degli ultimi titani del pensiero critico, e ha fior di pezze d’appoggio per suffragare il suo presentimento esiziale. Pure, mi chiedo sempre quanto il passare degli anni incida sull’umore, sul calo delle speranze e delle prospettive fauste. Non è sempre facile distinguere tra il proprio naturale declino e quello del mondo, che magari non declina affatto, sta solamente cambiando, e passando di mano. Di contro, poiché è vero che le civiltà declinano e scompaiano, è ugualmente sbagliato attribuire solo al pessimismo dei vecchi ogni scricchiolio, ogni presagio di morte: a volte le cose ci sembrano peggiorate perché lo sono davvero.
Credo che una delle sfide più difficili della vecchiaia sia continuare a pensare al mondo anche senza di noi, che diventiamo ogni giorno un po’ meno indispensabili. I pochi vecchi entusiasti che ho conosciuto (due per tutti: Vittorio Foa e Margherita Hack) allargavano il cuore anche perché la scintilla che brillava in loro era del tutto indipendente dal loro consapevole andarsene. Sapevano che anche dopo di loro la vita avrebbe continuato a vivere negli altri, e se ne rallegravano”. Leggi il resto dell’articolo

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